17 - Le occupazioni di Maria santissima dopo la morte di san Giuseppe ed alcuni fatti avvenuti con i suoi angeli.

La mistica Città di Dio - Libro quinto

Suor Maria d'Agreda

17 - Le occupazioni di Maria santissima dopo la morte di san Giuseppe ed alcuni fatti avvenuti con i suoi angeli.
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Le occupazioni di Maria santissima dopo la morte di san Giuseppe ed alcuni fatti avvenuti con i suoi angeli.

895. La perfezione cristiana è tutta racchiusa nei due generi di vita - attiva e contemplativa - che la Chiesa conosce. Alla prima appartengono le opere corporali e sensibili, che si esercitano col prossimo nelle molte e molto varie situazioni dell'esistenza umana e che riguardano le virtù morali; tali virtù, poi, perfezionano tutte queste azioni della vita attiva. Alla seconda appartengono le attività interiori dell'intelletto e della volontà; il loro oggetto è nobilissimo, spirituale e proprio della creatura intellettuale e razionale. Per questo la vita contemplativa è superiore a quella attiva, è in sé più amabile e in un certo senso più quieta, più dilettevole e bella, anche perché si avvicina maggiormente al fine ultimo che è Dio. Essa, infatti, consiste nell'altissima conoscenza e nell'amore di lui, partecipando in misura maggiore della vita eterna. Espressione di questi due generi di vita sono Marta e Maria: una quieta e dolce, l'altra sollecita e agitata; sono ancora le altre due sorelle e spose Lia e Rachele: una feconda, ma brutta e con gli occhi smorti, l'altra bella e graziosa, ma inizialmente sterile. Infatti la vita attiva è più fruttuosa - benché divisa in molte e varie occupazioni nelle quali si turba -, ma non ha occhi abbastanza limpidi per penetrare le cose sublimi e divine. Al contrario, la vita contemplativa è bellissima - anche se al principio non è tanto feconda - perché dà il suo frutto più tardi mediante l'orazione e i meriti, che suppongono una grande santità ed amicizia con Dio al fine di obbligarlo ad estendere la sua liberalità verso altre anime; la vita contemplativa, tuttavia, dà frutti di benedizioni molto copiose e di grande valore.

896. Unire queste due vite è il massimo della perfezione cristiana, ma è tanto difficile, come si vede in Marta e Maria, in Lia e Rachele, che non furono una sola persona, ma due differenti. Nessuna di loro poté infatti rappresentarle entrambe per la difficoltà di riunirle perfettamente e contemporaneamente in sé. In ciò i santi faticarono molto e a questo stesso scopo furono indirizzate la dottrina dei maestri di spirito, le tante istruzioni degli uomini apostolici e dotti, gli esempi degli apostoli e dei fondatori degli ordini religiosi. Tutti costoro procurarono di unire la contemplazione con l'azione nella misura in cui, con la grazia divina, fu loro concesso. Nonostante ciò, sempre compresero che la vita attiva, per la moltitudine delle sue azioni in relazione alle cose materiali, distrae il cuore e lo turba, come il Signore disse a Marta. Inoltre, per quanto il cuore fatichi per sollevarsi agli oggetti altissimi della contemplazione, in questa vita non può conseguire questo fine che con grande difficoltà e per breve tempo, salvo che non l'ottenga altrimenti per uno speciale privilegio della destra dell'Altissimo. Per questa ragione i santi che si diedero alla contemplazione cercarono di proposito gli eremi e la solitudine; invece, quelli dediti alla vita attiva e alla salvezza delle anime per mezzo della predicazione e dell'insegnamento, si riservavano una parte del tempo per ritirarsi dalle attività esteriori e dividevano i giorni dedicando alcune ore alla contemplazione ed altre alle varie occupazioni. Operando tutto con perfezione, ottennero il merito ed il premio di entrambe le vite, che si fonda unicamente sull'amore e sulla grazia.

897. Solo Maria santissima unì questi due generi di vita in grado supremo, senza che l'altissima e ardentissima contemplazione venisse in lei ostacolata dalle azioni esterne della vita attiva. Nella nostra prudentissima e grande Regina si trovarono la sollecitudine di Marta senza agitazione, la quiete di Maria senza ozio. Ella ebbe la bellezza di Rachele e la fecondità di Lia, e fu l'unica a racchiudere veramente in sé ciò che significavano queste differenti sorelle. Infatti, sebbene servisse il suo sposo infermo e lo sostentasse col suo lavoro e nello stesso tempo facesse altrettanto per il suo Figlio santissimo, in tali occupazioni la sua contemplazione non s'interrompeva né veniva impedita; inoltre, ella non aveva bisogno di cercarsi tempi di solitudine e ritiro per rasserenare il suo cuore pacifico e sollevarlo al di sopra dei più sublimi serafini. Quando si trovò sola, tuttavia, e non più impegnata dalla compagnia del suo sposo, indirizzò la sua vita e i suoi esercizi al solo ministero dell'amore interiore. Subito conobbe nell'intimo del suo Figlio santissimo che quella era anche là volontà di lui; era infatti suo beneplacito che ella moderasse la fatica fisica, in cui si era impegnata in passato lavorando giorno e notte per accudire il santo infermo, e che al posto di questo esercizio accompagnasse sua Maestà nelle preghiere e nelle opere altissime che egli compiva.

898. Il medesimo Signore le manifestò pure che per il poco cibo loro necessario bastava lavorare una parte del giorno. Fino ad allora, infatti, avevano usato un altro criterio per amore a san Giuseppe e per accompagnarlo e consolarlo quando doveva mangiare; ma da quel giorno in poi il Figlio santissimo e la sua beatissima Madre mangiarono una sola volta al giorno, alle sei di sera. Molte volte si nutrivano solo di pane, altre la divina Signora aggiungeva frutta ed erbe, o pesce. Questo era il più grande banchetto del Re e della Regina del cielo e della terra. Benché fosse sempre stata somma la loro temperanza ed ammirabile l'astinenza, quando rimasero soli, esse furono maggiori e mai se ne dispensarono se non nella qualità del cibo e nell'orario della cena. Quando erano invitati, mangiavano in poca quantità ciò che veniva messo loro davanti senza rifiutare, incominciando a mettere in pratica il consiglio che poi il Signore avrebbe dato ai suoi discepoli nel mandarli a predicare. La grande Signora serviva quel povero cibo in ginocchio chiedendone prima il permesso e con la stessa venerazione lo preparava, perché doveva servire da alimento al suo figlio e Dio vero.

899. La presenza di san Giuseppe non aveva impedito alla prudentissima Madre di trattare il suo Figlio santissimo con ogni riguardo. Ella non perse tempo, né tralasciò azione alcuna di quelle che allora doveva compiere e che erano convenienti; ma dopo la morte del santo, la gran Signora cominciò a prostrarsi e genuflettersi con più frequenza, perché era più libera alla presenza degli angeli che a quella del suo sposo, che era pur sempre uomo. Molte volte stava prostrata in terra finché lo stesso Signore non le ordinava di alzarsi e molto spesso gli baciava i piedi, altre volte la mano, di solito con lacrime di profondissima umiltà e riverenza; stava sempre alla presenza di sua Maestà con atti o segni di adorazione e di ardentissimo amore, interiormente pronta ad imitarlo e sottomessa al suo divino beneplacito. Sebbene non avesse colpe, né la benché minima negligenza o imperfezione nel servizio e nell'amore del suo Figlio altissimo, stava sempre attenta come il servo e la schiava sono attenti alla mano del loro padrone per ottenerne le grazie che desiderano. Non è possibile che entri in mente umana la conoscenza del Signore che la nostra Regina ebbe per comprendere e compiere tante e così divine azioni, come ne fece in compagnia del Verbo incarnato negli anni in cui vissero insieme con la sola compagnia degli angeli che li servivano. Questi ne furono gli unici testimoni oculari e, vedendosi tanto inferiori alla sapienza e alla purezza di una semplice creatura, degna di tanta santità, furono ricolmi di lode ed ammirazione. Ella sola infatti arrivò a dare pieno compimento alle opere della grazia.

900. In questo tempo, la Regina del cielo ebbe con i santi angeli stessi dolcissime contese circa le azioni umili e ordinarie necessarie al servizio del Verbo incarnato e della sua umile casa, perché non vi era chi le potesse fare se non la stessa Imperatrice e questi nobilissimi e fedelissimi vassalli e ministri, i quali per tale scopo erano presenti in forma umana, pronti e solleciti nel provvedere a tutto. La gran Signora voleva scopare, sistemare le povere masserizie, lavare i piatti e preparare tutto il necessario con le proprie mani, ma i cortigiani dell'Altissimo, veramente cortesi e più veloci di lei nell'operare - benché non più umili -, compivano queste azioni prevenendo la loro Regina. Talvolta sua Altezza li incontrava mentre eseguivano ciò che desiderava fare lei ed essi, sul momento, ubbidendo alla sua parola le lasciavano esprimere tutta la sua umiltà e il suo amore. Infatti, affinché non la impedissero nei suoi desideri, Maria parlava loro e diceva: «Ministri dell'Altissimo, spiriti purissimi nei quali riverberano gli splendori con cui la sua divinità mi illumina, questi compiti umili non si addicono al vostro stato, alla vostra natura e condizione, bensì alla mia, poiché, oltre ad essere polvere, sono anche la più piccola di tutti i mortali e la schiava più debitrice del mio Signore e figlio. Lasciatemi compiere, amici miei, ciò che mi spetta, perché possa trarne profitto nel servizio dell'Altissimo col merito che voi non potete acquistare a causa della vostra dignità e del vostro stato. Io conosco il valore di queste opere servili che il mondo disprezza, e l'Altissimo non mi diede questa luce perché le affidassi ad altri, ma perché le facessi io stessa».

901. «Regina e signora nostra - rispondevano gli angeli -, è vero che ai vostri occhi e a quelli dell'Altissimo queste azioni sono tanto stimabili, ma, se con esse voi conseguite il prezzo della vostra incomparabile umiltà, considerate anche che noi mancheremmo all'obbedienza dovuta al Signore se non vi servissimo come sua Maestà altissima ci ha ordinato. Inoltre, se tralasciassimo qualunque ossequio permessoci dall'alto per riconoscervi nostra legittima Signora, mancheremmo anche alla giustizia. Il merito poi che perdete non eseguendo questi servizi modesti, viene facilmente compensato dalla mortificazione di non adempierli e dal desiderio ardentissimo con cui li ricercate». La prudentissima Signora rispondeva a queste ragioni dicendo: «No, spiriti sovrani, non deve essere così come voi volete, perché se giudicate grande dovere il servire me come Madre del vostro Signore e creatore, considerate che egli mi sollevò dalla polvere a questa dignità, ed il mio debito per tale beneficio è maggiore del vostro. Quindi, essendo tanto più grande la mia obbligazione, ancora più grande deve essere la mia corrispondenza: se voi volete servire il mio Figlio come creature plasmate dalla sua mano, io devo farlo per questo stesso motivo e in più per il fatto che sono sua madre; quindi avrò sempre più diritto di voi ad essere costantemente umile e riconoscente».

902. Queste e altre simili erano le dolci e ammirabili contese fra Maria santissima e i suoi angeli, nelle quali la palma dell'umiltà restava sempre in mano alla loro Regina e maestra. Il mondo ignori giustamente misteri tanto imperscrutabili, dei quali la vanità e la superbia lo rendono indegno. La stolta arroganza giudichi pure basse e spregevoli queste occupazioni servili; le apprezzino i cortigiani del cielo, che ne conoscono il valore, e le ambisca per sé la stessa Regina dei cieli e della terra, che seppe dare loro la giusta importanza. Ma lasciamo ora il mondo con la sua ignoranza o con la sua discolpa, sia come sia, perché l'umiltà non è fatta per i cuori alteri, i servizi umili non si accordano con la porpora e le tele finissime, lo spazzare e il lavare i piatti non va d'accordo con i ricchi gioielli e i broccati, né le preziose gemme di queste virtù sono fatte per tutti senza distinzione. Tuttavia, se nella scuola dell'umiltà e del disprezzo - cioè negli ordini religiosi - si verificasse il contagio della superbia del mondo e si reputasse difetto e disonore questa umiliazione, non possiamo negare che ciò sarebbe assai vergognoso e biasimevole. Se noi religiose e religiosi disprezziamo questi benefici e queste occupazioni servili e - come fanno quelli del mondo - stimiamo bassezza il compierle, con che animo ci metteremo alla presenza degli angeli e della loro e nostra Regina, la quale reputò onore stimabilissimo le opere che noi giudichiamo vili e disdicevoli?

903. Sorelle mie, figlie di questa grande Regina e signora, parlo con voi, che dietro a lei siete chiamate e condotte al palazzo del Re con esultanza e gioia vera: non vogliate rendervi indegne del titolo onorifico di tale madre! Se ella stessa, che era Regina degli angeli e degli uomini, si abbassava a queste opere infime ed umili, che sembrerà agli occhi suoi e a quelli del Signore se la schiava sarà altera, superba, vana e sprezzante dell'umiltà? Esca dalla nostra comunità questo inganno, lasciamolo a Babilonia e ai suoi abitanti; gloriamoci di ciò che sua Altezza ebbe come corona e sia per noi vergogna, vituperio e severo monito il non avere le medesime contese che ella ebbe con gli angeli per vincere nell'umiltà. Gareggiamo nell'affrettarci a compiere i servizi più modesti e provochiamo nei nostri custodi questa competizione tanto gradita alla grande Regina e al suo Figlio santissimo, nostro sposo.

904. Affinché comprendiamo che senza vera umiltà è temerario appagarci di consolazioni spirituali o sensibili poco sicure e che esserne avidi sarebbe pazzo ardimento, volgiamo l'attenzione alla nostra celeste Maestra, che è l'esempio perfetto della vita santa. Alle opere umili e servili si alternavano in lei i favori e i doni del cielo. Molte volte, quando stava in preghiera col suo Figlio santissimo, accadeva che con voci soavi e dolce armonia gli angeli cantassero loro gli inni e i canti che la beatissima Madre aveva composto a lode dell'essere infinito di Dio e del mistero dell'incarnazione del Verbo. Affinché poi essi ripetessero questi cantici al loro stesso Signore e creatore, la Regina li chiamava e chiedeva loro di comporre altri canti alternando i versetti con lei; essi le obbedivano con ammirazione, vedendo la sua profonda sapienza in ciò che di nuovo rispondeva. Quando poi il suo Figlio santissimo mangiava o si ritirava a riposare, ella, madre premurosa ed amorevole, ordinava loro di suonargli da parte sua una dolce musica; e quando la prudentissima Madre lo comandava, il Signore lo permetteva per dare spazio all'ardente carità e venerazione con cui ella lo serviva in quegli ultimi anni. Per poter riferire tutto quello che mi fu manifestato, sarebbero stati necessari un discorso più lungo e una capacità maggiore della mia. Da ciò che ho accennato, tuttavia, si può conoscere qualcosa di misteri così profondi e trovare motivo di magnificare e benedire questa grande Signora e regina. Che tutte le nazioni la conoscano e la chiamino benedetta fra tutte le creature, Madre degnissima del Creatore e redentore del mondo!

 

Insegnamento della Regina del cielo

905. Figlia mia, prima di farti parlare di altri misteri, voglio che tu sia ben istruita su quello contenuto in tutte le cose che l'Altissimo ha disposto in me per rispetto a san Giuseppe. Quando mi sposai con lui il Signore mi comandò di regolarmi diversamente nel mangiare e nelle altre opere esteriori per adeguarmi al suo modo di procedere, dato che, egli era il capo ed io, nelle cose ordinarie, ero inferiore a lui. Il mio Figlio santissimo fece lo stesso, poiché, pur essendo vero Dio, esteriormente stava sottomesso a colui che dal mondo era ritenuto suo padre. Quando poi restammo soli dopo la morte del mio sposo, cambiammo la nostra regola nel mangiare e nelle altre attività. Prima di allora sua Maestà non volle che fosse san Giuseppe ad adattarsi a noi, ma noi a lui, come richiedeva l'ordine comune del mio stato; tantomeno l'Altissimo fece miracoli perché egli vivesse senza il solito ordine ed alimento. Il Signore, infatti, procede sempre come maestro delle virtù e indica a tutti ciò che è più perfetto: ai genitori come ai figli, ai prelati e ai superiori come ai sudditi. Insegna ai padri e alle madri ad amare i loro figli, ad aiutarli, sostentarli, ammonirli, correggerli ed avviarli alla salvezza eterna senza negligenza né lentezza; ai figli ad amare, stimare ed onorare i genitori come principio della loro vita e del loro essere, obbedendo con diligenza, osservando la legge naturale e divina che già di per sé implica un tale comportamento. Fare il contrario, infatti, è cosa mostruosa ed orrenda. Il divin Maestro insegna inoltre ai prelati e ai superiori ad amare i loro sottoposti e a guidarli come figli; ai sudditi, infine, ad ubbidire senza opporre resistenza, anche quando fossero per condizioni e qualità maggiori dei loro superiori, perché il superiore, in quanto rappresenta Dio, è sempre più grande, benché poi la vera carità ci faccia divenire tutti una cosa sola.

906. Affinché tu possa ottenere questa grande virtù, voglio che ti adatti alle tue sorelle e suddite senza cerimonie affettate né gesti imperfetti e che ti comporti con loro con schiettezza e sincerità cristallina: prega quando pregano, mangia e lavora insieme a loro e partecipa alla ricreazione. Nelle congregazioni, infatti, la più grande perfezione si fonda sul seguire lo spirito comune. Se farai così, sarai guidata dallo Spirito Santo, che regge le comunità ben organizzate. Con quest'ordine, tuttavia, puoi ben superare le altre nell'astinenza mangiando meno di tutte, benché ti pongano innanzi la stessa quantità di cibo; lascia ciò di cui ti vorrai privare per amore del tuo Sposo e per amore mio, ma fallo senza metterti in mostra. Se non sarai impedita da qualche grave infermità, non mancare mai alle preghiere comuni, a meno che l'obbedienza dei superiori non ti tenga occupata in tali tempi; partecipa ad esse con speciale riverenza, timore, attenzione e devozione, poiché molte volte ivi sarai visitata dal Signore.

907. Voglio, similmente, che da questo capitolo tu apprenda la vigilante cautela necessaria nel nascondere quelle opere che potrai fare in segreto seguendo il mio esempio. Infatti, sebbene io non avessi ragione di premunirmi dal compierle alla presenza del mio santo sposo Giuseppe, davo ad esse questa maggiore perfezione e prudenza, perché il nascondimento di per sé le rende più lodevoli. Questo non è tuttavia necessario nelle azioni comuni con le quali devi dare esempio senza nascondere la luce, poiché mancare in ciò potrebbe dare scandalo ed essere degno di riprensione. Molte altre cose, che si possono fare lontano dalla vista delle creature, non si devono esporre con leggerezza al pericolo della pubblicità e dell'ostentazione. Con questa segretezza potrai fare molte genuflessioni come facevo io e, prostrata a terra, potrai umiliarti adorando la suprema maestà dell'Altissimo, affinché il corpo mortale, che appesantisce l'anima, venga offerto in sacrificio gradito per riparare i moti sregolati compiuti contro la ragione e la giustizia. In tal modo, quindi, non vi sarà nulla in te che non venga dedicato al servizio del tuo Creatore e sposo e il corpo compenserà in una qualche misura il molto che ha impedito e impedisce all'anima con le sue passioni e i suoi difetti terreni.

908. Con questo intento procura sempre di tenere il corpo completamente assoggettato; fa' in modo che i benefici che gli vengono concessi servano solo per sostentarlo, affinché possa servire l'anima e non si crogioli nei suoi capricci e nelle sue passioni. Mortificalo e schiaccialo rendendolo come morto a tutto ciò che è piacevole per i sensi, finché giunga a un punto tale che le attività comuni e necessarie alla vita gli siano di pena piuttosto che di piacere, di amarezza piuttosto che di pericoloso diletto. E sebbene in altre circostanze ti abbia manifestato il valore di questa umiliazione, adesso col mio esempio imparerai a stimare maggiormente qualunque atto di umiltà e di mortificazione. Ora ti comando di non disprezzarne alcuno e di non giudicarlo piccolo; al contrario devi reputare questi atti un tesoro inestimabile e fare in modo di guadagnartelo. Per ottenere ciò devi essere avida, affrettandoti agli uffici servili dello scopare e pulire la casa e al servizio delle sorelle inferme e bisognose, come ti ho ordinato altre volte; in tutte queste azioni mi terrai davanti ai tuoi occhi come modello, affinché la mia premura nell'umiltà ti serva da stimolo, l'imitarmi ti dia gioia e vergogna la negligenza nel non farlo. Se in me fu tanto necessaria tale virtù per trovare grazia e compiacimento agli occhi del Signore - sebbene non lo avessi mai offeso in tutta la mia esistenza - e se per ottenere che la sua destra divina mi sollevasse io mi abbassai, quanto maggiormente hai bisogno tu di prostrarti nella polvere e di annichilirti nel tuo essere, essendo stata concepita nel peccato e avendo offeso Dio più volte! Umiliati sino al non essere e riconosci di aver malamente impiegato la vita che l'Altissimo ti ha dato; il fatto di esistere sia dunque per te di maggiore umiliazione, affinché tu trovi il tesoro della grazia.