13 - Maria santissima compie trentatré anni e il suo corpo verginale resta con la perfezione originaria.

Suor Maria d'Agreda

13 - Maria santissima compie trentatré anni e il suo corpo verginale resta con la perfezione originaria.
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Maria santissima compie trentatré anni e il suo corpo verginale resta con la perfezione originaria. Ella lavora per sostentare il suo santissimo Figlio e Giuseppe, suo sposo.

855. La nostra gran Regina e signora, dopo che il suo santissimo Figlio ebbe compiuto dodici anni, si dedicò più assiduamente a quei divini e misteriosi esercizi di cui finora ho solo dato cenno. Al raggiungimento del diciottesimo anno di età del nostro Salvatore, secondo il computo fatto dalla sua incarnazione e dalla sua nascita, Maria santissima doveva avere trentatré anni. Io ritengo che questa sia un'età perfetta perché, considerando le parti in cui viene comunemente suddivisa l'esistenza degli uomini - siano esse sei o sette -, è quella in cui la crescita naturale raggiunge la sua completezza. In questa fase della vita alcuni sostengono che finisca la gioventù, mentre altri affermano che proprio qui abbia il suo inizio. Tuttavia qualsiasi suddivisione teniamo presente al trentatreesimo anno, ordinariamente, corrisponde il compimento della perfezione naturale. Difatti, come la luna quando raggiunge la sua pienezza inizia a decrescere, così da questa età in poi l'essere umano incomincia ad avvertire i primi sintomi del tramonto della vita per il declino delle forze della natura umana, mai permanente nello stesso stato. Superati i trentatré anni non solo il corpo non cresce più in altezza, ma anche quel piccolo aumento che riceve in larghezza e spessore non è aumento di perfezione, ma vizio di natura. Per questa ragione, Cristo nostro Signore morì compiuti trentatré anni, volendo aspettare che il suo sacro corpo raggiungesse la vetta della naturale perfezione. In questo modo offriva per noi la sua santissima umanità con tutti i doni della natura e della grazia, e così alla pienezza di grazia, che già possedeva, corrispondeva la completezza della natura umana perché nulla fosse tralasciato da sacrificare per il genere umano. Per questo stesso motivo si narra che l'Altissimo creò i nostri progenitori, Adamo ed Eva, nella perfezione corrispondente ai trentatré anni, sebbene a quella prima età e alla seconda del mondo, quando la vita era più lunga - suddividendo l'età degli uomini in sei o sette o in più o meno parti -, dovessero spettare molti più anni che adesso, perché secondo Davide a settanta incomincia la vecchiaia.

856. L 'Imperatrice dei cieli quando compì trentatré anni si ritrovò con il corpo verginale nella perfezione naturale. Era così bella e ben proporzionata in tutte le membra da destare non solo la meraviglia degli uomini, ma degli stessi spiriti angelici: aveva raggiunto in sommo grado tutte le qualità di una umana creatura. Inoltre, restò simile alla santissima umanità del Figlio, quando raggiunse la sua stessa età. Nel volto e nel colorito si rassomigliavano in modo straordinario, con la differenza che Cristo era perfettissimo uomo e sua Madre perfettissima donna. Negli altri mortali regolarmente incomincia da questa età il declino della naturale perfezione, perché diminuisce alquanto l'idratazione dei tessuti e l'ardore giovanile; inoltre si alterano gli umori, con la prevalenza di quelli negativi; iniziano ad imbiancarsi i capelli, a debilitarsi le forze, a corrugarsi il viso e a raffreddarsi il sangue; e tutto l'organismo umano senza che la medicina possa arrestare tale decadimento avanza verso la vecchiaia e la corruzione. In Maria santissima invece non fu così, perché la sua mirabile fisiologia e il suo vigore si conservarono in quella perfezione e in quello stato che ella aveva raggiunto nel trentatreesimo anno di età. E quando arrivò alla fine della vita, verso i settanta anni, come dirò a suo tempo, si ritrovò nella stessa integrità e con le stesse forze e disposizioni che il suo verginale corpo presentava quando aveva l'età di trentatré anni.

857. La gran Signora riconobbe il privilegio che le concedeva l'Altissimo e gliene rese grazie. Comprese anche che esso le veniva dato affinché si mantenesse sempre in lei la somiglianza con l'umanità del suo santissimo Figlio, con la differenza che il Signore avrebbe dato la sua vita in quell'età e Maria santissima l'avrebbe conservata più a lungo, sempre con questa somma perfezione. Quando la Regina del mondo raggiunse i trentatré anni, san Giuseppe, benché non fosse molto vecchio, era già debilitato nelle forze fisiche, perché le fatiche, i pellegrinaggi e le tribolazioni che aveva affrontato per sostentare la sua sposa ed il Signore del mondo lo avevano indebolito più dell'età. Il Signore stesso, che voleva farlo crescere nell'esercizio della pazienza e delle altre virtù, lasciò che patisse per alcune infermità - come dirò nel capitolo seguente - che gli impedivano il lavoro manuale. Essendo a conoscenza di tutto ciò, la prudentissima Signora - che sempre aveva stimato, amato e servito il suo sposo più che ogni altra donna del mondo il proprio marito - gli parlò dicendo: «Sposo e signor mio, mi riconosco molto obbligata per la vostra fedeltà, per il vostro lavoro e per la cura che sempre avete avuto. Con il sudore della vostra fronte sinora avete alimentato me, vostra serva, ed il mio santissimo figlio, vero Dio; in questa sollecitudine avete consumato le vostre forze e avete speso gran parte della vostra vita, proteggendomi e dandovi pensiero della mia. Per tali opere sarete ricompensato dalla mano dell'Altissimo con la dolcezza e le benedizioni che meritate. Vi supplico ora, signor mio, di riposarvi, perché le vostre deboli forze non possono più sostenere la fatica del lavoro. Io voglio esservi grata e da questo momento in poi desidero prestarvi servizio per tutto il tempo che il Signore ci darà da vivere».

858. Il santo ascoltò il discorso della sua dolcissima sposa, versando lacrime di giubilo e di umile ringraziamento. E benché le chiedesse con insistenza il permesso per continuare a lavorare, infine si arrese alle preghiere della beata Vergine e le obbedì. Interruppe così il lavoro manuale con il quale procurava il sostentamento per tutti e tre e gli strumenti del mestiere di falegname furono dati in elemosina, affinché in quella casa non vi fosse niente di inutile e di superfluo. San Giuseppe libero da quella preoccupazione dedicò tutto se stesso alla contemplazione dei misteri che serbava nell'animo e all'esercizio delle virtù, rimanendo felice e beato a colloquio con la divina Sapienza e con la Madre in cui si era incarnata. Giunse l'uomo di Dio a tale pienezza di santità da superare tutti, eccetto la sua celeste sposa. La Signora del cielo ed il suo santissimo Figlio assistevano e servivano il fedelissimo santo nelle sue infermità; lo consolavano ed incoraggiavano con tanta cura e premura che non ho parole per descrivere gli effetti di umiltà, riverenza ed amore che questo beneficio suscitava nel cuore grato e sincero di san Giuseppe. Tutto ciò senza dubbio destò l'ammirazione e il gaudio degli spiriti angelici e il sommo compiacimento dell'Altissimo.

859. Da allora in poi la Signora del mondo si fece carico di sostentare con il proprio lavoro il suo santissimo Figlio e il suo sposo; così disponeva l'eterna sapienza, affinché ella raggiungesse il culmine di ogni virtù e di ogni merito e fosse di esempio e di turbamento per i figli di Adamo e di Eva. Questa donna perfetta, vestita di bellezza e di fortezza, che a quell'età si cinse di coraggio e potenziò il suo braccio per stendere le mani ai poveri, per comprare il campo e per piantare la vigna con il frutto della sua fatica, fu a noi proposta come modello. Come dice il Saggio, confidò in lei il cuore del suo uomo: non solo il cuore del suo sposo Giuseppe, ma anche quello di suo figlio, vero Dio e vero uomo, maestro della povertà, il più povero tra i poveri; e né l'uno e né l'altro rimasero delusi. La gran Regina incominciò a lavorare più di prima, filando e tessendo lino e lana, ed eseguendo misteriosamente tutto quello che Salomone disse di lei nei Proverbi al capitolo trentunesimo. E poiché ho già parlato di questo alla fine della prima parte non ritengo opportuno doverlo ripetere ora, benché molte cose descritte e sopradette riguardino il modo mirabile in cui la nostra Regina ottemperò alle opere esterne e materiali.

860. Al Signore non sarebbero mancati i mezzi per sostentare la sua vita umana, quella della sua santissima Madre e quella di san Giuseppe, poiché poteva farlo anche con la parola divina, non vivendo l'uomo di solo di pane, come egli stesso disse. Difatti, ogni giorno egli avrebbe potuto provvedere al cibo miracolosamente, ma sarebbe mancata al mondo la testimonianza di Maria santissima, signora di tutto il creato, che lavorava per procurarsi il vitto; inoltre alla stessa Vergine, senza questo merito, sarebbe venuto meno tale riconoscimento. Il Maestro della nostra salvezza dispose tutto ciò con mirabile provvidenza per la gloria della gran Regina e per il nostro insegnamento. Non sono sufficienti le parole per esprimere la diligenza e la sollecitudine con cui ella prudentemente provvedeva a tutto. Lavorava molto e per custodire il raccoglimento si lasciava assistere da una sua vicina, che altre volte ho menzionato. Questa fortunatissima donna smerciava i lavori fatti da Maria santissima, portandole dopo ciò che le era necessario. Quando la gran Signora le diceva quello che doveva eseguire o recarle, mai lo faceva con autorità, ma pregandola con somma umiltà. E per poter conoscere le sue intenzioni, le domandava se voleva o aveva il piacere di farlo. La divina Madre preparava per san Giuseppe vivande di carne, mentre lei ed il suo santissimo Figlio si alimentavano solo di pesce, frutta e verdura, con mirabile temperanza ed osservando l'astinenza. La povertà di ogni cibo veniva supplita dalla cura e dal sapore con cui la divina Principessa lo preparava, e dall'amabilità con cui lo condiva. La nostra premurosa Signora dormiva poco ed alcune volte trascorreva gran parte della notte lavorando: il Signore ora lo permetteva più di quando avevano soggiornato in Egitto. Ogni tanto succedeva che il lavoro non fosse sufficiente a fronteggiare le spese di tutto ciò che era necessario, perché avendo bisogno san Giuseppe di speciali cure occorreva spendere più per lui che per il vitto e per i vestiti. Entrava allora in azione la potenza di Cristo nostro Signore, moltiplicando le cose che erano in casa oppure ordinando agli angeli di portare l'indispensabile. Ordinariamente operava queste meraviglie per mezzo della sua santissima Madre, disponendo che in poco tempo ella lavorasse fruttuosamente con le sue mani.

 

Insegnamento della Regina del cielo

861. Figlia mia, con tutto quello che hai scritto sul mio lavoro, hai ottenuto un'altissima dottrina per regolarti ed imitarmi; affinché non la dimentichi del tutto te la sintetizzo in questi insegnamenti. Voglio che tu metta in pratica tre virtù che io stessa esercitavo e su cui i mortali poco riflettono: prudenza, carità e giustizia. Con la prudenza devi prevedere le necessità del tuo prossimo e il modo di sovvenirle compatibilmente al tuo stato, e con la carità devi agire con diligenza ed amore per porvi rimedio. La giustizia ti obbliga invece ad intervenire nel modo in cui avresti potuto desiderarlo per te stessa e secondo la brama del bisognoso. Impiega i tuoi occhi per chi non li ha; guida con i gesti chi non ha orecchi per intendere; fai lavorare le tue mani per chi non le ha. E benché questo insegnamento debba orientarti sempre nel campo spirituale, voglio comunque che tu lo metta anche in pratica in quello materiale, così da imitarmi fedelmente. Io prevenni le necessità del mio sposo e mi dedicai a servirlo ed a sostentarlo, considerando ciò come mio dovere; e con ardente carità eseguii questo lavorando fino a quando egli morì. Il Signore mi aveva donato Giuseppe perché mi sostentasse, come fece con somma fedeltà per tutto il tempo in cui ebbe le forze; eppure, quando queste gli vennero a mancare mi sentii obbligata a servirlo. Lo stesso Signore dava allora a me tali energie, per cui sarebbe stata grande mancanza non corrispondervi con tenerezza e fedeltà.

862. I figli della Chiesa non badano a questo esempio e così fra loro è subentrata un'empia perversità, che muove il giusto giudice a castigarli con severità. Tutti i mortali nascendo sono destinati a lavorare e non solo perché a causa del peccato originale hanno meritato la fatica come pena, ma perché con la creazione del primo uomo è stato generato il lavoro stesso. Tuttavia il travaglio non è stato ripartito in modo equo fra tutti. I più potenti e ricchi e quelli che il mondo chiama signori e nobili cercano di esentarsi da questa legge comune, e fanno in modo che la fatica ricada tutta sopra gli umili e i poveri, lasciando che questi sostentino col proprio sudore il loro fasto e la loro superbia. E così accade che il misero e il debole serva il forte e il potente. Molti superbi sono talmente impregnati di questa perversità da giungere a pensare che un tale ossequio sia loro dovuto; forti di tale convinzione calpestano, opprimono e disprezzano i poveri ed hanno la presunzione di credere che questi debbano vivere solo per servirli e per fare loro godere l'ozio e le delizie del mondo e dei suoi beni. Inoltre questi uomini sfruttano i loro simili e non li pagano neanche con uno scarso stipendio. Riguardo al fatto che i poveri e tutti coloro che servono non sono doverosamente ricompensati, e riguardo a tutto ciò che hai compreso su tale questione, avresti potuto descrivere anche le gravi malvagità che si commettono contro la volontà dell'Altissimo. Sappi dunque che, siccome questi sfruttatori sovvertono la giustizia e il diritto e non vogliono rendersi partecipi della fatica degli uomini, si muterà per loro l'ordine della misericordia che viene accordata ai piccoli ed ai disprezzati; intrappolati nella pesante oziosità dalla loro superbia saranno castigati con i demoni che hanno imitato.

863. Tu, o carissima, stai attenta a non cadere in questo inganno; tieni sempre presente il mio esempio ed esegui il lavoro che ti è assegnato. Allontanati dai figli di Belial, che vivendo nell'ozio cercano il plauso della vanità e non lavorano. Non ti reputare abbadessa né superiora, ma schiava delle tue suddite, soprattutto della più debole ed umile; sii premurosa serva di tutte quante indistintamente. Assistile, se sarà necessario, e lavora per procurare loro il sostentamento. Devi persuaderti che ciò spetta a te non solo come superiora, ma anche perché la religiosa è tua sorella, figlia del tuo stesso Padre celeste e creatura del Signore, tuo sposo. Tu devi faticare più di ogni altra, come colei che meritando meno ha ricevuto più di tutte dalla liberale mano dell'Altissimo. E riguardo alle inferme, cerca di esentarle dal lavoro, facendolo tu per loro. Cerca di non opprimere le altre con il compito che ti viene assegnato e che potresti sostenere, ma carica sopra le tue spalle, per quanto ti sarà possibile, la fatica di tutte, come loro serva, poiché così desidero che ti giudichi. E quando non lo potrai fare, ma sarà necessario distribuire i lavori manuali tra le tue suddite, cerca di comportarti equamente, non gravando di maggior peso quella che, umile e debole, resisterebbe meno. Anzi voglio che cerchi di umiliare quella che è più altera e superba e che si applica di malavoglia nel lavoro; ciò però eseguilo senza asprezza, per non irritare nessuna, e con umile prudenza e severità obbliga le religiose più tiepide e quelle di temperamento difficile a sottomettersi al giogo della santa obbedienza. In tal modo ottemperi al tuo dovere, metti pace nella tua coscienza ed ottieni per loro il beneficio più grande che ti è possibile, cercando di farlo apparire tale ai loro occhi. Conseguirai tutto questo non usando preferenze di persone ed assegnando, con equità, a ciascuna quel lavoro che può sostenere e ciò che le è necessario. Inoltre, se faticherai per prima in quello che è più difficile, le tue religiose vedendoti si sentiranno obbligate ad aborrire l'ozio e la pigrizia: acquisterai così un'umile libertà per comandarle. Ed ancora, quello che puoi fare non lo caricare sulle spalle di un'altra, affinché tu possa godere il frutto e il premio del tuo travaglio, imitandomi ed ubbidendo a tutto ciò che ti consiglio ed ordino.

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