3 - Maria santissima e Giuseppe ogni anno salivano a Gerusalemme come ordinava la legge e portavano con sé il fanciullo Gesù.

Suor Maria d'Agreda

3 - Maria santissima e Giuseppe ogni anno salivano a Gerusalemme come ordinava la legge e portavano con sé il fanciullo Gesù.
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Maria santissima e Giuseppe ogni anno salivano a Gerusalemme come ordinava la legge e portavano con sé il fanciullo Gesù.

737. Pochi giorni dopo che la nostra Regina e signora con il suo Figlio santissimo ed il suo sposo san Giuseppe si era domiciliata a Nazaret, giunse il tempo in cui il precetto della legge di Mosè obbligava gli israeliti a presentarsi in Gerusalemme davanti al Signore. Ciò doveva avvenire tre volte l'anno come appare nei libri dell'Esodo e del Deuteronomio. Questa prescrizione valeva solo per gli uomini. Le donne erano libere di andare per devozione personale, oppure di rimanere a casa, perché non avevano né precetto né divieto. La divina Signora e il suo sposo si consultarono per sapere cosa fare in queste occasioni. Il santo era incline a condurre con sé la gran Regina sua sposa e il Figlio santissimo per offrirlo di nuovo all'eterno Padre, come sempre faceva nel tempio. La Madre purissima era attratta dalla pietà e dal culto per il Signore, ma in cose simili non prendeva delle decisioni senza il consiglio e la dottrina del Verbo incarnato suo maestro, e perciò lo consultò sul da farsi. La decisione che presero fu che san Giuseppe sarebbe andato a Gerusalemme due volte da solo, mentre la terza volta sarebbero andati tutti e tre insieme. Le solennità, nelle quali gli israeliti andavano al tempio, erano quella dei tabernacoli, quella delle settimane che era Pentecoste e quella degli azzimi che era la Pasqua di parasceve. In questa solennità andarono insieme Gesù, Maria e san Giuseppe. La festa durava sette giorni. Nel capitolo seguente dirò ciò che accadde in quei giorni. Nelle altre due feste saliva a Gerusalemme solo san Giuseppe senza il bambino e la Madre.

738. Le due volte all'anno nelle quali il santo sposo Giuseppe si recava da solo a Gerusalemme, egli faceva questo pellegrinaggio per sé e per la sua sposa santissima, e a nome del Verbo incarnato. Con la dottrina e i favori del Figlio, il santo, ripieno di grazia, di devozione e di doni celesti, compiva questo viaggio per offrire all'eterno Padre ciò che serbava segretamente nel suo cuore e che gli sarebbe tornato a beneficio a suo tempo. Con le intenzioni del Figlio e della Madre, rimasti a casa a pregare per lui, rivolgeva suppliche e intime orazioni nel tempio di Gerusalemme. Con il sacrificio delle sue labbra offriva e presentava i santissimi Gesù e Maria, oblazione accettata all'eterno Padre più di quante gliene offrisse il popolo d'Israele. Quando, invece, per la festa di Pasqua vi andavano il Verbo incarnato e la vergine Maria in compagnia di san Giuseppe, il viaggio era più bello sia per lui che per gli spiriti celesti. Durante il cammino si formava quella solennissima processione della quale ho già riferito altre volte in simili occasioni, composta dai tre viandanti Gesù, Maria e Giuseppe e dai diecimila angeli che li accompagnavano in forma umana e visibile. Tutti camminavano con la solita bellezza risplendente e con profonda riverenza, servendo il loro Creatore e la loro Regina come si è già detto in occasione di altri viaggi. Il pellegrinaggio era di trenta leghe, tante quante ne dista Nazaret da Gerusalemme. Sia nell'andare che nel tornare i santi angeli seguivano uno stesso ordine nell'accompagnare e nell'ossequiare, secondo le disposizioni e le necessità del Verbo incarnato.

739. Questi viaggi duravano più a lungo rispetto agli altri; infatti, dopo il ritorno a Nazaret dall'Egitto, il fanciullo Gesù voleva farli a piedi e così la sacra famiglia decise di intraprendere il cammino insieme. Fu necessario andare lentamente perché Gesù incominciò subito a faticare a servizio dell'eterno Padre e a beneficio nostro, non volendo far uso del suo immenso potere per evitare la molestia del cammino. Si comportava, anzi, come uomo capace di soffrire lasciando alle cause naturali di conseguire i propri effetti, come la stanchezza, la fatica e il travaglio del cammino. Il primo anno in cui fecero tale viaggio, la divina Madre e il suo sposo ebbero cura di dare qualche sollievo al fanciullo Dio, prendendolo alcune volte in braccio. Questo riposo era molto breve e negli anni successivi ciò non accadde più. La dolcissima Madre non gli impediva questa fatica perché sapeva che egli voleva patire; nonostante ciò sia ella sia Giuseppe lo accompagnavano per mano. Quando il fanciullo era stanco e accaldato, la tenerissima e amorosa Madre, con naturale compassione, s'inteneriva e molte volte piangeva. Interrogandolo sul fastidio che sentiva e chiedendogli se fosse stanco, gli asciugava il divino viso più bello del cielo e degli astri. La Regina faceva tutto questo inginocchiata e con incomparabile venerazione. Il divino fanciullo le rispondeva con piacere e le manifestava il gusto con cui accoglieva quelle fatiche per la gloria del suo eterno Padre e per il bene degli uomini. Molta parte del cammino era occupata in ragionamenti e colloqui divini, come ho già detto negli altri viaggi.

740. Altre volte la gran Regina e signora rimirava e le azioni interne del suo Figlio santissimo e la perfezione dell'umanità unita alla divinità, la sua bellezza e le sue opere nelle quali si manifestava sempre più la grazia divina, e anche il modo in cui egli cresceva nell'essere e nell'agire da uomo vero. Maria, da parte sua, meditava tutte queste cose nel suo cuore compiendo, riguardo a tutte le virtù, eroici atti e ardendo, come grande incendio, nel divino amore. Guardava poi il fanciullo come Figlio dell'eterno Padre e vero Dio: senza venir meno all'amore di madre naturale e vera era attenta nel riverirlo come suo Dio e creatore. Di tutto questo contemporaneamente era capace quel candido e purissimo cuore. Molte volte, mentre il fanciullo camminava, il vento gli scarmigliava i capelli, quei capelli che crescevano non più del necessario e che non gli caddero mai fino a quando non gli furono strappati dai malfattori. Vedendo il suo figlio Gesù, la dolcissima Madre provava commozione e sentimenti colmi di soavità e di sapienza. In tutto quello che ella compiva interiormente ed esteriormente, era d'ammirazione agli angeli e di gioia al suo santissimo Figlio e creatore.

741. Nei viaggi che facevano al tempio, il Figlio e la Madre compivano azioni eroiche a beneficio delle anime: ne conducevano molte alla conoscenza del Signore, deviandole dalla via del peccato così che, giustificate, le dirigevano sul cammino della vita eterna. Operavano tutto ciò in modo occulto, perché non era ancora tempo che si manifestassero le virtù del Maestro. La divina Madre sapeva che queste erano le opere affidate al suo Figlio santissimo dall'eterno Padre e che dovevano essere eseguite in segreto, e perciò concorreva ad esse come strumento della volontà del riparatore del mondo ancora dissimulato e nascosto. Per comportarsi con sapienza in tutto, la prudentissima Madre consultava e interrogava sempre il fanciullo Dio su ciò che dovesse fare in quei pellegrinaggi e sui luoghi nei quali alloggiare. In queste circostanze la celeste Principessa sapeva che il suo Figlio santissimo disponeva dei mezzi opportuni per compiere le opere ammirabili previste e predeterminate dalla sua sapienza.

742. Pernottavano alcune volte nelle locande, altre in mezzo alla campagna, e il fanciullo Dio e la Madre purissima non si separavano mai. La gran Signora stava sempre col suo Figlio e maestro, scrutava con attenzione le sue azioni per imitarlo e seguirlo in tutto. Anche nel tempio si comportava allo stesso modo, guardando e conoscendo quali preghiere e quali domande il Verbo incarnato rivolgeva al suo eterno Padre. Ella vedeva anche come suo Figlio - nella sua umanità che lo rendeva inferiore al Padre celeste - si umiliasse e allo stesso tempo lo ringraziasse con la più profonda riconoscenza per i doni che aveva ricevuto. Alcune volte la beatissima Madre udiva la voce dell'eterno Padre che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Altre volte la gran Signora sapeva che il suo Figlio santissimo pregava per lei il Padre celeste, presentandola come sua vera madre. Questa cognizione era per lei d'incomparabile giubilo. Era a conoscenza anche della preghiera che egli rivolgeva per il genere umano offrendo le sue opere e le sue fatiche. La Madre lo accompagnava, imitava e seguiva anche in questo.

743. Succedeva anche che i santi angeli intonassero canti di lode con una musica soavissima al Verbo incarnato sia quando entravano nel tempio, sia durante il cammino. La felice Madre, udendoli, capiva tutti quei misteri e, ripiena di nuova luce e di sapienza, il suo purissimo cuore si accendeva e si infiammava di amore verso Dio. L'Altissimo le rinnovava doni e grazie che le mie limitate e inadeguate parole non sono in grado di descrivere. Il Signore, così, la preparava alle sofferenze che avrebbe dovuto patire. Molte volte dopo tali benefici, come in un quadro, le si presentavano tutte le ignominie, gli affronti e i dolori che il suo Figlio santissimo avrebbe sofferto a Gerusalemme. Affinché contemplasse tutto ciò nella profondità del dolore, sua Maestà soleva mettersi a pregare alla presenza della dolcissima Madre. Dal momento che ella lo guardava illuminata dalla sapienza e lo amava come suo Dio e insieme vero figlio, la sua anima veniva trafitta dalla spada che le aveva annunziato Simeone. Piangeva molte lacrime prevedendo le ingiurie alle quali il suo dolcissimo Figlio sarebbe stato sottoposto, le pene e la morte infame che gli avrebbero inflitto. Quella bellezza, la più grande tra tutti i figli degli uomini, sarebbe stata ridotta alla condizione di un lebbroso. Il fanciullo Dio, per mitigarle il dolore, spesso si rivolgeva a lei invitandola a dilatare il cuore con l'amore che aveva per il genere umano e ad offrire all'eterno Padre le pene di entrambi per la salvezza degli uomini. La beatissima Trinità si compiaceva dell'offerta che il Figlio e la Ma dre facevano insieme a beneficio dei credenti, in particolare per i predestinati che dovevano godere dei meriti della redenzione del Verbo incarnato. Questo era quanto compivano Gesù e Maria nei giorni in cui andavano a visitare il tempio a Gerusalemme.

 

Insegnamento della Regina del cielo

744. Figlia mia, se con attente e profonde riflessioni esamini la responsabilità dei tuoi doveri ti sembrerà più dolce e leggera la fatica, da me più volte consigliata, di adempiere i precetti e la legge santa del Signore. Questo deve essere il primo passo del tuo pellegrinaggio, come principio e fondamento di tutta la perfezione cristiana. Molte volte ti ho insegnato che l'osservanza dei precetti del Signore non deve essere tiepida e fredda, ma adempiuta con fervore e devozione. È proprio la devozione che non ti permetterà di accontentarti della comune virtù, ma ti farà avanzare con la volontà, aggiungendo per amore ciò che Iddio non ti impone come obbligo. Nella sua sapienza ha scelto la strada di essere debitore verso i suoi servi ed amici e vuole da te lo stesso. Considera, o carissima, che il cammino dalla vita mortale a quella eterna è lungo, pieno di insidie e di pericoli: lungo per la distanza, faticoso per la difficoltà, pericoloso per la fragilità umana e l'astuzia dei nemici. Inoltre, il tempo si è fatto breve e il fine è incerto, o felice o infelice, ma nell'uno e nell'altro caso irrevocabile. Dopo il peccato di Adamo le passioni sono potenti contro chi le segue, perché le loro catene sono forti e la guerra è dura; il piacere tocca e affascina facilmente i sensi. La virtù invece è più nascosta e lontana dalla conoscenza. Tutte queste cose insieme rendono il pellegrinaggio dubbio nella riuscita e pieno di pericoli e di difficoltà.

745. L'umana fragilità è soprattutto messa in pericolo dalla lussuria: un nemico che mai dorme, abita in noi e fa perdere a molti la grazia divina. Il modo più breve e sicuro per vincerlo è, per te e per tutti, disporre la vita nell'afflizione e nel dolore, senza concederti delle soste o permetterti il piacere dei sensi. Con questi stipulerai un patto inviolabile per non sbandare mai, piegandoti solo a ciò che il bisogno e la ragione concedono. A tale preoccupazione ne aggiungerai un'altra: desiderare sempre il beneplacito del Signore e raggiungere il fine ultimo al quale brami di arrivare. Ti conviene, allora, imitarmi assiduamente: a questo ti invito e ti chiamo col desiderio di vederti giungere al sommo grado della virtù e della santità. Considera la diligenza ed il fervore con cui compivo tante cose, non perché il Signore me lo ordinasse, ma perché sapevo che ciò era di suo gradimento. Moltiplica gli atti fervorosi, le devozioni, gli esercizi spirituali, le preghiere e le offerte all'eterno Padre per la salvezza degli uomini aiutandoli, come ti sarà possibile, con l'esempio e le ammonizioni. Consola gli afflitti, rianima i deboli, solleva i caduti, offri per tutti, se sarà necessario, il tuo stesso sangue e la tua stessa vita. Oltre a questo sii riconoscente verso il mio Figlio santissimo, perché egli sopportò amorevolmente l'ingratitudine degli uomini senza mancare di custodirli e di soccorrerli. Considera l'amore impareggiabile che egli nutrì e nutre verso di loro e rifletti su come io lo accompagnai e lo accompagno in questo bene. Voglio che con eccellente virtù tu segua il tuo dolce sposo e me, che sono tua maestra.

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