Abramo


È il padre dei credenti, capostipite del popolo ebraico (Gen. Il, 26·25, Il). Secondo le indicazioni bibliche (cf. Gen. 21, 5; 47, 9; Ex. 12, 40; I Reg. 6, l), A. nacque verso il 2000 a. C., un millennio prima della fondazione del tempio (a. 968 a. C.). Il sincronismo A. Hammurapi, dedotto da Gen. 14, pur identificando Hammurapi con 'Amrafel, rimane molto incerto, sia per tale identificazione, sia per l'incertezza del tempo in cui visse Hammurapi (v. cronologia).

La famiglia di A. era idolatra (Ios. 24, 2); Dio stesso si rivela ad A. per farne il capostipite di una nazione che conservi l'idea e il culto del vero Dio, e dalla quale uscirà la salvezza del genere umano. A. abitava, con le tende e le sue greggi, nella regione di Ur, sacra al dio-luna, nella Mesopotamia meridionale. Il Signore disse ad A.: «Vattene dalla tua terra e dalla tua patria... verso la regione che ti mostrerò. Ti farò divenire una grande nazione... In te saranno benedette tutte le nazioni della terra» (Gen. 12, l ss.). «Per A. e i suoi posteri, culminanti in Gesù, la salute messianica sarà estesa a tutti i popoli. Così si va perpetuando e precisando la promessa fatta da Dio ad Adamo (Gen. 3, 15) e la predizione di Noè a Sem» (A. Vaccari).

La Genesi, riconnette A. e i suoi agli Aramei (cf. Il, 28 nativo di Ur; 25, 20 Bathuel e Labano son detti aramei da Padan-Aram; 31, 47 la loro lingua è detta aramea); una tavoletta cuneiforme di Puzurisdagan (archivio di Drehem) anteriore al 2000 a. C., attesta la presenza degli Aramei in Mesopotamia (Rivista Biblica, 1 [1953], 64 s.). Il nome A. risponde all'accadico A-ba-ra-ma (abu = padre, ra-ma e ra-am = forma verbale da ràmu «amare»), attestato come nome di persona al tempo di Ur III (2070-1963 a. C.): N. Schneider, in Biblica, 33 (1952), 516-19.

La famiglia di A., lasciata Ur, probabilmente durante i torbidi verificatisi alla caduta della III dinastia, si trasferì verso il nord a Harran. Qui, morto il padre, A. ebbe l'invito definitivo del Signore. A 75 anni A., con la moglie Sara, il nipote Lot e con le sue greggi e i suoi servi (cf. Gen. 14, 14), entra in Canaan, la regione indicatagli da Dio. Si ferma nei pressi di Sichem, di Bethel, scendendo dal nord verso il sud; spostandosi com'è costume dei seminomadi; e sempre eleva, dove pone le sue tende, un altare per immolare al vero Dio (Gen. 12, 4-9).

Spinto dalla carestia discende nel fertile Egitto. Dio protegge visibilmente A. e Sara, dalla corruzione là dominante (Gen. 12, 10·20) ed A. se ne ritorna arricchito in Canaan. Esemplare dell'uomo religioso, per la fede e l'ubbidienza assoluta a Dio (Rom., 4; Hebr., 11, 8 s); per la sua benevolenza e l'amore per la pace, ad evitar liti tra i pastori suoi e di Lot, A. invita questi a scegliere la regione che predilige. Lot si dirige verso Sodoma e Gomorra a sud del Mar Morto; A. a nord, nella regione di Hebron (Gen. 13), presso il querceto di Mambre.

In una grossa razzia, schiere provenienti fin dalla Mesopotamia (i monumenti parlano di un re di Larsa = Ellasar, vissuto in quel tempo e chiamato Warad-Sin, in sumerico Eriaku = Arioc; i due elementi del nome Codorlaomer = Kudur e Lagamar, occorrono più volte nei nomi propri delle antiche tradizioni elamite, benché il nome così composto non si sia ancora trovato; Tidaal è identico a Tudhalias, nome che portano nei monumenti cuneiformi parecchi re degli Hatti o Hittiti), depredata la Transgiordania da nord a sud, sconfissero, gli eserciti della Pentapoli (regione di Sodoma) e menarono via, tra il bottino, Lot, la sua gente e i suoi beni (Gen. 14, 1-12).

A., avvisato, con 300 suoi servi insegue la retroguardia, con abile attacco la sorprende e sconfigge, riprendendo quanto i razziatori avevano depredato.

Incontro al vittorioso muove Melchisedec, re e sacerdote, portando ai combattenti pane e vino, dopo averne offerto, come di consueto, in sacrificio all'Altissimo. A. gli offrì la decima parte del bottino. Anche il re di Sodoma va incontro ad A.: «Dammi le persone (razziate) e pigliati tutto il resto»; ma A., nel suo disinteresse, gli restituisce anche la roba (Gen. 14, 13-24), E il Signore lo premia: «Io sono tuo scudo; la tua ricompensa è grande assai» (Gen. 15, 1).

Ma Sara non aveva la fede di A.; gli diede in moglie Agar, sua schiava, per averne un figlio che, secondo il diritto del tempo (codice di Hammurapi, art. 144-146), era considerato figlio della padrona. Nacque così Ismaele (Gen. 16). Questi diverrà capostipite di un grande popolo (gli Arabi); ma non è lui che Dio ha scelto per trasmettere il suo disegno di salvezza, bensì il figliuolo che nascerà più tardi dalla sterile Sara (Gen. 21; cf. Gal. 4, 22·31; Rom. 9, 6-9).

E il Signore si degna concretizzare la sua promessa in un patto solenne con A. (v. Alleanza), nel quale impegna la sua santità, la sua onnipotenza (Gen. 15). A. spacca una giovenca e due capri; ne dispone di fronte le metà; un fuoco celeste consuma ogni cosa; i membri del patto diventano un'unità inscindibile, come lo erano state quelle parti allora consumate dal fuoco.

Da parte sua A. s'impegna al culto del vero Dio. Segno esterno di questo impegno, di questo sacro legame di A. e dei suoi discendenti con l'Eterno è la circoncisione (Gen. 17, 1-14).

Tre angeli, mandati da Dio, annunziano ad A. e a Sara la nascita di Isacco (Gen. 18, 1- 15).

L'amico di Dio. Il Signore svela ad A. l'imminente distruzione di Sodoma e Gomorra, per i gravi peccati contro natura e la mancanza di ogni bontà (Ez. 16, 49). Per la preghiera di A., Dio è disposto al perdono, ma la perversità è affatto generale (Gen. 18, 16-33). Dio salva soltanto, per il giusto A., Lot e le sue figlie; mentre tutta la regione, ricca di zolfo e di bitume, è in eruzione, s'incendia e s'inabissa, e viene quindi ricoperta dalle acque del Mar Morto (Gen. 19, 15·19). La moglie di Lot si attarda a rimpiangere le proprie robe in preda alle fiamme; raggiunta da emanazioni sulfuree, perì; il suo cadavere, rivestito da incrostazioni saline, sembrò una statua di sale (Sap. 10, 7; Lc. 17, 32).

Da Mambre A. passò nel Negheb; quindi a 100 anni ebbe l'atteso figliuolo, erede delle promesse divine, Isacco. Dopo alcuni anni, Sara pretese l'allontanamento d'Ismaele, che A. accettò solo dietro cenno del Signore (Gen. 21, 1-21), essendo la richiesta contraria alle leggi, ai costumi del tempo (cf. Codice di Hammurapi, art. 170).

Santità di A. Dio gli ordina di immolargli su un monte che gl'indicherà, Isacco. A. ubbidisce; lasciato vicino alla cima l'asino e il servo, dispone sulle legna l'innocente figliuolo; mentre leva il coltello per sacrificarlo, un angelo gli ferma il braccio; un ariete è lì vicino impigliato e servirà per il sacrificio. «Ora so che temi Dio, non avendo mi rifiutato il tuo figlio, il tuo unigenito. Nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti della terra» (Gen. 22).

Sara morì ad Hebron, a 127 anni; A. la seppellì nella grotta di Macpelah, che a tale scopo acquistò allora dagli Hittiti, padroni del luogo. È il primo possesso stabile degli Ebrei in Canaan (Gen. 23). Mandò il suo servo Eliezer a scegliere ad Isacco una moglie tra i suoi parenti a Harran (Gen. 24). A., dopo la morte di Sara, sposò Cetura, da cui nacquero i capostipiti di varie tribù nomadi e semino ma di vaganti nel sud della Palestina (Gen. 25, 1-6). Morì a 175 anni e fu sepolto da Isacco ed Ismaele accanto a Sara, nella medesima grotta (Gen. 25, 7-11).

Il posto di A. nel Vecchio Testamento è unico; come unica la sua vocazione, la sua missione; emerge la sua fede in Dio, accompagnata da una confidenza illimitata, e la sua bontà, la delicatezza della sua ospitalità, e l'intervento a favore delle città peccatrici. «Padre A.», quest'espressione del vangelo (Lc. l, 73; 3, 8; 13, 16 ecc.) è esattamente nella linea del Vecchio Testamento: A. è il capostipite della razza, il padre d'Israele (Gen. 17, 4 s.; Ex. 3, 15; 10s. 24, 3; Is. 51, 2); uno dei titoli più cari e preziosi di questo popolo è di potersi chiamare «stirpe di A.» (Ex. 32, 13; 33, l; Deut. 1, 8; Is. 41, 8 ecc.). Padre di una discendenza religiosa (Gen. 12, 2), indefinita (13, 3). Ogni qualvolta i profeti accennano all'estensione della benedizione di Iahweh al mondo intero (Ier. 4, l; Zach. 8, 13; Ps. 47, 10), richiamano il posto centrale che A. ebbe in tali prospettive.

Quando Israele medita sulla sua vocazione nel mondo, sulla salvezza di cui è veicolo e apportatore, ritornano spontanei alla sua mente il ricordo e il nome di A. (Is. 51, 2 s.; 63, 16; Ez. 33, 24-29; 37, 11-14).

La storia d'A. prende così un senso profetico: annunzio e pegno delle più mirabili manifestazioni della potenza di Dio, che opera allo stesso modo quando identiche si ripresentano le circostanze umane; cf. Is. 54, 1 ss., dove sono manifesti i riferimenti a Gen. 28, 14; 22, 17; 24, 60.

Uomo di Dio, o "servo di Iahweh" (Ex. 3, B; Deut. 9, 27; Ps. 105, 2,42), A. riceve il titolo eccezionale di "amico di Dio" (Is. 41, 8; I Par. 20, 7; Dan. 3, 35); e Iahweh è detto "il Dio di A." (Gen. 26, 23; 28, 13 ecc. Ex. 3, 15 s. ecc.), e questa definizione proviene molto spesso dalla stessa bocca di Iahweh; "dio d 'A." particolarmente per l'alleanza sancita con lui; cf. Mc. 12, 26; Mt. 22, 32.

A., in realtà, rimane nella storia della salvezza come le fondamenta in una costruzione. Nel Nuovo Testamento A. è il più ricordato dei Patriarchi e dei santi del V. T. (ca. 72 volte), particolarmente nella dimostrazione che le promesse a lui fatte si realizzavano nel Cristo e nella Chiesa da lui iniziata (Lc. l, 55.73; Mt. 1, 1; Lc. 3, 34; specialmente Gal 3, 16 ss. 29; Rom. 4). La sua fede è celebrata in Hebr. 11, 8-19; Iac. 2, 21 ss. Padre di tutti i credenti (Rom. 9, 7 ss.; Gal 3, 6-9).

Gesù stesso richiama per Zaccheo il titolo di "figlio di A." (Lc. 10, 9; 13, 16); tanto ambito dai farisei (Mt. 3, 9; Lc. 3, 8; Io. 8, 39); ma dichiara che a nulla vale la discendenza carnale, quel che importa è l'imitazione delle opere di A. (Io. 8, 33-34). A. accoglie nella beatitudine eterna, quanti, giudei e gentili, praticano la giustizia (Lc. 13, 28; 16, 22.30). Dall'incontro di A. con Melchisedec (Gen. 14, 17-24: Melchisedec benedice A . e questi gli dà la decima parte del bottino), s. Paolo argomenta la superiorità del sacerdozio di Cristo, simboleggiato da Melchisedec, sul sacerdozio ebraico, i leviti discendenti di A. (Hebr. 7).
[F. S.]

BIBL. - L. PIROT, in DBs, I, coll. 8-28; P. DHORME, in RB, 37 (1928) 367-85. 481-511; 40 (1931) 364-74. 503-18; R. DE VAUX. in RB, 53 (1946) 321-48; J. STARCKY-J. GUILLET- P. DEMANN, Abraham, père des croyants, in Cahiers Sioniens, giugno 1951, n. 2.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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