Apocrifi


Per i cattolici gli apocrifi sono scritti che, non essendo ispirati, non furono ammessi nel canone dei libri sacri, benché sia per il titolo che per il contenuto ostentassero autorità divina e ispirazione, od anche, una volta, considerati canonici almeno da parte di alcuni scrittori o di qualche chiesa particolare. I protestanti chiamano apocrifi i nostri deutero-canonici (v. canone), e pseudepigrafi i nostri a. Il concetto corrisponde alla denominazione di "libri estranei" (hisonim), usata dagli ebrei, partendo dal II sec. d. C., per i libri fuori del canone palestinese, la cui lettura era stata vietata. Il nome, invece, *** "nascosto, messo in nascondiglio" è uguale a genuzim, "rotoli scartati dalla circolazione e messi in geniza, nascondiglio"; nelle sette religiose e filosofiche dell'antichità, il termine viene conferito agli scritti fondamentali contenenti le dottrine esoteriche.

A. del Vecchio Testamento. Il processo letterario che consiste nell'attribuire una composizione ad un personaggio biblico, frequente dopo l'esilio (Iob, Cant., Eccle.), diventa comunissimo partendo dal II sec. d. C. Pur non escludendo la probabilità di datare certi scritti all'epoca persiana ed ellenistica, la fioritura di questa letteratura pseudonima abbraccia i due secoli prima e i due dopo C. Il genere letterario prevalente è quello apocalittico. Non mancano però le composizioni con tendenza halachica o giuridica, a scopo di spiegare la Legge mosaica e precisarne le applicazioni; gli scritti haggadici o morali, ad ampliamento pseudostorico delle narrazioni bibliche, che servon di base alle pie esortazioni ossia all'insegnamento e alle speculazioni etiche; le composizioni gnomico-sapienzali; commentari ... È caratteristico poi il miscuglio dei differenti generi in una stessa composizione. Questi libri tradotti dall'ebraico o dall'aramaico in greco, e almeno in parte, accettati dai cristiani, spesso tramite i giudeo-cristiani, giunsero fino a noi nella versione greca e nelle recensioni; latine, etiopiche, siriache, paleoslave ecc. Molti furono ritoccati dai cristiani, anzi rielaborati a fondo, se non addirittura composti integramente e con visibili riferimenti alle tradizioni giudaiche. Si è convenuto di escludere dal corpo degli apocrifi dell'Antico Testamento gli scritti ebraici antichi, come p. es. le parole di Ahiqar (pap. di Elefantina, v sec. a. C.), le opere di Flavio Giuseppe e di Filone Alessandrino; va pure esclusa la letteratura nettamente settaria degli Esseni di Kh Qumran, non però i libri apocrifi senza impronta essena trovati nelle stesse grotte. Gli apocrifi ora delineati, si classificano in Palestinesi (I) e Alessandrini (II), salvo che, per ragioni di comodità, i libri omonimi debbono mettersi insieme.

(I)
Libro di Enoch (il I Enoch, Enoch etiopico), è il più importante e di larga influenza, tipico della teologia giudaica negli ultimi secoli a. C. È diviso, dall'autore stesso, in cinque parti. Nella prima (cc. 1-36), Enoch annunzia il giudizio ultimo, racconta la caduta degli Angeli, descrive due viaggi d'oltre tomba. La seconda (cc. 37-69) in tre magnifiche "parabole" presenta i novissimi: la sorte dei giusti e degli empi, il giudizio messianico realizzato dal Figlio dell'Uomo, la felicità degli eletti. La terza (cc. 72-82) contiene un trattato astronomico. Nella quarta (cc. 83-90) è descritto il diluvio e, sotto i simboli di bestie, la storia del mondo; contenuto analogo offre l’"apocalisse delle settimane" nei cc. 91 e 93. La quinta (cc. 91-105) contiene delle esortazioni ai giusti e delle maledizioni contro gli empi. Vi sono inoltre parecchi passi desunti dal libro di Noè (p. es. c. 106 s.), appena ritoccati.

Gli inizi della letteratura enochica risalgono ad epoca antica. La redazione delle parti separate è da mettersi nei due secoli a. C. La rielaborazione superficiale e la compilazione definitiva del "corpus" eterogeneo attuale deve essere attribuita ad un Esseno, forse del I sec. d. C., non escluso però l'ambiente giudeo-cristiano fra le due guerre (70-132).

Tra i mss. di Qumran sembra che manchi l'originale del I Enoch, nonostante che siano stati trovati frammenti della parte I e IV; frammenti di un ampio trattato astro. logico, riassunto nella parte III; frammenti delle parabole di Enoch, differenti da quelle della parte II; del libro di Noè (in ebr.; gli altri in aram.). Fino al III sec. d. C. certe parti dell'Enoch, ormai tradotto in greco, circolavano separatamente, specie la parte V sotto il titolo "La lettera di Enoch", conservata nel pap. Chester Beatty-Michigan (ed. C. Bonner, Londra 1937).

Libro dei secreti di Enoch (il II Enoch). Descrive il viaggio di Enoch attraverso i sette cieli, presentando così un insieme caratteristico delle credenze di un ambiente ebraico della diaspora alessandrina nel I sec. d. C., forse attribuibile ai Terapeuti (v.), fratelli egiziani degli Esseni. Il libro, composto in greco, conosciuto da Origene e dai talmudisti, poi perduto e dimenticato, fu ritrovato alla fine del secolo passato nella versione paleoslava.

Giubilei (Letpogenesis). Il libro è chiamato così, perché divide la storia del mondo nei periodi di 49 anni; dalla creazione fino alla rivelazione sul M. Sinai si avrebbero 49 giubilei. Sotto la forma delle rivelazioni fatte da Dio a Mosè, contiene la parafrasi della Genesi e dei primi capitoli dell'Esodo. La prima redazione risale forse al III sec. a. C., la definitiva alla metà del II. Lo scritto godeva di grande autorità fra gli Esseni, i quali adoperavano il calendario caratteristico di questo libro. Tra i manoscritti di Qumran si sono trovati finora frammenti dei 4 esemplari dei Giubilei, esibenti un testo ebraico notevolmente identico con quello delle versioni secondarie conservate, l'etiopica e la latina. Ci sono anche i resti di una recensione siriaca (E. Tisserant, in RB, 30 [1921] 55- 86.206-32).

Testamento di Levi. Questo scritto aramaico molto antico, forse dell'epoca persiana, utilizzato nel I Enoch, nei Giubilei e riassunto nel Testamento di Levi dell'a. seguente, non è conservato che nei frammenti della Geniza Cairense (in JQR, 12 [1900] 651-61; 19 [1907] 566-83; R. H. Charles nell'edizione dei Testamenti dei XII Patriarchi, insieme con un frammento greco) e della grotta prima e quarta di Qumran. La parte principale contiene le prescrizioni rituali per il servizio del Tempio.

Testamenti dei XII Patriarchi. Sotto la forma delle ammonizioni impartite dai figli di Giacobbe sul letto di morte, divise schematicamente in tre parti: storia, parenesi, profezia, il libro contiene "summam theologiae moralis" degli ambienti pietistici del giudaismo, quasi all'affacciarsi dell'era cristiana. Le considerazioni etiche sulle virtù e i vizi e le speculazioni dualistiche su due spiriti e due vie sono intrecciate con elementi haggadici (p. es. guerre di patriarchi nel Testamento di Giuda), rituali, polemistici (contro il sacerdozio ufficiale), escatologici (i due Messia, tre o sette cieli). I prototipi di taluni testamenti sono probabilmente assai antichi. Una fase di questa letteratura è fissata da E. J. Bickerman ai primi del II sec. a. C. (in JBL, 69 [1950] 245.60). La compilazione attuale, datata di solito all'inizio del l sec. a. C., risale piuttosto al periodo fra le due guerre giudaiche, poiché sembra che manchino gli esemplari dei Testamenti fra i manoscritti di Qumran. Del testo originale, probabilmente ebraico, si è conservata la versione greca, dalla quale derivano l'armena e la slava.

Salmi di Salomone. Collezione di 18 salmi, redatti in ebraico da uno o più autori d'impronta farisaica, tra gli anni 80 e 40 del I sec. a. C., principalmente sotto l'impressione della presa di Gerusalemme da parte di Pompeo (a. 63). La versione greca si trova nelle edizioni dei LXX; la siriaca nell'edizione di J. R. Harris e A. Mingana, Manchester 1916·1920 (nei manoscritti siriaci vi sono anche le Odi di Salomone, scritto cristiano- settario del III sec. d. C.).

Assunzione di Mosè: Prima di morire, Mosè rivela a Giosuè le sorti d'Israele dalla conquista della Palestina fino alla morte d'Erode il Grande (4 a. C.). Non ne resta che la traduzione latina in un manoscritto dell'Ambrosiana.

Ascensione d'Isaia. In uno scritto cristiano del III-IV sec. è stata incorporata la narrazione del martirio d'Isaia, d'origine giudaica (I sec. d. C.). Conservato completo nella versione etiopica e frammentario nella greca (pap. Arnherst l) e latina. Vite dei Profeti. I brevi racconti delle vite dei profeti, raccolti dalle tradizioni popolari ebraiche, furono ampliati dai cenni dottrinali ed esegetici negli ambienti giudeo-cristiani verso la fine del I sec. d. C. Del testo greco c'è una recente edizione di C. C. Torrey, Philadelphia 1946.

Antichità Bibliche di Ps.-Filone. Riassunto haggadico dei primi libri della Bibbia, con la storia dei Giudici prolissamente trattata. Furono probabilmente scritte negli ultimi anni del I sec. d. C.; conservate nella versione latina (G. Kisch, Notre Dame, Indiana, 1949). IV Esdra. È forse il più bel libro che la letteratura apocrifa ebrea ci abbia trasmesso. Godette della più grande diffusione nell'Oriente e nell'Occidente cristiano e ricevette, nel corso della sua trasmissione, alcune aggiunte cristiane. L'apocrifo giudeo non comprende che i cc. 3-14 della versione latina (nell'appendice della Volgata), i cc. 1-2 costituendo il V Esdra ed i cc. 15-16 il VI Esdra. Si divide in sette visioni. Con un linguaggio potente l'autore, ebreo ortodosso della scuola moderata, verso l'a. 100 d. C., domanda a Dio le ragioni delle calamità che opprimono il popolo Eletto, discute il problema del male, senza arrivare a delle soluzioni soddisfacenti, contempla l'era escatologica imminente, il Giudizio (pochi salvati), la gloria futura di Gerusalemme. Ne dipendono gli scritti omonimi, cristiani e tardivi, quali L'apocalisse greca di Esdra e La visione dello stesso Esdra.

II Baruc (Apocalisse siriaca di Baruc). Senza divisioni nette, il libro tratta gli stessi problemi che il IV d'Esdra, presentando però una escatologia differente e dando una apocalisse originale della storia del mondo (cc. 53.76). Appartenente alla scuola rabbinica più rigorosa, l'autore doveva vivere sotto Traiano o Adriano. Il libro non è conservato che in un unico manoscritto, quello della Peshitto milanese, insieme con il IV Esdra. In parecchi manoscritti, invece, si ritrova La lettera di Baruc alle nove tribù e mezza (cc. 78- 87). Un po' posteriori sono due scritti omonimi: il III Baruc (Apocalisse greca di B.) e il IV Baruc (Resti delle parole di B., Paralipomeni di Geremia). Al II sec. d. C. sembrano pure datarsi Testamento di Giobbe, conservato in greco, e Vita di Adamo ed Eva, in latino, greco, armeno, slavo (pubblicata sotto il titolo erroneo Apocalisse di Mosè).

(II)
III Esdra. Presenta la traduzione greca di varie sezioni dei libri canonici: Par.-Esd.-Neh. ed in più un punto proprio (cc. 3, 1.5, 6): la disputa di tre guardie del corpo dinanzi a Dario I, la terza disputa è vinta da Zorobabel con l'encomio della Verità-Sapienza. Nei LXX è messo in primo posto come I Esdra, nell'appendice della Volgata come III Esdra. III libro dei Maccabei. Questo romanzo edificante racconta una pretesa persecuzione degli Ebrei alessandrini da parte di Tolomeo IV Filopatore (221-204), conclusa si con un riscatto miracoloso, di cui si fa una commemorazione annuale. Fu composto in Alessandria nel I o nel II sec. d. C. È considerato canonico nella Chiesa greca, siriaca, armena.

IV dei Maccabei. Diatriba stoica, scritta sull'apparire dell'era cristiana per dimostrare che "la ragione diretta dalla pietà (***) possiede il potere sovrano sopra le passioni"; dopo le prove teoriche filosofiche, si danno gli esempi storici: Onia e Apollonio, martirio di Eleazaro, martirio dei sette fratelli e della loro madre. Si trova in parecchi manoscritti dei LXX, della Peshitto, della Volgata. Lettera di Aristea. È una apologia del giudaismo, scritta verso l'a. 100 a. C., attribuita ad un pagano, Aristea, ufficiale di Tolomeo II Filadelfo (285-245). Tema centrale è la storia della traduzione greca del Pentateuco fatta dai 72 traduttori verso l'a. 250, alla quale non si può negare un nucleo storico.

Oracoli sibillini. Accanto alla vasta letteratura sibillina pagana, circolavano dal II sec. a. C. gli scritti sibillini degli Ebrei alessandrini. Fra i 12 libri superstiti, d'origine giudaica e relativamente immuni delle aggiunte cristiane sono i libri: III (I sec. a. C.), IV (dopo l'a. 79 d. C.), V (sotto M. Aurelio). Negli altri libri, elementi giudaici si mescolano con quelli pagani, cristiani, giudeo-cristiani, gnostici, eretici. Di origine alessandrina è anche La preghiera di Manasse, che si trova nell'appendice della Volgata.
Un frammento papiraceo di uno scritto ebreo del I sec. d. C. è stato pubblicato da P. Benoit (in RB, 58 [1951] 549-65).

Si notino, infine, gli apocrifi cristiani del III-IV sec., che utilizzano le tradizioni giudaiche: parecchi libri di Adamo e Eva, Apocalisse di Abramo, Testamenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, Apocalissi di Elia e di Sofonia, Apocalisse di Sedrach, Apocrifo di Ezechiele, Storia di Giuseppe e Aseneth.
[J. T. M.]

BIBL. - Edizioni dei testi tradotti: E. KAUTZSCH, Die Apokryphen und Pseudepigraphen des A. T., Tubingen 1900 (antiquato); R. H. CHARLES, The Apocrypha and Pseudepigrapha of the O. T., Oxford 1913 (il migliore); P. RIESSLER, Altjudisches Schrijttum ausserhalb der Bibel, Augsburg 1928 (catt., il più completo, poco critico). Introduzioni: J.-B. FREY, nel DBs, I, 354-459; C. C. TORREY, The Apocryphal Literature, New Haven 1945; R. H. PFEIFFER, Il giudaismo nell'epoca neotestamentaria, Roma 1951.

A. del Nuovo Testamento. Gli a. imitano quanto al soggetto e alla forma i libri sacri; vengono pertanto raggruppati e nettamente distinti, secondo il canone (v.) di questi ultimi, in Evangeli, Atti, Epistole e Apocalissi. Essi cercano di soddisfare la curiosità, completando omissioni, sviluppando accenni dei libri ispirati - forse conservando rare volte qualche tradizione antica -; così gli evangeli a. si dilungano specialmente sull'infanzia del Redentore, sulla vita della Vergine, sulla vita di s. Giuseppe, e sulla passione del Redentore e la sua discesa agl'inferi.

In questi racconti, inoltre, primeggia spesso un motivo dogmatico; far risaltare la verginità della Madonna, la divinità di Gesù Bambino, ecc., inserendo miracoli di ogni specie, fantastici e spesso del tutto grotteschi, se non irriverenti. Tutto in stridente opposizione con la freschezza, la semplicità e l'estrema e concisa precisione degli scritti ispirati.

Gli a. che affondano le loro radici nello gnosticismo o altre sette eretiche, hanno per scopo la divulgazione e l'attestazione delle rispettive eresie.
Non meraviglia dunque il rigore con cui la Chiesa dal v sec. in poi reagì contro gli a., che si erano moltiplicati nel corso dei primi secoli, ordinandone e curandone la distruzione. Ben pochi pertanto arrivarono fino a noi e raramente nella lingua originale; di molti conosciamo qualcosa, e talvolta soltanto il nome, dagli scritti Patristici; e ben difficile riesce pertanto definirne il contenuto e la natura. Gli a. comunemente catalogati, sono i seguenti.

I. Evangeli a. - Vangelo dei Nazorei, ritenuto dallo Schoeps (1949) per un targum aramaico di Mt. greco, traduzione libera ma senza tendenza eretica fatta verso la fine del I sec., per proprio uso, da un gruppo giudeo-cristiano, appartenente alla Chiesa di Palestina. S. Girolamo (+420) ha potuto conoscere e tradurre in greco e in latino copia di questo testo a Berea (Aleppo).

L'Evangelo degli Ebioniti, chiamato ancora Evangelo secondo gli Ebrei, o Evangelo dei dodici Apostoli, secondo lo Schoeps, sarebbe una traduzione greca rimaneggiata dell'Evangelo dei Nazorei con aggiunte eretiche, per sostenere e diffondere le dottrine ebionite. Questo a. ci è noto per le citazioni di s. Epifanio; ma se ne possono ritrovare numerosi brani nelle Omelie attribuite a s. Pietro (***), documenti ebioniti della letteratura pseudo-clementina (Waitz; Schoeps). Cf. H. J. Schoeps, Theologie und Geschichte des Judenchristentums, Tubinga 1949; RH, 57 (1950) 604-9.

L'Evangelo secondo gli Egiziani è ricordato dagli scrittori ecclesiastici del III e IV sec. come in uso negli ambienti eretici del loro tempo; secondo s. Epifanio (377), i Sabelliani, nel III sec., ne traevano la loro dottrina di una sola persona divina sotto tre aspetti o modi; i Naasseni (Philosophumena V, 7) vi appoggiavano le loro speculazioni sulla costituzione dell'anima; Origene (Hom. 1 in Lc.) lo pone alla testa degli evangeli eretici. Clemente Aless. è il padre più antico che cita questo a. e di cui ha conservato l'unico frammento (Strom. III, 6.9a.13): è il passo da cui gli Encratiti traevano la condanna del matrimonio. «Fino a quando gli uomini morranno»?, chiede Salome. Gesù risponde: «Fino a che le donne partoriscono». «Ho fatto bene dunque a non partorire». E Gesù: «Mangia di ogni pianta; ma non mangiare la pianta che ha l'amarezza (il matrimonio)». Scritto in greco verso la metà del II sec., in Egitto.

Il Protovangelo di Giacomo è il migliore rappresentante degli evangeli dell'infanzia. Il titolo in uso è dello scopritore G. Postel (sec. XVI), nei manoscritti greci abbiamo: Storia di Giacomo sulla nascita di Maria; l'ignoto autore si finge infatti Giacomo "fratello" (cugino) del Signore.

L'a. consta di 25 cc.: 1-17 danno la storia della Beata Vergine prima dell'Annunciazione, con i nomi dei genitori Gioacchino e Anna, la presentazione di Maria al Tempio, sposalizio con s. Giuseppe, ecc.; 18-25 ripigliano la narrazione degli evangeli canonici dell'infanzia (Mt. 1-2; Lc. 1-2), aggiungendo o ampliando particolari: ad es. la prova della verginità di Maria, dopo la nascita di Gesù, per opera di due levatrici; l'uccisione di Zaccaria, ad opera di Erode, perché non voleva svelare il nascondiglio di Elisabetta col piccolo Giovanni, sfuggiti alla strage degli innocenti, ecc. Questi stessi temi si ritrovano nel Vangelo dello pseudo Matteo (42 cc.), che si dà nel titolo come versione, fatta da s. Girolamo, di un protovangelo ebreo di Matteo. È un adattamento in latino (VI sec.) del Protovangelo di Giacomo, con revisioni ed aggiunte. L'Evangelo della Natività di Maria è una semplice revisione del precedente, in soli 10 cc. (sec. IX).

Il Protovangelo di Giacomo consta di due scritti indipendenti della prima metà del II sec., uno sull'infanzia di Maria, l'altro sulla nascita di Gesù. La compilazione attuale non è anteriore al V sec. Ebbe enorme diffusione e fortuna; ispirò la liturgia, poeti e pittori. Esistono tre traduzioni in italiano: E. Pistelli (1919 Lanciano); L. Bonaccorsi (Firenze 194.8); C. Rotunno (Venezia 1950). Da esso la liturgia, oltre ai nomi di s. Anna e s. Gioacchino, ha preso la festa della Presentazione di Maria SS. al Tempio. Ma la narrazione dell'a. congegnata sulla falsariga della nascita e dell'offerta del piccolo Samuele (1Sam 1) non offre molte garanzie di storicità. (Cf. J. J. Weber, La Vierge Marie dans le N. T., Parigi 1951).

Il Vangelo di Tommaso, dagli antichi segnalato come opera di eretici gnostici, del II sec., ci è pervenuto in due recensioni in greco, una di 19 cc. e l'altra di 11. Esse non offrono idee gnostiche, ma raccontano numerosi miracoli, quasi tutti puerili, attribuiti all'infanzia di Gesù, dai cinque ai tredici anni, che vorrebbero esaltare la onnipotenza e l'onniscienza del divino Bambino. Il testo primitivo ha dovuto subire varie trasformazioni, anche da parte di qualche autore cattolico fin dal III sec.

Il Vangelo di Pietro è ricordato per la prima volta (verso il 190) da Serapione, vescovo di Antiochia, che lo attribuisce ai Doceti. Nel 1887 fu ritrovato nella tomba di un monaco di Akmim (Alto Egitto) un papiro con un brano di questo a. Il frammento contiene il racconto della Passione a partire dal momento in cui Pilato si lava le mani, e prosegue fino all'apparizione dell'angelo alle pie donne dopo la risurrezione di Gesù; presenta tracce di docetismo. Salvo aggiunte di particolari fantastici, la narrazione segue il racconto dei libri sacri.

L'Evangelo arabo dell'infanzia consta di 55 cc.; i primi 9 seguono la narrazione di Mt. e Lc. dalla nascita di Gesù alla fuga in Egitto; i cc. 10-25 raccontano numerosi episodi meravigliosi verificatisi nella fuga e nella dimora in Egitto; i rimanenti, col ritorno in Giudea, narrano i prodigi operati da Gesù, fino all'età di dodici anni (in questi dipende dall'Evangelo di Tommaso). Le storie si svolgono come i racconti delle Mille e una notte; vi si parla di sortilegi e di dragoni; vi figurano principi e principesse. Fu compilato tardi, nel IV o V sec. e se ne trovano tracce nel Corano.

La Storia di Giuseppe il falegname, conserva taci in arabo e in latino (32 cc.), è il racconto della vita, della morte e dei funerali di s. Giuseppe, che Gesù avrebbe fatto ai suoi discepoli sul monte degli Ulivi. Fu scritto in greco, nel sec. IV o V, in Egitto. Il Vangelo di Nicodemo, conosciuto sotto questo titolo fin dal sec. XIII, consta di due parti, originariamente indipendenti. La prima (Atti di Pilato) offre un resoconto particolareggiato - attribuito a Nicodemo - del processo di Gesù davanti a Pilato (cc. 1-11); della risurrezione e della condotta del Sinedrio dopo la Crocifissione (cc. 12-16). L'altra (Discesa del Cristo agli inferi) è una descrizione pittoresca della discesa di Gesù tra i defunti, attribuita a due testimoni oculari, Lucio e Casinio, figli del vecchio Simeone, risuscitati dal Risorto. I due scritti sono del sec. IV. La recensione latina, in fondo, riferisce una lettera, sec. XIII-XIV, di Lucio Lentulo (preteso successore di Pilato!) al Senato romano, la quale descrive la fisonomia di Gesù. Il Passaggio o Morte di Maria che nei manoscritti greci s'intitola: Narrazione di s. Giovanni il teologo sulla dormizione della santa Madre di Dio, è una composizione in greco del IV o V sec. sulla morte e assunzione della Madonna.
II. Atti a. - Atti di Pietro. Originariamente (fine del II sec.) l'a. era un ampio racconto della vita e del martirio di san Pietro.

Nei frammenti superstiti viene narrato il viaggio di Paolo in Spagna (1-5); la venuta di Pietro a Roma, per ordine del Signore, per lottare contro Simone Mago (vuol essere un complemento di Act. 8, 9-23). L'apostolo, infatti, con le sue preghiere, lo fa precipitare dall'aria dove si era sollevato con le sue arti magiche, e schiacciare al suolo (6-32). (1.a p. Actus Petri cum Simone. Codice Vercellense, sec. VII; ma il resto è del sec. III). Per la sua predicazione sulla continenza molte donne si separano dai loro sposi, e Pietro, cercato a morte, si allontana da Roma; ma appena uscito da essa gli si fa incontro Gesù. «O Signore dove vai» - Domine quo vadis? - E il Signore: «Vengo a Roma per essere di nuovo crocifisso». Pietro comprende, e lieto rientra; è preso e crocifisso con la testa in giù, dietro sua preghiera (33-41). È questa la 2.a p.: Martyrium beati Apostoli: testo greco che sembra il primigenio (sec. II) scritto nell'Asia Minore; da esso deriva il testo latino «Martyrium b. Petri ap.» a Lino episcopo conscriptum, con molte aggiunte. La 1.a conterrebbe errori gnostici (Vouaux e James lo negano); certo favorisce gli errori degli Encratiti (l'Eucaristia viene consacrata col pane e con l'acqua). L. Vouaux, Les Actes de Pierre, introduzione, testi, traduzione e commento, Parigi 1922.

Atti degli Apostoli, ebioniti. Quest'a., che sembra conosciuto da s. Epifanio, raccontava le dispute che sarebbero avvenute nel Tempio, sette anni dopo la morte del Cristo, tra i capi della comunità cristiana e i rappresentanti dei differenti gruppi giudaici e Sadducei, Samaritani (!), Scribi, Farisei, seguaci di s. Giovanni Battista, infine il sommo sacerdote Caifa, al quale Giacomo risponde con un lungo discorso. Al termine di queste dispute sulla persona e la missione di Gesù, la folla impressionata si dimostra pronta a ricevere il battesimo, ma interviene il nemico "1'Inimicus homo" (cioè Paolo) che trattiene la folla, fa tacere Giacomo e lo getta mezzo morto giù per lo scalo ne, mette in fuga gli Apostoli e ottiene dal sommo sacerdote la commissione di andare a Damasco per perseguitarvi i seguaci di Gesù.

Schoeps ha così ricostruito quest'a., la cui esistenza alcuni critici avevano intravisto, dalle Omelie di Pietro (***), opera ebionita; specialmente dal libro VII. Oltre a questa sezione, egli crede di trovare in altre parti delle Omelie un riflesso di altri passi, nettamente antipaolini, di questi Atti degli Apostoli. Essi, secondo Schoeps, risalgono al primo terzo del II secolo; conoscono gli Atti e le Lettere canonici, e ne sono una deformazione, una caricatura, che vuol fare trionfare le tesi giudeo-cristiane e gettare del fango su s. Paolo. (H. J. Schoeps, op. c., Excursus V).

Gli Atti di Paolo. Opera originariamente di grande mole, scritta in onore di Paolo. Ne rimangono varie parti; le principali sono le tre seguenti: 1) Atti di Paolo e di Tecla. Durante la predicazione di Paolo ad Iconio, la giovane Tecla si fa cristiana e abbandona il fidanzato Tamiride, per conservarsi vergine. Viene perciò gettata su un rogo, ma una pioggia spegne le fiamme; illesa, segue Paolo ad Antiochia, dove è esposta alle belve, ma è salvata con un nuovo miracolo.

2) Il Martirio di Paolo: la gloriosa fine dell'Apostolo, dopo miracoli e conversioni operate nella stessa famiglia di Nerone. 3) Lettere di Paolo ai Corinti (v. più giù). Conservati in greco, latino ed altre lingue, essi sorsero verso il 160-170 in Asia Minore; nulla contengono di eretico; ma come narra Tertulliano (De bapt. 17), il sacerdote, che ne fu l'autore, fu deposto dal suo vescovo in punizione di questo falso. (Testo greco e traduzione integrale, L. Vouaux, Les actes de Paul et ses lettres apocryphes, Parigi 1913; M. Zappalà, Il romanzo di Paolo e Tecla, Milano 1924).

Gli Atti di Pietro e di Paolo sono un rifacimento (prima metà del III sec.) degli Atti di Pietro e Atti di Paolo. Mettono in risalto la fraterna concordia dei due Apostoli; narrano il viaggio di Paolo a Roma e il martirio simultaneo di Paolo, decapitato sulla via Ostiense, e di Pietro, crocifisso con la testa in giù. (Traduzione inglese dei testi di James). Gli Atti di Giovanni molto prolissamente raccontano i viaggi, la duplice dimora dell'apostolo ad Efeso, con molti miracoli ivi compiuti; i discorsi sulla vita del Salvatore, e infine la morte. Scritto gnostico della metà del II sec.; ritoccato e ampliato agli inizi del V sec.

Atti di Andrea. Secondo gli antichi scrittori, di origine gnostica, del III sec. circa; in gran parte perduti; raccontavano i viaggi dell'apostolo in India, predicazione, miracoli e martirio. Nel sec. V furono rimaneggiati da autore cattolico; tra i frammenti rimasti, c'è il martirio di Andrea crocifisso in Acaia. Non è possibile discernere in essi quali siano le parti originarie e quelle posteriori.

Atti di Tommaso. Originariamente opera gnostica assai diffusa negli ambienti eretici, quasi interamente perduta. Ce ne sono pervenute due revisioni, una siriaca e l'altra greca, dovute ad autori cattolici, le quali tuttavia han conservato molti tratti gnostici. Narrano diffusamente i viaggi di Tommaso in India, la predicazione (generalmente tendente a inculcare alle donne la continenza separandosi dai loro mariti), i miracoli e il martirio. L'attuale recensione siriaca è del sec. IV; in quella greca, più spiccata è la dottrina gnostica; vi è insegnato il più rigido encratismo.
Questi Atti a. di Giovanni, di Paolo, di Pietro, di Andrea e di Tommaso raccolti in una sola unità presso i Manichei, sostituivano gli Atti degli Apostoli canonici.

III. Lettere a. - Lettere di N. S. Gesù Cristo e di Abgaro re di Edessa. Eusebio riferisce (Hist. eccl. I, 13) di aver veduto l'originale siriaco di queste due lettere e di averle tradotte in greco. Ne dà il contenuto: Abgaro I, ammalato, scrive a Gesù, di cui ha appreso i miracoli, di recarsi da lui, per guarirlo e vi sarebbe rimasto inoltre al sicuro dai Giudei. Il Salvatore gli avrebbe risposto che doveva compiere la sua missione in Giudea; dopo l'ascensione gli avrebbe mandato un discepolo. E in realtà, vi sarebbe stato mandato l'apostolo Taddeo, «uno dei 72 discepoli»; il quale, guarito il re, avrebbe predicato l'evangelo agli Edesseni.

Eusebio le ritenne autentiche. Esse sono spurie (cf. già il decreto Gelasiano); furono composte tra la fine del II sec. e l'inizio del III, subito dopo la conversione di quel regno al cristianesimo (sotto il re Abgaro IX: 179-216).

Un racconto più ampio dell'adesione alla fede cristiana degli Edesseni, si ha nella Dottrina di Addai (= Taddeo), scritta in siriaco tra il 390 e il 430; e stampata da G. Phillips, con traduzione inglese, Londra 1876.

Lettera degli Apostoli. Si tratta in realtà di Discorsi di N. S. agli Apostoli, presentati sotto forma apparente di lettera enciclica di questi ultimi. L'a., dopo aver narrato vita, passione, risurrezione di Gesù, fa preannunziare al Risorto nelle sue apparizioni ai discepoli le sorti future della Chiesa, i segni della parusia, la risurrezione finale, la retribuzione. La vera fede e le opere buone sono le condizioni indispensabili per la vita eterna, fuori della Chiesa non c'è salvezza. Scritta in greco (II o III sec.), nella parte dogmatica svela tracce di gnosticismo.

Lettera di Paolo ai Laodicesi. Scritta in greco (sec. IV), con parole prese dalle lettere genuine di s. Paolo (spec. Phil.), fu occasionata da Col. 4, 16. (Eb. Nestle, Novum Test. graece et latine, XII, 11.a ed., Stoccarda 1932).

Lettere di Paolo ai Corinti e dei Corinti a Paolo. L'autore piglia le mosse da I Cor 7, 1 («mi scriveste ») e 5, 9 («vi scrissi»): i Corinti denuncerebbero a Paolo due falsi dottori; e Paolo ne confuterebbe gli errori. Fanno parte degli Atti di Paolo (verso il 170). Lettere di Paolo a Seneca e di Seneca a s. Paolo. Otto sono di Seneca, e sei di s. Paolo; scritte in latino, senza pregio nel. la forma e nel contenuto. Il filosofo loda la dottrina di Paolo, ma ne lamenta l'imperfezione letteraria. Probabilmente sono del IV sec. Sono conservate in molte edizioni critiche degli scritti di Seneca; con introduzione e traduzione in L. Vouaux:, op. c., pp. 332-69.

IV. Apocalissi a. - Apocalisse di Pietro. Clemente Aless. riteneva sacro questo antico a. (sec. II), molto diffuso e stimato, andato poi completamente perduto. Agl'inizi di questo secolo ne è venuto alla luce il testo completo nella versione etiopica (S. Grébaut, testo e traduzione francese, in Revue de l'Orient chrétien, 1910).

Sul monte degli Ulivi, gli Apostoli chiedono a Gesù il tempo della sua venuta (cf. Mt. 24, 3.); Gesù preannunzia la comparsa di Enoch ed Elia, la loro lotta contro l'Anticristo; le varie pene dei dannati, le gioie degli eletti. Quindi Cristo è rapito in cielo, accompagnato da Mosè ed Elia.

Apocalisse di Paolo. Vuol essere una esposizione di quelle arcane parole udite da Paolo quando fu rapito in cielo (2Cor 12, 2 ss.). L'autore finge che sia stata ritrovata a Tarso, nelle fondamenta della casa di Paolo, sotto Teodosio (379-395).

Nella visita dell'oltretomba, Paolo trova da una parte la nuova Gerusalemme con quattro fiumi che scorrono miele, latte, olio e vino; è la sede dei giusti: vede i profeti, gl'innocenti uccisi da Erode, i patriarchi, David, la Madre del Signore. Dall'altra parte, un fiume di fuoco con dentro una moltitudine di uomini e donne puniti per i peccati commessi; supplizi speciali per coloro che non ammisero la divinità di Gesù, la sua nascita da Maria Vergine, e la presenza reale di Gesù nell'Eucaristia. Da notare l'idea particolare di una cessazione temporanea delle pene concessa ai dannati, da Gesù, per intercessione dell'arcangelo Gabriele e di Paolo: ogni anno, nel giorno di Pasqua, le sofferenze cessano (c. 44). Nell'a. seguente (c. 29) la stessa cessazione è concessa «per i giorni della Pentecoste». Dottrina presa dai Giudei; i rabbini insegnavano che al sabato i dannati han pace, i loro tormenti sono sospesi. L'a. è del IV-V sec. La versione siriaca è stata pubblicata da G. Ricciotti, Ap. Pauli syriace ... cum versione latina, Roma 1932; id., L'A. di Paolo Siriaca. Introduzione e commento, Brescia 1932.

Apocalissi della B. V. Maria. Sono due: a) A. della B. V. Maria sulle pene, scritta in greco, nel sec. IX. Dal monte degli Ulivi la V. ha la visione delle pene dei dannati. Sale al cielo e intercede coi santi, e ottiene da Dio una pausa delle pene nei giorni di Pentecoste, perché possano lodare la Santissima Trinità; b) A. o visione di Maria V., non anteriore al sec. VII. Dipende in gran parte dall'Ap. di Paolo. Mentre prega sul Golgota, Maria è rapita in cielo. Visita il paradiso dove parla con Enoch ed Elia; i quattro fiumi sulle cui sponde stanno i beati; l'inferno col fiume di fuoco. La Vergine comunica questa rivelazione all'apostolo Giovanni perché la scriva.

Altre Apocalissi: di Tommaso; di Stefano; di Giovanni (tre); di Bartolomeo (al riguardo, cf. U. Moricca, Un nuovo testo dell'Evangelo di Bartolomeo, in RB, 30 [1922] 20-30); ecc.
[F. S.]

BIBL. - E. AMANN, Apocryphes du N. T . in DBs. , I. coll. 460-533; M. R. JAMES. The Apocryphal New Testament, Oxford 1924; G. BONACCORSI. Vangeli apocrifi. I, Firenze 1948; M. LEPIN. Vangeli canonici e Vangeli apocrifi. (trad. it.). Roma 1911.


Autore: Sac. J.T. Milik; Mons. Francesco Spadafora;
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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