Antioco IV Epifane


(175-164 a. C.). - Dei Seleucidi di Siria, Re abile, ma smisuratamente orgoglioso; persecutore della religione di Israele, volle «cancellare la superstizione e dare ai Giudei i costumi dei Greci» (Tacito, Hist., V, 8). Incominciò col favorire il partito ellenizzante, con a capo Giasone, cui vendette il sommo pontificato, contro il pio Onia III, suo fratello; per cederlo quindi, per somma maggiore, allo scellerato Menelao. Questi usurpatori fecero di tutto per diffondere l'ellenismo in Giudea. Nel 168 A. ritornò in Egitto per annetterselo, ma Roma gl'impose di ritirarsi. Furente per l'umiliazione subita, A., risalendo, entrò in Gerusalemme trattandola come una città conquistata; vi si era infatti diffusa la nuova della sua morte e Giasone aveva cercato, con stragi, di spodestare Menelao (2Mach. 5, 2-10). A. operò sevizie, depredò il Tempio (I Mach. l, 21-29; 2Mach. 5, 11-20). Arrivato ad Antiochia decise d'imporre con la forza l'ellenismo.

Un esercito siriaco massacrò parte della popolazione e si insediò a Gerusalemme, col mandato di eseguire il disegno di A. Sotto pena di morte fu imposto il culto idolatrico: i Giudei dovevano immolare vittime a Giove sulle are erette dappertutto in Giudea. Fu scelto il porco, oltremodo impuro per gli Ebrei che, dopo il sacrificio, dovevano anche cibarsene. Proibiti la circoncisione, il sabato, ogni altra festa, la lettura dei libri sacri che dovevano essere consegnati e bruciati (I Mach. l, 30-2, 70; II Mach. 5, 21-7, 42). Nel tempio fu eretto un simulacro di Giove Olimpio e sull'altare degli olocausti gli si immolarono sacrifici. È l'orrenda abominazione «abominatio desolationis» (Dan. 9, 27; 12, 11. Metà dic. 168: I Mach. 1, 57). I Giudei dovranno ellenizzarsi o morire. Molti apostatarono; ma rifulse l'eroismo dei martiri e l'epico valore dei Maccabei (v.). Nel 165 Giuda Mac., vittorioso, purificò il tempio, ristabilì il culto (I Mach. 4, 36-61; II Mach. 10, 1-8). A. in guerra con i Parti, apprese la sconfitta dei suoi generali in Giudea. E poco dopo aver tentato il saccheggio di un tempio nell'Elam, morì miseramente, tra le montagne di Persia nella primavera del 164-163 a. C. (I Mach. 6, 1-16; II Mach. 9, 1-28; diverge ibid. 2, 10-17 ma si tratta di una semplice citazione). Fu la vittoria del giudaismo; segno sensibile dell'assistenza divina per Israele.

Ez. 38-39 aveva preannunziato simbolicamente la persecuzione di A. e la vittoria di Dio. Dan. 7, 20-25; 8, 1-27; 9, 24-37; 11, 36-45; 12, 1-11 le aveva predette nei particolari. Ciò spiega come A. divenne nella letteratura canonica e apocrifa (cf. Enoch etiop.: 83-90) il tipo dell'oppositore, della opposizione al regno di Dio; e come i termini adoperati da Daniele per la persecuzione di A. siano ripresi da N. Signore (Mt. 24 e passi paralleli) e da s. Paolo (2Ts. 2, 1-11) per predire la grande persecuzione del giudaismo contro la chiesa nascente, la terribile fine di Gerusalemme e la vittoria del regno di Dio (cf. infine, Apoc. 20 ed Ez. 38·39); e come i Padri vedano in A. il tipo più esatto dell'Anticristo.
[F. S.]

BIBL. - M. J. LAGRANGE, Le judaisme a. J.-G., 3a ed. Parigi 1931, pp. 50-66. 117; F. SPADAFORA, Gesù e la fine di Gerusalemme, Rovigo 1950, 8 s. 31-37, 61-134; ID., in Enc. Catt., IV, 544-47.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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