Alleanza


È la convenzione stipulata da Dio con Israele, con supremo scopo, la salvezza dell'umanità ad opera del Messia, realizzazione della vittoria vaticinata nel protovangelo (Gen. 3, 15). L'etimologia dell'ebraico berith, senza paralleli nelle lingue semitiche, è incerta (da barah? sinonimo di karath "tagliare, fare a pezzi"; l'espressione abituale karath berith [Volgo = pangere o percutere foedus ecc.] = "concludere, contrarre un'a." probabilmente è incompleta; manca l'oggetto proprio del verbo: cioè la vittima che secondo l'antico costume veniva sacrificata per sancire l'a.: Gen. 15, 10.17 s.; Ier. 34, 18). Dal frequente uso, però, il senso è chiaro: berith esprime il legame perpetuo, inviolabile, sancito dalla divinità, e quindi, fonte di diritto, contratto tra due persone, spesso in rappresentanza dei rispettivi gruppi solidali: famiglia, clan, nazione.

Molti sono gli esempi di tali a. nel Vecchio Testamento; tipica quella tra Labano e Giacobbe (Gen. 31, 44-54) con tutti gli elementi caratteristici di questo antichissimo costume dei nomadi e seminomadi semiti, sostanzialmente conservato ancora tra i Beduini. Cioè: l'espressione karath berith per indicare l'insieme dell'atto descritto; la parte preponderante che vi ha la religione; l'inscindibilità, per sempre, dell'a.; la formulazione chiara dei mutui diritti e doveri; il giuramento con cui ciascuno dei contraenti chiama il proprio Dio garante, tutore e vindice dell'a., sicché la violazione di essa, è un'empietà, punita direttamente da Dio (cf. il celebre esempio dei Gabaoniti fatti uccidere da Saul, violando l'a. giurata loro da Giosuè; la punizione divina e la riparazione di David: II Sam 21, 1-14; Ios. 9, 3.15.19); il sacrificio e la cena dei contraenti, ormai fratelli. Questi due ultimi atti erano senz'altro i più importanti e i più espressivi. La spartizione delle vittime (cf. Iudc. 19, 29; I Sam 9, 7) è un richiamo, un appello alla responsabilità; responsabilità che deriva dal fatto che col mangiar le carni dello stesso animale, col partecipare alla stessa mensa (2Sam 3, 20 s. 28 s. tra Abner e David, e violazione dolosa da parte di Ioab), si diviene fratelli, si entra nella cerchia solidale di un clan, di una famiglia; parte viva di un medesimo organismo (Iudc. 9, 2 s.). Come le parti della vittima (cf. Gen. 15) costituivano prima della separazione un unico organismo, così, dopo l'a., le parti contraenti formano una sola unità solidale, dallo stesso sangue.

La berith è dunque un contratto bilaterale con rispettivi diritti e doveri, la cui violazione costituisce uno spergiuro e attira la vendetta divina. Dio, adattandosi benevolmente alla mentalità solidale allora vigente, espresse e concretizzò i suoi rapporti con Israele nella forma della berith. Il greco *** (adoperato dai LXX per la berith divina) non ha il significato giuridico di "testamento" o disposizione benevola, ma esprime (passando dalla forma al contenuto medesimo) il disegno di Dio, la manifestazione della sovrana volontà di Dio nella storia, cui Dio adegua la sua relazione con l'uomo; è un ordine autoritativo divino che porta con sé una corrispondente disposizione degli eventi. Il termine, proh
Già dopo il diluvio, con Noè, rappresentante della nuova umanità, Dio aveva stabilito un'a. (Gen. 9.10). Il V. T., preparazione al Cristo, risuona tutto dell'a. di Dio con Israele; l'a. per eccellenza; tutta la storia d'Israele è un frammento della storia divina: Dio e Israele lavorano ad una medesima opera. I loro rapporti sono espressi e regolati dall'a. È un insieme armonioso che si sviluppa e determina in un trittico: una triplice a. o tre forme di un'unica a.; ogni parte illumina più immediatamente e direttamente ciascuno dei tre lunghi periodi che le corrispondono. L'a. con Abramo - periodo patriarcale, da Abramo a Mosè; l'a. con Israele al Sinai, tramite Mosè - dall'esodo a David; l'a. con David (e perciò con la tribù, poi regno di Giuda) preparazione immediata al Messia. Dio ha sempre l'iniziativa; primo passo è il suo atto o intervento: libera scelta e vocazione di Abramo (Gen. 12, 1-4); del popolo d'Israele (Ex. 19-20; Am. 3, 1 s.; Ez. 16 ecc.); di David (2Sam 7, 8 ss.); quindi formulazione precisa degli impegni reciproci; accettazione da parte dell'eletto; sanzione e ratifica.

L'a. con Abramo è inaugurata solennemente in Gen. 15, dopo lunga preparazione (Gen. 12-14), nella quale Dio manifesta la sua onnipotenza e la sua continua protezione. Essa rimarrà presente in tutta la tradizione giudaica e cristiana (cf. Lc. 1, 53-73; Gal. 3; Rom. 4). Dio s'impegna a fare della discendenza di Abramo una nazione, destinandole la regione di Canaan (= terra promessa); di ricolmarla con le sue benedizioni; di farne il veicolo della salvezza (= fonte di benedizione) per tutte le genti (Gen. 12, 2; 15; 17; 18, 8); da parte degli eletti, Dio esige il culto esclusivo (monoteismo: ibid. 17, 7), l'obbedienza alla sua voce, ai suoi voleri (ibid. 17, l; 18, 19 cf. 15, 2-5; 17, 17 ss.; 18, 10-14). Espressione dei nuovi rapporti intervenuti tra i contraenti sono la mutazione dei nomi: Abram in Abraham (ibid. 17, 5) e probabilmente El, Elohim in El Shaddai = l'onnipotente (Gen. 17, l; Ex. 6, 3), nome divino in uso specialmente nella storia dei patriarchi. Segno esterno dell'a., per gli Ebrei è la circoncisione (ibid. 17, 9-14). Nel nome nuovo era indicata la promessa di Dio (Abraham = padre di una moltitudine) e insieme la missione per cui Abramo era scelto: padre di tutti i credenti; nel nome divino la garanzia più sicura per l'adempimento delle straordinarie promesse.

L'a. viene rinnovata da Dio con Isacco (Gen. 26) e Giacobbe (ibid. 28, 12 ss., celebre visione di Bethel; 35, 9 lotta misteriosa con l'Angelo e mutamento del nome in Israele, eponimo della nazione, espressione sensibile delle promesse divine). La Genesi (12-50) è la storia della Provvidenza, tesa a realizzare le promesse dell'a.; essa protegge visibilmente i Patriarchi e fa servire tutti gli eventi alla formazione della nazione giudaica. I figli di Giacobbe si sarebbero dispersi se non li avesse accolti e uniti l'ospitale terra di Gessen, in Egitto (cf. Gen. 45, 5.8; 46, 2 ss.); né avrebbero più pensato alla terra promessa, alla missione particolare cui erano destinati, se non fosse sorta la dura persecuzione dei Faraoni.

Anche l'a. del Sinai è preceduta dall'elezione di Mosè e dalla - molteplice manifestazione della onnipotenza di Dio (Ex. 1-18: piaghe d'Egitto, passaggio del Mar Rosso, primi miracoli nel deserto), in favore delle tribù israelitiche. Esse sono le eredi delle promesse divine, sancite nell'a. precedente; e l'a. del Sinai, con la formazione d'Israele popolo-nazione, compie l'a. con Abramo, riprendendola, precisandola in parte e dandole un nuovo impulso; ha inizio la nuova cooperazione tra Dio e la nazione. Espressione di questi rapporti è il nuovo nome divino: Iahweh (Ex. 3, 14; 6, 3), l'eternamente esistente, sempre uguale a se stesso e perciò infallibile nel mantenimento delle sue promesse (U. Cassuto, La quest. della Genesi, p. 85).

La formulazione completa dell'a. (annunziata in Ex. 6, 2-8), è in Ex. 19·23. Si riassume essenzialmente nella libera scelta d'Israele da parte di Iahweh a suo popolo, con l'impegno solenne di introdurlo da padrone nel paese di Canaan, di proteggerlo quindi dai nemici e dargli ogni bene; e nell'obbligo liberamente preso dalla nazione di prestare il suo culto esclusivo a Iahweh e di osservare i precetti morali. «Se voi ascolterete attentamente la mia voce e osserverete il mio patto, voi sarete mia speciale proprietà (o riserva regale) tra tutti i popoli». Il popolo accetta: «Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo» (Ex. 19, 4 ss. 8). Iahweh dà gli statuti dell'a. (ibid. cc. 20-23): 1) il Decalogo (ibid. 20, 1-17 = Deut. 5, 6-21): monoteismo e nove precetti morali, essenza dell'a., col completamento riguardante l'erezione dell'altare (Ex. 20, 22-26) e, possiamo aggiungere, le leggi riguardanti le tre principali feste annuali (21, 10-19); 2) il codice dell'a. (= ibid. 24, 7) che regola i rapporti tra i membri della nascente nazione.

In tal modo, l'a. abbraccia e regola tutta. la vita d'Israele (l'intera legislazione è alla luce dell'a.); non c'è posto (esattamente secondo l'antica mentalità semita) per una divisione o, peggio, opposizione tra religione e politica, tra religione e diritto. Al 1° comandamento (il monoteismo) è congiunta la sanzione (Ex. 20, 2-6): di generazione in generazione ("padri", "figli" indicano le generazioni precedenti e le successive, come spesso nei profeti: Am. 2, 4 s.; Lam. 5, 7 ecc.) si accumula il merito come l'infedeltà; Iahweh rimanda la rottura dell'a., (= distruzione della nazione ed esilio dei superstiti: Deut. 28; Lev. 26; A. Causse difende il valore storico di queste formule di maledizione e di benedizione che accompagnano l'a.); ad un dato momento colpirà il popolo per la infedeltà anche delle precedenti generazioni. Ma premierà indefinitamente la fedeltà all'a. (meriti di Abramo, degli altri Patriarchi, di Mosè cf. Ex. 3-2-34, e dei giusti di tutte le generazioni); pertanto la sua benedizione si prolungherà al di là del castigo, che così viene ad essere circoscritto nel tempo e negli effetti; anzi, come insegnano i profeti, servirà al Signore per purificare Israele, manifestare alle genti la sua santità, e ai superstiti la sua giustizia e la sua misericordia (Ez. 36, 16.38; cf. 14.16.20; Ier. 1-3.16 ecc.). La ratifica solenne (Ex. 24, 1-11; = Hebr. 9, 18-22) dopo la rinnovata accettazione del popolo, è fatta col sacrificio delle vittime, col caratteristico rito del sangue, e la cena sacra. Da una parte Iahweh (= l'altare), dall'altra le dodici tribù (= i dodici cippi), rappresentate dagli anziani; Mosè è l'intermediario. Preso il sangue delle vittime, parte lo sparge sull'altare (= la parte spettante a Iahweh), parte ne asperge il popolo; e gli anziani (che lo rappresentano) consumano le carni del sacrificio, dopo l'immolazione di parte di esse (= la porzione della divinità). Come nell'a. con Abramo (Gen. 15), Dio entrava nella cerchia solidale della famiglia di Abramo, senza nulla perdere delle sue proprietà di Essere supremo, e le parti degli animali divise e bruciate significavano l'unione inscindibile dei contraenti; così adesso Iahweh entra nella cerchia solidale più ampia, la nazione, che ha nell'a. il suo atto di nascita, la causa formale della sua esistenza. Come per tutte le altre comunità (famiglia, clan, tribù), più dello stesso sangue è la medesima divinità, lo stesso culto, che le cementa e le anima. Le tribù israeliti che per l'a. con Iahweh, formano ormai un solo organismo. Iahweh ne è il padre (Ex. 4, 22 s.; Os. 11, 1), il protettore. Gli anziani si assidono al banchetto sacro, partecipano alla mensa della divinità. In questo modo è espressa la strettissima, indissolubile e reale unione che sorge tra Dio e la nazione. Il popolo comprendeva benissimo tutto ciò e liberamente si astringe all'osservazione dell'a. Basata su gli eventi storici che l'han preceduta (Ex. 19, 4; 20, 2 ecc.), l'a. del Sinai sta alle origini della nazione, come la causa al proprio effetto. Oltre all'Esodo ne parlano e vi si riferiscono gli altri libri storici del Vecchio Testamento; i profeti la pongono alla base e al culmine della loro predicazione. Risponde d'altronde ai costumi del tempo, che Mosè abbia espresso con un patto adeguato questo legame fondamentale tra Iahweh e il popolo d'Israele, determinandone in pari tempo gli obblighi che per i contraenti ne derivavano (cf. Toussaint, Behm ecc.). Tutto il Vecchio Testamento narra le vicende subite nell'attuazione dall'a. del Sinai dal deserto, in Canaan, e fino alla venuta di Gesù. Così in Ex. 32-34 (l'episodio del vitello d'oro): infrazione del lo precetto e castigo temporaneo, per la misericordia divina. Num. 14, 1-38 per la ribellione del popolo a Mosè portavoce di Iahweh; e ibid. 16-17 la ribellione di Core e l'altra di Dathan e Abiram. Il libro di Ios. narra come Iahweh adempie le condizioni dell'a. (cf. Ios. 2, 43 ss.; Volg. 41 ss.), dando agli Israeliti Canaan. Israele prende solennemente e ufficialmente possesso della Palestina, in nome di Iahweh (cf. Ios. 22, 19).

Ios. 8, 30-35: alla presenza delle tribù, sull'Ebal Giosuè eleva un monumento di grosse pietre e un altare. Sulle prime, imbiancate con calce viva, scrive la parte principale della legge (A. Clamer) o meglio il Decalogo, essenza dell'a. (A. Fernandez), dopo aver fatto proclamare dai Leviti le benedizioni e le maledizioni (= Deut. 27, 15-26) cui il popolo rispondeva assentendo. Quindi immola dei sacrifici sull'altare. È l'accettazione formale da parte del popolo degli obblighi dell'a. (R. Tourneau, in RB, 1926, 98-109). Dio mantiene le sue promesse (Ios. 24, 1-13), Giosuè ricorda le sanzioni (ibid. 24, 19 s.) ed esorta il popolo - che formalmente lo promette - ad osservare gli statuti dell'a. (ibid. 24, 14-18, 21 s.).

Il libro dei Giudici mette in risalto la protezione di Iahweh e le periodiche infedeltà della nazione. Israele è oppresso dai nemici, ogni qualvolta dimentico dell'a., si allontana dal suo Dio; è da Questi liberato, appena ritorna, pentito, alla osservanza di essa. Nei momenti più tristi, il ricordo dell'a. rianima gli spiriti, anima e conserva il sentimento nazionale (Iudc. 5, 11-13; 7-18).

Molto istruttivi al riguardo i libri: Sam., Reg. con riferimenti espliciti ad Ex. 19-20: 2Sam. 7, 23; I Reg. 6, 11 ss.; 8, 22-53; elezione d'Israele, statuti dell'a. e sanzioni: I Reg. 19, 10.14; 2Reg. 11, 17 ss.; intima relazione tra lahweh e il popolo: 2Sam 10, 1-11. Alla violazione dell'a. è attribuita la rovina di Samaria (2Reg. 17, 7-23; 18, 11 s.), e quella di Giuda (ibid. 21, 11-16; 23, 26 s.; 24, 3 s.).

La nota caratteristica che fa meglio risaltare la superiorità e la trascendenza del Iahwismo di fronte a tutte le altre religioni antiche, sta nel fatto che Iahweh nelle relazioni con Israele e le nazioni si ispira ai principi della morale e della giustizia. Nella mentalità antica, ciascuna divinità condivideva la sorte della nazione o della città che gli prestava il culto; quindi per difendere se stesso non poteva abbandonare alla sconfitta definitiva i suoi cultori che la delizia vano con i sacrifici. Iahweh, invece, punisce con egual rigore le violazioni della legge religiosa (1Sam 15; 2Sam. 6; cf. Num. 4, 15-20), e le colpe morali dei suoi cultori (2Sam 12, 11 s. 14 s.; 13 ecc. per i peccati di David), facendosi giudice anche degli stranieri innocenti (2Sam 11-12; 21, 1-9). E abbandona il regno del nord e lo stesso regno di Giuda allo sterminio, per la violazione dei precetti del Decalogo. L'a. con David (2Sam 7; I Par. 17). Allo zelo di David che vuol costruire un grande tempio, Iahweh risponde con la celebre profezia di Nathan. L'antica a. sancita tra Iahweh e Israele viene di nuovo proclamata, e la dinastia davidica partecipa adesso alla stabilità dell'a.: l'opera di Mosè è completata dall'opera di David. L'a. era irrevocabile; e la dinastia diviene inamovibile, essa dovrà collaborare all'opera di Iahweh sulla terra; i loro destini son legati per sempre. L'a. con David (Ps. 89, 35: berith), è ordinata al compimento del disegno divino: il regno di Iahweh sulla terra; su tutti gli uomini (cf. Ps. 2; 110 [109); 89 [88], 28-38). La profezia di Nathan è di una grande importanza nello sviluppo delle idee messianiche ed ha un'eco immensa nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Essa annunzia che il Messia sarà figlio di David (I Par., 17, 11; Is. 9, 6; Ier. 23, 5 ecc.), re d'Israele, e il suo regno sarà eterno (Ps. 89, 37; Mt. l; Lc. 1, 32 s.). (L. Desnoyers, III, 305.16; A. Médebielle, La Ste Bible, Pirot, 3 pp. 490-95). I profeti scrittori che dal sec. VIII a Malachia riempiono la storia d'Israele (v. Profetismo), riprendono la triplice forma dell'a. sviluppando col messianismo l'ultima rivelazione fatta a David. Combattendo le deviazioni sincretistiche, idolatriche (v. Religione popolare) allora in pieno rigoglio nel regno del nord, e anche in Giuda, danno, talvolta sistematicamente (Ez. 14.15. 16.20.22.23), la teologia dell'a. illustrandone la natura, rivelandone le caratteristiche, rifacendone la storia. L'a. è dovuta alla libera elezione da parte di Iahweh: Israele deve all'a. il suo essere di nazione. Se Iahweh ha scelto i discendenti di Abramo, di Giacobbe a suo popolo, lo ha fatto per la sua infinita misericordia. Egli stabilì, come contropartita per la nazione, dei precetti religiosi e morali: Israele li ha violati e subirà il castigo; Iahweh lo annienterà, ché la sua esistenza è affatto indipendente da quella della nazione. Iahweh scioglierà così l'a. che la nazione fedifraga aveva già resa inoperante e ingiuriosa per la santità e la maestà di Iahweh.

L'a. però non può morire (v. Amos; A. Neher). Il disegno salvifico di Iahweh sarà realizzato dalla sua onnipotenza e misericordia, mediante la conservazione e la conversione di un "resto", attraverso la lunga tribolazione dell'esilio (Os. 2; Ier. 7, 23; 11, 4; 24, 7; 30, 31: la nuova a. [= I Cor 11, 25; Hebr. 8, 8·13]; Ez. 11, 20; 14, 11; 36, 28; 37, 23·27; Is. 40-66). Con questo "resto" riportato in Palestina. Iahweh rinnoverà l'a. i cui obblighi il nuovo Israele (comunità postesilica) adempirà, come mai aveva fatto prima dell'esilio. La risorta a. sarà eterna perché sarà elevata ed assorbita nel regno del Messia, attuazione del disegno salvifico divino. L'a. pertanto è preparatoria; è in funzione del Messia: Is. 7, 14-25; 8, 8 ss. 23; 9, 1-6; 11 ecc.; i profeti descrivono l'era messianica come completa mento dell'antica a. e come definitiva (Ier. 31). Da tutto ciò è facile riconoscere e rilevare l'azione di Dio negli eventi umani, dalla elezione di Abramo (già dalla storia delle origini: Gen. 1-11), alla morte di Antioco Epifane (v.), il grande persecutore; azione diretta a conservare Israele e poi la dinastia davidica, Giuda, per la preparazione e la venuta del Messia; cf. particolarmente il libro di Daniele (v.). Dal carattere preparatorio si spiega il particolarismo dell'a. del Sinai, che d'altronde è solo una fase, un aspetto, dell'a. iniziale sancita con Abramo; e, a partire dalla profezia di Nathan (a. con David), lo sviluppo del messianismo, e gli accenni alla idea universalistica, che i profeti amplieranno (specialmente la 2a parte di Isaia; cf. Is. 2, 2 ss.; Mi. 4. 1-5; Ez. 16, 60-63 ecc.). Queste stesse idee svolgeranno più concretamente e in modo sempre più distinto i libri postesilici: storici (Esd . Neh.; Par.), profetici (da Agg. a Mal.) e la Cantica (v.). I rimpatriati (= tribù Giuda-Beniamino) sono l'Israele erede delle promesse divine (Mal. l, l = 3, 4; Ioel 2, 27; Par.), il "resto" vaticinato (Agg. l, 12; Zach. 2, 16; Esd. 2, 2 b; 9, 8.13 ss.); il "popolo santo" (Zach. 2, 5-17: Volg. 2, 1-13); l'a. del Sinai vige per loro (Agg. 2, 5); è solennemente rinnovata (Neh. 9, 38-10, 39). Il nuovo Israele, però, con tutta la sua gloria, è solo un'ombra della futura grandezza del regno messianico (Agg. 2, 6-9), di cui è preparazione immediata (Agg. 2, 20-23; Mal. l, 11; 3, l; Ioel 3, 1.5; 4). Particolarmente I-II Par. è il libro della risorta teocrazia. L'a. con Abramo inizia e determina i rapporti tra Iahweh e Israele (I Par. 16, 15 ss.); l'a. del Sinai ne è solo una fase; di essa troviamo nel libro solo qualche accenno (2Par. 5, 10; 6, 11); l'antica alleanza si concretizza in Giuda o nell'a. con David (I Par. 28, 4-8; 17, 16-27), che è tutta diretta al Messia (I Par. 17, 10-14). David è il re prediletto, il capo di una dinastia nel cui seno si realizzerà la promessa messianica, realizzazione dell'antica a.

Nella letteratura apocrifa (II-I sec. a. C.), si manifesta l'accentuato particolarismo giudaico, causato dall'oppressione seleucida, dalla triste fine della dinastia Asmonea, e dall'intervento di Roma; la concezione di un Messia, re vittorioso, con scopi essenzialmente nazionalistici e temporali; l'assimilazione che essi ritenevano affermata nella profezia di Daniele (2, 7·9, 12); cf. F. Spadafora, Gesù e la fine di Gerusalemme, Rovigo 1950, pp. 63.32·37. Particolarismo che si ferma all'a. del Sinai, escludendo dalla salvezza le genti. Contro siffatta mentalità, il Nuovo Testamento si ricollega all'insegnamento dei profeti e del Cronista, esponendo, con la maggior luce che viene dalla realizzazione, il piano salvifico di Dio, preannunziato nell'a. con Abramo, continuato nell'a. del Sinai (fase affatto transitoria), precisato nell'a. con David, esplicitamente messianica. Tale piano è realizzato pienamente e definitivamente nella redenzione (morte e resurrezione di Gesù, il Messia, vero figlio di Dio). È appunto il tema svolto nella lettera ai Romani (v.), (cc. 1-11). La promessa fatta ad Abramo e il suo compimento nel Cristo hanno il medesimo carattere universale e definitivo. La Legge "la legge delle opere", invece, che "viene dopo" (Gal. 3, 15 ss.) tra i due avvenimenti, ha un carattere secondario, particolare e provvisorio (Gal. 3, 19). Essa non è data che al solo popolo d'Israele, separandolo profondamente dagli altri popoli, per compiere nei suoi riguardi - per il beneficio dell'umanità - l'ufficio di un pedagogo (Gal. 3, 23-2,6) e condurlo finalmente al Cristo. Dal momento che la promessa è compiuta nel Cristo, il compito di pedagogo ha fine (Gal. 3, 10-14.23-26). Il regime da pedagogo e il suo particolarismo non prevarranno contro l'universalismo del regime della grazia che si manifesta nella promessa e nella realizzazione (Gal. 3, 15-18; Rom. 4, 16).

Il Cristo mette fine al regime provvisorio della Legge e realizza nella loro pienezza la gratuità e l'universalità della promessa ricevuta da Abramo (cf. Eph. 2, 11-22). Già nei sinottici (Lc. l. 72) la salvezza messianica adempie l'a. (***), nell'identico senso su indicato per i LXX: « il piano salvifico divino») con Abramo (cf. Act. 3, 25; 7, 8). Particolarmente lo esprimono le parole di Gesù nell'ultima cena (Mc. 14, 24, e più nella forma, di Lc 22, 20 e, di 1Cor., 11, 25.

Esse corrispondono alla celebre profezia di Ier. 31, 31 ss.; cf. Hebr. 8, 8-13. Ancora cf. 2Cor 3, 6: «gli apostoli sono ministri». Questo piano salvifico abbraccia tutte le genti (Mt. 8, 11 s. ecc.); il particolarismo dell'a. del Sinai riguardava soltanto quel periodo storico; l'a. del Sinai non poteva mai svuotare l'a. con Abramo che la precede e di cui essa stessa è una parte (cf. anche lettera ai Galati, 3, 7 ss. 15-29; 4, 1-7). Sia l'una sia l'altra tendevano al Cristo (ibid.; Rom. l, 1-6; ecc.); cui effettivamente, come si esprime scultoriamente Pascal, guardano il Vecchio e il Nuovo Testamento; il primo come a sua attesa, l'altro come a suo centro. E sia il Vecchio sia il Nuovo narrano la storia della salvezza o la storia del piano salvifico divino, formulato nell'a. di Dio con Israele e realizzato da Gesù N. Signore.

BIBL. - BEHM, ThWNT, II, pp. 106-137; SOHRENK, ibid. pp. 194-214; A. NOORDTZIJ, Les intentions du Chroniste, in RB, 4,9 (1940), 161-68; S. LYONNET, in VD, 25 (1947), pp. 23-34.129-44. 193-203.257-63; A. FEUILLET, Le plan salvifique de Dieu d'après l'épitre aux Romains, in RB. 57 (1950), 336·87. 489-529; A. ROMEO, Dio nella Bibbia (in Dio nella ricerca umana), Roma 1951, pp. 284-308: l'Alleanza; F. SPADAFORA, Collettivismo e Individualismo nel V. T., Rovigo 1953; F. ASENSIQ, Yahveh y su pueblo, (Analecta Gregoriana, 58), Roma 1953: TH. C. VRIEZEN, Die Erwahlung Israels nach den Alten Testament. Zurich 1953; P. VAN IMSCHOOT, Théologie de l'Ancien Testament, I, Parigi.Tournai 1954, pp. 237-270.

Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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