Avarizia


I. La nozione. L'avaro è colui che è morbosamente attaccato ai beni materiali, di cui brama il possesso, e che non utilizza, ma che accumula in quantità sempre maggiori.
S. Paolo motiva l'esclusione dal Regno degli avari (cf 1 Cor 6,10) in quanto essi hanno nel cuore « la radice di tutti i mali » (1Tim 6,10). Anche Matteo (6,21) cita l'avaro come colui che ha il cuore asservito alle cose. La vita dell'avaro è un'esistenza di sacrifici, ma al contrario delle rinunce dei santi, tale condotta è viziata da una cattiva intenzione di fondo. Infatti, tale stile di vita non è attuato per la gloria di Dio, ma per l'accumulo di proprietà terrene. S. Agostino così pregava: « ...O Signore, distingui le mie tribolazioni da quelle che soffrono anche gli avari... Si rassomiglia la pena ma è ben distinta la causa: questa distinzione della causa mi è garanzia di vittoria... ».
II. Nella vita spirituale. La vita spirituale è definita più che dalle virtù messe in atto (ciò che caratterizza l'ascesi) dalla disponibilità ad essere guidati dalla grazia luce dello Spirito.
Così l'a. spirituale consiste nell'attaccarsi ai mezzi di santificazione per se stessi, con una preoccupazione più quantitativa che qualitativa, cercando più di accumularne che di goderne pienamente. Rappresenta, pertanto, una forma di egoismo, di amore proprio carnale che può creare innumerevoli illusioni, ammantata del pretesto della gloria di Dio.
In tal modo, l'anima potrà manifestare desiderio di perfezione con attaccamento ai doni di Dio per spirito di proprietà; avidità nel tentare di ottenere mezzi di perfezione, nella ricerca disordinata di immagini e affetti sacri che vengono accumulati, nella lettura di ogni libro che tratti dell'argomento; o ancora nel cercare di guadagnare esageratamente le indulgenze e nel porre in atto specificamente le pratiche religiose che ne sono ricche. L'anima colpita da a., più che pregare con autentico fervore, ricerca l'esecuzione materiale di tali adempimenti allo scopo di lucrarne i vantaggi. S. Giovanni della Croce dice che solo l'azione di Dio può purificare, attraverso la notte dei sensi, l'anima da questa a. Da parte sua, l'anima, ancor prima di essere introdotta nella notte passiva, deve opporsi coraggiosamente a questo difetto. Più specificamente, s. Giovanni della Croce, all'inizio della Notte oscura, per mostrare ai principianti la necessità che essi hanno di sottoporsi alle prove purificatrici della notte passiva dei sensi, passa in rassegna i sette peccati capitali, mostrando loro le imperfezioni che impediscono a ciascuno di essi di ricevere le grazie di contemplazione.1
L'unione con Dio richiede la rinuncia e il distacco da qualsiasi bene, fosse anche ascetico; qualsiasi bene personale dev'essere lasciato in offerta al Signore (Gv 12,25; Mc 8,35; Lc 17,33).
Meister Eckart nel trattato « De distacco » afferma: « Quando lo spirito libero si trova in un giusto distacco, costringe Dio a venire nel suo essere; se potesse restare senza forma e senza alcun accidente, prenderebbe in sé l'essere stesso di Dio ». E, per altri versi, è s. Paolo a dire: « Io vivo, e tuttavia non vivo: Cristo vive in me ».
Un tale spirito, pertanto, che affronta il suo percorso di risurrezione attraverso Cristo, deve tendere a rimanere al di fuori di tutti gli aspetti umani, quale l'amore, il dolore, l'onore, le tribolazioni poiché l'unico scopo reale è quello del distacco spirituale, ovvero il perdersi in Dio. Sono le parole di Paolo, che ancora una volta ci traducono tale condizione: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù » (Fil 2,5). Note: 1 Notte Oscura I, 3.

Bibl. Antonius a Spiritu Sancto, Directorium mysticum, t. II, d. 1, n. 35, Paris 1904, 54; J. de Guibert, Avarice Spirituelle, in DSAM I, 1160 1161; T. Goffi, s.v., in DES I, 249 250; Joseph a Spiritu Sancto, Cursus theologiae mysticoscholasticae, t. I, Bruges 1924, 36; Maestro Eckhart, Trattati e Sermoni, a cura di G. Faggin, Milano 1982, 175ss.; J. Rigoleuc, Oeuvres spirituelles, Paris 1931, 222.

I. Aspetto psicologico. Il termine a. indica il rapporto di possesso caratterizzato da insicurezza nei confronti degli eventi e da una eccessiva affidabilità nei confronti del denaro. Da un punto di vista conscio l'avaro giustifica il suo atteggiamento come prudenziale e previggente nei confronti di un futuro incerto e imprevedibile.
Non vi sono ricerche in quantità e qualità sufficiente per trarre delle conclusioni. L'ipotesi di una correlazione tra a. e stitichezza non è suffragata da adeguati riscontri scientifici, anche se la psicodinamica sembra analoga soprattutto se interpretata come il non superamento della fase anale pre edipica. La psicodinamica evidenziata sarebbe quella del piacere di trattenere qualcosa di proprio per riservarsene l'esclusiva. Il « non lasciarsi sfuggire qualcosa di sé » sembra tipico del bambino di circa due anni che non differenzia ancora bene l'io dalle sue feci verso le quali mostra un certo interesse ludico. Il « non lasciarsi sfuggire qualcosa di sé » è maggiormente accentuato in bambini con un vissuto di gelosia che nel bambino in fase edipica potrebbe evidenziarsi con « la mamma è solo mia ».
Un po' più attendibile potrebbe essere l'ipotesi fondata sulla relazione oggettuale secondo cui il rapporto tra l'avaro e il denaro potrebbe essere simile a quello tra il bambino e il suo giocattolo preferito ma smarrito (o sottrattogli). In questo caso, la dinamica maggiormente messa in evidenza è il godimento del possedere anche se l'oggetto di relazione non è usato. In questo caso il « sapere d'avere qualcosa » non è sufficiente. Infatti, l'avaro ha bisogno di vedere, toccare, contare il suo valore, il denaro. Il contatto sensibile col denaro dà una sensazione di controllo ed è per questo che l'avaro ha bisogno della prossimità fisica col suo oggetto relazionale. Un deposito in banca sarebbe come un distacco ansiogeno; invece averlo a portata di mano è maggiormente sotto il proprio controllo.
La contraddittorietà dell'avaro è evidenziata dal paradosso che vuole vederlo all'opposto di ciò che effettivamente è. Ossia, anche se l'avaro è all'opposto del generoso, tuttavia egli viene indicato il più generoso di tutti; infatti, è colui che accumula non per il godere di spendere per sé ma per il piacere del possesso, perciò è quello che lascia più degli altri ai suoi eredi. Un atteggiamento esasperato porta a risultati opposti a quelli desiderati. Neanche questo paradosso può far cambiare l'avaro.
Un'altra ipotesi per spiegare l'avarizia è quella del simbolismo. Non possiamo comprendere l'avaro se non risaliamo al significato simbolico soggettivo del denaro. Comunque, qualunque sia il significato specifico del denaro rimane sempre la dinamica sottostante dell'attaccamento ad una fonte di sicurezza. II. Da un punto di vista morale questo attaccamento è considerato egoista perché si pone all'opposto della condivisione che vede anche il proprio denaro come un valore sociale e farlo circolare non solo ha dei vantaggi privati ma anche collettivi. È ovvio che ogni investimento ha un margine variabile di rischio, ma l'avaro nel suo egoismo e nella sua insicurezza non valuta né i vantaggi personali né gli svantaggi per il bene comune. Infatti, il danno dell'avaro potrebbe essere considerato sotto un triplice aspetto. L'avaro danneggia se stesso perché, pur avendo dei mezzi, non li usa per il suo personale benessere. Il secondo danno è quello diretto al suo prossimo verso il quale non è di aiuto neanche se è in condizione di bisogno. Un altro danno è quello sociale: trattenendo il denaro non permette i benefici sociali, oltre che personali dell'investimento. Inoltre, trattenere infruttuosamente il denaro contante rallenta la velocità di circolazione del denaro; e anche questo è un danno sociale.
Il contatto diretto con il denaro (o altri oggetti di valore) dà all'avaro un piacere di gran lunga superiore a quello di investirlo o spenderlo, anche se oculatamente e per il proprio bene. Spesso gli avari vivono (o sopravvivono) con pochissimi mezzi; sembra che possano essere in uguale misura sia uomini che donne e questa inclinazione può iniziare già da bambini con sensibile aumento nell'età adulta. È possibile che il grado (o la gravità) di avarizia sia direttamente proporzionato alla quantità di ricchezza accumulata. Sembra che ad ogni aumento di denaro vi sia una breve soddisfazione per poi risentirsi insicuri, quindi bisognosi di altro denaro da accumulare. Ogni spesa, anche necessaria, è come un sanguinante smembramento; una parte di sé da dover cedere e da dover quanto prima recuperare.
Non vi sono ricerche attendibili per poter affermare in quale classe sociale è più frequente l'a., anche se da quanto ipotizzato i ricchi dovrebbero essere più avari. Resta la perplessità sul rapporto causa effetto: gli avari sono tali perché sono ricchi; oppure, i ricchi sono tali perché sono avari? La stessa perplessità è riscontrabile per quanto riguarda la struttura sociale e il periodo storico. Non vi sono evidenze sufficienti per indicare se la struttura autoritaria porti all'a. più di quella democratica o viceversa; se il periodo pre bellico faccia tendere all'a. più di quello post bellico. Molto dipende dalla famiglia e dalla persona che percepisce la minaccia e dai meccanismi di difesa uniti al sistema di valori per fronteggiare un'emergenza. L'avaro si pone all'opposto della solidarietà, perciò sia dal punto di vista psicologico e della crescita umana che dal punto di vista morale e religioso è un immaturo che è fortemente concentrato sui suoi bisogni e che cerca di soddisfarli anche a spese degli altri. L'avaro confonde il fine con il mezzo. La natura del denaro, per sua definizione, è « mezzo di scambio »; ma per l'avaro il denaro è un fine, uno dei più importanti della sua vita. Dal punto di vista morale il denaro non ha una connotazione qualitativa; di per sé non è né buono né cattivo; dipende dall'uso che se ne fa. Il denaro vale per il cambiamento che intendiamo effettuare nello scambiarlo; ossia, il denaro come mezzo di scambio per cambiare la qualità della vita personale, di coppia, di famiglia e sociale.
Il rapporto con il denaro può essere una discreta spia dalla quale poter intravedere una parte della maturità morale, ma anche l'equilibrio psichico nel rapporto oggettuale.

Bibl. A. Berti - A.S. Bondi, Il mondo economico del bambino, Firenze 1983.


Autore: G.P. Paolucci, A. Pacciolla
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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