Appetito


I. Il termine a. psicologicamente sta ad indicare la tendenza, l'inclinazione naturale a desiderare e cercare il proprio appagamento in un oggetto esterno, colto confusamente dalla coscienza come piacevole e rispondente ai bisogni vitali di cui il soggetto sperimenta la carenza. Dalla « scolastica » viene distinto in a. naturale ed è la tendenza verso la propria completezza entitativa, e in a. elicito ed è l'inclinazione psicologica verso un bene conosciuto. Di per sé, in quanto inclinazioni naturali, gli a. sono moralmente indifferenti: possono essere sedi di virtù se si lasciano coordinare dalla volontà, oppure sedi di vizi se precedono o condizionano le scelte della volontà.

II. Per quanto riguarda la spiritualità, il termine è presente nella teologia scolastica, ma soprattutto è molto usato da s. Giovanni della Croce il quale parla di due specie di a. Il primo, « volontario », è connotato da una componente viziosa e sta ad indicare una tendenzainclinazione disordinata dell'affettività, con la partecipazione della volontà. Consiste in ogni inclinazione naturale in quanto si oppone alla legge della ragione e della fede e in quanto resiste e si ribella alla vita spirituale (cf Gal 5,16 20). In questo senso, forma una categoria morale negativa. Il secondo ha una connotazione positiva e sta ad indicare soprattutto « desiderio ». Nella prima accezione, per il mistico spagnolo, radice e humus di tutti gli a. sono la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (cf 1 Gv 2,16).1 Nell'ottica di Giovanni della Croce queste inclinazioni disordinate provocano come una disintegrazione nella vita dell'uomo perché « sono come le sanguisughe che succhiano continuamente il sangue delle vene » 2 atrofizzando le relazioni d'amore a tre livelli: con Dio, con se stessi, con gli altri. Egli così enuncia le tre direzioni del disordine affettivo: « E cosa veramente degna di compassione considerare in quale stato riducano la povera anima gli appetiti che in essa vivono: quanto sia sgradita a se stessa, quanto arida verso il prossimo e quanto pigra verso le cose di Dio ».3

Proprio perché essi danneggiano la parte vitale dell'uomo in quanto la privano « dello spirito di Dio », e ancora « la stancano, la tormentano, l'oscurano, l'insudiciano, l'indeboliscono, la feriscono »,4 la prassi ascetica del passato ha molto insistito nell'invitare alla vigilanza per purificare gli a. con metodo e mezzi adatti. In questa prospettiva, molta influenza hanno avuto i famosi aforismi di Giovanni della Croce: « Non al più facile, ma al più difficile; non al più saporoso, ma al più insipido; ... non alla ricerca del lato migliore delle cose create, ma del peggiore e a desiderare nudità, privazioni e povertà di quanto v'è al mondo per amore di Gesù Cristo ».5 In fondo si tratta di non compiere nulla per sola soddisfazione personale o per solo piacere e di non omettere un atto buono solo perché ripugna o reca molestia. Si tratta, in ultima analisi, di un processo di decentramento perché nella vita dell'uomo risplenda la gratuità di Dio.

III. Nella vita ascetica. In questo processo di decentramento certo va ripensata l'eccessiva insistenza dell'ascetica tradizionale sulla mortificazione, soppressione, censura degli a., però è da sottolineare anche oggi l'importanza dell'ascesi perché l'esperienza cristiana non è mai puro dono dello Spirito, ma è sempre integrata con l'impegno ascetico. L'ascesi va ripensata e vissuta in dimensione pasquale: si tratta di lasciarsi sedurre dal Risorto e, affascinati da lui, lasciar morire in sé quel disordine affettivo e relazionale che porta a ripiegarsi su se stessi; di consentire alle inclinazioni - tendenze considerate positivamente - di canalizzarsi « come costante desiderio », per usare ancora il linguaggio di Giovanni della Croce, « di osservare esattamente la legge di Dio e di prendere sopra di sé la croce di Cristo »; 6 « di imitare Cristo » 7 e di dirigere « l'affetto della volontà verso il possesso dell'Amato di cui (l'anima) ha sentito il tocco ».8 L'ascesi in prospettiva pasquale è mistagogia che introduce il credente a divenire spazio di Dio e luogo della sua epifania per la salvezza di molti, ed è esperienza che non sopprime o inibisce le inclinazioni, ma le educa, le trasforma e vitalmente le orienta a una comunione maggiore con se stessi, con gli altri e con Dio. Chi vive questo mistero, abitato dal Risorto, agisce con tutto il suo essere, incluse le inclinazioni assopite, educate; infatti, come ricorda ancora Giovanni della Croce, nell'unione d'amore, avviene che « Dio tiene raccolte tutte le forze, le facoltà e gli a. dell'anima, sia spirituali che sensibili, affinché questa possa impiegare armonicamente le sue forze e virtù in questo amore e così compiere veramente il primo comandamento, il quale senza nulla disprezzare dell'uomo e senza nulla escludere di suo da questo amore, dice: «Amerai Dio con tutto il cuore...» ».9

Note: 1 cf Salita del Monte Carmelo I, 13,8; 2 Ibid. 10,2; 3 Ibid., 10,4; 4 Ibid., 6,1; 5 Ibid., 13,6; 6 Ibid., 5,8; 7 Ibid., 13,3; 8 Cantico spirituale, 1,19; 9 Notte oscura II, 11,4.

Bibl. T. Goffi, L'esperienza spirituale, oggi, Brescia 1984, 84 91; C. Molari, Mezzi per lo sviluppo spirituale, in T. Goffi - B. Secondin (edd.), Corso di spiritualità. Esperienza sistematica - proiezioni, Brescia 1989, 496 508; G. Pesenti, s.v., in DES I, 143 146; F. Ruiz, Riconciliazione finale nell'antropologia di San Giovanni della Croce, in Ch. A. Bernard (cura di), L'antropologia dei maestri spirituali, Cinisello Balsamo (MI) 1991, 281 293.


Autore: A. Neglia
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
Visite: 96