Antonio di Padova (Santo)


I. Cenni biografici e scritti. Fernando, nato a Lisbona nel 1195 dalla nobile famiglia dei Buglioni, nel 1210 diventa monaco tra i canonici agostiniani, dove poi viene consacrato sacerdote, ma nel 1220 passa tra i frati minori prendendo il nome di Antonio. Svanito il tentativo di vita missionaria in Marocco, approda ad Assisi dove assiste al capitolo delle stuoie (Pentecoste 1221). Dopo un breve periodo di solitudine nell'eremo di Montepaolo (Forlì), dà inizio all'attività di predicatore, che si estende a tutta l'Italia settentrionale e alla Francia, combattendo energicamente gli eretici (catari, patarini, albigesi) e meritandosi il titolo di « martello degli eretici ». Fra il 12231224, con l'approvazione di s. Francesco, inaugura lo studio teologico di Bologna. In qualità di lettore pubblico insegna anche in Francia a Montpellier, Tolosa e Puy Valay. E custode a Limoge in Francia (12261227) e poi ministro provinciale in Italia tra il 1227 e il 1230. Muore all'Arcella, alla periferia di Padova, il 13 giugno 1231. Viene canonizzato da Gregorio IX l'anno successivo (30 maggio 1232) ed è dichiarato Dottore universale della Chiesa da Pio XII il 16 gennaio 1946.
I biografi antichi di A., preoccupati di registrare più i fatti esterni della sua vita che le intime disposizioni del suo spirito, ci rivelano poco dei mistici rapporti che intercorrevano tra A. e il suo Signore. Tuttavia, pur dando la precedenza alle sue attività di predicatore e di taumaturgo, non tralasciano di accennare alla sua eroica santità e alle sue estasi e visioni. Ma è soprattutto attraverso i suoi scritti che traspare il suo culto pieno di fede, di tenerezza e di entusiasmo verso l'Eucaristia, il Bambino Gesù, il Crocifisso, il s. Cuore e la Vergine Maria. Il desiderio del martirio che spinge A. sulla via del Marocco, la vita contemplativa coltivata negli eremi di Olivares, di Montepaolo, di Camposampiero e lo zelo ardente con cui si dedica alla predicazione per la salvezza delle anime e per la difesa degli oppressi testimoniano in A. un animo totalmente infiammato dalla carità divina. E, al momento della morte, il suo cantare l'inno mariano « O gloriosa Domina » e l'esclamazione « Vedo il mio Signore » sono un'altra conferma dello spessore mistico della sua vita. Del resto, il modo con cui parla della vita mistica nei suoi scritti lascia intendere che attinge non solo dagli autori, ma anche dalla propria esperienza di vita. Nei suoi scritti si sente vibrare il mistico, ardere il fuoco di un desiderio che è il fuoco dell'amore del prossimo nel desiderio di travolgerlo nell'amore di Dio.
Gli scritti sicuramente autentici del santo sono i Sermones dominicales e i Sermones in solemnitatibus Sanctorum. Un'edizione critica di questi sermoni, con il titolo di Sermones dominicales et festivi è stata pubblicata nel 1979 a Padova a cura di B. Costa, L. Frasson, G. Luisetto, in tre volumi. E dubbia l'attribuzione dell'Expositio in psalmos (278 parafrasi e disquisizioni sui 150 salmi).

II. Teologia mistica. Nei Sermones di A. invano si cercherebbe un'esposizione sistematica della sua dottrina mistica; eppure è possibile trovarvi i contenuti sufficienti per una ricostruzione organica di tale dottrina. Per questo motivo, gli studiosi riconoscono al Dottore evangelico anche il titolo di scrittore mistico.
Secondo l'invito rivoltogli da s. Francesco, A. insegna teologia ai frati leggendo e commentando la Bibbia, così come viene proposta dalla liturgia, allo scopo di « consolare ed edificare » i frati allo « spirito di orazione e devozione » e aiutarli nella predicazione ai fedeli, perciò, nello spirito di Francesco, A. mira a una predicazione che porti alla « penitenza », al rinnovamento della vita cristiana.
Tra i vari sensi spirituali della Bibbia, in A. l'interesse centrale è per il senso morale. E la sua tendenziale totalità all'esegesi morale ha rapporto con la totalità che nell'animo di A. ha la carica apostolica e missionaria. La totalità biblica dei Sermones corrisponde alla totalità predicante di A. che, in questo senso, non può non essere francescano.
Nei confronti con la teologia monastica, A. afferma una concezione diversa del divino, quindi, un diverso modello di santità: considera la pienezza cristiana come realtà non più extra storica, ma intra storica. Non più solo Dio (come tendenzialmente è la cultura monastica), ma il prossimo è l'oggetto della considerazione biblica e teologica di A.: « Ascendite ad contemplandum quam suavis sit Dominus, descendite ad sublevandum, ad consulendum, quia his indiget proximus ».1
L'uso che A. fa della Bibbia rivela la sua originalità culturale e spirituale: entro la riduzione scolastica e clericale, A. riesce a dare voce a nuove esigenze, a mantenere uno spazio di novità, a coprirla del suo zelo per Dio e della sua passione per il prossimo. Forse A. è il primo a realizzare una predicazione non monastica così alta, per cui la contemplatio consiste nel gustare Dio, nel consolare il prossimo e nel perdersi nella croce. In ciò è evidente l'influsso di Francesco d'Assisi.
La lettura morale della Bibbia per A. non è solo la ricerca di una classificazione degli atti come buoni o come cattivi, ma è soprattutto formazione dell'uomo interiore. I termini « forma, informare, informazione » percorrono con insistenza tutta la raccolta dei Sermones. La forma per eccellenza, che il penitente deve assumere, è quella di Cristo, perciò il tema di Cristo, e più precisamente l'umanità di Cristo (le sue virtù), emerge nei Sermones. L'anima contemplativa è rapita dalla conoscenza della santa umanità di Cristo, « aurea urna » nella quale si contempla la « manna della divinità », e, in ragione di questa conoscenza, l'anima si sente infiammata d'amore per la persona di Cristo. E per un movimento convergente che il penitente assume la forma di Cristo: il penitente si offre vittima al Dio crocifisso, e questi segna il cuore del penitente con la stessa croce.2 Questa possibilità di immedesimazione cristica è opera dello Spirito di Dio.3 Il cristiano è veramente un altro Cristo, il cui spirito è lo stesso Spirito di Cristo; così « risplendeat et facies animae nostrae sicut sol, ut quod videmus fide, clarescat in opere; et bonum, quod discernimus intus, discretionis virtute foris exequamur in actionis puritate; et quod gustamus de Dei contemplatione, calore ferveat in proximi dilectione ».4 L'essenza della perfezione cristiana è posta da A. nell'adempimento del duplice precetto della carità. L'uomo perfetto è il « vir caritativus... qui de solo igne caritatis vivit ».
A sua volta la perfezione della carità sfocia nella contemplazione come nel suo vertice connaturale. Quando A. usa il termine « contemplazione » nel suo significato rigoroso per indicare lo stato mistico, intende con esso la cognizione semplice ed amante, la « sapienza » o gustazione saporosa di Dio e delle cose divine, prodotta da Dio stesso nell'anima del giusto.
Oggetto della contemplazione è Dio stesso nel mistero della SS.ma Trinità e nelle sue opere ad extra, e Gesù Cristo nella sua umanità santa. La contemplazione mistica comprende atti intellettivi e affettivi. In quanto atto dell'intelligenza, non è un processo dialettico, ma una visione repentina, intuito unitario, semplice sguardo o intuito di Dio e delle cose divine; e in quanto atto della volontà è saporosa gustazione di Dio e delle cose divine. Seguendo Riccardo di S. Vittore, A. ammette due principali gradi di contemplazione: la mentis elevatio che si avvera quando industria umana e grazia speciale concorrono insieme a far sì che la mente, senza perdere totalmente il contatto con le cose presenti, sia trasferita in uno stato che supera le possibilità puramente umane. La mentis alienatio è la forma superiore di contemplazione, che si avvera quando, unicamente in forza della grazia divina, il giusto perde l'avvertenza delle cose presenti ed entra in uno stato estraneo ed inaccessibile all'industria umana: conoscenza e amore che soltanto Dio produce nell'anima.
Pure affermando la gratuità della contemplazione mistica, A. ribadisce che ad essa tutti sono chiamati; la sua rarità di fatto è dovuta all'impreparazione dell'anima ad accoglierla. La pratica delle virtù evangeliche e soprattutto l'amore dispongono ad accogliere il dono del Signore. L'amore è necessario come fonte di elevazione e la contemplazione, a sua volta, compie la perfezione morale; ma è la grazia a portare a compimento la trasformazione dell'uomo giusto. Dall'intimità con Dio, l'anima esce rifatta, riportando in sé i riverberi della bellezza divina. La contemplazione produce il candore, l'aumento delle virtù e delle opere meritorie, l'agilità sempre crescente dello spirito, l'abbandono fiducioso in Dio. Lo stato dei perfetti non si risolve né nella sola azione né nella sola contemplazione, ma nella conciliazione dell'una e dell'altra, che a vicenda si influenzano.
Prima ancora di s. Giovanni della Croce, A. parla di una notte dell'anima, non cercata, ma da essa sopportata come preparazione alla contemplazione.

Note: 1 Sermones, I, 90; 2 Cf Ibid., I, 48,130,147,154 155; 3 Ibid., 328; 4 Ibid., 96.

Bibl. Le più antiche Leggende hanno avuto varie edizioni; attualmente si possono trovare in Fonti agiografiche antoniane, tr. a cura di V. Gamboso, I: Vita prima di S. Antonio o Assidua; II: Giuliano da Spira: Officio ritmico e vita secunda; III: Vita del Dialogus e Benignitas, Padova 1981 1986. Tra le biografie più recenti segnaliamo: S. Clasen, Sant'Antonio, Dottore evangelico, Padova 1963; V. Gamboso, La personalità di s. Antonio di Padova, Padova 1980; A.F. Pavanello, S. Antonio di Padova, Padova 19856; Studi: Aa. Vv., S. Antonio di Padova dottore evangelico, Padova 1946; Aa.Vv., S. Antonio dottore della Chiesa. Atti delle settimane antoniane tenute a Roma e a Padova nel 1946, Città del Vaticano 1947; Aa.Vv. Le fonti e la teologia dei sermoni antoniani, Padova 1982; A. Blasucci, La teologia mistica di s. Antonio, in Aa.Vv. S. Antonio dottore della Chiesa, o.c., 195 222; J. Heerinckk, S. Antonius Patavinus auctor mysticus, in Ant 7 (1932), 39 76, 167 200; T. Lombardi, Il Dottore evangelico, Padova 1978; L. Meyer, De contemplationis notione in sermonibus s. Antonii Patavini, in Ant 6 (1931), 361 380.


Autore: R. Barbariga
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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