Affabilità


Nozione. Questo termine indica un modo di parlare e di agire molto gradito all'interlocutore, che si sente benevolmente accolto. L'a. è una qualità applicata a chi si comporta con il prossimo in modo sereno, cortese e piacevole. La sua affabilità è proverbiale, si dice di una persona che, mediante l'ascolto paziente dei problemi dell'altro, riesce ad intrattenere un dialogo aperto e cordiale. Alla naturale capacità di ispirare fiducia fa riscontro una serie di consigli che ridanno pace e coraggio a chi chiede aiuto.

L'a. forma parte integrante della giustizia in quanto dà al prossimo il rispetto dovuto e tratta tutti, in ogni situazione, con somma squisitezza. Ne differisce, invece, perché non è un obbligo a norma di legge né un effetto di pura gratitudine. Secondo s. Tommaso,1 si tratta di un atteggiamento d'apertura verso il prossimo, specialmente verso coloro che si sentono « emarginati », dimenticati o disprezzati dalla società in cui vivono. Così ogni persona, senza alcuna distinzione di razza o religione, viene accolta con gioia sincera, amata per quello che è (cf GS 24) e diventa soggetto della reciproca amicizia.

II. Fondamento delle relazioni sociali. Mediante l'a. si rafforzano i vincoli di fraternità e di solidarietà, che costituiscono le norme principali dell'umana convivenza. Allora la singola persona non solo gode di una dignità inalienabile, ma sperimenta, altresì, da parte di tutti, sentimenti di comprensione, di grande stima e di fraterno amore. Come risposta ad una esigenza del cuore umano, l'a. rinnova la regola d'oro nelle relazioni sociali: parlare e comportarsi con gli altri allo stesso modo in cui ognuno vuole essere trattato (cf Mt 7,12). Anzi, i poveri, gli emarginati, i rifugiati meritano una dose straordinaria di a. Chi prova profondo interesse e sincera solidarietà per i problemi degli altri sa apprezzare la persona per quello che è, non solo per la sincerità delle manifestazioni di coscienza o per le qualità umane. Inoltre, serve ben poco una semplice compassione (o un piangere insieme sulle disgrazie altrui) che non comporti un efficace rimedio. L'a. diventa un aiuto positivo, perché si basa, a parte l'efficacia dell'amore di Dio, sulla fiducia nella persona, capace di un rinnovamento interiore e della soluzione dei problemi che sorgono ad ogni passo del cammino. L'atteggiamento di passività del soggetto, dunque, lo spirito di adulazione o, peggio ancora, la connivenza con la situazione sofferta non sono coerenti con la forza rinnovatrice di questa virtù.

III. Una virtù cristiana. Chi sa ascoltare benevolmente il prossimo che sta davanti mette in pratica il nuovo comandamento dell'amore, sintesi di tutte le leggi: un amore infinito, che trova la sorgente in Dio stesso, manifestato chiaramente nella vita e nell'insegnamento di Cristo. Egli, « perfetto Dio e perfetto uomo » (GS 22,38), si comporta sempre con somma delicatezza verso i più bisognosi. Come medico delle anime, proclama di essere venuto per salvare i peccatori (cf Lc 15,1?2) e per guarire i malati (cf Mt 14, 14). Certamente si commuove dinanzi alle miserie umane (cf Mc 1,41), ma offre un rimedio nel segno dell'a.: « Io sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29).
Nel dialogo con Nicodemo (cf Gv 3,1?21), nell'incontro con Zaccheo (cf Lc 14,1?10) o nel colloquio con la Samaritana (cf Gv 4,7?42), egli non solo ascolta pazientemente i dubbi di fede o i problemi personali, ma mette l'interlocutore a suo agio. Infatti, si avvicina a ciascuno con semplicità, infonde fiducia al primo saluto e facilita l'apertura del cuore; quando interviene nei rispettivi colloqui cerca di chiarirne alcuni aspetti, senza però censurare le manifestazioni sincere, anche se un po' imbarazzanti. Alla fine, la sua parola illumina la situazione esistenziale e provoca la sincera conversione della persona che, a sua volta, diventa discepola e amica.
L'a. è un atto di mortificazione interiore. Come virtù esige un atteggiamento sereno, frutto della lotta contro la volontà di dominio sugli altri. Radicata nell'umiltà sincera e alimentata dall'amore fraterno, l'a. autentica è un frutto dello Spirito Santo che conosce, muove e trasforma il cuore umano. L'a. si richiede, inoltre, nei rapporti di carattere sociale. Essa si addice soprattutto a quanti hanno un incarico sociale o una funzione di guida. In particolare, è richiesta ai presbiteri e a coloro che hanno una responsabilità pastorale all'interno della Chiesa;2 ai superiori delle comunità religiose; ai direttori spirituali.

IV. L'acquisto personale dell'a. Ogni cristiano, chiamato alla santità nel proprio stato e ufficio (cf LG 39?42), deve dominare le proprie passioni. Per combattere i nemici esterni ed interni, in particolare l'egoismo, bisogna esercitare la mansuetudine. Anche quando ognuno crede di avere ragione, se si lascia coinvolgere dal disprezzo, con i conseguenti scatti d'ira, verso l'altro dimostra una superbia raffinata. La virtù dell'a. si acquista alla luce di Cristo, mite ed umile di cuore. La conversione del cuore è frutto di una convinzione libera, grazie alla forza persuasiva dell'amore. Frutto dello Spirito, l'a. è segno dell'amore misericordioso di Dio nei confronti dell'uomo, quindi di quest'ultimo nei rapporti con gli altri. Proprio per questo motivo, l'a. può svilupparsi solo in chi vive radicato nel cuore di Dio. I mistici, infatti, sono coloro che ne manifestano l'attualizzazione più autentica come riflesso di una vita invasa dal Dio dell'amore e protesa verso di lui.

Note: 1 STh II?II, q. 114, a. 2c.; 2 Cf Giovanni Paolo II, Il presbitero uomo della carità, in L'Osservatore Romano, 8 luglio 1993, 4.

Bibl. E. Bortone, s.v., in DES I, 35?36; Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali, 4; L.M. Mendizábal, La direzione spirituale. Teoria e pratica, Bologna 1990, 77?85; H.?D. Noble, Bonté, in DSAM I, 1860?1868; Tommaso d'Aquino, STh II?II, q. 114, aa.1 e 2.


Autore: E. De Cea
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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