Abbandono


I. Il termine a. può avere due significati, l'uno passivo, l'altro attivo. L'anima può essere realmente, o apparentemente, abbandonata da Dio o può abbandonarsi a Dio.

1 Rimanendo nell'ambito proprio della mistica, ci soffermeremo sul significato più propriamente passivo dell'a.

II. Nell'esperienza mistica. Il verbo latino derelinquere, da cui la parola italiana « derelizione », indica, nell'esperienza mistica propria di un'anima già avanzata nel cammino di perfezione, l'a. totale dell'uomo da parte di Dio. Questi, almeno in apparenza, abbandona l'uomo, che pur ha chiamato a percorrere il cammino spirituale della fede, lasciando in lui un senso di solitudine, di aridità, di desolazione. L'uomo, in realtà, non è abbandonato da Dio. Quest'ultimo lo mette alla prova abbandonandolo all'esperienza dolorosa di chi sente che il Padre lo ha consegnato alla morte. Dio si tira indietro rispetto alle sue promesse, respinge l'amore che ha suscitato. E questa la forma più dura della purificazione interiore, che passa per alcuni gradi: l'uomo dapprima sente che Dio si è allontanato, resta silenzioso e assente, quasi dimentico del suo amore, poi avverte il deserto, senza luce, senza consolazione di vita e percepisce che questo deserto è il castigo della sua colpa, che Dio, somma giustizia, vendica l'enormità del suo peccato e che questo castigo è per sempre.

Ma Dio non costringe mai all'esperienza della morte se non per costruire la vita. L'esperienza dell'a. si risolve nell'ultima purificazione del cammino di perfezione nell'intima comunione con Cristo salvatore, facendo zampillare nell'anima l'atto di a. perfetto, che la introduce nella piena partecipazione alla redenzione di Cristo.

Tale esperienza mistica, come tutte quelle della vita cristiana, trova il suo fondamento nel Vangelo, negli insegnamenti e nelle azioni del Signore. Gesù Cristo è il modello di ogni a., dalla greppia di Betlemme e dalla fuga in Egitto alla sua vita nascosta a Nazaret, dalle tentazioni nel deserto e dal mistero del suo battesimo nel Giordano alla sua gloriosa trasfigurazione, dall'orazione sanguinosa nel Getsemani al glorioso mistero della sua morte in croce sul Golgota.

Tale è la grandezza di questo a. che tutta l'esperienza antica trova in esso il suo significato pieno, così che i misteri dell'antica alleanza sono figura di quello del Salvatore: « Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell'agnello fu sgozzato. Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato. Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca, egli è l'agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnello senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato alcun osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione. Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro ».

2 Caratterizzato dal Cristo della passione, ogni a. è, dunque, sperimentato nella vita interiore del credente come dono del Padre. I grandi mistici hanno descritto, sotto diverse forme, l'esperienza della desolazione interiore: s. Teresa d'Avila parla della lotta ascetica, propria del cammino di perfezione che passa per varie tappe e gradi di orazione, come di uno sforzo per condurre l'uomo accanto a Dio, e della vita mistica nella quale la vita cristiana raggiunge la sua pienezza, come quella che « mette in luce la vera dimensione cristiana della vita nascosta nella nuova creatura, sviluppa e fa emergere i rapporti che legano la vita del singolo cristiano a quella della Chiesa, accorcia le distanze tra la vita presente, in fede e grazia, e la vita celeste ».

3 Allo stesso modo, s. Giovanni della Croce insegna che « perché un'anima giunga allo stato di perfezione, ordinariamente deve passare prima per due forme principali di notti che gli spirituali chiamano purificazioni dell'anima; noi le chiamiamo notti, perché l'anima, sia nell'una che nell'altra, cammina come di notte, al buio ».

4 « Questa notte oscura è un influsso di Dio nell'anima, che la purifica nella sua imperfezione ed ignoranza abituale, naturale e spirituale... dove Dio istruisce in segreto l'anima nella perfezione dell'amore, senza che essa faccia nulla né intenda cosa sia questa contemplazione! ».

5 S. Francesco di Sales insiste, invece, sull'imitazione di Gesù Cristo come ricerca della perfezione: il massimo dell'amore è rimettersi interamente a lui, come il Cristo in croce fra le braccia del Padre nella « totale rimessa a Dio », nel perfetto a. nelle sue mani realizzato tramite l'esperienza della « desolazione ».

6 Alla base di tutto, c'è la fede nell'infinita amorosa sapienza di Dio, che dona la vita alle sue creature. L'uomo non può fare di meglio che aderire completamente alla « buona » volontà del Padre, che tutto dispone per il nostro bene. « La perfezione consiste nell'unire talmente la nostra volontà a quella di Dio in modo tale che la sua e la nostra non siano più che uno stesso volere e non volere; e chi eccellerà di più in questo punto, sarà il più perfetto ».

7 I precetti evangelici di Mt 6,25?34; Lc 11, 9?13; 12,22?31; 22,42 e Mt 26,39, culminanti, con l'evocazione del Sal 31,6, nella preghiera di Lc 23,46, sfociano nell'insegnamento apostolico di 1 Pt 5,6?11 e Rm 8,28?30. Dalla memoria fiduciosa dell'amore del Padre, che mai si dimenticherà dei suoi figli, nascono anche e, per certi versi, soprattutto, nell'esperienza lacerante dell'a., la certezza della fede, la determinazione dell'obbedienza, l'invocazione della speranza e, infine, la luce della carità. Così per Adamo, così per Abramo, Isacco e Giacobbe, così per Mosè, per Davide, per Giovanni Battista, così per Maria, Vergine e Madre, così per ogni creatura rinata nel battesimo, tralcio della vera vite, incorporata a Cristo Signore nell'impegno di una vita nuova (cf Rm 6,2?5; Gal 3,26?28; Ef 4,20?25), secondo il beneplacito dell'Altissimo, in eterno. Note: 1 Lasciamo da parte una trattazione fra le più ampie, articolate e approfondite dell'a. dell'anima a Dio inteso in senso attivo come atto o stato di chi sostituisce la volontà divina alla volontà umana nella determinazione della propria vita e nelle scelte concrete della propria esistenza, che può trovarsi nella voce Abandon del DSAM; 2 Melitone di Sardi, Omelia sulla Pasqua 65?67: SC 123, 95?101; 3 T. Alvarez, Teresa di Gesù, in DES II, 1870; 4 Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, I, 1,1; 5 Id., Notte oscura, II, 5,1; 6 Cf Francesco di Sales, Trattato sull'amore di Dio, IX; Id., Trattenimenti, II, XII, XV; 7 Cf Vincenzo de' Paoli, Entretiens, XI, 318.

Bibl. Z. Alszeghy ? M. Flick, Sussidio bibliografico per una teologia della croce, Roma 1975; S. Breton, Le Verbe et la Croix, Paris 1981; J.P. de Caussade, L'abbandono alla divina provvidenza, Cinisello Balsamo (MI) 19906; L. Chardon, La croix de Jesus, Paris 1937; A. Dagnino, La vita interiore, Roma 1960; F. Di Bernardo, Passion (Mystique de la), in DSAM XII, 312?338; C. Gennaro, s.v., in DES I, 4?7; G. Jacquemet, Abandon a Dieu, in Cath I, 3?7; A.M. Lanz, s.v., in EC I, 21?24; H. Martin, Dereliction, in DSAM III, 504?517; P. Pourrat, s.v., in DSAM I, 2?49; F. Varillon, La souffrance de Dieu, Paris 1975.


Autore: D. Micheletti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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