Abacuc


Ottavo tra i profeti minori del Vecchio Testamento, contemporaneo di Geremia. (Habaqqùq, cf. l'assiro hambaququ, nome di pianta e nome proprio; del tipo di 'asafsuf, Num. 11, 4). Distinto dall'A. di Dan. 14, 32-33.

Giuda per i suoi peccati sta per essere invaso e devastato dai Caldei (Hab. 1, 5 s.); il suo castigo non è definitivo (1, 17). Dio invece punirà definitivamente i Caldei invasori, perché han solo fiducia nella loro forza, e non riconoscono di essere dei semplici strumenti nelle mani di Iahweh (2, 1-20); come Isaia dice dell'Assiria (Is. 10). Nella preghiera finale (c. 3) il profeta esprime liricamente i suoi sentimenti sull'intervento punitivo di Iahweh (vv. 1-15) e sulla salvezza finale per il suo popolo (vv. 16-19). A. solleva il problema del male e della giustizia divina: Va bene, egli dice al Signore, che tu chiami questi Caldei a eseguire i tuoi giudizi contro Giuda e gli altri popoli; ma come fai a permettere che esorbitino e commettano tante infamie? (Hab. l, 13 s.). È un'eco di Iob 9, 4. Giuda per quanto colpevole, è meno iniquo del Caldeo. La risposta conferma la divina giustizia che non lascia impunita l'iniquità; al castigo solo temporaneo di Giuda risponde il castigo radicale dei Caldei, adeguato alle loro colpe (Hab. 2, 4): Giuda per il suo monoteismo, la sua fiducia in Iahweh sarà salvo.

Dall'esame del genere letterario (1, 2-4 lamentazione; 5-10 oracolo; 11-17 lamentazione; 2, 1-5a oracolo; 5b-20 cinque imprecazioni; 3 un salmo) risulta una coordinazione organica e intenzionale di un profeta cultuale, cui sono familiari i generi della letteratura profetica e della lirica sacra. Il c. 3 non è un elemento avventizio, ma la risposta diretta all'attesa e alla domanda fatta in 2, 20. La destinazione del libro è d'ordine liturgico: il c. 3 è un salmo cantato nel culto divino (cf. vv. 3.9.13: la pausa, "sela"): A. è un profeta, professionalmente legato al culto giudaico.

Il vocabolario di A. s'incontra molto spesso con quello dei profeti della fine del VII sec. Si ha così una conferma oggettiva che A. profetò nell'ultimo quarto del VII sec., quando, dopo la vittoria di Karkemis (605 a. C.), i Caldei si preparavano ad attaccare il regno di Giuda e si relega al campo della fantasia l'attribuzione del libro all'epoca greca (cf. N. J. Gruenthaner, in Biblica, 8 [1917] 129-60, 257-39). S. Paolo argomenta da Hab. 2, 4, in Rom. l, 17; Gal. 3-, 11, la giustificazione mediante la fede; e cita Hab. l, 5, in Act. 13, 40 s. Tra i manoscritti (v.) del Mar Morto è stato trovato un commento ad A. (sec. I d. C.). Il testo dei singoli versi è seguito da una breve spiegazione che applica la profezia alla situazione politica e religiosa del tempo. È il metodo classico dei Midrash. Nell'insieme il testo concorda con la lezione masoretica. Il commento si limita ai primi due capitoli, secondo la finalità e la natura dello scritto; nulla può dedursi contro l'autenticità del c. 3.
[F. S.]

BIBL. - H. BÉVENOT, Le cantique d'Habacuc, in RB, 42 (1933) 449-525: P. HUMBERT, Problèmes du livre d'Habacuc, Neuchatel 1944: E. JACOB, in RHPhR. 27 (1947) 114-17: B. H. BROWNLEE, in BASOR. 112 (1948) 8-18: A. NEHER, in RHPhR, 28-29 (1948-49) 246-248; J. T. MILIK, in Biblica, 31 (1950) 222-25.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
Visite: 48