Capitolo 8: la fuga in Egitto

Vita della Santa Vergine Maria

Beata Anna Caterina Emmerick

Capitolo 8: la fuga in Egitto
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103 - L'Angelo sveglia Giuseppe e lo invita a fuggire Commiato dalle sante donne e fuga verso l'Egitto. - Visioni dalla notte di giovedì 1 marzo alla mattina di venerdì 2 marzo

Nella casa della Santa Famiglia tutti dormivano, la notte era calata già da tempo. Maria Santissima dormiva nella stanza a destra del focolare, Anna nella stanza a sinistra e sua figlia maggiore dormiva fra la stanza di Giuseppe e quella di Anna. Le pareti divisorie delle stanze consistevano in semplici tavole di vimini, superiormente ricoperte di tavole fatte di scorze intrecciate. Il letto di Maria era diviso dal resto della stanza da una tenda; ai suoi piedi, posto in una posizione rialzata sopra un tappeto di lana, giaceva il Santo Bambino. Vidi Giuseppe che dormiva con la testa appoggiata al braccio. Sognò un fanciullo splendente di luce radiosa avvicinarsi al suo giaciglio e parlargli. Giuseppe si svegliò, ma subito si riaddormentò, vinto dalla stanchezza e dal sopore; L'Angelo lo prese per mano e lo fece alzare. Giuseppe riacquistò i sensi e si alzò. Recatosi alla lampada che ardeva dinanzi al focolare vi accese la sua e si recò nella stanza di Maria, dopo aver parlato con Lei andò nella stalla dove si trovava l'asino, poi andò in una stanza dove erano custoditi una quantità di arnesi diversi e vi fece i preparativi per la partenza. Frattanto Maria si alzò, si vesti e andò da Anna, mettendola al corrente dell'invito Divino. Allora tutti si alzarono lasciando però dormire tranquillo il bambinell6 Gesù. Per quanto fossero addolorati nel dividersi, pensarono ad eseguire bene quel doloroso volere di Dio senza abbandonarsi alla tristezza dell'addio. Disposero quindi tutto quanto fosse necessario per il viaggio. Anna e Maria Heli si affaccendarono assai nel preparare tutto l'occorrente. Maria Santissima non prese però con sé tanti oggetti come quanto era partita da Betlemme. Raccolti insieme alcuni tappeti, fecero un piccolo involto e lo portarono a Giuseppe per farlo caricare sull'asino. Tali preparativi furono eseguiti in pieno silenzio, tranquillamente e con la massima sollecitudine, come si addice appunto ad una partenza segreta di cui si è avvertiti nel silenzio della notte. Quando Maria andò a prendere il Santo Bambino, fu presa da tale fretta da non poterGli cambiare nemmeno i pannolini. Non saprei come descrivere la commovente tristezza dipinta sul volto di Anna e delle altre donne. Tutti, perfino il figlioletto di Maria Heli, piangendo, si premevano al cuore il pargoletto Gesù. Anna abbracciò strettamente la Santa Vergine e piangeva, come se avesse il presentimento che non l'avrebbe mai più rivista. Prima di mezzanotte si erano congedati da tutti e avevano lasciato quella dimora. Anna e Maria Heli accompagnarono Maria per un lungo tratto, fuori Nazareth. Giuseppe seguiva le donne guidando l'asino; la Vergine portava il Bambino ben coperto. Un ampio mantello avviluppava Maria col Bambino, un gran velo di forma quadrangolare le ricadeva sul viso avvolgendo la parte superiore del capo. Dopo aver fatto un pezzo di strada, le sante donne furono raggiunte da Giuseppe con l'asino carico di ceste e di otri d'acqua. Le ceste avevano numerosi scompartimenti riempiti di picco-li pani, uccellini vivi ed anfore. Sul dorso dell'asino era collocata un specie di sella, ed ai fianchi erano stati disposti i vari bagagli. Attaccata alla sella vi era un'asse per appoggiarvi i piedi. Ad un certo punto vidi ripetersi gli abbracci. Anna benedisse infine sua Figlia, la quale, visibilmente commossa, salì sul somarello che partì, tirato per la cavezza da Giuseppe.

Quella notte la Veggente visse nella sua anima la scena del dolore di Anna e di Maria Heli. La vidi piangere amaramente. - Venerdì 2 marzo.

Mentre Anna, Maria Heli e gli altri erano intenti a riordinare la casa di Maria e di Giuseppe, vidi contemporaneamente la Santa Famiglia attraversare molti paesi e poi fermarsi a riposare in una capanna posta a mezzogiorno. Verso sera sostarono nel paesino di Nazara, presso certa gente che viveva nella solitudine e che era comunemente disprezzata. Questi non erano veri Ebrei, poiché nella loro religione avevano usanze pagane. il loro tempio era posto nella regione della Samaria, sul monte Garizim. Essi accolsero amichevolmente la Santa Famiglia che soggiornò in quel luogo anche il giorno seguente. Al ritorno dall'Egitto, Giuseppe, Maria e il Bambino visitarono di nuovo quella brava gente; così farà pure Gesù, quando a dodici anni si recherà al tempio e sarà di passaggio sulla via del ritorno. Questa famiglia di Ebrei sarà poi battezzata da Giovanni e si convertirà al Cristianesimo.

104 - Il terebinto di Abramo e la pianura di Moreh. - Domenica 4 marzo.

Dopo aver trascorso il sabato a Nazara, la Santa Famiglia riprese subito il viaggio. La domenica sera e la notte del lunedì si accampò sotto il vecchio albero di terebinto. Il terebinto di Abramo, dai santi Fuggiaschi ben conosciuto, si trovava presso la pianura di Moreh, era non lontano da Sichem, Thenat, Siloh ed Arumah. in questa zona la strage e la persecuzione erodiana contro i fanciulli era già iniziata, perciò tutti gli abitanti erano in forte agitazione. Fu presso quest'albero che Giacobbe sotterrò gli idoli di Labano. Giosuè radunò il popolo sotto questo terebinto, vicino al quale aveva fatto collocare l'Arca dell'Alleanza nel tabernacolo, e fece giurare solennemente a tutti la rinuncia al culto degli idoli. Abimelech, figlio di Gedeone, fu salutato in questo luogo come re dei Sichemiti. Questa mattina ho veduto la Santa Famiglia che riposava tranquillamente presso un cespuglio di balsami in posizione amena. Il pargoletto Gesù era in grembo alla Santa Vergine a piedi nudi. Il cespuglio di balsami produceva dei frutti rossi e stillava dal tronco gocce di un liquido denso. Giuseppe ne riempì un'anfora. Poi presero un pasto frugale con pani e piccola frutta selvatica che avevano raccolto dai vicini cespugli. L'asino aveva pure trovato di che dissetarsi e pascolare. in lontananza alla loro sinistra, si vedevano il colle e la città di Gerusalemme. Tutta questa scena infondeva una quiete profonda.

105 - Elisabetta fugge con il piccolo Giovanni nel deserto. I tre fuggiaschi sostano in una grotta e in altri luoghi.

Dopo che la Santa Famiglia ebbe valicato alcune alture, che sono propagini del monte degli Ulivi, li vidi prendere alloggio in una vasta e selvaggia spelonca su un monte presso Hebron, un po' dopo Betlemme. Credo che questa fosse la sesta stazione del loro viaggio. Quando i santi Viandanti arrivarono in questo luogo erano assai stanchi ed afflitti. Maria Santissima era addolorata e piangeva, perché soffrivano per la mancanza di molte cose. Erano costretti a fuggire per le strade solitarie e ad evitare tutte le città ed i pubblici alberghi. In questa caverna si fermarono per un giorno intero. Ma l'Onnipotente li soccorse e li ristorò: in seguito alle preghiere della Santa Vergine scaturi prodigiosamente una fonte e comparve una capra selvatica che si lasciò mungere. Più tardi apparve loro un Angelo che li consolò. Fu in questa spelonca che un profeta, credo Samuele, si fermava spesso a pregare. Fu proprio in questi luoghi che Davide pascolava le pecore del padre; quivi pregava e ricevette per mezzo di un Angelo i comandi del Cielo, come per esempio fu avvertito di prepararsi al combattimento contro Golia.

Martedì 6 marzo.

Elisabetta e Zaccaria furono avvertiti da un messo fidato della Santa Famiglia sulla prossima strage degli Innocenti; allora Elisabetta si recò subito nel deserto per nascondere il piccolo Giovanni. Questo luogo era lontano due ore da Hebron. Vidi Zaccaria accompagnarli per un tratto di strada. Giunti ad un ponte di travi che attraversava un fiumiciattolo si divisero; Zaccaria si avviò verso Nazareth, seguendo la via che aveva fatto Maria al tempo della Visitazione. Lo vidi in cammino; forse il sant'uomo andò a Nazareth per chiedere ad Anna più particolari sulla terribile minaccia. Il piccolo Giovanni aveva quasi due anni, vestiva una pelle di animale e saltellava allegro come fanno tutti i fanciulli.

Anna Caterina non intende il deserto vero e proprio, cioè non vede una pianura interminabile di sabbia, ma piuttosto un luogo solitario e arido con rupi, caverne e spelonche d'ogni specie, con cespugli carichi di coccole e di altra frutta selvatica.

Elisabetta condusse il piccolo Giovanni in una spelonca, dentro la quale, dopo la morte di Gesù, dimorò per qualche tempo anche Maddalena. Vidi frattanto la Santa Famiglia costeggiare la sinistra del Mar Morto, per sette ore si diressero verso il sud e, due ore dopo Hebron, entrarono nella zona desertica in cui si era rifugiata Elisabetta col piccolo Giovanni. La via che essi percorrevano passava molto vicino alla grotta di Giovanni. Vidi la Santa Famiglia che, stanca ed affaticata, per-correva tristemente il deserto; gli otri d'acqua e le anfore di balsamo si erano svuotati. La Vergine era molto afflitta perché erano tormentati dalla sete. Allora si recarono in un luogo in cui il terreno produceva cespugli ed alcune erbe magre; Maria scese dall'asino per sedersi sul terreno col suo caro Bambinello. A poca distanza vidi con commozione il piccolo Giovanni correre libero e senza timore in quel luogo deserto; aveva addosso una pelle di agnello mantenuta sulle spalle da una cintola e impugnava un bastoncino dal quale pendeva un fiocco di scorza d'albero. Sembrava inquieto e ansioso perché percepiva la vicinanza dell'assetato Redentore. Agitato come quel giorno nel grembo materno al cospetto della Madre del Signore, egli sentiva dentro il suo cuore che Gesù soffriva la sete. Così inginocchiatosi, con le braccia protese, implorò ardentemente Dio affinché gli fosse dato di conoscere il mezzo per estinguergliela. Dopo aver pregato in questo modo per un certo tempo, si senti ispirato da qualcosa di superiore e corse ad un dirupo della roccia dove affondò il suo bastoncino. Immediatamente ne scaturì un abbondante zampillo d'acqua fresca. Rapidamente il fanciullo raggiunse un alto promontorio da cui scorse la Santa Famiglia che passava in lontananza. Appena lo vide, la Vergine sollevò in alto il Santo Bambino e, mostrandoGli Giovanni, disse: "Ecco Giovanni nel deserto!". Questi saltellò pieno di giubilo presso la fonte e, agitando il fiocco del bastoncino, corse di nuovo a nascondersi nella sua solitudine. Vidi poi il ruscello, scaturito dalla fonte aperta da Giovanni, gorgogliare ai piedi dei viaggiatori che si ristoravano. La Santa Vergine si era assisa sull'erba ed erano pieni di gioia. Giuseppe scavò a poca distanza una fossa che presto fu riempita d'acqua, quando questa divenne limpida ne bevvero; poi Maria lavò il Bambino nell'acqua cristallina. Ciò fatto, si bagnarono le mani, i piedi ed il volto. Infine Giuseppe condusse l'asino alla fonte, lo fece dissetare e poi riempì gli otri. L'erba inaridita si rialzò vigorosa ed uno splendido raggio di sole illuminò quelle persone riconoscenti a Dio per tanto favore. In questo luogo di grazia si trattennero per due o tre ore. Più tardi i santi Fuggiaschi fecero l'ultima tappa nel regno di Erode, vicino ad una città di confine che si chiamava Anam, o Anim. Li vidi entrare in una casa isolata che serviva da rifugio per coloro che viaggiavano nel deserto. Sopra un'altura si vedevano disseminate capanne e tuguri, nelle vicinanze crescevano cespugli e frutta selvatica. Credo che gli abitanti fossero cammellieri poiché vidi molti cammelli che giravano liberi tra le siepi. Sebbene fosse gente rozza, e addirittura sembra che si fosse occupata di ladroneria, accolse cortesemente la Santa Famiglia. Anche nella città vicina di Anam abitavano molti uomini disorientati. Fra gli altri distinsi un giovane di circa vent'anni che si chiamava Ruben".

106 - Le serpi e le lucertole volanti. - Giovedì 8 marzo.

Sotto il firmamento stellato della notte vidi la Santa Famiglia attraversare il mare di sabbia nel quale l'unica vegetazione era costituita da bassi cespugli8. Mi sembrò di viaggiare con loro per quelle solitudini. Questa zona desertica era pericolosa a motivo delle numerose serpi che si nascondevano raggomitolate dentro piccole buche fra il denso fogliame. Emettendo acuti sibili esse si avvicinavano ai santi Fuggiaschi che, protetti dalla splendente aureola, continuavano incolumi il loro cammino. Vidi un'altra specie mostruosa di animali pericolosi il cui corpo lungo color bruno, sorretto da corte zampe, aveva ali simili a quelle dei pipistrelli. Questi animali volavano rapidissimi a fior di terra ed avevano il capo che assomigliava alquanto a quello di un pesce (come lucertole volanti). I santi Fuggiaschi decisero di fermarsi in una profonda cavità del terreno, all'inizio di una strada scoscesa.

"Ero molto agitata per i pericoli che incombevano sulla Santa Famiglia. Il luogo dove si era soffermata era orribile, volevo fare qualcosa per proteggerli, come intrecciare con i giunchi un recinto che ne dzftndesse la parte più esposta ai pericoli; ma un orso terribile mi procurò grande angoscia. Allora apparve il vecchio sacerdote, morto da qualche tempo, il quale afferrò l'animale per la testa e lo gettò lontano. Gli chiesi come mai si trovasse in questo luogo, perché certamente doveva trovarsi meglio in quello da cui proveniva, al che egli rispose: "Io volevo soltanto esserti di aiuto, né intendo fermarmi qui più a lungo". Mi disse altre cose e mi preannunciò che si sarebbe fatto vedere ancora.

La Santa Famiglia avanzò verso sud, sulla strada comunemente battuta. Il nome dell'ultimo paese erodiano, fra il deserto e la Giudea, era Mara. Gli abitanti di questo luogo erano rudi e selvaggi, la Santa Famiglia non potè ottenere da loro alcun ristoro o aiuto. Di là passarono nel deserto vero e proprio. Non vi era strada, e non conoscendo il cammino si trovarono in grande imbarazzo. Dopo che ebbero percorso un breve tratto si trovarono dinanzi ad una montagna erta ed oscura. Addolorati e smarriti s'inginocchiarono e pregarono Dio che li soccorresse. Frattanto, numerosi animali selvaggi si erano avvicinati a loro ponendoli in uno stato angoscioso; Giuseppe e Maria notarono però che quelle bestie non erano cattive ed anzi li contemplavano con occhio mite. Mi ricordai allora dello sguardo del vecchio cane che portava il mio confessore quando veniva a trovarmi. In verità quelle bestie erano giunte per indicare la via alla Santa Famiglia: guardavano il monte, correvano verso di esso, poi ritornavano indietro, proprio come se volessero condurli in un certo luogo. Infine quegli animali guidarono i santi Viandanti attraverso il monte (forse il Sair), finché ebbero di fronte un bosco.

107 - I ladroni - Il fanciullo lebbroso miracolato

Sulla via che conduceva al bosco vidi una brutta capanna dove si nascondevano alcuni ladroni; non lungi da questa c'era un albero da cui pendeva una lanterna che serviva ad attirare in quel posto i viandanti sfortunati. La strada affondava ad ogni tratto. La capanna, che poteva essere smontata in breve tempo, era circondata da numerosi fossati per far inciampare i viaggiatori e depredarli. La Santa Famiglia, ignara della trappola, si avvicinava appunto alla capanna quando improvvisamente fu circondata da cinque predoni. La banda era animata da propositi malvagi contro i nuovi arrivati. Ma, quando alla vista di Gesù un raggio della grazia attraversò il cuore del capo dei ladroni, ogni proposito cattivo fu allontanato. Tempo dopo la Vergine racconto l'episodio a sua madre, dicendole di aver visto quale effetto avesse prodotto quel raggio di luce nel cuore del ladrone. Questi condusse la Santa Famiglia incolume nella sua capanna attraverso i fossati del sentiero. Nella tenda si trovavano la moglie del ladrone e due figli. Costui allora raccontò alla consorte il profondo sentimento d'amore che aveva provato nel vedere quel Santo Bambino. Vidi la moglie del ladrone accogliere i Viandanti con timida cortesia. I Viaggiatori si sedettero al suolo in un angolo della capanna, preparandosi a consumare un frugale pasto con le provviste che avevano portato con loro. Nei primi momenti quei furfanti sembrarono timidi e paurosi al contatto con la santa aurea della Famiglia, ma a poco a poco acquistarono confidenza. Condotto sotto la tettoia l'asino degli Ospiti, i briganti presero maggior dimestichezza con la semplicità di Giuseppe e la bontà della Beata Vergine. La consorte del capobanda offrì a Maria Santissima dei piccoli pani con miele e frutta, poi le diede da bere. Il fuoco ardeva entro una fossa scavata in un angolo della capanna. La donna assegno alla Madonna una lato riparato della capanna e, assecondando il desiderio da Lei espresso, le portò un catino d'acqua per lavare il Santo Bambino. Quindi Maria lavò Gesù dopo averlo ricoperto di un panno. Il ladrone, frattanto, appariva assai commosso, parlava con la sua consorte dicendole: "Questo fanciullo ebreo non è come tutti gli altri; egli è certamente un santo. Prega sua madre che ci permetta di lavare nostro figlio nell'acqua che è servita al suo bagno". Prima ancora che la donna si avvicinasse a Maria per pregarla di questo favore, la Santa Vergine acconsenti con un cenno. Allora la donna si allontanò, ritornando dopo poco con un fanciullo di circa tre anni tra le braccia le cui membra erano completamente irrigidite dalla lebbra; tutto il suo corpicino era ridotto ad una sola piaga e il viso si poteva appena riconoscere. L'acqua in cui si era lavato Gesù era ancora limpida, appena il lebbroso ne fu immerso, ogni anomalia che copriva la pelle si staccò dal suo corpo cadendo sul fondo del bacino. Così il fanciullo fu miracolato. Sua madre, fuori di sé dalla gioia, voleva abbracciare la Santa Vergine e Gesù, ma Maria rifiutò l'abbraccio, invece pregò la donna che facesse scavare un pozzo nel suolo fino a toccare la rupe per versarvi dentro quell'acqua. Così quest'acqua miracolosa avrebbe comunicato a quella del pozzo la grazia terapeutica di guarire la lebbra. Vidi la moglie del capobanda intrattenersi ancora per molto tempo con Maria. Credo si proponesse in cuor suo di fuggire dall'orribile dimora dei ladroni appena se ne fosse presentata l'occasione. Vidi alcune persone contente dell'avvenuto miracolo. Sembrava che la donna non volesse finire di narrare a tutti i conoscenti l'avvenuto prodigio. Così durante la notte giunsero alcune persone e fanciulli per ammirare e lodare la Santa Famiglia. Maria non dormi per tutta la notte e stette seduta in mezzo al letto. La mattina dopo, riforniti di viveri freschi, i santi Fuggiaschi ripartirono. Furono accompagnati dai ladroni che vollero indicare loro il sentiero sicuro. Giunto il momento di separarsi, il capo dei briganti fu molto commosso e disse loro: "In qualunque luogo vi troverete ricordatevi di noi" Allora mi apparve il simbolo della crocifissione e percepii che "il buon ladrone", il quale disse a Gesù: "Ricordati di me quando sarai nel tuo Regno", era appunto quel fanciullo risanato dalla lebbra. Dopo alcuni anni la consorte del capo dei furfanti si stabilì in un luogo tranquillo presso una fonte miracolosa. La Santa Famiglia si mise in cammino per attraversare il deserto. Avendo di nuovo smarrita la via, vidi degli animali avvicinarsi a loro, particolarmente lucertole, pipistrelli notturni e serpi. Questi, strisciando lentamente, sembrava volessero indicare la direzione giusta da mantenere.

108 - La rosa di Gerico - La Santa Famiglia raggiunge l'Egitto

Dopo molto cammino, Maria e Giuseppe per la terza volta persero l'orientamento. Allora avvenne un magnifico fenomeno miracoloso che guidò i loro passi: d'ambo i lati di una strada scorsero le cosiddette rose di Gerico; queste hanno i ramoscelli increspati, il fiore nel centro ed il gambo diritto. Con giubilo seguirono la via tracciata dalle pianticelle, e così attraversarono il deserto senza altre difficoltà. Seppi che a Maria fu rivelato come più tardi gli abitanti del paese avrebbero colto quelle rose e le avrebbero offerte ai viaggiatori in cambio del pane. Io stessa ricevetti alcune chiarificazioni sull'episodio poco tempo dopo. Il nome di questo luogo era Gase o Gose. Giunti a Lepe, vidi dei canali di acqua e alcuni argini. Allora i santi Fuggiaschi attraversarono un fiumiciattolo sopra una zattera di travi, sulla quale vi era una gran vasca in cui venivano collocati gli asini. Vidi Maria seduta col Bambino sopra una trave mentre due uomini traghettavano la zattera sull'altra riva. Erano assai brutti d'aspetto, seminudi, di color bruno ed avevano il naso schiacciato e le labbra sporgenti. Essi mi sembrarono inoltre assai rozzi e villani, non dissero una sola parola durante il tragitto. Abitavano in alcune case lontane dalla città. Credo che questa fosse stata la prima città pagana incontrata da Giuseppe e Maria. La Santa Famiglia aveva viaggiato per dieci giorni nel deserto e per altri dieci nella Giudea. Giuseppe, Maria e il Bambino si trovavano adesso sul suolo egiziano. Innanzi ad essi si apriva una vasta pianura interrotta da verdi praterie in cui pascolava il bestiame. Vidi anche degli alberi nei quali stavano scolpiti gli idoli dalla figura di fanciulli fasciati in larghe bende. Tutt'intorno si vedevano uomini di rozza statura, vestiti come quelli che filavano il cotone nel paese confinante con i Magi. Costoro si inchinavano in adorazione dinanzi ai loro idoli. Appena entrarono in Egitto, Maria e Giuseppe non sapevano come nutrire il loro Bambino perché mancavano di tutto. Essi soffrirono tutte le povertà umane; nessuno voleva dare niente a quegli stranieri. Li vidi entrare in una capanna; tutte le bestie che vi si trovavano ne uscirono spontaneamente lasciando libero il luogo. Finalmente ottennero un poco d'acqua da alcuni pastori impietositi. Maria, Giuseppe e il Santo Bambino languenti e privi di ogni soccorso, attraversarono un bosco in cui si trovava una palma carica di datteri. Vidi quest'albero piegarsi e porgere la cima appena la Vergine gli si avvicinò sollevando in alto il bambino Gesù. L'albero rimase poi in quella posizione. Numerosi ragazzi seminudi accorsero dal vicino villaggio e seguirono Maria che aveva offerto loro in dono la frutta. Circa un quarto d'ora più tardi, la Sacra Famiglia si nascose in un grosso sicomoro cavo nel tronco; questo servì per dileguarsi dalla vista dell'inQpportuno corteo dei ragazzi. In questo tronco trascorsero pure la notte.

109 - La fonte miracolosa e il giardino dalle piante balsamiche

All'indomani i santi Profughi proseguirono la via attraversando aride e sabbiose zone desertiche, li vidi spossati fino all'estremo limite delle proprie forze. Si sedettero su una piccola duna, mentre la Santa Vergine entrò in profonda contemplazione per innalzare a Dio un'ardente preghiera e una devota supplica. Mentre pregava, le scaturì accanto una fonte d'acqua abbondante e cristallina che serpeggiò sul terreno. Giuseppe scavò profondamente alla fonte un bacino, poi fece un canale che servisse allo scolo dell'acqua. Mentre Maria lavava il Bambino, Giuseppe abbeverava l'asino e riempiva gli otri. Poi si riposarono. Frattanto, orribili animali, simili nella forma a grandi lucertole ed a testuggini, vennero a dissetarsi all'acqua del nuovo ruscello. Come le altre volte, non fecero alcun male alla Santa Famiglia, anzi mi sembrò che la guardassero quasi con gratitudine. il paesaggio intorno, benedetto dalla sorgente d'acqua, rinacque a vera vita. Gli alberi fruttificarono e vicino ad essi crebbero persino alcune piante curative. Quel luogo sarebbe divenuto un giorno una nota oasi con un giardino di piante balsamiche dove numerose persone vi avrebbero dimorato stabilmente. Tra queste mi parve di vedere la madre del giovinetto lebbroso risanato dall'acqua dove si era bagnato Gesù. Più tardi ebbi delle visioni relative al luogo. Vidi le piante balsamiche che circondavano un giardino al centro del quale crescevano molti alberi da frutta. Molto tempo dopo vi si scavò un altro pozzo assai profondo. Una ruota mossa dai buoi vi attingeva l'acqua che, mista a quella della fonte di Maria, irrigava il giardino. Se l'acqua del pozzo non veniva miscelata a quella della fonte, anziché giovare al terreno lo danneggiava. I buoi che ponevano in movimento la ruota, non lavoravano dal mezzogiorno del sabato fino al mattino del lunedì. I santi Profughi, dopo essersi ristorati, avanzarono verso la vasta e antica città di Eliopoli, detta anche On. Quando Gesù morì, in questa città vi abitava Dionigi l'Aropagita. Ai tempi d'Israele vi abitava Putifar, il sacerdote egiziano, la cui figlia, Asenet, sposò il patriarca Giuseppe. La guerra aveva distrutto la città e fiaccato gli abitanti, i quali avevano poi ricostruito nuove abitazioni sulle rovine di quelle precedenti. Passando sopra un lungo ponte, i santi Fuggiaschi attraversarono un fiume larghissimo (il Nilo) che mi parve si dividesse in più bracci. Giunsero in una piazza che si apriva davanti alla porta della città ed era circondata da una specie di pubblico passaggio. Su di una colonna, larga alla base e stretta alla cima, si mostrava un grand'idolo con la testa di bue che teneva tra le braccia una specie di fantoccio. I numerosi devoti che in grosse carovane uscivano dalla città, usavano deporre le offerte sotto quest'idolo, sopra cerchi di pietra che parevano panche o sedili. Non lontano da questa statua pagana vi era una grande palma sotto la cui ombra si era seduta a riposare la Santa Famiglia. Mentre se ne stavano seduti tranquillamente, un terremoto fece precipitare l'idolo. Il popolo, emettendo grida selvagge, si riversò sulla piazza e circondò minaccioso la Santa Famiglia, perché alcuni avevano gridato che loro sarebbero stati la causa del terremoto. Appena la minaccia della gente diventò incombente, la terra ricominciò a tremare ed il grosso albero si ripiegò tutto verso il terreno. L'idolo sprofondò in un cratere enorme che si era riempito di acqua fangosa e nerastra; si videro appena le corna spuntare dal fango. Alcuni fra i più violenti tumultuanti annegarono nella voragine oscura. A quella vista tutti gli altri si ritirarono timorosi. Quindi la Santa Famiglia entrò tranquillamente nella città e prese alloggio vicino ad un vasto tempio idolatra, in un locale all'interno di una grossa muraglia.

110 - Visioni sulla vita della Santa Famiglia nella città di On (o Eliopoli)

Suor Emmerick comunicò le visioni intorno alla vita della Santa Famiglia ad Eliopoli o On.

Passai il mare e mi recai in spirito in Egitto, trovai i santi Viandanti che abitavano in quell'antica città in rovina. Vidi le acque del fiume scorrere sotto grandi ponti; vidi pure massicce muraglie e torri in rovina. Templi che si conservavano quasi intatti e colonne che parevano torri su cui si saliva per mezzo di scale esterne fatte a chiocciola. Erano alte ed acute all'estremità, adornate di strane figure di animali simili a cani con la testa umana, accucciati al suolo. La Santa Famiglia aveva preso alloggio in alcune sale di un grande edificio di pietra, appoggiato a colonne basse e solide di forma rotonda e quadrangolare. Presso queste colonne molte persone si erano adattate le loro abitazioni. L'edificio era situato in posizione sottoelevata ad una strada su cui passavano non solo i pedoni ma anche i carri; l'alloggio si trovava dirimpetto ad un gran tempio pieno di idoli, con due cortili. Il luogo scelto da Giuseppe per stabilire la propria dimora era uno spazio circondato da un muro e da una fila di colonne assai grosse ma non molto alte. In questo spazio egli suddivise le stanze per mezzo di assicelle. L'asino fu pure accomodato in un posto diviso dal resto dell'abitazione da una parete di legno. Giuseppe e Maria avevano eretto un piccolo altare vicino al muro, riparato da una parete di legname. Quest'altarino consisteva in un tavolino coperto di un panno rosso, su cui si stendeva un altro panno bianco e trasparente. Una lampada ardeva perennemente al disopra del tavolo. Li vidi spesso assorti in preghiera. Giuseppe iniziò ad esercitare privatamente il suo mestiere producendo tavoli, sgabelli e delle tettoie per riparare i contadini dai raggi cocenti del sole. La Santa Vergine invece tesseva tappeti e si occupava di un altro lavoro (non so se si trattasse pure di filatura o qualcosa di simile) per cui adoperava un bastoncino con un nodo all'estremità. Vidi spesso della gente andare a visitare la Santa Famiglia e particolarmente il Bambino. Il Pargoletto, che irradiava innocenza, giaceva nella sua culla sul piedistallo di legno. Lo vidi con le piccole braccia pendenti dall'una e dall'altra parte della culla. Ebbi una visione in cui il piccolo Gesù era assiso sul suo lettuccio mentre Maria Santissima sedeva vicino a lui e lavorava a maglia. Un cestello era accanto a Lei e tre donne le tenevano compagnia. Maria lavorava per gli Ebrei di Gosen e si guadagnava il pane e gli altri alimenti. Gosen era una piccola città a settentrione di Eliopoli situata su un territorio interrotto da canali. La comunità ebraica che vi risiedeva aveva alterato il suo culto, molti suoi componenti strinsero amicizia con la Santa Famiglia. Gli Ebrei di Gosen frequentavano il tempio situato di fronte alla dimora di Giuseppe e Maria; essi osavano paragonarlo a quello di Salomone. Non lontano dal tempio, Giuseppe aveva adattato un luogo di culto dove si radunavano a pregare tutti gli Ebrei osservanti di Eliopoli; prima di allora mai avevano pregato in comune. Il luogo di preghiera era dotato superiormente da una piccola cupola, e quando si apriva lasciava scorgere liberamente il cielo. Al centro del locale vi era il tavolo dei sacrifici coperto dei panni rituali. Sopra questo tavolo o altare erano appoggiate delle pergamene avvolte. Il sommo sacerdote era un uomo molto vecchio. Qui gli uomini e le donne si dividevano per la preghiera comune, diversamente da come facevano in Terrasanta: i primi stavano da un lato e le seconde dall'altro lato della sala. Vidi in questo luogo la Santa Vergine col bambino Gesù. La Madonna era seduta al suolo e s'appoggiava ad un braccio, mentre il Bambinello sedeva dinanzi a Lei; Egli indossava una tunica color celeste e teneva le braccia conserte sul petto. Giuseppe, come era solito fare, stava dietro a Maria, sebbene tutti gli altri uomini fossero nel lato opposto loro assegnato. Gesù cresceva e riceveva frequentemente la visita di altri fanciulli. Egli parlava già abbastanza bene e si muoveva con tutta sicurezza; trascorreva parte della giornata con Giuseppe e talvolta lo seguiva anche quando egli andava fuori casa per prestare la sua opera. Il Santo Fanciullo vestiva una camiciola tessuta senza cuciture. A causa dell'improvviso crollo di alcuni idoli venerati da questa popolazione, Gesù, Giuseppe e Maria continuarono a subire non poche persecuzioni. La Famiglia era tacciata continuamente di essere causa dei malaugurati eventi, anche perché abitava presso il tempio degli ebrei-pagani.

111 - Un Angelo annuncia alla Santa Famiglia la strage dei fanciulli ordinata da Erode

Verso la metà del secondo anno di vita di Gesù, un Angelo avverti Maria ad Eliopoli della strage dei bambini ordinata da Ero-de, premeditata ed organizzata già molto tempo prima dal tiranno. Giuseppe e Maria ne furono assai afflitti e Gesù pianse tutto il giorno. In occasione della presentazione di Gesù al tempio, le profezie di Simeone ed Anna erano giunte all'orecchio di Erode. Il tiranno, già agitato per l'episodio dei Magi e per le voci precedenti, si mise maggiormente in allarme e preparò l'infanticidio di massa meditato da lungo tempo; inviò quindi ordini più severi alle guardie di stanza nei dintorni di Gerusalemme, Gigal, Betlemme e fino ad Hebron. Appena egli ritornò da Roma fece ricercare Gesù a Nazareth, e non avendolo trovato, diede definitivamente l'ordine dell'infanticidio di massa. Quandò Erode diede l'ordine di razziare tutti i fanciulli nunon di due anni, Elisabetta venne esortata da un Angelo a nascondere di nuovo suo figlio. Così fuggi per la seconda volta col piccolo Giovanni nel deserto. Giovanni aveva allora due anni ed era appena ritornato a vivere con i genitori perché le voci di un probabile pericolo erano state smentite. In quel tempo Gesù aveva un anno e mezzo e camminava da solo. Le autorità avevano promesso premi alle donne feconde, e queste, adornati festosamente i pargoli, si erano recate agli uffici siti nei diversi luoghi di raccolta. Vidi le madri che partivano con i loro figlioli dai luoghi della provincia del regno erodiano per confluire a Gerusalemme, a Betlemme, a Hebron, e negli altri centri di raccolta. Quelle famiglie, giunte sui loro asini, riponendo tante speranze in quel viaggio, avevano portato i loro fanciulli a morire sventrati! Appena giunsero a destinazione i padri furono rimandati indietro, le madri con i loro pargoli invece vennero condotte in un gran luogo di raccolta nel quale vi entravano lietissime, convinte di ricevere un premio per la loro fecondità. A Gerusalemme l'edifido di raccolta era alquanto lontano dalla città e vicino alla dimora di Pilato. La costruzione dove il procuratore romano abitava era fatta in modo tale che difficilmente da fuori si poteva sentire o vedere quello che accadeva all'interno. Pare che fosse anche un penitenziario o una casa di giustizia perché nei cortili vidi pali, ceppi d'albero e catene per i supplizi dei prigionieri. Quei legni venivano chinati, legati assieme, poi improvvisamente disciolti, quando si doveva giustiziare qualcuno con l'orribile pena dello squartamento. L'edificio vicino alla dimora di Pilato si presentava pure assai massiccio, dall'aspetto tetro, il cortile era grande quasi come il cimitero che fiancheggia la chiesa di Dùlmen. Una porta immetteva in un corridoio e nella corte, la quale era fiancheggiata da due caseggiati laterali a destra e a sinistra. In questi due edifici furono rinchiuse tutte le madri con i loro figli. Allorché le donne si accorsero di essere prigioniere, tutte le speranze crollarono in una volta sola ed esse cominciarono a piangere e a disperarsi in tutti i modi. Passarono tutta la notte gemendo con i loro fanciulli. Erano passate dalla più viva speranza alla più amara ed angosciosa disperazione, come avviene spesso per ogni essere umano.

Il giorno dopo, 9 marzo, alla stessa ora, la Emmerick continuò il suo acconto.

Oggi a mezzogiorno ho assistito all'orribile spettacolo della strage degli Innocenti che avvenne nel palazzo di giustizia. Nella grande ala che chiudeva il cortile, da uno dei lati, vi era a pian terreno una vasta sala simile ad una prigione o ad un corpo di guardia. Il piano superiore si divideva pure in sale, le cui finestre davano sul cortile. Radunati a consiglio in una di queste, vi erano alcuni nobili signori seduti intorno ad un grande tavolo dove si trovavano delle pergamene. Credo che fosse presente anche Erode, poiché vidi uno con la corona sul capo, avvolto in un mantello rosso foderato di pelliccia bianca cosparsa di fiocchetti neri. Molti distinti personaggi lo circondavano ed egli contemplava tranquillamente l'orrida scena da una finestra. Dai caseggiati laterali, le donne furono avviate con i bambini nella gran sala a piano terra, giunte all'entrata, i manigoldi strappavano dalle madri i fanciulli e li trasportavano nella corte, dove vidi venti boia snaturati che li uccidevano, traforando loro il cuore con le lance o decapitandoli con le spade. Alcuni bambini erano ancora avvolti nelle fasce e avevano poppato al seno delle madri fino a pochi minuti prima, altri erano già grandicelli e vestivano abitini tessuti. Senza spogliarli li uccidevano in questo modo bestiale, poi afferrandoli per un braccio o per un piede li lanciavano nel mucchio di cadaverinì pieni di sangue. Lo spettacolo era orribile. Le urla di dolore delle madri che, affollate e rinchiuse nella sala terrena si erano accorte della strage dei figlioli, erano tremende. Esse si sentivano straziare il cuore, si strappavano i capelli e si contorcevano le mani. Il numero di esse a poco a poco crebbe, in breve tempo l'ampia sala divenne per loro angusta ed avevano appena lo spazio per muoversi. Credo che la strage fosse proseguita fino a sera. Nel cortile stesso fu scavata una fossa enorme dove vennero gettati i cadaverini. Non mi sovviene precisamente il numero delle vittime, sebbene questo mi fosse stato indicato con il numero sette o diciassette (millesettecento, o settecento, come anche settemila14. Quello spettacolo mi atterri a tal punto che quando mi risvegliai, a stento ebbi ricordo di simili scene. Durante la notte, le madri legate assieme e divise per gruppi di destinazione furono ricondotte alle proprie abitazioni. L'avvenimento che vidi si volse a Gerusalemme, proprio nello stesso palazzo del tribunale in cui venne condotto Gesù, non lontano dall'abitazione di Pilato. All'epoca del processo a Gesù l'edificio era stato in parte trasformato. Quando il Salvatore andò dal Padre suo, vidi molte anime da quel luogo salire al Firmamento.

112 - Giovanni fugge di nuovo nel deserto. La Santa Famiglia lascia Eliopoli per stabilirsi a Matarea

Elisabetta intanto rimase nel deserto per quaranta giorni con il suo bambino. Vidi che cercò per molto tempo una caverna dove poter nascondere bene Giovanni. Quando la santa Donna ritornò alla sua dimora, Giovanni rimase nascosto nella grotta. Vidi un Esseno, della comunità del monte Oreb, recarsi ogni otto giorni nel deserto a visitare il fanciullo; gli portava vivande e lo aiutava in ogni suo bisogno. Ouesto sant'uomo era un parente di Anna, la profetessa del tempio. Egli si recava da Giovanni ogni otto giorni, poi ogni quindici, finché quest'ultimo si abituò a vivere nel deserto da solo e non ebbe più bisogno del suo aiuto. Dio aveva destinato Giovanni a vivere isolato dagli uomini e a crescere nell'innocenza della solitudine. Al pari di Gesù, Giovanni non frequentò alcuna scuola ma fu istruito dallo Spirito Santo. Spesso lo vidi circondato da figure lùminose. Il deserto non era affatto desolato e sterile, ma vi crescevano erbe ed arbusti fruttiferi; in mezzo alle rupi nascevano fragole e Giovanni le coglieva e se ne cibava. Gli animali e specialmente gli uccelli non lo fuggivano ma invece, volando sulle sue spalle, vi si fermavano ed ascoltavano attenti le sue parole, che pareva comprendessero perfettamente. Spesso gli uccelli gli servivano addirittura come messaggeri. Una volta lo vidi in un'altra regione, presso un fiume, mentre i pesci si avvicinavano alla riva, chiamati da lui. Tutti gli animali gli si erano molto affezionati, lo servivano e lo avvisavano in molte occasioni. Lo conducevano ai loro nidi ed ai loro ovili e, quando egli temeva l'avvicinarsi di qualcuno, trovava rifugio sicuro nelle loro tane. Frutta, radici ed erbe erano il nutrimento quotidiano del piccolo Giovanni. Egli non aveva da cercare molto lontano il suo nutrimento, poiché o intuiva il luogo dove trovarlo, oppure gli animali glielo indicavano in qualche modo. Portava sempre avvolta intorno al corpo una pelle e teneva tra le mani il bastoncino; lo vidi internarsi nel deserto e, come altre volte, avvicinarsi alla casa paterna. Due volte si incontrò anche con i suoi genitori, i quali avevano sempre grande desiderio di vederlo. Probabilmente essi si tenevano in contatto mediante visioni divine, perché vidi che quando Elisabetta e Zaccaria si recavano a trovarlo egli andava già loro incontro. La Santa Famiglia dimorava ad Eliopoli da circa un anno e mezzo. Giuseppe decise di abbandonare quel luogo perché mancava il lavoro e, inoltre, dovevano soffrire le persecuzioni della gente. Essi partirono dunque verso Menfi per stabilirsi a mezzogiorno di Eliopoli. Sulla strada fecero una sosta in una piccola città e, mentre erano assisi nell'atrio del tempio pubblico, l'idolo che vi si trovava crollò e si frantumò in mille pezzi. Questo aveva la testa di bue, tre corna e molti buchi nel corpo, nei quali si ponevano le vittime che dovevano essere arse. Allora i &acerdoti idolatri, sdegnati, si riunirono e minacciarono la Santa Famiglia. Accadde però che uno di questi, improvvisamente, fu memore delle sciagure subite dai loro antenati quando perseguitavano gli Ebrei, allora i santi Profughi furono lasciati in libertà. Continuando il cammino Giuseppe, Gesù e Maria giunsero a Troja, posta a mezzogiorno del fiume Nilo e dirimpetto a Menfi. Vidi la città grande ma con le vie assai sudicie. Giuseppe e Maria ebbero l'intenzione di fermarsi qui, ma furono male accolti. Chiesero datteri e un po' d'acqua e non ne ricevettero da alcuno. Menfi giace su ambedue le rive del Nilo, che in questo luogo è assai largo e forma molte isole. Sulla riva orientale, al tempo del Faraone, vi era un magnifico palazzo circondato da giardini; sull'alta torre spesso saliva la figlia del re. Vidi anche il luogo preciso in cui fu rinvenuto Mosè nel canestro galleggiante sulle acque. Menfi poteva essere considerata una sola grande città con Eliopoli e Babilonia, perché nei tempi antichi questi tre agglomerati erano congiunti tra loro da un immenso numero di caseggiati e costruzioni varie. Ai tempi della Santa Famiglia, siccome molte di quel-le costruzioni erano cadute in rovina, non esisteva più la continuità di caseggiati che legava le tre città tra le due sponde del Nilo. Scendendo lungo il corso del fiume i nostri abbandonarono Troja e giunsero a Babilonia, città sudicia e brutta. Proseguirono e passarono per un argine che sarà pure percorso da Gesù molti anni dopo, quando risusciterà Lazzaro e poi attraverserà l'Egitto per raggiungere i suoi discepoli a Sichar. I santi Profughi costeggiarono così il Nilo per altre due ore seguendo una strada ingombra di rovine; poi superato un braccio del fiume, ovvero un canale, giunsero ad un paese il cui nome fu più tardi Matarea. Questo luogo, circondato dal deserto, aveva le abitazioni per la maggior parte fatte di legno di dattero e cementate col fango disseccato; il tetto consisteva in giunchi tenuti insieme. Giuseppe trovò molto lavoro in questa dttà poiché erigeva case più solide per mezzo di tavolate di vimini. Non lontano dalla porta attraverso la quale erano entrati in città, vi era un luogo solitario in cui la Famiglia decise di stabilire la dimora e un laboratorio per le attività di Giuseppe. Anche in questo paese, appena giunti, l'idolo di un piccolo tempio rovinò al suolo. il popolo infuriato, fu acquietato da un sacerdote illuminato che rammentò loro i flagelli dai quali il popolo egiziano era stato mortificato. Qualche tempo dopo, poiché molti Ebrei e pagani convertiti si erano uniti alla Sacra Famiglia, i sacerdoti abbandonarono a questa nuova comunità il piccolo tempio dov'era crollato l'idolo. Giuseppe fece di esso una sinagoga, divenendo la guida e il padre spirituale della comunità. Egli ripristinò il culto che era stato alterato, e insegnò il canto dei salmi. Abitavano in questa città molti Ebrei poverissimi. Le loro abitazioni erano fosse o edifici in rovina. A due ore di cammino, fra Oh ed il Nilo, vi era un paese abbastanza popolato da Ebrei, gli abitanti erano caduti nell'idolatria più deplorabile; adoravano un vitello d'oro e un'altra figura dalla testa di bue, circondata da certi simboli di animali simili alla fama. Essi possedevano inoltre una specie di arca in cui conservavano oggetti orribili. Terribile era il loro rito idolatra, e ancora più disgustose erano certe sfrenatezze cui si davano in sale sotterranee, attraverso le quali credevano di accelerare la venuta del Messia. Nella loro ostinazione non volevano in alcun modo ravvedersi. La comunità di Giuseppe però finì per rappresentare il punto d'attrazione di numerosi Ebrei di questo culto pagano. Gli Ebrei della terra di Gosen avevano già conosciuto la Sacra Famiglia ad Oh, quando la Santa Vergine si era occupata di fare maglie unendo e intrecciando giunchi. Questo solo per soddisfare le necessità essenziali della gente. Infatti, per quanto Maria avesse necessità di guadagnare, la vidi spesso rifiutare certi lavori ordinati da donne per soddisfare i capricci della vanità fernnunile. In risposta ai suoi bonari rifiuti udii quelle donne ingiuriarla con espressioni grossolane.

113 - Il santuario della Santa Famiglia

La vita in Matarea fu per loro assai grave e soffrirono mancanza d'acqua e di legna, specialmente nei primi tempi. Gli abitanti del luogò si servivano per gli usi domestici di erba disseccata o di canne. La Santa Famiglia si nutriva quasi sempre di cibi freddi. Siccome gli abitanti di Matarea non sapevano costruire le loro capanne, Giuseppe fu subito chiamato ad accomodare le capanne che più ne avevano bisogno. Ma era trattato alla stregua di uno schiavo, lo pagavano male e spesso tornava a casa senza aver ricevuto ricompensa alcuna. il legname mancava, e seppure ve n era qualche raro pezzo, mancavano gli strumenti per lavorarlo perché questa gente conosceva solo comuni coltelli di pietra o di osso. Giuseppe, che aveva portato con sé gli strumenti più necessari, riusciva invece a tagliare il legno e a fare simili lavori. Grazie alla sua infaticabile mano, la Sacra Famiglia era riuscita anche a disporre un po' meglio il suo alloggio. Il sant'uomo, mediante tavole di giunchi leggerissime, montò piccole stanzette, poi preparò un focolare e fabbricò due tavolini e alcune sedie. Gli abitanti di Matarea usavano mangiare sul terreno. In questa dimora i santi Fuggiaschi vi trascorsero alcuni anni, ed io ebbi modo di vedere molte cose relative all'infanzia di Gesù. Egli dormiva in una nicchia scavata da Giuseppe nella parete del-la bottega, la Vergine dorrniva vicino a Lui. Spesso la vidi alzarsi di notte e pregare inginocchiata l'Altissimo dinanzi a Gesù. Giuseppe dormiva in un'altra piccola stanzetta. In un andito isolato dal resto della casa era stato disposto un piccolo oratorio. Giuseppe, Maria Santissima e Gesù avevano ciascuno il loro posto di preghiera, sia stando seduti, in ginocchio, come anche in piedi. Vidi la Santa Vergine pregare spesso dinanzi all'altarino della casa, eretto in una nicchia nel muro; era un tavolo piccolo ricoperto dei panni cultuali. Vicino all'altarino vidi dei piccoli mazzi di fiori disposti entro vasi in forma di calice; vidi pure l'estremità di quel bastoncino che Giuseppe aveva ricevuto al tempio, il quale era assicurato entro un astuccio largo circa un pollice e mezzo. Ho veduto anche alcuni simboli egiziani relativi alla nascita della Madonna, ma li ricordo solo confusamente.

114 - Elisabetta conduce Giovanni per la terza volta nel deserto

Mentre la Santa Famiglia dimorava in Egitto, il piccolo Giovanni ritornò a vivere con i propri genitori a Juta, mantenendosi accuratamente nascosto. Ma fu notato da qualcuno e il pericolo si fece di nuovo incombente, allora Elisabetta fu costretta a ricondurlo di nuovo nel deserto. Era il terzo ritorno di Giovanni. Egli aveva a quel tempo quattro o cinque anni. Zaccaria era assente quando essi partirono, credo che si fosse allontanato per evitare il dolore dell'addio, perché amava moltissimo suo figlio. Prima che Giovanni andasse via con la madre, Zaccaria lo benedisse come era sua abitudine ogni qualvolta si assentava. I capelli di Giovanni erano più scuri di quelli di Gesù, e in tutto il tempo che egli dimorò nel deserto gli vedevo sempre fra le mani il bastoncino bianco. Lo vidi condotto per mano da sua madre. Elisabetta attraversò con lui a passo veloce le solitudini del deserto. Indossava una lunga veste e ogni suo movimento era sempre rapido e risoluto. Spesso, durante il cammino, Giovanni precedeva la madre e lo vedevo fanciullo semplice e ingenuo, sebbene mai fosse troppo inquieto né distratto. Camminarono verso sud, costeggiando un fiume sulla riva destra, poi passarono all'altra riva su una zattera. Elisabetta, che era una donna assai energica, sapeva trattare vigorosamente anche i remi. Giunti all'altra sponda, i due si inoltrarono in una via che volgeva a sinistra. Percorse alcune miglia, entrarono in una caverna che, nonostante si trovasse in una zona deserta e selvaggia, aveva alla sua entrata alcuni alberi fruttiferi. Giovanni si nutriva con quella frutta. Sistemato alla meglio suo figlio, Elisabetta prese congedo da lui: lo benedisse, lo strinse al cuore, lo baciò sulle guance e sulla fronte, poi se ne andò. Più volte quella Santa Madre si volse indietro cercando con gli occhi lucidi di lacrime il figlio, lasciato solo nella caverna selvaggia. Frattanto questi, senza timore, s'inoltrò arditamente all'interno della grotta. Dio mi concesse la grazia di sentirmi presente a tutto quanto avveniva, facendomi sentire nella visione come una fanciulla. Mi parve infatti di avere l'età di Giovanni e di accompagnarlo nelle sue passeggiate, spesso mi angustiavo per lui vedendolo allontanarsi troppo dalla grotta nelle sue scorrerie. Mi consolava una voce dicendomi che non avevo alcun motivo per affliggermi perché Giovanni sapeva benissimo ciò che faceva. Allora mi sembrò di essere insieme ad un amico fidato della mia gioventù e di attraversare le solitudini del deserto con lui. Vidi in tal modo molti fatti che gli accaddero durante il soggiorno in questo luogo selvaggio. In una visione passeggiavamo insieme, in quest'occasione Giovanni mi narrò alcuni fatti che gli erano accaduti durante la sua precedente vita solitaria. Mi rivelò le mortificazioni che si era imposto e come tutte le cose che lo circondavano lo avessero ben istruito ai misteri della vita e della natura, sebbene ciò fosse avvenuto in modo per lui incomprensibile. Spesso, quando mi trovavo sul pascolo, lo chiamavo in questo modo: "Giovanni, vieni qua col tuo bastoncino e la tua pelle sulle spalle". Allora alcune volte mi appariva, veniva verso di me e giocavamo insieme come fanno tanti fanciulli; frattanto mi raccontava molte cose della sua vita, e molte altre volte mi istruiva sui misteri dello spirito e della natura. Mai mi meravigliavo quando lo vedevo ricevere istruzioni dalle piante e dagli animali, poiché io stessa quando mi trovavo a pascolare il gregge trovavo meravigliose istruzioni da ogni fiore, dal campo e da ogni uccello, come se leggessi in un libro prezioso. Anche il cogliere le spighe, l'estirpare l'erba ed il radunare le radici, era per me perenne fonte d'istruzione. Ogni forma, ogni colore, ogni cespuglio, era oggetto di profonde considerazioni e contemplazioni. Quando io partecipavo a qualcuno queste gioie dell'animo, escluso lo stupore, il più delle volte scorgevo un sorriso scettico. Di fronte a queste reazioni dei miei ascoltatori, mi abituai a tacere. Seguendo il fanciullo Giovanni nel deserto, lo vidi comunicare con i fiori e con gli animali. Specialmente gli uccelli erano i suoi prediletti: quando passeggiava, e ancor più quando pregava in ginocchio, essi accorrevano cinguettando intorno a lui. Se egli poneva il suo bastoncino orizzontalmente, fra i rami degli alberi, accorrevano alla sua voce numerosi uccelli variopinti e si disponevano in fila sul suo bastone. Allora Giovanni parlava amichevolmente con loro, quasi come se tenesse scuola. Altre volte lo vidi seguire gli animali nei covi e nelle tane, dar loro cibo e contemplarli con la massima compiacenza.

115 - Erode fa arrestare e uccidere Zaccaria. Morte di Elisabetta.

All'età di sei anni, Giovanni viveva ancora nel deserto. Elisabetta era andata a fargli visita mentre Zaccaria si era recato ad offrire vittime al tempio. Temendo di essere interrogato dagli erodiani, questa volta il vecchio sacerdote volle ignorare a proposito il luogo dove si trovasse suo figlio. Però Giovanni si recava a trovare il padre segretamente nella notte, e dimorava qualche tempo nella casa. Siccome le potenze celesti guidavano sempre i passi di Giovanni, probabilmente l'Angelo custode lo avvertiva quando fosse possibile percorrere senza pericolo la via che conduceva alla dimora dei genitori. Figure luminose, come quelle degli Angeli, lo accompagnavano nelle sue peregrinazioni. Il Battista era stato destinato da Dio a crescere isolato dal mondo e ad essere educato solo dallo Spirito Divino, vidi che non aveva bisogno di alimentarsi con il cibo usato dall'uomo per soddisfare la fame. La Provvidenza dispose che egli fosse condotto nel deserto spinto dalle circostanze esterne che conosciamo. Per questa vita la sua natura era irresistibilmente inclinata. Infatti già nella sua prima infanzia lo vidi anima solitaria e contemplativa. Quando per divina ammonizione la Santa Famiglia fuggi in Egitto, anche Giovanni, il precursore di Gesù, dovette rifugiarsi nel deserto; così fu per tre volte. Fin dal momento della sua nascita egli aveva attirato l'attenzione pubblica e il sospetto delle autorità di possedere facoltà soprannaturali. Giovanni si era presto attirato il sospetto degli sbirri erodiani sia per il comportamento che per la sua aurea luminosa. Parecchie volte, senza far ricorso alla violenza, il tiranno aveva chiesto a Zaccaria dove si trovasse il figlio. Ma questa volta, dopo la strage degli Innocenti, appena il vecchio saggio arrivò alla porta principale di Gerusalemme, quella che dà sulla strada di Betlemme, i soldati di Erode gli tesero un agguato, lo sorpresero e lo maltrattarono crudelmente. Lo trascinarono quindi in una prigione posta alle falde del monte Sion, presso il quale più tardi passeranno i discepoli di Gesù per recarsi al tempio. Dopo aver sottoposto il povero vecchio alle più bestiali torture per strappargli la rivelazione della dimora di suo figlio, Zaccaria fu crudelmente trucidato per ordine di Erode. I suoi amici ne seppellirono il corpo non lontano dal tempio. Intanto Elisabetta si era incamminata verso casa per raggiungere il suo consorte, credendo che Zaccaria fosse ritornato ormai a Juta dopo il servizio al tempio. Giovanni accompagnò sua madre per un tratto di strada, quindi, ricevuta la materna benedizione ed un bacio, se ne ritornò allegramente alle sue solitudini. Appena rientrata alla sua dimora, Elisabetta apprese l'orribile notizia dell'assassinio del suo sposo. Profondamente scossa dall'orrore e dall'enorme dolore, la santa Donna ritornò disperata dal figlio col proposito di passarvi il resto dei suoi giorni. Non molto tempo dopo ella morì nel deserto e fu sepolta dall'Esseno dell'Oreb. Giovanni, rimasto senza genitori, si addentrò ancor più nel deserto. Lo vidi aggirarsi sulla sabbia in riva ad un piccolo lago, infine si immerse nell'acqua, mentre i pesci gli accorrevano vicino come vecchi amici. il Battista visse presso quel lago per molto tempo; nel bosco vicino si era costruito con rami d'albero una rudimentale capanna per viverci e trascorrere le notti. La capanna era bassa ed angusta, bastava appena come meschino giaciglio. Spiriti ed Angeli aureolati e vestiti di luce chiarissima venivano a trovarlo; il predecessore di Gesù parlava spesso con loro senza timore o stupore, ma con umile devozione. Pareva che quegli spiriti gli insegnassero molte cose e specialmente richiamassero la sua attenzione su certi oggetti degni di particolare considerazione. il suo bastoncino, al quale era assicurato il ramoscello collocato orizzontalmente con scorze d'albero, aveva assunto la forma di una croce. Una nipote di Elisabetta era andata a vivere nella dimora disabitata in Juta. Questa casa era disposta assai bene. Quando Giovanni si fece adulto andò per l'ultima volta a rivedere il tetto paterno, poi si allontanò internandosi nel deserto dove rimase finché ricomparve nel mondo degli uomini.

116 - Matarea: la Santa Vergine scopre una fonte vicino alla sua dimora. Due Angeli annunciano a Gesù la morte di Erode

Anche in Matarea, in cui altra acqua non si conosceva che quella fangosa del Nilo, Maria fu esaudita nella sua preghiera rinvenendo una fonte naturale sotterranea. I primi tempi trascorsi in questo luogo furono veramente difficili innanzitutto per la scarsità d'acqua. Infatti la Santa Famiglia soffrì molte privazioni vivendo solamente di frutta e d'acqua pessima. Già da molto tempo, Maria e Giuseppe cercavano invano una fonte d'acqua pura; Giuseppe si era già preparato ad andare nel deserto con l'asino, dove presso il boschetto di erbe balsamiche avrebbe trovato l'acqua con cui riempire gli otri. Ma avendo la Santa Vergine pregato il Signore con molta insistenza, un Angelo le svelò l'esistenza di una fonte d'acqua dietro la loro abitazione. Subito dopo la rivelazione, oltrepassando la muraglia che circondava la casa, Maria discese in una bassa spianata dove in mezzo ad un cumulo di rovine si vedeva un vecchio e grosso albero. Ella teneva in mano una verga che portava all'estremità una paletta. Con questa battè il terreno presso l'albero e subito ne scaturì una fonte limpida e purissima. Piena di gioia, Maria corse ad avvertire Giuseppe che aprì meglio l'imboccatura della fonte. Quell'apertura, allora otturata, era gia esistita nei tempi antichissimi, infatti si conservavano ancora perfettamente alcune muraglie di un antico pozzo. Giuseppe la riaprì di nuovo e la circondò assai abilmente di pietre. Dalla parte in cui Maria aveva battuto il terreno quando si era avvicinata all'antico pozzo, si trovava una grossa pietra che sembrava fosse servita da altare per antichi culti. Qui la Santa Vergine metteva spesso ad asciugare al sole le vesti ed i panni di Gesù. La riapertura del pozzo rimase sconosciuta agli altri e se ne servì solo la Santa Famiglia, finché vidi Gesù condurre gli altri fanciulli in questo luogo benedetto e dare loro da bere in una foglia ripiegata in forma di cono. Quando i fanciulli raccontarono il fatto ai loro parenti, vidi giungere altra gente al pozzo, che da allora in poi servì principalmente ai Giudei di Matarea. Vidi anche quando Gesù per la prima volta portò l'acqua a sua madre: Egli si accostò di soppiatto al pozzo con un secchio, ne attinse l'acqua e la portò a sua madre mentre questa pregava in ginocchio. Vidi la Madonna commuoversi indicibilmente e, sempre rimanendo inginocchiata, lo pregò di non farlo più perché avrebbe corso il rischio di cadere nel pozzo. Gesù rispose che avrebbe avuto cura dui sé, ma che desiderava attingere l’acquya ogni qualvolta Lei ne avesse bisogno. Il piccolo Gesù prestava ai suoi genitori servizi di ogni specie con grande cura e attenzione. Quando Giuseppe lavorava non troppo lontano da casa ed aveva dimenticato qualche arnese, Egli subito glielo portava. Io credo che la gioia dei genitori per quel Figlio così diligente fosse tanto grande da alleviare loro ogni altro dolore. Vidi Gesù recarsi parecchie volte ad un paese ebreo, distante circa un miglio da Matarea, per scambiare il lavoro di sua madre con il pane. I numerosi animali feroci che si aggiravano in quei dintorni non solo non gli facevano del male ma si comportavano con Lui amichevolmente. Lo vidi giocare perfino con i serpenti. A cinque o sei anni Egli si recò per la prima volta da solo al paese ebreo, due Angeli gli apparvero lungo la via e gli comunicarono che Erode il Grande era morto. Gesù allora si inginocchiò e pregò; quel giorno egli indossava una tunica di color bruno, ornata di fiori gialli, che gli aveva confezionato la Santa Madre. Il Pargoletto divino non rivelò questa vicenda ai suoi Genitori, forse per umiltà o per il divieto degli Angeli, perché non dovevano ancora abbandonare l'Egitto.

117 - Il pozzo di Matarea

Il pozzo di Matarea fu dunque di nuovo riattivato grazie al miracolo operato dalla Santa Vergine. Benché fosse caduto in rovina da molto tempo era ancora internamente murato. Vidi che anticamente quando Giacobbe aveva soggiornato in Egitto, precisamente in quello stesso luogo, egli aveva scoperto il pozzo e aveva compiuto un sacrificio sulla grande pietra che lo copriva. Al tempo in cui Abramo era andato a vivere in Egitto, aveva eretto le sue tende proprio presso il pozzo di Maratea e là aveva istruito il popolo radunato. Per alcuni anni Abramo aveva dimorato in questo paese insieme a Sara, a numerosi fanciulli e ragazze, le cui madri erano rimaste nella Caldea. Temendo che a causa della bellezza di Sara, sua consorte, gli Egiziani avrebbero potuto assassinarlo, aveva detto che questa era sua sorella. Non era falso perché Sara era veramente sua sorella adottiva ed era figlia di Tharah, padre di Abramo e di un'altra madre16. Il re aveva fatto condurre Sara nel suo castello e voleva prenderla in moglie. Allora Sara ed Abramo pregarono Dio; subito dopo il re, le sue mogli, e tutte le donne della città si ammalarono. Quando il sovrano chiese agli indovini quale fosse la causa di tanto male, gli fu risposto che la causa era la moglie di Abramo. Il re allora gliela restituì, pregandolo di abbandonare subito l'Egitto, poi~hé egli riconosceva in Abramo la protezione degli dei. Abramo gli rispose che non poteva lasciare l'Egitto se prima non avesse avuto l'albero genealogico della sua famiglia, e narrò in qual modo quell'albero fosse colà pervenuto. Il sovrano, consultati i sacerdoti, fece restituire ad Abramo quanto gli apparteneva, domandandogli il permesso di poter tenere nei suoi scritti memoria dell'avvenimento. Così Abramo ritornò col suo seguito nel paese di Canaan. Già all'epoca della Santa Famiglia, i lebbrosi conoscevano il pozzo di Matarea quale fonte taumaturgica assai efficace per guarire la loro malattia. Molto tempo dopo in questo luogo fu innalzata una piccola chiesa cristiana. Presso l'altare vi era l'entrata attraverso la quale si accedeva all'antica dimora di Maria. il pozzo era circondato da case, e le proprietà terapeutiche dell'acqua continuarono per secoli ad essere usate con grande efficacia contro numerose malattie, in particolare la lebbra. Alcuni, lavandosi con quell'acqua, perdevano subito il fetore che emanava dal loro corpo. Quest'uso perdurò ancora ai tempi dei Maomettani. Vidi che i Turchi tenevano sempre accesa una luce nella chiesa di Matarea; essi temevano persino qualche sciagura se avessero trascurato di accenderla. Nei tempi odierni il pozzo è finito lontano dall'abitato, circondato da molti alberi selvatici.

118 - Il ritorno della Santa Famiglia dall'Egitto

Sebbene Erode fosse morto già da qualche tempo, il pericolo non era interamente cessato. Per San Giuseppe e la sua Famiglia la dimora in Egitto si rendeva sempre più pesante. Queste popolazioni, tra le quali essi vivevano, praticavano un orribile rito che sacrificava perfino i fanciulli malati o nati con qualche difetto fisico. Qualcuno addirittura per dar prova dell'assoluta devozione, sacrificava i propri figli sani. In Egitto inoltre si celebravano cerimonie segrete assai indecenti. Vidi che anche alcune comunità ebraiche residenti in questo paese non erano esenti da simili orrori. San Giuseppe si occupava assiduamente dei suoi lavori di falegname. Però, quando rientrava a casa, continuava a lamentarsi perché non gli era stata corrisposta la paga pattuita, sebbene avesse lavorato diligentemente. Immerso nel suo dolore, egli s'inginocchiava all'aria aperta e pregava Dio in un luogo solitario, affinché lo sollevasse dall'angoscia che l'opprimeva. Una notte gli apparve in sogno un Angelo assicurandolo che poteva far ritorno a Nazareth, soggiunse che non aveva nulla da temere poiché sarebbe stato assistito dal mondo celeste. Vidi Giuseppe comunicare la notizia a Maria e a Gesù; poi vidi la preparazione del viaggio con quella solita celerità e sottomissione come erano abituati. Quando fu nota la decisione della loro partenza, molte persone assai afflitte si recarono da loro a congedarsi. Portarono molti doni in piccoli vasi fatti di corteccia d'albero. Notai che il dolore della gente era veramente profondo, molti erano Ebrei ed altri erano pagani convertiti. Altri, invece, come gli Ebrei caduti in idolatria, erano convinti che la Santa Famiglia era dedita alla stregoneria e possedesse l'assistenza del più potente degli spiriti maligni; perciò appresero con grande gioia la notizia della partenza. Fra le brave persone che venivano ad offrire i loro doni, vi erano le madri dei fanciulli che erano stati compagni di gioco di Gesù. Particolarmente mi ricordo di una donna molto ricca, il cui nome era Mira. Ella chiamava suo figlio 'figlio di Maria"; questi era Diodato, allora ancora un fanciullo. La donna regalò a Gesù alcune monete triangolari di diversi colori; mentre le riceveva, il Signore guardava in viso sua Madre. Giuseppe insieme con la Famiglia prese la via del ritorno; portavano con loro l'asino carico di bagagli. Giunti a Eliopoli continuarono verso il sud di quella città, fino all'altra fonte scaturita in seguito alle preghiere di Maria. Adesso i dintorni erano divenuti ameni e verdeggianti; la fonte, come un ruscello, scorreva attorno ad un giardino di forma quadrangolare circondato da cespugli di erbe terapeutiche. In mezzo al giardino crescevano pure delle palme fruttifere di datteri, sicomori e altra frutta. Le piante di balsamo erano alte come viti di media grandezza. Giuseppe faceva con la corteccia d'albero dei piccoli vasi coperti di pece, erano assai lisci alla superficie e di bella apparenza. Durante le soste, egli si occupava di questo lavoro. I vasetti potevano avere varie utilizzazioni. Vidi Giuseppe appenderli ai ramoscelli rossicci delle piante terapeutiche; in questo modo raccoglieva le gocce di balsamo che stillavano dal tronco e servivano da bevanda lungo il cammino. La Santa Famiglia si fermò parecchie ore in questa magnifica oasi. Vidi la Madonna lavare alcuni oggetti che poi mise ad asciugare. Dopo essersi ristorati all'onda limpida della fonte, riempito l'otre ed i vasetti di balsamo, ripresero il cammino proseguendo sulla strada principale. Nelle numerose visioni relative al viaggio di ritorno, vidi la Santa Famiglia camminare senza incontrare alcun pericolo. Una tavoletta sottile di legno, posta sul capo ed assicurata da un panno che si allacciava sotto il mento, difendeva i tre Viaggiatori dai raggi cocenti del sole. Gesù indossava un abitino color bruno e portava scarpe di corteccia che gli aveva fatto Giuseppe; queste ricoprivano solo la metà del piede. Maria non portava scarpe ma semplici suole sotto le piante dei piedi, legate ai polpacci da cordicelle. Era afflitta perché il Santo Bambino camminava spesso sulla sabbia cocente, perciò si fermava spesso a vuotargli le scarpe dalla sabbia. A volte lo metteva seduto sull'asino affinché si riposasse. Li vidi attraversare molte città e passare vicino a delle altre. Fra le numerose che udii, ricordo adesso solo il nome di Ramesse. Passarono anche un piccolo fiume che avevano guadato in senso inverso durante la fuga verso l'Egitto, e che, proveniente dal mar Rosso, si versava nel Nilo. Giuseppe non voleva ritornare a Nazareth ma intendeva stabilire la sua dimora nella città natia di Betlemme; aveva però i suoi dubbi nel realizzare questo progetto, avendo sentito dire nella Terra Promessa che in Giudea regnava a quel tempo Archelao, uomo assai crudele. Giunti a Gaza, vi si trattennero per tre mesi. Molti pagani abitavano questa città. Giuseppe era indeciso e pensava di stabilirsi a Betlemme, sebbene fosse stato più prudente vivere a Nazareth per evitare la minaccia del crudele Archelao. Allora un Angelo apparve in sogno a Giuseppe e lo esortò a ritornare a Nazareth senza indugiare. Egli seguì l'esortazione celeste senza più alcun dubbio. Anna ed alcuni altri parenti erano i soli a conoscere la dimora in Gaza della Santa Famiglia. Quando avvenne il ritorno a Nazareth della Santa Famiglia, Gesù aveva quasi otto anni.