Il consenso degli Evangelisti - libro terzo

Sant'Agostino d'Ippona

Il consenso degli Evangelisti - libro terzo
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Prologo.

1. 1. Da qui in avanti sino alla fine, il racconto dei quattro evangelisti si occupa di cose nelle quali debbono necessariamente procedere insieme e, se uno riferisce fatti omessi dagli altri, la digressione non può protrarsi a lungo. Mi sembra pertanto più sbrigativo se, nel mostrare l'accordo di tutti gli evangelisti, d'ora in poi avviciniamo fra loro le cose narrate da tutti e le disponiamo in forma di racconto unitario nello schema e nella struttura. Questo intento penso che lo si possa conseguire con maggiore agio e facilità se analizziamo la narrazione, riportando tutti i particolari segnalati dagli evangelisti, ricordando sempre che essi, di tutti i fatti, ci hanno tramandato quello che hanno potuto o voluto tramandare; e in quello che hanno tutti riferito occorrerà dimostrare che non esiste alcuna contrapposizione.

Il traditore denunziato.

1. 2. Cominciamo l'analisi seguendo Matteo, che scrive: Mentre cenavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: " Prendete e mangiate; questo è il mio corpo " 1. Le stesse cose narrano Marco e Luca 2; solo che Luca parla due volte del calice, una volta prima della distribuzione del pane e un'altra dopo. La prima volta è un'anticipazione, frequente in lui; la seconda volta, da non confondersi con quella ricordata prima, sta veramente a posto suo. Il racconto così combinato delle due volte rende bene il pensiero com'è espresso anche dagli altri. Quanto a Giovanni, egli in questo contesto non parla affatto del corpo e del sangue del Signore, ma, com'è risaputo, in un altro capitolo ci informa che il Signore tenne su questo tema un amplissimo discorso 3. Al presente egli racconta del Signore che si alza da mensa e lava i piedi ai discepoli spiegando loro anche il motivo del gesto che aveva compiuto 4. Nel proporre questo motivo il Signore, ricorrendo a una testimonianza scritturale, indica velatamente che il traditore era uno che stava mangiando il pane con lui 5. Terminata questa digressione, egli si unisce al racconto riportato concordemente dagli altri tre. Scrive: Detto questo, Gesù si turbò nello spirito, s'indignò e disse: " In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà ". E continua ancora Giovanni: I discepoli si guardavano l'un l'altro, incerti di chi parlasse 6. Matteo e Marco scrivono: Rattristati, cominciarono a chiedergli uno dopo l'altro: " Sono forse io? "7. Rispondendo Gesù disse (così Matteo): " Colui che insieme con me bagna la mano nel piatto è lui quello che mi tradirà ". E continua ancora Matteo inserendo le seguenti parole: Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato! 8 In questo racconto concorda anche Marco, che procede nello stesso ordine. Poi Matteo aggiunge: Rispondendo a Giuda, che lo tradiva e gli chiedeva: " Rabbi, sono forse io? ", gli rispose: " Tu l'hai detto " 9. Nemmeno qui è detto espressamente che fosse proprio lui il traditore. Infatti queste parole potrebbero intendersi come: Ma io non ho detto ecc., e la frase poté essere pronunciata da Giuda - come del resto la risposta del Signore - in modo che non tutti se ne accorgessero.

1. 3. Matteo continua con il racconto del mistero del corpo e del sangue del Signore dato ai discepoli, e lo stesso riferiscono Marco e Luca 10. Quand'ebbe consegnato il calice il Signore tornò di nuovo a parlare del traditore, come segnala Luca: Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito! 11 Da ciò si lascia ben comprendere che seguirono a questo punto le parole riportate da Giovanni e omesse dagli altri evangelisti. Del resto anche Giovanni: tralascia dei particolari che gli altri invece riferiscono. Il Signore pertanto passò il calice ai discepoli e poi proferì le parole di cui Luca: Ma ecco che la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. A queste parole sono da collegarsi quelle riportate da Giovanni; Uno dei suoi discepoli, quello che Gesù amava, stava reclinato sul petto di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: " Di', chi è colui a cui si riferisce? ". Ed egli, reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: " Signore, chi è? ". Rispose allora Gesù: " È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò ". E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui 12.

1. 4. A questo riguardo c'è da esaminare in che senso Giovanni non sia in contrasto con Luca, se costui, parlando di Giuda, segnala che il diavolo era entrato nel suo cuore già prima, quando cioè contrattò con i Giudei e, ricevuto il denaro, s'incaricò di tradire il Maestro 13. Non solo, ma Giovanni sembrerebbe essere in contraddizione con se stesso, in quanto sopra dice che prima di ricevere il pezzetto di pane, quando era terminata la cena, il diavolo aveva già cacciato nel cuore di Giuda il proposito di tradirlo 14. Come può infatti il diavolo entrare nel cuore dei malvagi se non cacciando nei loro disegni perversi altri suggerimenti perversi? Ne segue che in questo secondo momento Giuda dovette esser invasato dal demonio in una maniera più radicale: come, in senso diametralmente opposto, accadde agli Apostoli nel ricevere lo Spirito Santo. Essi lo avevano già ricevuto dopo la resurrezione del Signore quando egli, alitando su di loro, disse: Ricevete lo Spirito Santo 15. Che se poi il giorno di Pentecoste lo Spirito fu loro inviato dall'alto, vuol dire che lo ricevettero in misura più abbondante 16. Preso dunque il boccone di pane, non c'è dubbio che anche allora satana entrò in Giuda e, come immediatamente prosegue Giovanni, in seguito a questo gli disse Gesù: " Quello che devi fare fallo al più presto ". Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: " Compra quello che ci occorre per la festa ", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone egli subito uscì. Ed era notte. Quand'egli fu uscito, Gesù disse: " Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. E Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito " 17.

Predizione del rinnegamento di Pietro.

2. 5. " Figlioli, sarò con voi per poco tempo, voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: Dove vado io voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri ". Simon Pietro gli dice: " Signore, dove vai? ". Gli rispose Gesù: " Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi ". Pietro disse: " Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! ". Rispose Gesù: " Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte " 18. Con tali parole Gesù predice a Pietro che l'avrebbe rinnegato; e la predizione non è riferita solo da Giovanni, dal cui testo ho preso la narrazione, ma anche dagli altri tre evangelisti 19. Essi però non giungono al racconto della negazione di Pietro procedendo in maniera uniforme, partendo cioè da una identica occasione da cui sarebbe scaturito il discorso. Così Matteo e Marco seguono lo stesso ordine e collocano l'episodio nello stesso ambito dove sono giunti con il loro racconto, e precisamente dopo l'uscita del Signore dalla casa in cui avevano mangiato la Pasqua. Al contrario Luca e Giovanni lo dicono avvenuto prima che egli uscisse. Potremmo senza troppa fatica intendere il fatto come narrato dai primi due alla maniera di chi voglia ripetere ricapitolando una cosa avvenuta già prima, ovvero supporre che gli altri abbiano seguito il metodo dell'anticipazione di una cosa futura. Tuttavia può suscitare meraviglia che questi due evangelisti si permettano di anticipare cose tanto diverse non solo nell'espressione verbale ma anche nel contenuto: cose che il Signore ebbe a dire e per le quali Pietro, in un impeto di presunzione, promise che sarebbe andato incontro anche alla morte insieme al Signore o per essere fedele al Signore. In considerazione di ciò ci sentiamo obbligati a interpretare il testo nel senso che Pietro dichiarò tre volte la sua presunzione ma in diversi momenti del discorso di Cristo. Parimenti per tre volte gli fu risposto dal Signore che l'avrebbe rinnegato tre volte prima del canto del gallo.

2. 6. Non deve ritenersi inverosimile che Pietro, trascorsi degli intervalli sia pur brevi di tempo, abbandonandosi alla presunzione abbia più volte rinnegato il Signore; e così pure che il Signore gli abbia dato per tre volte una più o meno identica risposta. Ne è una riprova quel che accadde dopo la resurrezione. Gesù gli domandò tre volte se lo amasse e ciò tutto di seguito, senza cioè interporvi nulla di mezzo, né gesti, né parole. E siccome Pietro per tre volte gli diede la stessa identica risposta, anche il Signore gli diede per tre volte consecutivamente lo stesso identico incarico di pascere le sue pecore 20. Che Pietro abbia per tre volte ostentato la sua presunzione e in conseguenza per tre volte si sia sentito predire dal Signore il suo rinnegamento, appare più credibile se si esaminano le parole proferite dal Signore, che suonano diverse nei singoli evangelisti. Eccone la dimostrazione. Abbiamo ricordato ora la narrazione riportata dal Vangelo di Giovanni. Secondo questo evangelista il Signore aveva certamente parlato così: Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. Simon Pietro gli dice: " Signore, dove vai? ". Risulta chiaro in questo testo che Pietro fu turbato dalle parole del Signore e gli disse: Signore, dove vai? Proprio perché l'aveva sentito affermare: Dove io vado voi non potete venire. Allo stesso Pietro Gesù rispose: Dove io vado tu per adesso non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi. Al che Pietro replicò: E perché mai non posso seguirti subito adesso? Darò la vita per te 21. A questa presunzione rispose il Signore predicendogli l'imminente rinnegamento. Luca si distacca da questo racconto e riferisce all'inizio queste parole di Gesù: Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli. E allora Pietro rispose: Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte. Gli rispose: " Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi " 22. Certo, queste parole, come ognuno vede, sono diverse da quelle con le quali Giovanni dice che Pietro emozionato si lasciò andare alla presunzione. E, in più, c'è Matteo che scrive: E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: " Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: "Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge" 23. Dopo la mia resurrezione, vi precederò in Galilea " 24. Con lui s'accorda esattamente Marco 25. Ora queste parole e i concetti che esse esprimono quale somiglianza hanno con quelle che, o secondo Giovanni o secondo Luca, Pietro pronunziò per esprimere la sua presunzione? Eppure nel testo in parola si continua proprio così: In risposta Pietro gli disse: " Anche se tutti saranno scandalizzati io non lo sarò ". Gesù gli disse: " In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte ". Disse a lui Pietro: " Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò ". Lo stesso dicevano anche tutti gli altri discepoli 26.

2. 7. Le stesse affermazioni sono riportate da Marco 27 e quasi a paroletta. L'unica differenza è che il Signore, rispondendo a Pietro, non gli parlò in maniera generica ma gli predisse in modo dettagliato come sarebbe avvenuta la negazione dicendogli: In verità ti dico che tu oggi, cioè in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte 28. Tutti gli evangelisti dunque narrano la predizione fatta dal Signore a Pietro che l'avrebbe rinnegato prima che il gallo cantasse, ma non tutti precisano quante volte il gallo avrebbe cantato. Questo particolare lo riporta e sottolinea il solo Marco; e tanto basta a certi ipercritici per concludere che il suo racconto non concorda con quello degli altri. La ragione di ciò è da ricercarsi nella superficialità della loro indagine e, ancor più, nelle loro intenzioni poco chiare, suggerite dall'ostilità che in cuore nutrono contro il Vangelo. In sostanza, la negazione di Pietro fu una triplice negazione: egli ininterrottamente perseverò nello stesso senso di paura e nello stesso proposito di dire il falso finché, tornatogli in mente quanto gli era stato predetto, fu guarito dal suo stesso pianto amaro 29 e dal dolore che gli ferì il cuore. Questo insieme di negazioni, cioè le tre negazioni nel loro complesso, non poté cominciare dopo che il gallo aveva cantato almeno per una volta: nel qual caso direbbero il falso tre dei quattro evangelisti. Matteo infatti scrive: In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte 30. E Luca: Dico a te, o Pietro: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi 31. E Giovanni: In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte 32. In realtà tutti e tre, sia pure con parole diverse e disposte in ordine differente, espongono la stessa idea, che cioè il Signore disse a Pietro che lo avrebbe rinnegato tre volte prima che il gallo cantasse. D'altra parte, se la triplice negazione fosse avvenuta tutta prima che il gallo cominciasse a cantare andrebbe oltre la realtà, in quanto Marco fa dire al Signore: In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte 33. Quale attendibilità si potrebbe attribuire alle parole: Prima che due volte, se l'intera negazione era già allora ultimata nella sua triplice ripetizione? Se si potesse dimostrare che ogni cosa era avvenuta già prima del primo canto, è certo che era avvenuta prima del secondo, del terzo e di ogni altro canto effettuato dal gallo in quella notte. Tre degli evangelisti, ricordando che la triplice negazione di Pietro era iniziata prima del canto del gallo, non si curarono di precisare il momento in cui Pietro la terminò ma segnalarono e il fatto che essa fu prolungata e il momento in cui ebbe inizio. Dissero pertanto che fu triplice e che avvenne prima del canto del gallo. Del resto, a voler penetrare nell'animo di lui, si potrebbe anche scrivere che essa era già completa quando il gallo cantò per la prima volta. Se infatti si guarda alle parole di colui che rinnegava, si deve certo ritenere che la triplice negazione ebbe inizio prima del primo canto del gallo e terminò prima del secondo, ma se si guarda alle disposizioni dell'animo di Pietro e alla sua paura, si può dire che tutto il rinnegamento era stato da lui concepito già prima che il gallo cominciasse a cantare. Non è quindi cosa di grande rilevanza il sapere quanto tempo trascorse fra una negazione e un'altra, prendendo in considerazione le parole dette a voce; occorre piuttosto considerare come tutto il complesso del rinnegamento era entrato nel cuore di Pietro già prima che il gallo si mettesse a cantare, cioè fin da allora egli era così preso dalla paura che, nell'ipotesi che fosse stato interrogato, avrebbe rinnegato il Signore non una, ma due e anche tre volte. Così concludono quanti esaminano il fatto con più precisione e diligenza. È lo stesso caso di colui che, guardando una donna con l'intento di possederla, ha già commesso con lei adulterio, naturalmente solo col cuore 34. Così possiamo dire di Pietro. Non sappiamo quando egli espresse a parole il grave timore che aveva in cuore e che sarebbe durato finché non rinnegò tre volte il Signore; tuttavia possiamo collocare tutt'e tre le negazioni nel momento in cui egli fu invaso da quel timore che lo indusse alla triplice negazione. Ne segue che le parole con cui egli rinnegò Cristo poterono essere proferite tutte quando il gallo aveva cantato per la prima volta, se fu in quel momento che il suo cuore venne provocato dalle domande. Nemmeno in questa ipotesi risulterebbe sballata e falsa l'affermazione del Vangelo secondo la quale Pietro rinnegò tre volte prima che il gallo cantasse. In realtà già prima del canto del gallo un così grande spavento gli era entrato in cuore da protrarsi fino alla terza negazione. Tanto meno ci dobbiamo impressionare, se risulta che quella triplice negazione anche nella sua espressione verbale fu iniziata prima del canto del gallo ma non terminò prima che il gallo iniziasse a cantare. È come se uno dicesse: Questa notte prima che canti il gallo mi scriverai una lettera in cui per tre volte mi insulterai. Se quel tale, cominciata la lettera prima di qualsiasi canto del gallo, la terminasse dopo che il gallo abbia cantato una volta, nessuno lo incolperebbe di falsità nel fare la sua previsione. Pertanto, Marco descrive più dettagliatamente gli intervalli fra le diverse negazioni, in quanto proferite a parole, e fa dire al Signore: Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte. Che le cose andarono proprio così apparirà quando saremo giunti ad esaminare quel preciso passo del Vangelo. Anche da lì apparirà che gli evangelisti sono in armonia fra loro.

2. 8. Se poi ci si mette a ricercare quali siano state con esattezza assoluta le parole che il Signore rivolse a Pietro, non le si potrà mai trovare; anzi la stessa ricerca è inutile, poiché il pensiero del Signore, sebbene lo si riconosca attraverso il suono delle parole, nel nostro caso è evidentissimo nonostante la diversità delle parole usate dagli evangelisti. Poté dunque succedere che Pietro impaurito manifestò la sua presunzione in tre occasioni diverse e in diversi momenti del parlare di Cristo e analogamente il Signore gli predisse tre volte che l'avrebbe rinnegato. Questo è quanto si ricava con maggiore probabilità dall'analisi del testo; ma, supponendo un qualche altro ordine nel modo di narrare, quanto riferito da tutti gli evangelisti potrebbe forse ridursi a un unico intervento: in tal caso la conclusione sarebbe che una volta sola il Signore predisse a Pietro, presuntuoso di se stesso, che lo avrebbe rinnegato. Leggendo il testo in questa maniera nessuno potrà mai trovare contrasti fra un evangelista e l'altro; e di fatto non ce ne sono.

Cosa disse il Signore finita la cena.

3. 9. Ora vogliamo, per quanto ci è possibile, seguire gli eventi secondo l'ordine che ricaviamo da tutti e quattro egli evangelisti. Stando a Giovanni, predetta che fu a Pietro la sua negazione, nel seguito del racconto l'evangelista vi ricollega il discorso del Signore che disse: Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte mansioni 35. Di questo discorso egli riferisce ampiamente le espressioni magnifiche e quanto mai elevate 36, finché non giunge là dove il Signore dice: Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere ancora, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro 37. Essendo sorta a un certo punto una discussione fra gli Apostoli su chi fra loro fosse il più grande, così riferisce Luca, [Gesù] disse loro: " I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi peraltro siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel regno e sederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele ". E continua ancora Luca: Allora il Signore disse a Simone: " Ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli ". E Pietro gli disse: " Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte ". Gli rispose: " Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi ". Poi disse: " Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa? ". Risposero: " Nulla ". Ed egli soggiunse: " Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: "E fu annoverato tra i malfattori" 38. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al termine ". Ed essi dissero: " Signore, ecco qui due spade ". Ma egli rispose: " Basta così! " 39.E dopo aver cantato l'inno - così riferiscono Matteo e Marco - uscirono per recarsi al monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: " Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: "Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge", ma dopo la mia resurrezione, vi precederò in Galilea ". E Pietro gli rispose: " Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai ". Gli disse Gesù: " In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte ". E Pietro gli rispose: " Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò ". Le stesse cose dissero tutti i discepoli 40. L'ultimo tratto del racconto da noi ricostruito è preso da Matteo, ma le stesse parole troviamo su per giù anche in Marco, ed equivalente ne è il contenuto, se si esclude la differenza, già da noi esaurientemente trattata, concernente il canto del gallo 41.

Gesù nel Getsemani.

4. 10. Matteo continua il racconto dicendo: Allora Gesù si recò con loro in un podere chiamato Getsemani 42. Lo stesso dice Marco; e Luca, anche se non segnala esplicitamente il nome del podere 43, scrive: Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo disse loro: " Pregate, per non entrare in tentazione " 44. È questo il luogo che secondo gli altri due evangelisti si chiamava Getsemani e dove, se intendiamo bene, doveva trovarsi quell'orto ricordato da Giovanni quando scrive: Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cedron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli 45. Viene poi quel che nota Matteo: Egli disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!". Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: "Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: "Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina" 46.

4. 11. Lo stesso racconto troviamo in Marco, che procede usando le identiche frasi e seguendo lo stesso ordine, salvo quei rari casi in cui accorcia le espressioni mentre altre volte le esplica con qualche dettaglio in più. Tuttavia anche qui ci imbattiamo in una difficoltà, e a crearcela è la narrazione di Matteo, che sembrerebbe essere in contrapposizione con se stessa. Egli scrive infatti che, dopo aver pregato tre volte, Gesù venne dai discepoli e disse loro: Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino. Come può aver detto poco prima: Dormite ormai e riposate se subito dopo aggiunge: Ecco, è giunta l'ora, e in vista di ciò li sprona ad alzarsi e a partire? Certi lettori, turbati da questa, diciamo pure, contraddizione, si sforzano di pronunziare le parole del Signore: Dormite ormai e riposatevi come dette da uno che rimprovera e non da uno che dà l'assenso a fare quanto ordina. Se una tale licenza fosse necessaria, la si potrebbe certo usare; ma Marco nel ricordare l'accaduto scrive che Gesù, dopo aver detto ai discepoli: Dormite ormai e riposate aggiunse: Basta!, e poi sempre di seguito: È giunta l'ora; il Figlio dell'uomo sta per essere tradito 47. Se ne deduce che, dopo le parole: Dormite ormai e riposatevi, ci poté essere una pausa di silenzio nella quale i discepoli eseguirono quanto il Signore aveva loro permesso; e poi, trascorso questo tempo, egli riprese il discorso dicendo: Ecco, è giunta l'ora. A indicare ciò valgono le parole riferite da Marco: Basta così!, cioè: " Vi siete riposati abbastanza: ora basta ". Siccome però questo intervallo di silenzio del Signore, non è ricordato, la frase così abbreviata obbliga la mente a cercare, per quelle parole, una particolare accentuazione.

4. 12. Luca non riferisce quante volte il Signore abbia pregato, ma ci narra cose omesse dagli altri evangelisti: com'egli cioè fu confortato da un angelo durante la preghiera e come nel lungo pregare il sudore gli divenne color sangue e prese forma di gocce che grondavano in terra 48. Dice, è vero, che alzatosi in piedi al termine della preghiera si recò dai discepoli 49, ma non precisa i diversi momenti della preghiera stessa. Ora in tutto questo non c'è nulla che contrasti con il racconto degli altri. Quanto a Giovanni, egli riporta l'ingresso di Gesù nell'orto in compagnia dei discepoli ma nulla dice su ciò che compì nell'orto fino al momento in cui il suo traditore, accompagnato dai Giudei, venne a catturarlo 50.

4. 13. I tre primi evangelisti riferiscono gli avvenimenti come quando una stessa persona narra tre volte la stessa cosa: si concedono una certa diversità, ma nessuna opposizione. Luca, ad esempio, precisa con maggiore esattezza quanto si allontanò dai discepoli, e dice che per recarsi a pregare si separò da loro un lancio di pietra 51. Marco una prima volta con parole sue racconta che il Signore pregò dicendo che, se fosse stato possibile, passasse da lui quell'ora 52, cioè l'ora della Passione, chiamata subito dopo col nome di calice. Successivamente riporta le precise parole del Signore: Abbà, Padre, tutto ti è possibile: allontana da me questo calice 53. Se a queste parole aggiungi quelle riportate dagli altri e che Marco stesso riporta in persona propria, si ricava con tutta chiarezza la frase: Padre, se è possibile - poiché a te tutto è possibile - passi da me questo calice. Si esprime così perché nessuno pensi che egli abbia voluto sminuire la potenza del Padre affermando: Se la cosa è possibile. Non dice infatti: Se puoi farlo, ma: Se la cosa è possibile. E possibile è tutto ciò che egli vuole. Si dice dunque: Se la cosa è possibile con significato identico a: Se vuoi. Infatti in che senso si debbano prendere le parole: Se la cosa è possibile lo spiega Marco con l'aggiunta: Tutto è possibile a te. E se gli evangelisti ci hanno tramandato queste sue parole: Ma avvenga non ciò che voglio io ma quello che vuoi tu (espressione equivalente all'altra: Non si faccia la mia, ma la tua volontà), da questa narrazione risulta chiaro che la frase: Se la cosa è possibile, fu pronunciata non in riferimento al potere del Padre ma alla decisione della sua volontà. Ciò si ricava ancor più chiaramente dal racconto di Luca, che scrive non: Se la cosa è possibile, ma: Se vuoi 54. A questa espressione quanto mai chiara si ricollega in maniera molto logica quel che scrive Marco, per cui la frase sarebbe stata detta così: Se vuoi - e in effetti tutto ti è possibile - allontana da me questo calice.

4. 14. Riferisce Marco che Gesù non disse solo: Padre ma: Abba, Padre. Ora Abba è in ebraico la stessa cosa che Padre in latino. Ed è probabile che il Signore disse tutt'e due le parole, annettendovi un significato sacramentale. Egli intendeva mostrare che s'era gravato di quella tristezza perché voleva impersonare il suo corpo, cioè la Chiesa di cui era diventato pietra angolare. Ora questa Chiesa accorreva a lui partendo, in parte, dal popolo ebraico (e a loro si riferisce la parola Abba) e in parte da mondo pagano, e in riferimento ai pagani disse: Padre 55. L'apostolo Paolo nemmeno lui sorvola su questo senso misterioso quando scrive: In lui gridiamo: Abba, Padre 56; e altrove: Dio ha inviato nei nostri cuori il suo Spirito, che grida: Abba, Padre 57. In questa maniera egli, Maestro buono e vero Salvatore, mostrava compassione per gli uomini e la loro debolezza, e in se stesso mostrava ai martiri che non avrebbero dovuto disperare se durante i dolori del martirio fosse penetrata nel loro cuore una certa quale angustia, frutto dell'umana fragilità. Essi l'avrebbero certamente superata se avessero anteposto alla propria la volontà di Dio, il quale sa cosa sia veramente utile a coloro cui provvede. Di tutto questo problema non vogliamo però adesso trattare diffusamente, poiché il nostro tema attuale è l'accordo fra gli evangelisti, per cui se nelle loro parole troviamo delle divergenze, appunto perché vogliamo che la ricerca ci giovi a salvezza, e nelle parole scritte altro non cerchiamo se non la verità, non ci preoccupiamo d'altro che della sostanza delle affermazioni. Orbene, Padre è la stessa cosa che Abba, Padre; ma per sottolineare più efficacemente il mistero è più espressivo: Abbà, Padre, mentre per esprimere l'unità sarebbe bastato Padre. In pratica è da supporsi che il Signore disse: Abba, Padre, ma il suo pensiero non sarebbe risultato del tutto palese se altri non avessero scritto: Padre. In questo modo si rende esplicita l'idea che le due Chiese, quella proveniente dal giudaismo e quella formata da greci, sono un'unica Chiesa. Disse dunque il Signore: Abba, Padre con quello stesso significato con cui altrove disse: Ho altre pecore che non sono di questo ovile, alludendo ai pagani, mentre era scontato che aveva delle pecore nel popolo d'Israele. Ma siccome continuò: Anche quelle debbo condurre; e diventeranno un solo gregge e un solo pastore 58, ne consegue che Abba, Padre è in riferimento agli Israeliti e ai pagani, mentre il solo Padre è detto per l'unico gregge.

La cattura di Gesù.

5. 15. Mentre egli stava ancora parlando - così dicono Matteo e Marco - ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: " Quello che bacerò è lui; arrestatelo ". E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbi ", e lo baciò 59. A lui Gesù in principio disse quanto scrive Luca: Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo 60 e poi quel che nota Matteo: Amico, cosa sei venuto a fare? 61 In seguito è da collocarsi quanto riferisce Giovanni: Che cosa cercate? Gli risposero: " Gesù il Nazareno ". Disse allora Gesù: " Sono io ". Vi era con loro anche Giuda il traditore. Appena disse: " Sono io ", indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: " Chi cercate? ". Risposero: " Gesù il Nazareno ". Gesù replicò: " Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano ". Perché s'adempisse la parola, che egli aveva detto: " Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato " 62.

5. 16. Vedendo la piega che stavano prendendo le cose - scrive Luca - gli amici che gli erano vicini dissero: " Signore, dobbiamo colpire con la spada? ". E uno di loro (la cosa è riferita da tutti e quattro gli evangelisti) colpì un servo del sommo sacerdote, e gli mozzò l'orecchio destro 63, come precisano Luca e Giovanni. Secondo Giovanni colui che vibrò il colpo fu Pietro, e il servo che fu colpito si chiamava Malco 64. Poi, stando a Luca, Gesù prese la parola e disse: Basta così 65, aggiungendo però quanto riferito da Matteo. Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici mila legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire? 66 A tali parole si possono aggiungere quelle riportate da Giovanni: Il calice datomi dal Padre non vorresti che io lo beva? 67 Nel dire questo - così Luca - toccò l'orecchio di colui che era stato colpito e lo risanò 68.

5. 17. Non ci debbono turbare le differenze esistenti fra il racconto di Luca e quello di Matteo. È vero infatti che Luca scrive: Avendo i discepoli chiesto al Signore se dovessero menare di spada, egli rispose: Basta così, dando l'impressione che la botta era già stata data ed egli approvava quel che era successo fino a quel momento volendo però impedire che la cosa andasse più avanti. Stando invece alle parole di Matteo, tutto l'accaduto sembrerebbe doversi ridurre all'uso della spada fatto da Pietro, cosa che non piacque per niente al Signore. È infatti più verosimile che i discepoli gli avessero chiesto: Signore, dobbiamo colpire con la spada?, alla quale domanda egli rispose: Basta così. E voleva dire: Non spaventatevi per quel che accadrà in seguito; sarà infatti loro concesso d'arrivare fino al punto di arrestarmi, e così si adempiranno le Scritture su di me. Nell'intervallo fra la domanda posta al Signore dai discepoli e la risposta di lui, Pietro, smanioso di difendere il Maestro e profondamente turbato per quanto accadeva nei suoi confronti, vibrò il colpo. Ma anche se le cose furono contemporanee fra loro, non fu possibile a Matteo raccontarle tutte contemporaneamente. D'altra parte Luca non avrebbe potuto scrivere: Gesù rispose se non ci fosse stata una domanda a cui rispondere, poiché la risposta non riguarda l'operato di Pietro. Di questo operato quale giudizio diede il Signore lo riporta solo Matteo, il quale non scrive: Gesù replicò a Pietro che riponesse la spada, ma: Gesù allora gli disse: Riponi la tua spada, parole che, almeno all'apparenza, dovettero essere proferite dal Signore subito dopo il fatto. Quanto alle parole riportate da Luca, e cioè: Gesù rispondendo disse: Basta così 69, le dobbiamo prendere come una risposta data ad alcuni che lo avevano interrogato; ma, come abbiamo sopra notato, tra la domanda dei discepoli e la risposta del Signore dovette in un battibaleno esser calato quel fendente di Pietro: per cui Luca si ritenne autorizzato a collocarlo fra la domanda e la risposta. Ne segue che il racconto di Luca non si oppone a quanto scrive Matteo, che cioè il Signore disse: Quanti prenderanno, cioè useranno, la spada, di spada periranno 70. La contrapposizione esisterebbe qualora si riuscisse a dimostrare che il Signore, rispondendo come rispose, approvava il ricorso arbitrario alla spada almeno per una volta e per un colpo non mortale. Si potrebbe inoltre, e ragionevolmente, supporre che tutta l'espressione sia stata rivolta a Pietro, per cui da quello che scrive Luca e quello che scrive Matteo possa ricostruirsi un unico racconto, che, come notavo sopra, scorrerebbe in questo modo: Basta così!, e poi: Riponi la tua spada nel fodero. Quanti prenderanno la spada, di spada periranno. Ho già esposto il senso da darsi alle parole: Basta così. Se qualcuno ne sa uno migliore, prevalga il suo parere. L'importante è che non venga intaccata la veridicità degli evangelisti.

5. 18. Matteo prosegue raccontando le parole che in quel momento il Signore rivolse alle turbe: Siete venuti a catturarmi con spade e bastoni come si farebbe con un brigante; mentre io tutti i giorni mi intrattenevo nel tempio a insegnare e nessuno mi ha mai messo le mani addosso 71. In quell'occasione aggiunse anche le parole riportate da Luca: Ma questa è l'ora vostra, [l'ora] delle potenze tenebrose 72. E nota Matteo: Tutto questo accadde affinché si adempissero le Scritture dei Profeti. Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e si diedero alla fuga 73. Così narra anche Marco, che aggiunge: Lo seguiva un ragazzo avvolto in un lenzuolo; trattennero anche costui ma egli, buttato via il lenzuolo, nudo scappò dalle loro mani 74.

Gesù nella casa del sommo sacerdote.

6. 19. Essi intanto, tenendo legato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, dove si erano dati convegno gli scribi e gli anziani 75. Così narra Matteo, ma, al dire di Giovanni antecedentemente egli era stato condotto da Anna, suocero di Caifa 76. Marco e Luca omettono il nome del sommo sacerdote 77. Lo condussero legato. Fra la turba erano presenti il tribuno con la sua coorte e alcuni inservienti delle autorità giudaiche. Ciò è riferito da Giovanni; e Matteo completa: Pietro intanto lo aveva seguito fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione 78. E si scaldava al fuoco 79, come dice Marco in questo punto del racconto. E gli fa eco il testo più ampio di Luca: Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro80. Anche Giovanni racconta che seguivano Simon Pietro e un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro 81, come dice ancora Giovanni. E così accadde che anche Pietro poté entrare all'interno, nell'atrio, come scrivono gli altri evangelisti.

6. 20. Prosegue Matteo: I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per condannarlo a morte, ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni 82. Difatti, dice Marco riferendo lo stesso fatto, le testimonianze non erano concordi 83. Finalmente - così Matteo- giunsero due falsi testimoni che affermarono: " Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni " 84. Marco racconta che ci furono certi altri che dicevano: Noi l'abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mano d'uomo 85. Per questo motivo Marco dice che le loro testimonianze non erano concordi. A quel che scrive Matteo, si alzò allora il sommo sacerdote e gli chiese: " Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te? ". Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: " Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio ". " Tu l'hai detto ", gli rispose Gesù 86. Marco narra le stesse cose con parole diverse 87; omette che il sommo sacerdote ricorse alla formula del giuramento, pur facendo capire che l'espressione di Gesù "Tu l'hai detto " equivale all'altra: Io lo sono. Quindi, a quanto scrive Marco, Gesù gli disse: Io lo sono, e continuò: Voi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra dell'Onnipotente venire sulle nubi del cielo 88. Ugualmente scrive Matteo 89, esclusa la risposta di Gesù: Io lo sono. Riferito questo, egli continua: Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: " Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? ". Matteo ricorda e seguita: " Ecco, ora avete udito la bestemmia: che ve ne pare? ". E quelli risposero: " È reo di morte ". Lo stesso racconto ha Marco. Allora, così prosegue Matteo, gli sputarono in faccia e lo percossero con pugni; altri lo schiaffeggiarono dicendo: " Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso? " 90. Così anche Marco, che in più ricorda il particolare che gli velarono la faccia 91. Con tale racconto concorda anche Luca 92.

6. 21. A tutti questi maltrattamenti fu sottoposto il Signore durante la notte nella casa del sommo sacerdote, dove fu condotto all'inizio della passione e dove anche Pietro fu tentato. La tentazione di Pietro ebbe luogo durante questi maltrattamenti, ma il racconto degli evangelisti non procede secondo un medesimo ordine. Matteo e Marco infatti parlano prima dei maltrattamenti di Gesù e poi della tentazione di Pietro 93; Luca al contrario colloca prima la tentazione di Pietro e dopo la serie dei maltrattamenti a cui fu sottoposto il Signore 94; finalmente Giovanni comincia col parlare della tentazione di Pietro, continua narrando una parte dei maltrattamenti di Gesù e in ultimo, dopo aver precisato che dalla casa di Anna egli fu condotto dal sommo sacerdote Caifa, riassumendo si sofferma a descrivere la tentazione di Pietro di cui aveva cominciato a parlare e che era avvenuta nella casa dove Gesù fu scortato subito dopo la cattura. Torna quindi all'ordine e ci presenta il Signore condotto in casa di Caifa 95.

6. 22. Matteo così prosegue: Pietro intanto se ne stava seduto fuori nel cortile. Una serva gli si avvicinò e gli disse: " Anche tu eri con Gesù, il Galileo! ". Ed egli negò davanti a tutti: " Non capisco che cosa tu voglia dire ". Mentre usciva per la porta, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: " Costui era con Gesù, il Nazareno ". Ma egli negò di nuovo giurando: " Non conosco quell'uomo ". Dopo un poco i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: " Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce! ". Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: " Non conosco quell'uomo! ". E subito un gallo cantò 96. Tale il racconto di Matteo: dove è da sottintendersi che, quando il Signore uscì di casa, Pietro lo aveva rinnegato già una volta e un gallo aveva già cantato, precisazione omessa da Matteo ma ricordata da Marco 97.

6. 23. Quando Pietro rinnegò il Signore per la seconda volta non si trovava più fuori davanti alla porta, ma era già tornato presso il focolare: quando esattamente ci ritornasse non occorreva fosse precisato dagli evangelisti. Ecco come Marco racconta i fatti: Pietro uscì fuori nell'atrio e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: " Costui è di quelli ". Ma egli negò di nuovo 98. Questa serva non è la stessa di prima ma un'altra, come asserisce Matteo. Bisogna inoltre rilevare anche questo, che cioè nella seconda negazione Pietro fu provocato da due persone: la serva, ricordata da Matteo e Marco, e un altro tizio, di cui parla Luca. Costui scrive: Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti lì attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: " Anche questi era con lui ". Ma egli negò dicendo: " Donna, non lo conosco! ". Poco dopo un altro lo vide e disse: " Anche tu sei dei loro! " 99. Quel che Luca designa come: Dopo un poco comprende più fatti, e cioè che Pietro era uscito fuori della porta, che il primo gallo aveva cantato e che Pietro era rientrato in casa, per cui, al dire di Giovanni, quando lo rinnegò la seconda volta si trovava presso il focolare. Lo stesso Giovanni, narrando la prima negazione di Pietro, non solo sorvola sul primo canto del gallo - cosa che fanno anche gli altri evangelisti ad eccezione di Marco - ma non dice nemmeno che la serva lo riconobbe mentre sedeva accanto al fuoco. Dice solo così: Una giovine portinaia disse a Pietro: " Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo? ". Lui rispose: " Non lo sono " 100. Quindi passa a narrare quel che avvenne a Gesù mentre era in quella casa, secondo che gli sembrava opportuno riferire, e scrive così: I servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava 101. A questo proposito è da supporsi che Pietro fosse già uscito una volta fuori casa e fosse rientrato. Prima d'uscire infatti lo troviamo seduto accanto al fuoco, quando invece rientrò se ne stava in piedi.

6. 24. Al riguardo qualcuno potrebbe dire: Non è vero che egli era uscito; si era solo alzato perché voleva uscire. Un'ipotesi del genere può ritenerla soltanto chi suppone che Pietro fu interrogato per la seconda volta mentre era fuori casa, dinanzi alla porta, e lì rinnegò il Signore. Vediamo ora come si svolsero i fatti secondo la narrazione di Giovanni: Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: " Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla in segreto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno cosa ho detto ". Aveva appena detto questo quando una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù dicendo: " Così rispondi al sommo sacerdote? ". Gli rispose Gesù: " Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? ". Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote 102. Dal testo si ricava che anche Anna era sommo sacerdote, poiché quando fu detto a Gesù: Così rispondi al sommo sacerdote?, egli non era stato ancora condotto da Caifa. E in effetti che due fossero allora i sommi sacerdoti, cioè Anna e Caifa, lo racconta anche Luca all'inizio del suo Vangelo 103. Quanto a Giovanni, riferite queste vicende, torna al racconto già iniziato del rinnegamento di Pietro: ci riporta così in quella casa dov'erano accaduti i fatti da lui narrati, e cioè alla casa da dove mosse Gesù quando fu condotto a Caifa. Con espressione diversa tramanda l'accaduto Matteo, il quale sottolinea fin dal principio che era Caifa colui al quale intendevano condurre Gesù. Giovanni ricorda in modo riassuntivo le vicende di Pietro e le inserisce nel suo racconto, al termine del quale, per darci un quadro completo della triplice negazione, scrive: Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: " Non sei anche tu dei suoi discepoli? ". Egli lo negò e disse: " Non lo sono " 104. Da questa descrizione deduciamo che Pietro rinnegò il Signore la seconda volta non quand'era davanti alla porta ma mentre stava in piedi presso il focolare: cosa che non poté accadere se non dopo che, uscito all'aperto, era rientrato in casa. È infatti da escludersi che egli fosse uscito e che quell'altra serva lo vide mentre era fuori casa; al contrario lo vide quando stava per uscire, cioè quando s'era levato in piedi con l'intenzione di uscire. Fu allora che disse rivolta a coloro che erano lì, cioè che stavano con lui lì presso il fuoco nell'atrio interno della casa: Anche costui stava con Gesù Nazareno 105. Sentendo queste parole, Pietro, che era uscito fuori, rientrò in casa e contro tutti quegli oppositori giurò di non conoscere quell'uomo 106. Ciò è tanto più vero se si consulta Marco che, riferendosi alla serva in parola, scrive che cominciò a dire alla gente che l'attorniava: Costui è uno di quelli 107. Non si rivolgeva quindi a Pietro ma a coloro che erano rimasti in casa allorché egli era uscito fuori. Le sue parole tuttavia furono udite anche da Pietro, il quale, rientrato in casa e stando in piedi accanto al focolare, ribatteva le loro affermazioni insistendo nel rinnegare. Se poi Giovanni può scrivere: Gli dissero: Ma non sei anche tu dei suoi discepoli? 108, dobbiamo intendere che tali parole furono rivolte a Pietro quand'era già tornato e stava in casa. La conferma ci viene dal fatto che a provocare Pietro non fu soltanto l'altra serva menzionata da Matteo e Marco nel riferire la seconda negazione ma con lei ci fu anche un altro tizio di cui parla Luca. Giustamente quindi Giovanni può scrivere al plurale: Gli dissero dunque. Questa insomma potrebbe essere la successione dei fatti: Pietro esce di casa e, mentre egli è fuori, la serva dice a quelli che erano rimasti con lui nell'atrio: Costui è dei loro. All'udire queste parole Pietro rientra volendosi scagionare mediante la negazione. Più verosimile però è quest'altra ricostruzione: Pietro non udì quello che avevano detto sul suo conto mentre era fuori casa, ma dopo il suo rientro, la serva e quell'uomo ricordato da Luca gli dissero: " Ma non sei anche tu uno dei suoi discepoli? ". E Pietro: " Non lo sono " 109. L'uomo però di cui parla Luca seguitava a insistere con cocciutaggine: Tu sei certamente uno di loro; e Pietro a lui: O uomo, non lo sono. Ad ogni modo, confrontando fra loro le testimonianze fornite al riguardo da tutti gli evangelisti, si deduce con chiarezza che Pietro rinnegò per la seconda volta il Signore non stando fuori della porta ma dentro casa, cioè nell'atrio, vicino al fuoco. Quanto a Matteo e Marco, che ricordano la sua uscita e non il rientro, questo loro silenzio lo si deve attribuire a motivi di brevità.

6. 25. Esaminiamo ora l'accordo fra tutti e quattro gli evangelisti nel raccontare la terza negazione di Pietro, che abbiamo già ricordato attenendoci alla sola narrazione di Matteo. Cominciamo con Marco, il quale, continuando il discorso, scrive: Dopo un po' di tempo i presenti dissero a Pietro: " Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo ". Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: " Non conosco quell'uomo che voi dite ". Per la seconda volta un gallo cantò 110. Anche Luca, continuando il racconto, ci dà le stesse notizie. Scrive: Passata circa un'ora, un altro insisteva: " In verità anche questo era con lui; è anche lui un Galileo ". Ma Pietro disse: " O uomo, non so quello che dici ". E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò 111. E così pure Giovanni. Seguitando il racconto delle negazioni di Pietro, fornisce questi particolari sulla terza: Uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio, disse: " Non ti ho forse visto con lui nel giardino? ". Pietro negò di nuovo e subito un gallo cantò 112. L'espressione usata da Matteo e Marco per indicare il tempo e cioè: Dopo un poco, è esplicitata da Luca con il suo: Passata circa un'ora, mentre Giovanni riguardo al tempo non dice niente. Riguardo invece alle persone che provocarono Pietro a rinnegare, Matteo e Marco le presentano non al singolare ma al plurale, mentre Luca dice che si tratta di una sola persona e in ciò concorda con Giovanni, il quale per di più precisa che era un parente di colui al quale Pietro aveva staccato l'orecchio. A questo proposito possiamo pensare, senza ricorrere a forzature, che Matteo e Marco si siano serviti di quel consueto modo di parlare per cui invece del singolare si usa il plurale. Ovvero potrebbe anche essere successo che ad insistere fu soprattutto una persona, particolarmente al corrente della cosa in quanto aveva visto Pietro, mentre gli altri facevano violenza su Pietro prestando fede a quanto quel tizio affermava. Ciò omesso, ne segue che due degli evangelisti usano il plurale presentando la cosa nel suo complesso, mentre gli altri due intesero soffermarsi esclusivamente su quel tale che primeggiava nelle insistenze. Riguardo al suono delle parole, Matteo afferma che esse furono rivolte direttamente a Pietro: Veramente anche tu sei del loro numero; ti tradisce il tuo modo di parlare 113; e similmente Giovanni afferma che, rivolto a Pietro, quel tale gli disse: Non ti ho forse visto io stesso mentr'eri con lui nell'orto? 114 Marco viceversa riferisce di persone che parlando fra loro di Pietro dicevano che egli era veramente del gruppo dei discepoli, difatti è un Galileo 115. Lo stesso attesta Luca, secondo il quale l'accusatore di Pietro non parlava rivolto a lui ma, pur parlando di lui, il suo dire era rivolto ad altri. Un tale -così l'evangelista - affermava: Ma certamente anche costui era al seguito del Nazareno, difatti è un Galileo 116. In tutta la vicenda, come ci è dato comprendere, sono nel vero quanti si limitano a dire che Pietro fu interpellato; e questo rimane valido tanto se le cose dette sul suo conto le dicevano solo in sua presenza quanto se erano rivolte direttamente a lui. Oppure si può pensare che gli eventi accaddero in ambedue i modi, e di questi modi due evangelisti riferiscono il primo mentre altri due il secondo. Quanto al canto del gallo, riteniamo trattarsi del secondo canto, avvenuto dopo la terza negazione, come espressamente attesta Marco.

6. 26. Continua Matteo: Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: " Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte ". E uscito all'aperto, pianse amaramente 117. E Marco: Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: " Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte ". E scoppiò in pianto 118. Luca finalmente: Allora il Signore voltatosi guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: " Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte ". E uscito, pianse amaramente 119. Giovanni non riferisce nulla su Pietro che, ricordando, si mette a piangere 120. A questo punto è doveroso esaminare molto accuratamente in che senso si debbano prendere le parole di Luca quando afferma che il Signore voltatosi guardò Pietro. In effetti, sebbene ci siano degli atri situati all'interno, è certo che Pietro era nell'atrio esterno, là dove erano anche i servi che insieme con lui si scaldavano al fuoco. Non appare viceversa attendibile l'ipotesi che il Signore fosse ascoltato dai Giudei in una stanza così vicina che quello sguardo poté essere rivolto con gli occhi del corpo. Così infatti narra Matteo: Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano dicendo: " Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso? ". E aggiunge: Nel frattempo Pietro sedeva fuori nell'atrio 121, la quale osservazione sarebbe superflua se quanto accadeva al Signore non fosse accaduto al di dentro. È quanto si ricava dal racconto di Marco, il quale anzi ci informa che i fatti si svolgevano non solo all'interno della casa ma addirittura nei piani superiori. Questo evangelista infatti, riferite le altre cose, prosegue: Mentre Pietro era giù in basso nell'atrio 122. Dal che si ricava che, come Matteo precisando che Pietro sedeva fuori nell'atrio 123 ci lascia intendere che il resto accadeva dentro, così Marco col dirci che Pietro era giù in basso nell'atrio ci fa concludere che quanto narrato in riferimento a Gesù accadde non solo all'interno della casa ma addirittura nei piani superiori. In tale ipotesi come poté il Signore rivolgere a Pietro lo sguardo con gli occhi del corpo? Sono pertanto dell'avviso che quello sguardo è da prendersi come un intervento divino, mediante il quale tornò in mente a Pietro quante volte aveva rinnegato il Signore e come il fatto gli era stato da lui predetto. In conseguenza di ciò, sempre sotto l'azione di colui che lo guardava con occhio di misericordia, egli si pentì e scoppiò in un pianto salutare. Come quotidianamente noi diciamo: " Signore, volgi a me il tuo sguardo ", e: " Il Signore lo guardò ", nel caso di uno che sia stato dalla misericordia divina liberato da un pericolo o da una sofferenza. Così anche leggiamo: Volgi a me lo sguardo ed esaudiscimi 124; e ancora: Volgiti a me, Signore, e libera l'anima mia 125. Alla stessa maniera penso che sia stato detto: Il Signore voltandosi diede uno sguardo a Pietro e Pietro si ricordò della parola del Signore 126. Infine, è da notarsi che nella loro narrazione gli evangelisti usano più spesso "Gesù" che non "il Signore", mentre ora Luca pone "il Signore" dicendo: Il Signore voltandosi diede uno sguardo a Pietro e Pietro si ricordò della parola del Signore. Si spiegherebbe così anche il fatto che Matteo e Marco, i quali non ricordano il particolare dello sguardo, dicono che Pietro si ricordò della parola di Gesù e non delle parole del Signore. In tal modo anche attraverso questa sottolineatura ci si fa intendere che quello sguardo di Gesù non fu dato con gli occhi del corpo ma si trattò d'un intervento divino.

La riunione mattutina del sinedrio.

7. 27. Continua Matteo: Al mattino tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato 127. Lo stesso scrive Marco: E al mattino presto i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato 128. Quanto a Luca, terminato il racconto della negazione di Pietro riassume quel che accadde al Signore, quando - precisa - era ormai giunta la mattina del nuovo giorno, e così stila il racconto: Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: " Indovina: chi ti ha colpito? ". E molti altri insulti dicevano contro di lui. Appena fu giorno si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: " Se tu sei il Cristo, diccelo ". Gesù rispose: " Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete, né mi lascerete andare. Ma da questo momento starà il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio ". Allora tutti esclamarono: " Tu dunque sei il Figlio di Dio? ". Ed egli disse loro: " Lo dite voi stessi, io lo sono ". Risposero: " Che bisogno abbiamo ancora di testimonianze? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca ". Tutta l'assemblea si alzò e lo condussero da Pilato 129. Tutto questo è narrato da Luca e nel suo racconto deve includersi anche quel che riportano Matteo e Marco 130, e cioè che al Signore fu chiesto se fosse il Figlio di Dio, al che egli rispose: Vi dico che in seguito vedrete il Figlio dell'uomo assiso alla destra dell'Onnipotente venire sulle nubi del cielo. Questo particolare dovette accadere sul fare del giorno, se Luca può dire: Appena fu giorno 131. L'evangelista poi riferisce parole simili a queste e a sua volta narra dei particolari omessi dagli altri. Dobbiamo pertanto collocare nella notte le deposizioni dei falsi testimoni contro il Signore di cui parlano brevemente Matteo e Marco 132, mentre Luca le omette, interessato com'è a raccontarci quanto accadde sul far del mattino. Veramente, anche gli altri, cioè Matteo e Marco 133, stesero un racconto continuato di quel che accadde al Signore finché non si giunse al mattino 134; ma al temine di questo racconto ecco che tornano a parlarci della negazione di Pietro, dopo la quale passano alle ore del mattino e aggiungono la serie degli eventi vissuti dal Signore fino allo spuntare del giorno 135, circostanza che essi non avevano ancora ricordato. Giovanni da parte sua racconta, per quel tanto che ritiene opportuno, ciò che accadde al Signore e riferisce per esteso la negazione di Pietro; quindi prosegue: Conducono pertanto Gesù da Caifa nel pretorio. Era già mattino 136. La cosa può essere intesa in più modi: o che ci fu un motivo per cui Caifa fu costretto a trovarsi nel pretorio, sicché egli non era presente quando gli altri sommi sacerdoti intentarono la causa al Signore, ovvero che il pretorio si trovava in casa sua. Comunque, è detto bene che il Signore fin dalla cattura veniva condotto presso di lui, anche se da lui arrivò solo alla fine. Siccome poi lo si portava da lui in qualità di reo confesso e d'altra parte Caifa aveva già manifestato la sua convinzione che Gesù dovesse morire, non si dovette frapporre alcun indugio nell'inviare Gesù a Pilato per la condanna a morte. Quel che accadde a Gesù quando si trovò dinanzi a Pilato è così raccontato da Matteo.

7. 28. Questo evangelista si allontana dai fatti della passione per narrarci la fine di Giuda traditore. Egli è il solo a raccontarla, e la sua narrazione è la seguente: Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, dicendo: " Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente ". Ma quelli dissero: " Che ci riguarda? Veditela tu! ". Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: " Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue ". E, tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato "Campo di sangue " fino al giorno d'oggi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: " E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore " 137.

7. 29. Qualcuno potrebbe rimanere turbato per il fatto che questa testimonianza non si trova negli scritti del profeta Geremia, concludendo da ciò che, almeno in qualche affermazione, è da negarsi l'attendibilità degli evangelisti. Costui però deve sapere in primo luogo che non tutti i codici dei Vangeli leggono: " Da Geremia profeta " ma solo: " Dal profeta "; e noi riteniamo che si debba prestare più fede a quei codici dove il nome di Geremia non compare. In effetti l'espressione la troviamo in un profeta, ma questo profeta è Zaccaria. Da cui si deduce che i codici recanti il nome di Geremia sono inesatti, o perché avrebbero dovuto menzionare Zaccaria ovvero, tralasciando ogni nome, limitarsi a dire: Dal profeta che afferma così e così. In tal caso noi avremmo sottinteso ovviamente il profeta Zaccaria. Ma ad una simile scappatoia difensiva ricorra pure chiunque la gradisce; quanto a me, essa non piace. Ed eccone i motivi: primo perché la maggior parte dei codici reca il nome di Geremia, anzi quelli che hanno esaminato con maggiore accuratezza il Vangelo nel testo greco affermano che così leggono i codici greci più antichi. Inoltre nessun motivo può addursi per giustificare l'introduzione nel testo di un nome che lo rende inesatto. Si può viceversa trovare il motivo per cui un tale nome sia stato cancellato in alcuni codici: ciò ha potuto fare l'ignoranza e la temerità di un copista sconcertato per non trovare questa testimonianza in nessuno degli scritti di Geremia.

7. 30. Come intendere dunque il fatto, se non come un intervento della divina Provvidenza che reggeva la mente degli evangelisti e qui volle agire secondo un piano più misterioso del solito? Poté infatti accadere che a Matteo mentre scriveva il Vangelo venisse in mente, come spesso accade, il nome di Geremia invece di quello di Zaccaria; ma egli avrebbe certamente rettificato la sua espressione, almeno dietro il richiamo di coloro che, mentre egli era ancora in vita, poterono leggere il suo scritto. Se non lo fece, fu perché era persuaso che, se alla sua memoria guidata dallo Spirito Santo venne indicato il nome di un profeta in luogo di un altro, ciò non accadeva senza un motivo ma era volontà del Signore che si scrivesse così. A ricercare poi perché il Signore si sia comportato in tal modo, il primo e più ovvio motivo che si possa pensare - e questo pensiero è quanto mai utile! - è che anche da fatti come questo si inculca la verità che tutti i santi Profeti hanno parlato mossi dall'unico e identico Spirito e per questo esiste fra loro un mirabile accordo. Ora questa constatazione vale molto di più che se tutte le cose riferite da tutti i Profeti fossero state dette dall'unica bocca di un unico profeta. In conseguenza di ciò si può ritenere senza alcuna esitazione che tutte le cose dette dallo Spirito Santo per mezzo dei Profeti appartengono ciascuna a tutti e tutte a ciascuno. Ad esempio, le cose dette da Geremia sono alla fine delle fini e di Zaccaria e di Geremia, e quelle dette da Zaccaria sono e di Zaccaria e di Geremia. E se ciò è vero, che bisogno c'era che Matteo, rileggendo il testo che aveva scritto e accorgendosi d'aver messo un nome a posto di un altro, lo correggesse? Non doveva piuttosto rispettare l'autorità dello Spirito Santo che, com'egli avvertiva in maniera certo superiore alla nostra, guidava la sua mente? In vista di ciò lasciò scritto quanto gli aveva ordinato il Signore che lo istruiva interiormente. Comportandosi in tal modo diede a noi una profonda lezione sulla meravigliosa concordia, anche verbale, che esiste tra i Profeti, a tal segno che, pur incontrando una frase detta da Zaccaria, non ritenessero un assurdo ma un tratto di perfetta convergenza il vederla attribuita anche a Geremia. Son cose che capitano anche oggi. Ecco, ad esempio, uno che volendo riferire le parole di una certa persona, gli venga sulla lingua il nome di un'altra che non le abbia pronunziate ma sia legata da strettissima amicizia e familiarità con l'autore di quelle parole. Non appena s'accorge d'aver usato un nome a posto di un altro subito ci ripensa e si corregge; ma, nonostante tutto, potrebbe anche dire: Ho detto bene, considerando la comunanza di idee esistente fra i due. Se effettivamente fra colui del quale si volevano riferire le parole e l'altro a cui in base ai dati della memoria sono state attribuite esiste un perfetto accordo, non è lo stesso far dire a uno quelle parole che anche l'altro avrebbe detto? Questo stesso fenomeno è comprensibile sia avvenuto, e a maggior ragione, nei santi Profeti, e lo si deve vigorosamente inculcare al fine di creare la convinzione che tutti i libri da loro scritti sono come un unico libro composto da un unico autore. In tale libro - così è da credersi e così risulta in effetti- non esiste contrapposizione nella sostanza dei racconti; anzi la verità resta più assodata che se a stendere la narrazione di tutte le cose fosse stato un solo autore, dotto quanto si voglia. Con che diritto dunque certi uomini, o miscredenti o ignoranti, vorrebbero da questo particolare trarre argomento per dimostrare l'esistenza di contrasti fra i santi evangelisti? Del testo scritturale in esame possono invece, e a buon diritto, servirsi tutti quegli studiosi credenti e istruiti che vogliano dimostrare l'unità esistente fra i diversi santi Profeti.

7. 31. C'è un altro motivo che spiega come mai dall'autorità dello Spirito Santo sia stato non solo consentito ma anche ordinato che il nome di Geremia rimanesse, com'è accaduto, in una testimonianza di Zaccaria. Mi sembra però che la trattazione di questo problema, perché sia davvero esauriente, debba essere rimandata ad un altro tempo, non volendo protrarre il presente lavoro al di là di quanto richiede la necessità di portarlo a temine. Comunque, in Geremia troviamo che egli comprò un campo dal figlio di un suo fratello e gli diede del denaro, senza però precisare il prezzo dato, cioè i trenta denari di cui si parla in Zaccaria 138: il quale Zaccaria però non fa menzione dell'acquisto del campo. È pertanto manifesto che quella profezia riguardante i trenta denari l'evangelista l'ha presa e applicata a quel che accadde al Signore durante la passione, considerando quella somma il prezzo sborsato per lui. Alla stessa passione poteva peraltro riferirsi anche il fatto dell'acquisto del campo di cui Geremia; e tale riferimento poté essere misticamente significato dall'avere l'evangelista indicato nel suo racconto non il nome di Zaccaria, cioè di colui che ci dà notizia dei trenta denari, ma di Geremia, che c'informa dell'acquisto del campo. Se uno dunque legge il Vangelo e vi trova il nome di Geremia, va senz'altro a leggere Geremia ma ecco che in quel profeta non trova la testimonianza dei trenta denari pur trovandovi la notizia dell'acquisto del campo. In tal modo viene avvertito il lettore a contemperare l'un passo con l'altro, e così sviscerare sino in fondo il senso della profezia e com'essa si sia adempiuta nella passione del Signore. L'espressione poi che Matteo fa seguire immediatamente a questa e cioè : Così lo valutarono i figli d'Israele, i quali spesero quei soldi per l'acquisto del campo del vasaio, secondo l'ordine datomi dal Signore 139, non si trova né presso Zaccaria né presso Geremia; e da ciò si ricava che la citazione è stata inserita nel testo dall'evangelista di sua propria iniziativa con un procedimento tanto elegante quanto misterioso. Si deve quindi supporre che Matteo conobbe per rivelazione divina che la profezia citata riguardava il particolare del prezzo di Cristo. A Geremia infatti viene ordinato di riporre la scritta dell'acquisto del campo in un vaso di terracotta; nel Vangelo col prezzo del Signore si compra il campo di un vasaio e precisamente per la sepoltura dei forestieri. Sembra quasi dovercisi vedere un'allusione alla durata del riposo che toccherà in sorte a quanti, terminata la peregrinazione nel tempo presente, sono sepolti insieme con Cristo mediante il battesimo 140. E difatti nelle parole che il Signore rivolse a Geremia gli palesò che la compera di quel campo indicava che in quella terra ci sarebbe stata una lunga permanenza per i liberati dalla prigionia. Queste note ho creduto opportuno stilare con una certa ampiezza per indicare cosa si richieda nel fare un'indagine veramente accurata e attenta su certe testimonianze dei Profeti prese globalmente e comparate con i racconti evangelici. Tali cose ha inserito Matteo nel racconto di Giuda traditore.

Gesù dinanzi a Pilato.

8. 32. Il racconto di Matteo continua così: Gesù stava in piedi di fronte al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: " Sei tu il re dei Giudei? ". Gesù rispose: " Tu lo dici ". E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. Allora Pilato gli disse: " Non senti quante cose attestano contro di te? ". Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore. Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Quindi, mentre si trovavano riuniti, Pilato disse loro: " Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo? ". Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: " Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua ". Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: " Chi dei due volete che vi rilasci? ". Quelli risposero: " Barabba! ". Disse loro Pilato: " Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo? ". Tutti gli risposero: " Sia crocifisso! ". Ed egli aggiunse: " Ma che male ha fatto? ". Essi allora urlarono: " Sia crocifisso! ". Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: " Non sono responsabile del sangue di questo giusto; disse, di questo sangue; vedetevela voi! ". E tutto il popolo rispose: " Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli ". Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò loro perché fosse crocifisso 141. Tale il racconto lasciatoci da Matteo su quanto accadde al Signore dinanzi a Pilato.

8. 33. Marco concorda con Matteo in maniera quasi completa tanto nelle parole quanto negli avvenimenti 142. Tuttavia nel riferire le parole dette da Pilato in risposta al popolo che chiedeva fosse loro rilasciato ufficialmente un detenuto si esprime così: Pilato rispondendo disse loro: " Volete che vi rilasci il re dei Giudei? " 143. Matteo al contrario aveva scritto: Quando i Giudei si furono adunati Pilato disse loro: " Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto il Cristo? " 144. Non fa problema l'omissione della richiesta avanzata dai Giudei che fosse messo in libertà un detenuto, ma ci si può chiedere quali parole abbia effettivamente detto Pilato: se quelle riferite da Matteo o quelle riferite da Marco. Non sembra infatti potersi identificare l'espressione: Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto il Cristo con l'altra: Volete che vi rilasci il re dei Giudei? Ricordando però che quella gente era solita chiamare " cristi " i loro re, qualunque termine abbia usato Pilato, è chiaro che egli intese proporre loro se volessero o meno che fosse liberato il re dei Giudei, cioè il Cristo. Né intacca il senso della frase l'omissione di Marco su Barabba; egli infatti aveva in mente di narrare soltanto le cose che avevano pertinenza con il Signore. Del resto attraverso la risposta data dai sommi sacerdoti anch'egli ci fa sufficientemente capire chi desideravano che fosse liberato. Scrive: I sommi sacerdoti aizzarono la folla perché si facesse liberare Barabba, e prosegue: Pilato replicando ancora una volta chiese: " Cosa volete dunque che io faccia al re dei Giudei? " 145. Dal che appare cosa volesse indicare Marco con le parole Re dei Giudei e come ciò equivalga al termine Cristo usato da Matteo. Il nome Cristo infatti lo si usava solo per i re dei Giudei, e ciò corrisponde a quanto scrive Matteo nel passo parallelo: Diceva loro Pilato: Cosa dunque dovrò fare di Gesù detto Cristo? 146 Similmente è per quel che aggiunge Marco e cioè: Essi allora gridarono di nuovo: Crocifiggilo! Le quali parole corrispondono a quelle di Matteo: Gli dicono tutti: Sia crocifisso! Prosegue Marco: Pilato ancora chiedeva: Che male ha fatto? Essi però gridavano sempre più forte: Crocifiggilo! 147 Tali parole non sono in Matteo; egli però annota: Pilato vedendo che non approdava a nulla, anzi il tumulto andava aumentando 148; e continua col dirci che Pilato, volendo mostrare che si sentiva innocente a proposito del sangue di quel giusto, si lavò le mani di fronte al popolo: notizia, questa, su cui sorvolano e Marco e gli altri evangelisti ma che è molto significativa per mostrarci che anche secondo Matteo Pilato si diede da fare per ottenere dal popolo la liberazione di Gesù. Riferendosi alla stessa cosa Marco più brevemente scrive che Pilato chiese loro: Insomma, che male ha fatto?; e avviandosi alla conclusione del racconto di ciò che era accaduto al Signore dinanzi a Pilato, scrive: Allora Pilato volendo dare soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba, e dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò loro perché fosse crocifisso 149. Tale infatti è il racconto di Marco su quanto accadde a Gesù in casa del preside.

8. 34. Quel che avvenne in casa di Pilato è così descritto da Luca: Cominciarono allora ad accusarlo dicendo: " Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re " 150. Queste accuse non sono riferite dagli altri due evangelisti, sebbene essi parlino di accuse sollevate contro di lui. Luca invece è esplicito nel riferire le colpe che falsamente gli attribuivano, senza peraltro menzionare la richiesta di Pilato: Non rispondi nulla? Vedi dei quali crimini ti incolpano! 151 Egli continua direttamente con quanto riportano anche gli altri evangelisti, e cioè: Pilato lo interrogò: " Sei il re dei Giudei? ". Ed egli rispose: " Tu lo dici " 152. Questo esattamente ricordano Matteo e Marco prima di segnalare che Gesù fu interpellato sul motivo per cui non rispondeva nulla alle loro accuse 153. Non intacca minimamente la verità l'ordine seguito da Luca nel raccontare i fatti, come non l'intacca l'avere uno degli evangelisti omesso qualcosa che invece un altro racconta. Ecco dunque come Luca riporta i fatti: Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: " Non trovo nessuna colpa in quest'uomo ". Ma essi insistevano: " Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui ". Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una bianca veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro 154. Tutto questo, e cioè che il Signore fu inviato da Pilato ad Erode, con quanto gli accadde alla presenza di quest'ultimo, lo narra solo Luca; nel suo scritto però riferisce cose che possiamo trovare nel racconto degli altri evangelisti sia pure in contesti differenti. Sembra quindi indubitato che gli altri evangelisti vollero narrare solamente quel che accadde in casa di Pilato finché questi non abbandonò il Signore nelle mani dei Giudei perché lo crocifiggessero. Luca al contrario si concede una digressione per narrare quel che accadde nella corte di Erode ma poi, tornando ai fatti che successero in casa del preside, prosegue: Pilato allora, adunati i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: " Mi avete presentato quest'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate " 155. Constatiamo dunque che Luca sorvola sulla richiesta fatta al Signore da Pilato su quel che dovesse rispondere agli accusatori. Egli si esprime così: Ma nemmeno Erode. Io infatti vi ho mandati da lui, ed ecco che non ha trovato in quest'uomo nulla che meriti la morte. Perciò dopo averlo castigato, lo rilascerò. Pilato poi era solito, per il giorno di festa, lasciar libero un condannato. Ora essi si misero a gridare tutti assieme: " A morte costui! Dacci libero Barabba! ". Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: " Crocifiggilo, crocifiggilo! ". Ed egli, per la terza volta, disse loro: " Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò ". Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano 156. Matteo attesta anche lui che Pilato fece numerosi tentativi allo scopo di liberare Gesù e spesso ne interpellò i Giudei, ma compendia il suo racconto in pochissime parole, dicendo: Pilato vedendo che non approdava a nulla, ma anzi il tumulto cresceva 157. L'evangelista non si sarebbe espresso in questi termini se Pilato non avesse veramente fatto molti tentativi; anche se sul numero delle volte che cercò di sottrarre Gesù alla rabbia dei nemici egli non dice nulla. Quanto a Luca, ecco com'egli conclude il racconto dei fatti accaduti davanti al preside: Allora Pilato decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà 158.

8. 35. Esaminiamo adesso come le stesse cose, cioè quel che fece Pilato nei confronti di Gesù, siano riportate da Giovanni. Egli scrive: I Giudei non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: "Che accusa portate contro quest'uomo? ". Gli risposero: " Se non fosse un malfattore, non te lo avremmo consegnato " 159. Queste notizie bisogna esaminarle con attenzione perché sia escluso ogni contrasto con quanto detto da Luca, e cioè che essi lo incolparono di misfatti ben precisi. Ecco le sue parole: Cominciarono ad accusarlo dicendo: " Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re " 160. Secondo la narrazione di Giovanni or ora citata sembrerebbe che i Giudei si rifiutarono di indicare i suoi delitti anche dopo che Pilato ebbe loro domandato: Qual è l'accusa che portate contro quest'uomo?, e gli replicarono: Se non fosse un malfattore non te l'avremmo consegnato. In altre parole, basandosi sull'autorità che essi rivestivano, Pilato avrebbe dovuto smettere di far ricerche sulle sue colpe: lo doveva ritenere reo per il solo fatto che aveva meritato d'esser da loro consegnato alla sua autorità. Ragionevolmente quindi possiamo concludere che fu detto e quel che ricorda Giovanni e quel che ricorda Luca. Ci furono infatti molte domande e molte risposte, e da questo insieme di eventi ciascuno degli evangelisti prelevò quel che ritenne opportuno e nel suo racconto pose quel tanto che gli parve sufficiente. Così, lo stesso Giovanni parla delle obiezioni che a Gesù furono mosse in altre occasioni, come vedremo esaminando i testi relativi. Egli continua così: Disse loro Pilato: " Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge! ". Gli risposero i Giudei: " A noi non è consentito mettere a morte nessuno ". Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: " Tu sei il re dei Giudei? ". Gesù rispose: " Dici questo da te, oppure altri te lo hanno detto sul mio conto? " 161. Questa domanda a prima vista sembra contrastare con quanto riferito dagli altri evangelisti, e cioè che Gesù rispose a Pilato: Tu lo dici 162, ma nel seguito del racconto Giovanni ci fa sapere che anche queste parole furono dette da Gesù. In tal modo ci mostra che anche le parole collocate nel presente contesto, sebbene omesse dagli altri evangelisti, furono ugualmente pronunciate dal Signore. E ora bada al seguito del racconto: Pilato ribatté: " Sono forse io un Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? ". Rispose Gesù: " Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù ". Allora Pilato gli disse: " Dunque tu sei re? ". Rispose Gesù: " Tu lo dici, io sono re " 163. Ecco il dialogo attraverso il quale si giunse al punto di cui si occupano gli altri evangelisti. In Giovanni però il racconto prosegue ancora con parole dette in quell'occasione dal Signore ma omesse dagli altri: " Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce ". Gli dice Pilato: " Che cos'è la verità? ". E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: " Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei? ". Allora essi gridarono di nuovo: " Non costui, ma Barabba! ". Barabba era un brigante 164. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: " Salve, re dei Giudei! ". E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: " Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa ". Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: " Ecco l'uomo! ". Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: " Crocifiggilo! Crocifiggilo! ". Disse loro Pilato: "Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa ". Gli risposero i Giudei: " Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio " 165. Questa affermazione potrebbe corrispondere a quella di cui Luca nel riferire le accuse dei Giudei: Lo abbiamo trovato a sobillare la nostra gente 166, purché vi si aggiunga: In quanto si è proclamato Figlio di Dio. Continua Giovanni: Pilato, quand'ebbe udito queste parole ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: " Di dove sei? ". Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: " Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce? ". Rispose Gesù: " Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande ". Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: " Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare " 167. A questa accusa potrebbe corrispondere quella riferita da Luca, che così si esprime: L'abbiamo trovato a sobillare la nostra gente. Son parole dei Giudei, alle quali fanno seguito queste altre: Egli proibisce di pagare il tributo a Cesare e dice di essere il Cristo re 168. In questa ipotesi sarebbe risolto il problema sollevato dal racconto di Giovanni dove non appare quale sia stato il delitto specifico del quale i Giudei incolparono il Signore ma che essi risposero solo in forma generica dicendo: Se costui non fosse un malfattore non te l'avremmo recato qui 169. Giovanni prosegue: Pilato, udendo tali parole, fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litostrotos, in ebraico Gabbatà. Era la Parasceve della Pasqua, intorno all'ora sesta. Pilato disse ai Giudei: " Ecco il vostro re! ". Ma quelli gridarono: " Via, crocifiggilo! ". Disse loro Pilato: " Metterò in croce il vostro re? ". Risposero i sommi sacerdoti: " Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare ". Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso 170. Tale la relazione che ci ha lasciato Giovanni su quel che accadde a Gesù in casa di Pilato.

Gesù schernito dai soldati.

9. 36. Continuiamo a esaminare il racconto della passione scorrendo le testimonianze lasciateci dai quattro evangelisti. Matteo comincia così: Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: " Salve, re dei Giudei! " 171. Lo stesso ripete Marco collocando gli eventi nello stesso contesto: I soldati allora lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: " Salve, re dei Giudei! ". E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui 172. Dobbiamo al riguardo intendere che l'indumento messogli addosso chiamato da Matteo manto scarlatto è lo stesso di cui parla Marco dicendo che lo rivestirono di porpora. Quel manto scarlatto usato dagli schernitori stava infatti a rappresentare la porpora regale, e in realtà esiste una qualità di porpora rossa che rassomiglia moltissimo allo scarlatto. Inoltre poté accadere che, se Marco menziona la porpora, lo fa perché anche di porpora si componeva il tessuto del manto, pur essendo questo prevalentemente di scarlatto. Tutti questi particolari sono omessi da Luca; mentre Giovanni li ricorda collocandoli prima che Pilato consegnasse Gesù ai Giudei per la crocifissione. Egli scrive: Pilato quindi prese Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e dicevano: " Salve, re dei Giudei! " e gli davano schiaffi 173. È ovvio quindi che Matteo e Marco riferiscono i fatti come chi voglia fare un riepilogo di cose già accadute, non intendendo quindi affermare che ciò accadde quando Pilato l'aveva già condannato alla crocifissione. Giovanni infatti è esplicito nel dire che tutte queste vicende si verificarono nel tribunale di Pilato: per cui il racconto degli altri evangelisti è da prendersi come compilato da chi intende rammentare cose omesse antecedentemente. Di tale aggiunta fa parte anche quel che subito dopo dice Matteo: Sputandogli addosso gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo 174. Il particolare del mantello toltogli di dosso e l'altro che lo rivestirono delle sue vesti ordinarie, debbono intendersi come avvenuti alla fine, quando ormai si avviavano. La cosa è da Marco riferita in questi termini: Dopo che l'ebbero schernito, gli tolsero di dosso la porpora e gli rimisero le sue vesti 175.

L'intervento del Cireneo.

10. 37. Matteo prosegue: Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a caricarsi della croce di lui 176. E così Marco: Lo portano fuori per crocifiggerlo. Allora costrinsero un tale che passava, Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce di lui 177. La cosa è narrata da Luca in questi termini: Mentre lo conducevano via presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù 178. Giovanni scrive: Presero Gesù ed uscirono. Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota, dove lo crocifissero 179. È quindi da intendersi che nel partire verso il luogo menzionato Gesù portava lui stesso la croce, mentre Simone, di cui parlano tre degli evangelisti, fu gravato di quel peso lungo il tragitto: a lui fu imposta la croce in un secondo momento e gli fu fatta portare fino al luogo menzionato. In tal modo riscontriamo che realmente accaddero tutt'e due le cose, e cioè sul principio quanto narrato da Giovanni, in seguito quello che riferiscono gli altri tre.

La bevanda che fu data a Gesù.

11. 38. Continua Matteo: Arrivarono al luogo chiamato Golgota, cioè il Calvario. Sul nome del luogo, completo accordo fra gli evangelisti 180; ma poi aggiunge Matteo: Gli davano da bere vino mescolato a fiele, ma lui, dopo averlo assaggiato, non volle berne 181. La cosa è presentata così da Marco: Gli davano da bere vino e mirra, ma lui non ne prese 182. Se pertanto Matteo parla di vino mescolato a fiele, lo fa per sottolineare l'amarezza di quella bevanda, in quanto il vino insieme con la mirra è di sapore amarissimo; ma poté anche succedere che quel vino fu reso amarissimo per l'aggiunta sia del fiele che della mirra. E se Marco dice che non lo prese vuol dire che non ne fece una bevuta: lo assaggiò, come scrive Matteo, ma poi non volle berne (così ancora Matteo), ovvero non ne fece una bevuta, come scrive Marco, il quale omette il particolare dell'assaggio.

Le vesti divise dai soldati.

12. 39. Matteo continua: Dopo averlo crocifisso si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. E, sedutisi, gli facevano la guardia 183. Ugualmente Marco: Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere 184. E così anche Luca: Dopo essersi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere 185. Breve dunque la narrazione dei tre sinottici; Giovanni al contrario espone più dettagliatamente come si svolsero i fatti e scrive: I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: "Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte" 186.

L'ora della Passione.

13. 40. Continua Matteo: Sopra la sua testa collocarono in iscritto il motivo: Costui è Gesù, re dei Giudei 187. Marco prima di darci questa notizia scrive: Era l'ora terza allorché lo crocifissero 188; e quanto al motivo della crocifissione, egli ne parla dopo che ha parlato delle vesti che i soldati si divisero fra loro. È un problema che bisogna trattare con la massima attenzione per non cadere in gravi errori. Ci sono infatti degli eruditi che collocano la crocifissione del Signore all'ora terza, ritenendo poi che all'ora sesta scese quel buio che perdurò fino all'ora nona, con la conseguenza che quando scese il buio il Signore era in croce già da tre ore. E la cosa potrebbe andare benissimo, se non ci fosse Giovanni a dirci che verso l'ora sesta Pilato si sedette in tribunale sul posto chiamato Litostrotos, in ebraico Gabbatà 189. Ecco le sue parole: Era la Parasceve della Pasqua, intorno all'ora sesta. Pilato disse ai Giudei: " Ecco il vostro re! ". Ma quelli gridarono: " Crocifiggilo, crocifiggilo! ". Disse Pilato: " Metterò in croce il vostro re? ". Risposero i sommi sacerdoti: " Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare ". Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso 190. Se pertanto verso l'ora sesta Pilato si sedette in tribunale e consegnò Gesù ai Giudei perché lo mettessero in croce, come può dirsi che all'ora terza Gesù fu crocifisso, come ritennero alcuni che non avevano capito bene le parole di Marco 191?

13. 41. Vediamo prima a che ora il Signore poté essere crocifisso, poi vedremo per qual motivo Marco afferma che lo crocifissero all'ora terza. Quand'egli fu consegnato ai Giudei per esser crocifisso, Pilato, come è stato notato, si assise in tribunale; ed era circa l'ora sesta. Non era l'ora sesta piena ma si era sull'ora sesta; era cioè terminata l'ora quinta e anche dell'ora sesta ne era trascorso un pochino. Gli autori sacri non usano mai dire: Cinque e un quarto, o un terzo, o cinque e mezzo, o frasi simili; ma la Scrittura è solita indicare, specie nella cronologia, il tutto per la parte. Parlando, ad esempio, degli otto giorni alla fine dei quali Gesù salì sul monte 192, Matteo e Marco, considerando i giorni intermedi, dicono: Dopo sei giorni 193. E qui è da sottolinearsi come la frase di Giovanni è molto sfumata, in quanto non dice: "Sesta", ma: Verso l'ora sesta 194. Ma anche se non si fosse espresso così e avesse detto senz'altro "ora sesta", noi potremmo intendere la frase nel modo consueto della Scrittura di cui parlavo sopra e cioè prendere il tutto per la parte. Ne risulterebbe che, quando accadde ciò che gli evangelisti riferiscono sulla crocifissione del Signore, era terminata l'ora quinta e l'ora sesta era da poco iniziata, finché, al termine della medesima ora sesta, mentre il Signore pendeva ancora dalla croce, scesero le tenebre menzionate concordemente dai tre evangelisti Matteo, Marco e Luca 195.

13. 42. Come conseguenza necessaria ci si presenta comunque un'indagine ulteriore sulle parole di Marco. Egli ricorda che quei tali che misero in croce Gesù se ne divisero le vesti tirando a sorte quel che toccava a ciascuno, e continuando aggiunge: Era l'ora terza e lo crocifissero 196. Aveva già detto che, avendolo messo in croce, se ne spartirono le vesti; ed è quanto sottolineano anche gli altri evangelisti. Dopo la sua crocifissione vennero divise dunque le sue vesti, e se Marco avesse voluto soltanto indicare il tempo in cui avvenne il fatto gli sarebbe bastato dire: Era l'ora terza. Perché aggiungere: E lo crocifissero? Se scrive così, lo fa servendosi del metodo della ricapitolazione e con le sue parole vuole significarci qualcosa che troveremo solo se lo cerchiamo. Leggendosi infatti il suo scritto in un tempo in cui tutta la Chiesa sapeva a che ora il Signore era stato inchiodato al patibolo, un simile errore poteva essere corretto e, se fosse stata una falsità, poteva essere smentita. L'affermazione pertanto è da leggersi secondo l'intenzione dell'evangelista, il quale, sapendo certamente che il Signore non fu crocifisso dai Giudei ma dai soldati - come asserisce chiaramente Giovanni 197 -, si propone di mettere in risalto, anche senza dirlo a parole, che a crocifiggerlo furono quelli che gridando ne ottennero la sentenza di morte più che non quegli altri che, fedeli al loro incarico, eseguirono l'ordine del loro principale. È da ritenersi quindi che si era all'ora terza quando i Giudei gridando chiesero che il Signore venisse crocifisso 198; e si può dimostrare con certezza che il Signore fu crocifisso quando i Giudei gridando ne reclamarono la condanna, dal momento che loro stessi, per non apparire responsabili del delitto commesso, lo consegnarono a Pilato perché lo condannasse. Lo si ricava agevolmente dalle parole che, secondo Giovanni, dissero al preside. Avendo infatti Pilato chiesto loro: Quale accusa presentate contro quest'uomo? Gli risposero: " Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato ". Allora Pilato disse loro: " Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge! ". Gli risposero i Giudei: " A noi non è consentito mettere a morte nessuno " 199. Or dunque quel che essi rifuggivano di far apparire come avvenuto per loro colpa, dice Marco che in realtà lo fecero proprio loro; e ciò all'ora terza, ritenendo con piena ragione che responsabile della morte del Signore fu non tanto la mano dei soldati quanto piuttosto la lingua dei Giudei.

13. 43. Qualcuno potrebbe dire che non si era all'ora terza quando i Giudei reclamarono per la prima volta che Gesù fosse condannato. È una supposizione pazzesca, e chi la sostiene si mostra nemico del Vangelo, a meno che non abbia vie diverse per risolvere la difficoltà. Non ci sono infatti motivi convincenti per escludere che si era all'ora terza, e quindi si deve prestare fede all'evangelista che racconta la verità, più che non alle insinuazioni del primo contestatore. Mi chiedi: Da che cosa dimostri che si era all'ora terza? Ti rispondo: Dalla fede negli evangelisti, ai quali se credi anche tu, mi dovrai mostrare in che senso abbiano detto che il Signore fu crocifisso tanto all'ora sesta quanto all'ora terza. Ad essere sinceri, infatti, dal racconto di Giovanni ricaviamo che si era all'ora sesta, mentre Marco parla di ora terza; e se crediamo io e tu ad entrambi gli evangelisti, mostrami una via diversa che spieghi come le due indicazioni temporali rispondano a verità e io mi adeguerò volentieri alla tua spiegazione. A me infatti sta a cuore non la mia opinione ma la veracità del Vangelo. E magari ci fossero tante altre spiegazioni di questo problema trovate da validi interpreti! Ma finché non vengono fuori, fa' il favore d'accettare la mia e accordati con me. In effetti finché un'altra soluzione non verrà fuori, quest'unica che ti ho presentata è già valida; se poi venisse fuori qualche altra soluzione e l'autore la sapesse dimostrare, sceglieremo la migliore. L'unica cosa che non devi ritenere come conseguenza è che l'uno o l'altro dei quattro evangelisti abbia detto il falso o che ci siano errori in testi collocati nel più alto e santo vertice di autorità.

13. 44. Ci potrà essere qualcuno che si ritenga capace di dimostrare che non era l'ora terza quando i Giudei reclamarono la crocifissione di Gesù, poiché Marco scrive: Pilato rispose loro di nuovo: Cosa dunque volete che io faccia al re dei Giudei? Ed essi gridarono di nuovo: Crocifiggilo! 200 Nel racconto di Marco pertanto non si accenna affatto ad intervalli ma ci si conduce immediatamente alla sentenza pronunziata da Pilato di crocifiggere il Signore: la qual cosa, al dire di Giovanni, accadde verso l'ora sesta. Chi la pensa così tenga presente che molti avvenimenti successi in quel frattempo sono stati omessi: ad esempio tutto quello che fece Pilato nell'intento di strappare Gesù alle mani dei Giudei e i numerosi tentativi da lui fatti con grandissima tenacia e in ogni modo possibile per opporsi alle loro voglie più che insane. Al riguardo scrive Matteo: Pilato chiese loro: Cosa dunque dovrò fare di questo Gesù, chiamato Cristo? Gli rispondono tutti: Sia crocifisso! Noi diciamo che, quando questo accadde, si era all'ora terza. Ma lo stesso Matteo continua aggiungendo: Allora Pilato vide che non otteneva nulla, anzi il tumulto cresceva 201. In questa serie di tentativi fatti da Pilato per liberare il Signore e nei tumulti sollevati dai Giudei in senso opposto dovettero, a quanto riteniamo, passare due ore e quindi iniziare l'ora sesta, durante la quale accadde tutto ciò che narrano gli evangelisti da quando Pilato consegnò il Salvatore ai Giudei fino al momento in cui scesero le tenebre. Antecedentemente Matteo inserisce questo particolare: Mentre egli sedeva in tribunale sua moglie gli mandò a dire: " Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua " 202. In realtà Pilato sedette in tribunale più tardi; se non che, Matteo, nel riportare le cose avvenute prima, si ricordò dell'intervento della moglie di Pilato e lo volle collocare proprio in quel punto per dar risalto al motivo principale per cui egli si rifiutò sino alla fine di consegnarlo ai Giudei.

13. 45. A quel che riferisce Luca, quando Pilato disse: Lo castigherò e lo lascerò libero, la folla gridò tutta insieme: Fa' fuori costui e rilascia Barabba. In quel momento però essi probabilmente non avevano chiesto che fosse crocifisso; tuttavia Pilato, sempre al dire di Luca, parlò loro di nuovo volendo rilasciare Gesù. Ma essi si misero a gridare tutti insieme: " Crocifiggilo! ". Si deve ritenere che si era all'ora terza. E Luca continua affermando che Pilato chiese loro per la terza volta: " Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò ". Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano 203. Anch'egli quindi lascia intendere che ci fu un grande tumulto; e quel che chiese Pilato: Ma insomma che male ha fatto?, se vogliamo indagare dopo quanto tempo l'abbia chiesto, è lecito interpretare la notizia di Luca nel senso che ci dovette essere un tempo sufficiente per appurare la verità. Se poi lo scrittore aggiunge che i Giudei insistevano a gran voce e il loro gridare diventava sempre più forte, tale informazione è comprensibile solo nell'ipotesi che quei Giudei notavano l'evidente intenzione di Pilato a non consegnare loro il Signore. E siccome il rifiuto era reciso, la resa non dovette avvenire in un tempo breve ma due ore e più dovettero passare in quel tira e molla.

13. 46. Pròvati a interrogare Giovanni, e vedrai quanto fu grossa l'esitazione di Pilato e per quanto tempo si rifiutò di prestarsi per quell'iniqua funzione. Il quarto evangelista narra molto più dettagliatamente la serie degli avvenimenti, per quanto nemmeno lui, com'è ovvio, descriva tutti i particolari accaduti durante quelle due ore intere e parte dell'ora sesta. In quelle ore il preside fece flagellare Gesù e concesse ai soldati di mettergli addosso la veste da burla, di farsi beffe di lui e di infliggergli molti maltrattamenti 204. Suppongo che egli agiva così per ammansire in qualche modo la loro furia omicida e impedire che arrivassero nella loro ferocia a chiederne la morte. Ma ecco il testo dell'evangelista: Pilato uscì fuori una seconda volta e disse: " Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa ". Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: " Ecco l'uomo! ". Ciò fece perché, vedendo quella figura così deturpata, si placassero; ma, al vederlo - continua l'evangelista - i sommi sacerdoti e i loro gregari seguitavano a gridare: Crocifiggilo, crocifiggilo! Questo dovette accadere all'ora terza. Ma nota come andarono poi le cose. Pilato disse loro: " Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa ". Gli risposero i Giudei: " Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio ". All'udire queste parole Pilato ebbe ancora più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: " Di dove sei? ". Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: " Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in croce e il potere di lasciarti libero? ". Rispose Gesù: " Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande ". Da quel momento Pilato cercava di liberarlo 205. In questi tentativi fatti da Pilato per liberarlo quanto tempo pensiamo dovette trascorrere? E quante cose dovettero esser dette da Pilato e quante furono le repliche sollevate dai Giudei contro di lui, che l'evangelista ha omesso di raccontarci? Solo alla fine i Giudei gli presentarono un motivo che valse a scuotere il preside e farlo cedere. Narra Giovanni: I Giudei gridarono: " Se liberi costui non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare ". Udite queste parole Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litostrotos, in ebraico Gabbatà. Era la Parasceve della Pasqua, verso l'ora sesta 206. Se ne deduce che da quando i Giudei gridarono per la prima volta: Crocifiggilo! (e si era all'ora terza) fino al momento in cui Pilato sedette in tribunale, tra le riluttanze del preside e il vociare dei Giudei in tumulto, dovettero passare due ore e, terminata l'ora quinta, si era entrati da poco nell'ora sesta. A quel punto Pilato disse ai Giudei: Ecco il vostro re. Ma loro seguitavano a vociare: Via! Crocifiggilo! 207 Pilato non si lasciava facilmente spaventare nemmeno dal timore di quella calunnia; e fu in quella situazione, cioè mentre egli sedeva in tribunale, che la moglie gli mandò a dire quanto riferito da Matteo 208, il solo che, anticipando i fatti, ricorda questo particolare quando, seguendo il filo del suo racconto, arriva al punto che ritenne giusto per inserirvelo. Pilato fece altri tentativi per ottenere un qualche risultato e disse loro: Debbo dunque crocifiggere il vostro re? Risposero i sommi sacerdoti: " Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare ". Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso 209. E si mettono in cammino. Gesù è crocifisso insieme a due briganti; i soldati se ne dividono le vesti e gettano le sorti sulla tunica, sempre e in vari modi beffeggiando il condannato. È vero che i fatti raccontati dall'evangelista e gli insulti rivolti al Signore accaddero contemporaneamente, ma è facile supporre che in tal modo trascorse l'ora sesta e sopraggiunse quel buio di cui parlano Matteo, Marco e Luca 210.

13. 47. Scompaia dunque ogni ostinazione blasfema, e si creda che il Signore Gesù Cristo fu crocifisso e all'ora terza mediante la lingua dei Giudei e all'ora sesta per mano dei soldati. In realtà nel tumultuare dei Giudei e nell'esitare di Pilato dovettero passare due ore e più, computando il tempo da quando cominciarono a gridare che lo mettesse in croce. Ma c'è di più. Marco stesso, che è uno scrittore amante della brevità quant'altri mai, ha scelto una forma sintetica per descrivere la volontà e gli sforzi di Pilato per rimandare vivo il Signore. Scrive: Ma quelli gridarono di nuovo: " Crocifiggilo! ", mostrando con ciò che essi già avevano gridato una prima volta chiedendo la liberazione di Barabba. E continua: Pilato domandava loro: " Ma insomma che male ha fatto? ", usando un'espressione che nella sua brevità manifesta la durata dei fatti. Pensando infatti anche lui al senso che intendeva doversi dare alle sue parole non scrive: " Pilato domandò loro ", ma: Pilato domandava loro: Insomma che male ha fatto? Se infatti avesse usato l'aoristo "domandò", avremmo potuto intendere che ci fu una sola richiesta; ma usando l'imperfetto domandava, l'evangelista segnala a chi è in grado di capire la cosa che la domanda fu rivolta loro parecchie volte e in più modi finché non giunse l'ora sesta. Consideriamo dunque quanto sia stato breve il racconto di Marco in confronto con quello di Matteo, quanto breve il racconto di Matteo in confronto con quello di Luca, quanto breve quello di Luca confrontato con quello di Giovanni, ricordando però ognuno fatti distinti, e finalmente quanto breve lo stesso racconto di Giovanni rapportato ai fatti che dovettero in realtà accadere e al tempo che fu necessario perché accadessero. In tal modo, deposta l'insana pretesa di contrapporci al Vangelo, riterremo senza difficoltà che in quel succedersi di avvenimenti poterono trascorrere due ore e qualcosa di più.

13. 48. Qualcuno può obiettare: Se le cose stanno davvero così, Marco, il quale dice che l'ora da lui chiamata terza corrispondeva effettivamente all'ora terza e che quello era il momento in cui a gran voce i Giudei chiesero che il Signore fosse crocifisso, poteva lui stesso aggiungere la nota che, così facendo, essi in quel momento confissero sulla croce Gesù. È questo un imporre con indebita superbia i propri canoni a chi non intende altro che narrare la verità. In conseguenza di ciò si potrebbe anche concludere che, se egli avesse narrato le cose in tal modo, il racconto fatto da tutti gli altri sarebbe dovuto procedere allo stesso modo e ordine con cui egli lo aveva stilato. Si degni pertanto [chi così obietta] consentire che alla sua opinione venga anteposta quella dello stesso evangelista Marco, che ritenne opportuno disporre i fatti conforme a lui suggerito dall'ispirazione divina. Le reminiscenze degli scrittori sacri sono infatti sottoposte alle direttive di colui che, come sta scritto, sistema le acque come meglio crede 211. Quanto invece alla memoria dell'uomo è noto che ondeggia da un pensiero all'altro, e nessuno può determinare cosa gli sovvenga nei diversi momenti. Se quindi si va a indagare sul modo di procedere di quegli uomini santi e veritieri, è da ritenersi che abbiano affidato i loro ricordi, di per sé casuali e contingenti, al potere misterioso di Dio, dinanzi al quale nulla è fortuito, perché stabilisse lui l'ordine della narrazione. Ora se le cose stanno davvero così, nessun uomo che non voglia allontanarsi del tutto dagli occhi di Dio per vagare lontano da lui sarà mai autorizzato a dire: " La tal cosa doveva essere collocata in questo e non in quel posto ", dal momento che non sa assolutamente per qual motivo Dio l'abbia fatta scrivere lì e non altrove. In effetti, se il nostro Vangelo è - come dice l'Apostolo - coperto da un velo, lo è per coloro che vanno in perdizione 212. E già prima aveva detto: Per gli uni siamo odore di vita che conduce alla vita, per gli altri odore di morte che conduce alla morte; e subito aveva continuato: Ma chi è in grado di [discernere] tali cose? 213 Vale a dire: Chi è in grado di comprendere quanto giustamente accadano cose come queste? Al riguardo diceva lo stesso nostro Signore: Io son venuto perché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi 214. Siamo in realtà in quell'abisso della ricchezza della scienza e sapienza di Dio 215 da cui deriva che da uno stesso impasto venga formato un vaso per usi nobili e un altro per usi vili; e a un tal uomo nato dalla carne e dal sangue si dice: O uomo, chi sei tu per sollevarti contro Dio? 216 Anche nel nostro campo dunque è da chiedersi: Chi mai è penetrato nella mente di Dio?, o chi è stato suo consigliere 217 allorché egli dirigeva il cuore degli evangelisti e ne suggeriva i ricordi? È stato infatti lui, e non altri, a porli nella sommità più alta e autorevole della Chiesa, permettendo insieme che proprio per quelle loro affermazioni che possono apparire contraddittorie molti vengano accecati (e sono coloro che vengono abbandonati perché seguano le voglie insane del loro cuore e relativi sentimenti riprovevoli 218), mentre molti sono stimolati ad affinare la propria intelligenza e la propria pietà. Non è da vedersi in tutto ciò un tratto dell'occulta giustizia dell'Onnipotente? Come dice il profeta rivolto al Signore: Troppo profondi sono i tuoi pensieri, e l'insipiente non li conosce, lo stolto non li comprende 219.

13. 49. Mi sia qui consentita una richiesta, che è anche un richiamo, rivolta a quanti leggeranno le presenti considerazioni ricavate ed esposte con l'aiuto del Signore. Quanto ho ritenuto esser mio dovere inserire in questo punto della trattazione vogliano tenerlo presente nell'affrontare ogni problema che contenga le stesse difficoltà. Saranno così evitate inutili ripetizioni. Pertanto, chiunque vorrà esaminare le cose con cuore non indurito nell'incredulità scorgerà facilmente con quanta esattezza Marco abbia collocato il fatto nell'ora terza, volendo in tal modo inculcare a chi legge che proprio in quell'ora i Giudei crocifissero il Signore 220. E se viene ricordato anche il momento in cui i soldati fungendo loro da servi eseguirono la condanna, rimane vero che furono i Giudei a far ricadere il loro delitto sui Romani, fossero comandanti o semplici soldati. Scrive l'evangelista: Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere 221. Chi fece questo se non i soldati, come dice Giovanni 222? Ma affinché nessuno togliesse ai Giudei la responsabilità d'un così orrendo delitto per riversarla sui soldati scrive: Quando lo crocifissero era l'ora terza. Se ne conclude che responsabili della crocifissione furono soprattutto coloro che in quell'ora elevarono le grida. Ciò riscontrerà chiunque dopo indagini accurate dovrà concludere che la crocifissione eseguita dai soldati avvenne solo all'ora sesta.

13. 50. Non mancano esegeti che vorrebbero identificare l'ora terza della Parasceve, ricordata da Giovanni con le parole: Era la Parasceve verso l'ora sesta 223, con l'ora in cui Pilato sedette in tribunale. Ne seguirebbe che, terminata la stessa ora terza, il Signore fu crocifisso; rimase poi sospeso al patibolo per altre tre ore e alla fine spirò. Al momento della morte, cioè all'ora sesta, scesero le tenebre, che durarono fino all'ora nona. A detta di questi interpreti il giorno dopo del quale veniva il sabato era, sì, la Parasceve della Pasqua dei Giudei che cominciavano a celebrare gli Azzimi il sabato stesso; ma la vera Pasqua, la Pasqua dei Cristiani, non dei Giudei, si realizzava nella Passione del Signore. Ora questa Pasqua la si cominciò a preparare - ebbe cioè la sua Parasceve - fin dall'ora nona della notte: da quando cioè i Giudei iniziarono i preparativi per uccidere il Signore. Il nome Parasceve significa infatti preparazione. Se dunque il computo del tempo lo facciamo iniziare dall'ora nona della notte e lo protraiamo fino al momento della crocifissione, rientrano in esso e l'ora sesta della Parasceve menzionata da Giovanni e l'ora terza del giorno di cui parla Marco. Non occorrerebbe più dire, in tal ipotesi, che Marco ricordandosi dell'ora in cui i Giudei gridarono: Crocifiggilo, crocifiggilo! la riferisce in quel contesto come uno che proceda ricapitolando. Egli parlerebbe esattamente dell'ora in cui il Signore fu inchiodato alla croce. Chi tra i fedeli non accetterebbe questa soluzione per il nostro spinoso problema se si potesse trovare un qualche motivo valido per sostenere che proprio dall'ora nona della notte cominciò la Parasceve della nostra Pasqua, vale a dire la preparazione della morte di Cristo? Se infatti diciamo che essa cominciò quando il Signore fu arrestato dai Giudei, si era all'inizio della notte; se la facciamo cominciare al momento in cui egli fu condotto in casa del suocero di Caifa, dove si tennero anche le udienze del processo da parte dei sommi sacerdoti, non aveva ancora cantato il gallo, come ricaviamo dalla notizia del rinnegamento di Pietro, che accadde durante quell'udienza; se dal momento in cui Gesù fu condotto da Pilato, si era già al mattino, com'è scritto con assoluta chiarezza. Non ci resta altro se non collocare l'inizio della Parasceve della Pasqua, cioè della preparazione della morte del Signore, nel momento in cui ebbero inizio le udienze e tutti i sommi sacerdoti sentenziarono: Egli è reo di morte. Tale affermazione noi troviamo in Matteo e Marco, i quali se collocano più tardi la negazione di Pietro, li si deve intendere come chi usando il metodo della ricapitolazione, colloca più tardi quello che era avvenuto prima. Non risulta pertanto assurda la congettura di identificare l'ora nona della notte con il momento in cui, come ho detto, i Giudei sentenziarono che egli era reo di morte. Da quell'ora fino a quando Pilato sedette in tribunale si giunse più o meno all'ora sesta, non del giorno ma della Parasceve, cioè della preparazione della morte del Signore, che è la vera Pasqua. Quando poi l'ora sesta di detta Parasceve fu completa - e ciò coincideva con l'ora terza del giorno giunta anch'essa a compimento - il Signore fu sospeso al patibolo. Si può dunque scegliere o questa interpretazione o l'altra, secondo la quale Marco avrebbe parlato di ora terza per esprimere fortemente la condanna dei Giudei colpevoli della crocifissione del Signore. Secondo questo evangelista, avendo essi a forza di grida ottenuto la sua condanna, si dovrebbe concludere che a crocifiggere il Signore furono loro più che non quegli altri che con le proprie mani lo sospesero alla croce. È un caso analogo a quello del centurione, del quale si dice che al Signore si avvicinò lui personalmente più che non quei suoi amici che egli aveva inviati avanti a sé 224. Senza esitazione quindi diamo per risolta la questione della cronologia dei fatti della Passione, questione che più d'ogni altra suole eccitare la stizza impudente degli attaccabrighe e turbare altri, nello stesso tempo deboli e ignoranti.

I due ladroni.

14. 51. Matteo continua: Con lui crocifissero due briganti, uno a destra e uno a sinistra 225. / Parimenti Marco e Luca 226. Né crea difficoltà Giovanni se non specifica che erano briganti ma dice solo: Con lui [crocifissero] altri due, uno di qua e uno di là, e Gesù nel mezzo 227. La difficoltà ci sarebbe stata se, mentre gli altri evangelisti dicono che erano assassini, egli ci avesse detto che erano persone innocenti.

Insulti lanciati al Crocifisso.

15. 52. Così prosegue Matteo: E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: " Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio scendi dalla croce! " 228. Marco combacia quasi a paroletta 229, per cui torniamo al racconto di Matteo, che scrive: Allo stesso modo anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: " Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele: scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono figlio di Dio " 230. Marco e Luca usano parole diverse ma concordano sul contenuto, sebbene l'uno ometta particolari riferiti dall'altro 231. Degli insulti lanciati al Signore crocifisso dai sommi sacerdoti parlano tutt'e due gli evangelisti; Marco però non menziona gli anziani, mentre Luca parla solo dei capi, senza dire "dei sacerdoti ", volendo abbracciare con quel nome più generico tutte le autorità, ivi compresi gli scribi e gli anziani.

I ladroni crocifissi con Gesù.

16. 53. Matteo aggiunge: Gli stessi insulti lanciavano contro di lui i briganti che erano crocifissi con lui 232. Marco concorda con Matteo in quanto, pur usando parole diverse, narra le stesse cose 233. Una contrapposizione potrebbe riscontrarsi in Luca, ma solo se dimenticassimo che egli usa un modo d'esprimersi assai frequente anche fra noi. Scrive infatti così: Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: " Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! ". E prosegue: Ma l'altro lo rimproverava: " Neanche tu hai timore di Dio benché condannato alla stessa pena? E noi giustamente perché riceviamo quanto meritato con le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male ". E aggiunse: " Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ". Gli rispose: " In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso " 234. Come può essere vero il racconto di Matteo, che parla di briganti che, stando in croce vicino a lui lo insultavano 235, o quello di Marco, che ricorda i briganti crocifissi con lui e i loro insulti 236, se è vera la testimonianza di Luca, e cioè che uno dei briganti lo insultava, ma l'altro lo rimproverava e alla fine credette nel Signore? È il caso d'intendere Matteo e Marco come scrittori che si sono permessi di sunteggiare l'accaduto e di usare il plurale al posto del singolare. Un simile uso del plurale lo troviamo nella Lettera agli Ebrei, dove è detto che essi otturarono la bocca dei leoni 237, mentre il fatto va riferito al solo Daniele; ovvero: Essi furono segati 238, la qual cosa è risaputa del solo Isaia. Così è delle parole del Salmo: Si levarono i re della terra e i principi si adunarono insieme 239 ecc. Nella spiegazione data già negli Atti degli Apostoli troviamo che in quel testo il plurale è usato invece del singolare 240. Difatti quei che citarono la testimonianza dello stesso Salmo precisarono che " i re " si riferiva a Erode e " i principi " a Pilato. Che se poi a criticare il Vangelo sono dei pagani, vadano a consultare come si sono espressi i loro autori quando hanno parlato delle varie Fedre, Medee, Clitennestre, che furono tutte persone singole. Cosa c'è inoltre di più frequente che uno ti dica, per esempio: Anche i villani mi insultano, sebbene a lanciare l'insulto sia stata una sola persona? L'opposizione ci sarebbe se l'insulto attribuito palesemente da Luca a uno dei briganti, gli altri due evangelisti l'avessero messo in bocca a tutt'e due. In tale ipotesi non si sarebbe potuto usare il plurale trattandosi di un solo brigante. Avendo però egli scritto: I briganti e poi: Coloro che erano crocifissi con lui, senza aggiungere: Tutti e due, l'espressione è valida non solo se entrambi insultavano il Signore ma anche se, avendolo fatto soltanto uno di loro, quest'unico poté essere presentato al plurale, come l'uso comune del parlare consente.

Gesù abbeverato d'aceto.

17. 54. Continua Matteo: Dall'ora sesta all'ora nona ci fu buio su tutta la terra 241. Con lui concordano gli altri due sinottici 242. Luca aggiunge in più il motivo di quel buio, cioè l'oscurarsi del sole. Verso l'ora nona - così Matteo - Gesù gridò a gran voce: " Elì, Elì, lemà sabactàni? ", che significa: " Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? " 243. Udendo queste cose alcuni dei presenti dicevano: " Costui chiama Elia " 244. Marco usa più o meno le stesse parole e, quanto al contenuto, è d'accordo non press'a poco ma totalmente con Matteo 245. Immediatamente uno di loro - dice ancora Matteo - corse a prendere una spugna e imbevutala di aceto la fissò su una canna e così gli dava da bere 246. Così scrive anche Marco: Uno corse ad inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: " Aspettate! Vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce " 247. Stando a Matteo, il richiamo ad Elia non fu fatto da colui che gli porse la spugna con l'aceto ma dagli altri, che dicevano: Fermati! Vediamo se viene Elia a liberarlo 248. Se ne deduce che la frase fu detta e da quel tale e anche da altri. Quanto a Luca, egli ricorda il particolare dell'aceto prima di narrare gli insulti a lui lanciati dal ladrone. Scrive: Lo beffeggiavano anche i soldati, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: " Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso " 249. In un sol periodo volle riassumere quanto fu fatto e detto dai soldati. Né deve sorprendere se non dice che a porgere l'aceto fu uno dei presenti: si esprime così attenendosi a quel genere letterario di cui abbiamo parlato sopra, che cioè consente l'uso del plurale a posto del singolare. Dell'aceto fa menzione anche Giovanni che scrive: Dopo ciò Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: " Ho sete ". Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca 250. Non deve far meraviglia se in Giovanni troviamo detto da Gesù: Ho sete e che lì vicino c'era un recipiente pieno di aceto, mentre di queste cose non parlano gli altri evangelisti.

Il grido di Gesù morente.

18. 55. Il testo di Matteo reca: Gesù, emesso un alto grido, spirò 251. A lui somiglia Marco che scrive: Gesù, lanciato un forte grido, spirò 252. Luca specifica meglio quale fu quel grido e scrive: Gesù, gridando a gran voce, disse: " Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito ". Detto questo spirò 253. Quanto a Giovanni egli omette il primo grido di Gesù: Elì, Elì, riferito da Matteo e Marco e omette anche l'altro che Luca, il solo che lo riferisce, dice essere stato emesso da Gesù con voce elevata e cioè: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Se pertanto i primi due evangelisti parlano solo di un forte grido, anche Luca concorda con loro nel dire che si trattò veramente d'un forte grido e in più precisa quale sia stato quel forte grido ricordato anche da Matteo e Marco. Tornando a Giovanni, egli ci narra cose non ricordate da nessuno degli altri tre, ad esempio che Gesù, prima di sorbire l'aceto, disse: È compiuto, parola che dobbiamo supporre pronunziata prima di quel forte grido. Ecco le parole di Giovanni: E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: " È compiuto! ". E, chinato il capo, spirò 254. Tra la parola: È compiuto e l'annotazione: Chinato il capo rese la spirito, fu emesso quel forte grido che Giovanni non ricorda mentre è ricordato dagli altri tre. Questa dunque dovrebbe essere stata la successione più probabile dei fatti: prima disse: È compiuto, constatando che si era ormai compiuto tutto quello che era stato profetizzato nei suoi riguardi. Egli si comportò come uno che stesse proprio aspettando tale compimento, in quanto lui poteva morire quando lo avesse voluto. Dopo di ciò rese lo spirito affidandolo al Padre. Tuttavia ognuno è libero di supporre che l'ordine delle parole poté essere o questo o qualsiasi altro. Basta che si stia scrupolosamente attenti ad evitare tutto ciò che porrebbe un evangelista in contrasto con l'altro, perché omette una cosa che l'altro racconta o ne racconta una che l'altro omette.

Il velo squarciato.

19. 56. Matteo continua scrivendo: Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo 255. E Marco: E il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso 256. Anche Luca riferisce che il velo del tempio si squarciò nel mezzo 257, ma non segue lo stesso ordine. Volendo concatenare miracolo a miracolo, dopo aver detto che il sole si oscurò, ritenne opportuno segnalare immediatamente che il velo del tempio si squarciò in due. Anticipò quindi quel che accadde al momento in cui il Signore spirò, per proseguire poi - usando il metodo della ricapitolazione - con il racconto dell'aceto datogli a bere, del forte grido da lui emesso e poi della morte, cose tutte da ritenersi avvenute dopo l'avvento delle tenebre ma prima che il velo si squarciasse. Lo attesta Matteo, il quale, dopo aver narrato che Gesù, emesso un secondo forte grido, rese lo spirito, aggiunge senza soluzione di discorso: Ed ecco il velo del tempio si squarciò 258, indicando in maniera abbastanza chiara che il velo si squarciò quando Gesù rese lo spirito. Se non avesse aggiunto quel: Ed ecco, ma avesse scritto solamente: E il velo del tempio si squarciò, sarebbe rimasto dubbio quale dei racconti sia una reminiscenza basata sul sistema della ricapitolazione e quale corrisponda all'ordine reale dei fatti: se quello di Matteo e Marco ovvero quello di Luca.

Il centurione stupito della morte di Cristo.

20. 57. Prosegue Matteo: La terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi che erano morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti 259. Sono particolari riferiti da lui solo e quindi nessun pericolo che contrastino col racconto degli altri. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù - aggiunge ancora Matteo - sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: " Davvero costui era Figlio di Dio! " 260. Marco scrive: Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: " Veramente quest'uomo era Figlio di Dio! " 261. E Luca: Visto ciò che era accaduto il centurione glorificava Dio dicendo: Veramente quest'uomo era giusto 262. È qui da notare quanto asserisce Matteo sul centurione e i suoi commilitoni, i quali sarebbero rimasti sbalorditi quando sentirono il terremoto, mentre Luca dice che lo stupore del centurione fu causato dal grido emesso da Cristo quando spirò: quel grido con cui egli manifestò il potere che aveva di fissare il momento della morte. Qui teniamo presente che Matteo non dice soltanto: Sentendo il terremoto ma aggiunge: E tutte le altre cose che erano accadute, mostrando con ciò che a Luca restava ampio spazio per asserire che il centurione restò ammirato dalla morte del Signore, rientrando anche questo fra le cose straordinarie allora accadute. Ma anche se Matteo non recasse quell'aggiunta, siccome di cose straordinarie ne accaddero tante e il centurione insieme con i suoi dovettero rimanerne stupefatti, dovremmo ritenere che gli evangelisti furono liberi di ricordare quel che, secondo l'opinione di ciascuno, aveva maggiormente colpito gli spettatori. Affermando l'uno che l'ammirazione derivò da questo particolare, l'altro da quell'altro, non sono in contrasto fra loro se oggetto dell'ammirazione fu tutto il complesso delle cose accadute. E se un evangelista scrive che il centurione disse: Costui era veramente il Figlio di Dio 263 e un altro: Quest'uomo era veramente il Figlio di Dio 264, non resterà certamente sorpreso della divergenza chiunque si degni ricordare le tante cose dette nelle pagine precedenti di questa ricerca. Si tratta infatti di espressioni che concordano nel dire la stessa cosa, e se uno ha omesso il temine uomo, mentre l'altro l'ha scritto, in nessun modo ne risulta contrarietà. Più profonda è la diversità che presenta Luca, il quale non fa dire al centurione: " Egli era Figlio di Dio " ma: Era un giusto. Possiamo intendere che il centurione disse tutt'e due le frasi e i primi due evangelisti ne trasmisero la prima, Luca la seconda; ovvero possiamo intendere che Luca forse ci ha voluto manifestare il senso che il centurione diede alla frase " Gesù Figlio di Dio ". Probabilmente infatti il centurione non lo aveva compreso come il Figlio unigenito uguale al Padre, ma lo chiamò Figlio di Dio perché lo ritenne un giusto, alla pari di tanti giusti chiamati appunto figli di Dio. Luca inoltre scrive: Il centurione, vedendo quel che era accaduto. In questa espressione volle includere tutte le cose straordinarie che accaddero in quell'ora, descrivendole come un insieme di miracoli, di cui ogni evento era un aspetto parziale. Di persone che stavano accanto al centurione parla Matteo e non gli altri. Chi non vedrà qui applicata quella regola ormai notissima per la quale non si deve parlare di contrarietà se uno scrittore ricorda dei particolari omessi da altri? E finalmente, se Matteo nota che essi temettero molto mentre Luca non parla di timore ma afferma: Egli diede gloria a Dio, chi non vorrà intendere la frase nel senso che appunto mediante quel timore fu glorificato Dio?

Le donne presenti sotto la croce.

21. 58. Continua Matteo: C'erano là anche molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo 265. E Marco: C'erano anche alcune donne che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salomè, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme 266. Fra questi due evangelisti non vedo esserci asserzioni contrastanti. Non si tocca infatti l'essenza della verità se, a proposito delle donne, alcune sono menzionate da entrambi mentre altre dall'uno o dall'altro di loro. Il racconto di Luca procede così: Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti 267. Egli dunque concorda a sufficienza con gli altri due per quanto concerne la presenza delle donne anche se non ci tramanda il nome di alcuna di loro. Concorda poi con Matteo nel far menzione della folla accorsa: la quale folla, vedendo quel che succedeva, si batteva il petto e si allontanava. Esclusivamente invece di Matteo è la notizia del centurione e di coloro che erano con lui 268. Luca dunque rimane isolato esclusivamente là dove parla di conoscenti del Signore che s'erano fermati a distanza. Quanto a Giovanni, egli ricorda che delle donne erano presenti vicino alla croce, collocando quest'annotazione prima di descrivere la morte del Signore. Scrive così: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio! ". Poi disse al discepolo: " Ecco la tua madre! ". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa 269. A questo riguardo potremmo supporre che di tali donne alcune stavano a distanza mentre altre erano vicine alla croce, se non ci facesse difficoltà Maria Maddalena ricordata, oltre che da Giovanni, anche da Matteo e Marco. Della stessa Madre del Signore non parla infatti nessuno degli evangelisti, escluso Giovanni. Ora di questa Maria Maddalena come si può dire che stava a distanza ragguardevole insieme con le altre donne - così scrivono infatti Matteo e Marco - e che stava presso la croce, al dire di Giovanni? Occorrerà pensare che fra le donne e la croce c'era una distanza che consentiva di dire: " Lì vicino ", nel senso che esse stavano di fronte a lui e non lontano da lui, e anche " Da lontano ", in confronto con la folla che l'attorniava proprio d'appresso, fra cui anche il centurione e i soldati. Potremmo intendere la descrizione evangelica nel senso che le donne che si erano avvicinate alla croce con la Madre del Signore, dopo che egli ebbe affidato costei al discepolo cominciarono ad allontanarsi per evitare la folla che si veniva sempre più accalcando. Da lontano poi seguitarono ad osservare quel che accadde in seguito, per cui gli altri evangelisti, che parlano delle donne dopo la morte del Signore, le presentano come lontane.

Giuseppe d'Arimatea va da Pilato.

22. 59. Continua Matteo: Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era divenuto anche lui discepolo di Gesù. E andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato 270. Marco scrive: Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe di Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione concesse la salma a Giuseppe 271. L'episodio è così narrato da Luca: C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatea, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù 272. Giovanni è il solo a raccontarci i particolari delle gambe spezzate ai due che erano stati crocifissi con il Signore e del fianco del Signore trafitto dalla lancia. Nel resto, ricordando anche Giuseppe, concorda con gli altri e scrive: Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù 273. Nel presente racconto quindi, a prima vista, non ci sono contrasti fra un evangelista e l'altro. Tuttavia ci potrebbe essere qualcuno che si chieda come Giovanni non sia in disaccordo con se stesso quando insieme con gli altri evangelisti riferisce che Giuseppe andò a chiedere il corpo di Gesù, mentre attesta che egli era un discepolo che per timore dei Giudei seguiva Gesù occultamente. Sorprende infatti, e a buon diritto, come mai un discepolo che per timore dei Giudei seguiva Gesù occultamente abbia avuto il coraggio di chiedere il corpo di Gesù, coraggio che non ebbero gli altri che lo seguivano in modo palese. Si può comprendere il suo gesto se si pensa alla dignità che rivestiva e che ispirava a lui fiducia e gli consentiva d'entrare familiarmente in casa di Pilato. Può darsi anche che, trattandosi d'adempiere un dovere verso chi era morto, si sia curato dei Giudei meno di quando andava dal Signore per ascoltarlo, nel qual caso gli premeva evitare la loro inimicizia.

La sepoltura di Gesù.

23. 60. Continua Matteo: Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia. Rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò 274. E Marco: Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro 275. Così Luca: Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto 276. In questi tre racconti non si possono sollevare problemi di divergenza. Quanto invece a Giovanni, egli dice che la sepoltura del Signore non fu effettuata solo da Giuseppe ma anche da Nicodemo. Avviando il discorso su questo Nicodemo si esprime così: Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe, di circa cento libbre 277. Quindi prosegue aggiungendo anche Giuseppe e dice: Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con gli oli aromatici, com'è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo ove era stato crocifisso vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù a motivo della Parasceve dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino 278. A chi comprende bene il racconto, anche dopo questi particolari non possono sorgere difficoltà. In effetti, se tre evangelisti non dicono nulla di Nicodemo, non asseriscono che il Signore fu sepolto dal solo Giuseppe, sebbene facciano menzione solo di lui. E se narrano che il morto fu avvolto da Giuseppe con un lenzuolo, con ciò non impediscono di supporre che altri lini poterono essere recati da Nicodemo e sovrapposti a quel lenzuolo. Così risulta vero il racconto di Giovanni che parla della salma avvolta non da un panno solo ma da più panni. Ma anche se unico fosse stato il lenzuolo, si sarebbe potuto dire con assoluta precisione anche lo avvolsero con panni di lino per il fatto che il sudario con il quale fu avvolta la testa e le bende con cui fu fasciato il resto del corpo erano di lino: quei tessuti cioè che ordinariamente chiamiamo " pannolini ".

L'ora della risurrezione.

24. 61. Continua Matteo: Erano là Maria Maddalena e l'altra Maria sedute presso il sepolcro 279. La stessa cosa in Marco: Maria Maddalena e Maria di Giuseppe stavano a guardare dove lo seppellivano 280. Assolutamente nessun contrasto fra loro.

24. 62. Continua Matteo: Il giorno dopo, che era Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei dicendo: " Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: "Dopo tre giorni risorgerò". Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: "È risuscitato dai morti". Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima ". Pilato disse loro: " Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete ". Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia 281. È un racconto esclusivo di Matteo, né gli altri contengono qualcosa che contrasti con questa narrazione.

24. 63. Lo stesso Matteo proseguendo scrive: Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie cominciarono a tremare e rimasero come morte. Ma l'angelo disse alle donne: " Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto " 282. Con Matteo s'accorda Marco 283. Potrebbe però sorprendere che, al dire di Matteo, l'angelo sedeva sopra il masso rotolato via dal sepolcro, mentre Marco riferisce che le donne, entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto sul lato destro: era vestito d'un manto bianco ed esse rimasero sbigottite. Occorrerà intendere i racconti nel senso che Matteo ha omesso di parlarci dell'angelo visto dalle donne quando entrarono nel sepolcro, Marco invece ha sorvolato sull'angelo che videro fuori del sepolcro mentre sedeva sulla pietra. Esse avrebbero veduto due angeli e da tutti e due separatamente udirono le parole da loro dette sul conto di Gesù. Le udirono dapprima da quello che videro fuori del sepolcro seduto sulla pietra, successivamente da quello che quando entrarono nel sepolcro videro seduto sul lato destro. Per entrare nel sepolcro esse furono incoraggiate dalle parole che disse loro l'angelo seduto all'esterno: Venite a vedere il posto dove era collocato il Signore 284. Vi entrarono di fatto e là dentro trovarono l'angelo di cui non s'interessa Matteo ma solo Marco: esso stava sul lato destro e ripeté loro più o meno le stesse parole. Potremmo anche supporre che quel sepolcro dove esse entrarono sia da immaginarsi come una specie di recinto, destinato verosimilmente a proteggere la tomba vera e propria. Esso si trovava a una certa distanza dalla roccia che era stata scavata per ricavarne il sepolcro; e così, di uno stesso angelo che era in quello spazio Marco dice che sedeva a destra, mentre Matteo dice che sedeva sopra la pietra: quella pietra che a causa del terremoto era rotolata lontano dall'ingresso del sepolcro, lontano cioè dalla tomba che era stata scavata nella roccia.

24. 64. Si può anche ricercare in che senso Marco dica che le donne uscite fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura 285. Le sue affermazioni differiscono infatti da quanto detto in Matteo: Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli 286. Dobbiamo quindi sottintendere che esse non osarono rivolgere domande agli angeli che avevano visti né risposero in alcun modo alle loro interrogazioni. Non osarono nemmeno parlare con i custodi che videro addormentati presso la tomba. Quanto poi alla gioia di cui fa cenno Matteo essa non è in contrasto con il timore di cui parla Marco. E anche se Matteo non avesse per nulla accennato al timore, dovremmo ritenere che tutti e due i sentimenti furono nel loro animo. Siccome però in Matteo stesso si precisa che uscirono in fretta dal sepolcro pieno il cuore di timore e di gioia, non restano appigli per litigare su questo punto.

24. 65. Un problema piuttosto rilevante sorge a proposito dell'ora in cui le donne si recarono al sepolcro. Dice Matteo: Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro 287. Cosa dice Marco? Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole 288. Le sue informazioni concordano con quanto riferiscono Luca e Giovanni. Luca: Di buon mattino 289; Giovanni: Di buon mattino, quand'era ancora buio 290. Parole che intendiamo equivalenti a quelle di Marco: Di buon mattino, quando ormai stava per sorgere il sole, e cioè quando ad oriente cominciava ad albeggiare, certamente perché il sole era ormai vicino a levarsi, se è vero che deriva dal sole quel chiarore che chiamiamo aurora. Non c'è quindi opposizione fra Marco e colui che scrive: Era ancora buio. Quando infatti sorge il nuovo giorno, c'è ancora del buio, che si attenua man mano che si alza la luce. Non dobbiamo quindi prendere l'espressione: Di buon mattino, usata da Marco nel senso che il sole già splendeva sopra l'orizzonte, ma piuttosto come la usiamo noi per indicare che una cosa è da farsi " di buon ora ". Quando infatti diciamo: Al mattino, perché non s'intenda che parliamo di un'ora in cui il sole è già alto sull'orizzonte completiamo la frase con l'aggiunta: Di buon mattino, volendo sottolineare che ci riferiamo all'albeggiare del giorno. Occorre peraltro ricordare che, secondo l'uso corrente, si è soliti dire: " Ormai è mattina " anche dopo che il gallo ha cantato più volte, e la gente ne deduce che il giorno è ormai vicino. Anzi, se dopo tale constatazione si aspetta ancora finché il sole sia effettivamente spuntato in oriente e stia lì lì per sorgere anche dalle nostre parti, tanto che si vede imbiancarsi o addirittura rosseggiare il cielo, quei tali che prima dicevano: " È mattina " si credono autorizzati a dire ancora: " È mattino presto ". Ora se le cose stanno così, perché non dovremo prendere il tempo che Marco chiama mattino identico a quello che Luca dice mattino presto?, e quello che è chiamato: Di buon mattino equivalente a: Molto di buon'ora, ovvero a: Di buon mattino quand'era ancora buio, che è l'espressione usata da Giovanni? E perché non intendere: Quando il sole era al suo sorgere nel senso che sorgendo all'orizzonte cominciava a illuminare il cielo? Con maggiore attenzione occorre esaminare il testo di Matteo per vedere come s'accordi con gli altri tre. Egli infatti non parla né di prime ore del giorno né di mattino ma dice: Alla sera del sabato, quando sorgevano le luci del primo giorno dopo il sabato. Matteo in realtà ci parla della prima parte della notte, che è il vespro, intendendo però riferirsi all'intera notte nella quale, mentre era sul finire, le donne si recarono al sepolcro. Comprendiamo che egli parli così parlando della notte dal fatto che, in quella " sera ", era già permesso portare gli aromi, certamente perché il sabato era terminato. Siccome dunque a causa del riposo sabbatico erano impedite dal compiere la loro opera prima che tal giorno terminasse, chiamò notte il tempo in cui alle donne era consentito di compierla, qualunque sia stata l'ora della notte in cui esse vi si decisero. Pertanto l'espressione sera del sabato equivale a notte del sabato, cioè la notte che viene dopo il sabato. Lo indicano a sufficienza le parole usate dall'evangelista che scrive: La sera del sabato, quando sorgevano le luci del primo giorno dopo il sabato. La cosa non sarebbe vera se con l'espressione sera da lui usata intendiamo aver voluto indicare solo la prima parte della notte, cioè il suo inizio. Non è infatti questo inizio che viene illuminato dal sorgere del primo giorno dopo il sabato, ma della notte come tale può dirsi che ne è illuminata quella parte che volge alla fine. In realtà la prima parte della notte termina all'arrivo della seconda, mentre l'apparire della luce segna la fine della notte tutta intera: per cui non si può parlare di una sera che viene illuminata dal primo giorno dopo il sabato se per sera non s'intende la notte in tutta la sua durata, finché cioè la nuova luce non ne segna la fine. Occorre inoltre ricordare l'uso frequente nella divina Scrittura, d'indicare il tutto menzionando una parte. Con la parola sera l'evangelista indica pertanto la notte, che all'altro estremo ha il mattino presto: e se le donne vennero al sepolcro al mattino presto, ci vennero naturalmente mentre ancora durava quella notte che era stata segnalata col nome di sera. Come ho già detto, sebbene sia stato usato il nome sera si è voluto parlare di tutt'intera la notte; e così, qualunque fosse stata l'ora notturna in cui le donne vennero al sepolcro, sarebbero senz'altro venute mentre perdurava la medesima notte. E se di fatto vennero nell'ultima parte della notte, non c'è dubbio che vennero durante la stessa notte. Concludendo: La sera quando ormai sorgevano le luci del primo giorno dopo il sabato non si può intendere se non come equivalente a tutt'intera la notte. Venendo dunque di sera, le donne vennero durante quella notte: e vennero durante la medesima notte se vennero quando della notte si era giunti all'ultima parte.

24. 66. Se non si ricorre a quella figura grammaticale che nella parte esprime il tutto, non possiamo comprendere esattamente nemmeno i tre giorni fra la morte e la resurrezione del Signore. Egli aveva detto: Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra 291. Si computi pure il tempo o dal momento in cui spirò o anche da quando fu sepolto: una soluzione soddisfacente non la si trova. Occorre prendere il giorno di mezzo, cioè il sabato, come un giorno intero, compresa la sua notte, mentre gli altri due giorni in mezzo ai quali esso si trova, cioè la Parasceve e il primo giorno dopo il sabato, quello che noi chiamiamo domenica, occorre intenderli interi in quanto di essi è inclusa nel computo soltanto una qualche parte. Cosa risolve infatti il conteggio effettuato da certuni messi alle strette dalla difficoltà di questo testo e ignari dell'uso frequente nelle sacre Scritture di indicare il tutto nominando la parte, uso quanto mai utile per risolvere i problemi scritturali? Costoro vorrebbero computare come una notte intera le tre ore, dall'ora sesta all'ora nona, nelle quali il sole si oscurò, e come un giorno intero le tre ore nelle quali il sole riapparve, cioè il tempo decorso dall'ora nona fino al tramonto. A ciò seguirebbe la notte del futuro sabato, e contando questa notte insieme con il giorno che la seguì si ottengono due notti e due giorni. Terminato il sabato, seguì la notte del primo giorno dopo il sabato, cioè la domenica, di cui si vedevano le prime luci: e fu in quel giorno che il Signore risuscitò. Tutto sommato quindi si avrebbero due notti, due giorni e un'altra notte, ammettendo peraltro che si possa parlare d'una notte intera senza precisare che quelle prime ore mattutine ne furono soltanto l'ultima parte. Ne segue che la somma di tre giorni e tre notti non torna nemmeno se si contano come una notte le sei ore in tre delle quali il sole si oscurò e le altre tre in cui tornò a risplendere. Non resta quindi che ricorrere a quel modo di esprimersi frequentissimo nelle Scritture che consente d'intendere il tutto nella parte. Da ciò concludiamo che il primo giorno fu quello della Parasceve, quando il Signore fu crocifisso e sepolto. Pur essendosi nell'ultima parte di quel giorno, che ormai volgeva alla fine, messo insieme con la sua notte lo intenderemo come un giorno completo. Il giorno di mezzo, cioè il sabato, fu veramente un giorno intero, e non lo si chiamò giorno perché ne decorse una parte soltanto. Quanto al terzo giorno, lo si intese come giorno intero per riguardo alla sua prima parte, in riferimento cioè alla sua notte, che avrebbe abbracciato anche un periodo diurno. Così si ha veramente un triduo. È la stessa cosa di quegli otto giorni dopo i quali Gesù salì sul monte, a proposito dei quali Matteo e Marco, guardando solo ai giorni interi intermedi dicono: Dopo sei giorni 292, mentre Luca parla di otto giorni 293.

24. 67. Passiamo ora ad esaminare gli altri particolari della resurrezione per vedere se concordano con il racconto di Matteo. E cominciamo da Luca il quale chiaramente asserisce che due erano gli angeli visti dalle donne che si recarono al sepolcro 294. Avevamo interpretato il suo racconto nel senso che, degli altri due evangelisti, uno ne menziona uno e l'altro un altro: e precisamente Matteo parla di quello che sedeva sopra il masso fuori del sepolcro 295, Marco di quello che sedeva dentro il sepolcro dalla parte destra 296. Ma ascoltiamo il racconto di Luca: Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano [Giuseppe]; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo il comandamento 297. Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno ". Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri 298. Come si può affermare che le donne videro i due angeli seduti, l'uno fuori sopra il masso (come riferisce Matteo), l'altro dentro sul lato destro del sepolcro (come scrive Marco 299), se, al dire di Luca, tutt'e due stavano in piedi non lontano dalle donne 300 alle quali rivolsero più o meno le stesse parole? Possiamo senza difficoltà intendere il racconto evangelico nel senso che le donne videro un solo angelo, come narrano Matteo e Marco; e di questa cosa già sopra abbiamo trattato. In tale ipotesi il loro ingresso nel sepolcro vorrebbe dire che esse entrarono in uno spazio delimitato da una siepe da cui poi si poteva entrare dinanzi alla cavità della roccia che costituiva il sepolcro stesso. In quello spazio antistante videro l'angelo che, al dire di Matteo, sedeva sopra il masso rotolato via dal sepolcro, cosa che corrisponderebbe a quanto riportato da Marco e cioè che esso era seduto sul lato destro. Successivamente le donne entrarono all'interno del sepolcro e, mentre guardavano al posto dove era stato deposto il corpo del Signore, videro altri due angeli, che secondo Luca stavano in piedi. Da loro si sentirono rivolgere parole simili con cui le si incoraggiava e se ne consolidava la fede.

24. 68. Ma dobbiamo ora esaminare il racconto di Giovanni per vedere se e in che misura corrisponde con quanto narrato dagli altri. Ecco la descrizione di Giovanni: Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: " Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto! ". Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa. Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: " Donna, perché piangi? ". Rispose loro: " Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto ". Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: " Donna, perché piangi? Chi cerchi? ". Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: " Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo ". Gesù le disse: " Maria! ". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: " Rabbuni! ", che significa: Maestro! Gesù le disse: " Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ". Maria di Magdala andò ad annunziare ai discepoli: " Ho visto il Signore " e anche ciò che le aveva detto 301. In questa descrizione di Giovanni troviamo che essa concorda con quanto detto dagli altri sul giorno e l'ora in cui le donne si recarono al sepolcro; con Luca c'è l'accordo nella precisazione che gli angeli visti dalle donne erano due. Sul particolare invece rilevato da Luca 302, che gli angeli stavano dritti in piedi, mentre secondo Giovanni stavano seduti, e tutte le altre notizie su cui tacciono gli altri evangelisti per comprenderle in modo che nel quarto Vangelo non si trovino contrasti con gli altri, specialmente nell'ordine in cui gli eventi si sono succeduti, occorre una disamina accurata perché sia esclusa ogni contrapposizione.

24. 69. Ci sia consentito a questo punto, con l'aiuto del Signore, di stilare in un'unica narrazione le cose che accaddero nell'ambito della resurrezione del Signore stesso e che sono tramandate da tutti e quattro gli evangelisti, disponendole secondo l'ordine che più si avvicini alla realtà dei fatti. Il primo giorno dopo il sabato molto di buon'ora le donne si recarono al sepolcro, come affermano tutti e quattro i Vangeli. In quel momento erano già accaduti i fatti riferiti dal solo Matteo, e cioè il terremoto, la rimozione della pietra e il conseguente spavento dei soldati, che tramortiti giacevano in una parte imprecisata 303. Fu allora che, al dire di Giovanni 304, arrivò al sepolcro Maria Maddalena, la quale ardeva molto più che non le altre donne, che servivano il Signore, al segno che Giovanni ricorda lei sola, omettendo non senza motivo le altre che, a detta degli altri evangelisti, erano venute con lei. Arrivò dunque e, vedendo le pietra rimossa dal sepolcro e non dubitando che il corpo di Gesù era stato trasferito altrove, senza compiere più diligenti controlli corse via e - così ancora Giovanni - portò la notizia a Pietro e allo stesso Giovanni, che era il discepolo amato da Gesù. I due apostoli si misero a correre per andare al sepolcro. Arrivò per primo Giovanni, il quale chinatosi vide i lini accantonati da una parte ma non entrò. Pietro, che l'aveva seguito, entrò nel sepolcro e vide i lini sistemati a parte e notò che il sudario che gli era stato messo sulla testa non si trovava dov'erano posti gli altri lini ma era ripiegato a parte 305. Dietro a lui entrò anche Giovanni e, viste le medesime cose, credette a ciò che aveva detto Maria, e cioè che il Signore era stato portato via dal sepolcro. Non avevano infatti compreso ancora la Scrittura, secondo la quale egli doveva risorgere dai morti 306. Tornati a casa i discepoli, Maria rimase all'esterno del sepolcro e seguitava a piangere: venne cioè a trovarsi davanti all'apertura del sepolcro che era stato scavato nella roccia ma dentro allo spazio antistante dov'era entrata insieme con le altre donne. Al dire di Giovanni infatti lì attorno c'era un giardino 307. Fu allora che videro l'angelo seduto dalla parte destra sopra il masso che era stato ribaltato dall'ingresso del sepolcro, come asseriscono Matteo e Marco. L'angelo disse loro: " Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove il Signore era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto " 308. Espressioni simili a queste sono riportate anche da Marco 309. Udendo queste parole Maria seguitava ancora a piangere; ma poi si chinò e, fissato lo sguardo verso il sepolcro, vide (scrive Giovanni) due angeli in bianche vesti seduti uno dalla parte della testa e l'altro dalla parte dei piedi dov'era stato collocato il cadavere di Gesù. Gli angeli le chiedono: Donna, perché piangi? Risponde lei: Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano posto 310. È da ritenersi che a questo punto gli angeli si alzarono e difatti tale sembrò la loro posizione, se è vero quanto narra Luca 311 che cioè esse li videro in piedi e, stando sempre al racconto di Luca, siccome erano impaurite e tenevano gli occhi volti a terra, gli angeli le interrogarono: Perché cercate tra i morti uno che è vivo? Non è qui. È risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno. Ed esse si ricordarono delle sue parole 312. Un po' dopo anche Maria si voltò e, come scrive Giovanni, vide Gesù in piedi ma non comprese che era lui. Gesù le dice: " Donna, perché piangi? Chi cerchi? ". Essa, pensando che fosse il custode del giardino gli disse: " Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo ". Gesù le disse: " Maria! ". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: " Rabbuni! ", che significa: Maestro! Gesù le disse: " Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro " 313. Allora uscì dal sepolcro, cioè da quello spazio adibito a giardino che si trovava dinanzi alla roccia scavata, e con lui uscirono anche le altre che, al dire di Marco, erano state prese da timore e spavento tale che non riuscivano a parlare 314. A questo punto, in base alla relazione di Matteo, ecco Gesù che si fa loro incontro e dice: Salute! Ed esse gli si avvicinarono, gli strinsero i piedi e lo adorarono 315. Si comprende così com'esse furono apostrofate due volte dagli angeli mentre si recavano al sepolcro, e poi anche dal Signore: una volta quando Maria lo prese per i discepoli del giardino 316 e poi quando le incontrò per strada e, ripetendo loro l'apparizione, le rassicurò e le sollevò dalla paura. In questa occasione disse loro: Non temete, ma andate a dire ai miei fratelli che si rechino in Galilea; là mi vedranno 317. Venne dunque Maria Maddalena e annunziò ai discepoli 318 d'aver visto il Signore e insieme tutte le cose che egli le aveva detto. E non venne lei sola ma anche le altre menzionate da Luca: Anch'esse riferirono le cose vedute agli undici discepoli e a tutti gli altri 319. Le loro parole furono prese dai discepoli come vaneggiamenti e non ci volevano credere 320. In ciò è d'accordo anche Marco il quale, riferito che le donne fuggirono dal sepolcro tremanti di paura e che non dissero ad alcuno ciò che avevano visto 321, aggiunge che il Signore, risorto il primo giorno dopo il sabato, apparve per primo a Maria Maddalena, da cui aveva espulso sette demoni. Costei si mise in cammino e andò a riferire le cose viste a coloro che erano stati con Gesù, che essa trovò in pianto e lutto. Ascoltando da lei che il Maestro era tornato in vita e lei l'aveva visto, non le credettero 322. Quanto a Matteo, inserisce qui, cioè dopo aver narrato delle donne che si allontanarono quand'ebbero visto e udito tutte queste cose, il particolare di quei tali che erano stati a far la guardia al sepolcro e s'erano atterriti da sembrare morti. Essi riferirono ai sommi sacerdoti tutto l'accaduto, vale a dire le cose delle quali anch'essi s'erano potuti accorgere. Allora i sommi sacerdoti si radunarono insieme con gli anziani e presero la decisione di dare ai soldati una buona somma di denaro affinché dicessero che i discepoli erano venuti e, mentre essi dormivano, l'avevano trafugato. Promisero loro l'incolumità anche nei confronti del preside che li aveva incaricati di fare la guardia, e i soldati, ricevuto il denaro, si comportarono secondo le istruzioni ricevute. Questa versione dei fatti -conclude Matteo - si diffuse fra i Giudei ed è viva anche ai nostri giorni 323.

Le apparizioni di Cristo risorto nei Vangeli e in S. Paolo.

25. 70. Delle apparizioni del Signore risorto ai discepoli è necessario trattare non solo per mettere in luce l'accordo che sull'argomento esiste fra i quattro evangelisti 324, ma anche per sottolineare com'essi concordino con l'apostolo Paolo, il quale nella Prima Lettera ai Corinzi scrive così: Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto 325. Quest'ordine nel succedersi dei fatti non è seguito da nessuno degli evangelisti. Occorre quindi porsi il problema se l'ordine presentato dagli evangelisti non contrasti per caso con quello di Paolo. Ricordiamoci tuttavia che il racconto non è completo in nessuna delle fonti: per cui la ricerca è da estendersi solo alle cose riferite da più narratori, per rilevare se ci siano contrapposizioni nei loro racconti. Orbene, fra gli evangelisti il solo Luca non riferisce che il Signore fu visto dalle donne, le quali avrebbero visto soltanto gli angeli 326. Matteo afferma che egli si fece loro incontro mentre se ne tornavano via dal sepolcro. Marco in più dice che il Signore fu visto per primo da Maria Maddalena 327, e in ciò s'accorda con Giovanni; solo che sul modo dell'apparizione descritto ampiamente da Giovanni 328, Marco non dice nulla. Diverso il racconto di Luca: egli non solo omette di narrare - come notavo sopra - le apparizioni del risorto alle donne ma nel riportare le parole che quei due discepoli (uno dei quali si chiamava Cleopa) a lui rivolsero prima di riconoscerlo, dà l'impressione che le donne non raccontarono ai discepoli nient'altro se non che avevano visto degli angeli, a detta dei quali egli era vivo. Leggiamo il testo: Ed ecco che in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sessanta stadii da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro; ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: " Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino e perché siete tristi? ". Uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: " Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? ". Domandò: " Che cosa? ". Gli risposero: " Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto " 329. Stando a Luca, i due di Emmaus narrarono le cose in modo che gli altri condiscepoli potessero ricordare o ravvivare il ricordo di quanto riferito dalle donne o da coloro che di corsa si erano recati alla tomba appena seppero che il suo corpo era stato portato via dal sepolcro. Luca, per l'esattezza, dice che a correre alla tomba fu il solo Pietro: egli si prostrò verso l'interno, vide che c'erano soltanto i lenzuoli sistemati a parte e poi se ne tornò indietro stupito in cuor suo per quello che era accaduto 330. Questi particolari nei confronti di Pietro Luca li colloca prima del racconto dei due che il Signore incontrò lungo la via e dopo aver narrato delle donne che avevano visto gli angeli dai quali appresero la notizia della resurrezione di Gesù. Pare che Pietro proprio in quel frattempo corse al sepolcro; ma il racconto di Luca su Pietro è da prendersi come una ricapitolazione. Pietro infatti si recò frettolosamente al sepolcro quando vi si recò anche Giovanni, e ciò accadde dopo che dalle donne, e soprattutto da Maria Maddalena, avevano avuto la notizia della scomparsa della salma. Ora questa Maria Maddalena recò la notizia dopo aver visto la pietra rotolata via dal sepolcro; e dopo ancora accadde la visione degli angeli e dello stesso nostro Signore. Gesù dunque dovette apparire due volte alle donne: una volta presso la tomba e un'altra facendosi loro incontro mentre si allontanavano dalla tomba 331: e tutto questo dovette succedere prima che egli si mostrasse lungo la strada a quei due discepoli, uno dei quali si chiamava Cleopa. Tant'è vero che questo Cleopa, parlando col Signore che ancora non aveva riconosciuto, non disse che Pietro era andato al sepolcro ma: Alcuni dei nostri si sono recati al sepolcro e hanno trovato le cose come avevano descritto le donne. È dunque verosimile che anch'egli descriva i fatti in forma riassuntiva soffermandosi un poco su quel che da principio le donne riferirono a Pietro e Giovanni riguardo al trafugamento della salma del Signore. Se pertanto Luca dice che Pietro corse al sepolcro riportando le parole di Cleopa, secondo il quale alcuni discepoli si erano recati al sepolcro, il racconto del terzo evangelista va completato con Giovanni il quale afferma che ad andare al sepolcro furono in due; e se in un primo tempo fa menzione del solo Pietro è perché Maria aveva portato la notizia soltanto a lui 332. Può anche sorprendere quanto riferito da Luca e cioè che Pietro non entrò nel sepolcro ma si prostrò e vide soltanto i lenzuoli; dopo di che se ne andò via stupefatto 333. Ciò appare in contrasto con Giovanni, il quale attribuisce la cosa a se stesso, cioè al discepolo che Gesù amava, e scrive che fu lui a vedere le cose così. Egli, sebbene arrivato per primo, non entrò nel sepolcro ma si chinò e vide i lenzuoli collocati da una parte. Tuttavia in un secondo momento entrò anche lui 334, di modo che i fatti si sarebbero svolti così: in un primo momento Pietro si prostrò [fuori del sepolcro] e vide (ciò è ricordato da Luca e omesso da Giovanni), ma più tardi entrò anche lui ed entrò prima che entrasse Giovanni. In questa maniera i due racconti contengono la verità né vi è fra loro alcuna opposizione.

25. 71. A questo punto occorre sistemare in modo organico e presentare la successione dei fatti, quale essa poté in realtà essere, in base alle testimonianze non solo dei quattro evangelisti ma anche dell'apostolo Paolo. Dando per scontato che il Signore aveva già parlato alle donne, voglio ora presentare l'ordine delle apparizioni del Risorto ai discepoli maschi; e a questo riguardo, prendendo nota di quanti ne ricordano i quattro evangelisti e l'apostolo Paolo, è da ritenersi che il primo degli uomini a cui apparve il Signore fu Pietro. Ma chi potrebbe escludere o asserire che il Signore prima di apparire a Pietro sia apparso a qualche altro discepolo non ricordato da alcuno degli scrittori sacri? Lo stesso Paolo infatti non dice che apparve per primo a Cefa ma solo che apparve a Cefa, quindi ai Dodici e poi a più di cinquecento discepoli in una sola volta 335. Così dal suo racconto non risulta a chi dei Dodici e nemmeno a chi dei cinquecento sia apparso: per cui questi Dodici poterono essere l'uno o l'altro dei suo numerosissimi discepoli. Se egli infatti si fosse riferito a quei dodici che chiamò Apostoli, non avrebbe detto dodici ma undici. In realtà così leggono alcuni codici, che ritengo corretti da copisti turbati dall'affermazione da loro intesa nel senso di " dodici Apostoli ": i quali, morto Giuda, erano effettivamente undici. Non si nega con ciò che possano essere nel vero i codici che recano " undici ": nel qual caso Paolo parlerebbe di altri discepoli innominati, sempre però in numero di dodici. O potrebbe anche darsi che il numero sacro " dodici " era rimasto valido sebbene le persone fossero diventate undici. In effetti nella comunità quel numero era ritenuto così carico di mistero che, appunto per conservare il valore sacro che racchiudeva, non si poteva non sostituire con un altro discepolo, in concreto Mattia, il vuoto lasciato da Giuda 336. Comunque stiano in realtà i fatti, non c'è nel nostro caso nulla che contrasti con la verità o con il racconto dell'uno o dell'altro degli autori sacri, che riteniamo fedelissimi. Sulla linea delle probabilità siamo dell'avviso che il Signore, dopo Pietro, apparve a quei due uno dei quali era Cleopa di cui scrive Luca per esteso 337, mentre Marco si contenta di una descrizione breve, del seguente tenore: Dopo ciò si mostrò a due di loro che si recavano nella casa di campagna ma con aspetto differente 338. Non ripugna che il villaggio di cui parla Luca sia stato chiamato "casa di campagna " da Marco. Un tal nome oggi si dà perfino a Betlemme, che una volta era chiamata addirittura " città ", e ciò nonostante che oggi essa goda di un prestigio più grande per il fatto che in essa nacque il Signore, e per questo motivo il suo nome è diventato celebre nelle Chiese di tutte le genti. C'è inoltre da notare il fatto che nei codici greci si legge più frequentemente " campo " e non "casa di campagna ". Ora col nome " campo " si è soliti chiamare non solo i villaggi ma anche i paesi e le colonie che si trovano al di fuori delle mura cittadine, specie se si tratta di città che, rispetto agli altri centri abitati, fanno come da capo e da madre, per cui le si chiama metropoli.

25. 72. Marco dice che il Signore si mostrò loro in sembianze diverse 339. Pensiamo che ciò equivalga a quel che dice Luca a proposito dei loro occhi incapaci di riconoscerlo 340. In effetti a questi loro occhi dové capitare un qualcosa per cui rimasero in quello stato finché egli non ebbe spezzato il pane. E pertanto questo suo mostrarsi in altra figura fu certamente per un motivo occulto e misterioso: egli non doveva essere riconosciuto da loro - come risulta dalla narrazione lucana - se non durante la frazione del pane. Ciò che accadde ai loro occhi fu come un adeguamento allo stato del loro intelletto: siccome cioè la loro mente era incapace di comprendere la necessità della morte e resurrezione di Cristo, un fenomeno corrispettivo subirono i loro occhi, non perché la Verità voleva trarli in inganno ma perché essi stessi erano incapaci di afferrare la verità e nutrivano idee contrastanti con la realtà dei fatti. Se ne conclude che nessuno può presumere di conoscere perfettamente Cristo se non fa parte del suo corpo che è la Chiesa, la cui unità è inculcata dall'Apostolo come una derivazione del sacramento del pane quando dice: Uno è il pane, e così noi, pur essendo molti siamo una cosa sola 341. I loro occhi si sarebbero aperti e lo avrebbero riconosciuto dopo che egli porse loro il pane benedetto: si sarebbero aperti 342, dico, alla comprensione di lui e sarebbe stato rimosso quell'impedimento che prima li bloccava sicché non riuscivano a conoscerlo. Non è infatti da pensare che i due camminassero a occhi chiusi ma che era sopraggiunto un qualcosa per cui non erano in grado di riconoscere quello che vedevano: su per giù come capita quando c'è foschia o umidità. Non si dice con questo che il Signore non potesse trasformare il suo corpo in modo che le sue sembianze fossero effettivamente diverse da quelle che la gente era solita vedere. Ciò fece già prima della passione quando si trasfigurò sul monte e il suo volto divenne splendente come il sole 343. Egli infatti da un corpo, qualunque esso sia, può ricavarne un altro (un corpo vero, tratto da un altro corpo vero), se gli fu possibile ottenere vino vero da acqua vera 344. In realtà però con quei due discepoli non fece una cosa di questo genere quando apparve loro in altra sembianza: accadde solo che non poté mostrarsi come effettivamente era perché i loro occhi erano impediti e incapaci di riconoscerlo. Con ogni verosimiglianza riteniamo che l'ostacolo posto dinanzi agli occhi di quei discepoli per cui essi non riuscivano a riconoscere Gesù derivasse da satana. Cristo lo permise soltanto, e questo finché non si giunse al sacramento del pane, per far comprendere che ogni ostacolo posto dal nemico per impedire il riconoscimento di Cristo lo si rimuove solo quando si partecipa dell'unità del suo corpo.

25. 73. È da ritenersi che i due discepoli di cui stiamo parlando siano gli stessi di cui si occupa Marco 345, il quale aggiunge che essi andarono a riferire agli altri l'accaduto. In questo concorda con Luca, il quale scrive che, alzatisi immediatamente, tornarono a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri loro compagni, i quali asserivano che il Signore era veramente risorto ed era apparso a Simone. Anch'essi, a loro volta, raccontarono quanto era accaduto loro lungo il cammino e come l'avessero riconosciuto allo spezzare il pane 346. Si era dunque già sparsa la voce che Gesù era risorto e a spargerla erano state le donne e Simon Pietro, a cui il Signore era apparso. Di questo infatti stavano parlando i discepoli e così li trovarono quei due quando giunsero a Gerusalemme. Può darsi quindi che i due finché furono per la strada non vollero dire nulla su quanto avevano saputo della sua resurrezione, limitandosi a parlare degli angeli che sarebbero stati visti dalle donne. Ciò fecero per timore, non sapendo chi fosse colui con il quale stavano parlando; e a buon diritto c'era da temere che sbandierando alla leggera le notizie della resurrezione di Cristo, sarebbero potuti cadere nelle trame dei Giudei. A questo punto ci si domanda come faccia Marco a dire: Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere 347, se Luca, al contrario, può scrivere che nella stessa ora i discepoli già discorrevano fra loro del Signore veramente risorto e apparso a Simone 348. Come intendere il testo di Marco, se non nel senso che fra loro c'erano alcuni che non volevano credere? Inoltre, chi non vorrà ammettere, come cosa ovvia, che Marco ha omesso quanto invece racconta diffusamente Luca, e cioè le parole dette da Gesù prima che lo riconoscessero i discepoli, i quali di fatto lo riconobbero soltanto allo spezzare il pane? In realtà Marco, non appena ha raccontato che egli apparve sotto forma diversa a due che si recavano nella casa di campagna, subito aggiunse che costoro, tornati riferirono agli altri l'accaduto, ma non furono creduti. Ma come potevano rendere testimonianza di uno che non avevano riconosciuto? O come fecero a riconoscerlo se egli era loro apparso sotto altra forma? Ne deriva che Marco omette di raccontare come lo avessero riconosciuto e quindi come ne potevano parlare. È un procedimento degli evangelisti che ben dobbiamo tenere a mente. Dobbiamo cioè abituarci a pensare che essi nello scrivere sono soliti omettere quel che omettono di fatto congiungendo, ciononostante, l'una con l'altra le cose che descrivono. Se quindi un lettore non pone nel debito risalto questa loro costumanza, troverà qui il motivo principale dell'errore per cui si ammettono contraddizioni fra i Vangeli.

25. 74. Vediamo ora cosa aggiunge Luca. Egli scrive: Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: " Pace a voi, sono io, non abbiate paura! ". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: " Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne né ossa come vedete che io ho ". Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi 349. Di questa apparizione del Signore risorto pensiamo abbia voluto parlare anche Giovanni quando scrive: La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: " Pace a voi! ". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato 350. A queste parole di Giovanni possono ragionevolmente collegarsi le altre che troviamo in Luca, mentre Giovanni le omette, e cioè: Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: " Avete qui qualche cosa da mangiare? ". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito e un favo di miele. E mangiato che ebbe davanti ad essi, prese gli avanzi e li diede loro 351. Dopo questa segnalazione possiamo subito collocare quella di Giovanni, che non troviamo in Luca: E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: " Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ". Dopo aver detto questo alitò su di loro e disse: " Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi " 352. Qui sarà lecito aggiungere il seguente testo di Luca, non riportato da Giovanni: Poi disse: " Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi ". Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: " Così sta scritto: "Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme". Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto " 353. Così vediamo che anche Luca menziona la promessa dello Spirito Santo fatta dal Signore 354, della quale non si trova cenno se non nel Vangelo di Giovanni: annotazione questa su cui non si deve sorvolare. Dobbiamo cioè ricordare che gli evangelisti concordano fra di loro anche su quanto ciascuno personalmente non narra, sapendo che altri ne hanno parlato. Così Luca. Egli omette completamente i fatti avvenuti in seguito, né altro ricorda se non l'Ascensione di Gesù al cielo 355; eppure collega strettamente questo fatto con il racconto di prima, quasi che fosse avvenuto subito dopo l'altro. In realtà invece il primo episodio accadde il primo giorno dopo il sabato, nel giorno stesso cioè della resurrezione, mentre l'altro accadde dopo quaranta giorni, come narra Luca stesso negli Atti degli Apostoli 356. Una nota anche su quanto scrive Giovanni a proposito dell'apostolo Tommaso 357: egli non si sarebbe trovato insieme con gli altri quando arrivarono a Gerusalemme quei due, uno dei quali era Cleopa, mentre, secondo Luca, essi trovarono riuniti gli Undici con tutti i loro compagni 358. Il testo giovanneo è da interpretarsi nel senso che Tommaso era uscito dal cenacolo prima che il Signore apparisse ai discepoli intenti a discutere su quel che era accaduto.

25. 75. Subito dopo Giovanni riferisce un'altra apparizione del Signore ai discepoli. Essa avvenne dopo otto giorni e vi partecipò anche Tommaso, che antecedentemente non aveva veduto il Risorto. Scrive Giovanni: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: " Pace a voi! ". Poi disse a Tommaso: " Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! ". Rispose Tommaso: " Mio Signore e mio Dio! ". Gesù gli disse: " Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che non avendo visto crederanno! " 359. Questa seconda apparizione del Signore ai discepoli, cioè quella che Giovanni presenta come seconda, potremmo riscontrarla anche in Marco, sia pure compendiata come è solito fare questo evangelista. Il testo di Marco tuttavia crea difficoltà in quanto vi si dice: Alla fine apparve agli Undici, mentre stavano a mensa 360, e la difficoltà non sta nell'omissione di Giovanni 361, che non parla di mensa (particolare che egli poteva certo omettere), ma nell'affermazione di Marco, secondo il quale la cosa accadde durante l'ultima apparizione, quella cioè a cui non ne seguì alcun'altra, mentre secondo Giovanni ci fu quella presso il mare di Tiberiade, che fu la terza. La difficoltà poi si aggrava per le parole di Marco: E li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato 362. Non avevano creduto, cioè, a quei due ai quali il Risorto apparve mentre si recavano alla loro casa di campagna, né avevano creduto a Pietro, al quale secondo Luca 363, nel testo che abbiamo esaminato il Signore apparve per primo, e forse nemmeno a Maria Maddalena e alle altre donne che erano con lei presso il sepolcro, dove videro una prima volta il Signore, il quale poi si fece loro incontro una seconda volta mentre si allontanavano. Il racconto di Marco procede effettivamente così: non appena riferito (e brevemente) l'episodio di quei due che lo videro mentre si recavano in campagna, sottolineato che essi andarono ad annunziare l'evento ai condiscepoli (che però non vollero credere), subito giunge alla conclusione: Alla fine apparve agli Undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato 364. Come fa Marco a dire che quella era l'ultima volta, quasi che i discepoli in seguito non l'abbiano più visto? Mentre invece l'ultima volta che gli Apostoli videro il Signore fu certo quando egli salì al cielo, cosa che accadde quaranta giorni dopo la resurrezione 365. Poteva forse rimproverarli di non aver prestato fede a coloro che l'avevano visto risorto quando essi stessi l'avevano visto tante volte di persona dopo la sua resurrezione? L'avevano visto soprattutto il giorno stesso in cui risuscitò, cioè quando il primo giorno della settimana volgeva ormai alla fine, come narrano Luca e Giovanni 366. Non rimane che intendere il racconto di Marco come un compendio, del resto frequente in lui, di tutti gli avvenimenti accaduti nel primo giorno della settimana, cioè nel giorno stesso della resurrezione. In quel giorno, di buon mattino, lo videro Maria e le altre donne che erano con lei, poi lo vide Pietro e in seguito quei due, uno dei quali era Cleopa di cui con ogni probabilità anche Marco ci ha voluto parlare. Quand'era ormai notte lo videro gli Undici, senza però Tommaso, e gli altri che stavano con loro; ad essi i due narrarono l'apparizione avuta. Se pertanto Marco parla di un'ultima volta, lo fa perché l'apparizione agli Undici fu l'ultima di quel giorno. Stava infatti facendosi notte quando quei due, riconosciuto che ebbero il Signore allo spezzare il pane, tornarono a Gerusalemme e, come precisa Luca, trovarono gli Undici che parlavano con i compagni della resurrezione del Signore già apparso a Pietro. In quel raduno essi riferirono ai condiscepoli quanto era accaduto loro lungo la strada, e come avessero riconosciuto il Signore mentre spezzava il pane 367. Sicuramente fra i presenti c'erano di quelli che non credevano, per cui è vera la constatazione di Marco: Ma neppure ad essi vollero credere 368. Quando poi si misero a tavola (come scrive Marco 369) e ancora discutevano sull'accaduto (così Luca), il Signore si fermò in mezzo alla sala e disse loro: Pace a voi! Di questo saluto parlano Luca e Giovanni 370, mentre del particolare che, quando egli entrò, le porte erano chiuse, fa menzione solo Giovanni. Concludiamo dunque che il rimprovero mosso ai discepoli di non aver voluto credere a quanti lo avevano visto risorto, di cui troviamo notizia in Marco, è da collocarsi nel contesto delle parole che il Signore rivolse ai discepoli nell'apparizione riferita da Luca e Giovanni.

25. 76. Ma c'è ancora qualcosa che ha del sorprendente. Ci si chiede cioè come faccia Marco a dire che il Signore apparve " agli Undici " seduti a mensa 371 quando, al dire di Luca e di Giovanni 372, si era ormai sul far della notte di quella domenica. Annota infatti espressamente Giovanni che in quell'occasione l'apostolo Tommaso non era con gli altri; e noi riteniamo che egli uscì dalla sala prima che vi facesse ingresso il Signore, anche se dopo il ritorno di quei due, che si erano recati nel villaggio e poi vennero a riferire l'accaduto agli Undici come precisato da Luca. In realtà nel discorso di Luca c'è abbastanza spazio per comprendere come, fra un discorrere e l'altro dei discepoli, Tommaso ebbe modo di lasciare la sala dove in un secondo momento entrò il Signore. Al dire di Marco invece, quando il Signore apparve agli Undici che stavano a mensa quella volta, che fu l'ultima 373, essi erano appunto Undici, e quindi con loro c'era anche Tommaso. O che l'evangelista si sia permesso di chiamare " gli Undici " il gruppo degli Apostoli, anche se uno di loro era assente, in quanto così li si designava ordinariamente prima che al posto di Giuda subentrasse Mattia 374? Se una tale interpretazione sembra forzata, non resta che prendere le parole di Marco nel senso che il Signore, dopo le numerose apparizioni distribuite variamente nell'arco di quei quaranta giorni, apparve ai discepoli (gli Undici discepoli seduti a mensa) anche alla fine, cioè nello stesso quarantesimo giorno. Siccome era imminente la sua ascensione al cielo, ritenne sommamente necessario proprio quel giorno rimproverarli di non aver prestato fede a quanti lo avevano visto risorto finché non lo ebbero visto loro stessi di persona. Fu, il loro, un atteggiamento molto riprovevole se si pensa che, quand'essi dopo la sua ascensione, cominciarono a predicare il Vangelo, popoli anche pagani accettarono con fede il loro annunzio pur senza aver veduto. È quanto descrive Marco stesso, il quale, dopo il rimprovero del Signore ai discepoli, continua: Gesù disse loro: " Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato " 375. Gli Apostoli dunque avrebbero dovuto predicare che chi non avesse creduto sarebbe stato condannato: chi cioè si fosse rifiutato di prestar fede a cose non vedute. E non meritavano un rimprovero essi stessi se prima di vedere il Signore con i propri occhi non avevano voluto credere a coloro cui egli era apparso in antecedenza?

25. 77. C'è un altro motivo per ritenere che quella descritta da Marco sia stata davvero l'ultima apparizione del Signore agli Apostoli in forma corporea mentre era ancora sulla terra. E tale motivo è nelle parole dell'evangelista, che prosegue: E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno. E prosegue: Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano 376. Con le parole: Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo, mostra con sufficiente chiarezza (così almeno sembra) che quello fu l'ultimo discorso tenuto ai discepoli dal Signore nella sua permanenza qui in terra, anche se ragioni assolutamente cogenti in tal senso non ci sono. Non precisa infatti l'evangelista che egli ascese non appena ebbe terminato di dir loro tali cose, ma soltanto: Dopo aver parlato con loro. È consentito quindi ritenere, se ce ne fosse bisogno, che quello non fu realmente l'ultimo discorso, e nemmeno che quello fu l'ultimo giorno trascorso dal Risorto qui in terra. Anzi, l'espressione: Dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo, può estendersi a tutte le volte che il Signore parlò ai discepoli nei giorni che seguirono la resurrezione. Per i motivi sopra esposti tuttavia si è inclini a ritenere che il giorno, di cui Marco, fu davvero l'ultimo trascorso in terra dal Signore. Questo soprattutto perché in tal modo si rende comprensibile quanto detto a proposito degli Undici, che in assenza di Tommaso erano in realtà dieci. Concludendo, è nostra opinione che dopo il discorso riportato da Marco, cui dovettero seguire le parole del Signore e dei discepoli che troviamo negli Atti degli Apostoli 377, il Signore immediatamente ascese il cielo; e tutto questo avvenne nel quarantesimo giorno dopo la resurrezione.

25. 78. Giovanni, pur riconoscendo che tralascia molte delle cose compiute da Gesù, ci ha voluto tramandare una terza apparizione del Risorto ai discepoli 378. Accadde presso il mare di Tiberiade e ne furono testimoni sette discepoli che stavano pescando. Erano Pietro, Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo e altri due innominati. Il Signore comandò loro di gettare le reti dalla parte destra e i discepoli catturarono centocinquantatré grossi pesci. In quella circostanza il Signore domandò a Pietro se lo amasse e gli diede l'incarico di pascere le sue pecore. Gli predisse anche i patimenti del martirio 379, mentre di Giovanni affermò: Quanto a lui, voglio che resti fino al mio ritorno 380. Con le quali parole Giovanni termina il suo Vangelo.

25. 79. A noi però, giunti a questo punto, s'impone l'obbligo di ricercare quando il Signore sia apparso per la prima volta ai discepoli in Galilea, se è vero che di questa apparizione, avvenuta in Galilea presso il mare di Tiberiade 381, Giovanni dice che fu la terza fra quelle che ebbero luogo in detta regione. Scoprirà facilmente la cosa chiunque voglia richiamare alla mente la descrizione che fa Giovanni del miracolo dei cinque pani 382. Egli comincia così: Dopo questi fatti Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade 383. Ci si domanda quindi: In quale altra regione, all'infuori della Galilea, si può supporre che sia apparso per la prima volta ai discepoli il Signore dopo la sua resurrezione? Si pensi solo alle parole dell'angelo riportate da Matteo. Incontrando le donne che si recavano al sepolcro, quell'angelo disse loro: Non abbiate paura voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto 384. E parimenti secondo Marco. Un angelo (poco importa se fu lo stesso o un altro) disse alle donne: Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto 385. Il senso ovvio di queste parole (così almeno sembra) è che Gesù risorto non si sarebbe mostrato ai discepoli in nessun'altra località che non fosse la Galilea. Marco per altro non riferisce per niente questa apparizione. Egli racconta che Gesù risorto apparve anzitutto a Maria Maddalena il primo giorno dopo il sabato, che lei riferì l'accaduto ai discepoli, cioè ai seguaci di Gesù trovati in pianto e in lamenti e che essi non le prestarono fede. Poi ci racconta dell'apparizione ai due che si recavano in campagna e come anch'essi riferirono l'accaduto agli altri: avvenimenti che, stando ai racconti paralleli di Luca e Giovanni 386 si collocano a Gerusalemme come luogo e, come tempo, il giorno stesso della resurrezione mentre stava per farsi notte. Alla fine presenta quell'apparizione che, secondo lui, fu l'ultima e accadde mentre gli Undici stavano a mensa; e poi passa a raccontare la sua ascensione al cielo che, come tutti sappiamo, avvenne sul monte Uliveto, a poca distanza da Gerusalemme. Da nessuna parte quindi Marco colloca l'adempimento del messaggio recato dall'angelo di cui aveva pur fatto menzione. Quanto a Matteo, non dice assolutamente nulla riguardo ai luoghi delle apparizioni e né prima né dopo segnala località in cui il Signore risorto si fece vedere dai discepoli, all'infuori della Galilea, conforme aveva predetto l'angelo. Egli riporta le parole dette dall'angelo alle donne e il particolare che esse stavano allontanandosi dal sepolcro; quindi continua raccontando la vicenda dei custodi subornati affinché dicessero il falso 387. Ricordandosi poi che l'angelo aveva detto: È risorto; vi precederà in Galilea, là voi lo vedrete 388, e ritenendo che dopo tale ordine non ci poteva essere nient'altro fra mezzo, passa subito a descrivere l'esecuzione di quel comando. Scrive: Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: " Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo " 389. E con queste parole Matteo conclude il suo Vangelo.

25. 80. Se non avessimo i dettagliati racconti degli altri evangelisti, che ci impongono un esame più approfondito dei fatti, limitandoci al solo Matteo dovremmo concludere che i discepoli prima dell'apparizione in Galilea non videro in nessun altro luogo il Signore risorto. In tal senso, anche supponendo che Marco non avesse detto nulla sull'avvertimento dato antecedentemente dall'angelo 390, si sarebbe potuto ritenere che Matteo, riportando la notizia che i discepoli andarono in Galilea sul monte e ivi adorarono il Signore, abbia scritto così per mostrare la realizzazione del comando e della predizione fatta dall'angelo che egli stesso ha riferito in antecedenza. Ma ecco insorgere i racconti di Luca e di Giovanni, i quali con chiarezza, almeno relativa, dimostrano che lo stesso giorno della resurrezione il Signore fu visto dai discepoli a Gerusalemme 391, una città assai distante dalla Galilea: per cui si esclude che le apparizioni del Risorto poterono avverarsi in uno stesso giorno nelle due località. C'è inoltre Marco che, pur avendo narrato la stessa predizione dell'angelo, di cui Matteo, non racconta in alcun modo che il Signore risorto si lasciò vedere dai discepoli in Galilea. Tutto ciò impone una severa ricerca per vedere in che senso sia stato detto: Ecco, vi precederà in Galilea; là voi lo vedrete 392. Se infatti lo stesso Matteo non avesse precisato in alcun modo che gli Undici si recarono sul monte della Galilea fissato da Gesù e che lì lo videro e lo adorarono, avremmo ragionevolmente concluso che quell'apparizione in senso letterale non ci sia mai stata, e avremmo preso l'intera predizione in senso figurato. Le avremmo cioè dato il senso che di solito diamo a quanto scritto in Luca: Ecco, oggi e domani scaccio i demoni e compio guarigioni, e il terzo giorno arrivo alla fine 393, espressione, questa, che certamente non si è mai avverata in senso letterale. E osserviamo ancora: Se l'angelo avesse detto: " Là soltanto lo vedrete ", ovvero: " Non lo vedrete in nessun altro luogo fuorché in Galilea ", in tale ipotesi Matteo sarebbe certamente in contrasto con gli altri evangelisti. Egli però asserisce solo questo: Ecco, vi precederà in Galilea; là voi lo vedrete, senza specificare quando la cosa sarebbe avvenuta, se cioè immediatamente prima d'ogni altra apparizione, ovvero dopo essere apparso in altri luoghi anche fuori della Galilea. La stessa affermazione di Matteo, che ci informa dei discepoli andati in Galilea su un certo monte, non vale a determinare il giorno [dell'apparizione], e la successione stessa con cui si susseguono i fatti non obbliga a ritenere necessariamente che ciò accadde prima d'ogni altra apparizione. Così spiegato, il racconto di Matteo non si oppone a quello degli altri evangelisti, anzi consente di interpretarli a dovere e di collocare ogni cosa a suo posto. Ma c'è di più. Nel fatto che il Signore non si cura d'indicare il luogo dove sarebbe comparso la prima volta ma ingiunge di andarlo a vedere in Galilea, dove sicuramente, anche se più tardi, sarebbe comparso, c'è un richiamo per ogni credente ad acuire la mente e ricercare il mistero racchiuso in quelle parole. Né solo in tali parole ma anche in quelle dette dall'angelo: Ecco vi precederà in Galilea, là voi lo vedrete, e che egli stesso aveva confermato dicendo: Andate, annunziate ai miei fratelli che debbono recarsi in Galilea perché è là che mi vedranno 394.

25. 81. Al riguardo s'impone un'indagine previa per stabilire il tempo in cui il Signore si sarebbe fatto vedere corporalmente in Galilea perché sia vero quanto afferma Matteo: Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che il Signore aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano 395. È scontato che l'apparizione non poté aver luogo lo stesso giorno in cui risorse: quel giorno infatti, mentre calava la notte, fu veduto dai discepoli a Gerusalemme, come attestano concordi Luca e Giovanni 396 e anche Marco, sia pure in modo non altrettanto esplicito. Quando dunque lo videro in Galilea? E non ci riferiamo all'apparizione presso il mare di Tiberiade, di cui parla Giovanni 397 (quella volta infatti erano in sette e il Signore apparve loro mentre stavano pescando); ma ce lo chiediamo avendo di mira il testo di Matteo, che ci presenta gli Undici riuniti sul monte dove, al dire dell'angelo, Gesù li aveva preceduti. In realtà, dal racconto di Matteo appare che i discepoli lo incontrarono sul monte perché lassù egli li aveva preceduti, in conformità con quanto da lui stabilito. Non fu dunque il giorno stesso della resurrezione e nemmeno durante gli otto giorni successivi, al termine dei quali, come attesta Giovanni, il Signore si fece vedere ai discepoli, quando per la prima volta fu veduto anche da Tommaso, che il giorno della resurrezione non lo aveva veduto. Se infatti gli Undici lo videro nell'uno o nell'altro di quegli otto giorni in Galilea sopra un monte, come può dire Giovanni che Tommaso lo vide per la prima volta solo nell'ottavo giorno? O che non era egli forse uno degli Undici? O che con quell'Undici non si indichino gli Undici che fin da allora erano detti anche Apostoli ma ci si dica soltanto che a quell'apparizione furono presenti undici discepoli fra i tanti che seguivano Gesù? Se infatti risulta che già allora il termine " Apostoli " era riservato soltanto a quegli " Undici " ciò non toglie che i discepoli erano molti di più. Poté quindi succedere che a quell'apparizione non erano presenti tutti e undici gli Apostoli, ma solo alcuni di loro, con l'aggiunta di qualche discepolo, per un totale di undici persone. Si spiegherebbe in questo modo l'assenza di Tommaso, che vide il Signore soltanto otto giorni dopo. Se non che, se vogliamo stare a Marco, egli, parlando degli Undici non presenta undici persone qualunque, ma dice: Apparve a quegli undici 398. E così Luca. Dicendo che tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli Undici e altri che erano con loro 399, anch'egli mostra di avere in mente quegli Undici ben determinati, cioè gli Apostoli. Aggiungendo infatti: E altri che erano con loro, esprime con notevole chiarezza che il termine Undici era applicato per eccellenza a persone ben determinate, in compagnia delle quali c'erano anche altri discepoli. In una parola, dobbiamo ritenere che gli Undici lì menzionati sono gli Apostoli, designati fin da allora con tal nome. Tuttavia rimane possibile anche l'altra ipotesi, che cioè a vedere il Signore durante quegli otto giorni, ed esattamente su quel monte della Galilea, furono undici discepoli, alcuni del gruppo degli Apostoli, altri semplici discepoli.

25. 82. Ecco tuttavia sollevarsi un'altra difficoltà. Ci viene da Giovanni, il quale, dopo aver asserito che il Signore fu visto non su di un monte da undici spettatori ma presso il mare di Tiberiade da sette discepoli intenti a pescare, precisa: Quella volta fu la terza che il Signore si lasciò vedere dai discepoli dopo che risorse dai morti 400. Se dunque riteniamo che il Signore fu visto dagli undici discepoli, chiunque essi fossero, nell'ambito di quegli otto giorni e cioè prima che apparisse a Tommaso, l'apparizione presso il mare di Tiberiade non fu la terza ma la quarta. Una tale conclusione è tuttavia da scartarsi, cioè non la si può prendere nel senso che Giovanni abbia parlato di terza apparizione, quasi che il Risorto sia apparso ai discepoli soltanto tre volte. Il suo computo va inteso piuttosto in riferimento ai giorni delle apparizioni e non alle apparizioni in se stesse; e questi giorni li dobbiamo prendere non come giorni consecutivi, cioè l'uno dopo l'altro, ma intervallati, come l'evangelista stesso testimonia. A considerare infatti solo il primo giorno, cioè quello della resurrezione, e in quel giorno non contando l'apparizione alle donne ma stando ai racconti espliciti dei Vangeli, Gesù si manifestò tre volte: prima a Pietro, poi ai due, uno dei quali era Cleopa, terzo a moltissimi discepoli che sul far della notte stavano discutendo sugli avvenimenti della giornata. Tutte queste apparizioni Giovanni, volendo sottolineare che erano accadute in un sol giorno, le computa per una sola. La seconda, in quanto avvenuta in giorno diverso, fu quando lo vide anche Tommaso; la terza fu quella che avvenne presso il mare di Tiberiade, non perché quella fosse stata realmente la terza apparizione, ma perché avvenne in un terzo giorno, diverso dagli altri due. Stando dunque così le cose, siamo costretti a collocare l'apparizione avvenuta, al dire di Matteo, su un monte della Galilea alla presenza di undici discepoli, dopo tutte queste altre, note da varie fonti. Là il Signore li aveva preceduti tenendo fede a quanto da lui stesso stabilito, e in tal modo si adempiva alla lettera la predizione fatta dall'angelo e dal Signore in persona.

25. 83. A voler tirare le somme e considerare l'insieme dei racconti lasciatici dai quattro evangelisti, troviamo che il Signore risorto apparve ai suoi dieci volte. La prima presso il sepolcro, alle donne; la seconda, alle stesse mentre si allontanavano dal sepolcro 401; la terza a Pietro 402; la quarta ai due che andavano nel villaggio 403; la quinta a Gerusalemme a un bel numero di discepoli, fra i quali però non era Tommaso 404; la sesta quando si lasciò vedere da Tommaso 405; la settima in riva al mare di Tiberiade 406; l'ottava sul monte della Galilea di cui parla Matteo 407; la nona è quella che Marco chiama l'ultima e avvenne mentre i discepoli erano a mensa: era l'ultima volta che mangiavano insieme qui in terra Maestro e discepoli 408. Nello stesso giorno si fece ancora vedere - e fu la decima volta - ma non era ormai più in terra: elevato da una nube stava salendo in cielo 409. Il fatto è ricordato sia da Marco che da Luca: da Marco dopo l'apparizione ai discepoli riuniti a mensa, con le parole: E il Signore, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo 410; da Luca con tratti alquanto diversi. Egli omette totalmente quanto il Signore poté compiere con i discepoli nei quaranta giorni dopo la resurrezione; e al primo giorno, cioè quello della resurrezione, nel quale apparve a diversi discepoli senza dir nulla, congiunge immediatamente l'ultimo giorno, cioè quello in cui ascese al cielo. Scrive così: Li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo 411. Sicché, dopo averlo visto in terra, lo videro anche mentre saliva in cielo; e tutto sommato, ecco il numero delle volte che nei quattro Vangeli si racconta delle apparizioni del Signore a varie persone: nove volte mentre era in terra, una mentre, sollevato in aria, saliva in cielo.

25. 84. Ma non tutto è stato di lui scritto, come attesta Giovanni 412. Dovettero dunque essere frequenti i suoi incontri con i discepoli in quei quaranta giorni che precedettero la sua ascensione al cielo 413, senza voler dire con questo che egli apparve loro tutti i giorni senza eccezioni. In realtà Giovanni afferma che, dopo il giorno della resurrezione, intercorsero otto giorni, alla fine dei quali apparve di nuovo 414. Quanto poi alla terza apparizione, quella che avvenne presso il mare di Tiberiade 415, forse avvenne il giorno successivo, dal momento che non c'è nulla in contrario. In seguito apparve in un giorno che gli sembrò opportuno: lo stabilì di persona in conformità alla predizione fatta di precederlo in Galilea su un certo monte. In sostanza, durante quei quaranta giorni apparve tutte le volte che volle, a chi volle e come volle. È quanto asserisce Pietro nella sua predicazione a Cornelio e familiari: Per quaranta giorni noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua resurrezione dai morti 416. Non vuole con ciò dire che in quei quaranta giorni mangiarono e bevvero con lui ogni giorno, cosa che sarebbe in contrasto con Giovanni, il quale segnala un intervallo di otto giorni nei quali non si lasciò vedere, e poi apparve presso il mare di Tiberiade, che fu la terza volta. Ma se anche fosse apparso tutti i giorni e avesse mangiato con loro tutti i giorni, non ci sarebbe alcuna difficoltà; e se si menziona una durata di quaranta giorni (che è il risultato di dieci per quattro), ciò sarebbe in relazione a un significato occulto, concernente o la totale estensione del mondo o l'intera durata del tempo presente. In effetti quei primi dieci giorni (che comprendevano anche gli otto) poterono senza stonatura essere come un tutto computato in base a una sua parte, conforme a quanto suole accadere nella Scrittura.

25. 85. Si confronti al riguardo quel che scrive l'apostolo Paolo per vedere se vi si trovino elementi che aiutino a chiarire il problema. Egli dice: Risorse il terzo giorno secondo la Scrittura e apparve a Cefa 417. Non dice che per primo apparve a Cefa 418, cosa che sarebbe in contrasto con i Vangeli, dove si legge che egli per primo apparve alle donne 419. E continua: Dopo [apparve] ai Dodici 420, chiunque essi fossero e qualunque fosse l'ora, ma si era sicuramente nel giorno stesso della resurrezione. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta 421. Si poté trattare di persone che erano insieme agli Undici nel locale di cui avevano chiuso le porte per paura dei Giudei e dove entrò Gesù mentre Tommaso era assente, o si poté trattare di un'altra apparizione avvenuta dopo gli otto giorni 422. Non ci sono contraddizioni. Quanto poi all'apparizione a Giacomo, dobbiamo ritenere che non fu quella la prima apparizione di cui fu favorito Giacomo, ma di un'altra di cui egli in particolare poté godere. Apparve poi - dice - a tutti gli Apostoli 423: non certo per la prima volta in quell'occasione, ma come per indicarci che in quei giorni s'intrattenne assai familiarmente con loro finché non ascese al cielo 424. E conclude: Dopo tutti gli altri apparve anche a me come a un aborto 425. S'intende che gli apparve dal cielo e trascorso del tempo dopo l'ascensione.

25. 86. Ci si consenta di approfondire il problema finora rimandato, e cioè quale sia il mistero che si nasconde nel comando dato dal Risorto, e riferito da Matteo e Marco, quando disse: Vi precederò in Galilea, là mi vedrete 426. L'esecuzione di questo comando, se la si può in qualche posto collocare, deve certo collocarsi, anche se non necessariamente, dopo molte altre apparizioni, mentre a fil di logica ci si aspetterebbe che tale apparizione sia stata l'unica o, quanto meno, la prima fra tutte le altre. Occorre pertanto notare - e la cosa è chiara - che tali parole non sono dell'evangelista che descrive una cosa come realmente avvenne, ma dell'angelo, che le pronuncia per mandato del Signore, e del Signore stesso che in un secondo momento le ribadisce. Quanto all'evangelista, egli racconta solamente che dall'angelo e dal Signore fu detto proprio così, invitandoci a prendere le loro parole come una profezia. Ora il termine " Galilea " può significare o " migrazione " o " rivelazione ". Per cui, prendendo la parola nel senso di " migrazione ", cosa ci viene da pensare se non che l'espressione: Vi precederà in Galilea, là voi lo vedrete 427, si riferisce alla grazia di Cristo che dal popolo d'Israele sarebbe passata alle genti pagane? A questi pagani gli Apostoli stavano per predicare il Vangelo, ma nessuno avrebbe loro creduto se non fosse intervenuto il Signore stesso a preparare la via nel cuore degli uomini. In ordine a ciò è detto: Egli vi precederà in Galilea. Subito infatti le difficoltà si sarebbero risolte e appianate: illuminati dal Signore, i fedeli avrebbero aperto le porte alla predicazione cristiana con gioia e stupore degli stessi predicatori. E a questo si riferiscono le parole: Là voi lo vedrete. Cioè: Fra quelle moltitudini che vi accoglieranno e diverranno sue membra là lo troverete, là riconoscerete che c'è il suo vivo corpo. Che se al contrario vogliamo intendere il nome " Galilea " nel senso di " rivelazione ", dobbiamo andare con la mente non alla sua forma di servo ma a quella nella quale è Dio come il Padre 428. In tale forma lo avrebbero visto i suoi amici, secondo la promessa da lui fatta e riferita da Giovanni: Anch'io lo amerò e gli manifesterò me stesso 429. Non si tratta quindi di ciò che essi già allora vedevano e nemmeno di ciò che, risorto da morte, concesse loro di vedere, compresi i segni delle cicatrici, e anche di toccare 430. Si riferisce piuttosto a quella luce ineffabile con cui illumina ogni uomo che viene in questo mondo, a quella luce che risplende nelle tenebre e le tenebre non l'accettano 431. Là egli ci ha preceduti: da lì non si era allontanato quando era venuto in mezzo a noi e quando vi è ritornato precedendoci non ci ha abbandonati. Quella rivelazione sarà, per così dire, una vera Galilea, perché allora saremo simili a lui e lo vedremo così come egli è 432. E sarà anche una migrazione: tanto più beata in quanto dal tempo presente passeremo all'eternità. Occorre però che accogliamo con cuore aperto i comandi del Signore, per meritare di essere collocati alla sua destra nel giorno della separazione, quando coloro che si troveranno alla sinistra andranno a bruciare in eterno, mentre i giusti entreranno nella vita eterna 433. Da questo esilio essi emigreranno in quella patria e lì lo vedranno, mentre gli empi saranno esclusi dalla visione. L'empio infatti sarà messo fuori e non vedrà la gloria del Signore 434. Infatti gli empi non vedranno la luce, mentre diceva il Signore: Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo 435: conoscerlo cioè come lo si conosce in quella eternità dove egli attraverso la sua natura di servo introdurrà i suoi servi affinché, divenuti figli, lo contemplino nella natura di Signore 436.


Note:



1 - Mt 26, 26.

2 - Cf. Mc 14, 17-22; Lc 22, 14-23.

3 - Cf. Gv 6, 12-21.

4 - Cf. Gv 13, 2-22.

5 - Cf. Mt 22, 21; Mc 14, 17; Lc 22, 14.

6 - Gv 13, 21-22.

7 - Mt 26, 22; Mc 14, 17.

8 - Mt 26, 23-24; cf. Mc 14, 20-21.

9 - Mt 26, 25.

10 - Cf. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 17-20.

11 - Lc 22, 21-22.

12 - Gv 13, 23-27.

13 - Cf. Lc 22, 3-5.

14 - Gv 13, 2.

15 - Gv 20, 22.

16 - Cf. At 2, 1 ss.

17 - Gv 13, 27-32.

18 - Gv 13, 33-38.

19 - Cf. Mt 26, 30-33; Mc 14, 26-31; Lc 22, 31-34.

20 - Cf. Gv 21, 15-17.

21 - Gv 13, 33-37.

22 - Lc 22, 31-34.

23 - Zc 13, 17.

24 - Mt 26, 30-32.

25 - Cf. Mc 14, 26-28.

26 - Mt 26, 33-35; cf. Gv 13, 33-38; Lc 22, 31-34.

27 - Cf. Mc 14, 29-31.

28 - Mc 14, 30.

29 - Mt 26, 75.

30 - Mt 26, 34.

31 - Lc 22, 34.

32 - Gv 13, 38.

33 - Mc 14, 30.

34 - Cf. Mt 5, 28.

35 - Gv 14, 12.

36 - Cf. Gv 14, 1-31; 15, 1-27; 16, 1-33; 17, 1,-26.

37 - Gv 17, 25-26.

38 - Is 53, 12.

39 - Lc 22, 24-38.

40 - Mt 26, 30-35.

41 - Cf. Mc 14, 26-31.

42 - Mt 26, 36.

43 - Cf. Mt 26, 38-46; Mc 14, 32-42; Lc 22, 39-46.

44 - Lc 22, 39-40.

45 - Gv 18, 1.

46 - Mt 26, 36-46.

47 - Mc 14, 41.

48 - Cf. Lc 22, 41-44.

49 - Lc 22, 45.

50 - Cf. Gv 18, 1-11.

51 - Lc 22, 41.

52 - Mc 14, 35.

53 - Mc 14, 36.

54 - Lc 22, 42.

55 - Cf. Ef 2, 11-22.

56 - Rm 8, 15.

57 - Gal 4, 6.

58 - Gv 10, 16.

59 - Mt 26, 47-49.

60 - Lc 22, 48.

61 - Mt 26, 50.

62 - Gv 18, 49.

63 - Lc 22, 49-51.

64 - Cf. Gv 18, 10.

65 - Lc 22, 52.

66 - Mt 26, 52-54.

67 - Gv 18, 11.

68 - Cf. Lc 22, 51.

69 - Lc 22, 51.

70 - Mt 26, 52.

71 - Mt 26, 55.

72 - Lc 22, 53.

73 - Mt 26, 56.

74 - Mc 14, 50-52.

75 - Mt 26, 27.

76 - Cf. Gv 18, 12-27.

77 - Cf. Mc 14, 53-72; Lc 22, 54-62.

78 - Mt 26, 58.

79 - Mc 14, 54.

80 - Lc 22, 54-55.

81 - Gv 18, 15-16.

82 - Mt 26, 59-60.

83 - Mc 14, 56.

84 - Mt 26, 60-61.

85 - Mc 14, 58-59.

86 - Mt 26, 62-64.

87 - Cf. Mc 14, 60-61.

88 - Mc 14, 62.

89 - Cf. Mt 26, 64.

90 - Mt 26, 65-68.

91 - Cf. Mc 14, 63-65.

92 - Cf. Lc 22, 63-65.

93 - Cf. Mt 26, 69-75; Mc 14, 66-72.

94 - Cf. Lc 22, 56-62.

95 - Cf. Gv 18, 15-28.

96 - Mt 26, 69-74.

97 - Cf. Mc 14, 68.

98 - Mc 14, 68-70.

99 - Lc 22, 54-58.

100 - Gv 18, 17.

101 - Gv 18, 18.

102 - Gv 18, 19-24.

103 - Cf. Lc 3, 2.

104 - Gv 18, 25.

105 - Mt 26, 71.

106 - Cf. Mt 26, 72.

107 - Mc 14, 69.

108 - Gv 18, 25.

109 - Lc 22, 58.

110 - Mc 14, 70-72.

111 - Lc 22, 59-60.

112 - Gv 18, 26-27.

113 - Mt 26, 73.

114 - Gv 18, 26.

115 - Mc 14, 70.

116 - Lc 22, 59.

117 - Mt 26, 75.

118 - Mc 14, 72.

119 - Lc 22, 61-62.

120 - Cf. Gv 18, 27.

121 - Mt 26, 67-69.

122 - Mc 14, 66.

123 - Mt 26, 29.

124 - Sal 12, 4.

125 - Sal 6, 5.

126 - Lc 22, 61.

127 - Mt 27, 1-2.

128 - Mc 15, 1.

129 - Lc 22, 63-71; 23, 1.

130 - Cf. Mt 26, 63; Mc 14, 61.

131 - Mt 26, 64.

132 - Lc 22, 66.

133 - Cf. Mt 26, 60-61; Mc 14, 56-59.

134 - Cf. Mt 26, 59-75; Mc 14, 55-72.

135 - Cf. Mt 27, 1; Mc 15, 1.

136 - Gv 18, 28.

137 - Mt 21, 3-10.

138 - Cf. Ger 32, 9-44.

139 - Mt 27, 9-10.

140 - Cf. Col 2, 12.

141 - Mt 27, 11-26.

142 - Cf. Mc 15, 2-15.

143 - Mc 15, 9.

144 - Mt 27, 17.

145 - Mc 15, 11-12.

146 - Mt 27, 22.

147 - Mc 15, 13-14.

148 - Mt 27, 24.

149 - Mc 15, 15.

150 - Lc 23, 2.

151 - Mc 15, 4.

152 - Lc 23, 3.

153 - Cf. Mt 27, 11; Mc 15, 2.

154 - Lc 23, 4-12.

155 - Lc 23, 13-14.

156 - Lc 23, 15-23.

157 - Mt 27, 24.

158 - Lc 23, 24-25.

159 - Gv 18, 28-30.

160 - Lc 23, 2.

161 - Gv 18, 31-34.

162 - Mt 27, 11; Mc 15, 2; Lc 23, 3.

163 - Gv 18, 35-37.

164 - Gv 18, 37-40.

165 - Gv 19, 1-7.

166 - Lc 23, 2.

167 - Gv 19, 8-12.

168 - Lc 23, 2.

169 - Gv 18, 30.

170 - Gv 19, 13-16.

171 - Mt 27, 27-29.

172 - Mc 15, 16-19.

173 - Gv 19, 13.

174 - Mt 27, 30-31.

175 - Mc 15, 20.

176 - Mt 27, 32.

177 - Mc 15, 20-21.

178 - Lc 23, 26.

179 - Gv 19, 16-18.

180 - Cf. Mc 15, 22; Lc 23, 33; Gv 19, 17.

181 - Mt 27, 33-34.

182 - Mc 15, 23.

183 - Mt 27, 35-36.

184 - Mc 15, 24.

185 - Lc 23, 34-35.

186 - Gv 19, 23-24; Sal 21, 19.

187 - Mt 27, 27.

188 - Mc 15, 25.

189 - Gv 19, 13.

190 - Gv 19, 14-16.

191 - Cf. Mc 15, 33.

192 - Lc 9, 28.

193 - Mt 17, 1; Mc 9, 1.

194 - Gv 19, 14.

195 - Cf. Mt 27, 45; Mc 15, 33; Lc 23, 44.

196 - Mc 15, 24-25.

197 - Cf. Gv 19, 23.

198 - Cf. Mt 27, 22-23; Mc 15, 13-14; Lc 23, 21-23.

199 - Gv 18, 29-31.

200 - Mc 15, 12-13.

201 - Mt 27, 22-24.

202 - Mt 27, 19.

203 - Lc 23, 16.

204 - Cf. Gv 19, 1-3.

205 - Gv 19, 4-12.

206 - Gv 19, 12-14.

207 - Gv 19, 14-15.

208 - Cf. Mt 27, 19.

209 - Gv 19, 15-16.

210 - Cf. Mt 27, 45; Mc 15, 33; Lc 23, 44.

211 - Cf. Sal 28, 3; 32, 7; 76, 17; Mc 4, 41; Lc 8, 25.

212 - 2 Cor 4, 3.

213 - 2 Cor 2, 16.

214 - Gv 9, 30.

215 - Cf. Rm 11, 33.

216 - Rm 9, 20.

217 - Cf. Rm 11, 34; Sap 9, 13.

218 - Rm 1, 24-28.

219 - Sal 91, 6-7.

220 - Cf. Mc 15, 25-33.

221 - Mc 15, 24.

222 - Cf. Gv 19, 23.

223 - Gv 19, 14.

224 - Cf. Mt 8, 5; Lc 7, 1.

225 - Mt 27, 28.

226 - Cf. Mc 15, 27; Lc 23, 33.

227 - Gv 19, 18.

228 - Mt 27, 29-40.

229 - Cf. Mc 15, 29-30.

230 - Mt 27, 41-43.

231 - Cf. Mc 15, 31-32; Lc 23, 35-37.

232 - Mt 27, 44.

233 - Cf. Mc 15, 32.

234 - Lc 23, 39-43.

235 - Mt 27, 44.

236 - Mc 15, 32.

237 - Eb 11, 33.

238 - Eb 11, 37.

239 - Sal 2, 2.

240 - Cf. At 4, 26-27.

241 - Mt 27, 45.

242 - Cf. Mc 15, 3-36; Lc 25, 44-45.

243 - Cf. Sal 21, 2.

244 - Mt 24, 46-47.

245 - Cf. Mc 15, 34-35.

246 - Mt 27, 48.

247 - Mc 15, 36.

248 - Mt 27, 49.

249 - Lc 23, 36-37.

250 - Gv 19, 28-29.

251 - Mt 27, 50.

252 - Mc 15, 37.

253 - Lc 23, 46.

254 - Gv 10, 30.

255 - Mt 27, 51.

256 - Mc 15, 38.

257 - Lc 23, 45.

258 - Mt 27, 50-51.

259 - Mt 27, 51-53.

260 - Mt 27, 54.

261 - Mc 15, 39.

262 - Lc 23, 47.

263 - Mt 27, 54.

264 - Mc 15, 39.

265 - Mt 27, 55-56.

266 - Mc 15, 40-41.

267 - Lc 23, 48-49.

268 - Mt 27, 54.

269 - Gv 19, 25-27.

270 - Mt 27, 57-58.

271 - Mc 15, 42-45.

272 - Lc 23, 50-52.

273 - Gv 19, 38.

274 - Mt 27, 59-60.

275 - Mc 15, 46.

276 - Lc 24, 55.

277 - Gv 19, 39.

278 - Gv 19, 40-42.

279 - Mt 27, 61.

280 - Mc 15, 47.

281 - Mt 27, 62-66.

282 - Mt 28, 1-7.

283 - Cf. Mc 16, 1-11.

284 - Mt 28, 6.

285 - Mc 16, 8.

286 - Mt 28, 8.

287 - Mt 28, 1.

288 - Mc 16, 2.

289 - Lc 24, 10.

290 - Gv 20, 1.

291 - Mt 12, 40.

292 - Mt 17, 1; Mc 9, 2.

293 - Lc 9, 28.

294 - Cf. Lc 24, 4.

295 - Cf. Mt 28, 2.

296 - Cf. Mc 16, 5.

297 - Lc 23, 54-56.

298 - Lc 24, 1-9.

299 - Cf. Mt 28, 2; Mc 16, 5.

300 - Cf. Lc 24, 4.

301 - Gv 21, 1-18.

302 - Cf. Lc 24, 4.

303 - Cf. Mt 28, 2.

304 - Cf. Gv 20, 1.

305 - Gv 20, 6-7.

306 - Cf. Gv 20, 9-11.

307 - Cf. Gv 20, 9-11.

308 - Mt 28, 5-7.

309 - Cf. Mc 16, 6.

310 - Gv 20, 12-13.

311 - Cf. Lc 24, 4.

312 - Lc 24, 5-8.

313 - Gv 20, 14-17.

314 - Cf. Mc 16, 8.

315 - Mt 28, 9.

316 - Cf. Gv 20, 13.

317 - Mt 28, 10.

318 - Gv 20, 18.

319 - Cf. Lc 24, 10.

320 - Lc 24, 11.

321 - Cf. Mc 16, 8.

322 - Mc 16, 9-11.

323 - Cf. Mt 28, 11-15,

324 - Cf. Mt 28, 1-20; Mc 16, 1-20; Lc 24, 1-53; Gv 20, 1-21, 25.

325 - 1 Cor 15, 3-8.

326 - Cf. Lc 24, 4.

327 - Cf. Mc 16, 9.

328 - Cf. Gv 20, 14.

329 - Lc 24, 13-24.

330 - Cf. Lc 24, 12.

331 - Cf. Mt 28, 10; Lc 24, 24; Gv 20, 14.

332 - Cf. Gv 20, 6-8.

333 - Cf. Lc 24, 12.

334 - Cf. Gv 20, 6.

335 - 1 Cor 15, 5-6.

336 - Cf. At 1, 26.

337 - Cf. Lc 24, 13.

338 - Mc 16, 12.

339 - Cf. Mc 16, 12.

340 - Cf. Lc 24, 16.

341 - 1 Cor 10, 17.

342 - Cf. Lc 24, 31.

343 - Cf. Mt 17, 2.

344 - Cf. Gv 2, 7-11.

345 - Cf. Mc 16, 12-13.

346 - Cf. Lc 24, 34.

347 - Mc 16, 13.

348 - Cf. Lc 24, 34.

349 - Lc 24, 36-40.

350 - Gv 20, 19-20.

351 - Lc 24, 41-43.

352 - Gv 20, 20-23.

353 - Lc 24, 44-49.

354 - Cf. Lc 14, 26; 15, 26.

355 - Cf. Lc 24, 50-51.

356 - Cf. At 1, 2-9.

357 - Cf. Gv 20, 24.

358 - Cf. Lc 24, 33.

359 - Gv 20, 26-29.

360 - Mc 16, 14.

361 - Cf. Gv 21, 1.

362 - Mc 16, 14.

363 - Cf. Lc 24, 35.

364 - Mc 16, 14.

365 - Cf. At 1, 9.

366 - Cf. Lc 24, 1; Gv 20, 1.

367 - Cf. Lc 24, 33-35.

368 - Mc 16, 13.

369 - Cf. Mc 16, 14.

370 - Lc 24, 36; Gv 29, 26.

371 - Cf. Mc 16, 14.

372 - Cf. Lc 24, 29-36; Gv 20, 19.

373 - Mc 16, 14.

374 - Cf. At 1, 26.

375 - Mc 16, 15-16.

376 - Mc 16, 17-20.

377 - Cf. At 1, 4-8.

378 - Cf. Gv 21, 25.

379 - Cf. Gv 21, 1-24.

380 - Gv 21, 23.

381 - Cf. Gv 21, 19-23.

382 - Cf. Gv 6, 5-13.

383 - Gv 6, 1.

384 - Mt 8, 5-7.

385 - Mc 16, 6-7.

386 - Cf. Lc 24, 33; Gv 20, 19.

387 - Cf. Mt 28, 12-15.

388 - Mt 28, 7.

389 - Mt 28, 16-20.

390 - Cf. Mc 16, 7.

391 - Cf. Lc 24, 33; Gv 20, 13.

392 - Mt 28, 7; Mc 16, 7.

393 - Lc 13, 32.

394 - Mt 28, 7-10.

395 - Mt 28, 16-17.

396 - Cf. Lc 24, 33; Gv 20, 13.

397 - Cf. Gv 21, 1.

398 - Mc 16, 14.

399 - Lc 24, 33.

400 - Gv 21, 14.

401 - Cf. Gv 20, 14-18; Mc 16, 9-11; Mt 28, 9-10; Lc 24, 9-12.

402 - Cf. Lc 24, 34.

403 - Cf. Lc 24, 15-33.

404 - Cf. Gv 20, 19-24; Lc 24, 36-43.

405 - Cf. Gv 20, 26-29.

406 - Cf. Gv 21, 1-24.

407 - Cf. Mt 28, 16-17.

408 - Cf. Mc 16, 14-18.

409 - Cf. Mc 16, 19; Lc 24, 50-51; At 1, 4.

410 - Mc 16, 19.

411 - Lc 24, 50-51.

412 - Cf. Gv 20, 30; 21, 25.

413 - Cf. At 1, 3.

414 - Cf. Gv 20, 26-29.

415 - Cf. Gv 21, 1-24.

416 - At 10, 41.

417 - 1 Cor 15, 4-5.

418 - Cf. Lc 24, 34-36.

419 - Cf. Mc 16, 9; Mt 28, 9-10.

420 - 1 Cor 15, 5.

421 - 1 Cor 15, 6.

422 - Cf. Gv 20, 19-26.

423 - 1 Cor 15, 7.

424 - Cf. At 9, 3-9.

425 - 1 Cor 15, 8.

426 - Mt 26, 32; Mc 14, 28.

427 - Mt 28, 7; Mc 16, 7.

428 - Cf. Fil 2, 6-7.

429 - Gv 14, 21.

430 - Cf. Lc 24, 39.

431 - Cf. Gv 1, 9; 9, 15.

432 - Cf. 1 Gv 3, 2.

433 - Cf. Mt 25, 46.

434 - Mt 1, 17.

435 - Gv 17, 3.

436 - Cf. Fil 2, 6-7.

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