Il consenso degli Evangelisti - libro secondo

Sant'Agostino d'Ippona

Il consenso degli Evangelisti - libro secondo
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Prologo.

1. 1. Con un trattato non breve ma molto necessario, da noi circoscritto nell'ambito di un solo libro, abbiamo confutato la stoltezza di coloro che si arrogano il diritto di deridere quei discepoli di Cristo che hanno scritto il Vangelo, motivando l'accusa sul fatto che non ci è possibile citare passi scritti di persona dallo stesso Cristo. Di lui essi dicono non esserci alcun dubbio che lo si debba onorare, non però come Dio ma come un uomo che per sapienza supera di gran lunga tutti gli altri uomini; e pretendono di sapere che egli verosimilmente scrisse cose ben accette da quanti hanno smarrito la retta via, ma non tali che, leggendole e credendo in esse, li facciano recedere dalla loro perversione. Terminato questo discorso, ora vogliamo esaminare quanto su Cristo hanno scritto i quattro evangelisti e vedere com'essi siano coerenti ciascuno con se stesso e poi anche i quattro tra di loro. Con ciò verrà tolto ogni motivo di scandalo nei confronti della fede cristiana anche a coloro che andranno a leggere questi libri mossi da curiosità ma sprovvisti di solida preparazione. Succede infatti che costoro, leggendo i testi evangelici non alla buona ma investigandoli con abbastanza attenzione, si creano l'opinione che in essi ci siano affermazioni fra loro contrastanti e inconciliabili, di fronte alle quali si credono in dovere di venirci a rinfacciare litigiosamente l'esistenza di tali difficoltà più che non esaminarle con la necessaria diligenza.

La genealogia di Gesù.

1. 2. L'evangelista Matteo comincia con queste parole: Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo 1. Iniziando in tal modo il suo libro mostra con sufficiente chiarezza che egli si propone di narrare l'origine di Cristo secondo la carne, per la quale appunto Cristo è Figlio dell'uomo 2. Così infatti egli denomina spessissimo se stesso, inculcandoci ciò che misericordiosamente s'è degnato diventare per noi. Di lui si predica anche una generazione celeste ed eterna per la quale è il Figlio unigenito di Dio, nato prima di ogni creatura - per mezzo di lui infatti sono state create tutte le cose 3 -; ma questa generazione è talmente ineffabile che ad essa va ragionevolmente applicato il detto del Profeta: La sua generazione, chi potrà narrarla? 4 Matteo dunque espone la generazione umana di Cristo, e ne ricorda gli avi cominciando da Abramo e giungendo a Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù. Non gli era consentito, al riguardo, supporre Giuseppe mancante del vincolo sponsale che lo legava a Maria per il fatto che costei generò Cristo non da un rapporto fisico con lui ma rimanendo vergine. Con questo esempio s'inculca ai cristiani sposati una dottrina meravigliosa, e cioè che il matrimonio vige e merita tale nome anche quando di comune accordo gli sposi osservano la continenza, e quindi fra loro non c'è unione sessuale ma si custodisce l'affetto dell'anima. Questo vale a maggior ragione dei genitori di Cristo, per il fatto che essi ebbero anche un figlio pur non avendo rapporti carnali, leciti soltanto per la procreazione dei figli. Né si dica che Giuseppe non debba essere chiamato padre di Cristo perché non l'aveva generato fecondando la sua sposa, se è vero, com'è vero, che sarebbe stato padre anche di un figlio non nato da sua moglie ma adottato da un'altra coppia.

1. 3. È vero indubbiamente che Cristo era ritenuto figlio di Giuseppe anche nell'altro senso, cioè come se fosse stato generato propriamente dalla sua carne; ma così pensavano quanti non conoscevano la verginità di Maria. Lo riferisce Luca: Gesù quando incominciò [il suo ministero] aveva circa trent'anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe 5. Lo stesso Luca non si limita a chiamare genitrice di Gesù la sola Maria ma di tutt'e due dice che erano suoi genitori. Ecco le sue parole: Il fanciullo cresceva e si irrobustiva pieno di sapienza e la grazia di Dio era in lui. E i suoi genitori andavano a Gerusalemme tutti gli anni per la solennità della Pasqua 6. Né si deve pensare che in questo passo siano da intendersi come " suoi genitori " i parenti di Maria, inclusa con essi la stessa sua madre. Cosa infatti potrebbe rispondere uno che così la pensasse a quel che antecedentemente lo stesso Luca aveva detto, e cioè che suo padre e sua madre si meravigliavano delle cose che si dicevano di lui 7? Orbene, questo Luca racconta che Cristo nacque da Maria, la quale rimase vergine e non ebbe rapporti carnali con Giuseppe. In che senso dunque l'avrà chiamato padre di Gesù se non in quanto era sposo di Maria? E come tale lo riteniamo anche noi per l'unione sponsale che ci fu tra loro pur mancando fra loro il rapporto carnale. Per questo motivo noi riteniamo Giuseppe padre di Cristo, nato solamente dalla sposa di lui, in un senso molto più stretto che se fosse stato adottato da una coppia estranea. In tal modo si rende evidente che le parole: A quel che si credeva, figlio di Giuseppe 8, sono state scritte dall'evangelista rapportandole a quei tali che lo credevano nato da Giuseppe come nascono comunemente gli uomini.

II Cristo figlio di Davide.

2. 4. Ammesso tutto questo, anche se si riuscisse a dimostrare che Maria non fu in alcun modo imparentata con la stirpe di Davide 9, per ritenere Cristo figlio di Davide sarebbe sufficiente il motivo che autorizza a chiamare Giuseppe padre di lui. Ma c'è di più. Se infatti l'apostolo Paolo con estrema chiarezza dice che Cristo secondo la carne è figlio di Davide 10, non c'è dubbio che anche Maria per una qualche parentela derivi dalla stirpe di Davide. Di lei non si passa sotto silenzio che apparteneva alla tribù sacerdotale in quanto era consanguinea di quell'Elisabetta 11 che - come lascia intravedere Luca - era discendente di Aronne 12. Pertanto è da ritenersi con assoluta sicurezza che il corpo di Cristo derivò dalla stirpe regia e da quella sacerdotale, e rivestendo questa duplice personalità rappresentava, in relazione con le usanze del popolo ebraico, anche l'unzione mistica, cioè il crisma a cui evidentemente si richiama il nome di Cristo, che in tal modo veniva preannunziato tanto tempo prima anche attraverso questa denominazione estremamente significativa.

Gli antenati di Cristo secondo Matteo e secondo Luca.

3. 5. Adesso una risposta a quanti sono impressionati dal fatto che Matteo, con ordine discendente da Davide fino a Giuseppe 13, elenca una serie di antenati di Cristo, mentre un'altra ne riferisce Luca risalendo da Giuseppe a Davide 14. Costoro dovranno tener presente che, com'è facile, Giuseppe poté avere due padri: uno, quello che lo generò; un altro, quello che lo adottò. Anche nel popolo di Dio infatti vigeva fin dai tempi antichi la costumanza di adottare figli, considerando come figli propri quelli che non si era generati. Non cito qui l'esempio della figlia del faraone, che adottò Mosè 15, poiché lei era una estranea al popolo eletto, ma è certo che Giacobbe, con parole quanto mai esplicite, adottò i suoi nipoti, cioè i figli di Giuseppe, dicendo: Orbene, i tuoi due figli che ti sono nati prima che io venissi da te sono miei: Efraim e Manasse saranno miei come Ruben e Simeone; saranno invece tuoi i figli che genererai in seguito 16. Per tal motivo è avvenuto che fossero dodici le tribù d'Israele, sebbene non si computasse la tribù di Levi, che prestava servizio nel tempio. Contando anche questa, le tribù d'Israele sarebbero state tredici, poiché erano già dodici i figli nati da Giacobbe. Da ciò si comprende che Luca nel suo Vangelo non ha inserito, di Giuseppe, il padre da cui era stato generato ma quello da cui era stato adottato 17, riferendoci in ordine ascendente gli antenati di lui fino ad arrivare a Davide. In realtà se è doveroso ritenere che i due evangelisti, Matteo e Luca, ci raccontano la verità, ne segue necessariamente che l'uno ci ha descritto l'origine di Giuseppe dicendoci il padre che l'aveva generato, mentre l'altro colui che l'aveva adottato. Ora, fra i due, chi dovremo ritenere con maggiore probabilità che ci abbia voluto segnalare il padre adottivo di Giuseppe se non colui che, narrando di chi egli era figlio, si astenne dal precisare che l'aveva generato? Più agevolmente infatti poté dire di lui che era suo figlio in quanto l'aveva adottato, che non se avesse detto che l'aveva generato, mentre in effetti non era nato dalla sua carne. Il contrario è di Matteo. Dicendo: Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe 18 e così di seguito insistendo nel verbo generare fino a dirci, terminando la serie: Giacobbe generò Giuseppe 19, ha sottolineato in maniera sufficientemente chiara che egli, nel tracciare la serie degli antenati di Giuseppe, la stilò in modo d'arrivare non al padre che lo aveva adottato ma a colui che davvero l'aveva generato.

3. 6. Ma ammettiamo, per ipotesi, che anche Luca avesse detto, di Giuseppe, che fu generato da Eli. Nemmeno in questo caso la parola " generare " dovrebbe turbarci al segno da farci credere diversamente; noi riterremmo parimenti che un evangelista volle tramandare il nome del padre che lo generò e l'altro quello di colui che l'adottò come figlio. Quando infatti uno adotta un figlio, non è assurdo dire di lui che lo genera: evidentemente non nell'ordine della carne ma in quello dell'amore. Non altrimenti riteniamo di noi stessi quando affermiamo che Dio ci ha dato il potere di diventare figli di Dio 20: egli non ci ha generati dalla sua natura ed essenza, come ha fatto per il suo Figlio unico, ma ci ha adottati per amore 21. La parola " generare " torna di frequente sulla penna dell'Apostolo, e si capisce in che senso. Egli non intende altro se non rilevare la distinzione che c'è fra noi e l'Unigenito nato prima di ogni creatura, colui ad opera del quale tutte le cose furono fatte e che, solo, è nato dalla sostanza del Padre ed è, nell'uguaglianza della natura divina, assolutamente lo stesso che il Padre. Di lui dice che fu mandato ad assumere la carne da quella stirpe cui per natura apparteniamo noi: con la conseguenza che, divenendo lui per amore partecipe della nostra mortalità, ha reso noi mediante l'adozione partecipi della sua divinità. Ecco le sue parole: Quando giunse la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio, generato da donna, generato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge e noi ricevessimo l'adozione a figli 22. Altrove si dice di noi che siamo nati da Dio, cioè: noi che per natura eravamo semplici uomini abbiamo ricevuto il potere di diventare figli di Dio, e tali diventiamo per grazia, non per l'origine naturale 23. Se infatti fossimo già stati suoi figli per natura, mai saremmo stati un qualcosa di diverso. Giovanni però si esprime così: A coloro che credono nel suo nome ha dato il potere di diventare figli di Dio, e prosegue: Costoro non sono nati da sangue né da volontà della carne né da volontà dell'uomo ma da Dio 24. Egli pertanto afferma che tutti quelli che sono nati da Dio 25 sono diventati figli di Dio per un potere da loro ricevuto - la qual cosa indica Paolo col termine " adozione " -; e per chiarire meglio quale sia stata la grazia che ciò ha prodotto, dice: E il Verbo si è fatto carne e ha preso dimora fra noi 26. Con queste parole sembra volerci dire: Cosa c'è di sorprendente se gli uomini, che sono carne, sono diventati figli di Dio quando per essi l'unigenito Figlio, che era il Verbo di Dio, si è fatto carne? È tuttavia da rilevarsi la gran differenza che c'è in questo passaggio, e cioè che noi diventando figli di Dio siamo cambiati in meglio mentre lui, Figlio eterno di Dio, quando è divenuto Figlio dell'uomo non si è cambiato in peggio ma ha solamente assunto in sé quel che gli era inferiore. Lo dice anche Giacomo: Con un atto della sua volontà egli ci ha generati mediante il Verbo della verità, perché noi fossimo come una primizia della sua creazione 27. Con ciò egli vuol indicare che, sebbene sia usata la parola generare, noi non dobbiamo credere d'essere diventati la stessa cosa che è Dio, e sottolinea in maniera sufficientemente chiara che a noi, mediante l'adozione divina, è stata concessa soltanto una dignità che ci eleva nell'ordine creaturale.

3. 7. In base a ciò, non avrebbe stravolto la verità Luca, anche se avesse detto di Giuseppe che l'aveva generato quel padre dal quale era stato invece solo adottato. Con tale atto in realtà egli lo generò, non nel senso che lo fece esistere come uomo ma in quanto lo rese suo figlio. In questa maniera infatti ci ha generati Dio quando ha reso suoi figli noi che eravamo stati da lui creati come uomini. Per quanto invece riguarda il suo Unigenito, Dio l'ha generato non solo come Figlio - cosa che non è il Padre - ma anche come Dio, cosa che è anche il Padre. È ovvio tuttavia che, se anche Luca avesse usato il verbo generare, sarebbe rimasto totalmente incerto quale dei due evangelisti ci abbia tramandato il padre che lo adottò e quale il padre che realmente lo procreò. Lo stesso dovrebbe dirsi se nessuno dei due avesse usato il temine generare ma ci avessero detto l'uno che era figlio di questo e l'altro di quello. Sarebbe rimasto sempre incerto quale dei due ci avesse riferito il padre da cui nacque e quale il padre da cui fu adottato. In realtà però uno ci dice: Giacobbe generò Giuseppe 28, e l'altro: Giuseppe, figlio di Eli 29. Usando parole diverse, con ciò stesso ci hanno segnalato in maniera elegante cosa si proponeva ciascuno. Evidentemente una tale soluzione può, come ho detto, venire in mente - e con facilità - alla persona pia che ritiene doversi cercare ogni altra soluzione e mai pensare che gli evangelisti abbiano mentito. Dico che un uomo simile facilmente trova la maniera per spiegare i motivi per i quali di una persona si può asserire che abbia avuto due padri. La cosa potrebbe venire in mente - è vero - anche a chi va in cerca di calunnie, ma costoro preferiscono il litigio alla seria riflessione.

Matteo riporta quaranta generazioni di Cristo.

4. 8. Indagare su ciò che inoltre potrebbe dedursi, richiede veramente - come ho già notato e come ciascuno può vedere - un lettore quanto mai attento e diligente. È stato infatti notato con acutezza che Matteo, volendo presentare la persona di Cristo investita di potere regale, nel riferire la serie delle generazioni nomina quaranta uomini, escluso lo stesso Cristo 30. Orbene, questo numero rappresenta il tempo che trascorriamo in questo mondo e qui sulla terra: un tempo nel quale dobbiamo essere guidati da Cristo con pedagogia severa e dolorosa, cioè quella pedagogia con la quale, come sta scritto, Dio flagella ogni figlio che riconosce 31. Parlando di questa pedagogia, dice l'Apostolo che noi dobbiamo entrare nel regno di Dio per la via della tribolazione 32. Essa è raffigurata anche da quello scettro di ferro di cui si legge nel Salmo: Li dominerai con scettro di ferro 33, mentre poco prima aveva detto: Io sono stato da lui costituito re sul Sion suo monte santo 34. In realtà anche i buoni vengono governati con scettro di ferro, se di loro è stato detto: È tempo che cominci il giudizio dalla casa del Signore. E se tale è il suo inizio, che avviene in noi, quale ne sarà la fine in coloro che non credono al Vangelo di Dio? E se a mala pena riuscirà a salvarsi il santo, dove andranno a finire l'empio e il peccatore? 35 Ad essi infatti si riferisce il testo: Come vasi d'argilla li frantumerai 36. Con tale disciplina vengono dunque governati i buoni, mentre i cattivi sono annientati, sebbene siano anch'essi ricordati, per il fatto che i buoni e i cattivi hanno ora in comune gli stessi e identici sacramenti.

4. 9. Che mediante questo numero venga rappresentato l'attuale periodo di vita travagliata in cui sotto la guida severa di Cristo re combattiamo contro il diavolo, lo manifesta anche il fatto che durò quaranta giorni il digiuno - che è un tempo di umiliazione dell'anima - consacrato dalla Legge e dai Profeti nelle persone di Mosè e di Elia, che digiunarono appunto quaranta giorni 37. Così anche il Vangelo ci parla del digiuno del Signore, durato quaranta giorni, durante i quali veniva tentato dal diavolo 38. E cosa intendeva significarci il Signore con questo digiuno? Egli nella carne che si era degnato assumere dalla nostra mortalità voleva offrirci una figura della tentazione a cui siamo sottoposti noi per tutta la durata della vita presente. Ugualmente dopo la risurrezione non volle restare in terra con i discepoli per più di quaranta giorni 39, partecipando in maniera umana alla loro vita presente e prendendo, sebbene immortale, il cibo dei mortali come essi prendevano. Limitandosi a restare con loro quaranta giorni voleva indicare che sarebbe stata invisibile la presenza promessa quando aveva detto: Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo 40. Quanto poi al motivo per cui il numero quaranta significa la presente vita temporale, ce ne potranno essere probabilmente altri più reconditi, ma qui sul momento mi vien da pensare, come motivo immediato, che anche i periodi dell'anno si snodano in quattro stagioni e che il mondo è delimitato in quattro parti, che a volte la Scrittura denomina dal nome dei venti: Oriente, Occidente, Settentrione e Meridione 41. Ora, quaranta è dieci per quattro, e lo stesso numero dieci si raggiunge sommando l'uno dopo l'altro i numeri da uno fino a quattro.

4. 10. Cristo re veniva dunque in questo mondo e, partecipando della vita terrena e mortale di noi uomini, intendeva sostenerci nel faticoso combattimento contro le tentazioni che incontriamo quaggiù. Per questo motivo Matteo inizia il suo racconto da Abramo ed elenca quaranta personaggi. Ora, è risaputo che Cristo re nella carne trasse origine dal popolo ebraico, com'è anche risaputo che, per separare questo popolo da tutti gli altri, Dio fece uscire Abramo dalla sua terra e dal suo parentado 42. Questa promessa che concerne il popolo da cui il Cristo sarebbe venuto aveva soprattutto la funzione di profetizzare e preannunziare in maniera precisa che tutto si riferiva a lui. In vista di ciò l'evangelista distingue le generazioni in tre gruppi di quattordici ciascuno, segnalando che da Abramo a Davide ci furono quattordici generazioni, da Davide alla deportazione in Babilonia altre quattordici e altrettante fino alla nascita di Cristo 43. Alla fine però egli non tira la somma dicendo che tutte le generazioni ricordate sono quarantadue. In effetti uno dei proavi di Cristo, cioè Geconia, è contato due volte, in relazione al fatto che sotto di lui accadde una specie di curvatura verso popoli stranieri in quanto gli Israeliti emigrarono in Babilonia. Orbene, quando una successione ordinata non segue più una linea retta ma si piega in direzione divergente, si forma come un angolo, e ciò che si trova nell'angolo è contato due volte, cioè alla fine della serie precedente e all'inizio della ripresa dopo la curva. Questo fatto raffigurava fin da allora che Cristo in certo qual modo sarebbe emigrato dal popolo dei circoncisi a quello degli incirconcisi 44, rappresentati da Gerusalemme e Babilonia rispettivamente. In tal modo egli sarebbe stato la pietra angolare per tutti coloro che avrebbero creduto in lui, sia che provenissero da una parte che dall'altra 45. In tal modo Dio predisponeva le cose che erano solo figura, orientandole però a fatti che sarebbero realmente accaduti. Tant'è vero che lo stesso nome Geconia, nel quale veniva raffigurato quest'angolo, significa " preparazione di Dio ". Pertanto le generazioni non raggiungono il numero di quarantadue (che sarebbe tre volte quattordici) ma quarantuno, computando anche Cristo, che è colui che da vero re domina sulla presente nostra vita terrena e mortale figurata dal numero quaranta.

4. 11. Matteo si propone dunque di presentarci Cristo come colui che scende a far parte della nostra condizione mortale: per questo all'inizio ricorda in ordine discendente le sue generazioni da Abramo a Giuseppe, anzi fino alla nascita dello stesso Cristo 46. Il contrario è di Luca. Egli narra le generazioni di Cristo non all'inizio ma in occasione del battesimo di lui 47, e lo fa non in ordine discendente ma ascendente, come per attribuire a lui la funzione di sacerdote che espia i peccati. Lì infatti la voce dal cielo lo proclamò, lì Giovanni gli rese testimonianza dicendo: Ecco colui che toglie i peccati del mondo 48. Nel suo ascendere poi Luca oltrepassa Abramo e giunge fino a Dio, con il quale siamo riconciliati attraverso la purificazione e l'espiazione operata da Cristo 49. Ben a ragione quindi egli nel riferirci l'origine di Cristo ne rileva le adozioni, poiché anche noi diventiamo figli di Dio per via di adozione, credendo cioè nel Figlio di Dio; quanto invece al Figlio stesso di Dio, è da dirsi piuttosto che divenne per noi Figlio dell'uomo attraverso la generazione carnale. In maniera sufficientemente chiara dunque l'evangelista ci indica che, se ha detto di Giuseppe che era figlio di Eli, non lo era perché da lui generato ma solo adottato. In effetti, anche parlando di Adamo lo dice figlio di Dio, mentre si sa che egli fu creato da Dio e, se fu collocato nel paradiso in qualità di figlio, ciò fu per un dono di grazia: quella grazia che in seguito perse a causa del peccato.

4. 12. Da tutto ciò si deduce che nella genealogia di Matteo è raffigurato Cristo Signore che prende su di sé i nostri peccati, in quella di Luca, invece, Cristo Signore che elimina i nostri peccati. Questo è il motivo per cui l'uno narra le generazioni in ordine discendente, mentre l'altro in ordine ascendente. Dice infatti l'Apostolo: Dio mandò il suo Figlio in una carne simile a quella che aveva peccato, e ciò in relazione al fatto che egli prese su di sé i nostri peccati. Quanto invece alle parole che aggiunge: Affinché mediante il peccato condannasse il peccato nella carne 50, vanno riferite all'espiazione dei peccati. Ecco pertanto Matteo che da Davide scende attraverso Salomone, di cui nomina la madre con cui il re aveva peccato. Luca al contrario ascende a Davide attraverso Natan, cioè quel Profeta di cui si servì Dio per punirlo del peccato 51. Ma c'è di più: ed è il numero ottenuto da Luca, che con ogni certezza indica l'abolizione completa dei peccati. Siccome infatti Cristo non commise iniquità e perciò in nessun modo si può dire che la sua iniquità si unì alle iniquità degli uomini che egli prese su di sé nella sua carne, per questo troviamo che in Matteo il numero delle generazioni, Cristo escluso, è di quaranta. Siccome però è anche vero che egli, dopo averci redenti e purificati da ogni peccato, ci ha uniti alla giustizia sua e del Padre, perché si avveri ciò che dice l'Apostolo: Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito 52, in vista di ciò nel numero riportato da Luca troviamo elencati e Cristo, da cui inizia il computo, e Dio, con il quale tale computo finisce. Si raggiunge così il numero settantasette, con il quale si rappresenta la remissione e l'eliminazione totale di ogni peccato: cosa che anche il Signore manifestò di sua bocca quando, per evidenziare il mistero di questo numero, disse che al peccatore si deve perdonare non solo sette volte ma addirittura settenta volte sette 53.

4. 13. Né è insensato dire che questo numero, se lo si esamina con profonda accuratezza, ha pertinenza con la purificazione di tutti i peccati. In effetti, del numero dieci si può dimostrare che è il numero della giustizia a motivo dei dieci comandamenti della legge. Ma ecco sopraggiungere il peccato, che è la trasgressione della legge, e quindi, come trasgressione del numero dieci, è ben rappresentata dal numero undici. In vista di ciò si prescrisse che nel tabernacolo si facessero undici veli di lana caprina 54. E chi potrebbe dubitare che la veste di lana caprina bene si adatta a rappresentare il peccato? Ora, siccome la totalità del tempo si snoda in periodi di sette giorni, ragionevolmente si conclude che l'insieme di tutti i peccati raggiunge la somma di settantasette, che è il numero undici moltiplicato per sette. Nell'ambito di questo numero avviene la completa remissione dei peccati, che espia per noi sul suo corpo il nostro Sacerdote, dal quale prende inizio questo numero nella genealogia di Luca. Egli parimenti ci riconcilia con Dio, nel quale la numerazione si conclude con un richiamo allo Spirito Santo che apparve sotto forma di colomba nell'episodio del battesimo 55, dove appunto si fa cenno di questo numero.

La concezione, l'infanzia e la fanciullezza di Gesù in Matteo e in Luca.

5. 14. Terminato l'elenco delle generazioni Matteo prosegue così: Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo 56. In che modo avvenisse il fatto Matteo non lo racconta, mentre lo riferisce Luca dopo aver narrato la concezione di Giovanni. Egli racconta: Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, l'angelo disse: " Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne". A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: " Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai nel tuo seno 57, e darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine " 58. Allora Maria disse all'angelo: " Come avverrà questo? Non conosco uomo ". Le rispose l'angelo: " Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio " 59. Quindi aggiunge altre cose che non hanno attinenza col tema che stiamo trattando. Tutto questo Matteo lo ricorda quando afferma di Maria che fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo. Né c'è contrarietà se Luca racconta delle cose omesse da Matteo, poiché l'uno e l'altro attestano che Maria concepì ad opera dello Spirito Santo. Parimenti non c'è contraddizione nelle cose che Matteo aggiunge subito dopo, mentre su di esse Luca sorvola. Così infatti prosegue Matteo: Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva diffamarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: " Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati " 60. Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: " Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele " 61, che significa "Dio con noi". Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. Ma non la conobbe fino a quando non ebbe partorito il suo figlio primogenito; e gli dette il nome di Gesù 62. Gesù nacque a Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode 63, ecc.

5. 15. Sulla città di Betlemme concordano Matteo e Luca, ma in che modo e per qual motivo Giuseppe e Maria si siano recati in quel luogo Luca lo riferisce, Matteo lo tralascia 64. Per quanto invece concerne i Magi venuti dall'Oriente Luca tace, mentre ne parla Matteo, il quale così continua il suo racconto: Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: " Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo". All'udire queste parole, il re Erode restò turbato 65, con quel che segue, fino al versetto dove, sempre a proposito dei Magi, è scritto che, ricevuto un responso in sogno di non tornare da Erode, per un'altra via se ne tornarono al loro paese 66. Tutto questo è omesso da Luca, mentre Matteo non narra altri particolari riferiti da Luca, come, ad esempio, che il Signore fu posto in una greppia, che un angelo annunziò la sua nascita ai pastori, che insieme con quell'angelo si unì una moltitudine delle schiere celesti a lodare Dio, che i pastori vennero e riscontrarono esser vero ciò che l'angelo aveva loro annunziato, che nel giorno della sua circoncisione ricevette il nome, e inoltre tutto quello che Luca racconta essere avvenuto dopo che furono trascorsi i giorni della purificazione di Maria: come cioè i genitori portarono Gesù a Gerusalemme, e quel che si riferisce a Simeone ed Anna, i quali profetarono di lui nel tempio dopo che, pieni di Spirito Santo, lo ebbero riconosciuto 67. Di tutto questo nulla troviamo in Matteo.

5. 16. Ci si chiede pertanto, e a buon diritto, quando siano accadute le cose che Matteo omette e Luca narra e così pure le altre, omesse da Luca e narrate da Matteo. Difatti, dopo che i Magi venuti dall'Oriente se ne furono tornati in patria, Matteo continua il racconto parlando di Giuseppe che avvertito da un angelo fugge in Egitto insieme col bambino per non farlo uccidere da Erode. Infatti non avendolo trovato, Erode uccise i bimbi da due anni in giù. Morto Erode, Giuseppe tornò dall'Egitto ma, sentito che in Giudea al posto di Erode, suo padre, regnava Archelao, andò insieme con il bambino ad abitare nella città di Nazareth, regione della Galilea 68. Su tutte queste cose Luca non dice nulla. Non per questo tuttavia deve sembrare contraddittorio che l'uno dica quanto l'altro tralascia o che l'altro ricordi quel che il primo non dice. È comunque legittimo ricercare quando poterono accadere i fatti descritti da Matteo, quali ad esempio la fuga in Egitto e il ritorno in patria dopo la morte di Erode con la decisione, presa in quell'occasione, di stabilirsi a Nazareth, mentre Luca riferisce che in tale città i genitori del fanciullo fecero ritorno dopo che ebbero compiuto nel tempio tutto quello che prescriveva la legge del Signore 69. A questo punto dunque bisogna richiamare alla mente una considerazione che valga a risolvere tutti i casi consimili, perché non ci si impressioni né si resti con l'animo in crisi. Ed è questa: ogni evangelista compone il suo racconto in modo che la serie compilata si presenti come scritta da uno che non tralascia niente. Passando sotto silenzio le cose che non intende raccontare, unisce le cose che invece vuol narrare con quelle raccontate in antecedenza in modo tale che se ne ricavi l'impressione che formino un tutto continuo. Siccome però l'altro evangelista riporta cose che il primo ha omesse, c'è da esaminare accuratamente l'ordine dei fatti narrati; e quest'ordine, ben esaminato, indica il posto dove avrebbe potuto inserire i singoli eventi l'evangelista che li ha tralasciati per cucire insieme le cose dette prima e le altre che voleva narrare, quasi che le une e le altre si siano susseguite senza intervallo. Ciò si applica a Matteo. Nel punto dove dice che i Magi, avvertiti in sogno di non tornare da Erode, se ne tornarono in patria per un'altra via 70, egli ha omesso di dirci quel che racconta Luca sugli avvenimenti accaduti al Signore nel tempio e quel che dissero Simeone ed Anna. Luca poi, non raccontando la fuga in Egitto di cui parla Matteo, ai fatti del tempio congiunge, quasi fosse stato collegato con essi, il ritorno di Cristo alla città di Nazareth 71.

5. 17. Se uno quindi volesse ricavare un'unica narrazione prendendo tutte le cose che ci sono state raccontate dai due evangelisti sulla nascita, l'infanzia e la fanciullezza di Cristo, disponendo a dovere e le cose che ciascuno dice e quelle che omette, potrebbe ordinare la narrazione in questa maniera: Ecco come avvenne la nascita di Cristo 72. Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l'angelo gli disse: " Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino ne bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. Eli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli 73 e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto ". Zaccaria disse all'angelo: " Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni ". L'angelo gli rispose: " Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo ". Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: "Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini ". Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: " Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne ". A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: " Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine ". Allora Maria disse all'angelo: " Come è possibile? Non conosco uomo ". Le rispose l'angelo: " Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio ". Allora Maria disse: " Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto ". E l'angelo partì da lei. In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: " Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore ". Allora Maria disse: " L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva 74. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome 75: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono 76. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi 77. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre 78. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua 79. E si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: " Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati ". Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: " Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele 80, che significa "Dio con noi" ". Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, senza che egli la conoscesse 81. Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: " No, si chiamerà Giovanni ". Le dissero: "Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome ". Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: " Giovanni è il suo nome ". Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: " Che sarà mai questo bambino? " si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo, e profetò dicendo: " Benedetto il Signore Dio d'Israele 82, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo 83, come aveva promesso per bocca dei suoi santi Profeti d'un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano 84. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci 85, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade 86, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace " 87. Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele 88. In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: " Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia ". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: " Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama ". Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ". Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre 89. Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: " Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo ". All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: " A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele" 90. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: " Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo ". Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra 91. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese 92. Essi erano appena partiti, quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: "Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore" 93; e per offrire in sacrificio "una coppia di tortore o di giovani colombi", come prescrive la Legge del Signore 94. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: " Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele ". Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: " Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori 95. E anche a te una spada trafiggerà l'anima ". C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore 96, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: " Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo ". Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: " Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio 97. Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: " Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più " 98. Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: " Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nel paese d'Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino ". Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d'Israele. Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai Profeti: " Sarà chiamato Nazareno " 99. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: " Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo ". Ed egli rispose: " Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ". Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù "cresceva" in sapienza, età "e grazia davanti a Dio e agli uomini" 100.

La predicazione di Giovanni Battista riferita dai quattro Evangelisti.

6. 18. A questo punto inizia il racconto della predicazione di Giovanni, ricordata da tutti e quattro gli evangelisti. Matteo, dopo le parole da me riportate per ultimo, e cioè dopo la testimonianza del profeta che dice: Egli sarà chiamato Nazireo 101, prosegue aggiungendo: In quei giorni poi venne Giovanni Battista e cominciò a predicare nel deserto della Giudea 102, ecc. Marco, il quale non racconta nulla della nascita, fanciullezza e puerizia del Signore, comincia il suo Vangelo proprio con la predicazione di Giovanni e dice: Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, come è scritto nel libro del profeta Isaia: " Ecco io mando dinanzi a te il mio angelo che ti preparerà la via " 103. Voce di uno che grida nel deserto: " Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri " 104. Giovanni stava nel deserto e battezzava e predicava un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati 105. Quanto a Luca, egli racconta di Gesù che progrediva in sapienza, in età e in grazia dinanzi a Dio e agli uomini 106, e poi continua parlandoci della predicazione di Giovanni. Dice: Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, e tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto 107. Anche l'apostolo Giovanni, il più eminente fra i quattro evangelisti, dopo averci parlato del Verbo di Dio - che è lo stesso Figlio e precede ogni creatura esistente nel tempo in quanto tutte le creature sono state fatte ad opera di lui 108 - inserisce un richiamo alla predicazione e testimonianza di Giovanni dicendo: Ci fu un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni 109. Occorre dunque vedere come i racconti dei quattro evangelisti a proposito di Giovanni non siano in disarmonia fra loro. Non ci si venga però a chiedere o ad esigere in dettaglio ciò che or ora abbiamo fatto sulle origini di Cristo, nato da Maria, dimostrando come al riguardo si armonizzino fra loro Matteo e Luca. Per ottenere questo abbiamo preso il racconto dei due evangelisti e ne abbiamo fatto uno solo e abbiamo mostrato anche ai più ottusi come ciascuno riferisca cose taciute dall'altro e taccia su quanto l'altro ricorda, e questo evidentemente non ostacola la comprensione di quanto di vero ognuno racconta. Da questo esempio, o come ho fatto io o in qualsiasi altro modo possa opportunamente farsi, ognuno può vedere come in tutti i passi contenenti uguali problemi si possono usare gli stessi metodi con cui si è risolto il caso precedente.

6. 19. Vediamo dunque, come dicevo, in che modo i quattro evangelisti siano concordi sul problema di Giovanni Battista. Matteo continuando la narrazione scrive: Poi in quei giorni venne Giovanni Battista a predicare nel deserto della Giudea 110. Marco non dice: In quei giorni, perché prima non aveva narrato nessuna serie di fatti nel corso dei quali sarebbe potuta inserirsi la frase: In quei giorni. Luca al contrario, ricordando le persone rivestite di autorità, sottolinea più marcatamente il tempo in cui Giovanni cominciò a predicare e a battezzare: Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Ponzio Pilato, e tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell'Abilene, sotto i pontefici Anna e Caifa, il Signore parlò a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto 111. Non dobbiamo tuttavia interpretare che agli stessi giorni, cioè al tempo in cui esercitavano il potere questi dignitari, si sia riferito Matteo con le parole: In quei giorni. Dicendo infatti: In quei giorni, egli ha voluto abbracciare un periodo di tempo molto più lungo. All'inizio di questo periodo, dopo la morte di Erode, Cristo - così l'evangelista - tornò dall'Egitto 112; la qual cosa dové certo accadere durante la sua infanzia o puerizia, perché possa trovare uno spazio quanto Luca racconta di lui dodicenne, cioè quel che accadde nel tempio di Gerusalemme 113. Avendo dunque riferito che Cristo tornò dall'Egitto quand'era ancora bambino o ragazzetto, Matteo soggiunge immediatamente: In quei giorni poi venne Giovanni Battista 114, intendendo designare ovviamente non solo i giorni della sua fanciullezza ma tutto il periodo che va dalla sua nascita fino al tempo in cui Giovanni cominciò a predicare e a battezzare, nel qual tempo - come risulta - Cristo aveva raggiunto la giovinezza. Cristo infatti e Giovanni erano coetanei e, secondo la narrazione evangelica, quando venne battezzato Cristo aveva all'incirca trent'anni.

I due Erodi.

7. 20. Alcuni naturalmente sono turbati per quel che Luca racconta a proposito di Erode, il quale, quando Giovanni battezzava e il Signore ormai giovane ricevette il battesimo 115, sarebbe stato tetrarca della Galilea. Al contrario Matteo ci dice che Gesù fanciullo tornò dall'Egitto dopo la morte di Erode 116. L'una e l'altra cosa non può essere vera, a meno che non si supponga essere stati due gli Erodi, cosa possibilissima e da tutti risaputa. Pertanto quanto sono ciechi e dissennati coloro che inclinano piuttosto a lanciare calunnie contro la verità evangelica che non a riflettere, magari un pochino, per capire che due persone poterono chiamarsi con lo stesso nome. Di una cosa simile troviamo esempi a bizzeffe. E in realtà di questo secondo Erode ci vien detto che fu figlio del precedente come Archelao, di cui dice Matteo che successe al padre defunto nel regno della Giudea, o come Filippo, che Luca presenta come fratello del tetrarca Erode e lui stesso tetrarca dell'Iturea. Quell'Erode infatti che voleva uccidere il bambino Gesù fu re, mentre l'altro Erode, figlio di lui, è chiamato non re ma tetrarca, nome greco che ha assonanza e riferimento ad una quarta parte del regno.

Giuseppe preferisce abitare in Galilea piuttosto che a Gerusalemme.

8. 21. Qualcuno potrebbe impressionarsi per quanto riferisce Matteo sul timore avuto da Giuseppe quando, di ritorno dall'Egitto insieme col fanciullo Gesù, evitò di stabilirsi in Giudea per il fatto che lì, al posto di suo padre Erode, regnava il figlio Archelao. Come mai allora, ci si chiede, poté recarsi in Galilea, dove, come attesta Luca 117, era tetrarca l'altro figlio Erode? Questo ragionamento farebbe supporre che l'epoca menzionata da Luca sia identica con quell'altra, quando Giuseppe temeva per la vita del fanciullo, mentre in realtà i tempi erano talmente mutati che nella stessa Giudea non era più re Archelao ma c'era Ponzio Pilato, il quale non era re dei Giudei ma governatore. In quel medesimo periodo, cioè sotto l'impero di Tiberio, i figli di Erode il Grande, costituiti in autorità, non erano a capo di regni ma di tetrarchie, mentre questo non era ancora accaduto quando Giuseppe, per timore di Archelao che regnava in Giudea, si recò insieme col fanciullo nella Galilea, dov'era la sua città, Nazareth.

I motivi per cui Giuseppe si stabilì a Nazareth.

9. 22. Forse impressiona anche la notizia riferita da Matteo, secondo il quale i genitori di Gesù si recarono in Galilea insieme col bambino perché avevano timore di Archelao e per questo non vollero fermarsi in Giudea 118, mentre sembrerebbe piuttosto verosimile che essi si stabilirono in Galilea perché la loro città era Nazareth, che si trova appunto in Galilea, come attesta Luca 119. Dobbiamo però capir bene le parole che l'angelo aveva dette in sogno a Giuseppe quand'era in Egitto: Àlzati, prendi il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele 120. Queste parole Giuseppe dapprincipio poté intenderle nel senso che gli fosse ingiunto di recarsi in Giudea, poiché per terra d'Israele in primo luogo s'intende la Giudea; ma quando più tardi venne a sapere che ivi regnava Archelao, figlio di Erode, non volle esporsi al pericolo, potendosi intendere quelle parole come riferite anche alla Galilea, abitata anch'essa dal popolo d'Israele. E poi c'è un'altra soluzione che si può dare al problema. I genitori di Cristo poterono convincersi che tanto loro quanto il fanciullo, sul quale per rivelazione angelica avevano appreso tali cose, non avrebbero dovuto risiedere se non in Gerusalemme, dov'era il tempio del Signore. Ritornando dunque dall'Egitto, sarebbero andati in quella città e lì sarebbero rimasti se non li avesse intimoriti la presenza di Archelao. Non era infatti così deciso il comando divino che essi vi dovessero abitare nonostante il timore che provavano a causa di quel monarca.

La sacra Famiglia si reca al tempio di Gerusalemme.

10. 23. Ci potrebbe essere qualcuno che, ricordando quanto narra Luca, si chieda: Ma come facevano i genitori di Cristo a recarsi a Gerusalemme tutti gli anni della sua fanciullezza 121 se il timore di Archelao aveva loro impedito perfino di accostarsi a quella città? Non mi sarebbe difficile risolvere questo problema nemmeno se qualcuno degli evangelisti mi avesse indicato esplicitamente quanto durò il regno di Archelao nella Giudea. Era infatti possibile che salissero a Gerusalemme in occasione della festa, nascosti in mezzo alla strabocchevole folla, e prontamente se ne tornassero a casa, mentre temevano di abitarvi nei giorni ordinari. In tal modo non peccavano di irreligiosità per aver trascurato la festa né si esponevano alla pubblica attenzione per un soggiorno prolungato. Siccome però tutti i documenti tacciono circa la durata del regno di Archelao, rimane aperta anche questa interpretazione, e cioè che Luca dice di loro che ogni anno salivano a Gerusalemme, da quando il timore di Archelao non c'era più. Ma se il regno di Archelao fosse durato più a lungo, secondo qualche racconto tramandato dalla storia extraevangelica e sempre che questa meriti credito da parte nostra, a noi basterà riflettere su quanto ho detto sopra, e cioè che i genitori del fanciullo temevano di risiedere stabilmente in Gerusalemme, ma non tanto da omettere di recarvisi, mossi dal timore di Dio, per la festa solenne, durante la quale potevano molto facilmente passare inosservati. Non è infatti cosa incredibile che, scegliendo con criterio i giorni e le ore più adatte, ci si rechi momentaneamente in posti dove temiamo di abitare in maniera stabile.

Il viaggio a Gerusalemme non fu impedito dalla presenza di Erode.

11. 24. In base a ciò può risolversi anche un'altra difficoltà che impressiona qualcuno. Questa: se Erode il Grande, spaventato per la notizia avuta dai Magi, era inquieto perché ai Giudei era nato un re 122, come poterono i genitori di Gesù, quando si compirono i giorni della purificazione di sua madre, ascendere col figlio al tempio per adempiere alle prescrizioni della legge del Signore, come Luca riferisce 123? Chi non s'avvede al riguardo che quel giorno - si tratta infatti di un sol giorno! - poté sfuggire al re, in tutt'altre faccende affaccendato? Ma a qualcuno, forse, non sembrerà verosimile che ciò sia accaduto ad Erode, il quale aspettava con ansia le informazioni dei Magi nei riguardi del bambino 124. Egli infatti, quando passati molti giorni si sentì burlato, nonostante che fosse passato il tempo che consentì alla madre di Gesù d'andarsi a purificare, al bambino di adempiere nel tempio di Gerusalemme i riti prescritti per i primogeniti e all'intera famiglia di trasferirsi in Egitto, poté ricordarsi ancora del bambino che intendeva eliminare, e fece uccidere molti neonati. Orbene, a quei tali che si sentono turbati da questa difficoltà io potrei elencare - ma lo ometto - quali e quante occupazioni potrebbero esser sopravvenute a distrarre l'attenzione del re e a distoglierlo completamente o, quanto meno, a ostacolarlo per parecchi giorni dal suo proposito. Enumerare in concreto quali saranno stati i motivi che impedirono il fatto, è certo impossibile, ma che ci poterono esser di questi motivi (e molti e gravi) non potrà negarlo o metterlo in dubbio nessuno che sia un po' addentro nel susseguirsi delle vicende umane. Chi troverà difficile pensare quante altre notizie, o vere o false, poterono essere recate a quel sovrano, notizie certo più spaventose di quanto non lo fosse un re bambino che egli temeva perché di lì a qualche anno sarebbe stato rivale suo o dei suoi figli? Turbato dal timore di altri pericoli che lo minacciavano più da vicino, distolse il pensiero da quell'idea e s'immerse tutto a scansare prontamente queste altre minacce. Questi rilievi voglio però ometterli, per dire una cosa sola. Siccome i Magi non tornarono da Erode a dargli notizie, egli poté supporre che quei brav'uomini s'erano ingannati riguardo alla stella e alla sua presunta apparizione e, non avendo trovato colui che pensavano essere nato, si vergognaroro di tornare da lui. Con questo pensiero gli passò ogni timore e smise di ricercare e perseguitare il bambino. Una novità però successe quando, dopo la purificazione della madre, i genitori del bambino vennero con lui a Gerusalemme e nel tempio accaddero i fatti raccontati da Luca 125. Le parole di Simeone e di Anna che profetarono di lui cominciarono a divulgarsi ad opera di coloro che le avevano udite, e tali parole avrebbero potuto rievocare nell'animo del re l'antico proposito, per cui Giuseppe, avvertito da un sogno, fuggì in Egitto con il bambino e la madre 126. Successivamente, quando le cose accadute e le parole proferite nel tempio divennero di pubblico dominio, Erode s'accorse d'essere stato beffato dai Magi e, nell'intento di eliminare il Cristo, uccise molti bambini, come racconta Matteo.

Le parole di Giovanni nei quattro Vangeli.

12. 25. Parlando di Giovanni, Matteo prosegue così: In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: " Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! ". Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: " Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! " 127. Marco e Luca concordano con Matteo nel riferire a Giovanni la testimonianza di Isaia 128. Anzi Luca, parlando proprio di Giovanni Battista aggiunge altre parole, quelle cioè che seguono nel testo del profeta. L'evangelista Giovanni, viceversa, racconta che fu lo stesso Giovanni Battista a riferire a se stesso la testimonianza di Isaia sopra ricordata 129, esattamente come fa Matteo il quale riporta a questo punto alcune parole di Giovanni omesse dagli altri evangelisti. Dice: Mentre predicava nel deserto della Giudea egli diceva: "Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino ", parole non riferite negli altri Vangeli. Quanto al resto che Matteo aggiunge proseguendo: Questi è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando dice: "Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri ", il passo è ambiguo, né risulta con chiarezza se Matteo riporti tali parole come scritte da se stesso o se ve l'abbia aggiunte riportando ancora parole di Giovanni. In tale ipotesi sarebbe stato Giovanni a dire tutta la frase: Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino. Questi è colui che fu annunziato dal profeta Isaia, ecc. Al riguardo non ci deve sorprendere il fatto che il Precursore non abbia detto: Io sono colui del quale ha parlato il profeta Isaia, ma: Questi è colui che fu annunziato. Tale modo di esprimersi si trova infatti frequentemente negli evangelisti Matteo e Giovanni. Ad esempio, dice Matteo: Egli trovò un uomo seduto al banco della gabella 130, e non: " Trovò me ". E Giovanni a sua volta: Questi è il discepolo che attesta tali cose e le ha messe in iscritto, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera 131. Non dice: " Io sono il discepolo " ecc., né: " La mia testimonianza è vera ". Parimenti lo stesso nostro Signore spessissimo si denomina Figlio dell'uomo o Figlio di Dio 132, e non dice: " Io ". Confrontare anche il detto: Bisognava che il Cristo soffrisse e risuscitasse il terzo giorno 133, mentre avrebbe dovuto dire: " Bisognava che io soffrissi ". Allo stesso modo anche Giovanni Battista, dopo le parole: Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino, poté aggiungere, riferendole a se stesso, le altre: Questi è colui che fu annunziato dal profeta Isaia, ecc. Riportate queste parole del Battista, Matteo continua la narrazione dicendo: Ora, questo Giovanni indossava una veste fatta con peli di cammello ecc. Pertanto, se le cose stanno davvero così, non c'è da meravigliarsi che egli, interrogato sull'idea che aveva di se stesso, abbia risposto, come riferisce l'evangelista Giovanni: Io sono la voce di uno che grida nel deserto 134. La stessa cosa infatti aveva asserito allorché ingiungeva di far penitenza. Parlando poi delle sue vesti e del suo cibo, Matteo continuando la narrazione dice: Ora questo Giovanni indossava una veste fatta con peli di cammello e attorno ai fianchi aveva una fascia di pelle. Suo nutrimento erano le locuste e il miele selvatico 135. La stessa cosa è narrata da Marco e quasi con le stesse parole 136. Gli altri due ne tacciono.

12. 26. Matteo continua dicendo: Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano. Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: " Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile " 137. Le stesse cose riferisce anche Luca, riportando su per giù le stesse parole di Giovanni 138; e se talvolta ci sono varianti di parole, non esistono divergenze circa il contenuto, che è identico. Ad esempio, secondo Matteo Giovanni diceva: E non vogliate dire in cuor vostro: "Abbiamo per padre Abramo " 139; secondo Luca invece: Non cominciate a dire: " Abbiamo per padre Abramo " 140. E appresso Matteo fa dire a Giovanni: Io vi battezzo nell'acqua per la penitenza 141, mentre Luca frappone la domanda della gente che chiede cosa avrebbero dovuto fare e la risposta di Giovanni concernente la necessità delle opere buone, quale frutto del ravvedimento 142: particolare omesso da Matteo. Successivamente Luca parla di alcuni che in cuor loro pensavano che Giovanni fosse il Cristo e che appunto a questi tali egli disse: Io vi battezzo con acqua 143, senza però aggiungere: " Per la penitenza ". Continua Matteo: Colui che verrà dopo di me è più forte di me, che è diverso da Luca, il quale scrive: Viene uno più forte di me 144. E ancora dice Matteo: Io non sono degno di portare i suoi calzari 145, mentre Luca: Io non son degno di sciogliere il laccio dei suoi calzari 146. Quest'ultima espressione riferisce anche Marco, tacendo su tutto il resto. Descritto infatti il vestito e il nutrimento di Giovanni, Marco aggiunge: Egli predicava dicendo: Dopo di me viene uno più forte di me. A lui io non son degno di prostrarmi davanti per sciogliere il laccio dei suoi calzari. E se io vi ho battezzati nell'acqua, egli vi battezzerà nello Spirito Santo 147. Riguardo ai calzari dunque Marco si differenzia da Luca per quell'aggiunta del prostrarsi davanti; riguardo poi al battesimo si differenzia dagli altri due perché non dice: " E nel fuoco ", ma semplicemente: Nello Spirito Santo. Matteo infatti dice: Egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco, e la stessa cosa e nello stesso ordine riporta Luca, senza però aggiungere la parola Santo là dove Matteo dice: Nello Spirito Santo e nel fuoco. Con questi tre concorda anche l'evangelista Giovanni, il quale scrive: Giovanni rende a lui testimonianza e grida: " Costui era l'uomo del quale vi avevo detto: Colui che viene dopo di me mi ha sorpassato perché esisteva prima di me " 148. Scrivendo così, mostra che il Battista disse quelle parole nel momento riferito dagli altri evangelisti e che le ripeté, al fine di richiamarle alla memoria, quando disse: Costui era l'uomo del quale vi avevo detto: Colui che viene dopo di me.

12. 27. Ma ci si può, al riguardo, chiedere quali parole abbia pronunziato realmente Giovanni Battista: se quelle riferite da Matteo o quelle riferite da Luca o magari quelle poche che Marco, tralasciando il resto, scrive essere state dette da lui. Su tale ricerca non è proprio il caso di affaticarci: la valutazione è ben nota ad ogni ricercatore saggio, che si renda conto del fatto che per conoscere il vero senso di un detto è da prendersi in considerazione l'affermazione in sé, qualunque siano le parole con cui la si manifesta. Se uno scrittore, ad esempio, segue un ordine diverso da quello seguito da un altro nel riportare certe parole, non per questo è in contrapposizione con lui. Né gli è contrario chi riferisce un particolare che l'altro omette. È chiaro infatti che gli evangelisti hanno descritto le cose come ciascuno ricordava o come a ciascuno stavano a cuore. Si sono avute così narrazioni più brevi o più lunghe, ma nelle une e nelle altre essi hanno voluto sempre esprimere lo stesso contenuto.

12. 28. Da qui emerge una constatazione importantissima, specie in questa nostra materia, ed è questa: la verità evangelica è stata a noi comunicata dal Verbo di Dio, che rimane eterno e immutabile al di sopra di ogni creatura, mediante l'opera di creature umane e attraverso segni e lingue umane. Questa comunicazione ha raggiunto nel Vangelo il più alto vertice dell'autorevolezza. Non dobbiamo pertanto credere che l'uno o l'altro degli evangelisti abbia mentito se la stessa cosa, o udita o vista da parecchi e da costoro mandata a memoria, sia stata poi esposta in modo diverso e con parole diverse, purché la cosa sia rimasta veramente la stessa. Così è ad esempio, quando si inverte l'ordine delle parole o si pone un vocabolo al posto di un altro che abbia lo stesso significato. Ugualmente quando di una cosa che il narratore non ricorda o che può essere desunta dal contesto si dice meno. Può anche darsi che uno scrittore, essendosi prefisso di raccontare più diffusamente certe cose, per avere uno spazio sufficiente a raggiungere il suo intento decida di non sviluppare completamente una qualche parte ma solo toccarla di traverso. E se a lui era stata data l'autorità di narratore [sacro], egli poté anche aggiungere qualcosa, certo non alla sostanza ma all'espressione verbale, al fine di rendere più chiara ed esplicita l'idea. Egli inoltre poté ricordare con precisione la sostanza dei fatti ma non riuscire poi, nonostante i suoi sforzi, ad esporre integralmente le parole che aveva udite e conservate nella memoria. Qualcuno potrebbe obiettare: Almeno agli evangelisti lo Spirito Santo con la sua potenza avrebbe dovuto concedere la grazia di non diversificarsi fra loro nella scelta delle parole, nel loro ordine e numero. Chi ragiona così non comprende quale sia la funzione degli evangelisti, la cui autorità, quanto più è superiore a qualsiasi altra, tanto più vale a dar sicurezza a tutti coloro che nella Chiesa predicano la verità. Se questi predicatori, pur volendo narrare in parecchi la stessa verità, differiscono l'uno dall'altro nel presentarla, a nessuno di loro si potrà con fondatezza rimproverare d'averla falsificata quando egli a sua difesa può addurre l'esempio degli evangelisti che antecedentemente hanno fatto la stessa cosa. Se infatti non è lecito né pensare né dire che qualcuno degli evangelisti abbia mentito, sarà anche evidente che non è un falsario colui che, riferendo le cose a memoria, sarà incorso in una di quelle mende che si riscontrano anche nei Vangeli. E siccome evitare la falsità rientra in maniera tutta speciale nelle norme della buona condotta, essi dovevano proprio per questo essere sostenuti da un'autorità che supera tutte le altre: di modo che, trovando nei diversi racconti elementi diversi l'uno dall'altro, mai avessimo a pensare a falsificazioni della verità, dal momento che le stesse variazioni le troviamo fra un evangelista e l'altro. E poi c'è una constatazione che rientra quant'altre mai nel cuore della dottrina cristiana, ed è questa: noi dobbiamo renderci conto che la verità non è da ricercarsi o collocarsi nelle parole ma nella realtà delle cose, e pertanto noi riconosciamo essere rimasti fedeli alla verità, sempre identica, tutti coloro che, sebbene non usino le stesse parole, non sono in contrasto nel riferire i fatti e le affermazioni riguardanti il contenuto.

12. 29. Orbene, nei brani evangelici che ho proposto confrontandoli l'uno con l'altro cosa riterremo essere incompossibile? Forse l'aver un evangelista detto: A lui io non son degno di portare i calzari 149, mentre un altro: Di sciogliere il laccio dei calzari 150? In effetti, portare i calzari e sciogliere il laccio dei calzari a prima vista sembrano espressioni che si diversificano non solo per i termini o per l'ordine delle parole o per la forma del dire ma anche per il contenuto. Al riguardo si può certo indagare cosa in realtà abbia detto Giovanni e di che cosa si ritenesse indegno: se di portare i calzari o di sciogliere il laccio dei calzari. Se infatti egli pronunciò una di queste frasi, si dovrà concludere - così almeno sembra - che abbia detto il vero colui che fu in grado di riferire ciò che egli effettivamente disse; quanto invece all'altro, si potrà ritenere che, se ha riferito una cosa per un'altra, ciò facendo non ha mentito ma, ovviamente, è incorso in una dimenticanza. È tuttavia conveniente escludere nei racconti evangelici ogni sorta di falsità: non solo quindi quella che si commette mentendo ma anche quella che consiste nel dimenticare una cosa. E allora, se rientra davvero nella sostanza delle cose intendere in un senso le parole portare i calzari e sciogliere il laccio dei calzari in un altro, cosa pensi si dovrà concludere, per essere nella verità? Credo non resti altro che dire aver Giovanni usato l'una e l'altra espressione o in tempi diversi o una dopo l'altra. Ad esempio, egli poté dire così: A lui io non son degno di sciogliere il laccio dei calzari e nemmeno di portare i suoi calzari. In questa ipotesi un evangelista prese una parte dell'affermazione mentre gli altri ne presero un'altra, ma tutti narrarono la verità. Ma Giovanni parlando dei calzari del Signore, poté intendere questo soltanto: inculcarci la dignità eminente di Gesù e il suo abbassamento. In tal caso, qualunque cosa abbia egli detto, tanto cioè sciogliere il laccio dei calzari quanto portare i calzari, ha colto il vero senso della sua espressione - in questa ipotesi, identica - chiunque nel riferimento ai calzari riportato con parole proprie ha saputo vedere inculcata la nota dell'umiltà, significata appunto dai calzari. In tal modo nessuno dei narratori ha deviato da ciò che Giovanni intendeva asserire. Quando dunque si parla dell'accordo fra gli evangelisti occorre tener presente questo procedimento, che è utile e occorre imparare a memoria: non esiste menzogna quando uno narra una cosa in termini alquanto diversi da quelli con cui si espresse colui del quale son riportate le parole, purché il narratore sia fedele nell'esporre le stesse cose che intendeva tramandarci colui che pronunciò le parole riportate. In questo modo ci si fa conoscere, a nostra salvezza, che non è da ricercarsi altro all'infuori di quello che intende dire colui che parla.

Il battesimo di Gesù.

13. 30. Matteo prosegue dicendo: In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: " Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? ". Ma Gesù gli disse: " Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia ". Allora Giovanni acconsentì 151. Gli altri evangelisti riferiscono che Gesù si recò da Giovanni e che fu da lui battezzato 152, ma non dicono niente di quel che, secondo Matteo, Giovanni disse al Signore né della risposta che questi gli diede.

La voce celeste presenta a noi Gesù.

14. 31. Continua Matteo: Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: " Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto " 153. La stessa cosa narrano gli altri due, cioè Marco e Luca, e nello stesso modo 154. Tuttavia riguardo alle parole della voce celeste variano nella dicitura, pur lasciando inalterata l'identità del contenuto. E se Matteo riferisce che la voce disse: Questi è il mio Figlio diletto, mentre gli altri due: Tu sei il mio Figlio diletto 155, ciò serve a rendere più esplicito il senso della frase, come ho già precedentemente esposto, ma la frase non è mutata. Di queste due espressioni la voce celeste ne disse certamente una sola, ma stava a cuore all'evangelista mostrarci che ambedue si equivalgono; e se fu detto: Questi è il mio Figlio, lo si disse per indicare agli uditori che quel tale era il Figlio di Dio, e per questo motivo un altro evangelista preferì le parole: Tu sei mio Figlio, intendendole nel senso che ai presenti si diceva: Questi è il mio Figlio. Non si voleva dunque inculcare a Cristo una cosa che lui certo sapeva, ma è detto così perché così udirono i presenti, per i quali era effettivamente venuta la voce. Lo stesso vale per quel che segue. Dice un evangelista: Nel quale mi sono compiaciuto; un altro: In te io sono compiaciuto, un terzo: In te mi sono compiaciuto. Se vuoi indagare quali siano state le precise parole uscite da quella voce, scegli quelle che ti pare, purché ritenga che gli evangelisti, sebbene non abbiano riferito alla lettera le parole usate, abbiano riferito il senso della frase, identico in tutte le narrazioni. Anzi, io direi che già in se stessa questa diversità di espressione è utile, in quanto impedisce che la cosa sia compresa in maniera inadeguata e interpretata in senso diverso da come realmente si verificò: inconvenienti che potrebbero accadere se la si trovasse narrata in un unico modo. Poniamo infatti che la voce abbia detto: Nel quale mi sono compiaciuto. Chi volesse intendere la frase nel senso che Dio abbia trovato nel Figlio le sue compiacenze è richiamato ad una diversa accezione dal testo che dice: In te sono compiaciuto. Se viceversa un altro, fermandosi su quest'unico testo, volesse intendere che nel Figlio il Padre ha voluto rendersi accetto agli uomini, è richiamato dal testo che dice: In te ho posto le mie compiacenze. Da cui scaturisce questa conclusione: uno degli evangelisti, chiunque sia stato, ha riportato alla lettera le parole della voce celeste; gli altri le hanno modificate, volendo con ciò spiegare e rendere più accessibile il loro significato. Dovrà dunque ritenersi che tutti hanno inteso suggerirci di prendere tali parole come equivalenti a: " In te ho collocato la mia compiacenza ", o anche: " Io per tuo mezzo compio quel che è di mio gradimento ". Quanto poi al testo di Luca riportato da alcuni codici, nei quali la voce dal cielo si sarebbe espressa citando le parole del Salmo che dice: Tu sei il mio Figlio, oggi io ti ho generato 156, a quel che ci si tramanda, tale richiamo non si trova nei codici greci più antichi. Tuttavia, se ci fossero esemplari attendibili, anche se pochi di numero, che lo confermassero, quale lezione bisognerà preferire se non quella che accetta le due espressioni, qualunque sia stato l'ordine delle parole quando risuonarono dalla voce celeste?

Il Battista conosceva o no Gesù Cristo?

15. 32. Per quanto è detto nel Vangelo di Giovanni circa la colomba notiamo che egli non racconta il fatto collocandolo nel momento che accadde ma vengono riferite le parole di Giovanni Battista e com'egli narrava la visione avuta. Al riguardo ci si chiede come egli abbia potuto dire: Io veramente non lo conoscevo ma colui che mi aveva mandato a battezzare con acqua mi aveva detto: Colui sul quale vedrai scendere lo Spirito e fermarsi su di lui, egli è colui che battezza nello Spirito Santo 157. Se infatti lo conobbe quando vide la colomba scendere su di lui, fan problema le parole che egli disse a Gesù mentre veniva a farsi battezzare: Sono io che debbo essere battezzato da te 158, parole dette, come risulta, prima che si posasse su di lui la colomba. Dal racconto si può pertanto ricavare questa conclusione assai evidente: Giovanni lo conosceva già prima, tant'è vero che, quando Maria andò da Elisabetta 159, egli balzò in grembo a sua madre, ma con la discesa della colomba apprese in lui un qualcosa che ancora non conosceva. Apprese cioè che egli battezzava nello Spirito Santo e questo faceva con un potere divino a lui proprio ed esclusivo: con la conseguenza che nessun uomo il quale dopo essere stato battezzato da Dio si fosse messo a battezzare, avrebbe potuto dire che conferiva un suo proprio dono né che era lui a dare lo Spirito Santo.

Le tentazioni di Gesù.

16. 33. Matteo prosegue dicendo: Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: " Se sei Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane ". Ma egli rispose: " Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio " 160, ecc. fino alle parole: Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli angeli gli si accostarono e lo servivano 161. Tutto questo è riferito in maniera quasi uguale da Luca 162, ma l'ordine non è lo stesso, per cui rimane incerto cosa sia accaduto prima e cosa dopo: se cioè prima siano stati presentati a Gesù i regni della terra e dopo sia stato elevato sul pinnacolo del tempio o viceversa. La cosa in effetti non tocca la sostanza del racconto, purché si ritenga, come è chiaro, che si tratti di cose realmente avvenute; e se Luca volle presentare con parole diverse lo stesso pensiero, non occorre che stiamo sempre a ricordare come questo non lede affatto la verità. Quanto a Marco, egli segnala che Gesù nel deserto fu tentato dal diavolo per quaranta giorni e quaranta notti 163 ma non riferisce cosa gli fu proposto e cosa egli replicò. Marco inoltre non ha tralasciato il particolare degli angeli che servivano il Signore omesso da Luca. Di tutto l'episodio nulla in Giovanni.

La vocazione degli Apostoli.

17. 34. Il racconto di Matteo prosegue: Avendo udito che Giovanni era stato arrestato, si ritirò in Galilea 164. La stessa cosa riferiscono Marco e Luca 165, sebbene Luca a questo punto non dica nulla dell'arresto di Giovanni. Quanto al Vangelo di Giovanni vi sono riportati i seguenti episodi: prima che Gesù andasse in Galilea restò Pietro, che era insieme ad Andrea, un giorno con lui, e in quell'occasione Gesù gli impose il nome di Pietro, mentre prima si chiamava Simone. L'indomani, volendo partire per la Galilea, incontrò Filippo e l'invitò a seguirlo. Subito dopo è narrata la vocazione di Natanaele. Tre giorni dopo Gesù è in Galilea e a Cana compie il miracolo del cambiamento dell'acqua in vino 166. Tutti questi episodi gli altri evangelisti li hanno omessi, limitandosi a dire in forma compendiosa che Gesù tornò in Galilea. Ci si lascia intendere quindi che dovettero trascorrere alcuni giorni, nei quali appunto avvennero gli incontri con i discepoli, che Giovanni inserisce in questo punto della narrazione. Né il racconto del quarto Vangelo è in contrasto con quanto narra Matteo sull'occasione in cui Gesù disse a Pietro: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa 167. Non si deve infatti interpretare il testo nel senso che Pietro abbia ricevuto allora per la prima volta questo nome ma che l'aveva ricevuto quando, come riferisce Giovanni, gli fu detto: Ti chiamerai Cefa, che significa Pietro 168. In seguito a questo intervento, il Signore poté chiamarlo col nome che era già suo e dirgli: Tu sei Pietro. Non gli disse infatti allora: " Tu ti chiamerai Pietro ", ma: Tu sei Pietro, in conformità con quanto gli aveva detto prima, che cioè si sarebbe chiamato Pietro.

17. 35. Matteo continua il racconto in questo modo: Lasciata la città di Nazareth, venne ad abitare in Cafarnao marittima nel territorio di Zabulon e di Neftali 169 ecc., fino al termine del discorso tenuto sul monte 170. Nello svolgimento della narrazione gli si conforma Marco parlando della chiamata dei discepoli Pietro e Andrea e, un po' dopo, di Giacomo e Giovanni 171. Tuttavia, siccome Matteo passa immediatamente a raccontare quel lungo discorso che il Signore tenne sul monte dopo che ebbe guarito un gran numero di malati, per cui molte folle lo seguivano 172, Marco inserisce qui altri particolari: che, cioè, egli insegnava loro nella sinagoga, che essi erano stupiti della sua sapienza 173, e che li istruiva come uno che ha potere e non come gli scribi 174: rilievo che troviamo anche in Matteo alla fine del lungo discorso da lui riferito. Marco racconta anche di quell'uomo da cui fu cacciato lo spirito immondo e l'episodio della suocera di Pietro 175. In questi racconti Luca concorda con Marco 176, invece Matteo non dice nulla di questo demonio, mentre della suocera di Pietro parla non qui ma più avanti 177.

17. 36. Al punto che stiamo esaminando Matteo, descritta la chiamata dei discepoli, ai quali ingiunge di seguirlo mentre stavano a pescare, riferisce che Gesù andava in giro per la Galilea insegnando nelle sinagoghe, predicando il Vangelo e guarendo ogni sorta di malattie. Essendosi radunate attorno a lui numerose folle, egli salì sul monte e pronunziò quel lungo discorso 178. Egli pertanto lascia adito sufficiente per farci supporre che proprio in quel periodo accaddero i fatti narrati da Marco dopo l'elezione dei discepoli, quando egli percorreva la Galilea e insegnava nelle loro sinagoghe; e questo vale anche per l'episodio della suocera di Pietro 179. Intenzionalmente Matteo riferisce più tardi ciò che sa d'aver omesso, sebbene non di tutti gli avvenimenti tralasciati egli faccia memoria nel suo racconto.

17. 37. Può certamente destare meraviglia quanto riferisce Giovanni e cioè che a seguire il Signore il primo fu Andrea, insieme con un altro di cui si tace il nome, e che il fatto accadde non in Galilea ma presso il Giordano. Subito dopo ci si narra di Pietro che dal Signore riceve appunto questo nome e, in terzo luogo, di Filippo che viene chiamato a seguirlo 180. Al contrario gli altri tre evangelisti, e specialmente Matteo e Marco, raccontano in maniera abbastanza uniforme che quei discepoli furono chiamati durante la pesca 181. È vero che Luca non parla di Andrea, sebbene anch'egli, secondo quanto raccontano Matteo e Marco in una descrizione certo riassuntiva del fatto, doveva trovarsi nella stessa barca degli altri. Nei particolari della chiamata Luca si diffonde di più ed è più esplicito: ricorda il miracolo della pesca miracolosa e come dalla barca il Signore aveva antecedentemente parlato alle turbe 182. Sembra inoltre piuttosto diverso il particolare riferito da Luca, secondo il quale il Signore solo a Pietro disse: D'ora in poi sarai pescatore di uomini 183, poiché secondo gli altri due evangelisti tali parole furono rivolte a tutt'e due i fratelli. In effetti, quanto riportato da Luca poté essere detto [da Gesù] in un primo momento al solo Pietro, stupefatto per la gran quantità di pesci che avevano pescato, e quel che riportano gli altri due evangelisti a tutti e due i fratelli. Quanto al rilievo che facevamo sul racconto di Giovanni, esso merita un'indagine molto accurata. Vi si può riscontrare infatti un'opposizione non piccola, essendo fra i due racconti diversità notevole di luogo, di tempo e di modalità nella stessa chiamata. I due discepoli infatti, uno dei quali era Andrea, seguirono Gesù presso il Giordano, prima che egli si recasse in Galilea, e lo seguirono per la testimonianza di Giovanni Battista. Andrea condusse immediatamente a Gesù suo fratello Simone, il quale in quell'occasione ricevette il nome di Pietro. Come può allora dirsi dagli altri evangelisti che Gesù li trovò a pescare in Galilea e li chiamò al suo seguito? Occorrerà intendere il testo [di Giovanni] nel senso che i discepoli presso il Giordano videro il Signore senza però decidersi a seguirlo definitivamente: si resero solamente conto di chi egli fosse e pieni di ammirazione se ne tornarono alle loro case.

17. 38. Lo si può ricavare anche da quel che dice appresso lo stesso Giovanni: i suoi discepoli credettero in lui a Cana di Galilea dopo che Gesù ebbe trasformato l'acqua in vino. Ecco il testo: Tre giorni dopo ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli 184. Ora fu in quell'occasione - come ci informa più avanti l'evangelista - che i discepoli credettero in lui, significandoci con questo che, quando vennero invitati alle nozze, non erano ancora discepoli. Si tratta pertanto di un modo d'esprimersi che anche noi usiamo: ad esempio, quando diciamo che l'apostolo Paolo nacque a Tarso di Cilicia 185, e certamente allora non era un apostolo. Allo stesso modo quando ci si dice che alle nozze furono invitati i discepoli di Cristo non dobbiamo pensare che fossero già discepoli ma che erano quelli che sarebbero diventati discepoli. E, in realtà, quando questi episodi venivano raccontati e messi in iscritto essi erano certamente discepoli di Cristo e come tali, in veste di storico, ce li presenta l'autore sacro.

17. 39. Una parola ancora su Giovanni, che scrive: Dopo ciò, Gesù scese a Cafarnao con sua madre, i suoi fratelli e i suoi discepoli e vi si fermarono non molti giorni 186. È incerto se al suo seguito ci fossero già fin da allora Pietro e Andrea e i figli di Zebedeo. Difatti Matteo racconta che prima venne a Cafarnao e vi si stabilì e poi che chiamò i discepoli mentre erano sulle barche intenti a pescare 187. Giovanni viceversa afferma che essi erano con lui quando venne a Cafarnao. Che dire? Che Matteo abbia riepilogato in una frase tutto quello che aveva omesso? Egli infatti non scrive: " Dopo ciò, mentre camminava presso il mare di Galilea, vide due fratelli ", ma senza precisare l'ordine cronologico, scrive: Mentre camminava presso il mare di Galilea vide due fratelli 188, ecc. Può darsi, dunque, che egli abbia riportato in un secondo tempo non ciò che accadde effettivamente in epoca posteriore ma ciò che prima aveva omesso di raccontare, consentendoci in tal modo di pensare che i discepoli vennero a Cafarnao quando, al dire di Giovanni, vi andò lui con sua madre e i suoi discepoli. O non si tratta, forse, di altri discepoli? Ad esempio, già lo seguiva Filippo, da lui chiamato con la parola: Seguimi 189. In quale ordine infatti siano stati chiamati tutti e dodici gli Apostoli non risulta chiaro dai Vangeli; si noti anzi che non solo la successione delle chiamate ma nemmeno la chiamata stessa di tutti e dodici è in essi riferita. Si ricorda solo quella di Filippo, di Pietro e Andrea, dei figli di Zebedeo e di Matteo, il pubblicano chiamato anche Levi 190. In rapporto al nome, il primo e l'unico a riceverlo singolarmente fu Pietro 191; i figli di Zebedeo ebbero anch'essi il nome di "figli del tuono ", non però singolarmente ma come comprendente entrambi 192.

17. 40. A questo punto è doveroso notare che i Vangeli e gli scritti apostolici chiamano discepoli di Gesù non soltanto i Dodici ma tutti coloro che, credendo in lui, lo riconoscevano come Maestro e ne accettavano la dottrina che conduce al Regno dei cieli. Fra costoro, che erano in molti, ne scelse dodici, cui impose il nome di Apostoli, come riferisce Luca 193. Costui infatti poco dopo scrive: Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente 194. Non potrebbe certo parlare di stuolo di discepoli se si fosse trattato solo di dodici persone. Né mancano nelle Scritture altri passi da cui risulta con evidenza che il nome di " discepolo " del Signore è dato a tutti coloro che da lui erano ammaestrati nelle cose riguardanti la vita eterna.

17. 41. Giova anche ricercare in che senso il Signore, al dire di Matteo e di Marco, abbia chiamato i discepoli mentre pescavano e li abbia chiamati a due a due: prima Pietro e Andrea e poi, fatta un po' di strada, i due figli di Zebedeo. Luca infatti parla di due barche stracolme per l'abbondante pesca che avevano fatta e presenta Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo come compagni di Pietro, sottolineando che essi furono chiamati a venire in loro aiuto poiché non riuscivano a tirare a riva le reti piene di pesci. Insieme con loro restarono anch'essi sbalorditi per la gran quantità di pesci che avevano preso e, sebbene al solo Pietro fosse stato detto: Non temere! D'ora innanzi sarai pescatore di uomini 195, il testo lucano prosegue col dire che tutti i presenti, tirate le barche all'asciutto, si misero al suo seguito. Dobbiamo quindi ritenere che in un primo momento dovettero accadere gli eventi a cui fa cenno Luca: con la conseguenza che gli Apostoli non furono chiamati in quella circostanza ma allora fu solamente predetta a Pietro la sua missione di pescatore di uomini. E tale predizione gli fu fatta non nel senso che egli mai più in seguito sarebbe tornato a pescare i pesci, cosa in contrasto con quanto leggiamo riguardo ai discepoli, i quali dopo la risurrezione del Signore tornarono a pescare 196. Se dunque gli fu detto che da quel momento sarebbe stato pescatore di uomini, ciò non vuol dire che non avrebbe più dovuto pescare i pesci. Ci è pertanto consentito supporre che gli Apostoli tornarono alla loro vita normale di pescatori e solo più tardi avvennero i fatti narrati da Matteo e Marco: che cioè il Signore li chiamò a due a due e impartì loro l'ordine di seguirlo, prima a Pietro e Andrea e poi ai due figli di Zebedeo. In quel giorno essi lo seguirono senza nemmeno trascinare a riva le barche, come chi fosse preoccupato di ritornare, ma ponendosi al seguito di colui che li chiamava imponendo una sequela.

Gesù lascia la Galilea.

18. 42. Dobbiamo a questo punto ricercare come l'evangelista Giovanni abbia potuto dire che Gesù si recò in Galilea prima dell'arresto di Giovanni Battista 197. Egli infatti comincia col ricordare che Gesù cambiò l'acqua in vino a Cana di Galilea; quindi con la madre e i discepoli scese a Cafarnao, dove rimase per alcuni giorni; da lì ascese a Gerusalemme in occasione della Pasqua. Dopo ciò, secondo l'evangelista, insieme con i discepoli egli venne nella regione della Giudea, dove rimase un qualche tempo battezzando 198. Quindi prosegue: Anche Giovanni battezzava in Ainon presso Salim, dove sono acque abbondanti. Da lui veniva molta gente e si faceva battezzare: Giovanni infatti non era stato ancora incarcerato 199. Matteo dice al contrario: Avendo saputo che Giovanni era stato catturato, si ritirò in Galilea 200. E parimenti Marco: Dopo che Giovanni fu catturato Gesù venne in Galilea 201. Quanto a Luca, egli non dice nulla della carcerazione di Giovanni ma anche lui, dopo aver parlato del battesimo e della tentazione di Cristo, riferisce, in accordo con gli altri due evangelisti, che allora Gesù se ne andò in Galilea. Ecco l'ordine dei fatti sul suo racconto: Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione 202. Tutto questo lascia intendere che i tre evangelisti non raccontano nulla che contrasti con quanto riportato da Giovanni: essi hanno soltanto omesso di narrare la prima venuta del Signore in Galilea, quando cambiò l'acqua in vino, la qual cosa era avvenuta subito dopo il battesimo e prima che Giovanni fosse rinchiuso in carcere. Ci fu poi un'altra venuta di Gesù in Galilea, che avvenne dopo la carcerazione di Giovanni, ma dagli evangelisti viene collegata direttamente alle narrazioni precedenti. Di questo ritorno in Galilea parla anche l'evangelista Giovanni esprimendosi in questo modo: Quando il Signore venne a sapere che era giunta agli orecchi dei farisei la notizia che Gesù aveva più seguaci di Giovanni e battezzava più di lui (sebbene non battezzasse Gesù in persona ma i suoi discepoli), allora, lasciata la Giudea, se ne tornò di nuovo in Galilea 203. A quell'epoca - così ci si lascia intendere - Giovanni era già stato imprigionato e i Giudei avevano sentito dire che Gesù si attirava più seguaci di Giovanni e battezzava con maggior successo di lui.

Il discorso della montagna nella redazione di Matteo.

19. 43. Occupiamoci ora di quell'ampio discorso che secondo Matteo il Signore tenne sul monte 204, vedendo se nel racconto degli altri evangelisti ci sia o no qualcosa in contrario. Quanto a Marco, egli non ne fa alcuna menzione né riporta qualcosa di somigliante, contentandosi di narrarci, non in maniera continuativa ma sparpagliata, alcune frasi che il Signore poté ripetere anche in altre occasioni. Tuttavia nello sviluppo della sua narrazione ha conservato la circostanza ambientale in cui, a quanto ci è dato comprendere, dovette essere pronunciato quel discorso che egli omette. Dice: [Gesù] predicava nelle loro sinagoghe e per tutta la Galilea e scacciava i demoni 205. Nella predicazione che Marco dice essere stata tenuta dal Signore in tutta la Galilea è da includersi, comprensibilmente, anche il discorso della montagna riportato da Matteo. Difatti Marco continuando il racconto scrive: E venne da lui un lebbroso che, scongiurandolo in ginocchio, gli diceva: " Se vuoi, puoi mondarmi " 206, ecc. I particolari che aggiunge a proposito di questo lebbroso guarito sono tali che inducono a identificarlo con quel lebbroso che, secondo Matteo, fu mondato dal Signore quando, finito il discorso, scese dal monte. Così infatti si esprime Matteo: Sceso dal monte, lo seguirono molte folle; ed ecco venne da lui un lebbroso che lo adorava dicendo: " Signore, se vuoi puoi mondarmi " 207, eccetera.

19. 44. Anche Luca fa menzione di questo lebbroso 208, non però seguendo lo stesso ordine, ma come suole accadere quando ci si ricorda di cose passate o si anticipano fatti successivi. Nel nostro caso era Dio che interveniva a suggerire episodi che, accaduti prima, dovevano essere messi in iscritto più tardi in base alla memoria che se ne conservava. In effetti anche Luca ci ha tramandato il racconto di quest'ampio discorso del Signore, e lo colloca là dove ne riferisce l'inizio, uguale a quello di Matteo. Dice Matteo: Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli 209, e Luca: Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio 210. Anche molte delle altre cose riferite in seguito da Matteo le troviamo, più o meno identiche, nel racconto di Luca. Alla fine del discorso poi troviamo la stessa conclusione: la similitudine dell'uomo saggio che costruisce sulla pietra, mentre lo stolto costruisce sulla sabbia. La differenza è solo nel fatto che Luca dice essersi abbattuto sulla casa soltanto il fiume, e non la pioggia e i venti, ricordati da Matteo 211. Con tutta facilità si può dunque ritenere che Luca volle proprio riferire lo stesso discorso del Signore, omettendo alcune espressioni riportate da Matteo e riferendone altre omesse da costui e descrivendo in termini somiglianti lo stesso contenuto, del quale conservò intatta la verità.

19. 45. Sarebbero, tutte queste, ipotesi facilmente ammissibili se non venisse a turbarci la precisazione del luogo in cui viene collocato il discorso. Secondo Matteo infatti il Signore lo tenne seduto sul monte 212, mentre Luca afferma che il Signore stava in piedi in un luogo pianeggiante 213. Questa divergenza indurrebbe di per sé a farci concludere trattarsi di due discorsi diversi l'uno dall'altro. Cosa infatti poté impedire a Cristo di ripetere in un luogo differente cose dette in antecedenza o di compiere gesta già prima compiute? Questi due discorsi, raccontati l'uno da Matteo e l'altro da Luca, non dovettero probabilmente essere tenuti in tempi molto distanti fra loro, per cui si può ritenere, senza cadere nell'assurdo, che cose simili o identiche, accadute o un po' prima o un po' dopo, siano state raccontate dagli evangelisti con delle trasposizioni, pur trattandosi di cose in realtà avvenute nello stesso luogo e tempo. Ecco infatti come si esprime Matteo: E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: " Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli " 214, ecc. Dal racconto di Matteo si ricava pertanto l'impressione che Gesù volle sottrarsi alle folle accorse in gran numero e per ottenere ciò salì sul monte, volendo parlare solo ai discepoli lasciate da parte le folle. Con questa interpretazione concorderebbe anche Luca, il quale scrive così: In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sè i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di Apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti. Alzati gli occhi verso i discepoli, Gesù diceva: " Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio " 215, ecc. Se ne può concludere che egli, mentre era sul monte, fra i molti discepoli ne scelse dodici che chiamò Apostoli: cosa omessa da Matteo. In seguito tenne, sempre sul monte, il discorso riportato da Matteo e omesso da Luca; e in un momento successivo a questo, disceso dal monte, tenne in un luogo pianeggiante un altro discorso simile al precedente, non riferito da Matteo ma solo da Luca. I due discorsi poi terminarono con una identica conclusione 216.

19. 46. Narrato sino al termine il discorso, Matteo prosegue: Terminato che ebbe il discorso, le turbe erano meravigliate della sua sapienza 217. Questo potrebbe essere stato detto dalla turba dei discepoli, tra i quali aveva scelto i Dodici 218. E se l'evangelista continua col dirci che, sceso dal monte, lo seguirono molte folle ed ecco venne da lui un lebbroso che lo adorava 219, potrebbe intendersi che l'episodio accadde alla fine dei due discorsi: non solo di quello riferito da Matteo ma anche di quello riferito da Luca. Non è infatti sufficientemente chiaro quanto tempo era trascorso dopo la sua discesa dal monte: intenzione di Matteo era infatti soltanto quella d'informarci che, quando il Signore sceso dal monte guarì il lebbroso, era accanto a lui una gran folla di gente, senza volerci precisare quanto tempo fosse intercorso. Tale ipotesi s'impone ancor più per il fatto che Luca scrive, a proposito dello stesso lebbroso, che fu guarito dal Signore mentre si trovava in città 220: particolare, questo, che Matteo non si preoccupa d'indicare.

19. 47. Ma si potrebbe pensare anche a un'altra soluzione. Questa: in un primo momento il Signore, accompagnato dai soli discepoli, venne a trovarsi in una qualche parte del monte più alta di tutto il resto, e lì fra tutti i suoi discepoli scelse i Dodici. Con loro scese quindi non alle falde del monte ma dalla sommità, dove prima si trovava, in un luogo pianeggiante, cioè in una spianata, che si trovava lungo le pendici del monte e che era capace di accogliere molte folle. Lì si fermò finché non si furono radunate queste folle e lì, un po' più tardi, si mise a sedere avendo attorno in prima fila i suoi discepoli. In tal modo e ai discepoli e alle turbe che erano presenti il Signore tenne il suo discorso, che fu unico, sebbene Matteo e Luca lo riportino in modo certamente diverso l'uno dall'altro, pur conservando identica la verità dei fatti e dei detti raccontati. Noi abbiamo già sottolineato questa norma, che ognuno del resto avrebbe dovuto scoprire da sé, e cioè: se un evangelista omette una cosa raccontata da un altro, non per questo c'è fra loro contrasto; e non c'è nemmeno se uno narra una cosa in maniera diversa da come fa quest'altro, purché risulti identica l'oggettività dei detti e dei fatti. Ad esempio, se Matteo dice: Sceso che fu dal monte 221 lo si può benissimo intendere riferito a quel luogo pianeggiante situato sulle pendici del monte. Successivamente Matteo narra la guarigione del lebbroso, cosa che fanno, allo stesso modo, e Marco e Luca 222.

Gesù e il centurione romano.

20. 48. Dopo tale racconto Matteo continua dicendo: Entrato in Cafarnao, gli si avvicinò un centurione pregandolo: " Signore, un mio ragazzo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente " 223, con quel che segue, fino alle parole: E in quell'ora il ragazzo fu guarito 224. L'episodio del ragazzo del centurione è riferito anche da Luca, non però - come fa Matteo - dopo la guarigione del lebbroso, che egli sposta più avanti, ma subito dopo la conclusione di quel discorso ampio al quale ricollega l'avvenimento. Terminate tutte le sue parole, dice, entrò a Cafarnao, dove c'era il servo d'un centurione malato a morte, un servo che a lui era prezioso ecc. 225, fino al racconto della sua guarigione 226. Da tutto ciò si lascia ovviamente concludere che Cristo entrò a Cafarnao dopo aver terminato tutto il discorso che tenne al popolo: non vi entrò quindi prima di terminare il discorso. Non è però indicato quanto tempo trascorse tra la fine del discorso e l'ingresso in Cafarnao. Comunque in quel frattempo dovette essere guarito il lebbroso di cui Matteo ci dà notizia collocando il fatto al momento che avvenne, mentre Luca ne fa menzione quando il medesimo fatto gli torna alla mente.

20. 49. Vediamo ora se nei riguardi di questo servo del centurione vadano fra loro d'accordo Matteo e Luca. Dice Matteo: Si avvicinò a lui un centurione pregandolo e dicendogli: " Il mio ragazzo giace in casa paralizzato " 227. A questa affermazione sembrerebbe opporsi quanto detto da Luca: Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: " Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga ". Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: " Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito " 228. Se le cose avvennero in questa maniera, come potrà esser vero il racconto di Matteo, che dice: Si avvicinò a lui un centurione, mentre in realtà non fu lui ad avvicinarsi a Gesù ma inviò degli amici? Dobbiamo al riguardo badare con diligenza a certi modi di parlare che usiamo abitualmente per comprendere che Matteo non si allontana affatto dall'uso comune. Noi diciamo, ad esempio, che un qualcosa si avvicina anche prima che effettivamente giunga là dove si dice che è giunto. Così diciamo: Si avvicinò poco, o molto, al punto dove desiderava arrivare. Non solo, ma lo stesso arrivo con cui si raggiunge una persona, spesso diciamo che è avvenuto anche se chi arriva non riesce a vedere colui dal quale doveva arrivare per ottenere un favore che gli era necessario, ma giunge a lui solo tramite degli amici. Ciò è così entrato nella consuetudine che nel gergo comune si chiamano perventores coloro che, mediante l'interposizione di persone e abili e ambiziose che fanno da tramite, raggiungono l'animo dei potenti, che di per sé sarebbero inaccessibili. Se dunque è lecito dire che lo stesso raggiungimento di una mèta può farsi tramite altri, con quanto maggior ragione potrà dirsi che per mezzo di altri può farsi anche l'avvicinamento? In realtà l'avvicinamento spessissimo resta al di sotto del conseguimento, in quanto molte volte ci si può, sì, avvicinare ma non si può arrivare alla mèta. Non è pertanto assurdo che Matteo, riferendosi all'invio di altri mediante i quali il centurione si rese vicino a Gesù, abbia preferito dire sinteticamente con una frase comprensibile anche ai profani: Un centurione si avvicinò a lui.

20. 50. Potrebbe essere anzi trascuratezza non sapere nemmeno intravedere nell'espressione del santo evangelista una misteriosa profondità, per la quale fu scritto nel Salmo: Avvicinatevi a lui e sarete illuminati 229. Del centurione infatti il Signore lodò la fede, dicendo: In Israele non ho trovato una fede così grande 230. Ora è proprio per la fede che ci avviciniamo veramente a Gesù: di modo che l'evangelista, vagliando a dovere le sue parole, volle indicarci che chi si avvicinò a Cristo fu il centurione, non tanto coloro mediante i quali egli trasmise la sua richiesta. Quanto a Luca, egli ci riferisce tutte le cose, e lo fa in modo che dal suo racconto possiamo comprendere in che senso anche l'altro evangelista abbia potuto dire che si avvicinò a lui il centurione in persona, per cui nel suo racconto non c'è falsità. La stessa cosa è da dirsi nei riguardi di quella donna che soffriva perdite di sangue. Lei toccò solo il lembo del suo vestito, ma in realtà toccò il Signore più da vicino che non il resto della folla che faceva ressa attorno a lui 231. E come questa donna quanto più credette tanto più giunse a toccare il Signore così fu del centurione: quanto più credette tanto più si avvicinò a lui. Per le altre cose che in questo capitolo son riferite da un evangelista e omesse dall'altro, la ricerca appare superflua in quanto, per la norma inculcata più sopra, non ci sono cose che contrastino l'una con l'altra.

La guarigione della suocera di Pietro.

21. 51. Matteo prosegue dicendo: Gesù, giunto alla casa di Pietro, ne vide la suocera a letto in preda alla febbre. Le toccò la mano e la febbre se ne andò, e lei si alzò e si mise a servirli 232. Quando sia accaduto questo fatto, e cioè che cosa l'abbia preceduto e che cosa seguito, Matteo non ci tiene a precisarlo. Non è infatti necessario supporre che l'episodio sia avvenuto subito dopo le cose narrate prima; si può anzi ritenere che l'evangelista abbia voluto aggiungere in un secondo momento quanto in antecedenza aveva omesso. In realtà Marco colloca l'episodio prima del racconto del lebbroso mondato 233: il quale racconto dovrebbe collocarsi dopo il discorso sul monte, peraltro non riferito da Marco. Anche secondo Luca il fatto della suocera di Pietro 234 è da collocarsi dopo gli eventi narrati da Marco, comunque prima del lungo discorso riferito da Luca al pari di Matteo, discorso che piace identificare con quello che, stando a Matteo, Gesù pronunziò sul monte. Non ha infatti importanza la collocazione che uno scrittore dà a un fatto: se cioè lo narra nel suo giusto ordine, o se dopo averlo omesso lo riprende, o se narra in antecedenza ciò che sa essere avvenuto più tardi. L'importante è che colui che scrive non sia in disaccordo con se stesso e con nessun altro che racconti le stesse cose o cose diverse. In realtà non è in potere dell'uomo, chiunque esso sia e per quanta cura abbia posto nel conoscere bene e fedelmente le cose, ricordare l'ordine in cui si sono succeduti gli eventi. Che infatti una cosa ci venga in mente prima o poi non dipende dalla nostra volontà ma da fattori a noi estranei. È pertanto probabile che i singoli evangelisti si siano creduti in dovere di raccontare i fatti nell'ordine secondo il quale Dio li richiamava alla mente di ciascuno che si accingeva a scriverne il racconto. Questo, naturalmente, nell'ambito di quegli eventi in cui la successione, sia stata questa o quell'altra, non intacca l'autorità e la verità del Vangelo.

21. 52. Sarebbe opportuno ricercare, a questo punto, il motivo per cui lo Spirito Santo abbia permesso che un evangelista ordinasse in un modo la sua narrazione e un altro in modo diverso 235. Dello Spirito noi sappiamo che distribuisce i suoi doni a ciascuno come crede meglio, e riteniamo senza alcun dubbio che fu questo Spirito a governare e dirigere le intelligenze degli autori sacri, richiamando alla loro memoria le cose che dovevano scrivere nei libri cui sarebbe stato riservato un così alto grado di autorevolezza. Un tale motivo potrà esser individuato, con l'aiuto di Dio, da chiunque lo ricerchi con pia diligenza. Quanto a me, tuttavia, debbo ricordare che non è questo il compito che mi sono prefisso in quest'opera. Noi l'abbiamo, almeno per ora, intrapresa con l'unico intento di dimostrare che gli evangelisti, qualunque sia stato l'ordine secondo cui ciascuno poté o volle narrare i fatti e i detti di Cristo (sia che riferiscano le stesse cose sia cose diverse), non sono in contrapposizione né con se stessi né fra di loro. Se pertanto non ci risulta con chiarezza quale sia stata la successione cronologica dei fatti raccontati, non dobbiamo attribuire importanza all'ordine seguito dagli autori sacri nella loro narrazione; se invece questa successione, espressa con chiarezza, presenta delle difficoltà in quanto l'uno sembra contrastare con se stesso o con gli altri, lì certamente occorre prendere in considerazione il racconto e sciogliere la difficoltà.

La narrazione di Matteo confrontata con gli altri sinottici.

22. 53. Continua Matteo: Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: " Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie " 236. Proseguendo il suo racconto con le parole: Venuta la sera, indicherebbe con sufficiente chiarezza che siamo ancora nel perdurare del medesimo giorno. Così anche Marco. Raccontato l'episodio della guarigione della suocera di Pietro, che si mise a servirli, aggiunge subito i fatti di cui parla Matteo. Dice: Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto 237. Sembrerebbe che in questo racconto Marco proceda in quest'ordine: precisato che era venuta la sera, dice che al mattino presto si alzò. È vero che, di per sé, il dire: Venuta la sera, non si deve necessariamente intendere come riferito alla sera dello stesso giorno e che le parole al mattino presto non riguardano necessariamente il mattino successivo; tuttavia, per la determinazione del succedersi dei tempi, sembra volercisi indicare che l'evangelista abbia effettivamente seguito l'ordine cronologico. Quanto a Luca, egli dopo averci narrato della suocera di Pietro non dice: Venuta la sera, ma continua con un discorso equivalente. Al calar del sole - dice -, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano demòni gridando: " Tu sei il Figlio di Dio! ". Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo. Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto 238. Vediamo quindi in Luca rispettato scrupolosamente l'ordine cronologico che riscontriamo in Marco. Matteo invece se ne discosta, dandoci l'impressione di riferire le cose non nell'ordine in cui si sono susseguite ma come uno che ricordi ciò che aveva omesso. Della suocera di Pietro fa menzione solo dopo che ha narrato tutto ciò che Gesù compì in quel giorno, sera compresa. Di conseguenza non si sofferma sul particolare del mattino presto ma scrive: Gesù, vedendo intorno a sé una gran folla, comandò di recarsi di là del mare 239. Ora questo è diverso da quello che riferiscono Marco e Luca, che pongono il mattino presto dopo il vespro. Dunque quello che qui è stato detto: Gesù, vedendo intorno a sé una gran folla, comandò di recarsi di là del mare, lo dobbiamo intendere nel senso che lo scrivente, seguendo un suo ricordo, ha inserito nel racconto il fatto che Gesù, in un giorno imprecisato, vedendo intorno a sé una gran folla, comandò di recarsi di là del mare.

Due sconosciuti chiedono di seguire Gesù.

23. 54. Prosegue Matteo: Avvicinandosi a lui uno scriba gli disse: " Maestro, ti seguirò dovunque tu andrai ", fino alle parole: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti 240. Simile a quella di Matteo è la narrazione di Luca, ma è collocata dopo molte altre vicende: lo scrittore non precisa l'ordine cronologico ma si comporta come uno che richiami alla memoria i fatti, non saprei se aggiungendo cose in antecedenza omesse o anticipando cose avvenute dopo quelle che riferisce. Dice così: Mentre camminavano per la strada un tale gli disse: " Ti seguirò ovunque andrai " 241. E Gesù diede a lui la stessa identica risposta riportata da Matteo. E se Matteo dice che il fatto avvenne dopo il comando dato dal Signore di recarsi di là del mare 242, mentre Luca lo colloca durante il cammino lungo la strada 243, le narrazioni non sono in contrasto fra loro: essi certamente dovettero percorrere della strada per andare in riva al lago. Inoltre, nei riguardi di colui che chiese di potersi prima recare a dar sepoltura a suo padre, i racconti di Matteo e di Luca convengono in pieno 244. E se Matteo pose prima le parole di colui che avanzava la richiesta a motivo di suo padre e poi la risposta del Signore, che gli diceva di seguirlo, mentre Luca pose prima il comando che gli rivolse il Signore di seguirlo e, dopo il comando, la richiesta di quell'uomo, son cose che non toccano affatto il contenuto dell'affermazione. Luca ci riferisce anche di un altro che disse a Gesù: Signore, ti seguirò, ma permettimi di andare prima a casa per accomiatarmi dai parenti 245; della qual cosa nulla dice Matteo. Successivamente Luca passa a un episodio differente, non curandosi di ciò che cronologicamente era avvenuto subito dopo. Dice: Dopo ciò il Signore designò altri settantadue discepoli 246. Questo avvenne, evidentemente, dopo ciò, ma non risulta con chiarezza quanto tempo sia intercorso prima di quel che fece qui il Signore. In questo periodo accadde quanto aggiunge Matteo, il quale nel suo racconto segue l'ordine cronologico. Egli scrive così:

La traversata del lago in tempesta.

24. 55. Salito nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco si sollevò nel mare una gran tempesta, fino a: Venne nella sua città 247. I due avvenimenti che Matteo narra uno dopo l'altro, cioè della bonaccia che sopraggiunse dopo che Gesù, destato dal sonno, ebbe comandato ai venti, e di quegli invasati da un demonio feroce i quali spezzando le catene erano soliti rifugiarsi nel deserto, sono raccontati in forma su per giù identica da Marco e da Luca 248. Alcune espressioni, è vero, suonano alquanto diversamente nel racconto dei singoli evangelisti ma non differiscono nella sostanza. Così, ad esempio, scrive Matteo: Perché siete così paurosi, uomini di poca fede? 249 Marco invece: Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? 250 Egli parlava della fede perfetta, magari come un granellino di senapa, in riferimento al quale Matteo poté dire: Uomini di poca fede. Che se Luca scrive essere stato detto dal Signore: Dov'è la vostra fede?, è perché tutt'e tre le cose egli poté dire: Perché siete così paurosi? Dov'è la vostra fede, o uomini di poca fede?, di modo che uno ne riporta una e un altro un'altra. Riguardo poi alle parole che [i discepoli] dissero per destarlo, Matteo scrive: Signore, salvaci! siamo perduti; Marco: Maestro, non t'interessa che andiamo perduti?; Luca: Maestro, andiamo perduti 251. Unico e uguale è il significato: essi vogliono destare il Signore ed essere da lui salvati. Né occorre indagare quali precise parole, fra quelle riferite, siano state rivolte a Cristo. Che serve infatti sapere se i discepoli dissero, magari in parte, le parole riferite dagli evangelisti ovvero altre non riferite da loro ma contenenti la stessa verità oggettiva? Inoltre, poté anche accadere che, essendo in molti a svegliarlo gridando insieme, tutte le parole evangeliche furono pronunciate di fatto, le une da alcuni le altre da altri. Parimenti è di ciò che dissero quando la tempesta fu sedata. Secondo Matteo: Chi è costui, perché gli obbediscano i venti e il mare? 252 Secondo Marco: Chi pensate che sia costui, se gli obbediscono il vento e il mare? 253 Secondo Luca: Chi pensate che sia costui, se comanda ai venti e al mare e gli obbediscono? 254 Chi non vede subito che si tratta di un identico pensiero? È infatti esattamente lo stesso, dire: Chi pensate che sia costui? e: Chi è mai costui? E se non è detto egli comanda, lo si deve logicamente sottintendere perché, quando si obbedisce, si obbedisce a uno che comanda.

24. 56. Riguardo a coloro che erano tormentati da quella legione di demoni cui fu concesso d'entrare nei porci, Matteo scrive che erano due, mentre Marco e Luca parlano di una sola persona 255. Dovrai intendere che uno dei due era un personaggio più noto e più celebre e quindi per lui soprattutto la contrada era rattristata e si preoccupava moltissimo della sua liberazione. Volendo sottolineare questa preminenza, due degli evangelisti ritennero opportuno menzionare una sola persona, cioè colui riguardo al quale la fama dell'avvenimento si era diffusa più ampiamente e con maggiori ripercussioni. Né presentano difficoltà le parole che, secondo i diversi evangelisti, sarebbero state pronunziate dai demoni, potendosi ridurre tutte ad un'unica affermazione o interpretando il testo nel senso che tutte quante furono di fatto pronunziate. Nessuna difficoltà il fatto che in Matteo i demoni parlano al singolare mentre negli altri due evangelisti al plurale. Difatti anche secondo costoro, interrogato del suo nome, il demonio rispose che erano una legione, e cioè in molti. Né sono in contrasto fra loro Marco e Luca, sebbene Marco scriva che la mandria dei porci stava alle falde del monte mentre Luca li colloca sul monte. Era infatti così numerosa quella mandria di porci che una parte doveva stare in cima al monte mentre un'altra ai lati del monte. Precisa infatti Marco che quei porci erano duemila.

Il paralitico risanato.

25. 57. Nel continuare il racconto Matteo, rispettando sempre l'ordine cronologico, soggiunge: Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse alla sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto 256, ecc. fino alle parole: A quella vista, la folla fu prese da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini 257. Di questo paralitico parlano anche Marco e Luca 258, ma quanto alle parole che secondo Matteo il Signore gli disse - e cioè: Figliolo, abbi fiducia, ti sono rimessi i peccati 259 - Luca non ha Figliolo ma Uomo 260, e questo ha il merito d'inculcarci più efficacemente il pensiero del Signore in quanto era un uomo colui al quale venivano rimessi i peccati. Essendo infatti uomo, per ciò stesso non avrebbe potuto dire d'essere senza peccato; e inoltre ci si lascia comprendere che colui che perdonava all'uomo i peccati doveva essere Dio. Quanto a Marco, dice le stesse cose di Matteo 261, ma omette le parole: Abbi fiducia. In realtà l'espressione originaria poté essere o " Confida, uomo; ti sono rimessi i peccati ", o " Confida, figlio; ti sono rimessi i peccati, o uomo ", o qualsiasi altra formulazione comunque sistemata quanto alle parole.

25. 58. Può creare un certo imbarazzo la localizzazione dell'episodio del paralitico. Scrive infatti Matteo: Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto 262. Questo episodio, dice Marco che non avvenne nella sua città, cioè a Nazareth, ma a Cafarnao. Egli scrive: Ed entrò di nuovo a Cafàrnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede 263, ecc. Luca non precisa il luogo in cui avvenne il fatto ma scrive così: Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: " Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi " 264, ecc. Il problema si pone dunque nei confronti di Marco e Matteo in quanto Matteo scrive che il fatto avvenne nella città del Signore, mentre Marco lo colloca a Cafarnao. La soluzione sarebbe più difficile se Matteo avesse menzionato espressamente Nazareth; in concreto però l'intera Galilea poté essere denominata città di Cristo dal momento che in essa si trova la città di Nazareth. È quello che facciamo noi quando parliamo della città di Roma estendendo la denominazione a tutto l'Impero, sebbene composto di tante città. Allo stesso modo è composta da moltissime genti la città di cui sta scritto: Cose gloriosissime si dicono di te, città di Dio 265. E di quell'antico popolo di Dio, sparso in così numerose città, si diceva che era un'unica casa: la casa d'Israele 266. Chi potrà quindi mettere in dubbio che Gesù fece il miracolo nella sua città se lo fece a Cafarnao che era una città della Galilea? Dalla regione dei Geraseni egli, traversando il mare, era venuto in Galilea; e pertanto, qualunque fosse la città della Galilea dov'egli si trovava, si poteva sempre dire con esattezza che era nella sua città. Questo a maggior ragione vale per Cafarnao in quanto era il più importante fra i centri della Galilea, tanto che lo si poteva considerare capoluogo della regione. Ma ammettiamo pure che non sia lecito intendere come città di Cristo né l'intera Galilea, in cui era Nazareth, e nemmeno Cafarnao, che aveva sulle altre città una specie di primato per cui poteva essere considerata loro capitale. In questo caso diremo che Matteo tralasciò il racconto delle cose avvenute dopo il ritorno del Signore nella sua città fino al suo arrivo a Cafarnao. Riferì solo la guarigione del paralitico. È un sistema che molti adottano: omettono le vicende intermedie e dànno l'impressione che si siano susseguite immediatamente le cose che raccontano senza lasciar traccia dell'intervallo che le ha separate.

La vocazione di Matteo.

26. 59. Continua Matteo: Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: " Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì 267. Marco procede nello stesso ordine e colloca il fatto dopo la guarigione del paralitico. Scrive: Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: " Seguimi ". Egli, alzatosi, lo seguì 268. Nessun contrasto fra i due, poiché Matteo e Levi sono la stessa persona. Anche Luca racconta il fatto ponendolo dopo la guarigione del paralitico. Dopo ciò - dice - egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: " Seguimi! ". Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì 269. A questo proposito sembra essere più probabile che Matteo racconti i fatti come uno che rammenti cose avvenute antecedentemente, se è da ritenersi che la vocazione di Matteo accadde prima del discorso della montagna. Luca infatti riferisce che su quel monte erano vicino a Gesù tutti i Dodici che egli aveva scelti fra la moltitudine dei discepoli e chiamati Apostoli 270.

Il convito in casa di Levi.

27. 60. Prosegue Matteo: Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli, fino alle parole: Ma il vino nuovo lo si mette in otri nuovi e così si conservano e l'uno e gli altri 271. Nel suo racconto Matteo non specifica in quale casa si trovasse Gesù a mangiare con i pubblicani e i peccatori e potrebbe anche dare l'impressione che nella sua narrazione non abbia proceduto secondo l'ordine dei fatti ma abbia qui inserito, ricordandolo a memoria, un episodio accaduto in altro tempo. Ma ecco intervenire al riguardo Marco e Luca, i quali, raccontando il fatto con tratti del tutto simili 272, precisano con chiarezza che Gesù era seduto a mensa in casa di Levi, cioè di Matteo, e lì disse tutte le parole riportate nei Vangeli. Marco riferisce la cosa rispettando anche l'ordine nella descrizione: Ora avvenne che mentre stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù 273. Dicendo: Nella casa di lui, certo intende riferirsi al personaggio di cui aveva parlato prima, cioè a Levi. Così anche Luca. Dopo aver detto che Gesù lo invitò a seguirlo e che Matteo, lasciando tutto, si alzò e lo seguì, aggiunge immediatamente: Levi gli fece un gran banchetto in casa sua. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola 274. È pertanto indiscusso a chi appartenesse la casa in cui accadde l'episodio.

27. 61. Ora diamo uno sguardo alle parole che, secondo quanto riferiscono tutti e tre i nostri evangelisti, furono rivolte al Signore dai presenti e alle risposte che egli diede loro. Scrive Matteo: Al vedere ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: " Perché mai il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori? " 275. Su per giù con le stesse parole si esprime Marco: Perché mai il vostro maestro mangia e beve con i pubblicani e i peccatori? 276 L'aggiunta di Marco: E beve è omessa da Matteo; ma cosa rappresenta questa omissione, se nulla toglie alla completezza della frase, dove si presenta il gruppo radunato per il pranzo? Quanto a Luca, sembrerebbe che la sua descrizione sia alquanto diversa. Scrive: I farisei e i loro scribi mormoravano dicendo ai discepoli di lui: " Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori? " 277. Non voleva certo escludere il loro maestro, ma lascia sufficientemente intendere che l'osservazione fu rivolta a tutti i presenti, cioè a Gesù e ai discepoli; solo che le parole, da riferirsi al maestro e ai discepoli, non furono direttamente rivolte a lui ma a questi ultimi. Riportandoci infatti la risposta che diede loro il Signore, Luca attesta: Io non sono venuto a chiamare alla conversione i giusti ma i peccatori 278. La quale risposta non sarebbe pertinente se le parole: Perché mangiate e bevete non fossero state rivolte principalmente a lui. In vista di ciò, si comprende anche perché Matteo e Marco raccontino che fu rivolta ai discepoli l'obiezione che riguardava Cristo. Facendo infatti una rimostranza contro i discepoli, la si faceva a maggior ragione contro il maestro che essi seguivano e imitavano. Identico dunque il senso della frase: il quale senso poi risulta tanto più efficacemente espresso quanto più, nella differenziazione di alcuni termini, resta immutata l'identica verità. Lo stesso principio vale anche per la risposta che secondo quanto riferisce Matteo diede loro il Signore: Non i sani hanno bisogno del medico ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: "Misericordia io voglio e non sacrificio" 279. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori 280. Questa frase è riportata da Marco e da Luca più o meno con le stesse parole 281, con la sola differenza che essi non citano la testimonianza desunta dal Profeta: Voglio la misericordia piuttosto che il sacrificio 282. Luca, inoltre, dopo le parole: Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori, aggiunge: alla conversione 283, frase che tende a chiarificare le precedenti parole, in modo che nessuno abbia a pensare che Cristo ama i peccatori per il fatto che sono peccatori. Del resto il paragone dei malati sottolinea bene cosa si attenda Dio quando chiama i peccatori: egli agisce come il medico nei confronti dei malati: vuole cioè liberarli dalla loro cattiveria, che in fondo è una grave malattia. Ora tale guarigione si consegue con ravvedimento.

27. 62. Vediamo un istante le successive parole di Matteo: Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: " Perché noi e i farisei digiuniamo frequentemente? " 284. L'episodio è narrato da Marco con uguali parole: Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: " Perché i discepoli di Giovanni e dei farisei digiunano? " 285. Se Marco aggiunge la menzione dei farisei, si potrebbe pensare che a porre la domanda furono, insieme con i discepoli di Giovanni, anche i farisei, sebbene Matteo ci abbia tramandato che a dire ciò furono soltanto i discepoli di Giovanni. Tuttavia, le parole che nel testo di Marco si leggono dette da quegli interlocutori indicano che a dirle furono piuttosto degli estranei. E cioè: i discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare; mossi da questo fatto, alcuni dei commensali di Gesù vennero da lui e gli posero la domanda su questo loro comportamento. Il verbo vengono non ha come soggetto coloro di cui aveva affermato: I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare, ma a venire da lui furono certuni che, sorpresi del fatto che quei tali digiunavano, andarono a dirgli: Come mai i tuoi discepoli non digiunano mentre digiunano i discepoli di Giovanni e dei farisei? La cosa è esposta in forma più chiara da Luca, il quale, volendo sottolineare il dettaglio, dopo aver riferito la risposta che il Signore diede a proposito dei peccatori, da lui chiamati in quanto erano gente malata, si esprime così: Ora quelli gli dissero: " I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i tuoi mangiano e bevono! " 286. Anche Luca dunque narra, alla pari di Marco, che le parole furono dette da altri che non gli interessati. Ma allora come fa Matteo a dire: Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: " Perché noi e i farisei digiuniamo "? 287. Ovviamente erano lì presenti anche costoro e tutti insieme alla rinfusa gli mossero la stessa obiezione com'era in grado di fare ciascuno. La loro obiezione è presentata dai tre evangelisti in termini fra loro diversi, senza però che abbiano a discostarsi dalla verità.

27. 63. L'accenno ai figli dello sposo i quali non digiuneranno finché è con loro lo sposo 288, l'hanno riferito in maniera somigliante Matteo e Marco: con la sola differenza che Marco chiama " figli delle nozze " quelli che Matteo chiama " figli dello sposo ", differenza, questa, che non intacca in nulla la sostanza delle cose se " figli delle nozze " l'intendiamo come una precisazione per dirci che erano figli non soltanto dello sposo ma anche della sposa. Si tratta dunque della stessa affermazione espressa in termini più chiari, non di un'altra di significato opposto. Luca non scrive: " Possono forse digiunare i figli della sposo? ", ma: Potete voi forse costringere al digiuno i figli dello sposo mentre questo sposo è con loro? 289 Con questa variante egli, riferendoci la stessa frase, ce la chiarifica elegantemente facendoci intravedere una nuova idea. Dal suo racconto ci si fa comprendere che proprio quei tali che l'interrogavano avrebbero fatto piangere e digiunare i figli dello sposo, essendo gli stessi che più tardi avrebbero ucciso lo sposo. Che se Matteo parla di piangere, mentre Marco e Luca di digiunare, la sostanza delle cose non cambia, anche perché proseguendo Matteo dice: Allora digiuneranno, e non: " Piangeranno ". Usando il termine digiuno l'evangelista volle significarci che il Signore parlava di quel digiuno che riveste le note dell'umiliazione e della tribolazione. Dell'altro digiuno, che consiste nel godimento dello spirito quando si eleva al possesso dei beni spirituali e conseguentemente diventa, per così dire, estraneo al cibo materiale, parlerà il Signore nelle similitudini che dirà più tardi. In tal senso pertanto dovremo interpretare le immagini del vestito nuovo e del vino nuovo 290: immagini con cui voleva significare che questo secondo genere di digiuno non si addice ad uomini dalla vita animalesca e carnale, a gente cioè immersa nelle realtà corporee, che quindi si trascina dietro l'antica sensualità. Sono, questi, paragoni che anche gli altri due evangelisti riferiscono con termini press'a poco identici. È stato infatti ormai abbastanza ribadito il concetto che, se un'evangelista riporta parole o cose omesse dagli altri, non esiste fra loro contrapposizione; basta che non ci siano differenze di contenuto e, se in uno di loro ci sono delle diversità, basta che gli altri non dicano l'opposto.

La risurrezione della figlia dell'arcisinagogo.

28. 64. Ecco ora come prosegue la narrazione di Matteo che, rispettando come al solito l'ordine cronologico, scrive: Mentre diceva loro tali cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: " Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà " 291, fino alle parole: E la fanciulla si alzò. E se ne divulgò la fama in tutta quella regione 292. Le stesse cose riferiscono Marco e Luca, ma con ordine diverso. Riferiscono infatti l'episodio collocandolo in altro contesto: lo ricollegano cioè col ritorno di lui in barca dalla regione dei Geraseni, dopo che aveva cacciato i demoni permettendo loro di entrare nei porci. Così Marco: al racconto di ciò che era avvenuto nel paese dei Geraseni ricollega l'episodio di cui ci stiamo occupando e scrive: Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 293. Con ciò ci si lascia intendere che l'episodio della figlia dell'arcisinagogo accadde, sì, dopo che Gesù in barca ebbe traversato il lago ma non ci si dice quanto tempo dopo. Ora, se non ci fosse stato alcun intervallo, non ci sarebbe spazio per collocarvi ciò che in intima connessione racconta Matteo, e cioè il banchetto in casa sua 294. In effetti egli, secondo il costume degli evangelisti, racconta come se riguardasse un altro ciò che invece accadde in casa sua e riguardava lui direttamente e poi, senza alcun'altra aggiunta, prosegue con il racconto della figlia dell'arcisinagogo. Si tratta di un racconto continuativo in cui l'autore intenzionalmente ci fa capire, mediante il passaggio stesso, che gli avvenimenti si susseguirono l'un l'altro senza interruzione. Dopo aver infatti riportato le parole di Gesù a proposito del panno nuovo e del vino nuovo, prosegue immediatamente: Mentre diceva queste cose, ecco avvicinarglisi un uomo ragguardevole 295. Se quel tale gli si avvicinò mentre egli stava ancora dicendo tali parole, non è consentito interporre fra i due episodi un altro fatto o detto del Signore. Quanto poi al racconto di Marco, ci si indica chiaramente il punto dove gli altri avvenimenti possono essere collocati, come abbiamo indicato sopra. Allo stesso modo è da leggersi Luca. Egli narra il miracolo compiuto nel territorio dei Geraseni e poi quello della figlia dell'arcisinagogo, ma il passaggio fra i due episodi è da supporsi avvenuto in un modo che non sia in contrasto con quanto scrive Matteo, che colloca il fatto subito dopo le narrazioni paraboliche del panno e del vino, e ciò sottolinea affermando: Mentre egli diceva queste cose. Luca al contrario, dopo il racconto di quel che era avvenuto nel territorio dei Geraseni, passa al racconto seguente in questa maniera: Al suo ritorno Gesù fu accolto dalla folla, poiché tutti erano in attesa di lui. Ed ecco venne un uomo di nome Giairo, che era capo della sinagoga; e si gettò ai piedi di Gesù 296. In tal modo ci si lascia intendere che le folle subito dopo l'accaduto si misero ad aspettare il Signore, convinte del suo prossimo ritorno; ma non altrettanto è da supporsi riguardo a quel che segue: Ed ecco venne un uomo di nome Giairo. Questo fatto non lo si deve immaginare come avvenuto subito dopo, in quanto, prima che ciò avvenisse, ci fu il banchetto in compagnia dei pubblicani raccontato da Matteo 297. Questi infatti narra i due episodi come avvenuti l'uno dopo l'altro in modo tale da farci comprendere che nulla poté accadere frammezzo.

28. 65. Nel contesto del racconto che ora abbiamo cominciato a trattare s'inserisce l'episodio della donna che pativa emorragie; ma in esso vanno d'accordo tutti e tre gli evangelisti e non ci sono problemi. Non tocca infatti la sostanziale verità del fatto se uno narra qualche particolare omesso dagli altri, e così pure se Marco dice: Chi mi ha toccato le vesti? 298, mentre Luca: Chi mi ha toccato? 299 L'uno ha usato il modo ordinario di esprimersi mentre l'altro un linguaggio più proprio, ma entrambi hanno detto la stessa cosa. Anche noi infatti diciamo ordinariamente: " Tu mi stracci " piuttosto che "Tu mi stracci le vesti ", ma è noto a tutti cosa intendiamo dire con tali parole.

28. 66. Proseguiamo esaminando l'espressione di Matteo, il quale narra che l'arcisinagogo riferì al Signore non che la sua figlia stava per morire 300 o era moribonda o era agli estremi, ma addirittura che aveva cessato di vivere 301, mentre gli altri due evangelisti affermano che era, non morta, ma sul punto di morire. Precisano inoltre che solo più tardi arrivò della gente con la notizia che la ragazza era morta e per questo non si doveva più importunare il Maestro: il quale sarebbe dovuto venire affinché con l'imposizione delle mani ne impedisse la morte e non per risuscitare una che era già morta. Occorre un'indagine accurata per eliminare ogni contraddizione; e per comprendere bene la cosa, è da ritenere che Matteo, per amore di brevità, preferì asserire che al Signore fu chiesto di fare ciò che realmente fece (e la cosa risulta all'evidenza dopo il miracolo): cioè di risuscitare colei che era già morta. L'evangelista quindi non si curò molto di tramandare ciò che il padre disse parlando di sua figlia ma ciò che egli voleva (ed era la cosa più importante), sicché usò le parole che rispecchiavano meglio questo suo desiderio. Egli infatti disperava e desiderava che tornasse in vita colei che aveva lasciata già moribonda, mai pensando che avrebbe potuto trovarla ancora viva. Gli altri due evangelisti espongono dunque le reali parole di Giairo, Matteo al contrario ne riferisce il desiderio e il pensiero. Al Signore pertanto fu richiesta e l'una e l'altra cosa: che salvasse la moribonda e che risuscitasse la morta; ma essendosi Matteo proposto di raccontare il tutto in maniera compendiosa, sottolineò che il padre nella sua richiesta espose quello che evidentemente era nella sua volontà e che Cristo realmente fece. In realtà, se gli altri due, o uno di loro, avessero affermato che fu il padre stesso a dire quello che dissero i suoi familiari venuti da casa - e cioè che Gesù non doveva essere ulteriormente infastidito essendo la fanciulla già morta -, le sue parole come le riferisce Matteo sarebbero in contrasto con il suo pensiero. Se invece furono i familiari a recare questa notizia e a suggerire che non occorreva più far venire il Maestro, non si dice con questo che il padre fu dello stesso avviso e, anche se il Signore gli disse: Non temere; credi e sarà salvata 302, le parole non vanno prese come un rimprovero a uno che diffidava ma come una conferma nella fede, che doveva essere più forte. C'era effettivamente in lui la fede, ma era simile a quella di colui che disse al Maestro: Credo, Signore, ma tu soccorrimi nella mia incredulità 303.

28. 67. Stando così le cose, dall'esame delle locuzioni usate dagli evangelisti - diverse ma non contrarie fra loro - ricaviamo un insegnamento quanto mai utile, anzi più che necessario. Ed è questo: nelle parole adoperate dagli scrittori sacri noi non dobbiamo ricercare altro all'infuori della loro intenzione, di cui le parole debbono essere al servizio. Non dobbiamo pertanto supporre menzogne nell'uno o nell'altro degli evangelisti se con parole differenti riferiscono la richiesta voluta da quel padre senza dire come effettivamente la espresse. Esigendo questo litteralismo, saremmo quei meschini cacciatori di vocaboli i quali ritengono che la verità debba stare, diciamo così, aggiogata a dei segni grafici. In effetti e nelle parole e in tutti gli altri segni con cui si esprime l'anima non si deve ricercare altro se non l'anima stessa.

28. 68. Alcuni codici di Matteo leggono: Non è morta, la donna, ma dorme 304, mentre Marco e Luca ci attestano che la morta era una ragazza di dodici anni 305. Intendi l'espressione di Matteo secondo il consueto modo di parlare degli Ebrei. Si trova infatti anche in altri passi della Scrittura che il nome " donna " viene dato non solo a persone maritate ma anche a ragazze intatte e vergini. Così di Eva è scritto: Dio formò la donna 306; e nel libro dei Numeri è comandata una custodia speciale per le donne che non sono state a letto con uomini, cioè che sono vergini 307, affinché non vengano uccise. Usando un'identica espressione, Paolo dice che Cristo fu fatto da donna 308. Questa interpretazione è più comprensibile dell'altra che c'indurrebbe a credere che una ragazzina di dodici anni fosse già sposata o avesse avuto rapporti con qualche uomo.

I due ciechi e il demonio muto.

29. 69. Continua Matteo: Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: " Figlio di Davide, abbi pietà di noi! " 309, ecc. fino alle parole: Ma i farisei dicevano: " Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni " 310. Questo racconto dei due ciechi e del demonio muto lo ha solo Matteo. Difatti quei due ciechi di cui parlano anche gli altri evangelisti 311 non sono gli stessi ciechi: è un fatto a questo somigliante che lo stesso Matteo riporta altrove 312. Se non lo avesse precisato l'evangelista si sarebbe potuto pensare che quanto ora da lui narrato fosse lo stesso episodio di cui parlano gli altri due. Dobbiamo in realtà metterci bene in testa che ci sono più fatti che si somigliano fra loro: la qual cosa appare chiaramente quando tutti e due vengono riportati dallo stesso evangelista. Se quindi presso i singoli scrittori troviamo episodi narrati esclusivamente da uno di loro e contenenti difficoltà insolubili, dobbiamo pensare non trattarsi dello stesso fatto ma di un altro simile avvenuto con simili modalità.

La missione degli Apostoli.

30. 70. Da qui in avanti non appare con chiarezza in che ordine si siano susseguiti i fatti. Matteo, dopo i due avvenimenti - dei ciechi e del demonio muto - prosegue: Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: " La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe! ". Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi 313, ecc. fino alle parole: In verità vi dico: Non perderà la sua ricompensa 314. In tutto il brano ora ricordato il Signore dà molti ammaestramenti ai discepoli, ma, come prima è stato notato, non risulta con evidenza se Matteo abbia seguito l'ordine reale dei fatti ovvero li abbia ordinati così come li ricordava. Quanto a Marco, egli dà l'impressione d'aver voluto abbreviare e restringere la serie degli avvenimenti. Inizia infatti dicendo: Gesù percorreva i villaggi insegnando. Allora chiamò i Dodici ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi 315, ecc. fino alle parole: Scuotete la polvere dai vostri piedi in testimonianza contro di loro 316. Prima però di narrare questi fatti, appena cioè terminato il racconto della risurrezione della figlia dell'arcisinagogo, egli racconta del Signore che, recatosi nella sua città natale, vi suscitò una grande ammirazione in quanto, conoscendo la gente il suo parentado, non sapevano spiegarsi l'origine di una così eccezionale sapienza 317 e dei suoi straordinari poteri. Questo episodio è ricordato anche da Matteo 318, ma dopo l'istruzione che in quel tempo il Signore stava impartendo ai discepoli e numerosi altri avvenimenti. Si rimane quindi nell'incertezza riguardo a quel che avvenne nella sua città; né è chiaro se Matteo richiami alla mente, in un secondo tempo, ciò che prima aveva omesso, ovvero se sia stato Marco ad anticipare il fatto in base a quanto conforme egli ricordava. Rimane incerto, dico, chi dei due abbia seguito l'ordine reale dei fatti e chi si sia uniformato al ricordo che ne aveva conservato. Ed eccoci ora a Luca. Subito dopo la risurrezione della figlia di Giairo colloca l'episodio del potere dato ai discepoli e l'ammonizione loro rivolta 319. Il suo racconto è breve come quello di Marco, ma dalle sue parole non appare se abbia seguito o meno l'ordine in cui avvennero i fatti. Riguardo ai nomi degli Apostoli, Luca ce li fornisce anche con un altro nome, e cioè quando furono scelti là sul monte, e qui non si differenzia da Matteo se non riguardo al nome di Giuda di Giacomo, che Matteo chiama anche Taddeo 320 o, come recano alcuni codici, Lebbeo. Chi mai infatti potrebbe impedire a una persona di chiamarsi con due o anche tre nomi?

30. 71. Si è soliti porre anche il problema di come mai Matteo e Luca riferiscano che il Signore disse ai discepoli di non prendere il bastone 321, mentre al dire di Marco, egli comandò loro di non prendere per il viaggio nient'altro se non il bastone, proseguendo poi: Né bisaccia, né pane, né denaro nella borsa 322. Con tali parole manifesta che il suo racconto verte sullo stesso episodio riportato dagli altri Vangeli, dove si dice che il bastone non bisogna prenderlo. Tale problema si risolve intendendo il bastone che, secondo Marco, occorre prendere in un senso diverso da quello di cui Matteo e Luca dicono che non lo si deve prendere. Non diversamente ci si regola a proposito di " tentazione ", che intendiamo in una maniera quando leggiamo: Dio non tenta nessuno 323 e in un' altra quando leggiamo: Il Signore vostro Dio vi tenta per sapere se lo amate 324. Nel primo caso tentazione vuol dire seduzione, nel secondo prova. Lo stesso è della parola " giudizio ". In un senso è da intenderlo nel passo: Coloro che agirono bene a risurrezione di vita, coloro che agirono male a risurrezione di giudizio 325; in senso diverso nell'altro: Giudicami, o Dio, e distingui la mia causa contro gente non santa 326. Nel primo caso significa condanna, nel secondo distinzione.

30. 72. Sono molte le parole che non hanno un solo significato ma, debitamente collocate in diversi contesti, debbono intendersi in maniera diversa, e non di rado così vengono interpretate. Tale è il passo: Non siate bambini nei sensi, ma siate bambini quanto alla malizia pur essendo perfetti nei sensi 327. Con una frase più succinta la stessa cosa poteva dirsi in questa maniera: Non siate dei bambini ma siate bambini. Ancora: Se uno di voi crede di esser sapiente in questo mondo, divenga stolto per essere sapiente 328. Cosa dicono queste parole se non: " Voi non dovete essere sapienti se volete essere sapienti "? A volte i vari significati sono espressi in maniera ingarbugliata, per cui il ricercatore è messo alla prova. Tale il passo della Lettera ai Galati: Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto; ciascuno infatti porterà il proprio peso 329. Se non prendi il termine peso in significati diversi, sarai costretto a dire che l'Apostolo nel suo parlare si contraddice, e si contraddice in parole poste assai vicine l'una all'altra, trovandosi in una stessa frase. Poco prima infatti dice: Portate i pesi l'uno dell'altro, e subito dopo: Ciascuno porterà il suo peso. Ma una cosa sono i pesi della fragilità, che occorre portare insieme, un altro i pesi delle proprie azioni di cui si dovrà rendere conto a Dio. Nei primi si deve solidarizzare con i fratelli per sostenerli; quanto agli altri invece, ciascuno deve portare i propri. Così è del bastone. Lo si può intendere in senso spirituale, come quando diceva l'Apostolo: Dovrò venire a voi con la verga? 330, ma anche in senso materiale, come quando parliamo della verga usata per spronare il cavallo e in altre circostanze, per sorvolare su altri sensi figurati che ha questa parola.

30. 73. Bisogna dunque ritenere che il Signore disse agli Apostoli l'una e l'altra cosa: " Non prendere il bastone " e " Prendere solo il bastone ". Secondo Matteo infatti egli disse loro: Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, e immediatamente soggiunse: L'operaio merita il suo cibo 331. Ciò dicendo mostra con sufficiente chiarezza perché vieta loro di possedere e portare con sé le cose sopra nominate. Non intendeva dire che non fossero necessarie per sostentarsi durante la vita presente, ma, siccome li inviava ad annunziare il Vangelo, il loro sostentamento era un obbligo che ricadeva sui credenti. Egli voleva appunto sottolineare che i credenti hanno tale debito verso gli Apostoli, come ai soldati è dovuto lo stipendio, il frutto della vigna a chi la coltiva, il latte a chi pascola il gregge. A riguardo dice Paolo: E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? O chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? 332 Si riferiva alle cose necessarie a chi predica il Vangelo, e pertanto può dire più avanti: Se noi abbiamo seminato in voi le cose spirituali, è forse gran cosa se raccogliamo beni materiali? Se gli altri hanno tali diritti su di voi, non l'avremo noi di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto 333. Da queste parole si ricava che il Signore, nel dare quel precetto, non proibiva ai predicatori del Vangelo di vivere di risorse diverse da quelle somministrate dai popoli evangelizzati. Altrimenti avrebbe contravvenuto a questo precetto lo stesso Apostolo, il quale, per non essere di aggravio ad alcuno, si procurava di che vivere lavorando con le sue mani 334. Dando quel precetto il Signore aveva solo insegnato agli Apostoli che si rendessero conto di avere il diritto di esigere tali prestazioni. Quando infatti il Signore imparte un ordine vero e proprio, se non lo si esegue si commette una colpa di disobbedienza; quando invece accorda una concessione, è lecito a ognuno non usarne o, per così dire, rinunciare al proprio diritto. Parlando dunque ai discepoli in quella maniera, il Signore mirava ad inculcare ciò che in seguito l'Apostolo avrebbe spiegato in forma più chiara dicendo: Non sapete che coloro che celebrano il culto traggono il vitto dal culto, e coloro che attendono all'altare hanno parte dell'altare? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunziano il Vangelo vivano del Vangelo. Ma io non mi sono avvalso di nessuno di questi diritti 335. Dicendo che il Signore aveva dato un tale ordine ma lui personalmente non se ne era avvalso, mostra all'evidenza che si trattava d'una facoltà che veniva concessa, non di un obbligo cui si doveva sottostare.

30. 74. Quando dunque il Signore dava quei suoi ordini, non prescriveva altro se non ciò che gli fa dire l'Apostolo: " Chi predica il Vangelo deve vivere del Vangelo "; e con tali parole voleva rendere sicuri gli Apostoli nel non possedere e non portare appresso nulla di ciò che si ritiene necessario alla vita, né molto né poco. Se quindi esclude anche la verga è per mostrare che tocca ai fedeli provvedere di tutto i servi del Signore, dato che essi non debbono ricercare nulla di superfluo. Aggiungendo infatti: L'operaio è degno del suo cibo 336, manifesta in maniera assolutamente palese a che cosa si riferivano le sue parole e per quale motivo le diceva. Questa facoltà indica dunque il Signore usando il termine verga e dicendo di non prendere nulla per il viaggio, nemmeno la verga. Con una formula più breve avrebbe potuto dire così: Non prendete con voi nessuna cosa necessaria, nemmeno la verga; tuttavia prendete la verga. Con le parole: Nemmeno la verga si sarebbe dovuto intendere: Nemmeno le cose più piccole; quanto poi all'aggiunta: Prendete soltanto la verga 337, questo ne sarebbe stato il senso: a seguito del potere accordatovi dal Signore e rappresentato figuratamente dalla verga non vi mancherà niente anche se voi non porterete niente. Il Signore, concludendo, disse l'una e l'altra cosa ma i singoli evangelisti non intendono riportare l'una e l'altra cosa. Se infatti si ammettesse l'ipotesi contraria, ne deriverebbe che colui il quale disse di prendere la verga sia in contrasto con colui che disse di non prenderla. Occorre quindi accettare questa diversità di significato nelle parole dei singoli scrittori, spiegata ragionevolmente la quale svanirà ogni motivo di contrapposizione.

30. 75. Lo stesso vale per il precetto, riferito da Matteo, di non portarsi i calzari durante il viaggio 338. È vietata l'angustia con cui ci si preoccupa di portarli temendo che abbiano a mancare. Identica è l'interpretazione per la due tuniche: nessuno deve pensare che occorra procurarsi un'altra tunica oltre a quella che si indossa. Non si deve cioè essere in angustia per una cosa non necessaria: il predicatore la consegue in virtù del potere stesso della evangelizzazione. Che se Marco dice, dell'evangelizzatore, che deve andare calzato con sandali o scarpe, ciò dicendo avverte che tali calzature contengono un significato recondito, e cioè che il suo piede non deve poggiare in terra né coperto né scoperto. Il che vuol dire che il Vangelo non va tenuto nascosto né lo si deve far poggiare su vantaggi terreni. Se poi, riguardo alle tuniche, dice che non bisogna né portarne né averne due ma più energicamente proibisce anche di indossarle - Non indossino due tuniche 339 -, quale richiamo intende rivolgere loro se non quello di comportarsi non con doppiezza ma con semplicità?

30. 76. Non si deve parimenti dubitare in alcun modo che il Signore tutte le cose che disse le disse in parte con linguaggio proprio e in parte con linguaggio figurato; e gli evangelisti ne misero in iscritto solo una parte, scegliendo per alcune l'uno e per alcune l'altro dei modi di dire. A volte riportarono le stesse cose in due o in tre, o magari anche tutti e quattro; tuttavia, di quello che il Maestro disse o fece, non ci è stata mai fatta una narrazione completa. Che se poi qualcuno pensasse che il Signore in uno stesso discorso non abbia potuto usare per alcune cose il linguaggio proprio e per altre quello figurato, s'accorgerà presto come tale affermazione sia avventata e grossolana. Basta guardare alle cose nel loro insieme. E qui mi sia consentito dare il primo esempio che mi viene in mente e cioè l'ammonizione secondo la quale la sinistra non deve sapere ciò che fa la destra 340. Il ricercatore prenderà la frase in senso figurato e la riferirà o direttamente all'elemosina o anche a qualunque altro precetto contenuto in quella pagina.

30. 77. Di proposito voglio ancora una volta avvertire il lettore che si ricordi di una cosa indispensabile, di modo che non abbia poi bisogno di continui richiami. Ed è questa: il Signore, le cose che aveva già dette, le ripeteva in molte, moltissime occasioni; per cui, se per caso la successione dei fatti nel racconto di un evangelista non coincidesse con quella di un altro, non si deve pensare che ci siano per questo delle contrapposizioni fra i diversi autori. Ci si deve solo render conto che cose narrate in un dato contesto sono ripetizioni di quanto narrato altrove; e questa osservazione vale tanto per i detti quanto per i fatti. Nulla impedisce infatti di ritenere che uno stesso evento sia accaduto più volte; sarebbe anzi sacrilega scempiaggine se uno, per non credere alla ripetizione di un fatto, in base a motivi che in nessun modo convincono dell'impossibilità di tale ripetizione, accusasse di falsità il Vangelo.

I discepoli del Battista si recano da Gesù.

31. 78. Prosegue Matteo: Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città. Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo di due suoi discepoli: " Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? " 341, ecc. fino alle parole: Ma alla sapienza è stata resa giustizia dai suoi figli 342. Tutto questo brano riguardante Giovanni Battista - che cioè egli inviò a Gesù i discepoli, la risposta data a questi inviati, e quanto disse il Signore a proposito di Giovanni dopo la partenza dei discepoli - lo ha tramandato anche Luca 343, ma non nello stesso ordine; né risulta con chiarezza quale dei due evangelisti abbia scritto in conformità col modo com'egli ricordava i fatti e quale invece abbia riportato l'ordine secondo il quale accaddero realmente le cose.

Il rimprovero di Cristo alle città incredule.

32. 79. Prosegue Matteo: Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite 344, ecc. fino alle parole: Al paese di Sodoma si userà, nel giorno del giudizio, più clemenza che non a te 345. Le stesse parole sono riportate da Luca, il quale congiunge queste minacce uscite dalla bocca del Signore a un altro suo discorso ambientato altrove 346. Da ciò si ha l'impressione che Luca riferisca tali parole collocandole nel contesto in cui furono effettivamente pronunciate dal Signore, mentre Matteo si attiene all'ordine secondo il quale le ricordava. Qualcuno però potrebbe supporre che le parole: Allora cominciò a inveire contro la città, per la presenza appunto di quell'allora, le si debba prendere come indicanti il momento preciso in cui furono dette e non un periodo di tempo piuttosto prolungato in cui poterono verificarsi le molte cose che il Vangelo racconta essere state fatte e dette. Chi è di quest'avviso deve ritenere che anche in questo caso si tratta di parole dette due volte. Si trovano infatti nei racconti stilati dai singoli evangelisti parole pronunciate due volte dal Signore, com'è il caso del non prendere la bisaccia per il viaggio, di cui Luca, e delle altre cose da lui riferite in modo analogo: per le quali cose si dimostra che furono dette due volte dal Signore 347. E se le cose stanno davvero così, nulla di strano se una frase detta due volte dal Signore viene riferita dai singoli evangelisti nel contesto in cui fu detta nell'uno o nell'altro caso. Ne consegue che la successione degli avvenimenti si presenterà diversa nei diversi narratori appunto perché la cosa fu detta e nel contesto in cui la colloca l'uno e nel contesto in cui la colloca l'altro.

Il giogo del Signore.

33. 80. Continua Matteo: In quel tempo Gesù disse: " Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti " 348 ecc., fino a : Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero 349. Il passo è ricordato anche da Luca, ma solo in parte, in quanto non riferisce le parole: Venite a me, voi tutti che siete affaticati 350, con quel che segue. Dovette essere, questa, un'affermazione che il Signore pronunciò una volta sola, ed è da ritenersi che Luca non abbia inteso riportare tutte le parole dette da lui. Stando dunque a Matteo, Gesù disse in quel tempo, cioè dopo che ebbe rimproverato le città; Luca al contrario dopo l'invettiva contro quelle città 351 aggiunge altre notizie, non però molte, e poi prosegue: In quella stessa ora esultò nello Spirito Santo e disse 352. Se ne ricava che, anche se Matteo non avesse detto: In quel tempo, ma: In quella stessa ora, siccome le cose inserite da Luca nel contesto sono tanto poche, non dovrà sembrare assurdo che tutto il discorso sia stato proferito proprio in quella stessa ora.

I discepoli raccolgono le spighe.

34. 81. Continua Matteo: In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano 353 ecc., fino alle parole: Il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato 354. Questo episodio è riportato sia da Marco sia da Luca 355, che però non premettono: In quel tempo. Se ne potrebbe forse dedurre che Matteo abbia seguito l'ordine reale dei fatti, mentre gli altri quello secondo cui dei fatti serbavano la memoria, a meno che l'espressione: In quel tempo non la si prenda in un senso più elastico e la si faccia equivalere a " Nel tempo in cui tutte queste svariate cose avvenivano ".

L'uomo dalla mano rattrappita.

35. 82. La narrazione di Matteo prosegue in questo modo: Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. Ed ecco, c'era un uomo che aveva una mano inaridita 356, ecc. fino alle parole: E ritornò sana come l'altra 357. Né Marco né Luca passano sotto silenzio l'uomo che aveva la mano inaridita e che fu guarito da Gesù 358. Si potrebbe pensare che l'episodio delle spighe e quello della guarigione di questo infermo accaddero lo stesso giorno, dal momento che anche a proposito di questo secondo fatto si menziona il sabato, ma vi si oppone Luca, che con chiarezza colloca la guarigione dell'uomo dalla mano inaridita in un altro sabato. Per questo motivo dobbiamo ben intendere le parole di Matteo: Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. È vero che non venne nella sinagoga se non dopo essere passato oltre quel luogo, ma non è precisato dopo quanti giorni venne nella loro sinagoga, oltrepassato che ebbe le loro campagne, né mai si dice che vi andò difilato e immediatamente. C'è dunque agio sufficiente per inserirvi la narrazione di Luca, secondo cui la mano di questo infermo fu guarita in un sabato diverso. Può tuttavia impressionare quanto dice Matteo, e cioè che la domanda se fosse lecito curare di sabato 359 fu posta a Gesù dai presenti che andavano in cerca di un'occasione per accusarlo. A questi tali egli propose la parabola della pecora e disse: Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l'afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato 360. Marco e Luca viceversa riferiscono che a porre la domanda fu lo stesso Signore: È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla? 361 Penso che l'interpretazione esatta sia questa. Inizialmente i presenti interrogarono il Signore se fosse lecito curare di sabato; successivamente, leggendo egli nei loro pensieri l'intenzione di voler trovare un motivo di accusa, pose in mezzo al gruppo l'uomo che poi avrebbe guarito e rivolse ai maligni le domande riferite da Marco e Luca. Siccome però essi tacevano, propose la parabola della pecora, concludendo che di sabato è lecito compiere una buona azione. Alla fine, dopo che ebbe loro rivolto uno sguardo pieno di collera, come dice Marco, afflitto per l'accecamento del loro cuore disse a quell'uomo: Stendi la tua mano 362.

I farisei vogliono eliminare Gesù.

36. 83. Continuando il racconto, scrive Matteo: I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo. Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, ordinando loro di non divulgarlo, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: 363 ecc., fino alle parole: E nel suo nome spereranno le genti 364. Questo episodio è narrato dal solo Matteo, mentre gli altri due passano a raccontare altri fatti. Riguardo all'ordine cronologico degli avvenimenti, chi lo ha rispettato un po' più sembrerebbe essere Marco, il quale afferma che Gesù, conosciuto l'animo ostile dei Giudei, insieme con i discepoli si recò in riva al mare, e lì accorsero in gran numero le folle ed egli guarì moltissimi infermi 365. Dove poi anche Marco cominci ad andare per la sua strada senza più curarsi dell'ordine reale dei fatti non è indicato che lo faccia con chiarezza. Può averlo fatto lì, dove dice che le folle si recavano da lui, e difatti ciò può essere accaduto in tempo diverso, ovvero lì, dove ricorda che il Signore salì sul monte. È quanto sembra voler riferire anche Luca, il quale scrive: Ora accadde che in quei giorni egli uscì a pregare nel monte 366. Con le parole: In quei giorni mostra con sufficiente chiarezza che l'episodio non accadde subito dopo l'altro.

L'indemoniato cieco e muto.

37. 84. Matteo prosegue: Allora gli fu presentato un ossesso, cieco e muto; ed egli lo guarì sì che poteva parlare e vedere 367. Questo episodio lo riferisce anche Luca 368, non però nello stesso ordine ma dopo molti altri avvenimenti e affermando che egli era muto, non però cieco. Non mi sembra tuttavia logico ritenere che egli, sebbene passi sotto silenzio alcuni particolari, parli di un altro individuo. Nel riferire infatti gli avvenimenti successivi si ricollega a quanto narrato anche da Matteo.

La bestemmia contro lo Spirito Santo.

38. 85. Prosegue Matteo: E tutta la folla era sbalordita e diceva: "Non è forse costui il figlio di Davide? ". Ma i farisei, udendo questo, presero a dire: " Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni ". Ma egli, conosciuto il loro pensiero, disse loro: " Ogni regno diviso in se stesso cade in rovina " 369 ecc., fino alle parole: poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato 370. Marco non collega quanto si diceva di Gesù, che cioè egli cacciava i demoni col potere di Beelzebub, con l'episodio del muto ma colloca tali parole dopo altri episodi narrati da lui solo. Questo materiale poté desumerlo da altro contesto e collocarlo qui, ovvero poté omettere qualche elemento per tornare in seguito all'ordine che s'era proposto 371. Luca racconta gli stessi avvenimenti riportati da Matteo e quasi con le stesse parole 372. Che se egli chiama lo Spirito divino dito di Dio, non per questo si allontana dal senso dell'espressione, anzi è per noi un bell'insegnamento per farci comprendere come si debbano interpretare i passi delle Scritture dove si parla di dito di Dio. In tutto il resto poi, che Marco e Luca omettono, non ci sono problemi; come non ce ne sono dove le espressioni sono fra loro leggermente differenti rimanendo identica la sostanza del racconto.

Il sogno di Giona.

39. 86. Prosegue Matteo: Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: " Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno " 373 ecc., fino alle parole: Così avverrà anche a questa generazione perversa 374. Le stesse cose narra Luca e allo stesso posto, ma con ordine leggermente diverso 375. La richiesta presentata al Signore da quei tali di avere un segno dal cielo viene, ad esempio, ricordata in antecedenza, e cioè subito dopo il miracolo del muto; non vi è però riferita la risposta che loro diede il Signore. Tale risposta, al dire dell'evangelista, fu data dopo che erano accorse le folle, e questo fa comprendere che si tratta della gente ricordata sopra, coloro cioè che chiedevano un segno dal cielo. La notizia è collocata dopo il racconto della donna che disse al Signore: Beato il grembo che ti ha portato 376; e questo racconto della donna è, a sua volta, inserito dopo il discorso del Signore sullo spirito immondo che, quando esce da un uomo, vi ritorna e trova la casa pulita. Narrato l'episodio della donna, nel riferire la risposta data alle turbe che chiedevano il segno dal cielo, Luca aggiunge il confronto col profeta Giona e, continuando senza interruzioni il discorso del Signore, ricorda quello che egli disse sulla regina del mezzogiorno e sui niniviti 377. Raccontando così le cose egli riferisce certi particolari omessi da Matteo senza per altro omettere cose che questi racconta nel presente contesto. Ognuno poi vede quanto sia inutile indagare l'ordine seguito dal Signore in questo suo discorso. Dobbiamo infatti cacciare nella nostra testa che l'autorità degli evangelisti è la più alta che ci sia e non è una falsità se uno di loro nel riferire un discorso non lo struttura secondo l'ordine seguito da chi lo aveva pronunziato. In effetti l'ordine, o che sia così o che sia diverso, non tocca la sostanza delle cose. Tornando a Luca, egli ci palesa che questo discorso del Signore fu abbastanza lungo e in esso inserisce espressioni equivalenti a quelle che Matteo pone nel discorso della montagna 378. Di tali parole dobbiamo supporre che furono dette due volte, cioè qui e là. Terminato poi il presente discorso, Luca passa ad altro, e nel fare così è incerto se si sia attenuto o meno all'ordine reale dei fatti. Egli prosegue: E mentre parlava uno dei farisei lo pregava di recarsi a pranzo da lui 379. Non dice però l'evangelista " Mentre diceva queste cose ", ma: Mentre parlava. Se infatti avesse detto: " Mentre diceva queste cose ", ci avrebbe costretti a intendere per forza che gli eventi non solo erano da lui raccontati in quell'ordine ma che veramente così li aveva compiuti il Signore.

La madre e i fratelli di Gesù.

40. 87. Continua Matteo: Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli 380 ecc., fino alle parole: Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre 381. Dobbiamo senza esitazioni ritenere che questo fatto accadde subito dopo il precedente, poiché, passando a raccontarcelo, l'evangelista premette le parole: Mentre egli parlava ancora alla folla. Orbene quell'ancora a cosa si riferisce se non a ciò che diceva prima? Non dice infatti: "Mentre parlava alla folla, sua madre e i suoi fratelli " ecc., ma: Mentre egli parlava ancora, espressione che di necessità dobbiamo intendere nel senso che egli stava dicendo ancora le cose esposte in precedenza. In effetti anche Marco, riportate le parole dette dal Signore sulla bestemmia contro lo Spirito Santo, scrive: E vengono la madre e i fratelli 382, omettendo alcuni avvenimenti sui quali Matteo si diffonde più di Marco, collocandoli proprio nel contesto di quel medesimo discorso del Signore. Luca è in questa narrazione ancor più diffuso di Matteo e non segue lo stesso ordine dei fatti ma, quanto al nostro episodio in particolare, lo anticipa narrandolo al momento in cui se ne ricorda e inserendolo nel contesto della narrazione in modo che sembra isolato dagli altri fatti, antecedenti e successivi 383. Riferisce infatti alcune parabole del Signore; quindi, stando a ciò che gli veniva in mente, passa a narrare l'episodio della madre e dei fratelli in questi termini: E vennero da lui sua madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarglisi a causa della folla 384. Nulla quindi dice del tempo quando essi arrivarono; e quando passa a descrivere gli avvenimenti successivi si esprime così: Ora accadde che, in uno di quei giorni, egli salì su una barca insieme con i discepoli 385. Dicendo che il fatto accadde in uno di quei giorni ci mostra con sufficiente chiarezza che non deve necessariamente intendersi del giorno stesso in cui il resto era accaduto né del giorno immediatamente seguente. Nessun contrasto dunque fra quel che narra Matteo sulla madre e i fratelli del Signore e quanto narrano gli altri due evangelisti: e ciò, sia riguardo alle parole del Signore sia riguardo alla successione dei fatti.

Il discorso sulle parabole narrate concordemente dagli Evangelisti.

41. 88. Prosegue Matteo: Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse 386 ecc., fino alle parole: Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche 387. Tutto questo dovette accadere subito dopo il racconto fatto da Matteo a proposito della madre e dei fratelli del Signore, anzi è da supporsi che l'evangelista, nel narrare i fatti, abbia mantenuto anche l'ordine secondo cui avvennero. È una supposizione basata sul motivo che egli, passando dal primo al secondo episodio, li ricollega dicendo: Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla. È vero che nel linguaggio biblico giorno significa talvolta "tempo "; ma, di per sé, dicendo: In quel giorno l'evangelista vuole indicarci abbastanza chiaramente che i fatti accaddero di seguito o per lo meno che non vi si interposero molti altri avvenimenti. Questo dobbiamo a maggior ragione concludere perché anche Marco segue lo stesso ordine 388. Luca invece si diversifica 389: terminato infatti il racconto della madre e dei fratelli del Signore, passa a narrare altre cose. Egli tuttavia nel fare questo passaggio non accenna ad alcun collegamento che potrebbe contrastare con l'ordine seguito dagli altri evangelisti. Di tutte le parole che secondo Matteo furono dette dal Signore, quelle che insieme con lui hanno tramandato Marco e Luca non pongono alcun problema di incompossibilità; quelle che ci ha tramandato solo Matteo sono ancor più esenti dal far problema. Ma anche nell'ordine dei racconti, per quanto l'uno proceda in maniera diversa dall'altro sia nell'esporre le cose in se stesse sia nel riferire i propri ricordi, non saprei proprio vedere come o in che cosa siano in contrapposizione fra loro.

Gesù a Nazareth.

42. 89. Prosegue Matteo: Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga 390 ecc., fino alle parole: E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità 391. L'evangelista passa dal precedente discorso parabolico senza lasciar segno che l'ordine dei fatti richieda necessariamente un'immediata successione. Questo anche perché Marco dalle parabole 392 si volge non a raccontare le stesse cose di Matteo ma altre, secondo una successione che ritiene anche Luca nel suo racconto 393. Risulta quindi più attendibile che i fatti si siano susseguiti nell'ordine secondo cui li hanno collegati insieme questi due evangelisti. Pertanto, dopo le parabole, collochiamo il fatto della barca nella quale Gesù dormiva e il miracolo dei demoni cacciati, avvenuto nel paese dei Geraseni: episodi che Matteo ha sistemato già prima conforme ricordava 394. Ora passiamo alle parole dette dal Signore nel suo paese e a quelle che furono a lui rivolte dai compaesani, e vediamo se Matteo concorda con gli altri due, cioè Marco e Luca; poiché, quanto a Giovanni, egli nel suo racconto colloca le parole dette al Signore o dal Signore in capitoli molto diversi e distanti 395, e la maniera di raccontarle non è conforme a quanto ricordato in questo contesto dagli altri tre.

42. 90. E passiamo a Marco. Egli riferisce - e in questo stesso contesto - quasi tutte le cose riferite da Matteo. Se ne allontana solo perché, a quanto egli scrive, il Signore fu chiamato dai suoi conterranei non " figlio dell'artigiano " 396 come dice Matteo, ma " artigiano " e " figlio di Maria ". Non c'è da stupirsi poiché l'una e l'altra cosa gli si poteva dire: se infatti lo credevano un artigiano era perché lo ritenevano figlio di un artigiano 397. Luca descrive lo stesso avvenimento con più ampiezza e vi riconnette molti altri particolari 398. Quanto poi al tempo, egli lo colloca non molto dopo il battesimo e la tentazione, anticipando evidentemente quel che sarebbe accaduto più tardi e dopo tante altre cose. Da questo ogni studioso può ricavare un avvertimento, più che mai necessario nel grave problema della concordia fra gli evangelisti, che noi abbiamo, con l'aiuto di Dio, intrapreso a risolvere. Occorre cioè tener presente che essi non hanno tralasciato delle cose perché non le sapevano e, quanto alla successione, se hanno preferito l'ordine secondo cui ricordavano le cose, non è perché non sapevano come in realtà i fatti si erano susseguiti. Ciò si ricava in modo più che evidente dal fatto che Luca, prima di narrare l'una o l'altra delle cose compiute dal Signore a Cafarnao, colloca il passo che stiamo ora esaminando, dove si parla dei suoi concittadini che, sebbene stupiti per l'eccezionale sua potenza, ne disprezzavano l'origine popolana. Egli infatti riporta qui le parole dette da Gesù: Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria 399. In realtà, stando al racconto che dei fatti ci ha tramandato lo stesso Luca, non si legge che fino a quel momento il Signore avesse svolto attività a Cafarnao. Trattandosi quindi d'un lavoro non lungo ma insieme e facilissimo e oltre modo necessario, vogliamo qui esporre la serie dei fatti - e le loro modalità - attraverso i quali l'evangelista giunge alla presente narrazione. All'inizio segnala il battesimo e le tentazioni del Signore e poi soggiunge: Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: " Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore " 400. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi ". Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: " Non è il figlio di Giuseppe? ". Ma egli rispose: " Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fàllo anche qui, nella tua patria! " 401, con tutto il resto fino al termine del racconto. Cosa risulta, pertanto, più chiaro di questo, che cioè Luca, conoscendo come andarono in realtà le cose, ne anticipa il racconto in questo contesto? Egli sapeva infatti che gesta importanti furono già compiute dal Signore a Cafarnao e le riferisce a questo punto essendo consapevole di non averle ancora raccontate. Non era giunto infatti molto avanti da quando aveva parlato del battesimo di Gesù perché si possa pensare essersi ormai dimenticato di non aver raccontato nulla di quanto era accaduto a Cafarnao. Così egli inizia ora a raccontare le cose compiute dal Signore dopo che fu battezzato.

Erode desidera vedere Gesù.

43. 91. Matteo continua: In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: " Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui " 402. Marco riferisce questo fatto con le stesse parole ma non seguendo lo stesso ordine 403. Egli infatti prima narra del Signore che invia i discepoli con l'ordine di non prendere nulla per il viaggio all'infuori del bastone. Terminato il discorso, così come egli lo ricorda, Marco vi riconnette l'episodio di Erode, senza peraltro esprimere alcuna nota cogente, che cioè costringa a ritenere che esso sia stato pronunziato subito dopo. Ciò, del resto, vale anche per Matteo, che scrive: In quel tempo, e non: In quello stesso giorno, o nella stessa ora. C'è però da osservare che Marco non ci tramanda le parole di Erode ma scrive soltanto: Alcuni dicevano che Giovanni Battista era risuscitato dai morti 404. Matteo al contrario, attribuendo le parole ad Erode in persona, scrive: Erode diceva ai suoi cortigiani. Luca nel raccontare la cose segue lo stesso ordine di Marco, ma in nessun modo ci obbliga a ritenere che proprio quello fu l'ordine secondo il quale si susseguirono i fatti. Ricordando l'episodio si esprime così: Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: " Giovanni è risuscitato dai morti ", altri: " È apparso Elia ", ed altri ancora: " È risorto uno degli antichi Profeti ". Ma Erode diceva: " Giovanni l'ho fatto decapitare io; chi è dunque costui del quale sento dire tali cose? ". E cercava di vederlo 405. Nella sua narrazione Luca si conforma a Marco quando afferma che a parlare di Giovanni risorto dai morti furono certi altri, e non Erode, ma nello stesso tempo ci presenta un Erode titubante e solo in seguito gli fa dire: Giovanni l'ho decapitato io; e allora chi potrà essere costui sul conto del quale sento dire tali cose? Queste parole dobbiamo intenderle come dette da lui al termine della sua esitazione quando, convintosi interiormente, accettò quel che dicevano gli altri, e fu allora che, come riferisce Matteo, si rivolge ai cortigiani con le seguenti affermazioni: Egli disse ai suoi cortigiani: " Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui " 406. Le sue parole potrebbero pronunziarsi con diversa accentuazione, di modo che indicherebbero il perdurare della sua titubanza. Se infatti egli avesse detto: " Sarebbe mai costui Giovanni Battista? " ovvero: " Che per caso egli sia Giovanni Battista? ", non ci sarebbe stato alcun bisogno di indicare come tali parole furono pronunziate e che esse debbono intendersi in senso dubitativo o di esitazione. Siccome però tali particelle dubitative mancano, la frase può essere pronunziata in tutt'e due i modi. Possiamo cioè ritenere che Erode, convinto dalle parole altrui, disse quella frase credendola rispondente a verità, ma possiamo anche ritenere che egli la disse - come scrive Luca - ancora dubbioso. E a questo ci orienta Marco, il quale, dopo aver detto che certuni parlavano di un Giovanni risuscitato dai morti, verso la conclusione non ci nasconde che fu lo stesso Erode a dire: Quel Giovanni che io ho decapitato è risorto dai morti 407. Queste parole tuttavia possono essere pronunziate con duplice accentuazione e avere un senso o affermativo o anche dubitativo. Narrato questo episodio, Luca passa ad altro; gli altri due invece, cioè Matteo e Marco, prendendo lo spunto da quanto ora narrato si diffondono a descrivere in che modo Giovanni fu ucciso da Erode.

Il martirio di Giovanni Battista.

44. 92. Prosegue Matteo: Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade, moglie di suo fratello 408 ecc., fino alle parole: I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù 409. Marco riporta il fatto in modo simile 410, mentre Luca non lo ricorda nello stesso ordine ma lo pone in prossimità del battesimo del Signore 411. Da ciò si desume che egli ha voluto anticipare il fatto e, prendendo occasione dal battesimo narra in quel contesto ciò che accadde molto tempo dopo. Egli riporta dapprincipio quanto Giovanni disse riguardo al Signore: che cioè aveva in mano il ventilabro col quale avrebbe mondato la sua aia, riponendo il frumento nel suo granaio e bruciando la paglia con fuoco inestinguibile. Dopo questo passa subito a riferire avvenimenti che l'evangelista Giovanni chiarissimamente dimostra non essere accaduti subito dopo. Ricorda infatti Giovanni che Gesù dopo il battesimo si recò in Galilea e lì mutò l'acqua in vino. Dalla Galilea, dopo alcuni giorni di permanenza a Cafarnao, tornò in Giudea e là, presso il Giordano, battezzò molti; e tutto questo prima che Giovanni venisse incarcerato 412. Orbene, chi mai potrà pensare - a meno che non si tratti di persona priva d'ogni conoscenza dei nostri scritti - che Erode, indispettito per le parole dette da Giovanni sul ventilabro con cui viene mondata l'aia, lo fece immediatamente incarcerare 413? In realtà queste parole non sono state narrate nell'ordine secondo il quale avvennero, e ciò noi abbiamo dimostrato in un'altra pagina, e qui ora non un testimone qualunque ma lo stesso Luca viene a comprovarci l'asserto. Se infatti Giovanni fosse stato incarcerato subito dopo che ebbe pronunciato quelle parole, come poté battezzare Gesù, cosa che nella narrazione di Luca viene ricordata dopo l'incarcerazione di Giovanni? È dunque evidente che Luca, approfittando dell'occasione che gli si offriva anticipa il fatto conforme lo ricorda, e, siccome lo anticipa, nel suo racconto lo pone all'inizio, prima cioè di riferire molte altre cose accadute in un tempo anteriore all'incarcerazione. Anzi nel raccontare questa incarcerazione di Giovanni nemmeno gli altri due evangelisti, Matteo e Marco, la collocano nell'ordine reale dei fatti 414, come appare dai loro scritti. Essa è collocata là dove si parla del Signore che si reca in Galilea dopo l'arresto di Giovanni e, descritte le molte opere da lui compiute in Galilea, si giunge alla segnalazione concernente Erode e il suo dubbio nei confronti di Giovanni, che, da lui decapitato, poteva essere risorto da morte. Prendendo lo spunto da questo particolare narrano poi in dettaglio le vicende dell'imprigionamento e della morte di Giovanni 415.

Moltiplicazione dei pani e sue circostanze.

45. 93. Ecco come prosegue Matteo. Egli comincia col dire che la notizia dell'uccisione di Giovanni fu da ignoti recata a Cristo e poi aggiunge: Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla saputolo, lo seguì a piedi dalla città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati 416. Al riguardo l'evangelista precisa che l'episodio accadde subito dopo il martirio di Giovanni. Ragion per cui quanto da lui narrato in antecedenza, e cioè tutti gli eventi che sconcertarono Erode e gli fecero dire: Io ho decapitato Giovanni, dovettero avvenire dopo. Debbono pertanto collocarsi più tardi le gesta del Signore che le dicerie della gente portarono all'orecchio di Erode sconcertandolo e mettendolo in crisi. Non comprendeva infatti chi potesse essere colui del quale si sentivano dire cose tanto singolari dal momento che Giovanni l'aveva ucciso lui stesso. Quanto a Marco, egli, narrato il martirio di Giovanni, ricorda che i discepoli, inviati da Gesù, tornarono da lui e gli riferirono quanto avevano operato e insegnato; poi ha un particolare che lui solo ricorda: il Signore esorta i discepoli a riposarsi un poco nel deserto, sale con loro in una barca e si reca altrove. Le folle, vedendo ciò, li precedono e il Signore mosso a compassione imparte molti insegnamenti finché, a tarda sera, interviene nutrendo i presenti con i cinque pani e i due pesci 417. È questo un miracolo riferito da tutti e quattro gli evangelisti. Lo stesso Luca infatti, sebbene avesse narrato molto prima il martirio di Giovanni 418, prendendo lo spunto da quel che adesso si diceva di lui, cioè dopo aver ricordato il dubbio di Erode nei confronti del Signore e chi mai egli fosse, riporta subito dopo quanto raccontato da Marco: gli Apostoli tornano da Gesù e gli riferiscono quel che avevano compiuto; il Signore li prende con sé e insieme si appartano in un luogo solitario. Avendolo le folle seguito fin là, il Signore parlò del Regno di Dio e guarì quanti avevano bisogno di guarigione 419. Continuando il racconto, anche Luca descrive il miracolo dei cinque pani compiuto sul far della sera.

45. 94. Da questi tre evangelisti si distanzia molto Giovanni, soprattutto perché si diffonde nel raccontare i discorsi tenuti dal Signore più che non i fatti miracolosi da lui compiuti. Egli ricorda che Gesù, lasciata la Giudea, tornò di nuovo in Galilea 420: cosa che dobbiamo intendere avvenuta quando anche gli altri evangelisti raccontano di lui che, incarcerato Giovanni, andò in Galilea 421. Narrato questo, Giovanni riferisce che, attraversando la Samaria, egli tenne un lungo discorso con la Samaritana che casualmente incontrò presso il pozzo 422, e poi, continuando il racconto, dice che dopo due giorni, lasciata quella regione, si recò in Galilea, venne a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino e guarì il figlio di un funzionario del re 423. Su tutte le altre cose che il Signore, a detta degli altri evangelisti, compì in Galilea Giovanni non dice nulla; ci riferisce invece un fatto non menzionato dai primi tre evangelisti, e cioè che egli, salito a Gerusalemme per la festa, vi compì un grande miracolo. Guarì un uomo che, malato da trentotto anni, non trovava nessuno che lo calasse nella piscina dove venivano guariti tanti altri, affetti da vari disturbi fisici 424. In quella circostanza, dice l'evangelista, Gesù tenne un lungo discorso, e dopo tutti questi avvenimenti attraversò il mare di Galilea, cioè di Tiberiade, seguito da numerosa folla; e poi salì sulla montagna e lì sedette in compagnia dei discepoli. Era ormai prossima la Pasqua, la festa dei Giudei. Egli alzò gli occhi e, vedendo quell'immensa folla, la sfamò con i cinque pani e i due pesci 425. È quanto narrano gli altri tre evangelisti. Dal che si deduce con certezza che Giovanni sorvola su tutti gli avvenimenti narrando i quali gli altri pervengono al racconto di questo miracolo. Siccome però costoro tacciono su cose raccontate da Giovanni, si può dire che tutti e quattro si incontrano nel miracolo dei cinque pani dopo aver percorso strade diverse. In esso infatti convergono e i tre, che più o meno hanno percorso una medesima via, e Giovanni, che, affascinato dai sublimi discorsi del Signore, ha seguito quasi volando rotte diverse, narrando fatti taciuti dagli altri. Con loro però s'incontra nel ricordare il miracolo dei cinque pani, dopo il quale - e non molto dopo - se ne allontana nuovamente per volare come prima a quote più alte.

Il miracolo dei cinque pani in se stesso.

46. 95. Torniamo ora a Matteo, il quale, stilando la sua narrazione in un certo ordine, così la conduce all'episodio dei cinque pani: Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: " Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare. Ma Gesù rispose: " Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare " 426 ecc., fino alle parole: Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini 427. Si tratta di un miracolo riferito da tutti e quattro gli evangelisti, i quali però, a quanto sembra, presentano alcune differenze l'uno dall'altro 428. Lo si deve quindi esaminare a fondo ed esporre in modo tale che da questo esempio si ricavi quanti e quali possano essere i generi del dire, per trarre norme valide anche in casi analoghi. Mi riferisco a quei modi di dire che, sebbene fra loro assai diversi, consentono alla sostanza del fatto di restare immutata e alla verità oggettiva d'essere sempre la stessa. L'esame del problema non va peraltro iniziato da Matteo, seguendo cioè il consueto ordine dei Vangeli, ma piuttosto da Giovanni, che dell'episodio ci ha lasciato un racconto talmente incisivo da segnalare persino il nome dei discepoli con i quali il Signore ragionò della cosa. Ecco come si esprime: Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una gran folla veniva da lui e disse a Filippo: " Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? ". Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: " Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo ". Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: " C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma cos'è questo per tanta gente? ". Rispose Gesù: " Fateli sedere ". C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: " Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto ". Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato 429.

46. 96. La nostra ricerca non verte su quel che Giovanni dice (ad esempio, che sorta di pani fossero, cioè d'orzo, cosa che egli precisa, mentre gli altri non ne parlano) né su quello che egli omette, come ad esempio che, oltre ai cinquemila uomini, c'erano anche le donne e i bambini, come dice Matteo 430. In tali questioni è cosa assolutamente certa e senza che alcuno se ne meravigli si ritiene normale che un evangelista riporti una cosa che un altro omette. Il problema sorge sulle cose narrate da più evangelisti, e ci si chiede come possano essere vere tutte quante e come mai uno che narri una cosa non si opponga all'altro che ne dice un'altra. E torniamo a Giovanni. Egli racconta che il Signore, osservate le folle, chiese a Filippo, volendolo mettere alla prova, come si sarebbe potuto dar loro da mangiare. Può sorprenderci come, in tal caso, possa esser vero quanto riferito dagli altri evangelisti, e cioè che furono i discepoli a dire per primi al Signore di licenziare le folle perché andassero a comprare il vitto nelle località vicine, e a questo loro suggerimento rispose il Signore, conforme riferisce Matteo: Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare 431. Con Matteo concordano Marco e Luca, i quali omettono solo le parole: Non occorre che vadano. Il fatto dunque lo si dovrà ricostruire così: Dette queste parole, il Signore si volse alla folla e disse a Filippo quel che riferisce Giovanni, mentre gli altri lo omettono. La risposta che, secondo Giovanni, gli diede Filippo è la stessa che ricorda Marco, e, se costui l'attribuisce ai discepoli, voleva con ciò farci capire che Filippo parlò a nome anche degli altri, seppure non si tratti anche qui dell'uso, frequentissimo, di mettere il plurale al posto del singolare. Pertanto, le parole di Filippo: Duecento denari di pane non basterebbero nemmeno a farne prendere un pezzetto a ciascuno 432, equivalgono a quelle di cui Marco: Andremo dunque a comprare duecento denari di pane e daremo loro da mangiare 433. Riguardo poi alla domanda fatta dal Signore: Quanti pani avete? la riporta solo Marco; gli altri la omettono. E se a suggerire l'idea dei cinque pani e due pesci, secondo Giovanni, fu Andrea 434, gli altri dicono la stessa cosa, anche se usano il plurale invece del singolare facendolo parlare a nome dei condiscepoli. Luca da parte sua fonde in un'unica frase la risposta di Filippo e quella di Andrea. Dicendo infatti: Non abbiamo altro se non cinque pani e due pesci, riferisce la risposta di Andrea; e aggiungendo: A meno che non andiamo a comprare il cibo per tutta questa gente 435, sembrerebbe rifarsi alla risposta di Filippo, solo che egli non menziona i duecento denari. Ma queste parole possono rientrare anche nella frase pronunciata da Andrea, il quale, dopo aver detto che c'era lì un ragazzo che aveva cinque pani d'orzo e due pesci, aggiunse: Ma cosa rappresenta questo di fronte a tante persone? 436 E queste parole equivarrebbero alle altre: A meno che non andiamo noi a comprare il cibo per tutta questa gente.

46. 97. Nell'insieme del presente racconto notiamo dunque una grande varietà di parole e insieme un perfetto accordo nella sostanza e nei concetti. Ora questo ci insegna salutarmente che nelle parole non dobbiamo cercare altro se non l'intenzione dello scrittore, in quanto ogni scrittore che voglia essere veridico deve vigilare perché tale intenzione appaia con chiarezza quando il suo racconto ha come tema o l'uomo o gli angeli o Dio. Così ognuno può esprimere a parole la propria intenzione senza che si creino contrasti intorno ad essa quando a raccontarla si è in parecchi.

46. 98. Né è da sorvolare sul particolare che, a detta di Luca, la gente fu fatta adagiare cinquanta per cinquanta, mentre secondo Marco a gruppi di cinquanta e di cento 437. È un passo che richiama l'attenzione del lettore perché poi sappia risolvere anche gli altri casi dove eventualmente si incontrasse lo stesso problema. Nel nostro caso infatti non ci turba l'aver un evangelista menzionato una parte e un altro il tutto: che cioè colui che ha parlato dei gruppi di cento persone ha riferito un particolare mentre l'altro lo ha tralasciato, e quindi nessuna contrapposizione. Ma se uno avesse parlato soltanto di cinquanta persone, l'altro soltanto di cento, il contrasto apparirebbe certo abbastanza notevole né si potrebbe concludere agevolmente che, essendo state dette tutt'e due le cose, l'uno ne riferisce una e l'altro un'altra. Chi tuttavia non vorrà ammettere che il problema, esaminato più attentamente, avrà anche così una soluzione? Dico questo perché di casi consimili ne esistono parecchi: casi che a chi se ne intende poco e sputa sentenze con faciloneria sembrano fra loro contraddittori, mentre in realtà non lo sono.

Gesù cammina sulle acque.

47. 99. Continua Matteo: Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, nel vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: " È un fantasma " 438 ecc., fino alle parole: Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio 439. Allo stesso modo Marco, narrato il miracolo dei cinque pani, continua: Venuta la sera la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra. Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario ecc. 440 Il racconto è simile a quello di Matteo, solo che Marco non dice nulla del camminare di Pietro sulle acque. Occorre inoltre stare in guardia per non farsi turbare da quanto dice Marco nei riguardi del Signore, che cioè camminando sulle acque voleva sorpassare i discepoli 441. Come poterono ricavare questa sua intenzione se non dal fatto che egli camminava in tutt'altra direzione, quasi volesse sorpassare coloro che considerava, in un certo qual modo, a sé estranei in quanto erano talmente lontani dal riconoscerlo che lo ritenevano un fantasma? Che poi il fatto dica relazione a un contenuto mistico, chi sarà così ottuso da non volerlo ammettere? Nonostante tutto, però, egli si volse a soccorrere quei poveracci che in preda al turbamento gridavano a lui, e disse loro: Coraggio! Sono io; non temete! 442 Se così li incoraggia e libera dal timore, in che senso si può dire che voleva sorpassarli se non in quanto con questa sua intenzione li rendeva capaci di emettere quel grido che era necessario per andar loro in aiuto?

47. 100. Su questo episodio anche Giovanni prolunga alquanto la sua narrazione, che è simile a quella degli altri evangelisti. Narrato infatti il miracolo dei cinque pani, riferisce della barca in pericolo e del Signore che cammina sulle acque. E prosegue: Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato perché soffiava un forte vento 443. Non parrebbe esserci in questo racconto nulla che contrasti con quello degli altri, se si esclude l'affermazione di Matteo, secondo il quale Gesù salì sul monte per pregare da solo quand'ebbe licenziato le folle, mentre Giovanni dice che era già sul monte quando sfamò le folle con i cinque pani. Lo stesso Giovanni tuttavia afferma che il Signore, compiuto il miracolo, fuggì sul monte per non essere trattenuto dalla gente che lo voleva proclamare re. Se ne deduce quindi chiaramente che dal monte essi erano scesi in un luogo pianeggiante quando alle turbe furono serviti quei pani. Pertanto quel salire di nuovo sul monte, ricordato da Matteo e da Giovanni, non contiene alcun contrasto, all'infuori della parola salì che si legge in Matteo mentre Giovanni ha fuggì. Il contrasto ci sarebbe solo nel caso che fuggendo non fosse anche salito. Né sono fra loro in contrapposizione le parole di Matteo: Egli da solo salì sul monte a pregare 444 con quelle di Giovanni: Sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, da solo 445. Non c'è infatti diversità fra il motivo che l'indusse a fuggire e quello per cui si mise a pregare; anzi, volendo il Signore trasformare quel misero suo corpo che siamo noi e renderlo conforme al suo corpo glorioso 446, trasse anche da quell'episodio un'occasione per insegnare a noi che quanto ci induce a fuggire è pure un motivo, e forte, perché ci mettiamo a pregare. Matteo riferisce, inoltre, che dapprincipio Gesù comandò ai discepoli di imbarcarsi e precederlo di là del lago, mentre egli avrebbe licenziato le folle 447, e successivamente, licenziate le folle, egli si recò da solo sul monte a pregare. Questa descrizione non contrasta con quella di Giovanni che riferisce prima che egli fuggì da solo sul monte a pregare e poi: Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e salirono sulle barche 448 ecc. Chi non s'accorge che Giovanni parla in maniera riassuntiva quando dice che i discepoli in un secondo momento fecero quel che il Signore aveva loro comandato prima di fuggire sul monte? Succede anche a noi. Talvolta parlando torniamo indietro e riprendiamo qualcosa che avevamo tralasciato. Inoltre, se specialmente il ritorno avviene immediatamente dopo e come in un batter d'occhio, non se ne parla per niente, in quanto chi ascolta il più delle volte pensa che quel che si narra dopo sia realmente avvenuto dopo. Lo stesso vale per quanto è detto dei discepoli, e cioè che essi salirono sulla barca e si recarono all'altra sponda del lago presso Cafarnao, e allora, mentre essi stavano tribolando sul mare, li raggiunse il Signore camminando sulle acque. Evidentemente questo accadde prima, cioè durante la traversata che compirono per andare a Cafarnao.

47. 101. Passiamo ora a Luca. Egli, dopo aver narrato il miracolo dei cinque pani, si volge altrove allontanandosi da questa successione dei fatti. Non accenna per nulla alla barca in pericolo né al Signore che cammina sulle acque. Dice così: Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste; e poi prosegue: Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: "Chi sono io secondo la gente? " 449. Si tratta di un nuovo racconto, che da qui inizia, non quindi delle cose riferite dagli altri tre evangelisti, i quali narrano l'episodio del Signore che si reca dai discepoli in navigazione camminando sulle acque. Né si deve pensare che egli abbia detto ai discepoli: Chi sono io secondo la gente? 450 mentre si trovava su quel monte dove, secondo Matteo, era salito per pregare in solitudine. In questo infatti Luca sembrerebbe combaciare con Matteo poiché dice: Mentre era solo a pregare, e Matteo: Salì sul monte, lui solo, a pregare 451. Tuttavia la domanda che rivolse ai discepoli si colloca assolutamente in altro contesto, poiché quando pregava - e pregava da solo - c'erano con lui anche i discepoli. Certamente Luca, pur affermando che egli era solo, non intende escludere i discepoli, come invece fanno Matteo e Giovanni, i quali dicono che i discepoli si erano allontanati da lui per precederlo al di là del mare 452. Al contrario Luca aggiunge in maniera del tutto esplicita: Erano con lui anche i discepoli, e, se dice che era solo, esclude soltanto la presenza della folla, che non rimaneva stabilmente presso di lui.

I fatti che accaddero dopo la traversata.

48. 102. Matteo continua dicendo: Compiuta la traversata, approdarono a Genésaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano 453. In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: " Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono il cibo " 454 ecc., fino alle parole: Il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l'uomo 455. Le stesse cose riporta Marco senza che ci siano problemi di contrapposizione, in quanto là dove ci sono differenze si tratta di differenze formali, non di contenuto 456. Giovanni invece narra dei discepoli che dalla barca dove il Signore s'era recato camminando sulle acque scendono in terra e, interessato, secondo il suo solito, dei discorsi di Gesù, riferisce che egli, prendendo lo spunto da quei pani, espose molte cose: cose divine quant'altre mai. Terminato poi il discorso, il suo racconto si volge ancora, volando in alto, ad altri ed altri temi 457. Tuttavia, per quanto si discosti dagli altri evangelisti, il suo passare ad avvenimenti differenti non si oppone affatto all'ordine seguito dagli altri scrittori. Cosa infatti ci impedisce d'intendere che quei tali che, secondo il racconto di Matteo e di Marco, furono guariti dal Signore sono gli stessi che lo seguirono di là dal mare e che ad essi tenne il discorso riportato da Giovanni? In effetti Cafarnao, cioè la città a cui secondo Giovanni approdarono, è situata presso il lago di Genésaret, la terra appunto verso la quale, secondo Matteo, essi erano diretti.

Le parole della donna Cananea in Matteo e Luca.

49. 103. Dopo il discorso che il Signore tenne ai farisei parlando del lavarsi o no le mani, Matteo prosegue con un racconto connesso e osservando anche l'ordine in cui le cose si susseguirono. Lo indica il modo com'è descritto il passaggio. Egli dice: Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: " Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio ". Ma egli non le rivolse neppure una parola 458 ecc., fino alle parole: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri ". E da quell'istante sua figlia fu guarita 459. L'episodio della Cananea è riportato anche da Marco, il quale si attiene allo stesso ordine né presenta alcun problema in fatto di contrapposizione, se si esclude il particolare della casa, all'interno della quale si sarebbe trovato il Signore quando venne da lui la Cananea a pregarlo per la figlia 460. Matteo poté facilmente omettere il riferimento alla casa, pur narrando lo stesso avvenimento. Tuttavia, siccome nota che i discepoli suggerirono al Signore di allontanarla poiché gridava dietro a loro 461, con tale precisazione altro non vuol dire se non che il Signore era in cammino quando la donna cominciò a gridare le sue implorazioni. Come poté dunque il fatto accadere all'interno della casa? La soluzione viene se si ammette che la donna entrò nella casa dopo che il Signore - come attesta Marco - era entrato anch'egli in casa. Siccome poi Matteo dice che Gesù non le rivolse neppure una parola 462, ci si lascia sottintendere che durante quel silenzio Gesù uscì di casa: particolare che nessuno dei due evangelisti racconta. Dopo questo avvennero le altre cose narrate dal Vangelo: nelle quali non c'è nessuna divergenza. Quanto alle parole, riferite da Marco, che il Signore disse alla donna e cioè " non doversi gettare ai cani il pane dei figli ", furono dette dopo le inserzioni che anche Matteo riporta. In questo modo: i discepoli intervennero supplicando il Signore per lei; ma ad essi il Signore rispose di essere stato mandato soltanto alle pecore perdute della casa d'Israele. In quel frattempo intervenne lei, arrivando però dopo i discepoli, e lo adorò dicendo: Signore, aiutami 463, e allora le fu data la risposta che tutt'e due gli evangelisti hanno tramandato.

Le turbe sfamate con sette pani.

50. 104. Continuando il racconto Matteo scrive: Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé muti, ciechi, zoppi, storpi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificavano il Dio d'Israele. Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: " Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare " 464 ecc., fino alle parole: Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini 465. Questo miracolo dei sette pani e pochi pesci è ricordato anche da Marco e, su per giù, nello stesso ordine. Solo che Marco inserisce qui l'episodio, non raccontato da nessuno degli altri evangelisti, di quel sordo 466 al quale il Signore aprì gli orecchi usando dello sputo sulle dita e dicendo: Effeta, che significa: " Apriti " 467.

50. 105. A proposito del miracolo dei sette pani non mi sembra essere fuori posto segnalare che esso è raccontato da due evangelisti, Matteo e Marco 468. Se infatti lo avesse raccontato uno di loro che non aveva detto nulla dell'altro miracolo, cioè dei cinque pani, si sarebbe potuto pensare che l'autore d'un tale racconto era in contrasto con gli altri. Trattandosi d'un unico e identico fatto, chi non avrebbe concluso che o l'uno o l'altro o tutti i narratori ci abbiano lasciato un racconto non solo incompleto ma anche falsato? Ingannati, essi ci avrebbero parlato di sette pani invece che di cinque o di cinque invece che di sette; e tutti ci avrebbero riferito menzogne o, avendo dimenticato le cose, loro stessi sarebbero rimasti ingannati. Lo stesso vale per le dodici ceste: cosa che si potrà ritenere, più o meno, in contrasto con le sette sporte; e vale anche per il numero di quelli che furono sfamati: in un caso cinquemila, nell'altro quattromila. Siccome però gli stessi evangelisti che ci hanno riportato il miracolo dei sette pani ci hanno parlato anche di quello dei cinque pani, nessuno ha da sorprendersi delle differenze, essendo chiaro che entrambi i fatti sono realmente accaduti. Diciamo questo per risolvere altri casi simili, dove si trova compiuto dal Signore qualcosa in cui un evangelista sembra essere in contrasto con gli altri, e in maniera tale che la difficoltà sembra davvero insolubile. In questi casi non resta che supporre essere accaduto l'uno e l'altro episodio e che gli evangelisti, dei due, ne hanno raccontato chi l'uno e chi l'altro. Una tale soluzione abbiamo proposto riguardo ai gruppi di cento, o di cinquanta, della gente che sedeva in terra per mangiare i pani. Se infatti anche a questo riguardo non avessimo riscontrato che i due raggruppamenti sono riferiti in questi termini dal medesimo narratore, avremmo potuto concludere che i singoli scrittori sono fra loro in contrapposizione.

Il segno di Giona.

51. 106. Prosegue Matteo: Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadan 469 ecc., fino alle parole: Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona 470. Di questo ha già parlato Matteo in altro luogo 471. Per cui bisognerà ritenere - e la cosa va ribadita senza mai stancarsi - che il Signore dové ripetere spesso le stesse parole, e quindi là dove esistono espressioni contrastanti si deve supporre che la cosa sia stata detta due volte. Quanto al nostro testo in concreto, Marco segue lo stesso ordine di Matteo, e dopo il miracolo dei sette pani riporta gli stessi avvenimenti, differenziandosi solo perché li colloca a Dalmanuta mentre Matteo non parla di questa località, anche se la si legge in alcuni codici, ma di Magadan. Non si deve però dubitare che con i due nomi venga indicata la stessa regione: tant'è vero che la maggioranza dei codici anche di Marco altro non leggono se non Magadan 472. Né deve sorprendere il fatto che secondo Marco la risposta non fu data a gente che chiedeva un segno dal cielo e nemmeno, come ha Matteo, che questo segno era Giona, ma semplicemente che Gesù rispose: Non le sarà dato alcun segno. È facile comprendere quale fosse il segno che chiedevano e com'esso doveva provenire dal cielo. Quanto a Giona, ricordato da Matteo, Marco non ne parla.

Il lievito dei farisei.

52. 107. Prosegue Matteo: E lasciatili se ne andò. Nel passare però all'altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane. Gesù disse loro: " Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei " 473 ecc., fino alle parole: Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei 474. Identiche cose riferisce Marco e con lo stesso ordine 475.

Le opinioni della gente su Gesù.

53. 108. Prosegue Matteo: Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: " La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo? ". Risposero: " Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei Profeti " 475 ecc., fino alle parole: E tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli 476. Questo avvenimento è narrato anche da Marco e quasi con lo stesso ordine 477. Egli vi premette soltanto un miracolo che lui solo racconta, e cioè di quel cieco a cui il Signore restituì la vista. Prima di guarire egli aveva confessato: Vedo degli uomini simili ad alberi che si muovono 478. Luca ricorda questo episodio dopo il miracolo dei cinque pani e in quel contesto lo inserisce 479. Ora quest'ordine, che è quello secondo cui un autore ricorda le cose, non contrasta assolutamente - come sopra abbiamo rilevato - con l'ordine seguito dagli altri autori sacri. Potrebbe invece sorprendere il fatto che l'interrogazione rivolta dal Signore ai discepoli sulle opinioni della gente nei suoi riguardi, secondo Luca sarebbe stata da lui proferita mentre stava pregando in solitudine e c'erano solo i discepoli, mentre secondo Marco li avrebbe interrogati mentre erano in cammino 480. Chi si stupisce d'una divergenza come questa dimostra che non ha mai pregato camminando per strada.

53. 109. Voglio qui ribadire una cosa già detta sopra e cioè: non si deve pensare che a Pietro fu dato questo nome quando gli fu detto: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa 481. Viceversa, questo nome lo ricevette quando - come riferisce Giovanni - gli fu detto: Tu ti chiamerai Cefa, che significa Pietro 482. E non è da pensarsi nemmeno che a Pietro sia stato imposto questo nome quando Marco, elencati i dodici discepoli e precisato il nome di ciascuno, dice che allora a Giacomo e Giovanni fu imposto l'appellativo di " figli del tuono ". Che se l'evangelista colloca in quel contesto l'imposizione del nome con il quale in seguito Pietro 483 sarà sempre chiamato, il suo racconto è quello di uno che ricorda cose passate e non di chi descrive cose che accadevano allora.

Gesù predice ai suoi discepoli la propria passione.

54. 110. Prosegue Matteo: Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e degli scribi 484 ecc., fino alle parole: Non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini 485. Nello stesso ordine conducono la narrazione Marco e Luca; solo che Luca non parla di Pietro che si ribella all'ipotesi della passione di Cristo 486.

La sequela di Cristo.

55. 111. Prosegue Matteo: Allora Gesù disse ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua " 487 ecc., fino alle parole: E renderà a ciascuno secondo le sue azioni 488. Identico è il racconto di Marco, che procede nel medesimo ordine 489, nulla però dicendo del Figlio dell'uomo che verrà con i suoi angeli a dare a ciascuno la ricompensa meritata con le proprie opere. In compenso egli riporta queste altre parole del Signore: Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi 490. Sono parole che si possono ben interpretare come identiche nel contenuto a quelle riferite da Matteo, secondo il quale Cristo ricompenserà ciascuno secondo le sue opere. Quanto a Luca, il suo racconto procede riportando qui le stesse cose e nel medesimo ordine 491, né molto si discosta nella scelta delle parole, mentre è somigliantissimo nel contenuto, cioè nella verità.

La trasfigurazione.

56. 112. Continua Matteo: In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno 492. Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su un alto monte 493 ecc., fino alle parole: Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti 494. Si tratta di quella teofania di Gesù avvenuta sul monte alla presenza dei tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, quando fu resa a lui testimonianza dal cielo tramite la voce del Padre. L'evento è riferito dai tre evangelisti secondo un identico ordine, e la sostanza del racconto è perfettamente uguale 495. Se ci sono delle diversità esse non toccano la sostanza dell'avvenimento: le si dovrà quindi interpretare come divergenze limitate all'ambito dell'espressione letteraria, le quali divergenze, come sopra abbiamo dimostrato, si incontrano in molti passi scritturali. Ogni lettore può quindi scorgere di che si tratta.

56. 113. Non si devono biasimare quei tali che restano sorpresi perché Marco e Matteo dicono che il fatto accadde dopo sei giorni, mentre Luca dopo otto; li si deve piuttosto istruire con una motivata spiegazione 496. La cosa accade anche a noi quando contiamo i giorni e diciamo: " Dopo tot giorni ". Ci succede a volte, dico, di non contare il giorno in cui stiamo parlando e nemmeno quello in cui accadrà la cosa che prediciamo o assicuriamo ma soltanto i giorni intermedi, passati i quali si avvererà il fatto: in realtà essi soli sono giorni del tutto completi e perfetti. Così computarono Matteo e Marco. Escludendo il giorno in cui Gesù parlava e quello in cui si mostrò sul monte, nella visione sopra ricordata, e considerando solo i giorni intermedi dissero: dopo sei giorni. Luca al contrario incluse nel suo computo anche i giorni terminali, cioè il primo e l'ultimo, e così poté parlare di otto giorni, usando quel traslato che consente di dare alla parte il nome del tutto.

56. 114. Lo stesso vale per quanto riferito da Luca a proposito di Mosè ed Elia: Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: " Maestro, è bello per noi stare qui " 497 ecc. Questo racconto non è da ritenersi contrario a quello di Matteo e di Marco, che unirono le cose in modo da farci quasi apparire che Pietro rivolse la parola al Signore mentre egli stava ancora parlando con Mosè ed Elia 498. Questi evangelisti tuttavia non precisano il momento ma piuttosto omettono il particolare aggiunto da Luca, e cioè che Pietro, mentre stavano scendendo dal monte, suggerì al Signore l'idea di costruire le tre tende. Luca aggiunge inoltre la notizia che la voce risuonò dalla nube mentre essi entravano nella nube stessa: particolare di cui gli altri evangelisti non dicono nulla ma non per questo li si deve ritenere in opposizione con lui.

Il ritorno di Elia.

57. 115. Prosegue Matteo: Allora i discepoli gli domandarono: "Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia? ". Ed egli rispose: " Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro ". Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista 499. Le stesse cose ricorda Marco, che si attiene allo stesso ordine e, se si allontana da Matteo, è per qualche differenza verbale, non per la verità del contenuto, che è sempre identico 500. Egli non aggiunge, ad esempio, la precisazione che, quando il Signore presentò Elia come già venuto, i discepoli non compresero che voleva indicare Giovanni.

Il fanciullo lunatico.

58. 116. Prosegue Matteo: Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo che, gettatosi in ginocchio, gli disse: " Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto " 501 ecc., fino alle parole: Questa razza [di demoni] non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno 502 Lo stesso fatto è riportato da Marco e da Luca nello stesso ordine 503, né ci sono problemi di contrapposizione.

Gesù predice la passione.

59. 117. Prosegue Matteo: Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: " Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà ". Ed essi furono molto rattristati 504. Nello stesso ordine riferiscono la cosa Marco e Luca 505.

La moneta del tributo trovata nel pesce.

60. 118. Prosegue Matteo: Venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli dissero: " Il vostro maestro non paga la tassa per il tempio? ". Rispose: " Sì " 506 ecc., fino alle parole: Prendila e consegnala loro e per me e per te 507. È un episodio che Matteo solo ricorda. Dopo questo inciso continua il racconto nel medesimo ordine secondo cui procedono, insieme con lui, anche Marco e Luca. Senza varianti.

Matteo confrontato con gli altri due Sinottici.

61. 119. Prosegue ancora Matteo: In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: " Chi dunque è il più grande nel Regno dei cieli? ". Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: " In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli " 508, fino alle parole: Così il Padre mio celeste farà di voi, se ognuno di voi non perdonerà di cuore al suo fratello 509. Di questo discorso del Signore, piuttosto lungo, Marco non riferisce tutto quello che disse Gesù ma solo una parte; procede nello stesso ordine di Matteo, aggiungendo peraltro cose che questi non riferisce 510. Durante la sezione del discorso che ora ci proponiamo di esaminare, chi interroga il Signore è il solo Pietro; egli chiede al Signore quante volte si debba perdonare il fratello. In effetti, Gesù doveva parlare spesso di tali argomenti, per cui è dato intravvedere a sufficienza come la domanda di Pietro e la risposta che ne ricevette rientravano nel medesimo discorso. In questa successione di fatti Luca non ricorda altro all'infuori della necessità d'imitare i bambini, quando appunto il Signore ne prese uno e lo collocò dinanzi ai discepoli, che carezzavano sogni di grandezza, perché lo imitassero. E se in Luca troviamo raccontate in modo somigliante altre cose che sono riportate in questo discorso, le troviamo in altri contesti e suggerite da altre occasioni 511. Lo stesso fa Giovanni quando parla della remissione dei peccati e dice che resteranno non rimessi a coloro cui non li rimetteranno e saranno rimessi e chi invece li rimetteranno 512. Secondo Giovanni queste parole furono dette dal Signore dopo la risurrezione, mentre stando a Matteo egli le pronunciò nel presente discorso anzi, al dire del primo evangelista, esse erano già state dette al solo Pietro in epoca ancor precedente 513. Dobbiamo quindi ricordare ancora una volta che Gesù dovè ripetere le stesse parole spesso e in più occasioni e, come abbiamo altre volte inculcato, non ci dobbiamo sorprendere se la successione dei detti crea qualche apparente contrasto. È un avviso che non dobbiamo ripetere di continuo.

Sul libello del ripudio.

62. 120. Successivamente Matteo racconta: Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati. Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: " È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? " 514 ecc., fino alle parole: Chi può capire capisca 515. Tutto questo è riportato anche da Marco, che segue il medesimo ordine 516. S'impone tuttavia un esame degli elementi che nei due testi potrebbero sembrare contrastanti. Dice infatti Marco che fu il Signore a chiedere ai farisei quale fosse la prescrizione data da Mosè, e a questa domanda essi risposero che era stato concesso di dare il libello del ripudio 517. Matteo al contrario mette prima le parole con cui il Signore mostra come, secondo la legge, fu Dio a unire l'uomo e la donna, e quindi nessun uomo ha il diritto di separarli. A queste parole essi replicarono: Come mai allora Mosè prescrisse di dare il libello del ripudio e di licenziare [la moglie]? In risposta Gesù aggiunse: Mosè vi concesse di ripudiare la moglie a motivo della durezza del vostro cuore, ma da principio non fu così 518. Marco da parte sua non omette questa replica del Signore ma la colloca dopo che essi ebbero risposto alla domanda da lui posta sul libello del ripudio.

62. 121. Dobbiamo ancora una volta persuaderci che, qualunque sia stato l'ordine delle parole e le modalità con cui furono rivolte al Signore, ciò non ha nulla a che vedere con la verità dei fatti. Non interessa quindi sapere se fu il Signore a dichiarare illecita ogni separazione e a comprovare con la legge il suo asserto, dando quella risposta alla quale i Giudei obiettarono presentando il problema del libello del ripudio loro concesso da Mosè, che pure aveva scritto aver Dio congiunto l'uomo e la donna 519; o se invece furono gli avversari a rispondere così al Signore che chiedeva quale fosse al riguardo la prescrizione di Mosè. Nella volontà di Cristo c'era infatti il proposito di non esporre il motivo per cui Mosè aveva accordato loro quella concessione se essi prima non gliene avessero parlato. Ora questo proposito del Signore fu espresso da Marco mediante la domanda da lui ricordata. In effetti la loro intenzione s'incentrava sull'autorità di Mosè e com'egli aveva loro concesso di dare il libello del ripudio. La domanda quindi era fatta prevedendo la conclusione di Gesù, che avrebbe sicuramente proibito ogni separazione. Erano infatti andati da lui proprio per metterlo alla prova con la loro domanda. Ora, questa intenzione è descritta da Matteo senza che venga ricordata la domanda loro rivolta dal Signore ma mettendo in bocca agli stessi avversari il riferimento al comando dato da Mosè, con cui volevano in certo qual modo trarre dalla propria parte il Maestro, che invece proibiva ogni sorta di separazione. Avendo dunque tutt'e due gli evangelisti esposto chiaramente qual era l'intenzione degli interlocutori - elemento essenziale al cui servizio erano le parole - non importa nulla se il loro modo di narrare la cosa sia diverso, dal momento che nessuno dei due si allontana dalla verità.

62. 122. Il fatto può anche ricostruirsi secondo quel che riferisce Marco, e cioè che, venuti gli avversari a interrogarlo sul ripudio della moglie, il Signore li interrogò a sua volta sulle ingiunzioni date al riguardo da Mosè. Avendo essi risposto che Mosè aveva permesso di compilare il libello del ripudio e così rimandarla, egli replicò citando la legge stessa, data da Mosè, secondo la quale Dio istituì le nozze tra uomo e donna e aggiungendo le parole riportate da Matteo: Non avete voi letto come colui che al principio li creò, li creò maschio e femmina? 520 ecc. All'udire questo, essi riproposero la sussunta già a lui presentata dopo la prima domanda e gli dissero di nuovo: Come mai potè Mosè comandare che le si desse il libello del ripudio e la si rimandasse? 521 In riferimento a tale richiesta Gesù mostrò come il motivo era da ricercarsi nella durezza del loro cuore; e Marco per brevità colloca dapprincipio questo riferimento al motivo della interrogazione, supponendo che la risposta fu data alla replica precedente, che Matteo colloca altrove. Egli, così facendo, indica che nessun pregiudizio si arreca alla verità con riferire in contesti diversi ma con identiche parole quanto quei farisei avevano detto e poi ripetuto, dal momento che anche il Signore l'aveva espresso con tali parole.

I fanciulli e il giovane ricco.

63. 123. Prosegue Matteo: Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano 522 ecc., fino alle parole: Molti invero sono i chiamati, ma pochi gli eletti 523. Lo stesso ordine di Matteo segue Marco 524, ma il racconto degli operai presi a giornata per lavorare la vigna è inserito dal solo Matteo. Quanto a Luca, egli, riferita la risposta che il Signore diede ai discepoli vogliosi di sapere chi fosse il più grande fra loro, aggiunge il racconto di quel tale che avevano visto scacciare i demoni senza essere dei seguaci di Gesù. In seguito si distacca completamente dai primi due evangelisti e narra come il Maestro si rivolse decisamente verso Gerusalemme intenzionato di salirvi 525. Dopo una lunga digressione torna a combaciare con gli altri raccontando di quel ricco 526 al quale il Signore disse: Vendi tutto quello che possiedi 527, cosa che gli altri ricordano in questo momento procedendo insieme nello stesso ordine. È in tal punto che anche Luca prima di menzionare quel ricco pone l'episodio dei fanciulli, come fanno gli altri due. Riguardo poi al ricco che chiedeva cosa dovesse fare di bene per ottenere la vita eterna potrebbe notarsi una qualche diversità fra quanto riferito da Matteo (e cioè: Perché mi interroghi su ciò che è buono? 528) e quanto riferito dagli altri evangelisti, che hanno: Perché mi chiami buono? 529 Ad ogni modo le parole: Perché mi interroghi su ciò che è buono? possono con probabilità riferirsi alla domanda di quel tale: Cosa dovrò fare di buono? In tale domanda si parla di ciò che è buono e la forma è interrogativa, mentre Maestro buono non è un'interrogazione. Si deve dunque con tutta probabilità intendere che le frasi furono dette tutt'e due, e cioè: Perché mi chiami buono? e: Perché mi interroghi su ciò che è buono?

Gesù predice la passione.

64. 124. Matteo prosegue: Mentre saliva a Gerusalemme Gesù prese in disparte i Dodici e lungo la via disse loro: " Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà ". Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa 530 ecc., fino alle parole: Appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti 531. Alla stessa successione dei fatti si attiene Marco, ma nel particolare dei figli di Zebedeo annota che furono loro a dire quelle parole, mentre secondo Matteo non furono dette da loro personalmente ma tramite la madre, che presentò al Signore il loro desiderio. Per questo motivo Marco, che ama la brevità, così scrivendo volle sottolineare che a dire la frase furono piuttosto loro e non la madre 532; tant'è vero che, tanto secondo Matteo quanto secondo Marco, nella risposta il Signore si rivolse a loro più che non alla madre. Luca 533 ricorda la predizione che Gesù fece ai dodici discepoli della sua passione e risurrezione e la espone nello stesso ordine, ma poi omette quanto narrato dagli altri finché, dopo le diverse aggiunte, non si rincontrano nell'episodio accaduto a Gerico. Riguardo però alle affermazioni riportate da Matteo e Marco sui capi delle nazioni che spadroneggiano sui sudditi, mentre fra i discepoli non deve essere così, anzi chi fra loro è più in alto deve diventare il servo degli altri, tutto ciò è narrato, più o meno, anche da Luca, ma non nello stesso contesto. Questa diversità di collocazione di per sé indica che la stessa espressione fu ripetuta più volte dal Signore 534.

I ciechi di Gerico.

65. 125. Prosegue Matteo: Mentre uscivano da Gerico, una gran folla seguiva Gesù. Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava Gesù, si misero a gridare: " Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi! " 535 ecc., fino alle parole: Subito recuperarono la vista e lo seguirono 536. L'episodio è ricordato anche da Marco, che però dice essersi trattato d'un solo cieco 537. La soluzione della difficoltà è la stessa che è stata data a proposito di quei due posseduti dalla legione di demoni nel paese dei Geraseni 538. In effetti, dei due ciechi che qui Marco menziona uno doveva essere molto conosciuto, direi anzi ben rinomato, in quella città: tant'è vero che Marco riferisce il nome suo e quello di suo padre 539. Questa precisazione del nome non è facile riscontrarla fra le tante persone guarite dal Signore di cui prima si parla nel Vangelo. Si trova indicato per nome soltanto l'arcisinagogo Giairo di cui Gesù risuscitò la figlia 540. Da questo viene confermata la nostra precedente conclusione, in quanto quell'arcisinagogo nel proprio ambiente doveva essere senz'altro un personaggio di rilievo. Non c'è dubbio pertanto che Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada. Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l'avere egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto era grande la fama della sventura capitata al cieco.

65. 126. Luca riferisce un episodio che nelle modalità corrisponde esattamente al precedente; tuttavia occorrerà intendere il suo racconto nel senso che si tratta di un altro miracolo avvenuto nella persona di un altro cieco per quanto in modo consimile 541. Questo perché Luca afferma che il fatto avvenne mentre Gesù si avvicinava a Gerico 542, gli altri evangelisti invece lo collocano quando egli usciva da Gerico 543. È vero che il nome della città e le somiglianze fra i due episodi indurrebbero a farci credere trattarsi d'un solo e identico fatto, ma in tal caso gli evangelisti sarebbero in contraddizione fra loro poiché uno dice: Mentre si avvicinava a Gerico, gli altri: Mentre usciva da Gerico. A una tale conclusione possono naturalmente lasciarsi indurre coloro che sono più propensi a credere che nel Vangelo ci siano menzogne anziché a credere che Gesù abbia compiuto due miracoli simili e con modalità press'a poco uguali. Ora quale di queste due ipotesi sia la più credibile (o piuttosto l'unica vera) lo scopre, e con molta facilità, chi vuol esser un figlio fedele al Vangelo; e anche chi ama le polemiche, almeno dopo che lo si è avvisato, può trovare una risposta per starsene zitto o, se non gli garba tacere, potrà darsi una risposta che lo costringa a pensare.

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme.

66. 127. Prosegue Matteo: Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: " Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un'asina legata e con essa un puledro " 544 ecc., fino alle parole: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell'alto dei cieli 545. Identico il racconto di Marco che rispetta lo stesso ordine 546. Al contrario Luca si sofferma ancora a Gerico, ricordando particolari omessi dagli altri evangelisti, come il fatto di Zaccheo, capo dei pubblicani, e alcuni testi parabolici 547. Terminata la digressione si riannoda al racconto degli altri, ricordando anche lui l'asinello sul quale sedette Gesù. Né ci si deve meravigliare se Matteo menziona l'asina e il puledro, mentre gli altri non parlano dell'asina. Si deve anche qui ripensare alla norma sopra inculcata a proposito di quella gente che si adagiò sull'erba a gruppi di cento e di cinquanta, quando le folle furono sfamate con cinque pani 548. Tenendo presente questa norma, il lettore non dovrebbe turbarsi nemmeno se Matteo avesse tralasciato di menzionare il puledro, come gli altri hanno sorvolato sull'asina, né tanto meno pensare a una opposizione per aver uno parlato dell'asina mentre gli altri del puledro. Come si fa quindi a stupirsi se uno ricorda l'asina, di cui gli altri tacciono, ma non tralascia di ricordare il puledro, menzionato anche dagli altri? Se pertanto c'è modo di interpretare le cose come tutt'e due avvenute, non c'è contrasto quando un evangelista ne riferisce l'una e un altro l'altra. Quanto meno ci sarà contrasto se un autore riferisce uno dei fatti mentre l'altro tutti e due?

66. 128. Giovanni non parla dell'incarico dato dal Signore ai discepoli di recargli i due animali ma accenna brevemente al puledro, aggiungendo anche la testimonianza del profeta ricordata da Matteo 549. Nel riferire questa testimonianza profetica c'è fra i due evangelisti una certa diversità di linguaggio ma nessuna opposizione di contenuto. Può tuttavia sorprendere il fatto che Matteo nel riferire la cosa afferma che nel profeta si fa menzione dell'asina 550, mentre non sarebbe conforme al testo né in quanto descrive Giovanni né in quanto leggono i codici della versione in uso nella Chiesa. La ragione di tale divergenza mi sembra doversi ricercare nel fatto che, stando alla tradizione, Matteo scrisse il Vangelo in lingua ebraica. Ora è noto che la versione cosiddetta dei Settanta differisce in vari passi da quel che leggono nel testo ebraico coloro che conoscono detta lingua e hanno interpretato qualcuno dei libri scritti in ebraico. Si potrebbe ricercare la causa di queste divergenze e come mai riscuota tanto credito la versione dei Settanta, che così spesso si allontana dalla verità contenuta nei codici ebraici. Per quanto mi è dato conoscere, non penso che ci sia un motivo più probabile di questo: che quei Settanta interpreti tradussero per impulso dello stesso Spirito dal quale erano state dette le cose che essi traducevano. La qual cosa è confermata dal mirabile accordo che, a quanto si dice, fu riscontrato fra loro. Essi pertanto si permisero delle varianti nella elocuzione ma non si scostarono in nulla dalla volontà di Dio, autore di quelle affermazioni: quella volontà della quale le parole erano al servizio. Comportandosi in questa maniera non vollero indicare altro se non quello che con meraviglia constatiamo noi oggi nella concorde diversità esistente fra i quattro evangelisti. Per essa ci si dimostra che non è falsità se un narratore descrive le cose in modo diverso da altri ma non tradisce l'intenzione di colui con il quale deve concordare e assentire. Tale convinzione è utile anche nella vita pratica, per evitare e valutare negativamente la menzogna, ed è utile anche nel trattare problemi di fede. Non si deve infatti pensare a questo riguardo che la verità sia bloccata da espressioni, per così dire, sacrali, quasi che Dio ci abbia imposto le parole che si usano per comunicare la verità con lo stesso rigore che si richiede per il contenuto. Sono cose del tutto diverse. La sostanza di ciò che vogliamo dire è talmente al di sopra del linguaggio che usiamo per dirla che, se la potessimo conoscere senza parole - come fa Dio e in Dio gli angeli del cielo - di tali parole non andremo in cerca di alcun modo.

I profanatori del tempio.

67. 129. Prosegue Matteo: Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: " Chi è costui? ". E la folla rispondeva: " Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea ". Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e vendere 551 ecc., fino alle parole: Voi ne avete fatto una spelonca di ladri 552. L'episodio della folla di venditori cacciata dal tempio è riportato da tutti e quattro gli evangelisti 553, ma Giovanni lo colloca in tutt'altra sede, cioè dopo la testimonianza che a Gesù rese Giovanni Battista. Ricordato il suo ritorno in Galilea, dove cambiò l'acqua in vino, dopo una permanenza di pochi giorni a Cafarnao dice l'evangelista che egli dalla Galilea salì a Gerusalemme durante la Pasqua dei Giudei e, fatta una frusta con delle cordicelle, scacciò dal tempio i venditori. Ne segue chiaramente che il gesto fu compiuto dal Signore non una volta soltanto ma due, e Giovanni ricorda la prima volta, gli altri tre la seconda.

Il fico maledetto.

68. 130. Prosegue Matteo: Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed egli li guarì. Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: "Osanna al figlio di Davide ", si sdegnarono e gli dissero: " Non senti quello che dicono? ". Gesù rispose loro: " Sì! Non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata la lode? ". E lasciatili uscì fuori dalla città verso Betania, e là trascorse la notte. La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: "Non nasca mai più frutto da te ". E subito quel fico si seccò. Vedendo ciò i discepoli rimasero stupiti e dissero: " Come mai il fico si è seccato immediatamente? ". Rispose Gesù: " In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Lèvati di là e gèttati nel mare, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete 554.

68. 131. Le stesse cose, continuando il racconto, dice anche Marco ma senza attenersi al medesimo ordine 555. Che infatti egli sul principio entrò nel tempio e ne scacciò quanti stavano lì a vendere e a comprare lo dice Matteo, ma non è riferito da Marco: il quale sottolinea che Gesù, osservate perbene tutte le cose, alla sera si recò a Betania insieme con i Dodici. Il giorno dopo, tornando da Betania ebbe fame e maledisse la pianta di fico. Questo particolare è riferito anche da Matteo, ma Marco prosegue dicendo che, arrivato a Gerusalemme ed entrato nel tempio, ne scacciò i venditori e i compratori. Se ne dedurrebbe che il fatto accadde non il primo ma il secondo giorno, in contrasto con Matteo che collega gli avvenimenti in modo che dopo essersi allontanato da loro egli andò fuori della città a Betania 556 e successivamente ricorda che al mattino, mentre tornava in città, maledisse la pianta. Tutto l'insieme fa ritenere come più probabile che a rispettare con maggiore fedeltà l'ordine cronologico sulla cacciata dal tempio dei venditori e compratori sia stato Matteo. Dicendo infatti: Allontanatosi da loro andò fuori, chi possiamo intendere essere stati da lui abbandonati se non coloro con cui prima stava parlando e cioè quei tali che s'erano sdegnati per le grida dei fanciulli osannanti al Figlio di David 557? Marco dunque omette quel che accadde il primo giorno quando Gesù entrò nel tempio ma, tornatagli la cosa in mente, l'aggiunse dopo aver parlato del fico nel quale non trovò altro che foglie 558; cosa che accadde, come attestano ambedue gli evangelisti, il secondo giorno. Il racconto prosegue con l'annotazione riguardante i discepoli stupiti alla vista della pianta seccata e con la risposta del Signore sulla fede capace di trasportare al mare le montagne. Questo non accadde il secondo giorno, cioè quando il Signore disse alla pianta: Che nessuno abbia a mangiare in eterno frutti da te 559, ma il terzo giorno. Marco infatti ricorda che nel secondo giorno scacciò i venditori dal tempio, cosa che aveva omesso di collocare al primo giorno e, sempre nel secondo giorno, alla sera uscì dalla città. Passando per quella via al mattino appresso, i discepoli videro il fico seccato fin dalle radici e Pietro, ricordando [la maledizione], disse al Signore: Maestro, ecco il fico da te maledetto si è seccato 560. A questa osservazione il Signore replicò parlando della potenza della fede. Stando a Matteo tutto questo sarebbe accaduto il secondo giorno. Allora fu detto alla pianta: Mai più nasca da te frutto in eterno 561, e subito la pianta si seccò, e ai discepoli, che constatavano l'accaduto e se ne stupivano, fu data la ben nota risposta sulla potenza della fede. Le cose sono quindi da intendersi così: Marco collocò nel secondo giorno ciò che, avvenuto nel primo, era stato da lui omesso, e cioè il fatto dei venditori e compratori scacciati dal tempio. Matteo al contrario, riferendo come avvenuta nel secondo giorno la maledizione della pianta e collocandola al mattino quando tornavano da Betania in città, omette di narrare quanto invece riferito da Marco, e cioè che egli venne in città e tornò via quand'era sera e al mattino seguente, ripassando, i discepoli si stupirono del fatto che la pianta si era seccata. In altre parole, a quanto era accaduto nel secondo giorno - e cioè alla maledizione pronunciata contro la pianta - Matteo aggiunge subito quel che accadde nel terzo: che cioè i discepoli si stupirono dell'essersi la pianta seccata e si sentirono replicare dal Signore quale fosse il potere della fede. Ciò facendo comprendiamo come Matteo abbia collegato tra loro i diversi fatti, mentre, se non ci costringesse il racconto di Marco, sarebbe a noi impossibile determinare ciò che Matteo ha omesso. Avendo dunque Matteo raccontato che Gesù lasciatili uscì fuori dalla città verso Betania e là trascorse la notte, così prosegue: La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non trovò altro che foglie e gli disse: " Non nasca mai più frutto da te ". E subito quel fico si seccò. Tralascia pertanto tutte le altre cose avvenute in quel giorno e aggiunge immediatamente: Vedendo la cosa, i discepoli rimasero stupiti e dicevano: Come mai si è seccato all'istante? 562 Tale cosa invece essi videro in un giorno diverso: diverso, dico, fu il giorno in cui rimasero stupiti. È quindi da supporsi che la pianta si seccò non sotto lo sguardo dei discepoli ma subito dopo la maledizione. Non la videro infatti mentre si seccava ma quando era già completamente secca, e compresero che si era seccata subito dopo che il Signore ebbe pronunciato la sua parola di maledizione.

Disputa di Gesù con i capi del giudaismo.

69. 132. Prosegue Matteo: Entrato nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: " Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità? ". Gesù rispose: " Vi farò anch'io una domanda e, se voi mi risponderete, vi dirò anche io con quale autorità faccio questo: Il battesimo di Giovanni da dove veniva? " 563 ecc., fino alle parole: Nemmeno io vi dico con quale autorità faccio queste cose 564. Tutto questo è narrato anche dagli altri due evangelisti, Marco e Luca, e quasi con identiche parole 565. E nemmeno nell'ordine ci sono fra loro discrepanze, all'infuori di quanto ho precisato sopra, e cioè che Matteo, tralasciati alcuni particolari da collocarsi in un altro giorno, stende il racconto in modo che, se non si fa attenzione, si potrebbe pensare che egli è rimasto ancora al secondo giorno, mentre Marco è arrivato al terzo. Quanto a Luca, colloca qui il nostro episodio, ma non come uno che voglia elencare ordinatamente la successione dei giorni. Riferito il fatto della cacciata dal tempio dei compratori e venditori, omette il particolare di Gesù che si reca a Betania e torna in città e così anche l'altro particolare del fico maledetto e la risposta che il Signore diede ai discepoli, sorpresi del fatto, riguardo alla virtù della fede. Omesso tutto ciò, intesse il suo racconto dicendo: Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole. Un giorno, mentre istruiva il popolo nel tempio e annunziava la parola di Dio, si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli scribi con gli anziani e si rivolsero a lui dicendo: " Dicci con quale autorità fai queste cose " 566 ecc., parole riportate anche dagli altri due evangelisti. Da ciò si ricava con chiarezza che nella stessa successione dei fatti Luca non contiene opposizioni con gli altri in quanto, dicendo che la tale o tal altra cosa accadde in un certo giorno, bisogna intendere trattarsi di quel giorno in cui anche gli altri riferiscono essere effettivamente avvenuta.

La vigna del Signore.

70. 133. Prosegue Matteo: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, Signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò 567 ecc., fino alle parole: Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà 568. Marco e Luca non ci parlano dei due figli ai quali fu comandato di recarsi a lavorare nella vigna ma in entrambi si trova il racconto di ciò che subito dopo riferisce Matteo, e cioè della vigna affidata a contadini malvagi che perseguitarono i servi mandati a loro e uccisero il figlio amato dal padre, dopo averlo cacciato fuori dalla vigna 569. Anche l'ordine degli avvenimenti è rispettato, e il tutto si colloca dopo che i Giudei, interrogati sul battesimo di Giovanni, confessarono di non saperne l'origine e Gesù disse loro in risposta: Nemmeno io vi dico con quale autorità faccio queste cose 570.

70. 134. Non sorge quindi al riguardo alcun problema di contrapposizione, se si esclude il particolare di Matteo, il quale, dopo l'interrogazione posta dal Signore ai Giudei: Quando verrà il padrone della vigna, cosa farà a quei vignaioli?, afferma che gli interrogati risposero dicendo: Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo 571. Al dire di Marco questa risposta non fu data dai Giudei ma dal Signore stesso, il quale, posta la domanda, si dà come da se stesso la risposta che logicamente si richiedeva. Dice infatti: Cosa farà pertanto il padrone delle vigna? Verrà, manderà in malora quei coloni e darà ad altri la vigna 572. Si può agevolmente supporre che la loro risposta fu riportata nel testo senza la precisazione: "Essi dissero", o: "Essi risposero", lasciando tuttavia intendere che così avvenne la cosa. Si può anche pensare che tale riposta fu messa in bocca al Signore perché, avendo essi detto la verità, la stessa risposta anche se data per loro mezzo fu detta propriamente da lui, che è la Verità 573.

70. 135. La narrazione di Luca ci turba ancora di più. Egli infatti non solo non dice che la risposta fu data dagli avversari sebbene le parole con cui fu espressa egli le attribuisca al Signore, come riferito da Marco, ma reca una risposta nettamente contraria in quanto son poste sulle labbra degli avversari le parole: Non sia mai! Egli scrive così: Che cosa farà dunque a costoro il padrone della vigna? Verrà e manderà a morte quei coltivatori e affiderà ad altri la vigna. Ma essi, udito ciò, esclamarono: " Non sia mai! ". Allora egli si volse verso di loro e disse: " Che cos'è dunque ciò che è scritto: "La pietra che i costruttori hanno scartato, è diventata testata d'angolo"? " 574. Come poterono dunque gli interpellati dare la risposta riportata da Matteo e cioè: Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo 575, se è vero, come riferito da Luca, che essi oppugnarono tale conclusione dicendo: Non sia mai? In effetti, quanto detto dal Signore nel seguito del discorso a proposito della pietra scartata dai costruttori e diventata pietra angolare, in tanto viene aggiunto in quanto con tale testimonianza si dovevano convincere coloro che contraddicevano la parabola. E veramente anche quanto riferito da Matteo, e cioè la domanda: Non avete mai letto nella Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo? 576. lo si riporta come rivolto a dei contraddittori. Che senso ha infatti quel Non avete mai letto se essi non avevano già dato una risposta contrastante con tali parole? Ciò lascia intravedere anche Marco, che riferisce le stesse parole in questa maniera: Non avete forse letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d'angolo? 577 Questa affermazione appare come detta nel posto preciso se si segue la narrazione di Luca, e quel posto sarebbe dopo che essi ebbero replicato in tono di ripulsa: Non sia mai! Tale infatti è, come questo stesso evangelista annota, il valore della frase: Ma cos'è mai allora ciò che è stato scritto: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d'angolo? 578 L'intenzione che tale sia la portata della frase l'inculcano tanto il: Non avete mai letto, quanto il: Nemmeno questo avete letto, quanto il: Cos'è dunque ciò che è stato scritto?

70. 136. Possiamo quindi intendere la frase nel senso che tra i molti uditori alcuni risposero quanto riportato da Matteo e cioè: Essi gli replicarono: Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli 579. Altri invece gli ribatterono quel che Luca non volle tacere, e cioè: Non sia mai! In realtà proprio a quei tali che avevano dato al Signore la risposta di cui sopra, gli altri replicarono: Non sia mai! Da Marco e da Luca quella prima risposta, a cui questi altri replicarono: Non sia mai!, fu attribuita al Signore per il motivo, già accennato, che per loro mezzo parlava la stessa Verità. La Verità si serviva di loro tanto se non erano consapevoli di quel che affermavano (e ciò nell'ipotesi che fossero cattivi, come avvenne in Caifa che, non sapendo quel che diceva, per essere gran sacerdote fu in grado di profetizzare 580), quanto se essi, possedendo un'intelligenza soprannaturale per esser divenuti credenti, ne erano consapevoli. Infatti lì in mezzo a loro si trovava già quella turba ad opera della quale si adempiva la profezia: la numerosa turba cioè di coloro che, quando il Signore entrò in città, gli corse incontro gridando: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 581

70. 137. Né ci deve turbare il fatto che, stando a Matteo, furono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo ad avvicinarsi al Signore e a chiedergli con quale potere facesse quelle opere o chi gli avesse dato tale autorità. In quell'occasione egli a sua volta pose loro la domanda sul battesimo di Giovanni e donde provenisse, se dal cielo o dagli uomini 582. Avendo essi risposto che non lo sapevano, egli disse: " Nemmeno io vi dico con quale autorità faccio queste cose " 583. Iniziando da questo dibattito e proseguendo senza interruzioni disse: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli 584 ecc. Senza inserimenti di cose o persone, secondo Matteo, il discorso si snoda fino alla parabola ora ricordata della vigna data in affitto agli agricoltori; e si potrebbe supporre che l'intero discorso fu rivolto ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo che l'avevano interrogato sul potere in forza del quale compiva le sue opere. Tuttavia, se quei tali gli avevano posto la domanda per tentarlo e animati da intenzioni ostili, non si può pensare che fossero di quelli che avevano creduto e che presentarono al Signore quella splendida testimonianza tratta dal Profeta. Non si comprende nemmeno com'essi in quel momento gli avrebbero potuto dare, non per ignoranza ma mossi dalla fede, quella risposta: Farà morire miseramente quei malvagi e affiderà la vigna ad altri vignaioli 585. La cosa non ci deve comunque sorprendere in alcun modo né indurci a pensare che tra la folla che allora ascoltava le parabole del Signore non ci potevano essere anche dei convertiti. In realtà Matteo per amore di brevità sorvola su cose che invece sono riferite da Luca e cioè sul particolare che la parabola non fu detta solo per coloro che l'avevano interrogato sul suo potere ma fu rivolta all'intera moltitudine. Luca infatti si esprime così: Allora cominciò a dire alla folla la seguente parabola: Un uomo piantò una vigna 586 ecc. Si deve pertanto interpretare il testo in modo che tra la folla ivi menzionata ci poterono essere anche coloro che, avendo ascoltato il Maestro con animo retto, esclamarono: Benedetto colui che viene nel nome del Signore 587. Furono loro, o alcuni del loro gruppo, a rispondere: Farà morire miseramente quei malvagi e affiderà la vigna ad altri vignaioli 588. Questa loro riposta Marco e Luca l'attribuirono al Signore stesso 589. Egli l'avrebbe detta di persona in quanto, essendo la verità, è lui che parla anche in quei casi in cui a parlare sono dei cattivi, inconsapevoli di quello che affermano. Ciò egli fa muovendo la mente dell'uomo con un impulso segreto; e la cosa non è da ascriversi a meriti umani ma al potere che Cristo ha per la sua onnipotenza. È inoltre possibile che quelle persone non fossero inserite invano nel corpo di Cristo come sue membra, ma lo erano così profondamente che la loro voce poté essere attribuita a colui del quale esse appunto erano membra. Ripetutamente infatti gli evangelisti ci informano che Gesù aveva battezzato più gente che non Giovanni e aveva una gran folla di discepoli 590, fra i quali vogliamo computare anche quei cinquecento dai quali, al dire di Paolo apostolo, si fece vedere dopo la risurrezione 591. Tale ipotesi poi riteniamo plausibile soprattutto perché nel testo stesso di Matteo non è detto: Quei tali dicono: Farà morire miseramente quei malvagi. Non si trova il pronome Quelli al plurale: la qual cosa di per sé indicherebbe che la risposta venne data da quei tali che volendolo trarre in inganno l'avevano interrogato sulla sua autorità. Si legge al contrario: Dicono a lui, cioè pongono a lui la domanda, cioè al Signore in persona. Il pronome sta al singolare, non al plurale, come appare senz'ombra di ambiguità dai manoscritti greci.

70. 138. Nel Vangelo di Giovanni è riportato un discorso del Signore che consente di capire più facilmente quanto sto dicendo. Scrive l'evangelista: Gesù disse allora a quei Giudei che avevano creduto in lui: " Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi ". Gli risposero: "Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi? ". Gesù rispose: " In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo, ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi " 592. Non avrebbe certamente detto: Voi cercate di uccidermi a coloro che avevano creduto in lui, ai quali un po' prima aveva detto: Se rimanete nella mia parola sarete veramente miei discepoli, ma ciò disse perché, oltre a coloro che avevano creduto, c'era lì presente tutta una folla che comprendeva anche parecchi nemici. Ora, anche se l'evangelista non specifica chi sia stato a dare quella risposta, dai termini stessi in cui la risposta è formulata e dalla replica con cui furono confutati appare con sufficiente chiarezza a chi debbano attribuirsi le parole in questione. Se dunque tra la folla di cui parla Giovanni c'erano di quelli che avevano creduto in Gesù e c'erano altri che volevano ucciderlo, lo stesso dové accadere nella folla di cui ci stiamo ora occupando. In essa c'erano alcuni che con astuzia maligna chiedevano al Signore con quale potere facesse le sue opere 593 e c'erano altri animati non da malizia ma da fede sincera. Costoro avevano prima acclamato: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 594 e adesso rispondendo alla sua domanda dicevano: Farà morire quei malvagi e darà ad altri la sua vigna 595. Questa risposta con esatta interpretazione si può attribuire al Signore stesso o perché essa rispondeva a verità o perché fu data da persone che erano membra di Cristo e quindi costituivano un tutt'uno con il loro capo. E poi c'erano anche altri che a questi tali replicavano: Non sia mai! 596 Avevano infatti compreso che la parabola era detta contro di loro.

Le nozze del Figlio del Re.

71. 139. Continua Matteo: Udite queste parabole i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo, ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta. Gesù riprese a parlare loro in parabole e disse: Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per il suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze ma questi non vollero venire 597 ecc., fino alle parole: Poiché molti sono i chiamati, pochi gli eletti 598. La parabola degli invitati alle nozze è narrata dal solo Matteo; Luca riferisce qualcosa di simile ma non è lo stesso racconto 599, anche se fra i due brani ci sono delle somiglianze: l'ordine della narrazione sta a indicarne la diversità. Dopo la parabola della vigna e del figlio del padrone di casa ucciso dai coloni Matteo annota che i Giudei, accortisi che tutto il discorso era contro di loro, cominciarono a tramare insidie per farlo morire: particolare, questo, che è riportato anche da Marco e da Luca 600. Qui i due procedono nel medesimo ordine ma poi se ne distaccano per raccontare altre cose, inserendo dopo ciò quel che Matteo, conforme all'ordinamento del suo scritto, aveva narrato al termine della parabola delle nozze, da lui solo raccontata.

Il tributo a Cesare.

72. 140. Così dunque prosegue Matteo: Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: " Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare? " 601 ecc., fino alle parole: Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina 602. Queste due risposte del Signore, riguardanti e la moneta da pagarsi a Cesare come tributo e la risurrezione dei morti, motivata dal fatto di quella donna che aveva sposato uno dopo l'altro sette fratelli, sono riportate in maniera pressoché uguale da Marco e da Luca, e identico è anche l'ordine della narrazione 603. Il secondo e il terzo evangelista raccontano infatti la parabola dei coloni cui fu affittata la vigna e la applicano ai Giudei, che per questo motivo tendono insidie al Signore, di modo che in questo racconto convergono tutti e tre; e se poi essi omettono la parabola degli invitati alle nozze, riferita dal solo Matteo, nel seguito del racconto si avvicinano di nuovo a lui e riportano gli episodi del tributo a Cesare e della donna sposata a sette uomini consecutivamente. Il loro racconto si snoda esattamente nello stesso ordine, per cui non esiste alcun problema di diversità.

I comandamenti principali della nuova legge.

73. 141. Prosegue Matteo: Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: " Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? ". Gli rispose: " Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente 604. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso 605. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti " 606. La stessa cosa riferisce Marco e nello stesso ordine 607. Né deve sorprendere quanto scrive Matteo, e cioè che quel tale che andò a interrogare il Signore lo fece per metterlo alla prova: particolare, questo, su cui Marco sorvola, anzi alla fine quando il dialogo volgeva alla conclusione annota che, avendo lo scriba risposto conforme a sapienza, il Signore gli disse: Non sei lontano dal Regno di Dio 608. Poté infatti accadere che egli, avvicinatosi al Signore con l'intenzione di tentarlo, si sia poi ravveduto udendo la sua risposta. Ovvero, quanto meno, se si trattò realmente di tentazione, non dobbiamo intenderla in senso cattivo, come di uno che volesse trarre in errore un suo nemico, ma piuttosto di una tentazione avanzata da un diffidente che voleva indagare più profondamente su cose sconosciute. Non senza motivo infatti è stato scritto: Chi crede con faciloneria è un uomo superficiale e la sconterà 609.

73. 142. Una narrazione simile a questa è collocata da Luca non nel medesimo ordine ma in tutt'altro contesto 610. Se poi si tratti dello stesso episodio, che egli lì ricorda, ovvero sia un altro lo scriba col quale il Signore discusse parimenti dei due precetti della legge, è cosa totalmente incerta. In realtà sembra trattarsi di un'altra persona, e questo non solo per la diversità della collocazione ma anche perché, al dire di Luca, chi diede la risposta al Signore che l'aveva interrogato fu lo stesso scriba, che rispondendo parlò appunto dei due comandamenti. Quando il Signore gli disse: Fa' ciò e vivrai 611 (doveva cioè metter in pratica quel che lui stesso aveva definito importante), allora, al dire di Luca: Egli volendo trovare una scusa replicò: " Ma il mio prossimo chi è? " 612. In risposta il Signore gli raccontò di quel tale che scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti. Tirando le somme, di lui si afferma all'inizio che andò dal Signore per tentarlo, successivamente che fu lui stesso a dare la risposta dei due comandamenti e che alla fine dovette udire il richiamo del Signore: Fa' questo e vivrai. Tali rilievi inducono a pensarlo come un poco di buono, anche perché di lui si dice che cercava un appiglio per giustificare la propria condotta. Molto diverso è dunque quell'altro di cui parlano concordemente Matteo e Marco, i quali lo presentano in così buona luce che il Signore stesso ebbe a dirgli: Non sei lontano dal Regno di Dio 613. Ragion per cui con molta probabilità lo si ritiene un personaggio diverso, e non lo stesso di Luca.

Gesù figlio di Davide.

74. 143. Prosegue Matteo: Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: " Che ne pensate del Cristo? Di chi è figlio? ". Gli risposero: " Di Davide ". Ed egli a loro: " Come mai allora Davide, sotto ispirazione, lo chiama Signore dicendo: Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio? ". Nessuno era in grado di rispondere nulla; e nessuno da quel giorno osò interrogarlo 614. La stessa cosa riferisce Marco e nello stesso ordine 615. Luca si differenzia dagli altri due solo perché non parla di quel tale che chiese al Signore quale fosse il primo comandamento della legge ma, a parte questa omissione, si adegua allo stesso ordine e narra in modo analogo la domanda posta dal Signore ai Giudei nei riguardi del Cristo e com'egli sia da ritenersi figlio di Davide 616. Le differenze esistenti nei singoli evangelisti non toccano dunque l'essenza dei fatti. Questo diciamo di Matteo, il quale ci presenta Gesù che interroga [i farisei] su cosa pensino del Cristo e di chi sia figlio. Alla sua domanda essi risposero: Di Davide, meritandosi il richiamo: Come mai Davide lo chiama Signore? Se si sta invece al racconto degli altri due, Marco e Luca, non troviamo cenno né della domanda né della risposta. Dobbiamo pertanto ritenere che, data dai farisei la propria risposta, i due evangelisti sottolineano l'insegnamento che diede il Signore e dicono anche in quale maniera lo presentò agli uditori. La sua intenzione era di illuminarli a salvezza mediante il suo insegnamento e distoglierli dalle idee propagandate dagli scribi. Costoro infatti ammettevano soltanto che il Cristo nella sua umanità discendeva dalla stirpe di Davide ma non lo riconoscevano Dio e, come tale, Signore dello stesso Davide. In tal modo il Signore parlava riferendosi ai dottori della legge, che erano in errore nei suoi riguardi, ma il discorso era direttamente rivolto ai discepoli che desiderava fossero liberati da tale errore. Così è riferito dagli evangelisti Marco e Luca, per cui le parole di Matteo: Come potete dire non si debbono intendere rivolte ai Giudei ma, attraverso loro e prendendo lo spunto da loro, dette a coloro cui era rivolto l'ammaestramento.

La cattedra di Mosè occupata dai Farisei.

75. 144. Matteo prosegue descrivendo i fatti in questa successione: Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: " Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno " 617 ecc., fino alle parole: Non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 618 Anche Luca parla di un discorso simile tenuto dal Signore contro i farisei, gli scribi e i dottori della legge, ma lo colloca in casa di un fariseo che aveva invitato a pranzo Gesù 619. Per narrare questo episodio si era allontanato da Matteo dopo aver riportato, in comune con lui, le parole del Signore sul segno di Giona con i suoi tre giorni e tre notti, sulla regina del Mezzogiorno, sui Niniviti e lo spirito immondo che tornando trova la casa ripulita 620. Al termine di questo discorso Matteo dice: Stava ancora parlando alle turbe quando sua madre e i suoi fratelli, giunti sul posto, cercavano di parlargli 621. Anche Luca riporta questo discorso del Signore, anzi vi inserisce alcuni detti del Signore omessi da Matteo 622, ma poi si stacca dall'ordine che in comune con Matteo aveva fin lì seguito, e scrive: Dopo che ebbe finito di parlare un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: " Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità " 623. Continuando su questo tono, riferisce le altre invettive contro i farisei, gli scribi e i dottori della legge che Matteo colloca nel contesto che avevamo preso in esame 624. Nel riferire tali cose Matteo non fa menzione della casa del fariseo ma nemmeno indica, per tale discorso, un luogo che contrasti in qualche modo con la casa di cui Luca. Egli tuttavia ci ha presentato già prima il Signore come entrato in Gerusalemme, dopo che aveva lasciato la Galilea; e tutto quello che precede il nostro discorso lo colloca dopo il suo arrivo in città, a differenza di Luca, che racconta il fatto come avvenuto durante il cammino del Signore verso Gerusalemme. Da tutto ciò io propenderei per concludere trattarsi di due discorsi, simili fra loro e narrati l'uno da un evangelista e l'altro dall'altro.

75. 145. Occorre vagliare bene come mai Matteo collochi qui le parole: Non mi vedrete più fino al giorno in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore 625, quando egli stesso le ha fatte dire alla gente molto tempo prima 626. Quanto a Luca, egli le presenta come una risposta data dal Signore a coloro che l'avevano avvertito di lasciare quei luoghi perché Erode lo voleva uccidere. Egli ricorda ancora come in quell'occasione il Signore pronunziò contro Gerusalemme le stesse parole che Matteo colloca in questo contesto. Ecco il racconto di Luca: In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: " Parti e vattene via di qua, perché Erode ti vuole uccidere ". Egli rispose: " Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i Profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per essere lasciata! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 627 Con tale racconto, Luca non sembra essere in contrasto con quel che dissero le folle mentre Gesù entrava in Gerusalemme e cioè: Benedetto colui che viene nel nome del Signore 628. È vero invece che nella successione dei fatti riferita da Luca il Signore non era ancora giunto in città quando tali parole furono pronunziate e, stando sempre a Luca, egli mai lasciò la città per rientrarvi quando gli vennero rivolte tali parole. Vediamo infatti il Signore continuare il suo viaggio finché non arriva a Gerusalemme: per cui le sue parole: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito 629, debbono essere interpretate come da lui dette in senso spirituale e figurato. In realtà egli non affrontò la passione tre giorni dopo di allora, mentre nel seguito immediato del discorso dice: Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada 630. Una tale conclusione ci spinge a interpretare in senso spirituale anche le parole: Non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore 631, e a riferirle alla sua venuta nella gloria. Ciò vorrebbe dire che anche le altre: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò finito, debbono riferirsi al suo corpo che è la Chiesa. I demoni infatti vengono cacciati ogni volta che le genti abbandonando le superstizioni dei padri credono in lui, e le guarigioni si operano quando si inizia a vivere secondo i suoi precetti, dopo che si è rinunziato al diavolo e al mondo. Alla fine poi ci sarà la risurrezione; e allora la Chiesa, giunta al terzo giorno otterrà il suo fine, cioè la sua perfezione, in quanto anche il corpo divenuto immortale possederà la pienezza propria degli angeli. Concludendo, dovremo ritenere che la successione dei fatti seguita da Matteo non registra digressioni, mentre per Luca si possono proporre diverse spiegazioni. Egli, potrebbe aver anticipato i fatti accaduti in Gerusalemme, inserendoli nella sua narrazione in un contesto che precede l'ingresso del Signore in città; ovvero la risposta che Gesù diede a quei che l'avvertivano di stare in guardia da Erode poté essere data quando si trovava nelle vicinanze della città, mentre Matteo presenta le stesse cose come dette alle turbe dopo il suo ingresso in Gerusalemme e dopo che ebbe compiuto tutte le gesta di cui s'è parlato sopra.

La distruzione del tempio.

76. 146. Matteo continua: Mentre Gesù uscito dal tempio se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: " Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata " 632. Marco ricorda questi particolari con una successione più o meno identica. Se ne allontana solo per ricordare quella vedova che gettò due spiccioli nel tesoro: cosa riferita non solo da lui ma anche da Luca 633. Stando dunque a Marco, egli ci presenta il Signore che discute con i Giudei sul Cristo e in che senso essi lo ritenessero figlio di Davide; quindi riferisce quanto detto dal Signore sulla necessità di guardarsi dai farisei e dalla loro ipocrisia 634. Su tale argomento Matteo si dilunga parecchio riferendo come detti in quell'occasione molti altri discorsi. Ne risulta che, dopo quell'identico fatto narrato brevemente da Marco e presentato in maniera diffusa da Matteo, Marco, come ho già detto, non aggiunge altro di proprio all'infuori dell'episodio di quella vedova poverissima e generosissima. Subito dopo si congiunge con quanto narrato da Matteo sull'imminente distruzione del tempio. Quanto a Luca, terminata la controversia sul Cristo figlio di Davide, egli riporta poche parole sull'obbligo di guardarsi dall'ipocrisia dei farisei; quindi, come Marco, volge l'attenzione alla vedova che versò i due spiccioli nel tesoro e, alla fine, come Matteo e Marco, fa menzione dell'imminente distruzione del tempio 635.

Il discorso escatologico nei tre Sinottici.

77. 147. Prosegue Matteo: Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e in disparte gli dissero: " Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo ". Gesù rispose: Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno 636 ecc., fino alle parole: E se ne andranno questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna 637. Esaminiamo questo lungo discorso del Signore e vediamo com'è riferito dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca: noteremo subito che la loro narrazione è stilata in maniera simile e secondo un identico ordine. Ciascuno aggiunge, è vero, dei particolari propri, ma in questo non c'è da temere o supporre contrasti. Riguardo invece alle cose riferite in comune bisogna discuterle perché non si pensi che ci siano contrapposizioni fra l'uno e l'altro. Qui infatti, se ci sono delle divergenze, non si può dire che si tratti d'un altro discorso del Signore, cioè di un discorso simile ma pronunciato in circostanze differenti. I particolari del racconto che leggiamo nei tre, e per i fatti narrati e per la loro cronologia obbligano a collocarli in uno stesso ambiente. Che se nel riportare gli stessi detti del Signore gli evangelisti non seguono lo stesso ordine, ciò non intacca in alcun modo la retta comprensione del racconto né lo si può prendere come semplice orientamento. L'importante è che nelle cose narrate e attribuite al Cristo non ci sia contrapposizione fra l'una e l'altra.

77. 148. Ecco, ad esempio, una frase di Matteo. Dice: Questo Vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine 638. Lo riferisce anche Marco, che procede nello stesso ordine, ma in questo modo: Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le genti 639. Non dice: Allora verrà la fine, ma questo concetto è contenuto nella parola prima, che è appunto da intendersi così: Ma prima è necessario che il Vangelo sia predicato a tutte le genti. In effetti quei tali lo avevano interrogato sulla fine, per cui la frase: Ma prima è necessario che il Vangelo sia predicato a tutte le genti, ponendo l'accento su quel prima, vuol dire " prima che giunga la fine ".

77. 149. Inoltre dice Matteo: Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo, chi legge comprenda 640. La stessa cosa intende dire Marco con le parole: Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge comprenda 641. Egli cambia solo il verbo, lasciando invariato il concetto. Dice infatti: Là dove non conviene, perché quella cosa abominevole non deve stare nel luogo santo. Quanto a Luca, egli non dice né: Quando vedrete l'abominio della desolazione stare nel luogo santo, né parla di luogo dove non dovrebbe, ma afferma: Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina 642. Vuol dire che proprio in quel tempo l'abominio della desolazione starà nel luogo santo.

77. 150. Matteo fa dire a Gesù: Allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello 643. Il passo è riportato da Marco e press'a poco con le stesse parole 644. Luca al contrario, riferite in accordo con gli altri le parole: Allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti 645, per il resto se ne differenzia notevolmente. Egli scrive: Coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città. Saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia 646. Si avverte subito la diversità fra quel che dicono i primi, e cioè: Chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa 647, e quel che dice lui: Coloro che sono dentro la città se ne allontanino, a meno che non ci si voglia riferire al grande turbamento provocato dall'imminenza di quello spaventoso pericolo. In questa ipotesi le parole: Coloro che sono dentro la città, si riferirebbero a quanti erano bloccati dall'assedio, i quali se ne resterebbero sopra i tetti sbigottiti e desiderosi di veder meglio cosa sta loro per succedere e per quale via possano sfuggire [alla morte]. Ma come può dire: Si allontanino, se prima ha detto: Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti? In effetti le parole dette subito dopo, e cioè: Coloro che sono in campagna non tornino in città, sembrano collegarsi bene con questo avvertimento, appropriato alla situazione; ed ha senso l'annotazione che chi sta fuori non deve entrare in essa, mentre invece, se si tratta di chi sta dentro le mura, come si può allontanare quando la città è circondata da eserciti? Che non sia, allora, il caso di prendere le parole: Coloro che sono dentro la città come dette in riferimento a un pericolo così pressante che, nell'ordine temporale, non se ne possa uscire da vivi, conservando cioè la vita presente? Di fronte a un tale pericolo l'anima dev'esser pronta e libera; non dev'essere ingombra e appesantita da desideri carnali. Questa stessa esortazione sarebbe contenuta nella frase riferita dai primi due evangelisti, e cioè: Sul terrazzo o: Sopra il tetto, e in quanto scrive Luca, cioè: Si allontani. Ci si direbbe insomma di non lasciarci intrappolare dai desideri della vita presente ma essere pronti ad emigrare nell'altra vita. Questo dicono Matteo e Marco con le parole: Non scendano a prendere la roba da casa, non nutrano cioè inclinazioni o affetti carnali come se ne avessero a conseguire chi sa quali vantaggi; e lo stesso dice Luca affermando: Quei che sono nella campagna non entrino in città. E vuol dire. " Coloro che con la retta intenzione del cuore sono usciti dalle bramosie della carne non vogliano nutrire ancora tali desideri ". Così le parole: Coloro che sono nel campo non tornino indietro a prendere il mantello, non potrebbero suggerire l'idea di non lasciarsi invischiare di nuovo dalle preoccupazioni di cui ci si era spogliati?

77. 151. Le parole di Matteo: Pregate perché la vostra fuga non avvenga d'inverno o di sabato 648, sono da Marco in parte riportate, in parte omesse. Egli scrive: Pregate perché non accadano d'inverno 649. Quanto a Luca, egli non riporta queste parole ma contiene, lui solo, delle note che a mio avviso giovano a chiarire il senso dell'espressione riportata dagli altri, che è in sé piuttosto oscura. Egli scrive: State ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere 650. Così deve intendersi la fuga ricordata da Matteo: quella fuga che non deve avvenire d'inverno o di sabato. Con l'inverno infatti dicono riferimento gli affanni per la vita presente espressamente ricordati da Luca, mentre al sabato si riferiscono le crapule e le ubriachezze. Ciò perché gli affanni contengono una nota di tristezza come l'inverno, mentre le crapule e le ubriachezze affogano il cuore in godimenti carnali e specialmente nella lussuria: i quali disordini son qui chiamati col nome di sabato. Il motivo d'una tale denominazione è da collocarsi nella pessima costumanza in voga fra i Giudei di allora, come del resto in quelli di oggi, di immergersi proprio in giorno di sabato - non conoscendo il sabato spirituale - in godimenti carnali. Inoltre, può anche ammettersi che nelle parole riportate da Matteo e da Marco sia da intendersi una qualche altra cosa e un'altra ancora in quelle riportate da Luca. L'importante per noi è che non ne sorgano problemi di contrapposizione, poiché questo è il compito che ci siamo proposti in quest'opera: difendere i Vangeli dalle calunnie di falsità o di errori, non quello di farne un commento esauriente. Tornando dunque al nostro tema, osserviamo che le altre cose riferite da Matteo e, insieme, da Marco nel contesto di questo discorso, non pongono alcun problema. Ci sono poi particolari che Matteo ha in comune con Luca ma non sono riportati nel contesto di questo discorso, dove Luca si adegua all'ordine di Matteo, ma altrove. Vuol dire che in tal caso egli, ricordando delle parole del Signore, o le descrive in anticipo, cioè prima che il Signore le abbia effettivamente proferite; o si può anche supporre che il Signore ripeté due volte le stesse cose, una volta conforme narra qui Matteo, un'altra - anteriore - come narra Luca.

L'approssimarsi della Pasqua.

78. 152. Continua Matteo: Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: " Voi sapete che tra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso " 651. Concordano con lui Marco e Luca che seguono lo stesso ordine; tuttavia non sottolineano che tali parole furono dette dal Signore - una precisazione di questo genere è da loro omessa - ma le espongono parlando in persona propria. Così Marco: Dopo due giorni era la Pasqua e gli azzimi 652; e Luca: Si avvicinava intanto la festa degli azzimi, chiamata Pasqua 653. Si avvicinava nel senso che sarebbe stata fra due giorni, come affermano concordemente gli altri due evangelisti. Quanto a Giovanni, egli ricorda l'avvicinarsi della festa in tre passi, due dei quali si collocano in tempi antecedenti, cioè durante il racconto di altri fatti. La terza volta invece da tutto il racconto traspare che ci si trova nelle stesse circostanze di tempo di cui si occupano gli altri tre, cioè quando la passione del Signore era ormai vicina 654.

78. 153. Chi osserva le cose con poca accuratezza potrebbe riscontrare una contraddizione fra il racconto di Matteo e Marco e quello di Giovanni. I primi infatti dicono che fra due giorni sarebbe stata la Pasqua e successivamente raccontano di Gesù che si trovava in Betania dove venne cosparso di unguento prezioso 655. Sono quindi in contrasto con Giovanni che pone l'andata di Gesù a Betania sei giorni prima della Pasqua e lì colloca l'episodio dell'unzione 656. Ci si chiede quindi: Come poteva esser Pasqua fra due giorni - cosa che affermano i primi due - se dopo che hanno riferito questo fatto s'accordano con Giovanni nel dirci che Gesù si recò a Betania, dove fu cosparso d'unguento, cosa che secondo Giovanni avvenne sei giorni prima della Pasqua? Chi si turba di questa difficoltà mostra di non capire come il racconto lasciatoci da Matteo e da Marco sui fatti di Betania, e in particolare sull'unzione, è un racconto riassuntivo e lo si colloca lì non perché avvenuto dopo la predizione dei due giorni ma perché così lo ricordavano, anche se in realtà era avvenuto sei giorni prima della Pasqua. Nessuno dei due evangelisti infatti, dopo aver asserito che mancavano due giorni per la Pasqua, a questa affermazione ricollega i fatti di Betania dicendo che subito dopo Gesù era a Betania; ma Matteo dice: Quando poi Gesù era a Betania 657, e Marco: Quand'era a Betania 658, espressioni da intendersi come riferite a un tempo anteriore ai due giorni precedenti la Pasqua. Stando dunque alla relazione di Giovanni, si ricava che Gesù sei giorni prima della Pasqua venne a Betania, dove durante un pranzo fu unto, come l'evangelista ricorda, con unguento prezioso. Successivamente entrò in Gerusalemme cavalcando un asinello e, dopo questo, accaddero gli altri fatti che gli evangelisti collocano dopo il suo ingresso in città. Ne segue che dal giorno in cui si recò a Betania, dove accadde l'episodio dell'unzione, fino al momento in cui avvennero questi altri fatti e discorsi, se intendiamo a dovere le cose, dovettero passare quattro giorni (non menzionati dagli evangelisti) prima che giungesse quel giorno che, al dire di due di loro, era l'antivigilia della Pasqua. Quanto a Luca, nelle sue parole: Si avvicinava la festa degli azzimi 659 non si fa espressa menzione dei due giorni, ma la vicinanza da lui annotata ben si lascia identificare con l'intervallo di due giorni. Diverso però è il caso di Giovanni. Se egli dice: Era vicina la Pasqua dei Giudei 660, non è possibile che si riferisca ai due famosi giorni in quanto egli asserisce che alla Pasqua mancavano ancora sei giorni. In effetti, dopo quell'affermazione egli ricorda alcuni fatti e, dopo questi fatti, volendo specificare in che senso aveva detto che la Pasqua era vicina, scrive: Sei giorni prima della Pasqua Gesù si recò a Betania, il paese di Lazzaro, il morto che Gesù aveva risuscitato. Lì gli fecero un pranzo 661. È questo l'episodio che in compendio ricordano Matteo e Marco collocandolo dopo la nota cronologica concernente i due giorni antecedenti la Pasqua. Alla maniera di uno che ricapitoli le cose essi tornano al fatto di Betania, accaduto sei giorni prima della Pasqua, e raccontano al pari di Giovanni i particolari della cena e dell'unzione. In seguito Gesù sarebbe entrato in Gerusalemme e, compiuto tutto quello che gli accadde in città, sarebbe arrivato all'antivigilia della Pasqua, e cioè al momento dove gli altri evangelisti, distanziandosi da Giovanni, inseriscono il racconto sunteggiato dei fatti di Betania, unzione compresa. Terminato questo racconto, essi tornano al punto da dove s'erano allontanati riportando il discorso tenuto dal Signore due giorni prima della Pasqua. In questo modo, eliminando cioè il racconto che Matteo e Marco compilarono in base a ciò che ricordavano e in forma riassuntiva sui fatti di Betania senza badare alla loro successione, la struttura della narrazione lasciataci da Matteo sarebbe la seguente: Il Signore disse: Sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso. Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. Ma dicevano: " Non durante la festa, perché non avvengano tumulti tra il popolo " 662. Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 663. Tra le parole: Perché non avvengano tumulti tra il popolo, e le altre: Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda andò, furono collocati dall'evangelista gli eventi di Betania, riferiti in modo sommario. Omettendo questi fatti, noi abbiamo sistemato il racconto mostrando come non ci sia ripugnanza nella successione cronologica dei fatti riferiti. Quanto poi a Marco, anch'egli omette il racconto del banchetto di Betania e lo inserisce là dove ritiene opportuno procedendo col metodo di chi riassume 664. Pertanto la successione degli eventi secondo Marco si snoderebbe così: Mancavano due giorni alla Pasqua e agli azzimi, e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo d'impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano infatti: "Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo " 665. Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici andò dai sommi sacerdoti per consegnarlo 666, ecc. Anche nel suo racconto fra le parole: Perché non succeda un tumulto di popolo, e quanto aggiunge: Giuda Iscariota, uno dei Dodici è da porsi quel che accadde a Betania, narrato sommariamente dai due primi evangelisti, mentre Luca sorvola su tutta la vicenda di Betania 667. Il presente ragionamento l'abbiamo fatto per concordare i sei giorni prima della Pasqua menzionati da Giovanni 668 nel riferire quanto accaduto a Betania e i due giorni di cui parlano Matteo e Marco, collocando dopo questa precisazione cronologica gli stessi avvenimenti di Betania esposti da Giovanni.

L'unzione di Betania.

79. 154. Continuando il racconto dal punto dove l'avevamo interrotto per un esame più approfondito, Matteo scrive: Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. Ma dicevano: " Non durante la festa, perché non avvengano tumulti fra il popolo ". Mentre Gesù si trovava a Betania, in casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa 669 ecc., fino alle parole: Sarà detto anche ciò che essa ha fatto in ricordo di lei 670. Prendiamo in esame i fatti di Betania soffermandoci particolarmente sulla donna e sull'unguento prezioso. Un avvenimento simile a questo è ricordato anche da Luca 671, e troviamo che identico è il nome del fariseo presso il quale il Signore pranzava. Si chiamava infatti Simone, com'è detto anche dagli altri evangelisti. Dobbiamo però a questo riguardo notare che, se non è innaturale né insolito che un uomo abbia due nomi, tanto meno lo è il fatto che due diverse persone abbiano lo stesso nome, per cui è assai verosimile che il Simone non lebbroso, di cui Luca, sia differente da quell'altro in casa del quale avvenne l'episodio che Matteo situa in Betania. In realtà Luca non dice che quanto da lui narrato accadde a Betania: di modo che, non avendo egli precisato né la città né il villaggio, sembra preferibile concludere che non si tratta della medesima località. Riguardo invece alla donna io sarei dell'avviso che Luca si riferisca alla stessa Maria di cui ci parlano gli altri evangelisti, e non ad un'altra. È sempre la stessa peccatrice: la quale si gettò ai piedi di Gesù e li baciò, li lavò con le lacrime, li asciugò con i capelli e li unse con l'unguento; e a lei il Signore, mediante la parabola dei due debitori, disse che erano stati rimessi molti peccati perché aveva molto amato. Da ciò segue che la stessa Maria ripeté due volte il suo gesto, e di queste due volte Luca ci narra la prima, quando cioè la donna si presentò a Gesù la prima volta e ottenne il perdono dei peccati mediante l'umiltà e le lacrime. Di quanto raccontato da Luca, sebbene non scenda nei particolari dell'episodio, si occupa anche Giovanni, presentandoci la stessa Maria quando si accinge a narrare la risurrezione di Lazzaro, prima che Gesù entri in Betania. Egli scrive: Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato 672. Con tali parole Giovanni conferma il racconto di Luca che colloca l'episodio in casa di un certo Simone fariseo 673. Maria dunque aveva già una prima volta compiuto quel gesto. Che se poi un gesto uguale lo compì a Betania, si tratta d'un avvenimento diverso, rimasto fuori dal racconto di Luca ma riportato concordemente dagli altri tre, cioè Giovanni, Matteo e Marco 674.

79. 155. Prendiamo ora in esame gli evangelisti Matteo, Marco e Giovanni e vediamo come sia concorde il loro racconto. Non c'è dubbio che essi narrino la stessa vicenda, cioè quel che accadde a Betania. Basti sottolineare la nota, riferita da tutti e tre, concernente i discepoli che brontolavano contro la donna quasi che avesse sprecato quell'unguento preziosissimo. Se poi Matteo e Marco dicono che con l'unguento fu cosparso il capo del Signore mentre Giovanni i piedi, è facile dimostrare che non esiste opposizione fra i due racconti se si tiene presente quella norma che abbiamo esposta trattando delle folle sfamate con i cinque pani. Narrando quell'episodio un evangelista parla di persone divise cinquanta per cinquanta e cento per cento mentre un altro ricorda la sola divisione per gruppi di cinquanta 675. I due racconti non sono certo contrastanti fra loro, mentre invece lo sarebbero se uno avesse parlato solo della distribuzione per centinaia e l'altro solo di quella per cinquantine: nel quale caso si sarebbe dovuto ugualmente investigare come poterono accadere l'una e l'altra cosa. In quell'occasione, e prendendo proprio lo spunto da quell'esempio, avvisai [il lettore] che con un tal modo di narrare ci si inculca una norma, quella cioè che, se un evangelista dice una cosa e un altro un'altra, le si deve intendere come avvenute tutt'e due 676. Di conseguenza nel nostro caso dobbiamo ritenere che la donna cosparse d'unguento non solo la testa ma anche i piedi. Che se Marco annota che, rotto il vaso di alabastro, fu unta la testa del Signore, bisogna essere proprio accaniti nel calunniare lo scrivente per asserire che nel vaso rotto non ci poté restare una qualche goccia per ungere i piedi. Ora, se uno, lottando contro la verità del Vangelo, si intestardisse nel ritenere che la rottura del vaso fu tale da non consentire che vi restasse una qualsiasi goccia, quanto non fa meglio quell'altro che, lottando con animo pio per sostenere la verità del Vangelo, afferma coraggiosamente che quel vaso non si dové rompere al segno che tutto il liquido ebbe a versarsi? Ma supponiamo che quell'accanito avversario del Vangelo sia talmente cieco che, prendendo lo spunto dalla rottura del vaso, voglia infrangere l'accordo che regna tra i Vangeli. Costui si convinca che l'unzione dei piedi avvenne prima della rottura del vaso, il quale pertanto rimase intatto finché non fu unto anche il capo, quando lo si ruppe e tutto il liquido si versò. Se infatti l'esperienza ci dice che normalmente si inizia con la cura del capo, non è anormale - a quel che ci consta - risalire dalla cura dei piedi a quella della testa.

79. 156. Per il resto penso che l'episodio di cui ci occupiamo non presenti alcun problema. Ci sarebbe, è vero, il particolare della mormorazione sull'unguento prezioso che gli evangelisti attribuiscono ai discepoli mentre Giovanni al solo Giuda, aggiungendovi anche il motivo, e cioè che egli era un ladro 677. A quanto mi è dato supporre, ritengo con certezza che col nome " discepoli " si sia voluto indicare il solo Giuda, per quella figura grammaticale che consente l'uso del plurale in luogo del singolare, come accennammo nell'episodio dei cinque pani dove Giovanni menziona solamente Filippo 678. Il testo si potrebbe anche intendere nel senso che la stessa cosa pensarono o dissero anche gli altri discepoli o magari che tutti si lasciarono convincere dalle parole di Giuda, e questa convinzione, comune a tutti, secondo Matteo e Marco l'avrebbero espressa tutti anche a parole: solo che Giuda ne parlò perché era ladro, mentre gli altri perché avevano a cuore i bisogni dei poveri. Quanto a Giovanni, se egli volle ricordare il solo Giuda, lo fece perché, approfittando di quanto allora accaduto, si credette in dovere di segnalarci che egli a rubare c'era abituato.

I preparativi per la Pasqua.

80. 157. Matteo prosegue: Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: " Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni? ". E quelli gli fissarono trenta monete d'argento 679 ecc., fino alle parole: I discepoli fecero come aveva ordinato Gesù e prepararono la Pasqua 680. In questo brano nulla è da ritenersi contrario al racconto di Marco e di Luca, che narrano le stesse cose e in maniera su per giù uguale 681. Se infatti dice Matteo: Andate in città da un tale e ditegli: " Il Maestro dice: Il mio tempo si avvicina, presso di te celebro la Pasqua con i miei discepoli " 682, si riferisce a quell'uomo che Marco e Luca qualificano come padre di famiglia o padrone della casa in cui, stando alle indicazioni ricevute, era il cenacolo dove avrebbero dovuto preparare la Pasqua. Che se Matteo ce lo presenta come un tale, ciò fa come parlando in persona propria e volendo menzionarlo in maniera brachilogica, come cioè chi si preoccupa della brevità. Se infatti avesse scritto che il Signore disse ai discepoli di recarsi in città e di dire non si sa a chi: " Ecco cosa ti dice il Maestro: Il mio tempo è vicino, io voglio fare da te la mia Pasqua ", tali parole qualcuno le avrebbe potute intendere come rivolte alla città stessa. Per evitare ciò l'evangelista sottolinea che il Signore comandò ai discepoli di recarsi da un tale, non mette però il nome con cui venne designato in bocca al Signore, del quale riferisce il comando, ma come parlando lui personalmente. In tal modo lo scrivente non ha bisogno di raccontare ogni cosa, ritenendo l'espressione usata sufficiente perché si comprenda il pensiero di colui che aveva impartito il comando. Chi infatti non sa che nessuno, avendo voglia di farsi capire, dice: Andate da vattelappesca? Se invece si dicesse: Andate da uno qualunque, o: Andate da chi vi pare, la frase in se stessa sarebbe completa, pur rimanendo imprecisata la persona dalla quale li si manda. Nel nostro caso tuttavia non esiste imprecisione poiché Marco e Luca, pur tacendone il nome, dicono trattarsi di una persona ben determinata 683. Il Signore infatti sapeva da chi li mandava e, affinché anche gli inviati lo potessero identificare li preavvertì d'un segno dal quale l'avrebbero dovuto riconoscere. Si trattava di un uomo che portava una brocca, o anfora, d'acqua. Costui avrebbero dovuto seguire per giungere alla casa prescelta dal Maestro. Non si poteva pertanto, nel nostro caso, dire: " Andate da chi vi pare ", che sarebbe stata un frase in sé completa ma non in grado d'esprimere la verità del comando loro impartito; e tanto meno: " Andate da un tale comechessia ", espressione che il parlare corretto assolutamente non ammette. È pertanto da ritenersi come scontato che il Signore non inviò i discepoli a una persona qualunque ma a quel tale uomo, cioè a un uomo ben determinato. Parlando di quest'uomo in prima persona l'evangelista può senza alcun dubbio presentarlo a noi, che leggiamo il suo racconto, dicendoci semplicemente: [Il Signore] li mandò da un tale con l'incarico di comunicargli che avrebbe fatto la Pasqua in casa sua. Ovvero: Li mandò da un tale dicendo loro: Andate e ditegli: In casa tua mangerò la Pasqua. Riferito, insomma, l'ordine del Signore di andare in città, di sua iniziativa l'evangelista scrive: Da un tale, non perché il Signore s'era espresso proprio così ma perché allo scrivente stava a cuore farci sapere che nella città ci fu un tizio, di cui tace il nome, dal quale furono inviati i discepoli del Signore per preparare la Pasqua. Dopo questa interruzione di due sole parole, che l'evangelista conia personalmente, egli riprende la narrazione ordinata delle parole dette dal Signore e cioè: Andate a dirgli: Il Maestro dice. Se mi chiedi: A chi dovevano dire quelle parole?, con buone ragioni ti rispondo: A quell'uomo nella cui casa il Signore li aveva mandati e al quale accenna l'evangelista designandolo di sua iniziativa come un tale. È, questo, un modo d'esprimersi non molto frequente ma, inteso così, più che corretto. Che se poi l'ebraico - lingua nella quale, a quanto ci si tramanda, Matteo scrisse il Vangelo - ha delle licenze per cui la frase, anche se proferita tutta intera dal Signore non è priva di completezza, lo lasciamo valutare agli esperti. Anche in latino sarebbe ammessa un'espressione simile, letta però in questa maniera: Andate in città presso un tale che vi verrà mostrato da un uomo il quale vi verrà incontro portando in testa una brocca d'acqua. A un simile comando si sarebbe potuto obbedire senza possibilità di confusioni. Così, se la frase fosse stata specificata ancora con un: "Andate in città presso un tale che risiede in tale o talaltro posto, o in tale o talaltra casa ". Con la precisazione del posto o l'indicazione della casa, la frase era comprensibile e il precetto fattibile. Uno che dice: Andate da un tale e ditegli, ma non precisa queste o altre simili note indicative, non si esprime in modo incomprensibile, perché, se è vero che dicendo: Andate da un tale si riferisce a una persona determinata, a noi mancano gli elementi per identificarla. Preferiamo quindi ritenere quelle parole come espressione personale dell'evangelista che ha voluto collocarle in quel contesto. Con questa interpretazione otteniamo, è vero, una frase piuttosto oscura - e ciò lo si deve alla sua brevità - ma in se stessa completa. Quanto finalmente alla menzione che Marco fa di una brocca, mentre Luca di un'anfora, ci sembra che l'uno abbia voluto sottolineare che si trattava di un vaso, l'altro ne ha descritto la forma, ma l'uno e l'altro raccontano la sostanza della verità.

80. 158. Continua Matteo: Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: " In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà ". Ed essi, addolorati profondamente, cominciarono ciascuno a domandargli: " Sono forse io, Signore? " 684 ecc., fino alle parole: Giuda il traditore disse: " Rabbi, sono forse io? ". Gli rispose: " Tu l'hai detto " 685. Nel racconto che ora prendiamo in esame non ci sono problemi, in quanto anche gli altri evangelisti riferiscono le stesse cose 686.

Note:



1 - Mt 1, 1

2 - Cf. Mt 8, 20; 9, 6.

3 - Cf. Gv 1, 3.

4 - Is 53, 8.

5 - Lc 3, 23.

6 - Lc 2, 40-41.

7 - Lc 2, 33.

8 - Lc 3, 23.

9 - Cf. Mt 1, 1-20.

10 - Cf. Rm 1, 3.

11 - Cf. Lc 1, 36.

12 - Cf. Lc 1, 5.

13 - Cf. Mt 1, 1. 16.

14 - Cf. Lc 3, 23. 38.

15 - Cf. Es 2, 10.

16 - Gn 48, 5-6.

17 - Cf. Lc 3, 23.

18 - Mt 1, 2.

19 - Mt 1, 16.

20 - Cf. Gv 1, 12.

21 - Cf. Rm 8, 15. 23; 9, 4.

22 - Gal 4, 4-5.

23 - Cf. Ef 1, 5.

24 - Gv 1, 13-14.

25 - Cf. Rm 8, 15.

26 - Gv 1, 14.

27 - Gc 1, 18.

28 - Mt 1, 16.

29 - Lc 3, 23.

30 - Mt 1, 17.

31 - Cf. Eb 12, 6.

32 - Cf. At 14, 21.

33 - Sal 2, 9.

34 - Sal 2, 6.

35 - 1 Pt 4, 17-18.

36 - Sal 2, 9.

37 - Cf. Es 34, 28; 1 Re 19, 8.

38 - Cf. Mt 4, 1-2.

39 - Cf. At 1, 3.

40 - Mt 28, 20.

41 - Cf. Zc 2, 6; 14, 4.

42 - Cf. Gn 12, 1-2.

43 - Cf. Mt 1, 17.

44 - Cf. Ef 2, 11.

45 - Cf. Ef 2, 20.

46 - Cf. Mt 1, 2.

47 - Cf. Lc 3, 23. 38

48 - Gv 1, 29.

49 - Cf. Rm 5, 10.

50 - Rm 8, 3.

51 - Cf 2 Sam 11, 4; 12, 1. 14.

52 - 1 Cor 6, 17.

53 - Cf. Mt 18, 22.

54 - Cf. Es 26, 7.

55 - Cf. Lc 3, 22.

56 - Mt 1, 18.

57 - Cf. Is 7, 14.

58 - Cf. Dn 7, 14. 27; Mich 4, 7.

59 - Lc 1, 26. 35.

60 - At 4, 12.

61 - Cf. Is 7, 14.

62 - Mt 1, 19-25.

63 - Mt 2, 1.

64 - Cf. Lc 2, 4.

65 - Mt 2, 1. 3.

66 - Cf. Mt 2, 3. 12.

67 - Cf. Lc 2, 7. 28.

68 - Cf. Mt 2, 12. 23.

69 - Cf. Lc 2, 39.

70 - Cf. Mt 2, 12.

71 - Cf. Lc 2, 22. 39.

72 - Mt 1, 18.

73 - Cf. Ml 4, 6.

74 - Cf. 1 Sam 2, 1. 11.

75 - Cf. Sal 110, 9; 98, 3.

76 - Cf. Sal 102, 17.

77 - Cf. Sal 32, 10; 33, 11; 88, 11; Is 51, 9; Gb 5, 11.

78 - Cf. Gn 17, 9; 22, 16; Sal 131, 11; Is 41, 89; Mich 7, 20.

79 - Lc 1, 5-56.

80 - Is 7, 14.

81 - Mt 1, 18-25.

82 - Cf. Sal 40, 14; 73, 18; 105, 48.

83 - Cf. 1 Sam 2, 10; Sal 131, 17.

84 - Cf. Sal 105, 10.

85 - Cf. Sal 104, 89; Gn 22, 16; Ger 31, 33; Eb 6, 13-17.

86 - Cf. Ml 3, 1; 4, 5.

87 - Cf. Zc 3, 8; 6, 12; Ml 4, 2.

88 - Lc 1, 57-86.

89 - Lc 2, 1-21.

90 - Mich 5, 2; cf. Gv 7, 42.

91 - Cf. Sal 71, 10.

92 - Mt 2, 6-13.

93 - Cf. Es 13, 2; Nm 8, 16.

94 - Cf. Lv 12, 8.

95 - Cf. Is 8, 14; Rm 9, 33; 1 Pt 2, 7.

96 - Lc 2, 22-39.

97 - Osea 11, 1.

98 - Ger 31, 15.

99 - Mt 2, 13-23.

100 - Lc 2, 40-52.

101 - Mt 2, 23.

102 - Mt 3, 1.

103 - Cf. Ml 3, 1.

104 - Cf. Is 40, 3.

105 - Mc 1, 14.

106 - Lc 2, 52.

107 - Lc 3, 1-2.

108 - Cf. Gv 1, 15.

109 - Gv 1, 6.

110 - Mt 3, 1.

111 - Lc 3, 1-2.

112 - Cf. Mt 2, 19-21.

113 - Cf. Lc 2, 42-50.

114 - Mt 3, 1.

115 - Cf. Lc 3, 1-21.

116 - Cf. Mt 2, 19-22.

117 - Cf. Mt 2, 22; Lc 3, 1.

118 - Cf. Mt 2, 22.

119 - Cf. Lc 2, 4.

120 - Mt 2, 13.

121 - Cf. Lc 2, 41.

122 - Cf. Mt 2, 3-16.

123 - Cf. Lc 2, 22.

124 - Cf. Mt 2, 8.

125 - Cf. Lc 2, 22-39.

126 - Cf. Mt 2, 3-16.

127 - Cf. Mt 3, 13.

128 - Mc 1, 3; Lc 3, 4.

129 - Cf. Gv 1, 23.

130 - Mt 9, 9.

131 - Gv 21, 24.

132 - Mt 9, 6; 16, 27; 17, 9; Mc 8, 31-38; Gv 5, 25.

133 - Lc 24, 46.

134 - Gv 1, 23.

135 - Mt 3, 4.

136 - Cf. Mc 1, 6.

137 - Mt 3, 5-12.

138 - Cf. Lc 3, 7-17.

139 - Mt 3, 9.

140 - Lc 3, 8.

141 - Mt 3, 11.

142 - Cf. Lc 3, 16.

143 - Lc 3, 16.

144 - Mt 3, 11; Lc 3, 16.

145 - Mt 3, 11.

146 - Lc 3, 16.

147 - Mc 1, 68.

148 - Gv 1, 15.

149 - Mt 3, 11

150 - Lc 1, 7; 3, 16; Gv 1, 27.

151 - Mt 3, 13-15.

152 - Cf. Mc 1, 9; Lc 3, 21; Gv 1, 32-34.

153 - Mt 3, 16-17.

154 - Cf. Mc 1, 10-11; Lc 3, 22.

155 - Mc 1, 11; Lc 3, 22.

156 - Sal 2, 7; Lc 3, 22.

157 - Gv 1, 33.

158 - Mt 3, 14.

159 - Cf. Lc 1, 41.

160 - Cf. Dt 8, 3.

161 - Mt 4, 1-5. 11.

162 - Cf. Lc 4, 1-13.

163 - Cf. Mc 1, 12-13.

164 - Mt 4, 12.

165 - Cf. Mc 1, 14; Lc 4, 14.

166 - Cf. Gv 1, 39-2, 11.

167 - Mt 16, 18.

168 - Gv 1, 42.

169 - Mt 4, 13.

170 - Cf. Mt 4, 14-7, 29.

171 - Cf. Mc 1, 16-31.

172 - Cf. Mt 5, 1-48; 6, 1-34; 7, 1-29.

173 - Cf. Mc 1, 16-22.

174 - Mt 7, 29; Mc 1, 22.

175 - Cf. Mc 1, 23-31.

176 - Cf. Lc 4, 31-39.

177 - Cf. Mt 8, 14-15.

178 - Cf. Mt 4, 23-25; 5, 1.

179 - Cf. Mc 1, 16-31.

180 - Cf. Gv 1, 35. 44.

181 - Cf. Mt 4, 18; Mc 1, 16.

182 - Cf. Lc 5, 1-11.

183 - Lc 5, 10.

184 - Gv 2, 1-2.

185 - Cf. At 22, 3.

186 - Gv 2, 12.

187 - Cf. Mt 4, 13-19.

188 - Mt 4, 18.

189 - Lc 1, 45.

190 - Cf. Mt 4, 18-22. 9, 9; Mc 1, 10; Lc 5, 1-11; Gv 1, 35.

191 - Cf. Gv 1, 42.

192 - Cf. Mc 3, 17..

193 - Cf. Lc 6, 13-16.

194 - Lc 6, 17.

195 - Lc 5, 10.

196 - Cf. Gv 21, 3.

197 - Cf. Gv 1, 43.

198 - Cf. Gv 2, 1-13. 3, 22.

199 - Gv 3, 23-24.

200 - Mt 4, 12.

201 - Mc 1, 14.

202 - Lc 4, 13-14.

203 - Gv 4, 13.

204 - Cf. Mt 5, 1-7. 29.

205 - Mc 1, 39.

206 - Mc 1, 40.

207 - Mt 8, 1-2.

208 - Cf. Lc 5, 12-16.

209 - Mt 5, 3.

210 - Lc 6, 20.

211 - Cf. Lc 6, 49; Mt 7, 26-27.

212 - Mt 5, 1.

213 - Cf. Lc 6, 17.

214 - Mt 4, 25. 5, 13.

215 - Lc 6, 12-20.

216 - Cf. Lc 6, 12-49.

217 - Mt 7, 28.

218 - Cf. Lc 6, 13; Mc 3, 13.

219 - Mt 8, 12.

220 - Cf. Lc 5, 12.

221 - Mt 8, 1.

222 - Cf. Mt 8, 14; Mc 1, 40; Lc 5, 12.

223 - Mt 8, 56.

224 - Mt 8, 13.

225 - Lc 7, 1-2.

226 - Cf. Lc 7, 3-10.

227 - Mt 8, 56.

228 - Lc 7, 37.

229 - Sal 33, 6.

230 - Mt 8, 10.

231 - Cf. Lc 8, 42-48; Mt 9, 20; Mc 5, 25.

232 - Mt 8, 14-15.

233 - Cf. Mc 1, 29-31.

234 - Cf. Lc 4, 38-41.

235 - 1 Cor 12, 11.

236 - Mt 8, 16-17; Is 53, 4.

237 - Mc 1, 32-35.

238 - Lc 4, 40-42.

239 - Mt 8, 18.

240 - Mt 8, 19-22; cf. Lc 9, 57-62.

241 - Lc 9, 57.

242 - Cf. Mt 8, 18.

243 - Cf. Lc 9, 57.

244 - Cf. Mt 8, 21; Lc 9, 58.

245 - Lc 9, 61.

246 - Lc 10, 1.

247 - Mt 8, 23-24. 9, 1.

248 - Cf. Mc 4, 36-40. 5, 1-17; Lc 8, 22-37.

249 - Mt 8, 26; Mc 4, 40.

250 - Lc 8, 25.

251 - Mt 8, 25; Mc 4, 38; Lc 8, 24.

252 - Mt 8, 27.

253 - Mc 4, 40.

254 - Lc 8, 25.

255 - Cf. Mt 8, 28; Mc 5, 1; Lc 8, 28.

256 - Mt 9, 12.

257 - Mt 9, 8.

258 - Cf. Mc 2, 3-12; Lc 5, 18-26.

259 - Mt 9, 2.

260 - Lc 5, 20.

261 - Cf. Mc 2, 5.

262 - Mt 9, 12.

263 - Mc 2, 1-5.

264 - Lc 5, 17-20.

265 - Sal 86, 3.

266 - Cf. Is 5, 7; Ger 3, 20; Ez 3, 4. 7.

267 - Mt 9, 9.

268 - Mc 2, 13-14.

269 - Lc 5, 27-28.

270 - Cf. Lc 6, 13.

271 - Mt 9, 10.

272 - Cf. Mc 2, 15-22; Lc 5, 27-39.

273 - Mc 2, 15.

274 - Lc 5, 28-29.

275 - Mt 9, 11.

276 - Mc 2, 16.

277 - Lc 5, 30.

278 - Lc 5, 32.

279 - Os 6, 6.

280 - Mt 9, 12-13.

281 - Cf. Mc 2, 17; Lc 5, 31.

282 - Os 6, 6.

283 - Lc 5, 32.

284 - Mt 9, 14.

285 - Mc 2, 18.

286 - Lc 5, 33.

287 - Mt 9, 14.

288 - Cf. Mt 9, 15; Mc 2, 19; Lc 5, 34.

289 - Lc 5, 34.

290 - Cf. Mt 9, 16-17.

291 - Mt 9, 18.

292 - Mt 9, 25-26.

293 - Mc 5, 21-22.

294 - Cf. Mt 9, 10-17.

295 - Mt 9, 18.

296 - Lc 8, 40-41.

297 - Cf. Mt 9, 10-17.

298 - Mc 5, 30.

299 - Lc 8, 45.

300 - Cf. Mt 9, 18.

301 - Cf. Mc 5, 23; Lc 8, 42.

302 - Lc 8, 50.

303 - Mc 9, 33.

304 - Mt 9, 24.

305 - Cf. Mc 5, 42; Lc 8, 42.

306 - Gn 2, 22.

307 - Cf. Nm 31, 18.

308 - Cf. Gal 4, 4.

309 - Mt 9, 27.

310 - Mt 9, 34.

311 - Cf. Mc 10, 46-52; Lc 18, 35-43.

312 - Cf. Mt 20, 29-34.

313 - Mt 9, 35-38. 10, 1.

314 - Mt 10, 42.

315 - Mc 6, 6-7.

316 - Mc 6, 11.

317 - Cf. Mc 6, 16.

318 - Cf. Mt 13, 53-58.

319 - Cf. Lc 9, 16.

320 - Cf. Mt 10, 3.

321 - Cf. Mt 10, 10; Lc 9, 3.

322 - Mc 6, 8.

323 - Gc 1, 13.

324 - Dt 13, 3.

325 - Gv 5, 29.

326 - Sal 42, 1.

327 - 1 Cor 14, 20.

328 - 1 Cor 3, 18.

329 - Gal 6, 2-5.

330 - 1 Cor 4, 21.

331 - Mt 10, 9-10.

332 - 1 Cor 9, 7.

333 - 1 Cor 9, 11-12.

334 - 1 Ts 2, 9.

335 - 1 Cor 9, 13-15.

336 - Mt 10, 10.

337 - Mc 6, 8.

338 - Cf. Mt 10, 10.

339 - Cf. Mc 6, 9.

340 - Cf. Mt 6, 3.

341 - Mt 11, 13.

342 - Mt 11, 19.

343 - Cf. Lc 7, 18-35.

344 - Mt 11, 20.

345 - Mt 11, 24.

346 - Cf. Lc 10, 12-15.

347 - Cf. Lc 9, 3. 10, 4.

348 - Mt 11, 25.

349 - Mt 11, 30.

350 - Mt 11, 28.

351 - Cf. Lc 10, 13-20.

352 - Lc 10, 21.

353 - Mt 12, 1.

354 - Mt 12, 8.

355 - Cf. Mc 2, 23-28; Lc 6, 13.

356 - Mt 12, 9-10.

357 - Mt 12, 13.

358 - Cf. Mc 3, 15; Lc 6, 6-11.

359 - Mt 12, 10.

360 - Mt 12, 11-12.

361 - Mc 3, 4; Lc 6, 9.

362 - Mt 12, 13; Mc 5, 5; Lc 6, 10.

363 - Mt 12, 14-17.

364 - Mt 12, 21.

365 - Cf. Mc 3, 6-12.

366 - Lc 6, 12.

367 - Mt 12, 22.

368 - Cf. Lc 11, 14-15.

369 - Mt 12, 23-25.

370 - Mt 12, 37.

371 - Cf. Mc 3, 22-30.

372 - Cf. Mt 11, 14-26.

373 - Mt 12, 38.

374 - Mt 12, 45.

375 - Cf. Lc 11, 16.

376 - Lc 11, 27.

377 - Cf. Lc 11, 17-32.

378 - Cf. Lc 11, 33-36; Mt 5, 15. 6, 22.

379 - Lc 11, 37.

380 - Mt 12, 46.

381 - Mt 12, 50.

382 - Mc 3, 31-35.

383 - Cf. Lc 8, 19-21.

384 - Lc 8, 19.

385 - Lc 8, 22.

386 - Mt 13, 13.

387 - Mt 13, 52.

388 - Cf. Mc 4, 1-34.

389 - Cf. Lc 8, 22-25.

390 - Mt 13,53-54.

391 - Mt 13, 58.

392 - Cf. Mc 4, 35-5, 17.

393 - Cf. Lc 8, 22-37.

394 - Cf. Mt 8, 23-24.

395 - Cf. Gv 6, 22-72.

396 - Cf. Mc 6, 1-6.

397 - Cf. Mt 13, 55.

398 - Cf. Lc 4, 16.

399 - Lc 4, 23.

400 - Is 61, 1.

401 - Lc 3, 3.

402 - Mt 14, 12.

403 - Cf. Mc 6, 14-16.

404 - Mc 6, 14.

405 - Lc 9, 7-9.

406 - Mt 14, 2.

407 - Mc 6, 16.

408 - Mt 14, 3.

409 - Mt 14, 12.

410 - Cf. Mc 6, 17-29.

411 - Cf. Lc 3, 15-20.

412 - Cf. Gv 2, 1-12. 3, 22-24.

413 - Cf. Lc 3, 17-18.

414 - Cf. Mt 4, 12; Mc 1, 14.

415 - Cf. Mt 14, 12; Mc 6, 14-16; Lc 9, 79.

416 - Mt 14, 13-14.

417 - Cf. Mc 6, 30-44; Mt 14, 14; Lc 9, 12.

418 - Cf. Lc 3, 19-20.

419 - Cf. Lc 9, 10-17.

420 - Cf. Gv 4, 3..

421 - Cf. Mt 4, 12; Mc 1, 14.

422 - Cf. Gv 4, 5.

423 - Cf. Gv 4, 43-54.

424 - Cf. Gv 5, 1-47.

425 - Cf. Gv 6, 1-13; Mt 14, 15-21; Mc 6, 33-43; Lc 9, 12-17.

426 - Mt 14, 15-16.

427 - Mt 14, 21.

428 - Cf. Mc 6, 33-34; Lc 9, 12-17; Gv 6, 5-13.

429 - Gv 6, 5-13.

430 - Cf. Mt 14, 21.

431 - Mt 14, 16.

432 - Gv 6, 7.

433 - Mc 6, 37-38.

434 - Cf. Gv 6, 9.

435 - Lc 9, 13.

436 - Gv 6, 9.

437 - Cf. Lc 9, 14; Mc 6, 40.

438 - Mt 14, 23-26.

439 - Mt 14, 33.

440 - Mt 6, 47-48.

441 - Mc 6, 48.

442 - Mc 6, 50.

443 - Gv 6, 15-18.

444 - Mt 14, 23.

445 - Gv 6, 15.

446 - Cf. Fil 3, 21.

447 - Cf. Mt 14, 22.

448 - Gv 6, 16-17.

449 - Lc 9, 17-18.

450 - Lc 9, 18.

451 - Mt 14, 23.

452 - Cf. Mt 16, 13; Mc 8, 27.

453 - Mt 14, 34-36.

454 - Mt 15, 1-2.

455 - Mt 15, 20.

456 - Cf. Mc 6, 53-56. 7, 1-23.

457 - Cf. Gv 6, 22-72.

458 - Mt 15, 21-25.

459 - Mt 15, 28.

460 - Cf. Mc 7, 24-30.

461 - Mt 15, 23.

462 - Ibidem.

463 - Mt 15, 25.

464 - Mt 15, 29-32.

465 - Mt 15, 38.

466 - Cf. Mc 7, 31-37. 8, 1.

467 - Mc 7, 34.

468 - Cf. Mt 14, 15; Mc 6, 35; Lc 9, 12; Gv 6, 5.

469 - Mt 15, 39.

470 - Mt 16, 4.

471 - Cf. Mt 12, 39.

472 - Cf. Mc 8, 10-12.

473 - Mt 16, 46.

474 - Mt 16, 12.

475 - Mt 16, 13-14.

476 - Mt 16, 19.

477 - Cf. Mc 8, 22-29.

478 - Mc 8, 24.

479 - Cf. Lc 9, 18-20.

480 - Cf Mc 8, 27.

481 - Mt 16, 18.

482 - Gv 1, 42.

483 - Mc 3, 16-19.

484 - Mt 16, 20-21.

485 - Mt 16, 23.

486 - Cf. Mc 8, 30-33; Lc 21-22.

487 - Mt 16, 24.

488 - Cf. Mc 8, 34-38.

489 - Cf. Mc 3, 16-19.

490 - Mc 8, 38.

491 - Cf. Lc 9, 23-26.

492 - Mt 16, 28.

493 - Mt 17, 1.

494 - Mt 17, 9.

495 - Cf. Mc 8, 39. 9, 1-9; Lc 9, 27-36.

496 - Cf. Mc 9, 2; Mt 17, 1; Lc 9, 28.

497 - Lc 9, 33.

498 - Cf. Mt 17, 10-13.

499 - Mt 17, 10-13.

500 - Cf. Mc 9, 10-12.

501 - Mt 17, 14.

502 - Mt 17, 8.

503 - Mc 9, 16-18; Lc 9, 38-43.

504 - Mt 17, 21-22.

505 - Cf. Mc 9, 23-31; Lc 9, 44-45.

506 - Mt 17, 23-24.

507 - Mt 17, 26.

508 - Mt 18, 13.

509 - Mt 18, 35.

510 - Cf. Mc 9, 33-49.

511 - Cf. Lc 9, 46-48.

512 - Cf. Gv 20, 23.

513 - Cf. Mt 18, 18.

514 - Mt 19, 13.

515 - Mt 19, 12.

516 - Cf. Mc 10, 1-12.

517 - Cf. Gn 1, 12; Dt 24, 1.

518 - Mt 19, 7-8.

519 - Cf. Gn 2, 24.

520 - Mt 19, 4.

521 - Mt 19, 7.

522 - Mt 19, 13.

523 - Mt 20, 16.

524 - Cf. Mc 10, 13-31.

525 - Cf. Lc 9, 46. 51.

526 - Cf. Lc 18, 18-30.

527 - Lc 18, 22.

528 - Mt 13, 17.

529 - Mc 10, 18; Lc 18, 19.

530 - Mt 20, 17-20.

531 - Mt 20, 28.

532 - Cf. Mc 10, 32-45.

533 - Cf. Lc 18, 31-34.

534 - Cf. Mt 20, 25; Mc 10, 42; Lc 22, 24-27.

535 - Mt 20, 29-30.

536 - Mt 20, 34.

537 - Cf. Mc 10, 46-52.

538 - Cf. Mt 8, 28; Mc 5, 1; Lc 8, 27.

539 - Cf. Mc 10, 46; Lc 8, 41.

540 - Cf. Mc 5, 22-43.

541 - Cf. Lc 18, 35-43.

542 - Cf. Lc 18, 35.

543 - Cf. Mc 10, 46; Mt 20, 29.

544 - Mt 21, 1-2.

545 - Mt 21, 9.

546 - Cf. Mc 11, 1-20..

547 - Cf. Lc 19, 1-38.

548 - Cf. Mc 6, 40; Lc 9, 1-4.

549 - Cf. Gv 12, 14-15; Zc 9, 9.

550 - Cf. Mt 21, 5.

551 - Mt 21, 10-12.

552 - Mt 21, 13.

553 - Cf. Mc 11, 15-17; Lc 19, 45-46; Gv 2, 1-17.

554 - Mt 21, 14-22.

555 - Cf. Mc 11, 11-17.

556 - Mt 21, 17.

557 - Mt 21, 15.

558 - Cf. Mc 11, 13.

559 - Mc 11, 14.

560 - Mc 11, 21.

561 - Mt 21, 19.

562 - Mt 21, 17-20.

563 - Mt 21, 23-25.

564 - Mt 21, 27.

565 - Cf. Mc 11, 27-33; Lc 19, 47-48. 20, 18.

566 - Lc 19, 47-48. 20, 12.

567 - Mt 21, 28-30.

568 - Mt 21, 44.

569 - Cf. Mc 12, 1-11; Lc 20, 9-18.

570 - Mt 21, 27.

571 - Mt 21, 40-41.

572 - Mc 12, 9.

573 - Gv 14, 6; 1 Gv 5, 6.

574 - Lc 20, 15-17; cf. Sal 117, 22; At 4, 11; 1 Pt 2, 7.

575 - Mt 21, 41.

576 - Mt 21, 42.

577 - Mc 12, 10.

578 - Lc 20, 17.

579 - Mt 21, 41.

580 - Cf. Gv 11, 49-51.

581 - Mt 21, 9; Sal 117, 26.

582 - Cf. Mt 21, 23-27.

583 - Mt 21, 27.

584 - Mt 21, 28.

585 - Mt 21, 41.

586 - Lc 20, 9.

587 - Mt 21, 9; cf. Lc 19, 28.

588 - Mt 21, 41.

589 - Cf. Gv 14, 6; 1 Gv 5, 6.

590 - Cf. Gv 6, 2.

591 - Cf. 1 Cor 15, 6.

592 - Gv 8, 31-37.

593 - Cf. Mt 21, 23; Mc 11, 28; Lc 20, 2.

594 - Mt 21, 45-46. 22, 13.

595 - Mt 21, 41; cf. Mc 12, 9; Lc 20, 16.

596 - Lc 20, 16.

597 - Mt 21, 45-46; 22, 14.

598 - Mt 22, 14.

599 - Lc 14, 16-24.

600 - Cf. Mc 12, 12; Lc 20, 19.

601 - Mt 22, 15-17.

602 - Mt 22, 33.

603 - Cf. Mc 12, 13-27; Lc 20, 20-40.

604 - Dt 6, 5.

605 - Lv 19, 18.

606 - Mt 22, 34. 40.

607 - Cf. Mc 12, 28-34.

608 - Mc 12, 34.

609 - Sir 19, 4.

610 - Cf. Lc 10, 25-37.

611 - Lc 10, 28.

612 - Lc 10, 29.

613 - Mc 12, 34.

614 - Mt 22, 41-46.

615 - Cf. Mc 12, 35-37.

616 - Lc 20, 41-44.

617 - Mt 23, 13.

618 - Mt 23, 39.

619 - Cf. Lc 11, 37-52.

620 - Cf. Lc 11, 29-36; Mt 12, 39-45.

621 - Mt 12, 46.

622 - Cf. Lc 2, 49-50.

623 - Lc 11, 37-39.

624 - Cf. Lc 11, 37-52.

625 - Mt 23, 39.

626 - Cf. Mt 21, 9.

627 - Lc 13, 31-35.

628 - Mt 21, 9. 23, 39; Lc 13, 35.

629 - Lc 13, 32.

630 - Lc 13, 33.

631 - Lc 13, 35.

632 - Mt 24, 1-2.

633 - Cf. Mc 12, 41-44. 13, 12; Lc 21, 14.

634 - Cf. Mc 12, 35-40.

635 - Cf. Lc 20, 45-47; 21, 1-16

636 - Mt 24, 35..

637 - Mt 25, 40; cf. Mc 13, 4-37; Lc 21, 7-36.

638 - Mt 24, 14.

639 - Mc 13, 10.

640 - Mt 24, 15.

641 - Mc 13, 14.

642 - Lc 21, 20.

643 - Mt 24, 16-18.

644 - Cf. Mc 13, 14-16.

645 - Lc 21, 21.

646 - Lc 21, 21-22.

647 - Cf. Mc 13, 15; Mt 24, 17.

648 - Mt 24, 20.

649 - Mc 13, 18.

650 - Lc 21, 34-36.

651 - Mt 26, 1-2.

652 - Mc 14, 1.

653 - Lc 22, 1.

654 - Cf. Gv 11, 55. 12, 1. 13, 1.

655 - Cf. Mt 26, 6; Mc 14, 3.

656 - Cf. Gv 12, 1.

657 - Mt 26, 6.

658 - Mc 14, 3.

659 - Lc 22, 1.

660 - Gv 11, 55.

661 - Gv 12, 1-2.

662 - Mt 26, 2-5.

663 - Mt 26, 14.

664 - Cf. Mt 26, 6-13.

665 - Mc 14, 1-2.

666 - Mc 14, 10.

667 - Cf. Lc 22, 1.

668 - Gv 12, 1.

669 - Mt 26, 3-7.

670 - Mt 26, 13.

671 - Lc 7, 36-50.

672 - Gv 11, 1. 2.

673 - Cf. Lc 7, 36-50.

674 - Cf. Mt 26, 6-13; Mc 14, 3-9.

675 - Cf. Mc 6, 40; Lc 9, 14.

676 - Mc 14, 3.

677 - Cf. Mt 26, 8-9; Mc 14, 4-5; Gv 12, 4-6.

678 - Cf. Gv 6, 7.

679 - Mt 26, 14-16.

680 - Mt 26, 19.

681 - Cf. Mc 14, 10-16; Lc 22, 3-13.

682 - Mt 26, 18.

683 - Cf. Mc 14, 13; Lc 22, 10.

684 - Mt 26, 20-22.

685 - Mt 26, 25.

686 - Cf. Mc 14, 17-21; Lc 22, 14-23; Gv 13, 21-27.

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