Libro secondo: I costumi dei Manichei

Sant'Agostino d'Ippona

Libro secondo: I costumi dei Manichei
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Al sommo bene compete il sommo essere e non può avere nulla di contrario.

1. 1. Nessuno dubita, credo, che la ricerca relativa ai beni e ai mali è un genere di questione che riguarda la disciplina morale, della quale ci occupiamo in questo discorso. Vorrei perciò che gli uomini procedano in questa ricerca con uno sguardo della mente così limpido da poter vedere quel bene sommo rispetto al quale non c’è nulla di migliore o di più eccellente e a cui è sottomessa ogni anima razionale pura e perfetta. Una volta infatti che lo abbiano conosciuto e compreso, si renderebbero conto ad un tempo che esso è ciò di cui giustamente si afferma che è in modo sommo e primario. Di esso appunto si deve dire che è al massimo grado, dal momento che rimane sempre nel medesimo stato, è in ogni aspetto simile a se stesso, in nessuna parte può corrompersi e mutare, non soggiace al tempo e non può essere ora diverso da come era in precedenza. È infatti ciò che si dice essere nell’accezione più vera, poiché a questa parola è connesso il significato di una natura che sussiste in sé e che rimane nel suo stato immutabilmente. Di questa natura non possiamo dire altro se non che è Dio, al quale è impossibile trovare alcunché di contrario, se lo si cerca in modo retto. L’essere infatti non ha un contrario, all’infuori del non essere. Non c’è dunque nessuna natura contraria a Dio. Ma poiché consideriamo queste verità con uno sguardo della mente ferito ed indebolito da vane opinioni e da una perversa volontà, tentiamo, per quanto è possibile, di pervenire ad una qualche conoscenza di una cosa così grande passo dopo passo e con prudenza, cercando alla maniera non di quelli che vedono chiaramente, ma di quelli che procedono a tentoni.

Il male secondo i Manichei: 1) ciò che in un essere è contrario alla sua natura.

2. 2. Spesso, anzi quasi sempre, voi, o Manichei, a coloro che vi sforzate di persuadere alla vostra eresia chiedete da dove provenga il male. Immaginate che io mi sia imbattuto in voi ora per la prima volta: cercherei di ottenere da voi, se non vi dispiace, che, abbandonata per un po’ l’opinione per cui credete di saperlo già, anche voi tentiate di indagare insieme a me, come ignari, una cosa tanto importante. Voi mi chiedete da dove viene il male; io invece, da parte mia, vi chiedo che cosa sia il male. Di chi è più giusta la richiesta, di coloro che cercano da dove venga una cosa di cui ignorano la natura, oppure di colui che reputa prioritario cercarne la natura, perché non si cerchi l’origine di una cosa ignota (il che sarebbe assolutamente assurdo)? Siete perfettamente nel vero che nessuno è così cieco di mente da non vedere che per ciascun genere il male consiste in ciò che è contrario alla sua natura. Ma, posto ciò, la vostra eresia crolla, perché nessuna natura è il male, se il male è ciò che è contrario alla natura. Voi tuttavia sostenete che il male è una natura e una sostanza. Si aggiunga anche che quanto è contrario ad una natura, senz’altro lotta contro di essa e si sforza di distruggerla, tende cioè a far sì che non sia ciò che è. Infatti la stessa natura altro non è se non ciò che, nel suo genere, è concepito come qualcosa che è. Pertanto, come noi, usando un nome nuovo derivato da quello di essere, chiamiamo essenza ciò che per lo più chiamiamo anche sostanza, così gli antichi, che non possedevano queste parole, impiegavano natura per essenza e sostanza. Se dunque voi siete disposti a liberarvi della vostra ostinazione, il male in se stesso consiste nel deviare dall’essenza e nel tendere a ciò che non è.

Replica di Agostino: ciò implica che il male sia una sostanza, ma esso non può essere tale.

2. 3. Di conseguenza, quando nella Chiesa cattolica si dice che Dio è l’autore di tutte le nature e sostanze, con ciò stesso coloro che sono in grado di comprendere comprendono che Dio non è l’autore del male. Del resto come può, egli che è la causa dell’esistenza di tutte le cose che sono, essere nello stesso tempo anche la causa della loro non esistenza, cioè del loro deviare dall’essenza e del loro tendere al non essere? La ragione più veritiera attesta che questo è il male in senso generale. Ma la vostra stirpe del male, che per voi è il male sommo, come può essere contraria alla natura, cioè alla sostanza, quando voi stessi sostenete che è questa natura e questa sostanza? Se infatti si rivolta contro di sé, si priva del suo stesso essere; e se avrà portato a compimento quest’opera, allora finalmente raggiungerà il sommo male. Tuttavia non arriverà a tal punto, perché volete non solo che esso sia, ma anche che sia eterno. Ciò che si riconosce come una sostanza, dunque, non può essere il sommo male.

2. 4. Ma cosa dovrei fare? So che tra voi ci sono molti che non possono assolutamente comprendere queste cose. So inoltre che ce ne sono alcuni che, dato il buon ingegno, in qualche modo le vedono; tuttavia, a causa di una perversa volontà, per la quale finiranno col perdere lo stesso ingegno, si comportano ostinatamente e cercano quali obiezioni opporre in modo da persuadere facilmente gli ingenui e gli sciocchi, piuttosto che convenire sul fatto che sono vere. Tuttavia non mi pentirò di aver scritto questo libro nel caso in cui qualcuno tra voi, dopo averlo finalmente considerato con equo giudizio, abbandoni il vostro errore, oppure nel caso in cui spiriti perspicaci e sottomessi a Dio e non ancora influenzati dal vostro zelo con questa lettura vengano protetti contro il rischio di essere sviati dai vostri discorsi.

2) ciò che nuoce. Replica di Agostino: né al sommo bene né al sommo male si può nuocere; quindi i Manichei sono in errore.

3. 5. Cerchiamo dunque con più diligenza e, per quanto è possibile, con più chiarezza. Vi chiedo di nuovo: che cosa è il male? Se dite: ciò che nuoce, neppure in questo caso mentite. Ma, vi prego, fate attenzione; vi prego, tenete gli occhi bene aperti; vi prego, deponete ogni passione di parte e cercate la verità non per il desiderio di vincere, ma di trovarla. Tutto ciò che nuoce, infatti, priva di qualche bene la cosa a cui nuoce, perché, se non gli togliesse nessun bene, non gli nuocerebbe affatto. Che cosa di più evidente, vi scongiuro? Che cosa di più chiaro? Che cosa di più accessibile a qualunque ingegno, per mediocre che sia, purché non ostinato? Ma posto ciò, si vede già, a mio avviso, la conseguenza. In quella stirpe che supponete essere il sommo male, non è possibile nuocere a nessuna cosa, perché non c’è niente di buono. Voi affermate che esistono due nature, il regno della luce e il regno delle tenebre, e dite che il regno della luce è un Dio a cui attribuite una certa natura semplice, così che in lui non c’è nulla di inferiore ad altro. Siete allora costretti a fare un’ammissione che è gravemente contro di voi, alla quale tuttavia non potete sottrarvi: questa natura, che non solo non rinnegate come il sommo bene, ma fate anche tentativi di ogni genere per persuaderne gli altri, è immutabile, impenetrabile, incorruttibile, inviolabile; altrimenti infatti non sarebbe il sommo bene, ossia quello rispetto al quale nulla è più eccellente. Ora ad una tale natura non si può nuocere in nessun modo. Ma se nuocere, come ho mostrato, equivale a privare di un bene, non si può nuocere al regno delle tenebre, perché non vi è affatto il bene; non si può nuocere al regno della luce, perché è inviolabile. A chi dunque nuocerà ciò che voi chiamate il male?

Agostino distingue il bene per sé dal bene per partecipazione.

4. 6. Pertanto, poiché non vi riuscite da voi, guardate come la questione è spiegata dall’insegnamento cattolico, secondo il quale altro è il bene che è tale in sommo grado e per sé, non per partecipazione di qualche altro bene, ma per natura ed essenza propria; altro invece è il bene che partecipa al bene e deve ad esso ciò che è: lo deve a quel sommo bene che tuttavia resta in se stesso e non perde nulla di sé. Questo bene del quale abbiamo parlato per secondo, lo chiama creatura. Ad essa può nuocere il difetto di qualcosa, ma di tale difetto non è autore Dio, perché egli lo è dell’esistenza e, per così dire, dell’essere. È evidente così in che senso si dice il male: in tutta verità infatti si dice non secondo l’essenza, ma secondo la privazione. E appare chiara la natura a cui si può nuocere: essa non è il sommo male e neppure il sommo bene, in quanto può essere privata di un bene, perché l’esser buona non le deriva dal fatto che è un bene, ma dal fatto che partecipa al bene. E una cosa non è buona per natura se, in quanto creata, ha ricevuto da altro questa qualità. Così Dio è il sommo bene e buone sono tutte le cose che ha creato, non però alla stessa maniera di lui che le ha create. Chi infatti è così folle e così impudente da pretendere che le opere siano uguali all’artista, le creature al creatore? Che volete di più? O desiderate qualche cosa di più chiaro ancora?

3) una corruzione. Replica Agostino: la corruzione non esiste in se stessa, ma in qualche sostanza che corrompe; il male perciò per sé non è, ma dipende dal bene.

5. 7. Vi domanderò dunque per la terza volta che cosa è il male. Risponderete forse che è una corruzione. E chi potrà dire che non sia questo il carattere generale del male? In effetti essa è contraria alla natura, essa è ciò che nuoce. La corruzione però non esiste in se stessa, ma in qualche sostanza che corrompe, poiché la corruzione in se stessa non è una sostanza. La cosa dunque che essa corrompe non è la corruzione, non è il male. Ciò che è soggetto a corruzione infatti è privato della sua integrità e della sua perfezione. Pertanto, la cosa che non ha nessuna perfezione di cui possa essere privata non può corrompersi; e la cosa che la possiede di certo è un bene in quanto partecipa alla perfezione. Così pure, ciò che viene corrotto di certo si perverte, e ciò che si perverte è privato dell’ordine; ma l’ordine è un bene; pertanto ciò che si corrompe non è privo di bene, perché, quando si corrompe, può essere privato proprio di ciò di cui è in possesso. Ecco perché quella progenie delle tenebre, se era priva di ogni bene, come voi dite, non poteva corrompersi: non aveva infatti nulla che la corruzione le potesse togliere. E se la corruzione non toglie niente, niente corrompe. Provate ora a dire, se potete, che Dio e il regno di Dio hanno potuto corrompersi, quando non riuscite a spiegare come abbia potuto corrompersi il regno del diavolo, quale voi descrivete.

Ancora Agostino: solo la sostanza creata si corrompe, non quella increata.

6. 8. Ma che dice in proposito la luce cattolica? Che altro, secondo voi, se non quella che è l’essenza della verità, e cioè che solo la sostanza creata può corrompersi, poiché quella non creata, che è il sommo bene, è incorruttibile e la stessa corruzione, che è il sommo male, non può corrompersi in quanto non è una sostanza? Se poi domandate che cosa essa sia, guardate dove tenta di portare le cose che corrompe: è essa stessa infatti che colpisce direttamente le cose che si corrompono. È per la corruzione che tutte le cose perdono il loro stato originario e sono nell’impossibilità di permanere, nell’impossibilità di essere; l’essere infatti rinvia al permanere. Per questo parlare di ciò che è in modo sommo ed eccellente equivale a parlare di ciò che ha la capacità intrinseca di permanere; infatti ciò che muta in meglio, non muta in relazione al permanere, ma in relazione al pervertirsi in peggio, cioè al venir meno alla propria essenza. E l’autore di questo venir meno non coincide con l’autore dell’essenza. Allo stesso modo, relativamente a certe cose che mutano in meglio e perciò tendono ad essere, non diciamo che con questo mutamento si pervertono, ma che ritornano a se stesse convertendosi: la perversione infatti è contraria all’ordine. Invero le cose che tendono all’essere, tendono all’ordine; una volta che lo hanno conseguito, conseguono lo stesso essere, per quanto questo sia possibile ad una creatura. L’ordine appunto riconduce ad una certa convenienza ciò che ordina. L’essere non è nient’altro che unità; di conseguenza, una cosa in tanto è, in quanto raggiunge l’unità. La convenienza e la concordia svolgono un’opera di unificazione: è mediante tale opera che le cose composte sono effettivamente in quanto tali. Le cose semplici infatti sono per se stesse, poiché sono l’unità; quelle che non sono semplici invece imitano l’unità con la concordia delle loro parti e sono in quanto realizzano tale concordia. Per questo l’ordine spinge all’essere e la mancanza di ordine, che è chiamata anche perversione e corruzione, spinge al non essere. Tutto ciò che si corrompe dunque tende al non essere. Spetta ora a voi considerare dove conduca la corruzione, per poter trovare il sommo male: esso è infatti il fine a cui la corruzione si sforza di portare.

Ancora Agostino: la bontà di Dio non permette a nessuna cosa di tendere al nulla.

7. 9. Ma la bontà di Dio non permette che si arrivi a tal punto e dispone tutte le creature che hanno deviato in modo da trovarsi nella posizione che loro maggiormente conviene, in attesa che, restaurato l’ordine dei movimenti, ritornino al punto a partire dal quale avevano deviato. Pertanto, anche le anime razionali, nelle quali potentissimo è il libero arbitrio, se deviano da Dio, sono disposte da lui nei gradi inferiori della creazione, dove è giusto che esse siano. Esse dunque diventano misere per un giudizio divino, in quanto collocate nella posizione che si addice ai loro meriti. Da ciò quelle giustissime parole che siete soliti attaccare con grande violenza: Faccio il bene e provoco la sventura 1. Creare infatti significa regolare e mettere ordine; per questo nella maggior parte dei testi originali sta scritto così: Faccio il bene e regolo il male. Il fare riguarda ciò che non esisteva affatto; il regolare invece il mettere ordine in ciò che già in qualche modo esisteva, affinché cresca e diventi migliore. Quando infatti Dio dice: Regolo i mali, egli regola, cioè mette ordine nelle cose che deviano, che tendono al non essere, e non in quelle che sono pervenute al fine a cui tendono, poiché è stato detto: " A nessuna cosa la divina Provvidenza permette di pervenire al nulla ".

7. 10. Questi argomenti di solito si trattano in modo più ampio e più approfondito, ma, parlandone con voi, ciò è sufficiente. Bisognava infatti mostrarvi la porta della quale avete smarrito la speranza e la fate smarrire agli inesperti. Nessuno infatti può introdurvici all’infuori della buona volontà, alla quale la divina clemenza dona la pace, come si canta nel Vangelo: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà 2. È sufficiente comprendere da parte vostra, io dico, che la discussione religiosa sul bene e sul male non sortisce nessun risultato se non si ammette che tutto ciò che è, in quanto è, proviene da Dio, e invece, in quanto devia dall’essenza, non proviene da Dio, sebbene sia sempre ordinato dalla divina Provvidenza come conviene a tutte le cose. Se non lo comprendete ancora, non so che cosa fare di più per il momento all’infuori di trattare in modo più analitico le cose già dette. Solo la pietà e la purezza conducono alle cose più alte.

4) una sostanza. Replica di Agostino: il male non è una sostanza, ma una mancanza di convenienza nemica della sostanza.

8. 11. Se vi domando che cosa sia il male, che altro mi risponderete se non che esso è o ciò che è contro la natura o ciò che nuoce o una corruzione o qual cos’altro di simile? Ma vi ho dimostrato che con queste risposte fate naufragio, a meno che per caso, secondo la vostra abitudine di comportarvi in modo bambinesco con i bambini, non rispondiate che il male consiste nel fuoco, nel veleno, nella bestia feroce e in altre cose simili. Infatti ad un uomo che sosteneva che il male non è una sostanza, uno dei capi della vostra setta, che ascoltavamo più volentieri e più frequentemente, diceva: " Vorrei mettere uno scorpione nella mano di quest’uomo e vedere se non la ritira; qualora la ritirasse, egli sarebbe convinto non con le parole, ma con i fatti stessi che il male è una sostanza, non potendo certo negare che quell’animale è una sostanza ". E lo diceva non alla presenza di quell’uomo, ma davanti a noi quando, turbati, gli riferimmo ciò che l’altro aveva detto: rispondeva dunque, come ho detto, in modo puerile a dei fanciulli. Chi infatti è così poco iniziato ed erudito da non vedere che tali cose danneggiano perché non si confanno alla disposizione di un corpo e che invece non danneggiano, se vi si confanno, ma anzi spesso procurano grandi vantaggi? Infatti se quel veleno fosse un male per se stesso, ucciderebbe anzitutto e ancor più lo scorpione. Ma è proprio il contrario: se in qualche modo gli fosse tolto interamente, senza dubbio morirebbe. Così, per il suo corpo è un male perdere ciò che per il nostro è un male ricevere; parimenti per lui è un bene avere ciò che per noi è un bene non avere. La medesima cosa sarà dunque un bene e un male? Niente affatto; ma il male è ciò che è contro la natura. Per quella bestia e per noi il male appunto è questa mancanza di convenienza, che non è certamente una sostanza ma, al contrario, una nemica della sostanza. Da dove viene dunque questa mancanza? Guarda dove trascina e lo saprai, purché vi sia in te una scintilla di luce interiore. Infatti trascina tutto ciò che perisce verso il non essere. Dio è l’autore dell’essenza e nessuna essenza che trascina ciò in cui risiedeva verso il non essere può essere ritenuta tale. Alla domanda da dove non viene la mancanza di convenienza, dunque, si può rispondere qualche cosa; nulla invece si può rispondere alla domanda da dove essa viene.

8. 12. La storia narra che una donna ateniese, nota per i suoi eccessi, prendendo a piccole dosi la quantità di veleno che si dà ai condannati per farli morire, riuscì a berne senza alcun danno o quasi per la sua salute. Sicché, una volta che fu condannata, prese come gli altri la quantità di veleno prescritta dalla legge, che però aveva resa inoffensiva con l’abitudine e così, diversamente dagli altri, non morì. Poiché il fatto fu ritenuto un grande prodigio, venne mandata in esilio. Ora, se il veleno è un male, pensiamo che costei abbia fatto sì che per lei non lo fosse? Che cosa di più assurdo? Ma poiché il male è una mancanza di convenienza, piuttosto, grazie alla sua saggia consuetudine, fece in modo che quella sostanza convenisse con il proprio corpo. Altrimenti quando mai, per astuta che fosse, avrebbe potuto far sì che la mancanza di convenienza non le nuocesse? Perché le cose stanno così? Perché ciò che veramente e in generale è un male, è sempre nocivo per tutti. L’olio è salutare per i nostri corpi, invece è fortemente avverso per molti animali che hanno sei piedi. L’elleboro non è forse ora un alimento, ora un medicamento, ora anche un veleno? Chi non ammetterà che il sale assunto in quantità eccessiva è un veleno? E nondimeno chi può enumerare quali e quanti vantaggi ne provengono per il corpo? L’acqua del mare è nociva per gli animali terrestri che la bevono, mentre è assai confacente ed utile per i corpi di molti di quelli che vi si bagnano. Quanto ai pesci poi è salutare e gradita per l’uno e per l’altro uso. Il pane nutre l’uomo, uccide lo sparviero. La melma stessa, il cui gusto ed odore ripugnano e disgustano fortemente, non rinfresca se la si tocca in estate e non è un medicamento per le ferite provocate dal fuoco? Che cosa di più spregevole dello sterco? Che cosa di più abietto della cenere? Eppure sono entrambi così utili ai campi che i Romani hanno creduto di dover accordare onori divini a Stercuzio, che si servì per primo dello sterco, dandogli anche il suo nome.

8. 13. Ma perché dovrei raccogliere minuzie che è impossibile enumerare? Gli stessi quattro elementi, che ci sono davanti, chi dubita che, usati in modo conveniente, non giovino alla natura e, usati in modo sconveniente, le siano gravemente dannosi ? Noi che viviamo di aria, ricoperti di terra o di acqua soffochiamo; al contrario, un gran numero di animali vivono strisciando sulla sabbia e sulla terra più molle; i pesci poi in quest’aria muoiono. Il fuoco consuma i nostri corpi, ma, usato in modo conveniente, li fa riavere dal freddo e li pone al riparo da innumerevoli malattie. Questo sole, davanti al quale piegate le ginocchia e rispetto al quale niente di più bello si trova tra le cose visibili, aguzza la vista delle aquile, mentre ferisce ed ottenebra il nostro sguardo; tuttavia per l’assuefazione avviene anche che noi ve lo fissiamo senza danno. Non vi pare che ciò sia da paragonare a quel veleno che la consuetudine aveva reso inoffensivo per la donna ateniese? Da ultimo, riflettete un po’ e fate attenzione: se una sostanza è male perché offende qualcuno, contro tale accusa non è possibile difendere la luce che voi venerate. Considerate piuttosto che il male in generale è questa mancanza di convenienza per la quale un raggio di sole ottenebra gli occhi, quando per loro niente è più gradito della luce.

Contro le favole dei Manichei: tutto ciò che è, in quanto è, proviene da Dio, perciò è un bene.

9. 14. Ho detto queste cose affinché, se possibile, smettiate una buona volta di ripetere che il male è la terra in tutta l’estensione della sua profondità e della sua superficie; che il male è uno spirito che erra sulla terra; che il male sono i cinque antri degli elementi, pieni uno di tenebre, uno di acqua, uno di vento, uno di fuoco ed uno di fumo; che il male sono gli animali nati in ciascuno di questi elementi, e cioè i serpenti nelle tenebre, i pesci nelle acque, gli uccelli nei venti, i quadrupedi nel fuoco, i bipedi nel fumo. Tutte queste cose non possono essere in nessun modo come voi le descrivete perché tutto ciò che è tale, in quanto è, è necessario che provenga dal sommo Dio e pertanto, in quanto è, è sicuramente un bene. Se poi il dolore e l’infermità sono un male, in quei luoghi c’erano animali di una tale forza fisica che i loro feti abortivi, dopo essere serviti, come sostiene la vostra setta, per formare il mondo, sono caduti dal cielo sulla terra e non sono potuti morire. Se la cecità è un male, essi vedevano; se la sordità è un male, essi udivano; se l’ammutolire o l’esser muti è un male, in quei luoghi c’erano voci così chiare e distinte che, come voi asserite, grazie ad uno che in assemblea li persuase, piacque loro di muovere guerra a Dio. Se la sterilità è un male, lì grande era la fertilità per la procreazione dei figli. Se l’esilio è in male, essi erano nella propria terra e abitavano i loro paesi. Se la servitù è un male, lì c’erano anche coloro che regnavano. Se la morte è un male, essi vivevano e vivevano in modo che, come voi insegnate, neppure dopo la vittoria di Dio lo spirito stesso può mai e in alcun modo morire.

9. 15. Perché, vi domando, trovo nel sommo male tanti beni contrari ai mali che vi ho ricordato? Oppure, se questi non sono mali, allora una sostanza, in quanto è una sostanza, sarà un male? Se l’infermità non è un male, sarà un male il corpo infermo? Se la cecità non è un male, le tenebre saranno un male? Se la sordità non è un male, sarà un male l’essere sordo? Se l’essere muto non è un male, il pesce sarà un male? Se la sterilità non è un male, come può esserlo l’essere sterile? Se l’esilio non è un male, come può esserlo colui che è in esilio o che manda qualcuno in esilio? Se la servitù non è un male, come può esserlo colui che serve o che costringe qualcuno a servire? Se la morte non è un male, come può esserlo colui che è mortale o che dà la morte? Ma se tutte queste cose sono dei mali, come è possibile che non siano dei beni la robusta costituzione fisica, la vista, l’udito, la parola persuasiva, la fecondità, la terra natale, la libertà, la vita, tutte cose che voi affermate essere esistite nel regno del male e che osate proclamare come sommo male?

9. 16. Infine, se la mancanza di convenienza è un male (cosa che peraltro nessuno ha mai negato), di quegli elementi che c’è di più conveniente alle singole specie di animali, e cioè delle tenebre a quelli che strisciano, delle acque a quelli che nuotano, dei venti a quelli che volano, del fuoco a quelli che divorano, del fumo a quelli che prediligono le alture? Tanta è infatti la concordia che voi riscontrate nella stirpe della discordia, e tanto l’ordine nel regno del disordine! Se ciò che nuoce è un male, non ripropongo quel validissimo argomento citato sopra, che non si sarebbe potuto nuocere dove non c’era alcun bene. Ma, ammesso che questo sia oscuro, è di certo chiaro ed evidente a tutti che, come ho detto e come tutti convengono, ciò che nuoce è un male. Ora, in quella stirpe il fumo non nuoceva agli animali bipedi: li generò, li nutrì e li sostenne senza difetto alla nascita, nella crescita e durante il loro regno. Ma, dopoché il bene si è mescolato al male, il fumo è diventato più nocivo, così che noi, che di certo non siamo che bipedi, non possiamo sostenerlo: ci accieca, ci opprime, ci uccide. A causa della loro mescolanza con il bene, dunque, i cattivi elementi si sono arricchiti di tanta atrocità? Sotto il regno di Dio è avvenuto un così grande pervertimento?

9. 17. Ma perché in altri esseri animati vediamo questa congruenza che ha ingannato il vostro fondatore e lo ha indotto a inventare menzogne? Perché, dico, le tenebre convengono a quelli che strisciano, le acque a quelli che nuotano, i venti a quelli che volano, mentre il fuoco brucia i quadrupedi e il fumo ci soffoca? Perché, inoltre, i serpenti hanno la vista acutissima ed esultano alla presenza del sole, e abbondano soprattutto dove l’aria è più serena e più difficilmente e più raramente si condensa in nubi? Quale assurdità maggiore per gli abitanti e gli amici delle tenebre del trovare più confacente e più comodo vivere là dove si gioisce per la luminosità della luce? Se voi dite che essi si dilettano del calore piuttosto che della luce, è come se diceste che è molto più congruente che nascano nel fuoco gli agili serpenti che il lento asino. E tuttavia chi negherà che l’aspide ama questa luce, dal momento che i suoi occhi vengono paragonati a quelli dell’aquila? Ma sulle bestie tornerò; ve ne prego, consideriamo noi stessi senza ostinazione e liberiamo finalmente il nostro animo da favole vane e perniciose. Sostengono che nella stirpe delle tenebre, in cui non penetrava il minimo raggio di luce, gli animali bipedi avevano una vista così salda, così acuta e, infine, di una potenza così incredibile da scorgere, da mirare e contemplare, compiacendosene e desiderandola, perfino in mezzo alle loro tenebre, la purissima luce dei regni di Dio - da voi raccomandata, giacché pretendete che fosse stata visibile anche a questi tali -; che invece i nostri occhi, per la mescolanza della luce, del sommo bene e infine di Dio, sono diventati così deboli, così incapaci che non vediamo niente nelle tenebre, che in nessun modo possiamo sopportare la vista del sole e che, distolto da lì lo sguardo, andiamo alla ricerca perfino delle cose che prima vedevamo. Chi mai sopporterà tanta perversione dello spirito?

9. 18. Queste cose si possono dire anche supponendo che la corruzione sia un male, cosa di cui nessuno giustamente dubita. Allora infatti il fumo non danneggiava il genere animale come fa adesso. E per non andare ai singoli casi, che sarebbe troppo lungo e non necessario, questi esseri animati che voi lì immaginate erano così poco soggetti a corruzione che i loro feti abortivi non ancora idonei per la nascita, benché precipitati dal cielo in terra, poterono tuttavia vivere, generare e di nuovo unirsi insieme, in possesso senz’altro dell’antico vigore, poiché concepiti prima della mescolanza del bene e del male. Infatti, dopo questa aggregazione ne sono nati quegli esseri animati che, come voi dite, ora vediamo debolissimi e facilmente soggetti alla corruzione. Chi potrebbe tollerare più a lungo questo errore? Soltanto chi non vede queste cose oppure, per non so quale incredibile consuetudine e dimestichezza con voi, è divenuto insensibile a tutte le costruzioni della ragione.

I precetti manichei si dividono in tre categorie, che corrispondono a tre sigilli.

10. 19. Ma poiché credo di aver mostrato in quali tenebre e in quanta falsità voi vi avvolgete relativamente ai beni e ai mali in generale, vediamo ora i tre famosi sigilli che nella vostra morale vantate e celebrate con grande lode. Quali sono dunque questi sigilli? Il sigillo della bocca, quello delle mani e quello del seno. Che significano? Che l’uomo, come voi dite, nella bocca, nelle mani e nel seno deve essere casto e innocente. E se poi pecca con gli occhi, con le orecchie, con il naso? Se ferisce uno con i calci o anche lo uccide, come riterremo costui colpevole dal momento che non ha peccato né con la bocca né con le mani né con il seno? Ma, voi replicherete, quando nominate la bocca, volete intendere tutti i sensi che risiedono nella testa; quando invece nominate la mano, ogni azione; quando infine nominate il seno, ogni piacere sensuale. E le bestemmie a quale parte volete che appartengano? Alla bocca o alla mano? È infatti un’azione della lingua. Pertanto, se comprendete tutte le azioni in un solo genere, perché unite l’azione dei piedi a quella delle mani e separate quella della lingua? Forse perché significa qualche cosa mediante le parole, volete che la lingua sia separata dall’azione che non è rivolta a significare? In tal modo il sigillo delle mani sarà identificato con l’astenersi da un’azione cattiva, in quanto non è causa di significazione? Ma come vi regolerete con uno che pecca significando qualcosa con le mani, come capita quando scriviamo, oppure quando mostriamo con un gesto qualche cosa per farlo comprendere? Questo infatti non lo potete attribuire né alla bocca né alla lingua, perché è opera delle mani. Invero non è cosa assai assurda che, dopo aver distinto i tre sigilli della bocca, delle mani e del seno, siano attribuiti alla bocca alcuni peccati compiuti con le mani? Se le azioni in generale appartengono alle mani, che ragione c’è dunque di aggiungervi le azioni dei piedi e non quelle della lingua? Non vi accorgete come la voglia di novità, accompagnata dall’errore, vi porta a grandi difficoltà? In effetti in questi tre sigilli, che voi celebrate come una nuova classificazione, non trovate il modo per includervi la purificazione di tutti i peccati.

Il sigillo della bocca.

11. 20. Classificate pure come volete e tralasciate tutto ciò che volete: consideriamo allora le cose a cui avete l’abitudine di dare grandissimo valore. Voi dite che spetta al sigillo della bocca astenersi da ogni bestemmia. Ma la bestemmia consiste nel dire male di cose buone. È per questo che comunemente ormai con essa si intendono parole ingiuriose proferite contro Dio. Quanto agli uomini infatti si può dubitare, ma Dio di certo è buono. Se dunque la ragione ci avrà dimostrato che nessuno dice di Dio cose peggiori di voi, che ne sarà del famoso sigillo della bocca? Ebbene la ragione — e non certo una ragione segreta, ma ben visibile ed esposta all’intelligenza di tutti, e non vinta e talmente invincibile che a nessuno è consentito di ignorarla — insegna che Dio è incorruttibile, immutabile, inviolabile e immune dalla possibilità di cadere nell’indigenza, nella debolezza, nella miseria. E di queste cose ogni anima razionale è generalmente così consapevole che voi stessi, quando si dicono, assentite.

11. 21. Ma non appena cominciate a raccontare le vostre favole, come in preda ad un incredibile accecamento vi persuadete e persuadete altri uomini anch’essi in preda allo stesso incredibile accecamento, che Dio è corruttibile, mutabile, violabile, esposto all’indigenza, suscettibile di debolezza e soggetto alla possibilità di miseria. E questo è ancora poco: voi dite infatti che Dio non solo è corruttibile, ma corrotto; non solo è mutabile, ma mutato; non solo è violabile, ma violato; non solo è, esposto all’indigenza, ma indigente; non solo è suscettibile di debolezza, ma debole; non solo è tale che può patire la miseria, ma misero di fatto. Affermate che l’anima è Dio o una parte di Dio. Ma io non vedo come non sia Dio quella che è detta una parte di Dio; infatti anche una parte dell’oro è oro, come una parte dell’argento è argento, una parte della pietra è pietra. E, per venire a cose più grandi, una parte della terra è terra, una parte dell’acqua è acqua, una parte dell’aria è aria e, se sottrai qualcosa al fuoco, non negherai che è fuoco, e una parte qualsiasi della luce non può essere niente altro che luce. Perché dunque una parte di Dio non sarà Dio? Forse che la forma di Dio è composta di parti come quella dell’uomo e degli altri esseri animati? Una parte dell’uomo infatti non è l’uomo.

11. 22. Ma vengo a ciascuna delle vostre credenze e le esamino separatamente. Se per voi Dio è come la luce, dovete ammettere che una parte di Dio è Dio. Perciò, voi, con una sacrilega supposizione, imputate tutti questi difetti a Dio, quando dite che l’anima è una parte di Dio e non escludete che sia corrotta, essa che è stolta; che sia mutata, essa che fu sapiente; che sia violata, essa che non ha una perfezione propria; che sia indigente, essa che chiede aiuto; che sia debole, essa che ha bisogno di rimedi; che sia misera, essa che desidera la felicità. Se invece non concedete che l’anima abbia questi difetti, allora non ha la necessità di essere condotta alla verità dallo Spirito, perché non è stolta; né di essere rinnovata dalla vera religione, perché non si è invecchiata; né di essere purificata dai vostri sigilli, perché è perfetta; né di essere soccorsa da Dio, perché non ne ha bisogno; né di avere Cristo come medico, perché è sana; e non c’è alcun motivo che le sia promessa una vita beata. A che scopo allora Gesù è detto il liberatore, come egli stesso dichiara nel Vangelo: Se il Figlio vi libererà, allora sarete liberi veramente 3? E l’apostolo Paolo dice: Voi siete stati chiamati alla libertà 4. Dunque è schiava l’anima che non ha ancora ottenuto questa libertà. E poiché, secondo i vostri autori, una parte di Dio è Dio, dunque Dio è corrotto a causa della stoltezza, mutato in conseguenza della caduta, violato perché ha perduto la perfezione, indigente perché ha bisogno di soccorso, debole per la malattia, oppresso per la miseria, abietto per la schiavitù.

11. 23. Se poi una parte di Dio non è Dio, Dio non può essere né incorrotto, dal momento che è corrotto in una sua parte; né immutato, dal momento che è mutato in una sua parte; né inviolato, dal momento che non è perfetto in ogni sua parte; né senza bisogno, dal momento che si adopera assiduamente perché gli sia restituita la sua parte; né del tutto sano, dal momento che è malato in una sua parte; né pienamente beato dal momento che una sua parte è soggetta a miseria; né completamente libero, dal momento che una sua parte è oppressa dalla schiavitù. Siete costretti ad ammettere tutte queste cose quando dichiarate che l’anima, che vedete sopraffatta da tante calamità, è una parte di Dio. Se riuscirete a purificare la vostra setta di questi discorsi e di molti altri dello stesso genere, allora finalmente potrete dire che la vostra bocca è immune da bestemmie. Anzi, abbandonate questa setta; infatti, se smetterete di credere e di affermare ciò che l’illustre vostro fondatore ha scritto, di certo non sarete più manichei.

11. 24. Se intendiamo essere immuni da bestemmie, dobbiamo renderci conto con il ragionamento o mediante la fede che soltanto Dio è il sommo bene, rispetto al quale non può esistere o non può essere immaginato alcun bene migliore. La legge dei numeri in nessun modo può essere violata e modificata, e nessuna forza, per quanto energicamente vi si adoperi, potrà far sì che il numero che segue l’uno non sia il doppio di uno. In nessun modo questa legge può essere mutata, eppure secondo voi Dio è suscettibile di mutamento! Questa legge conserva la propria inviolabile integrità e voi non concedete a Dio che sia almeno pari ad essa! Una progenie qualunque tra quelle delle tenebre faccia sì che un numero trino intelligibile, nel quale l’unità è talmente una da non avere parti, questa progenie delle tenebre dunque faccia sì che questo numero trino sia diviso in due parti uguali. La vostra mente vede certamente che nessuna diavoleria è capace di compiere questa operazione. Dunque tale diavoleria, che era incapace di violare la legge dei numeri, era capace di far violenza a Dio? Ma se non ne era capace, quale necessità c’era, ditemi, che una parte di Dio fosse mescolata al male e cacciata in così grandi miserie?

Agostino contesta il "mito" manicheo.

12. 25. Ne è scaturito che, malgrado vi ascoltassimo con zelo, eravamo oppressi da grandi angustie e non trovavamo nessuna soluzione alla questione concernente che cosa avrebbe fatto a Dio quella progenie delle tenebre, se Dio si fosse rifiutato di combattere con essa con tanto danno per la sua parte. Se infatti quella stirpe non era destinata a nuocere a Dio nel suo riposo, deploravamo che avesse agito crudelmente con noi sprofondandoci tra queste calamità. Se invece era destinata a nuocere a Dio, Dio non era quella natura incorruttibile quale la sua natura doveva essere. In questa discussione ci fu anche chi sostenne che Dio non abbia voluto sottrarsi al male o che non si fosse guardato da possibili danni, ma che, per la sua naturale bontà, avesse voluto essere utile alla irrequieta e perversa natura, perché fosse in ordine. Ma non suonano così i libri manichei: molto spesso essi lasciano intendere, molto spesso dicono che Dio è stato in guardia contro gli assalti dei nemici. Ma ammettiamo che si sia condivisa la dottrina del manicheo che diceva di non trovare altro da dire: forse che con questa giustificazione Dio è posto al riparo dall’accusa di crudeltà o di debolezza? Infatti la sua bontà verso quella stirpe nemica risultò di grande danno per i suoi. A ciò si aggiunga che, se la sua natura non poteva né corrompersi né mutare, nessun contagio poteva cambiarci e corromperci, e che quell’ordine che fu necessario assicurare alla natura avversa, lo si poteva assicurare senza il nostro pervertimento.

12. 26. Peraltro, non era stato ancora detto ciò che poco fa ho udito a Cartagine. Un uomo (e desidero vivamente che si liberi di questo errore), poiché si era cacciato nelle stesse mie angustie a causa di tale questione, osò dire che il regno di Dio aveva confini certi, che erano esposti all’invasione della stirpe avversa, anche se Dio in sé in nessun modo avrebbe potuto essere violato. Ha detto ciò che neppure il vostro fondatore si azzarderebbe assolutamente a dire: forse si rendeva conto che una simile opinione molto più facilmente di un’altra avrebbe comportato conseguenze rovinose per la sua setta. E la cosa in verità è tale che anche un uomo di non grande intelligenza, se sentirà dire che quella natura comprendeva una parte violabile e una parte inviolabile, capirà senza difficoltà che non sono due, ma tre le nature, una inviolabile, un’altra violabile ed una terza violatrice.

Gli atti vanno giudicati per il fine e quindi alla luce dell’intenzione con cui si compiono.

13. 27. Poiché dunque queste bestemmie, uscite dal cuore, stanno ogni giorno sulla vostra lingua, smettete finalmente di lusingare gli ignoranti celebrando il sigillo della vostra bocca come qualcosa di grande. A meno che, per caso, non riteniate il non mangiare carne e il non bere vino un sigillo della bocca degno di ammirazione e di lode. In tal caso io vi chiedo a che fine lo facciate. Infatti, se il fine a cui si riferiscono le cose che facciamo, cioè quello per il quale facciamo ciò che facciamo, è non solo innocente ma anche lodevole, allora anche le nostre azioni sono degne di qualche lode. Se, al contrario, il fine a cui guardiamo e che teniamo di mira nel compiere il nostro dovere merita giustamente e a buon diritto di essere biasimato, nessuno dubiterà che anche il dovere merita la riprovazione e il biasimo.

13. 28. Si tramanda che Catilina poteva sopportare il freddo, la sete e la fame 5: qualità che quell’uomo dissoluto e sacrilego aveva in comune anche con i nostri Apostoli. In che cosa dunque questo parricida si differenzia dai nostri Apostoli, se non relativamente al fine del tutto diverso che egli perseguiva? Infatti egli sopportava queste cose per soddisfare le sue sfrenatissime e crudelissime passioni; quelli invece le sopportavano per reprimere le loro passioni e costringerle a sottostare al dominio della ragione. E voi, quando vi si esalta il gran numero delle vergini cattoliche, avete l’abitudine di dire: Anche una mula è vergine. È un giudizio sconsiderato, dovuto all’ignoranza della dottrina cattolica; con esso tuttavia significate che la continenza è vana se non è ricondotta con deliberata ragione ad un fine assolutamente retto. Anche i cristiani cattolici possono paragonare la vostra astinenza dal vino e dalle carni 6 a quella dei giumenti, dei molti passeri 7, infine anche di innumerevoli specie di verm 8. Ma per non cadere nella vostra temerità, mi guarderò dall’eccessiva precipitazione e prima discuterò del fine con il quale fate queste cose. Come penso, infatti, siamo ormai d’accordo che su questo genere di costumi non c’è da cercare niente altro. Se dunque agite così per moderazione e per reprimere la passione, che ci porta a dilettarci di certi cibi e bevande e a diventarne prigionieri, vi ascolto e vi approvo; ma non è così.

13. 29. Supponiamo che esista un uomo, e non è impossibile, così sobrio e frugale che, moderando l’appetito del suo stomaco e della sua gola, mangi una sola volta al giorno. Per il pasto gli vengano servite verdure con un po’ di lardo, unte e condite con lo stesso lardo, in quantità sufficiente a togliere la fame. E per cura della salute calmi la sete con due o tre sorsi di vino puro. Questo è per lui il suo vitto quotidiano. Supponiamo, all’opposto, che esista un altro uomo il quale, non gustando né carne né vino, all’ora nona mangi con appetito molte e varie sorte di cibi squisiti e rari, cosparsi di abbondante pepe, e faccia altrettanto anche la sera. Beva vino addolcito con miele, mosto cotto di uva passa e succhi ricavati da frutti diversi, abbastanza simili al vino e più gradevoli ancora. E beva non quanto la sete richiede, ma quanto il piacere reclama. E faccia in modo di sostentarsi così ogni giorno, di godere di tale vitto e di tali delizie senza alcuna necessità, solo per grande voluttà. Vi chiedo, per quanto attiene al mangiare e al bere, quale di questi due giudicate che conduca la vita in modo più astinente? Non vi ritengo ciechi al punto di anteporre questo divoratore a quello che vive di un po’ di lardo e di un po’ di vino.

13. 30. La verità in effetti così esige; ma il vostro errore ha un suono assai diverso. Il vostro eletto infatti, celebrato per i tre sigilli, se vive quotidianamente così come colui che abbiamo descritto, potrà essere ripreso da uno e forse da due più severi, ma non potrà essere assolutamente condannato come violatore del sigillo. Ma se anche una volta avrà mangiato come il primo, ungendosi le labbra con un po’ di prosciutto rancido e bagnandole con vino andato a male, per volontà del vostro fondatore sarà giudicato violatore del sigillo e destinato subito alla geenna, con vostra sorpresa, ma anche con il vostro consenso. Ve ne prego, abbandonate questo errore; ve ne prego, ascoltate la ragione; ve ne prego, rompete un po’ con le vostre consuetudini. Che cosa c’è infatti di più perverso di questa stravaganza? Che cosa di più folle? A proposito di un uomo che emetta compiaciuto dalla sua pancia ripiena odor di funghi, di riso, di tartufi, di focacce, di mosto cotto, di pepe, di silfio, e che ogni giorno richieda tali cose, si può dire o pensare qualcosa di più insano che non si vede come possa sembrare che egli si sia allontanato dai tre sigilli, cioè dalla regola della santità? E, a proposito di un altro che condisce le verdure più ordinarie con un lardo che sa di fumo e ne mangia soltanto la quantità sufficiente per rifocillare il corpo, che beve tre bicchierini di vino per motivi di salute, e che passa dal cibo sopra descritto a questo, qualcosa di più insano che si prepara a supplizio certo?

Il triplice motivo per cui è lodevole astenersi da certi generi di cibi.

14. 31. Ma l’Apostolo dice: È bene, o fratelli, non mangiare carne né bere vino 9: come se qualcuno di noi negasse che questo è un bene. Ma è tale o per il fine che ho sopra ricordato, a proposito del quale si dice: Non abbiate cura della carne nelle sue concupiscenze 10, o per i fini che ancora una volta il medesimo Paolo ci indica, cioè per frenare la gola che la carne e il vino sono soliti eccitare più violentemente e più smodatamente o per non dare scandalo al fratello oppure perché i deboli non se ne servano per comunicare con gli idoli. Nel tempo in cui l’Apostolo scriveva queste cose, infatti, nelle macellerie si vendeva molta carne che era stata offerta agli idoli. E poiché si facevano libagioni agli dèi pagani anche con il vino, molti fratelli più deboli, che erano soliti comperare pure questi generi, preferirono astenersi dalle carni e dal vino piuttosto che cadere, anche inconsapevolmente, in quello che consideravano come un rapporto con gli idoli. A causa di questi, cioè dei più deboli, che non volevano scandalizzare, anche i più forti che, in virtù della loro fede più grande, giudicavano tali scrupoli da disprezzare, dovevano astenersi dalla carne e dal vino. Eppure erano consapevoli che niente è impuro se non per una cattiva coscienza, secondo il detto del Signore: Non quello che entra nella bocca, ma quello che esce, vi rende impuri 11. E questo non si ricava da una congettura, ma si trova espresso a chiare lettere nelle stesse epistole dell’Apostolo. Voi avete l’abitudine di citare soltanto queste parole: È bene, o fratelli, non mangiare carne né bere vino, senza aggiungere ciò che segue: Né altra cosa per la quale il tuo fratello si offenda o si scandalizzi o diventi più debole. Da qui infatti risulta manifesto il fine per cui l’Apostolo dava questi precetti.

14. 32. In modo più palese ancora lo indicano i passi che precedono e quelli che seguono. In verità sarebbe troppo lungo ricordarli, ma, a causa di coloro che sono poco abituati a leggere e studiare le Sacre Scritture, ci vediamo costretti a riportare per intero questo passo: Accogliete tra di voi colui che è ancora debole nella fede senza discutere sulle sue opinioni. L’uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro, che è debole, non mangia che verdure. Colui che mangia non disprezzi colui che non mangia e colui che non mangia non giudichi colui che mangia, poiché Dio l’ha accolto. Chi sei tu per giudicare il domestico altrui? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché Dio ha il potere di sostenerlo. C’è chi fa distinzione tra un giorno e un altro, chi invece li giudica tutti eguali; ciascuno cerchi di avere convinzioni sue personali. Chi fa preferenze fra i giorni, le fa per il Signore; e chi mangia, mangia per il Signore, perché rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché, se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Dunque, sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore. Per questo appunto Cristo è morto ed è risuscitato: per essere il Signore tanto dei vivi quanto dei morti. Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti compariremo davanti al tribunale di Dio, poiché sta scritto: " Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà lode a Dio " 12. Così ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Dunque non giudichiamoci più a vicenda, ma pensate piuttosto a non essere causa di inciampo o di scandalo al fratello. Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. Se dunque un tuo fratello resta turbato per un dato cibo, tu non cammini più secondo la carità. Non causare, per il tuo cibo, la perdita di uno per il quale Cristo è morto. Il nostro bene non sia oggetto di biasimo. Il regno di Dio non è certo questione di cibo o di bevanda, ma è questione di giustizia, di pace e di gioia nello Spirito Santo. Chi infatti serve Cristo in queste cose, è gradito a Dio ed è approvato dagli uomini. Dedichiamoci dunque alle opere della pace e all’edificazione vicendevole. Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo. Certo tutte le cose sono pure, ma è un male per l’uomo mangiare dando scandalo. È bene non mangiare carne e non bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa offendersi o scandalizzarsi o diventi più debole. La fede che possiedi, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso per ciò che egli approva. Ma chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce per fede; tutto quello infatti che non viene dalla fede è peccato. Noi che siamo forti dobbiamo sopportare la debolezza dei deboli, senza compiacerci di noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene per la sua edificazione. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso 13.

14. 33. Non appare abbastanza chiaro che l’Apostolo ordinò ai più forti di non mangiare carne e di non bere vino, perché, non conformandosi ai deboli, li offendevano e li inducevano a pensare che coloro i quali in buona fede giudicavano tutte le cose monde, non volessero astenersi da tali cibi e da tali vini per ossequio degli idoli? Questo è quanto significa anche ai Corinti quando scrive loro così: Quanto dunque al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che gli idoli nel mondo non sono nulla e che non c’è che un solo Dio. Infatti, anche se ci sono esseri chiamati dèi sia in cielo che in terra, tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui, e un solo Signore Gesù Cristo, per il quale sono tutte le cose e noi esistiamo per lui. Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni poi, per la consuetudine avuta fino ad oggi con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli e così la loro coscienza, che è debole, ne resta contaminata. Non è certo un cibo ad avvicinarci a Dio; se ne mangiamo, non abbiamo qualcosa di più e se non ne mangiamo, non abbiamo qualcosa di meno. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la scienza, che stai a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo, che è debole, non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? E così, a causa della tua coscienza, perirà il debole, quel fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro debole coscienza, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello 14.

14. 34. Parimenti in un altro passo: Che intendo dunque dire? Che la carne immolata agli idoli è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa? No, ma intendo dire che i sacrifici dei pagani sono sacrifici ai demoni e non a Dio. Ora, io non voglio che entriate in comunione con i demoni. Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; né potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni. O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di Lui? Tutto è lecito, ma non tutto è utile; tutto è lecito, ma non tutto edifica. Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma quello altrui. Tutto ciò che è in vendita al mercato, mangiatelo pure, senza indagare per scrupolo di coscienza. Ma se qualcuno vi dice: " Questa è carne immolata agli idoli ", astenetevi dal mangiarla per riguardo a colui che vi ha avvertito e per riguardo alla coscienza, cioè della coscienza, intendo dire, non tua, ma dell’altro. Infatti, per quale motivo la mia libertà deve essere giudicata dalla coscienza altrui? Se io con rendimento di grazie prendo parte alla mensa, perché devo essere biasimato per quello di cui rendo grazie? Dunque, sia che mangiate sia che beviate o facciate qualunque altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate di scandalo né ai Giudei né ai Greci né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in ogni cosa, non cercando il mio vantaggio ma quello di molti, affinché siano salvi. Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo 15.

14. 35. Appare chiaro dunque, come credo, il fine per cui bisogna astenersi dalle carni e dal vino. Questo fine è triplice: reprimere il piacere che abitualmente si prova soprattutto in questi cibi e che in tale bevanda arriva fino all’ubriachezza; avere riguardo per i deboli in riferimento alle cose oggetto di sacrifici e di libagioni; infine, ciò che è più importante, praticare la carità, per non ferire i più deboli che si trattengono dal farne uso. Voi dite che questi cibi sono immondi, mentre l’Apostolo dice che ogni cosa è monda, e che c’è del male soltanto per colui che ne mangia scandalizzando 16. Credo anzi che voi vi macchiate con questi cibi appunto per il fatto che li ritenete immondi. Dice infatti: Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è comune in se stesso; ma se uno ritiene qualche cosa come comune, per lui è comune 17. Chi dubita che chiama comune ciò che è immondo e impuro? Ma è da stolti con voi fare appello alle Scritture, perché voi da una parte ingannate promettendo la ragione e dall’altra dichiarate che questi Libri, ai quali la fede religiosa dà grande autorità, sono stati corrotti con l’aggiunta di capitoli non autentici. Persuadetemi dunque mediante la ragione in che modo le carni macchino chi le mangia, se costui lo fa senza scandalo per nessuno, senza alcun pregiudizio, senza alcuna cupidigia.

L’astinenza manichea si fonda su credenze assurde.

15. 36. Vale la pena di far conoscere tutta intera la ragione di questa superstiziosa astinenza, che viene esposta come segue dal vostro fondatore: poiché Dio - egli dice - mescolò una delle sue parti alla cattiva sostanza, per frenarla e per reprimerne il sommo furore (sono infatti vostre parole), il mondo fu costituito dalla mescolanza di due nature, cioè di quella del bene e di quella del male. La parte divina si purifica ogni giorno in ogni parte del mondo e si restituisce ai suoi regni. Ma, nell’attraversare la terra per risalire al cielo, questa incorre nelle piante le cui radici la fissano a terra, e così feconda e fa crescere tutte le erbe e tutti gli alberi. È da qui che traggono il loro alimento gli animali che, se si accoppiano, legano alla loro carne questa parte divina. Distogliendola così dal suo diritto cammino e rendendoglielo impossibile, essi la impigliano in errori e in tormenti. Pertanto, se i cibi preparati con verdure e frutta entrano nei corpi dei santi, cioè dei Manichei, in virtù della loro castità, delle loro preghiere e dei loro salmi quanto di buono e di divino è in essi contenuto si purifica, cioè si perfeziona in ogni sua parte perché possa tornare ai propri regni senza essere ostacolato da nessuna sordidezza. Per questo voi proibite di dare ad un mendicante, che non sia manicheo, del pane, un po’ di verdura o perfino dell’acqua, che è di poco valore per tutti, perché i suoi peccati non contaminino la parte di Dio, che è mescolata a queste cose, e le impediscano il suo ritorno.

15. 37. Le carni poi, a sentire voi, sono addirittura impregnate di tali sozzure. Infatti voi sostenete che qualcosa della parte divina fugge via quando si colgono le verdure e la frutta; fugge via anche quando si rovinano o premendole o pestandole o cuocendole o perfino mordendole e masticandole. Fugge via inoltre in tutti i movimenti degli esseri animati, sia che saltino o si agitino, sia che lavorino o facciano una qualunque cosa. Fugge via infine durante il nostro riposo, quando il calore interno opera nel nostro corpo la cosiddetta digestione. E dunque la divina natura fugge via in tante occasioni, ma resta qualcosa di assolutamente sordido da cui si forma la carne mediante l’accoppiamento, pur tuttavia con un’anima di buona specie, perché, quantunque nei ricordati movimenti se ne vada via la maggior parte, però non tutto il bene. Sicché, anche quando l’anima avrà abbandonato la carne, resteranno ancora tantissime immondezze, capaci perciò di contaminare l’anima di coloro che mangiano le carni.

Stravaganze dei Manichei.

16. 38. O oscurità delle cose della natura, quanto grande è il velo della falsità! Chi è che, ignaro delle cause delle cose, privo ancora di ogni barlume di verità per quanto piccolo, ingannato dalle immagini corporee proprio per il fatto che esse, non apparendo affatto, sono pensate mediante le immagini di oggetti visibili e possono essere espresse con parole eloquenti, chi è che, udendo tali cose, non ritenga che siano vere? Ora voi vi rivolgete a folle e schiere di uomini di questo genere, difesi contro questi inganni da un timore religioso piuttosto che dalla ragione. È per questo appunto che io mi sforzerò di smascherare queste cose, per quanto Dio si compiacerà di aiutarmi, in modo che risulti ben chiaro quanto esse siano false e assurde non solo al giudizio dei prudenti, per i quali sentirle e disapprovarle è tutt’uno, ma anche alla stessa intelligenza comune.

16. 39. In primo luogo vi chiedo da quale fonte sapete che nel frumento, nei legumi, nelle verdure, nei fiori e nella frutta sta chiusa non so quale parte di Dio? Ciò appare manifesto, voi dite, dallo stesso splendore del colore, dalla gradevolezza dell’odore, dalla soavità del sapore. E siccome le cose putride non hanno queste qualità, è segno che esse sono state abbandonate da quel medesimo bene. Non provate vergogna a pensare che Dio si scopra con il naso e con il palato? Ma tralascio queste cose. Vi parlerò chiaro e, come si è soliti dire, è molto meglio per voi. Ora, se il colore rivela nei corpi la presenza del bene, a nessuna mente dev’essere sfuggito che il letame degli animali, un residuo immondo delle stesse carni, risplende tuttavia di diversi colori, quale bianco, quale per lo più oro, e quale dello stesso genere dei colori che nella frutta e nei fiori sono percepiti come segni della presenza intrinseca di Dio. Perché dichiarate che il rosso nella rosa è indizio di abbondante bene e lo condannate nel sangue? Perché apprezzate nella viola quello stesso colore che disprezzate nei collerici, negli itterici e infine nei rifiuti dei bambini? Perché giudicate la lucentezza e lo splendore dell’olio come segni di copiosa mescolanza di bene, preparandovi a purificare con esso la gola e il ventre, e poi avete orrore ad accostare le labbra alle gocce di identico splendore stillanti da una grassa carne? Perché credete che il dorato popone provenga dai tesori di Dio e non credete che vi provenga il grasso rancido del prosciutto o il giallo dell’uovo? Perché, secondo voi, il bianco nella lattuga annuncia Dio, e nel latte non lo annuncia? Per parlare ancora di colori e tacere del resto, voi non potete paragonare nessun prato ricoperto di fiori alle penne e alle piume di nessun pavone, che di certo nascono dall’accoppiamento e dalla carne.

16. 40. Se il bene si trova anche nell’odore, è noto che unguenti di soave odore si estraggono dalle carni di alcuni animali. Inoltre i cibi stessi, che si è soliti cuocere con carni di buona qualità, mandano un odore più gradito di quando sono cotti senza carni. Infine, se voi giudicate più pure le cose che mandano un profumo più soave, dovreste mangiare con maggiore avidità certa mota che bere l’acqua di cisterna, perché la terra secca, bagnata di pioggia, diletta le narici con uno straordinario odore, e la mota che se ne è formata profuma di più dell’acqua piovana più pura, se si raccogliesse. Quanto poi al fatto che è necessaria l’attestazione di un sapore per riconoscere che in un corpo abita una parte di Dio, allora egli abita più nei datteri e nel miele che nella carne di porco, ma più ancora nella carne di porco che nella farina di fave, più ancora nel fico che nel fegato ingrassato con i fichi: ecco io ve lo concedo, ma anche voi concedete che abita più nel fegato che nella bietola. Quindi, se il sapore fa riconoscere la presenza di Dio, questo ragionamento non vi costringe a confessare che certe radici, che di certo per voi sono tutte più pure della carne, ricevono Dio dalla carne stessa? Infatti le verdure cotte con le carni sono più saporose e, mentre le erbe di cui si nutrono le pecore non possiamo gustarle, insaporite nel latte le giudichiamo più belle di colore e più gradevoli di sapore.

16. 41. Forse che dove si troveranno uniti insieme i tre beni, cioè il buon colore, il buon odore, il buon sapore, lì ritenete che si trovi la parte più grande di bene? Allora non ammirate né lodate tanto i fiori, che non potreste chiamare al tribunale del palato per giudicarli. Non preferite la porcellana alle carni, che una volta cotte la superano per colore, sapore ed odore. Un porcellino arrosto (in questa discussione con voi sul bene e sul male sono costretto a ricorrere non a scrittori ed editori, ma piuttosto a cuochi e pasticceri), un porcellino arrosto dunque è bello di colore, gradito di odore e piacevole di sapore: avete un indizio perfetto della presenza in lui della sostanza divina. Vi invita con una triplice testimonianza e desidera essere purificato dalla vostra santità. Gettatevi sopra, perché esitate? Perché vi preparate a ribattere? Col solo colore i rifiuti di un bambino vincono la lenticchia; col solo odore un pezzetto di carne arrosto supera un fico dolce e verde; col solo sapore un capretto ucciso ha la meglio sull’erba di cui si pasce da vivo: nel caso richiamato invece si è trovata una carne la cui causa è difesa da tre testimonianze insieme. Che volete di più? O che cosa state per dire? Perché col mangiare pietanze di carne divenite immondi e non divenite immondi invece col disputare di queste mostruosità, soprattutto quando un raggio di questo sole, che certamente voi anteponete a tutte le carni e a tutti i frutti, non ha né odore né sapore, ma eccelle su tutti gli altri corpi solamente per la preminenza del suo luminosissimo colore, e vi esorta con forza, anzi vi obbliga, benché non lo vogliate, a non preferire niente, tra i segni del bene mescolato al male, allo splendore del colore?

16. 42. Siete di nuovo in imbarazzo dovendo confessare che la parte di Dio risiede più nel sangue e in quelle materie assai puzzolenti, ma nitidamente colorate, evacuate nei poderi dalle carni degli animali, che nelle pallide foglie dell’ulivo. Che se poi dite - e infatti dite anche questo - che le foglie dell’ulivo, quando sono bruciate, producono un fuoco in cui si rivela la presenza della luce, cosa che invece non fanno le carni quando vengono bruciate, che direte del grasso che fornisce la luce a quasi tutte le lucerne in Italia? Che cosa del letame bovino, che è certamente più immondo della carne del bue e che, seccato, serve ai contadini per il focolare in modo che non conoscono fiamma più facile e fumo più terso? E allora, se la lucentezza e lo splendore denotano una presenza più rilevante della parte divina, voi non la purificate, non la rivestite di un sigillo, non la liberate? Anche se, per non parlare del sangue e delle innumerevoli cose che esistono nella carne o, assai simili, che dalla carne provengono, essa si riscontra principalmente nei fiori, voi non potete di certo far posto ai fiori tra i vostri cibi. Così pure, anche se vi nutrireste di carni, non fareste di certo entrare nelle vostre pietanze né squame di pesci, né certi vermiciattoli e certe mosche, che anche di notte brillano tutte di una luce propria.

16. 43. Che cosa dunque resta se non che ve la smettiate di dire che gli occhi, il naso e il palato sono giudici idonei per attestare nei corpi la presenza della parte divina? Messi da parte questi giudici, da dove trarrete le informazioni per insegnare non solo che la parte più grande di Dio si trova nelle radici anziché nelle carni, ma anche che qualcosa di Lui è soltanto nelle radici? Vi muove forse la bellezza, non quella che si trova nella delicatezza dei colori, ma quella che si trova nella congruenza delle parti? Voglia il cielo che sia così. In tal caso allora oserete paragonare legni contorti a corpi di animali, nella cui struttura le membra simili si corrispondono a due a due? Ma se vi accontentate delle testimonianze dei sensi corporei - cosa del resto necessaria per coloro che non possono penetrare con la mente la forza dell’essenza - come potete provare che, per il passare del tempo e in seguito ad alcune schiacciature, la sostanza del bene fugge via dai corpi, soltanto perché, come asserite, Dio se ne parte ed emigra di luogo in luogo? Questa è pura demenza. Eppure, per quanto posso giudicare, nessun segno e nessun indizio vi ha portato a questa opinione! Infatti molte cose strappate dagli alberi o sradicate dalla terra, diventano migliori se passa un po’ di tempo prima che vengano sulle nostre mense; questo è il caso del porro, della cicoria, della lattuga, dell’uva, delle mele, dei fichi e di alcune qualità di pere. E inoltre molte, se non si mangiano subito appena colte, si colorano meglio, riescono più salutari per il corpo e hanno un sapore più piacevole per il palato. Ora in queste cose la bontà e la piacevolezza dovrebbero essere minime se, come voi pensate, in fatto di bene ne perdono tanto di più quanto più a lungo vengono conservate dopoché sono state separate dalla terra, come dal seno materno. Anche la carne degli animali uccisi il giorno prima é senza dubbio più gradevole e più accetta; non dovrebbe essere così se, come voi asserite, l’animale conservasse una quantità maggiore di bene il giorno stesso in cui è stato ucciso che non il giorno dopo, quando la sostanza divina se ne sarebbe fuggita in proporzioni maggiori.

16. 44. Chi ignora, in verità, che il vino invecchiando diventa più puro e migliore? E non, come pensate voi, più aromatico per sconvolgere i sensi, ma più adatto a rinvigorire il corpo, purché se ne faccia uso secondo la misura che deve regolare ogni cosa. Lo sconvolgimento dei sensi infatti suole avvenire più rapidamente con il mosto più recente, di modo che, se è restato per un po’ di tempo nel tino e ha fermentato, stordisce quanti si sporgono su di esso, li fa precipitare giù e, se non sono soccorsi in qualche modo, toglie loro la vita. Per quanto attiene alla salute, chi non riconosce che gonfia i corpi e li fa distendere pericolosamente? Provoca tanti inconvenienti forse perché possiede una quantità maggiore di bene? Il vino vecchio invece non li produce perché una gran parte della sostanza divina se n’è andata via? Sarebbe assurdo dirlo, soprattutto per voi che giudicate la presenza di una parte divina con gli occhi, con il naso, con il palato, quando questi sensi ne sono piacevolmente influenzati. Ma che stranezza è mai questa, di credere che il vino sia il fiele dei principi delle tenebre, e di non astenersi dal mangiare le uve? Quel fiele nel tino sarà più abbondante di quando era negli acini? In tal caso, con la fuga del bene, il male resterà, per così dire, più puro e - ciò accade con il passare del tempo - le uve appese e conservate non sarebbero dovute diventare più mature, più dolci e più sane, e il vino stesso, di cui si è detto sopra, non sarebbe dovuto diventare più limpido e più trasparente con la perdita della luce, e più salutare con la fuga della sostanza salutare.

16. 45. Che dire della legna e delle foglie? Seccano con il tempo, ma non per questo potete dire che diventano peggiori. Perdono infatti ciò che produce il fumo, ma conservano ciò che desta la fiamma luminosa, e questa luminosità, a voi tanto cara, attesta che il bene è più puro nel legno più secco che in quello più verde. Da ciò segue che o voi negate che la parte di Dio stia in quantità maggiore nella luce pura che in quella fumosa (e allora smentite tutti i vostri insegnamenti), oppure ritenete possibile che la natura del male fugga via più copiosamente di quella del bene dalle radici recise o divelte, se conservate a lungo. Ciò concesso, terremo per certo che una quantità maggiore di male può fuggire dai frutti colti, come pure che una quantità maggiore di bene può restare nelle carni. E ciò in vero è sufficiente quanto al tempo.

16. 46. Ma se col muovere, col pestare, con lo sminuzzare queste cose la divina natura trova l’occasione per fuggirsene via, vi sconfessano molte cose simili, le quali diventano migliori con il muoversi. Taluni imitano il vino con il succo dell’orzo, il quale diviene ottimo se lo si agita. Certamente poi non è affatto da trascurare che questo genere di bevanda inebria assai presto; tuttavia non avete mai detto che il succo dell’orzo è il fiele dei principi. La farina, quanto è più scarsa l’acqua con cui è abilmente mescolata, tanto più si indurisce affinché, a forza di maneggiarla, diventi migliore e, cosa rispetto alla quale non si può dire niente di più perverso, più bianca con il fuggire della luce. Il pasticciere lavora a lungo il miele fino a che acquisti un candore e una dolcezza più sana e moderata; ma in che modo questo avvenga con il bene che fugge via spiegatelo voi. Se vi piace provare la presenza di Dio con le sensazioni piacevoli non solo della vista, dell’odorato e del gusto, ma anche dell’udito, è la carne che fornisce i nervi alle cetre e gli ossi ai flauti, ed esse, seccate, assottigliate e ritorte, diventano sonore. Così la soavità della musica, che, secondo voi, è venuta dai regni divini, noi la dobbiamo alle sordidezze delle carni morte, seccate dal tempo, assottigliate con la compressione e distese con la torsione. Con questi trattamenti voi dite che la sostanza divina abbandona anche gli esseri viventi e ciò accade, voi dite, anche con la loro cottura. Perché allora i cardi lessati non nuocciono affatto alla salute? Si deve forse credere che, durante la loro cottura, Dio o una parte di Dio se ne va da essi?

16. 47. A che scopo andare alla ricerca di altri esempi che non è né facile né necessario esaurire? A chi sfugge infatti quanto siano più graditi e salutari molti cibi se cotti? Ora questo non dovrebbe avvenire se, come voi credete, con movimenti di questo genere essi sono abbandonati dal bene. Ritengo perciò che non ci sia proprio niente con cui provare, mediante questi sensi del corpo, che le carni sono immonde e macchiano le anime di coloro che le mangiano. E questo non solo perché i frutti assimilati, dopo molti movimenti, si tramutano in carne, ma ancor più perché voi pensate che il tempo e la corruzione rendono l’aceto più puro del vino e perché vediamo che la bevanda che voi bevete non è altro che vino cotto. Dunque, qualcosa che necessariamente è più impuro del vino, se è vero che i movimenti e le cotture fanno fuggire le membra divine dai corpi. Se invece non è così, non c’è motivo da parte vostra di credere che i frutti, quando si colgono, quando si ripongono, quando si custodiscono, quando si cuociono, quando si digeriscono, sono abbandonati dal bene che se ne fugge via e perciò forniscono alla generazione dei corpi una materia assai sordida.

16. 48. Ora, se non vi sono di guida né il colore né la forma né l’odore né il sapore per giudicare della presenza del bene in queste cose, a che altro potete appigliarvi? Vi sono forse di prova la saldezza e il vigore che queste cose sembrano perdere quando sono divelte dalla terra e sottoposte a trattamento? Ma se fosse così (sebbene si possa vedere subito che ciò è falso; per molte cose infatti aumenta la saldezza, una volta che sono state divelte dalla terra, come è il caso del vino che, come si è detto, diviene più robusto invecchiando), cioè, come ho detto, se tale saldezza vi seducesse, voi provereste che in nessun altro cibo la parte di Dio è più abbondante che nella carne. Infatti gli atleti, ai quali il vigore fisico e la valentia sono massimamente necessari, non si nutrono di verdure e di frutti, ma di carne.

16. 49. Forse perché le carni si alimentano di alberi e gli alberi invece non si nutrono di carni, per questo ritenete che essi siano più puri dei nostri corpi? Dal momento che, a disprezzo della carne, vi sembra di non dire niente di più grave di quando dite che è un deposito di letame, non tenete conto di una cosa peraltro perfettamente evidente e cioè che, nutrendosi di letame, gli alberi diventano più rigogliosi e più fecondi e le messi più abbondanti. Così le cose che per voi sono monde si nutrono di ciò che giudicate molto più immondo nelle cose che per voi sono immonde. Che se disprezzate la carne perché nasce dall’accoppiamento, che vi diletti la carne dei vermi che nascono così numerosi e grossi, senza alcun accoppiamento, nella frutta, nel legno e nella terra stessa. Ma non so cosa sia questa finzione; infatti, se non vi piace la carne, perché si forma dall’unione del padre e della madre, non direste che i principi delle tenebre sono nati dai frutti dei loro alberi, che indubbiamente disprezzate di più delle carni, che pure vi rifiutate di gustare.

16. 50. La vostra opinione infatti che tutte le anime degli animali provengono dai cibi dei loro genitori, dai quali, come da un carcere, vi gloriate di liberare la divina sostanza trattenuta nei vostri alimenti, è palesemente contro di voi e vi spinge con viva istanza a mangiare la carne. E perché non liberate le anime, che sono sul punto di legare al corpo quanti si cibano di carni, prendendo e mangiando le carni? Ma, dite voi, quando prendono la parte buona, non la prendono dalle carni ma dalle verdure che mangiano insieme con le carni. Che cosa dunque vi sembra di dover rispondere riguardo alle anime dei leoni che vivono di sola carne? Essi bevono, voi dite, e perciò la loro anima è tratta dall’acqua e mescolata alla carne. Che cosa dite degli innumerevoli uccelli? E che delle stesse aquile che si cibano di sola carne e non hanno bisogno di bere? Di certo, a questo proposito vi mancano gli argomenti e non trovate cosa poter rispondere. Se infatti l’anima proviene dai cibi e ci sono animali che generano, e che bevono e mangiano soltanto carne, risiede nella carne l’anima che, secondo il vostro costume, è vostro dovere adoperarvi per purificare mangiando la carne. A meno che per caso non crediate che il porco, che si pasce di biade e beve acqua, abbia un’anima di luce e non sosteniate che l’aquila, a cui si addice soprattutto il sole, poiché vive di sola carne, abbia un’anima di tenebre.

16. 51. O ristrettezza delle cose! O incredibili assurdità! Di certo non vi sareste caduti se, estranei a queste favole del tutto vane, aveste seguito, quanto all’astinenza dai cibi, ciò che è consentito dalla verità; allora avreste giudicato che i cibi ricercati si devono rifiutare per reprimere la concupiscenza e non per evitare un’impurità che non esiste. Infatti se uno, che conosce poco la natura delle cose e la forza così dell’anima come del corpo, vi concede che l’anima si macchia con cibi di carne, voi concedete nondimeno che essa diviene molto di più immonda per la cupidigia. Che ragione, o piuttosto, che pazzia dunque è quella di escludere dal numero degli eletti un uomo che per caso ha mangiato la carne per motivi di salute, senza alcuna cupidigia? E se poi si sarà abbandonato a mangiare avidamente verdure pepate, voi lo potete riprendere soltanto per la sua intemperanza, ma non lo potete condannare come violatore del sigillo. Così avviene che non può figurare tra i vostri eletti colui che, non per concupiscenza ma per motivi di salute, si è abbandonato a mangiare una porzione di pollo, mentre vi può figurare colui che si è abbandonato a desiderare vivamente focacce al cumino e di altro genere, ma senza carne. Voi dunque salvate colui che la cupidigia immerge in sordidezze e non salvate colui che, secondo il vostro giudizio, è contaminato dallo stesso cibo, pur riconoscendo che la macchia provocata dalla concupiscenza è di gran lunga più grave di quella causata dalla buona carne. Così accogliete colui che si getta con grande avidità e senza trattenersi sulle vivande condite in modo assai gradevole, mentre respingete colui che, per calmare la fame e senza alcuna cupidigia, mangia indifferentemente qualsiasi cibo in uso tra gli uomini, pronto tanto a prenderlo quanto a rifiutarlo. Ecco i vostri straordinari costumi; ecco la vostra eccellente disciplina e la vostra memorabile temperanza!

16. 52. Quanto poi agli alimenti che vengono serviti nelle mense per essere, per così dire, da voi purificati (cosa che ritenete empia se qualcun’altro, all’infuori degli eletti, li tocchi per cibarsene), non è una cosa piena di turpitudine e talora di scelleratezza, se è vero che spesso ne vengono serviti una tale quantità che non è facile per pochi poterli consumare? E poiché reputate un sacrilegio dare ad altri o gettar via quello che avanza, vi costringete a grandi indigestioni nel desiderio, per così dire, di purificare tutto ciò che vi è stato portato davanti. Quando siete già ripieni e quasi sul punto di crepare, con fare dispotico e crudele costringete i fanciulli che stanno sotto la vostra disciplina a divorare gli avanzi. È così che a Roma un tale è stato accusato di avere ucciso degli infelici fanciulli per averli obbligati a mangiare in conformità a tale superstizione. Non lo crederei, se non sapessi quanto giudicate sacrilego dare questi alimenti ad altri che non siano gli eletti o a provvedere che siano gettati via. Così resta quella necessità di mangiarli che può portare quasi ogni giorno alle più vergognose indigestioni, e talvolta perfino all’omicidio.

16. 53. Stando così le cose, voi vietate anche di dare il pane ad un mendicante; siete tuttavia dell’opinione di dargli del denaro per misericordia o piuttosto per evitare apprezzamenti maligni. A questo proposito che cosa denuncerò per primo, la crudeltà o la follia? A che scopo infatti lo date, se la cosa viene fatta in un luogo in cui è impossibile trovare cibo da comperare? Quel mendicante morirà di fame, mentre tu, uomo sapiente e generoso, hai più compassione per un cocomero che per un uomo. Questa è davvero una falsa compassione e una vera crudeltà (che posso dire infatti di più appropriato e di più chiaro?) Passiamo ora alla follia. A che scopo, se con le monete che gli hai dato si comprerà del pane? Forse che quella vostra parte divina, in quest’uomo che la riceve dal venditore, non soffrirà quello che avrebbe sofferto se l’avesse ricevuta da te? Dunque quel mendicante peccatore avvolge nelle sozzure la parte di Dio che desidera andarsene via, aiutato in così grande delitto dalle vostre monete! Voi tuttavia, uomini prudentissimi, ritenete che vi sia una differenza a non consegnare a colui che sta per commettere un omicidio l’uomo che vuole uccidere e consegnargli invece segretamente il denaro con il quale provveda a farlo uccidere? Che cosa si può aggiungere ad una simile follia? Ne segue così che o perirà l’uomo, se non troverà il cibo da acquistare, oppure il cibo, se quello lo troverà: nel primo dei due casi è un vero omicidio, nel secondo un omicidio per voi, ma nondimeno da imputare a voi, come se fosse vero come l’altro. Ma che ci può essere di più stolto e perverso del fatto che non vietiate ai vostri uditori di nutrirsi con le carni, ma vietiate loro di uccidere gli animali? Infatti, se tale cibo non contamina, mangiatelo anche voi; se invece contamina, che follia è quella di ritenere sacrilegio più grave liberare dal corpo un’anima di porco che macchiare l’anima di un uomo con la carne di porco?

Il sigillo delle mani.

17. 54. Ma ora veniamo a considerare e discutere il sigillo delle mani. Innanzitutto Cristo ha dimostrato che il vostro rifiuto di uccidere gli animali e di abbattere gli alberi è una grandissima superstizione: giudicando che non abbiamo nessun vincolo giuridico con gli animali e con gli alberi, mandò i demoni in un branco di porci 18 e, maledicendolo, rese sterile l’albero nel quale non aveva trovato frutto 19. Certamente né i porci né l’albero avevano peccato. E noi non siamo così folli da ritenere che un albero può a suo capriccio portar frutto o meno. Né potete voi dire qui che con questi fatti nostro Signore abbia voluto significare altre cose: ciò è a tutti noto. Ma di certo il Figlio di Dio non avrebbe dovuto dare un segno mediante un omicidio se, come voi dite, è omicidio tagliare un albero o uccidere animali. Infatti ha tratto segni anche dagli uomini, con i quali siamo uniti come in una società di diritto, ma sanandoli 20, non uccidendoli. Agirebbe allo stesso modo con gli animali e con gli alberi, se giudicasse che formiamo con loro la medesima società, come voi l’immaginate.

17. 55. A questo punto mi è sembrato doveroso far intervenire l’autorità, perché non si può discutere con voi dell’anima delle bestie e di quel principio vitale per il quale si dice che gli alberi vivono con ragionamenti sottili. Ma voi, per non essere schiacciati dalle Scritture, vi riparate dietro ad un certo privilegio per cui dite che sono state falsificate. Ciò che ho ricordato dell’albero 21 e del branco dei porci 22 non avete mai detto che è stato interpolato dai corruttori. Tuttavia, considerando quanto tali fatti vi sono avversi, perché non vi venga mai voglia di dire la medesima cosa anche di essi, mi atterrò al mio proposito di chiedere a voi, che promettete sempre la ragione e la verità, in primo luogo qual danno venga all’albero non dico se ne cogli un frutto o una foglia (atto per cui di certo presso di voi, se qualcuno lo ha compiuto non per imprudenza, ma consapevolmente, senza alcun dubbio sarà condannato come violatore del sigillo), ma se lo sradichi completamente. Giacché quell’anima razionale che ritenete essere negli alberi, una volta che l’albero è stato tagliato, è liberata dai lacci - siete voi infatti che lo dite - che lo tenevano in una grande miseria e senza alcuna utilità. È noto infatti che voi, cioè lo stesso vostro fondatore era solito minacciare la trasformazione dell’uomo in pianta come un grave castigo, anche se non come il più grande. Ed è mai possibile che l’anima diventi più saggia in un albero che in un uomo? Esistono invero ragioni ben determinate per non uccidere un uomo, sia colui che con la sua sapienza e virtù può giovare moltissimo agli altri, sia colui che, ammonito dall’esterno da qualcuno o illuminato interiormente da santi pensieri, può giungere alla sapienza. Che l’anima dell’uomo poi uscirà dal corpo con tanto maggiore beneficio quanto più sapiente ne sarà uscita, ce lo insegna la verità attraverso la ragione più acuta e l’autorità ovunque riconosciuta. Per questo chi abbatte un albero libera dal suo corpo un’anima che non progrediva affatto in sapienza. Voi dunque, uomini santi, voi in modo particolare, dico, dovreste abbattere gli alberi e condurre le loro anime liberate da quel vincolo ad uno stato migliore con le preghiere e i salmi. O forse questo può accadere a proposito di quelle anime che aiutate non con lo spirito, ma che accogliete nel vostro ventre?

17. 56. Del resto, se vi si chiede perché non mandate un apostolo a istruire gli alberi o perché colui che mandate agli uomini non predichi la verità anche agli alberi, siete costretti a confessare con sommo imbarazzo, per quanto giudico, che le anime degli alberi, finché sono negli alberi, non progrediscono sulla via della sapienza. In tal caso siete indotti a rispondere che in tali corpi le anime non possono percepire i precetti divini. Da un altro lato però siete ancora più imbarazzati, perché affermate che esse odono le nostre voci, comprendono le nostre parole, vedono i corpi e i movimenti dei corpi, infine leggono gli stessi pensieri. Se queste cose sono vere, perché non possono imparare niente dall’apostolo della luce? Anzi, perché non possono farlo addirittura molto più facilmente di noi, dal momento che riescono a vedere perfino l’interno della mente? Così quell’insigne maestro che, come voi dite, ha difficoltà ad insegnare loro con le parole, potrebbe istruirle col pensiero: ne percepirebbero i pensieri nel suo spirito prima ancora che egli parli. Se invece queste cose sono false, rendetevi conto finalmente in quale errore siete caduti.

17. 57. Se poi non siete voi stessi a cogliere la frutta e a strappare l’erba, ma piuttosto comandate ai vostri uditori di coglierle, di strapparle e di portarvele affinché possiate essere utili non solo a coloro che ve le portano ma anche alle cose portate: a ben considerare, chi lo tollererà? In primo luogo, perché non c’è nessuna differenza se il delitto lo commetti tu stesso o lo fai commettere ad un altro per te. Tu dici che non lo vuoi; ma come dunque si viene in soccorso di quella parte divina che si trova nella lattuga e nei porri, se nessuno li coglie e li offre ai santi per purificarli? In secondo luogo, se passando tu stesso per il campo dove, a titolo di amicizia, hai la facoltà di cogliere quello che ti piace, vedrai un corvo che sta per gettarsi su un fico, che cosa farai? Non ti sembra, stando alla vostra credenza, che il fico stesso parli con te e ti scongiuri pietosamente affinché tu stesso lo colga e lo seppellisca nel tuo santo ventre, dove si purificherà e risusciterà, piuttosto che quel corvo, divoratolo, lo mescoli al suo nefasto corpo, dove sarà imprigionato e tormentato e assumerà altre forme? Se ciò è vero, che cosa di più crudele? Se è falso, che cosa di più stolto? Se infrangerete il sigillo, che cosa di più contrario alla vostra disciplina? E se lo rispetterete, che cosa di più ostile di voi ad una parte di Dio?

17. 58. Ma ciò proviene dalla vostra falsa e vana credenza; è provato infatti che in voi c’è una sicura e manifesta crudeltà che scaturisce da questo stesso errore. Immaginiamo che un uomo, con il corpo disfatto a causa della malattia ed estenuato per il cammino, giaccia sulla via esangue e appena capace di proferire qualche parola. Ritenendo utile per ristorare il proprio corpo che gli sia data una pera, prega te che gli passi accanto di venirgli incontro e ti scongiura affinché dal vicino albero (cosa che non è vietata da nessuna legge umana e da nessuna vera legge) afferri un frutto per lui, altrimenti di lì a poco morirà se non lo farai. Tu, uomo cristiano e santo, tu passerai e lascerai quest’uomo così sofferente e supplichevole, piuttosto che far piangere l’albero cogliendone un frutto ed essere condannato alle pene manichee come violatore del sigillo. Che razza di comportamento e di singolare innocenza!

17. 59. E ora, quanto all’uccisione degli animali, esaminerò ciò che mi turba: anche su questo oggetto si possono dire molte cose del medesimo tipo di quelle precedenti. Infatti, che danno farà all’anima del lupo chi avrà ucciso il lupo, dal momento che anche il lupo, finché vive, sarà sempre un lupo e non obbedirà a nessuno che gli raccomanderà di trattenersi un po’ dal sangue delle pecore e, una volta morto, la sua anima che, secondo voi, è razionale, è liberata dal vincolo del corpo? Eppure voi vietate questa uccisione ai vostri ascoltatori, perché vi sembra più grave di quella degli alberi. In questo caso mi attengo assai alle vostre impressioni, naturalmente alle impressioni sensibili. Vediamo infatti e sentiamo dai loro gridi che anche gli animali muoiono con dolore, cosa di cui in verità l’uomo non tiene conto nella bestia con la quale, appunto perché priva di anima razionale, non è legato da nessuna relazione sociale. Ma esamino come i vostri stessi sensi vedono gli alberi, e li trovo del tutto ciechi. Tralasciando infatti che il legno con nessun movimento manifesta la sensazione del dolore, che cosa di più evidente che l’albero è in ottima condizione quando germoglia, quando si copre di foglie, quando fiorisce ed è ricco di frutti? Ma questo per lo più e in modo particolare lo deve alla potatura. Se sentisse il ferro così come voi pretendete, colpito da tante e così grandi ferite, morirebbe invece di riprendere vigore, germogliando dalle parti ferite con così sicura esuberanza.

17. 60. Ma, tuttavia, perché giudicate un sacrilegio più grande uccidere gli animali che tagliare le piante, dal momento che per voi queste hanno un’anima più pura di quella delle carni? Avviene, voi dite, una certa compensazione quando una parte dei frutti presi dalla terra è offerta agli eletti e ai santi perché sia purificata. Questa credenza è stata già resa vana in precedenza, chiarendo a sufficienza, per quanto suppongo, come nessun argomento può provare l’esistenza di una quantità maggiore della parte buona nei frutti che nelle carni. Ma se uno si guadagna la vita vendendo carni, e spende tutto il guadagno di tale occupazione per comperare gli alimenti ai vostri eletti, procurandone a questi santi più dell’agricoltore e del contadino, in nome della medesima compensazione non griderà che gli è lecito uccidere gli animali? Ma, dite voi, c’è un’altra segretissima ragione: all’uomo abile infatti non manca mai qualche espediente a danno di coloro che ignorano quanto si nasconde nella natura. I principi celesti, che sono stati presi dalla progenie delle tenebre e fatti prigionieri, dite voi, sono stati collocati dal Creatore del mondo in questi luoghi terrestri, per cui ciascuno di essi possiede in terra propri animali provenienti dal loro genere e dalla loro stirpe. Essi considerano colpevoli i distruttori degli animali e non permettono loro di uscire da questo mondo, e li opprimono con tutte le pene e i tormenti possibili. Quale ignorante non temerà queste cose e, poiché non vede niente in tanta oscurità, non finirà col credere che la cosa sta così come si dice? Ma io non abbandonerò il mio proposito e Dio mi aiuterà a respingere con una verità ben chiara queste oscure menzogne.

17. 61. Vi chiedo infatti se gli animali che vivono sulla terra e nell’acqua provengono da quella stirpe di principi per via di generazione e per opera di accoppiamento, quando l’origine dei nascenti si fa risalire a quei feti abortivi? Se è così, vi chiedo, dico io, se non sia un sacrilegio uccidere le api, le rane e molti altri animali che nascono senza accoppiamento. Voi dite che è un sacrilegio. Non è dunque per una parentela con non so quali principi che vietate ai vostri ascoltatori di uccidere gli animali. Oppure, se voi dite che esiste una parentela generale tra tutti i corpi, senza dubbio anche l’abbattimento degli alberi rientrerà nella categoria delle offese ai principi; tuttavia voi non ordinate ai vostri ascoltatori di risparmiarli. Si ritorna dunque a quell’argomento senza valore secondo cui i reati compiuti dai vostri uditori sugli alberi sono espiati mediante i frutti che portano alla vostra chiesa. In questo modo infatti si vuole significare che coloro che nel mercato fanno a pezzi gli animali e ne vendono le carni, se sono vostri uditori e destinano i loro guadagni a procurarsi i frutti, possono affrontare quella strage quotidiana e la colpa che ne risulta sarà cancellata nelle vostre mense.

17. 62. Qualora poi diciate che, come per la frutta e le verdure, si sarebbe dovuto portare la carne agli eletti affinché questa uccisione meritasse il perdono e che, siccome ciò non è possibile perché gli eletti non mangiano carne, si era dovuto vietare agli uditori di uccidere gli animali, che cosa risponderete a proposito delle spine e delle erbe inutili che gli agricoltori distruggono strappandole ai campi nel ripulirli e delle quali non possono offrirvi alcun cibo? Come potrà ottenere il perdono una così grande devastazione da cui non proviene alcun alimento per i santi? O, per caso, ogni peccato compiuto a beneficio della produzione delle verdure e della frutta voi lo perdonate con il mangiare qualche cosa delle stesse verdure e frutta? E che, se dunque le locuste, i topi e i sorci devastano i campi, come spesso avviene, essi saranno uccisi impunemente da un agricoltore vostro uditore che pecca con il pretesto di incrementare la produzione delle messi? Di certo qui siete in imbarazzo; infatti o concedete ai vostri uditori la possibilità di uccidere gli animali, cosa che il vostro fondatore non volle concedere, oppure proibite loro l’agricoltura che egli concesse. Tuttavia voi spesso osate anche dire che un usuraio è più innocente del contadino, tanto è vero che preferite i meloni agli uomini. Così, pur di risparmiare i meloni, giudicate cosa migliore che un uomo sia mandato in rovina da un usuraio. È proprio questa la giustizia che voi desiderate e onorate, o non è piuttosto un inganno da condannare e detestare? È questa qui la memorabile compassione o non è piuttosto un’esecrabile disumanità?

17. 63. Perché non vi astenete voi stessi dal fare strage di animali nei pidocchi, nelle pulci e nelle cimici? Voi credete che sia una grande giustificazione dire che sono sozzure dei nostri corpi. In primo luogo dir ciò delle pulci e delle cimici è apertamente falso. Chi non sa infatti che questi insetti non provengono dal nostro corpo? In secondo luogo, se voi detestate sommamente l’accoppiamento, cosa che fate ben vedere, perché non vi sembrano più puri gli animali che nascono dalla nostra carne senza accoppiamento? Sebbene infatti successivamente si riproducono per accoppiamento, tuttavia all’inizio non nascono dal nostro corpo per via di accoppiamento. Ora in verità, se tutto ciò che nasce dai corpi viventi è da ritenersi assolutamente impuro, molto di più è da considerarsi tale ciò che trae origine dai corpi morti. Si uccide dunque più impunemente un sorcio, un serpe o uno scorpione, i quali, come siamo soliti udire specialmente da voi, nascono da cadaveri umani. Ma lasciamo le cose oscure ed incerte. Senza dubbio è più diffusa la diceria che fa nascere le api dai cadaveri dei buoi 23; perciò esse si uccidono impunemente. Ma se anche questo fatto è incerto, quasi nessuno dubita che gli scarabei nascano dal letame, che plasmano a forma di palla e ricoprono di terra 24. Questi ed altri animali ancora, che sarebbe lungo trattare, di certo voi li dovete giudicare più impuri dei vostri pidocchi. E tuttavia vi sembra sacrilegio uccidere quelli, e una cosa da stolti risparmiare questi, a meno che per caso non li disprezziate perché sono animali piccoli. In verità, se è così, che un animale deve essere tanto più disprezzato quanto più è piccolo, è necessario che preferiate il cammello all’uomo.

17. 64. E qui viene a proposito quella gradazione che spesso mi ha turbato, quando ero vostro uditore. Non c’è infatti nessuna ragione di uccidere una pulce per la piccolezza del suo corpo e neppure una mosca che nasce dalle fave. E se uccidete questa, perché non anche la mosca di poco più grande, ma il cui feto nasce di certo più piccolo di essa? Segue altresì che si distruggerà impunemente anche l’ape, la cui larva è della stessa grandezza di quella della mosca. Quindi si passerà al figlio della locusta e alla locusta, al figlio del topo e al topo. E per non farla lunga, non vedete che con questa gradazione si arriva fino all’elefante, di modo che, se uno non giudica peccato uccidere la pulce a causa della piccolezza del suo corpo, deve assolutamente ammettere che si può uccidere senza colpa questo enorme animale? Ma io penso che si è detto a sufficienza anche a proposito di questo genere di sciocchezze.

Il sigillo del seno.

18. 65. Resta il sigillo del seno, a proposito del quale la vostra castità è molto dubbia. Infatti proibite non l’accoppiamento, ma, come molto tempo fa ha detto l’Apostolo 25, proprio il matrimonio, che è la sola onesta giustificazione dell’accoppiamento. Al riguardo non dubito che voi griderete e mi renderete odioso col dire che raccomandate e lodate in modo particolare la castità perfetta, ma che non per questo proibite il matrimonio. Ai vostri uditori, che occupano tra voi il secondo grado, infatti è consentito di prendere moglie e di tenerla con sé. Ma dopo che avrete dette queste cose a gran voce e con grande sdegno, vi rivolgerò più benevolmente questa domanda: non siete voi a ritenere che generare i figli, per cui le anime si legano alla carne, è un peccato più grave dello stesso accoppiamento? Non siete voi che solevate raccomandarci di fare attenzione, per quanto è possibile, al tempo nel quale la donna, dopo le mestruazioni, fosse atta a concepire e durante questo tempo di astenerci dall’accoppiamento perché l’anima non si mescolasse con la carne? Da ciò segue che, secondo il vostro pensiero, la moglie va presa non per la procreazione dei figli, ma per saziare la libidine. Ma le nozze, come proclamano le stesse tavole nuziali, uniscono l’uomo e la donna per la procreazione dei figli. Chi pertanto dice che è peccato più grave procreare i figli che accoppiarsi, proibisce senz’altro le nozze e fa della donna non la moglie, ma la meretrice, che, per certe compensazioni che ne riceve, si congiunge all’uomo per soddisfare la sua libidine. Dove c’è una moglie, infatti c’è matrimonio; invece non c’è matrimonio dove si cerca di impedire che ci sia la madre e dunque la moglie. Perciò voi vietate le nozze, e di questa colpa, che un giorno lo Spirito Santo predisse di voi, non vi difendete con nessun argomento.

18. 66. Ora, poiché vi adoperate energicamente perché l’anima non si leghi alla carne mediante l’accoppiamento e asserite con forza che, mediante il cibo dei santi, essa si libera dai semi, non confermate, o miseri, ciò che la gente sospetta? Perché mai, a proposito del frumento, delle fave, delle lenticchie e di altri semi, quando ve ne nutrite si deve credere che volete liberare l'anima e non lo si deve credere a proposito dei semi degli animali? Voi infatti, mentre dite che è immonda la carne stessa di un animale morto perché non ha l’anima, questo invece non lo potete dire anche a proposito del seme di un vivente: in esso, secondo voi, è imprigionata l’anima che apparirà nella prole, e in esso, come voi confessate, fu coinvolta l’anima dello stesso Mani. E siccome i vostri uditori non possono offrirvi tali semi per purificarli, chi non sospetta che tra voi stessi avvenga una occulta purificazione, che tenete loro nascosta perché non vi abbandonino? Che se non la fate, e voglia il cielo che non lo facciate, vedete tuttavia a quale grande sospetto si espone la vostra superstizione e quanto sia inopportuno da parte vostra sdegnarsi contro uomini che credono ad una cosa che procede dalla vostra professione, con la quale proclamate di liberare le anime dai corpi e dai sensi mediante il cibo e le bevande? Su questo punto non voglio attardarmi più a lungo: anche voi vedete che è una grande occasione per attaccarvi. Ma poiché anche l’argomento è tale che la parola preferisce fuggirlo anziché incalzarlo, e tutto il mio discorso attesta il mio proposito di non esagerare affatto ma di esporre nudamente i fatti e le ragioni, passiamo ad altro.

La dottrina e la pratica dei Manichei sono false e perverse.

19. 67. Ormai appare abbastanza chiaro quali sono i vostri tre sigilli. Tali sono i vostri costumi, tale il fine dei vostri meravigliosi precetti: in essi non c’è nulla di certo, nulla di stabile, nulla di ragionevole, nulla di irreprensibile, ma tutto è incerto, anzi tutto assolutamente falso, tutto ripugnante, tutto abominevole, tutto assurdo. In conclusione, in questi vostri costumi si trovano peccati tanto grandi e tanto gravi che se un uomo di una certa capacità volesse accusarli tutti, potrebbe consacrare a ciascuno almeno un libro. Se dunque li rispettaste e metteste in pratica la vostra dottrina, non ci sarebbe nessuno più inetto, più stolto, più ignorante di voi. Dal momento poi che lodate ed insegnate queste cose senza metterle in pratica, che si può dire o trovare di più falso o di più insidioso o di più perverso di voi?

L’esperienza manichea di Agostino.

19. 68. Per nove anni interi vi ho ascoltato con grande attenzione e assiduità : non sono riuscito a conoscere neppure uno degli eletti che, secondo i vostri precetti, non sia stato sorpreso in peccato o che di certo non si sia esposto al sospetto. Se ne sono trovati molti che usavano il vino e le carni, molti che si lavavano nei bagni. Ma queste cose le sentivamo dire. È stato assodato che alcuni hanno sedotto donne altrui, così che non ne potrei assolutamente dubitare. Ma supponiamo che anche questa sia più una diceria che la verità; il fatto è che ho visto io stesso, non da solo ma con altri, alcuni dei quali si sono già liberati di quella superstizione ed altri mi auguro ancora che se ne liberino. Abbiamo dunque visto in un quadrivio di Cartagine, in una piazza assai famosa, non uno ma più di tre eletti insieme adescare non so quali donne che passavano, in modo così sfacciato da superare in impudicizia e sfrontatezza gli individui più triviali. E si vedeva chiaramente che la cosa veniva da una vecchia consuetudine e che essi tra loro vivevano così: siccome poi nessuno era imbarazzato dalla presenza del compagno, il fatto indicava che certamente tutti o quasi tutti erano affetti dalla medesima turpitudine. In effetti essi non abitavano in una sola casa, ma in luoghi diversi e probabilmente erano venuti insieme dal luogo dove si era tenuta un’adunanza generale. Noi, grandemente turbati, ci siamo anche grandemente lamentati. Ma, infine, chi pensò che l’affronto doveva essere punito non dico con l’allontanamento dalla chiesa, ma almeno con un severo rimprovero, proporzionato alla gravità della colpa?

19. 69. Questa era la sola scusa della loro impunità: poiché era il tempo in cui la legge pubblica vietava i loro ritrovi, temevano che i puniti rivelassero il segreto. Per quale motivo allora annunciano che saranno sottoposti ad una perpetua persecuzione in questo mondo e vogliono essere considerati quaggiù la parte più eletta, per cui inferiscono che questo mondo li odia 26? Per quale motivo allora affermano che la verità va cercata presso di loro, essendo stato dichiarato, circa la promessa dello Spirito Santo Paraclito, che questo mondo non può riceverlo 27? Non è questa la sede per discutere di questo argomento. Ma sicuramente, se la persecuzione contro di voi sarà perpetua, fino alla fine del mondo, perpetua sarà anche la vostra dissolutezza e il contagio di tanta turpitudine resterà impunito finché temerete di danneggiare coloro che se ne rendono colpevoli.

19. 70. La medesima cosa ci fu risposta anche quando riferimmo ai capi stessi della setta le lamentele manifestateci da una donna. Mentre si trovava in riunione con altre donne, confidando nella santità di costoro, entrarono parecchi eletti e uno di loro spense la lucerna. Non si sa da chi di loro sia stata concupita nel buio e sarebbe stata costretta alla scelleratezza, se non fosse scappata grazie alle grida. Questa nefandezza, che è ben nota anche a noi, non si immagina da quale grande consuetudine sia venuta? E ciò accadde in quella notte nella quale presso di voi si celebra la veglia di una festa. Ma, a dire il vero, anche se non vi fosse nessun timore di tradimento, chi avrebbe potuto denunciare al vescovo il colpevole che si era comportato così per non essere riconosciuto? Come se coloro che erano convenuti insieme in quel luogo non fossero tutti coinvolti nella medesima colpa! La lucerna spenta infatti era piaciuta a tutti, perché si divertivano in modo sfacciato.

19. 71. Quante porte poi non si aprivano ai sospetti, quando li trovavamo ora invidiosi, ora avari, ora avidissimi di cibi raffinati, ora impegnati in continui litigi, ora pronti ad agitarsi vivacemente per piccole cose? Di certo non pensavamo che potessero astenersi da ciò di cui facevano professione di astinenza quando trovavano luoghi nascosti e tenebrosi. Ce ne erano due tra costoro di ottima reputazione, di bell’ingegno e che primeggiavano nelle loro dispute, i quali erano a noi legati di più e in modo più familiare degli altri. Uno di costoro, che si era attaccato a noi più strettamente anche a causa dei suoi studi liberali, dicono che ora sia presbitero laggiù. Essi erano tra loro molto invidiosi e l’uno rimproverava all’altro, non già con una pubblica accusa ma con parole e sussurri proferiti presso chiunque gli capitasse, di aver fatto violenza alla moglie di un uditore. L’altro, per giustificarsi, incolpava davanti a noi della stessa spudoratezza un altro eletto che, in quanto amico fidatissimo, abitava presso il suddetto uditore. E poiché questi, entrando improvvisamente, lo aveva sorpreso con la donna, egli diceva che il suo nemico e rivale aveva consigliato alla donna e all’adultero di lanciare contro di lui quella calunnia affinché, se egli svelasse qualcosa, non fosse creduto. Sebbene non fosse ben certa la tentata violenza alla donna, noi tuttavia eravamo tormentati e sopportavamo con molta molestia che l’odio tra quei due, i migliori che lì si trovassero, si manifestasse così aspro, inducendoci ad avanzare altre congetture.

19. 72. Infine, molto spesso abbiamo incontrato nei teatri alcuni eletti gravi per età e, all’apparenza, anche per i costumi, in compagnia di un vecchio presbitero. Non parlo dei giovani, che abitualmente sorprendevamo in rissa a proposito di attori e di conduttori di cocchi, fatto che non è di poco conto circa il modo in cui possono comportarsi di nascosto, dal momento che non sono capaci di vincere la cupidigia che li espone agli occhi dei loro uditori, facendoli arrossire e obbligandoli a fuggire via. E in verità la grande scelleratezza di quel santo, alle cui discussioni prendevamo parte nel quartiere dei venditori di fichi, sarebbe mai venuta alla luce se non avesse resa quella vergine consacrata non soltanto una donna, ma una donna incinta? Ma la crescita del ventre non consentì a questo male segreto ed incredibile di restare nascosto. La cosa fu riferita dalla madre al giovane fratello; questi, sebbene fortemente addolorato, tuttavia, in nome della religione, fu dissuaso dal ricorrere alla pubblica accusa. Tuttavia ottenne che il santo fosse cacciato dalla chiesa; nessuno infatti avrebbe potuto tollerare questo scandalo. E perché la cosa non restasse assolutamente impunita, decise, con l’aiuto dei suoi amici, di annientare l’uomo con pugni e calci. Ma, mentre lo colpivano senza pietà, egli, facendo appello all’autorità di Mani perché lo risparmiassero, gridava che Adamo, il primo eroe, aveva peccato e dopo il peccato era diventato più santo 28.

19. 73. Tale è appunto l’opinione che avete di Adamo ed Eva. La favola è lunga, ma io ne toccherò ciò che al momento è sufficiente. Adamo, secondo voi, è stato generato dai suoi genitori, quei principi abortivi delle tenebre, in modo che la sua anima contenesse una grandissima quantità di luce e una piccolissima quantità della stirpe avversa. Pur vivendo santamente per la sovrabbondanza di bene, tuttavia fu eccitato da quella parte avversa in modo che si piegò all’accoppiamento; così cadde e peccò, ma dopo visse più santamente. Qui mi dolgo non tanto di quest’uomo dissoluto che, sotto la veste di un uomo eletto e santo, per l’empia turpitudine condusse la famiglia di un altro a tanto disonore e infamia. Non questo vi rimprovero; poniamo che sia stata opera di un uomo assolutamente perverso piuttosto che della vostra consuetudine, e infatti di così grande scelleratezza non voi, ma lui rimprovero. Però non so come tutti voi possiate sopportare e tollerare che, sebbene diciate che l’anima è una parte di Dio, tuttavia asserite che la sua sovrabbondanza e fertilità siano state superate da un’esigua mescolanza del male. Chi infatti, credendo questo e spinto dalla libidine, non ricorrerà a tale pretesto piuttosto che frenare e reprimere la libidine?

L’episodio di Roma.

20. 74. Che altro dirò dei vostri costumi? Ho riferito scelleratezze che ho conosciuto io stesso, quando ero nella città dove furono commesse. Ciò che invece è accaduto a Roma durante la mia assenza, sarebbe lungo da raccontare per intero. Io tuttavia lo dirò in breve. Il fatto sollevò tanto rumore che non fu possibile nasconderlo a coloro che erano assenti. E più tardi, essendo io a Roma, riscontrai che tutto ciò che avevo udito era vero, quantunque quegli che era stato presente e me lo aveva riferito mi fosse tanto intimo e caro per probità che io non potevo minimamente dubitarne. Dunque uno dei vostri uditori, che quanto alla famosa astinenza non era inferiore in niente agli eletti e che, essendo anche stato educato nelle arti liberali, voleva e soleva difendere con la forza della parola la vostra setta, sopportava con grandissima molestia che, nel mezzo delle dispute, gli opponessero spesso i costumi assolutamente dissoluti di eletti che vagabondavano e vivevano in modo perverso, conducendo dappertutto pessima vita. Desiderava pertanto, se fosse stato possibile, raccogliere nella propria casa e mantenere a sue spese tutti coloro che erano disposti a vivere secondo quei precetti. Il suo disprezzo per il denaro infatti era pari, in fatto di grandezza, alla quantità che ne possedeva. Si lamentava però che tanti suoi sforzi fossero ostacolati dalla dissolutezza dei vescovi, del cui aiuto aveva bisogno per portare a termine la sua iniziativa. In quel tempo era vostro vescovo un uomo in verità, come io stesso sperimentai, rozzo ed incolto ma, non so come, la cui durezza sembrava più severa nel custodire i buoni costumi. Il citato uditore ferma quest’uomo a lungo desiderato e finalmente presente e gli espone la sua volontà: quegli loda e approva, accettando di abitare per primo nella sua casa. Dopo questo fatto, in quel luogo si raccolsero tutti gli eletti che si poterono trovare a Roma. Propose loro una regola di vita tratta dalla lettera di Mani: a molti sembrò intollerabile e se ne andarono; quanti restarono, ed erano in buon numero, lo fecero tuttavia per pudore. Si cominciò così a vivere come si era convenuto e come prescriveva una così grande autorità. Nel frattempo l’uditore sollecitava energicamente tutti ad osservare tutti i doveri, senza però obbligare nessuno a ciò di cui non avesse fatto esperienza egli stesso. Tuttavia ben presto scoppiarono frequentissime risse fra gli eletti: si rimproveravano reciprocamente le loro scelleratezze. Egli ascoltava tutte queste cose gemendo e faceva in modo che nelle loro dispute essi mettessero a nudo se stessi senza alcuna prudenza: rivelavano così cose nefande ed immani. In tal modo si scoprì che uomini fossero, essi che comunque, fra tutti gli altri, avevano ritenuto di doversi sottoporre al rigore dei loro precetti. Ormai degli altri che cosa non sospettare o piuttosto quale giudizio non si doveva dare? Ma procediamo. Coloro che erano restati sotto il giogo alla fine si misero a mormorare che non potevano sostenere quei precetti; pertanto si ribellarono. L’uditore sosteneva la sua causa con un brevissimo dilemma: o si devono osservare tutti i precetti oppure deve essere giudicato assolutamente folle colui che aveva imposto tali precetti ad una condizione che nessuno poteva soddisfare. Tuttavia, e infatti non poteva essere diversamente, lo strepito sfrenatissimo dei più ebbe la meglio sull’opinione di uno solo. Dopo di ciò lo stesso vescovo si ritirò, anzi se ne fuggì via con grande disonore. Si è risaputo poi che questo vescovo, agendo contro la regola, si faceva portare di nascosto cibi ricercati, che furono più di una volta scoperti, in cambio di abbondante denaro che prendeva dal proprio sacchetto diligentemente nascosto.

20. 75. Se voi dite che queste cose sono false, vi opponete a cose troppo manifeste e ben note. Ma voglia il cielo che lo diciate. Essendo infatti codeste cose manifeste e facilmente conoscibili da parte di coloro che le vogliano sapere, si comprende quanto siano soliti dire cose vere coloro che negheranno che sono vere. Ma voi vi servite di altre difese che io non disapprovo. Infatti dite o che alcuni rispettano i vostri precetti, ed essi pertanto non devono essere coinvolti nelle colpe altrui, oppure che non bisogna affatto cercare che uomini siano quelli che professano la vostra setta, ma quale sia la professione stessa. Io non rifiuto né l’una né l’altra delle due risposte, sebbene sia per voi impossibile mostrarci i fedeli che osservano i precetti e purificare la vostra eresia da tante e così grandi banalità e scelleratezze. Tuttavia vi domanderò in modo assai risoluto perché perseguitate con le vostre maledizioni i cristiani cattolici vedendo tra loro alcuni vivere corrottamente, quando, a proposito dei vostri uomini, o rifiutate impudentemente ogni discussione o più impudentemente ancora non la rifiutate e pretendete che si ammetta che sono tanti in un così piccolo numero ad osservare fedelmente i vostri precetti, mentre escludete che si possa ammettere la medesima cosa per una così grande moltitudine dei cattolici?


Note:


 

1 - Is 45, 7.

2 - Lc 2, 14.

3 - Gv 8, 36.

4 - Gal 5, 13.

5 - Cf. SALL., Cat. con. 5, 3; AUG., Ep. 167, 7.

6 - Cf. Sal 48, 13. 21.

7 - Cf. Mt 10, 31; Lc 12, 7.

8 - Cf. Gb 17, 14; 25, 6.

9 - Rm 14, 21.

10 - Rm 13, 14.

11 - Mt 15, 11.

12 - Is 45, 23.

13 - Rm 14, 1-15, 3.

14 - 1 Cor 8, 4-13.

15 - 1 Cor 10, 19-33 e 11, 1.

16 - Rm 14, 20; Tt 1, 15.

17 - Rm 14, 14.

18 - Cf. Mt 8, 31s.

19 - Cf. Mt 21, 18s.

20 - Cf. Mt 4, 23.

21 - Cf. Mt 21, 18s.

22 - Cf. Mt 8, 31s.

23 - Cf. Cf. VARR., De re rust. 3, 6, 14.

24 - Cf. PLIN., Nat. hist. 11, 34, 98.

25 - Cf. 1 Tm 4, 3.

26 - Cf. Gv 15, 18.

27 - Cf. Gv 14, 7.

28 - Cf. Sap 9, 19; 10, 2.


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