Libro primo: I costumi della Chiesa cattolica

I costumi della Chiesa cattolica e i costumi dei Manichei

Sant'Agostino d'Ippona

Libro primo: I costumi della Chiesa cattolica
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Come replicare alle invettive dei Manichei.

1. 1. Credo di aver mostrato a sufficienza in altri libri come possiamo replicare alle invettive con le quali i Manichei si scagliano in modo maldestro ed empio contro la Legge chiamata Antico Testamento e di cui fanno vana ostentazione tra gli applausi degli ignoranti. Ma posso ricordarlo in breve anche qui. Chiunque, per quanto sia di scarso ingegno, capisce facilmente che l’esposizione delle Scritture va richiesta a coloro che se ne professano maestri. Può capitare infatti, anzi capita sempre, che molte delle cose che agli indotti sembrano assurde, se sono esposte da persone più dotte, appaiono tanto degne di lode e, una volta chiarite, vengono accolte con tanto maggiore gradimento quanto più difficile era chiarirle quando non erano tali. Ciò accade comunemente per i santi libri dell’Antico Testamento, purché colui che se ne sente urtato cerchi un pio maestro piuttosto che un empio laceratore di questi libri e sia mosso più dallo zelo del ricercatore che dalla temerità del censore. Supponiamo poi che, desiderando apprendere queste cose, si imbatta per caso in vescovi o sacerdoti o simili responsabili e ministri della Chiesa cattolica, i quali o si guardano dallo svelare a chiunque i misteri o, contenti di una fede semplice, non si curano di conoscere le cose più alte. Non per questo disperi di trovare la scienza della verità laddove non tutti gli interrogati sono capaci di insegnarla e non tutti gli interroganti sono degni di apprenderla. Occorre pertanto usare diligenza e pietà: con l’una si troveranno coloro che sanno, con l’altra si meriterà di sapere.

I due artifici dei Manichei.

1. 2. Ma due soprattutto sono gli artifici con i quali i Manichei raggirano gli imprudenti per attirarli alla loro scuola: uno è quello di criticare le Scritture, che o intendono male o vogliono che siano intese male; un altro è quello di ostentare l’apparenza di una vita pura e di specchiata continenza. Questo libro conterrà ciò che pensiamo, in conformità con la disciplina cattolica, relativamente alla vita e ai suoi costumi : da esso forse si capirà quanto sia facile simulare la virtù e quanto sia difficile possederla. Se posso, seguirò la regola di non scagliarmi contro i loro vizi, peraltro a me ben noti, con lo stesso accanimento con il quale essi si scagliano contro ciò che ignorano, poiché, se possibile, voglio che guariscano piuttosto che far loro guerra. Quanto alle Scritture, mi servirò delle testimonianze che sono costretti ad ammettere, cioè di quelle del Nuovo Testamento, del quale tuttavia non proporrò nessuno dei passi che, quando sono messi alle strette, hanno l’abitudine di dire che sono stati interpolati, ma citerò soltanto quelli che sono obbligati ad approvare e lodare. Inoltre, non farò menzione di alcuna testimonianza tratta dalla disciplina apostolica che non mi sarà possibile mettere a confronto con l’equivalente del Vecchio Testamento, affinché, se vorranno finalmente destarsi, una volta che abbiano smesso di perseverare nei loro sogni, e aspirare alla luce della fede cristiana, si rendano conto che non è affatto cristiana la vita che ostentano e che appartiene solo a Cristo la Scrittura che lacerano.

Metodo: autorità e ragione.

2. 3. Da dove, dunque, comincerò? Dall’autorità o dalla ragione? L’ordine naturale vuole che, nell’apprendere qualcosa, l’autorità preceda la ragione. Invero, può sembrare debole la ragione che, non appena concessa, ricorre subito all’autorità per affermarsi. Ma poiché le menti umane, offuscate dalla consuetudine delle tenebre che le avvolgono nella notte dei peccati e dei vizi, non sono in grado di fissare lo sguardo nello splendore e nella purezza della ragione; perciò, molto opportunamente si è provveduto che fosse l’autorità, come obnubilata dai rami dell’umana natura, a guidare il loro sguardo esitante verso la luce della verità. Dal momento però che abbiamo a che fare con uomini che in ogni cosa pensano, parlano e agiscono contro l’ordine e, soprattutto, non sanno dire se non che, in primo luogo, bisogna rendere ragione, mi adeguerò al loro costume, accettando nel discutere un procedimento che, lo confesso, ritengo errato. Trovo piacere infatti ad imitare, per quanto posso, la mansuetudine del mio Signore Gesù Cristo, che prese su di sé il male stesso della morte, del quale voleva liberarci.

La felicità consiste nel godere del bene supremo.

3. 4. Cerchiamo dunque mediante la ragione in che modo l’uomo debba vivere. Di certo tutti vogliamo vivere felici e nel genere umano non c’è nessuno che non dia il proprio assenso a questa proposizione, prima ancora che sia completamente formulata. Ma, a parer mio, felice non si può dire né chi non ha ciò che ama, qualunque cosa essa sia, né chi ha ciò che ama, se gli nuoce, né chi non ama ciò che ha, anche se è un’ottima cosa. Infatti chi desidera quello che non può ottenere, si tormenta; chi ha ottenuto quello che non si deve desiderare, sbaglia; chi non desidera quello che si deve ottenere, è un povero malato. Ma nessuna di queste eventualità capita all’animo senza renderlo infelice; e poiché la miseria e la felicità abitualmente non stanno insieme in un medesimo uomo, nessuno di costoro dunque è felice. Resta, se ben vedo, una quarta ipotesi relativamente a dove si può trovare la felicità, e questa si dà quando ciò che costituisce il bene supremo dell’uomo è amato e posseduto. Che altro infatti significa ciò che chiamiamo godere, se non possedere ciò che si ama? Ora, nessuno è felice se non gode del bene supremo dell’uomo, e chiunque ne gode, non può non essere felice. Se pensiamo pertanto di essere felici, dobbiamo essere in possesso del nostro bene supremo.

Condizioni richieste dal bene dell’uomo.

3. 5. Cerchiamo quindi in cosa consista il bene supremo dell’uomo, che di certo non può essere inferiore all’uomo stesso. Senza dubbio chiunque segue ciò che è inferiore alla propria natura, inevitabilmente diviene egli stesso inferiore. Ma è necessario che ognuno segua il bene supremo. Il bene supremo dell’uomo dunque non è inferiore all’uomo. Consisterà forse in qualche cosa di simile a ciò che è l’uomo in se stesso? Certamente, se non esiste niente di superiore all’uomo di cui egli possa godere. Se invece troviamo qualche cosa che è più eccellente dell’uomo e che può essere posseduto da lui, che l’amerà, chi dubiterà che, per essere felice, egli non debba sforzarsi di tendere a tale bene, manifestamente superiore a lui stesso che vi tende? D’altro canto, se essere felice consiste nel pervenire a quel bene rispetto al quale non può essercene uno superiore, allora tale bene è quello che chiamiamo supremo. Ma, finalmente, come può essere incluso in questa definizione colui che al suo bene supremo non è ancora pervenuto? O, in che modo è il bene supremo, se c’è qualche cosa di più alto a cui si può pervenire? Se dunque esiste, deve essere di tale natura che non è possibile perderlo contro la propria volontà, poiché nessuno è disposto a confidare in un tale bene, sapendo che può essergli strappato, ancorché voglia conservarlo e tenerlo ben stretto. Ma chi non confida nel bene di cui gode, potrà essere felice con tanto timore di perderlo?.

Qual è il bene supremo dell’uomo.

4. 6. Cerchiamo dunque quel che è meglio per l’uomo. Senza dubbio è difficile trovarlo, se prima non si è considerato e chiarito che cosa sia l’uomo stesso. Non penso che ora ci si aspetti da me una definizione dell’uomo. Ma, dal momento che quasi tutti ammettono o di certo - e ciò è sufficiente - io e quelli con i quali sto ragionando conveniamo che siamo composti di anima e di corpo, mi sembra piuttosto che qui si debba chiedere che cosa è l’uomo in se stesso: se l’una e l’altra di queste due cose che ho nominato o il solo corpo o la sola anima. Quantunque infatti l’anima e il corpo siano due e nessuno dei due si chiamerebbe uomo in assenza dell’altro (infatti né il corpo è un uomo se manca l’anima, né l’anima a sua volta è un uomo se essa non dà vita al corpo), tuttavia può capitare che uno dei due sia considerato come l’uomo e tale sia chiamato. Che intendiamo dunque per uomo? L’anima e il corpo a modo di biga o di centauro, o il solo corpo, in quanto è ad uso dell’anima che lo regge, come appunto chiamiamo lucerna non l’insieme della fiamma e del vasetto ma il vasetto soltanto, sebbene in ragione della fiamma? Oppure significhiamo che l’uomo non è altro che l’anima, ma per la ragione che regge il corpo, al modo stesso che chiamiamo cavaliere non il cavallo e l’uomo insieme, ma l’uomo soltanto, tuttavia a motivo del fatto che è capace di guidare il cavallo? È difficile decidere su questa controversia; oppure, se è facile per la ragione, richiede un lungo discorso e ora non c’è la necessità di sobbarcarsene la fatica e di subirne il ritardo, perché, comunque sia e cioè che il nome di uomo si addica ad entrambi, o al corpo soltanto, o all’anima soltanto, il bene supremo del corpo non è il bene supremo dell’uomo. Quello bensì che è il bene supremo del corpo e dell’anima insieme o dell’anima soltanto, tale è il bene supremo dell’uomo.

L’anima è il bene supremo del corpo.

5. 7. Se invece cerchiamo quale sia il bene supremo del corpo, una ragione certa ci spinge ad ammettere che risiede in ciò per cui il corpo è nella migliore condizione possibile. Ma di tutte le cose che giovano alla sua vita nessuna è migliore e più eccellente dell’anima. Sicché il bene supremo del corpo non è il piacere, non l’assenza di dolori, non la forza, non la bellezza, non l’agilità, né alcun’altra delle qualità che siamo soliti enumerare tra i beni del corpo, ma solamente l’anima. Con la sua presenza essa infatti conferisce al corpo tutte le qualità enumerate e la vita stessa che tutte le supera. Non per questo però mi pare che l’anima costituisca il bene supremo dell’uomo, sia che per uomo si intenda l’anima e il corpo insieme sia l’anima da sola. Come infatti la ragione ravvisa il bene supremo del corpo in ciò che è migliore del corpo e che gli dà vigore e vita, così, che l’uomo consista nel corpo e nell’anima o nell’anima da sola, bisogna trovare, se mai esiste, qualcosa che supera l’anima e che, qualora essa la segua, la faccia diventare ottima, per quanto è possibile nel suo genere. Tale cosa, se riusciremo a trovarla, sarà senza dubbio quella che, rimosse tutte le esitazioni, dovremo giustamente chiamare il bene sommo dell’uomo.

5. 8. Ovvero, se il corpo è l’uomo, non posso non ammettere che l’anima stessa costituisce il bene supremo dell’uomo. Senonché, quando si tratta di costumi e vogliamo conoscere quale condotta di vita occorre tenere per raggiungere la felicità, non si danno precetti né si cerca una disciplina per il corpo. Insomma, relativamente ai buoni costumi, bisogna far intervenire quella parte di noi che indaga e apprende, operazioni, queste, proprie dell’anima. Non è dunque in gioco il corpo quando ci affanniamo per ottenere la virtù. Ne consegue perciò, come avviene di fatto, che il corpo stesso è diretto molto meglio e in modo più onesto quando è diretto da un’anima che possiede la virtù e la condizione è tanto più eccellente quanto più lo è quella dell’anima che governa se stessa secondo una giusta legge. E allora il bene supremo dell’uomo sarà ciò che rende l’anima eccellente, anche se chiamiamo uomo il corpo. Dunque, se il cocchiere, che è ai miei ordini, nutre e guida con assoluta maestria i cavalli ai quali è preposto e, per quanto lo riguarda, gode della mia liberalità quanto più mi è obbediente, chi potrà negare che non solo lui ma anche i cavalli debbano a me la loro eccellente condizione? Pertanto, che l’uomo sia o il solo corpo o la sola anima o che sia l’uno e l’altra insieme, a mio avviso si deve cercare soprattutto ciò che rende ottima l’anima. Infatti, una volta conseguito questo bene, è impossibile che l’uomo non stia ottimamente o, di certo, molto meglio che se esso solo gli mancasse.

Dio è il bene supremo dell’anima.

6. 9. Nessuno poi metterà in dubbio che è la virtù a rendere l’anima perfetta. Però molto giustamente si può chiedere se questa virtù possa esistere anche per se stessa oppure soltanto nell’anima. Ne nasce di nuovo una questione molto profonda e che richiede un lunghissimo discorso. Ma forse me la caverò, e non male, con queste poche parole. Dio, spero, mi assisterà perché, per quanto la mia debolezza lo consente, esponga cose tanto grandi non solo con lucidità, ma anche con brevità. Infatti, checché ne sia di queste due eventualità, o che la virtù possa essere per se stessa senza l’anima o che non possa essere che nell’anima, indubbiamente l’anima segue qualcosa per acquistarla e cioè o la stessa anima o la virtù o una terza cosa. Ma, se per acquistare la virtù segue se stessa, segue qualcosa di stolto, giacché tale è essa prima di avere acquistato la virtù. Ora, l’auspicio più grande di chi cerca è di conseguire ciò che cerca. Pertanto, o l’anima non desidererà raggiungere ciò che cerca - ipotesi rispetto alla quale non si può dire niente di più assurdo e di più strano - oppure, seguendo se stessa che è stolta, raggiungerà proprio quella stoltezza che vuole evitare. Se poi segue la virtù con il desiderio di acquistarla, come può seguire ciò che non esiste o come può desiderare di acquistare ciò che ha? Sicché o la virtù è fuori dell’anima oppure, se non piace chiamare virtù lo stesso abito e quasi qualità propria dell’anima sapiente (qualità che non può sussistere che nell’anima), bisogna che l’anima segua qualche altra cosa da cui derivi la propria virtù. Perciò, a mio giudizio, essa non può pervenire alla sapienza né andando dietro a nulla né seguendo la stoltezza.

6. 10. Dunque questa terza possibilità, seguendo la quale l’anima consegue la virtù e la sapienza, è o l’uomo sapiente o Dio. Ora, sopra si è detto che deve essere tale che non possiamo perderla contro la nostra volontà. Ebbene, supposto che riteniamo sufficiente seguire l’uomo sapiente, chi esita a pensare che ci può essere tolto non solo senza il nostro consenso, ma anche malgrado la nostra opposizione? Dunque non resta altro che Dio: seguendolo, viviamo bene; possedendolo, viviamo non solo bene, ma anche felicemente. Se taluni negano che esista, con quali discorsi penserò di persuaderli, quando non so neppure se si debba ragionare con loro? Poniamo tuttavia che sia opportuno; allora bisognerà ricorrere a tutt’altro principio, a tutt’altro ragionamento e a tutt’altro cammino rispetto a quello seguito fin qui. Ora, peraltro, ho a che fare con uomini che ammettono l’esistenza di Dio e non solo questo, ma riconoscono anche che egli non trascura le cose umane. Non vedo, in effetti, come possa essere chiamato in qualche modo religioso chi esclude che la divina provvidenza abbia cura almeno delle nostre anime.

La ragione conduce a Dio, ma solo la fede consente all’uomo di penetrare nella sua saggezza.

7. 11. Ma come seguiamo colui che non si vede? O come lo vediamo noi che siamo non solo uomini, ma uomini stolti? Sebbene infatti si scorga con la mente e non con gli occhi, quale mente da ultimo si può trovare idonea, coperta come è da una nube di stoltezza, ad attingere quella luce o anche solo a tentare di farlo? Conviene dunque ricorrere agli insegnamenti di coloro che, con ogni probabilità, sono stati dei sapienti. Fin qui è stato possibile condurre la ragione, in quanto procedeva nelle cose umane più con la sicurezza del costume che con la certezza della verità. Ma, una volta pervenuta alle cose divine, rivolge altrove lo sguardo: non può riguardarle, palpita, si infiamma, brucia d’amore, è abbagliata dalla luce della verità e ritorna, non per sua scelta ma per spossatezza, alle sue tenebre abituali. A questo punto c’è da temere, come da tremare, che l’anima non si procuri una debolezza maggiore proprio laddove, sfinita, cerca riposo. A noi, dunque, bramosi di rifugiarci nelle tenebre, ci venga in aiuto, per dispensazione dell’ineffabile sapienza, quella opacità dell’autorità, invitandoci a godere le sue ombre con gli eventi meravigliosi e le parole dei libri santi, quasi segni più temperati della verità.

Le verità della fede.

7. 12. Che si sarebbe potuto fare di più per la nostra salvezza? Che cosa di più benefico, di più generoso della divina provvidenza si sarebbe potuto immaginare? Essa non ha abbandonato affatto l’uomo allontanatosi dalle sue leggi e divenuto a buon diritto e meritatamente, per cupidigia di cose mortali, propagatore di una stirpe mortale. Quel giustissimo potere, infatti, operando con modi mirabili e incomprensibili, attraverso certe misteriose successioni delle cose a lui sottomesse, in quanto le ha create, esercita sia la severità del castigo sia la clemenza del perdono. Quanto ciò sia bello, grande, degno di Dio, e infine quanto sia il vero che cerchiamo, di certo noi non potremo mai comprenderlo se, cominciando dalle cose umane e più vicine, avendo fede nella vera religione e rispettando i suoi precetti, non seguiremo la via che Dio ha aperto per noi con la scelta dei Patriarchi, con il vincolo della legge, con il vaticinio dei Profeti, con il mistero dell’uomo incarnato, con la testimonianza degli Apostoli, con il sangue dei martiri e con la conversione delle genti. Per questo nessuno mi chieda più la mia opinione: piuttosto ascoltiamo gli oracoli e sottomettiamo i nostri meschini ragionamenti alle parole divine.

Dio è il sommo bene a cui si deve tendere con il più grande amore.

8. 13. Vediamo come il Signore stesso nel Vangelo ci ha ordinato di vivere e come anche l’apostolo Paolo; sono queste infatti le Scritture che essi non osano condannare. Ascoltiamo dunque quale bene finale tu, o Cristo, ci prescrivi: non c’è dubbio, sarà quello a cui ci comandi di tendere con il più grande amore. Sta scritto: Amerai il Signore Dio tuo 1. Dimmi anche, te ne prego, la misura di questo amore; temo infatti di essere infiammato dal desiderio e dall’amore del mio Signore più o meno di quanto sia necessario. Con tutto il tuo cuore, dice; ma non basta. Con tutta la tua anima; ma non basta neppure questo. Con tutta la tua mente. Che si vuole di più? Lo vorrei forse, se vedessi che vi può essere dell’altro. E che cosa aggiunge Paolo a queste parole? Noi sappiamo, egli dice, che tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio 2. Che dica anche lui la misura dell’amore. Chi dunque, dice, ci separerà dalla carità di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 3. Abbiamo udito ciò che si deve amare e in quale misura: vi dobbiamo tendere assolutamente, vi dobbiamo riportare tutte le nostre determinazioni. Dio è per noi la somma dei beni, Dio è per noi il bene sommo. Non dobbiamo rimanere al di sotto, né cercare al di sopra, perché al di sotto c’è il pericolo, al di sopra il nulla.

L’Antico e il Nuovo Testamento concordano sui precetti della carità.

9. 14. Su via, ora ricerchiamo o, piuttosto, giacché la cosa è a portata di mano e si può vedere molto facilmente, prestiamo attenzione se questi pensieri tratti dal Vangelo e dall’Apostolo concordano anche con l’autorità dell’Antico Testamento. Che dirò del primo, tratto, come è a tutti noto, dalla legge data attraverso Mosè? Vi è scritto infatti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente 4. Questo passo dell’Antico Testamento poi lo potrei mettere a confronto con ciò che è detto dall’Apostolo, come egli stesso mi suggerisce, evitandomi ulteriori ricerche. Infatti, dopo aver affermato che nessuna tribolazione, nessuna angoscia, nessuna persecuzione, nessuna necessità materiale, nessun pericolo, nessuna spada può separarci dalla carità di Cristo, subito ha aggiunto: Come sta scritto: poiché per causa tua siamo colpiti tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello 5. Essi, al solito, dicono che questi passi sono stati introdotti dai corruttori delle Scritture: non hanno niente da opporre, tanto da essere costretti a rispondere così miseramente. Ma chi non comprende che solo questa poteva essere l’ultima parola di uomini sconfitti?

Nei libri del Vecchio Testamento tutto concorda con la fede cristiana.

9. 15. A costoro nondimeno domando: negate che questo pensiero sia nell’Antico Testamento o affermate che dissente da quello dell’Apostolo? Quanto alla prima alternativa, ci sono i libri che parlano; quanto alla seconda, invece, questi uomini che tergiversano e fuggono per precipizi o li riporterò alla pace, se acconsentiranno a riguardare un po’ indietro e a considerare quanto è stato detto, oppure li incalzerò con l’interpretazione di coloro che giudicano con imparzialità. Invero, che cosa può accordarsi meglio di questi due pensieri tra loro? Infatti la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo mettono duramente alla prova l’uomo posto in questa vita. E tutte queste parole sono contenute nella sola testimonianza dell’Antica Legge nella quale è detto: Per causa tua siamo colpiti. Restava la spada, che non porta affanni alla vita, ma toglie la vita che trova. A questo appunto risponde l’altro inciso: Siamo trattati come pecore da macello 6. La carità stessa, invero, non poteva essere significata in modo più efficace delle parole: per causa tua. Supponi dunque che questo passo non si trovi nell’Apostolo Paolo, ma che sia da me proferito: che altro dovrai dimostrare, o eretico, all’infuori che esso o non è contenuto nell’Antica Legge o non si addice all’Apostolo? Che se non osi dir niente dell’una e dell’altra ipotesi (e a ciò ti spinge inevitabilmente, da un lato, la lettura del codice nel quale sta chiaramente scritto e, dall’altro, quanti comprendono che niente può addirsi meglio a ciò che ha detto l’Apostolo), perché pensi che ti sia di qualche utilità tentare di insinuare che le Scritture sono state corrotte ? Da ultimo, che risponderai a chi ti dirà: io così lo intendo, così lo accetto, così lo credo, e non per altro leggo quei Libri se non perché sento che in essi tutto concorda con la fede cristiana? Dì piuttosto, se ne hai il coraggio e sei intenzionato a contraddirmi, che non si deve prestare fede a quanto si racconta degli Apostoli e dei martiri, cioè che hanno subito per Cristo gravi tribolazioni, che sono stati trattati dai loro persecutori come pecore da macello. Che se non puoi dirlo, perché accusi falsamente il libro nel quale io trovo ciò che, secondo la tua stessa confessione, io devo credere?

L’insegnamento della Chiesa relativamente a Dio. Il dualismo manicheo.

10. 16. Tu concederai che di certo è un dovere amare Dio, ma non quello adorato da coloro che accettano l’autorità dell’Antico Testamento? Dite dunque che non si deve adorare quel Dio che ha fatto il cielo e la terra : è lui infatti che viene annunciato in tutte le parti di quei libri: tutto questo mondo, significato con il nome di cielo e terra, voi confessate che ha per autore e artefice un Dio e un Dio buono. È vero che quando si nomina Dio con voi si deve parlare con riserva, perché ammettete l’esistenza di due divinità, l’una buona, l’altra cattiva. Se dite che rendete un culto e che, a vostro avviso, tale culto va reso al Dio che ha creato il mondo, ma non a quello che l’autorità dell’Antico Testamento raccomanda, vi comportate con impudenza, sforzandovi di interpretare male un pensiero ed una parola altrui che noi abbiamo compreso bene e in modo utile. Ma lo fate assolutamente invano, perché le vostre discussioni stolte ed empie in nessun modo possono essere assimilate ai ragionamenti di quegli uomini pii e dottissimi, i quali nella Chiesa cattolica spiegano queste Scritture a chiunque lo voglia e ne sia degno. Noi intendiamo la Legge e i Profeti molto diversamente da come pensate voi. Smettete di errare; noi non ci prostriamo ad un Dio insoddisfatto, geloso, indigente, crudele, avido del sangue degli uomini o degli animali, a un Dio che si compiace di vizi e di crimini e il cui dominio è limitato ad una piccola parte della terra. È infatti contro queste ed altre ciance dello stesso genere che voi avete l’abitudine di inveire con violenza ed abbondanza di parole. Ma proprio per questo le vostre invettive non ci toccano: con la vostra eloquenza tanto più veemente quanto più inadatta, non bistrattate altro che credenze da vecchierelle e da ragazzi. Chiunque passa da noi a voi, mosso da tale eloquenza, non condanna l’insegnamento della nostra Chiesa, ma dà prova di non conoscerlo.

10. 17. Per questo, se avete nel cuore sentimenti di umanità, se avete cura di voi stessi, cercate piuttosto con diligenza e pietà in che senso quelle parole sono state dette. Cercate, o miseri, perché la fede con la quale si attribuisce a Dio qualcosa che non gli si addice, noi la riproviamo con più veemenza di voi e con più abbondanza di parole; inoltre, perché circa le cose dette sopra, quando sono intese in senso letterale, noi correggiamo l’ingenuità e deridiamo l’ostinazione. E ci sono molte altre cose, per voi incomprensibili, che l’insegnamento cattolico vieta di credere a coloro che, superata una certa puerilità di mente non per il passare degli anni ma per l’applicazione dell’intelletto, procedono verso la maturità della sapienza. Per esempio, si insegna quanto sia stolto credere Dio contenuto in uno spazio, per infinitamente esteso che lo si supponga, e si giudica empio pensare che egli stesso o una sua parte si muova e passi da un luogo ad un altro. E se qualcuno opina che qualche parte della sua sostanza o natura possa subire in qualche modo un’alterazione o un cambiamento, è accusato di incredibile demenza e di empietà. Così avviene che tra noi si incontrano fanciulli che si rappresentano Dio sotto forma umana e tale congetturano che sia, opinione rispetto alla quale non c’è niente di più abietto. Ma ci sono anche dei vecchi, e in gran numero, i quali, con la stessa mente vedono la sua maestà rimanere inviolabile e immutabile non solo al di sopra del corpo umano, ma anche al di sopra della stessa mente. Queste età però, come si è già detto, devono essere distinte non in base al tempo, ma in base alla virtù e alla prudenza. Ora, è vero che tra voi non si trova nessuno che si raffiguri la sostanza di Dio sotto forma di corpo umano, ma non c’è neppure nessuno che la consideri incontaminata dalla macchia dell’errore umano. Quelli pertanto che, quasi come bambini, si sostentano alle mammelle della Chiesa cattolica, se non diventeranno preda degli eretici, sono nutriti ciascuno secondo le proprie capacità e le proprie forze. Essi sono condotti chi ad un modo, chi ad un altro, prima fino alla perfetta maturità dell’uomo7, poi alla maturità e alla canizie della sapienza 8, così che, per quanto vogliono, è dato loro di vivere e di vivere assai felicemente.

La beatitudine consiste nel possedere Dio, cioè il sommo bene.

11. 18. Seguire Dio è il desiderio della beatitudine, possederlo la beatitudine stessa. Ma lo seguiamo amandolo e lo possediamo non già divenendo proprio come lui, ma molto simili ed essendo in rapporto con lui in un modo straordinario e chiaro, cioè circonfusi e immersi nella luce della sua verità e santità. Egli infatti è la luce stessa dalla quale ci è concesso di essere illuminati. Dunque il massimo comandamento e il primo che conduce alla vita beata è questo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Infatti tutto concorre al bene di coloro che amano Dio 9. È per questo che, poco dopo, il medesimo Paolo dice: Sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli angeli, né la virtù, né il presente, né il futuro, né l’altezza, né la profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dalla carità di Dio, che è in Gesù Cristo nostro Signore 10. Se, pertanto, per coloro che amano Dio tutto concorre al bene, nessuno dubita che il sommo bene, che è chiamato anche il bene supremo, non solo debba essere amato, ma debba esserlo in modo che niente dobbiamo amare di più. Questo significano ed esprimono le parole con tutta l’anima, con tutto il cuore e con tutta la mente. Di grazia, chi dubiterà, stabilite tutte queste idee e fermamente credute, che per noi non c’è niente altro di più eccellente che Dio, a raggiungere il quale bisogna affrettarsi, prima di tutto il resto? Parimenti, se nessuna cosa ci separa dalla sua carità, che ci può essere non solo di migliore, ma anche di più sicuro di questo bene?

Nulla può separare l’uomo da Dio.

11. 19. Ma esaminiamo brevemente una per una le parole dell’Apostolo. Nessuno ci separa da Dio con la minaccia della morte: la facoltà con cui amiamo Dio infatti può morire solo quando cessa di amarlo, poiché la morte in se stessa altro non è che non amare Dio, ossia anteporre qualcosa all’amore per lui e alla sua sequela. Nessuno ci separa da lui con la promessa della vita: nessuno infatti ci allontana dalla sorgente con la promessa dell’acqua. Non ci separa l’angelo, perché l’angelo non è più potente della nostra mente quando noi aderiamo a Dio. Non ci separa la virtù, perché, se la virtù a cui qui ci riferiamo è quella che esercita un certo potere in questo mondo, la mente che aderisce a Dio è di gran lunga più sublime dell’intero mondo; se invece la virtù in questione è l’abito perfettamente retto del nostro spirito, allora essa, se si trova in altri, favorisce la nostra unione con Dio, se è in noi, la realizza essa stessa. Non ci separano le presenti molestie, perché le troviamo tanto più leggere quanto più tenacemente ci attacchiamo a lui, dal quale cercano di separarci. Non ci separa la promessa di beni futuri, perché qualunque bene futuro è Dio che lo promette con maggiore certezza e niente è migliore di Dio, che senza dubbio è già presente a coloro che gli sono saldamente attaccati. Non ci separano né l’altezza né la profondità, perché, se per caso queste parole significano l’altezza e la profondità del sapere, non sarò curioso per non essere separato da Dio e nessuna dottrina, quasi che voglia preservarmi dall’errore, mi separerà da lui, perché nessuno errerebbe a meno che non sia separato da lui. Se poi l’altezza e la profondità sono prese per significare le cose superiori e le cose inferiori di questo mondo, chi vorrà promettermi il cielo per separarmi dal creatore del cielo? O quale inferno mi terrorizzerà perché abbandoni Dio, dal momento che, se non l’avessi mai abbandonato, non conoscerei l’inferno? Infine, quale luogo potrà separarmi dalla carità di colui che di certo non sarebbe tutto in ogni luogo, se fosse in qualche luogo?

Con la carità e l’umiltà ci si avvicina a Dio, con la cupidigia e la superbia ci si allontana.

12. 20. Non ci separa da lui alcun’altra creatura 11, aggiunge l’Apostolo. O uomo dei più profondi misteri! Non si è accontentato di dire: una creatura; ma dice alcun’altra creatura, ammonendoci che ciò stesso con cui amiamo Dio e mediante cui aderiamo a lui, cioè l’anima e la mente, non è una natura. L’altra creatura dunque è il corpo. E se l’anima è qualcosa di intelligibile, ossia che si può conoscere solo con l’intelligenza, l’altra creatura comprende tutto il sensibile, cioè quanto, per così dire, dà qualche notizia di sé per mezzo della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto, ed è necessario che sia inferiore rispetto a ciò che si afferra con la sola intelligenza. Poiché, dunque, neanche Dio poteva essere conosciuto dalle anime degne di conoscerlo se non mediante l’intelligenza (nonostante egli sia in se stesso una mente superiore alla mente dalla quale è conosciuto in quanto ne è il creatore e il fondamento), c’era da temere che lo spirito umano, per il fatto di essere annoverato tra gli esseri invisibili ed intelligibili, si reputasse della medesima natura di colui stesso che l’ha creato e così, per la superbia, si allontanasse da colui al quale deve essere unito per la carità. Diviene infatti simile a Dio, per quanto gli è concesso, quando gli si sottomette per esserne rischiarato ed illuminato. E se con questa sottomissione che lo rende simile a Dio si avvicina a Lui più possibile, inevitabilmente se ne allontana con l’audacia con la quale vuole essergli ancora più simile. È la medesima audacia con la quale si rifiuta di sottomettersi alle leggi di Dio, mentre ambisce ad essere padrone di se stesso, come se fosse Dio.

12. 21. Quanto più dunque l’anima si allontana da Dio non per distanza spaziale ma per amore e cupidigia delle cose inferiori a se stessa, tanto più si riempie di stoltezza e di miseria. Pertanto, essa ritorna a Dio con l’amore, però non con quello con cui aspira ad eguagliarlo, ma con quello col quale aspira a sottomettersi a lui. E quanto più lo avrà fatto con passione e con applicazione, tanto più sarà felice ed eccelso e, sotto la sola dominazione di Dio, sarà completamente libero. Per questo deve sapere che è una creatura: deve infatti credere nel suo creatore così come è, cioè inviolabile e immutabile, come comporta la natura della verità e della sapienza, e deve invece confessare che, da parte sua, può cadere nella stoltezza e nell’inganno, anche a causa degli errori dei quali desidera liberarsi. Deve inoltre guardarsi affinché l’amore per l’altra creatura, cioè per questo mondo sensibile, non la separi dalla carità divina, che la santifica perché sia definitivamente felice. Nessun’altra creatura dunque, poiché anche noi non siamo che creature, ci separa dalla carità di Dio, che è in Gesù Cristo nostro Signore.

Cristo e lo Spirito Santo uniscono a Dio.

13. 22. Che il medesimo Paolo ci dica chi è questo Cristo Gesù nostro Signore. Ai chiamati, egli dice, predichiamo Cristo, Virtù di Dio e Sapienza di Dio 12. E allora? Cristo stesso non dice forse: Io sono la verità 13? Se dunque cerchiamo che cosa sia vivere bene, cioè tendere alla beatitudine vivendo rettamente, ciò sarà di certo amare la Virtù, amare la Sapienza, amare la Verità, e amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente la Virtù che è inviolabile e invitta, la Sapienza a cui non segue la stoltezza, la Verità che non sa trasformarsi e mostrarsi diversa da come è sempre. È attraverso questa che si conosce il Padre stesso, perché è detto: Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me 14. Ci unisce ad essa la santità; una volta santificati, infatti noi ardiamo di una carità piena e perfetta, la quale soltanto fa sì che non ci allontaniamo da Dio e ci conformiamo a lui piuttosto che a questo mondo. Poiché, come dice il medesimo Apostolo, ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo 15.

13. 23. È per la carità dunque che ci conformiamo a Dio e prese da lui forma e figura e separati da questo mondo, non siamo più confusi con le cose che devono essere a noi sottomesse. E questo avviene per opera dello Spirito Santo: La speranza poi, dice l’Apostolo, non confonde, perché la carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 16. Ma in nessun modo potremmo essere rinnovati per mezzo dello Spirito Santo, se egli stesso non restasse sempre integro e immutabile; e questo non potrebbe sicuramente avvenire, se egli non fosse della natura di Dio e della medesima sostanza di Colui al quale appartiene per sempre l’immutabilità e, per così dire, l’invariabilità. La creatura infatti, e non sono io a proclamarlo, ma lo stesso Paolo, è stata sottomessa alla caducità 17. E ciò che è soggetto a caducità non può separarci dalla caducità e unirci alla verità. Questo appunto ci dà lo Spirito Santo, il quale perciò non è una creatura, perché tutto quello che è, o è Dio o è creatura.

Solo la carità conduce l’uomo a Dio Trinità.

14. 24. Dunque dobbiamo amare Dio come una certa unità trina, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, di cui non dirò niente altro, se non che è l’essere stesso. Dio infatti è in modo vero e sommo: Da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. Queste sono parole di Paolo. E che aggiunge dopo? A lui gloria 18, in modo assolutamente chiaro. Non dice infatti " a loro ", perché Dio non è che uno solo. Ma che vuol dire a lui gloria, se non che a lui spetta la fama più eccellente, più alta e più estesa? Poiché, quanto meglio e più diffusamente è divulgata, tanto più ardentemente è onorata ed amata. Quando questo avviene, il genere umano non fa che incamminarsi con passo sicuro e costante verso la vita perfetta e beatissima. Nelle questioni concernenti i costumi e la maniera di vivere, non penso che si debba cercare più oltre quale sia il bene sommo dell’uomo, al quale tutto debba essere riportato. È stato posto in chiaro infatti, sia mediante la ragione, per quanto ne siamo stati capaci, sia mediante quell’autorità divina che sorpassa la nostra ragione, che tale bene altro non è che Dio stesso. Invero quale altro sarà il bene supremo dell’uomo se non quello il cui possesso lo rende perfettamente beato? Ma questi è Dio soltanto, a cui di certo non siamo capaci di essere uniti se non mediante l’affetto, l’amore, la carità.

La virtù altro non è che l’amore sommo di Dio.

15. 25. Posto che la virtù ci conduce alla vita beata, io affermerei che la virtù non è assolutamente niente altro se non l’amore sommo di Dio. E appunto il fatto di dire che la virtù è quadripartita, lo si dice, per quanto comprendo, in considerazione della varietà delle disposizioni che lo stesso amore assume. Così queste famose quattro virtù, la cui forza voglia il cielo che sia in tutti gli animi come i loro nomi sono in tutte le bocche, non esiterei a definirle anche così: la temperanza è l’amore integro che si dà a ciò che si ama; la fortezza è l’amore che tollera tutto agevolmente per ciò che si ama; la giustizia è l’amore che serve esclusivamente ciò che si ama e che, a causa di ciò, domina con rettitudine; la prudenza è l’amore che distingue con sagacia ciò che è utile da ciò che è nocivo. Ma, come abbiamo detto, questo amore non è di chiunque, ma di Dio, cioè del bene sommo, della somma sapienza e della somma armonia. Pertanto le virtù possono essere definite anche così: la temperanza è l’amore per Dio che si conserva integro ed incorruttibile; la fortezza è l’amore per Dio che tollera tutto con facilità; la giustizia è l’amore che serve soltanto a Dio e, a causa di ciò, a buon diritto comanda ogni altra cosa che è soggetta all’uomo; la prudenza è l’amore che discerne con chiarezza ciò che aiuta ad andare a Dio da ciò che lo impedisce.

L’Antico e il Nuovo Testamento concordano nell’identificare la virtù con Dio.

16. 26. Quale modo di vivere si può dedurre da ciascuna di queste virtù lo spiegherò con poche parole, dopo che avrò confrontato, come ho promesso, le testimonianze del Nuovo Testamento, delle quali mi servo già da tempo, con quelle simili del Vecchio Testamento. È forse soltanto Paolo a dire che dobbiamo essere uniti a Dio in modo che nulla intervenga a separarci 19? Il Profeta non significa la stessa cosa nella forma più adatta e concisa, quando dice: Quanto a me, il mio bene è stare vicino a Dio 20? E, a proposito della carità, ciò che là è detto con molte parole, non è forse qui contenuto nelle sole parole stare vicino? Del pari, l’aggiunta il mio bene è non trova riscontro in quello che è stato scritto qui, cioè Tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio 21? Cosicché con una breve frase e con due parole il Profeta mostra la forza e il frutto della carità.

16. 27. E dal momento che ivi è detto: Il Figlio di Dio è la Virtù e la Sapienza di Dio 22 ed è evidente che la virtù si riferisce all’agire e la sapienza alla disciplina, ne deriva che nel Vangelo sono significate proprio queste due cose quando si dice: Tutto è stato fatto per mezzo di lui 23, poiché ciò compete all’azione e alla virtù. Inoltre, per quanto concerne la disciplina e la cognizione del vero, dice: E la vita era la luce degli uomini 24. Ora, si può avere qualcosa che si armonizzi con queste testimonianze del Nuovo Testamento meglio di ciò che nel Vecchio è detto della sapienza: Si estende da un confine all’altro con forza e dispone ogni cosa con dolcezza 25? Infatti estendersi con forza richiama principalmente la virtù, invece disporre con dolcezza richiama quasi l’arte stessa e la ragione. Ma se ciò ti pare oscuro, osserva quello che segue: E il Signore dell’universo l’ha amata; essa infatti è maestra della scienza di Dio e sceglie le sue opere 26. Si vede che qui non si tratta più dell’azione: scegliere le azioni infatti non equivale ad agire. Queste parole dunque riguardano il conoscere. Ma perché risulti completa l’idea che vogliamo dimostrare, resta da trovare l’azione dovuta alla virtù. Leggi dunque ciò che è aggiunto: Se è rispettabile la ricchezza che si desidera in vita, che cosa è più rispettabile della sapienza, la quale tutto produce? 27 Si possono proferire parole più chiare o più evidenti o anche più feconde? Se non ti è sufficiente, ascolta dell’altro che risuona allo stesso modo: La sapienza infatti insegna la sobrietà, la giustizia e la fortezza 28. La sobrietà mi pare che appartenga alla cognizione stessa del vero, cioè alla disciplina; la giustizia e la virtù all’agire e all’operare. Queste due qualità, vale a dire l’efficacia dell’agire e la sobrietà dell’intendere, che la Virtù di Dio e la Sapienza di Dio, ovvero il Figlio di Dio, dona a coloro che lo amano, non so a cosa siano da paragonare, dal momento che lo stesso Profeta immediatamente dice quanto devono essere stimate. Così si legge: La sapienza infatti insegna la sobrietà, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita 29.

16. 28. Qualcuno forse potrebbe pensare che queste parole non riguardino il Figlio di Dio. Ma che altro prova ciò che è detto: Essa manifesta la sua nobiltà in comunione di vita con Dio 30? E la nobiltà abitualmente forse significa altro da origine? E la comunione di vita non proclama ed asserisce l’eguaglianza con lo stesso Padre ? Inoltre, quando Paolo dice che Il Figlio di Dio è la Sapienza di Dio 31 e il Signore stesso: Nessuno conosce il Padre se non il Figlio Unigenito 32, il Profeta quali parole più appropriate avrebbe potuto dire di quelle con le quali ha detto: Con te è la sapienza che conosce le tue opere, che era presente quando creavi il mondo e sapeva che cosa sarebbe piaciuto ai tuoi occhi 33? Che Cristo è la verità, lo prova egli stesso quando è chiamato Splendore del Padre 34. Non c’è altro infatti intorno al sole all’infuori dello splendore che esso stesso genera. Quale testimonianza del Vecchio Testamento dunque ha potuto accordarsi con questa sentenza in modo più manifesto e più chiaro di quella con la quale è detto: La tua verità ti fa corona 35. Da ultimo, la stessa Sapienza dice nel Vangelo: Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me 36. E il profeta: Chi conosce il tuo pensiero, se tu non gli hai dato sapienza?, a cui poco dopo aggiunge: Gli uomini furono ammaestrati in ciò che ti è gradito; essi furono salvati [per mezzo della sapienza] 37.

16. 29. Paolo dice: La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 38; il profeta: Il Santo Spirito che ammaestra rifugge dalla finzione 39. Infatti laddove è la finzione non c’è la carità. Paolo dice: Noi siamo conformi all’immagine del Figlio di Dio 40; il Profeta dice: O Signore, la luce del tuo volto è stata impressa su noi 41. Paolo mostra che lo Spirito Santo è Dio, e quindi non è una creatura; il Profeta dice: E gli hai inviato lo Spirito Santo dall’alto 42. Ora Dio solo è l’altissimo rispetto al quale niente è più alto. Paolo mostra che questa Trinità è un solo Dio quando dice: A lui gloria 43. Nell’Antico Testamento è detto: Ascolta, Israele, il Signore Dio tuo è un solo Dio 44.

Appello ai Manichei: per possedere la sapienza e la verità bisogna amarle.

17. 30. Che volete di più? Perché infierite con ignoranza ed empietà? Perché tentate di corrompere con dannosi consigli le anime inesperte? Il Dio dei due Testamenti è uno solo. Come infatti concordano tra loro i passi dell’uno e dell’altro che abbiamo riportato, così anche tutti gli altri, se siete disposti ad esaminarli con attenzione e con animo sereno. Ma poiché molte cose sono dette in forma assai umile e più adatta agli spiriti che guardano alla terra perché si elevino, attraverso le cose umane, alle cose divine; poiché, inoltre, molte sono dette anche in modo figurato affinché la mente stimolata si eserciti in modo più utile nelle ricerche e gioisca maggiormente delle proprie scoperte, voi abusate di questo mirabile disegno dello Spirito Santo per ingannare i vostri uditori e per prenderli nei lacci. Perché poi la divina Provvidenza vi permetta di fare ciò e quanto si rivelino esatte le parole dell’Apostolo: È necessario che avvengano molte eresie, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi 45, sarebbe troppo lungo da chiarire e, devo dirvelo, non è da voi capire queste cose. Vi conosco ormai bene: avete menti molto grossolane, rese incapaci dal pasto esiziale delle immagini corporee di giudicare delle cose divine, le quali sono molto più alte di quanto non pensiate.

17. 31. Così, con voi si deve agire non in modo che le comprendiate fin d’ora, cosa che non è possibile, ma in maniera che desideriate comprenderle un giorno. Questa infatti è opera della semplice e pura carità di Dio, che rifulge soprattutto nei costumi, e della quale abbiamo già molto parlato. Essa, ispirata dallo Spirito Santo, conduce al Figlio, cioè alla Sapienza di Dio mediante la quale il Padre stesso si conosce. La sapienza e la verità infatti, se non sono desiderate con tutte le forze dello spirito, in nessun modo è possibile trovarle. Se invece si cercano come si conviene, esse non possono né sottrarsi né nascondersi a coloro che le amano. Da ciò quelle parole che anche voi siete soliti avere sulla bocca, le quali dicono: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto 46; Non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato 47. Con l’amore si chiede, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si svela, con l’amore infine si rimane in quello che sarà stato svelato. Da questo amore per la sapienza e da questo zelo nel cercarla non ci distoglie il Vecchio Testamento, come voi dite sempre in modo assolutamente menzognero: esso invece ci spinge a tali disposizioni d’animo con grandissimo vigore.

17. 32. Ascoltate, pertanto, una buona volta e, vi prego, considerate senza ostinazione quanto dice il profeta: Luminosa e incorruttibile è la sapienza, è vista facilmente da chi l’ama e trovata da chi la cerca. Previene, per mostrarsi loro, quanti la desiderano. Chi veglia per cercarla, non avrà da stancarsi, perché la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è saggezza perfetta: chi veglia per lei sarà presto senza affanni, perché essa medesima va in cerca di quanti ne sono degni, si mostra loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni sollecitudine. In effetti, il suo vero principio è il desiderio di istruzione. Ora il desiderio di istruzione è amore e l’amore è osservanza delle sue leggi. Ma il rispetto delle leggi è garanzia di incorruttibilità e l’incorruttibilità fa stare vicino a Dio. Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno 48. Ebbene, dunque, voi latrate ancora contro queste parole? L’essere così presentate e non ancora comprese non significa per chiunque che contengono qualcosa di sublime e di ineffabile? Voglia il cielo che possiate comprendere quanto è stato detto! Subito ripudierete tutte le assurde favole e le immagini fisiche assolutamente vane, e con grande slancio, con sincero amore e con solidissima fede vi metterete tutti in salvo nel grembo santissimo della Chiesa cattolica.

Solo nella Chiesa cattolica si può trovare la salvezza dell’anima e il cammino verso la verità di cui parlano i due Testamenti in perfetta armonia.

18. 33. Avrei potuto discutere di ciascuna cosa secondo le mie mediocri forze e cavarne fuori e dimostrare le verità che ho ricevuto, così eccelse ed elevate che per lo più mancano le parole per esprimerle; ma finché latrate non è il caso di farlo. Del resto non è stato detto invano: Non date ciò che è santo ai cani 49. Non irritatevi: anch’io ho mandato latrati e mi comportai come un cane quando mi veniva dato, e giustamente, non il cibo che istruisce, ma la sferza che confuta. Se invece voi foste animati da quella carità di cui ora appunto si tratta o se pure lo foste stati un giorno nella misura richiesta dalla grandezza della verità da conoscere, Dio sarebbe là presente per mostrarvi che la fede cristiana, che conduce alle somme vette della sapienza e della verità e nel cui godimento consiste la vita beata, non si trova tra i Manichei e in nessun altro luogo se non nella disciplina cattolica. E infatti che altro sembra desiderare l’apostolo Paolo quando dice: È per questo che io piego le ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo spirito nell’uomo interiore. Che Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, di modo che, radicati e fondati nella carità, possiate comprendere con tutti i santi quale sia l’altezza, la lunghezza, la larghezza e la profondità, e conoscere anche la carità di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio 50? Si può dire niente di più chiaro?

18. 34. Fate un po’ attenzione, vi scongiuro, e osservate come concordano i due Testamenti nel chiarire e nell’insegnare quale sia la regola di vita da tenere nei costumi e quale il fine a cui ogni cosa si debba riferire. All’amore di Dio ci incitano i Vangeli quando dicono: Chiedete, cercate, bussate 51; ci incita Paolo quando scrive: Di modo che, radicati e fondati nella carità, possiate comprendere 52; ci incita anche il Profeta quando dice che la sapienza può essere conosciuta facilmente da coloro che la amano, la cercano, la desiderano, vegliano per essa, la pensano, ne hanno cura. La salvezza dell’anima e il cammino della felicità ci sono mostrati dalle due Scritture in perfetta armonia, eppure voi preferite accanirvi contro di esse piuttosto che obbedire loro. Dirò in breve ciò che penso: ascoltate i dottori della Chiesa cattolica con quella stessa serenità d’animo e con quello stesso zelo con cui io ho ascoltato voi; non occorreranno i nove anni durante i quali vi prendeste gioco di me : in molto meno, in un tempo molto più breve vi accorgerete di quale distanza c’è tra la verità e la vanità.

Le quattro virtù cardinali: 1. La temperanza:

19. 35. Ma è tempo di ritornare alle quattro virtù e di trarre e cavare da ciascuna una regola di vita. Pertanto prima esaminiamo la temperanza, la quale assicura una certa integrità e incorruttibilità dell’amore che ci unisce a Dio. È suo compito infatti reprimere e placare le passioni che ci fanno bramare tutto ciò che ci distoglie dalle leggi di Dio e dai frutti della sua bontà, cioè, per spiegarmi in breve, dalla vita beata. Là appunto è la sede della verità: godendo della sua contemplazione e unendoci strettamente ad essa, siamo certamente felici; coloro invece che se ne allontanano, si ravvolgono in grandi errori ed afflizioni. Infatti, come dice l’Apostolo, la cupidigia è la radice di tutti i mali; seguendola, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori 53. Questo peccato dell’anima è significato nell’Antico Testamento, in modo abbastanza chiaro per chi bene lo intende, con la prevaricazione dell’uomo stesso che abitava il paradiso. Infatti, come dice il medesimo Apostolo: In Adamo tutti moriamo e in Cristo tutti risorgeremo 54. O profondi misteri! Ma io mi arresto, poiché per ora non ho preso ad insegnarvi le cose rette ma a dissuadervi dalle cattive, se vi riuscirò, cioè se Dio asseconderà il mio proposito nei vostri confronti.

19. 36. Paolo dunque dice che la radice di tutti i mali è la cupidigia, a causa della quale, come l’Antica Legge significa, anche il primo uomo è caduto. Ci ammonisce a " spogliarci dell’uomo vecchio e a rivestirci del nuovo " 55. Per l’uomo vecchio vuole che si intenda Adamo, che ha peccato; per l’uomo nuovo quello che il Figlio di Dio ha assunto in un sacro mistero per la nostra liberazione. Dice infatti in un altro passo: Il primo uomo tratto dalla terra è di terra; il secondo uomo che viene dal cielo è celeste. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste 56. Questo vuol dire: spogliate il vecchio e rivestite il nuovo. Tutto l’ufficio della temperanza dunque è di spogliarci dell’uomo vecchio e di rinnovarci in Dio, ossia di disprezzare tutte le lusinghe del corpo e gli onori del mondo, rivolgendo tutto l’amore alle cose invisibili e divine. Ne segue ciò che è detto in modo mirabile: Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno 57. Ascoltate anche il canto del Profeta: Crea in me, o Dio, un cuore puro e rinnova nella mie viscere uno spirito retto 58. Quale contestazione è possibile contro tale armonia, se non da parte di ciechi latratori?

a) prescrive di reprimere le seduzioni del mondo e di disprezzare le realtà sensibili;

20. 37. Le lusinghe del corpo sono riposte in tutte le cose con le quali il senso corporeo viene in contatto; è per questo che da molti sono chiamate anche sensibili. Tra di esse eccelle soprattutto questa luce a tutti nota, perché fra i nostri stessi sensi, dei quali l’anima si serve mediante il corpo, nessuno è preferibile agli occhi. Per questo nelle Sacre Scritture tutte le cose che cadono sotto i sensi sono significate con il nome di visibili. Così allora nel Nuovo Testamento ce ne è vietato l’amore: Perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne 59. Da ciò si può capire quanto siano lontani dal Cristianesimo coloro che pensano che il sole e la luna non solo devono essere amati, ma anche adorati. Che vediamo, infatti, se non vediamo il sole e la luna? Ora, ci è ingiunto di non rivolgerci alle cose che si vedono, le quali pertanto non devono essere neppure amate da colui che pensa di offrire a Dio un amore incontaminato. Senonché sarà un altro il luogo in cui tratterò di queste cose con più cura; per il momento infatti ho stabilito di non parlare della fede, ma della vita mediante la quale meritiamo di sapere ciò che crediamo. Dio solo dunque dobbiamo amare, mentre dobbiamo disprezzare tutto questo mondo, cioè tutte le cose sensibili, servendocene soltanto per le necessità di questa vita.

b) ordina di rifuggire dalla gloria mondana e dalla curiosità.

21. 38. La gloria mondana così è rifiutata e disprezzata nel Nuovo Testamento: Se volessi piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo 60. C’è ancora dell’altro che l’anima concepisce a proposito dei corpi per effetto di certe immagini e che chiama scienza delle cose. Per questo giustamente ci è proibito di essere curiosi, e in tale attività risiede il grande ufficio della temperanza. Di qui l’avvertimento: Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia. E poiché il nome stesso di filosofia, a ben considerare, significa una cosa grande e degna di essere desiderata con tutta l’anima, se è vero che la filosofia è l’amore e la ricerca della sapienza, l’Apostolo, per non sembrare che ci distogliesse dall’amore per la sapienza, molto avvedutamente aggiunge e secondo gli elementi di questo mondo 61. Vi sono infatti certuni che, abbandonate le virtù e senza sapere chi è Dio e quanto grande è la maestà della sua natura eternamente immutabile, pensano di compiere qualcosa di grande se investigano con la massima curiosità e attenzione tutta questa massa corporea che chiamiamo mondo. Da qui nasce anche tanta superbia che sembra loro di risiedere nello stesso cielo, del quale spesso disputano. Che l’anima dunque, se si è proposta di conservarsi casta per Dio, si trattenga dalla cupidigia di questa vana conoscenza. Da tale amore, infatti, è per lo più sedotta in modo da pensare o che non c’è niente al di fuori del corpo o, se pure convinta dall’autorità, da ammettere che c’è qualcosa di incorporeo, tuttavia rappresentabile unicamente mediante immagini corporee, credendo che sia tal quale gli viene imposto dal senso ingannatore del corpo. A questo scopo risponde anche la raccomandazione di guardarsi dalle immagini.

21. 39. A questa autorità del Nuovo Testamento che ci ordina di non amare niente di questo mondo 62, dunque, si accorda in modo particolare quella frase che dice: Non conformatevi a questo mondo 63. Nello stesso tempo perciò si deve dimostrare che ciascuno si conforma a ciò che ama. Se ora cerco quale testimonianza dell’Antico Testamento si può paragonare a questa autorità, invero ne trovo parecchie. Ma un solo libro di Salomone, quello detto Ecclesiaste, ci conduce con abbondanti argomenti al massimo disprezzo per tutte queste cose. Infatti comincia così: Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? 64. Se si considerano, si vagliano e si meditano queste parole, se ne trovano molte sommamente necessarie a coloro che desiderano fuggire questo mondo e rifugiarsi in Dio. Ma la cosa sarebbe troppo lunga ed è urgente che il discorso si diriga in altra direzione. Tuttavia, stabilito tale principio, ne fa seguire tutte le implicazioni, e cioè che sono vani tutti coloro che si lasciano ingannare dalle cose di questo genere. Chiama vanità le cose stesse da cui essi sono ingannati, non perché non siano state create da Dio, ma perché gli uomini, a causa dei loro peccati, vogliono sottostare a tali cose, le quali invece, in virtù della legge divina, sono soggette a loro se operano rettamente. Che altro infatti è lasciarsi illudere ed ingannare dai falsi beni se non stimare degne di ammirazione e di amore le cose inferiori a te stesso? Nelle cose di questo genere, caduche e passeggere, l’uomo temperante dunque ha una regola di vita fondata sull’uno e sull’altro Testamento: che non ami niente di esse, niente reputi desiderabile per se stesso, ma ne usi, in rapporto a quanto occorre per la necessità di questa vita e dei suoi uffici, con la moderazione di uno che se ne serve, non con la disposizione di uno che l’ama. Questo sia detto sulla temperanza: per l’importanza del soggetto è poco; tuttavia, per l’intento che mi sono proposto, forse più lungo di quanto fosse necessario.

2. La fortezza.

22. 40. Circa la fortezza invero non occorre dire molto. Infatti quell’amore del quale parliamo, e che deve essere infiammato per Dio di tutto l’ardore della santità, è chiamato temperante in quanto non brama queste cose, forte in quanto le abbandona. Ma di tutte le cose che si possiedono in questa vita il corpo è per l’uomo la catena più pesante, secondo le giustissime leggi di Dio, a causa dell’antico peccato, del quale nulla è più noto per parlarne, nulla più segreto per comprenderlo. Questo vincolo, dunque, per non essere scosso e messo in pericolo, turba l’anima con il terrore della fatica e del dolore e, per non essere travolto e annientato, la turba con il terrore della morte. Essa in effetti lo ama per la forza dell’abitudine, senza comprendere che, se lo usa bene e in modo intelligente, lo sottometterà al suo dominio senza alcuna molestia quando la potenza e la legge divina l’avranno resuscitato e rinnovato. Ma dopo che con questo amore si sarà convertita interamente a Dio e avrà conosciute queste cose, non solo non disprezzerà la morte, ma addirittura la desidererà.

22. 41. Rimane l’aspro combattimento con il dolore. Niente tuttavia è così duro e così resistente da non essere vinto dal fuoco dell’amore. Quando, per merito suo, l’anima sarà rapita in Dio, essa volerà libera e degna di ammirazione sopra tutti i tormenti con ali bellissime e purissime, sulle quali l’amore casto si sostiene per abbracciare Dio. A meno che Dio non permetta che quanti amano l’oro, quanti amano la lode, quanti amano le donne siano più forti di coloro che amano lui; poiché, in tal caso, esso non si chiamerebbe amore, ma più propriamente cupidigia o libidine. In questa ultima nondimeno appare manifesto quanto sia grande l’impeto dello spirito che tende verso le cose che ama con una corsa instancabile e tra le più grandi difficoltà. E il fatto che essi sopportino tanti tormenti per abbandonare Dio, è per noi argomento per dimostrare quanti tormenti bisogna sopportare per non abbandonarlo.

Consigli ed esempi di fortezza tratti dalle Sacre Scritture.

23. 42. A che serve dunque raccogliere qui i testi autorevoli del Nuovo Testamento, dove è detto: La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, la virtù provata la speranza? 65. E ciò non è solo detto, ma anche provato e confermato dagli esempi di coloro che l’hanno detto. Prenderò un esempio di pazienza dal Vecchio Testamento, contro il quale essi si avventano rabbiosamente. Non ricorderò quell’uomo che, pur nei fieri tormenti del corpo e nell’orribile disfacimento delle membra, non solo sopporta i mali umani, ma disserta anche sulle cose divine. Ogni sua parola palesa a sufficienza, se vi si presta attenzione con cuore sereno, quanto poco siano da stimare le cose dalle quali, quando gli uomini le vogliono possedere per dominarle, sono piuttosto dominati per cupidigia e così diventano schiavi delle cose caduche nel momento in cui desiderano maldestramente esserne i padroni 66. Quell’uomo, infatti, perdette tutte le sue ricchezze e, divenuto repentinamente poverissimo, tenne il suo animo così saldo e fisso in Dio da mostrare a sufficienza che non le ricchezze erano state gran cosa in rapporto a lui, ma lui in rapporto ad esse, Dio in rapporto a lui. E se gli uomini del nostro tempo avessero tale disposizione, il Nuovo Testamento non ci vieterebbe con tanto vigore il possesso delle ricchezze perché potessimo essere perfetti; infatti è molto più degno di ammirazione non attaccarsi ad esse quando si possiedono, che quando non si possiedono affatto.

23. 43. Ma poiché ora si tratta della disposizione adatta a sopportare il dolore e i tormenti del corpo, tralascio quest’uomo, per quanto grande, per quanto invincibile, ma pur sempre uomo. Le Scritture infatti mi offrono l’esempio di una donna di stupenda fortezza e mi spingono ormai a passare ad essa. Questa donna, piuttosto che dire una sola parola sacrilega, offrì al tiranno e al giustiziere, con i sette figli, tutte le sue viscere: confortando i figli, nelle cui membra era lei stessa torturata, non ricusava tuttavia di sopportare da parte sua, per proprio dovere, quanto aveva insegnato loro a sopportare 67. A tanta pazienza, chiedo, che cosa si può aggiungere? Che c’è di straordinario allora se l’amore di Dio, accolto fin nel profondo delle midolla, resisteva al tiranno e al giustiziere, al dolore e al corpo, al sesso e all’affetto? Non aveva ella udito: Preziosa al cospetto del Signore è la morte dei santi 68? Non aveva udito: L’uomo paziente è migliore dell’uomo valoroso 69? Non aveva udito: Accetta quanto ti capita, sii forte nel dolore e nella tua umiltà abbi pazienza, perché è con il fuoco che si prova l’oro e l’argento 70? Non aveva udito: La fornace prova gli oggetti del vasaio, l’esperienza della tribolazione prova gli uomini giusti 71? In verità queste e tante altre ne aveva udite e quei divini precetti sulla fortezza scritti dal solo Spirito Santo di Dio in questi libri del Nuovo Testamento come in quelli del Vecchio, gli unici allora esistenti.

3. La giustizia. 4. La prudenza.

24. 44. Che dire della giustizia che riguarda Dio? Forse che le parole con le quali il Signore dice: Non potete servire a due padroni 72 e quelle con cui l’Apostolo riprende coloro che servono la creatura piuttosto che il Creatore 73, non furono scritte già prima nel Vecchio Testamento, dove è detto: Adorerai il Signore Dio tuo e lui solo servirai 74? Ma che bisogno c’è d’ora in poi di portare altre testimonianze, dal momento che le Scritture ne sono piene? All’uomo che ama Dio e del quale parliamo, dunque, la giustizia prescriverà questa regola di vita: che serva con la massima disponibilità Dio che egli ama, cioè il bene sommo, la somma saggezza, la somma pace. Quanto a tutte le altre cose, governi quelle che gli sono soggette e abbia l’ardire di assoggettare le altre. Questa norma di vita, come abbiamo mostrato, è confermata dall’autorità dei due Testamenti.

24. 45. Neppure intorno alla prudenza, alla quale appartiene il discernimento delle cose da desiderare e di quelle da evitare, è il caso di dissertare più a lungo. Se essa manca, nessuna delle cose dette si può realizzare. Spetta ad essa stare in guardia e vigilare diligentemente affinché non siamo ingannati dall’insinuarsi di soppiatto di un cattivo consiglio. Per questo il Signore grida spesso: Vegliate 75 e dice: Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre 76 e ancora: Non sapete che un po’ di lievito fermenta tutta la massa? 77. Quanto poi all’Antico Testamento, che cosa si può trovare di più chiaro contro questo sonno dell’uomo, a causa del quale quasi non avvertiamo il male distruttore che si insinua di soppiatto in noi, che il detto del Profeta: Chi disprezza le piccole cose cadrà presto in rovina 78. Su questa sentenza, se fosse utile a coloro che hanno fretta, parlerei abbondantemente e, se lo richiedesse l’ufficio che ho ora assunto, forse dimostrerei quanto sono profondi questi misteri, deridendo i quali, certi uomini veramente ignoranti e sacrileghi non si può dire che ormai cadono a poco a poco in un’immensa rovina, ma che vi si precipitano.

Le quattro virtù cardinali sono ordinate all’amore di Dio.

25. 46. A che scopo trattare ancora dei costumi? Se infatti Dio è il bene sommo dell’uomo, e voi non potete negarlo, se ne deduce di certo che, poiché desiderare il bene sommo è vivere bene, il vivere bene non è niente altro che amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Da qui scaturisce che questo amore in lui si conservi intatto ed integro, ciò che è proprio della temperanza, e che non si abbatta per nessuna avversità, ciò che è proprio della fortezza; che non serva a nessun altro, ciò che è proprio della giustizia; che vigili nel discernimento delle cose affinché né la fallacia né l’inganno si insinui di soppiatto, ciò che è proprio della prudenza. Questa è l’unica perfezione dell’uomo, con la quale soltanto egli ottiene di godere della pura verità; questa cantano ad una voce i due Testamenti, questa ci raccomandano l’uno e l’altro. A che scopo accusate ancora le Scritture, che non conoscete? Ignorate con quanta incompetenza ve la prendete con Libri che criticano soltanto quelli che non li comprendono e che non possono comprendere solo quelli che li criticano? Poiché essi sono tali che a nessuno che li odia è consentito di conoscerli e chi li conosce non può che amarli.

Ricompensa dell’amore di Dio sono la vita eterna e la conoscenza della verità.

25. 47. Pertanto chiunque di noi si è proposto di pervenire alla vita eterna, ami Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. La vita eterna infatti è tutta la ricompensa di cui ora godiamo la promessa. E la ricompensa non può né precedere i meriti, né essere data all’uomo prima che ne sia degno. In effetti, che cosa più ingiusta di ciò e che cosa più giusta di Dio? Dunque non dobbiamo chiedere la ricompensa prima di meritare di riceverla. Qui forse si domanda a buon diritto che cosa è la vita eterna in se stessa. Ebbene ascoltiamo colui che la dona; egli dice: Questa è la vita eterna: che conoscano te, vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo 79. La vita eterna dunque è la stessa conoscenza della verità. Perciò vedete quanto sono perversi e fuori da ogni ordine coloro che ritengono di trasmetterci la conoscenza di Dio per renderci perfetti, quando è proprio essa la ricompensa dei perfetti. Che cosa dunque si deve fare, che cosa, io domando, se non amare prima con piena carità quello stesso che desideriamo conoscere ? Da ciò segue il principio che ci siamo sforzati di stabilire fin dall’inizio, vale a dire che non c’è nulla di più salutare nella Chiesa cattolica del primato dell’autorità sulla ragione.

L’amore verso se stesso e verso il prossimo.

26. 48. Ma esaminiamo il resto, poiché sembra che non sia stata affrontata per nulla la questione dell’uomo stesso, cioè di colui che ama. Tuttavia chi pensa così non ha capito abbastanza chiaramente. È impossibile infatti che chi ama Dio non ami se stesso; anzi sa amarsi solo chi ama Dio. Appunto, ama se stesso a sufficienza chi pone ogni cura per godere del bene sommo e vero. E se questo bene non è altro che Dio, come le cose dette hanno insegnato, chi può dubitare che non ami se stesso colui che ama Dio? Che cosa? Tra gli uomini stessi non deve esistere alcun vincolo d’amore? Si, deve esistere anzi in modo da credere che non ci può essere nessun grado più certo, per elevarsi verso l’amore di Dio, della carità dell’uomo nei riguardi dell’uomo.

26. 49. Il Signore stesso dunque, che fu interrogato sui precetti di vita, ce ne dia un secondo. Conoscendo egli che altro è Dio e altro l’uomo e che tra loro vi è tanta distanza quanta ce n’è tra il Creatore e la creatura fatta ad immagine del Creatore, non si accontentò infatti di uno solo. Dice appunto il suo secondo precetto: Amerai il prossimo tuo come te stesso 80. Ora tu ami te stesso utilmente, se ami Dio più di te. Ciò che dunque tu fai con te, bisogna che lo faccia con il prossimo, e questo perché anch’egli ami Dio con un amore perfetto. In effetti, non lo ami come te stesso, se non t’adoperi per condurlo a quel bene al quale tu stesso tendi, poiché è il solo bene che, per quanti vi tendano insieme a te, non soffre diminuzione. Da questo precetto nascono i doveri nei confronti della comunità umana, nei quali è difficile non errare. Prima di tutto però dobbiamo agire in modo da essere benevoli, cioè dobbiamo astenerci da ogni malvagità, da ogni inganno nei confronti dell’uomo. Chi infatti è più prossimo all’uomo dell’uomo stesso ?

26. 50. Senti anche ciò che dice Paolo: L’amore non fa nessun male al prossimo 81. Mi servo di testimonianze molto brevi, ma, se non mi inganno, idonee e soddisfacenti per il mio caso. Chi ignora infatti quante parole e di quale autorità ci sono in quei libri, sparse per ogni dove, sulla carità verso il prossimo? Ma poiché contro l’uomo si pecca in due maniere, nell’una quando gli si fa torto, nell’altra quando non lo si aiuta, pur potendolo fare, e siccome sono le stesse maniere per le quali gli uomini sono giudicati cattivi, in quanto nessuna delle due è usata da chi ama, ciò che intendiamo dire lo dimostra a sufficienza questa sentenza: L’amore non fa nessun male al prossimo 82. E se non possiamo pervenire al bene che desistendo dall’operare il male, questi atti con i quali amiamo il prossimo sono come l’infanzia dell’amore di Dio. Di modo che, siccome l’amore non fa nessun male al prossimo, da qui eleviamoci a ciò che è stato detto: Sappiamo che tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio 83.

26. 51. Ma non so se questi due amori arrivano insieme alla pienezza della perfezione oppure se è l’amore di Dio a cominciare e l’amore del prossimo a pervenirvi per primo. Infatti, per cominciare forse è la carità divina che ci attira più presto a sé, e noi, d’altra parte, raggiungiamo la perfezione più facilmente nelle cose minori. Comunque sia, bisogna tener conto soprattutto di ciò: che nessuno si illuda di pervenire alla beatitudine e a Dio che ama, senza curarsi del prossimo 84. E voglia il cielo che, come è facile per l’uomo bene educato e benevolo amare il prossimo, così gli sia facile consigliarlo e non nuocergli in niente. A tale scopo, infatti, non è sufficiente la buona volontà, ma occorrono molto raziocinio e molta prudenza, qualità questa che nessuno può adoperare se non l’ha ricevuta da Dio, fonte di ogni bene. Di tale argomento, invero assai difficile, per quanto io stimo, tenteremo di dire alcune parole in rapporto all’opera intrapresa, riponendo tutta la speranza in Colui che è l’unico autore di questi doni.

Medicina: beneficio verso il corpo.

27. 52. L’uomo dunque, come appare all’uomo, è un’anima razionale che si serve di un corpo mortale e terreno. Quindi chi ama il prossimo, fa del bene in parte al corpo dell’uomo, in parte alla sua anima. Il beneficio che riguarda il corpo si chiama medicina, quello invece che riguarda l’anima disciplina. Senonché qui chiamo medicina tutto ciò che protegge il corpo o ne ristabilisce la salute. Ad essa pertanto appartengono non solo le cose che procura l’arte di coloro che sono chiamati propriamente medici, ma anche cibi e bevande, vestiti e abitazioni, infine ogni difesa e riparo a cui il nostro corpo ricorre anche contro i colpi esterni e le sventure. Infatti la fame e la sete, il freddo e il caldo e tutto ciò che dall’esterno ci colpisce gravemente, non consentono di conservare la salute della quale ora si tratta.

27. 53. Per questo coloro che, per dovere e per umanità, forniscono i mezzi per resistere ai mali e alle contrarietà di questo genere, vengono chiamati misericordiosi, anche se sono così saggi da non provare più alcun dolore dell’animo. Chi non sa infatti che la misericordia è chiamata tale dal fatto che rende sensibile alla miseria il cuore di colui che prova dolore per il male altrui? E chi non concede che il saggio deve essere libero da ogni miseria quando viene in aiuto del povero, quando dà il cibo all’affamato e da bere all’assetato, quando riveste l’ignudo, quando accoglie nella sua casa il pellegrino, quando libera l’oppresso, quando infine spinge la sua umanità fino a dare sepoltura ai morti? Quantunque faccia ciò con spirito sereno, non stimolato dagli aculei del dolore, ma mosso dal dovere della bontà, tuttavia dovrà essere chiamato misericordioso. A lui non nuoce per nulla questo nome, poiché egli è esente dalla miseria.

27. 54. Gli stolti in verità, ogni qualvolta sfuggono la misericordia quasi fosse un vizio, poiché non possono essere mossi a sufficienza dal dovere se non sono scossi nello stesso tempo dal turbamento dell’animo, si irrigidiscono nella freddezza di cuore piuttosto che rasserenarsi nella tranquillità della ragione. Pertanto con molta più prudenza si dice anche che Dio stesso è misericordioso 85: come poi lo si dica spetta comprenderlo a coloro che se ne sono resi capaci con la pietà e con lo studio, affinché non avvenga che, utilizzando a sproposito le parole dei dotti, facciamo indurire l’animo degli indotti col non praticare la misericordia, prima di farlo intenerire con il bramare la bontà. E come la misericordia ci comanda di rimuovere dall’uomo tali pregiudizi, così l’innocenza ci vieta di farvelo incorrere.

Disciplina: beneficio verso l’anima. Comprende la repressione e l’istruzione.

28. 55. Per quanto attiene poi alla disciplina, per mezzo della quale nell’animo stesso s’instaura la salute in assenza della quale la salute del corpo non vale niente per scacciare le miserie, la questione è difficilissima. Nel corpo, dicevamo, una cosa è curare malattie e ferite (che pochi uomini possono far bene), un’altra invece calmare la fame e la sete e tutti gli altri bisogni, a proposito dei quali si concede generalmente e dappertutto che l’uomo venga in aiuto dell’uomo. Così è dell’anima nella quale esistono bisogni che non richiedono affatto un’eccellenza e una rara maestria, come è il caso in cui, per esempio, esortiamo ed ammoniamo a dare ai bisognosi quei soccorsi che, abbiamo detto, è un dovere dare al corpo. Quando infatti facciamo queste cose, veniamo in aiuto del corpo; quando invece insegniamo a farle, veniamo in aiuto dell’anima mediante la disciplina. Tuttavia esistono altri casi nei quali le molte e varie malattie dell’anima si guariscono con un rimedio grande e del tutto indicibile. E se non fosse Dio a mandare questa medicina ai popoli, non rimarrebbe speranza alcuna di salvezza, tanto smodata è la progressione di coloro che peccano. Pertanto, se si ricerca più in alto l’origine delle cose, si trova che anche la salute del corpo da niente altro è potuta venire agli uomini, se non da Dio, al quale bisogna attribuire lo stato e la prosperità di tutte le cose.

28. 56. Tuttavia questa disciplina, della quale ora trattiamo e che è la medicina dell’anima, per quanto ci è dato di ricavare dalle stesse divine Scritture, si divide in due parti: la repressione e l’istruzione. La repressione si ottiene con il timore, l’istruzione con l’amore, con quell’amore, dico, verso la persona a cui si viene in aiuto mediante la disciplina. Infatti chi viene in aiuto né reprime né istruisce se non ama. Dio stesso, dalla cui bontà e clemenza scaturisce che noi siamo pur qualcosa, ha fatto risiedere nella repressione e nell’amore la regola della disciplina che ci ha dato nei due Testamenti, il Vecchio e il Nuovo. Sebbene infatti siano entrambi in tutti e due, tuttavia il timore prevale nel Vecchio, l’amore nel Nuovo: nell’uno gli Apostoli predicano la servitù, nell’altro la libertà. Sull’ordine mirabile e sulla divina armonia di questi Testamenti ci sarebbe moltissimo da dire e molti uomini di pietà e dottrina lo hanno fatto. Un tale soggetto richiede molti libri perché possa essere spiegato e reso manifesto come merita, per quanto si può da parte dell’uomo. Chi dunque ama il prossimo, fa quanto può perché sia sano nel corpo e nell’anima; ma la cura del corpo deve essere riportata alla salute dell’anima. Per quanto attiene allo spirito, perciò, egli procede secondo questa successione: fa sì che prima tema Dio, poi lo ami. Sono questi gli ottimi costumi mediante i quali proviene a noi anche la conoscenza della verità, verso la quale ci porta tutto l’ardore dei nostri desideri.

La legge della carità: amare Dio e il prossimo.

28. 57. E nel fatto che bisogna amare Dio e il prossimo, concordiamo io e i Manichei. Essi però negano che ciò sia contenuto nel Vecchio Testamento. A questo proposito quanto sbaglino appare abbastanza manifesto, come io credo, da quelle testimonianze che più sopra abbiamo prodotto dell’una e dell’altra Scrittura. Tuttavia, per dire qualcosa di breve ma a cui è semplicemente folle opporsi, non si accorgono quanto sia assolutamente impudente da parte loro negare che questi stessi due precetti, che sono costretti a lodare, siano stati riportati dal Signore nel Vangelo traendoli dall’Antico Testamento, dove sta scritto: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente 86 o ancora: Amerai il prossimo tuo come te stesso 87? O, se non osano negare queste cose, perché sono incalzati dalla luce della verità, che osino negare l’utilità di questi precetti; neghino, se possono, che in essi sono racchiusi ottimi costumi e dicano che non è necessario amare Dio, che non è necessario amare il prossimo, che non tutto concorre al bene di coloro che amano Dio 88, che l’amore può fare del male al prossimo 89: precetti, questi due, che regolano la vita umana nel modo più salutare e perfetto. E se dicono queste cose, essi non hanno più nulla in comune non solo con i cristiani, ma neppure con gli uomini. Se invece non osano dirle, e sono costretti ad ammettere che questi precetti sono divini, perché non smettono di lacerare e di riprovare con sacrilega empietà quei libri che li riportano?

28. 58. Diranno forse che non ne consegue che tutte le cose siano buone laddove abbiamo potuto trovare questi precetti? In effetti è proprio questo che sogliono dire. Che rispondere a questa tergiversazione e come replicare io non vedo facile. Dovrò forse discutere ciascuna parola dell’Antico Testamento per dimostrare ad uomini ostinati e ignoranti che esse sono in totale accordo con il Vangelo? Ma quando questo sarà possibile? Quando io ne sarò capace o essi lo tollereranno? Che farò io dunque? Abbandonerò la causa e permetterò che si trincerino dietro ad una opinione per quanto riprovevole e falsa, tuttavia difficile da confutare? Non lo farò; Dio stesso, a cui questi precetti appartengono, mi assisterà e non permetterà che io rimanga senza risorse e da solo in mezzo a così grandi angustie.

L’autorità delle Sacre Scritture.

29. 59. Prestate pertanto attenzione, o Manichei, se per caso quella superstizione vi trattiene in modo che alla fine ne possiate venir fuori. Prestate attenzione, dico, senza ostinazione, senza proposito di resistere, perché altrimenti è molto dannoso per voi giudicare. Sicuramente, infatti, nessuno ne dubita e voi non siete così nemici del vero da non comprendere che, se amare Dio e il prossimo è cosa buona - e che nessuno può negare -, niente di ciò che è legato a questi due precetti può essere a buon diritto riprovato. Ora, sarebbe ridicolo se pensassi di richiedere a me che cosa vi è legato; ascolta Cristo stesso, ascolta, dico, Cristo, ascolta la sapienza di Dio: Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti 90.

29. 60. Che cosa può replicare a questo passo una impudentissima ostinazione? Che Cristo non l’avrebbe detto? Ma queste sue parole sono scritte nel Vangelo. Che si tratterebbe di un testo falso? Ma che cosa si può immaginare di più empio di questo sacrilegio? Che cosa di più impudente di queste parole? Che cosa di più temerario ? Che cosa di più perverso? Gli idolatri, che di Cristo odiano perfino il nome, mai hanno osato lanciare simile accusa contro le Scritture. Se infatti ciò che trova forza nella religiosità di tanti popoli e conferma in tanto consenso di uomini e di tempi è messo in dubbio, al punto di non poter ottenere la fiducia e la considerazione neppure di una storia ordinaria, ne consegue il totale sconvolgimento di tutte le lettere e la soppressione di tutti i libri tramandati alla posterità. Infine, quale passo delle Scritture potrete produrre, qualora, se lo produceste contro le mie argomentazioni e il mio intento, non mi sia consentito di utilizzare questa voce per replicare?

29. 61. In verità chi può tollerare che ci sia vietato di prestare fede a Libri molto conosciuti e già nelle mani di tutti, e ci sia ordinato di prestarla a libri che essi stessi producono? Se c’è motivo di dubitare di una scrittura, di quale altra lo si deve fare se non di quella che non ha meritato di essere divulgata o che poté dire soltanto falsità sotto un altro nome? Se tu la poni davanti con forza e induci a crederle esagerandone l’autorità, di quella che in maniera costante vedo molto ampiamente diffusa e sostenuta dalla testimonianza di Chiese disperse per tutta la terra, io, misero, dubiterò e, cosa ancora più misera, ne dubiterò per opera tua? Se tu producessi altri esemplari, io dovrei tenere conto soltanto di quelli che godono del consenso dei più. Poiché ora non hai niente altro da produrre all’infuori di una parola del tutto vana e gonfia di temerità, penserai che il genere umano è fino a tal punto perverso e così abbandonato dall’aiuto della divina Provvidenza da anteporre a quelle Scritture non altre da te prodotte, che le confutano, ma soltanto le tue parole? Tu infatti hai il dovere di produrre un altro codice che contenga le medesime cose, ma tuttavia integro e più vero, dove manchino soltanto i passi che, secondo la tua accusa, sono stati interpolati. Come, per esempio, se tu sostieni che l’epistola di Paolo ai Romani è stata falsificata, ne produci un’altra non falsificata o, piuttosto, un altro codice dove comparirebbe la medesima epistola del medesimo Apostolo scritta in modo integrale e senza interpolazioni. Non lo farò, tu dici, perché non sia sospettato di averla contraffatta; e questo infatti siete soliti dire, e dite il vero, perché, se tu lo facessi, niente altro affatto sospetteranno anche uomini dotati di poco senno. Tu stesso dunque vedi quale giudizio avresti dato della tua autorità, e comprendi quale obbligo abbiamo di credere alle tue parole contro quelle Scritture, se è una grande temerità credere ad un codice per il solo motivo che è prodotto da te.

La Chiesa cattolica maestra di sapienza e di umanità.

30. 62. Occorre dire altro su questo argomento? Chi non vede che coloro che osano parlare così contro le Scritture cristiane, pur non essendo ciò che si sospetta, tuttavia di certo non sono cristiani? Ai cristiani infatti è stata data questa regola di vita, che amiamo il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto lo spirito 91, quindi il nostro prossimo come noi stessi 92: infatti da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti 93. Giustamente tu, Chiesa cattolica, verissima madre dei cristiani, raccomandi di onorare con assoluta carità e purezza Dio stesso, il cui possesso costituisce la vita beata, senza proporci alcuna creatura da adorare e da servire. Escludi da quella incorrotta e inviolabile eternità, alla quale soltanto l’uomo deve sottomettersi e alla quale soltanto l’anima razionale deve unirsi per non essere miserabile, tutto ciò che è stato creato, che soggiace a cambiamento, che è sottoposto al tempo. Non confondi quello che l’eternità, quello che la verità, quello infine che la pace distingue e non separi più ciò che una sola maestà congiunge. Abbracci anche l’amore e la carità del prossimo così che presso di te abbondano i rimedi contro le varie malattie di cui soffrono le anime per i loro peccati.

30. 63. Tu istruisci ed educhi i fanciulli nell’ingenuità, i giovani nella forza, i vecchi nella serenità, secondo quanto richiede non soltanto l’età fisica di ciascuno, ma anche quella spirituale. Sottometti le mogli ai loro mariti in una obbedienza casta e fedele, non per soddisfare la libidine, ma per propagare la prole, formando una società fondata sulla famiglia. Anteponi i mariti alle mogli, non per prenderti gioco del sesso più debole, ma secondo le leggi dell’amore sincero 94. Sottometti i figli ai genitori in una sorta di libera servitù e anteponi i genitori ai figli in un dominio che ha del religioso. Unisci i fratelli ai fratelli con il legame della religione, più saldo e più intimo di quello del sangue. Con una reciproca carità congiungi i consanguinei e gli affini, mantenendo i vincoli stabiliti o dalla natura o dalla volontà. Insegni ai servi ad essere devoti ai padroni non tanto per la necessità della loro condizione, quanto per il piacere del dovere. Per ossequio a Dio sovrano, Signore di tutti, rendi i padroni clementi nei confronti dei servi e più propensi a dare un aiuto che a punire. Unisci i cittadini ai cittadini, le nazioni alle nazioni e tutti gli uomini nel ricordo della loro comune origine, non solo per costituire un’unica società, ma quasi per dar luogo ad un’unica famiglia. Insegni ai re a vegliare sui loro popoli, ammonisci i popoli a sottostare ai loro re. Insegni con cura a chi spetta l’onore, a chi l’affetto, a chi la riverenza, a chi il timore, a chi il conforto, a chi l’ammonizione, a chi l’esortazione, a chi la disciplina, a chi il rimprovero, a chi la punizione, mostrando come non a tutti si deve tutto, mentre a tutti si deve la carità e a nessuno l’ingiustizia.

30. 64. E una volta che questo amore umano avrà nutrito e rafforzato lo spirito e questo, attaccato alle tue mammelle, sarà stato messo in grado di seguire Dio; una volta che la divina maestà avrà incominciato a manifestarsi quanto è sufficiente all’uomo finché soggiorna su questa terra, allora si desterà un tale ardore di carità e si leverà un così grande incendio d’amore divino che, distrutto ogni vizio, purificato e santificato l’uomo, mostrerà abbastanza chiaramente quanto siano degne di Dio le affermazioni: Io sono un fuoco che consuma e Sono venuto a portare il fuoco sulla terra 95. Queste due espressioni dell’unico Dio, suggellate nei due Testamenti, annunciano, con una concorde attestazione, la santificazione dell’anima, perché si attui finalmente ciò che parimenti nel Nuovo è stato accolto dell’Antico: La morte è stata assorbita nella vittoria. Dove è, o morte, il tuo pungiglione? Dove è, o morte, la tua forza? 96. Se gli eretici riuscissero a comprendere questo soltanto, in piena umiltà e pace perfetta, non adorerebbero Dio in nessun’altra parte se non presso di te e nel tuo grembo. Giustamente presso di te si conservano dappertutto i precetti divini. Giustamente presso di te si comprende quanto sia più grave peccare conoscendo la legge che ignorandola. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge 97, con la quale può colpire più duramente e distruggere la coscienza del precetto violato. Giustamente presso di te si vede quanto siano vane le opere compiute in ossequio alla legge, quando la concupiscenza devasta lo spirito ed è frenata dal timore della pena ma non annientata dall’amore della virtù. Giustamente appartengono a te tanti uomini ospitali, generosi, misericordiosi, sapienti, casti, santi, a tal punto ardenti d’amore di Dio da trovare piacevole addirittura la solitudine in una suprema continenza e in un incredibile disprezzo di questo mondo.

Esortazione ai Manichei a considerare i costumi dei perfetti cristiani:

31. 65. Io ti domando, che cosa vedono coloro che non possono non amare l’uomo e che eppure possono non vederlo? Qualunque cosa sia, indubbiamente è più eccellente delle cose umane se nella sua contemplazione l’uomo può vivere senza l’uomo. Imparate, dunque, o Manichei, a conoscere i costumi e la straordinaria continenza dei perfetti cristiani, ai quali la castità assoluta appare degna non soltanto di essere lodata ma anche di essere conquistata, di modo che, se resta in voi un po’ di pudore, non osiate menare impunemente vanto, al cospetto di spiriti non esperti, della vostra astinenza come della cosa più difficile. Mi riferisco a fatti non che voi ignorate, ma che ci nascondete. Chi infatti non sa che una moltitudine di cristiani che vivono nella perfetta continenza si diffonde per tutta la terra ogni giorno di più e principalmente in Oriente e in Egitto, cosa che a voi in nessun modo può rimanere ignota?

a) degli anacoreti,

31. 66. Non dirò niente degli uomini che ho ricordato poco fa, i quali, ritiratisi in assoluta solitudine lontano da ogni sguardo umano, contenti del solo pane che viene portato loro a determinate ore e dell’acqua, abitano le terre più deserte, godendo del colloquio con Dio, a cui si sono uniti con le menti pure e felicissimi di contemplare quella sua bellezza, che può essere percepita solo dall’intelletto dei santi. Di questi, come dico, non parlerò, poiché ad alcuni sembra che abbiano abbandonate le cose umane più di quanto non convenga, senza capire quanto a noi siano di giovamento lo spirito impegnato nella preghiera e la vita dedita all’esempio di coloro dei quali non ci è consentito di vedere i corpi. Ma discutere in proposito credo che sarebbe troppo lungo e superfluo, perché chi non trova questo così alto grado di santità degno di ammirazione e di onori di sua spontanea volontà come può trovarlo tale con il nostro discorso? A costoro, che si vantano inutilmente, va ricordato soltanto che la temperanza e la continenza dei cristiani più santi della professione cattolica si sono talmente sviluppate da sembrare a certuni che dovessero essere limitate e come ricondotte entro limiti umani: così giudicano anche coloro ai quali dispiace che questi spiriti si siano elevati tanto al di sopra degli uomini.

b) dei cenobiti,

31. 67. Ma se ciò oltrepassa la nostra tolleranza, chi non guarderà con ammirazione e non esalterà quegli uomini che, disprezzate e abbandonate le seduzioni di questo mondo, radunati in una vita comune castissima e santissima, dedicano il proprio tempo a pregare, leggere e discutere? Non gonfi di superbia, non riottosi per ostinatezza, non tristi per invidia, ma modesti, riservati, sereni, offrono a Dio, dal quale meritarono di ottenere queste virtù, come dono a lui graditissimo, una vita di intima unione e di intensissima pietà. Nessuno possiede qualche cosa di proprio, nessuno è di peso per un altro. Eseguono lavori manuali che possono nutrire il loro corpo, senza distogliere la mente da Dio. Consegnano poi il frutto del loro lavoro ai decani, chiamati così in quanto preposti ad un gruppo di dieci, affinché nessuno di loro si prenda pensiero del proprio corpo né per il cibo né per le vesti né per qualche altra cosa occorrente o per le necessità quotidiane o, come capita, per le mutate condizioni di salute. Anche i decani a loro volta, disponendo tutto con molta cura e prestandosi per qualsiasi cosa questo genere di vita richieda a causa della debolezza del corpo, rendono conto ad uno solo che chiamano padre. Questi padri, non solo di costumi illibatissimi, ma versatissimi nella dottrina divina ed eminenti in ogni cosa, provvedono a coloro che chiamano figli senza alcuna superbia, grazie alla loro grande autorità nel comandare e alla pari volontà dei figli nell’obbedire. Sul far della sera, mentre sono ancora digiuni, escono ciascuno dalla sua cella e si riuniscono per ascoltare il loro padre e sotto ciascun padre si radunano non meno di tremila uomini: anche di più ne vivono sotto uno solo. Lo ascoltano con un’attenzione incredibile, in assoluto silenzio, e manifestano i sentimenti suscitati nel loro animo dal discorso di colui che parla ora con gemiti, ora con lacrime, ora con gioia moderata e sommessa. Quindi rifocillano il corpo con quanto basta per la vita e la salute, reprimendo ciascuno la concupiscenza di gettarsi avidamente su quel nutrimento, che peraltro è frugale e modestissimo. Così essi, per poter dominare le loro passioni, si astengono non solo dalle carni e dal vino, ma anche da quei cibi che stimolano l’appetito dello stomaco e il gusto del palato tanto più violentemente, quanto a taluni paiono quasi più puri. Con questo pretesto si è soliti giustificare, in modo ridicolo e vituperabile, il turpe desiderio di cibi prelibati, in quanto diverso da quello per le carni. Giudiziosamente quanto avanza del vitto necessario (e appunto ne avanza moltissimo proveniente dal lavoro manuale e dalla restrizione dei cibi) viene distribuito ai bisognosi con cura maggiore di quanta non ce ne fu nel procurarselo da parte di quegli stessi che lo distribuiscono. In effetti, non si industriano in alcun modo perché queste cose avanzino, ma fanno del tutto per non conservare gli avanzi presso di sé, tanto che spediscono perfino navi cariche in paesi dove abitano i poveri. Di questa cosa assai nota non è necessario dire di più.

c) dei consacrati a Dio,

31. 68. Tale è anche la vita delle donne che servono Dio in modo sollecito e casto, separate nelle loro abitazioni e lontane quanto più è possibile dagli uomini, ai quali si uniscono soltanto per una pia carità e per l’imitazione della virtù. L’accesso presso di loro non è consentito ai giovani e neppure agli stessi vecchi, per quanto essi siano assai autorevoli e stimati, salvo che per portare il necessario a quelle che ne hanno bisogno e non oltre il vestibolo. Esse infatti tengono occupato il corpo con il lavoro della lana con cui si procurano da vivere, facendo i vestiti ai loro fratelli e ricevendone in cambio ciò che è necessario per il vitto. Se volessi lodare questi costumi, questa vita, questo ordine, questa istituzione, non lo farei degnamente e, d’altro canto, se pensassi di aggiungere alla semplicità del narratore lo stile elevato del lodatore, temerei di dare l’impressione di ritenere che la nuda esposizione non possa essere soddisfacente per se stessa. Manichei, se potete, condannate queste cose; non date in pasto la nostra zizzania a gente cieca e incapace di discernere.

d) dei vescovi, sacerdoti, diaconi e simili ministri;

32. 69. Tuttavia i costumi così santi della Chiesa cattolica non si restringono dentro limiti tanto angusti da pensare che si debba lodare soltanto la vita di quelli che ho ricordato. Quanti vescovi ho conosciuto, uomini insigni e di somma integrità, quanti sacerdoti, quanti diaconi e simili ministri dei divini sacramenti, la cui virtù mi pare tanto più mirabile e degna di maggiore onore quanto più è difficile conservarla in così varia moltitudine di uomini e in questa vita assai turbolenta. Non sono infatti preposti alla cura dei sani più che a quella dei malati. Devono sopportare i vizi della moltitudine per guarirla e tollerare il contagio della peste, prima di estinguerla. In questa situazione è difficilissimo tenere un modo di vita perfetto e conservare l’animo pacato e tranquillo. Per dirla in breve, questi vivono dove si impara a vivere, quelli dove si vive.

e) di altri ancora che conducono vita in comune.

33. 70. Non per questo tuttavia trascurerò l’altro eletto genere di cristiani, voglio dire coloro che abitano nelle città, remotissimi dalla vita comune. Io stesso ho visto a Milano una casa di non pochi uomini santi, che sottostavano ad un solo sacerdote, persona di grandissima probità e dottrina. A Roma ne ho conosciute anche di più, nelle quali coloro che si distinguono per autorità, per senno e per scienza divina sono di guida agli altri che abitano con loro, vivendo tutti nella carità, nella santità e nella libertà cristiana. Neppure costoro sono a carico di qualcuno ma, secondo l’uso orientale e l’esempio dell’Apostolo Paolo, si sostentano con il lavoro delle proprie mani. Ho appreso che molti praticano digiuni veramente incredibili, non rifocillando il corpo una volta al giorno sul far della sera, cosa del resto che è dappertutto molto in uso, ma passando molto spesso tre giorni interi o di più senza mangiare né bere. E questo avviene non soltanto tra gli uomini, ma anche tra le donne. Parimenti molte di esse, vedove e vergini, abitano insieme procurandosi il vitto con lavori di lana e di tela. Sono loro di guida alcune non solo molto autorevoli e assai stimate nel formare e ordinare i costumi, ma anche esperte e preparate nell’istruire le menti.

33. 71. E in questo genere di vita nessuno è forzato a sostenere dure prove che non può sopportare; a nessuno è imposto qualcosa che rifiuta di fare e pertanto non è condannato da altri per il fatto che non si sente capace di imitarli. Si ricordano infatti con quanta energia le Scritture raccomandano a tutti la carità; si ricordano che: Tutto è puro per i puri 98 e: Non quello che entra nella vostra bocca vi rende impuri, ma quello che ne esce 99. Perciò mettono grande zelo non per rifiutare certi generi di cibi quasi fossero immondi, ma per domare la concupiscenza e per conservare l’amore dei fratelli. Si ricordano del passo che dice: I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi. Ma Dio distruggerà questo e quelli 100; e di quell’altro: Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio101; e soprattutto di quello: È bene, fratelli, non mangiare carne né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi102. In effetti l’Apostolo mostra come tutte queste cose devono essere indirizzate al fine della carità; dice: Uno crede di poter mangiare tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia, non disprezzi chi non mangia e chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto. Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare 103. E poco dopo: Chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio 104. E parimenti in quello che segue: Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non essere causa di inciampo o di scandalo al fratello. Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo 105. Avrebbe potuto meglio mostrare che non nelle cose stesse di cui ci alimentiamo, ma nel nostro spirito si trova una certa forza, capace di contaminarlo? E per questo anche quelli che sono capaci di disprezzare queste cose e che sanno di certo che non si contaminano se hanno preso qualche cibo senza turpe cupidigia e con la mente rivolta in alto, devono comunque avere di mira la carità. Osserva cosa ne segue: Ora, se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità 106.

33. 72. Leggi da te il resto, perché riportarlo qui tutto sarebbe lungo, e troverai che a coloro che possono non tener conto di queste cose, vale a dire ai più forti e sicuri, si prescrive tuttavia di essere temperanti per non offendere quelli che, a causa della loro debolezza, hanno ancora bisogno di una temperanza di questo genere. Queste cose le conoscono e le praticano quelli dei quali ho parlato; infatti sono cristiani, non eretici, e intendono le Scritture secondo la dottrina apostolica e non alla maniera di quell’orgoglioso e mentito Apostolo vostro: Nessuno disprezza chi non mangia; nessuno giudica chi mangia; il debole mangia verdure. Molti forti, dunque, fanno la medesima cosa per rispetto dei deboli; molti altri invece lo fanno non per tale motivo, ma perché preferiscono alimentarsi con un cibo più comune e condurre una vita perfettamente tranquilla, sostentando il corpo con pasti frugali. Tutto mi è lecito, dice l’Apostolo, ma io non mi lascerò dominare da nulla 107. Così molti non si nutrono di carne, pur senza giudicarla superstiziosamente immonda, di modo che coloro stessi che da sani se ne astengono, quando sono malati e vi sono costretti da esigenze di salute, la mangiano senza alcun timore. Molti non bevono vino, senza credere tuttavia che esso li contamini, poiché lo fanno dare con grandissima umanità e discrezione a certuni particolarmente deboli e, in generale, a tutti coloro che, senza esso, non possono godere buona salute. E se alcuni lo rifiutano, pur non avendone motivo, li ammoniscono fraternamente a non farsi, per vana superstizione, più deboli prima ancora che più santi. Leggono loro l’Apostolo che comanda al discepolo di prendere un po’ di vino per le sue frequenti indisposizioni 108. Così praticano con zelo gli esercizi di pietà; quanto a quelli del corpo, come dice lo stesso Apostolo, sanno che concernono il breve tempo della vita terrena109.

33. 73. Coloro dunque che possono, e sono in ogni modo innumerevoli, si astengono dalle carni e dal vino per due ragioni: o in considerazione della debolezza dei loro fratelli o tenendo presente la propria libertà. È alla carità soprattutto che si guarda: alla carità si adatta il vitto, alla carità il linguaggio, alla carità il vestire, alla carità l’aspetto. Ci si riunisce per tendere insieme ad una sola carità: violarla è considerato un delitto come oltraggiare Dio. Se una cosa le si oppone, è repressa e tolta di mezzo; se un’altra la offende, non la si lascia durare un solo giorno. Sanno che è così raccomandata da Cristo e dagli Apostoli che, dove essa sola manchi, tutto è vanità; dove essa sia presente, tutto è pienezza.

Esortazione finale: la Chiesa non va giudicata dai comportamenti dei cattivi cristiani.

34. 74. Con questi, Manichei, confrontatevi, se potete; di questi, tenete conto; di questi, se ne avete coraggio, sparlate pure, ma senza mentire. Ai loro digiuni paragonate i vostri digiuni, alla loro castità la vostra castità, al loro vestire il vostro vestire, al loro vitto il vostro vitto, alla loro modestia la vostra modestia, alla loro carità la vostra carità e, ciò che più importa, ai loro precetti i vostri precetti. Allora vedrete quale distanza corre tra l’ostentazione e la sincerità, tra la via diritta e l’errore, tra la fede e la falsità, tra il vigore e la gonfiezza, tra la felicità e la miseria, tra l’unità e la divisione, infine tra il porto della religione e le sirene della superstizione.

Sincerità moderazione dei veri cristiani.

34. 75. Non mi portate quelli che fanno professione del nome cristiano e che o non conoscono le implicazioni di quanto professano o non ne danno testimonianza. Non andate dietro alle turbe degli ignoranti, i quali, all’interno stesso della vera religione, o restano superstiziosi oppure sono così dediti ai piaceri da dimenticare quanto promisero a Dio. Ne conosco molti che adorano sepolcri e pitture; molti che bevono senza alcun ritegno sopra i morti e che, offrendo cibi ai cadaveri, seppelliscono se stessi sopra i sepolti e imputano alla religione i loro eccessi nel mangiare e nel bere. Conosco molti che a parole hanno rinunciato a questo secolo, ma vogliono essere oppressi da tutte le molestie di questo mondo e se ne rallegrano. Non c’è da meravigliarsi che, in tanta moltitudine di popoli, non manchino alcuni la cui vita licenziosa vi offre il pretesto per ingannare gli ignoranti e per allontanarli dalla salute cattolica, quando voi, che siete così pochi, vi trovate in grande imbarazzo se vi si chiede di indicare uno soltanto di coloro che voi chiamate eletti, che rispetti quegli stessi precetti che voi difendete con folle superstizione. Ma quanto vani siano questi precetti, quanto dannosi e sacrileghi e come da gran parte di voi, o meglio, quasi da tutti non siano osservati, mi sono risoluto a mostrarlo in un altro libro.

34. 76. Ora vi ammonisco a smetterla, una buona volta, di denigrare la Chiesa cattolica, condannando i costumi di uomini che anch’essa condanna e che ogni giorno si sforza di correggere come figli cattivi. Ma tra costoro tutti quelli che, con la buona volontà e con l’aiuto di Dio, si ravvedono, con il pentimento recuperano quello che avevano perduto con il peccato. A quelli invece che, per cattiva volontà, perseverano negli antichi vizi o ve ne aggiungono anche di più gravi dei primi, si consente di vivere nel campo del Signore e di crescere con i buoni semi, ma arriverà il tempo in cui la zizzania sarà separata. Oppure se, per rispetto dello stesso nome cristiano, sono da considerarsi più come paglia che come spine, verrà di certo chi pulirà l’aia, separerà la paglia dal grano e con somma equità darà a ciascuno ciò che gli spetta, secondo il suo merito 110.

Paolo concede ai battezzati sia l’unione matrimoniale, sia il possesso dei beni.

35. 77. Frattanto, perché infierite, perché perdete il lume della ragione per amore di parte? Perché vi impigliate nell’ostinata difesa di un così grande errore? Cercate le messi nel campo e il grano nell’aia: vi si faranno vedere facilmente, offrendosi da se stessi a chi li ama. Perché guardate in modo così smodato alla spazzatura? Perché tenete gli inesperti lontani da un giardino fertile e ubertoso con aspre spine? L’accesso per entrarvi, sebbene noto a pochi, è sicuro; ma voi non credete che esista o non lo volete trovare. Nella Chiesa cattolica esistono innumerevoli fedeli che, come dice l’Apostolo, non usano di questo mondo e altri che ne usano come se non ne usassero appieno 111. Di ciò si è avuta prova fin da quando i cristiani erano costretti a seguire il culto degli idoli. Allora infatti quanti uomini doviziosi, quanti padri di famiglia occupati nella terra, quanti nel commercio, quanti nella milizia, quanti nelle cariche più ragguardevoli della loro città, infine quanti senatori, insomma quanti dell’uno e dell’altro sesso, abbandonando tutte le vanità temporali delle quali di certo, pur servendosene, non erano prigionieri, subirono la morte per una fede ed una religione salutare e dimostrarono agli infedeli di essere loro a possedere quelle cose, anziché esserne posseduti.

35. 78. Perché dite falsamente che i fedeli rinnovati dal battesimo non debbono procreare figli né possedere terre, case e denari? Lo permette lo stesso Paolo. Non si può infatti negare: è ai fedeli che lo scrisse dopo aver enumerato i molti peccatori che non possederanno il regno di Dio. Dice: E tali in verità eravate; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio 112. Senza alcun dubbio per lavati e santificati nessuno oserà intendere altri all’infuori dei fedeli e di coloro che avranno rinunziato a questo mondo. Ma poiché egli indica a chi ha scritto, vediamo se permette loro cose da voi vietate. Così infatti prosegue: Tutto mi è lecito! Ma non tutto giova. Tutto mi è lecito! Ma io non mi lascerò dominare da nulla. I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi! Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò le membra di una prostituta? Non sia mai! O non sapete voi che chi si unisce ad una prostituta forma con essa un corpo solo? Infatti, è detto, così saranno due in un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo 113. Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito. La moglie non ha la potestà sul proprio corpo, ma il marito che l’ha; allo stesso modo anche il marito non ha la potestà sul proprio corpo, ma è la moglie che l’ha. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti a causa della vostra incontinenza. Questo però vi dico per concessione, non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro 114.

35. 79. Non vi pare che l’Apostolo abbia mostrato a sufficienza ai forti in cosa consiste la perfezione e che abbia permesso ai deboli ciò che ne è più vicino? Infatti, quando dice: Vorrei che tutti fossero come me, mostra che la perfezione consiste nel non toccare una donna. A questa perfezione poi si avvicina la castità coniugale, che sottrae l’uomo alla devastazione dell’impudicizia. Con ciò forse ha inteso dire che questi uomini non sono ancora fedeli perché si uniscono alle mogli? Al contrario, ha detto che la castità del matrimonio santifica non solo l’uno e l’altro degli stessi coniugi, se uno dei due è infedele, ma anche la prole che da loro nasce. Infatti dice: Il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi 115. Perché contestate con ostinazione una verità così chiara? Perché vi sforzate di oscurare con vane ombre la luce delle Scritture?

35. 80. Non dite più che unirsi alle loro donne è consentito ai catecumeni, ma non ai fedeli; che avere denaro è consentito ai catecumeni, ma non ai fedeli. Sono molti infatti quelli che usano queste cose, come se non ne usassero. È in quel sacrosanto lavacro del battesimo che ha inizio la rigenerazione dell’uomo nuovo, di modo che giunge a compimento attraverso un cammino, in alcuni più presto, in altri più tardi. Molti tuttavia fanno progressi verso la nuova vita, purché vi tendano non con ostilità, ma con zelo, perché, come dice l’Apostolo, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno 116. L’Apostolo dunque dice che l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno per divenire perfetto, voi invece volete che egli cominci dalla perfezione. Che lo vogliate davvero! Ma voi badate più ad ingannare gli inesperti che a raddrizzare gli infermi; questo infatti non avreste dovuto dirlo con tanta audacia, nemmeno se risultasse che vi siete realizzati alla perfezione nelle vostre prescrizioni da nulla. Siete poi consapevoli che coloro che ammettete nella vostra setta, non appena avranno cominciato a legarsi a voi con maggiore familiarità, scopriranno presso di voi l’esistenza di una quantità di cose di cui nessuno sospettava, quando accusavate gli altri. Perché allora siete così impudenti nel cercare la perfezione nei cattolici più deboli con l’intento di allontanare da essi gli inesperti, e nel non mostrarla affatto presso di voi a quelli che avete allontanati? Ma perché non sembri ormai che stia spargendo sul vostro conto qualche accusa temeraria, pongo termine a questo libro, per venire finalmente ad esporre i precetti della vostra vita e i vostri memorabili costumi.

Note:

 

1 - Mt 22, 37.

2 - Rm 8, 28.

3 - Rm 8, 35.

4 - Dt 6, 5.

5 - Rm 8, 28.

6 - Rm 8, 28.

7 - Cf. Ef 4, 13.

8 - Cf. Sap 4, 8; Sir 6, 18.

9 - Dt 6, 5; Mt 22, 37-38; Rm 8, 28.

10 - Rm 8, 38-39.

11 - Cf. Rm 8, 39.

12 - 1 Cor 1, 24.

13 - Gv 14, 6.

14 - Gv 14, 6.

15 - Rm 8, 29.

16 - Rm 5, 5.

17 - Rm 8, 20.

18 - Rm 11, 36.

19 - Cf. 1 Cor 15, 28; Rm 8, 35.

20 - Sal 72, 28.

21 - Rm 8, 28

22 - Cf. 1 Cor 1, 24.

23 - Gv 1, 3.

24 - Gv 1, 4.

25 - Sap 8, 1.

26 - Sap 8, 3-4.

27 - Sap 8, 5.

28 - Sap 8, 7.

29 - Sap 8, 7.

30 - Sap 8, 3.

31 - 1 Cor 1, 24.

32 - Mt 11, 27.

33 - Sap 9, 9.

34 - Eb 1, 3.

35 - Sal 88, 9.

36 - Gv 14, 6.

37 - Sap 9, 17-18.

38 - Rm 5, 5.

39 - Sap 1, 5.

40 - Rm 8, 29.

41 - Sal 4, 5.

42 - Sap 9, 17.

43 - Rm 11, 36.

44 - Dt 6, 4.

45 - 1 Cor 11, 19.

46 - Mt 7, 7.

47 - Mt 10, 26.

48 - Sap 6, 13-20.

49 - Mt 7, 6.

50 - Ef 3, 14-19.

51 - Mt 7, 7.

52 - Ef 3, 17.

53 - 1 Tm 6, 10.

54 - 1 Cor 15, 22.

55 - Cf. Col 3, 9-10.

56 - 1 Cor 15, 47-49.

57 - 2 Cor 4, 16.

58 - Sal 50, 12.

59 - 2 Cor 4, 18.

60 - Gal 1, 10.

61 - Col 2, 8.

62 - 1 Gv 2, 15.

63 - Rm 12, 2.

64 - Qo 1, 2.

65 - Rm 5, 3-4.

66 - Cf. Gb 1, 9-14.

67 - Cf. 2 Mac 7.

68 - Sal 115, 15.

69 - Prv 16, 32.

70 - Sir 2, 4-5.

71 - Sir 27, 5.

72 - Mt 6, 24; Lc 16, 13.

73 - Rm 1, 25.

74 - Dt 6, 13; 10, 20.

75 - Mt 24, 42; 25, 13; 26, 38; 26, 41; Mc 13, 33; 13, 35; 13, 37; Lc 21, 36.

76 - Gv 12, 35.

77 - 1 Cor 5, 6; Gal 5, 9.

78 - Sir 19, 1.

79 - Gv 17, 3.

80 - Mt 22, 39.

81 - Rm 13, 10.

82 - Rm 13, 10.

83 - Rm 8, 28.

84 - Cf. 1 Gv 3, 14.

85 - Cf. Dt 4, 31; 2 Ne 9, 14; Sal 85, 15; Sir 2, 13; Lc 6, 36; Gc 5, 11.

86 - Dt 6, 5; Mt 22, 37.

87 - Dt 6, 5; Lv 19, 18; Mt 19, 19; 22, 39.

88 - Cf. Rm 8, 28.

89 - Cf. Rm 13, 1.

90 - Mt 22, 40.

91 - Dt 6, 5.

92 - Mt 19, 19; 22, 39.

93 - Mt 22, 37.

94 - Cf. Gn 39, 14; Gdc 19, 25; 2 Sam 4, 28.

95 - Lc 12, 49.

96 - 1 Cor 15, 54-55.

97 - 1 Cor 15, 56.

98 - Tt 1, 15.

99 - Mt 15, 11.

100 - 1 Cor 6, 13.

101 - 1 Cor 8, 8.

102 - Rm 14, 21.

103 - Rm 14, 2-4.

104 - Rm 14, 6.

105 - Rm 14, 12-14.

106 - Rm 14, 15.

107 - 1 Cor 6, 12.

108 - Cf. 1 Tm 5, 23.

109 - Cf. 1 Tm 4, 8.

110 - Cf. Mt 3, 13 e 13, 24-43.

111 - Cf. 1 Cor 7, 31.

112 - 1 Cor 6, 11.

113 - 1 Cor 6, 14-20.

114 - 1 Cor 7, 1-7.

115 - 1 Cor 7, 14.

116 - 2 Cor 4, 16.