Atti del confronto con Emerito vescovo donatista

Sant'Agostino d'Ippona

Atti del confronto con Emerito vescovo donatista
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Non si deve disperare di nessuno, finché vive.

1. Il 20 settembre, sotto il dodicesimo consolato di Onorio e l'ottavo di Teodosio, imperatori gloriosissimi, nella chiesa maggiore di Cesarea, dopo che il vescovo metropolita Deuterio si fu diretto processionalmente alla cattedra, accompagnato da Alipio di Tagaste, Agostino di Ippona, Possidio di Calama, Rustico di Cartennas, Palladio di Tigava ed altri vescovi, essendo presenti anche i presbiteri, i diaconi, tutto il clero e una gran folla di fedeli, nonché alla presenza di Emerito, vescovo del partito di Donato, Agostino, vescovo della Chiesa cattolica, prese la parola e disse: Fratelli carissimi, voi che da sempre siete stati cattolici, e voi tutti, che siete tornati alla Chiesa cattolica dall'errore donatista e avete conosciuto la pace di questa santa Chiesa cattolica e l'avete conservata con cuore sincero, e anche voi, che forse dubitate ancora della verità dell'unità cattolica, ascoltate ciò che il nostro amore disinteressato verso di voi ci sollecita a dire! Quando il nostro fratello Emerito, tuttora vescovo dei Donatisti, giunse l'altro ieri in questa città, fummo immediatamente informati della sua presenza. E poiché desideravamo ardentemente di incontrarlo, sospinti da quella carità che Dio ben conosce, andammo subito a fargli visita. Lo trovammo mentre sostava in piedi nella pubblica piazza. Dopo lo scambio dei saluti, gli facemmo notare che per lui restare sulla piazza sarebbe stato faticoso ed anche un poco sconveniente, perciò lo invitammo a venire con noi in chiesa. Ed egli accettò senza la minima difficoltà. Da ciò arguimmo che non avrebbe ricusato la comunione cattolica, così come si era presentato spontaneamente e non aveva esitato un momento ad entrare in chiesa. Ma poiché persisteva da molto tempo nella perversità dell'eresia, benché si trovasse all'interno di una chiesa cattolica, abbiamo tenuto un discorso alla vostra carità, che avrete la bontà di richiamare alla mente. Parlai a lungo; voi avete ascoltato e siete senz'altro in grado di ricordare bene tutto ciò che ho detto sulla pace, sulla carità, sull'unità della santa Chiesa cattolica, che Dio ha promesso e ha accordato. In quel mio discorso mi rivolgevo a voi, ma esortavo lui; e con tutta la forza delle viscere della mia carità, in quel mio discorso soffrivo le doglie del parto per generare al Signore tutti coloro che si trovavano in pericolo per la propria anima. Questo infatti disse ad alcuni anche il beato apostolo Paolo: Figliolini miei, che io di nuovo partorisco, finché non sia formato Cristo in voi! 1. Tuttavia lui, anche dopo il nostro discorso, ha persistito nella sua ostinazione, ma non per questo abbiamo pensato di dover disperare; come pure siamo convinti che non si debba mai disperare di qualsiasi uomo, finché vive in questo corpo. Se infatti ho affermato l'altro ieri che non avevo perduto la speranza, non era certo perché osassi disperare oggi.

Dopo la Conferenza di Cartagine, quasi tutti i Donatisti si sono convertiti.

2. Ecco, in concreto, qual è il punto nevralgico cui è giunta questa causa: poiché Emerito è venuto e, per quanto ne sappiamo, è venuto spontaneamente, la sua visita non deve essere senza frutto per questa Chiesa. Infatti, o godremo con voi della sua salvezza nella pace cattolica - ed è ciò che maggiormente auspichiamo e desideriamo -, oppure se lui persiste nella sua ostinazione - ipotesi che rigettiamo con orrore -, la sua presenza deve farvi conoscere meglio la differenza tra la pace cattolica e il dissenso ereticale. Egli è infatti vescovo del partito di Donato, ma è stato ordinato per i Donatisti di questa città. Noi, nel nome di Cristo, abbiamo già accolto gran parte di questi Donatisti nel grembo cattolico, per cui ci rallegriamo di vederli quasi tutti reintegrati nella comunione cattolica. Tuttavia anche costoro che sono rientrati nella nostra comunione - in verità non tutti, ma solo alcuni - sembrano dubitare della stessa verità cattolica, come ho detto poco sopra; alcuni poi nemmeno dubitano, ma tuttavia il loro cuore è ancora legato al partito di Donato, per cui, uomini e donne, fanno solo atto di presenza fisica: il loro corpo è dentro, ma il loro spirito è fuori. Per questo crediamo opportuno interrogare il loro vescovo, perché se avrà ancora qualcosa da dire a difesa del suo partito dopo la conferenza di Cartagine, ben nota a tutti; se ha, ripeto, ancora qualcosa da dire, ce lo dica pure, senza pregiudizio alcuno per il partito di Donato, purché giudichi la tal cosa utile a voi, nella cui città è convinto di essere stato ordinato per la vostra salvezza in Cristo. Anche noi gli risponderemo senza compromettere la Chiesa cattolica, poiché per il momento essa non ci ha affidato alcun ruolo di difensore, tuttavia in modo tale che, secondo il nostro pensiero e desiderio, possa giovare a voi, qui presenti. E [lo faremo] davanti a lui, ugualmente presente, perché se è stato sedotto, non seduca altri; se invece siamo noi che abbiamo sedotto altri, allora, presente lui stesso, che forse fuori sparla molto di noi, noi saremo redarguiti, smascherati, confutati, convinti. Se ho detto questo, è perché lui non si rifiuti di parlare; potrebbe infatti dire: " Il mio partito non mi ha affidato per ora alcun ruolo di difensore ". No, dopo la conferenza costui né si è astenuto dal parlare, né ha evitato di tornare in questa città, né si è allontanato da questa provincia; e neppure crediamo che dopo quella conferenza egli non abbia rivolto la sua parola ad alcuno in favore del partito di Donato. So bene quel che vi veniva detto - mi rivolgo a voi che provenite dallo stesso partito -, conosco perfettamente ciò che vi si insinuava: che noi avevamo comprato la sentenza del giudice. So anche che cosa vi è stato raccontato di quel giudice: che parteggiando per la nostra comunione, non permise assolutamente a loro di dire ciò che volevano; li dominava piuttosto con la sua autorità, anziché respingere con la sua probità le loro affermazioni. Tutte cose propalate dopo la conferenza sia ad opera di Emerito, sia di appartenenti alla sua comunione. Ma, che importa sapere da chi siete stati frastornati? Noi vogliamo che siate tranquilli nel possesso sicuro della pace cattolica. Se costui fosse assente, noi vi diremmo di lui: Colui che vi turba, subirà la condanna, chiunque egli sia 2. Queste sono parole del beato Paolo, dette contro persone assenti che turbavano la pace dei semplici. Ora, invece, costui è presente: si degni dunque di dirci perché è venuto qui.

Dialogo di Agostino con Emerito.

3. Fratello Emerito, sei qui presente. Tu hai partecipato con noi alla conferenza. Se sei stato sconfitto, perché sei venuto? Se, al contrario, non ti consideri uno sconfitto, dicci il motivo per cui ti sembra di essere uscito vincitore. Tu sei veramente vinto, se è la verità che ti ha vinto. Se invece pensi di essere stato vinto dalla potestà, ma in realtà hai vinto con la verità, a questo punto non esiste potestà che ti possa far passare per un vinto. Ascoltino i tuoi concittadini per quali ragioni tu presumi di essere il vincitore. Ma, se ti sei reso conto che è stata la verità a prevalere su di te, perché continui a rifiutare l'unità?.
EMERITO, vescovo del partito di Donato, rispose: Gli atti della conferenza indicano se sono stato vinto o vincitore; se sono stato vinto dalla verità o schiacciato dalla potestà.
AGOSTINO, vescovo della Chiesa cattolica, disse: Allora, perché sei venuto?
EMERITO, vescovo del partito di Donato, replicò: Per rispondere alle tue domande.
AGOSTINO, vescovo della Chiesa cattolica, disse: Io voglio sapere perché sei venuto. E non te lo domanderei, se tu non fossi venuto.
EMERITO, vescovo del partito di Donato, disse allo stenografo che registrava: Scrivi.

Gli atti della conferenza sono letti durante la quaresima.

4. Ma poiché continuava a tacere, Agostino, vescovo della Chiesa cattolica, disse: Se, dunque, hai taciuto sotto la pressione della verità, non senza un perché sei venuto, cioè hai voluto ingannare costoro.

E poiché persisteva nel suo mutismo, Agostino, vescovo della Chiesa cattolica, disse: Osservate, fratelli, il suo prolungato silenzio. Vi esorto a chiedere il suo ravvedimento; vi scongiuro di non seguirlo nella sua rovina. Dal momento che ha menzionato gli atti della nostra conferenza, da cui si può vedere, come ha sostenuto, se sia stato vinto dalla verità o schiacciato dalla forza del potere, certamente costoro, con i loro interventi superflui e dilatorii, hanno accumulato atti su atti, adoperandosi unicamente e con grande impegno perché non si combinasse nulla. Ma, grazie al Signore che presiedeva e conduceva la sua causa, si giunse proprio là, ove essi non volevano. La causa fu discussa e giudicata. Ora, vogliamo leggervi proprio tutti gli atti? Allora, alla vostra presenza, ingaggio il mio fratello e collega nell'episcopato Deuterio perché faccia ciò che si è fatto a Cartagine, a Tagaste, a Costantina, a Ippona e in tutte le Chiese che hanno zelo; e non si faccia pregare per farli leggere ogni anno, durante i giorni di digiuno, cioè durante la Quaresima che precede la Pasqua, quando un digiuno più rigoroso vi concede un tempo maggiore per l'ascolto, per far leggere - ripeto - ogni anno, pubblicamente, questi atti della conferenza, dall'inizio alla fine. Ma poiché, come avevo già iniziato a dire, adesso non possiamo leggervi tutto, abbiate la bontà di ascoltare intanto la lettera che abbiamo indirizzato al giudice prima della conferenza, e in particolare il testo che esprime il nostro impegno formale, sia su come vorremmo essere accolti da loro in caso di sconfitta, sia su come noi accoglieremmo loro in caso di vittoria, perché sia chiaro che la vittoria non sta nella rivalità, ma nell'umiltà.

Testo della lettera dei Cattolici, in risposta all'editto di Marcellino.

5. Alipio, vescovo della Chiesa cattolica, lesse con voce distinta la lettera 3 : " All'onorevole e dilettissimo figlio Marcellino, uomo assai illustre e spettabile, tribuno e notaio, Aurelio, Silvano e tutti i vescovi cattolici. Con questa lettera noi ti notifichiamo che siamo d'accordo su tutti i punti dell'editto della tua Eccellenza, col quale ti sei degnato di esortarci ad osservare le disposizioni emanate per garantire l'ordinato e tranquillo svolgimento della nostra conferenza, nonché per far conoscere e confermare la verità. E proprio perché confidiamo nella verità, noi ci vincoliamo al seguente impegno: se costoro, con i quali siamo in causa, potranno dimostrare che, nel momento in cui i popoli cristiani, crescendo ovunque secondo le promesse di Dio, avevano già occupato gran parte dell'universo e si estendevano per riempire il resto del mondo, la Chiesa di Cristo perì immediatamente per essere stata contaminata da un non ben definito gruppo di individui, che, stando alle loro accuse, qualificano come peccatori, e non sopravvisse se non nel partito di Donato; se costoro, come si è detto, potranno comprovare tutto ciò, noi non reclameremo più davanti a loro alcun riconoscimento della nostra dignità episcopale, ma eseguiremo le loro decisioni, tenendo conto unicamente della nostra salvezza: ad essi infatti dovremo sentirci debitori di quell'immenso beneficio che è la conoscenza della verità. Se, al contrario, saremo noi piuttosto a dimostrare che la Chiesa di Cristo, già diffusa in numerose nazioni, non solo quelle dell'Africa ma anche quelle d'oltremare, la quale occupa spazi feracissimi immensamente popolati e, secondo la Scrittura, cresce e porta frutti nel mondo intero 4, non ha potuto soccombere a causa dei peccati commessi dagli uomini, chiunque essi siano, che in essa convivono; se inoltre proveremo che la questione sollevata un tempo da costoro, che vollero piuttosto accusare ma non riuscirono a convincere, è stata risolta definitivamente - anche se la Chiesa non dipende affatto da questi eventi - e Ceciliano fu dichiarato innocente, tanto che essi furono giudicati uomini violenti e calunniatori da quell'imperatore, presso il quale avevano presentato nuove accuse; se infine dimostreremo, con prove di ordine umano e divino, e malgrado tutte le loro dicerie intorno ai peccati di chicchessia, che costoro sono stati ingiustamente accusati perché del tutto innocenti o che nessuna delle loro colpe ha distrutto la Chiesa di Cristo, alla cui comunione noi aderiamo, essi manterranno con noi l'unità della Chiesa, in modo tale che, non solo vi troveranno la via della salvezza, ma anche non perderanno le loro funzioni episcopali. Non sono infatti i sacramenti della verità divina che noi rigettiamo in loro, ma le interpretazioni umane ed erronee. Tolte di mezzo queste, abbracceremo il cuore del fratello, stretto a noi dal vincolo della carità cristiana, che finora piangiamo perché separato dal dissenso diabolico. Ciascuno di noi certamente potrebbe associare a sé il collega nell'onore [episcopale] e con lui occupare alternativamente il rango più alto, come accade a un qualsiasi vescovo che sta viaggiando, il quale si siede accanto al collega. Questa facoltà sarebbe accordata ad entrambe le parti, secondo il criterio dell'alternanza delle basiliche, e ciascuno dei due preverrebbe l'altro con segni di vicendevole onore, poiché là ove il precetto della carità dilata i cuori, il possesso della pace non soffre angustie; restando inteso che, qualora uno dei due morisse, non vi sarebbe in seguito se non un solo vescovo, il quale succederebbe all'unico vescovo secondo l'antica prassi. E non si tratta di una innovazione: fin dall'insorgere di questo scisma, tale era la norma osservata dalla carità cattolica verso coloro che, abiurando l'empio errore dello scisma, gustavano, fosse pure in ritardo, la dolcezza dell'unità. Nell'eventualità poi che si trovino comunità del popolo cristiano, che ci tengano a tal punto ai loro singoli vescovi da non poter tollerare lo spettacolo inusitato di due vescovi associati, ci dimetteremo da una parte e dall'altra; e in ciascuna Chiesa, ristabilita nella pace dell'unità dopo la condanna della causa dello scisma, si procederà, secondo la necessità dei luoghi, ad assegnare alle singole Chiese un unico vescovo, attraverso quei vescovi che sono da soli, ciascuno nella propria Chiesa, e approvano l'unità ristabilita ".

I vescovi devono essere tali per tutelare la pace di Cristo o non devono esserci.

6. A questo punto della lettura, il vescovo Agostino disse: Devo fare una confidenza alla vostra Carità ricordando una scena dolcissima e soavissima, che abbiamo potuto sperimentare personalmente grazie al Signore. Prima della stessa conferenza, discutevamo insieme ad alcuni confratelli su questo assunto: i vescovi, cioè, devono essere tali per tutelare la pace di Cristo o non devono esserci. Ora, ve lo devo confessare, interpellando tutti i nostri fratelli e colleghi nell'episcopato, non è stato facile trovare chi fosse disposto ad accettare una simile proposta, facendo volentieri al Signore il sacrificio di questa umiltà. Provammo ad azzardare, come suol farsi: " Quel tale è capace, quello no; questo dà il suo consenso, quell'altro rifiuta decisamente "; parlammo insomma in base alle nostre congetture, poiché non eravamo assolutamente in grado di vedere dentro i loro cuori. Ma, quando la questione fu sottoposta pubblicamente all'assemblea generale, che contava il ragguardevole numero di circa trecento vescovi, la proposta incontrò un tale favore, anzi, l'entusiasmo generale, che tutti si dichiararono pronti a deporre l'episcopato per l'unità di Cristo, perché in tal modo non lo avrebbero perduto, ma piuttosto l'avrebbero affidato alla custodia infallibile di Dio. Si trovarono appena due che non erano d'accordo: uno, un vegliardo carico d'anni, che lo disse apertamente; un altro, che fece intendere la sua volontà con la tacita espressione del volto. Il vegliardo, dopo il suo intervento, dovette subire le fraterne rimostranze di tutti; allora mutò parere, e così anche l'altro cambiò l'espressione del volto. Ascoltate, dunque, in quali termini fu fatta questa esortazione a causa di colui che ha detto: Chi si umilia sarà esaltato 5.

Se per voler conservare il mio episcopato, disperdo il gregge di Cristo, come può la rovina del gregge costituire l'onore del pastore?

7. [Alipio] riprese a leggere 6: " Chi di noi, dunque, esiterà ad offrire al nostro Redentore il sacrificio di questa umiltà? Mentre lui è disceso dal cielo in membra umane per fare di noi le sue membra, noi invece, per impedire che le sue membra siano dilaniate da una crudele divisione, abbiamo paura di scendere dalle nostre cattedre? Nulla vale di più per noi che l'essere cristiani fedeli e obbedienti: allora siamolo sempre! Vescovi, invece, siamo stati ordinati per il popolo cristiano. Ciò che promuove la pace cristiana nei popoli cristiani: questo sia l'obiettivo del nostro episcopato! ".
Il vescovo Agostino disse: Per noi stessi dobbiamo essere ciò che siete voi. E che cosa devi essere tu, cui indistintamente mi rivolgo? Un cristiano fedele e obbediente. Questo devi essere per te, questo devo essere anch'io per me. Allora, noi dobbiamo essere sempre ciò che tu devi essere per te e io per me; e ciò che sono per te, lo sia se ti giova, non lo sia se ti nuoce. Ecco ciò che è stato detto: fate bene attenzione!
[Alipio] continuò la lettura: " Se siamo servi utili, perché preferiamo alla ricompensa eterna del Signore le nostre grandezze temporali? La dignità episcopale sarà molto più fruttuosa per noi, se, deposta, favorirà la riunificazione del gregge di Cristo, mentre col volerla conservare esso lo disperderà ".
Dopo queste parole, il vescovo Agostino disse: Fratelli miei, se il nostro pensiero è nel Signore, allora questo luogo più elevato è come la torre di guardia del vignaiolo, non il pinnacolo dell'orgoglioso. Se invece, per voler conservare il mio episcopato, disperdo il gregge di Cristo, come può la rovina del gregge costituire l'onore del pastore?
[Alipio] riprende la lettura: " Con quale faccia potremo sperare di ottenere nella vita futura l'onore promesso da Cristo, se il nostro onore impedisce in questo secolo l'unità cristiana? Per questo ci siamo premurati di comunicare tale decisione alla tua Eccellenza, e ti chiediamo di adoperarti per farla conoscere a tutti, affinché, con l'aiuto del Signore, che ci ha esortato a formulare questa promessa e confidiamo con il suo aiuto di mantenerla, prima ancora della conferenza, se è possibile, la pia carità guarisca e ammansisca anche i cuori deboli o ostinati degli uomini. In tal modo, con gli animi ormai pacificati, non opporremo resistenza alla evidenza folgorante della verità e affronteremo il dibattito facendolo precedere o seguire dalla concordia. Non dobbiamo neppure perdere la speranza.Se costoro infatti tengono presente che gli operatori di pace sono beati, perché proprio essi saranno chiamati figli di Dio 7, troveranno molto più dignitoso e agevole volere che il partito di Donato si riconcili con il mondo cristiano, anziché esigere che tutta la cristianità sia ribattezzata dal partito di Donato; tanto più che essi, derivando dallo scisma sacrilego e condannato di Massimiano, si adoperarono con tale diligenza, facendo anche ricorso ai provvedimenti dell'autorità civile, per recuperare costoro, da non osare di invalidare il battesimo conferito da quelli. Per questo accolsero alcuni, pur condannati, senza privarli della loro dignità, e dichiararono gli altri esenti da ogni colpa, pur avendo fatto parte della comunione scismatica. Noi non vediamo di malocchio la loro mutua concordia; ma è opportuno che si rendano conto con quale pia sollecitudine la radice cattolica cerchi di unire a sé il ramo spezzato, se lo stesso ramo a sua volta si è tanto adoperato per ricongiungere a sé un ramoscello reciso ". Un'altra mano ha scritto così: " Noi ti auguriamo, figlio, di godere buona salute nel Signore ".

Viene introdotta la questione dei Massimianisti.

8. Terminata questa lettura, il vescovo Agostino disse: Ascoltate, voi che ignorate il fatto; ascoltate, ve ne prego. Rendo grazie a Dio di poter parlare in presenza di Emerito. È proprio la questione dei Massimianisti che ora vi voglio esporre, questa sorta di nave che essi stivarono con la merce avariata di tutte le loro calunnie. Dunque, su tale questione dei Massimianisti ripetutamente abbiamo presentato le nostre obiezioni nel corso della conferenza, ma essi non sono stati assolutamente in grado di dare spiegazioni. Proprio così: contro le nostre argomentazioni - più volte insistite, ribadite, rinfacciate - non hanno potuto minimamente rispondere, perché non sono riusciti a trovare alcuna argomentazione valida. Ascoltate dunque attentamente la questione. Ecco, egli è qui presente e mi sta ascoltando: se traviso i fatti, mi riprenda, mi costringa a fornire le prove! È vero, noi non abbiamo sottomano gli atti della conferenza, ma sia lì la causa. Concediamo pure un certo lasso di tempo per consentire di entrare in possesso dei documenti indispensabili, se riuscirò a provare ciò che dico. Se invece per questo motivo lui pone in dubbio la cosa o, speriamo che ciò non sia, finge di dubitare - dico questo senza volerlo offendere -, ebbene rigetti pure la nostra comunione, se non riuscirò a provare ciò che dico. Se al contrario sa che io dico la verità e riconosce che non è stato capace di risponder nulla per il semplice motivo che non aveva nulla da dire, allora prego che siate voi stessi a giudicare se sia più tollerabile ricevere con tutta la sua dignità un uomo che si è autocondannato, oppure riconoscere un fratello che non si è mai potuto convincere di essere in errore. Attenzione, vi prego; ascoltate l'esposizione dei fatti.

Lo scisma dei Massimianisti dura quasi tre anni. Crudeltà dei circoncellioni nei confronti di Rogato.

9. Massimiano era un diacono di Cartagine del partito di Donato. O per il suo orgoglio o, come credono i suoi, per la sua virtù, egli offese il proprio vescovo, cioè Primiano di Cartagine : a torto, se il superbo colpì il migliore; a ragione, se l'onesto colpì il disonesto. Primiano lo scomunicò. Allora si recò dai vescovi vicini, li aizzò contro Primiano, accusandolo davanti a loro. Si venne a Cartagine. I vescovi donatisti, che lo accompagnavano in gran numero, vollero che Primiano comparisse davanti a loro, così come i loro antenati avevano voluto far comparire davanti a loro Ceciliano. Avendo avuto sentore che cospiravano contro di lui, Primiano non volle incontrarli, come Ceciliano non aveva voluto incontrare gli altri. Essi condannarono Primiano in sua assenza, come gli altri avevano condannato Ceciliano in sua assenza. Questo è il quadro degli avvenimenti che Dio recentemente ha voluto porre davanti ai nostri occhi, perché l'oblio stava cancellando dalla memoria i fatti di un remoto passato!. È stato condannato un assente! Altri vescovi del partito di Donato reintegrarono Primiano nella comunione, o meglio, dal momento che essi non lo avevano deposto, lo confermarono nel pieno possesso della sua sede. I Massimianisti furono condannati alla stessa stregua di Donato, che si meritò la condanna quando i vescovi stranieri e d'oltremare assolsero Ceciliano. Fu condannato Massimiano con i suoi dodici consacranti. Il gruppo dei dissidenti comunque annoverava molti elementi, fra cui presumibilmente un centinaio di vescovi. Tuttavia, per scongiurare uno scisma maggiore, costoro, dopo averne espulsi alcuni, non vollero imporre una sanzione disciplinare a tutta la massa. Condannarono soltanto coloro che avevano preso parte all'ordinazione di Massimiano, quando, in opposizione al suo vescovo, fu illecitamente elevato all'episcopato. Agli altri aderenti alla sua fazione, qualora avessero voluto ritornare alla Chiesa, si concedeva di conservare le loro dignità. Del resto, il loro stesso modo di parlare rivelava che costoro erano al di fuori della Chiesa : se tu infatti inviti uno a rientrare, vuol dire che è fuori! Si fissò dunque una data: chi rientrava entro quel dato giorno, non avrebbe dovuto rispondere dei suoi attacchi contro Primiano: il loro decreto di Bagai ne è la conferma. Fu condannato soltanto Massimiano con altri dodici. Si fanno dei passi per espellere i condannati dalle loro basiliche. Ci si appella ai giudici, si ricorre ai proconsoli, si invoca come prova davanti al tribunale il concilio episcopale di Bagai. Sono bollati come eretici, si forniscono le prove della loro condanna, si chiedono ordinanze, si radunano milizie ausiliarie e si giunge infine ad espellere dalle loro basiliche questi individui, che, pur colpiti da condanna, si irrigidiscono nella loro ostinazione. I fedeli, che parteggiavano per quei condannati, opposero resistenza; dove non poterono resistere furono sopraffatti; in sostituzione dei vescovi vinti ed espulsi ne furono ordinati altri. Conosciamo due di questi, per non parlare degli altri: Feliciano di Musti e Pretestato di Assuras. Orbene, due o tre anni più tardi, dopo essere stati perseguiti più volte attraverso provvedimenti giudiziari e il massimo rigore del potere civile, grazie ad Ottato, il seguace di Gildone, furono reintegrati in tutte le loro dignità. Dopo la condanna, l'espulsione e la persecuzione, ecco che essi li accolgono con tutti gli onori del loro rango, associandoseli come collaboratori e colleghi! In verità, al posto di uno di loro, Pretestato di Assuras, avevano già ordinato un altro vescovo, chiamato Rogato, che ora è cattolico. Il loro esercito, intendo dire la banda dei circoncellioni, gli mozzò la lingua e una mano. Quanto a coloro che, per tutto il tempo in cui questi condannati erano restati al di fuori, cioè per circa tre anni, furono battezzati da altri condannati, quindi furono battezzati al di fuori della loro Chiesa, essi li accolsero così come erano. Nessuno disse: " Tu non hai il battesimo, perché sei stato battezzato al di fuori ". Invece è ribattezzato chi proviene da Efeso, Smirne, Tessalonica e da tutte le altre chiese, che gli Apostoli con la loro fatica hanno impiantato, e di cui leggiamo le lettere che gli Apostoli hanno inviato loro, quando sono lette in chiesa.

La sentenza del Concilio di Bagai è dettata da Emerito.

10. Siamo in possesso del testo della sentenza contro i Massimianisti. E, per quanto ci risulta, è proprio dalla bocca del nostro fratello - che Dio gli conceda di diventare nostro fratello rappacificato! - è proprio questo nostro fratello Emerito che ha dettato la sentenza della loro condanna. Si legga la sentenza che ha condannato costoro, poi si legga la sentenza, con cui i loro antenati condannarono Ceciliano, e si giudichi chi furono i maggiori colpevoli, quali puniti con una sentenza più dura, quali condannati con maggiore fracasso. Ecco ciò che [Emerito] disse in quel testo: " Anche se l'alveo dell'utero avvelenato celò a lungo i frutti malefici del seme viperino, e le molli masse del crimine concepito, riscaldandosi al lento tepore, si trasformarono in membra d'aspide, tuttavia l'involucro protettore disparve e il virus concepito non poté più essere occultato. Infatti, anche se con effetto ritardato, i loro propositi, gravidi di crimini, partorirono il loro pubblico delitto e il loro parricidio. Tutto ciò era stato predetto: Egli ha dato alla luce l'ingiustizia, ha concepito il dolore e ha partorito l'iniquità 8. Ma l'azzurro rifulge già fra le nuvole e non c'è più una selva intricata di crimini, essendo ormai stati segnalati i nomi per la punizione - l'indulgenza infatti fa parte ormai del passato -; noi abbandoniamo la linea della clemenza e la causa individua i colpevoli ". E aggiunge fra l'altro: "Parliamo pure, carissimi fratelli, delle cause dello scisma, perché ormai non possiamo più tacere i nomi delle persone. Massimiano, lui è l'avversario della fede, il corruttore della verità, il nemico della madre Chiesa, il ministro di Datan, Core e Abiron ". Queste sono le parole del partito di Donato nei confronti dei Massimianisti; e, da quel che abbiamo sentito, sono state dettate da costui. Voi sapete chi sono Datan, Core e Abiron: essi furono i promotori del primo scisma; per essi non bastò la pena usuale: la terra si aprì per inghiottirli vivi 9. " Questo ministro di Datan, Core e Abiron " - sono sue parole - " è stato espulso dal grembo della pace con il fulmine della sentenza ". Ascoltate ancora che cosa dice: " E se la terra non si è spalancata tuttora per inghiottirlo, è perché se lo è riservato per un giudizio peggiore dall'Alto. Nel primo caso egli avrebbe pagato solo in parte per il suo crimine, ora invece raccoglie anche gli interessi di un castigo più duro: egli è morto nel mezzo dei vivi ". Sono parole di colui che ha condannato Massimiano, o meglio, per usare il suo linguaggio, che "con bocca veridica " 10 lo ha fulminato. E nonostante ciò, essi hanno raccolto aspidi, vipere, parricidi, senza annullare il battesimo che è stato conferito dall'aspide, dalla vipera, dal parricida. Avete visto quale fiammata d'eloquenza ha crepitato, quando lui ha trovato del buon fieno secco per farla incendiare! Fratello Emerito, tu hai abbracciato tuo fratello Feliciano, che il fulmine della tua bocca aveva condannato; riconosci tuo fratello Deuterio, che anche un vincolo di parentela unisce a te!

Il caso dei Massimianisti fa ammutolire i Donatisti.

11. Fratelli miei, ogni volta abbiamo contestato loro durante i lavori della conferenza il caso dei Massimianisti, che vi ho esposto come ho potuto, Emerito ha osservato un silenzio ancor più assoluto di quel che mantiene adesso su tutto. Che costoro non si nascondano con un sotterfugio, che equivarrebbe, più che ad una difesa, ad una fuga! Dicono infatti che diedero una proroga ai Massimianisti e, prima che spirasse tale periodo, li riammisero. Questo è falso! Con Massimiano sono stati condannati dodici vescovi; gli altri invece non erano presenti alla sua ordinazione, quando gli imposero le mani: a costoro concessero una dilazione. Ecco infatti le sue testuali parole: " E non è il solo costui " - dice - " che si vede condannato con la giusta morte del suo crimine; infatti la catena del sacrilegio coinvolge nella complicità del crimine una moltitudine. Di essi è scritto: Veleno d'aspide è sotto le loro labbra, la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza. I loro piedi corrono veloci a versare il sangue; contrizione e infelicità è sul loro cammino e la via della pace non hanno conosciuto. Non c'è timore di Dio davanti ai loro occhi 11. Noi non vorremmo, per così dire, recidere le giunture del nostro corpo, ma la cancrena mortale di una piaga in putrefazione riceve maggior beneficio da una operazione chirurgica, anziché da un blando medicamento; e si è constatato che è più salutare, per evitare che l'infezione si propaghi in tutte le membra, ricorrere a un dolore momentaneo, al fine di eliminare la piaga aperta ". Come " colpevoli di questo crimine infame ", egli ne nomina dodici, fra i quali sono Feliciano e Pretestato, ma i nomi di tutti mi sfuggono. Ed egli continua così: " Costoro, che, con la loro funesta azione di perdizione, hanno colmato di liquame un vaso sordido, così come in altri tempi fecero i chierici della Chiesa di Cartagine, i quali, assistendo al misfatto, furono i favoreggiatori di questo illegittimo incesto, sono stati condannati, per disposizione e volere di Dio, dalla bocca veridica di un concilio universale: sappiatelo! Quanto a coloro che non hanno inquinato i germogli dell'arbusto sacrilego, quelli cioè che per un senso di verecondo pudore della fede hanno ritirato la loro mano dal capo di Massimiano, a costoro abbiamo permesso di ritornare alla madre Chiesa ". Volevano impomiciare la loro faccia, poiché graziavano i sacrileghi e accordavano apertamente il ritorno agli scismatici. Che è questo? Chiedo che egli si degni di spiegarmi adesso come mai i germogli dell'arbusto sacrilego non hanno inquinato costoro. Perché mai tu accordi loro una proroga, se essi non hanno potuto avere alcun rapporto con lo scisma di Massimiano? Se invece essi sono soci della loro fazione, benché non abbiano assistito alla ordinazione, come mai Massimiano non li inquina, mentre l'universo intero è macchiato da un uomo, Ceciliano, condannato una sola volta in sua assenza e per tre volte assolto in sua presenza? Un africano non inquina gli africani, un vivente i viventi, un conoscente i conosciuti, un complice i colleghi; Ceciliano invece inquina i popoli d'oltremare, inquina gente tanto lontana, inquina sconosciuti, inquina perfino i non ancora nati? Feliciano, da te condannato, si è seduto con te e non ti ha macchiato? Io quello non l'ho mai visto, tu invece costui lo hai conosciuto. Io quello lo reputo innocente, tu hai condannato questo come colpevole. Insomma, se confessi di avere accolto un innocente, confessi anche di aver condannato un innocente.

Se noi abbiamo un cuore di pastore, dobbiamo buttarci fra i rovi e le spine.

12. Malgrado ciò, fratelli miei, non ci dispiace la loro concordia. In mezzo a loro sono sorti odi diabolici, poi sopiti; secondo loro, sono tornati a far pace. Ma io dico loro: se il ramo spezzato ha cercato di recuperare il virgulto che si è staccato, con quale diligenza l'albero stesso non dovrà cercare di recuperare il ramo che da esso si è staccato? Per questo sudiamo, per questo fatichiamo, per questo rischiamo di trovarci nel mezzo di truppe armate e della furia sanguinaria dei loro circoncellioni; e se tolleriamo fino ad oggi i loro resti con la pazienza che Dio ci ha donata, è perché l'albero cerchi il suo ramo, e il gregge cerchi la pecorella, smarrita lontano dall'ovile di Cristo. Se noi abbiamo un cuore di pastore, dobbiamo buttarci fra i rovi e le spine. Con le membra lacerate, cerchiamo la pecorella e portiamola con letizia al pastore e principe di tutti 12!. Abbiamo parlato a lungo, malgrado la spossatezza. Nonostante ciò, il nostro fratello, per il cui bene vi abbiamo detto queste cose, a cui ugualmente le diciamo e per il quale tanto ci adoperiamo, persiste sempre nella sua ostinazione. Una fermezza spietata viene considerata costanza. Che la smetta di vantarsi di una energia tanto inutile quanto falsa! Ascolti ciò che gli dice l'Apostolo: La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza 13. Preghiamo per lui. Come possiamo conoscere i disegni di Dio? Sta scritto: Molti sono i pensieri nel cuore dell'uomo, ma solo il disegno del Signore rimane in eterno 14.

Note:



 1 - Gal 4, 19.

2 - Gal 5, 10.

3 - AUG., Ep. 128, 1-3; cf. Brevic. 1, 5.

4 - Cf. Col 1, 6.

5 - Lc 18, 14.

6 - AUG., Ep. 128, 3-4.

7 - Cf. Mt 5, 9.

8 - Sal 7, 15.

9 - Cf. Nm 16, 32.

10 - Vedi infra, 11.

11 - Sal 13, 3; Rm 3, 13-18 (= Sal 10, 7; Is 59, 1-8; Sal 35, 2).

12 - Cf. Lc 15, 4-6.

13 - 2 Cor 12, 9.

14 - Prv 19, 21.

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