Discorso del Signore sulla montagna - libro secondo

Discorso del Signore sulla montagna

Sant'Agostino d'Ippona

Discorso del Signore sulla montagna - libro secondo
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LE BEATITUDINI NEL RAPPORTO CON DIO


La beatitudine dei puri di cuore nella preghiera, elemosina, digiuno e nelle opere di bene (1, 1 - 22, 76)

Purezza del cuore e amore della lode.

1. 1. La purificazione del cuore, con cui ha inizio questo libro, viene dopo la misericordia, con la cui esposizione ha avuto termine il primo libro. La purificazione del cuore è paragonabile a quella dell’occhio con cui si vede Dio; e a mantenerlo limpido è indispensabile tanta attenzione quanta ne richiede la dignità dell’essere che con esso si può conoscere. Ma è difficile che in questo occhio, in gran parte purificato, non s’insinuino furtivamente alcune placche per mezzo delle eventualità che abitualmente accompagnano le nostre buone azioni, ad esempio la lode degli uomini. Certamente è dannoso non vivere onestamente, ma il vivere onestamente e non volere essere lodato non è altro che essere nemico delle umane eventualità che son tanto più degne di compassione, quanto meno è gradita la onesta vita degli uomini. Se dunque coloro, in mezzo ai quali vivi, non loderanno te che vivi onestamente, essi sono in errore; se invece ti loderanno, tu sei in pericolo. Si eccettua il caso che tu abbia un cuore tanto limpido e puro da non fare per le lodi degli uomini quel che fai con onestà e da rallegrarti per loro che lodano con onestà, perché è ad essi gradito ciò che è bene, anziché per te stesso. Difatti vivresti con onestà, anche se nessuno ti lodasse, e allora capiresti che la tua azione lodevole è utile a coloro che ti lodano, se onorano te non per la tua vita virtuosa, ma Dio perché è suo tempio veramente degno di rispetto chi vive bene. Si adempie così quel che dice Davide: Nel Signore si gloria la mia anima; ascoltino gli umili e si rallegrino 1. Spetta dunque all’occhio puro nell’agire onestamente non aver di mira le lodi degli uomini e non riferire ad essi la buona azione che compi, cioè fare una buona azione per essere gradito agli uomini. Così andrebbe a genio perfino simulare una buona azione, se si bada soltanto a farsi lodare da un individuo il quale, poiché non può vedere il cuore, può lodare anche l’ipocrisia. E quelli che lo fanno, cioè quelli che simulano la bontà, sono di cuore doppio. Quindi ha il cuore limpido, cioè puro, soltanto chi supera le lodi umane e nel vivere bene è attento soltanto a lui e a lui s’impegna d’esser gradito, perché egli soltanto è scrutatore della coscienza. E tutto ciò che proviene dalla rettitudine della coscienza è tanto più degno di lode, quanto meno ambisce le lodi umane.

La retta intenzione.

1. 2. Evitate dunque, dice il Signore, di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro ammirati, ossia: evitate di vivere onestamente con questa intenzione e di stabilire il vostro bene nel farvi ammirare dagli uomini. Altrimenti non avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli 2, non nel senso che siate ammirati dagli uomini, ma se vivete con onestà appunto per farvi ammirare. Altrimenti non avrebbe senso quel che è stato detto all’inizio di questo discorso: Voi siete la luce del mondo. Non può rimanere nascosta una città collocata sopra un monte, né accendono una lucerna e la mettono sotto il moggio, ma sopra il lucerniere affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e non ha terminato con queste parole, ma ha aggiunto: E diano gloria al vostro Padre che è nei cieli 3. Qui invece, poiché rimprovera se sia volto alla lode il fine delle buone azioni, cioè se ci comportiamo con onestà per essere ammirati dagli uomini, dopo aver detto: Evitate di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro ammirati 4, non ha aggiunto nulla. Da questo si evidenzia che non ha proibito che si agisca con onestà davanti agli uomini, ma che si agisca con onestà davanti agli uomini per essere da loro ammirati, ossia che questo ci prefiggiamo e che vi riponiamo il fine della nostra intenzione.

Esempio di Paolo.

1. 3. Difatti l’Apostolo dice: Se fossi ancora gradito agli uomini, non sarei ministro di Cristo 5, mentre in un altro passo dice: Siate graditi a tutti in tutto, come io sono gradito a tutti in tutto 6. Quelli che non capiscono questo pensiero dell’Apostolo vi notano un’antitesi, quantunque egli abbia affermato di non essere gradito agli uomini, perché non agiva con onestà per piacere a loro, ma a Dio, in quanto intendeva, per il fatto stesso che era gradito agli uomini, volgere il loro cuore all’amore di lui. Perciò affermava con onestà di non essere gradito agli uomini, perché lo avvertiva nel fatto stesso di essere gradito a Dio; e sempre con onestà ingiungeva che si deve esser graditi agli uomini, non affinché questo si desideri come ricompensa delle buone opere, ma perché non potrebbe essere gradito a Dio chi non si offrisse all’imitazione di coloro che vorrebbe indurre alla salvezza; per nessun motivo infatti un individuo può imitare chi non gli è gradito. Come dunque non irragionevolmente parlerebbe chi dicesse: In questa mia attività, con cui cerco una nave, non cerco la nave ma la patria, così logicamente l’Apostolo direbbe: In questa mia attività, con cui sono gradito agli uomini, non a loro ma a Dio son gradito perché non tendo a questo, ma intendo che mi imitino coloro che voglio restituire alla salvezza. Così dice dell’offerta che si dà per i fedeli: Non perché voglio un regalo, ma perché ritengo necessario il merito 7, cioè: nel fatto che cerco una vostra offerta, non essa cerco, ma un vostro merito. Da questa precisazione poteva esser manifesto quanto avessero progredito nel Signore perché eseguivano liberamente quel che da loro si richiedeva non per la soddisfazione proveniente dal regalo, ma per la comunione della carità.

Vera ricompensa in Dio.

1. 4. Anche quando aggiunge la frase: Altrimenti non avrete la ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli 8, indica soltanto che noi dobbiamo evitare di esigere la lode degli uomini per ricompensa delle nostre azioni, cioè di lusingarci che con essa diventiamo felici.

Retta intenzione anche nell’elemosina.

2. 5. Quando dunque fai l’elemosina, dice il Signore, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e per le strade per essere lodati dagli uomini 9. Non voler farti notare, dice, come gli ipocriti. È evidente che gli ipocriti non hanno nel cuore quel che pongono davanti agli occhi degli uomini. Infatti gli ipocriti sono operatori di finzioni sul tipo dei presentatori dell’altrui personalità nelle rappresentazioni teatrali. Ad esempio chi nella tragedia fa la parte di Agamennone o di un altro personaggio storico o mitologico non è realmente lui, ma lo rappresenta ed è detto mimo. Così nella Chiesa e in tutta l’umana convivenza è un ipocrita chi vuol sembrare quel che non è. Infatti imita con finzione il virtuoso, non lo esibisce, perché ripone tutto l’utile nella lode umana, che possono conseguire anche quelli che fingono nell’atto che ingannano coloro a cui sembrano buoni e dai quali vengono lodati. Ma tali individui da Dio, che scruta il cuore, ricevono come ricompensa soltanto la condanna dell’inganno. Infatti hanno ricevuto dagli uomini, dice Gesù, la loro ricompensa 10. E molto giustamente sarà detto loro: Allontanatevi da me, operatori d’inganno 11, perché avete portato il mio nome, ma non avete praticato le mie opere. Hanno dunque ricevuto la loro ricompensa coloro che fanno l’elemosina soltanto per essere lodati dagli uomini, non però se sono lodati dagli uomini, ma se la fanno appunto per esser lodati, come è stato discusso precedentemente. La lode umana non si deve ambire dunque da chi fa opere buone, ma deve accompagnare chi le fa, affinché diventino migliori coloro che possono imitare ciò che lodano e non perché egli pensi che essi, lodandolo, gli siano di vantaggio.

La sinistra non è il nemico.

2. 6. Invece mentre fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra 12. Se intenderai che con la sinistra sono indicati i non cristiani, sarà evidente che non v’è colpa nel voler essere gradito ai cristiani, mentre ci è assolutamente proibito di stabilire il vantaggio e il fine dell’opera buona nella lode di qualsiasi persona. Ma il complesso di atti, affinché ti imitino coloro ai quali saranno gradite le tue buone azioni, si deve mostrare non soltanto ai cristiani ma anche ai non cristiani, affinché nel lodare le nostre buone opere onorino Dio e giungano alla salvezza. Se poi per sinistra vorrai intendere un nemico nel senso che un tuo nemico non sappia quando fai l’elemosina, perché mai il Signore stesso, mosso a pietà, sanò alcune persone alla presenza dei Giudei suoi nemici? Perché l’apostolo Pietro, avendo guarito quell’uomo di cui alla porta Bella del tempio ebbe compassione in quanto storpio, dovette subire la collera dei nemici contro di sé e contro gli altri discepoli di Cristo 13? Se poi è necessario che il nemico non sappia quando facciamo l’elemosina, non sappiamo che fare col nemico stesso per adempiere il comandamento: Se il tuo nemico avrà fame, dàgli da mangiare; se avrà sete, dàgli da bere 14.

La sinistra fra marito e moglie.

2. 7. Di solito v’è una terza interpretazione, assurda e ridicola, dei materialisti. Non la ricorderei se non conoscessi per esperienza che non pochi sono incappati nell’errore in quanto dicono che con l’appellativo di sinistra è indicata la moglie. Siccome abitualmente le donne nella gestione della famiglia sono più attaccate al denaro, non dovrebbero conoscere a causa dei litigi di famiglia quando i loro mariti danno qualcosa ai bisognosi. Come se soltanto gli uomini siano cristiani e il comandamento non sia dato anche per le donne. A quale sinistra dunque la donna deve occultare l’opera della propria misericordia? O anche l’uomo sarà la sinistra della donna? È proprio assurdo. Ovvero se si pensasse che l’uno è la sinistra dell’altro, qualora da uno si distribuisce qualcosa dal patrimonio familiare in modo che sia contro il volere dell’altro, tale matrimonio non sarebbe cristiano. Ma è inevitabile che se uno dei due, secondo il comandamento di Dio, vorrà fare l’elemosina, chiunque dei due avrà contro, sia nemico del comandamento di Dio e sia quindi da considerarsi tra i non cristiani. E su tali argomenti è comandamento di Dio che mediante un buon rapporto e comportamento il marito cristiano conquisti la moglie o la moglie cristiana il marito 15. Perciò non debbono nascondere l’uno all’altro le proprie buone azioni, alle quali si debbono spronare a vicenda, sicché possa l’un l’altro spronarsi alla comune professione della fede cristiana. E non si devono commettere furti per guadagnarsi la bontà di Dio. Ma poniamo che si debba occultare qualcosa fin quando la debolezza dell’altro non può sopportare con animo sereno, giacché questo non è né ingiusto né illecito. Tuttavia dall’esame di tutto il brano non appare con evidenza chi sia indicato come sinistra, perché da esso emergerà che è insieme all’altro chi potrebbe considerare come sinistra.

La sinistra è desiderio di lode.

2. 8. Evitate, dice il Signore, di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro ammirati; altrimenti non avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli 16. Nell’inciso ha parlato della virtù in generale, in seguito svolge separatamente. È un settore della virtù l’opera che si compie mediante l’elemosina e quindi ne deduce la massima: Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e per le strade per essere lodati dagli uomini 17. A questo si riferisce quel che ha detto prima: Evitate di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro lodati. Invece quel che segue: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa si riferisce al pensiero che ha espresso precedentemente: Altrimenti non avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli. Poi continua: Invece quando tu fai l’elemosina. Quando dice: Invece quando tu cosa dice di diverso che: non come loro? Che cosa mi comanda allora? Invece quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra 18. Quindi essi agiscono in modo che la loro sinistra sappia ciò che fa la loro destra. Quindi a te si proibisce di fare quel che in loro è reprensibile. E in loro è reprensibile che agiscano in modo da bramare le lodi degli uomini. Quindi è evidente che con immediata deduzione la sinistra simboleggia la compiacenza della lode, la destra l’intenzione di adempiere i precetti divini. Quando dunque alla coscienza di chi fa l’elemosina si congiunge il desiderio della lode umana, la sinistra si rende cosciente dell’azione della destra. Non sappia dunque la tua sinistra quel che fa la tua destra, cioè: Non si congiunga il desiderio della lode umana alla tua consapevolezza, quando nel fare l’elemosina t’impegni a osservare il comandamento divino.

L’elemosina nel segreto.

2. 9. Affinché la tua elemosina rimanga nel segreto 19. Che cosa significa nel segreto se non nella stessa retta coscienza che non si può mostrare alla vista umana né svelare con le parole? Difatti molti dicono molte menzogne. Quindi se la destra agisce interiormente nel segreto, sono di competenza della sinistra tutte le cose esteriori poste nello spazio e nel tempo. Quindi la tua elemosina avvenga nella coscienza stessa in cui molti fanno l’elemosina con la buona volontà, sebbene non abbiano denaro o qualsiasi altro bene che si deve offrire al bisognoso. Molti invece agiscono all’esterno e non agiscono all’interno, in quanto vogliono apparire compassionevoli per ambizione o per amore di qualsiasi altro tornaconto esteriore, perché si deve ritenere che in essi agisce soltanto la sinistra. Così alcuni hanno una posizione di mezzo fra gli uni e gli altri, sicché fanno l’elemosina con l’intenzione volta a Dio e tuttavia s’insinua in questa ottima disposizione un certo desiderio della lode o di qualche altro vantaggio labile ed effimero. Ma nostro Signore con grande energia proibisce che in noi agisca soltanto la sinistra, quando proibisce che essa s’insinui nelle opere della destra affinché, cioè, non solo evitiamo di fare l’elemosina per il solo desiderio dei beni caduchi ma anche affinché in questa opera non volgiamo l’attenzione a Dio in modo che vi si confonda o aggiunga il desiderio di vantaggi esteriori. Si tratta infatti di purificare il cuore che, se non sarà limpido, non sarà puro. E come sarà limpido se serve a due padroni 20 e non purifica il proprio sguardo con la sola percezione dei beni eterni, ma la offusca con l’amore delle cose caduche ed effimere? Sia dunque la tua elemosina nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà 21. Assolutamente giusto e vero. Se infatti attendi il premio da colui che è il solo scrutatore della coscienza, ti basti a riscuotere in premio la coscienza stessa. Molti codici latini hanno: E il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà apertamente. Ma siccome nei codici greci, che sono più antichi, non ho trovato apertamente, ho pensato che non se ne deve trattare.

Preghiera non all’aperto...

3. 10. E quando pregate, soggiunge, non siate come gli ipocriti che amano stare in piedi a pregare nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini 22. Ed anche in questo caso non è proibito essere visti, ma compiere queste azioni per farti vedere dagli uomini. E inutilmente ripetiamo tante volte i medesimi concetti, perché una sola norma si deve osservare, dalla quale si è appreso che non si deve temere o evitare se gli uomini conoscono questi fatti ma se si compiono con l’intenzione di presumere da essi il risultato di essere graditi agli uomini. E il Signore stesso usa le medesime parole nel soggiungere come prima: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa, lasciando intendere di proibire che si desideri quella ricompensa, di cui godono gli stolti quando sono lodati dagli uomini.

...ma nel segreto.

3. 11. Voi invece quando pregate, soggiunge, entrate nella vostra camera da letto 23. Evidentemente la camera è il cuore stesso che viene anche indicato in un salmo, in cui si dice: Di quel che dite nel vostro cuore pentitevi anche sul vostro letto 24. E chiudendo la porta, continua Gesù, pregate il Padre vostro nel segreto. È troppo poco entrare nelle camere da letto, se la porta è aperta agli sfacciati, perché attraverso la porta le cose esterne irrompono dentro a frotte e disturbano la nostra interiorità. Ho detto che sono fuori tutte le cose poste nel tempo e nello spazio, le quali attraverso la porta, cioè attraverso il senso esteriore, s’introducono nei nostri pensieri e con la confusione delle varie immaginazioni ci disturbano mentre preghiamo. Si deve quindi chiudere la porta, cioè opporsi al senso esteriore, affinché la preghiera proveniente dallo spirito si levi al Padre perché essa avviene nel profondo del cuore, quando si prega il Padre nel segreto. E il Padre vostro che vede nel segreto vi ricompenserà 25. E l’argomento doveva aver termine con una simile conclusione. Difatti con esso non ci esorta a pregare ma a come dobbiamo pregare; e precedentemente non affinché facciamo l’elemosina, ma con quale intenzione dobbiamo farla 26. Difatti ingiunge di purificare il cuore e lo purifica soltanto il solo e schietto anelito alla vita eterna in un unico e puro amore della sapienza.

Preghiera non a parole.

3. 12. Quando pregate poi, continua, non dite molte parole come i pagani, i quali suppongono di essere esauditi per le loro molte parole27. Come degli ipocriti è esibirsi alla vista, poiché il loro intento è piacere agli uomini, così è degli etnici, cioè in latino pagani, ritenere di essere esauditi per le molte parole. E in verità il molto parlare proviene dai pagani che s’impegnano più ad educare il linguaggio che a purificare la coscienza. E si sforzano di adibire questa forma di futile attitudine a convincere Dio con la preghiera, perché suppongono che egli, come l’uomo giudice, sia mosso dalle parole a prendere una decisione. Non siate dunque come loro, dice l’unico vero Maestro, perché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate 28. Se infatti si pronunziano molte parole per informare e istruire uno che non sa, che bisogno se ne ha per colui che conosce tutte le cose, perché a lui parlano tutte le cose nell’atto stesso che esistono e si segnalano come avvenute? Ed anche gli eventi futuri non sono nascosti alla capacità creativa e sapienza di lui, perché in essa sono presenti e non transeunti tutti gli eventi che sono passati e che passeranno.

Opere buone implicate dalle parole.

3. 13. Ma poiché anche il Signore sta per dire delle parole, sebbene poche, con cui ci insegna a pregare, si può chiedere il motivo per cui vi sia bisogno di queste sia pure poche parole per lui che conosce tutti gli eventi prima che avvengano e sa, come è stato detto, di che cosa abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo. A questo quesito prima di tutto si risponde che per ottenere quel che vogliamo, noi dobbiamo rivolgerci a Dio non con le parole, ma con le opere che compiamo mediante la coscienza e l’atto del pensiero assieme all’amore puro e a un sincero affetto. Nostro Signore poi ci ha insegnato le opere con le parole affinché con queste, trasmesse alla memoria, ci ricordiamo di quelle al momento della preghiera.

Essere presenti al Padre.

3. 14. Ma tanto se dobbiamo pregare con le opere come con le parole, si pone ancora la domanda che bisogno si abbia della preghiera stessa se Dio già conosce quello di cui abbiamo bisogno. La ragione è che l’applicazione stessa alla preghiera rasserena e purifica il nostro cuore e lo rende più capace a ricevere i doni divini che ci vengono elargiti spiritualmente. Infatti non ci esaudisce per il desiderio delle nostre preghiere, perché egli è sempre disposto a darci la sua luce non visibile, ma intellegibile e spirituale, ma non sempre noi siamo disposti a riceverla perché tendiamo ad altro e ci ottenebriamo nella bramosia delle cose poste nel tempo. Avviene dunque nella preghiera il volgersi del cuore a lui che è sempre disposto a dare se noi riceviamo quel che ha dato. E nell’atto del volgersi avviene la purificazione dell’occhio interiore, poiché si respingono i vantaggi che si desiderano per il tempo, affinché lo sguardo d’un cuore limpido possa accogliere la limpida luce che splende col potere divino senza tramonto e variante, e non soltanto accogliere ma rimanere in essa non solo senza inquietudine, ma anche con l’ineffabile gioia, in cui realmente e schiettamente si effettua la felicità.

La preghiera al Padre.

4. 15. Ma ormai si devono considerare quali cose ci ha comandato di chiedere nella preghiera colui dal quale apprendiamo che cosa chiedere e otteniamo quel che chiediamo. Voi dunque, egli dice, pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male 29. Poiché in ogni invocazione si deve propiziare la benevolenza di colui che invochiamo e poi dire quel che invochiamo, si suole propiziare la benevolenza con la lode a colui al quale è diretta la preghiera e si suole porre questa lode all’inizio della preghiera. E in tale inizio nostro Signore ci ha ingiunto di dire soltanto: Padre nostro che sei nei cieli. Molte sono le espressioni a lode di Dio e ognuno le può rimeditare quando legge, perché sono sparse in vario modo e per ogni dove nei libri della Sacra Scrittura, tuttavia mai si trova che è stato ordinato al popolo d’Israele di dire: Padre nostro o di pregare Dio Padre, ma è stato indicato come loro padrone, ossia a individui posti in schiavitù che, cioè, vivevano ancora secondo la carne. Dico questo per il tempo in cui ricevevano gli ordinamenti della Legge, perché s’imponeva loro di osservarli. I profeti infatti fanno capire che Dio Signore potrebbe essere anche il loro Padre, se non trasgredissero i suoi comandamenti, come è l’espressione: Ho messo al mondo dei figli e li ho allevati, ma essi mi si sono ribellati 30; e l’altra: Io ho detto: siete dèi e figli dell’Altissimo; eppure morirete come ogni uomo e cadrete come uno dei potenti 31; e questa ancora: Se sono padrone, dove è il timore per me? E se sono padre, dov’è il rispetto dovuto? 32. Vi sono molte altre espressioni, in cui i Giudei sono rimproverati perché peccando non han voluto essere figli, eccettuate quelle espressioni che si hanno nei profeti sul futuro popolo cristiano, che avrebbe avuto Dio come Padre secondo la celebre frase del Vangelo: Ha dato loro di diventare figli di Dio 33. E l’apostolo Paolo dice: Finché l’erede è minorenne, non è in nulla diverso da uno schiavo 34; e ricorda che noi abbiamo ricevuto uno spirito di figli adottivi, in cui gridiamo: Abba, Padre 35.

Padre per la nostra adozione.

4. 16. E poiché l’esser chiamati all’eterna eredità per essere coeredi di Cristo e giungere all’adozione a figli 36, non è proprio dei nostri meriti ma della grazia di Dio, ricorriamo alla grazia all’inizio della preghiera col dire: Padre nostro. Con questo nome si promuove anche la carità perché il padre è l’essere più amato dai figli. Si suscitano anche un appassionato sentimento di supplica, quando gli uomini dicono a Dio: Padre nostro; e una determinata previsione di ottenere quel che stiamo per chiedere perché, prima di chiedere qualcosa, abbiamo ricevuto un dono tanto grande che ci è permesso di dire a Dio: Padre nostro. Che cosa ormai non può dare ai figli che chiedono, se ha già concesso di essere figli? Infine quale grande attrattiva avvince la coscienza, affinché chi dice: Padre nostro non sia indegno di un Padre così buono? Se infatti a un uomo della plebe fosse accordato da un senatore di antica nomina di chiamarlo padre, certamente egli si confonderebbe e non oserebbe farlo con disinvoltura nel considerare la bassezza della propria origine, la mancanza di beni e la volgarità della condizione plebea. A più forte ragione dunque si deve trepidare di chiamare Dio padre se è tanto grande la bruttezza e la riprovevole condotta nei costumi al punto che Dio le respinge da un rapporto con lui molto più giustamente che un senatore la povertà di un qualsiasi mendicante. Difatti questi disprezza nel mendicante uno stato al quale anche egli per la caducità delle umane condizioni potrebbe giungere, mentre Dio giammai cade in costumi depravati. E grazie alla sua bontà, perché per essere nostro padre esige da noi qualcosa che con nessuna opera si può procurare ma soltanto con la buona volontà. A questo punto sono ammoniti anche i ricchi e i nobili secondo il mondo, quando sono divenuti cristiani, a non insuperbire contro i poveri e gli umili, perché assieme a loro dicono a Dio: Padre nostro e non possono dirlo con verità e pietà se non si riconoscono fratelli.

Cieli sono i santi e i virtuosi.

5. 17. Il nuovo popolo, chiamato alla eredità eterna, usi dunque la voce del Nuovo Testamento e dica: Padre nostro che sei nei cieli 37, cioè nei santi e nei virtuosi, poiché Dio non è limitato dallo spazio cosmico. I cieli sono infatti i corpi nel cosmo che si distinguono per bellezza, ma sono sempre corpi che quindi possono essere soltanto nello spazio. Ma se si ritiene che la sede di Dio sia nei cieli in quanto sono le parti più alte del mondo, di più grande merito sono gli uccelli, perché la loro vita è più vicina a Dio. Però non si ha nella Scrittura: Il Signore è vicino ai giganti e ai montanari, ma si ha: Il Signore è vicino ai contriti di cuore 38, ma questo concetto è più attinente a una condizione di terrenità. Ma come il peccatore è stato considerato terra, quando gli fu detto: Sei terra e alla terra tornerai 39, così al contrario il virtuoso può essere considerato cielo. Difatti si dice ai virtuosi: Il tempio di Dio è santo e siete voi 40. Perciò se Dio abita nel suo tempio e i santi ne sono il tempio, Che sei nei cieli si traduce con criterio: Che sei nei santi. Ed è molto appropriata l’analogia che spiritualmente appaia esservi tanta differenza fra i virtuosi e i peccatori, quanta fisicamente fra il cielo e la terra.

Varie analogie dei cieli.

5. 18. Nell’intento di simboleggiare questo valore, quando preghiamo in piedi, ci volgiamo all’oriente, da cui si stende il cielo. Questo non perché Dio vi abiti, come se avesse abbandonato le altre parti del mondo egli che è dovunque presente non nello spazio fisico sebbene con la potenza della maestà, ma affinché l’anima sia avvertita a volgersi all’essere più perfetto, cioè a Dio, perché il corpo, che è terrestre, si volge a un corpo più perfetto cioè a un corpo celeste. Conviene anche all’avanzamento del sentimento religioso e influisce assai che con l’intelligenza di tutti, piccoli e grandi, si pensi bene di Dio. E poiché è necessario che prepongano il cielo alla terra coloro i quali sono ancora intenti alle bellezze visibili e non possono rappresentarsi un essere incorporeo, il loro modo di pensare è più tollerabile se credono che Dio, di cui ancora pensano come di un corpo, sia piuttosto in cielo che sulla terra. Questo affinché quando verranno a sapere alfine che il valore dell’anima è superiore anche a un corpo celeste, lo cerchino piuttosto nell’anima che in un corpo anche celeste e quando verranno a sapere quanta differenza vi sia fra l’anima dei peccatori e quella dei virtuosi, come non osavano, quando ancora intendevano secondo la carne 41, di collocare Dio in terra ma in cielo, così poi con fede più retta o anche col pensiero lo ricerchino piuttosto nell’anima dei virtuosi che in quella dei peccatori. Rettamente quindi s’interpreta che Padre nostro che sei nei cieli 42 significa nel cuore dei virtuosi come nel suo tempio santo. Nello stesso tempo chi prega vuole che anche in sé abbia dimora colui che invoca e, quando desidera questo bene, pratichi la virtù perché con questa prerogativa Dio è invitato a prender dimora nella coscienza.

Che significhi la santificazione del nome...

5. 19. Ed ora esaminiamo quel che si deve chiedere. È stato esposto chi è che viene invocato e dove ha la dimora. La prima di tutte le cose che si invocano è questa: Sia santificato il tuo nome 43. E non si chiede come se il nome di Dio non sia santo, ma affinché sia ritenuto santo dagli uomini, ossia affinché Dio si riveli a loro in modo tale che non ritengano nulla più santo e che nulla temano di offendere di più. Infatti la frase: Dio è conosciuto in Giudea, in Israele è grande il suo nome 44 non si deve interpretare nel senso che in un luogo Dio sia più piccolo e in un altro più grande, ma che il suo nome è grande in quel luogo, in cui è nominato con riferimento alla grandezza della sua maestà. Così è considerato santo il suo nome là dove è nominato con rispetto e nel timore dell’offesa. Ed è questo che ora avviene mentre il Vangelo, diffondendosi ancora fra i vari popoli, celebra per la mediazione del suo Figlio il nome dell’unico Dio.

...l’avvento del regno...

6. 20. E continua: Venga il tuo regno 45 nel senso, come il Signore stesso insegna nel Vangelo, che il giorno del giudizio verrà, quando il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo e questo evento appartiene alla santificazione del nome di Dio. Infatti le parole Venga il tuo regno non si devono intendere come se al momento Dio non regni. Ma forse qualcuno potrebbe intendere che la parola Venga implica sulla terra, come se egli anche ora non regni sulla terra, che anzi sempre vi ha regnato dalla creazione del mondo. Il termine Venga si deve dunque interpretare: si manifesti agli uomini. Come infatti anche la luce visibile è invisibile ai ciechi e a quelli che chiudono gli occhi, così il regno di Dio, sebbene mai abbandoni la terra, è tuttavia invisibile a coloro che non lo conoscono. A nessuno infatti sarà lecito ignorare il regno di Dio, perché il suo Unigenito, non solo nel settore del pensiero ma anche dell’esperienza, è venuto dal cielo nell’uomo del Signore per giudicare i vivi e i morti. E dopo questo giudizio, cioè quando sarà avvenuta la distinzione e separazione dei buoni dai cattivi, Dio sarà presente nei buoni in modo tale che non vi sarà più bisogno dell’ammaestramento umano, ma tutti, come si ha nella Scrittura: potranno essere ammaestrati da Dio 46. Poi la felicità sarà totalmente realizzata come fine nei santi per sempre, come ora gli angeli del cielo, sommamente santi e felici, soltanto con la illuminazione di Dio hanno la pienezza del sapere e della felicità, perché il Signore anche questo ha promesso ai suoi: Nella risurrezione saranno, egli dice, come gli angeli del cielo 47.

LE BEATITUDINI NEL RAPPORTO CON DIO


La beatitudine dei puri di cuore nella preghiera, elemosina, digiuno e nelle opere di bene (1, 1 - 22, 76)

Purezza del cuore e amore della lode.

1. 1. La purificazione del cuore, con cui ha inizio questo libro, viene dopo la misericordia, con la cui esposizione ha avuto termine il primo libro. La purificazione del cuore è paragonabile a quella dell’occhio con cui si vede Dio; e a mantenerlo limpido è indispensabile tanta attenzione quanta ne richiede la dignità dell’essere che con esso si può conoscere. Ma è difficile che in questo occhio, in gran parte purificato, non s’insinuino furtivamente alcune placche per mezzo delle eventualità che abitualmente accompagnano le nostre buone azioni, ad esempio la lode degli uomini. Certamente è dannoso non vivere onestamente, ma il vivere onestamente e non volere essere lodato non è altro che essere nemico delle umane eventualità che son tanto più degne di compassione, quanto meno è gradita la onesta vita degli uomini. Se dunque coloro, in mezzo ai quali vivi, non loderanno te che vivi onestamente, essi sono in errore; se invece ti loderanno, tu sei in pericolo. Si eccettua il caso che tu abbia un cuore tanto limpido e puro da non fare per le lodi degli uomini quel che fai con onestà e da rallegrarti per loro che lodano con onestà, perché è ad essi gradito ciò che è bene, anziché per te stesso. Difatti vivresti con onestà, anche se nessuno ti lodasse, e allora capiresti che la tua azione lodevole è utile a coloro che ti lodano, se onorano te non per la tua vita virtuosa, ma Dio perché è suo tempio veramente degno di rispetto chi vive bene. Si adempie così quel che dice Davide: Nel Signore si gloria la mia anima; ascoltino gli umili e si rallegrino 1. Spetta dunque all’occhio puro nell’agire onestamente non aver di mira le lodi degli uomini e non riferire ad essi la buona azione che compi, cioè fare una buona azione per essere gradito agli uomini. Così andrebbe a genio perfino simulare una buona azione, se si bada soltanto a farsi lodare da un individuo il quale, poiché non può vedere il cuore, può lodare anche l’ipocrisia. E quelli che lo fanno, cioè quelli che simulano la bontà, sono di cuore doppio. Quindi ha il cuore limpido, cioè puro, soltanto chi supera le lodi umane e nel vivere bene è attento soltanto a lui e a lui s’impegna d’esser gradito, perché egli soltanto è scrutatore della coscienza. E tutto ciò che proviene dalla rettitudine della coscienza è tanto più degno di lode, quanto meno ambisce le lodi umane.

La retta intenzione.

1. 2. Evitate dunque, dice il Signore, di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro ammirati, ossia: evitate di vivere onestamente con questa intenzione e di stabilire il vostro bene nel farvi ammirare dagli uomini. Altrimenti non avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli 2, non nel senso che siate ammirati dagli uomini, ma se vivete con onestà appunto per farvi ammirare. Altrimenti non avrebbe senso quel che è stato detto all’inizio di questo discorso: Voi siete la luce del mondo. Non può rimanere nascosta una città collocata sopra un monte, né accendono una lucerna e la mettono sotto il moggio, ma sopra il lucerniere affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e non ha terminato con queste parole, ma ha aggiunto: E diano gloria al vostro Padre che è nei cieli 3. Qui invece, poiché rimprovera se sia volto alla lode il fine delle buone azioni, cioè se ci comportiamo con onestà per essere ammirati dagli uomini, dopo aver detto: Evitate di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro ammirati 4, non ha aggiunto nulla. Da questo si evidenzia che non ha proibito che si agisca con onestà davanti agli uomini, ma che si agisca con onestà davanti agli uomini per essere da loro ammirati, ossia che questo ci prefiggiamo e che vi riponiamo il fine della nostra intenzione.

Esempio di Paolo.

1. 3. Difatti l’Apostolo dice: Se fossi ancora gradito agli uomini, non sarei ministro di Cristo 5, mentre in un altro passo dice: Siate graditi a tutti in tutto, come io sono gradito a tutti in tutto 6. Quelli che non capiscono questo pensiero dell’Apostolo vi notano un’antitesi, quantunque egli abbia affermato di non essere gradito agli uomini, perché non agiva con onestà per piacere a loro, ma a Dio, in quanto intendeva, per il fatto stesso che era gradito agli uomini, volgere il loro cuore all’amore di lui. Perciò affermava con onestà di non essere gradito agli uomini, perché lo avvertiva nel fatto stesso di essere gradito a Dio; e sempre con onestà ingiungeva che si deve esser graditi agli uomini, non affinché questo si desideri come ricompensa delle buone opere, ma perché non potrebbe essere gradito a Dio chi non si offrisse all’imitazione di coloro che vorrebbe indurre alla salvezza; per nessun motivo infatti un individuo può imitare chi non gli è gradito. Come dunque non irragionevolmente parlerebbe chi dicesse: In questa mia attività, con cui cerco una nave, non cerco la nave ma la patria, così logicamente l’Apostolo direbbe: In questa mia attività, con cui sono gradito agli uomini, non a loro ma a Dio son gradito perché non tendo a questo, ma intendo che mi imitino coloro che voglio restituire alla salvezza. Così dice dell’offerta che si dà per i fedeli: Non perché voglio un regalo, ma perché ritengo necessario il merito 7, cioè: nel fatto che cerco una vostra offerta, non essa cerco, ma un vostro merito. Da questa precisazione poteva esser manifesto quanto avessero progredito nel Signore perché eseguivano liberamente quel che da loro si richiedeva non per la soddisfazione proveniente dal regalo, ma per la comunione della carità.

Vera ricompensa in Dio.

1. 4. Anche quando aggiunge la frase: Altrimenti non avrete la ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli 8, indica soltanto che noi dobbiamo evitare di esigere la lode degli uomini per ricompensa delle nostre azioni, cioè di lusingarci che con essa diventiamo felici.

Retta intenzione anche nell’elemosina.

2. 5. Quando dunque fai l’elemosina, dice il Signore, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e per le strade per essere lodati dagli uomini 9. Non voler farti notare, dice, come gli ipocriti. È evidente che gli ipocriti non hanno nel cuore quel che pongono davanti agli occhi degli uomini. Infatti gli ipocriti sono operatori di finzioni sul tipo dei presentatori dell’altrui personalità nelle rappresentazioni teatrali. Ad esempio chi nella tragedia fa la parte di Agamennone o di un altro personaggio storico o mitologico non è realmente lui, ma lo rappresenta ed è detto mimo. Così nella Chiesa e in tutta l’umana convivenza è un ipocrita chi vuol sembrare quel che non è. Infatti imita con finzione il virtuoso, non lo esibisce, perché ripone tutto l’utile nella lode umana, che possono conseguire anche quelli che fingono nell’atto che ingannano coloro a cui sembrano buoni e dai quali vengono lodati. Ma tali individui da Dio, che scruta il cuore, ricevono come ricompensa soltanto la condanna dell’inganno. Infatti hanno ricevuto dagli uomini, dice Gesù, la loro ricompensa 10. E molto giustamente sarà detto loro: Allontanatevi da me, operatori d’inganno 11, perché avete portato il mio nome, ma non avete praticato le mie opere. Hanno dunque ricevuto la loro ricompensa coloro che fanno l’elemosina soltanto per essere lodati dagli uomini, non però se sono lodati dagli uomini, ma se la fanno appunto per esser lodati, come è stato discusso precedentemente. La lode umana non si deve ambire dunque da chi fa opere buone, ma deve accompagnare chi le fa, affinché diventino migliori coloro che possono imitare ciò che lodano e non perché egli pensi che essi, lodandolo, gli siano di vantaggio.

La sinistra non è il nemico.

2. 6. Invece mentre fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra 12. Se intenderai che con la sinistra sono indicati i non cristiani, sarà evidente che non v’è colpa nel voler essere gradito ai cristiani, mentre ci è assolutamente proibito di stabilire il vantaggio e il fine dell’opera buona nella lode di qualsiasi persona. Ma il complesso di atti, affinché ti imitino coloro ai quali saranno gradite le tue buone azioni, si deve mostrare non soltanto ai cristiani ma anche ai non cristiani, affinché nel lodare le nostre buone opere onorino Dio e giungano alla salvezza. Se poi per sinistra vorrai intendere un nemico nel senso che un tuo nemico non sappia quando fai l’elemosina, perché mai il Signore stesso, mosso a pietà, sanò alcune persone alla presenza dei Giudei suoi nemici? Perché l’apostolo Pietro, avendo guarito quell’uomo di cui alla porta Bella del tempio ebbe compassione in quanto storpio, dovette subire la collera dei nemici contro di sé e contro gli altri discepoli di Cristo 13? Se poi è necessario che il nemico non sappia quando facciamo l’elemosina, non sappiamo che fare col nemico stesso per adempiere il comandamento: Se il tuo nemico avrà fame, dàgli da mangiare; se avrà sete, dàgli da bere 14.

La sinistra fra marito e moglie.

2. 7. Di solito v’è una terza interpretazione, assurda e ridicola, dei materialisti. Non la ricorderei se non conoscessi per esperienza che non pochi sono incappati nell’errore in quanto dicono che con l’appellativo di sinistra è indicata la moglie. Siccome abitualmente le donne nella gestione della famiglia sono più attaccate al denaro, non dovrebbero conoscere a causa dei litigi di famiglia quando i loro mariti danno qualcosa ai bisognosi. Come se soltanto gli uomini siano cristiani e il comandamento non sia dato anche per le donne. A quale sinistra dunque la donna deve occultare l’opera della propria misericordia? O anche l’uomo sarà la sinistra della donna? È proprio assurdo. Ovvero se si pensasse che l’uno è la sinistra dell’altro, qualora da uno si distribuisce qualcosa dal patrimonio familiare in modo che sia contro il volere dell’altro, tale matrimonio non sarebbe cristiano. Ma è inevitabile che se uno dei due, secondo il comandamento di Dio, vorrà fare l’elemosina, chiunque dei due avrà contro, sia nemico del comandamento di Dio e sia quindi da considerarsi tra i non cristiani. E su tali argomenti è comandamento di Dio che mediante un buon rapporto e comportamento il marito cristiano conquisti la moglie o la moglie cristiana il marito 15. Perciò non debbono nascondere l’uno all’altro le proprie buone azioni, alle quali si debbono spronare a vicenda, sicché possa l’un l’altro spronarsi alla comune professione della fede cristiana. E non si devono commettere furti per guadagnarsi la bontà di Dio. Ma poniamo che si debba occultare qualcosa fin quando la debolezza dell’altro non può sopportare con animo sereno, giacché questo non è né ingiusto né illecito. Tuttavia dall’esame di tutto il brano non appare con evidenza chi sia indicato come sinistra, perché da esso emergerà che è insieme all’altro chi potrebbe considerare come sinistra.

La sinistra è desiderio di lode.

2. 8. Evitate, dice il Signore, di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro ammirati; altrimenti non avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli 16. Nell’inciso ha parlato della virtù in generale, in seguito svolge separatamente. È un settore della virtù l’opera che si compie mediante l’elemosina e quindi ne deduce la massima: Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e per le strade per essere lodati dagli uomini 17. A questo si riferisce quel che ha detto prima: Evitate di praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere da loro lodati. Invece quel che segue: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa si riferisce al pensiero che ha espresso precedentemente: Altrimenti non avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli. Poi continua: Invece quando tu fai l’elemosina. Quando dice: Invece quando tu cosa dice di diverso che: non come loro? Che cosa mi comanda allora? Invece quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra 18. Quindi essi agiscono in modo che la loro sinistra sappia ciò che fa la loro destra. Quindi a te si proibisce di fare quel che in loro è reprensibile. E in loro è reprensibile che agiscano in modo da bramare le lodi degli uomini. Quindi è evidente che con immediata deduzione la sinistra simboleggia la compiacenza della lode, la destra l’intenzione di adempiere i precetti divini. Quando dunque alla coscienza di chi fa l’elemosina si congiunge il desiderio della lode umana, la sinistra si rende cosciente dell’azione della destra. Non sappia dunque la tua sinistra quel che fa la tua destra, cioè: Non si congiunga il desiderio della lode umana alla tua consapevolezza, quando nel fare l’elemosina t’impegni a osservare il comandamento divino.

L’elemosina nel segreto.

2. 9. Affinché la tua elemosina rimanga nel segreto 19. Che cosa significa nel segreto se non nella stessa retta coscienza che non si può mostrare alla vista umana né svelare con le parole? Difatti molti dicono molte menzogne. Quindi se la destra agisce interiormente nel segreto, sono di competenza della sinistra tutte le cose esteriori poste nello spazio e nel tempo. Quindi la tua elemosina avvenga nella coscienza stessa in cui molti fanno l’elemosina con la buona volontà, sebbene non abbiano denaro o qualsiasi altro bene che si deve offrire al bisognoso. Molti invece agiscono all’esterno e non agiscono all’interno, in quanto vogliono apparire compassionevoli per ambizione o per amore di qualsiasi altro tornaconto esteriore, perché si deve ritenere che in essi agisce soltanto la sinistra. Così alcuni hanno una posizione di mezzo fra gli uni e gli altri, sicché fanno l’elemosina con l’intenzione volta a Dio e tuttavia s’insinua in questa ottima disposizione un certo desiderio della lode o di qualche altro vantaggio labile ed effimero. Ma nostro Signore con grande energia proibisce che in noi agisca soltanto la sinistra, quando proibisce che essa s’insinui nelle opere della destra affinché, cioè, non solo evitiamo di fare l’elemosina per il solo desiderio dei beni caduchi ma anche affinché in questa opera non volgiamo l’attenzione a Dio in modo che vi si confonda o aggiunga il desiderio di vantaggi esteriori. Si tratta infatti di purificare il cuore che, se non sarà limpido, non sarà puro. E come sarà limpido se serve a due padroni 20 e non purifica il proprio sguardo con la sola percezione dei beni eterni, ma la offusca con l’amore delle cose caduche ed effimere? Sia dunque la tua elemosina nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà 21. Assolutamente giusto e vero. Se infatti attendi il premio da colui che è il solo scrutatore della coscienza, ti basti a riscuotere in premio la coscienza stessa. Molti codici latini hanno: E il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà apertamente. Ma siccome nei codici greci, che sono più antichi, non ho trovato apertamente, ho pensato che non se ne deve trattare.

Preghiera non all’aperto...

3. 10. E quando pregate, soggiunge, non siate come gli ipocriti che amano stare in piedi a pregare nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini 22. Ed anche in questo caso non è proibito essere visti, ma compiere queste azioni per farti vedere dagli uomini. E inutilmente ripetiamo tante volte i medesimi concetti, perché una sola norma si deve osservare, dalla quale si è appreso che non si deve temere o evitare se gli uomini conoscono questi fatti ma se si compiono con l’intenzione di presumere da essi il risultato di essere graditi agli uomini. E il Signore stesso usa le medesime parole nel soggiungere come prima: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa, lasciando intendere di proibire che si desideri quella ricompensa, di cui godono gli stolti quando sono lodati dagli uomini.

...ma nel segreto.

3. 11. Voi invece quando pregate, soggiunge, entrate nella vostra camera da letto 23. Evidentemente la camera è il cuore stesso che viene anche indicato in un salmo, in cui si dice: Di quel che dite nel vostro cuore pentitevi anche sul vostro letto 24. E chiudendo la porta, continua Gesù, pregate il Padre vostro nel segreto. È troppo poco entrare nelle camere da letto, se la porta è aperta agli sfacciati, perché attraverso la porta le cose esterne irrompono dentro a frotte e disturbano la nostra interiorità. Ho detto che sono fuori tutte le cose poste nel tempo e nello spazio, le quali attraverso la porta, cioè attraverso il senso esteriore, s’introducono nei nostri pensieri e con la confusione delle varie immaginazioni ci disturbano mentre preghiamo. Si deve quindi chiudere la porta, cioè opporsi al senso esteriore, affinché la preghiera proveniente dallo spirito si levi al Padre perché essa avviene nel profondo del cuore, quando si prega il Padre nel segreto. E il Padre vostro che vede nel segreto vi ricompenserà 25. E l’argomento doveva aver termine con una simile conclusione. Difatti con esso non ci esorta a pregare ma a come dobbiamo pregare; e precedentemente non affinché facciamo l’elemosina, ma con quale intenzione dobbiamo farla 26. Difatti ingiunge di purificare il cuore e lo purifica soltanto il solo e schietto anelito alla vita eterna in un unico e puro amore della sapienza.

Preghiera non a parole.

3. 12. Quando pregate poi, continua, non dite molte parole come i pagani, i quali suppongono di essere esauditi per le loro molte parole27. Come degli ipocriti è esibirsi alla vista, poiché il loro intento è piacere agli uomini, così è degli etnici, cioè in latino pagani, ritenere di essere esauditi per le molte parole. E in verità il molto parlare proviene dai pagani che s’impegnano più ad educare il linguaggio che a purificare la coscienza. E si sforzano di adibire questa forma di futile attitudine a convincere Dio con la preghiera, perché suppongono che egli, come l’uomo giudice, sia mosso dalle parole a prendere una decisione. Non siate dunque come loro, dice l’unico vero Maestro, perché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate 28. Se infatti si pronunziano molte parole per informare e istruire uno che non sa, che bisogno se ne ha per colui che conosce tutte le cose, perché a lui parlano tutte le cose nell’atto stesso che esistono e si segnalano come avvenute? Ed anche gli eventi futuri non sono nascosti alla capacità creativa e sapienza di lui, perché in essa sono presenti e non transeunti tutti gli eventi che sono passati e che passeranno.

Opere buone implicate dalle parole.

3. 13. Ma poiché anche il Signore sta per dire delle parole, sebbene poche, con cui ci insegna a pregare, si può chiedere il motivo per cui vi sia bisogno di queste sia pure poche parole per lui che conosce tutti gli eventi prima che avvengano e sa, come è stato detto, di che cosa abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo. A questo quesito prima di tutto si risponde che per ottenere quel che vogliamo, noi dobbiamo rivolgerci a Dio non con le parole, ma con le opere che compiamo mediante la coscienza e l’atto del pensiero assieme all’amore puro e a un sincero affetto. Nostro Signore poi ci ha insegnato le opere con le parole affinché con queste, trasmesse alla memoria, ci ricordiamo di quelle al momento della preghiera.

Essere presenti al Padre.

3. 14. Ma tanto se dobbiamo pregare con le opere come con le parole, si pone ancora la domanda che bisogno si abbia della preghiera stessa se Dio già conosce quello di cui abbiamo bisogno. La ragione è che l’applicazione stessa alla preghiera rasserena e purifica il nostro cuore e lo rende più capace a ricevere i doni divini che ci vengono elargiti spiritualmente. Infatti non ci esaudisce per il desiderio delle nostre preghiere, perché egli è sempre disposto a darci la sua luce non visibile, ma intellegibile e spirituale, ma non sempre noi siamo disposti a riceverla perché tendiamo ad altro e ci ottenebriamo nella bramosia delle cose poste nel tempo. Avviene dunque nella preghiera il volgersi del cuore a lui che è sempre disposto a dare se noi riceviamo quel che ha dato. E nell’atto del volgersi avviene la purificazione dell’occhio interiore, poiché si respingono i vantaggi che si desiderano per il tempo, affinché lo sguardo d’un cuore limpido possa accogliere la limpida luce che splende col potere divino senza tramonto e variante, e non soltanto accogliere ma rimanere in essa non solo senza inquietudine, ma anche con l’ineffabile gioia, in cui realmente e schiettamente si effettua la felicità.

La preghiera al Padre.

4. 15. Ma ormai si devono considerare quali cose ci ha comandato di chiedere nella preghiera colui dal quale apprendiamo che cosa chiedere e otteniamo quel che chiediamo. Voi dunque, egli dice, pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male 29. Poiché in ogni invocazione si deve propiziare la benevolenza di colui che invochiamo e poi dire quel che invochiamo, si suole propiziare la benevolenza con la lode a colui al quale è diretta la preghiera e si suole porre questa lode all’inizio della preghiera. E in tale inizio nostro Signore ci ha ingiunto di dire soltanto: Padre nostro che sei nei cieli. Molte sono le espressioni a lode di Dio e ognuno le può rimeditare quando legge, perché sono sparse in vario modo e per ogni dove nei libri della Sacra Scrittura, tuttavia mai si trova che è stato ordinato al popolo d’Israele di dire: Padre nostro o di pregare Dio Padre, ma è stato indicato come loro padrone, ossia a individui posti in schiavitù che, cioè, vivevano ancora secondo la carne. Dico questo per il tempo in cui ricevevano gli ordinamenti della Legge, perché s’imponeva loro di osservarli. I profeti infatti fanno capire che Dio Signore potrebbe essere anche il loro Padre, se non trasgredissero i suoi comandamenti, come è l’espressione: Ho messo al mondo dei figli e li ho allevati, ma essi mi si sono ribellati 30; e l’altra: Io ho detto: siete dèi e figli dell’Altissimo; eppure morirete come ogni uomo e cadrete come uno dei potenti 31; e questa ancora: Se sono padrone, dove è il timore per me? E se sono padre, dov’è il rispetto dovuto? 32. Vi sono molte altre espressioni, in cui i Giudei sono rimproverati perché peccando non han voluto essere figli, eccettuate quelle espressioni che si hanno nei profeti sul futuro popolo cristiano, che avrebbe avuto Dio come Padre secondo la celebre frase del Vangelo: Ha dato loro di diventare figli di Dio 33. E l’apostolo Paolo dice: Finché l’erede è minorenne, non è in nulla diverso da uno schiavo 34; e ricorda che noi abbiamo ricevuto uno spirito di figli adottivi, in cui gridiamo: Abba, Padre 35.

Padre per la nostra adozione.

4. 16. E poiché l’esser chiamati all’eterna eredità per essere coeredi di Cristo e giungere all’adozione a figli 36, non è proprio dei nostri meriti ma della grazia di Dio, ricorriamo alla grazia all’inizio della preghiera col dire: Padre nostro. Con questo nome si promuove anche la carità perché il padre è l’essere più amato dai figli. Si suscitano anche un appassionato sentimento di supplica, quando gli uomini dicono a Dio: Padre nostro; e una determinata previsione di ottenere quel che stiamo per chiedere perché, prima di chiedere qualcosa, abbiamo ricevuto un dono tanto grande che ci è permesso di dire a Dio: Padre nostro. Che cosa ormai non può dare ai figli che chiedono, se ha già concesso di essere figli? Infine quale grande attrattiva avvince la coscienza, affinché chi dice: Padre nostro non sia indegno di un Padre così buono? Se infatti a un uomo della plebe fosse accordato da un senatore di antica nomina di chiamarlo padre, certamente egli si confonderebbe e non oserebbe farlo con disinvoltura nel considerare la bassezza della propria origine, la mancanza di beni e la volgarità della condizione plebea. A più forte ragione dunque si deve trepidare di chiamare Dio padre se è tanto grande la bruttezza e la riprovevole condotta nei costumi al punto che Dio le respinge da un rapporto con lui molto più giustamente che un senatore la povertà di un qualsiasi mendicante. Difatti questi disprezza nel mendicante uno stato al quale anche egli per la caducità delle umane condizioni potrebbe giungere, mentre Dio giammai cade in costumi depravati. E grazie alla sua bontà, perché per essere nostro padre esige da noi qualcosa che con nessuna opera si può procurare ma soltanto con la buona volontà. A questo punto sono ammoniti anche i ricchi e i nobili secondo il mondo, quando sono divenuti cristiani, a non insuperbire contro i poveri e gli umili, perché assieme a loro dicono a Dio: Padre nostro e non possono dirlo con verità e pietà se non si riconoscono fratelli.

Cieli sono i santi e i virtuosi.

5. 17. Il nuovo popolo, chiamato alla eredità eterna, usi dunque la voce del Nuovo Testamento e dica: Padre nostro che sei nei cieli 37, cioè nei santi e nei virtuosi, poiché Dio non è limitato dallo spazio cosmico. I cieli sono infatti i corpi nel cosmo che si distinguono per bellezza, ma sono sempre corpi che quindi possono essere soltanto nello spazio. Ma se si ritiene che la sede di Dio sia nei cieli in quanto sono le parti più alte del mondo, di più grande merito sono gli uccelli, perché la loro vita è più vicina a Dio. Però non si ha nella Scrittura: Il Signore è vicino ai giganti e ai montanari, ma si ha: Il Signore è vicino ai contriti di cuore 38, ma questo concetto è più attinente a una condizione di terrenità. Ma come il peccatore è stato considerato terra, quando gli fu detto: Sei terra e alla terra tornerai 39, così al contrario il virtuoso può essere considerato cielo. Difatti si dice ai virtuosi: Il tempio di Dio è santo e siete voi 40. Perciò se Dio abita nel suo tempio e i santi ne sono il tempio, Che sei nei cieli si traduce con criterio: Che sei nei santi. Ed è molto appropriata l’analogia che spiritualmente appaia esservi tanta differenza fra i virtuosi e i peccatori, quanta fisicamente fra il cielo e la terra.

Varie analogie dei cieli.

5. 18. Nell’intento di simboleggiare questo valore, quando preghiamo in piedi, ci volgiamo all’oriente, da cui si stende il cielo. Questo non perché Dio vi abiti, come se avesse abbandonato le altre parti del mondo egli che è dovunque presente non nello spazio fisico sebbene con la potenza della maestà, ma affinché l’anima sia avvertita a volgersi all’essere più perfetto, cioè a Dio, perché il corpo, che è terrestre, si volge a un corpo più perfetto cioè a un corpo celeste. Conviene anche all’avanzamento del sentimento religioso e influisce assai che con l’intelligenza di tutti, piccoli e grandi, si pensi bene di Dio. E poiché è necessario che prepongano il cielo alla terra coloro i quali sono ancora intenti alle bellezze visibili e non possono rappresentarsi un essere incorporeo, il loro modo di pensare è più tollerabile se credono che Dio, di cui ancora pensano come di un corpo, sia piuttosto in cielo che sulla terra. Questo affinché quando verranno a sapere alfine che il valore dell’anima è superiore anche a un corpo celeste, lo cerchino piuttosto nell’anima che in un corpo anche celeste e quando verranno a sapere quanta differenza vi sia fra l’anima dei peccatori e quella dei virtuosi, come non osavano, quando ancora intendevano secondo la carne 41, di collocare Dio in terra ma in cielo, così poi con fede più retta o anche col pensiero lo ricerchino piuttosto nell’anima dei virtuosi che in quella dei peccatori. Rettamente quindi s’interpreta che Padre nostro che sei nei cieli 42 significa nel cuore dei virtuosi come nel suo tempio santo. Nello stesso tempo chi prega vuole che anche in sé abbia dimora colui che invoca e, quando desidera questo bene, pratichi la virtù perché con questa prerogativa Dio è invitato a prender dimora nella coscienza.

Che significhi la santificazione del nome...

5. 19. Ed ora esaminiamo quel che si deve chiedere. È stato esposto chi è che viene invocato e dove ha la dimora. La prima di tutte le cose che si invocano è questa: Sia santificato il tuo nome 43. E non si chiede come se il nome di Dio non sia santo, ma affinché sia ritenuto santo dagli uomini, ossia affinché Dio si riveli a loro in modo tale che non ritengano nulla più santo e che nulla temano di offendere di più. Infatti la frase: Dio è conosciuto in Giudea, in Israele è grande il suo nome 44 non si deve interpretare nel senso che in un luogo Dio sia più piccolo e in un altro più grande, ma che il suo nome è grande in quel luogo, in cui è nominato con riferimento alla grandezza della sua maestà. Così è considerato santo il suo nome là dove è nominato con rispetto e nel timore dell’offesa. Ed è questo che ora avviene mentre il Vangelo, diffondendosi ancora fra i vari popoli, celebra per la mediazione del suo Figlio il nome dell’unico Dio.

...l’avvento del regno...

6. 20. E continua: Venga il tuo regno 45 nel senso, come il Signore stesso insegna nel Vangelo, che il giorno del giudizio verrà, quando il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo e questo evento appartiene alla santificazione del nome di Dio. Infatti le parole Venga il tuo regno non si devono intendere come se al momento Dio non regni. Ma forse qualcuno potrebbe intendere che la parola Venga implica sulla terra, come se egli anche ora non regni sulla terra, che anzi sempre vi ha regnato dalla creazione del mondo. Il termine Venga si deve dunque interpretare: si manifesti agli uomini. Come infatti anche la luce visibile è invisibile ai ciechi e a quelli che chiudono gli occhi, così il regno di Dio, sebbene mai abbandoni la terra, è tuttavia invisibile a coloro che non lo conoscono. A nessuno infatti sarà lecito ignorare il regno di Dio, perché il suo Unigenito, non solo nel settore del pensiero ma anche dell’esperienza, è venuto dal cielo nell’uomo del Signore per giudicare i vivi e i morti. E dopo questo giudizio, cioè quando sarà avvenuta la distinzione e separazione dei buoni dai cattivi, Dio sarà presente nei buoni in modo tale che non vi sarà più bisogno dell’ammaestramento umano, ma tutti, come si ha nella Scrittura: potranno essere ammaestrati da Dio 46. Poi la felicità sarà totalmente realizzata come fine nei santi per sempre, come ora gli angeli del cielo, sommamente santi e felici, soltanto con la illuminazione di Dio hanno la pienezza del sapere e della felicità, perché il Signore anche questo ha promesso ai suoi: Nella risurrezione saranno, egli dice, come gli angeli del cielo 47.

...l’adempimento della volontà.

6. 21. Quindi dopo l’invocazione Venga il tuo regno segue: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 48; ossia come la tua volontà è negli angeli che sono in cielo, in modo che ti sono totalmente uniti e in te sono felici, perché nessuno errore oscura la pienezza del loro pensiero, nessuna infelicità impedisce la loro felicità, così avvenga nei tuoi santi che sono sulla terra e dalla terra, per quanto attiene al corpo, sono stati plasmati e sempre dalla terra devono essere elevati alla immutabile felicità del cielo. Riguarda questo concetto anche l’annuncio degli angeli: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà 49. Questo affinché, quando si porrà in cammino la nostra buona volontà che segue lui che ci chiama, si compia in noi la volontà di Dio, come negli angeli del cielo, in modo che nessuna opposizione impedisca la nostra felicità, e in questo si ha la pace. Egualmente Sia fatta la tua volontà s’interpreta rettamente: si obbedisca ai tuoi comandamenti come in cielo così in terra, ossia come dagli angeli così dagli uomini. Il Signore stesso afferma che si compie la volontà di Dio, quando si obbedisce ai suoi comandamenti. Dice infatti: Mio cibo è fare la volontà di lui che mi ha mandato 50; e frequentemente: Non son venuto a compiere la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato 51; così quando dice: Ecco mia madre e i miei fratelli. E chiunque fa la volontà di Dio è per me fratello madre e sorella 52. In coloro dunque che compiono la volontà di Dio si compie appunto la sua volontà, non perché essi fanno che Dio voglia, ma perché fanno quel che egli vuole, ossia fanno secondo la sua volontà.

Cielo e terra sono buoni e cattivi.

6. 22. V’è anche un altro significato nell’espressione: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 53, cioè come nei santi e virtuosi così anche nei peccatori. E questo significato si può intendere ancora in due modi. Dobbiamo cioè pregare per i nostri nemici, perché si devono ritenere tali coloro contro la cui volontà aumenta la religione cristiana e cattolica, sicché la frase: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra potrebbe significare: Compiano la tua volontà come i virtuosi così anche i peccatori, affinché a te si convertano. Inoltre: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, affinché a ciascuno si dia il suo, e questo avviene nell’ultimo giudizio, sicché ai virtuosi si dà il premio, la condanna ai peccatori, quando gli agnelli saranno separati dai capri 54.

Cielo e terra sono spirito e carne.

6. 23. Non è assurdo anzi molto rispondente alla nostra fede e speranza è l’interpretazione che come cielo e terra siano intesi lo spirito e la carne. E poiché l’Apostolo dice: Con il pensiero sono soggetto alla legge di Dio, con la carne alla legge del peccato 55, notiamo che la volontà di Dio si compie nel pensiero, cioè nello spirito. Quando la morte sarà assorbita nella vittoria e questo corpo mortale si sarà vestito d’immortalità, e questo avverrà con la risurrezione della carne e con la trasfigurazione, che viene promessa ai virtuosi secondo l’insegnamento dell’Apostolo 56, sarà fatta la volontà di Dio così in terra come in cielo; ossia come lo spirito non resiste a Dio, quando esegue e compie la sua volontà, così anche il corpo non resisterà allo spirito o anima, la quale ora è travagliata dalla debolezza del corpo e incline al comportamento carnale. E nella vita eterna sarà proprio della pace perfetta la condizione che non solo ci attiri il volere ma anche il compiere il bene. Ora infatti, dice l’Apostolo, mi attrae volere il bene, ma non il compierlo 57, perché non ancora nella terra come in cielo, cioè non ancora nella carne come nello spirito si è compiuta la volontà di Dio. Difatti sia pure nella nostra infelicità si compie la volontà di Dio, quando attraverso la carne soffriamo quei mali i quali ci sono dovuti per debito della nostra soggezione alla morte che la nostra natura ha conseguito peccando. Ma nella preghiera si deve chiedere che, come in cielo e in terra si compie la volontà di Dio, ossia che come acconsentiamo alla legge di Dio secondo la coscienza, così avvenuta la trasfigurazione del corpo nessuna nostra componente, a causa dei dolori fisici o dei piaceri, contrasti con questo nostro consenso.

La volontà del Padre in Gesù e nella Chiesa.

6. 24. E non dissente dalla verità la parafrasi: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 58, ossia come nello stesso Signore Gesù Cristo così nella Chiesa, come nell’uomo che ha compiuto la volontà del Padre, così nella donna che a lui è sposata. Infatti nel cielo e nella terra si ravvisano, per così dire, il maschio e la femmina, dato che la terra è produttiva perché il cielo la rende fertile.

Significato di pane quotidiano.

7. 25. La quarta domanda è: Dacci oggi il nostro pane quotidiano 59. Il pane quotidiano è stato indicato in luogo di tutti gli utili che servono al sostentamento della vita fisica; ed esortando a suo riguardo dice: Non preoccupatevi del domani 60 e per questo ha detto: Dacci oggi. Ovvero è stato indicato in riferimento al corpo di Cristo che ogni giorno riceviamo o anche come cibo spirituale, di cui il Signore stesso dice: Procuratevi il cibo che non si corrompe 61; e ancora: Io sono il pane della vita che son disceso dal cielo 62. Si può esaminare quale delle tre interpretazioni sia la più attendibile. Infatti qualcuno potrebbe turbarsi sul fatto che preghiamo per ottenere cose necessarie a questa vita, come il vitto e il vestito, dato che il Signore dice: Non preoccupatevi di quel che mangerete e di come vestirete 63. Ma c’è il problema se un individuo non debba preoccuparsi del bene che chiede di ottenere con la preghiera, poiché la preghiera si deve innalzare con grande fervore dello spirito. E proprio a questo tende l’esortazione di chiudere le camere da letto 64 ed anche quest’altra: Chiedete prima il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 65. Non ha detto: Cercate prima il regno di Dio e poi cercate queste cose, ma dice: Tutte queste cose vi saranno date in aggiunta, anche se non le chiedete. Non so se si può risolvere in che senso si dica con criterio che uno non chieda quel che per ottenere prega Dio con grande fervore.

Pane come sacramento.

7. 26. Trattiamo anche del sacramento del corpo del Signore affinché non muovano obiezioni i molti che nelle regioni d’Oriente non partecipano ogni giorno alla cena del Signore, sebbene questo pane è stato dichiarato quotidiano. Facciano dunque silenzio e non difendano la propria opinione sull’argomento sia pure con l’autorità ecclesiastica, poiché lo fanno senza scandalo e non sono impediti di farlo da coloro che comandano nelle loro chiese e, anche se non obbediscono, non sono condannati. Da ciò si evidenzia che in quelle regioni questo non è considerato pane quotidiano, perché sarebbero rei di un grave peccato coloro che non lo ricevono ogni giorno. Ma affinché, come è stato premesso, non discutiamo di costoro in alcun senso, deve certamente sovvenire a coloro che riflettono che noi abbiamo ricevuto dal Signore la norma del pregare e che non si deve trasgredire né aggiungendo né togliendo. Stando così le cose, chi osa dire che dobbiamo recitare soltanto una volta la preghiera del Signore o almeno, anche se una seconda e terza volta, fino a quell’ora in cui facciamo la comunione col corpo del Signore e che poi non si deve pregare così per il resto del giorno? Infatti non potremmo più dire: dacci oggi quel che abbiamo già ricevuto. Ovvero ci si potrà costringere a celebrare quel sacramento fino all’ultima parte del giorno?

Pane come parola di Dio.

7. 27. Rimane dunque che lo intendiamo come pane spirituale, cioè come i comandamenti del Signore che ogni giorno si devono meditare e osservare. Di essi infatti il Signore dice: Procuratevi il cibo che non si corrompe 66. Nel tempo appunto si considera quotidiano un tale cibo finché scorre questa vita posta nel divenire attraverso i giorni che vanno e vengono. E veramente finché lo stato d’animo si avvicenda ora nei beni superiori, ora in quelli inferiori, cioè ora in quelli spirituali, ora in quelli carnali, come a chi ora si nutre di cibo, poi soffre la fame, ogni giorno è necessario il pane, affinché con esso si ristori chi ha fame e si riprenda chi non si regge in piedi. Così dunque il nostro corpo in questa vita, prima della finale immunità dal bisogno, si ristora con il cibo perché avverte la dispersione di forze; allo stesso modo l’anima spirituale, poiché subisce mediante gli affetti terreni come una dispersione di forze dalla tensione a Dio, si ristora con il cibo dei comandamenti. È stato suggerito: Dacci oggi, finché si dice l’oggi 67, cioè in questa vita che scorre nel tempo. Infatti dopo questa vita ci sazieremo in eterno di un cibo spirituale in modo tale che non s’intenda il pane quotidiano, perché allora non vi sarà lo scorrere del tempo, che fa succedere i giorni ai giorni, da cui prende significato l’ogni giorno. Come infatti e stato detto: Oggi se ascolterete la sua voce 68, che l’Apostolo parafrasa nella Lettera agli Ebrei con: Finché si dice l’oggi 69, così anche in questa accezione si deve interpretare il Dacci oggi. Se qualcuno invece vuole intendere questa frase in relazione al necessario alimento del corpo o al sacramento del corpo del Signore, è conveniente che questi tre significati si intendano unitamente, cioè che chiediamo insieme il pane quotidiano, tanto quello necessario, come quello consacrato visibilmente e quello invisibile della parola di Dio.

Remissione in ogni senso...

8. 28. Segue la quinta domanda: E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 70. È evidente che come debiti sono indicati i peccati o nel senso che ha indicato il Signore stesso: Non uscirai di lì finché non paghi l’ultimo spicciolo 71, o nel senso per cui egli ha considerato come debitori quelli sui quali fu informato che erano morti o per il crollo della torre o perché Pilato aveva mescolato il loro sangue a quello del sacrificio 72. Affermò infatti che gli uomini li ritenevano debitori oltre misura, cioè peccatori e aggiunse: In verità vi dico, se non farete penitenza, morirete allo stesso modo 73. Non con queste parole uno è invitato a condonare il denaro ai debitori, ma tutte le offese che l’altro ha commesso contro di lui. Infatti a condonare il denaro siamo obbligati con il comando che è stato riportato precedentemente: Se qualcuno ti vuole chiamare in giudizio per toglierti il vestito, tu cedigli anche il mantello 74. E da queste parole non risulta necessario condonare il debito a ogni debitore di denaro, ma a colui che non volesse restituire al punto che voglia perfino intentare una lite. Non conviene, dice l’Apostolo, che un servo del Signore intenti una lite 75. Si deve quindi condonare a chi o perché di sua iniziativa o perché invitato non volesse restituire il denaro dovuto. E per due motivi non vorrà restituire, o perché non ha, o perché è avaro e avido della roba d’altri. L’uno e l’altro caso sono relativi a una povertà, poiché la prima è povertà di beni, la seconda povertà di spirito. Chiunque dunque condona il debito a un tale individuo condona a un povero e compie un’opera di cristiana bontà perché persiste la norma che egli sia disposto a perdere ciò che gli è dovuto. Infatti se del tutto con pacata moderazione farà in modo che gli sia restituito, non badando tanto alla restituzione del denaro, quanto a correggere l’uomo, al quale è senza dubbio dannoso avere di che restituire e non restituire, non solo non peccherà, ma avrà il grande vantaggio che l’altro non subisca un danno spirituale per il fatto che vuole volgere a proprio profitto il denaro altrui. E questo è tanto più grave da non avere confronto. Se ne conclude che anche in questa quinta domanda con cui chiediamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 76 non si tratta esplicitamente del denaro, ma di tutti i casi in cui qualcuno pecca contro di noi e quindi anche del denaro. Perciò pecca contro di te chi ricusa di restituirti il denaro dovuto, quando ha di che restituirlo. Se non rimetterai questo peccato, non potrai dire: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. Se invece perdonerai, ti accorgi che colui, a cui si ordina di invocare con questa preghiera, è esortato anche a condonare il denaro.

...perché chiediamo al Padre.

8. 29. Si può trattare anche il seguente assunto. Poiché diciamo: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo, ci dobbiamo render conto di avere agito contro questa norma se non rimettiamo a coloro che chiedono perdono, poiché vogliamo che dal Padre molto amorevolmente sia rimesso a noi quando gli chiediamo perdono. Ma d’altra parte dal comandamento, con cui siamo obbligati a pregare per i nostri nemici 77, non siamo obbligati a pregare per coloro che chiedono perdono. Infatti costoro non sono nemici. In nessun modo poi un individuo direbbe con sincerità che prega per colui che non ha perdonato. Perciò si deve riconoscere che si devono rimettere tutti i peccati che vengono commessi contro di noi, se vogliamo che dal Padre ci siano rimesse le colpe che noi commettiamo. Infatti sulla vendetta si è già parlato a sufficienza, come penso.

Il significato di tentazione.

9. 30. La sesta domanda è: Non ci immettere nella tentazione 78. Alcuni manoscritti hanno: Indurre che ritengo abbia il medesimo significato; infatti dall’unico termine greco è stato tradotto l’uno e l’altro. Molti poi nel pregare dicono: Non permettere che siamo indotti in tentazione, mostrando, cioè, in che senso sia stato usato l’indurre. Infatti Dio non ci induce da se stesso, ma permette che vi sia indotto colui che per un ordinamento occultissimo e meriti avrà privato del suo aiuto. Spesso anche per ragioni manifeste egli giudica uno degno fino a privarlo del suo aiuto e permettere che sia indotto in tentazione. Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati. Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? 79, quanto per l’altro, come dice l’Apostolo: E non avete disprezzato quella che era per voi una tentazione nella carne 80. Da questo fatto appunto li ha riconosciuti costanti, perché non furono distolti dalla carità a causa delle sofferenze capitate all’Apostolo nel fisico. Infatti noi siamo noti a Dio prima di tutte le tentazioni perché egli sa tutto prima che avvenga.

Analogia del concetto di tentazione.

9. 31. Quindi la frase che si ha nella Scrittura: Il Signore Dio vostro vi tenta per sapere se lo amate 81 è stata espressa nel traslato da per sapere a per farvi sapere, come diciamo allegro un giorno che ci rende allegri e pigro il freddo perché ci rende pigri e altri innumerevoli modi di dire che si hanno tanto nel gergo abituale, come nel linguaggio dei letterati e nei libri della Sacra Scrittura. Gli eretici, che sono contrari al Vecchio Testamento e non comprendendo questa locuzione, pensano che è bollato, per così dire, da un marchio d’ignoranza l’essere di cui è stato detto: Il Signore Dio vostro vi tenta, come se nel Vangelo del Signore non sia stato scritto: Lo diceva per tentarlo perché egli sapeva quel che stava per fare 82. Se infatti conosceva il cuore di colui che tentava, che cosa voleva conoscere tentando? Ma senz’altro l’episodio è avvenuto, affinché colui che veniva tentato riflettesse su se stesso e riprovasse la sua sfiducia perché le turbe furono saziate col pane del Signore, mentre egli pensava che esse non avessero di che mangiare 83.

Tentazione contro i Manichei...

9. 32. Quindi con quella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere immessi nella tentazione, sulla fattispecie di un tale, a cui è indispensabile essere sottoposto all’esperimento del fuoco, e non chiede di non essere toccato col fuoco, ma di non rimanere bruciato. Infatti la fornace prova gli oggetti del vasaio e la prova della sofferenza gli uomini virtuosi 84. Giuseppe difatti è stato tentato con la seduzione dell’adulterio, ma non è stato immesso nella tentazione 85. Susanna è stata tentata e neanche lei indotta o immessa nella tentazione 86 e molti altri dell’uno e dell’altro sesso, ma soprattutto Giobbe. Gli eretici, nemici del Vecchio Testamento, volendo con parole sacrileghe schernire la sua ammirevole costanza in Dio suo Signore, allegano a preferenza degli altri l’episodio che Satana chiese di tentarlo 87. Chiedono agli ignoranti, assolutamente incapaci di capire certe cose, in che modo è stato possibile a Satana di parlare con Dio. Non riflettono, e non lo possono perché sono accecati dall’errore e dalla polemica, non riflettono dunque che Dio non occupa uno spazio con la dimensione del corpo sicché è in un luogo e non in un altro o per lo meno ha una parte qui e un’altra altrove, ma con infinita grandezza è in atto in ogni spazio, non diviso nelle parti ma tutto in ogni spazio. E se intendono in senso letterale la frase: Il cielo è per me il trono e la terra lo sgabello dei miei piedi 88, e se a questa posizione si riferisce anche il Signore con le parole: Non giurate né per il cielo perché è il trono di Dio, né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi 89, che cosa v’è di strano se il diavolo, giunto sulla terra, si è fermato davanti ai piedi di Dio e ha detto qualche cosa in sua presenza 90? Quando infatti questi tali finiranno per capire che non v’è anima, quantunque perversa, che comunque in qualche modo può ragionare, nella cui coscienza Dio non parli? Chi se non Dio ha scritto nel cuore degli uomini la legge naturale? E di questa legge dice l’Apostolo: Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi pur non avendo la legge, sono legge a se stessi; dimostrano infatti che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della coscienza di essi e dei loro stessi ragionamenti che li accusano o anche li difendono nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini 91. Quindi ogni anima ragionevole, sia pure accecata dalla passione, tuttavia pensa e ragiona e tutto ciò che mediante il suo ragionamento è vero non si deve attribuire a lei, ma alla luce stessa della verità, dalla quale sia pure scarsamente nei limiti della sua capacità è illuminata, affinché nel pensare percepisca come vero qualche cosa. Non c’è quindi da far meraviglie se si afferma che l’anima del diavolo, corrotta da un depravante pervertimento, ha udito dalla voce di Dio, cioè dalla voce della stessa verità tutto ciò che ha pensato su un uomo virtuoso, quando volle tentarlo 92; e invece tutto ciò che era falso si attribuisce a quel pervertimento da cui ha avuto l’appellativo di diavolo. Tuttavia anche per mezzo di creatura fisicamente visibile spesso Dio ha parlato tanto ai buoni che ai cattivi secondo i meriti di ciascuno, come Signore e guida di tutti e loro ordinatore al fine; ha parlato anche per mezzo di angeli che si manifestarono in sembianze umane e per mezzo dei profeti che dicevano: Queste cose dice il Signore. Che meraviglia quindi se si dice che Dio ha parlato col diavolo non certamente attraverso il pensiero, ma mediante una creatura ovviamente adattata allo scopo?

...nel confronto col Nuovo Testamento.

9. 33. E non suppongano che è proprio di deferenza e quasi merito di virtù il fatto che Dio ha parlato con lui, perché ha parlato con uno spirito angelico, sebbene stolto e vizioso, come se parlasse con un’anima umana stolta e viziosa. Oppure dicano essi stessi in che modo Dio ha parlato con quel ricco, di cui volle biasimare un vizio molto stolto con le parole: Stolto, questa notte l’anima ti sarà richiesta e di chi saranno le ricchezze che hai messo da parte? 93. Evidentemente questo lo dice il Signore stesso nel Vangelo, al quale questi eretici, volere o no, chinano la testa. Se poi si preoccupano del fatto che Satana chiede a Dio di tentare un uomo virtuoso, non io spiego perché sia avvenuto, ma sprono costoro a spiegare perché nel Vangelo sia stato detto dal Signore stesso ai discepoli: Ecco che Satana cerca di vagliarvi come il grano 94; e a Pietro: Ma io ho pregato affinché non venga meno la tua fede 95. Quando mi spiegano queste parole, unitamente spiegano a se stessi quel che chiedono da me. Se poi non saranno capaci di spiegarlo, non osino censurare con sventatezza in un libro qualsiasi quel che senza ripugnanza leggono nel Vangelo.

Varie provenienze della tentazione.

9. 34. Avvengono dunque le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio. E importa molto in quale tentazione uno incorra. Difatti Giuda, che vendé il Signore 96, non è incorso nella medesima tentazione in cui è incorso Pietro che per paura negò il Signore 97. Vi sono anche delle tentazioni provenienti, così penso, dall’uomo, quando uno con buona intenzione ma nei limiti dell’umana debolezza sbaglia in qualche consiglio ovvero si adira col fratello nell’intento di correggerlo, ma un po’ al di là di quel che richiede la serenità cristiana. Di queste tentazioni dice l’Apostolo: Non vi sorprenda la tentazione se non quella umana; ed anche: Dio è fedele, perché non permette che siate tentati al di là di quel che potete, ma vi darà assieme alla tentazione anche il superamento affinché possiate sopportarla 98. E con questo pensiero ha mostrato abbastanza che non dobbiamo pregare per non essere tentati, ma per non essere indotti in tentazione. E vi siamo indotti, se si verificano di tale fatta che non riusciamo a superarle. Ma poiché le tentazioni pericolose, in cui è dannoso essere immessi o indotti, hanno origine dalle prosperità o avversità nel tempo, non si fiacca dalla inquietudine delle avversità chi non si lascia allettare dall’attrattiva delle prosperità.

La liberazione dal male.

9. 35. L’ultima e settima richiesta è: Ma liberaci dal male 99. Si deve infatti pregare non solo di non essere indotti al male, di cui siamo privi, e questo si chiede al sesto posto, ma di essere liberati da quello, al quale siamo stati indotti. E quando questo avverrà, non rimarrà nulla di temibile e non si dovrà più temere alcuna tentazione. Però non si deve sperare che questo possa avvenire in questa vita, finché portiamo in giro la soggezione alla morte, alla quale siamo stati indotti dalla suggestione del serpente 100; tuttavia si deve sperare che avverrà, e questa è una speranza che non si sperimenta. Parlando di essa l’Apostolo dice: Una speranza che si sperimenta non è speranza 101. Ma non si deve disperare della saggezza che anche in questa vita è stata concessa ai credenti figli di Dio. Ed essa comporta che fuggiamo con prudentissima attenzione quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover fuggire e che perseguiamo con ardentissima carità quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover perseguire. Così infatti deposto con la morte stessa il rimanente peso di questa soggezione alla morte, da parte di ogni componente dell’uomo al tempo opportuno sarà realizzata come fine la felicità, che è incominciata in questa vita e che per raggiungere definitivamente in seguito è impiegato attualmente ogni sforzo.

Anagogia delle tre prime richieste...

10. 36. Ma si deve considerare e discutere le differenze delle sette richieste. La nostra vita dunque si svolge attualmente nel tempo e si spera che sia eterna; inoltre i valori eterni sono anteriori per dignità, sebbene si passa ad essi dopo aver posto in atto quelli nel tempo. Quindi il conseguimento delle tre prime richieste hanno inizio in questa vita che si svolge nel tempo; difatti la santificazione del nome di Dio ha cominciato a porsi in atto dalla venuta del Signore nella nostra umiltà; e la venuta del suo regno, in cui egli dovrà venire nello splendore, non si manifesterà dopo la fine ma alla fine del tempo; e il compimento della sua volontà come in cielo così in terra, sia che per cielo e terra intendi i virtuosi e i peccatori, o lo spirito e la carne, o il Signore e la Chiesa, o tutti insieme, si otterrà con il compimento della nostra felicità e quindi alla fine del tempo; tuttavia tutte e tre queste manifestazioni del Signore rimarranno in eterno. Difatti la santificazione del nome di Dio è eterna, il suo regno non avrà fine ed è promessa la vita eterna per la nostra perfetta felicità. Rimarranno quindi queste tre manifestazioni unite nel pieno compimento nella vita che ci è promessa.

...e delle altre quattro.

10. 37. A me sembra che le altre quattro richieste appartengono alla vita nel tempo. La prima è: Dacci oggi il nostro pane quotidiano 102. Per il fatto che è stato definito come pane quotidiano, sia che venga indicato il pane spirituale o quello nel sacramento o questo visibile del nutrimento, appartiene al tempo che ha chiamato l’oggi, non perché il cibo spirituale non è eterno, ma perché questo pane, che nella Scrittura è stato considerato quotidiano, viene mostrato all’anima tanto col suono delle parole come con i vari segni che si susseguono nel tempo. Ma tutte queste cose certamente non vi saranno più, quando tutti potranno essere ammaestrati da Dio e non esprimeranno l’ineffabile luce della verità con un movimento del corpo, ma l’attingeranno con un puro atto del pensiero. E probabilmente è stato considerato pane e non bevanda poiché il pane spezzandolo e masticandolo si muta in alimento, come i libri della Scrittura nutrono l’anima leggendoli e meditandoli; la bevanda al contrario sorseggiata, così com’è, passa nel corpo, sicché nel tempo la verità è pane, poiché è considerata pane quotidiano, nell’eternità invece è bevanda, perché non vi sarà bisogno del discutere e dialogare sul tipo dello spezzare e masticare, ma soltanto del sorso dell’autentica ed evidente verità. Nel tempo i peccati ci son rimessi e li rimettiamo e questa è la seconda delle altre quattro richieste. Nell’eternità non vi sarà perdono dei peccati perché non ci saranno peccati. E le tentazioni travagliano questa vita posta nel tempo; non vi saranno più, quando si avvererà quel pensiero: Li nasconderai nel segreto del tuo volto 103. E il male, da cui desideriamo di essere liberati, ed anche la liberazione dal male appartengono a questa vita che per la giustizia di Dio abbiamo meritato soggetta a morire e da cui per la sua misericordia saremo liberati.

Confronto fra le invocazioni e i doni dello Spirito.

11. 38. A me sembra anche che il numero sette di richieste corrisponda al numero sette, da cui è derivato tutto il discorso. Se infatti è timore di Dio quello con cui sono beati i poveri in spirito, poiché di essi è il regno dei cieli, chiediamo che negli uomini sia santificato il nome di Dio nel genuino timore che permane per sempre 104. Se pietà è quella con cui sono beati i miti, perché essi avranno in eredità la vita eterna, chiediamo che venga il regno di Dio tanto in noi stessi, affinché diventiamo miti e non resistiamo a lui, come nello splendore della venuta del Signore dal cielo alla terra, di cui noi godremo e conseguiremo la gloria, perché egli dice: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno che vi è stato promesso fin dall’origine del mondo 105. Nel Signore infatti, dice il profeta, si glorierà la mia anima; ascoltino i miti e si rallegrino 106. Se è scienza, per cui sono beati quelli che piangono perché saranno consolati, preghiamo affinché sia fatta la sua volontà come in cielo così in terra perché non piangeremo più, quando con la definitiva pace dell’alto il corpo, in quanto terra, sarà in armonia con lo spirito in quanto cielo; infatti v’è nel tempo motivo di afflizione solo quando corpo e spirito si urtano fra di sé e ci costringono a dire: Vedo nelle mie membra un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente 107; e a confessare la nostra afflizione con voce di pianto: Me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte? 108 Se è fortezza quella di cui sono beati coloro che hanno fame e sete della virtù perché saranno saziati, preghiamo che ci sia dato oggi il nostro pane quotidiano, affinché da esso sorretti e sostentati possiamo giungere alla piena sazietà. Se è consiglio quello per cui sono beati i misericordiosi perché di essi si avrà misericordia, rimettiamo i debiti ai nostri debitori e preghiamo che a noi siano rimessi i nostri. Se è intelletto quello di cui sono beati i puri di cuore perché vedranno Dio, preghiamo di non essere indotti in tentazione, affinché non abbiamo un cuore doppio non ordinandoci al vero bene a cui riferire tutte le nostre azioni, ma perseguendo insieme i beni del tempo e dell’eternità. Infatti le tentazioni provenienti dalle cose, che sembrano agli uomini opprimenti e dannose, non hanno potere su di noi, se non lo hanno quelle che avvengono dalle lusinghe di quelle cose che gli uomini ritengono buone e fonti di gioia. Se è sapienza quella per cui sono beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio, preghiamo di essere liberati dal male, perché tale liberazione ci renderà liberi, cioè figli di Dio, affinché con lo spirito di adozione invochiamo: Abba, Padre.

Prevalenza della remissione dei peccati.

11. 39. Senza dubbio non si deve per trascuranza omettere che fra tutte le clausole con cui il Signore ci ha ordinato di pregare, ha giudicato di dover raccomandare soprattutto quella che attiene alla remissione dei peccati, perché in essa ha voluto che fossimo misericordiosi, unica decisione per sfuggire alle miserie della vita. In nessuna altra clausola preghiamo in modo da stipulare quasi un accordo con Dio; diciamo infatti: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. E se in questo accordo mentiamo, non v’è alcun significato di tutta la preghiera. Egli dice appunto: Se infatti rimetterete agli uomini i loro peccati, anche il Padre vostro che è nei cieli li rimetterà a voi. Se invece non rimetterete agli uomini, neanche il Padre vostro rimetterà a voi le vostre colpe 109.

Segretezza del digiuno.

12. 40. Segue il comando sul digiuno che riguarda anche esso la purificazione del cuore, di cui si tratta in questo brano. Anche in questo impegno si deve evitare che s’insinuino l’ostentazione e il desiderio della lode umana che infetta di doppiezza il cuore e non permette che sia puro e schietto a intendere Dio. Dice: Quando digiunate, non diventate tristi come gli ipocriti che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece quando voi digiunate, profumatevi la testa e lavatevi il viso per non far vedere agli uomini che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto; e il Padre vostro, che vede nel segreto, vi ricompenserà 110. È evidente che con questi comandi ogni nostra intenzione è diretta alle gioie interiori, per non conformarci al mondo cercando la ricompensa al di fuori e per non perdere la promessa di una felicità tanto più compiuta e stabile, quanto più intima, con la quale Dio ci ha scelto a divenire conformi all’immagine del Figlio suo.

Ostentazione anche nell’abito negletto.

12. 41. Nel brano citato si deve soprattutto notare che non soltanto nella magnificenza e sfarzo delle cose sensibili, ma anche nel desolato sudiciume degli abiti vi può essere la millanteria, e tanto più dannosa in quanto inganna col pretesto del servizio a Dio. Chi dunque si distingue per una smodata raffinatezza dell’acconciatura e dell’abbigliamento e per la magnificenza delle altre cose è incolpato dalla realtà stessa di essere seguace degli sfarzi del mondo e non inganna nessuno con una illusoria apparenza di santità. Se qualcuno invece, nel presentarsi come cristiano, attira lo sguardo degli uomini con l’inconsueto squallore e con gli abiti sudici, se lo fa volontariamente e non perché costretto dal bisogno, si può arguire dalle altre sue azioni se lo fa nel rifiuto di una superflua raffinatezza o per ambizione, perché il Signore ha comandato di guardarci dai lupi in pelame di pecora. Dai loro frutti, egli dice: li riconoscerete 111. Quando incominceranno con determinate tentazioni ad essere tolte o impedite quelle prerogative che con quella copertura hanno conseguito o intendono conseguire, allora è inevitabile che appaia se è un lupo col pelame di pecora o una pecora col suo. Non per questo il cristiano deve attirare lo sguardo con ornamenti superflui, perché anche gli imbroglioni spesso assumono un atteggiamento d’indispensabile riserbo per ingannare gli imprudenti, perché anche le pecore non devono deporre il proprio pelame, se talora se ne coprono i lupi.

Pulitezza interiore.

12. 42. È abituale porsi il problema che cosa significhino le parole: Invece voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi il viso per non far vedere alla gente che digiunate 112. Difatti, sebbene abitualmente ogni giorno ci laviamo il viso, non si potrebbe ragionevolmente comandare che dobbiamo stare col capo profumato quando digiuniamo. E se tutti ammettono che la faccenda è molto sconveniente, si deve intendere che l’ingiunzione di profumarsi il capo e di lavarsi il viso è relativa all’uomo interiore. Quindi il profumarsi il capo è relativo alla gioia e il lavarsi il viso alla pulizia e perciò si profuma chi gioisce nell’interiorità con un atto del pensiero. Per questo convenientemente intendiamo per capo la facoltà che domina nell’anima, dalla quale è evidente che le altre sono dirette e regolate. E compie questa opera chi non cerca la gioia all’esterno per godere carnalmente delle lodi della gente. La carne infatti, poiché deve essere sottomessa, non può assolutamente essere il capo di tutto l’essere umano. Nessuno ha avuto in odio la propria carne 113, dice l’Apostolo quando ingiunge che si deve amare la moglie, ma capo della donna è l’uomo e capo dell’uomo è Cristo 114. Colui dunque, che secondo questo comando desidera avere il capo profumato, goda nell’interiorità durante il suo digiuno, per il fatto stesso che così digiunando si distoglie dai piaceri del mondo per essere sottomesso a Cristo. Così laverà anche il viso, cioè renderà pulito il cuore, con cui vedrà Dio, poiché non si verifica l’offuscamento per la precarietà proveniente dalle sozzure, ma egli sarà sicuro e stabile, perché pulito e schietto. Lavatevi, dice Isaia, purificatevi, togliete la cattiveria dalla vostra coscienza e dalla mia vista 115. Quindi il nostro viso si deve lavare da quelle sozzure, da cui è offeso lo sguardo di Dio. Difatti noi a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine 116.

Generosità interiore.

12. 43. Spesso anche il pensiero dei bisogni relativi a questa vita ferisce e insudicia l’occhio interiore e generalmente offende di doppiezza il cuore. Così quello che all’apparenza operiamo con bontà nel rapporto con gli altri, non lo operiamo con quel sentimento che il Signore ha voluto, cioè non perché li amiamo, ma perché vogliamo raggiungere per loro mezzo un certo profitto per il bisogno della vita presente. Dobbiamo invece fare del bene ad essi per la loro eterna salvezza e non per un temporaneo profitto. Pieghi dunque Dio il nostro cuore ai suoi insegnamenti e non verso la sete di guadagno 117. Infatti fine di questo comando è la carità che proviene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera 118. Chi invece provvede a un fratello a causa d’un proprio bisogno proveniente da questa vita, non provvede certamente in base alla carità, perché non provvede a lui che deve amare come se stesso, ma provvede a sé, o meglio neanche a sé, poiché in questo modo rende doppio il proprio cuore, dal quale è impedito di vedere Dio, sebbene solamente con questa visione si consegue la felicità certa e perenne.

Il nostro tesoro è nel cielo.

13. 44. Quindi egli che insiste per rendere pulito il nostro cuore continua coerentemente e ordina dicendo: Non accumulate tesori sulla terra, dove la tignuola e il bisogno di mangiare li dilapidano e dove i ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né la tignuola né il bisogno di mangiare dilapidano e dove i ladri non scassinano e non rubano. Dove è infatti il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore 119. Dunque se il cuore è sulla terra, cioè se uno con cuore simile compie un’azione per raggiungere un profitto sulla terra, come sarà pulito se si avvoltola per terra? Se invece agisce in cielo, sarà pulito perché sono puliti tutti gli esseri del cielo. Si deturpa infatti una cosa quando si mescola a un’altra di qualità inferiore, sebbene nel suo genere non sia turpe, perché anche dall’argento puro viene deturpato l’oro se si amalgamano. Così la nostra anima spirituale è deturpata dalla avidità delle cose della terra, sebbene la terra nel suo genere e ordine sia bella. In questo senso vorrei intendere il cielo non visibile, perché ogni corpo si deve considerare terra. Infatti deve sottovalutare tutto il mondo chi si accumula un tesoro in cielo, quindi in quel cielo, di cui è detto: Il cielo del cielo al Signore 120, ossia nel firmamento dello spirito. Infatti non dobbiamo destinare e stabilire il nostro tesoro e il nostro cuore in quel cielo che passerà, ma in quello che rimane per sempre, perché cielo e terra passeranno 121.

L’occhio simbolo dell’intenzione.

13. 45. E nel discorso rivela che ha impartito tutti questi ammaestramenti per la purificazione del cuore, quando dice: La lucerna del tuo corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grandi saranno le tenebre? 122 Il passo si deve interpretare in modo da farci comprendere che tutte le nostre azioni sono oneste e gradite alla presenza di Dio, se sono compiute col cuore schietto, ossia con l’intenzione verso l’alto nella finalità dell’amore perché pieno compimento della Legge è la carità 123. Per occhio nel passo dobbiamo ravvisare l’intenzione stessa con cui facciamo tutto ciò che facciamo. E se essa sarà pura e retta e volta a raggiungere quel fine che si deve raggiungere, è indispensabile che siano buone tutte le nostre azioni che compiamo in riferimento ad essa. E il Signore ha considerato l’intero corpo tutte queste azioni, nel senso con cui anche l’Apostolo afferma che sono nostre membra alcune azioni che egli condanna e che ingiunge di mortificare dicendo: Mortificate dunque le vostre membra che sono secondo la terra: fornicazione, impurità, avarizia e le altre simili 124.

L’intenzione è luce dell’azione.

13. 46. Quindi non si deve considerare l’azione che si compie, ma con quale intento si compie. E questa disposizione è luce in noi, poiché con essa ci si evidenzia che compiamo con un buon intento quel che compiamo, poiché tutto quello che si evidenzia è luce 125. Difatti le azioni stesse, che da noi si rapportano alla società umana, hanno un risultato incerto e perciò il Signore le ha definite tenebre. Non so infatti, quando offro denaro a un povero che chiede, che cosa ne farà o che ne subirà; e può avvenire che con esso faccia o da esso subisca un male che io, nel dare, non ho voluto che si verificasse perché non ho dato con questo intento. Quindi se ho compiuto con retta intenzione un’azione che, mentre la compivo, mi era nota e quindi è considerata luce, anche la mia azione ne è illuminata, qualunque risultato abbia avuto. E questo risultato, appunto perché incerto e sconosciuto, è stato considerato tenebre. Se poi ho agito con cattiva intenzione, anche la luce stessa è tenebre. Si considera luce perché si è coscienti con quale intenzione si agisce, anche se si agisce con cattiva intenzione. Ma la luce stessa è tenebre, perché la schietta intenzione non si volge all’alto, ma devia al basso e per la doppiezza del cuore quasi diffonde ombra. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grandi saranno le tenebre? 126 Se l’intenzione del cuore, con cui fai quel che fai e ti è nota, si deturpa e acceca nell’avidità delle cose della terra e del tempo, a più forte ragione si deturpa e si rende oscura l’azione, anche se n’è incerto il risultato. Difatti anche se giova all’altro quel che tu fai senza retta e pura intenzione, ti sarà addebitato come hai agito e non come ha giovato a lui.

Non servire a due padroni.

14. 47. L’inciso che segue: Nessuno può servire a due padroni è anche esso relativo alla suddetta intenzione e lo spiega di seguito con le parole: Infatti o odierà l’uno e amerà l’altro, o sopporterà l’uno e disprezzerà l’altro. Sono parole che si devono esaminare attentamente. Difatti di seguito espone chi siano i due padroni, quando afferma: Non potete servire Dio e mammona 127. Si dice che in ebraico la ricchezza si chiama mammona 128. S’accorda anche il termine cartaginese, poiché il guadagno in cartaginese è mammon. Ma chi è schiavo della mammona, è schiavo di colui che, a causa della sua perversità posto a capo delle cose terrene, è definito dal Signore principe di questo mondo 129. Dunque l’uomo o avrà in odio l’uno e amerà l’altro, cioè Dio, o sopporterà l’uno e disprezzerà l’altro. Sopporta un padrone spietato e malefico chi è schiavo della mammona. Infatti avvinto dalla propria passione si assoggetta al diavolo e non lo ama, perché nessuno ama il diavolo, ma lo sopporta. Allo stesso modo in una casa con inquilini uno che si è unito con la schiava di un altro tollera, a causa della sua passione, una dura schiavitù, sebbene non ami colui del quale ama la schiava.

Schietta soggezione a Dio.

14. 48. Disprezzerà l’altro, ha detto il Signore, e non ha detto: Odierà. Di quasi nessuno infatti la coscienza può odiare Dio, ma lo disprezza, cioè non lo teme, quando, per così dire, è tranquillo sulla sua bontà. Da questa noncuranza e pericolosa tranquillità ci dissuade lo Spirito Santo quando per mezzo del profeta afferma: Figlio, non aggiungere peccato a peccato e non dire: La misericordia di Dio è grande, perché non capisci che la clemenza di Dio ti invita al pentimento 130. Di chi infatti è possibile richiamare al nostro pensiero la grande misericordia se non di colui che perdona tutti i peccati ai convertiti e rende l’olivo selvatico partecipe della untuosità dell’olivo? E di chi è così grande la severità se non di colui che non ha perdonato i rami naturali, ma per la mancanza di fede li ha recisi 131? Ma chiunque vuole amare Dio ed evitare di offenderlo non s’illuda di poter servire a due padroni e sgombri la retta intenzione del suo cuore da ogni doppiezza. Così avrà una idea del Signore nella bontà e lo cercherà nella semplicità del cuore.

Eccessiva attenzione alle cose del mondo.

15. 49. Quindi, continua il Signore, vi dico di non avere ansietà per la vostra vita di quel che mangerete né per il corpo di quel che indosserete 132, affinché, anche se non si esigono più le cose superflue, il cuore non sia nella doppiezza per le necessarie e per procacciarsele si perverta la nostra intenzione. Questo affinché, quando compiamo qualche azione apparentemente per compassione, ossia quando vogliamo che appaia il nostro interesse per l’altro, con quell’azione non intendiamo piuttosto il nostro profitto che il giovamento dell’altro e che perciò ci sembra di non peccare, perché non sono superflui ma necessari i vantaggi che vogliamo conseguire. Ma il Signore ci esorta a ricordare che Dio, per il fatto che ci ha creato e composto di anima e di corpo, ci ha dato molto di più di quel che sono il cibo e il vestito, perché non vuole che nella premura per essi noi guastiamo il cuore di doppiezza. La vita, dice egli, non vale forse più del cibo? affinché tu comprenda che chi ha dato la vita molto più facilmente darà il cibo; e il corpo più del vestito? 133, cioè vale di più, affinché tu ugualmente comprenda che chi ha dato il corpo molto più facilmente darà il vestito.

Per anima s’intende la vita.

15. 50. A questo punto abitualmente si pone il problema se questo cibo è relativo all’anima, perché l’anima è immateriale e il cibo materiale. Ma sappiamo che anima nel brano è usata in luogo di vita, il cui mantenimento è il cibo materiale. Con questo significato si ha anche la frase: Chi ama la propria anima la perderà 134. Che se non la interpreteremo in relazione alla vita presente che bisogna perdere per il regno di Dio, ed è evidente che i martiri lo han potuto, questo insegnamento sarebbe contrario alla massima con cui si afferma: Che cosa giova all’uomo, se guadagna tutto il mondo e poi subisce la perdita della propria anima? 135.

Non ansia per il cibo...

15. 51. Guardate, continua, gli uccelli del cielo, poiché non seminano né mietono né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non siete voi forse più di loro 136, cioè non avete voi più valore? Difatti senza dubbio l’animale ragionevole, come è l’uomo, è costituito in un ordine più alto degli animali irragionevoli, come sono gli uccelli. Chi di voi, soggiunge, per quanto si dia da fare, può aggiungere alla sua statura un solo cubito? E perché siete ansiosi per il vestito? 137, cioè: il vostro corpo può essere rivestito dalla provvidenza di colui per il cui assoluto potere è avvenuto che fosse condotto alla statura attuale. E che non per il vostro impegno è avvenuto che giungesse a questa statura il vostro corpo si può dedurre dal fatto che se v’impegnate e volete aggiungere un solo cubito a questa statura, non ci riuscite. Lasciate quindi a lui anche l’impegno di coprire il corpo, perché notate che per il suo impegno è avvenuto che abbiate il corpo con tale statura.

...e neanche per il vestito.

15. 52. Bisognava dare un ammaestramento anche per il vestito, come è stato dato per il cibo. Quindi continua: Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, nonostante tutto il suo fasto, era vestito come uno di essi. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani è gettata nel forno, quanto meglio vestirà voi, uomini di poca fede 138. Ma questi ammaestramenti non si devono esaminare come allegoria sì da farci investigare cosa simboleggino gli uccelli del cielo e i gigli del campo, perché sono allegati soltanto affinché da realtà di minor valore siano evidenziate quelle di maggior valore. È il caso del giudice, che non temeva Dio e non rispettava l’uomo, e tuttavia si piegò alla vedova che lo supplicava, per esaminare la sua interpellanza, non per compassione o senso di umanità, ma per non subire fastidio 139. Infatti in nessun modo quel giudice ingiusto rappresenta un attributo di Dio, ma il Signore ha voluto che se ne deducesse in che modo Dio, che è buono e giusto, tratta con amore coloro che lo pregano, poiché anche un uomo ingiusto, sia pure per evitare il fastidio, non può trattare con indifferenza coloro che lo infastidiscono con continue suppliche.

Il vero bene è l’unico fine.

16. 53. Dunque, continua, non affannatevi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste sa infatti che ne avete bisogno. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 140. Con queste parole ha fatto capire con molta evidenza che queste cose, pur necessarie, non si devono desiderare come beni di tal valore che, nel compiere qualche azione, dobbiamo considerarli come fine. Che differenza vi sia fra un bene, che si deve considerare come fine, e una cosa necessaria che si deve usare lo ha dichiarato con questa massima, quando ha detto: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Dunque il regno e la giustizia di Dio sono il nostro bene ed esso si deve considerare e assegnare come fine, per il quale fare tutto quel che facciamo. Ma poiché in questa vita siamo come soldati in viaggio per poter giungere a quel regno, una vita simile non si può tirare avanti senza le cose necessarie. Vi saranno date in aggiunta, dice, ma voi cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia. Poiché ha detto prima, ha fatto capire che il necessario si deve cercare dopo non nel tempo ma nel valore, quello come nostro bene, questo come cosa a noi necessaria, ma necessaria per quel bene.

Retta intenzione in Paolo.

16. 54. Ad esempio, non dobbiamo evangelizzare per mangiare, ma mangiare per evangelizzare. Infatti se evangelizziamo per mangiare, stimiamo più spregevole il Vangelo che il cibo e il nostro bene sarà ormai nel mangiare e la cosa necessaria nell’evangelizzare. E questo lo proibisce anche l’Apostolo, quando dice che gli era lecito e permesso dal Signore che coloro i quali annunziano il Vangelo vivano del Vangelo, ossia abbiano dal Vangelo le cose che sono necessarie alla vita, ma che egli non ha usufruito di questa concessione 141. V’erano molti infatti che desideravano avere il pretesto di acquistare e vendere il Vangelo; e l’Apostolo, volendo loro impedirlo, si guadagnava a stento il proprio vitto con le proprie mani 142. Di loro dice infatti in un altro passo: Per troncare il pretesto a quelli che cercano il pretesto 143. Anche se come gli altri buoni apostoli egli col permesso del Signore avesse avuto il vitto dal Vangelo, non avrebbe stabilito il fine della predicazione del Vangelo nel vitto, piuttosto avrebbe assegnato al Vangelo il fine del proprio vitto, ossia, come ha detto prima, non avrebbe predicato il Vangelo per avere il vitto e le altre cose necessarie, ma avrebbe usato gli utili disponibili per compiere il dovere di predicare il Vangelo non per libera scelta ma per necessità. Ma egli lo disapprovava con le parole: Non sapete che coloro, i quali esercitano funzioni nel tempio, traggono il vitto dal tempio e coloro che prestano servizio all’altare hanno in comune qualcosa dell’altare? Così il Signore ha disposto che coloro che annunziano il Vangelo vivano del Vangelo. Ma io non mi sono avvalso di nessuno di questi diritti 144. Con queste parole dimostra che è una concessione, non un ordine, altrimenti sembrerà che ha agito contro il comando del Signore. Poi continua e dice: Non ho scritto queste cose affinché avvengano così in me. Per me è meglio che io muoia anziché si renda infondato questo mio vanto 145. Lo ha detto, perché aveva stabilito di guadagnarsi il vitto con le proprie mani per alcuni che in lui cercavano un pretesto 146. Infatti, prosegue, non è per me un vanto predicare il Vangelo 147, cioè: Se predicherò il Vangelo affinché avvengano in me queste cose; ossia: Se predicherò il Vangelo appunto per conseguire tali proventi e disporrò il fine del Vangelo nel mangiare, bere e vestire. Ma perché non è per lui un vanto? È infatti, soggiunge, la soggezione al bisogno che mi asservisce, cioè predicare il Vangelo perché non ho da vivere, ovvero per conseguire un vantaggio nel tempo dalla predicazione di verità eterne. In tal modo nella evangelizzazione vi sarà un’imposizione, non un libera scelta. Quindi soggiunge: Guai a me se non predicassi il Vangelo 148. Ma come deve predicare il Vangelo? Nel riporre la ricompensa nel Vangelo stesso e nel regno di Dio. Così può predicare il Vangelo non per costrizione, ma per libera scelta. Se lo faccio per libera scelta, dice, ho diritto alla ricompensa, se invece lo faccio per imposizione, è un’amministrazione che mi è stata affidata 149, ossia: Se predico il Vangelo perché sono costretto dalla mancanza delle cose che sono necessarie alla vita fisica, altri per mio mezzo avranno la ricompensa del Vangelo, perché mediante la mia predicazione ameranno il Vangelo, io invece non l’avrò, perché non amo il Vangelo per sé, ma il compenso assegnato alle attività nel tempo. Ora è un oltraggio che uno tratti il Vangelo non come un figlio, ma come uno schiavo, a cui è stata affidata la gestione economica, come se egli distribuisse la roba d’altri e non abbia altro che i viveri che si danno al di fuori agli estranei, non come partecipazione al regno, ma come sostentamento di una miserabile schiavitù. Eppure in un altro passo l’Apostolo si considera amministratore 150. Infatti anche lo schiavo, adottato nel numero dei figli, può fedelmente amministrare per i suoi compartecipi la sostanza, in cui ha avuto la condizione di coerede. Ma quando dice: Se invece lo faccio per imposizione, è un’amministrazione che mi è stato affidata 151, volle che s’intendesse un amministratore che distribuisce l’altrui, da cui egli non ha nulla.

Rapporto fra fine e mezzo.

16. 55. Dunque qualunque cosa si cerca in relazione a un’altra è senza dubbio inferiore a quella per cui si cerca. Quindi viene prima quella per cui cerchi l’altra, e non quella che cerchi per l’altra. Perciò se cerchiamo il Vangelo e il regno di Dio per il cibo, riteniamo che venga prima il cibo e poi il regno di Dio, sicché, se il cibo non manca, non cerchiamo il regno di Dio. Dunque cercare prima il cibo e poi il regno di Dio significa porre quello al primo posto, questo al secondo. Se invece cerchiamo il cibo per avere il regno di Dio, osserviamo la massima: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 152.

Primalità del regno di Dio...

17. 56. Se cerchiamo prima il regno e la giustizia di Dio, cioè se li anteponiamo alle altre cose, in modo che per essi le cerchiamo, non deve subentrare l’ansietà che ci manchino le cose che sono necessarie alla vita in relazione al regno di Dio. Il Signore ha detto precedentemente: Sa il Padre vostro che avete bisogno di tutte queste cose. E quindi dopo aver detto: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio non ha soggiunto di cercare poi queste, sebbene siano necessarie, ma: Tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 153, ossia: Se cercate le cose di Dio, le altre verranno di seguito senza difficoltà da parte vostra, affinché, mentre cercate le cose della terra, non siate distolti dalle altre o affinché non stabiliate di conseguire due fini, sicché desideriate per sé il regno di Dio e le cose necessarie, ma piuttosto queste per l’altro. Così non vi mancheranno perché non potete servire a due padroni 154. Si impegna a servire due padroni chi desidera il regno di Dio e le cose del tempo come un grande bene. Non potrà avere uno sguardo sereno e servire soltanto a Dio Signore, se non valuta tutte le altre cose, se sono necessarie, soltanto in relazione a questo, cioè al regno di Dio. Come tutti i soldati ricevono le vettovaglie e la paga, così gli annunziatori del Vangelo ricevono il vitto e il vestito. Però non tutti fanno i soldati per la prosperità dello Stato, ma per gli utili che ricevono, così non tutti sono al servizio di Dio per la prosperità della Chiesa, ma per questi utili nel tempo, che ricevono come vettovaglie e paga, ovvero per l’uno e per l’altro. Ma già è stato detto: Non potete servire a due padroni. Quindi dobbiamo con cuore sincero fare del bene per tutti in vista del regno di Dio e nel compiere l’opera buona non attendere la ricompensa degli utili nel tempo o sola o assieme al regno di Dio. E a significare tutte le cose nel tempo ha indicato il domani, dicendo: Non affannatevi per il domani 155. Difatti non si può indicare il domani se non nel tempo, in cui al passato segue il futuro. Dunque quando compiamo qualche buona azione, non pensiamo alle cose del tempo, ma dell’eternità. Allora l’azione sarà buona e perfetta. Infatti il domani, soggiunge, avrà già per sé le sue inquietudini, ossia: quando sarà necessario, prendi il cibo, la bevanda, il vestito, quando cioè il bisogno comincerà a pressare. Vi saranno allora questi utili, perché il nostro Padre sa che di tutte queste cose abbiamo bisogno 156. Infatti, conclude, a ciascun giorno basta la sua afflizione 157, cioè: Basta che ad usare questi beni solleciti il bisogno, e ritengo che appunto per questo l’ha considerata afflizione, perché è per noi causa di pena, in quanto appartiene a questa soggezione alla sofferenza e alla morte che abbiamo meritato peccando. Dunque alla pena del bisogno nel tempo non aggiungere un male più grave, al punto che non solo soffri la mancanza di questi beni, ma anche che soltanto per soddisfarla onori Dio.

...che convoglia l’attenzione al bisogno...

17. 57. A questo punto, quando osserviamo che un servo di Dio s’impegna affinché questi utili non manchino per sé o per coloro che sono affidati alla sua accuratezza, si deve evitare con decisione di giudicare che agisce contro il comando del Signore e che è ansioso per il domani. Il Signore stesso, al quale provvedevano gli angeli 158, tuttavia a titolo di esempio, affinché in seguito nessuno ne menasse scandalo, dopo avere incaricato qualcuno dei suoi di provvedere il necessario, si degnò di avere le borse col denaro, da cui ricavare tutto ciò che occorresse alle esigenze indispensabili. E custode e ladro delle borse, come si ha nella Scrittura, fu Giuda che lo tradì 159. Può sembrare che anche l’apostolo Paolo fu ansioso per il domani, quando scrisse: Quanto alle collette in favore dei fratelli fate anche voi, come ho ordinato alle chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte quel che gli è riuscito di risparmiare, affinché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò quelli che avete scelto mediante lettera a portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. E se converrà che vada anche io, verranno con me. Verrò da voi dopo avere attraversato la Macedonia perché attraverserò la Macedonia. Rimarrò forse da voi o anche passerò l’inverno, perché siate voi a predisporre per dove andrò. Non voglio vedervi solo di passaggio, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore lo permetterà. Mi fermerò tuttavia ad Efeso fino alla Pentecoste 160. Così negli Atti degli Apostoli è scritto che le cose necessarie al sostentamento furono messe in riserva per il domani a causa di una imminente carestia. Vi leggiamo queste parole: In quei giorni alcuni profeti scesero ad Antiochia da Gerusalemme e fu una grande gioia. Mentre eravamo riuniti in adunanza, uno di loro, di nome Agabo, alzatosi in piedi, annunziò per mezzo dello Spirito che vi sarebbe stata una grande carestia che avvenne al tempo dell’imperatore Claudio. Allora alcuni dei discepoli, secondo quello che ciascuno possedeva, stabilirono di mandare un soccorso ai fratelli anziani della Giudea e lo mandarono per mezzo di Barnaba e Saulo 161. E poiché erano sistemate per l’apostolo Paolo sulla nave le cose necessarie al sostentamento, che venivano offerte, è evidente che il vitto era stato procurato non per un solo giorno 162. Egli scrive anche: Chi rubava non rubi più, anzi lavori producendo con le proprie mani l’utile per avere di che dare a chi ne ha bisogno 163. A coloro che non capiscono sembra che Paolo non osservi il comando del Signore: Guardate gli uccelli del cielo, poiché non seminano, né mietono né ammassano nei granai 164; e ancora: Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano 165, poiché comandò loro di lavorare con le proprie mani per avere anche di che offrire agli altri. Non sembra quindi che ha imitato gli uccelli del cielo e i gigli del campo, perché afferma di se stesso che ha lavorato con le proprie mani 166 per non esser di peso a nessuno 167; e di lui è stato scritto che a causa della identità del mestiere si era associato ad Aquila per un lavoro in comune, da cui trarre il sostentamento 168. Da queste e simili testimonianze della Scrittura appare evidentemente che nostro Signore non disapprova se secondo l’umana usanza si procura il vitto, ma se per esso si è al servizio di Dio, sicché nelle proprie attività non si ha di mira il regno di Dio ma il conseguimento degli utili.

...malgrado le difficoltà della vita.

17. 58. Dunque tutta la normativa si riduce a questo principio che anche nell’approvvigionamento degli utili teniamo presente il regno di Dio e che non teniamo presenti essi nel servizio al regno di Dio. Così, anche se verranno a mancare, e spesso Dio lo permette per metterci alla prova, essi non solo non fiaccano il nostro proponimento, ma lo confermano perché controllato e consolidato. Infatti, dice l’Apostolo, ci vantiamo nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza; la speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 169. Nel ricordo delle sue tribolazioni e sofferenze l’Apostolo ricorda di aver sofferto non soltanto nelle carceri e naufragi e in molte altre afflizioni di tal genere, ma anche per la fame, la sete, il freddo, la mancanza di vestiti 170. Quando leggiamo questi fatti, non pensiamo che le promesse del Signore abbiano barcollato in modo che soffrisse fame e sete e mancanza di vestiti l’Apostolo che cercava il regno e la giustizia di Dio, poiché ci è stato detto: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 171. Difatti il nostro medico considera queste afflizioni come rimedi perché una volta per sempre ci siamo affidati interamente a lui e da lui abbiamo la garanzia della vita presente e della futura quando deve aggiungere quando togliere, come giudica che a noi giovi. Infatti egli ci guida e dirige per confortarci ed esercitarci in questa vita e per costituirci perennemente dopo questa vita nel riposo eterno. Anche l’uomo quando sottrae i viveri al proprio giumento, non lo priva della propria cura, anzi lo fa per curarlo.

Liberalità nel giudicare.

18. 59. E poiché gli utili si amministrano per spenderli, ovvero, se non v’è ragione di spenderli, si risparmiano, è incerto con quale intenzione avviene, poiché si può fare con semplicità o anche con doppiezza di cuore. Quindi opportunamente a questo punto ha aggiunto: Non giudicate per non esser giudicati, perché col giudizio con cui giudicherete sarete giudicati e la misura, con cui misurerete, vi sarà restituita 172. Ritengo che in questo passo ci si ingiunge soltanto d’interpretare dalla migliore prospettiva quelle azioni, sulle quali è dubbio con quale intenzione si facciano. Poiché la frase: Dai loro frutti li riconoscerete 173 è relativa alle azioni palesi, che non possono essere compiute con buona intenzione, come sono le violenze carnali, le bestemmie, i furti, l’ubriachezza ed altre, sulle quali ci si permette di giudicare, perché l’Apostolo dice: Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? 174 Riguardo al genere di cibi, poiché si possono indifferentemente usare con buona intenzione e con semplicità di cuore, senza avidità, tutti i cibi adatti all’uomo, l’Apostolo vieta che fossero giudicati coloro che si nutrivano di carne e bevevano il vino da coloro che si moderavano nell’uso di tali cibi. Egli dice: Chi mangia non disprezzi chi non mangia e chi non mangia non giudichi male chi mangia; e soggiunge: Chi sei tu per giudicare uno schiavo che non è tuo? Stia in piedi o cada, riguarda il suo padrone 175. Dai modi di agire, che possono verificarsi con intenzione buona, schietta e segnalata, sebbene anche con intenzione non buona, quei tali volevano esprimere un parere sulle condizioni più intime del cuore, sulle quali soltanto Dio giudica.

Giudizio e cose manifeste o nascoste.

18. 60. Attiene all’argomento anche quello che l’Apostolo dice in un altro passo: Non giudicate prima del tempo, finché venga il Signore e metta in luce i segreti delle tenebre, egli manifesterà le intenzioni dei cuori. E allora ciascuno avrà la sua lode da Dio 176. Vi sono delle azioni di mezzo che non sappiamo con quale intenzione si compiono, perché si possono compiere con buona e cattiva intenzione ed è avventato giudicarle, soprattutto per condannarle. Ma verrà il tempo di giudicarle, quando il Signore metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori. In un altro passo l’Apostolo dice: Di alcuni uomini i peccati sono manifesti perché precedono per il giudizio, altri invece dopo 177. Considera manifesti quei peccati, dei quali è evidente con quale intenzione si compiano; essi precedono per il giudizio, ossia perché se il giudizio sarà dopo di essi, non è temerario. Vengono dopo quelli che sono nascosti, perché anche essi a loro tempo non saranno nascosti. Allo stesso modo si deve pensare delle opere buone. Soggiunge infatti: Similmente anche le opere buone sono manifeste e tutte quelle stesse che non sono tali non possono rimanere nascoste 178. Giudichiamo dunque le opere manifeste, sulle nascoste lasciamo il giudizio a Dio perché anche esse, buone e cattive, non possono rimanere nascoste, quando giungerà il tempo in cui siano rese manifeste.

Giudizi temerari.

18. 61. Vi sono però due casi nei quali dobbiamo evitare il giudizio temerario, cioè quando è incerto con quale intenzione un fatto sia avvenuto, o quando è incerto quale sarà l’uomo che attualmente sembra buono o cattivo. Se, ad esempio, un tale lamentandosi dello stomaco, non ha voluto digiunare e tu non credendo, lo attribuirai al vizio dell’ingordigia, farai un giudizio temerario. Egualmente se sarai informato sulla manifesta ingordigia e abitudine alla ubriachezza e rimprovererai come se quel tale non possa correggersi ed emendarsi, giudicherai sempre con temerità. Non critichiamo dunque le azioni, di cui non sappiamo con quale intenzione siano compiute e non critichiamo allo stesso modo quelle che sono palesi, come se dubitassimo del ravvedimento; così eviteremo il giudizio, di cui nel testo è detto: Non giudicate per non essere giudicati 179.

Ricambio fra giudizio temerario e pena.

18. 62. Può turbare quello che ha soggiunto: Infatti col giudizio con cui giudicherete sarete giudicati e con la misura con cui misurerete sarete misurati 180. Forse che se noi avremo giudicato con un giudizio temerario, anche Dio ci giudicherà con temerità? O forse che, se avremo misurato con una misura ingiusta, anche presso Dio v’è la misura ingiusta con cui saremo misurati? Suppongo infatti che col termine di misura è stato indicato lo stesso giudizio. In senso assoluto Dio non giudica con temerità e non dà il contraccambio a qualcuno con una misura ingiusta. Ma è stato detto perché inevitabilmente ti condanna la temerità con cui condanni l’altro. Ma forse si deve presumere che la malignità danneggi un po’ colui contro il quale si muove e per niente colui dal quale si muove. Anzi al contrario spesso non danneggia affatto colui che subisce l’oltraggio e inevitabilmente invece danneggia chi lo fa. Infatti in che senso ha danneggiato i martiri la cattiveria dei persecutori? Ai persecutori invece moltissimo. E sebbene alcuni di loro si sono emendati, tuttavia nel periodo in cui perseguitavano li accecava la loro perversità. Così un giudizio temerario spesso non danneggia affatto colui che viene giudicato con temerità, ma inevitabilmente la temerità stessa danneggia colui che giudica con temerità. Ritengo che secondo questo principio siano da intendere anche le parole: Chiunque colpisce con la spada di spada morirà 181. Molti infatti colpiscono con la spada e non muoiono di spada, come anche lo stesso Pietro. Ma qualcuno potrebbe pensare che per merito del perdono dei peccati egli sia sfuggito a tale pena, sebbene niente di più assurdo si penserebbe che poté essere più grave la pena della spada che non toccò a Pietro di quella della croce che egli sostenne. Che dire allora dei briganti che furono crocefissi col Signore, giacché quegli che meritò il perdono lo meritò dopo essere stato crocefisso e l’altro non lo meritò affatto 182? Forse che avevano crocefisso tutti quelli che avevano ucciso e perciò anche essi meritarono di subire questa pena? È assurdo pensarlo. Quindi le parole: Chiunque colpisce con la spada di spada morirà non significano altro che l’anima muore col peccato, qualunque ne abbia commesso.

Fra odio e correzione.

19. 63. Quindi in questo passo il Signore ci avverte sul giudizio temerario e offensivo. Egli vuole infatti che con cuore sincero e rivolto unicamente a Dio compiamo tutte le azioni che compiamo; e vi sono molte azioni che è incerto con quale sentimento si compiano ed è avventato il giudicarle. Invece giudicano temerariamente su fatti incerti e li criticano con indifferenza soprattutto coloro che amano biasimare e condannare anziché emendare e correggere ed è il vizio della superbia o invidia. Perciò il Signore prosegue e dice: Perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e non vedi la trave nel tuo occhio? 183. È il caso, ad esempio, che egli ha peccato per ira, tu invece critichi con odio. Quanta differenza appunto v’è fra la pagliuzza e la trave, altrettanta quasi fra l’ira e l’odio. L’odio infatti è un’ira inveterata che, per così dire, con l’invecchiare ha acquisito tanta resistenza che giustamente si considera trave. Può avvenire infatti che, se ti adiri con un uomo, intendi che si corregga; se invece lo odi, non ottieni che egli intenda correggersi.

Umiltà e bontà nel correggere.

19. 64. Come puoi dire a un tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai di togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello 184, ossia: Prima rimuovi l’odio e poi potrai correggere l’uomo che ami. E ha detto bene: Ipocrita. Infatti biasimare i vizi è compito di uomini buoni e benevoli, ma, quando lo fanno i cattivi, recitano la parte degli altri, come gli attori che nascondono sotto la maschera quel che sono e imitano con la maschera quel che non sono. Quindi nell’appellativo di ipocriti intenderai gli impostori. Ed è veramente molto insopportabile e spiacevole la razza degli impostori poiché, mentre intraprendono con odio e astio la censura dei vizi, intendono anche essere considerati consiglieri. E quindi con tenerezza e prudenza si deve stare attenti che se la emergenza costringerà a riprendere o rimproverare qualcuno, per prima cosa riflettiamo se è un vizio che non abbiamo mai avuto o che ce ne siamo liberati. E se non l’abbiamo mai avuto, riflettiamo che anche noi siamo uomini e abbiamo potuto averlo; se invece l’abbiamo avuto e non l’abbiamo più, la comune debolezza renda attenta la memoria in modo che non l’odio ma la compassione preceda la riprensione o il rimprovero, sicché tanto se contribuiscono al suo ravvedimento come alla sua ostinazione, giacché il risultato è incerto, noi tuttavia siamo tranquilli sulla sincerità del nostro giudizio. Se poi riflettendo riscontreremo che anche noi ci troviamo in quel vizio, in cui si trova colui che ci apprestavamo a riprendere, non riprendiamo e non rimproveriamolo, ma proviamone insieme dolore e invitiamolo non ad ascoltarci ma a tentare insieme.

L’uniformarsi in Paolo.

19. 65. In merito dice l’Apostolo: Sono diventato giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare quelli che sono sotto la legge; con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza la legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Sono diventato debole con i deboli per guadagnare i deboli; sono diventato tutto per tutti per guadagnare tutti 185. Certamente non realizzava questa esperienza per finzione, come alcuni vorrebbero interpretare per proteggere la loro detestabile finzione con l’autorità di un così sublime modello, ma la realizzava, perché considerava come propria la debolezza di colui al quale voleva venire incontro. E l’ha premesso dicendo: Infatti pur essendo libero da tutti, sono diventato servo di tutti per guadagnarne il maggior numero 186. E affinché tu comprenda che non per finzione ma mediante la carità questo avviene, perché con essa commiseriamo i deboli, come se lo fossimo noi, in un altro passo esorta con le parole: Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà, purché non usiate questa libertà come pretesto della passione, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri 187. E questo non può avvenire se uno non considera come propria la debolezza dell’altro per sopportarla con serenità fino a che non se ne libera colui di cui cura la salute.

Prudenza nel correggere.

19. 66. Quindi raramente e in casi di grande necessità si devono usare i rimproveri, in modo che anche in essi ci preoccupiamo che si sia sottomessi a Dio e non a noi stessi. Egli infatti è fine affinché nulla facciamo con doppiezza di cuore, togliendo dal nostro occhio la trave dell’invidia o malignità o finzione per vedere di trar fuori la pagliuzza dall’occhio del fratello. La vedremo infatti con gli occhi della colomba 188, quali sono esaltati nella sposa di Cristo, che Dio si è scelto come Chiesa gloriosa, perché non ha neo o grinza, cioè è pulita e riservata 189.

Prudenza nella evangelizzazione.

20. 67. Il termine di riservatezza può trarre in errore alcuni che desiderano obbedire ai comandamenti di Dio, sicché ritengono che sia una colpa occultare il vero, come è una colpa dire talora il falso. In questo modo spiegando le verità, che coloro ai quali vengono spiegate non possono capire, fanno un danno maggiore che se le tenessero completamente e sempre nascoste. Quindi il Signore molto opportunamente soggiunge: Non date una cosa santa ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci affinché non le calpestino con le loro zampe e non si voltino per sbranarvi 190. Difatti il Signore, sebbene non abbia mai mentito, ha mostrato di aver tenute nascoste alcune verità, dicendo: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso 191. E l’apostolo Paolo dice: Io non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali. Come neonati in Cristo vi ho dato da bere latte per bevanda e non cibo solido, perché non eravate capaci, ma neanche ora lo potete, perché siete ancora carnali 192.

Cani e porci contro la verità.

20. 68. Nel comando con cui ci si proibisce di dare una cosa santa ai cani e di gettare le nostre perle ai porci, si deve esaminare attentamente che cosa significhi una cosa santa, che cosa le perle, i cani e i porci. Una cosa santa è quella che è empietà violare e profanare. Di questo crimine sono considerati colpevoli il tentativo e l’intenzione, sebbene la cosa santa è di per sé inviolabile e improfanabile. Sono da considerarsi perle tutti i grandi valori dello spirito e poiché sono nascoste in un recesso, sono tratte, per così dire, dalla profondità e si rinvengono negli involucri delle allegorie, quasi paragonabili ai gusci di conchiglia aperti. È ammessa dunque questa interpretazione: si possono considerare una sola e medesima realtà una cosa santa e la perla, ma una cosa santa dal fatto che non si deve profanare, una perla dal fatto che non si deve conculcare. Un tizio tenta di profanare quel che non vuole illeso; conculca invece quel che ritiene spregevole e lo considera sotto di sé e perciò si dice che è calpestato tutto ciò che si conculca. Perciò i cani, poiché assaltano per dilaniare, non permettono che rimanga illeso l’essere che dilaniano. Non date, dice il Signore, una cosa santa ai cani 193, poiché anche se non è possibile dilaniare e profanare ed essa rimane illesa e inviolabile, si deve riflettere che cosa intendono coloro che si oppongono con odio accanito e per quanto sta in loro, se fosse possibile, tentano di distruggere la verità. I porci poi, sebbene non assalgano col morso come i cani, imbrattano dappertutto calpestando. Non gettate dunque, dice il Signore, le vostre perle davanti ai porci affinché non le calpestino con le loro zampe e non si voltino per farvi a pezzi 194. Ritengo dunque che non illogicamente i cani siano indicati per coloro che contraddicono la verità e i porci per coloro che la conculcano.

Motivazione della segretezza.

20. 69. Dice: Si voltino per farvi a pezzi, non dice: Facciano a pezzi le perle. Calpestandole infatti, quando si voltano, per ascoltare ancora qualche parola, fanno a pezzi colui da cui sono state già gettate le perle che hanno calpestato. Difatti non troverai con facilità che cosa possa essere gradito a chi ha calpestato le perle, cioè ha conculcato le verità divine conseguite con tanto impegno. E non vedo come chi le insegna non sia fatto a pezzi dallo sdegno e dal disgusto. L’uno e l’altro, il cane e il porco, sono animali immondi. Si deve evitare dunque di svelare la verità a chi non l’accoglie; è meglio che cerchi da sé una verità nascosta, anziché travisi o neghi quella che gli è svelata. E oltre l’odio e il conculcamento non si trova altra ragione per cui le grandi verità rivelate non siano accolte; e per il primo sono stati indicati i cani e per l’altro i porci. E tutta questa immondezza si rende comprensibile attraverso le cose del tempo, ossia attraverso l’amore di questo mondo, al quale ci si ingiunge di rinunziare affinché possiamo essere puri. Chi dunque desidera avere il cuore sereno e puro non deve ritenersi colpevole, se tiene segreta una verità che colui, al quale la tiene segreta, non può capire. Né da questa massima si deve presumere che sia permesso mentire poiché non ne consegue che quando si tiene nascosto il vero si dice il falso. Si deve quindi ottenere prima che siano tolti gli impedimenti, per i quali avviene che uno non accoglie il vero; e se non lo accoglie a causa delle immondezze, si deve purificarlo con la parola e con l’azione, per quanto ci è possibile.

Gesù modello dell’insegnamento.

20. 70. Poiché si riscontra che nostro Signore ha detto alcune verità che molti dei presenti o per contrasto o per disprezzo non accolsero, non si deve ritenere che ha dato una cosa santa ai cani o che ha gettato le perle davanti ai porci, perché egli non ha parlato per quelli che non potevano accoglierle, ma per quelli che lo potevano ed erano ugualmente presenti e che non conveniva trascurare a causa della immondezza degli altri. E quando lo interrogavano quelli che lo mettevano alla prova e rispondeva loro in modo che non potessero contraddire, sebbene si struggessero con i propri veleni, anziché saziarsi del suo cibo, tuttavia dal loro intervento gli altri, che potevano apprendere, ascoltavano con vantaggio. Ho detto questo affinché se uno per caso non potrà rispondere a chi lo interroga, non si ritenga scusato col dire che non vuole dare una cosa santa ai cani e gettare le perle davanti ai porci. Chi sa cosa rispondere deve rispondere, sia pure per gli altri, nei quali sorge la sfiducia se riterranno che la questione non si può risolvere, e questo su argomenti utili e attinenti al problema della salvezza. Vi sono certamente molti argomenti che possono essere messi in discussione da coloro che non hanno una occupazione e sono superflui, vuoti e spesso dannosi, sui quali tuttavia qualcosa si può dire, ma si deve manifestare e spiegare il motivo, per cui non è necessario indagarli. Sugli argomenti importanti si deve qualche volta rispondere a quel che viene chiesto, come ha fatto il Signore quando i Sadducei gli chiesero riguardo alla donna, che ebbe sette mariti, di chi sarebbe stata nella risurrezione. Rispose che nella risurrezione non prenderanno né marito né moglie, ma saranno come gli angeli in cielo 195. Talora colui che interroga si deve interrogare su un altro argomento e, se lo esporrà, egli si risponda da se stesso su ciò che ha chiesto e, se non vorrà, non sembri ingiusto ai presenti se egli non ha una risposta su ciò che ha chiesto. Infatti quelli che, per mettere alla prova, interrogarono se si doveva dare il tributo, furono interrogati su un altro assunto, cioè: di chi aveva l’effigie la moneta che fu da loro mostrata; e poiché risposero su ciò che era stato loro richiesto, ossia che la moneta aveva l’effigie di Cesare, in certo senso si risposero da sé su ciò che avevano chiesto al Signore. Perciò egli dalla loro risposta concluse: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio 196. Poiché i più ragguardevoli dei sacerdoti e gli anziani del popolo lo interrogarono con quale autorità compisse le sue opere, egli li interrogò sul battesimo di Giovanni; e poiché essi non volevano dire qualche cosa che, a loro avviso, era contro se stessi e non osavano a motivo dei presenti parlare male di Giovanni, egli disse: Neanche io vi dico con quale autorità compio questa opera 197; e la risposta sembrò molto giusta ai presenti. Dissero di ignorare ciò che non ignoravano, ma che non volevano dire. E in verità era giusto che essi, i quali volevano che si rispondesse loro su ciò che avevano chiesto, facessero essi quel che chiedevano si facesse per essi; se lo avessero fatto, avrebbero certamente risposto a se stessi. Essi stessi infatti avevano mandato da Giovanni a chiedere chi fosse, o meglio erano stati mandati essi, come sacerdoti e leviti, credendo che fosse il Cristo, quando egli negò di esserlo e rese testimonianza al Signore 198. E se da quella testimonianza avessero voluto riconoscerlo, avrebbero insegnato a se stessi con quale autorità Cristo compiva quelle opere, sebbene avessero chiesto come se non lo sapessero per trovare il pretesto di calunniarlo.

Richiesta del bene, ricerca del vero.

21. 71. Essendo dunque stato comandato di non dare una cosa santa ai cani e di non gettare le perle davanti ai porci, un uditore poteva replicare e dire, poiché era consapevole della propria ignoranza e instabilità e credeva che gli si ingiungesse di non dare quel che sapeva di non avere ancora ricevuto; poteva dunque replicare e dire: Quale cosa santa mi proibisci di dare ai cani e quali perle di gettare davanti ai porci, poiché mi accorgo che ancora non le ho? Perciò molto opportunamente ha soggiunto: Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; infatti chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto 199. La richiesta è relativa a conseguire la sanità e la serenità della coscienza, affinché possiamo eseguire gli obblighi imposti; la ricerca invece è relativa a scoprire la verità. Poiché la felicità si consegue con l’azione e la conoscenza, l’azione postula la moralità degli atti, la contemplazione la rivelazione della verità. Di queste nozioni la prima si deve chiedere, la seconda ricercare, affinché quella sia data, questa sia ritrovata. Ma in questa vita la conoscenza è piuttosto della via che del conseguimento. Ma quando l’uomo troverà la via vera, giungerà al conseguimento che tuttavia sarà aperto a chi bussa.

Chiedere, cercare, bussare, esemplificati.

21. 72. Ma affinché questi tre atti, la richiesta, la ricerca e la bussata si evidenzino, a titolo d’esempio supponiamo che un tale dai piedi malati non può camminare. Prima quindi deve essere guarito e reso abile a camminare, e a questo è relativa l’ingiunzione: Chiedete. Ma a che serve che può camminare o anche correre, se si smarrirà per sentieri che deviano? Secondo compito è dunque che trovi la via che conduce dove egli vuol giungere. Quando l’avrà raggiunta e percorsa, se troverà chiuso l’ambiente in cui vuole abitare, non gli gioverà l’aver potuto camminare, l’aver camminato e l’essere arrivato se non gli viene aperto; a questo attiene l’ingiunzione: Bussate.

Confronto fra noi e il Padre nel fare il bene.

21. 73. Ed ha assicurato una grande speranza colui che nel promettere non illude; ha detto infatti: Chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto 200. Quindi si richiede la perseveranza per ricevere quel che chiediamo, trovare quel che cerchiamo e affinché ci si apra dove bussiamo. Come infatti ha trattato degli uccelli del cielo e dei gigli del campo 201, affinché non perdessimo la speranza che ci sarebbe stato per noi vitto e vestito in modo che la speranza da cose umili si elevasse a quelle di valore, così a questo punto continua: O chi di voi, se il figlio gli chiederà un pane, gli darà una pietra? O se gli chiederà un pesce, gli darà un serpente? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono 202. In che senso i cattivi danno cose buone? Ma ha considerato cattivi quelli che amano ancora il mondo e quelli che peccano. Le cose buone che danno si devono considerare buone secondo il loro modo di agire, poiché le ritengono un bene. E sebbene queste cose in natura siano buone, tuttavia sono nel tempo e di spettanza a questa vita soggetta al male. E il cattivo che le dà non dà del suo. Infatti del Signore è la terra e quanto contiene 203, perché egli ha creato il cielo e la terra e il mare e tutte le cose che sono in essi 204. Si deve molto sperare che Dio darà le cose buone a noi che le chiediamo e che non possiamo essere ingannati nel ricevere una cosa per un’altra, quando chiediamo a lui, perché anche noi, pur essendo cattivi, sappiamo dare quel che ci si chiede. Infatti non inganniamo i nostri figli, e tutte le cose buone che diamo non le diamo del nostro ma del suo.

Il bene da farsi.

22. 74. La perseveranza e un certo vigore del camminare sono stabiliti nell’onestà morale che si svolge fino alla purificazione e serenità del cuore. Avendo parlato a lungo di essa il Signore conclude: Tutto il bene che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa è appunto la Legge e i Profeti 205. Nei codici greci troviamo: Dunque tutto quanto voi volete che gli uomini facciano per voi, anche voi fatelo per loro, ma penso che per dar rilievo alla massima nei codici latini sia stato aggiunto il concetto di bene. Infatti si presentava il caso che se uno volesse che a suo riguardo avvenga qualche cosa in termini di disonestà e allo scopo citi questa massima, ad esempio se un tizio volesse essere stimolato a bere senza ritegno e si riempia di bicchieri di vino ed egli stimoli prima un altro da cui vuole essere stimolato, è assurdo pensare che abbia rispettato tale massima. Siccome questo poteva lasciare perplessi, come penso, è stato aggiunto a chiarire il pensiero una parola, in modo che alla frase: Tutto quanto voi volete che gli uomini facciano per voi, è stato aggiunto di bene. E se manca nei codici greci anche essi devono essere emendati. Ma chi oserebbe farlo? Si deve quindi ammettere che la massima è completa e del tutto esatta, anche se non si aggiunge quella parola. L’espressione Tutto quanto volete deve essere non secondo l’uso ovunque corrente ma con proprietà. La volontà infatti è soltanto del bene, poiché per le azioni malvagie e disonorevoli secondo proprietà si parla di passione e non di volontà. Non sempre i libri della Scrittura si esprimono così, ma dove è necessario usano termini così appropriati che non lasciano intendere altro.

Insistenza sull’amore al prossimo.

22. 75. Sembra che questo comandamento appartenga all’amore del prossimo e non anche a quello di Dio, giacché in un altro passo il Signore dice che sono due i comandamenti in cui si assommano tutta la Legge e tutti i Profeti 206. Infatti se avesse detto: Quanto volete che vi sia fatto, anche voi fatelo, con questa sola formula avrebbe incluso l’uno e l’altro comandamento, poiché con immediatezza si avrebbe il concetto che ognuno vuole essere amato e da Dio e dal prossimo. Quindi se gli si comandasse di fare quel che vorrebbe sia fatto a lui, gli si comanderebbe di amare Dio e gli uomini. Ma poiché più espressamente sono stati indicati gli uomini nella frase: Tutto quanto voi volete che gli uomini vi facciano, anche voi fatelo a loro 207 sembra che sia stato prescritto soltanto il comandamento: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma non si deve disattendere quel che ha soggiunto: Questo sono infatti la Legge e i Profeti 208. Nei due comandamenti non dice soltanto: Si assommano la Legge e i Profeti, ma ha detto: Tutta la Legge e tutti i Profeti, come se fosse ogni profezia. Ma poiché nel passo in esame non l’ha aggiunto, ha lasciato vuoto il posto all’altro comandamento che riguarda l’amore di Dio. Qui invece poiché espone i comandamenti della sincerità del cuore e ci si preoccupa per loro perché nessuno abbia il cuore doppio nei confronti di coloro ai quali il cuore si può tenere nascosto, cioè nei confronti degli uomini, solo questo si doveva ingiungere. Non v’è quasi nessuno il quale voglia che l’altro tratti con lui con doppiezza di cuore. Ma questo è impossibile che, cioè, un uomo dia qualcosa a un altro con semplicità di cuore, se non lo dà in modo da non attendere da lui alcun vantaggio nel tempo e lo faccia con quella intenzione sulla quale abbiamo trattato in precedenza, quando parlavamo della serenità dell’occhio.

L’occhio puro e la retta intenzione.

22. 76. Dunque l’occhio purificato e reso sereno sarà abile e idoneo a percepire e ad esprimere logicamente la sua luce interiore. Questo è l’occhio del cuore. E ha un occhio simile chi stabilisce il fine delle proprie opere buone, affinché siano veramente buone, non nell’intento di essere graditi agli uomini, ma anche se avverrà di essere graditi, lo riferisce piuttosto alla loro salvezza e alla gloria di Dio e non alla propria ostentazione. Quindi non compie il bene per la salvezza del prossimo per esigere da lui le cose necessarie a trascorrere la vita; inoltre non condanna avventatamente l’intenzione e la volontà dell’uomo in quell’azione, in cui non si evidenzia con quale intenzione e volontà sia stata compiuta; poi qualsiasi obbligo esegue per l’altro, lo esegue con l’intenzione con cui vuole che sia eseguito per sé, ossia che da lui non attenda qualche vantaggio nel tempo. Così sarà il cuore sereno e puro, nel quale si cerca Dio. Beati quindi i puri di cuore perché vedranno Dio 209.

 

La beatitudine dei pacifici nella sincerità e coerenza (23, 77 - 27, 87)

Porta stretta e via angusta.

23. 77. Ma poiché questo stato è di pochi, ormai il Signore comincia a parlare della ricerca e possesso della saggezza che è l’albero della vita 210. Ma per ricercarla e possederla, cioè per contemplarla, un tale occhio è stato indirizzato a tutti gli antecedenti ammaestramenti, affinché con esso possa esser veduta la via angusta e la porta stretta. Dice il Signore: Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e sono molti quelli che entrano per essa; quanto stretta è invece la porta e quanto angusta la via che conduce alla vita e sono pochi quelli che la trovano 211. Non dice questo perché il giogo del Signore è aspro e il carico pesante, ma perché pochi vogliono porre un termine alle tribolazioni in quanto non credono a lui che grida: Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me perché sono mite e umile di cuore; infatti il mio giogo è dolce e il mio carico leggero 212. Per questo appunto il discorso ha preso lo spunto dagli umili e miti di cuore 213. Però molti respingono, pochi accettano il giogo dolce e il carico leggero e ne consegue che angusta è la via che conduce alla vita e stretta la porta per cui vi si entra.

Riconoscere dai frutti.

24. 78. A proposito dunque bisogna soprattutto guardarsi da coloro che promettono la sapienza e la conoscenza della verità che non hanno, come sono gli eretici, i quali spesso si fanno valere per il loro scarso numero. Quindi il Signore, dopo aver detto che son pochi quelli che imboccano la porta stretta e la via angusta, affinché essi non si intromettano col pretesto dello scarso numero, subito soggiunse: Guardatevi dai falsi profeti che vengono da voi in veste da pecore, ma dentro sono lupi rapaci 214. Ma essi non ingannano l’occhio sereno che dai frutti sa distinguere l’albero; dice infatti: Dai loro frutti li riconoscerete. Quindi aggiunge alcune analogie: Raccolgono forse uva dalle spine o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi. Non può un albero buono produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete 215.

Albero buono e cattivo simbolo dell’uomo.

24. 79. A questo punto bisogna guardarsi soprattutto dall’errore di coloro, i quali suppongono che dai due alberi sono indicate due nature, una delle quali è di Dio, l’altra né di Dio né da Dio. Di questo errore è già stato discusso diffusamente in altri libri e se è ancora poco, se ne discuterà; ora si deve dimostrare che questi due alberi non li suffragano. Prima di tutto è evidente che il Signore parla degli uomini, sicché chi ha letto i brani che vengono prima e dopo, si meraviglia della cecità di costoro. Poi rivolgono l’attenzione alla frase: Non può un albero buono produrre frutti cattivi e un albero cattivo frutti buoni 216 e pensano che non può avvenire che un’anima cattiva diventi buona e una buona diventi cattiva come se si avesse questo concetto: Non può un albero buono diventare cattivo né un albero cattivo diventare buono. Ma il concetto è questo: Non può un albero buono produrre frutti cattivi né un albero cattivo frutti buoni. L’albero invece è l’anima, cioè l’uomo e i frutti le azioni dell’uomo. Quindi l’uomo cattivo non può compiere il bene né il buono il male. Perciò il cattivo, se vuole fare del bene, prima diventi buono. In un altro passo più evidentemente il Signore afferma: O producete l’albero buono o producete l’albero cattivo 217. Che se con i due alberi simboleggiava le due nature, non avrebbe detto: Producete. Chi degli uomini infatti può produrre una natura. Quindi anche in quel brano, dopo aver parlato degli alberi, soggiunse: Ipocriti, come potete dire cose buone se siete cattivi 218. Finché dunque un tale è cattivo, non può produrre frutti buoni, perché se produce frutti buoni, ormai non è più cattivo. Allo stesso modo con assoluta verità si poteva dire: La neve non può essere calda, perché se cominciasse a essere calda, non la consideriamo più neve ma acqua. Può avvenire dunque che quella che era neve non lo sia più, ma non può avvenire che la neve sia calda. Così può avvenire che chi è stato cattivo non lo sia più, ma non può avvenire che un cattivo agisca bene. E sebbene egli talora si rende utile, non lui lo pone in atto, ma da lui proviene con l’intervento della Divina Provvidenza, come è stato detto dei Farisei: Fate quello che vi dicono, ma non fate quello che essi fanno 219. Il fatto che proponevano il bene e venivano ascoltate e osservate con vantaggio le cose che dicevano non era merito loro. Difatti, dice il Signore, sono seduti sulla cattedra di Mosè 220. Dunque con la Divina Provvidenza coloro che insegnano la parola possono essere utili agli ascoltatori, sebbene non lo siano a se stessi. Di essi in un altro passo è stato detto mediante il profeta: Seminate il grano e raccogliete le spine 221, perché ingiungono il bene e fanno del male. Quindi coloro che li ascoltavano ed eseguivano quel che dicevano non raccoglievano l’uva dalle spine, ma l’uva dalla vite attraverso le spine. È il caso di uno che mette la mano attraverso la siepe o anche coglie l’uva dalla vite avvoltolata sulla siepe; quel frutto non è certamente delle spine ma della vite.

Sincerità e menzogna nel bene.

24. 80. Con retto criterio si pone il problema dei frutti, ai quali il Signore vuole che poniamo l’attenzione per poter distinguere l’albero. Molti ascrivono ai frutti alcune proprietà che appartengono al pelame delle pecore e così sono ingannati dai lupi, come sono i digiuni, le preghiere e le elemosine. Che se tutti questi atti non potessero essere eseguiti anche dagli ipocriti, non avrebbe detto in precedenza: Guardatevi dal praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere osservati da loro 222. Nel proporre tale insegnamento tiene presenti le tre pratiche: elemosina preghiera digiuno. Molti infatti distribuiscono ai poveri non per commiserazione ma per vanagloria; molti pregano o meglio sembra che preghino non perché tengono presente Dio, ma perché bramano di essere ammirati dagli uomini; e molti digiunano e ostentano un’astinenza che desta meraviglia a coloro ai quali questi usi sembrano difficili e degni di onore. E con tali astuzie li attirano, mentre ostentano un aspetto per ingannare, e ne mostrano un altro per derubare e uccidere coloro che non riescono a scoprire i lupi coperti col pelame di pecore. Non sono dunque questi i frutti da cui il Signore esorta a riconoscere l’albero. Se essi si compiono con buona intenzione secondo verità sono il pelame proprio delle pecore; se con intenzione cattiva nell’errore, servono soltanto a coprire i lupi. Ma non per questo le pecore debbono odiare il proprio pelame per il fatto che spesso vi si dissimulano i lupi.

I frutti del bene e del male.

24. 81. L’Apostolo insegna quali sono i frutti, riconosciuti i quali, riconosciamo l’albero cattivo: Son ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, eresie, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le commette non erediterà il regno di Dio. Ed egli di seguito insegna quali sono i frutti, dai quali possiamo riconoscere l’albero buono: Frutto dello spirito è invece amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé 223. È opportuno riflettere che nel brano gioia è stata usata in senso proprio, poiché non si può dire con proprietà che i cattivi gioiscono ma che sono ebbri di gioia. Così precedentemente abbiamo parlato della volontà che in senso proprio non hanno i cattivi, come si rileva dalla frase: Quanto volete facciano gli uomini per voi, fatelo per loro 224. Secondo questa proprietà, per cui la gioia si dice soltanto dei buoni, anche il profeta afferma: Non c’è gioia per i malvagi, dice il Signore 225. Così la fede, di cui si è parlato, certamente non una fede qualunque ma la vera fede, e gli altri concetti, di cui si è parlato, hanno una certa apparenza negli uomini cattivi e impostori, sicché ingannano se l’altro non ha ormai l’occhio puro e sincero, con cui è consapevole di questi fatti. Quindi con un’ottima sequenza si è trattato prima della purificazione dell’occhio e poi sono state esposte le evenienze da cui esimersi.

La volontà del Padre.


25. 82. Ma poiché, sebbene ognuno possa avere l’occhio puro, cioè vivere con sincerità e semplicità di cuore, tuttavia non può raffigurarsi il cuore dell’altro, si palesa dalle tentazioni quanto non potrà essere esperibile dalle azioni e dalle parole. E duplice è la tentazione: o nella speranza di conseguire un vantaggio nel tempo o nell’angoscia di perderlo. E dobbiamo evitare che nel tendere alla saggezza, la quale si può conseguire soltanto in Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della saggezza e della scienza 226, dobbiamo evitare dunque di essere ingannati, nel nome stesso di Cristo, da eretici, da tutti coloro che male interpretano e dagli amatori di questo mondo. Perciò continua con l’ammonire: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, egli entrerà nel regno dei cieli 227. Non dobbiamo quindi pensare che è già di spettanza di quei frutti se qualcuno dice a nostro Signore: Signore, Signore e non per questo a noi deve sembrare un albero buono. Ma questi sono i frutti: eseguire la volontà del Padre che è nei cieli, perché per eseguirla Gesù si è degnato di offrirsi come modello.

Il dire in senso proprio e figurato.

25. 83. Ma giustamente può render perplessi come si accordi a questo ammaestramento quel che dice l’Apostolo: Nessuno che parla sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire: Gesù è anatema; e nessuno può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo 228. In verità noi non possiamo dire che alcuni, i quali hanno lo Spirito Santo, non entreranno nel regno dei cieli, se persevereranno sino alla fine e non possiamo dire che hanno lo Spirito Santo quelli che dicono: Signore, Signore e tuttavia non entreranno nel regno dei cieli. In che senso dunque nessuno dice: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo, se non perché l’Apostolo ha usato con proprietà la parola dice per indicare la volontà e l’intelligenza di chi dice? Invece il Signore ha usato in senso generico quella parola nel dire: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli 229. Sembra infatti che lo dice anche colui che non vuole e non pensa quel che dice, ma lo dice con proprietà chi enunzia la propria volontà e il proprio pensiero col suono della voce. Allo stesso modo quello stato, che poco fa è stato indicato come gioia, è stato indicato in senso proprio, nei frutti dello Spirito, e non nel senso con cui in un altro passo lo ha indicato l’Apostolo stesso: Non gioisce dell’ingiustizia 230, come se si possa gioire dell’ingiustizia, dato che questa è altezzosità della coscienza che tripudia disordinatamente e non gioia; questa soltanto i buoni l’hanno. Dunque apparentemente dicono anche quelli che non comprendono con l’intelletto e non eseguiscono con la volontà quel che proferiscono, ma lo proferiscono soltanto con la voce; e in questo senso il Signore ha detto: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli. Invece lo dicono con verità e proprietà quelli, il cui discorso non discorda dalla volontà e dal pensiero; e con questo significato dice l’Apostolo: Nessuno può dire: Gesù è Signore, se non con l’azione dello Spirito Santo.

I cattivi e gli eventi prodigiosi.

25. 84. E attiene all’argomento soprattutto che non siamo ingannati, nel tendere alla conoscenza della verità rivelata, non solo dal nome di Cristo per l’influsso di coloro che ne hanno il nome e non le opere, ma anche da alcuni avvenimenti prodigiosi. Sebbene il Signore li operò per coloro che non credevano, ammonì tuttavia che non ne fossimo tratti in errore supponendo che vi sia l’invisibile sapienza dell’alto dovunque noi scorgiamo un visibile evento meraviglioso. Quindi prosegue e dice: Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato i dèmoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io allora dirò a loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che compite azioni cattive 231. Dunque conosce soltanto chi compie buone azioni. E ha proibito perfino ai suoi discepoli di godere dei fatti meravigliosi, cioè che i dèmoni si fossero sottomessi a loro; ma godete, disse, che i vostri nomi sono scritti nel cielo 232, suppongo nella città di Gerusalemme che è nel cielo, in cui regneranno soltanto i virtuosi e i santi. Non sapete, dice l’Apostolo, che i malvagi non erediteranno il regno di Dio? 233

Eventi prodigiosi e verità.

25. 85. Ma qualcuno potrebbe obiettare che i malvagi non possono compiere quei prodigi e supporre che piuttosto mentiscono coloro che diranno: Nel tuo nome abbiamo profetato, cacciato i dèmoni e compiuto miracoli? Legga dunque quante opere meravigliose compirono i maghi dell’Egitto nell’opporsi al servo di Dio, Mosè 234. O se non vuol leggere quel brano perché quelli non agirono nel nome di Cristo, legga quel che il Signore stesso dice dei falsi profeti: Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui o è là, non ci credete. Verranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli così da indurre in errore anche gli eletti. Ecco ve l’ho predetto 235.

L’occhio puro e la pace.

25. 86. È dunque necessario l’occhio puro e schietto per trovare la via della saggezza che ingombrano i tanti inganni ed errori dei malvagi e perversi. Evitarli tutti significa giungere a una consapevole pace e all’immobile stabilità della saggezza. Si deve fortemente temere che nell’impegno di discutere e disputare uno non noti quel che da pochi si può notare, cioè che è trascurabile lo strepito di coloro che obiettano, se anche egli non sa porsi l’obiezione. Attiene al caso anche quel che dice l’Apostolo: Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, disposto ad apprendere, paziente, dolce nel riprendere gli oppositori nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi per conoscere la verità 236. Quindi dice il Signore: Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio 237.

Edificare sulla pietra.

25. 87. Si deve riflettere attentamente con quale logicità che suggerisce il timore sia dedotta la conclusione di tutto il discorso. Quindi, dice il Signore, chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia 238. Infatti soltanto con la pratica uno rende effettivo quel che ascolta e pensa. E se Cristo è la pietra, come affermano molti testi della Sacra Scrittura 239, edifica in Cristo chi pone in atto quello che da lui ascolta. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde perché era costruita sulla roccia 240. L’uomo in parola quindi non teme le nuvolose superstizioni, perché non si può intendere diversamente la pioggia quando si usa a simbolo di un male; non teme le ciarle degli uomini che suppongo siano in analogia con i venti, ovvero il fiume di questa vita che scorre, per così dire, sulla terra con gli stimoli carnali. Chi si lascia condurre dal corso favorevole di queste tre evenienze è travolto dall’invertirsi del corso. Invece non teme nulla da esse chi ha la casa costruita sulla roccia, ossia chi non solo ascolta ma anche pratica la parola del Signore. E a tutti questi casi è subordinato con rischio chi la ascolta e non la pratica; non ha difatti un fondamento solido, ma ascoltando e non praticando costruisce la caduta. Quindi il Signore continua: E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa cadde e la sua rovina fu grande. Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite del suo insegnamento; egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi 241. Quest’ultimo pensiero corrisponde a quello, di cui precedentemente ho detto che dal profeta è stato espresso nel salmi, quando ha detto: Io mi affiderò con fiducia a lui. I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo, purificato sette volte 242. Sul fondamento di questo numero ho preso la decisione di riferire anche questi insegnamenti alle massime che il Signore ha enunziato all’inizio di questo discorso, quando parlava delle beatitudini, e alle sette operazioni dello Spirito Santo che enumera il profeta Isaia 243. Ma se in esse sia da prendere in considerazione questa serie o un’altra, si deve mettere in pratica quel che abbiamo udito del Signore, se vogliamo costruire sulla pietra.


Note:


1 - Sal 33, 3.

2 - Mt 6, 1.

3 - Mt 5, 14-16.

4 - Mt 6, 1.

5 - Gal 1, 10.

6 - 1 Cor 10, 32-33.

7 - Fil 4, 17.

8 - Mt 6, 1.

9 - Mt 6, 2.

10 - Mt 6, 2.

11 - Mt 7, 23.

12 - Mt 6, 3.

13 - Cf. At 3, 1-8.

14 - Rm 12, 20.

15 - Cf. 1 Cor 7, 14.

16 - Mt 6, 1.

17 - Mt 6, 2.

18 - Mt 6, 3.

19 - Mt 6, 4.

20 - Cf. Mt 6, 24.

21 - Mt 6, 4.

22 - Mt 6, 5.

23 - Mt 6, 6.

24 - Sal 4, 5.

25 - Mt 6, 6.

26 - Cf. Mt 6, 2-4.

27 - Mt 6, 7.

28 - Mt 6, 8.

29 - Mt 6, 9-13.

30 - Is 1, 2.

31 - Sal 81, 6-7.

32 - Ml 1, 6.

33 - Gv 1, 12.

34 - Gal 4, 1.

35 - Rm 8, 15.

36 - Cf. Rm 8, 17 e 23.

37 - Mt 6, 9.

38 - Sal 33, 19.

39 - Gn 3, 19.

40 - 1 Cor 3, 17.

41 - Cf. Rm 8, 5.

42 - 1 Cor 3, 17.

43 - Mt 6, 9.

44 - Sal 75, 2.

45 - Mt 6, 10.

46 - Gv 6, 45; Is 54, 13; Ger 31, 33-34; 1 Ts 4, 9.

47 - Mt 22, 30.

48 - Mt 6, 10.

49 - Lc 2, 14.

50 - Gv 4, 34.

51 - Gv 5, 30; 6, 38; Mt 26, 39.

52 - Mt 12, 49-50.

53 - Mt 6, 10.

54 - Cf. Mt 25, 32-33.

55 - Rm 7, 25.

56 - Cf. 1 Cor 15, 53-54.

57 - Rm 7, 18.

58 - Mt 6, 10.

59 - Mt 6, 11.

60 - Mt 6, 34.

61 - Gv 6, 27.

62 - Gv 6, 41.

63 - Lc 12, 22.

64 - Cf. Mt 6, 6.

65 - Mt 6, 33.

66 - Gv 6, 27.

67 - Eb 3, 13.

68 - Sal 94, 8.

69 - Mt 6, 11

70 - Mt 6, 12.

71 - Mt 5, 26.

72 - Cf. Lc 13, 1.

73 - Lc 13, 5.

74 - Mt 5, 40.

75 - 2 Tm 2, 24.

76 - Mt 6, 12.

77 - Cf. Mt 5, 44.

78 - Mt 6, 13.

79 - Sir 34, 9. 11

80 - Gal 4,14.

81 - Dt 13, 3.

82 - Gv 6, 6.

83 - Cf. Gv 6, 7-13.

84 - Sir 27, 6.

85 - Cf. Gn 19 , 7-12.

86 - Cf. Dn 13, 19-23.

87 - Cf. Gb 1, 9-12.

88 - Is 66, 1.

89 - Mt 5, 34-35.

90 - Cf. Gb 1, 7.

91 - Rm 2, 14-16.

92 - Cf. Gb 1, 8; 2, 3.

93 - Lc 12, 20.

94 - Lc 22, 31.

95 - Lc 22, 32.

96 - Cf. Mt 26, 14-16 e 50.

97 - Cf. Mt 26, 69-75.

98 - 1 Cor 10, 13.

99 - Mt 6, 13.

100 - Cf. Gn 3, 4-5 e 13.

101 - Rm 8, 24.

102 - Mt 6, 11.

103 - Sal 30, 21.

104 - Cf. Mt 5, 3-9. 6, 9-13; Is 11, 2-3.

105 - Mt 25, 34.

106 - Sal 33, 3.

107 - Rm 7, 13.

108 - Rm 7, 24.

109 - Mt 6, 14-15.

110 - Mt 6, 16-18.

111 - Mt 7, 15-16.

112 - Mt 6, 17-18.

113 - Ef 5, 29.

114 - Cf. 1 Cor 11, 3.

115 - Is 1, 16.

116 - 2 Cor 3, 18.

117 - Cf. Sal 118, 36.

118 - 1 Tm 1, 5.

119 - Mt 6, 19-21.

120 - Sal 113, 16.

121 - Mt 24, 35.

122 - Mt 6, 22-23.

123 - Rm 13, 10.

124 - Col 3, 5.

125 - Ef 5, 13.

126 - Mt 6, 23.

127 - Mt 6, 24.

128 - Cf. ORIGENE, fr. 129 in Mt.

129 - Gv 12, 31; 14, 30.

130 - Sir 5 , 5-6.

131 - Cf. Rm 11, 17-20.

132 - Mt 6, 25.

133 - Mt 6, 25.

134 - Gv 12, 35.

135 - Mt 16, 26.

136 - Mt 6, 26.

137 - Mt 6, 27-28.

138 - Mt 6, 28-30.

139 - Cf. Lc 18, 2-5.

140 - Mt 6, 31-33.

141 - Cf. 1 Cor 9, 12-14.

142 - Cf. At 20, 34.

143 - 2 Cor 11, 12.

144 - 1 Cor 9, 13-15.

145 - 1 Cor 9, 15.

146 - Cf. 2 Cor 11, 12.

147 - 1 Cor 9, 16.

148 - 1 Cor 9, 16.

149 - 1 Cor 9, 17.

150 - Cf. 1 Cor 4, 1.

151 - 1 Cor 4, 2.

152 - Mt 6, 33.

153 - Mt 6, 32-33.

154 - Cf. Mt 6, 24.

155 - Mt 6, 34.

156 - Cf. Mt 6, 32.

157 - Mt 6, 34.

158 - Cf. Mt 4, 11.

159 - Cf. Gv 12, 6.

160 - 1 Cor 16, 1-8.

161 - At 11, 27-30.

162 - Cf. At 28, 10.

163 - Ef 4, 28.

164 - Mt 6, 26.

165 - Mt 6, 28.

166 - Cf. At 20, 34.

167 - Cf. 1 Ts 2, 9.

168 - Cf. At 18, 2-3.

169 - Rm 5, 3-5.

170 - Cf. 2 Cor 11, 23-27.

171 - Mt 6, 33.

172 - Mt 7, 1-2.

173 - Mt 7, 16.

174 - 1 Cor 5, 12.

175 - Rm 14, 3-4.

176 - 1 Cor 4, 5.

177 - 1 Tm 5, 24.

178 - 1 Tm 5, 25.

179 - Mt 7, 1.

180 - Mt 7, 2.

181 - Mt 26, 52.

182 - Cf. Lc 23, 32-43.

183 - Mt 7, 3.

184 - Mt 7, 4-5.

185 - 1 Cor 9, 20-22.

186 - 1 Cor 9, 19.

187 - Gal 5, 13.

188 - Cf. Ct 4, 1.

189 - Cf. Ef 5, 27.

190 - Mt 7, 6.

191 - Gv 16, 12.

192 - 1 Cor 3, 1-2.

193 - Mt 7, 6.

194 - Mt 7, 6.

195 - Mt 22, 23-30; Mc 12, 18-25; Lc 20, 27-36.

196 - Mt 22, 15-21.

197 - Mt 21, 23-27.

198 - Cf. Gv 1, 19-27.

199 - Mt 7, 7-8.

200 - Mt 7, 8.

201 - Cf. Mt 6, 26-31

202 - Mt 7, 9-11.

203 - Sal 23, 1.

204 - Sal 145, 6.

205 - Mt 7, 12.

206 - Mt 22, 40.

207 - Mt 7, 12.

208 - Mt 22, 39-40.

209 - Mt 5, 8.

210 - Cf. Prv 3, 18.

211 - Mt 7, 13-14.

212 - Mt 11, 28-30.

213 - Cf. Mt 5, 3-4.

214 - Mt 7, 15.

215 - Mt 7, 16-20.

216 - Mt 7, 18.

217 - Mt 12, 33.

218 - Mt 12, 34.

219 - Mt 23, 3.

220 - Mt 23, 2.

221 - Ger 12, 13.

222 - Mt 6, 1.

223 - Gal 5, 19-23.

224 - Mt 7, 12.

225 - Is 48, 22.

226 - Col 2, 3.

227 - Mt 7, 21.

228 - 1 Cor 12, 3.

229 - Mt 7, 21.

230 - 1 Cor 13, 6.

231 - Mt 7, 22-23.

232 - Lc 10, 20.

233 - 1 Cor 6, 9.

234 - Cf. Es 7, 11-22.

235 - Mt 24, 22-23.

236 - 2 Tm 24, 25.

237 - Mt 5, 9.

238 - Mt 7, 24.

239 - Ad es. 1 Cor 10, 4.

240 - Mt 7, 25.

241 - Mt 7, 26-29.

242 - Sal 11, 6-7.

243 - Cf. Mt 5, 3-9; Is 11, 2-3.


6. 21. Quindi dopo l’invocazione Venga il tuo regno segue: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 48; ossia come la tua volontà è negli angeli che sono in cielo, in modo che ti sono totalmente uniti e in te sono felici, perché nessuno errore oscura la pienezza del loro pensiero, nessuna infelicità impedisce la loro felicità, così avvenga nei tuoi santi che sono sulla terra e dalla terra, per quanto attiene al corpo, sono stati plasmati e sempre dalla terra devono essere elevati alla immutabile felicità del cielo. Riguarda questo concetto anche l’annuncio degli angeli: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà 49. Questo affinché, quando si porrà in cammino la nostra buona volontà che segue lui che ci chiama, si compia in noi la volontà di Dio, come negli angeli del cielo, in modo che nessuna opposizione impedisca la nostra felicità, e in questo si ha la pace. Egualmente Sia fatta la tua volontà s’interpreta rettamente: si obbedisca ai tuoi comandamenti come in cielo così in terra, ossia come dagli angeli così dagli uomini. Il Signore stesso afferma che si compie la volontà di Dio, quando si obbedisce ai suoi comandamenti. Dice infatti: Mio cibo è fare la volontà di lui che mi ha mandato 50; e frequentemente: Non son venuto a compiere la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato 51; così quando dice: Ecco mia madre e i miei fratelli. E chiunque fa la volontà di Dio è per me fratello madre e sorella 52. In coloro dunque che compiono la volontà di Dio si compie appunto la sua volontà, non perché essi fanno che Dio voglia, ma perché fanno quel che egli vuole, ossia fanno secondo la sua volontà.

Cielo e terra sono buoni e cattivi.

6. 22. V’è anche un altro significato nell’espressione: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 53, cioè come nei santi e virtuosi così anche nei peccatori. E questo significato si può intendere ancora in due modi. Dobbiamo cioè pregare per i nostri nemici, perché si devono ritenere tali coloro contro la cui volontà aumenta la religione cristiana e cattolica, sicché la frase: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra potrebbe significare: Compiano la tua volontà come i virtuosi così anche i peccatori, affinché a te si convertano. Inoltre: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, affinché a ciascuno si dia il suo, e questo avviene nell’ultimo giudizio, sicché ai virtuosi si dà il premio, la condanna ai peccatori, quando gli agnelli saranno separati dai capri 54.

Cielo e terra sono spirito e carne.

6. 23. Non è assurdo anzi molto rispondente alla nostra fede e speranza è l’interpretazione che come cielo e terra siano intesi lo spirito e la carne. E poiché l’Apostolo dice: Con il pensiero sono soggetto alla legge di Dio, con la carne alla legge del peccato 55, notiamo che la volontà di Dio si compie nel pensiero, cioè nello spirito. Quando la morte sarà assorbita nella vittoria e questo corpo mortale si sarà vestito d’immortalità, e questo avverrà con la risurrezione della carne e con la trasfigurazione, che viene promessa ai virtuosi secondo l’insegnamento dell’Apostolo 56, sarà fatta la volontà di Dio così in terra come in cielo; ossia come lo spirito non resiste a Dio, quando esegue e compie la sua volontà, così anche il corpo non resisterà allo spirito o anima, la quale ora è travagliata dalla debolezza del corpo e incline al comportamento carnale. E nella vita eterna sarà proprio della pace perfetta la condizione che non solo ci attiri il volere ma anche il compiere il bene. Ora infatti, dice l’Apostolo, mi attrae volere il bene, ma non il compierlo 57, perché non ancora nella terra come in cielo, cioè non ancora nella carne come nello spirito si è compiuta la volontà di Dio. Difatti sia pure nella nostra infelicità si compie la volontà di Dio, quando attraverso la carne soffriamo quei mali i quali ci sono dovuti per debito della nostra soggezione alla morte che la nostra natura ha conseguito peccando. Ma nella preghiera si deve chiedere che, come in cielo e in terra si compie la volontà di Dio, ossia che come acconsentiamo alla legge di Dio secondo la coscienza, così avvenuta la trasfigurazione del corpo nessuna nostra componente, a causa dei dolori fisici o dei piaceri, contrasti con questo nostro consenso.

La volontà del Padre in Gesù e nella Chiesa.

6. 24. E non dissente dalla verità la parafrasi: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 58, ossia come nello stesso Signore Gesù Cristo così nella Chiesa, come nell’uomo che ha compiuto la volontà del Padre, così nella donna che a lui è sposata. Infatti nel cielo e nella terra si ravvisano, per così dire, il maschio e la femmina, dato che la terra è produttiva perché il cielo la rende fertile.

Significato di pane quotidiano.

7. 25. La quarta domanda è: Dacci oggi il nostro pane quotidiano 59. Il pane quotidiano è stato indicato in luogo di tutti gli utili che servono al sostentamento della vita fisica; ed esortando a suo riguardo dice: Non preoccupatevi del domani 60 e per questo ha detto: Dacci oggi. Ovvero è stato indicato in riferimento al corpo di Cristo che ogni giorno riceviamo o anche come cibo spirituale, di cui il Signore stesso dice: Procuratevi il cibo che non si corrompe 61; e ancora: Io sono il pane della vita che son disceso dal cielo 62. Si può esaminare quale delle tre interpretazioni sia la più attendibile. Infatti qualcuno potrebbe turbarsi sul fatto che preghiamo per ottenere cose necessarie a questa vita, come il vitto e il vestito, dato che il Signore dice: Non preoccupatevi di quel che mangerete e di come vestirete 63. Ma c’è il problema se un individuo non debba preoccuparsi del bene che chiede di ottenere con la preghiera, poiché la preghiera si deve innalzare con grande fervore dello spirito. E proprio a questo tende l’esortazione di chiudere le camere da letto 64 ed anche quest’altra: Chiedete prima il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 65. Non ha detto: Cercate prima il regno di Dio e poi cercate queste cose, ma dice: Tutte queste cose vi saranno date in aggiunta, anche se non le chiedete. Non so se si può risolvere in che senso si dica con criterio che uno non chieda quel che per ottenere prega Dio con grande fervore.

Pane come sacramento.

7. 26. Trattiamo anche del sacramento del corpo del Signore affinché non muovano obiezioni i molti che nelle regioni d’Oriente non partecipano ogni giorno alla cena del Signore, sebbene questo pane è stato dichiarato quotidiano. Facciano dunque silenzio e non difendano la propria opinione sull’argomento sia pure con l’autorità ecclesiastica, poiché lo fanno senza scandalo e non sono impediti di farlo da coloro che comandano nelle loro chiese e, anche se non obbediscono, non sono condannati. Da ciò si evidenzia che in quelle regioni questo non è considerato pane quotidiano, perché sarebbero rei di un grave peccato coloro che non lo ricevono ogni giorno. Ma affinché, come è stato premesso, non discutiamo di costoro in alcun senso, deve certamente sovvenire a coloro che riflettono che noi abbiamo ricevuto dal Signore la norma del pregare e che non si deve trasgredire né aggiungendo né togliendo. Stando così le cose, chi osa dire che dobbiamo recitare soltanto una volta la preghiera del Signore o almeno, anche se una seconda e terza volta, fino a quell’ora in cui facciamo la comunione col corpo del Signore e che poi non si deve pregare così per il resto del giorno? Infatti non potremmo più dire: dacci oggi quel che abbiamo già ricevuto. Ovvero ci si potrà costringere a celebrare quel sacramento fino all’ultima parte del giorno?

Pane come parola di Dio.

7. 27. Rimane dunque che lo intendiamo come pane spirituale, cioè come i comandamenti del Signore che ogni giorno si devono meditare e osservare. Di essi infatti il Signore dice: Procuratevi il cibo che non si corrompe 66. Nel tempo appunto si considera quotidiano un tale cibo finché scorre questa vita posta nel divenire attraverso i giorni che vanno e vengono. E veramente finché lo stato d’animo si avvicenda ora nei beni superiori, ora in quelli inferiori, cioè ora in quelli spirituali, ora in quelli carnali, come a chi ora si nutre di cibo, poi soffre la fame, ogni giorno è necessario il pane, affinché con esso si ristori chi ha fame e si riprenda chi non si regge in piedi. Così dunque il nostro corpo in questa vita, prima della finale immunità dal bisogno, si ristora con il cibo perché avverte la dispersione di forze; allo stesso modo l’anima spirituale, poiché subisce mediante gli affetti terreni come una dispersione di forze dalla tensione a Dio, si ristora con il cibo dei comandamenti. È stato suggerito: Dacci oggi, finché si dice l’oggi 67, cioè in questa vita che scorre nel tempo. Infatti dopo questa vita ci sazieremo in eterno di un cibo spirituale in modo tale che non s’intenda il pane quotidiano, perché allora non vi sarà lo scorrere del tempo, che fa succedere i giorni ai giorni, da cui prende significato l’ogni giorno. Come infatti e stato detto: Oggi se ascolterete la sua voce 68, che l’Apostolo parafrasa nella Lettera agli Ebrei con: Finché si dice l’oggi 69, così anche in questa accezione si deve interpretare il Dacci oggi. Se qualcuno invece vuole intendere questa frase in relazione al necessario alimento del corpo o al sacramento del corpo del Signore, è conveniente che questi tre significati si intendano unitamente, cioè che chiediamo insieme il pane quotidiano, tanto quello necessario, come quello consacrato visibilmente e quello invisibile della parola di Dio.

Remissione in ogni senso...

8. 28. Segue la quinta domanda: E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 70. È evidente che come debiti sono indicati i peccati o nel senso che ha indicato il Signore stesso: Non uscirai di lì finché non paghi l’ultimo spicciolo 71, o nel senso per cui egli ha considerato come debitori quelli sui quali fu informato che erano morti o per il crollo della torre o perché Pilato aveva mescolato il loro sangue a quello del sacrificio 72. Affermò infatti che gli uomini li ritenevano debitori oltre misura, cioè peccatori e aggiunse: In verità vi dico, se non farete penitenza, morirete allo stesso modo 73. Non con queste parole uno è invitato a condonare il denaro ai debitori, ma tutte le offese che l’altro ha commesso contro di lui. Infatti a condonare il denaro siamo obbligati con il comando che è stato riportato precedentemente: Se qualcuno ti vuole chiamare in giudizio per toglierti il vestito, tu cedigli anche il mantello 74. E da queste parole non risulta necessario condonare il debito a ogni debitore di denaro, ma a colui che non volesse restituire al punto che voglia perfino intentare una lite. Non conviene, dice l’Apostolo, che un servo del Signore intenti una lite 75. Si deve quindi condonare a chi o perché di sua iniziativa o perché invitato non volesse restituire il denaro dovuto. E per due motivi non vorrà restituire, o perché non ha, o perché è avaro e avido della roba d’altri. L’uno e l’altro caso sono relativi a una povertà, poiché la prima è povertà di beni, la seconda povertà di spirito. Chiunque dunque condona il debito a un tale individuo condona a un povero e compie un’opera di cristiana bontà perché persiste la norma che egli sia disposto a perdere ciò che gli è dovuto. Infatti se del tutto con pacata moderazione farà in modo che gli sia restituito, non badando tanto alla restituzione del denaro, quanto a correggere l’uomo, al quale è senza dubbio dannoso avere di che restituire e non restituire, non solo non peccherà, ma avrà il grande vantaggio che l’altro non subisca un danno spirituale per il fatto che vuole volgere a proprio profitto il denaro altrui. E questo è tanto più grave da non avere confronto. Se ne conclude che anche in questa quinta domanda con cui chiediamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 76 non si tratta esplicitamente del denaro, ma di tutti i casi in cui qualcuno pecca contro di noi e quindi anche del denaro. Perciò pecca contro di te chi ricusa di restituirti il denaro dovuto, quando ha di che restituirlo. Se non rimetterai questo peccato, non potrai dire: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. Se invece perdonerai, ti accorgi che colui, a cui si ordina di invocare con questa preghiera, è esortato anche a condonare il denaro.

...perché chiediamo al Padre.

8. 29. Si può trattare anche il seguente assunto. Poiché diciamo: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo, ci dobbiamo render conto di avere agito contro questa norma se non rimettiamo a coloro che chiedono perdono, poiché vogliamo che dal Padre molto amorevolmente sia rimesso a noi quando gli chiediamo perdono. Ma d’altra parte dal comandamento, con cui siamo obbligati a pregare per i nostri nemici 77, non siamo obbligati a pregare per coloro che chiedono perdono. Infatti costoro non sono nemici. In nessun modo poi un individuo direbbe con sincerità che prega per colui che non ha perdonato. Perciò si deve riconoscere che si devono rimettere tutti i peccati che vengono commessi contro di noi, se vogliamo che dal Padre ci siano rimesse le colpe che noi commettiamo. Infatti sulla vendetta si è già parlato a sufficienza, come penso.

Il significato di tentazione.

9. 30. La sesta domanda è: Non ci immettere nella tentazione 78. Alcuni manoscritti hanno: Indurre che ritengo abbia il medesimo significato; infatti dall’unico termine greco è stato tradotto l’uno e l’altro. Molti poi nel pregare dicono: Non permettere che siamo indotti in tentazione, mostrando, cioè, in che senso sia stato usato l’indurre. Infatti Dio non ci induce da se stesso, ma permette che vi sia indotto colui che per un ordinamento occultissimo e meriti avrà privato del suo aiuto. Spesso anche per ragioni manifeste egli giudica uno degno fino a privarlo del suo aiuto e permettere che sia indotto in tentazione. Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati. Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? 79, quanto per l’altro, come dice l’Apostolo: E non avete disprezzato quella che era per voi una tentazione nella carne 80. Da questo fatto appunto li ha riconosciuti costanti, perché non furono distolti dalla carità a causa delle sofferenze capitate all’Apostolo nel fisico. Infatti noi siamo noti a Dio prima di tutte le tentazioni perché egli sa tutto prima che avvenga.

Analogia del concetto di tentazione.

9. 31. Quindi la frase che si ha nella Scrittura: Il Signore Dio vostro vi tenta per sapere se lo amate 81 è stata espressa nel traslato da per sapere a per farvi sapere, come diciamo allegro un giorno che ci rende allegri e pigro il freddo perché ci rende pigri e altri innumerevoli modi di dire che si hanno tanto nel gergo abituale, come nel linguaggio dei letterati e nei libri della Sacra Scrittura. Gli eretici, che sono contrari al Vecchio Testamento e non comprendendo questa locuzione, pensano che è bollato, per così dire, da un marchio d’ignoranza l’essere di cui è stato detto: Il Signore Dio vostro vi tenta, come se nel Vangelo del Signore non sia stato scritto: Lo diceva per tentarlo perché egli sapeva quel che stava per fare 82. Se infatti conosceva il cuore di colui che tentava, che cosa voleva conoscere tentando? Ma senz’altro l’episodio è avvenuto, affinché colui che veniva tentato riflettesse su se stesso e riprovasse la sua sfiducia perché le turbe furono saziate col pane del Signore, mentre egli pensava che esse non avessero di che mangiare 83.

Tentazione contro i Manichei...

9. 32. Quindi con quella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere immessi nella tentazione, sulla fattispecie di un tale, a cui è indispensabile essere sottoposto all’esperimento del fuoco, e non chiede di non essere toccato col fuoco, ma di non rimanere bruciato. Infatti la fornace prova gli oggetti del vasaio e la prova della sofferenza gli uomini virtuosi 84. Giuseppe difatti è stato tentato con la seduzione dell’adulterio, ma non è stato immesso nella tentazione 85. Susanna è stata tentata e neanche lei indotta o immessa nella tentazione 86 e molti altri dell’uno e dell’altro sesso, ma soprattutto Giobbe. Gli eretici, nemici del Vecchio Testamento, volendo con parole sacrileghe schernire la sua ammirevole costanza in Dio suo Signore, allegano a preferenza degli altri l’episodio che Satana chiese di tentarlo 87. Chiedono agli ignoranti, assolutamente incapaci di capire certe cose, in che modo è stato possibile a Satana di parlare con Dio. Non riflettono, e non lo possono perché sono accecati dall’errore e dalla polemica, non riflettono dunque che Dio non occupa uno spazio con la dimensione del corpo sicché è in un luogo e non in un altro o per lo meno ha una parte qui e un’altra altrove, ma con infinita grandezza è in atto in ogni spazio, non diviso nelle parti ma tutto in ogni spazio. E se intendono in senso letterale la frase: Il cielo è per me il trono e la terra lo sgabello dei miei piedi 88, e se a questa posizione si riferisce anche il Signore con le parole: Non giurate né per il cielo perché è il trono di Dio, né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi 89, che cosa v’è di strano se il diavolo, giunto sulla terra, si è fermato davanti ai piedi di Dio e ha detto qualche cosa in sua presenza 90? Quando infatti questi tali finiranno per capire che non v’è anima, quantunque perversa, che comunque in qualche modo può ragionare, nella cui coscienza Dio non parli? Chi se non Dio ha scritto nel cuore degli uomini la legge naturale? E di questa legge dice l’Apostolo: Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi pur non avendo la legge, sono legge a se stessi; dimostrano infatti che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della coscienza di essi e dei loro stessi ragionamenti che li accusano o anche li difendono nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini 91. Quindi ogni anima ragionevole, sia pure accecata dalla passione, tuttavia pensa e ragiona e tutto ciò che mediante il suo ragionamento è vero non si deve attribuire a lei, ma alla luce stessa della verità, dalla quale sia pure scarsamente nei limiti della sua capacità è illuminata, affinché nel pensare percepisca come vero qualche cosa. Non c’è quindi da far meraviglie se si afferma che l’anima del diavolo, corrotta da un depravante pervertimento, ha udito dalla voce di Dio, cioè dalla voce della stessa verità tutto ciò che ha pensato su un uomo virtuoso, quando volle tentarlo 92; e invece tutto ciò che era falso si attribuisce a quel pervertimento da cui ha avuto l’appellativo di diavolo. Tuttavia anche per mezzo di creatura fisicamente visibile spesso Dio ha parlato tanto ai buoni che ai cattivi secondo i meriti di ciascuno, come Signore e guida di tutti e loro ordinatore al fine; ha parlato anche per mezzo di angeli che si manifestarono in sembianze umane e per mezzo dei profeti che dicevano: Queste cose dice il Signore. Che meraviglia quindi se si dice che Dio ha parlato col diavolo non certamente attraverso il pensiero, ma mediante una creatura ovviamente adattata allo scopo?

...nel confronto col Nuovo Testamento.

9. 33. E non suppongano che è proprio di deferenza e quasi merito di virtù il fatto che Dio ha parlato con lui, perché ha parlato con uno spirito angelico, sebbene stolto e vizioso, come se parlasse con un’anima umana stolta e viziosa. Oppure dicano essi stessi in che modo Dio ha parlato con quel ricco, di cui volle biasimare un vizio molto stolto con le parole: Stolto, questa notte l’anima ti sarà richiesta e di chi saranno le ricchezze che hai messo da parte? 93. Evidentemente questo lo dice il Signore stesso nel Vangelo, al quale questi eretici, volere o no, chinano la testa. Se poi si preoccupano del fatto che Satana chiede a Dio di tentare un uomo virtuoso, non io spiego perché sia avvenuto, ma sprono costoro a spiegare perché nel Vangelo sia stato detto dal Signore stesso ai discepoli: Ecco che Satana cerca di vagliarvi come il grano 94; e a Pietro: Ma io ho pregato affinché non venga meno la tua fede 95. Quando mi spiegano queste parole, unitamente spiegano a se stessi quel che chiedono da me. Se poi non saranno capaci di spiegarlo, non osino censurare con sventatezza in un libro qualsiasi quel che senza ripugnanza leggono nel Vangelo.

Varie provenienze della tentazione.

9. 34. Avvengono dunque le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio. E importa molto in quale tentazione uno incorra. Difatti Giuda, che vendé il Signore 96, non è incorso nella medesima tentazione in cui è incorso Pietro che per paura negò il Signore 97. Vi sono anche delle tentazioni provenienti, così penso, dall’uomo, quando uno con buona intenzione ma nei limiti dell’umana debolezza sbaglia in qualche consiglio ovvero si adira col fratello nell’intento di correggerlo, ma un po’ al di là di quel che richiede la serenità cristiana. Di queste tentazioni dice l’Apostolo: Non vi sorprenda la tentazione se non quella umana; ed anche: Dio è fedele, perché non permette che siate tentati al di là di quel che potete, ma vi darà assieme alla tentazione anche il superamento affinché possiate sopportarla 98. E con questo pensiero ha mostrato abbastanza che non dobbiamo pregare per non essere tentati, ma per non essere indotti in tentazione. E vi siamo indotti, se si verificano di tale fatta che non riusciamo a superarle. Ma poiché le tentazioni pericolose, in cui è dannoso essere immessi o indotti, hanno origine dalle prosperità o avversità nel tempo, non si fiacca dalla inquietudine delle avversità chi non si lascia allettare dall’attrattiva delle prosperità.

La liberazione dal male.

9. 35. L’ultima e settima richiesta è: Ma liberaci dal male 99. Si deve infatti pregare non solo di non essere indotti al male, di cui siamo privi, e questo si chiede al sesto posto, ma di essere liberati da quello, al quale siamo stati indotti. E quando questo avverrà, non rimarrà nulla di temibile e non si dovrà più temere alcuna tentazione. Però non si deve sperare che questo possa avvenire in questa vita, finché portiamo in giro la soggezione alla morte, alla quale siamo stati indotti dalla suggestione del serpente 100; tuttavia si deve sperare che avverrà, e questa è una speranza che non si sperimenta. Parlando di essa l’Apostolo dice: Una speranza che si sperimenta non è speranza 101. Ma non si deve disperare della saggezza che anche in questa vita è stata concessa ai credenti figli di Dio. Ed essa comporta che fuggiamo con prudentissima attenzione quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover fuggire e che perseguiamo con ardentissima carità quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover perseguire. Così infatti deposto con la morte stessa il rimanente peso di questa soggezione alla morte, da parte di ogni componente dell’uomo al tempo opportuno sarà realizzata come fine la felicità, che è incominciata in questa vita e che per raggiungere definitivamente in seguito è impiegato attualmente ogni sforzo.

Anagogia delle tre prime richieste...

10. 36. Ma si deve considerare e discutere le differenze delle sette richieste. La nostra vita dunque si svolge attualmente nel tempo e si spera che sia eterna; inoltre i valori eterni sono anteriori per dignità, sebbene si passa ad essi dopo aver posto in atto quelli nel tempo. Quindi il conseguimento delle tre prime richieste hanno inizio in questa vita che si svolge nel tempo; difatti la santificazione del nome di Dio ha cominciato a porsi in atto dalla venuta del Signore nella nostra umiltà; e la venuta del suo regno, in cui egli dovrà venire nello splendore, non si manifesterà dopo la fine ma alla fine del tempo; e il compimento della sua volontà come in cielo così in terra, sia che per cielo e terra intendi i virtuosi e i peccatori, o lo spirito e la carne, o il Signore e la Chiesa, o tutti insieme, si otterrà con il compimento della nostra felicità e quindi alla fine del tempo; tuttavia tutte e tre queste manifestazioni del Signore rimarranno in eterno. Difatti la santificazione del nome di Dio è eterna, il suo regno non avrà fine ed è promessa la vita eterna per la nostra perfetta felicità. Rimarranno quindi queste tre manifestazioni unite nel pieno compimento nella vita che ci è promessa.

...e delle altre quattro.

10. 37. A me sembra che le altre quattro richieste appartengono alla vita nel tempo. La prima è: Dacci oggi il nostro pane quotidiano 102. Per il fatto che è stato definito come pane quotidiano, sia che venga indicato il pane spirituale o quello nel sacramento o questo visibile del nutrimento, appartiene al tempo che ha chiamato l’oggi, non perché il cibo spirituale non è eterno, ma perché questo pane, che nella Scrittura è stato considerato quotidiano, viene mostrato all’anima tanto col suono delle parole come con i vari segni che si susseguono nel tempo. Ma tutte queste cose certamente non vi saranno più, quando tutti potranno essere ammaestrati da Dio e non esprimeranno l’ineffabile luce della verità con un movimento del corpo, ma l’attingeranno con un puro atto del pensiero. E probabilmente è stato considerato pane e non bevanda poiché il pane spezzandolo e masticandolo si muta in alimento, come i libri della Scrittura nutrono l’anima leggendoli e meditandoli; la bevanda al contrario sorseggiata, così com’è, passa nel corpo, sicché nel tempo la verità è pane, poiché è considerata pane quotidiano, nell’eternità invece è bevanda, perché non vi sarà bisogno del discutere e dialogare sul tipo dello spezzare e masticare, ma soltanto del sorso dell’autentica ed evidente verità. Nel tempo i peccati ci son rimessi e li rimettiamo e questa è la seconda delle altre quattro richieste. Nell’eternità non vi sarà perdono dei peccati perché non ci saranno peccati. E le tentazioni travagliano questa vita posta nel tempo; non vi saranno più, quando si avvererà quel pensiero: Li nasconderai nel segreto del tuo volto 103. E il male, da cui desideriamo di essere liberati, ed anche la liberazione dal male appartengono a questa vita che per la giustizia di Dio abbiamo meritato soggetta a morire e da cui per la sua misericordia saremo liberati.

Confronto fra le invocazioni e i doni dello Spirito.

11. 38. A me sembra anche che il numero sette di richieste corrisponda al numero sette, da cui è derivato tutto il discorso. Se infatti è timore di Dio quello con cui sono beati i poveri in spirito, poiché di essi è il regno dei cieli, chiediamo che negli uomini sia santificato il nome di Dio nel genuino timore che permane per sempre 104. Se pietà è quella con cui sono beati i miti, perché essi avranno in eredità la vita eterna, chiediamo che venga il regno di Dio tanto in noi stessi, affinché diventiamo miti e non resistiamo a lui, come nello splendore della venuta del Signore dal cielo alla terra, di cui noi godremo e conseguiremo la gloria, perché egli dice: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno che vi è stato promesso fin dall’origine del mondo 105. Nel Signore infatti, dice il profeta, si glorierà la mia anima; ascoltino i miti e si rallegrino 106. Se è scienza, per cui sono beati quelli che piangono perché saranno consolati, preghiamo affinché sia fatta la sua volontà come in cielo così in terra perché non piangeremo più, quando con la definitiva pace dell’alto il corpo, in quanto terra, sarà in armonia con lo spirito in quanto cielo; infatti v’è nel tempo motivo di afflizione solo quando corpo e spirito si urtano fra di sé e ci costringono a dire: Vedo nelle mie membra un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente 107; e a confessare la nostra afflizione con voce di pianto: Me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte? 108 Se è fortezza quella di cui sono beati coloro che hanno fame e sete della virtù perché saranno saziati, preghiamo che ci sia dato oggi il nostro pane quotidiano, affinché da esso sorretti e sostentati possiamo giungere alla piena sazietà. Se è consiglio quello per cui sono beati i misericordiosi perché di essi si avrà misericordia, rimettiamo i debiti ai nostri debitori e preghiamo che a noi siano rimessi i nostri. Se è intelletto quello di cui sono beati i puri di cuore perché vedranno Dio, preghiamo di non essere indotti in tentazione, affinché non abbiamo un cuore doppio non ordinandoci al vero bene a cui riferire tutte le nostre azioni, ma perseguendo insieme i beni del tempo e dell’eternità. Infatti le tentazioni provenienti dalle cose, che sembrano agli uomini opprimenti e dannose, non hanno potere su di noi, se non lo hanno quelle che avvengono dalle lusinghe di quelle cose che gli uomini ritengono buone e fonti di gioia. Se è sapienza quella per cui sono beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio, preghiamo di essere liberati dal male, perché tale liberazione ci renderà liberi, cioè figli di Dio, affinché con lo spirito di adozione invochiamo: Abba, Padre.

Prevalenza della remissione dei peccati.

11. 39. Senza dubbio non si deve per trascuranza omettere che fra tutte le clausole con cui il Signore ci ha ordinato di pregare, ha giudicato di dover raccomandare soprattutto quella che attiene alla remissione dei peccati, perché in essa ha voluto che fossimo misericordiosi, unica decisione per sfuggire alle miserie della vita. In nessuna altra clausola preghiamo in modo da stipulare quasi un accordo con Dio; diciamo infatti: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. E se in questo accordo mentiamo, non v’è alcun significato di tutta la preghiera. Egli dice appunto: Se infatti rimetterete agli uomini i loro peccati, anche il Padre vostro che è nei cieli li rimetterà a voi. Se invece non rimetterete agli uomini, neanche il Padre vostro rimetterà a voi le vostre colpe 109.

Segretezza del digiuno.

12. 40. Segue il comando sul digiuno che riguarda anche esso la purificazione del cuore, di cui si tratta in questo brano. Anche in questo impegno si deve evitare che s’insinuino l’ostentazione e il desiderio della lode umana che infetta di doppiezza il cuore e non permette che sia puro e schietto a intendere Dio. Dice: Quando digiunate, non diventate tristi come gli ipocriti che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece quando voi digiunate, profumatevi la testa e lavatevi il viso per non far vedere agli uomini che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto; e il Padre vostro, che vede nel segreto, vi ricompenserà 110. È evidente che con questi comandi ogni nostra intenzione è diretta alle gioie interiori, per non conformarci al mondo cercando la ricompensa al di fuori e per non perdere la promessa di una felicità tanto più compiuta e stabile, quanto più intima, con la quale Dio ci ha scelto a divenire conformi all’immagine del Figlio suo.

Ostentazione anche nell’abito negletto.

12. 41. Nel brano citato si deve soprattutto notare che non soltanto nella magnificenza e sfarzo delle cose sensibili, ma anche nel desolato sudiciume degli abiti vi può essere la millanteria, e tanto più dannosa in quanto inganna col pretesto del servizio a Dio. Chi dunque si distingue per una smodata raffinatezza dell’acconciatura e dell’abbigliamento e per la magnificenza delle altre cose è incolpato dalla realtà stessa di essere seguace degli sfarzi del mondo e non inganna nessuno con una illusoria apparenza di santità. Se qualcuno invece, nel presentarsi come cristiano, attira lo sguardo degli uomini con l’inconsueto squallore e con gli abiti sudici, se lo fa volontariamente e non perché costretto dal bisogno, si può arguire dalle altre sue azioni se lo fa nel rifiuto di una superflua raffinatezza o per ambizione, perché il Signore ha comandato di guardarci dai lupi in pelame di pecora. Dai loro frutti, egli dice: li riconoscerete 111. Quando incominceranno con determinate tentazioni ad essere tolte o impedite quelle prerogative che con quella copertura hanno conseguito o intendono conseguire, allora è inevitabile che appaia se è un lupo col pelame di pecora o una pecora col suo. Non per questo il cristiano deve attirare lo sguardo con ornamenti superflui, perché anche gli imbroglioni spesso assumono un atteggiamento d’indispensabile riserbo per ingannare gli imprudenti, perché anche le pecore non devono deporre il proprio pelame, se talora se ne coprono i lupi.

Pulitezza interiore.

12. 42. È abituale porsi il problema che cosa significhino le parole: Invece voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi il viso per non far vedere alla gente che digiunate 112. Difatti, sebbene abitualmente ogni giorno ci laviamo il viso, non si potrebbe ragionevolmente comandare che dobbiamo stare col capo profumato quando digiuniamo. E se tutti ammettono che la faccenda è molto sconveniente, si deve intendere che l’ingiunzione di profumarsi il capo e di lavarsi il viso è relativa all’uomo interiore. Quindi il profumarsi il capo è relativo alla gioia e il lavarsi il viso alla pulizia e perciò si profuma chi gioisce nell’interiorità con un atto del pensiero. Per questo convenientemente intendiamo per capo la facoltà che domina nell’anima, dalla quale è evidente che le altre sono dirette e regolate. E compie questa opera chi non cerca la gioia all’esterno per godere carnalmente delle lodi della gente. La carne infatti, poiché deve essere sottomessa, non può assolutamente essere il capo di tutto l’essere umano. Nessuno ha avuto in odio la propria carne 113, dice l’Apostolo quando ingiunge che si deve amare la moglie, ma capo della donna è l’uomo e capo dell’uomo è Cristo 114. Colui dunque, che secondo questo comando desidera avere il capo profumato, goda nell’interiorità durante il suo digiuno, per il fatto stesso che così digiunando si distoglie dai piaceri del mondo per essere sottomesso a Cristo. Così laverà anche il viso, cioè renderà pulito il cuore, con cui vedrà Dio, poiché non si verifica l’offuscamento per la precarietà proveniente dalle sozzure, ma egli sarà sicuro e stabile, perché pulito e schietto. Lavatevi, dice Isaia, purificatevi, togliete la cattiveria dalla vostra coscienza e dalla mia vista 115. Quindi il nostro viso si deve lavare da quelle sozzure, da cui è offeso lo sguardo di Dio. Difatti noi a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine 116.

Generosità interiore.

12. 43. Spesso anche il pensiero dei bisogni relativi a questa vita ferisce e insudicia l’occhio interiore e generalmente offende di doppiezza il cuore. Così quello che all’apparenza operiamo con bontà nel rapporto con gli altri, non lo operiamo con quel sentimento che il Signore ha voluto, cioè non perché li amiamo, ma perché vogliamo raggiungere per loro mezzo un certo profitto per il bisogno della vita presente. Dobbiamo invece fare del bene ad essi per la loro eterna salvezza e non per un temporaneo profitto. Pieghi dunque Dio il nostro cuore ai suoi insegnamenti e non verso la sete di guadagno 117. Infatti fine di questo comando è la carità che proviene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera 118. Chi invece provvede a un fratello a causa d’un proprio bisogno proveniente da questa vita, non provvede certamente in base alla carità, perché non provvede a lui che deve amare come se stesso, ma provvede a sé, o meglio neanche a sé, poiché in questo modo rende doppio il proprio cuore, dal quale è impedito di vedere Dio, sebbene solamente con questa visione si consegue la felicità certa e perenne.

Il nostro tesoro è nel cielo.

13. 44. Quindi egli che insiste per rendere pulito il nostro cuore continua coerentemente e ordina dicendo: Non accumulate tesori sulla terra, dove la tignuola e il bisogno di mangiare li dilapidano e dove i ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né la tignuola né il bisogno di mangiare dilapidano e dove i ladri non scassinano e non rubano. Dove è infatti il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore 119. Dunque se il cuore è sulla terra, cioè se uno con cuore simile compie un’azione per raggiungere un profitto sulla terra, come sarà pulito se si avvoltola per terra? Se invece agisce in cielo, sarà pulito perché sono puliti tutti gli esseri del cielo. Si deturpa infatti una cosa quando si mescola a un’altra di qualità inferiore, sebbene nel suo genere non sia turpe, perché anche dall’argento puro viene deturpato l’oro se si amalgamano. Così la nostra anima spirituale è deturpata dalla avidità delle cose della terra, sebbene la terra nel suo genere e ordine sia bella. In questo senso vorrei intendere il cielo non visibile, perché ogni corpo si deve considerare terra. Infatti deve sottovalutare tutto il mondo chi si accumula un tesoro in cielo, quindi in quel cielo, di cui è detto: Il cielo del cielo al Signore 120, ossia nel firmamento dello spirito. Infatti non dobbiamo destinare e stabilire il nostro tesoro e il nostro cuore in quel cielo che passerà, ma in quello che rimane per sempre, perché cielo e terra passeranno 121.

L’occhio simbolo dell’intenzione.

13. 45. E nel discorso rivela che ha impartito tutti questi ammaestramenti per la purificazione del cuore, quando dice: La lucerna del tuo corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grandi saranno le tenebre? 122 Il passo si deve interpretare in modo da farci comprendere che tutte le nostre azioni sono oneste e gradite alla presenza di Dio, se sono compiute col cuore schietto, ossia con l’intenzione verso l’alto nella finalità dell’amore perché pieno compimento della Legge è la carità 123. Per occhio nel passo dobbiamo ravvisare l’intenzione stessa con cui facciamo tutto ciò che facciamo. E se essa sarà pura e retta e volta a raggiungere quel fine che si deve raggiungere, è indispensabile che siano buone tutte le nostre azioni che compiamo in riferimento ad essa. E il Signore ha considerato l’intero corpo tutte queste azioni, nel senso con cui anche l’Apostolo afferma che sono nostre membra alcune azioni che egli condanna e che ingiunge di mortificare dicendo: Mortificate dunque le vostre membra che sono secondo la terra: fornicazione, impurità, avarizia e le altre simili 124.

L’intenzione è luce dell’azione.

13. 46. Quindi non si deve considerare l’azione che si compie, ma con quale intento si compie. E questa disposizione è luce in noi, poiché con essa ci si evidenzia che compiamo con un buon intento quel che compiamo, poiché tutto quello che si evidenzia è luce 125. Difatti le azioni stesse, che da noi si rapportano alla società umana, hanno un risultato incerto e perciò il Signore le ha definite tenebre. Non so infatti, quando offro denaro a un povero che chiede, che cosa ne farà o che ne subirà; e può avvenire che con esso faccia o da esso subisca un male che io, nel dare, non ho voluto che si verificasse perché non ho dato con questo intento. Quindi se ho compiuto con retta intenzione un’azione che, mentre la compivo, mi era nota e quindi è considerata luce, anche la mia azione ne è illuminata, qualunque risultato abbia avuto. E questo risultato, appunto perché incerto e sconosciuto, è stato considerato tenebre. Se poi ho agito con cattiva intenzione, anche la luce stessa è tenebre. Si considera luce perché si è coscienti con quale intenzione si agisce, anche se si agisce con cattiva intenzione. Ma la luce stessa è tenebre, perché la schietta intenzione non si volge all’alto, ma devia al basso e per la doppiezza del cuore quasi diffonde ombra. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grandi saranno le tenebre? 126 Se l’intenzione del cuore, con cui fai quel che fai e ti è nota, si deturpa e acceca nell’avidità delle cose della terra e del tempo, a più forte ragione si deturpa e si rende oscura l’azione, anche se n’è incerto il risultato. Difatti anche se giova all’altro quel che tu fai senza retta e pura intenzione, ti sarà addebitato come hai agito e non come ha giovato a lui.

Non servire a due padroni.

14. 47. L’inciso che segue: Nessuno può servire a due padroni è anche esso relativo alla suddetta intenzione e lo spiega di seguito con le parole: Infatti o odierà l’uno e amerà l’altro, o sopporterà l’uno e disprezzerà l’altro. Sono parole che si devono esaminare attentamente. Difatti di seguito espone chi siano i due padroni, quando afferma: Non potete servire Dio e mammona 127. Si dice che in ebraico la ricchezza si chiama mammona 128. S’accorda anche il termine cartaginese, poiché il guadagno in cartaginese è mammon. Ma chi è schiavo della mammona, è schiavo di colui che, a causa della sua perversità posto a capo delle cose terrene, è definito dal Signore principe di questo mondo 129. Dunque l’uomo o avrà in odio l’uno e amerà l’altro, cioè Dio, o sopporterà l’uno e disprezzerà l’altro. Sopporta un padrone spietato e malefico chi è schiavo della mammona. Infatti avvinto dalla propria passione si assoggetta al diavolo e non lo ama, perché nessuno ama il diavolo, ma lo sopporta. Allo stesso modo in una casa con inquilini uno che si è unito con la schiava di un altro tollera, a causa della sua passione, una dura schiavitù, sebbene non ami colui del quale ama la schiava.

Schietta soggezione a Dio.

14. 48. Disprezzerà l’altro, ha detto il Signore, e non ha detto: Odierà. Di quasi nessuno infatti la coscienza può odiare Dio, ma lo disprezza, cioè non lo teme, quando, per così dire, è tranquillo sulla sua bontà. Da questa noncuranza e pericolosa tranquillità ci dissuade lo Spirito Santo quando per mezzo del profeta afferma: Figlio, non aggiungere peccato a peccato e non dire: La misericordia di Dio è grande, perché non capisci che la clemenza di Dio ti invita al pentimento 130. Di chi infatti è possibile richiamare al nostro pensiero la grande misericordia se non di colui che perdona tutti i peccati ai convertiti e rende l’olivo selvatico partecipe della untuosità dell’olivo? E di chi è così grande la severità se non di colui che non ha perdonato i rami naturali, ma per la mancanza di fede li ha recisi 131? Ma chiunque vuole amare Dio ed evitare di offenderlo non s’illuda di poter servire a due padroni e sgombri la retta intenzione del suo cuore da ogni doppiezza. Così avrà una idea del Signore nella bontà e lo cercherà nella semplicità del cuore.

Eccessiva attenzione alle cose del mondo.

15. 49. Quindi, continua il Signore, vi dico di non avere ansietà per la vostra vita di quel che mangerete né per il corpo di quel che indosserete 132, affinché, anche se non si esigono più le cose superflue, il cuore non sia nella doppiezza per le necessarie e per procacciarsele si perverta la nostra intenzione. Questo affinché, quando compiamo qualche azione apparentemente per compassione, ossia quando vogliamo che appaia il nostro interesse per l’altro, con quell’azione non intendiamo piuttosto il nostro profitto che il giovamento dell’altro e che perciò ci sembra di non peccare, perché non sono superflui ma necessari i vantaggi che vogliamo conseguire. Ma il Signore ci esorta a ricordare che Dio, per il fatto che ci ha creato e composto di anima e di corpo, ci ha dato molto di più di quel che sono il cibo e il vestito, perché non vuole che nella premura per essi noi guastiamo il cuore di doppiezza. La vita, dice egli, non vale forse più del cibo? affinché tu comprenda che chi ha dato la vita molto più facilmente darà il cibo; e il corpo più del vestito? 133, cioè vale di più, affinché tu ugualmente comprenda che chi ha dato il corpo molto più facilmente darà il vestito.

Per anima s’intende la vita.

15. 50. A questo punto abitualmente si pone il problema se questo cibo è relativo all’anima, perché l’anima è immateriale e il cibo materiale. Ma sappiamo che anima nel brano è usata in luogo di vita, il cui mantenimento è il cibo materiale. Con questo significato si ha anche la frase: Chi ama la propria anima la perderà 134. Che se non la interpreteremo in relazione alla vita presente che bisogna perdere per il regno di Dio, ed è evidente che i martiri lo han potuto, questo insegnamento sarebbe contrario alla massima con cui si afferma: Che cosa giova all’uomo, se guadagna tutto il mondo e poi subisce la perdita della propria anima? 135.

Non ansia per il cibo...

15. 51. Guardate, continua, gli uccelli del cielo, poiché non seminano né mietono né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non siete voi forse più di loro 136, cioè non avete voi più valore? Difatti senza dubbio l’animale ragionevole, come è l’uomo, è costituito in un ordine più alto degli animali irragionevoli, come sono gli uccelli. Chi di voi, soggiunge, per quanto si dia da fare, può aggiungere alla sua statura un solo cubito? E perché siete ansiosi per il vestito? 137, cioè: il vostro corpo può essere rivestito dalla provvidenza di colui per il cui assoluto potere è avvenuto che fosse condotto alla statura attuale. E che non per il vostro impegno è avvenuto che giungesse a questa statura il vostro corpo si può dedurre dal fatto che se v’impegnate e volete aggiungere un solo cubito a questa statura, non ci riuscite. Lasciate quindi a lui anche l’impegno di coprire il corpo, perché notate che per il suo impegno è avvenuto che abbiate il corpo con tale statura.

...e neanche per il vestito.

15. 52. Bisognava dare un ammaestramento anche per il vestito, come è stato dato per il cibo. Quindi continua: Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, nonostante tutto il suo fasto, era vestito come uno di essi. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani è gettata nel forno, quanto meglio vestirà voi, uomini di poca fede 138. Ma questi ammaestramenti non si devono esaminare come allegoria sì da farci investigare cosa simboleggino gli uccelli del cielo e i gigli del campo, perché sono allegati soltanto affinché da realtà di minor valore siano evidenziate quelle di maggior valore. È il caso del giudice, che non temeva Dio e non rispettava l’uomo, e tuttavia si piegò alla vedova che lo supplicava, per esaminare la sua interpellanza, non per compassione o senso di umanità, ma per non subire fastidio 139. Infatti in nessun modo quel giudice ingiusto rappresenta un attributo di Dio, ma il Signore ha voluto che se ne deducesse in che modo Dio, che è buono e giusto, tratta con amore coloro che lo pregano, poiché anche un uomo ingiusto, sia pure per evitare il fastidio, non può trattare con indifferenza coloro che lo infastidiscono con continue suppliche.

Il vero bene è l’unico fine.

16. 53. Dunque, continua, non affannatevi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste sa infatti che ne avete bisogno. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 140. Con queste parole ha fatto capire con molta evidenza che queste cose, pur necessarie, non si devono desiderare come beni di tal valore che, nel compiere qualche azione, dobbiamo considerarli come fine. Che differenza vi sia fra un bene, che si deve considerare come fine, e una cosa necessaria che si deve usare lo ha dichiarato con questa massima, quando ha detto: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Dunque il regno e la giustizia di Dio sono il nostro bene ed esso si deve considerare e assegnare come fine, per il quale fare tutto quel che facciamo. Ma poiché in questa vita siamo come soldati in viaggio per poter giungere a quel regno, una vita simile non si può tirare avanti senza le cose necessarie. Vi saranno date in aggiunta, dice, ma voi cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia. Poiché ha detto prima, ha fatto capire che il necessario si deve cercare dopo non nel tempo ma nel valore, quello come nostro bene, questo come cosa a noi necessaria, ma necessaria per quel bene.

Retta intenzione in Paolo.

16. 54. Ad esempio, non dobbiamo evangelizzare per mangiare, ma mangiare per evangelizzare. Infatti se evangelizziamo per mangiare, stimiamo più spregevole il Vangelo che il cibo e il nostro bene sarà ormai nel mangiare e la cosa necessaria nell’evangelizzare. E questo lo proibisce anche l’Apostolo, quando dice che gli era lecito e permesso dal Signore che coloro i quali annunziano il Vangelo vivano del Vangelo, ossia abbiano dal Vangelo le cose che sono necessarie alla vita, ma che egli non ha usufruito di questa concessione 141. V’erano molti infatti che desideravano avere il pretesto di acquistare e vendere il Vangelo; e l’Apostolo, volendo loro impedirlo, si guadagnava a stento il proprio vitto con le proprie mani 142. Di loro dice infatti in un altro passo: Per troncare il pretesto a quelli che cercano il pretesto 143. Anche se come gli altri buoni apostoli egli col permesso del Signore avesse avuto il vitto dal Vangelo, non avrebbe stabilito il fine della predicazione del Vangelo nel vitto, piuttosto avrebbe assegnato al Vangelo il fine del proprio vitto, ossia, come ha detto prima, non avrebbe predicato il Vangelo per avere il vitto e le altre cose necessarie, ma avrebbe usato gli utili disponibili per compiere il dovere di predicare il Vangelo non per libera scelta ma per necessità. Ma egli lo disapprovava con le parole: Non sapete che coloro, i quali esercitano funzioni nel tempio, traggono il vitto dal tempio e coloro che prestano servizio all’altare hanno in comune qualcosa dell’altare? Così il Signore ha disposto che coloro che annunziano il Vangelo vivano del Vangelo. Ma io non mi sono avvalso di nessuno di questi diritti 144. Con queste parole dimostra che è una concessione, non un ordine, altrimenti sembrerà che ha agito contro il comando del Signore. Poi continua e dice: Non ho scritto queste cose affinché avvengano così in me. Per me è meglio che io muoia anziché si renda infondato questo mio vanto 145. Lo ha detto, perché aveva stabilito di guadagnarsi il vitto con le proprie mani per alcuni che in lui cercavano un pretesto 146. Infatti, prosegue, non è per me un vanto predicare il Vangelo 147, cioè: Se predicherò il Vangelo affinché avvengano in me queste cose; ossia: Se predicherò il Vangelo appunto per conseguire tali proventi e disporrò il fine del Vangelo nel mangiare, bere e vestire. Ma perché non è per lui un vanto? È infatti, soggiunge, la soggezione al bisogno che mi asservisce, cioè predicare il Vangelo perché non ho da vivere, ovvero per conseguire un vantaggio nel tempo dalla predicazione di verità eterne. In tal modo nella evangelizzazione vi sarà un’imposizione, non un libera scelta. Quindi soggiunge: Guai a me se non predicassi il Vangelo 148. Ma come deve predicare il Vangelo? Nel riporre la ricompensa nel Vangelo stesso e nel regno di Dio. Così può predicare il Vangelo non per costrizione, ma per libera scelta. Se lo faccio per libera scelta, dice, ho diritto alla ricompensa, se invece lo faccio per imposizione, è un’amministrazione che mi è stata affidata 149, ossia: Se predico il Vangelo perché sono costretto dalla mancanza delle cose che sono necessarie alla vita fisica, altri per mio mezzo avranno la ricompensa del Vangelo, perché mediante la mia predicazione ameranno il Vangelo, io invece non l’avrò, perché non amo il Vangelo per sé, ma il compenso assegnato alle attività nel tempo. Ora è un oltraggio che uno tratti il Vangelo non come un figlio, ma come uno schiavo, a cui è stata affidata la gestione economica, come se egli distribuisse la roba d’altri e non abbia altro che i viveri che si danno al di fuori agli estranei, non come partecipazione al regno, ma come sostentamento di una miserabile schiavitù. Eppure in un altro passo l’Apostolo si considera amministratore 150. Infatti anche lo schiavo, adottato nel numero dei figli, può fedelmente amministrare per i suoi compartecipi la sostanza, in cui ha avuto la condizione di coerede. Ma quando dice: Se invece lo faccio per imposizione, è un’amministrazione che mi è stato affidata 151, volle che s’intendesse un amministratore che distribuisce l’altrui, da cui egli non ha nulla.

Rapporto fra fine e mezzo.

16. 55. Dunque qualunque cosa si cerca in relazione a un’altra è senza dubbio inferiore a quella per cui si cerca. Quindi viene prima quella per cui cerchi l’altra, e non quella che cerchi per l’altra. Perciò se cerchiamo il Vangelo e il regno di Dio per il cibo, riteniamo che venga prima il cibo e poi il regno di Dio, sicché, se il cibo non manca, non cerchiamo il regno di Dio. Dunque cercare prima il cibo e poi il regno di Dio significa porre quello al primo posto, questo al secondo. Se invece cerchiamo il cibo per avere il regno di Dio, osserviamo la massima: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 152.

Primalità del regno di Dio...

17. 56. Se cerchiamo prima il regno e la giustizia di Dio, cioè se li anteponiamo alle altre cose, in modo che per essi le cerchiamo, non deve subentrare l’ansietà che ci manchino le cose che sono necessarie alla vita in relazione al regno di Dio. Il Signore ha detto precedentemente: Sa il Padre vostro che avete bisogno di tutte queste cose. E quindi dopo aver detto: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio non ha soggiunto di cercare poi queste, sebbene siano necessarie, ma: Tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 153, ossia: Se cercate le cose di Dio, le altre verranno di seguito senza difficoltà da parte vostra, affinché, mentre cercate le cose della terra, non siate distolti dalle altre o affinché non stabiliate di conseguire due fini, sicché desideriate per sé il regno di Dio e le cose necessarie, ma piuttosto queste per l’altro. Così non vi mancheranno perché non potete servire a due padroni 154. Si impegna a servire due padroni chi desidera il regno di Dio e le cose del tempo come un grande bene. Non potrà avere uno sguardo sereno e servire soltanto a Dio Signore, se non valuta tutte le altre cose, se sono necessarie, soltanto in relazione a questo, cioè al regno di Dio. Come tutti i soldati ricevono le vettovaglie e la paga, così gli annunziatori del Vangelo ricevono il vitto e il vestito. Però non tutti fanno i soldati per la prosperità dello Stato, ma per gli utili che ricevono, così non tutti sono al servizio di Dio per la prosperità della Chiesa, ma per questi utili nel tempo, che ricevono come vettovaglie e paga, ovvero per l’uno e per l’altro. Ma già è stato detto: Non potete servire a due padroni. Quindi dobbiamo con cuore sincero fare del bene per tutti in vista del regno di Dio e nel compiere l’opera buona non attendere la ricompensa degli utili nel tempo o sola o assieme al regno di Dio. E a significare tutte le cose nel tempo ha indicato il domani, dicendo: Non affannatevi per il domani 155. Difatti non si può indicare il domani se non nel tempo, in cui al passato segue il futuro. Dunque quando compiamo qualche buona azione, non pensiamo alle cose del tempo, ma dell’eternità. Allora l’azione sarà buona e perfetta. Infatti il domani, soggiunge, avrà già per sé le sue inquietudini, ossia: quando sarà necessario, prendi il cibo, la bevanda, il vestito, quando cioè il bisogno comincerà a pressare. Vi saranno allora questi utili, perché il nostro Padre sa che di tutte queste cose abbiamo bisogno 156. Infatti, conclude, a ciascun giorno basta la sua afflizione 157, cioè: Basta che ad usare questi beni solleciti il bisogno, e ritengo che appunto per questo l’ha considerata afflizione, perché è per noi causa di pena, in quanto appartiene a questa soggezione alla sofferenza e alla morte che abbiamo meritato peccando. Dunque alla pena del bisogno nel tempo non aggiungere un male più grave, al punto che non solo soffri la mancanza di questi beni, ma anche che soltanto per soddisfarla onori Dio.

...che convoglia l’attenzione al bisogno...

17. 57. A questo punto, quando osserviamo che un servo di Dio s’impegna affinché questi utili non manchino per sé o per coloro che sono affidati alla sua accuratezza, si deve evitare con decisione di giudicare che agisce contro il comando del Signore e che è ansioso per il domani. Il Signore stesso, al quale provvedevano gli angeli 158, tuttavia a titolo di esempio, affinché in seguito nessuno ne menasse scandalo, dopo avere incaricato qualcuno dei suoi di provvedere il necessario, si degnò di avere le borse col denaro, da cui ricavare tutto ciò che occorresse alle esigenze indispensabili. E custode e ladro delle borse, come si ha nella Scrittura, fu Giuda che lo tradì 159. Può sembrare che anche l’apostolo Paolo fu ansioso per il domani, quando scrisse: Quanto alle collette in favore dei fratelli fate anche voi, come ho ordinato alle chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte quel che gli è riuscito di risparmiare, affinché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò quelli che avete scelto mediante lettera a portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. E se converrà che vada anche io, verranno con me. Verrò da voi dopo avere attraversato la Macedonia perché attraverserò la Macedonia. Rimarrò forse da voi o anche passerò l’inverno, perché siate voi a predisporre per dove andrò. Non voglio vedervi solo di passaggio, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore lo permetterà. Mi fermerò tuttavia ad Efeso fino alla Pentecoste 160. Così negli Atti degli Apostoli è scritto che le cose necessarie al sostentamento furono messe in riserva per il domani a causa di una imminente carestia. Vi leggiamo queste parole: In quei giorni alcuni profeti scesero ad Antiochia da Gerusalemme e fu una grande gioia. Mentre eravamo riuniti in adunanza, uno di loro, di nome Agabo, alzatosi in piedi, annunziò per mezzo dello Spirito che vi sarebbe stata una grande carestia che avvenne al tempo dell’imperatore Claudio. Allora alcuni dei discepoli, secondo quello che ciascuno possedeva, stabilirono di mandare un soccorso ai fratelli anziani della Giudea e lo mandarono per mezzo di Barnaba e Saulo 161. E poiché erano sistemate per l’apostolo Paolo sulla nave le cose necessarie al sostentamento, che venivano offerte, è evidente che il vitto era stato procurato non per un solo giorno 162. Egli scrive anche: Chi rubava non rubi più, anzi lavori producendo con le proprie mani l’utile per avere di che dare a chi ne ha bisogno 163. A coloro che non capiscono sembra che Paolo non osservi il comando del Signore: Guardate gli uccelli del cielo, poiché non seminano, né mietono né ammassano nei granai 164; e ancora: Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano 165, poiché comandò loro di lavorare con le proprie mani per avere anche di che offrire agli altri. Non sembra quindi che ha imitato gli uccelli del cielo e i gigli del campo, perché afferma di se stesso che ha lavorato con le proprie mani 166 per non esser di peso a nessuno 167; e di lui è stato scritto che a causa della identità del mestiere si era associato ad Aquila per un lavoro in comune, da cui trarre il sostentamento 168. Da queste e simili testimonianze della Scrittura appare evidentemente che nostro Signore non disapprova se secondo l’umana usanza si procura il vitto, ma se per esso si è al servizio di Dio, sicché nelle proprie attività non si ha di mira il regno di Dio ma il conseguimento degli utili.

...malgrado le difficoltà della vita.

17. 58. Dunque tutta la normativa si riduce a questo principio che anche nell’approvvigionamento degli utili teniamo presente il regno di Dio e che non teniamo presenti essi nel servizio al regno di Dio. Così, anche se verranno a mancare, e spesso Dio lo permette per metterci alla prova, essi non solo non fiaccano il nostro proponimento, ma lo confermano perché controllato e consolidato. Infatti, dice l’Apostolo, ci vantiamo nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza; la speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 169. Nel ricordo delle sue tribolazioni e sofferenze l’Apostolo ricorda di aver sofferto non soltanto nelle carceri e naufragi e in molte altre afflizioni di tal genere, ma anche per la fame, la sete, il freddo, la mancanza di vestiti 170. Quando leggiamo questi fatti, non pensiamo che le promesse del Signore abbiano barcollato in modo che soffrisse fame e sete e mancanza di vestiti l’Apostolo che cercava il regno e la giustizia di Dio, poiché ci è stato detto: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta 171. Difatti il nostro medico considera queste afflizioni come rimedi perché una volta per sempre ci siamo affidati interamente a lui e da lui abbiamo la garanzia della vita presente e della futura quando deve aggiungere quando togliere, come giudica che a noi giovi. Infatti egli ci guida e dirige per confortarci ed esercitarci in questa vita e per costituirci perennemente dopo questa vita nel riposo eterno. Anche l’uomo quando sottrae i viveri al proprio giumento, non lo priva della propria cura, anzi lo fa per curarlo.

Liberalità nel giudicare.

18. 59. E poiché gli utili si amministrano per spenderli, ovvero, se non v’è ragione di spenderli, si risparmiano, è incerto con quale intenzione avviene, poiché si può fare con semplicità o anche con doppiezza di cuore. Quindi opportunamente a questo punto ha aggiunto: Non giudicate per non esser giudicati, perché col giudizio con cui giudicherete sarete giudicati e la misura, con cui misurerete, vi sarà restituita 172. Ritengo che in questo passo ci si ingiunge soltanto d’interpretare dalla migliore prospettiva quelle azioni, sulle quali è dubbio con quale intenzione si facciano. Poiché la frase: Dai loro frutti li riconoscerete 173 è relativa alle azioni palesi, che non possono essere compiute con buona intenzione, come sono le violenze carnali, le bestemmie, i furti, l’ubriachezza ed altre, sulle quali ci si permette di giudicare, perché l’Apostolo dice: Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? 174 Riguardo al genere di cibi, poiché si possono indifferentemente usare con buona intenzione e con semplicità di cuore, senza avidità, tutti i cibi adatti all’uomo, l’Apostolo vieta che fossero giudicati coloro che si nutrivano di carne e bevevano il vino da coloro che si moderavano nell’uso di tali cibi. Egli dice: Chi mangia non disprezzi chi non mangia e chi non mangia non giudichi male chi mangia; e soggiunge: Chi sei tu per giudicare uno schiavo che non è tuo? Stia in piedi o cada, riguarda il suo padrone 175. Dai modi di agire, che possono verificarsi con intenzione buona, schietta e segnalata, sebbene anche con intenzione non buona, quei tali volevano esprimere un parere sulle condizioni più intime del cuore, sulle quali soltanto Dio giudica.

Giudizio e cose manifeste o nascoste.

18. 60. Attiene all’argomento anche quello che l’Apostolo dice in un altro passo: Non giudicate prima del tempo, finché venga il Signore e metta in luce i segreti delle tenebre, egli manifesterà le intenzioni dei cuori. E allora ciascuno avrà la sua lode da Dio 176. Vi sono delle azioni di mezzo che non sappiamo con quale intenzione si compiono, perché si possono compiere con buona e cattiva intenzione ed è avventato giudicarle, soprattutto per condannarle. Ma verrà il tempo di giudicarle, quando il Signore metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori. In un altro passo l’Apostolo dice: Di alcuni uomini i peccati sono manifesti perché precedono per il giudizio, altri invece dopo 177. Considera manifesti quei peccati, dei quali è evidente con quale intenzione si compiano; essi precedono per il giudizio, ossia perché se il giudizio sarà dopo di essi, non è temerario. Vengono dopo quelli che sono nascosti, perché anche essi a loro tempo non saranno nascosti. Allo stesso modo si deve pensare delle opere buone. Soggiunge infatti: Similmente anche le opere buone sono manifeste e tutte quelle stesse che non sono tali non possono rimanere nascoste 178. Giudichiamo dunque le opere manifeste, sulle nascoste lasciamo il giudizio a Dio perché anche esse, buone e cattive, non possono rimanere nascoste, quando giungerà il tempo in cui siano rese manifeste.

Giudizi temerari.

18. 61. Vi sono però due casi nei quali dobbiamo evitare il giudizio temerario, cioè quando è incerto con quale intenzione un fatto sia avvenuto, o quando è incerto quale sarà l’uomo che attualmente sembra buono o cattivo. Se, ad esempio, un tale lamentandosi dello stomaco, non ha voluto digiunare e tu non credendo, lo attribuirai al vizio dell’ingordigia, farai un giudizio temerario. Egualmente se sarai informato sulla manifesta ingordigia e abitudine alla ubriachezza e rimprovererai come se quel tale non possa correggersi ed emendarsi, giudicherai sempre con temerità. Non critichiamo dunque le azioni, di cui non sappiamo con quale intenzione siano compiute e non critichiamo allo stesso modo quelle che sono palesi, come se dubitassimo del ravvedimento; così eviteremo il giudizio, di cui nel testo è detto: Non giudicate per non essere giudicati 179.

Ricambio fra giudizio temerario e pena.

18. 62. Può turbare quello che ha soggiunto: Infatti col giudizio con cui giudicherete sarete giudicati e con la misura con cui misurerete sarete misurati 180. Forse che se noi avremo giudicato con un giudizio temerario, anche Dio ci giudicherà con temerità? O forse che, se avremo misurato con una misura ingiusta, anche presso Dio v’è la misura ingiusta con cui saremo misurati? Suppongo infatti che col termine di misura è stato indicato lo stesso giudizio. In senso assoluto Dio non giudica con temerità e non dà il contraccambio a qualcuno con una misura ingiusta. Ma è stato detto perché inevitabilmente ti condanna la temerità con cui condanni l’altro. Ma forse si deve presumere che la malignità danneggi un po’ colui contro il quale si muove e per niente colui dal quale si muove. Anzi al contrario spesso non danneggia affatto colui che subisce l’oltraggio e inevitabilmente invece danneggia chi lo fa. Infatti in che senso ha danneggiato i martiri la cattiveria dei persecutori? Ai persecutori invece moltissimo. E sebbene alcuni di loro si sono emendati, tuttavia nel periodo in cui perseguitavano li accecava la loro perversità. Così un giudizio temerario spesso non danneggia affatto colui che viene giudicato con temerità, ma inevitabilmente la temerità stessa danneggia colui che giudica con temerità. Ritengo che secondo questo principio siano da intendere anche le parole: Chiunque colpisce con la spada di spada morirà 181. Molti infatti colpiscono con la spada e non muoiono di spada, come anche lo stesso Pietro. Ma qualcuno potrebbe pensare che per merito del perdono dei peccati egli sia sfuggito a tale pena, sebbene niente di più assurdo si penserebbe che poté essere più grave la pena della spada che non toccò a Pietro di quella della croce che egli sostenne. Che dire allora dei briganti che furono crocefissi col Signore, giacché quegli che meritò il perdono lo meritò dopo essere stato crocefisso e l’altro non lo meritò affatto 182? Forse che avevano crocefisso tutti quelli che avevano ucciso e perciò anche essi meritarono di subire questa pena? È assurdo pensarlo. Quindi le parole: Chiunque colpisce con la spada di spada morirà non significano altro che l’anima muore col peccato, qualunque ne abbia commesso.

Fra odio e correzione.

19. 63. Quindi in questo passo il Signore ci avverte sul giudizio temerario e offensivo. Egli vuole infatti che con cuore sincero e rivolto unicamente a Dio compiamo tutte le azioni che compiamo; e vi sono molte azioni che è incerto con quale sentimento si compiano ed è avventato il giudicarle. Invece giudicano temerariamente su fatti incerti e li criticano con indifferenza soprattutto coloro che amano biasimare e condannare anziché emendare e correggere ed è il vizio della superbia o invidia. Perciò il Signore prosegue e dice: Perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e non vedi la trave nel tuo occhio? 183. È il caso, ad esempio, che egli ha peccato per ira, tu invece critichi con odio. Quanta differenza appunto v’è fra la pagliuzza e la trave, altrettanta quasi fra l’ira e l’odio. L’odio infatti è un’ira inveterata che, per così dire, con l’invecchiare ha acquisito tanta resistenza che giustamente si considera trave. Può avvenire infatti che, se ti adiri con un uomo, intendi che si corregga; se invece lo odi, non ottieni che egli intenda correggersi.

Umiltà e bontà nel correggere.

19. 64. Come puoi dire a un tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai di togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello 184, ossia: Prima rimuovi l’odio e poi potrai correggere l’uomo che ami. E ha detto bene: Ipocrita. Infatti biasimare i vizi è compito di uomini buoni e benevoli, ma, quando lo fanno i cattivi, recitano la parte degli altri, come gli attori che nascondono sotto la maschera quel che sono e imitano con la maschera quel che non sono. Quindi nell’appellativo di ipocriti intenderai gli impostori. Ed è veramente molto insopportabile e spiacevole la razza degli impostori poiché, mentre intraprendono con odio e astio la censura dei vizi, intendono anche essere considerati consiglieri. E quindi con tenerezza e prudenza si deve stare attenti che se la emergenza costringerà a riprendere o rimproverare qualcuno, per prima cosa riflettiamo se è un vizio che non abbiamo mai avuto o che ce ne siamo liberati. E se non l’abbiamo mai avuto, riflettiamo che anche noi siamo uomini e abbiamo potuto averlo; se invece l’abbiamo avuto e non l’abbiamo più, la comune debolezza renda attenta la memoria in modo che non l’odio ma la compassione preceda la riprensione o il rimprovero, sicché tanto se contribuiscono al suo ravvedimento come alla sua ostinazione, giacché il risultato è incerto, noi tuttavia siamo tranquilli sulla sincerità del nostro giudizio. Se poi riflettendo riscontreremo che anche noi ci troviamo in quel vizio, in cui si trova colui che ci apprestavamo a riprendere, non riprendiamo e non rimproveriamolo, ma proviamone insieme dolore e invitiamolo non ad ascoltarci ma a tentare insieme.

L’uniformarsi in Paolo.

19. 65. In merito dice l’Apostolo: Sono diventato giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare quelli che sono sotto la legge; con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza la legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Sono diventato debole con i deboli per guadagnare i deboli; sono diventato tutto per tutti per guadagnare tutti 185. Certamente non realizzava questa esperienza per finzione, come alcuni vorrebbero interpretare per proteggere la loro detestabile finzione con l’autorità di un così sublime modello, ma la realizzava, perché considerava come propria la debolezza di colui al quale voleva venire incontro. E l’ha premesso dicendo: Infatti pur essendo libero da tutti, sono diventato servo di tutti per guadagnarne il maggior numero 186. E affinché tu comprenda che non per finzione ma mediante la carità questo avviene, perché con essa commiseriamo i deboli, come se lo fossimo noi, in un altro passo esorta con le parole: Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà, purché non usiate questa libertà come pretesto della passione, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri 187. E questo non può avvenire se uno non considera come propria la debolezza dell’altro per sopportarla con serenità fino a che non se ne libera colui di cui cura la salute.

Prudenza nel correggere.

19. 66. Quindi raramente e in casi di grande necessità si devono usare i rimproveri, in modo che anche in essi ci preoccupiamo che si sia sottomessi a Dio e non a noi stessi. Egli infatti è fine affinché nulla facciamo con doppiezza di cuore, togliendo dal nostro occhio la trave dell’invidia o malignità o finzione per vedere di trar fuori la pagliuzza dall’occhio del fratello. La vedremo infatti con gli occhi della colomba 188, quali sono esaltati nella sposa di Cristo, che Dio si è scelto come Chiesa gloriosa, perché non ha neo o grinza, cioè è pulita e riservata 189.

Prudenza nella evangelizzazione.

20. 67. Il termine di riservatezza può trarre in errore alcuni che desiderano obbedire ai comandamenti di Dio, sicché ritengono che sia una colpa occultare il vero, come è una colpa dire talora il falso. In questo modo spiegando le verità, che coloro ai quali vengono spiegate non possono capire, fanno un danno maggiore che se le tenessero completamente e sempre nascoste. Quindi il Signore molto opportunamente soggiunge: Non date una cosa santa ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci affinché non le calpestino con le loro zampe e non si voltino per sbranarvi 190. Difatti il Signore, sebbene non abbia mai mentito, ha mostrato di aver tenute nascoste alcune verità, dicendo: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso 191. E l’apostolo Paolo dice: Io non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali. Come neonati in Cristo vi ho dato da bere latte per bevanda e non cibo solido, perché non eravate capaci, ma neanche ora lo potete, perché siete ancora carnali 192.

Cani e porci contro la verità.

20. 68. Nel comando con cui ci si proibisce di dare una cosa santa ai cani e di gettare le nostre perle ai porci, si deve esaminare attentamente che cosa significhi una cosa santa, che cosa le perle, i cani e i porci. Una cosa santa è quella che è empietà violare e profanare. Di questo crimine sono considerati colpevoli il tentativo e l’intenzione, sebbene la cosa santa è di per sé inviolabile e improfanabile. Sono da considerarsi perle tutti i grandi valori dello spirito e poiché sono nascoste in un recesso, sono tratte, per così dire, dalla profondità e si rinvengono negli involucri delle allegorie, quasi paragonabili ai gusci di conchiglia aperti. È ammessa dunque questa interpretazione: si possono considerare una sola e medesima realtà una cosa santa e la perla, ma una cosa santa dal fatto che non si deve profanare, una perla dal fatto che non si deve conculcare. Un tizio tenta di profanare quel che non vuole illeso; conculca invece quel che ritiene spregevole e lo considera sotto di sé e perciò si dice che è calpestato tutto ciò che si conculca. Perciò i cani, poiché assaltano per dilaniare, non permettono che rimanga illeso l’essere che dilaniano. Non date, dice il Signore, una cosa santa ai cani 193, poiché anche se non è possibile dilaniare e profanare ed essa rimane illesa e inviolabile, si deve riflettere che cosa intendono coloro che si oppongono con odio accanito e per quanto sta in loro, se fosse possibile, tentano di distruggere la verità. I porci poi, sebbene non assalgano col morso come i cani, imbrattano dappertutto calpestando. Non gettate dunque, dice il Signore, le vostre perle davanti ai porci affinché non le calpestino con le loro zampe e non si voltino per farvi a pezzi 194. Ritengo dunque che non illogicamente i cani siano indicati per coloro che contraddicono la verità e i porci per coloro che la conculcano.

Motivazione della segretezza.

20. 69. Dice: Si voltino per farvi a pezzi, non dice: Facciano a pezzi le perle. Calpestandole infatti, quando si voltano, per ascoltare ancora qualche parola, fanno a pezzi colui da cui sono state già gettate le perle che hanno calpestato. Difatti non troverai con facilità che cosa possa essere gradito a chi ha calpestato le perle, cioè ha conculcato le verità divine conseguite con tanto impegno. E non vedo come chi le insegna non sia fatto a pezzi dallo sdegno e dal disgusto. L’uno e l’altro, il cane e il porco, sono animali immondi. Si deve evitare dunque di svelare la verità a chi non l’accoglie; è meglio che cerchi da sé una verità nascosta, anziché travisi o neghi quella che gli è svelata. E oltre l’odio e il conculcamento non si trova altra ragione per cui le grandi verità rivelate non siano accolte; e per il primo sono stati indicati i cani e per l’altro i porci. E tutta questa immondezza si rende comprensibile attraverso le cose del tempo, ossia attraverso l’amore di questo mondo, al quale ci si ingiunge di rinunziare affinché possiamo essere puri. Chi dunque desidera avere il cuore sereno e puro non deve ritenersi colpevole, se tiene segreta una verità che colui, al quale la tiene segreta, non può capire. Né da questa massima si deve presumere che sia permesso mentire poiché non ne consegue che quando si tiene nascosto il vero si dice il falso. Si deve quindi ottenere prima che siano tolti gli impedimenti, per i quali avviene che uno non accoglie il vero; e se non lo accoglie a causa delle immondezze, si deve purificarlo con la parola e con l’azione, per quanto ci è possibile.

Gesù modello dell’insegnamento.

20. 70. Poiché si riscontra che nostro Signore ha detto alcune verità che molti dei presenti o per contrasto o per disprezzo non accolsero, non si deve ritenere che ha dato una cosa santa ai cani o che ha gettato le perle davanti ai porci, perché egli non ha parlato per quelli che non potevano accoglierle, ma per quelli che lo potevano ed erano ugualmente presenti e che non conveniva trascurare a causa della immondezza degli altri. E quando lo interrogavano quelli che lo mettevano alla prova e rispondeva loro in modo che non potessero contraddire, sebbene si struggessero con i propri veleni, anziché saziarsi del suo cibo, tuttavia dal loro intervento gli altri, che potevano apprendere, ascoltavano con vantaggio. Ho detto questo affinché se uno per caso non potrà rispondere a chi lo interroga, non si ritenga scusato col dire che non vuole dare una cosa santa ai cani e gettare le perle davanti ai porci. Chi sa cosa rispondere deve rispondere, sia pure per gli altri, nei quali sorge la sfiducia se riterranno che la questione non si può risolvere, e questo su argomenti utili e attinenti al problema della salvezza. Vi sono certamente molti argomenti che possono essere messi in discussione da coloro che non hanno una occupazione e sono superflui, vuoti e spesso dannosi, sui quali tuttavia qualcosa si può dire, ma si deve manifestare e spiegare il motivo, per cui non è necessario indagarli. Sugli argomenti importanti si deve qualche volta rispondere a quel che viene chiesto, come ha fatto il Signore quando i Sadducei gli chiesero riguardo alla donna, che ebbe sette mariti, di chi sarebbe stata nella risurrezione. Rispose che nella risurrezione non prenderanno né marito né moglie, ma saranno come gli angeli in cielo 195. Talora colui che interroga si deve interrogare su un altro argomento e, se lo esporrà, egli si risponda da se stesso su ciò che ha chiesto e, se non vorrà, non sembri ingiusto ai presenti se egli non ha una risposta su ciò che ha chiesto. Infatti quelli che, per mettere alla prova, interrogarono se si doveva dare il tributo, furono interrogati su un altro assunto, cioè: di chi aveva l’effigie la moneta che fu da loro mostrata; e poiché risposero su ciò che era stato loro richiesto, ossia che la moneta aveva l’effigie di Cesare, in certo senso si risposero da sé su ciò che avevano chiesto al Signore. Perciò egli dalla loro risposta concluse: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio 196. Poiché i più ragguardevoli dei sacerdoti e gli anziani del popolo lo interrogarono con quale autorità compisse le sue opere, egli li interrogò sul battesimo di Giovanni; e poiché essi non volevano dire qualche cosa che, a loro avviso, era contro se stessi e non osavano a motivo dei presenti parlare male di Giovanni, egli disse: Neanche io vi dico con quale autorità compio questa opera 197; e la risposta sembrò molto giusta ai presenti. Dissero di ignorare ciò che non ignoravano, ma che non volevano dire. E in verità era giusto che essi, i quali volevano che si rispondesse loro su ciò che avevano chiesto, facessero essi quel che chiedevano si facesse per essi; se lo avessero fatto, avrebbero certamente risposto a se stessi. Essi stessi infatti avevano mandato da Giovanni a chiedere chi fosse, o meglio erano stati mandati essi, come sacerdoti e leviti, credendo che fosse il Cristo, quando egli negò di esserlo e rese testimonianza al Signore 198. E se da quella testimonianza avessero voluto riconoscerlo, avrebbero insegnato a se stessi con quale autorità Cristo compiva quelle opere, sebbene avessero chiesto come se non lo sapessero per trovare il pretesto di calunniarlo.

Richiesta del bene, ricerca del vero.

21. 71. Essendo dunque stato comandato di non dare una cosa santa ai cani e di non gettare le perle davanti ai porci, un uditore poteva replicare e dire, poiché era consapevole della propria ignoranza e instabilità e credeva che gli si ingiungesse di non dare quel che sapeva di non avere ancora ricevuto; poteva dunque replicare e dire: Quale cosa santa mi proibisci di dare ai cani e quali perle di gettare davanti ai porci, poiché mi accorgo che ancora non le ho? Perciò molto opportunamente ha soggiunto: Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; infatti chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto 199. La richiesta è relativa a conseguire la sanità e la serenità della coscienza, affinché possiamo eseguire gli obblighi imposti; la ricerca invece è relativa a scoprire la verità. Poiché la felicità si consegue con l’azione e la conoscenza, l’azione postula la moralità degli atti, la contemplazione la rivelazione della verità. Di queste nozioni la prima si deve chiedere, la seconda ricercare, affinché quella sia data, questa sia ritrovata. Ma in questa vita la conoscenza è piuttosto della via che del conseguimento. Ma quando l’uomo troverà la via vera, giungerà al conseguimento che tuttavia sarà aperto a chi bussa.

Chiedere, cercare, bussare, esemplificati.

21. 72. Ma affinché questi tre atti, la richiesta, la ricerca e la bussata si evidenzino, a titolo d’esempio supponiamo che un tale dai piedi malati non può camminare. Prima quindi deve essere guarito e reso abile a camminare, e a questo è relativa l’ingiunzione: Chiedete. Ma a che serve che può camminare o anche correre, se si smarrirà per sentieri che deviano? Secondo compito è dunque che trovi la via che conduce dove egli vuol giungere. Quando l’avrà raggiunta e percorsa, se troverà chiuso l’ambiente in cui vuole abitare, non gli gioverà l’aver potuto camminare, l’aver camminato e l’essere arrivato se non gli viene aperto; a questo attiene l’ingiunzione: Bussate.

Confronto fra noi e il Padre nel fare il bene.

21. 73. Ed ha assicurato una grande speranza colui che nel promettere non illude; ha detto infatti: Chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto 200. Quindi si richiede la perseveranza per ricevere quel che chiediamo, trovare quel che cerchiamo e affinché ci si apra dove bussiamo. Come infatti ha trattato degli uccelli del cielo e dei gigli del campo 201, affinché non perdessimo la speranza che ci sarebbe stato per noi vitto e vestito in modo che la speranza da cose umili si elevasse a quelle di valore, così a questo punto continua: O chi di voi, se il figlio gli chiederà un pane, gli darà una pietra? O se gli chiederà un pesce, gli darà un serpente? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono 202. In che senso i cattivi danno cose buone? Ma ha considerato cattivi quelli che amano ancora il mondo e quelli che peccano. Le cose buone che danno si devono considerare buone secondo il loro modo di agire, poiché le ritengono un bene. E sebbene queste cose in natura siano buone, tuttavia sono nel tempo e di spettanza a questa vita soggetta al male. E il cattivo che le dà non dà del suo. Infatti del Signore è la terra e quanto contiene 203, perché egli ha creato il cielo e la terra e il mare e tutte le cose che sono in essi 204. Si deve molto sperare che Dio darà le cose buone a noi che le chiediamo e che non possiamo essere ingannati nel ricevere una cosa per un’altra, quando chiediamo a lui, perché anche noi, pur essendo cattivi, sappiamo dare quel che ci si chiede. Infatti non inganniamo i nostri figli, e tutte le cose buone che diamo non le diamo del nostro ma del suo.

Il bene da farsi.

22. 74. La perseveranza e un certo vigore del camminare sono stabiliti nell’onestà morale che si svolge fino alla purificazione e serenità del cuore. Avendo parlato a lungo di essa il Signore conclude: Tutto il bene che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa è appunto la Legge e i Profeti 205. Nei codici greci troviamo: Dunque tutto quanto voi volete che gli uomini facciano per voi, anche voi fatelo per loro, ma penso che per dar rilievo alla massima nei codici latini sia stato aggiunto il concetto di bene. Infatti si presentava il caso che se uno volesse che a suo riguardo avvenga qualche cosa in termini di disonestà e allo scopo citi questa massima, ad esempio se un tizio volesse essere stimolato a bere senza ritegno e si riempia di bicchieri di vino ed egli stimoli prima un altro da cui vuole essere stimolato, è assurdo pensare che abbia rispettato tale massima. Siccome questo poteva lasciare perplessi, come penso, è stato aggiunto a chiarire il pensiero una parola, in modo che alla frase: Tutto quanto voi volete che gli uomini facciano per voi, è stato aggiunto di bene. E se manca nei codici greci anche essi devono essere emendati. Ma chi oserebbe farlo? Si deve quindi ammettere che la massima è completa e del tutto esatta, anche se non si aggiunge quella parola. L’espressione Tutto quanto volete deve essere non secondo l’uso ovunque corrente ma con proprietà. La volontà infatti è soltanto del bene, poiché per le azioni malvagie e disonorevoli secondo proprietà si parla di passione e non di volontà. Non sempre i libri della Scrittura si esprimono così, ma dove è necessario usano termini così appropriati che non lasciano intendere altro.

Insistenza sull’amore al prossimo.

22. 75. Sembra che questo comandamento appartenga all’amore del prossimo e non anche a quello di Dio, giacché in un altro passo il Signore dice che sono due i comandamenti in cui si assommano tutta la Legge e tutti i Profeti 206. Infatti se avesse detto: Quanto volete che vi sia fatto, anche voi fatelo, con questa sola formula avrebbe incluso l’uno e l’altro comandamento, poiché con immediatezza si avrebbe il concetto che ognuno vuole essere amato e da Dio e dal prossimo. Quindi se gli si comandasse di fare quel che vorrebbe sia fatto a lui, gli si comanderebbe di amare Dio e gli uomini. Ma poiché più espressamente sono stati indicati gli uomini nella frase: Tutto quanto voi volete che gli uomini vi facciano, anche voi fatelo a loro 207 sembra che sia stato prescritto soltanto il comandamento: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma non si deve disattendere quel che ha soggiunto: Questo sono infatti la Legge e i Profeti 208. Nei due comandamenti non dice soltanto: Si assommano la Legge e i Profeti, ma ha detto: Tutta la Legge e tutti i Profeti, come se fosse ogni profezia. Ma poiché nel passo in esame non l’ha aggiunto, ha lasciato vuoto il posto all’altro comandamento che riguarda l’amore di Dio. Qui invece poiché espone i comandamenti della sincerità del cuore e ci si preoccupa per loro perché nessuno abbia il cuore doppio nei confronti di coloro ai quali il cuore si può tenere nascosto, cioè nei confronti degli uomini, solo questo si doveva ingiungere. Non v’è quasi nessuno il quale voglia che l’altro tratti con lui con doppiezza di cuore. Ma questo è impossibile che, cioè, un uomo dia qualcosa a un altro con semplicità di cuore, se non lo dà in modo da non attendere da lui alcun vantaggio nel tempo e lo faccia con quella intenzione sulla quale abbiamo trattato in precedenza, quando parlavamo della serenità dell’occhio.

L’occhio puro e la retta intenzione.

22. 76. Dunque l’occhio purificato e reso sereno sarà abile e idoneo a percepire e ad esprimere logicamente la sua luce interiore. Questo è l’occhio del cuore. E ha un occhio simile chi stabilisce il fine delle proprie opere buone, affinché siano veramente buone, non nell’intento di essere graditi agli uomini, ma anche se avverrà di essere graditi, lo riferisce piuttosto alla loro salvezza e alla gloria di Dio e non alla propria ostentazione. Quindi non compie il bene per la salvezza del prossimo per esigere da lui le cose necessarie a trascorrere la vita; inoltre non condanna avventatamente l’intenzione e la volontà dell’uomo in quell’azione, in cui non si evidenzia con quale intenzione e volontà sia stata compiuta; poi qualsiasi obbligo esegue per l’altro, lo esegue con l’intenzione con cui vuole che sia eseguito per sé, ossia che da lui non attenda qualche vantaggio nel tempo. Così sarà il cuore sereno e puro, nel quale si cerca Dio. Beati quindi i puri di cuore perché vedranno Dio 209.

 

La beatitudine dei pacifici nella sincerità e coerenza (23, 77 - 27, 87)

Porta stretta e via angusta.

23. 77. Ma poiché questo stato è di pochi, ormai il Signore comincia a parlare della ricerca e possesso della saggezza che è l’albero della vita 210. Ma per ricercarla e possederla, cioè per contemplarla, un tale occhio è stato indirizzato a tutti gli antecedenti ammaestramenti, affinché con esso possa esser veduta la via angusta e la porta stretta. Dice il Signore: Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e sono molti quelli che entrano per essa; quanto stretta è invece la porta e quanto angusta la via che conduce alla vita e sono pochi quelli che la trovano 211. Non dice questo perché il giogo del Signore è aspro e il carico pesante, ma perché pochi vogliono porre un termine alle tribolazioni in quanto non credono a lui che grida: Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me perché sono mite e umile di cuore; infatti il mio giogo è dolce e il mio carico leggero 212. Per questo appunto il discorso ha preso lo spunto dagli umili e miti di cuore 213. Però molti respingono, pochi accettano il giogo dolce e il carico leggero e ne consegue che angusta è la via che conduce alla vita e stretta la porta per cui vi si entra.

Riconoscere dai frutti.

24. 78. A proposito dunque bisogna soprattutto guardarsi da coloro che promettono la sapienza e la conoscenza della verità che non hanno, come sono gli eretici, i quali spesso si fanno valere per il loro scarso numero. Quindi il Signore, dopo aver detto che son pochi quelli che imboccano la porta stretta e la via angusta, affinché essi non si intromettano col pretesto dello scarso numero, subito soggiunse: Guardatevi dai falsi profeti che vengono da voi in veste da pecore, ma dentro sono lupi rapaci 214. Ma essi non ingannano l’occhio sereno che dai frutti sa distinguere l’albero; dice infatti: Dai loro frutti li riconoscerete. Quindi aggiunge alcune analogie: Raccolgono forse uva dalle spine o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi. Non può un albero buono produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete 215.

Albero buono e cattivo simbolo dell’uomo.

24. 79. A questo punto bisogna guardarsi soprattutto dall’errore di coloro, i quali suppongono che dai due alberi sono indicate due nature, una delle quali è di Dio, l’altra né di Dio né da Dio. Di questo errore è già stato discusso diffusamente in altri libri e se è ancora poco, se ne discuterà; ora si deve dimostrare che questi due alberi non li suffragano. Prima di tutto è evidente che il Signore parla degli uomini, sicché chi ha letto i brani che vengono prima e dopo, si meraviglia della cecità di costoro. Poi rivolgono l’attenzione alla frase: Non può un albero buono produrre frutti cattivi e un albero cattivo frutti buoni 216 e pensano che non può avvenire che un’anima cattiva diventi buona e una buona diventi cattiva come se si avesse questo concetto: Non può un albero buono diventare cattivo né un albero cattivo diventare buono. Ma il concetto è questo: Non può un albero buono produrre frutti cattivi né un albero cattivo frutti buoni. L’albero invece è l’anima, cioè l’uomo e i frutti le azioni dell’uomo. Quindi l’uomo cattivo non può compiere il bene né il buono il male. Perciò il cattivo, se vuole fare del bene, prima diventi buono. In un altro passo più evidentemente il Signore afferma: O producete l’albero buono o producete l’albero cattivo 217. Che se con i due alberi simboleggiava le due nature, non avrebbe detto: Producete. Chi degli uomini infatti può produrre una natura. Quindi anche in quel brano, dopo aver parlato degli alberi, soggiunse: Ipocriti, come potete dire cose buone se siete cattivi 218. Finché dunque un tale è cattivo, non può produrre frutti buoni, perché se produce frutti buoni, ormai non è più cattivo. Allo stesso modo con assoluta verità si poteva dire: La neve non può essere calda, perché se cominciasse a essere calda, non la consideriamo più neve ma acqua. Può avvenire dunque che quella che era neve non lo sia più, ma non può avvenire che la neve sia calda. Così può avvenire che chi è stato cattivo non lo sia più, ma non può avvenire che un cattivo agisca bene. E sebbene egli talora si rende utile, non lui lo pone in atto, ma da lui proviene con l’intervento della Divina Provvidenza, come è stato detto dei Farisei: Fate quello che vi dicono, ma non fate quello che essi fanno 219. Il fatto che proponevano il bene e venivano ascoltate e osservate con vantaggio le cose che dicevano non era merito loro. Difatti, dice il Signore, sono seduti sulla cattedra di Mosè 220. Dunque con la Divina Provvidenza coloro che insegnano la parola possono essere utili agli ascoltatori, sebbene non lo siano a se stessi. Di essi in un altro passo è stato detto mediante il profeta: Seminate il grano e raccogliete le spine 221, perché ingiungono il bene e fanno del male. Quindi coloro che li ascoltavano ed eseguivano quel che dicevano non raccoglievano l’uva dalle spine, ma l’uva dalla vite attraverso le spine. È il caso di uno che mette la mano attraverso la siepe o anche coglie l’uva dalla vite avvoltolata sulla siepe; quel frutto non è certamente delle spine ma della vite.

Sincerità e menzogna nel bene.

24. 80. Con retto criterio si pone il problema dei frutti, ai quali il Signore vuole che poniamo l’attenzione per poter distinguere l’albero. Molti ascrivono ai frutti alcune proprietà che appartengono al pelame delle pecore e così sono ingannati dai lupi, come sono i digiuni, le preghiere e le elemosine. Che se tutti questi atti non potessero essere eseguiti anche dagli ipocriti, non avrebbe detto in precedenza: Guardatevi dal praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere osservati da loro 222. Nel proporre tale insegnamento tiene presenti le tre pratiche: elemosina preghiera digiuno. Molti infatti distribuiscono ai poveri non per commiserazione ma per vanagloria; molti pregano o meglio sembra che preghino non perché tengono presente Dio, ma perché bramano di essere ammirati dagli uomini; e molti digiunano e ostentano un’astinenza che desta meraviglia a coloro ai quali questi usi sembrano difficili e degni di onore. E con tali astuzie li attirano, mentre ostentano un aspetto per ingannare, e ne mostrano un altro per derubare e uccidere coloro che non riescono a scoprire i lupi coperti col pelame di pecore. Non sono dunque questi i frutti da cui il Signore esorta a riconoscere l’albero. Se essi si compiono con buona intenzione secondo verità sono il pelame proprio delle pecore; se con intenzione cattiva nell’errore, servono soltanto a coprire i lupi. Ma non per questo le pecore debbono odiare il proprio pelame per il fatto che spesso vi si dissimulano i lupi.

I frutti del bene e del male.

24. 81. L’Apostolo insegna quali sono i frutti, riconosciuti i quali, riconosciamo l’albero cattivo: Son ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, eresie, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le commette non erediterà il regno di Dio. Ed egli di seguito insegna quali sono i frutti, dai quali possiamo riconoscere l’albero buono: Frutto dello spirito è invece amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé 223. È opportuno riflettere che nel brano gioia è stata usata in senso proprio, poiché non si può dire con proprietà che i cattivi gioiscono ma che sono ebbri di gioia. Così precedentemente abbiamo parlato della volontà che in senso proprio non hanno i cattivi, come si rileva dalla frase: Quanto volete facciano gli uomini per voi, fatelo per loro 224. Secondo questa proprietà, per cui la gioia si dice soltanto dei buoni, anche il profeta afferma: Non c’è gioia per i malvagi, dice il Signore 225. Così la fede, di cui si è parlato, certamente non una fede qualunque ma la vera fede, e gli altri concetti, di cui si è parlato, hanno una certa apparenza negli uomini cattivi e impostori, sicché ingannano se l’altro non ha ormai l’occhio puro e sincero, con cui è consapevole di questi fatti. Quindi con un’ottima sequenza si è trattato prima della purificazione dell’occhio e poi sono state esposte le evenienze da cui esimersi.

La volontà del Padre.

25. 82. Ma poiché, sebbene ognuno possa avere l’occhio puro, cioè vivere con sincerità e semplicità di cuore, tuttavia non può raffigurarsi il cuore dell’altro, si palesa dalle tentazioni quanto non potrà essere esperibile dalle azioni e dalle parole. E duplice è la tentazione: o nella speranza di conseguire un vantaggio nel tempo o nell’angoscia di perderlo. E dobbiamo evitare che nel tendere alla saggezza, la quale si può conseguire soltanto in Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della saggezza e della scienza 226, dobbiamo evitare dunque di essere ingannati, nel nome stesso di Cristo, da eretici, da tutti coloro che male interpretano e dagli amatori di questo mondo. Perciò continua con l’ammonire: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, egli entrerà nel regno dei cieli 227. Non dobbiamo quindi pensare che è già di spettanza di quei frutti se qualcuno dice a nostro Signore: Signore, Signore e non per questo a noi deve sembrare un albero buono. Ma questi sono i frutti: eseguire la volontà del Padre che è nei cieli, perché per eseguirla Gesù si è degnato di offrirsi come modello.

Il dire in senso proprio e figurato.

25. 83. Ma giustamente può render perplessi come si accordi a questo ammaestramento quel che dice l’Apostolo: Nessuno che parla sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire: Gesù è anatema; e nessuno può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo 228. In verità noi non possiamo dire che alcuni, i quali hanno lo Spirito Santo, non entreranno nel regno dei cieli, se persevereranno sino alla fine e non possiamo dire che hanno lo Spirito Santo quelli che dicono: Signore, Signore e tuttavia non entreranno nel regno dei cieli. In che senso dunque nessuno dice: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo, se non perché l’Apostolo ha usato con proprietà la parola dice per indicare la volontà e l’intelligenza di chi dice? Invece il Signore ha usato in senso generico quella parola nel dire: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli 229. Sembra infatti che lo dice anche colui che non vuole e non pensa quel che dice, ma lo dice con proprietà chi enunzia la propria volontà e il proprio pensiero col suono della voce. Allo stesso modo quello stato, che poco fa è stato indicato come gioia, è stato indicato in senso proprio, nei frutti dello Spirito, e non nel senso con cui in un altro passo lo ha indicato l’Apostolo stesso: Non gioisce dell’ingiustizia 230, come se si possa gioire dell’ingiustizia, dato che questa è altezzosità della coscienza che tripudia disordinatamente e non gioia; questa soltanto i buoni l’hanno. Dunque apparentemente dicono anche quelli che non comprendono con l’intelletto e non eseguiscono con la volontà quel che proferiscono, ma lo proferiscono soltanto con la voce; e in questo senso il Signore ha detto: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli. Invece lo dicono con verità e proprietà quelli, il cui discorso non discorda dalla volontà e dal pensiero; e con questo significato dice l’Apostolo: Nessuno può dire: Gesù è Signore, se non con l’azione dello Spirito Santo.

I cattivi e gli eventi prodigiosi.

25. 84. E attiene all’argomento soprattutto che non siamo ingannati, nel tendere alla conoscenza della verità rivelata, non solo dal nome di Cristo per l’influsso di coloro che ne hanno il nome e non le opere, ma anche da alcuni avvenimenti prodigiosi. Sebbene il Signore li operò per coloro che non credevano, ammonì tuttavia che non ne fossimo tratti in errore supponendo che vi sia l’invisibile sapienza dell’alto dovunque noi scorgiamo un visibile evento meraviglioso. Quindi prosegue e dice: Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato i dèmoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io allora dirò a loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che compite azioni cattive 231. Dunque conosce soltanto chi compie buone azioni. E ha proibito perfino ai suoi discepoli di godere dei fatti meravigliosi, cioè che i dèmoni si fossero sottomessi a loro; ma godete, disse, che i vostri nomi sono scritti nel cielo 232, suppongo nella città di Gerusalemme che è nel cielo, in cui regneranno soltanto i virtuosi e i santi. Non sapete, dice l’Apostolo, che i malvagi non erediteranno il regno di Dio? 233

Eventi prodigiosi e verità.

25. 85. Ma qualcuno potrebbe obiettare che i malvagi non possono compiere quei prodigi e supporre che piuttosto mentiscono coloro che diranno: Nel tuo nome abbiamo profetato, cacciato i dèmoni e compiuto miracoli? Legga dunque quante opere meravigliose compirono i maghi dell’Egitto nell’opporsi al servo di Dio, Mosè 234. O se non vuol leggere quel brano perché quelli non agirono nel nome di Cristo, legga quel che il Signore stesso dice dei falsi profeti: Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui o è là, non ci credete. Verranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli così da indurre in errore anche gli eletti. Ecco ve l’ho predetto 235.

L’occhio puro e la pace.

25. 86. È dunque necessario l’occhio puro e schietto per trovare la via della saggezza che ingombrano i tanti inganni ed errori dei malvagi e perversi. Evitarli tutti significa giungere a una consapevole pace e all’immobile stabilità della saggezza. Si deve fortemente temere che nell’impegno di discutere e disputare uno non noti quel che da pochi si può notare, cioè che è trascurabile lo strepito di coloro che obiettano, se anche egli non sa porsi l’obiezione. Attiene al caso anche quel che dice l’Apostolo: Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, disposto ad apprendere, paziente, dolce nel riprendere gli oppositori nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi per conoscere la verità 236. Quindi dice il Signore: Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio 237.

Edificare sulla pietra.

25. 87. Si deve riflettere attentamente con quale logicità che suggerisce il timore sia dedotta la conclusione di tutto il discorso. Quindi, dice il Signore, chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia 238. Infatti soltanto con la pratica uno rende effettivo quel che ascolta e pensa. E se Cristo è la pietra, come affermano molti testi della Sacra Scrittura 239, edifica in Cristo chi pone in atto quello che da lui ascolta. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde perché era costruita sulla roccia 240. L’uomo in parola quindi non teme le nuvolose superstizioni, perché non si può intendere diversamente la pioggia quando si usa a simbolo di un male; non teme le ciarle degli uomini che suppongo siano in analogia con i venti, ovvero il fiume di questa vita che scorre, per così dire, sulla terra con gli stimoli carnali. Chi si lascia condurre dal corso favorevole di queste tre evenienze è travolto dall’invertirsi del corso. Invece non teme nulla da esse chi ha la casa costruita sulla roccia, ossia chi non solo ascolta ma anche pratica la parola del Signore. E a tutti questi casi è subordinato con rischio chi la ascolta e non la pratica; non ha difatti un fondamento solido, ma ascoltando e non praticando costruisce la caduta. Quindi il Signore continua: E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa cadde e la sua rovina fu grande. Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite del suo insegnamento; egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi 241. Quest’ultimo pensiero corrisponde a quello, di cui precedentemente ho detto che dal profeta è stato espresso nel salmi, quando ha detto: Io mi affiderò con fiducia a lui. I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo, purificato sette volte 242. Sul fondamento di questo numero ho preso la decisione di riferire anche questi insegnamenti alle massime che il Signore ha enunziato all’inizio di questo discorso, quando parlava delle beatitudini, e alle sette operazioni dello Spirito Santo che enumera il profeta Isaia 243. Ma se in esse sia da prendere in considerazione questa serie o un’altra, si deve mettere in pratica quel che abbiamo udito del Signore, se vogliamo costruire sulla pietra.


Note:




 

1 - Sal 33, 3.

2 - Mt 6, 1.

3 - Mt 5, 14-16.

4 - Mt 6, 1.

5 - Gal 1, 10.

6 - 1 Cor 10, 32-33.

7 - Fil 4, 17.

8 - Mt 6, 1.

9 - Mt 6, 2.

10 - Mt 6, 2.

11 - Mt 7, 23.

12 - Mt 6, 3.

13 - Cf. At 3, 1-8.

14 - Rm 12, 20.

15 - Cf. 1 Cor 7, 14.

16 - Mt 6, 1.

17 - Mt 6, 2.

18 - Mt 6, 3.

19 - Mt 6, 4.

20 - Cf. Mt 6, 24.

21 - Mt 6, 4.

22 - Mt 6, 5.

23 - Mt 6, 6.

24 - Sal 4, 5.

25 - Mt 6, 6.

26 - Cf. Mt 6, 2-4.

27 - Mt 6, 7.

28 - Mt 6, 8.

29 - Mt 6, 9-13.

30 - Is 1, 2.

31 - Sal 81, 6-7.

32 - Ml 1, 6.

33 - Gv 1, 12.

34 - Gal 4, 1.

35 - Rm 8, 15.

36 - Cf. Rm 8, 17 e 23.

37 - Mt 6, 9.

38 - Sal 33, 19.

39 - Gn 3, 19.

40 - 1 Cor 3, 17.

41 - Cf. Rm 8, 5.

42 - 1 Cor 3, 17.

43 - Mt 6, 9.

44 - Sal 75, 2.

45 - Mt 6, 10.

46 - Gv 6, 45; Is 54, 13; Ger 31, 33-34; 1 Ts 4, 9.

47 - Mt 22, 30.

48 - Mt 6, 10.

49 - Lc 2, 14.

50 - Gv 4, 34.

51 - Gv 5, 30; 6, 38; Mt 26, 39.

52 - Mt 12, 49-50.

53 - Mt 6, 10.

54 - Cf. Mt 25, 32-33.

55 - Rm 7, 25.

56 - Cf. 1 Cor 15, 53-54.

57 - Rm 7, 18.

58 - Mt 6, 10.

59 - Mt 6, 11.

60 - Mt 6, 34.

61 - Gv 6, 27.

62 - Gv 6, 41.

63 - Lc 12, 22.

64 - Cf. Mt 6, 6.

65 - Mt 6, 33.

66 - Gv 6, 27.

67 - Eb 3, 13.

68 - Sal 94, 8.

69 - Mt 6, 11

70 - Mt 6, 12.

71 - Mt 5, 26.

72 - Cf. Lc 13, 1.

73 - Lc 13, 5.

74 - Mt 5, 40.

75 - 2 Tm 2, 24.

76 - Mt 6, 12.

77 - Cf. Mt 5, 44.

78 - Mt 6, 13.

79 - Sir 34, 9. 11

80 - Gal 4,14.

81 - Dt 13, 3.

82 - Gv 6, 6.

83 - Cf. Gv 6, 7-13.

84 - Sir 27, 6.

85 - Cf. Gn 19 , 7-12.

86 - Cf. Dn 13, 19-23.

87 - Cf. Gb 1, 9-12.

88 - Is 66, 1.

89 - Mt 5, 34-35.

90 - Cf. Gb 1, 7.

91 - Rm 2, 14-16.

92 - Cf. Gb 1, 8; 2, 3.

93 - Lc 12, 20.

94 - Lc 22, 31.

95 - Lc 22, 32.

96 - Cf. Mt 26, 14-16 e 50.

97 - Cf. Mt 26, 69-75.

98 - 1 Cor 10, 13.

99 - Mt 6, 13.

100 - Cf. Gn 3, 4-5 e 13.

101 - Rm 8, 24.

102 - Mt 6, 11.

103 - Sal 30, 21.

104 - Cf. Mt 5, 3-9. 6, 9-13; Is 11, 2-3.

105 - Mt 25, 34.

106 - Sal 33, 3.

107 - Rm 7, 13.

108 - Rm 7, 24.

109 - Mt 6, 14-15.

110 - Mt 6, 16-18.

111 - Mt 7, 15-16.

112 - Mt 6, 17-18.

113 - Ef 5, 29.

114 - Cf. 1 Cor 11, 3.

115 - Is 1, 16.

116 - 2 Cor 3, 18.

117 - Cf. Sal 118, 36.

118 - 1 Tm 1, 5.

119 - Mt 6, 19-21.

120 - Sal 113, 16.

121 - Mt 24, 35.

122 - Mt 6, 22-23.

123 - Rm 13, 10.

124 - Col 3, 5.

125 - Ef 5, 13.

126 - Mt 6, 23.

127 - Mt 6, 24.

128 - Cf. ORIGENE, fr. 129 in Mt.

129 - Gv 12, 31; 14, 30.

130 - Sir 5 , 5-6.

131 - Cf. Rm 11, 17-20.

132 - Mt 6, 25.

133 - Mt 6, 25.

134 - Gv 12, 35.

135 - Mt 16, 26.

136 - Mt 6, 26.

137 - Mt 6, 27-28.

138 - Mt 6, 28-30.

139 - Cf. Lc 18, 2-5.

140 - Mt 6, 31-33.

141 - Cf. 1 Cor 9, 12-14.

142 - Cf. At 20, 34.

143 - 2 Cor 11, 12.

144 - 1 Cor 9, 13-15.

145 - 1 Cor 9, 15.

146 - Cf. 2 Cor 11, 12.

147 - 1 Cor 9, 16.

148 - 1 Cor 9, 16.

149 - 1 Cor 9, 17.

150 - Cf. 1 Cor 4, 1.

151 - 1 Cor 4, 2.

152 - Mt 6, 33.

153 - Mt 6, 32-33.

154 - Cf. Mt 6, 24.

155 - Mt 6, 34.

156 - Cf. Mt 6, 32.

157 - Mt 6, 34.

158 - Cf. Mt 4, 11.

159 - Cf. Gv 12, 6.

160 - 1 Cor 16, 1-8.

161 - At 11, 27-30.

162 - Cf. At 28, 10.

163 - Ef 4, 28.

164 - Mt 6, 26.

165 - Mt 6, 28.

166 - Cf. At 20, 34.

167 - Cf. 1 Ts 2, 9.

168 - Cf. At 18, 2-3.

169 - Rm 5, 3-5.

170 - Cf. 2 Cor 11, 23-27.

171 - Mt 6, 33.

172 - Mt 7, 1-2.

173 - Mt 7, 16.

174 - 1 Cor 5, 12.

175 - Rm 14, 3-4.

176 - 1 Cor 4, 5.

177 - 1 Tm 5, 24.

178 - 1 Tm 5, 25.

179 - Mt 7, 1.

180 - Mt 7, 2.

181 - Mt 26, 52.

182 - Cf. Lc 23, 32-43.

183 - Mt 7, 3.

184 - Mt 7, 4-5.

185 - 1 Cor 9, 20-22.

186 - 1 Cor 9, 19.

187 - Gal 5, 13.

188 - Cf. Ct 4, 1.

189 - Cf. Ef 5, 27.

190 - Mt 7, 6.

191 - Gv 16, 12.

192 - 1 Cor 3, 1-2.

193 - Mt 7, 6.

194 - Mt 7, 6.

195 - Mt 22, 23-30; Mc 12, 18-25; Lc 20, 27-36.

196 - Mt 22, 15-21.

197 - Mt 21, 23-27.

198 - Cf. Gv 1, 19-27.

199 - Mt 7, 7-8.

200 - Mt 7, 8.

201 - Cf. Mt 6, 26-31

202 - Mt 7, 9-11.

203 - Sal 23, 1.

204 - Sal 145, 6.

205 - Mt 7, 12.

206 - Mt 22, 40.

207 - Mt 7, 12.

208 - Mt 22, 39-40.

209 - Mt 5, 8.

210 - Cf. Prv 3, 18.

211 - Mt 7, 13-14.

212 - Mt 11, 28-30.

213 - Cf. Mt 5, 3-4.

214 - Mt 7, 15.

215 - Mt 7, 16-20.

216 - Mt 7, 18.

217 - Mt 12, 33.

218 - Mt 12, 34.

219 - Mt 23, 3.

220 - Mt 23, 2.

221 - Ger 12, 13.

222 - Mt 6, 1.

223 - Gal 5, 19-23.

224 - Mt 7, 12.

225 - Is 48, 22.

226 - Col 2, 3.

227 - Mt 7, 21.

228 - 1 Cor 12, 3.

229 - Mt 7, 21.

230 - 1 Cor 13, 6.

231 - Mt 7, 22-23.

232 - Lc 10, 20.

233 - 1 Cor 6, 9.

234 - Cf. Es 7, 11-22.

235 - Mt 24, 22-23.

236 - 2 Tm 24, 25.

237 - Mt 5, 9.

238 - Mt 7, 24.

239 - Ad es. 1 Cor 10, 4.

240 - Mt 7, 25.

241 - Mt 7, 26-29.

242 - Sal 11, 6-7.

243 - Cf. Mt 5, 3-9; Is 11, 2-3.