Discorso del Signore sulla montagna - libro primo

Discorso del Signore sulla montagna

Sant'Agostino d'Ippona

Discorso del Signore sulla montagna - libro primo
165

PRECETTI CHE ATTENGONO A REGOLARE LA VITA


Spiegazione delle beatitudini (1, 1 - 5, 15)

Il valore del Discorso sul monte.

1. 1. Se qualcuno esaminerà con fede e serietà il discorso che nostro Signore Gesù Cristo ha proferito sulla montagna, come lo leggiamo nel Vangelo di Matteo, penso che vi riscontrerà la norma definitiva della vita cristiana per quanto attiene a un'ottima moralità. Non osiamo affermarlo alla leggera, ma lo deriviamo dalle parole stesse del Signore. Difatti il discorso si conchiude ad evidenziare che in esso vi sono tutti i precetti che attengono a regolare la vita. Dice infatti: Riterrò simile chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica a un uomo saggio che costruì la propria casa sulla roccia. Scese la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde perché era fondata sulla roccia. Riterrò poi chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica simile a un uomo stolto che costruì la propria casa sulla sabbia. Scese la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa rovinò e fu grande la sua rovina 1. Non ha detto soltanto: chi ascolta le mie parole, ma ha aggiunto: chi ascolta queste mie parole. Quindi, come ritengo, le parole che ha rivolto stando sul monte educano tanto efficacemente la vita di coloro che intendono viverle che essi sono paragonati a chi costruisce sulla roccia. Ho espresso questo pensiero affinché appaia che il discorso è al completo di tutte le norme dalle quali è regolata la vita cristiana. A suo luogo si tratterà di questo argomento più esaurientemente.

Simbolismo del monte.

1. 2. Ora l'inizio di questo discorso è enunciato con le parole: Avendo visto una grande folla, salì sul monte ed essendosi seduto, gli si avvicinarono i suoi discepoli e prendendo la parola li ammaestrava dicendo 2. Se si chiede che cosa simboleggia il monte, è buona l'interpretazione che simboleggi i più grandi precetti dell'onestà perché gli inferiori erano quelli che erano stati trasmessi ai Giudei. Tuttavia l'unico Dio, mediante i suoi santi profeti e ministri, secondo l'ordinatissima distribuzione dei tempi, ha dato precetti inferiori al popolo che era opportuno tenere ancora avvinto dal timore e, mediante il suo Figlio, i più alti al popolo che conveniva fosse reso libero nella carità. Poiché son dati ordinamenti più piccoli ai più piccoli e più grandi ai più grandi, son dati da lui perché egli soltanto sa offrire al genere umano la cura propria ai relativi tempi. E non c'è da meravigliarsi che sono dati ordinamenti più grandi per il regno del cielo e che sono stati dati più piccoli per il regno della terra dall'unico e medesimo Dio che ha creato il cielo e la terra. Di questa giustizia che è più alta si ha un detto del Profeta: La tua giustizia come i monti di Dio 3; e questo pensiero simboleggia convenientemente che dall'unico Maestro 4, il solo idoneo a insegnare tante verità, s'insegna sul monte. Inoltre insegna seduto perché attiene alla dignità del Maestro. Si avvicinano a lui i suoi discepoli affinché ad ascoltare le sue parole fossero più vicini col corpo coloro che aderivano più da vicino con lo spirito nell'osservare i precetti. Prese la parola e insegnava loro dicendo 5. La perifrasi con cui dice: e prendendo la parola con la riserva stessa fa pensare che il discorso sarebbe stato un po' più lungo, a meno che forse l'aver detto che ora egli ha preso la parola non includa che egli stesso nel Vecchio Testamento era solito disporre a parlare i profeti.

I poveri in spirito contro la superbia.

1. 3. Ma ascoltiamo quel che dice: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 6. Troviamo scritto sul desiderio dei beni della terra: Sono tutti vanità e presunzione dello spirito 7. Ora la presunzione dello spirito significa arroganza e superbia. Di solito si dice anche che i superbi hanno un grande spirito e giustamente perché talora anche il vento viene denominato spirito. Si ha infatti nella Scrittura: Il fuoco, la grandine, la neve, il gelo, il vento di tempesta 8. Chi potrebbe ignorare che i superbi sono considerati gonfiati come se siano dilatati dal vento. V'è infatti anche il detto dell'Apostolo: La scienza gonfia, la carità edifica 9. Perciò giustamente nel passo sono indicati come poveri di spirito gli umili e quelli che temono Dio, che non hanno cioè uno spirito che gonfia. E non doveva assolutamente avere inizio d'altra parte la beatitudine perché dovrà giungere alla somma sapienza. Infatti inizio della sapienza è il timore del Signore 10, perché al contrario inizio di ogni peccato è la superbia 11. I superbi dunque desiderino e amino i regni della terra; ma beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 12.

I mansueti e la terra.

2. 4. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra 13, credo quella terra della quale si dice nei Salmi: Sei tu la mia speranza, il mio retaggio nella terra dei viventi 14. Simboleggia infatti una certa solidità e stabilità della eredità perenne, perché in essa l'anima mediante un buon sentimento riposa come in una propria dimensione allo stesso modo che il corpo sulla terra e da essa si nutre come d'un proprio cibo come il corpo dalla terra. Ed essa è il riposo e la vita dei santi. Sono miti quindi coloro che non acconsentono alla malvagità e non resistono al male ma vincono il male col bene 15. Litighino dunque i violenti e lottino per i beni della terra e del tempo, ma beati i miti, perché avranno in eredità la terra 16, quella da cui non possono esser espulsi.

Il pianto e la consolazione.

2. 5. Beati coloro che piangono perché saranno consolati 17. Il pianto è la tristezza per la perdita dei cari. Voltisi a Dio pèrdono quei beni, amati in questo mondo e che stringevano in un amplesso. Infatti non godono più di quelle cose, di cui prima godevano e fino a che non si produce in loro l'amore dei beni eterni sono addolorati da una certa mestizia. Saranno dunque consolati dallo Spirito Santo che soprattutto per questo è detto il Paraclito, cioè consolatore, affinché nel perdere la gioia nel tempo godano di quella eterna.

Fame e sete della virtù.

2. 6. Beati quelli che hanno fame e sete della virtù, perché saranno saziati 18. Qui afferma che essi amano il bene vero e inamissibile. Saranno dunque saziati di quel cibo, di cui il Signore stesso dice: Mio cibo è fare la volontà del Padre mio 19, e questo è virtù; e l'acqua è quella da cui, per chiunque la berrà, come egli stesso dice, scaturirà in lui una sorgente che zampilla alla vita eterna 20.

Soccorrere ed essere soccorsi.

2. 7. Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia 21. Dice beati quelli che soccorrono gli infelici poiché a loro sarà dato in contraccambio di essere liberati dalla infelicità.

Il cuore puro e la visione di Dio.

2. 8. Beati quelli dal cuore puro perché vedranno Dio 22. Sono dunque molto stolti quelli che cercano Dio con gli occhi del corpo, poiché si vede col cuore, come è scritto in un altro passo: Cercatelo nella semplicità del cuore 23. Difatti un cuore puro è lo stesso che un cuore semplice. E come la luce del giorno si può vedere soltanto con gli occhi puri, così neanche Dio si vede se non è pura la facoltà con cui si vede.

La pace in Dio.

2. 9. Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio 24. Nella pace v'è la perfezione, perché in essa nulla è in contrasto; e quindi gli operatori di pace sono figli di Dio, perché nulla si oppone a Dio ed ovviamente i figli devono mantenere la somiglianza del Padre. Sono operatori di pace nel proprio essere coloro che, sottomettendo tutte le attività dell'animo alla ragione, cioè all'intelligenza e alla coscienza, e avendo dominato tutti gli impulsi sensuali, divengono regno di Dio. In esso le attività sono talmente ordinate al punto che nell'uomo domina quella la quale primeggia ed eccelle, senza che si oppongano le altre che sono comuni a noi e alle bestie. Così ciò che nell'uomo eccelle, cioè l'intelligenza e la ragione, sia sottomesso all'essere più alto che è la stessa Verità, l'Unigenito Figlio di Dio. Infatti l'uomo non riesce a dominare le cose inferiori se egli stesso non si sottomette all'Essere superiore. Ed è la pace che è data in terra agli uomini di buona volontà 25, è la vita del saggio al culmine della perfezione. Da questo regno, posto nel pieno della pace e dell'ordine, è stato cacciato fuori il principe di questo mondo 26 che domina su gli esseri privi di pace e di ordine. Organizzata e resa stabile questa pace, qualunque tipo di persecuzione susciti dall'esterno colui che è stato messo fuori, accresce la gloria che è secondo Dio, perché non demolisce nulla in quell'edificio, anzi con l'inefficienza delle proprie macchine da guerra fa capire la grande saldezza che è strutturata all'interno. Perciò continua: Beati coloro che soffrono persecuzione per l'onestà, perché di essi è il regno dei cieli 27.

Riepilogo.

3. 10. Sono dunque in tutto otto aforismi. Richiamandone altri si rivolge ai presenti con le parole: Sarete beati quando diranno male di voi e vi perseguiteranno 28. Esprimeva genericamente gli aforismi precedenti. Difatti non ha detto: Beati i poveri di spirito, perché vostro è il regno dei cieli, ma: perché è di essi 29; e non: Beati i miti, perché voi possederete la terra, ma: perché essi possederanno la terra 30 e così gli altri aforismi fino all'ottavo con cui ha detto: Beati quelli che soffrono persecuzione per l'onestà, perché di essi è il regno dei cieli 31. Dopo comincia a parlare rivolgendosi ai presenti, sebbene anche gli aforismi, che erano stati enunciati in precedenza, riguardavano anche coloro che, essendo presenti, ascoltavano; e questi, che sembrano enunciati in modo speciale per i presenti, riguardino anche coloro che erano assenti o che fossero vissuti in seguito. Perciò si deve considerare attentamente il numero degli aforismi. La beatitudine inizia dall'umiltà: Beati i poveri di spirito, cioè non gonfiati, quando l'anima si sottomette alla divina autorità, perché teme di andare alle pene dopo questa vita, sebbene le sembri eventualmente di essere beata in questa vita. Di conseguenza giunge alla conoscenza della Sacra Scrittura, però bisogna che in essa si mostri mite mediante la pietà, affinché non osi condannare ciò che ai profani sembra assurdo e si renda indocile con ostinate discussioni. Da ciò inizia a capire da quali limiti della vita presente essa è impedita mediante l'abitudine sensuale e i peccati. Quindi nel terzo grado, in cui v'è la scienza, si piange la perdita del sommo bene, perché ci si avvince ai beni infimi. Nel quarto grado v'è l'affanno perché in esso ci si applica con energia affinché la coscienza si svincoli da quegli oggetti, dai quali è avvinta con attrattiva esiziale. Quindi in esso si ha fame e sete dell'onestà ed è molto necessaria la fortezza, giacché non si lascia senza dolore ciò che si possiede con diletto. Al quinto si dà il consiglio di evadere a coloro che persistono nell'affanno perché se non si è aiutati da un essere superiore, non si è assolutamente capaci di districarsi dai tanti viluppi delle sofferenze. Ed è un giusto consiglio che chi vuol essere aiutato da un essere superiore, aiuti uno più debole nell'occorrenza in cui egli è più forte. Quindi: Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia. Al sesto grado si ha la purezza del cuore che dalla consapevolezza delle buone opere anela a contemplare il sommo bene che si può intuire soltanto con la mente pura e serena. Infine la settima è la stessa sapienza, cioè la contemplazione della verità che pacifica tutto l'uomo a ricevere l'immagine di Dio; ed essa si enuncia così: Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio. L'ottavo aforisma ritorna, per così dire, al primo perché mostra e giudica che è stato eseguito e compiuto. Difatti nel primo e nell'ottavo è stato nominato il regno dei cieli: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli; e: Beati coloro che soffrono persecuzioni per la virtù, perché di essi è il regno dei cieli. Difatti si ha nella Scrittura: Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la penuria, il pericolo, la spada? 32. Sono sette dunque le beatitudini che portano a compimento, poiché l'ottava, quasi tornando ancora al principio, chiarisce e indica ciò che è stato compiuto, affinché attraverso questi gradi siano compiuti anche gli altri.

Confronto con i doni dello Spirito Santo...

4. 11. A me sembra dunque che anche la settiforme operazione dello Spirito Santo, di cui parla Isaia 33, corrisponda a questi gradi e aforismi, ma v'è la differenza della disposizione; difatti nel Profeta l'elenco comincia dai gradi più alti, qui dai più bassi, lì infatti comincia dalla sapienza e termina con il timore di Dio, ma inizio della sapienza è il timore di Dio 34. Perciò se rassegniamo, per così dire, salendo di grado in grado, primo è il timore di Dio, seconda la pietà, terza la scienza, quarta la fortezza, quinto il consiglio, sesto l'intelletto, settima la sapienza. Il timore di Dio si addice agli umili, dei quali nel Vangelo si dice: Beati i poveri di spirito, cioè non gonfiati, non superbi, ai quali l'Apostolo dice: Non montare in superbia, ma temi 35, cioè non ti esaltare. La pietà si addice ai miti. Chi infatti ricerca con pietà onora le Sacre Scritture e quindi non critica quel che ancora non capisce e perciò non vi si oppone; e questo è esser mite; perciò qui si dice: Beati i miti. La scienza si addice a coloro che piangono, in quanto hanno appreso dalla Scrittura da quali mali son tenuti avvinti, perché per ignoranza li hanno bramati come buoni e giovevoli; di essi qui si dice: Beati quelli che piangono. La fortezza si addice a coloro che hanno fame e sete. Sono infatti nel dolore, perché desiderano la gioia dei veri beni e aspirano a distogliere l'amore dai beni della terra e del corpo; di essi si dice: Beati quelli che hanno fame e sete della virtù. Il consiglio si addice ai misericordiosi. V'è infatti un solo rimedio per evadere dai grandi mali: che rimettiamo, cioè, come vogliamo che sia rimesso a noi e aiutiamo gli altri in quel che possiamo, come noi desideriamo essere aiutati in quel che non possiamo; di essi si dice nel passo: Beati i misericordiosi. L'intelletto si addice ai puri di cuore, inteso come occhio purificato, affinché con esso si possa scorgere quel che l'occhio fisico non ha visto né l'orecchio ha udito né è penetrato nel cuore dell'uomo 36; di essi qui si dice: Beati i puri di cuore. La sapienza si addice agli operatori di pace, perché in essi tutti gli atti sono nell'ordine e non v'è impulso ribelle alla ragione, ma tutto è sottomesso alla coscienza dell'uomo, perché anche egli è sottomesso a Dio; di essi qui si dice: Beati gli operatori di pace.

...e giustificazione simbolica.

4. 12. Ma un solo premio, cioè il regno dei cieli, è stato ripetuto in diverso modo per i gradi suddetti. Nel primo, come era conveniente, è stato indicato il regno dei cieli che è la totale e somma sapienza dell'anima ragionevole. È stato così espresso: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli, che equivale a: Inizio della sapienza è il timore del Signore. Ai miti è stata data l'eredità come a coloro che assieme alla pietà chiedono il testamento del Padre: Beati i miti, perché essi avranno in eredità la terra; a coloro che piangono il conforto come a coloro i quali sanno che cosa hanno perduto e in quali mali erano immersi: Beati quelli che piangono, perché saranno consolati; agli affamati e assetati la sazietà come ristoro per coloro che si affaticano e lottano per la salvezza: Beati quelli che hanno fame e sete della virtù perché saranno saziati; ai misericordiosi la misericordia, come a coloro che seguono il vero e ottimo consiglio che a loro si offra da chi è più forte ciò che essi offrono ai più deboli: Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia; ai puri di cuore la capacità di vedere Dio, come a coloro che hanno l'occhio puro per comprendere le cose eterne: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio; agli operatori di pace la somiglianza con Dio, come a coloro che hanno la perfetta saggezza e sono formati a somiglianza di Dio mediante la rigenerazione dell'uomo nuovo: Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio. Questi valori possono essere interamente realizzati in questa vita, come crediamo che si siano realizzati negli apostoli; infatti non si può indicare con parole il totale cambiamento nella forma angelica che è promesso dopo questa vita. Beati dunque coloro che soffrono persecuzioni per l'onestà, perché di essi è il regno dei cieli. Il contenuto di questo ottavo aforisma, che ritorna da capo e dichiara l'uomo perfetto, è allegorizzato presumibilmente dalla circoncisione all'ottavo giorno nel Vecchio Testamento, e dalla risurrezione del Signore dopo il sabato, che è l'ottavo e anche il primo giorno, e dall'osservanza degli otto giorni di riposo che pratichiamo nella rigenerazione dell'uomo nuovo, e dal numero stesso della pentecoste. Difatti al sette per sette, che fanno quarantanove, si aggiunge un ottavo giorno, in modo che si abbiano i cinquanta e, per così dire, si torni al principio. In questo giorno fu mandato lo Spirito Santo, dal quale siamo condotti nel regno dei cieli, riceviamo l'eredità, siamo consolati, siamo saziati, otteniamo misericordia, siamo purificati e restituiti alla pace. Così, resi alla pienezza, sopportiamo per la verità e l'onestà tutte le sofferenze inferte dall'esterno.

Beatitudine per chi soffre.

5. 13. Sarete beati, continua, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli 37. Chiunque nella qualifica di cristiano cerca le gioie di questo mondo e l'abbondanza dei beni della terra rifletta che la nostra felicità è all'interno, come si dice dell'anima della Chiesa con le parole del Profeta: Ogni bellezza della figlia del re è all'interno 38. All'esterno invece sono promesse ingiurie, persecuzioni, diffamazioni, per le quali nei cieli grande sarà la ricompensa, che si avverte nel cuore dei sofferenti, di coloro che possono dire: Ci gloriamo nelle sofferenze, perché sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata, la virtù provata la speranza; e la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 39. Infatti non giova soffrire questi mali, ma sopportarli per il nome di Gesù non solo con animo sereno, ma anche con gioia. Difatti molti eretici, i quali col nome cristiano traggono in errore le anime, subiscono molte di tali sofferenze, ma sono esclusi dalla suddetta ricompensa, perché non è stato detto soltanto: Beati coloro che soffrono persecuzione, ma è stato aggiunto: per la virtù. E non è possibile che nell'individuo, in cui non v'è una retta fede, vi sia la virtù, perché l'uomo virtuoso vive di fede 40. Anche gli scismatici non si lusinghino di avere una tale ricompensa, poiché egualmente non è possibile che vi sia l'onestà in chi non v'è la carità. Difatti l'amore al prossimo non fa del male 41 e, se lo avessero, non lacererebbero il corpo di Cristo che è la Chiesa 42.

L'insulto e la diffamazione.

5. 14. Si può proporre il quesito: in che differiscono le sue parole: quando vi malediranno e: diranno ogni sorta di male contro di voi, dato che maledire è il medesimo che dire del male. Ma in forma diversa si rivolge la mala parola, mediante l'insulto alla presenza di colui al quale fu detto, nel caso a nostro Signore: Non diciamo forse il vero che sei un samaritano e hai un demonio 43. Diversamente si ha quando si offende la riputazione, come di lui si ha nella Sacra Scrittura: Alcuni dicevano: è un profeta; altri invece: No, ma inganna il popolo 44. Perseguitare poi è usar violenza o aggredire con una macchinazione. La eseguirono colui che lo tradì e coloro che lo crocifissero. Certamente si ha un pensiero che non è stato enunciato con immediatezza col dire: E diranno ogni sorta di male contro di voi, ma vi è stato aggiunto: mentendo e anche: a causa mia. Io ritengo che l'aggiunta sia per coloro che vogliono vantarsi delle persecuzioni e del disonore della propria riputazione e quindi pensano che Cristo appartiene a loro, dato che si dicono molte cattive parole di loro, giacché si dice la verità, quando si dicono del loro errore. Ed anche se talora si buttano là alcune cose false, il che spesso avviene per la sventatezza degli uomini, tuttavia non le subiscono per amore di Cristo. Infatti non segue Cristo chi non sulla base della vera fede e dell'insegnamento cattolico è considerato cristiano.

Ricompensa nei cieli.

5. 15. Godete ed esultate, continua, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli 45. Penso che nel passo non sono denominati cieli le sfere più alte del mondo visibile. La nostra ricompensa infatti, che deve essere stabile ed eterna, non si deve riporre nelle cose poste nel divenire e nel tempo. Penso quindi che nei cieli significa nella dimora dello spirito, dove ha sede l'eterna bontà 46. Nel confronto l'anima malvagia è considerata terra e ad essa, perché pecca, è stato detto: Sei terra e alla terra ritornerai 47. Di questi cieli dice l'Apostolo: Poiché la nostra patria è nei cieli 48. Sperimentano dunque nel tempo questa ricompensa coloro che godono dei beni dello spirito, ma di là sarà resa alla pienezza in ogni senso, quando anche ciò che è soggetto alla morte conseguirà l'immunità dalla morte 49. Così, soggiunge, hanno perseguitato anche i profeti che sono vissuti prima di voi 50. In questo passo ha inteso in senso generico la persecuzione tanto quella delle maledizioni come della violazione del buon nome. Ed ha giustamente esortato mediante un esempio, giacché di solito soffrono la persecuzione quelli che dicono il vero. Tuttavia non per questo gli antichi profeti hanno defezionato dalla proclamazione della verità.

I poveri di spirito o umili sono beati perché sono concordi con i fratelli (6, 16 - 10, 28)

Gli apostoli sale della terra...

6. 16. Con molta coerenza quindi continua: Voi siete il sale della terra 51, mostrando che si devono ritenere insipidi coloro che, agognando l'abbondanza e temendo la scarsezza dei beni del tempo, perdono i beni dell'eternità che non possono esser dati né tolti dagli uomini. Quindi: Se il sale diventasse scipito, con che cosa lo si potrà render salato? Vale a dire se voi, mediante i quali si devono condire, per così dire, i popoli, per timore delle persecuzioni nel tempo perderete il regno dei cieli, quali saranno gli uomini, mediante i quali si elimini da voi l'errore, dato che il Signore vi ha scelti per eliminare l'errore degli altri? Quindi: Non serve a nulla il sale scipito, se non per essere gettato fuori e calpestato dagli uomini. Quindi non è calpestato dagli uomini chi soffre la persecuzione, ma chi diventa scipito perché teme la persecuzione. Difatti non si può calpestare se non chi è sotto, ma non è sotto colui che, pur subendo molti dolori in terra, col cuore è tuttavia rivolto al cielo.

...e luce del mondo.

6. 17. Voi siete la luce del mondo 52. Come prima ha detto: sale della terra, così ora dice: luce del mondo. Difatti neanche prima per terra si deve intendere quella che calpestiamo con i piedi, ma gli uomini che vivono sulla terra, o anche i peccatori, perché il Signore ha inviato il sale apostolico per condirli e impedirne la putrefazione. E qui per mondo è opportuno intendere non il cielo e la terra, ma gli uomini che sono nel mondo o amano il mondo, perché gli apostoli sono stati inviati a illuminarli. Non può rimanere nascosta una città collocata sul monte, cioè fondata su una insigne e grande onestà, simboleggiata anche dal monte in cui il Signore sta insegnando. E non accendono la lucerna e la pongono sotto il moggio, ma sul lucerniere 53. Che pensare? L'inciso: sotto il moggio è stato usato affinché s'intenda soltanto l'occultazione della lucerna, come se dicesse: nessuno accende la lucerna e la nasconde? Ovvero anche il moggio simboleggia qualcosa, sicché porre la lucerna sotto il moggio è considerare il benessere del corpo più importante dell'annuncio della verità, al punto che non si annuncia la verità, perché si teme di soffrire qualche fastidio nelle cose spettanti al corpo e al tempo? E a proposito è indicato il moggio, prima di tutto per la correlazione della misura, perché con essa ciascuno riceve quel che ha portato nel corpo, affinché di là, come dice appunto l'Apostolo, ciascuno riceva in cambio le opere che ha compiuto nel corpo 54 e analogamente di questo moggio del corpo si dice in un altro passo: Nella misura, con cui misurerete voi, vi sarà misurato 55. Inoltre i beni posti nel tempo, che si conseguono col corpo, si iniziano e passano in una certa misura di giorni che il moggio probabilmente simboleggia. Invece i beni eterni e spirituali non sono contenuti in tale limite, poiché Dio dà lo Spirito senza misura 56. Pone dunque la lucerna sotto il moggio chi spegne e copre la luce della buona istruzione con le soddisfazioni nel tempo, la pone sul lucerniere chi sottomette il proprio corpo a servizio di Dio, in modo che in alto vi sia l'annuncio della verità, in basso la sottomissione del corpo. Però mediante tale sottomissione del corpo deve splendere in alto l'istruzione che nelle buone opere si consegna a coloro che apprendono mediante le funzioni del corpo, cioè mediante la voce, la lingua e gli altri movimenti del corpo. Quindi pone la lucerna sul lucerniere l'Apostolo, quando dice: Faccio il pugilato non come chi batte l'aria, ma castigo il mio corpo e lo induco alla sottomissione, affinché nell'istruire gli altri io non rimanga squalificato 57. Penso che nelle parole di Gesù: Affinché risplenda a tutti coloro che sono nella casa 58, per casa s'indichi l'abitazione degli uomini, cioè il mondo stesso per quel che ha detto in precedenza: Voi siete la luce del mondo 59. Ovvero se per casa si vuole intendere la Chiesa, neanche questo significato è improbabile.

Il vero fine della lode.

7. 18. Così risplenda, soggiunge, la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli 60. Se dicesse soltanto: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone, sembrerebbe che avesse stabilito il fine nelle lodi degli uomini, di cui sono avidi gli ipocriti, coloro che ambiscono gli onori e raggiungono una gloria del tutto vuota. Contro di essi si legge: Se andassi ancora a genio agli uomini, non sarei ministro di Cristo 61; e del Profeta: Coloro che piacciono agli uomini sono arrossiti di vergogna, perché Dio li ha resi un nulla; e di seguito: Dio spezza le ossa di coloro che sono graditi agli uomini 62; e ancora l'Apostolo: Non diventiamo avidi di una vuota gloria 63; ed egli ancora: L'uomo invece esamini se stesso e allora in se stesso e non nell'altro troverà motivo di gloria 64. Quindi non ha detto soltanto: Affinché vedano le vostre opere buone, ma ha aggiunto: E diano gloria al Padre vostro che è nei cieli. Perciò l'uomo non deve intendere come fine di piacere agli uomini per il fatto che mediante le opere buone piace ad essi, ma lo riferisca a lode di Dio e perciò piaccia agli uomini, affinché in lui sia resa gloria a Dio. A coloro che lodano conviene quindi lodare non l'uomo ma Dio, come il Signore ha mostrato in quell'uomo che gli portavano davanti, sicché la folla nel caso del paralitico sanato ammirò il potere di Dio, come è scritto nel Vangelo: Ebbero timore e diedero gloria a Dio che ha dato un tale potere agli uomini 65. E Paolo, suo imitatore, dice: Avevano soltanto sentito dire che colui il quale una volta ci perseguitava, ora annunzia la fede che prima voleva distruggere; e glorificavano Dio a causa mia 66.

Gesù integra la Legge.

7. 19. Dopo aver esortato gli uditori di prepararsi a superare tutte le difficoltà per la verità e l'onestà, a non nascondere il bene che stavano per ricevere, ma ad apprendere con una amorevolezza tale da ammaestrare gli altri, riferendo le proprie opere alla gloria di Dio e non al proprio vanto, inizia a informare e insegnare quel che debbono insegnare, come se glielo chiedessero dicendo: Ecco vogliamo sopportare tutto per il tuo nome e non nascondere il tuo insegnamento. Ma che cosa è quel che proibisci di nascondere? E perché comandi che tutte le difficoltà siano sopportate? Forse che devi dire altre cose contrarie a quelle che sono scritte nella Legge? No, disse: Non crediate che sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento 67.

Il compimento della Legge.

8. 20. In questa proposizione si ha un doppio significato; bisogna esporre in base all'uno e all'altro. Chi afferma: Non son venuto per abolire la Legge ma per portarla a compimento afferma o aggiungendo quel che manca o perfezionando quel che ha. Esaminiamo l'ipotesi che ho indicato al primo posto. Infatti chi aggiunge quel che manca certamente non abolisce quel che trova, ma lo ratifica rendendolo più perfetto. E per questo continua col dire: In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge un solo iota o un solo accento, senza che tutto sia compiuto 68. Perciò mentre si avverano i dati che sono stati aggiunti al completamento, molto più si avverano quelli che sono stati premessi per l'iniziazione. L'inciso: un solo iota o un solo accento non passeranno dalla Legge si può interpretare soltanto come una veemente affermazione della perfezione, poiché è stata indicata dai singoli dati espressivi fra cui lo iota è il più piccolo perché si traccia con un solo trattino e l'accento è poi un certo segnetto sopra di esso. Con queste parole egli mostra che nella Legge anche i dati più piccoli sono portati a compimento. Poi soggiunge: Chi dunque considererà abrogato uno solo di questi più piccoli comandamenti e insegnerà così agli uomini sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli 69. I comandamenti più piccoli dunque sono simboleggiati da un solo iota e da un solo accento. Chi dunque considererà abrogato e insegnerà così, cioè secondo il dato abrogato, non secondo quel che nella Legge ha trovato e letto, sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli e forse non vi sarà per niente nel regno dei cieli, in cui possono essere soltanto i grandi. Chi invece osserverà e così insegnerà, questi sarà considerato grande nel regno dei cieli. Chi invece osserverà significa: chi non considera abrogato e insegnerà così, in base a ciò che non ha abrogato. Se sarà considerato grande nel regno dei cieli, ne consegue che anche sia nel regno dei cieli, in cui sono ammessi i grandi. All'argomento attiene quel che segue.

Confronto fra Legge e Vangelo.

9. 21. Vi dico che se la vostra virtù non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli 70, cioè se non solo non osserverete i comandamenti più piccoli della Legge, che iniziano l'uomo all'onestà, ma anche questi aggiunti da me, che non son venuto ad abolire la Legge, ma a completarla, non entrerete nel regno dei cieli. Ma tu mi obietti: Di quei comandamenti più piccoli, mentre ne parlava in precedenza, ha detto che è il più piccolo nel regno dei cieli chi ne considerasse abrogato uno solo e insegnasse in base a questa sua abrogazione, quindi che è considerato grande chi li osserverà e così insegnerà e che per questo sarà già nel regno dei cieli, perché è grande. E allora che bisogno c'è che si aggiunga qualcosa ai più piccoli comandamenti della Legge, se già può essere nel regno dei cieli, perché è grande chi li osserverà e così insegnerà? Rispondo: Perciò la proposizione si deve interpretare in questo senso: Chi li osserverà e insegnerà così, sarà considerato grande nel regno dei cieli, cioè non sulla base di quei comandamenti più piccoli, ma sulla base di quelli che io dichiarerò. E quali sono? Che la vostra virtù, afferma, superi quella degli scribi e dei farisei, perché se non la supererà, non entrerete nel regno dei cieli. Quindi chi considererà aboliti i comandamenti più piccoli e insegnerà così, sarà considerato il più piccolo; chi invece osserverà i più piccoli e così insegnerà, non deve essere considerato ormai un grande e meritevole del regno dei cieli, però non così piccolo come chi li considera abrogati. Affinché sia grande e meritevole del regno, deve osservare e insegnare come al presente insegna Cristo, cioè che la sua virtù superi quella degli scribi e dei farisei. La virtù dei farisei comporta che non uccidano, la virtù di quelli che entreranno nel regno di Dio che non si adirino senza motivo. Il non uccidere dunque è l'osservanza più piccola e chi la considererà abrogata sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli. Chi invece adempirà di non uccidere non sarà senz'altro grande e meritevole del regno dei cieli, tuttavia è salito un gradino; si perfezionerà se non si adira senza motivo e, se avrà raggiunto questa perfezione, sarà assai più lontano dall'omicidio. Quindi chi insegna di non adirarsi non considera abrogata la legge di non uccidere, la osserva invece, sicché tanto all'esterno, se non uccidiamo, come nel cuore, se non ci adiriamo, manteniamo l'immunità dalla colpa.

Gradualità della colpa nel rapporto col fratello.

9. 22. Avete udito, continua, che fu detto agli antichi: Non ucciderai; e chi avrà ucciso, sarà meritevole del processo. Io vi dico invece che chi si adira con il proprio fratello senza motivo, sarà meritevole del processo; chi avrà detto al fratello: Racha, sarà meritevole di condanna, chi gli avrà detto: Imbecille, sarà meritevole della geenna di fuoco 71. Che differenza v'è fra il meritevole di processo, il meritevole di condanna e il meritevole della geenna di fuoco? Infatti quest'ultimo contesto ha un tono molto grave e fa pensare che si fanno alcune gradazioni da pene più leggere a più gravi fino a giungere alla geenna di fuoco. Quindi se è più lieve essere meritevole di processo che meritevole di condanna, e così se è più lieve esser meritevole di condanna che della geenna di fuoco, è opportuno che si giudichi più lieve adirarsi senza motivo col fratello che dirgli racha e ancora che è più lieve dirgli racha che imbecille. La colpevolezza in sé non avrebbe gradazioni, se anche i peccati non venissero rassegnati gradualmente.

Esame etimologico di racha.

9. 23. Nel testo è usato un solo termine di significato incerto, perché racha non è né greco né latino; gli altri sono usati nella nostra lingua. Alcuni han voluto derivare dal greco la traduzione di questa parola ritenendo che racha significa cencioso, perché in greco il cencio si denomina . Tuttavia quelli, a cui si chiede come si volge in greco cencioso, non rispondono racha. D'altronde il traduttore latino, dove ha riportato racha, poteva tradurre cencioso e non usare una parola che nella lingua latina non esiste e in greco non è usata. È più attendibile la versione che ho appreso da un ebreo, quando l'ho interrogato in proposito. Mi disse che è un suono che non significa qualcosa, ma esprime una emozione della coscienza. I grammatici chiamano interiezione queste piccole parti del discorso che indicano un impulso dell'animo turbato, come quando si dice: ahi! da chi soffre e ohibò! da chi è adirato. Sono espressioni proprie di tutte le lingue e non agevolmente si traducono in un'altra lingua. Ed è certamente questo il motivo che ha spinto il traduttore, tanto greco che latino, a riportare il termine stesso, perché non trovava come tradurlo.

Tre colpe e tre imputazioni.

9. 24. Vi sono dunque delle gradazioni in questi peccati. Prima di tutto uno si adira e trattiene l'emozione formatasi all'interno. Se poi il turbamento stesso strapperà a chi è adirato un suono che non ha significato, ma attesta col prorompere stesso l'emozione dell'anima, in modo che con essa si offende colui contro cui si adira, il fatto è certamente più grave di quanto l'ira insorgente si cela nel silenzio. Se inoltre non solo si ode la voce di chi è sdegnato, ma anche la parola che indica e qualifica l'oltraggio a colui contro cui si proferisce, non v'è dubbio che è un po' di più che se si udisse soltanto l'espressione di sdegno. Dunque nel primo caso si ha un solo dato, cioè l'ira in sé; nel secondo due, cioè l'ira e il suono che indica l'ira; nel terzo tre, l'ira il suono che indica l'ira e nel suono stesso la dimostrazione di un deliberato oltraggio. Esamina ora anche le tre imputazioni: del processo, della condanna, della geenna di fuoco. Nel processo si dà ancora luogo alla difesa. Invece per quanto riguarda la condanna, sebbene sia anche processo, tuttavia l'averli distinti induce a rilevare che in questo passo differiscono per qualche aspetto. Sembra appunto che ad essa sia di spettanza l'emissione della sentenza. Difatti con essa non si discute con il colpevole stesso se è da condannare, ma coloro che lo giudicano s'intrattengono a trattare con quale pena è opportuno condannare chi evidentemente è da condannare. La geenna di fuoco poi non propone come incerta né la condanna come il processo, né la pena del condannato come la condanna; nella geenna sono certe la condanna e la pena del condannato. Si avvertono dunque alcune gradazioni nelle colpe e nella imputazione. Ma chi può esprimere in quali termini siano invisibilmente applicate le pene ai meriti delle anime? Si deve prestare attenzione alla differenza che si ha fra la virtù dei farisei e quella più grande che introduce nel regno dei cieli. Quindi, poiché è più grave uccidere che rivolgere un insulto con la parola, in quella l'omicidio rende meritevole di processo, in questa è l'ira che rende meritevole di processo, sebbene sia il più lieve dei tre peccati. In quella infatti gli uomini conducevano l'inchiesta discutendo fra di loro; in questa tutto è rimesso al giudizio divino, per il quale il destino dei condannati è la geenna di fuoco. Chi ha detto che con una pena più grave in una giustizia più grande è punito l'omicidio, se con la geenna di fuoco è punito l'insulto, induce a pensare che vi sono diversità di geenne.

Significati sottintesi.

9. 25. Senza dubbio in queste tre proposizioni si deve avvertire un sottinteso di parole. La prima proposizione infatti contiene tutte le parole necessarie per non sottintendere nulla. Chi si adira, dice, con un suo fratello senza motivo è meritevole di processo. Nella seconda invece, poiché afferma: Chi poi dirà al suo fratello racha, è sottinteso: senza motivo, e così si aggiunge: Sarà meritevole di condanna. Nella terza poi in cui dice: Chi poi gli avrà detto: imbecille 72, sono sottintesi due concetti: a un suo fratello e: senza motivo. Si giustifica quindi il fatto che l'Apostolo denomina stolti i Galati che tuttavia considera come fratelli, perché non lo fa senza motivo. Quindi in questo inciso si deve sottintendere fratello, perché del nemico si dice in seguito in qual modo anche egli deve esser trattato con una virtù più grande.

Dono all'altare e riconciliazione...

10. 26. Quindi continua: Se dunque offrirai il tuo dono all'altare e lì ti ricorderai che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti col tuo fratello e allora tornando offri il tuo dono 73. Dal testo evidentemente appare che in precedenza s'era parlato di un fratello, poiché la proposizione che segue si congiunge alla precedente con un collegamento tale che comprova la precedente. Non ha detto infatti: Se invece offrirai il tuo dono all'altare, ma ha detto: Se dunque offrirai il tuo dono all'altare. Se invero non è lecito adirarsi senza motivo col fratello o dirgli racha o imbecille, molto meno è lecito trattenere un qualche cosa nella coscienza, al punto che lo sdegno si volga in odio. Si riferisce a questo anche quel che si afferma in un altro passo: Il sole non tramonti sulla vostra collera 74. Ci si ordina dunque che se, mentre portiamo un dono all'altare, ci ricorderemo di avere qualche rancore contro un fratello, di lasciare il dono sull'altare, avviarci a far pace con lui e poi venire a offrire il dono. Se l'ingiunzione si prendesse alla lettera, si potrebbe forse pensare che è bene far così se il fratello è nelle vicinanze; difatti non si può procrastinare a lungo, dato che ti si ordina di lasciare il tuo dono davanti all'altare. Se quindi venisse in mente un tal pensiero su un assente e, il che può avvenire, su di uno residente al di là del mare, è assurdo pensare che si deve lasciare il dono davanti all'altare per offrirlo a Dio dopo avere attraversato terre e mari. Siamo quindi costretti a ricorrere a interpretazioni allegoriche, affinché questo pensiero possa essere inteso senza incorrere nel non senso.

...e interpretazione allegorica.

10. 27. Per altare quindi allegoricamente, nell'interiore tempio di Dio, possiamo intendere la fede stessa, di cui è simbolo l'altare visibile. Infatti qualunque dono offriamo a Dio, sia la spiegazione della Scrittura, o l'insegnamento, o l'orazione, o un inno, o un salmo, o un altro qualsiasi dei doni dello Spirito che si presentano alla coscienza, non gli può esser gradito se non è sorretto dalla sincerità della fede e posto, per così dire, sopra di lei stabilmente fisso, in modo che ciò che diciamo sia senza detrazioni e senza errori. Difatti molti eretici non avendo l'altare, cioè la vera fede, invece della lode han detto bestemmie perché, appesantiti dalle opinioni della terra, hanno gettato in terra, per così dire, il proprio atto di devozione. Però deve essere retta anche l'intenzione di chi offre. Avviene talora dunque che stiamo per offrire qualcuno di tali doni nel nostro cuore, cioè nell'interiore tempio di Dio, perché dice l'Apostolo: Il tempio di Dio è santo e siete voi 75 e: Nell'uomo interiore abita il Cristo mediante la fede nei vostri cuori 76. Allora se verrà in mente che un nostro fratello abbia qualcosa contro di noi, cioè, se l'abbiamo offeso in qualche modo, allora è lui che ce l'ha contro di noi; infatti noi ce l'abbiamo con lui, se egli ci ha offesi e allora non è il caso di andare a riconciliarci, perché non dovrai chiedere scusa a lui che ti ha recato offesa, ma soltanto rimetterai, come desideri che ti sia rimesso dal Signore quel che tu hai commesso. Si deve andare a riconciliarsi, quando ci verrà alla memoria che eventualmente noi abbiamo offeso il fratello e si deve andare non con i piedi del corpo ma con gli atteggiamenti della coscienza, affinché ti prostri con benevolenza al fratello, al quale con un pensiero affettuoso sei corso, mentre eri alla presenza di colui al quale dovrai offrire il dono. Così infatti, anche se è presente, lo potrai rabbonire con un sincero atto di coscienza e ricondurlo all'affabilità chiedendogli perdono, se prima l'hai chiesto a Dio, perché sei andato al fratello non con un tardo movimento del corpo, ma con un rapido sentimento di affetto. E ritornando, cioè richiamando il proposito all'atto che avevi cominciato a compiere, offrirai il tuo dono.

Superbia e povertà di spirito.

10. 28. D'altronde chi si comporta in modo da non adirarsi con un suo fratello senza motivo, o da non dirgli racha senza motivo, o da non chiamarlo imbecille senza motivo e non lo si avverte con molta superbia? Ovvero se eventualmente si è caduti in una di queste colpe, chi non chiede perdono con sentimento implorante, ed è l'unica riparazione, a meno che non si è gonfi dal soffio di una stupida presunzione? Beati dunque i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 77. Ma ormai vediamo quel che segue.

Le beatitudini dei mansueti e l'accordo con l'avversario (11, 29-32)

L'accordo con l'avversario.

11. 29. Mettiti presto d'accordo col tuo avversario, mentre sei per via con lui, affinché egli non ti consegni al giudice e il giudice all'inserviente e tu non venga gettato in carcere. In verità ti dico: non ne uscirai fino a che non paghi l'ultimo quattrino 78. Intendo chi è il giudice: Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio 79. Intendo chi è l'inserviente: Gli angeli lo servivano 80 e riteniamo per fede che verrà con gli angeli per giudicare i vivi e i morti 81. Comprendo che cosa è il carcere, cioè le pene delle tenebre che, in un altro passo, definisce del di fuori 82. Credo perciò che la gioia del premio divino sia all'interno nella intelligenza stessa o nella facoltà più intima che pensar si possa. Di questa gioia si dice al servo meritevole: Entra nella gioia del tuo Signore 83, allo stesso modo che nell'attuale ordinamento dello Stato chi viene chiuso in carcere è cacciato fuori dal tribunale o dal pretorio del giudice.

L'ultimo quattrino e l'eternità.

11. 30. L'inciso sul dover sborsare l'ultimo quattrino si può probabilmente interpretare che è stato espresso nel senso che nulla rimane senza punizione come comunemente parlando diciamo: fino in fondo, quando vogliamo indicare che qualcosa è talmente esigito che non si lascia nulla; oppure affinché col termine di ultimo quattrino siano simboleggiati i peccati della terra. La terra infatti è la quarta parte ed anche l'ultima delle sovrapposte componenti di questo mondo, sicché devi iniziare dal cielo, citi per seconda l'aria, terza l'acqua, quarta la terra. Quindi l'inciso: Fino a che non sborsi l'ultimo quattrino 84 si può convenientemente interpretare: fino a che non sconti i peccati della terra. E questo appunto anche l'uomo peccatore ha udito: Terra sei e nella terra tornerai 85. Mi meraviglierei se l'espressione: Fino a che non sborsi non significhi la pena che è definita eterna. Con che cosa sarà scontato quel debito in una condizione in cui ormai non si dà luogo a pentirsi e a vivere più onestamente? Forse in questo passo è stata usata l'espressione: Fino a che non sborsi come in un altro in cui è detto: Siedi alla mia destra fino a che io non ponga tutti i tuoi nemici sotto i tuoi piedi 86; infatti, quando i nemici saranno posti sotto i suoi piedi, quegli non cesserà di sedere alla destra. Così è della frase dell'Apostolo: Egli deve regnare fino a che non ponga tutti i suoi nemici sotto i propri piedi 87; infatti, quando vi saranno, non cesserà di regnare. Come dunque in quel passo viene segnalato che regnerà per sempre colui di cui è stato detto: Deve regnare fino a che non ponga i nemici sotto i piedi, così in quest'altro si può intendere che colui di cui è stato detto: Non ne uscirai fino a che non sborsi l'ultimo quattrino, non ne uscirà per sempre, poiché per sempre sborserà l'ultimo quattrino, mentre sconta le pene eterne dei peccati della terra. Non avrei detto questo affinché sembri che ho evitato una trattazione più attenta sul senso, con cui nella Sacra Scrittura si dicono eterne le pene dei peccati, sebbene in qualunque senso siano presentate, si devono piuttosto evitare che averne scienza.

Chi è l'avversario con cui riconciliarsi.

11. 31. Ma esaminiamo chi è l'avversario con il quale ci si ordina di essere subito compiacenti, mentre siamo con lui per via. O è il diavolo o l'uomo o la carne o Dio o un suo comandamento. Ma non veggo in che senso ci si ordini di essere compiacenti col diavolo, cioè concilianti e condiscendenti; infatti alcuni hanno tradotto il termine greco conciliante, altri condiscendente. Ma non ci si ordina di mostrare compiacenza al diavolo, perché dove c'è la compiacenza, c'è l'amicizia e nessuno direbbe che si deve far amicizia col diavolo. Poi non è ammissibile essere concilianti con lui, perché una volta per sempre rinunciando a lui, gli abbiamo dichiarato guerra e saremo premiati per averlo vinto e neanche è ammissibile essere condiscendenti con lui, perché se non fossimo mai stati condiscendenti, mai saremmo incorsi negli affanni della vita. Per quanto riguarda l'uomo, sebbene ci si comandi di avere con tutti la pace per quanto sta a noi 88, in cui è possibile riscontrare compiacenza, conciliazione e condiscendenza, non noto tuttavia come potrei spiegare che dall'uomo noi siamo consegnati al giudice, in cui ravviso Cristo giudice, al cui tribunale tutti si devono presentare, come dice l'Apostolo 89. Come dunque consegnerà al giudice chi egualmente al giudice sarà presentato? Ma se viene consegnato al giudice appunto perché ha offeso un uomo, sebbene non consegni chi è stato offeso, molto più coerentemente si deduce che dalla Legge stessa il reo viene consegnato perché contro di essa ha agito offendendo un uomo. Infatti se qualcuno ha fatto del male a un uomo uccidendolo, non ci sarà più l'occasione di riconciliarsi con lui, perché non è più con lui per via, cioè in questa vita. Tuttavia otterrà egualmente la guarigione pentendosi e ricorrendo con l'offerta di un cuore afflitto alla misericordia di colui che rimette a quelli che si riconciliano con lui e che gode maggiormente di chi si pente che di novantanove giusti 90. Molto meno distinguo in che senso ci si possa ordinare di essere compiacenti, riconcilianti e condiscendenti con la carne. I peccatori certamente amano la carne, si conciliano con essa e le accondiscendono; coloro invece che la assoggettano non le accondiscendono, ma le costringono ad accondiscendere ad essi.

Il magistero divino accolto dai mansueti.

11. 32. Forse dunque ci si ordina di essere condiscendenti con Dio, a lui compiacenti per riconciliarci con lui, dal quale ci siamo allontanati peccando, sicché può essere considerato nostro avversario. Infatti è giustamente considerato avversario di coloro ai quali resiste perché Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili 91 e: Inizio di ogni peccato è la superbia e inizio della superbia dell'uomo è apostatare da Dio 92; e l'Apostolo dice: Se infatti, pur essendo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figlio, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvi nella vita di lui 93. Dal passo si può comprendere che non v'è un essere cattivo nemico di Dio, poiché si riconciliano con lui quelli che gli sono stati nemici. Perciò chiunque in questa via, cioè in questa vita, non si sarà riconciliato con Dio mediante la morte del suo Figlio, sarà da lui consegnato al giudice, perché il Padre non giudica alcuno, ma ha consegnato ogni giudizio al Figlio 94. E così tengono dietro tutti gli altri concetti che sono stati espressi in questo verdetto, dei quali abbiamo già trattato. Ve n'è uno solo che si oppone a questo significato, cioè in quale senso si può ragionevolmente affermare che noi siamo per via con Dio, se in questo passo egli stesso deve essere considerato avversario dei cattivi e con lui ci si ordina di riconciliarci prontamente, salvo che, siccome egli è dovunque, anche noi, mentre siamo ancora per questa via, siamo evidentemente con lui. Infatti dice la Scrittura: Se salirò nei cieli, là tu sei; se scenderò negli inferi, eccoti; se userò le mie ali verso l'orizzonte e abiterò all'estremità del mare, anche là mi condurrà la tua mano e mi guiderà la tua destra 95. Forse non va a genio pensare che i cattivi siano con Dio, sebbene Dio è dovunque in atto, ma allo stesso modo non pensiamo che i ciechi siano nella luce, sebbene la luce affluisce ai loro occhi. Allora non resta altro che in questo passo per avversario intendiamo il comandamento di Dio. Che cosa infatti si oppone molto fortemente a coloro che vogliono peccare come il comandamento di Dio, cioè la sua Legge e la Sacra Scrittura? Essa infatti ci è stata data per questa vita, affinché sia con noi per via e non conviene essere in contrasto con essa affinché non ci consegni al giudice, ma conviene essere condiscendenti con essa. Nessuno sa infatti quando dovrà uscire da questa vita. È condiscendente con la Sacra Scrittura chi la legge o l'ascolta con deferenza perché le attribuisce la massima autorità. Perciò non odia quel che ha compreso, sebbene avverta che è in contrasto con i propri peccati, anzi ama maggiormente il proprio emendamento e gioisce che non si perdoni ai propri malanni fino a che non siano risanati. Se poi qualcosa a lui risulta oscuro o non vero, non susciti le controversie delle obiezioni, ma preghi per capire e ricordi che si deve devozione e rispetto a un'autorità così grande. Ma chi si comporta così se non colui che si appressa a dissigillare e prendere visione del testamento del Padre non con la minaccia di litigi, ma mite nella deferenza. Beati dunque i miti, perché essi avranno in eredità la terra 96. Esaminiamo quel che segue.

La beatitudine degli afflitti e fornicazione anche nello sguardo (12, 33-36)

L'intento di fornicare.

12. 33. Avete udito che è stato detto: Non fornicare, ma io vi dico che chi guarderà una donna per unirsi a lei, già ha fornicato con lei nel cuore 97. Dunque è virtù minore non fornicare con l'accoppiamento del corpo e quella maggiore del regno di Dio è non fornicare nel cuore. Perciò chi non commette fornicazione nel cuore molto più facilmente evita di commetterla nel corpo. Lo ha ratificato egli che l'ha comandato, perché non è venuto ad abrogare la Legge, ma a confermarla 98. Si deve evidentemente riflettere che non ha detto: chi si accoppierà con una donna ma: Chi guarderà una donna per unirsi con lei, cioè che la osserverà con l'intento e la coscienza di unirsi con lei; e questo non significa essere solleticato dalla istigazione della sensualità, ma acconsentire pienamente alla passione, sicché non si modera il disonesto impulso, ma se se ne darà l'occasione, viene soddisfatto.

Stimolo, compiacimento, consenso.

12. 34. Sono tre appunto i momenti, in cui si commette il peccato, con lo stimolo, il compiacimento e il consenso. Lo stimolo avviene sia attraverso la memoria o mediante i sensi, quando vediamo, udiamo, odoriamo, gustiamo o tocchiamo un determinato oggetto. E se il percepire l'oggetto produrrà compiacimento, il compiacimento illecito si deve inibire. Ad esempio, quando siamo in digiuno e alla vista dei cibi sorge la bramosia dell'organo del gusto ed essa si ha soltanto con il compiacimento, ma non vi acconsentiamo e lo reprimiamo con l'imperativo della ragione egemonica. Ma se è avvenuto il consenso, si avrà interamente il peccato, noto a Dio nel nostro cuore, anche se di fatto non si palesa agli uomini. Dunque si verificano così i tre momenti, quasi che lo stimolo provenga dal serpente, cioè da un movimento fisico scorrevole e svolgentesi, ossia posto nel tempo; giacché, anche se tali emozioni si svolgono all'interno nell'anima sono dal corpo attratte all'esterno. E se oltre i cinque sensi un qualche movimento occulto influisce sull'anima, anche esso è posto nel tempo ed è scorrevole. Perciò quanto più scorre di nascosto per raggiungere la coscienza, tanto più convenientemente è paragonato a un serpente. Questi tre momenti dunque, come avevo iniziato a dire, sono simili all'avvenimento che è riferito nella Genesi, nel senso che dal serpente si attuano lo stimolo e un determinato convincimento; nel desiderio sensuale, come in Eva, il compiacimento; nella coscienza, come in Adamo, il consenso 99. Compiuti questi tre atti, l'uomo viene espulso dal paradiso terrestre, cioè dalla beatificante luce della virtù alla morte; e molto giustamente. Infatti chi convince non costringe. E tutti gli esseri sono belli nel proprio ordine e nei rispettivi gradi; ma non si deve ripiegare da quelli in alto, in cui è stata costituita l'anima ragionevole, a quelli in basso. Nessuno è costretto a compiere una simile azione e perciò se la compie, viene punito da una giusta legge di Dio, perché non la commette contro la propria volontà. Tuttavia il compiacimento prima del consenso non v'è, o è tanto lieve che quasi non v'è ed acconsentirvi è un grande peccato perché è proibito. Se qualcuno acconsente, commette un peccato nella coscienza. Se invece giunge all'atto, può sembrare che l'impulso si plachi, ma in seguito, quando si ripete lo stimolo, si accende un compiacimento più vivo, che tuttavia è di molto inferiore a quello che con azioni assidue si traduce in abitudine. Ed è molto difficile superarla; però se uno non si trascura e non rifugge il buon combattimento cristiano, supererà anche una simile abitudine con la guida e l'aiuto di Dio. Così verso la pace e l'ordine di prima l'uomo si sottomette a Cristo, la donna all'uomo 100.

Tre modi di peccare: nella coscienza, atto, abitudine.

12. 35. Come dunque si giunge al peccato attraverso tre momenti, con lo stimolo, il compiacimento, il consenso, così tre sono le differenze del peccato, nella coscienza, nell'atto, nell'abitudine, quasi tre morti: una per così dire in casa, cioè quando si consente alla sensualità nella coscienza; l'altra messa in vista per così dire fuori della porta, quando il consenso si traduce nell'atto; la terza, quando dalla violenza della cattiva abitudine, come da un mucchio di terra, è oppressa l'anima intellettuale, già per così dire in putrefazione nel sepolcro. Chi legge il Vangelo sa che il Signore ha risuscitato questi tre tipi di morti. E forse riflette quale differenza abbia anche la voce di chi fa risorgere, poiché in un caso dice: Fanciulla, alzati 101; e in un altro: Giovinetto, dico a te, alzati 102; e nell'altro: Si commosse profondamente, pianse e di nuovo si commosse e quindi con grande voce gridò: Lazzaro, vieni fuori 103.

Ogni peccato è fornicazione.

12. 36. Perciò nel concetto di fornicazione considerata in questo brano è opportuno annoverare ogni soddisfazione viziosa e disonesta. Ripetutamente la Scrittura considera fornicazione l'idolatria, mentre l'apostolo Paolo con il concetto di idolatria definisce l'avarizia 104. Chi può dubitare quindi che ogni cattivo desiderio è fornicazione poiché l'anima, trascurata la legge superiore da cui è guidata, come una prostituta si avvilisce, a titolo di compenso, con l'osceno piacere delle cose abiette. Quindi l'individuo, il quale avverte che la soddisfazione carnale contrasta alla retta volontà mediante l'abitudine del peccato poiché, non essendo repressa, dalla sua violenza viene tratta in servitù, ricordi, per quanto gli è possibile, quale pace ha perduto ed esclami: Me sventurato, chi mi libererà dal corpo di questa morte? La grazia di Dio mediante Gesù Cristo nostro Signore 105. Così infatti, poiché si riconosce sventurato, piangendo implora l'aiuto del consolatore. E non è un trascurabile avvicinarsi alla felicità il riconoscimento della propria miseria, perciò: Beati quelli che piangono perché saranno consolati 106.

La beatitudine degli affamati e assetati della virtù egemone (13, 37 - 18, 54)

L'occhio che è scandalo.

13. 37. Quindi continua con le parole: Se poi il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; ti conviene infatti che vada perduto uno dei tuoi membri anziché tutto il tuo corpo vada nella geenna 107. Al caso si richiede un grande coraggio per recidere le membra. Qualunque significato abbia l'occhio, senza dubbio è una tal cosa che si ama ardentemente. Di solito da quelli che vogliono esprimere ardentemente il proprio affetto si dice: Lo amo come i miei occhi o anche più dei miei occhi. L'aggiunta del destro forse serve ad indicare il vigore dell'affetto. Sebbene infatti gli occhi siano volti insieme a guardare e se entrambi sono volti, hanno eguale influsso, tuttavia gli uomini temono maggiormente di perdere il destro. Così questo è il significato: Qualunque cosa tu ami da considerarla l'occhio destro, se ti è occasione di scandalo, ossia se ti è d'impedimento alla vera felicità, cavalo e gettalo via da te. Ti conviene infatti che vada perduto uno di questi oggetti che ami in modo che sono a te uniti come membra, anziché tutto il tuo corpo vada nella geenna.

Interpretazione dell'occhio e della mano.

13. 38. Continua a parlare della mano destra e di essa dice egualmente: Se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te; ti conviene infatti che vada perduto uno dei tuoi membri, anziché tutto il corpo vada nella geenna 108. Ci costringe perciò a esaminare più attentamente che cosa ha inteso dire per occhio. Sull'argomento non mi viene in mente qualche cosa di più appropriato se non che è un carissimo amico; infatti è esso di certo che possiamo rettamente considerare un membro che amiamo ardentemente; ed è anche consigliere perché è l'occhio che mostra il cammino; e perfino nelle cose di Dio perché è destro, affinché il sinistro sia pure un amato consigliere, ma nelle cose delle terra attinenti ai bisogni del corpo. Era superfluo parlare di esso come occasione di scandalo, dal momento che non si deve risparmiare neanche il destro. Nelle cose di Dio il consigliere è occasione di scandalo se col pretesto della religione e della dottrina tenta di indurre a qualche rovinosa eresia. Quindi anche la mano destra sia interpretata come un caro aiutante e collaboratore nelle opere che riguardano Dio. Infatti come nell'occhio s'intende la contemplazione, così nella mano giustamente l'azione in modo che la mano sinistra si ravvisi nelle opere che sono indispensabili a questa vita e al corpo.

Matrimonio e divorzio.

14. 39. È stato detto: Chi ripudierà la propria moglie le dia l'atto di ripudio 109. Questa giustizia minore è propria dei farisei e ad essa non è contrario ciò che dice il Signore: Io invece vi dico: chiunque rimanderà la propria moglie, eccetto il caso di convivenza, la espone all'adulterio e chi sposa una ripudiata dal marito commette adulterio 110. Infatti chi ha comandato di darle l'atto di ripudio, non ha comandato che la moglie sia ripudiata, ma ingiunge: Chi la ripudierà le dia l'atto di ripudio affinché la preoccupazione dell'atto frenasse lo sdegno ingiustificato di chi ripudia. Chi dunque ha imposto una dilazione ha indicato, per quanto gli è stato possibile, a uomini duri che non voleva la rottura. E quindi il Signore stesso in un'altra circostanza, interrogato in proposito rispose così: Mosè l'ha disposto per la durezza del vostro cuore 111. Sebbene infatti fosse un duro colui che voleva ripudiare la moglie, si sarebbe facilmente messo in pace pensando che con la consegna dell'atto di divorzio ormai senza danno essa poteva sposarsi con un altro. Quindi il Signore, per confermare che non ripudi la moglie con disinvoltura, ha accettato il solo caso della convivenza e ingiunge che tutte le altre difficoltà, se eventualmente vi fossero, siano tollerate con coraggio per la fedeltà coniugale e per la castità; afferma inoltre che è un adultero chi sposasse una donna divorziata dal marito. Paolo ha mostrato il limite di questo obbligo, perché dice che si deve rispettare fino a quando vive il marito di lei e dopo la sua morte le consente di sposarsi 112. Anche egli ha tenuto presente questa norma, e in essa non un proprio criterio, come in alcuni avvertimenti, ma ha indicato l'ordinamento della prescrizione del Signore, quando dice: Agli sposati ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito e se si è separata, rimanga senza sposarsi o si riconcili con suo marito; e il marito non ripudi la moglie 113. Penso che con tale norma il marito, se l'ha ripudiata, non deve sposarne un'altra, ma riconciliarsi con la moglie. Può avvenire che rimandi la moglie nel caso di convivenza che il Signore ha inteso escludere. Ora se a lei non è consentito di sposarsi, se è vivo il marito da cui si è separata, né a lui di sposarne un'altra, se è viva la moglie che ha rimandato, molto meno è consentito di commettere peccaminose violenze carnali con qualsiasi donna. Più fortunati si devono considerare quei matrimoni i quali, sia dopo aver messo al mondo i figli, sia anche per il rifiuto della prole, abbiano potuto con reciproco consenso osservare la continenza. Infatti questo non avviene contro il comandamento con cui il Signore vieta di ripudiare la moglie, perché non la ripudia chi convive con lei non secondo la carne, ma secondo lo spirito. D'altra parte si osserva quel consiglio, di cui l'Apostolo dice: Per il resto coloro che hanno moglie vivano come se non l'avessero 114.

Odio e amore nel tempo.

15. 40. Di solito turba di più la coscienza degli ingenui, che tuttavia già bramano di vivere secondo i comandamenti di Cristo, ciò che il Signore stesso dice in un altro passo: Chi viene a me e non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria anima non può essere mio discepolo 115. Per i meno intelligenti può sembrare contraddittorio che in un passo proibisce di rimandare la moglie, eccetto il caso di fornicazione, in un altro nega che può essere suo discepolo chi non odierà la moglie. Che se lo dicesse per l'accoppiamento non porrebbe sullo stesso piano padre e madre e fratelli. Ma è molto vero che il regno dei cieli è oggetto di forza e coloro che usano la forza lo conseguono 116. Di questa forza si ha bisogno perché l'uomo ami i nemici e odi padre madre moglie figli e fratelli. Infatti l'uno e l'altro adempimento ingiunge colui che ci invita al regno dei cieli. Ed è facile comprendere col suo insegnamento che queste disposizioni non sono contraddittorie, ma una volta comprese, è difficile metterle in pratica, sebbene anche in questo caso col suo aiuto è facile. Invero il regno eterno, al quale si è degnato di chiamare i suoi discepoli, che dichiara anche fratelli 117, non ha tali soggezioni al tempo. Infatti non v'è Giudeo, né Greco, né maschio, né femmina, né schiavo, né libero, ma Cristo è tutto in tutti 118. E il Signore stesso dice: Alla risurrezione non prenderanno né marito né moglie, ma saranno come gli angeli in cielo 119. È necessario dunque che chi vorrà già fin d'ora riflettere sulla vita di quel regno, odi non gli uomini ma queste soggezioni al tempo, con cui si sostenta questa vita fluente che trascorre col nascere e col morire. Chi non odia questo stato non ama ancora quella vita, in cui non si avrà il condizionamento del nascere e morire che stringe i rapporti matrimoniali.

Amore e odio nell'eternità.

15. 41. Faccio l'ipotesi d'interrogare un buon cristiano, che ha comunque la moglie e con essa mette ancora figli al mondo, se la vuole avere con sé come moglie nel regno di Dio. Memore certamente delle promesse di Dio e di quella vita, in cui questo essere soggetto al divenire assumerà l'immunità dal divenire e questo essere soggetto alla morte assumerà l'immunità dalla morte 120, già attratto da un grande o per lo meno da un certo amore per quella vita, con orrore risponderà che non lo vuole assolutamente. Se di nuovo lo interrogassi se dopo la risurrezione vuole che la moglie viva con lui nella conseguita immunità dal divenire propria degli angeli, promessa ai santi, risponderà che lo vuole ardentemente come non voleva l'altro. Così si riscontra che il buon cristiano ama nella donna la creatura di Dio e desidera che lei sia restituita all'essenza pura e a una nuova esistenza, ma odia il congiungimento e l'accoppiamento soggetti al divenire e al morire, ossia ama in lei che è una creatura umana, odia che è moglie. Così ama anche il nemico, non in quanto è nemico, ma in quanto è uomo, sicché desidera che a lui pervenga la condizione che desidera per sé, ossia che restituito al bene e alla nuova esistenza giunga nel regno dei cieli. Questo si deve intendere anche del padre, della madre e degli altri vincoli del sangue 121, sicché in essi odiamo quel che il genere umano ha ottenuto con la nascita e la morte e amiamo ciò che con noi può essere condotto in quel regno, perché in esso nessuno dice: Padre mio, ma tutti all'unico Dio: Padre nostro 122; non: Madre mia, ma tutti alla Gerusalemme del regno: Madre nostra 123; né: Fratello mio, ma tutti per tutti: Fratello nostro 124. L'unione poi per noi, raccolti assieme a lui nell'unità, sarà come di un solo coniuge 125, perché ci ha liberato dalla prostituzione di questo mondo con l'effusione del proprio sangue. È necessario dunque che il discepolo di Cristo odi i beni che passano in coloro che desidera vengano con lui ai beni che rimarranno per sempre e tanto più li odi in loro quanto più li ama.

Vario rapporto con la moglie.

15. 42. Dunque il cristiano può vivere in concordia con la moglie, sia per ottenere la placazione del senso, e questo, come dice l'Apostolo, per condiscendenza non per obbligo 126; sia per ottenere la procreazione dei figli, e questo in certo senso può esser lodevole; sia per avere un vincolo fraterno senza accoppiamento, avendo la moglie come se non l'avesse 127, e questo nel matrimonio dei Cristiani è uso assai dignitoso e nobile, purché odi in lei il pretesto del bisogno nel tempo e ami la speranza della felicità nell'eternità. Infatti odiamo senza dubbio ciò che desideriamo che alfine non sia più, come la vita stessa del mondo attuale che se non odiassimo perché nel tempo, non desidereremmo la futura che non è soggetta al tempo. Per una tal vita è stata creata l'anima, di cui è stato detto: Chi inoltre non odierà la propria anima non può essere mio discepolo 128. A questa vita è indispensabile questo cibo, che si altera, di cui il Signore stesso dice: Forse che l'anima non vale più del cibo 129, cioè questa vita a cui è indispensabile il cibo. E quando dice che dà la propria anima per le sue pecore 130, parla certamente di questa vita, perché dichiara che dovrà morire per noi.

Parità di diritti fra coniugi.

16. 43. Sorge qui un altro problema. Poiché il Signore permette di ripudiare la moglie nel caso di fornicazione, ci si chiede in qual senso in questo brano si deve intendere la fornicazione: se nel senso in cui tutti la intendono, sicché ammettiamo che è indicata la fornicazione che si commette negli atti libidinosi, ovvero nel senso in cui la Scrittura, come è stato detto poco fa, di solito denomina fornicazione ogni dissoluzione immorale, come è l'idolatria o l'avarizia e da ciò ogni trasgressione della Legge a causa d'un illecito desiderio. Ma consultiamo l'Apostolo per non dire qualcosa senza criterio. Egli dice: A coloro che sono uniti in matrimonio comando, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito e se si è separata, che rimanga senza sposarsi o si riconcili col marito 131. Può avvenire che si separi per un motivo che il Signore ha permesso. Ovvero se alla donna è consentito rimandare il marito anche senza il motivo della fornicazione e non è consentito al marito, che cosa risponderemo su quel che ha detto di seguito: E il marito non rimandi la moglie 132? Perché non ha aggiunto: Eccetto il caso di fornicazione, dato che il Signore l'ha permesso? Evidentemente perché vuole che s'intenda la medesima formula, cioè che se l'ha rimandata, che è permesso nel caso di fornicazione, rimanga senza moglie o si riconcili con lei. Infatti non contro l'onestà si sarebbe riconciliato il marito con quella donna alla quale, poiché nessuno osò lapidarla, il Signore disse: Va' e non peccar più 133. Infatti anche chi dice: Non è lecito rimandare la moglie, salvo il caso di fornicazione, obbliga a ritenerla, se non v'è il motivo della fornicazione; se vi fosse, non obbliga a rimandarla, ma lo permette. Allo stesso modo si dice: Non è lecito alla donna sposare un altro se non dopo la morte del marito; se si sposasse prima della morte di lui, è colpevole; se invece dopo la morte del marito non si sposasse, non è colpevole perché non le è stato obbligato di sposare, ma permesso 134. Se dunque è uguale la formula in questo aspetto giuridico del matrimonio tra il marito e la moglie al punto che non solo della donna il medesimo Apostolo ha detto: La donna non ha il potere del suo corpo, ma l'uomo; ma anche di lui non ha taciuto dicendo: Egualmente anche l'uomo non ha il potere del suo corpo, ma la donna 135; se dunque identica è la formula, non si deve pensare che è lecito alla donna di rimandare il marito, salvo il caso di fornicazione, come non è lecito al marito.

Concessione di Paolo sul coniuge pagano...

16. 44. Si deve esaminare quindi in qual senso dobbiamo intendere la fornicazione e consultare, come avevamo incominciato, l'Apostolo. Egli continua e dice: Agli altri dico io, non il Signore 136. In questo passo prima si deve considerare chi sono gli altri; precedentemente dalla prospettiva del Signore parlava a coloro che sono nel vincolo coniugale; ora invece dalla propria prospettiva agli altri; dunque qui forse a coloro che non sono nel vincolo coniugale, ma non è questo il seguito. Infatti soggiunge: Se un cristiano ha la moglie pagana ed essa consente di abitare con lui, non la rimandi. Dunque anche qui parla di coloro che sono nel vincolo coniugale. Che significa dunque la sua espressione Agli altri? Evidentemente perché prima parlava a coloro che sono così uniti da essere l'uno e l'altra nella fede di Cristo; ora invece parla agli altri, cioè a coloro che sono così uniti senza essere l'uno e l'altra cristiani. Ma che dice ad essi? Se un cristiano ha la moglie pagana ed essa è d'accordo di stare con lui, non la rimandi; e se una donna ha il marito infedele ed egli è d'accordo di stare con lei, non rimandi il marito 137. Se dunque non obbliga dalla prospettiva del Signore, ma consiglia dalla propria prospettiva, anche questo è bene, sicché chi si comportasse diversamente non è violatore di un obbligo. Anche sulle vergini poco dopo dice che non ha un comando del Signore, ma che dà un consiglio e loda in tal modo la verginità da attrarre colei che volesse, ma non in modo che se non adempisse, si giudichi che ha trasgredito un comando 138. Sono cose diverse ciò che si comanda, ciò che si consiglia e ciò che si scusa. La donna è obbligata a non separarsi dal marito e se si è separata, a rimanere senza sposarsi o a riconciliarsi col marito, quindi non è consentito agire diversamente. Invece il cristiano è consigliato, se ha la moglie pagana che è d'accordo di stare con lui, di non rimandarla, quindi è consentito di rimandarla perché non v'è il comando del Signore di non rimandarla, ma il consiglio dell'Apostolo. Allo stesso modo si consiglia alla giovinetta di non sposarsi, ma se si sposerà, non osserverà il consiglio, ma non agirà contro un obbligo. Infine si permette, quando si dice: Vi dico questo per comprensione e non per comando 139. Perciò se è consentito rimandare il coniuge infedele, sebbene sia meglio non rimandarlo e tuttavia non è consentito secondo il comando del Signore di rimandare il coniuge, se non nel caso di fornicazione, anche la mancanza di fede è fornicazione.

...perché si redimono a vicenda.

16. 45. Ma che dici tu, o Apostolo? Evidentemente che il cristiano non rimandi la moglie pagana che è d'accordo di stare con lui. Sì, afferma. Poiché dunque anche il Signore comanda che il marito non rimandi la moglie, salvo il caso di fornicazione, perché in questo caso dici: Lo dico io, non il Signore 140? Evidentemente perché l'idolatria praticata dai pagani e qualsiasi dannosa credenza è fornicazione. Il Signore ha permesso, nel caso di fornicazione, che la moglie fosse ripudiata, ma poiché ha permesso non obbligato, ha dato modo all'Apostolo di consigliare che chi volesse non ripudi la moglie pagana, perché così eventualmente potrebbe divenire cristiana. Dice: Infatti il marito pagano viene reso alla grazia nella moglie e la moglie pagana nel marito cristiano 141. Come penso, era già avvenuto che alcune donne giungevano alla fede attraverso i mariti cristiani e i mariti attraverso le mogli cristiane; e quantunque senza far nomi, ha esortato con gli esempi a consolidare il proprio consiglio. Poi continua: Diversamente i vostri figli sarebbero impuri, invece ora sono resi alla grazia 142. Vi erano già infatti dei fanciulli cristiani che erano stati resi alla grazia o col sostegno di uno dei genitori o col consenso di entrambi. E questo non sarebbe avvenuto se da colui che credeva fosse sciolto il matrimonio e non fosse sopportata la mancanza di fede nel coniuge fino al momento favorevole del credere. Tale è il consiglio di colui al quale, come credo, fu detto: Se spenderai di più, al mio ritorno te lo restituirò 143.

Analogia del concetto di fornicazione.

16. 46. Quindi se la mancanza di fede è fornicazione e se l'idolatria è mancanza di fede e l'avarizia idolatria, non si deve dubitare che l'avarizia è fornicazione. Chi dunque può ormai con criterio distinguere ogni illecito desiderio dal concetto generale di fornicazione se l'avarizia è fornicazione? Se ne deduce che a causa degli illeciti desideri, non solo quelli che con atti libidinosi si commettono con i mariti e le mogli degli altri, ma assolutamente a causa dei desideri di qualunque specie i quali distolgono dalla legge di Dio l'anima che usa male del corpo e la danneggiano con rovina e disonore, senza colpa può il marito rimandare la moglie e la moglie il marito perché il Signore eccepisce il caso della fornicazione. Siamo costretti appunto a intendere, come è stato discusso precedentemente, la fornicazione con significato generico e universale.

Parità di doveri fra uomo e donna.

16. 47. Quando ha detto: Eccetto il caso di fornicazione, non ha indicato di chi di loro, dell'uomo o della donna. Infatti non si concede di ripudiare soltanto la moglie colpevole di fornicazione, ma anche chiunque rimanda la moglie, da cui egli stesso è costretto a fornicare, certamente la rimanda per motivo di fornicazione. Poniamo l'esempio d'una moglie che costringe il marito a sacrificare agli idoli. Chi ripudia una tal donna, la ripudia per motivo di fornicazione, non solo di lei, ma anche proprio, di lei perché colpevole di fornicazione, proprio per non fornicare. Nulla v'è infatti di più ingiustificato che per motivo di fornicazione ripudiare la moglie, se si dimostra che anche egli ha commesso fornicazione. Sovviene quel passo: Per il fatto che tu giudichi l'altro condanni te stesso, perché commetti le medesime colpe che giudichi 144. Perciò chiunque per motivo di fornicazione vuole ripudiare la moglie, deve prima essere immune dalla fornicazione; lo devo dire anche per la donna.

Alcune ipotesi sul rapporto coniugale.

16. 48. Sull'inciso: Chi sposa una ripudiata dal marito commette adulterio 145 si può discutere se commette allo stesso modo adulterio colui che la sposa e colei che egli sposa. Infatti lei è obbligata a rimanere senza sposarsi o a riconciliarsi, ma se si fosse separata dal marito, dice l'Apostolo 146. È molto diverso il caso se ripudia o se è ripudiata. Se infatti lei ha ripudiato il marito e sposato un altro, è evidente che ha abbandonato il primo marito nel desiderio di cambiare matrimonio e questa è senza dubbio una risoluzione da adultera. Se invece viene ripudiata dal marito, con cui desiderava rimanere, secondo l'insegnamento del Signore commette adulterio chi la sposerà, ma è incerto se anche lei è coinvolta in tale colpa. Tuttavia molto meno si può determinare in quale modo, quando uomo e donna si uniscono con uniforme consenso, uno di essi sia adultero e l'altro no. A questo si aggiunge che, se commette adulterio egli sposando una donna che è separata dal marito, sebbene non ha ripudiato lei ma è stata ripudiata, essa gli fa commettere adulterio, fatto che egualmente il Signore vieta. Se ne deduce che, tanto se è rimandata come se ha rimandato, è necessario che rimanga senza sposarsi o che si riconcili col marito.

Ipotesi sul permesso della moglie.

16. 49. Si pone anche il problema se il marito, nel caso che col permesso della moglie, o sterile o che non vuole subire l'accoppiamento, ricorresse a un'altra, non sposata né separata dal marito, possa essere senza la colpa del concubinaggio. Se ne ha un esempio nella narrazione dell'Antico Testamento 147. Però attualmente gli obblighi sono più alti e ad essi l'umanità è giunta attraverso quel cammino. Si devono quindi tener presenti per distinguere le tappe dell'economia della divina Provvidenza, che è venuta incontro al genere umano con ordine sovrano e non per arrogarsi delle norme di vita. Tuttavia formuliamo l'ipotesi che la norma dell'Apostolo che, cioè, la donna non ha potere sul suo corpo, ma l'uomo ed egualmente che l'uomo non ha potere sul suo corpo, ma la donna 148, si possa applicare al punto che, col permesso della moglie, che ha potere sul corpo del marito, l'uomo possa accoppiarsi con una donna, che non sia né moglie né separata dal marito. Però non si deve supporre che anche la donna lo possa fare col permesso del marito, perché lo esclude il buon senso di tutti.

Un caso singolare di adulterio.

16. 50. Tuttavia possono darsi alcuni motivi per cui sia plausibile che anche la moglie, col consenso del marito, lo possa fare, come si narra che sia avvenuto ad Antiochia una cinquantina di anni addietro ai tempi di Costanzo. Acindino allora prefetto, che poi fu anche console, mentre sollecitava un tale debitore di una libbra d'oro al fisco, per non saprei qual motivo, si adirò. E questo in tali alte magistrature è pericoloso perché ad essi ciò che va a genio è lecito, o meglio si presume che sia lecito. Lo minacciò giurando e affermando energicamente che se a un determinato giorno, che aveva stabilito, non versava l'oro in parola, sarebbe stato ucciso. Mentre dunque quegli era tenuto in un brutale stato di arresto e non poteva liberarsi da quel debito, cominciò a sovrastare e ad avvicinarsi il giorno tanto temuto. Aveva per caso una moglie bellissima, ma non aveva denaro per venire in aiuto al marito. Essendosi un ricco invaghito della bellezza di quella donna e avendo saputo che il marito di lei si trovava in quel frangente, mandò da lei promettendo di dare la libbra per una notte, se voleva unirsi coniugalmente a lui. Essa allora sapendo che non aveva lei il potere sul proprio corpo, ma il marito, riferì a lui, dicendo di esser pronta a farlo per il marito, se egli, signore del corpo coniugale, a cui era dovuta l'intera castità di esso, voleva che ciò avvenisse come di una cosa propria per la propria vita. Egli ringraziò e la autorizzò a farlo non giudicando affatto che quello fosse un accoppiamento da adultera, perché non v'era libidine e lo richiedeva una grande carità per il marito col suo consenso e volere. La donna andò nella casa di campagna di quel ricco, fece quello che volle quello spudorato; ma lei diede il suo corpo soltanto per il marito che non voleva accoppiarsi, come di solito, ma sopravvivere. Lei prese l'oro, ma colui che glielo aveva dato con l'inganno sottrasse quel che aveva dato e sostituì un involto simile con la terra. Appena la donna, giunta in casa sua, se ne accorse, uscì con impeto sulla pubblica strada per gridare quel che aveva fatto per amore del marito e che per questo era stata costretta a farlo. Si reca dal prefetto, confessa tutto ed espone la frode che ha dovuto subire. Allora il prefetto, riconosciutosi colpevole, perché con le sue minacce si era giunti a quel punto, ingiunse, come se pronunziasse la sentenza contro un altro, che si versasse la libbra d'oro al fisco dai beni di Acindino e quella donna fosse accompagnata come padrona in quel terreno, da cui aveva avuto la terra invece dell'oro. Del fatto non discuto in un qualche senso. Sia consentito a ciascuno di giudicare come vuole, poiché il fatto non è stato derivato dai libri ispirati. Tuttavia alla narrazione del fatto l'umano sentimento non riprova quel che, col consenso del marito, è stato compiuto in quella donna come l'abbiamo biasimato precedentemente quando si trattava l'argomento senza quell'esempio. Ma in questo brano del Vangelo niente si deve considerare più attentamente del gran male che è nella fornicazione al punto che, sebbene i matrimoni siano resi indissolubili da un vincolo così forte, è stato eccepito soltanto questo motivo dello scioglimento. L'argomento della fornicazione ha così fine.

Riserve sul giuramento...

17. 51. Gesù continua: Avete inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempirai col Signore il tuo giuramento. Io invece vi dico di non giurare affatto, né per il cielo perché è il trono di Dio, né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme perché è la città del gran re. Non giurare neanche per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro discorso: sì, sì, no, no; il di più è dal male 149. La virtù dei Farisei consiste nel non spergiurare. La conferma chi proibisce di giurare perché questo appartiene alla virtù del regno dei cieli. Come infatti non può dire il falso chi non parla, così non può spergiurare chi non giura. Però poiché giura chi invoca Dio come testimonio, si deve attentamente esaminare questo brano affinché non sembri che l'Apostolo ha agito contro il comandamento del Signore, poiché ha frequentemente giurato in questo senso, quando dice: In ciò che vi scrivo io attesto davanti a Dio che non mentisco 150; e ancora: Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo che è benedetto nei secoli sa che non mentisco 151. È simile anche questo pensiero: Dio, al quale rendo culto nel mio spirito col Vangelo del suo Figlio, mi è testimone in qual modo nelle mie preghiere mi ricordo sempre di voi 152. Qualcuno potrebbe eccepire che si ha il giuramento quando si afferma che è vero l'essere per cui si giura, sicché Paolo non ha giurato perché non ha detto: Com'è vero Dio, ma ha detto: Dio mi è testimone. È ridicolo pensarlo. Tuttavia a causa degli ostinati e degli ottusi, affinché qualcuno non pensi che vi sia differenza, sappia che anche in questo modo ha giurato l'Apostolo nel dire: Ogni giorno io affronto la morte come è vero che voi siete il mio vanto 153. Non si pensi che la frase significhi: Il vostro vanto mi fa affrontare ogni giorno la morte, come in quest'altra frase: Mediante il suo insegnamento è stato istruito, cioè mediante il suo insegnamento si è ottenuto che fosse perfettamente istruito. Il testo greco discrimina, perché in esso è scritto: , modo di dire che si proferisce soltanto da chi giura. Per questo dunque si capisce che il Signore ha ingiunto di non giurare, affinché l'uomo non ricorra al giuramento come a un'azione buona e con l'abitudine di giurare non incorra nello spergiuro. Perciò chi capisce che il giuramento si deve usare non nelle buone azioni ma in casi di necessità, si freni, per quanto gli è possibile, per usarlo soltanto per bisogno, quando avverte che gli individui sono renitenti a credere una verità, che è loro utile credere, se non viene confermata col giuramento. Attiene a questo il pensiero: Sia il vostro discorso: sì sì, no no. Questo è un bene e da conseguire. Il di più è dal male 154, cioè se sei costretto a giurare, sappi che proviene dalla debolezza di coloro ai quali inculchi qualche verità. E questa debolezza è certamente un male, dal quale ogni giorno invochiamo di essere liberati, quando diciamo: Liberaci dal male 155. Perciò non ha detto: il di più è un male; tu infatti non commetti un'azione malvagia perché usi bene del giuramento il quale, sebbene non buono, è tuttavia indispensabile per convincere l'altro di ciò che inculchi utilmente, ma esso proviene dal male di colui, dalla cui debolezza sei costretto a giurare. Ma soltanto chi lo ha sperimentato sa quanto sia difficile reprimere l'abitudine di giurare e di non compiere mai sconsideratamente un atto che talora la necessità costringe a compiere.

...perché impegna sempre l'essere divino.

17. 52. Poi si può esaminare perché dopo la frase: Io vi dico di non giurare è stato aggiunto: Né per il cielo perché è il trono di Dio e il resto fino alle parole: Né per la tua testa 156. Credo per il fatto che i Giudei non ritenevano di doversi attenere al giuramento, se avevano giurato per quei motivi. E poiché avevano udito dalla Scrittura: Manterrai al Signore il tuo giuramento 157, pensavano di non dover mantenere al Signore il giuramento, se giuravano per il cielo o la terra, o per Gerusalemme o la propria testa. Questo avveniva non per omissione di chi comandava, ma perché essi interpretavano male. Quindi il Signore insegna che nelle creature di Dio non v'è essere così vile che qualcuno presuma di spergiurare per esso, poiché dai più grandi ai più piccoli sono retti dalla divina Provvidenza, iniziando dal trono di Dio fino al capello bianco o nero. Dice: Né per il cielo perché è il trono di Dio, né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi 158, cioè quando giuri per il cielo o per la terra, non supporre di non dovere al Signore il tuo giuramento perché sei indotto a giurare com'è vero lui, in quanto il cielo è il suo trono 159 e la terra il suo sgabello. Né per Gerusalemme perché è la città del gran re 160; è meglio che se dicesse: mia, sebbene è evidente che l'ha detto. E poiché egli ne è il Signore, deve il giuramento al Signore chi giura per Gerusalemme. E non giurare neanche per la tua testa 161. Che cosa un uomo poteva considerare che appartenesse di più a sé che la propria testa? Ma in che modo è nostra, se non abbiamo il potere di rendere in essa un capello bianco o nero? Quindi deve il giuramento a Dio, che misteriosamente regge il tutto ed è dovunque presente, chiunque vorrà giurare anche com'è vera la propria testa. Da qui si intendono anche gli altri modi che certamente non tutti si potevano allegare, ad esempio quello che abbiamo riferito come enunziato dall'Apostolo: Ogni giorno affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto. E per dimostrare che doveva al Signore tale giuramento, aggiunse: Che ho in Cristo Gesù 162.

Implicazione di cielo e terra.

17. 53. Tuttavia a motivo dei materialisti affermo: Non si deve interpretare la frase che il cielo è il trono di Dio e la terra lo sgabello dei suoi piedi nel senso che Dio ha disposte le membra in cielo e in terra nella posa con cui noi sediamo, ma quella disposizione significa il giudizio. E poiché in tutto il complesso del mondo il cielo ha la più grande leggiadria e la più piccola la terra, come se la divina potenza sia più presente alla splendida bellezza e ordini quella inferiore nelle parti più lontane e più basse, si dice che siede nel cielo e che calca la terra. In senso spirituale il concetto di cielo indica le anime elette e quello di terra le peccatrici. E poiché l'uomo spirituale giudica tutte le cose e non è giudicato da nessuno 163, giustamente è considerato trono di Dio. Il peccatore invece, a cui fu detto: Sei terra e alla terra tornerai 164, poiché mediante la giustizia, che retribuisce secondo i meriti, è disposto in basso e, poiché egli che non è voluto rimanere nella legge, è punito dalla legge, convenientemente è considerato sgabello dei piedi di Dio.

Superamento del male nella fame e sete della virtù.

18. 54. Ma ormai per concludere anche questo argomento importante, che cosa di più travagliato e impegnativo si può dire o pensare, quando una coscienza devota pone in atto tutte le energie della propria attività, che superare un'abitudine viziosa? Tagli le membra che ostacolano il regno dei cieli e non sia fiaccata dal dolore. Sopporti nella fedeltà coniugale tutte le difficoltà che, sebbene assai moleste, tuttavia non comportano il reato di un disonesto pervertimento, cioè della fornicazione. Ad esempio se uno avesse una moglie sterile o deforme nel corpo o debole di membra, cieca o sorda o zoppa o con qualche altra imperfezione, o affranta da malattie, dolori, depressioni e qualsiasi cosa di veramente raccapricciante si possa pensare, eccettuata la fornicazione, lo sopporti per la fede e per l'umana convivenza. E non solo non ripudi una tale moglie, ma anche se non l'avesse, non sposi una separata dal marito e bella sana ricca e prolifica. E se non è lecito compiere queste azioni, molto meno si ritenga che gli sia consentito di attuare un altro qualsiasi illecito accoppiamento e fugga la fornicazione per trarsi da ogni indecoroso pervertimento. Dica il vero e non lo confermi con i frequenti giuramenti, ma con la onestà del costume. Accorrendo alla rocca del combattimento cristiano, come da un luogo più alto abbatta le innumerevoli schiere, a sé ribelli, di tutte le cattive abitudini, di cui poche sono state elencate affinché tutte fossero conosciute. Ma chi osa intraprendere tante fatiche se non chi arde in tale modo dell'amore alla virtù che, fortemente infiammato come da fame e sete e ritenendo insignificante la vita finché di essa non si sazia, compie ogni sforzo verso il regno dei cieli? Infatti, nel troncare nettamente le abitudini, non potrà essere forte in altro modo per affrontare tutti gli impegni che gli amatori di questo mondo considerano penosi, affannosi e del tutto difficili. Beati dunque quelli che hanno sete e fame della virtù perché saranno saziati. 165.

La beatitudine dei misericordiosi e l'amore al prossimo (18, 55 - 23, 80)

Confronto fra mite e misericordioso.

18. 55. Tuttavia in queste tribolazioni, quando un uomo incontra difficoltà, continuando il cammino per sentieri scabrosi e inagibili, aggredito da vari assalti e vedendo che da una parte e dall'altra si ergono gli ammassi della vita passata teme di poter continuare le opere intraprese, abbranchi il consiglio per meritare l'aiuto. E che cos'è altro il consiglio se non sopportare la debolezza degli altri e soccorrerla, quanto è possibile, perché desidera che alla propria si venga in aiuto da Dio. Quindi di conseguenza esaminiamo le opere di misericordia. Il mite e il misericordioso sembrano la medesima cosa, ma v'è questa differenza. Il mite, di cui abbiamo trattato precedentemente, non contesta le massime divine, proferite contro i suoi peccati, e le parole di Dio che ancora non comprende. Però non fa del bene a colui che non contesta e a cui non si oppone; il misericordioso invece non si oppone in modo che fa qualcosa per la correzione di colui che con l'opposizione renderebbe peggiore.

Generosità e condiscendenza.

19. 56. Dunque il Signore continua con le parole: Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lasciagli anche il mantello; e se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da' a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle 166. La minore virtù dei Farisei consiste nel non eccedere nella vendetta la misura affinché non renda in contraccambio più di quel che ha ricevuto; e questo è già un gran passo. Non è facile trovare chi, ricevuto un pugno, si limiti a restituirlo; e udita da uno che oltraggia una sola parola, si contenti di ricambiarla e tale che significhi la medesima cosa; ma si vendica più sfrenatamente o perché sconvolto dall'ira o perché ritiene che chi ha oltraggiato per primo sia oltraggiato più gravemente di come è stato oltraggiato colui che non lo aveva oltraggiato. La Legge in cui era scritto: Occhio per occhio e dente per dente 167 frenò in gran parte tale modo di pensare. Con questi termini è indicata la misura, sicché la vendetta non superi l'oltraggio. Ed è il cominciamento della pace, ma è perfetta pace non volere affatto la vendetta.

Gradi fino alla misericordia.

19. 57. Dunque fra quel comportamento, che è contro la Legge, di rendere un male maggiore per uno minore e fra questo, che il Signore indica per istruire i discepoli, di non rendere male per male, tiene una via di mezzo che si renda quanto si è avuto. Così attraverso questo comportamento è avvenuto, in riferimento alla diversità dei tempi, il passaggio dalla somma discordia alla somma concordia. Rifletti dunque quanto differisca chi per primo fa del male nell'intento di offendere e danneggiare da chi non ricambia, anche se offeso. Chi invece non ha fatto del male per primo, ma offeso ricambia più gravemente o di proposito o di fatto, si è allontanato un po' dalla somma iniquità e si è avvicinato alla somma virtù, ma ancora non osserva ciò che ha ordinato la Legge che è stata sancita mediante Mosè. Chi dunque restituisce il tanto che ha ricevuto, già dona qualche cosa, giacché chi nuoce non incorre in una pena così grande come quella che ha dovuto subire chi, pur innocente, è stato da lui offeso. Colui dunque, che non è venuto ad abrogare la Legge ma a darle compimento 168, ha elevato questa virtù delle origini rendendola non severa ma misericordiosa. Ed ha lasciato capire che vi sono di mezzo altri due livelli e ha preferito parlare del punto più alto della misericordia. Ha infatti ancora qualche cosa da compiere chi non adempie la suddetta sublimità del comandamento, la quale è propria del regno dei cieli; ossia egli può restituire non in egual misura, ma di meno, ad esempio per due pugni uno o taglia l'orecchio in luogo di un occhio strappato. Da qui salendo in su chi non ricambia affatto si avvicina al comandamento del Signore, ma non vi giunge ancora. Al Signore sembra ancora poco, se in luogo del male che hai ricevuto non ricambi niente di male, se non sei disposto a sopportarne di più. Quindi non ha detto: Ma io vi dico di non rendere male per male, sebbene anche questo sia un grande comandamento, ma ha detto di non resistere al male in modo che tu non solo non ricambi quel che ti fosse inflitto, ma non resisti che te ne sia ancora inflitto. E questa massima si ha in quel che dice di seguito: Se qualcuno ti colpisse sulla tua guancia destra, porgigli anche l'altra 169. Non ha detto: Se qualcuno ti colpisse, non colpirlo, ma disponiti a lui che ti colpisce ancora. Intendono che il comandamento appartiene alla misericordia soprattutto coloro che si prodigano per coloro che grandemente amano, come figli o altre persone molto care ammalate, o bambini o frenetici. Da essi spesso subiscono molte sofferenze e se la loro salute lo richiede, si offrono a sopportarne di più, fino a quando termina la crisi dell'età o della malattia. Che altro dunque il Signore, medico delle anime, poteva insegnare a quelli che educava a curare il prossimo, se non di sopportare con animo tranquillo le deficienze di coloro alla cui salute volevano provvedere? Ogni disonestà infatti deriva dalla deficienza della coscienza, perché non v'è nulla di più innocente di chi è perfetto nella virtù.

Simbolismo della guancia destra.

19. 58. Si può esaminare anche che cosa significhi la guancia destra. Così si legge infatti nei codici greci, a cui si deve maggior credito. Invece molti codici latini riportano soltanto guancia, non destra. Il viso è quella parte dalla quale si riconosce l'individuo. Leggiamo nell'Apostolo: Voi sopportate se qualcuno vi riduce in schiavitù, se vi divora, se vi sfrutta, se è arrogante, se vi colpisce sul viso; poi soggiunge: Lo dico con vergogna 170, per indicare che cosa significa esser colpito nel viso, cioè essere vilipeso e disprezzato. E l'Apostolo non lo dice affinché non sopportassero quei tali, ma sopportassero lui che li amava in modo tale da sacrificare per loro se stesso 171. Ma poiché il viso non si può considerare destro o sinistro e tuttavia la riputazione può essere secondo Dio e secondo il mondo, viene assegnata, per così dire, alla guancia destra e sinistra, in modo che se in qualche discepolo di Cristo si biasimasse il fatto che è cristiano, egli sia disposto che in lui si biasimi di più se ha alcune onorificenze del mondo. Ad esempio l'Apostolo stesso, quando gli uomini condannavano in lui il nome cristiano, se taceva dell'onore che aveva nel mondo, non porgeva l'altra guancia a quelli che gli colpivano la destra. Infatti il dire: Sono cittadino romano 172 non significa che non era disposto che da quelli, che in lui biasimavano un nome di tanto valore e dignità, si biasimasse questo onore che egli considerava tanto inferiore. Forseché in seguito sopportò di meno le catene, che non era lecito imporre ai cittadini romani o decise di accusare qualcuno di questa ingiustizia? E se alcuni per il titolo della cittadinanza romana lo risparmiarono, tuttavia egli presentò loro qualcosa da colpire in quanto con la propria sopportazione desiderava emendarli da tanto pervertimento, perché avvertiva che in lui onoravano più la parte sinistra che la destra. Si deve infatti porre molta attenzione con quale sentimento compisse ogni azione, con quanta benevolenza e dolcezza verso coloro dai quali subì quelle offese. Anche la frase: Dio percuoterà te, muro imbiancato, che apparentemente proferì come ingiuria, quando per ordine del pontefice fu colpito con una manata sulla bocca 173, ai meno intelligenti sembra un'offesa, ma per gli intelligenti invece è una profezia. Il muro imbiancato è appunto l'ipocrisia, cioè la finzione che si pavoneggia della dignità sacerdotale e che sotto questo titolo, quale candida copertura, nasconde l'interiore sporcizia quasi fangosa. Difatti mantenne stupendamente quel che è proprio dell'umiltà, quando gli fu detto: Offendi il capo dei sacerdoti?; rispose: Non sapevo, o fratelli, che è il capo dei sacerdoti, perché è scritto: Non offendere il capo del tuo popolo 174. Mostrò così con quanta tranquillità avesse detto quelle parole che sembrava aver detto con ira, perché rispose con tanta prontezza e calma; e questo non è possibile che avvenga da parte di persone sdegnate e inquiete. E con la frase stessa ha detto il vero per coloro che comprendono: Non sapevo che è il capo dei sacerdoti, come se dicesse: Io ho conosciuto un altro capo dei sacerdoti, per il cui nome sopporto queste offese e che non è lecito insultare, ma che voi insultate poiché in me non avete odiato altro che il suo nome. Quindi è indispensabile non avere sempre in bocca con finzione certe parole, ma essere sempre disposto a tutto nel cuore, affinché ciascuno possa cantare le parole del Profeta: Pronto è il mio cuore, o Dio, pronto è il mio cuore 175. Molti infatti sanno porgere l'altra guancia, ma non sanno amare colui da cui sono colpiti. Il Signore, che per primo ha osservato i comandamenti che ha prescritto, al servo del sacerdote che l'aveva colpito sulla guancia, non porse l'altra, ma disse: Se ho parlato male, mostrami dov'è il male; se bene perché mi percuoti? 176. Ma non per questo non fu disposto nel cuore non solo a essere colpito sull'altra guancia per la salvezza di tutti, ma anche ad essere confitto in croce con tutto il corpo.

Generosità nel bene.

19. 59. Anche riguardo alla massima che segue: E a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica tu lasciagli anche il mantello 177, si deve riflettere che è stata prescritta per rendere disponibile il cuore e non per ostentare un gesto. Ma quel che è stato detto della tunica e del mantello non si deve osservare soltanto per essi, ma per tutti i beni che per un qualche diritto civilmente consideriamo di nostra proprietà. E se questo è stato detto per le cose necessarie, tanto più conviene trattare con indifferenza le cose superflue. Tuttavia i beni che ho considerato di nostra proprietà si devono assegnare a quel rango che il Signore stesso ha imposto, quando dice: Se qualcuno ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica. Si intendano dunque tutti i beni per i quali ci si può chiamare in giudizio, in modo che da nostra proprietà passino alla proprietà di colui che chiama in giudizio o di colui a cui favore chiama in giudizio, come una veste, una casa, un terreno, un animale da tiro e in generale il denaro. È un grande problema se si devono includere anche gli schiavi. Invero non è conveniente che un cristiano possegga uno schiavo con la medesima attinenza che il cavallo o l'argento, sebbene può avvenire che sia di prezzo più alto un cavallo che uno schiavo e molto di più un oggetto d'oro o d'argento. Ma se con maggiore lealtà e onestà e in forma più adatta a onorare Dio lo schiavo viene ammaestrato e dominato da te padrone che da colui che desidera averlo, non so se si può affermare che deve essere trattato come un mantello. Un uomo infatti deve amare un altro uomo come se stesso perché, come dimostrano gli argomenti successivi, dal Signore di tutti gli si impone di amare anche i nemici.

Significato di tunica e vestito...

19. 60. Si deve anche riflettere che ogni tunica è vestito, ma non ogni vestito è tunica. Il termine vestito quindi significa più indumenti che quello di tunica. Penso che è stato detto: A chi vuole chiamarti in giudizio per toglierti la tunica, cedigli anche il vestito nel senso: A chi volesse toglierti la tunica, cedigli un altro vestito che hai. Perciò alcuni hanno tradotto mantello il termine che in greco è .

...e di uno o due migli.

19. 61. E se uno ti costringerà, dice il Signore, a fare un miglio, fanne con lui altri due 178. E questo non tanto perché tu agisca con i piedi, quanto piuttosto perché sii disposto con la coscienza. Difatti nella stessa storia del cristianesimo, che ha credito, non trovi che un tale comportamento sia stato attuato dai santi o dal Signore stesso, sebbene nell'uomo che si è degnato di assumere, ci offrì un esempio da seguire. Eppure apprendi che in tutti i paesi furono disposti a sopportare con animo sereno ogni difficoltà che fosse loro imposta ingiustamente. Ma possiamo pensare che per un modo di dire abbia detto: Fanne con lui altri due, oppure ha voluto che se ne facessero tre? Difatti con questo numero è simboleggiata la perfezione, affinché ognuno, quando compie questa azione, ricordi che esercita la virtù perfetta in quanto sopporta con benevolenza le infermità degli altri perché vuole che divengano sani. Si può riflettere che allo scopo ha proposto questi comandamenti anche con tre esempi, dei quali il primo è: se qualcuno ti colpisce sulla guancia; il secondo: se qualcuno vorrà toglierti la tunica; il terzo: se qualcuno ti costringerà a fare un miglio e in questo terzo esempio all'uno si aggiunge il due affinché si abbia il tre. Se un tale numero in questo passo non simboleggia, come è stato detto, la perfezione, s'interpreti che il Signore, nel comandare iniziando, per così dire, in termini più sopportabili, un po' alla volta ha aumentato fino a giungere a suggerire il doppio. Infatti ha voluto che in primo luogo si porgesse l'altra guancia, qualora fosse colpita la destra affinché tu sia disposto a sopportare meno di quel che hai già sopportato; difatti qualsiasi cosa simboleggi la destra, è certamente di maggior pregio di quel che simboleggia la sinistra e se qualcuno ha sopportato alcunché in un oggetto di maggior pregio, è meno doloroso sopportarlo in un oggetto di minor pregio. Poi ordina di cedere a colui, che vuol togliere la tunica, anche il mantello che è della stessa misura o non molto più ampio, comunque non il doppio. Al terzo posto, partendo dal miglio, a cui dice di aggiungerne altri due, ordina che tu sopporti qualche difficoltà fino al doppio indicando così che se qualcuno vorrà essere cattivo con te, si deve sopportare con rassegnazione sia un po' meno di quel che si è avuto prima o il medesimo o anche di più.

Due tipi di reazione all'ingiustizia.

20. 62. Noto che nella forma dei tre esempi non è stato tralasciato nessun tipo d'ingiustizia. Tutti i casi, in cui subiamo qualche cattiveria, si distinguono in due tipi, di cui uno si ha se non è possibile ricambiare, l'altro se è possibile. Ma in quello che non è possibile ricambiare di solito si ricorre all'espediente della punizione. Che cosa giova se tu colpito restituisci il colpo? Forseché quel che è stato danneggiato nel tuo corpo viene restituito alla piena integrità? Eppure una coscienza irrequieta desidera simili lenitivi, ma essi non giovano a una coscienza sana e robusta, anzi ritiene che la debolezza dell'altro si deve tollerare benevolmente anziché con l'altrui travaglio addolcire la propria perché non v'è.

Punizione e correzione.

20. 63. E in questo passo non si proibisce quella punizione che giova alla correzione. Anche essa infatti appartiene alla benevolenza e non impedisce quell'intenzione, con cui si è disposti a tollerare molte difficoltà da colui che si vuol correggere. Ma a contraccambiare una tal punizione è idoneo soltanto chi con l'intensità dell'affetto ha superato l'odio di cui abitualmente avvampano coloro che desiderano vendicarsi. Non si deve infatti temere che sembrino odiare il figlio fanciullo i genitori, quando, perché commette mancanze, le busca da loro affinché non le commetta più. Inoltre certamente la perfezione dell'amore ci viene indicata nell'imitazione dello stesso Dio Padre 179, quando di seguito si hanno le parole: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per quelli che vi perseguitano 180. E tuttavia del Signore mediante il Profeta è detto: Il Signore corregge chi ama e sferza il figlio che accoglie 181. Anche il Signore dice: Il servo, che non conosce la volontà del suo padrone e commette azioni degne di punizione, riceverà poche percosse; ma il servo, che conosce la volontà del suo padrone e commette azioni degne di percosse, ne riceverà molte 182. Si esige quindi che punisca soltanto colui al quale, nell'ordine dei rapporti, è stato concesso il potere e punisca con l'intenzione con cui un padre punisce il suo bambino che egli, data l'età, non può odiare. È un esempio molto appropriato, perché da esso si rileva abbastanza che si può per amore punire il peccato anziché lasciarlo impunito. Vuole appunto che colui, per il quale usa la punizione, non sia infelice per il castigo, ma felice per la correzione ed è pronto tuttavia, se ve n'è il bisogno, a sopportare molte difficoltà provocate da colui che vuole correggere, tanto se ha il potere di guidarlo, come se non l'ha.

Correzione anche mediante la morte.

20. 64. Alcuni uomini grandi e santi, i quali sapevano molto bene che la morte, la quale separa l'anima dal corpo, non si deve temere, tuttavia sulla base del sentimento di quelli che la temevano, hanno punito alcuni peccati con la morte, affinché ai vivi fosse suscitato un salutare timore e a quelli, che venivano puniti con la morte, non recasse danno la morte stessa, ma il peccato che poteva accrescersi se continuavano a vivere. Non giudicavano sconsideratamente perché Dio aveva accordato loro un simile giudizio. Da ciò dipende che Elia fece morire molti di propria mano o col fuoco ottenuto dall'alto 183; e molti altri grandi uomini di Dio non sconsideratamente lo hanno fatto nel medesimo intento di giovare alle cose umane. Una volta i discepoli citarono al Signore l'esempio del medesimo Elia, ricordando quel che era stato operato da lui affinché desse anche a loro il potere di ottenere il fuoco dal cielo per sterminare quelli che non avevano loro accordato l'ospitalità. Il Signore rimproverò in essi non l'esempio del santo Profeta, ma l'ignoranza del saper punire, la quale persisteva ancora in persone non ammaestrate, osservando che essi non desideravano la correzione con amore, ma con odio la punizione 184. Quindi dopo averli ammaestrati che cosa significa amare il prossimo come se stessi 185, anche con l'infusione dello Spirito Santo che, come aveva promesso, inviò dall'alto dieci giorni dopo la sua ascensione 186, non mancarono tali punizioni, sebbene molto più raramente che nel Vecchio Testamento. Allora prevalentemente come schiavi erano asserviti col timore, poi principalmente con l'amore erano allevati come figli. Infatti, come leggiamo negli Atti degli Apostoli, alle parole dell'apostolo Pietro Anania e la moglie caddero esanimi e non furono risuscitati ma seppelliti 187.

Tommaso e l'opinione degli eretici.

20. 65. Ma se gli eretici non vogliono credere al libro in parola perché non accettano il Vecchio Testamento, considerino attentamente l'apostolo Paolo, che leggono come noi, quando di un peccatore, che consegnò a Satana per la morte del corpo, dice: Affinché l'anima sia salva 188. E se nel testo non vogliono rilevare la morte, perché forse è in dubbio, riconoscano una qualsivoglia punizione operata dall'Apostolo mediante Satana. E che l'ha fatto non per odio ma per amore lo evidenzia quell'aggiunta: Affinché l'anima sia salva. Ovvero da quei libri, ai quali essi attribuiscono una grande autorità, prendano atto di quel che stiamo dicendo perché vi è scritto che l'apostolo Tommaso, pur avendo augurato a un tale che l'aveva schiaffeggiato sulla bocca, la punizione di una morte molto atroce, ne raccomanda tuttavia l'anima affinché le sia perdonato nell'altro mondo. Difatti un cane trasportò la mano, sbranata dal resto del corpo di quel tale ucciso da un leone, alla tavola da pranzo in cui l'apostolo stava mangiando 189. A noi è consentito non credere a quel libro perché non è nel canone cattolico, ma essi lo leggono e lo rispettano come molto autentico e veritiero; eppure non saprei per quale accecamento infieriscono con molta acrimonia contro le punizioni fisiche che sono nel Vecchio Testamento, perché non sanno con quale intenzione e con quale riferimento ai tempi sono avvenute.

Il terzo tipo di reazione.

20. 66. Dunque in questo genere d'ingiustizia, che si riscatta mediante la punizione, sarà dal cristiano osservata la regola seguente. Ricevuta l'ingiustizia non sorga l'odio, ma nella benevolenza verso la debolezza la coscienza sia disposta a sopportare molte difficoltà e non trascuri la correzione, per la quale può giovarsi del consiglio, del prestigio o del potere. Si ha l'altro genere d'ingiustizie, quando si può restituire al completo. Ve ne sono due tipi: uno è relativo al denaro, l'altro all'azione. Quindi del primo è stato presentato l'esempio dalla tunica e dal mantello, dell'altro dalla costrizione del miglio e dei due migli, perché il mantello si può anche rendere, e colui che avrai aiutato col lavoro può anche egli aiutarti, se ve n'è bisogno. A meno che si debba usare preferibilmente un'altra distinzione. Il primo caso che è stato proposto sul colpo alla guancia, può simboleggiare tutte le offese che vengono inflitte dagli arroganti in modo che possono essere ricambiate soltanto con la punizione. Invece il secondo caso, che è stato proposto sul mantello può simboleggiare tutte le offese che si possono ricambiare senza la punizione; e per questo probabilmente è stato aggiunto: A chi vorrà chiamarti in giudizio 190, perché quel che viene tolto mediante la sentenza del giudice non si deve pensare che sia tolto con la violenza, alla quale è dovuta la punizione. Il terzo caso risulterebbe dell'uno e dell'altro in modo che si possa ricambiare senza la punizione e con la punizione. Infatti chi con la violenza si arroga senza la sentenza giudiziaria un'attività non dovuta, come fa chi obbliga con arroganza un individuo e costringe a farsi aiutare contro il diritto da un dissenziente, può espiare il castigo dell'arroganza e ricambiare l'attività, se gliela chiede chi ha dovuto subire la sua arroganza. Il Signore insegna che in tutte queste forme d'ingiustizia la coscienza del cristiano dev'essere molto paziente e benevola e ben disposta a sopportare anche di più.

Dare a chi chiede.

20. 67. Ma poiché è poca cosa non danneggiare se, nei limiti del possibile, non fai anche del bene, a ragione soggiunge: Da' a ognuno che chiede e a chi vuole da te un prestito non volgere le spalle 191. Ha detto: A ognuno che chiede, non: A chi chiede tutto, affinché tu dia quel che puoi dare con onestà e giustizia. E se chiedesse denaro con cui tenta di opprimere un innocente? E se infine chiedesse un atto di violenza carnale? Ma per non dilungarmi nei vari casi che sono innumerevoli, si deve dare soltanto quel che non nuoce né a te né ad altri, per quanto si può conoscere o opinare dall'uomo. E per non rimandarlo a mani vuote, a colui al quale negherai quel che chiede, si deve segnalare la virtù in sé. Così tu darai a ognuno che chiede, sebbene non sempre darai quel che chiede. E talora darai qualcosa con maggiore bontà, se correggerai chi chiede cose ingiuste.

Il prestito.

20. 68. La frase: A chi vuole ricevere da te un prestito non volger le spalle si deve riferire alla coscienza perché Dio ama chi dona con gioia 192. Prende in prestito chiunque riceve anche se non sarà lui a restituire. Ma poiché Dio restituisce in più ai misericordiosi, chiunque fa un favore dà ad interesse. Ma se non piace esaudire chi chiede in prestito salvo se riceve per restituire, si deve riflettere che il Signore ha congiunto due forme di prestito. Infatti o doniamo quel che diamo con benevolenza o imprestiamo a chi restituirà. E spesso gli individui, che in considerazione del premio divino sono disposti a donare, diventano restii a dare quel che si chiede in prestito come se non ricevessero una ricompensa da Dio per il fatto che il mutuatario restituisce il denaro che viene dato. Giustamente quindi l'autorità divina ci invita a questa forma di beneficenza con le parole: A chi vuole ricevere da te un prestito non volger le spalle, cioè non rendere la tua volontà indifferente per colui che ti chiede, come se il tuo denaro non fruttasse e Dio non te lo restituisse, perché te lo restituirà l'uomo. Ma poiché lo fai per ordine di Dio, esso non può rimanere senza frutto presso colui che impartisce questo ordine.

L'amore ai nemici.

21. 69. Poi soggiunge: Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste 193. Senza questo amore, con cui ci si ordina di amare anche i nostri nemici e persecutori, chi potrebbe osservare le prescrizioni esposte precedentemente? La perfezione della benevolenza, con cui si fa molto del bene all'anima sofferente, non si può estendere al di là dell'amore al nemico. E perciò si conclude: Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste 194, nel senso però che Dio s'intenda perfetto come Dio e l'anima perfetta come anima.

Confronto con la Legge.

21. 70. Che vi sia un certo avanzamento nei confronti della virtù dei Farisei, la quale è propria della Legge antica, si deduce dal fatto che molti individui odiano anche coloro, da cui sono amati, come i figli dissoluti odiano i genitori inibitori della loro dissolutezza. È salito quindi di un passo chi ama il prossimo, sebbene odi ancora il nemico. Per ordine di lui che è venuto a completare e non ad abrogare la Legge 195, l'uomo renderà perfetta la benevolenza e la generosità, se le condurrà fino all'amore per il nemico. Infatti quell'avanzamento, sebbene sia qualcosa, è tuttavia così esiguo che potrebbe essere anche in linea con i pubblicani. E quel che è stato detto nella Legge: Odierai il tuo nemico 196 non si deve considerare come la parola di chi ordina a un virtuoso, ma di chi consente a un debole.

Apparenti maledizioni nella Bibbia.

21. 71. A questo punto sorge un problema che certamente per nessun motivo si deve passare sotto silenzio. Molte altre testimonianze della Sacra Scrittura a coloro che le esaminano meno attentamente e assennatamente sembrano contrarie a questo comandamento del Signore con cui ci esorta ad amare i nostri nemici, a fare del bene a quelli che ci odiano e a pregare per quelli che ci perseguitano. Anche nei libri profetici riscontriamo molte imprecazioni contro i nemici che sono considerate maledizioni, come questa: La loro tavola sia per essi un laccio 197 e il resto che ivi è scritto; e l'altra: I suoi figli rimangano orfani e vedova la sua moglie 198 e le altre espressioni che prima e dopo nel medesimo salmo si dicono contro la persona di Giuda mediante il Profeta. Molte altre espressioni si riscontrano da ogni parte nei libri della Scrittura che sembrano contrarie al comandamento del Signore e a quello dell'Apostolo: Benedite e non maledite 199, mentre anche del Signore è stato scritto che maledisse le città che non avevano accolto la sua parola 200 e il suddetto Apostolo ha detto di un tale: Il Signore gli renderà secondo le sue opere 201.

Non maledizioni ma previsioni.

21. 72. Ma queste obiezioni si risolvono con facilità, perché il Profeta attraverso l'imprecazione previde ciò che sarebbe avvenuto, non nella brama di chi chiede ma nella ispirazione di chi prevede; così anche il Signore, così anche l'Apostolo, per quanto anche nelle loro parole non si riscontra che abbiano bramato ma predetto. Infatti, quando il Signore ha detto: Guai a te, Cafarnao, si avverte soltanto che alla città sarebbe capitata una sventura per colpa della miscredenza e che il Signore non desiderava questo per malevolenza ma lo antivedeva per divino intuito. E l'Apostolo non ha detto: gli renda, ma: Il Signore gli renderà secondo le sue opere ed è l'espressione di chi preannuncia e non di chi impreca. Così della celebre ipocrisia dei Giudei, di cui si è già parlato, poiché ne intuiva imminente il crollo, disse: Il Signore percuoterà te, muro imbiancato 202. I profeti poi son soliti prevalentemente di predire gli eventi futuri con l'allegoria di chi impreca, come hanno spesso vaticinato gli eventi futuri con l'allegoria del tempo passato, come nel passo: Perché si son mobilitate le genti e i popoli hanno fatto vani progetti? 203. Non ha detto infatti: Perché si mobiliteranno le genti e i popoli faranno vani progetti?, poiché non ricordava quegli eventi come già trascorsi ma se li prospettava come futuri. Simile è anche il passo: Si divisero le mie vesti e sul mio mantello han gettato la sorte 204. Anche qui non ha detto: si divideranno le mie vesti e sul mio mantello getteranno la sorte. E tuttavia da queste parole non sofistica con malizia se non chi non avverte che la varietà delle allegorie nel parlare non sottrae nulla alla verità dei fatti e aggiunge molto ai sentimenti dell'animo.

Diversità di peccati.

22. 73. Ma rendono assillante questo problema le parole dell'apostolo Giovanni: Se uno sa che il proprio fratello commette un peccato che non è per la morte, pregherà per lui e Dio gli darà la vita perché non pecca per la morte; ma v'è un peccato che è per la morte, per questo dico di non pregare 205. Dichiara quindi apertamente che vi sono fratelli per i quali ci si comanda di non pregare, mentre il Signore ci comanda di pregare anche per i nostri persecutori 206. Il problema non si può risolvere, se non ammettiamo che nei fratelli vi sono alcuni peccati che sono più gravi della persecuzione dei nemici. Si può dimostrare con molte testimonianze dei libri della Sacra Scrittura che come fratelli sono indicati i Cristiani. È tuttavia molto chiaro il pensiero che l'Apostolo esprime in questi termini: Il marito non cristiano è reso santo dalla moglie e la donna non cristiana per mezzo d'un fratello 207. Non ha aggiunto: nostro, ma l'ha ritenuto evidente, poiché con l'appellativo di fratello ha voluto che s'intendesse un cristiano che avesse la moglie non cristiana. Quindi poco dopo aggiunge: Ma se il non cristiano si vuol separare, si separi; in queste circostanze il cristiano o la cristiana non possono subire costrizioni da schiavi 208. Penso dunque che è per la morte il peccato del cristiano, quando dopo la conoscenza di Dio mediante il nostro Signor Gesù Cristo un individuo respinge la fratellanza cristiana e si dimena per istigazione dell'invidia contro la grazia stessa, mediante la quale si è riconciliato con Dio; invece il peccato non è per la morte, se un individuo non ha rimosso l'amore dal fratello cristiano, ma per una determinata debolezza della coscienza non ha adempiuto gli obblighi dovuti alla fratellanza cristiana. Per questo anche il Signore sulla croce ha detto: Padre, perdona a loro, perché non sanno quel che fanno 209. Difatti non avevano intrapreso la comunanza della santa fraternità, perché non erano ancora stati resi partecipi della grazia dello Spirito Santo. Anche Santo Stefano negli Atti degli Apostoli prega per coloro da cui era lapidato 210 perché non avevano ancora creduto in Cristo e non contrastavano la grazia della comunanza. E l'apostolo Paolo per questo, come credo, non prega per Alessandro, perché era già cristiano e aveva peccato per la morte, cioè ostacolando per invidia la fraternità cristiana. Prega invece per quelli che non avevano violato l'amore, ma avevano ceduto per paura, affinché si perdoni loro. Dice infatti: Il ramaio Alessandro mi ha procurato molte difficoltà; il Signore gli renderà secondo le sue opere. Guardatene anche tu, perché ha resistito accanitamente alla nostra predicazione. Quindi soggiunge per chi prega con le parole: Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito, ma tutti mi hanno abbandonato, non se ne tenga conto contro di loro 211.

Diversità di pentimenti.

22. 74. Tale differenza di peccati distingue Giuda che tradisce 212 da Pietro che rinnega 213. Questo non perché non si debba perdonare a chi si pente, per non contraddire l'insegnamento del Signore con cui ha ordinato che per farsi perdonare dal fratello si deve sempre perdonare al fratello che lo chiede 214, ma perché è talmente grande la nefandezza di quel peccato che l'uomo non può piegarsi all'umiltà dell'implorare, sebbene la cattiva coscienza sia costretta a riconoscere e dichiarare il proprio peccato. Infatti Giuda, dopo aver detto: Ho peccato perché ho tradito il sangue di un giusto, corse tuttavia per disperazione al nodo scorsoio 215, anziché chiedere perdono nell'umiltà. Perciò fa molta differenza a quale pentimento Dio perdoni. Molti infatti assai prontamente riconoscono di aver peccato e si sdegnano con se stessi, sicché intensamente vorrebbero non aver peccato, ma tuttavia non piegano la coscienza ad umiliare e sottomettere il cuore e a chiedere perdono. E si deve ammettere che a causa della gravità del peccato abbiano tale atteggiamento spirituale anche nei confronti della perdizione.

Peccati contro lo Spirito.

22. 75. Ed è questo forse peccare contro lo Spirito Santo, cioè attraverso la malvagità e l'invidia contrastare la carità fraterna dopo aver ricevuto la grazia dello Spirito Santo; e il Signore ha detto che questo peccato non sarà rimesso né in questo né nell'altro mondo 216. Si può quindi esaminare se i Giudei hanno peccato contro lo Spirito Santo quando han detto che il Signore scacciava i demòni in Bèlzebub, capo dei demòni. Si chiede, cioè, se dobbiamo intendere che questo oltraggio fu rivolto contro lo stesso Signore, perché in un altro passo dice di sé: Se han chiamato Bèlzebub il padrone di casa, quanto più i suoi familiari 217; oppure, dato che avevano parlato con grande invidia, ingrati della manifestazione di bontà tanto manifesta, si deve ritenere che, sebbene non fossero ancora cristiani, abbiano peccato contro lo Spirito Santo a causa dell'intensità dell'invidia. Infatti questa conclusione non si deduce dalle parole del Signore. Quindi sebbene in quello stesso brano abbia detto: A chiunque dirà una parola blasfema contro il Figlio dell'uomo sarà perdonato, ma a chi la dirà contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo mondo né nell'altro 218, tuttavia può sembrare che l'abbia avvertiti a partecipare alla grazia e, dopo averla accolta, a non peccar più come avevano peccato in quel momento. In quel momento infatti hanno proferito una parola blasfema contro il Figlio dell'uomo e si può loro perdonare, se si convertiranno, crederanno a lui e riceveranno lo Spirito Santo; ricevutolo, se vorranno violare la fratellanza con l'invidia e profanare la grazia che hanno ricevuto, non si può loro perdonare né in questo mondo né nell'altro. Infatti se li avesse considerati già condannati, sicché per loro non rimaneva alcuna speranza, non li avrebbe considerati disposti alla correzione, quando aggiunse: O coltivate un albero buono e il suo frutto buono, o coltivate un albero cattivo e il suo frutto cattivo 219.

Diversità di intercessione.

22. 76. Dunque se si devono amare i nemici, fare del bene a quelli che ci odiano e pregare per quelli che ci perseguitano s'interpreti nel senso che per alcuni peccati, anche dei Cristiani, non è stato ordinato di pregare in modo che, a causa della nostra inettitudine, la Sacra Scrittura non sembri in contraddizione con se stessa, perché questo non può avvenire. Ma ancora non è chiaro se come per alcuni non si deve pregare, così si debba pregare anche contro alcuni. In generale è stato detto: Benedite e non maledite 220 e ancora: Non ricambiando ad alcuno male per male 221. Se non preghi per un tale, non per questo preghi contro di lui. Puoi avvertire che è sicura la sua condanna e senza speranza la sua salvezza, ma non perché lo odi non preghi per lui, ma perché sei consapevole che tu non puoi giovargli e non vuoi che la tua preghiera sia respinta dal giustissimo Giudice. Ma che cosa dobbiamo dire di coloro contro i quali apprendiamo che si è pregato dai santi, non affinché si correggessero, perché in questo senso si è pregato piuttosto a loro favore, ma per la loro condanna finale? Quindi non come contro il traditore del Signore mediante il Profeta 222 perché fu, come è stato detto, una predizione del futuro, non una richiesta di condanna; neanche come dall'Apostolo contro Alessandro 223, poiché di questo si è discusso abbastanza, ma come leggiamo nell'Apocalisse di Giovanni che i martiri pregano per essere vendicati 224, sebbene il protomartire pregò affinché si perdonasse ai propri persecutori 225.

La preghiera dei martiri è contro il mondo.

22. 77. Ma non conviene lasciarsi convincere da questo fatto. Chi infatti oserebbe decidere, dato che quei santi in bianche vesti chiesero di essere vendicati, se lo chiesero contro gli uomini o contro il regno del peccato. È infatti leale e colma di giustizia e benevolenza la vendetta dei martiri che sia abbattuto il regno del peccato perché durante il suo regno hanno tanto sofferto. Alla sua eversione incoraggia l'Apostolo dicendo: Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale 226. Viene distrutto e abbattuto il regno del peccato in parte con l'emendamento degli uomini affinché la carne sia soggetta allo spirito, in parte con la condanna di coloro che persistono nel peccato, affinché rientrino nell'ordine di non poter essere avversi a coloro che regnano con Cristo. Pensa all'apostolo Paolo! Non ti sembra che vendica in se stesso il martire Stefano, quando dice: Faccio il pugile non come chi batte l'aria, ma freno il mio corpo e lo traggo in schiavitù 227? Un tale stimolo abbatteva e indeboliva se stesso e, una volta vintolo, lo riferiva al fatto di aver perseguitato Stefano e gli altri Cristiani. Chi può dunque dimostrare che i santi martiri non hanno invocato dal Signore una simile loro vendetta, se hanno potuto liberamente chiedere per la propria vendetta la fine di questo mondo, in cui hanno tanto sofferto? E coloro che così pregano, pregano anche a favore dei nemici, che sono degni di salvezza, e non pregano contro coloro che hanno preferito rimanere indegni della salvezza, perché anche Dio, punendoli, non è crudele torturatore ma un giustissimo ordinatore. Senza alcun dubbio dunque amiamo i nostri nemici, facciamo del bene a quelli che ci odiano e preghiamo per quelli che ci perseguitano.

Il perdono come figli del Padre.

23. 78. Quel che viene appresso: Affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli 228 si deve intendere sulla base di quel principio, per cui anche Giovanni afferma: Diede loro la facoltà di divenire figli di Dio 229. Uno solo per natura è Figlio ed egli non può assolutamente peccare; noi invece, ottenutane la facoltà, diventiamo figli in quanto eseguiamo quei doveri che da lui ci vengono imposti. Per questo l'insegnamento dell'Apostolo considera adozione quella con cui siamo chiamati all'eterna eredità affinché possiamo essere coeredi di Cristo 230. Diventiamo dunque figli con una rinascita spirituale e siamo adottati al regno di Dio, non come estranei, ma come ideati e creati da lui, ossia posti nell'essere. Quindi un primo dono è che ci ha fatti esistere mediante la sua onnipotenza, mentre prima eravamo un nulla; il secondo è che ci ha adottati affinché godessimo con lui della vita eterna come figli, in ricompensa della nostra adesione. Perciò non ha detto: Fatelo perché siete figli, ma: Fatelo per essere figli.

Simbolismo di sole e di pioggia.

23. 79. Poiché per mezzo dell'Unigenito ci chiama a questa dignità, ci chiama ad essere simili a lui. Egli infatti, come dice di seguito, fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti 231. Puoi intendere come suo sole non questo che è percettibile con gli occhi del corpo, ma la sapienza di cui è detto: È un riflesso della luce perenne; e di essa si dice anche: Si è levato per me il sole della giustizia 232; e ancora: Per voi che temete il nome del Signore sorgerà il sole di giustizia 233; e puoi intendere anche la pioggia come irrigazione della dottrina della verità, perché si è manifestata a buoni e cattivi e Cristo è stato annunziato a buoni e cattivi. Puoi intendere anche, se preferisci, come questo sole visibile esposto allo sguardo non solo degli uomini ma anche degli animali e la comune pioggia con cui si producono le vivande che sono concesse per l'alimentazione. E ritengo che questa interpretazione sia più attendibile, sicché il sole spirituale sorge soltanto per i buoni e i santi, perché di questo si lamentano i malvagi nel libro intitolato La sapienza di Salomone: Il sole non si è levato per noi 234; anche la pioggia spirituale inonda soltanto i buoni, giacché la vigna, di cui è stato detto: Comanderò alle mie nubi di non piovere sopra di essa 235 simboleggia i cattivi. Ma sia che intendi l'uno o l'altro, il fatto si verifica per la grande bontà di Dio e ci viene imposto d'imitarla, se vogliamo essere figli di Dio. E chi è tanto ingrato da non avvertire quanto benessere arrechino alla vita fisica la luce visibile e la comune pioggia? E osserviamo che questo benessere è offerto in questa vita egualmente agli onesti e ai disonesti. Poi non dice: Che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, ma aggiunge: il suo, cioè quello che egli ha creato e assegnato al suo posto e da nessuno ha avuto qualcosa per crearlo, come di tutti gli astri si afferma nel libro della Genesi 236. Egli soltanto può dire che sono sue tutte le cose, perché le ha create dal nulla, affinché fossimo esortati che con grande liberalità dobbiamo da un suo ordine dare ai nostri nemici quelle cose che noi non abbiamo creato, ma abbiamo avuto come suo dono.

Misericordia per i misericordiosi.

23. 80. Chi dunque può essere disposto a tollerare torti dai deboli, per quanto giova al loro benessere; a preferire di sopportare l'altrui cattiveria anziché ricambiare ciò che ha dovuto subire; ovvero a dare a chi chiede da lui qualcosa o quel che chiede, se si ha e si può dare onestamente, o un buon consiglio o un gesto benevolo; a non voltare le spalle a chi chiede un prestito; ad amare i nemici, a fare del bene a quelli che lo odiano, a pregare per quelli che lo perseguitano? Chi dunque adempie questi doveri se non chi è completamente e perfettamente misericordioso? Con questo consiglio si evita la condizione dei miseri con l'aiuto di colui che ha detto: Perché voglio la misericordia e non il sacrificio 237. Dunque beati i misericordiosi perché troveranno misericordia 238. Ma penso che ormai sia opportuno che il lettore spossato dal lungo rotolo di pergamena si rilassi un tantino e si disponga ad esaminare in un altro libro quel che rimane.

Note:
 

1 - Mt 7, 24-27.

2 - Mt 5, 1-2.

3 - Sal 35, 7.

4 - Cf. Mt 23, 8.

5 - Mt 5, 2.

6 - Mt 5, 3.

7 - Qo 1, 14.

8 - Sal 148, 8.

9 - 1 Cor 8, 2.

10 - Sir 1, 16; Sal 110, 10.

11 - Sir 10, 15.

12 - Mt 5, 3.

13 - Mt 5, 4.

14 - Sal 141, 6.

15 - Cf. Rm 12, 21.

16 - Mt 5, 4.

17 - Mt 5, 5.

18 - Mt 5, 6.

19 - Gv 4, 34.

20 - Gv 4, 14.

21 - Mt 5, 7.

22 - Mt 5, 8.

23 - Sap 1, 1.

24 - Mt 5, 9.

25 - Cf. Lc 2, 14.

26 - Cf. Gv 12, 21.

27 - Mt 5, 10.

28 - Mt 5, 11.

29 - Mt 5, 3.

30 - Mt 5, 4.

31 - Mt 5, 10.

32 - Rm 8, 35.

33 - Cf. Is 11, 2-3.

34 - Sir 1, 16; Sal 110, 10.

35 - Rm 11, 20.

36 - Is 64, 4; 1 Cor 2, 9.

37 - Mt 5, 11-12.

38 - Sal 44, 14.

39 - Rm 5, 3-5.

40 - Ab 2, 4; Rm 1, 17.

41 - Rm 13, 10.

42 - Cf. Col 1, 24.

43 - Gv 8, 48.

44 - Gv 7, 12.

45 - Mt 5, 12.

46 - Cf. 2 Pt 3, 13.

47 - Gn 3, 19.

48 - Fil 3, 20.

49 - 1 Cor 15, 53-54.

50 - Mt 5, 12.

51 - Mt 5, 13.

52 - Mt 5, 14.

53 - Mt 5, 15.

54 - 2 Cor 5, 10.

55 - Mt 7, 2.

56 - Gv 3, 34.

57 - 1 Cor 9, 26-27.

58 - Mt 5, 15.

59 - Mt 5, 14.

60 - Mt 5, 16.

61 - Gal 1, 10.

62 - Sal 52, 6.

63 - Gal 5, 26.

64 - Gal 6, 4.

65 - Mt 9, 8.

66 - Gal 1, 23-24.

67 - Mt 5, 17.

68 - Mt 5, 18.

69 - Mt 5, 19.

70 - Mt 5, 20.

71 - Mt 5, 21-22.

72 - Mt 5, 22.

73 - Mt 5, 23-24.

74 - Ef 4, 26.

75 - 1 Cor 3, 17.

76 - Ef 3, 16-17.

77 - Mt 5, 3.

78 - Mt 5, 25-26.

79 - Gv 5, 22.

80 - Mt 4, 11.

81 - Cf. 2 Tm 4, 11.

82 - Cf. Mt 8, 12; 22, 13; 25, 30.

83 - Mt 25, 23.

84 - Mt 5, 26.

85 - Gn 3, 19.

86 - Sal 109, 1.

87 - 1 Cor 15, 25.

88 - Cf. Rm 12, 18.

89 - Cf. 2 Cor 5, 10.

90 - Cf. Lc 15, 7.

91 - Gc 4, 6.

92 - Sir 10, 14-15.

93 - Rm 5, 10.

94 - Gv 5, 22.

95 - Sal 138, 8-10.

96 - Mt 5, 4.

97 - Mt 5, 27-28.

98 - Cf. Mt 5, 17.

99 - Cf. Gn 3, 1-7; 2 Cor 11, 3.

100 - Cf. 1 Cor 11, 3.

101 - Mc 5, 41.

102 - Lc 7, 14.

103 - Gv 11, 33. 35. 43.

104 - Cf. Ez 16, 15-22; Os 4, 11-12; Col 3, 5.

105 - Rm 7, 24-25.

106 - Mt 5, 5.

107 - Mt 5, 29.

108 - Mt 5, 30.

109 - Dt 24, 1; Mt 5, 31.

110 - Mt 5, 32.

111 - Mt 19, 8.

112 - Cf. Rm 7, 2.

113 - 1 Cor 7, 10-11.

114 - 1 Cor 7, 29.

115 - Lc 14, 26.

116 - Mt 11, 12.

117 - Cf. Mt 12, 49.

118 - Gal 3, 28; Col 3, 11.

119 - Mt 22, 30.

120 - Cf. 1 Cor 15, 53.

121 - Cf. Lc 14, 26.

122 - Mt 23, 9.

123 - Cf. Gal 4, 26.

124 - Cf. Mt 23, 8.

125 - Cf. 2 Cor 11, 2.

126 - Cf. 1 Cor 7, 3-6.

127 - Cf. 1 Cor 7, 29.

128 - Lc 14, 26.

129 - Mt 6, 25.

130 - Cf. Gv 10, 15.

131 - 1 Cor 7, 10-11.

132 - 1 Cor 7, 11.

133 - Gv 8, 3-11.

134 - Cf. 1 Cor 7, 39.

135 - 1 Cor 7, 4.

136 - 1 Cor 7, 12.

137 - 1 Cor 7, 12-13.

138 - Cf. 1 Cor 7, 25-28.

139 - 1 Cor 7, 6.

140 - 1 Cor 7, 12.

141 - 1 Cor 7, 14.

142 - 1 Cor 7, 14.

143 - Lc 10, 35.

144 - Rm 2, 1.

145 - Mt 5, 32.

146 - Cf. 1 Cor 7, 11.

147 - Cf. (di Abramo e Sarai) Gn 16, 1-3.

148 - 1 Cor 7, 4.

149 - Mt 5, 33-37.

150 - Gal 1, 20.

151 - 1 Cor 11, 31.

152 - Rm 1, 9-10.

153 - 1 Cor 15, 31.

154 - Mt 5, 37.

155 - Mt 6, 13.

156 - Mt 5, 34-36.

157 - Mt 5, 33; Es 20, 7; Lv 19, 12; Dt 5, 11.

158 - Mt 5, 34-35.

159 - Cf. Mt 23, 22.

160 - Mt 5, 35.

161 - Mt 5, 36.

162 - 1 Cor 15, 31.

163 - Cf. 1 Cor 2, 15.

164 - Gn 3, 19.

165 - Mt 5, 6.

166 - Mt 8, 38-42.

167 - Es 21, 24.

168 - Cf. Mt 5, 17.

169 - Mt 5, 39

170 - 2 Cor 11, 20-21.

171 - Cf. 2 Cor 12, 15.

172 - At 22, 25.

173 - At 23, 2-3.

174 - At 23, 4-5; Es 22, 28.

175 - Sal 56, 8.

176 - Gv 18, 23.

177 - Mt 5, 40.

178 - Mt 5, 41.

179 - Cf. Mt 5, 48.

180 - Mt 5, 44.

181 - Prv 3, 12.

182 - Lc 12, 47-48.

183 - Cf. 1 Re 18, 40.

184 - Cf. Lc 9, 54-55.

185 - Cf. Mt 19, 19.

186 - Cf. At 2, 1-4.

187 - Cf. At 5, 1-10.

188 - 1 Cor 5, 1-5.

189 - Cf. At. Thomae 6 e 8.

190 - Mt 5, 40.

191 - Mt 5, 41.

192 - 2 Cor 9, 7; Sir 35, 11.

193 - Mt 5, 43-48.

194 - Mt 5, 48.

195 - Cf. Mt 5, 17.

196 - Dt 7, 2.

197 - Sal 68, 23.

198 - Sal 108, 9.

199 - Rm 12, 14.

200 - Cf. Mt 11, 20-24; Lc 10, 13-16.

201 - 2 Tm 4, 14.

202 - At 23, 3

203 - Cf. Sal 2, 1.

204 - Sal 21, 19.

205 - 1 Gv 5, 16.

206 - Cf. Mt 5, 44.

207 - 1 Cor 7, 14.

208 - 1 Cor 7, 15.

209 - Lc 23, 34.

210 - Cf. At 7, 59-60.

211 - 2 Tm 4, 14-16.

212 - Cf. Mt 26, 47-50.

213 - Cf. Mt 26, 69-75.

214 - Cf. Lc 17, 3-4.

215 - Cf. Mt 27, 3-5.

216 - Mt 12, 31-32.

217 - Mt 10, 25; 12, 24.

218 - Mt 12, 32.

219 - Mt 12, 33.

220 - Rm 12, 14.

221 - Rm 12, 17.

222 - Cf. Sal 108, 6-19.

223 - Cf. 2 Tm 4, 14.

224 - Cf. Ap 6, 10.

225 - Cf. At 7, 59-60.

226 - Rm 6, 12.

227 - 1 Cor 9, 26-27.

228 - Mt 5, 45.

229 - Gv 1, 12.

230 - Cf. Rm 8, 17.

231 - Mt 5, 45.

232 - Sap 7, 26.

233 - Ml 4, 2.

234 - Sap 5, 6.

235 - Is 5, 6.

236 - Cf. Gn 1, 16.

237 - Os 6, 6.

238 - Mt 5, 7.