Contro le due lettere dei Pelagiani: libro quarto

Sant'Agostino d'Ippona

Contro le due lettere dei Pelagiani: libro quarto
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Introduzione alla seconda parte della lettera pelagiana.

1. 1. Dopo le accuse che abbiamo viste e alle quali abbiamo risposto, costoro ripetono, ma in modo diverso, le medesime dottrine che hanno sollevato le nostre rimostranze contro la lettera. Prima infatti le hanno esposte come argomenti per accusarci di falsa dottrina, successivamente le ribadiscono nel senso contrario per esporre quale sia la loro dottrina. Aggiungono due affermazioni nuove che non avevano fatte prima: cioè dicono che "il battesimo è necessario a tutte le età" e che "da Adamo è passata a noi la morte e non il peccato". Quando verrà il loro turno, tratteremo anche di queste affermazioni. Poiché nel libro precedente appena terminato abbiamo detto che i pelagiani erigono cinque ripari per nascondere dietro ad essi le loro opinioni contrarie alla grazia di Dio e alla fede cattolica, cioè la dignità della creatura, la dignità delle nozze, la dignità della legge, la dignità del libero arbitrio, la dignità dei santi, credo più comodo tenere distinte in modo generico tutte le opinioni che difendono e di cui contestano a noi l'opposto, e mostrare di volta in volta a quale dei loro cinque schemi si riferisca ciascuna loro opinione, perché dalla distinzione stessa la nostra risposta possa risultare più lucida e più rapida.

La raccolta dei testi pelagiani in lode della creazione, del matrimonio, del libero arbitrio, della legge e dei santi.

2. 2. La dignità della creatura, per quanto concerne il genere umano, che è al centro ora della nostra questione, l'esaltano con le seguenti sentenze: "Dio è il creatore di coloro che nascono e i figli degli uomini sono opera di Dio. Non dalla natura, ma dalla volontà discende ogni peccato". A questa lode della creatura accoppiano il seguente insegnamento: "Il battesimo è necessario a tutte le età, perché il battezzato sia adottato tra i figli di Dio, non perché contrae dai genitori qualcosa da cui si debba purificare con il lavacro della rigenerazione". Alla medesima lode aggiungono anche un altro insegnamento: "Il Cristo Signore non ebbe nessuna macchia di peccato, per quanto riguarda la sua infanzia", perché asseriscono essere la sua carne purissima da ogni contagio di peccato, non per una sua propria eccellenza e per una grazia singolare, ma per la condizione di quella natura che si trova in tutti i bambini. A questo punto inseriscono anche la questione "dell'origine dell'anima", cercando così d'uguagliare all'anima del Cristo le anime di tutti i bambini, che essi vogliono ugualmente immuni da qualsiasi macchia di peccato. Per questo dicono pure: Da Adamo nessun male passò negli altri all'infuori della morte, la quale non è sempre un male, sia perché per i martiri è causa di premi, sia perché a farla dire buona o cattiva non è la decomposizione dei corpi, che saranno risvegliati in ogni categoria di persone, ma la diversità dei meriti che dipende dalla libertà umana. Questo scrivono in questa lettera sulla dignità della creatura. Quanto alle nozze, le lodano secondo le Scritture, "perché il Signore dice nel Vangelo: Il Creatore da principio li creò maschio e femmina 1, e disse: Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra 2". Benché queste ultime parole non siano nel Vangelo, sono tuttavia nella Legge. Aggiungono anche: Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi 3. E queste parole riconosciamo che sono evangeliche. In lode della legge dicono: "La legge antica, che secondo l'Apostolo era giusta e santa e buona 4, a coloro che ne osservavano i comandamenti e mediante la fede vivevano nella giustizia, come ai Profeti, ai Patriarchi e a tutti i santi, poté conferire la vita eterna". In lode del libero arbitrio dicono: "Il libero arbitrio non è sparito, perché il Signore dice per bocca del Profeta: Se sarete docili e ascolterete me, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada 5. E quindi è anche vero che la grazia aiuta il buon proposito di ciascuno e tuttavia non infonde in chi è riluttante la sollecitudine della virtù, perché presso Dio non c'è parzialità" 6. Dietro la lode dei santi si coprono dicendo: "Il battesimo rinnova completamente gli uomini, poiché ne è testimone l'Apostolo il quale attesta che per mezzo del lavacro dell'acqua si fa dalle genti una Chiesa santa e immacolata 7. Anche nei tempi antichi lo Spirito Santo aiutava le buone disposizioni, dicendo il Profeta a Dio: Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana 8. Anche tutti i Profeti, gli Apostoli o i santi, sia del Nuovo come del Vecchio Testamento, ai quali rende testimonianza Dio, furono giusti, non a paragone degli scellerati, bensì secondo la regola delle virtù; ma in un tempo futuro ci sarà la ricompensa tanto delle opere buone quanto delle cattive. Comunque nessuno potrà osservare di là i comandamenti che avrà trascurati di qua, perché l'Apostolo ha detto: Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale del Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male" 9. In tutti questi testi ogni lode che fanno della creatura e delle nozze tentano di riferirla alla negazione del peccato originale, ogni lode che fanno della legge e del libero arbitrio tentano di riferirla alla tesi che la grazia non aiuta se non il merito e così la grazia non è più grazia 10, ogni lode che fanno dei santi tentano di riferirla a far apparire che la vita mortale sia nei santi esente da peccato, né ai santi sia necessario pregare Dio per la remissione dei loro debiti.

I pelagiani combattono i manichei, ma sono eretici.

3. 3. Chiunque con mente cattolica aborrisce da cotesti errori empi e riprovevoli, che abbiamo distinti in questa divisione a tre, cerchi di evitare i nascondigli di quella divisione a cinque e sia così cauto tra un pericolo e l'altro da scostarsi da Manicheo senza accostarsi a Pelagio, e per un altro verso da dissociarsi dai pelagiani senza associarsi ai manichei; oppure, se è già intricato con una delle due parti, da non svincolarsi dagli uni per vincolarsi con gli altri. Sembrano appunto contrari tra loro, poiché i manichei si manifestano vituperando quelle cinque dignità e i pelagiani si occultano lodandole. Perciò entrambi condanna e sfugge chiunque, secondo la regola della fede cattolica, in tutti gli uomini che nascono; da una parte glorifica il Creatore a motivo della bontà creata della carne e dell'anima - ciò che non vuole Manicheo -, e dall'altra confessa che, per il vizio passato in loro a causa del peccato del primo uomo, è necessario anche ai bambini il Salvatore - ciò che non vuole Pelagio -. Il cattolico distingue il male della vergognosa concupiscenza dalla bontà delle nozze così da non farsi simile né ai manichei nell'incolpare la natura da cui nasciamo, né ai pelagiani nel lodare la concupiscenza di cui ci vergognamo. Sostiene poi che per mezzo di Mosè fu data dal Dio santo e giusto e buono una legge santa e giusta e buona 11 - ciò che Manicheo nega contro l'Apostolo -, ma afferma che essa manifesta il peccato senza tuttavia toglierlo e comanda la giustizia senza tuttavia donarla - ciò che a sua volta Pelagio nega contro l'Apostolo -. Ammette inoltre il libero arbitrio così da dire che non da una non so quale natura cattiva ed eterna, la quale non esiste, ma dallo stesso arbitrio è cominciato il male e dell'angelo e dell'uomo - ciò che smantella l'eresia manichea -; né per questo tuttavia la volontà caduta in schiavitù può riaversi alla libertà della salvezza se non con la grazia di Dio - e ciò smantella l'eresia pelagiana -. Loda infine in Dio i santi uomini di Dio, non solo da quando si è manifestato il Cristo nella carne e poi in seguito, ma anche i santi dei tempi antecedenti che i manichei osano oltraggiare, così tuttavia da credere sul loro conto più alla loro stessa confessione che alla menzogna dei pelagiani. Voce infatti di santi è questa: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 12.

Lodano la creazione rinnegando la grazia.

4. 4. Stando così le cose, che giova ai novelli eretici, nemici della croce del Cristo ed oppositori della grazia divina, apparire sani dall'errore dei manichei e morire di un'altra pestilenza ad essi propria? Che giova ad essi dire in lode della creatura: "Creatore di coloro che nascono è il Dio buono dal quale sono state fatte tutte le cose, e opera sua sono i figli degli uomini", che i manichei dicono opera del principe delle tenebre, se la creatura di Dio che è nei bambini perisce in mezzo agli uni e agli altri o presso gli uni e gli altri? Entrambi infatti vogliono che essa non sia liberata per mezzo della carne e del sangue del Cristo: i manichei, perché eliminano la stessa carne e il sangue di Cristo, quasi che non li abbia assunti affatto nell'uomo o dall'uomo; i pelagiani invece, perché asseriscono che nei bambini non esiste nessun male da cui debbano essere liberati mediante il sacramento della carne e del sangue del Cristo. In mezzo a loro giace nei bambini la creatura umana, buona nella sua creazione, viziata nella sua propagazione, confessante con i suoi beni l'ottimo Creatore, ricercante per i suoi mali il misericordiosissimo Redentore, avente nei manichei i vituperatori dei suoi beni, avente nei pelagiani i negatori dei suoi mali, e in entrambi i suoi persecutori. E, sebbene non possa parlare per l'infanzia, tuttavia con la sua tacita bellezza e con la sua latente debolezza apostrofa l'empia vanità di entrambi, sia dicendo agli uni: - Da colui che crea le cose buone credetemi creata -, sia dicendo agli altri: - Da colui che mi ha creata lasciate che sia sanata -. Manicheo risponde: - Nulla di questo bambino è da liberare tranne che l'anima buona; tutte le altre parti sono da buttare, perché non appartengono al Dio buono, ma al principe delle tenebre -. Pelagio risponde: - Anzi nulla di questo bambino è da liberare, perché tutto ci risulta in lui sano e salvo -. Entrambi mentiscono, ma più blando ormai è l'accusatore della carne soltanto che il suo lodatore, il quale si mostra crudele contro tutto il bambino. Ma né il manicheo viene in soccorso dell'anima umana, bestemmiando che Dio non è il creatore di tutto l'uomo; né il pelagiano permette alla medicina divina di venire in soccorso dell'infanzia umana, negando il peccato originale. Dio dunque esercita la sua misericordia per mezzo della fede cattolica, che redarguendo l'uno e l'altro malanno viene in soccorso del bambino per la sua salvezza. Dice infatti ai manichei: "Ascoltate l'Apostolo che grida: O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? 13 e sentitevi obbligati a credere che è il Dio buono creatore anche dei corpi, perché non può essere tempio dello Spirito Santo l'opera del principe delle tenebre. Dice poi ai pelagiani: È stato generato nella colpa, l'ha concepito sua madre nel peccato il bambino che vedete 14. Perché mai, difendendolo come se fosse libero da ogni colpa, non permettete che sia liberato per un atto di indulgenza? Nessuno è senza macchia, nemmeno l'infante la cui vita sulla terra sia di un giorno soltanto 15. Lasciate al misero ricevere la remissione dei peccati per mezzo dell'Unico che non ha potuto avere il peccato né da piccolo né da grande".

I vani argomenti pelagiani.

4. 5. Ad essi dunque che giova dire: "Non dalla natura, ma dalla volontà discende ogni peccato", e con la verità di questa sentenza resistere ai manichei che dicono causa del peccato una natura cattiva, se poi, non volendo ammettere il peccato originale, che discende certamente anch'esso dalla volontà del primo uomo, fanno uscire i bambini dal corpo in stato di reato? Ad essi che giova "riconoscere necessario a tutte le età il battesimo", che i manichei dicono superfluo ad ogni età, quando poi sostengono che il battesimo è falso nei bambini per quanto concerne la remissione dei peccati? Ad essi che giova difendere contro i manichei non solo la verità della carne del Cristo, che i manichei sostengono nulla o finta, ma difendere anche che "la stessa anima del Cristo fu immune da ogni macchia di peccato", quando poi uguagliano all'infanzia del Cristo tutti gli altri bambini senza disparità di purità in modo che da una parte sembri che la carne del Cristo non preservi la propria santità a confronto degli altri bambini e dall'altra parte questi non ricevano nessuna salvezza dalla carne del Cristo?

Non solo la morte ma anche il peccato si trasmette da Adamo.

4. 6. Certamente i pelagiani non hanno come avversari i manichei nel dire: "Attraverso Adamo è passata a noi la morte e non sono passati i peccati", perché nemmeno i manichei sostengono l'esistenza del peccato originale come un peccato che sia passato e passi in tutti gli uomini insieme con la morte dal primo uomo, puro e retto all'inizio nel corpo e nello spirito e poi depravato a causa del libero arbitrio. Quanto alla carne i manichei dicono che fu tratta per creazione all'inizio da un corpo cattivo per opera di uno spirito cattivo e unita con uno spirito cattivo; l'anima invece, buona perché particella di Dio, dicono che viene nell'uomo secondo i meriti del suo inquinamento contratto attraverso le vivande e le bevande alle quali è stata avvinta antecedentemente, e così mediante la copula è avvinta ancora dal vincolo della carne. E per questo i manichei concordano con i pelagiani nel dire che il peccato del primo uomo non è passato nel genere umano, né per mezzo della carne che secondo loro non è mai stata buona, né per mezzo dell'anima che fanno venire nella carne dell'uomo con i meriti dei suoi inquinamenti già contratti da lei prima che fosse nella carne. Ma i pelagiani come fanno a dire: "Soltanto la morte è passata a noi attraverso Adamo"? Se per questo infatti noi moriamo perché egli morì, e se egli morì perché peccò, allora vengono a dire che passa la pena senza la colpa e che gli innocenti bambini sono puniti con un castigo ingiusto, contraendo la morte senza i meriti della morte. Il che la fede cattolica lo sa dell'unico e solo Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù 16, il quale si è degnato di subire la morte per noi, cioè la pena del peccato, senza il peccato. Come infatti egli solo fu fatto figlio dell'uomo proprio perché noi fossimo fatti per mezzo di lui figli di Dio, così egli solo prese per noi la pena senza meriti cattivi, perché noi senza meriti buoni conseguissimo per mezzo di lui la grazia. Come a noi infatti non era dovuto nessun bene, così a lui non era dovuto nessun male. Per mostrare dunque il suo amore verso coloro ai quali era disposto a dare una vita non dovuta ha voluto patire per loro una morte non dovuta. Questa singolare prerogativa del Mediatore tentano di svuotarla i pelagiani, di modo che essa non sia più un'eccezione unica nel Signore, atteso che Adamo patì a causa della colpa una morte dovuta, ma i bambini patiscono una morte non dovuta, non contraendo essi da lui nessuna colpa. Benché infatti ai buoni si conferisca attraverso la morte moltissimo bene, tanto che alcuni hanno opportunamente disquisito pure sulla bontà della morte, tuttavia anche per il fatto che la pena del peccato viene convertita a buoni risultati che altro si deve esaltare se non la misericordia di Dio?

Esegesi di Rom 5, 12.

4. 7. Ma costoro lo dicono con la volontà precisa di deviare gli uomini dalle parole dell'Apostolo verso il loro modo di sentire. Infatti dove l'Apostolo afferma: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, e così è passato in tutti gli uomini 17, il passaggio non lo vogliono intendere del peccato, bensì della morte. E allora che significano le parole seguenti: Nel quale tutti hanno peccato? L'Apostolo infatti o dice che tutti hanno peccato in quell'unico uomo di cui aveva dichiarato: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, o dice che tutti hanno peccato in quel peccato, o certamente dice che tutti hanno peccato nella morte. Non deve infatti far difficoltà che non abbia detto: "Nella quale", ma abbia detto: Nel quale tutti hanno peccato; la morte è appunto di genere maschile nella lingua greca. Scelgano dunque quello che vogliono: o infatti "tutti hanno peccato in quell'uomo", e ciò è stato detto proprio perché, quando egli peccò, in lui c'erano tutti; o tutti hanno peccato in quel peccato, perché è diventato universalmente di tutti il peccato che tutti i nascenti erano destinati a contrarre, o resta che dicano che tutti hanno peccato in quella morte. Ma in che modo questo lo si possa intendere non lo vedo davvero. Nel peccato infatti muoiono gli uomini; non è nella morte che tutti peccano, perché al peccato che la precede segue la morte, non alla morte che lo precede segue il peccato. Appunto il pungiglione della morte è il peccato 18, ossia è il pungiglione che pungendo provoca la morte, non il pungiglione con il quale la morte punge. Come un veleno, se si beve, si chiama pozione di morte perché da quella pozione è stata causata la morte, non perché la pozione sia stata causata o somministrata dalla morte. Che se la ragione decisiva per non poter intendere dalle parole dell'Apostolo che tutti abbiano peccato in quel peccato è che nel greco, dal quale la lettera è stata tradotta, il peccato è posto in genere femminile, resta da intendere che tutti hanno peccato in quel primo uomo, perché in lui c'erano tutti quando egli peccò e da lui nascendo si contrae il peccato che non si scioglie se non rinascendo. Infatti anche S. Ilario intende così le parole: Nel quale tutti hanno peccato. Dice appunto: "Nel quale tutti hanno peccato, ossia in Adamo". Poi soggiunge: "È manifesto che tutti hanno peccato in Adamo come in massa. Tutti quelli infatti che egli generò corrotto dal peccato, sono nati sotto il peccato". Ciò scrivendo Ilario insegnò senza ambiguità in che modo dovesse intendersi il testo: Nel quale tutti hanno peccato.

La necessità della redenzione di Cristo è prova dell'universalità del peccato.

4. 8. Perché poi il medesimo Apostolo dice che noi veniamo riconciliati con Dio per mezzo del Cristo, se non perché eravamo diventati nemici? E questo che altro è se non peccato? Tanto che anche il Profeta dice: Le vostre iniquità hanno scavato un abisso tra voi e Dio 19. Per questa separazione dunque è stato mandato il Mediatore, perché togliesse il peccato del mondo che ci separava da Dio come nemici e, riconciliatici con lui, da nemici diventassimo figli. Su tale sfondo parlava appunto l'Apostolo e su tale sfondo ha fatto l'inserimento delle parole: A causa di un solo uomo il peccato è entrato. Ecco infatti le sue parole antecedenti: Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, il Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se, infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione 20. Poi soggiunge: Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, e così ha raggiunto tutti gli uomini, nel quale tutti hanno peccato 21. Che nicchiano i pelagiani? Se a tutti è necessaria la riconciliazione mediante il Cristo, in tutti dunque è passato il peccato per cui fummo nemici bisognosi d'essere riconciliati. Questa riconciliazione avviene nel lavacro della rigenerazione e nella carne e nel sangue del Cristo, senza di che non possono avere la vita in se stessi nemmeno i bambini. Come infatti uno solo valse alla morte per il suo peccato, così uno solo vale alla vita per la sua giustizia. Perché, come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita nel Cristo 22; e: Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così pure per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustizia che dà vita 23. Chi mai contro queste parole apostoliche ha fatto il sordo con tanta durezza d'empietà nefanda da sostenere dopo averle udite che a passare in noi attraverso Adamo è stata la morte senza il peccato all'infuori di questi oppositori della grazia di Dio, nemici della croce del Cristo? La perdizione sarà la loro fine 24, se persisteranno in questa cocciutaggine. Ma basti quello che abbiamo detto a causa della loro astuzia serpentina con la quale vogliono corrompere le menti semplici e distaccarle dalla castità della fede cattolica con il pretesto di lodare la creatura.

I pelagiani lodano il matrimonio per negare il peccato originale.

5. 9. Quanto poi alla lode delle nozze che giova a costoro di fronte ai manichei, che non le attribuiscono al Dio vero e buono, ma al principe delle tenebre, opporsi ad essi con queste parole di vera pietà: "Il Signore parla così nel Vangelo: Il Creatore da principio li creò maschio e femmina 25 e disse: Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra 26. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi" 27? Che giova a loro questo tentativo di sedurre alla falsità per mezzo della verità? Lo dicono infatti perché si creda che i bambini nascono liberi da ogni colpa e quindi non hanno bisogno d'essere riconciliati con Dio mediante il Cristo non avendo nessun peccato originale, che rende necessaria a tutti la riconciliazione per mezzo di quel solo che è venuto nel mondo senza peccato, come l'inimicizia di tutti con Dio è stata causata da quel solo per cui il peccato è entrato nel mondo. Il che si crede cattolicamente per salvare la natura degli uomini, salva la dignità delle nozze: perché lode delle nozze è la giusta copula dei sessi e non l'iniqua difesa dei vizi. E per questo costoro, quando lodano le nozze, vogliono trasferire le persone dai manichei alla loro stessa parte, desiderano cambiare ad esse malattia, non sanarle dalla malattia.

Lodano la legge per negare la grazia di Cristo.

5. 10. Di nuovo che giova ad essi dire il vero contro i manichei a lode della legge, quando da qui vogliono condurre a ciò che di falso sentono contro i cattolici? Dicono infatti: Confessiamo secondo l'Apostolo che anche l'antica legge era giusta e santa e buona 28. A coloro che ne osservavano i comandamenti e mediante la fede vivevano nella giustizia, come ai Profeti, ai Patriarchi e a tutti i santi ha potuto conferire la vita eterna. Con le quali parole, scelte con somma astuzia, lodano la legge contro la grazia. Perché non era la legge, benché giusta e santa e buona, che a tutti quegli uomini di Dio poteva conferire la vita eterna, ma la fede che si fonda nel Cristo. Questa fede infatti opera mediante la carità 29, non secondo la lettera che uccide, ma secondo lo Spirito che dà vita 30. A tale grazia di Dio la legge conduce dalla trasgressione, incutendo paura come un pedagogo 31, perché si conferisca così all'uomo ciò che essa non ha potuto conferirgli. Infatti a coteste loro parole: "La legge ha potuto conferire la vita eterna ai Profeti, ai Patriarchi e a tutti i santi che ne osservavano i comandamenti" l'Apostolo risponde: Se la giustificazione viene dalla legge, il Cristo è morto invano 32. Se l'eredità si ottenesse in base alla legge, non sarebbe più in base alla promessa 33. Se diventassero eredi coloro che provengono dalla legge, sarebbe resa vana la fede e nulla la promessa 34. E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede 35. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse 36. Quest'ultima testimonianza della legge, ricordata dall'Apostolo 37, si intende in riferimento alla vita temporale, per paura della cui perdita e non per la fede gli uomini osservavano le opere della legge, perché dalla medesima legge si comandava che fossero uccisi dal popolo i trasgressori della legge. Oppure, se con più profondità si deve intendere che la frase: Chi praticherà queste cose, vivrà per esse 38 sia stata scritta in riferimento alla vita eterna, allora l'intenzione della legge nell'esprimere così il suo imperio è che la debolezza dell'uomo, incapace in se stessa d'osservare i comandamenti della legge, cercasse piuttosto mediante la fede l'aiuto della grazia di Dio, della cui misericordia è dono anche la fede stessa. Così appunto si riceve la fede: Ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha data 39. Se infatti lo spirito della fortezza, della carità e della continenza non viene agli uomini da loro stessi, ma lo ricevono, tanto che il medesimo Dottore delle genti dice: Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza e d'amore e di continenza 40, certamente si riceve anche lo spirito di fede, di cui dice: Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede 41. La legge dunque dice la verità nella frase: Chi praticherà queste cose, vivrà per esse 42. Ma perché le pratichi e viva per esse non basta la legge che impera, bensì è necessaria la fede che l'impetra. La quale stessa fede tuttavia, perché meriti di ricevere questi doni, è data a sua volta gratuitamente.

La grazia è il dono della carità.

5. 11. Ma in nessun altro caso cotesti nemici della grazia, per opporsi più aspramente alla medesima grazia, tramano insidie più camuffate di quando lodano la legge, che è senza dubbio da lodare. La legge appunto in tutte le loro discussioni, con giri diversi di locuzioni e con varietà di parole, vogliono far passare per grazia, nel senso cioè che riceviamo dal Signore Dio l'aiuto della cognizione perché conosciamo le opere da fare, non l'ispirazione dell'amore perché facciamo con santo amore le opere conosciute: e questo amore è propriamente grazia. Infatti la conoscenza della legge senza la carità gonfia e non edifica, come dice apertissimamente lo stesso Apostolo: La scienza gonfia, mentre la carità edifica 43. La quale sentenza assomiglia all'altra: La lettera uccide, lo spirito dà vita 44, corrispondendosi rispettivamente tra loro: La scienza gonfia e la lettera uccide, la carità edifica e lo spirito dà vita, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 45. Pertanto la conoscenza della legge fa dell'uomo un superbo trasgressore, invece per il dono della carità l'uomo si diletta d'essere osservatore della legge. Non è dunque che a causa della fede noi togliamo ogni valore alla legge, ma confermiamo la legge 46, che impaurendo conduce alla fede. A questo scopo infatti la legge provoca l'ira 47: perché a chi è preso dal terrore e si converte ad adempiere la giustizia della legge, elargisca la misericordia di Dio la grazia per Gesù Cristo nostro Signore, che è la sapienza di Dio 48, della quale sta scritto: Porta sulla sua lingua la legge e la misericordia 49. La legge per atterrire, la misericordia per sovvenire, la legge mediante il suo servo, la misericordia da se stesso, la legge come nel bastone che Eliseo mandò per risuscitare il figlio della vedova che non risorse: Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustizia scaturirebbe davvero dalla legge 50, la misericordia come nello stesso Eliseo che in figura del Cristo si abbracciò al morto da risuscitare quasi per significare il grande mistero del Nuovo Testamento.

La lode del libero arbitrio.

6. 12. Similmente che giova a costoro lodare contro i manichei il libero arbitrio usando la testimonianza del Profeta: Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada 51, dal momento che non difendono tanto il libero arbitrio contro i manichei quanto lo esaltano contro i cattolici? Così infatti vogliono che s'intendano le parole: Se sarete docili e ascolterete come se nella volontà precedente ci sia il merito della grazia conseguente, con il risultato che la grazia non sia più grazia 52, perché non sarebbe gratuita quando fosse resa come dovuta. Se invece intendessero le parole: Se sarete docili così da riconoscere che la stessa buona volontà la prepara colui del quale è scritto: La volontà è preparata dal Signore 53, allora userebbero da cattolici tale testimonianza e non solo vincerebbero la vecchia eresia dei manichei, ma non fonderebbero la nuova eresia dei pelagiani.

La grazia accende l'amore per la virtù.

6. 13. Che giova a costoro dire in lode dello stesso libero arbitrio: "La grazia aiuta il buon proposito di ciascuno"? Lo si prenderebbe senza scrupolo come detto in senso cattolico, se costoro non riponessero nel buon proposito un merito, al quale la ricompensa sia resa già secondo un debito e non secondo la grazia, ma intendessero e confessassero che anche lo stesso buon proposito, a cui viene in aiuto la grazia conseguente, non sarebbe potuto esistere nell'uomo se la grazia non gli fosse stata data antecedente. In che modo infatti c'è il buon proposito dell'uomo senza che ci sia prima il Signore ad usare misericordia, dal momento che la stessa buona volontà è quella che è preparata dal Signore? Ciò che poi, dopo aver detto: "La grazia aiuta pure il buon proposito di ciascuno" aggiungono subito: "Tuttavia non infonde la sollecitudine della virtù in chi è riluttante", si potrebbe intendere correttamente se non fosse detto da costoro dei quali è noto il senso. A chi è riluttante infatti la stessa grazia di Dio procura prima l'ascolto della vocazione divina e accende poi in lui non più riluttante la sollecitudine della virtù. La verità è che in tutte le azioni che ciascuno compie secondo Dio la sua misericordia lo previene 54. Il che non vogliono costoro, perché non vogliono essere cattolici, ma pelagiani. Molto infatti si compiace la superba empietà che non le sembri donato ma reso anche ciò che si è costretti a confessare dato dal Signore; si deve credere cioè che essi, figli della perdizione e non della promessa, si siano fatti buoni da sé, e che a tal gente, già fatta buona da se stessa, Dio abbia reso per cotesta sua buona opera il debito premio.

L'insegnamento della Scrittura sulla grazia.

6. 14. Lo stesso tumore dell'orgoglio ha infatti ostruito talmente ad essi gli orecchi del cuore da non udire: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto 55? da non udire: Senza di me non potete far nulla 56, da non udire: L'amore viene da Dio 57, da non udire: Dio dà la misura della fede 58, da non udire: Lo Spirito spira dove vuole 59, e: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio costoro sono figli di Dio 60, da non udire: Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio 61, da non udire quello che scrive Esdra: Benedetto il Signore dei nostri padri, che ha messo nel cuore del re il proposito di abbellire la sua casa in Gerusalemme 62, da non udire ciò che per bocca di Geremia dice il Signore: Metterò nei loro cuori il mio timore, perché non si distacchino da me, e li visiterò per farli buoni 63, e da non udire soprattutto quello che dice per bocca del profeta Ezechiele, dove Dio in modo assoluto mostra di non lasciarsi influenzare da nessun merito buono degli uomini per farli buoni, ossia obbedienti ai suoi comandamenti; ma egli rende piuttosto questi beni per i mali, facendo per se stesso e non per loro. Dice infatti: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio -, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure; io vi purificherò e vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi 64. E poco dopo per mezzo del medesimo Profeta dice: Non per riguardo a voi io agisco - dice il Signore Dio -: sappiatelo bene. Vergognatevi e arrossite della vostra condotta, o Israeliti. Così dice il Signore Dio: Nel giorno in cui vi purificherò da tutte le vostre iniquità, ripopolerò le città, che risorgeranno dalle loro rovine. Quella terra desolata, che agli occhi di ogni viandante appariva un deserto, sarà ricoltivata e si dirà: La terra che era desolata è diventata ora come un giardino di delizie; le città, già rovinate, desolate e sconvolte, ora sono fortificate e abitate. I popoli che saranno rimasti attorno a voi sapranno che io, il Signore, ho ricostruito ciò che era distrutto e ricoltivato la terra che era un deserto. Io, il Signore, l'ho detto e l'ho fatto. Dice il Signore: Permetterò ancora che la gente d'Israele mi preghi d'intervenire in suo favore. Io moltiplicherò gli uomini come greggi, come greggi consacrati, come un gregge di Gerusalemme nelle sue solennità. Allora le città rovinate saranno ripiene di greggi di uomini e sapranno che io sono il Signore 65.

La cooperazione dell'uomo e di Dio nel fare il bene.

6. 15. Cos'è rimasto alla loro pelle cadaverica da gonfiarsi e disdegnare di vantarsi nel Signore, quando si vanta 66? Che l'è rimasto, quando, qualunque cosa dica d'aver fatto per attribuire all'uomo un merito precedente nato dall'uomo dietro al quale corra Dio per fare ciò di cui l'uomo è degno, si risponderà, si reclamerà, si controbatterà: Io agisco non per riguardo a voi, ma per amore del mio nome santo, dice il Signore Dio 67? Niente demolisce così bene i pelagiani che dicono "la grazia di Dio data secondo i nostri meriti". Il che lo stesso Pelagio, pur non correggendosi, tuttavia condannò temendo i giudici orientali. Niente demolisce così bene la presunzione di costoro che dicono: "Siamo noi a fare in modo da meritare che Dio faccia con noi". Non Pelagio, ma il Signore stesso vi risponde: Io agisco non per riguardo a voi, ma per amore del mio nome santo 68. Che potete infatti ricavare di buono da un cuore non buono? Ma perché abbiate un cuore buono, Dio dice: Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo 69. Potete forse voi dire: Prima abbiamo vissuto secondo i suoi statuti, prima abbiamo osservato le sue leggi e ci siamo fatti degni che ci desse la sua grazia? Che potreste fare di buono voi uomini cattivi e in che modo fareste queste buone azioni, se non foste già buoni? Ma chi fa che gli uomini siano buoni all'infuori di colui che dice: Li visiterò per farli buoni 70, all'infuori di colui che dice: Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare le mie leggi 71? È proprio vero che non vi siete ancora svegliati? Non udite ancora: Io vi farò camminare, io vi farò osservare, e infine: Io vi farò fare? Perché continuate a gonfiarvi? Certamente siamo noi a camminare, è vero; siamo noi ad osservare, siamo noi a fare; ma Dio fa che camminiamo, fa che osserviamo, fa che facciamo. Questa è la grazia divina che ci fa buoni, questa è la misericordia divina che ci previene 72. Che meritano i luoghi deserti e devastati e rovinati, i quali tuttavia saranno ricostruiti, ricoltivati e fortificati 73? Avverranno forse questi lieti eventi per i meriti della loro desolazione, della loro devastazione, della loro rovina? Non sia mai detto! Cotesti sono infatti meriti cattivi e questi sono doni buoni. Si rendono dunque beni ai mali: beni perciò gratuiti, non dovuti, e quindi grazie 74. Io, dice il Signore, io il Signore. Questa voce del Signore non ti tappa la bocca, o superbia umana, che vai dicendo: Io faccio, per meritare d'essere riedificato e ripiantato dal Signore? È mai possibile che tu non oda: Non per riguardo a voi io agisco 75. Io, il Signore, ho ricostruito ciò che era distrutto e ricoltivato la terra che era un deserto. Io, il Signore, l'ho detto e l'ho fatto. Tuttavia non per riguardo a voi, ma per amore del mio nome santo 76? Chi moltiplica gli uomini come greggi, come greggi consacrati, come un gregge di Gerusalemme; chi fa sì che quelle città rovinate si riempiano di greggi umani, se non colui che dice: E sapranno che io sono il Signore 77? Ma di quali greggi umani riempie le città, come ha promesso: di greggi che trova o di greggi che fa? Interroghiamo il Salmo. Ecco risponde, ascoltiamo: Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore, piangiamo al cospetto del Signore che ci ha fatti. Poiché egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce 78. È lui dunque che fa le pecore delle quali riempie le città spopolate. Che c'è di strano? È appunto a quell'unica pecora, ossia alla Chiesa, di cui sono membra tutti gli uomini come pecore di un gregge, che è detto: Io sono il Signore che ti faccio. Perché mi mostri il libero arbitrio, che non sarà libero per poter fare la giustizia, se tu non sarai pecora del Signore? Colui dunque che fa sue pecore gli uomini, egli stesso libera le volontà umane per l'obbedienza della pietà.

Il mistero della predestinazione.

6. 16. Ma perché colui presso il quale non c'è parzialità 79, fa sue pecore alcuni uomini e altri no? Rispetto a questa medesima questione, che alcuni proponevano con più curiosità che perspicacia, il beato Apostolo risponde: O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: Perché mi hai fatto così? 80 È questa una questione che appartiene a quella profondità che, a volerci guardare dentro, il medesimo Apostolo si è spaventato in certo qual modo ed ha esclamato: O profondità della ricchezza, della sapienza, della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e in lui sono tutte le cose. A lui sia gloria nei secoli dei secoli 81. Non presumano dunque di scrutare cotesta imperscrutabile questione coloro che difendendo il merito prima della grazia e quindi già contro la grazia vogliono dare a Dio per primi così da riceverne il contraccambio; dare qualsiasi azione per primi certamente in forza del libero arbitrio, cosicché la grazia sia da esser resa in premio. Sapientemente intendano o fedelmente credano che anche ciò che pensano d'aver dato per primi l'hanno ricevuto da colui dal quale sono tutte le cose, per mezzo del quale sono tutte le cose, nel quale sono tutte le cose 82. Quanto poi al problema della ragione per cui questo riceve e quello non riceve, mentre ambedue sono immeritevoli di ricevere e, chiunque di essi riceva, riceve indebitamente, misurino le loro forze e non cerchino quello che li sorpassa 83. Basti a loro sapere che in Dio non c'è ingiustizia 84. L'Apostolo infatti, non avendo trovato nessun merito per cui Giacobbe dovesse precedere presso Dio il suo gemello, esclama: Che diremo dunque? C'è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell'uomo, ma da Dio che usa misericordia 85. Grata ci sia dunque la sua gratuita compassione, benché rimanga insoluta questa profonda questione. La quale si scioglie tuttavia solo nei limiti in cui la scioglie il medesimo Apostolo dicendo: Pertanto Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza vasi di collera, già pronti per la perdizione, e questo per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria 86. La punizione divina non si paga appunto se non dovuta, perché non ci sia ingiustizia da parte di Dio; la misericordia divina invece anche quando si offre senza esser dovuta non è un'ingiustizia da parte di Dio. E proprio da questo fatto intendono i vasi di misericordia quanto gratuita misericordia si presti ad essi: dal fatto che ai vasi di collera, con i quali hanno in comune la causa della perdizione e la massa della perdizione, si paga una punizione dovuta e giusta 87. Queste considerazioni bastino ormai contro coloro che a causa della libertà dell'arbitrio vogliono distruggere la liberalità della grazia.

La lode dei Santi.

7. 17. Che poi, a lode dei santi, non vogliano i pelagiani che noi abbiamo fame e sete di giustizia con l'umiltà di quel pubblicano, ma ruttiamo con la vanità di quel fariseo, come se fossimo pieni zeppi di giustizia 88; che contro i manichei, distruttori del battesimo, i pelagiani dicano: "Dal battesimo gli uomini sono rinnovati perfettamente" e adoperino per questo la testimonianza dell'Apostolo, il quale attesta che per mezzo del lavacro dell'acqua si fa dalle genti una Chiesa santa e immacolata 89, che giova a costoro, quando con senso superbo e corrotto sollevano le loro discussioni contro le orazioni della Chiesa stessa? Lo dicono infatti con questo scopo: far credere che la Chiesa dopo il santo battesimo, dove si fa remissione di tutti i peccati, non ha più in seguito nessun peccato; mentre contro di essi la Chiesa dal sorgere del sole fino al suo tramonto grida con tutte le sue membra a Dio: Rimetti a noi i nostri debiti 90. E che è mai questo: interrogati in tale causa, anche su se stessi, non trovano che cosa rispondere? Se infatti diranno d'essere senza peccato, Giovanni risponde a costoro che ingannano se stessi e la verità non è in essi 91. Se al contrario confessano i loro peccati, volendo essere membra del corpo del Cristo, in che modo nel corso ancora di questo tempo sarà perfettamente senza macchia e ruga, com'essi ritengono, quel corpo, ossia la Chiesa, le cui membra confessano non insinceramente d'aver peccati? Ecco dunque la verità: e nel battesimo si rimettono tutti i peccati, e per mezzo dello stesso lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola si fa comparire davanti al Cristo la sua Chiesa senza macchia né ruga 92. Perché se non fosse stata battezzata, direbbe infruttuosamente: Rimetti a noi i nostri debiti, fino a quando non sarà condotta alla gloria, dove ancora più perfettamente non vi sarà in essa nessuna macchia né ruga.

Lo Spirito Santo e i giusti dell'Ant. Testamento.

7. 18. Si deve confessare che "anche nei tempi antichi lo Spirito Santo" non solo "aiutava le buone disposizioni", come vogliono pure costoro, ma faceva altresì buone le disposizioni: ciò che i pelagiani non vogliono. Che "anche tutti i Profeti e gli Apostoli o i santi, evangelici o antichi, ai quali rende testimonianza Dio, siano stati giusti non a paragone degli scellerati, ma secondo la regola delle virtù" non c'è dubbio, e questo è contro i manichei che bestemmiano Patriarchi e Profeti; ma è contro anche i pelagiani il fatto che tutti quei personaggi, interrogati su se stessi mentre vivevano in questo corpo, avrebbero risposto ad una sola voce con la più assoluta unanimità: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 93. "Ma che in un tempo futuro ci sarà la ricompensa tanto delle opere buone quanto delle cattive" non si deve negare, "e che a nessuno sarà comandato di là d'osservare i comandamenti che avrà disprezzato di qua". Ma la sazietà della piena giustizia, nella quale il peccato non possa esistere più, e della quale i santi hanno fame e sete di qua, ora nel precetto si spera, allora nel premio si riceve, impetrando le elemosine e le orazioni che quanto dei comandamenti è rimasto al di sotto del pieno adempimento non sia punito in forza dell'indulgenza dei peccati.

I veri scopi delle lodi pelagiane.

7. 19. Stando così le cose, smettano i pelagiani con le lodi più insidiose di coteste cinque realtà, ossia con la lode della natura, con la lode delle nozze, con la lode della legge, con la lode del libero arbitrio, con la lode dei santi, di fingere quasi di voler liberare gli uomini dalle trappole dei manichei per poterli prendere nelle proprie reti. Cioè smettano di negare il peccato originale e di escludere i bambini dall'aiuto medicinale del Cristo, e di dire che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti, cosicché la grazia non sia più grazia 94; e di dire che i santi in questa vita non avevano peccati, cosicché si svuoti di senso l'orazione insegnata da colui che fu senza peccato 95 e in virtù del quale ogni peccato è rimesso ai santi che pregano. A questi tre mali con la lode ingannevole di quei cinque beni seducono costoro i fedeli incauti e incolti. E su tutti questi punti credo d'aver già sufficientemente risposto alla loro vanità, estremamente crudele, empia e superba.

Le Chiese Occidentali e Orientali contrarie ai pelagiani.

8. 20. Ma poiché vanno dicendo: "I nostri nemici hanno accolto le nostre parole in odio alla verità e da quasi tutto l'Occidente è stato accettato un dogma non meno stupido che empio", poiché vanno lamentandosi che "a conferma dell'errore è stata estorta una sottoscrizione ad alcuni vescovi ignari, nei loro luoghi di residenza, senza riunirli in concilio", mentre è vero al contrario che la Chiesa tanto dell'Occidente quanto dell'Oriente ha sentito orrore delle novità profane delle loro chiacchiere 96, stimo che rientri nella nostra cura non solo adoperare come testimoni contro di essi le sante Scritture canoniche, come abbiamo già fatto a sufficienza, ma riportare anche alcuni insegnamenti dagli scritti dei santi che hanno commentato prima di noi le Scritture con fama celebratissima e ingente gloria. Non eguaglio l'autorità di un qualche commentatore ai Libri canonici, né dico che la sentenza di un cattolico non possa in modo assoluto essere più buona o più vera di quella di un altro ugualmente cattolico. Ma a coloro che prestano un qualche credito ai pelagiani vogliamo mostrare come sui medesimi argomenti prima dei vaniloqui dei pelagiani i vescovi cattolici abbiano seguito la parola di Dio, e far sapere a costoro che si difende da noi la fede cattolica, retta e fondata fin dall'antichità, contro la nuova presunzione e perversione degli eretici pelagiani.

Testimonianze di Cipriano sul peccato originale.

8. 21. Il beatissimo Cipriano, molto glorioso anche per la corona del martirio, notissimo non solo alle Chiese d'Africa e d'Occidente, ma altresì a quelle d'Oriente per la fama che in lungo e in largo esalta e diffonde i suoi scritti, è citato pure con l'onore che gli spetta dallo stesso eresiarca di costoro, Pelagio, dove scrivendo il libro delle Testimonianze asserisce di imitarlo, cioè "di fare con Romano quello che Cipriano aveva fatto con Quirino". Vediamo dunque quale sia stata la sentenza di Cipriano sul peccato originale, che a causa di un solo uomo è entrato nel mondo 97. Nella sua lettera Il lavoro e l'elemosina parla così: Il Signore, dopo aver risanato con la sua venuta quelle ferite che ci aveva inferte Adamo e dopo aver curato gli antichi veleni del serpente, diede all'uomo risanato la sua legge e gli comandò di non peccare più per l'avvenire, perché peccando non gli avesse ad accadere qualcosa di peggio 98. Questa prescrizione d'innocenza ci coartava e ci chiudeva senza via di scampo, né l'infermità e la debolezza della fragilità umana avrebbe che fare, se la pietà divina venendole ancora una volta in soccorso non le aprisse una qualche via per assicurarle la salvezza indicando le opere della giustizia e della misericordia, così da lavare con le elemosine tutte le sozzure contratte da noi successivamente al battesimo 99. Con tale testimonianza questo teste colpisce due falsità dei pelagiani: la prima, di dire che il genere umano non contrae da Adamo nessun vizio che abbia bisogno d'essere curato e sanato per mezzo del Cristo; la seconda, di dire che dopo il battesimo i santi non hanno più nessun peccato. In un altro passo della medesima lettera dice: Immagini ciascuno di vedere con i propri occhi il diavolo insieme con i suoi servitori, cioè con il popolo della perdizione e della morte, farsi in mezzo a provocare la plebe del Cristo, presente e giudicante il Cristo stesso, e a dire facendo un esame comparativo: Io per questi che vedi con me né ho preso schiaffi, né ho subìto flagelli, né ho sofferto la croce, né ho versato il sangue, né ho redento questa mia famiglia a prezzo di passione e di sangue, ma né prometto ad essi il regno celeste, né li richiamo di nuovo al paradiso restituendo ad essi l'immortalità 100. Rispondano i pelagiani quando siamo stati noi nell'immortalità del paradiso e in che modo ne siamo stati espulsi per esservi richiamati in virtù della grazia del Cristo. E non potendo trovare che cosa rispondere qui secondo la loro perversità, avvertano in che senso Cipriano abbia inteso le parole dell'Apostolo: Nel quale tutti hanno peccato 101, e i nuovi eretici pelagiani non osino rovesciare la calunnia di vecchi eretici manichei su nessun cattolico per non essere convinti di fare un'ingiuria tanto scellerata anche all'antico martire Cipriano.

Le lettere Sulla mortalità e Sulla pazienza.

8. 22. Egli infatti anche nella lettera che porta il titolo L'Epidemia lo ripete in questo modo: Il regno di Dio, fratelli dilettissimi, è prossimo a cominciare, e il premio della vita e il gaudio dell'eterna salvezza e l'eterna letizia e il possesso del paradiso perduto da poco, stanno già per arrivare con il passare del mondo. Di nuovo nella medesima lettera dice: Abbracciamo il giorno che assegna ciascuno alla sua casa, il giorno che, strappati da qui e sciolti dai lacci del secolo, ci restituisce al paradiso e al regno 102. Similmente nella lettera La pazienza dice: Si pensi alla sentenza di Dio che appena alle origini del mondo e del genere umano Adamo, dimentico del precetto e trasgressore della legge intimatagli, sentì comminarsi. Impareremo allora quanto abbiamo da soffrire in questo mondo noi che nasciamo così da essere quaggiù afflitti da angustie e da lotte. La sentenza dice: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo proibito di mangiare, maledetto sia il suolo in tutti i tuoi lavori. Con tristezza e pianto ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il tuo pane, finché ritornerai nella terra dalla quale sei stato preso, poiché sei polvere e in polvere tornerai" 103. Dal nodo di questa sentenza siamo legati e stretti tutti noi, finché subendo la morte partiamo da questo secolo 104. E ancora nella medesima lettera dice: Infatti, poiché per quella prima trasgressione del precetto se n'è andata la forza del corpo con l'immortalità ed è sopraggiunta la debolezza del corpo con la morte, e poiché non possiamo ricuperare la forza del corpo se non quando sia stata ricuperata anche l'immortalità, siamo costretti a lottare sempre e a soffrire in questa fragilità e debolezza corporale. Lotta e sofferenza che non può essere sostenuta se non con le forze della pazienza 105.

La lettera A Fido.

8. 23. Nella lettera poi che scrisse al vescovo Fido insieme a sessantasei suoi coepiscopi, consultato da lui se, stante la legge della circoncisione, si potesse battezzare un bambino prima dell'ottavo giorno, la nostra causa è trattata in tal maniera da sembrare che la Chiesa cattolica confutasse già allora per previsione divina gli eretici pelagiani tanto lontani ancora nel tempo. Colui infatti che l'aveva consultato non dubitava che i figli contraessero nel nascere il peccato originale da lavare rinascendo: non sia mai detto che la fede cristiana abbia in qualche tempo dubitato di questa verità. Fido invece dubitava se il lavacro della rigenerazione, con il quale non dubitava doversi rimettere il peccato originale, fosse da darsi prima dell'ottavo giorno. Alla quale consultazione rispondendo il beatissimo Cipriano dice: Per quanto concerne la causa dei bambini che tu hai detto non essere opportuno battezzare dentro il secondo o il terzo giorno dalla nascita, e che si deve prendere in considerazione la legge dell'antica circoncisione 106, così da credere che un neonato non sia da battezzarsi e da santificarsi prima dell'ottavo giorno, ben diversamente è parso a tutti nel nostro concilio. Nessuno infatti ha condiviso quello che tu credevi doversi fare, ma tutti abbiamo giudicato piuttosto che a nessun bambino si debba negare la grazia del misericordioso Dio. Dicendo infatti il Signore nel suo Vangelo: "Il Figlio dell'uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle" 107, nessun'anima dev'essere perduta per quanto dipende da noi nei limiti del possibile 108. E poco dopo: Nessuno di noi deve vergognarsi di ciò che il Signore si è degnato di plasmare. Per quanto un bambino sia nuovo di parto, non è tuttavia il caso che qualcuno debba avere orrore di baciarlo nel dare la grazia e nel fare la pace, poiché nel baciare un infante ciascuno di noi deve pensare nella sua pietà alle mani ancora fresche di Dio, che in qualche modo noi baciamo in un bambino appena plasmato e nato da poco, quando abbracciamo quello che Dio ha fatto 109. Similmente dice poco dopo: Del resto, se qualcosa potesse impedire agli uomini di conseguire la grazia, più di tutto dovrebbero impedirlo agli uomini adulti e attempati i peccati più gravi. Ora però, se si concede la remissione dei peccati anche ai peggiori delinquenti e a coloro che hanno commesso antecedentemente una moltitudine di peccati e successivamente si sono convertiti alla fede, e se a nessuno si rifiuta il battesimo e la grazia, quanto meno se ne deve allontanare un bambino che, appena nato, non ha commesso nessun peccato personale, ma ha solamente contratto con la prima nascita il contagio dell'antica morte, essendo nato carnalmente secondo Adamo! Egli accede a ricevere la remissione dei peccati tanto più facilmente, perché non gli vengono rimessi peccati propri, ma peccati altrui 110.

Commento di Ag. alle affermazioni di Cipriano.

8. 24. Che cosa risponderanno a queste testimonianze coloro che della grazia di Dio sono non soltanto disertori, ma anche persecutori? Che cosa risponderanno? Che senso ha la restituzione a noi del possesso del paradiso? Come veniamo restituiti al paradiso, se non vi siamo mai stati? O come vi siamo stati, se non perché siamo stati in Adamo? E come possiamo esser compresi nella sentenza pronunziata contro il trasgressore, se dal trasgressore non contraiamo la colpa? Infine, Cipriano giudica che i bambini si debbano battezzare anche prima dell'ottavo giorno, perché le anime dei bambini non periscano a causa del contagio dell'antica morte contratto con la loro prima nascita. In che modo periscono, se coloro che nascono, anche da genitori credenti, non sono tenuti dal diavolo finché non rinascano nel Cristo e, liberati dal potere delle tenebre, non siano trasferiti nel suo regno 111? E chi dice che periranno le anime di coloro che nascono, se non rinascono? Lo dice colui appunto che loda così il Creatore e la creatura, l'Artista e l'opera, da riprendere e da correggere, interponendo la venerazione dovuta allo stesso Creatore, l'orrore della sensibilità umana che disdegni di baciare i bambini partoriti da poco, dicendo che nel bacio di quell'età bisogna pensare alle mani di Dio ancora fresche di lavoro. Confessando dunque il peccato originale, condanna forse o la natura o le nozze? Applicando a chi nasce reo da Adamo la purificazione della rigenerazione, ha negato forse per questo che Dio è il Creatore di coloro che nascono? Giudicando con il concilio dei suoi colleghi, nel timore della perdita di anime di qualsiasi età, che esse si devono liberare con il sacramento del battesimo anche prima dell'ottavo giorno, ha forse per questo accusato le nozze, quando nel bambino nato dal matrimonio o dall'adulterio, perché è tuttavia un uomo, addita le fresche mani di Dio degne pure del bacio di pace? Se dunque il santo vescovo e gloriosissimo martire Cipriano ha potuto giudicare che il peccato originale si deve risanare nei bambini con la medicina del Cristo, salva la dignità della creazione, salva la dignità delle nozze, perché mai una pestilenza novizia, mentre non osa dichiarare manicheo Cipriano, ai cattolici che difendono queste verità crede di dover rinfacciare un crimine altrui per coprire il crimine proprio? Ecco che un celebratissimo commentatore delle Scritture divine, prima che le nostre terre fossero sfiorate anche dal più lieve sentore della pestilenza manichea, senza nessuna offesa dell'opera divina e delle nozze, confessa il peccato originale, non dicendo spruzzato il Cristo da qualche macchia di peccato, né tuttavia equiparando a lui la carne di tutti gli altri nascenti, ai quali apprestare l'aiuto della purificazione mediante la sua carne somigliante a quella del peccato; né si lascia atterrire dall'oscura questione dell'origine delle anime per confessare il ritorno in paradiso di coloro che fa liberi la grazia del Cristo. Dice forse che è passata da Adamo negli uomini la condizione della morte senza che ci sia passata la contaminazione del peccato? Non infatti per evitare la morte corporale, ma per il peccato entrato nel mondo a causa di un solo uomo 112, dice che con il battesimo si soccorrono i bambini, per quanto freschissimi di nascita.

Testimonianze di Cipriano sulla grazia.

9. 25. Quanto poi alla grazia di Dio, come Cipriano la predichi contro costoro apparisce evidente dove tratta dell'Orazione domenicale. Scrive infatti: Diciamo: "Sia santificato il tuo nome" 113, non per augurare a Dio d'esser santificato dalle nostre orazioni, ma per chiedergli che il suo nome sia santificato in noi. Del resto, da chi è santificato Dio, che è colui stesso che santifica? Ma poiché egli ha detto: "Siate santi, perché io sono santo" 114, questo chiediamo e supplichiamo: che dopo esser stati santificati nel battesimo perseveriamo nell'essere quello che abbiamo cominciato ad essere allora 115. In un altro passo della medesima lettera scrive: Aggiungiamo anche e diciamo: "Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra" 116, non nel senso che Dio faccia quello che vuole, ma che noi possiamo fare quello che Dio vuole. Chi infatti può ostacolare Dio dal fare quello che vuole? Ma, siccome il diavolo ostacola noi, perché il nostro animo e le nostre attività non siano ossequienti in tutto a Dio, preghiamo e chiediamo che la volontà di Dio si compia in noi. La quale perché si compia in noi c'è bisogno della volontà di Dio, ossia del suo aiuto e della sua protezione: infatti nessuno è forte delle proprie forze, ma è al sicuro per l'indulgenza e la misericordia di Dio 117. Ugualmente dice in un'altra parte della medesima lettera: Domandiamo poi che si faccia la volontà di Dio in cielo e in terra, e ambedue le petizioni contribuiscono al compimento della nostra incolumità e salvezza. Avendo infatti avuto in possesso il corpo dalla terra e lo spirito dal cielo, noi stessi siamo terra e cielo, e in entrambi, cioè nel corpo e nello spirito, preghiamo che si faccia la volontà di Dio. C'è infatti guerra tra la carne e lo spirito e quotidiano scontro per la loro reciproca discordia, cosicché non facciamo le azioni stesse che vogliamo, cercando lo spirito i beni celesti e divini e bramando la carne i piaceri terreni e secolari. Perciò imploriamo che tra queste due parti si instauri la concordia con l'intervento e l'aiuto di Dio, perché attuandosi nella carne e nello spirito la sua volontà sia salva l'anima che egli ha fatto rinascere. Il che dichiara apertamente e manifestamente con la sua voce l'apostolo Paolo: "La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne: queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste" 118. E poco dopo scrive: Può intendersi pure in quest'altro senso, fratelli dilettissimi. Poiché il Signore comanda e insegna di amare anche i nemici e di pregare pure per coloro che ci perseguitano 119, noi dobbiamo chiedere che anche a beneficio di coloro che sono ancora terra e non hanno cominciato ancora ad essere celesti si faccia anche nei loro riguardi la volontà di Dio, che il Cristo fece perfettamente salvando e reintegrando l'uomo 120. Ancora in un altro passo: Chiediamo che ci sia dato quotidianamente questo pane, perché noi che siamo nel Cristo e quotidianamente riceviamo l'Eucarestia in cibo di salvezza, accadendoci qualche più grave delitto che ci proibisca il pane celeste, mentre ce ne asteniamo e non comunichiamo con esso, non rimaniamo separati dal corpo del Cristo 121. Poco dopo nella medesima opera scrive: Quando poi domandiamo di non cadere in tentazione, siamo avvertiti della nostra infermità e debolezza, mentre così imploriamo che nessuno si esalti insolentemente, che nessuno si attribuisca qualcosa con superbia e arroganza, che nessuno stimi sua la gloria o della confessione o della passione, avendo detto il Signore stesso per insegnare l'umiltà: "Vegliate e pregate per non cadere in tentazione 122. Lo spirito è pronto ma la carne è debole" 123. Quando precede un'umile e sottomessa confessione e si dà tutto a Dio, allora, qualunque beneficio si chieda con il timore e l'onore di Dio, è concesso dalla sua pietà 124. Altrettanto nel terzo libro della lettera A Quirino, rispetto alla quale Pelagio vuol passare per suo imitatore, dice: In nulla dobbiamo gloriarci, perché nulla è nostro 125. Alla quale massima facendo seguire testimonianze divine pone tra le altre quel passo dell'Apostolo con il quale soprattutto si deve tappar la bocca a costoro: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti, come se non l'avessi ricevuto? 126 Così pure nella lettera La pazienza scrive: Questa virtù infatti ci è comune con Dio. Da lui comincia la pazienza, da lui parte il suo splendore e la sua dignità: l'origine e la grandezza della pazienza procede da Dio come da sua fonte 127.

Commento agostiniano.

9. 26. Questo santo maestro delle Chiese nella parola della verità, così degno d'essere ricordato, nega forse l'esistenza negli uomini del libero arbitrio per il fatto che attribuisce a Dio tutta la rettitudine del nostro vivere? Incolpa forse la legge di Dio, perché fa capire che l'uomo non è giustificato dalla legge, dichiarando che si deve impetrare con la preghiera dal Signore Dio ciò che essa comanda? Sotto il nome di grazia asserisce forse il fato facendo la riserva che non ci si deve vantare di nulla, perché nulla è nostro? Crede forse a parità di costoro nell'aiuto dato dallo Spirito Santo alla virtù dell'uomo, come se la stessa virtù che è aiutata da lui venga da noi, mentre asserendo che nulla è nostro ricorda che per questo l'Apostolo ha detto: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto 128? E dell'eccellentissima virtù della pazienza non dice che comincia da noi e poi è aiutata dallo Spirito di Dio, ma dice che da Dio stesso prende avvio, che da Dio stesso prende origine. Infine, confessa che né il buon proposito, né la sollecitudine della virtù, né le buone disposizioni cominciano ad essere presenti negli uomini senza la grazia di Dio, quando dice che non ci si deve vantare di nulla, perché nulla è nostro 129. Che cosa si basa sul libero arbitrio altrettanto quanto ciò che prescrive la legge: non adorare idoli, non commettere adultèri, non uccidere? Ora, questi e simili sono i delitti che fanno rimuovere dalla comunione del corpo del Cristo chiunque li abbia commessi. E tuttavia, se il beatissimo Cipriano stimasse che a non commetterli basta la nostra volontà, non intenderebbe quello che diciamo nell'orazione domenicale: Dacci oggi il nostro pane quotidiano 130 così da asserire che noi chiediamo di non essere separati dal corpo del Cristo, accadendoci un qualche delitto più grave che ci proibisca il pane celeste, mentre ce ne asteniamo e non comunichiamo con esso. Rispondano in modo certo i nuovi eretici quali meriti buoni precedano in uomini che sono nemici del nome cristiano. Non solo infatti non hanno nessun merito buono, ma hanno pure un merito pessimo. E tuttavia Cipriano prende la petizione: Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra 131, anche in questo senso: che preghiamo pure per coloro che secondo tale interpretazione si intendono come terra. Noi dunque preghiamo non solo per coloro che non vogliono, ma anche per coloro che resistono e si oppongono. Che cosa chiediamo allora se non che da nolenti diventino volenti, da dissenzienti diventino consenzienti, da nemici diventino amici? A chi lo chiediamo se non a colui del quale è scritto: Dal Signore è preparata la volontà 132? Imparino dunque ad essere cattolici coloro che se qualcosa non fanno di male e se qualcosa fanno di bene disdegnano di vantarsi nel Signore invece che in se stessi 133.

Testimonianze di Cipriano sulla imperfetta giustizia dell'uomo nella vita presente.

10. 27. Vediamo subito quel terzo punto dal quale ogni membro del Cristo e tutto il corpo del Cristo non aborrisce di meno nei pelagiani, perché dicono che in questa vita ci sono o ci sono stati uomini giusti immuni assolutamente da ogni peccato. Per la qual presunzione sono in apertissima contraddizione con l'orazione domenicale, nella quale tutte le membra del Cristo gridano con cuore sincero e con voci quotidiane: Rimetti a noi i nostri debiti 134. Vediamo dunque che cosa anche su questo tema abbia ritenuto Cipriano, gloriosissimo nel Signore; che cosa per istruire le Chiese, non certo dei manichei, ma dei cattolici, abbia non solo detto, ma anche consegnato ai libri e alla memoria. Nella lettera Il lavoro e l'elemosina scrive: Riconosciamo pertanto, fratelli dilettissimi, il dono salutare dell'indulgenza divina e per mondarci e purificarci dai nostri peccati, poiché non possiamo vivere senza qualche ferita di coscienza, curiamo le nostre ferite con rimedi spirituali. Né alcuno confidando nella sua innocenza si illuda così della purezza e immacolatezza del suo cuore da credere di non aver ferite da medicare, poiché è scritto: "Chi può vantarsi d'avere un cuore puro? O chi può vantarsi d'essere senza peccati?" 135, e per suo conto Giovanni in una sua lettera dichiara: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" 136. Ma se nessuno può essere senza peccato e se chiunque si dice senza colpa o è superbo o è stolto, quanto è necessaria, quanto è buona la clemenza divina, la quale, sapendo che dopo la purificazione non mancano nuove ferite, ha provveduto rimedi salutari per curarci di nuovo e per risanarci dalle ferite! 137 Ancora nella medesima lettera scrive: E poiché è impossibile che non si pecchi ogni giorno al cospetto di Dio, non mancavano sacrifici quotidiani che potessero espiare i peccati 138. Lo stesso dice nella lettera Sulla Epidemia: Dobbiamo combattere contro l'avarizia, l'impudicizia, l'ira, l'ambizione. Siamo in lotta assidua e molesta contro i vizi carnali, contro gli allettamenti secolari. La mente umana, assediata e serrata da ogni parte dalle vessazioni del diavolo, ce la fa appena a tener testa a tutto, ce la fa appena a resistere. Se è stata prostrata l'avarizia insorge la libidine, se è stata repressa la libidine incalza l'ambizione, se è stata disprezzata l'ambizione si inasprisce l'ira, scoppia il vento della superbia, ci invita l'ubriachezza, l'invidia rompe la concordia, la gelosia scinde l'amicizia, ti senti portato a maledire i divieti della legge divina e spinto a giurare quello che non è lecito. Tante persecuzioni soffre ogni giorno l'animo nostro, tanti pericoli ci prendono di petto: eppure ci fa piacere rimanere a lungo in questa vita tra le spade del diavolo, mentre sarebbe da bramare piuttosto e da augurarci d'incontrare presto il Cristo, soccorrendoci più velocemente la morte 139. Ancora nella medesima lettera scrive: Il beato apostolo Paolo in una sua epistola dice: "Per me il vivere è il Cristo e il morire un guadagno" 140, computando come il più grande guadagno quello di non essere più trattenuto dai legami secolari, di non essere più soggetto in nessun modo ai peccati e ai vizi della carne 141. Similmente nell'opera L'orazione domenicale spiega la petizione: Sia santificato il tuo nome 142 scrivendo tra l'altro: Abbiamo bisogno infatti di una santificazione quotidiana per poterci purificare assiduamente dalle colpe che commettiamo quotidianamente 143. Ancora nella stessa opera, spiegando la petizione: Rimetti a noi i nostri debiti 144, dice: Quanto necessariamente, quanto provvidenzialmente e salutarmente ci si avvisa che siamo peccatori spingendoci a supplicare per i nostri peccati, perché mentre se ne chiede a Dio l'indulgenza l'animo nostro si ricordi della sua coscienza. Ognuno, perché non piaccia a se stesso come se fosse innocente e insuperbendosi non si rovini ancora di più, con l'ingiunzione di pregare quotidianamente per i suoi peccati, è istruito ed edotto che pecca quotidianamente. Così infine ammonisce anche Giovanni in una sua epistola dicendo: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati" 145. Giustamente anche nella sua lettera a Quirino ha espresso sul nostro argomento la sua sentenza più assoluta corredandola di testimonianze divine: Nessuno è senza macchia e senza peccato 146. E qui cita anche quei testi che confermano il peccato originale e che i pelagiani tentano di volgere a non so quali altri sensi nuovi e perversi: sia l'affermazione del santo Giobbe: Nessuno è senza macchia, neppure se la sua vita sulla terra è di un solo giorno 147, sia l'affermazione del Salmo: Nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre dentro il suo seno 148. Alle quali testimonianze, per coloro che sono santi in un'età ormai matura, poiché nemmeno essi sono senza macchia e senza colpa, aggiunge anche il testo del beatissimo Giovanni, che ha citato spesso in molti altri luoghi: Se diciamo che siamo senza peccato 149, con tutte le altre parole che tutti i cattolici non tacciono contro i pelagiani, i quali ingannano se stessi e nei quali non c'è la verità.

Commento agostiniano.

10. 28. Dicano i pelagiani, se ne hanno il coraggio, che quest'uomo di Dio è stato travolto dall'errore dei manichei, perché loda i santi con la riserva tuttavia che nessuno in questa vita arriva a tanta perfezione di giustizia da essere assolutamente senza peccato, confermando la sua sentenza con la chiara verità e con la divina autorità di testimonianze canoniche. Nega forse infatti che "nel battesimo si rimettono tutti i peccati", perché confessa che rimane la fragilità e l'infermità, per le quali dice che pecchiamo dopo il battesimo e abbiamo incessanti conflitti con i vizi carnali fino alla fine di questa vita? O forse non ricordava più che cosa avesse detto l'Apostolo sulla Chiesa immacolata 150, quando ordinava che nessuno doveva illudersi della purezza e immacolatezza del suo cuore così da credere, confidando nella propria innocenza, di non aver ferite da medicare? Credo che i nuovi eretici concedano a questo personaggio cattolico di sapere che "anche nei tempi antichi lo Spirito Santo aiutava le buone disposizioni", anzi - e questo non lo vogliono costoro - che non potevano avere nemmeno buone disposizioni se non per mezzo dello Spirito Santo. Credo che Cipriano sapesse che "tutti i Profeti, gli Apostoli e i santi che piacquero a Dio in qualunque epoca, non sono stati giusti a paragone degli scellerati", come ci accusano di dire, "ma secondo la regola delle virtù", com'essi si vantano di dire; e tuttavia Cipriano afferma: Nessuno può essere senza peccato e chiunque si dice senza colpa o è superbo o è stolto 151. Né in altro senso interpreta le parole bibliche: Chi può vantarsi d'avere un cuore puro? O chi può vantarsi d'essere senza peccati? 152 Credo che Cipriano non avesse bisogno d'imparare da costoro ciò che sapeva benissimo: In un tempo futuro ci sarà la ricompensa delle opere buone e il castigo delle opere cattive, e che comunque nessuno potrà osservare di là i precetti che avrà disprezzati di qua 153. E tuttavia, quando lo stesso apostolo Paolo, non spregiatore certamente dei comandamenti divini, dice: Per me il vivere è il Cristo e il morire un guadagno 154, Cipriano non lo intende se non nel senso che considerava come massimo vantaggio quello di non essere più trattenuto dopo questa vita dai lacci del mondo e di non essere più soggetto in nessun modo ai peccati e ai vizi della carne. Il beatissimo Cipriano ha dunque sentito e percepito nella verità delle Scritture divine che anche la vita degli stessi Apostoli, per quanto buona, santa e giusta, aveva sofferto gli incagli dei lacci secolari, era soggetta ai peccati e ai vizi della carne, e che la ragione per essi di desiderare la morte era d'esser privi di questi mali e d'arrivare a quella perfetta giustizia che non li dovesse più soffrire, ed essa non fosse più da adempiere per comando, ma da ricevere in premio. E infatti quando verrà ciò che preghiamo dicendo: Venga il tuo regno 155, non è che in quel regno di Dio non ci sarà nessuna giustizia, dal momento che l'Apostolo afferma: Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo 156. Precisamente questi tre comandamenti ci vengono dati tra gli altri da Dio. Il comandamento della giustizia ci viene dato con le parole: Praticate la giustizia 157. Il comandamento della pace con le parole: Siate in pace gli uni con gli altri 158. Il comandamento della gioia con le parole: Rallegratevi nel Signore sempre 159. Neghino dunque i pelagiani che abbiano da essere presenti queste tre virtù nel regno di Dio dove vivremo senza fine, o se a loro pare sballino così fino al punto di sostenere che la giustizia, la pace e la gioia saranno anche di là tali e quali i giusti le hanno di qua. Che se e ci saranno e non saranno tali e quali, certamente di qua ne dobbiamo curare l'azione per comando e sperarne la perfezione in premio di là dove, non trattenuti in nessun modo da lacci secolari, non soggetti più in nessun modo ai peccati e ai vizi della carne - e per questo l'Apostolo, come Cipriano ha inteso cotesto testo, dichiarava che la morte era per lui un guadagno 160 -, potremo amare perfettamente Dio, di cui ci sarà la contemplazione faccia a faccia 161, e amare perfettamente anche il prossimo, poiché, resi manifesti i pensieri del cuore, nessun sospetto di nessun male potrà turbare nessuno nei riguardi di nessun altro.

Testimonianza di Ambrogio sul peccato originale.

11. 29. Ma ormai per rintuzzare costoro con maggiore concorso di prove aggiungiamo al gloriosissimo martire Cipriano anche il beatissimo Ambrogio, poiché Pelagio ha lodato anche lui così tanto da dire che nemmeno i suoi nemici trovano qualcosa da riprendere nei suoi libri. Atteso dunque che i pelagiani negano l'esistenza del peccato originale con il quale nascano i bambini e tacciano del crimine di eresia manichea i cattolici che si oppongono ad essi in difesa dell'antichissima e saldissima fede della Chiesa, risponda a costoro su questo argomento Ambrogio, cattolico uomo di Dio, elogiato dallo stesso Pelagio nella verità della fede, il quale nel Commento al profeta Isaia dice: Per questo il Cristo è immacolato: perché non è stato macchiato nemmeno dal modo solito di nascere 162. E in un altro passo della medesima opera parlando dell'apostolo Pietro dice: Egli si offrì spontaneamente a ciò che prima reputava peccato, chiedendo che non soltanto i piedi gli fossero lavati, ma anche il capo 163, perché comprese immediatamente che con il lavaggio dei piedi caduti nel primo uomo si distrugge la macchia della discendenza viziata 164. Dice ancora nella medesima opera: Resta dunque che dall'uomo e dalla donna, cioè dall'unione dei loro corpi, nessuno risulti immune dal peccato: chi poi è immune dal peccato è pure immune da tale concepimento 165. Ugualmente dice scrivendo contro i novaziani: Nasciamo tutti sotto il peccato noi uomini dei quali è viziata l'origine stessa, come hai letto, dicendo Davide: "Nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre" 166. Altrettanto scrive nell'Apologia del profeta Davide: Prima di nascere siamo macchiati dal contagio e prima del dono della luce riceviamo il danno dell'origine, essendo generati nella colpa 167. Parlando del Signore dice ancora: Era conveniente che, non dovendo avere il peccato della carne decaduta, non sentisse nessuna contaminazione naturale della generazione. A buon diritto dunque Davide ha deplorato lamentosamente in sé gli stessi inquinamenti di natura e nell'uomo la precedenza della macchia sulla vita 168. Nell'opera L'arca di Noè scrive similmente: Si dichiara dunque che la salvezza sarebbe venuta alle nazioni solamente dal Signore Gesù, l'unico che, mentre ogni generazione era sviata, ha potuto essere giusto, non per altro se non perché, nato dalla Vergine, non era minimamente tenuto dalla legge della generazione macchiata. "Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre" 169, dice uno che era reputato più giusto degli altri. Chi dunque potrò chiamare giusto all'infuori di colui che è libero da questi vincoli, all'infuori di colui che non è tenuto dai vincoli della natura comune? 170 Ecco, un personaggio santo, attendibilissimo nella fede cattolica per riconoscimento anche di Pelagio, condanna con tanta manifestazione di chiarezza i pelagiani che negano il peccato originale, né tuttavia o nega con i manichei che Dio è il creatore degli uomini che nascono o accusa le nozze che Dio ha istituite e benedette.

Testimonianza di Ambrogio sulla grazia.

11. 30. I pelagiani dicono che il merito comincia dall'uomo per mezzo del libero arbitrio, al quale Dio rende l'aiuto susseguente della grazia. Li confuti anche su questo punto il venerando Ambrogio, il quale nel Commento al profeta Isaia dice: Poiché la cura umana senza l'aiuto divino è inefficace a guarirci da sola, essa ricerca il soccorso di Dio 171. Lo stesso scrive nel libro La fuga del secolo: Discorriamo spesso sul dovere di sfuggire questo secolo e magari ne fosse tanto attenta e pronta la determinazione quanto ne è facile il discorso! Ma il peggio è che ci invade spesso il gusto delle brame terrene e un rigurgito di vanità occupa la tua mente portandoti a volgere e a rivolgere nel tuo animo proprio quello che ti studi d'evitare. Difendersene è difficile per l'uomo, liberarsene del tutto è impossibile. Che sia un voto più che un fatto l'attesta il Profeta dicendo: "Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso la sete del guadagno" 172. Perché non sono in nostro potere il nostro cuore e i nostri pensieri, che sollevandosi all'improvviso offuscano la mente e l'animo e ti traggono dove non volevi; ti richiamano ad interessi secolari, introducono dentro di te miraggi mondani, ti istigano ai piaceri, costruiscono allettamenti e nel momento stesso che ci prepariamo ad elevare la mente il più delle volte ruzzoliamo per terra sotto la spinta di vani pensieri infiltratisi in noi. Chi poi è tanto beato da ascendere sempre con il suo cuore? Ma questo come potrebbe avvenire senza l'aiuto di Dio? In nessun modo certamente. La medesima Scrittura dice più avanti: "Beato chi trova in te la sua forza, o Signore, per le ascensioni del suo cuore" 173. Che cosa si potrebbe dire di più aperto ed efficace? Ma perché i pelagiani non replichino per caso che la stessa invocazione dell'aiuto di Dio dà la precedenza al merito dell'uomo, riponendo il merito stesso nella preghiera che fa degno l'uomo d'essere soccorso dalla grazia divina, avvertano quello che il medesimo santo personaggio dice nel Commento al profeta Isaia: Anche pregare Dio è grazia spirituale. Infatti nessuno può dire: "Gesù è Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo" 174. Perciò anche nell'Esposizione del Vangelo secondo Luca dice: Vedi bene che con le premure dell'uomo coopera dovunque la potenza del Signore, cosicché nessuno può edificare senza il Signore, nessuno custodire senza il Signore, nessuno iniziare nulla senza il Signore 175. Forse, poiché un uomo così grande come Ambrogio fa queste affermazioni ed esalta con grata pietà la grazia di Dio, come si conviene ad un figlio della promessa, distrugge per questo il libero arbitrio? O intende per grazia quella che i pelagiani in modi diversi non vogliono far apparire se non come legge, perché si creda cioè che Dio non ci aiuta a fare quello che conosciamo di dover fare, ma ci aiuta solo a conoscere quello che dobbiamo fare? Se stimano che questo sia il parere dell'uomo di Dio, sentano che cosa ha detto sulla stessa legge. Scrive nel libro La fuga del secolo: La legge ha potuto tappare ogni bocca, non ha potuto convertire la mente 176. Lo stesso dice in un altro passo del medesimo libro: La legge condanna il fatto, non toglie la malizia 177. Osservino com'egli da uomo fedele e cattolico sia d'accordo con l'Apostolo, il quale dice: Ora, noi sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la legge, perché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui 178. È appunto da questa sentenza apostolica che Ambrogio ha preso e scritto quelle sue dichiarazioni.

Testimonianza di Ambrogio sulla giustizia nella vita presente.

11. 31. Ma poiché i pelagiani dicono che in questa vita ci sono o ci sono stati dei giusti viventi senza nessun peccato, tanto che la vita futura da sperarsi in premio non potrà essere più progredita e più perfetta, Ambrogio risponda a costoro e li confuti anche su questo. Egli nel Commento al profeta Isaia a proposito delle parole: Ho sollevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me 179, prende a trattare delle generazioni che vengono da Dio e nella stessa trattazione ricorda il passo dove Giovanni dice: Chiunque è nato da Dio, non commette peccato 180. Ed esaminando la medesima difficilissima questione scrive: In questo mondo non c'è nessuno che sia immune dal peccato, dicendo lo stesso Giovanni: "Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo" 181. Ora, se coloro che sono nati da Dio non peccano più, e lo intendiamo di coloro che vivono in questo mondo, bisogna che ci riferiamo agli innumerevoli uomini che hanno conseguito la grazia di Dio con la rigenerazione battesimale. Ma tuttavia, poiché il Profeta dice: "Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni. Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra" 182, può sembrare che queste parole non siano state dette per qualsiasi tempo, bensì per il tempo avvenire, quando ci sarà una nuova terra e un nuovo cielo. "Vengono meno" dunque "per ricominciare, e se tu apri la mano si saziano di beni": ciò che non è facilmente di questo secolo. Che cosa dice infatti la Scrittura di questo secolo? "Nessuno più agisce bene, dice, nemmeno uno" 183. Se dunque ci sono diverse generazioni, se l'entrata ora in questa vita eredita peccati fino a disprezzare colui stesso che ha generato, se l'altra generazione invece non ammette peccati, vediamo se dopo il corso di questa vita non ci sia una qualche nostra rigenerazione, quella di cui è detto: "nella rigenerazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria" 184. Come infatti si chiama rigenerazione quella del battesimo, la quale ci rinnova dopo aver deterso la melma dei peccati, così sembra che sia chiamata rigenerazione quella in cui, purificati da ogni macchia della materialità corporale, siamo rigenerati alla vita eterna con la purezza dei sentimenti dell'anima, perché è una rigenerazione di qualità più pura del battesimo, cosicché non solo nelle sue azioni, ma nemmeno nei nostri pensieri cada nessun'ombra di peccato 185. Ugualmente in un altro luogo della medesima opera scrive: Noi vediamo che è impossibile essere perfettamente immacolati nella vita corporale, dal momento che anche Paolo si dichiara imperfetto. Ha infatti queste parole: "Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione" 186. E tuttavia poco dopo dice: "Quanti dunque siamo perfetti" 187. La spiegazione non è forse se non questa: altra è la perfezione in questo mondo e altra dopo che sarà arrivato ciò che è perfetto e di cui Paolo scrive ai Corinzi: "Quando verrà ciò che è perfetto" 188, e agli Efesini: "Finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità del Cristo" 189. Come dunque l'Apostolo dice perfetti molti che con lui vivevano in questo mondo e non potevano essere perfetti se guardi alla perfezione vera, scrivendo egli stesso: "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto" 190, altrettanto ci sono immacolati in questo mondo e ci saranno immacolati nel regno di Dio, mentre evidentemente, se discuti sulle minuzie, nessuno può essere immacolato adesso, perché nessuno è senza peccato 191. Ancora nella stessa opera: Vedi che durante tutta la vita presente dobbiamo mondarci e cercare Dio e cominciare dalla purificazione della nostra anima e quasi gettare le fondamenta della virtù per poter conseguire dopo questa vita la perfezione della purezza 192. Ancora nella stessa opera: Ma chi, oppresso e costretto al pianto, non parlerebbe con le parole di Paolo: "Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?" 193. Così alla scuola di questo medesimo maestro abbiamo esaurito tutte le varietà d'interpretazione. Se infatti è infelice chi si riconosce implicato nelle molestie corporali, ogni corpo è certamente infelice, perché non direi felice chi, confuso da certe tenebre della sua mente, ignora la propria condizione. C'è anche un'altra considerazione da non ritenere assurda: se infatti è infelice l'uomo che conosce se stesso, sono infelici senza dubbio tutti gli uomini; sia chi con la sua sapienza riconosce la propria debolezza, sia chi per sua insipienza non la conosce 194. Altrettanto dice nel libro Il bene della morte: Operi dunque in noi la morte, perché operi anche la vita, la buona vita dopo la morte, cioè la buona vita dopo la vittoria, la buona vita al termine della battaglia, quando la legge della carne non potrà più contrastare la legge dello spirito 195, quando non avremo più da combattere con questo corpo di morte 196. Ancora nello stesso libro: Poiché i giusti avranno in premio di vedere il volto di Dio e la luce che illumina ogni uomo 197, rivestiamoci fin d'ora della sollecitudine che la nostra anima si avvicini a Dio, si avvicini a lui la nostra preghiera, aderisca a Dio il nostro desiderio e non siamo separati da lui. E finché rimaniamo qui, uniamoci a Dio meditando, leggendo, cercando; conosciamolo quanto possiamo. Qui infatti lo conosciamo in parte, perché qui tutto è imperfetto e là tutto è perfetto, qui siamo bambini e là uomini robusti. "Ora - dice - vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia" 198. Allora sarà consentito di contemplare la gloria del Signore svelatamente, mentre adesso le anime, avviluppate dalle membra materiali di questo corpo e offuscate da certe macchie e passioni di questa carne, non possono vedere nitidamente. Si legge infatti: Chi potrà vedere il mio volto e restare vivo?" 199. E lo si capisce: se infatti i nostri occhi non possono sostenere i raggi del sole e si dice che a fissare troppo a lungo la zona solare spesso ci si acceca; se una creatura non può contemplare un'altra creatura senza qualche rischio e danno di sé, in che modo può senza pericolo vedere il volto dardeggiante dell'eterno Creatore chi è coperto dalle spoglie di questo corpo? Chi è giusto infatti davanti a Dio 200, se non può essere mondo dal peccato nemmeno un bambino di un giorno 201 e se nessuno può vantarsi dell'integrità e della purezza dei proprio cuore 202?

Cipriano e Ambrogio autentici testimoni della fede cristiana.

12. 32. Sarò troppo lungo se voglio ricordare tutto quello che contro questa eresia dei pelagiani, che sarebbe sorta tanto tempo dopo, ha detto e scritto sant'Ambrogio, non certo per rispondere ad essi, ma per predicare la fede cattolica e per edificare in essa la gente. Ma nemmeno potevo o dovevo ricordare tutte le testimonianze che Cipriano, gloriosissimo nel Signore, pose nelle sue lettere e che valgono a dimostrare che questa fede posseduta da noi è la fede vera e veramente cristiana e cattolica, come tramandata dall'antichità per mezzo delle sante Scritture così nello stesso modo ritenuta e conservata dai nostri padri e da noi fino a questo tempo in cui i pelagiani hanno tentato di svellerla, e da ritenere e conservare in avvenire per la misericordia di Dio. Infatti che a Cipriano e da Cipriano la fede sia stata trasmessa così lo attestano queste ed altre simili testimonianze che ho riferite dalle sue lettere. Che così la fede sia stata conservata fino ai nostri giorni lo mostrano le riflessioni che su questi argomenti scrisse Ambrogio prima che cominciassero a bollire i pelagiani, e lo mostra l'orrore con il quale dappertutto le orecchie cattoliche hanno accolto le novità profane di costoro 203. Che per l'avvenire si debba conservare la medesima fede l'ha fatto capire abbastanza salutarmente in parte la condanna dei pelagiani e in parte la loro ritrattazione. Qualunque accusa infatti osino costoro borbottare contro la sana fede di Cipriano e d'Ambrogio, non penso che romperanno verso tanta follia da chiamare manichei questi due uomini di Dio, indimenticati e indimenticabili.

Essi non furono né manichei né pelagiani.

12. 33. Cos'è dunque quello che con rabbiosa cecità mentale vanno ora gridando: "In quasi tutto l'Occidente è stato accettato un dogma non meno stupido che empio", se la verità è che, avendo misericordia il Signore e governando con misericordia la sua Chiesa, la fede cattolica ha saputo vigilare così da non far accogliere il dogma non meno stupido che empio come dei manichei così pure dei pelagiani? Ecco, personaggi dotti e santi, cattolici, come l'attesta la fama di tutta la Chiesa, lodano nei modi debiti e convenienti e la creatura di Dio e le nozze da lui istituite e la legge da lui data per mezzo del santo Mosè e il libero arbitrio insito nella natura dell'uomo e i santi Patriarchi e i Profeti: realtà tutte e cinque che i manichei condannano, in parte negandole e in parte anche detestandole. Da ciò apparisce che questi maestri cattolici sono lontani dalle sentenze dei manichei, e tuttavia asseriscono il peccato originale, asseriscono che la grazia di Dio al di sopra del libero arbitrio precede ogni merito per prestare un aiuto divino veramente gratuito, asseriscono che i santi sono vissuti in questa carne con tanta giustizia ma hanno avuto bisogno dell'aiuto della preghiera per la remissione dei peccati quotidiani, e asseriscono che una giustizia perfetta incapace d'avere il peccato l'avranno in premio nell'altra vita coloro che saranno vissuti nella giustizia in questa vita.

I pelagiani chiedono invano la convocazione di un sinodo.

12. 34. Che cos'è dunque quello che dicono: È stata estorta una sottoscrizione a vescovi ignari, nei luoghi della loro residenza, senza riunirli in concilio?. Forse prima dei pelagiani fu estorta una sottoscrizione contro i pelagiani a uomini beatissimi ed eccellentissimi nella fede cattolica come Cipriano e Ambrogio, i quali sbaragliano gli empi dogmi dei pelagiani con tanta manifestazione di chiarezza che noi a mala pena possiamo trovare che cosa dire di più manifesto contro di loro? Oppure c'era bisogno che si riunisse un concilio per condannare un aperto flagello? Come se nessuna eresia sia mai stata condannata fuori dalle riunioni di un concilio, mentre al contrario sono rarissime quelle per la cui condanna sia sorta tale necessità, e molto e incomparabilmente più numerose le eresie che si meritarono la riprovazione e la condanna sul luogo stesso in cui nacquero e che poi di lì poterono esser conosciute in tutte le altre terre come errori da evitare. Ma si capisce come la superbia dei pelagiani, che tanto s'inalbera contro Dio da non volersi vantare in lui, bensì piuttosto nel libero arbitrio, ambisca di catturare anche questa gloria: che l'Oriente e l'Occidente si riuniscano per loro in un concilio! Appunto perché, resistendo a loro il Signore, non riescono a trascinare nell'errore l'orbe cattolico, si sforzano di smuoverlo almeno. Mentre piuttosto la vigilanza e la diligenza pastorale, dopo il giudizio competente e sufficiente già pronunziato su di loro, deve sterminare questi lupi, dovunque siano comparsi, sia perché guariscano e si convertano, sia perché gli altri, ancora sani ed integri, li possano evitare con l'aiuto del Pastore dei pastori. Egli anche nei bambini cerca la pecora smarrita, fa gratuitamente pecore sante e giuste e alle sue pecore, benché santificate e giustificate, tuttavia previdentemente insegna a chiedere e benevolmente concede in questa fragilità e debolezza la quotidiana remissione dei quotidiani peccati, senza i quali non si vive qui, nemmeno quando si vive bene.


Note:

1 - Mt 19, 4.

2 - Gn 1, 28.

3 - Mt 19, 6.

4 - Cf. Rm 7, 12.

5 - Is 1, 19-20.

6 - Cf. Rm 2, 11.

7 - Cf. Ef 5, 26-27.

8 - Sal 142, 10.

9 - 2 Cor 5, 10.

10 - Cf. Rm 11, 6.

11 - Cf. Rm 7, 12.

12 - 1 Gv 1, 8.

13 - 1 Cor 6, 19,

14 - Cf. Sal 50, 7.

15 - Gb 14, 4-5 (sec. LXX).

16 - Cf. 1 Tm 2, 5.

17 - Rm 5, 12.

18 - 1 Cor 15, 56.

19 - Is 59, 2.

20 - Rm 5, 8-11.

21 - Rm 5, 12.

22 - 1 Cor 15, 22.

23 - Rm 5, 18.

24 - Fil 3, 19.

25 - Mt 19, 4.

26 - Gn 1, 28.

27 - Mt 19, 6.

28 - Cf. Rm 7, 12.

29 - Cf. Gal 3, 5-6.

30 - Cf. 2 Cor 3, 6.

31 - Cf. Gal 3, 24.

32 - Gal 2, 21.

33 - Gal 3, 18.

34 - Rm 4, 14.

35 - Gal 3, 11.

36 - Gal 3, 12.

37 - Ibidem.

38 - Lv 18, 5.

39 - Rm 12, 3.

40 - 2 Tm 1, 7.

41 - 2 Cor 4, 13.

42 - Lv 18, 5.

43 - 1 Cor 8, 1.

44 - 2 Cor 3, 6.

45 - Rm 5, 5.

46 - Cf. Rm 3, 31.

47 - Cf. Rm 4, 15.

48 - Cf. 1 Cor 1, 30.

49 - Prv 3, 16.

50 - Gal 3, 21.

51 - Is 1, 19-20.

52 - Cf. Rm 11, 6.

53 - Prv 8, 35 (sec. LXX).

54 - Sal 58, 11.

55 - 1 Cor 4, 7.

56 - Gv 15, 5.

57 - 1 Gv 4, 7.

58 - Rm 12, 3.

59 - Gv 3, 8.

60 - Rm 8, 14.

61 - Gv 6, 66.

62 - 1 Esdr 7, 27.

63 - Ger 32, 40-41.

64 - Ez 36, 22-27.

65 - Ez 36, 32-38.

66 - Cf. 1 Cor 1, 31.

67 - Ez 36, 22.

68 - Ibidem.

69 - Ez 36, 26.

70 - Ez 32, 40.

71 - Ger 36, 27.

72 - Cf. Sal 58, 11.

73 - Cf. Ez 36, 32-38.

74 - Cf. Rm 3, 24.

75 - Ez 36, 32.

76 - Ez 36, 36.22.

77 - Ez 36, 38.

78 - Sal 94, 6-7.

79 - Cf. Rm 2, 11.

80 - Rm 9, 20.

81 - Rm 11, 33-36.

82 - Cf. Rm 11, 36.

83 - Cf. Sir 3, 22.

84 - Cf. Rm 9, 14.

85 - Rm 9, 14-16.

86 - Rm 9, 22-23.

87 - Cf. Rm 9, 22-23.

88 - Cf. Lc 18, 10-14.

89 - Cf. Ef 5, 26.

90 - Mt 6, 12.

91 - Cf. 1 Gv 1, 8.

92 - Cf. Ef 5, 27.

93 - 1 Gv 1, 8.

94 - Cf. Rm 11, 6.

95 - Cf. 2 Cor 5, 21.

96 - Cf. 1 Tm 6, 20.

97 - Cf. Rm 5, 12.

98 - Cf. Gv 5, 14.

99 - Cf. Lc 11, 41.

100 - CIPRIANO, De opere et eleemosynis 22: CSEL 3/1, 390.

101 - Rm 5, 12.

102 - CIPRIANO, De mortalitate 2: CSEL 31, 298.

103 - Gn 3, 17-19.

104 - CIPRIANO, De bono patientiae 11: CSEL 3/1, 404.

105 - CIPRIANO, De bono patientiae 17: CSEL 3/1, 409.

106 - Cf. Gn 17, 12.

107 - Lc 9, 56.

108 - CIPRIANO, Ep. 64, 2: CSEL 3/2, 718.

109 - CIPRIANO, Ep. 64, 4: CSEL 3/2, 719.

110 - CIPRIANO, Ep. 64, 5: CSEL 3/2, 720.

111 - Cf. Col 1, 13.

112 - Cf. Rm 5, 12.

113 - Mt 6, 9.

114 - Lv 19, 2.

115 - CIPRIANO, De oratione Dominica 12: CSEL 31, 274.

116 - Mt 6, 10.

117 - CIPRIANO, De oratione Dominica 14: CSEL 31, 276.

118 - Gal 5, 17; CIPRIANO, De oratione Dominica 16: CSEL 3/1, 278.

119 - Cf. Mt 5, 44.

120 - CIPRIANO, De oratione Dominica 17: CSEL 3/1, 279.

121 - CIPRIANO, De oratione Dominica 18: CSEL 31, 280.

122 - Cf. Mt 6, 13.

123 - Mt 26, 41.

124 - CIPRIANO, De Oratione Dominica 26: CSEL 3/1, 286-287.

125 - CIPRIANO, Testimoniorum ad Quirinum 3, 4: CSEL 3/1, 116.

126 - 1 Cor 4, 7.

127 - CIPRIANO, De bono patientiae 3: CSEL 3/1, 398.

128 - 1 Cor 4, 7.

129 - CIPRIANO, Testimoniorum ad Quirinum 3, 4: CSEL 3/1, 116.

130 - Mt 6, 11.

131 - Mt 6, 10.

132 - Prv 8, 35 (sec. LXX).

133 - Cf. 1 Cor 1, 31.

134 - Mt 6, 12.

135 - Prv 20, 9.

136 - 1 Gv 1, 8.

137 - CIPRIANO, De opere et eleemosynis 3: CSEL 3/1, 375.

138 - CIPRIANO, De opere et eleemosynis 18: CSEL 3/1, 387.

139 - CIPRIANO, De mortalitate 4: CSEL 3/1, 299.

140 - Fil 1, 21.

141 - CIPRIANO, De mortalitate 7: CSEL 3/1, 301.

142 - Mt 6, 9.

143 - CIPRIANO, De oratione Dominica 12: CSEL 3/1, 275.

144 - Mt 6, 12.

145 - 1 Gv 1, 8-9; CIPRIANO, De oratione Dominica 22: CSEL 3/1, 283.

146 - CIPRIANO, Testimoniorum ad Quirinum 3, 54: CSEL 3/1, 156.

147 - Cf. Gb 14, 4-5.

148 - Sal 50, 7.

149 - 1 Gv 1, 8.

150 - Cf. Ef 5, 27.

151 - CIPRIANO, De opere et eleemosynis 3: CSEL 3/1, 375.

152 - Prv 20, 9.

153 - CIPRIANO, De mortalitate 7: CSEL 3/1, 301.

154 - Fil 1, 21.

155 - Mt 6, 10.

156 - Rm 14, 17.

157 - Is 56, 1.

158 - Mc 9, 49.

159 - Fil 4, 4.

160 - Cf. Fil 1, 21.

161 - Cf. 1 Cor 13, 12.

162 - AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

163 - Cf. Gv 13, 9.

164 - AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta)

165 - Ibidem.

166 - AMBROGIO, De poenitentia 1, 3, 13; PL 16, 490.

167 - AMBROGIO, Apologia prophetae David 11, 56-57; CSEL 32/2, 337-338.

168 - Ibidem.

169 - Sal 50, 7.

170 - AMBROGIO, De arca Noe 3, 7: CSEL 32/1, 417.

171 - AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

172 - Sal 118, 36.

173 - AMBROGIO, De fuga saeculi 1, 1; CSEL 32/2; cf. AUG., De dono persev. 23, 64; PL 45, 1013.

174 - Cf. 1 Cor 12, 3; AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

175 - AMBROGIO, Expositio Evang. sec. Lc 2, 84: CSEL 32/4, 88.

176 - AMBROGIO, De fuga saeculi 3, 15: CSEL 32/2, 175.

177 - AMBROGIO, De fuga saeculi 7, 39; CSEL 32/2, 194.

178 - Rm 3, 19-20.

179 - Is 1, 2.

180 - 1 Gv 3, 9.

181 - 1 Gv 1, 10.

182 - Sal 103, 27-30.

183 - Sal 13, 1.

184 - Mt 19, 28.

185 - AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

186 - Fil 3, 12.

187 - Fil 3, 15.

188 - 1 Cor 13, 10; AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

189 - Ef 4, 13.

190 - 1 Cor 13, 12.

191 - AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

192 - Ibidem.

193 - Rm 7, 24.

194 - AMBROGIO, Expositio in Isaiam (opera perduta).

195 - Cf. Rm 7, 23.

196 - AMBROGIO, De bono mortis 3, 9: CSEL 32/1, 710.

197 - Cf. Gv 1, 9.

198 - 1 Cor 13, 12.

199 - Es 33, 20.

200 - Cf. Sal 142, 2.

201 - Cf. Gb 14, 4-5.

202 - Cf. Prv 20, 9; AMBROGIO, De bono mortis 11, 49; CSEL 32/1, 745.

203 - Cf. 1 Tm 6, 20.

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