Contro le due lettere dei Pelagiani: libro primo

Sant'Agostino d'Ippona

Contro le due lettere dei Pelagiani: libro primo
27

Ossequio al papa Bonifacio.

1. 1. È vero che senz'altro ti conoscevo già per la risonanza della tua fama celebratissima e avevo già appreso da testimoni molto numerosi e molto attendibili di quanta grazia divina tu fossi ricolmo, o beatissimo e venerando papa Bonifacio. Ma ora, dopo che ti ha visto anche fisicamente di persona il mio fratello Alipio; dopo che, accolto da te con estrema gentilezza e cordialità, ha scambiato con te conversazioni dettate da reciproca direzione; dopo che, convivendo con te in comunione di grande affetto, anche se per piccolo tratto di tempo, ha versato nel tuo animo sé e me insieme e ha riportato te e me nell'animo suo, tanto maggiore si è fatta in me la conoscenza della tua Santità quanto più certa l'amicizia. Tu infatti, rifuggendo dal pensare altamente di te 1, per quanto più alto sia il posto da cui presiedi, non disdegni d'essere amico degli umili e di rendere amore a coloro che ti danno amore. Cos'altro è appunto l'amicizia, che non trae il nome se non dall'amore e non è fedele se non nel Cristo, nel quale soltanto può essere anche eterna e felice? Per questo e altresì per la maggiore fiducia suscitata in me da quel fratello che mi ti ha reso più familiare, ho ardito di scrivere alla tua Beatitudine qualcosa sui problemi che in questo tempo sollecitano con uno stimolo più vivo la mia cura episcopale, per quanta ne ho, a vigilare per il gregge del Signore.

Il pericolo della nuova eresia.

1. 2. Infatti i nuovi eretici, nemici della grazia di Dio, che per Gesù Cristo nostro Signore è data ai piccoli e ai grandi, benché una più aperta condanna li mostri già con maggiore evidenza come gente da tenere alla larga, non cessano tuttavia di tentare con i loro scritti i cuori dei meno cauti o dei meno istruiti. Ai quali eretici bisognerebbe senz'altro rispondere perché non confermino se stessi o i loro seguaci in quel nefando errore, anche se non temessimo che con il loro specioso discorrere riescano ad ingannare qualcuno dei cattolici. Ma poiché essi non finiscono di gridare attorno ai recinti del gregge del Signore e di forzarne gli accessi da ogni parte per strappare le pecore, redente a così caro prezzo, e poiché è comune a tutti noi che esercitiamo l'ufficio dell'episcopato la vigilanza pastorale, sebbene tu primeggi in essa per la sede più alta, io faccio quello che posso, secondo la piccolezza del mio ufficio e secondo quanto il Signore si degna donarmi con l'aiuto delle tue orazioni, al fine di opporre ai loro scritti pestilenziali e fraudolenti altri scritti curativi e protettivi, che o guariscano anche la loro rabbia furiosa o le impediscano di mordere altri.

Dedica dell'opera a Bonifacio.

1. 3. Ecco cosa rispondo alle loro due lettere, ossia ad una prima che si dice mandata da Giuliano a Roma con lo scopo, credo, che gli servisse a trovare o a far più seguaci possibili, e ad una seconda che in diciotto hanno osato scrivere a Tessalonica come vescovi che condividono quell'errore, per tentare con la loro astuzia non cristiani comuni, ma lo stesso vescovo locale e trarlo, se possibile, dalla loro parte. Le risposte dunque che io, come ho detto, do in quest'opera alle loro due lettere, ho decisamente preferito di mandarle alla tua Santità, non tanto per fartele conoscere quanto per fartele esaminare ed emendare dove ci fosse eventualmente qualcosa che ti dispiaccia. Mi ha confidato infatti il mio fratello [Alipio] che sei stato tu stesso a degnarti di dare a lui quelle lettere, le quali non sarebbero potute capitare nelle tue mani se non per la diligenza vigilantissima di tuoi figli e nostri fratelli. Da parte mia poi ringrazio la tua benevolenza tanto sincera verso di noi di non avermi voluto tener nascoste quelle lettere dei nemici della grazia di Dio, nelle quali hai trovato il mio nome, espresso in modo evidente e calunnioso. Ma spero dal Signore Dio nostro che non senza ricompensa celeste mi lacerino con dente maledico coloro ai quali io mi oppongo in difesa dei bambini, perché non siano lasciati per loro rovina al falso lodatore Pelagio, ma siano offerti al vero salvatore Cristo per la loro liberazione.

Accusa pelagiana sul libero arbitrio.

2. 4. Rispondiamo ordunque alla lettera di Giuliano. Egli scrive: Quei manichei con i quali non siamo attualmente in comunione, ossia tutti costoro dai quali dissentiamo, affermano che per il peccato del primo uomo, cioè di Adamo, andò perduto il nostro libero arbitrio e che nessuno possiede più il potere di vivere bene, ma tutti sono costretti al peccato dal potere vincolante della loro carne. Manichei chiama i cattolici, alla maniera di quel Gioviniano che, novello eretico di qualche anno fa, negava la verginità di Maria santa e metteva alla pari della sacra verginità le nozze dei fedeli. Né per altra ragione moveva ai cattolici questo addebito se non perché voleva farli apparire accusatori o condannatori delle nozze.

Il libero arbitrio non è andato perduto, ma ha bisogno di essere liberato.

2. 5. Nel difendere però il libero arbitrio precipitano fino a confidare in esso piuttosto che nell'aiuto del Signore per poter osservare la giustizia e fino a spingere ciascuno a vantarsi di sé e non nel Signore 2. Chi di noi poi direbbe che per il peccato del primo uomo sia sparito dal genere umano il libero arbitrio? Certo per il peccato sparì la libertà, ma la libertà che esisteva nel paradiso di possedere la piena giustizia insieme all'immortalità. Per tale perdita la natura umana ha bisogno della grazia divina, secondo le parole del Signore: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero 3; liberi, s'intende, per poter vivere in modo buono e giusto. Infatti è tanto vero che non è sparito nel peccatore il libero arbitrio che proprio per mezzo di esso peccano gli uomini, specialmente tutti coloro che peccano con piacere e amore del peccato, acconsentendo a ciò che fa loro piacere. Per cui anche l'Apostolo scrive: Quando eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia 4. Ecco, si dichiara che non avrebbero potuto sottostare in nessun modo nemmeno alla schiavitù del peccato se non in forza di un'altra libertà. Liberi nei riguardi della giustizia non lo sono dunque se non in forza dell'arbitrio della volontà, ma liberi dal peccato non lo diventano se non in forza della grazia del Salvatore. Per questo appunto l'ammirabile Dottore ha differenziato anche gli stessi vocaboli, scrivendo: Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto raccoglieste allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna 5. Dice liberi nei riguardi della giustizia, non liberati; dal peccato invece non dice liberi, perché non l'attribuissero a sé, ma con grande accorgimento preferisce dire: liberati, riferendosi così alla famosa sentenza del Signore: Se il Figlio vi avrà liberati, allora sarete liberi davvero. Poiché dunque i figli degli uomini non vivono bene se non dopo esser diventati figli di Dio, che pretesa è quella di costui (Giuliano) d'attribuire al libero arbitrio il potere di vivere bene, quando tale potere non è dato se non dalla grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, come dice il Vangelo: A quanti però l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio 6?

Anche la fede è dono di Dio.

3. 6. Ma forse diranno d'essere stati aiutati proprio per avere il potere di diventare figli di Dio e che invece per meritare d'avere tale potere hanno precedentemente accolto Gesù con il libero arbitrio senza l'aiuto di nessuna grazia. Questa è appunto la loro tattica per cercar di distruggere la grazia: sostenere che essa vien data secondo i nostri meriti. Ma perché non dividano questa sentenza evangelica riconoscendo affermato il merito nelle parole: A quanti però l'hanno accolto, e poi non riconoscendo affermata nelle altre: Ha dato il potere di diventare figli di Dio la grazia data gratuitamente ma corrisposta in forza di cotesto merito, se domandassimo cosa significhino le parole: L'hanno accolto, avranno forse pronta un'altra risposta che non sia: "Hanno creduto in lui"? Orbene, perché sappiano che anche il credere dipende dalla grazia, leggano quello che dice l'Apostolo: Senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo è per loro un presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio, perché a voi è stata concessa a motivo di Cristo la grazia non solo di credere in lui ma anche di soffrire per lui 7. Riconosce evidentemente che ambedue, il credere e il soffrire, sono stati doni concessi. Così pure quando augura: Pace ai fratelli, e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo 8. Leggano inoltre quello che dice il Signore stesso: Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato 9. Nel qual testo, perché nessuno pensi che le parole: Venire a me abbiano un senso diverso dal: "Credere in me", poco dopo parlando del suo corpo e del suo sangue ed essendosi scandalizzati moltissimi del suo modo d'esprimersi, dichiarò: Le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. Poi l'Evangelista soggiunge: Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò Gesù: Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio 10. Ha ripetuto dunque la sentenza con la quale aveva affermato: Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato. E mostrò d'averlo detto per i credenti e per i non credenti, spiegando il senso delle sue precedenti parole: Se non lo attira il Padre che mi ha mandato e ripetendo con parole diverse lo stesso pensiero espresso nella frase: Se non gli è concesso dal Padre mio. Viene appunto attirato al Cristo chi riceve il dono di credere nel Cristo. Il potere dunque di diventare figli di Dio è dato a coloro che credono in Gesù nel momento stesso in cui è fatto ad essi il dono di credere in lui. Il qual potere se non è dato da Dio, non si può avere in nessun modo dal libero arbitrio, perché nel bene non sarà nemmeno libero l'arbitrio che non sia stato liberato dal Liberatore, nel male invece ha libero l'arbitrio l'uomo che porta dentro di sé il piacere della malizia, seminata in lui da un impostore occulto o manifesto, oppure assorbita per autosuggestione.

Libertà nel peccato.

3. 7. Non è dunque vero, come alcuni dicono che noi diciamo e come costui osa per giunta scrivere, che "tutti sono costretti al peccato dalla necessità della loro carne", quasi che pecchino contro la propria volontà. È vero invece che quanti sono già in età di disporre dell'arbitrio della propria mente, e rimangono nel peccato per volontà loro, e da un peccato precipitano in un altro per volontà loro. Perché, anche chi li corrompe e inganna, non fa altro che portarli a commettere il peccato di loro volontà, o per ignoranza della verità o per piacere d'iniquità o per ambedue i mali: e di cecità e di debilità. Ma la ragione per cui questa volontà, libera nel male perché si diletta del male, non è libera nel bene, sta nel fatto che non è stata liberata. Né può l'uomo volere qualcosa di buono se non è aiutato da colui che non può volere il male, cioè dalla grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore. Tutto quello infatti che non viene dalla fede è peccato 11. E quindi la buona volontà che si strappa al peccato viene dalla fede, perché il giusto vive di fede 12. Ma alla fede spetta credere nel Cristo. E nessuno può credere in lui, cioè andare da lui, se non gli è stato concesso. Nessuno dunque può avere la giusta volontà se non ha ricevuto dall'alto la vera grazia, cioè la grazia gratuita senza meriti precedenti di nessun genere.

Ambiguità pelagiane.


4. 8. Ciò non vogliono costoro, esaltati e superbi, né difensori del libero arbitrio correggendolo, ma distruttori gonfiandolo. I quali non per altro s'indignano contro di noi che facciamo queste affermazioni se non perché disdegnano di vantarsi nel Signore 13. Pelagio tuttavia paventò il giudizio dei vescovi palestinesi ed essendo stato accusato di dire che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti, negò di dirlo e condannò con anatema coloro che lo dicevano. Né altra dottrina che questa è tuttavia quella che Pelagio si trova a difendere nei libri scritti da lui dopo di allora, persuaso d'aver giocato i suoi giudici o mentendo o nascondendo non so in che modo il proprio pensiero con ambigue parole.

Accusa pelagiana sul matrimonio.

5. 9. Ma vediamo già quello che viene appresso. Egli scrive: Dicono pure che le nozze attualmente in uso non sono state istituite da Dio. Ciò si legge nel libro di Agostino contro il quale io ho risposto recentemente con quattro libri. E le affermazioni di Agostino sono state fatte proprie in odio alla verità dai nostri nemici. A tali sue calunniosissime parole mi sembra di dover rispondere brevemente per ora, perché dopo le ripete, quando egli stesso vuole insinuare, come per opporsi alle nostre tesi, che cosa insegnino costoro. A quel punto sarà il caso di combattere con l'aiuto del Signore contro di lui tanto quanto lo esige l'importanza della questione. Per il momento rispondo che le nozze sono state istituite da Dio: e allor quando fu detto: Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne 14; e allor quando fu scritto: L'unione della moglie col marito è dono del Signore 15. Né altro infatti avviene anche ora se non quello che allora: l'unirsi dell'uomo con la moglie e il farsi dei due una sola carne. Delle stesse nozze appunto come si praticano adesso il Signore fu consultato dai Giudei se fosse lecito rimandare la moglie per un qualsiasi motivo. E, ricordata questa testimonianza della legge, egli soggiunse: Quello dunque che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi 16. Di questa testimonianza della legge si valse anche l'apostolo Paolo per esortare i mariti ad amare le proprie mogli 17. Mi guardi dunque Dio che nel mio libro abbia potuto costui leggere qualcosa di contrario a questi testi divini. Egli invece, o non intendendo o piuttosto calunniando, tenta di storcere in altro senso quello che legge. Quanto poi al mio libro, contro il quale egli ricorda d'aver risposto con quattro libri, esso fu scritto da me dopo la condanna di Pelagio e di Celestio. Ciò ho creduto doverlo dire, perché costui dice che le mie affermazioni sono state fatte proprie in odio alla verità dai suoi nemici, e non vorrei che da ciò qualcuno sia indotto a pensare che i nemici della grazia del Cristo siano stati condannati come nuovi eretici per questo mio libro. Comunque in quel mio libro le nozze sono difese invece che riprovate.

Accusa sulla sessualità e la procreazione.

5. 10. Scrive costui: Dicono altresì che il movimento dei genitali e il mescolamento dei coniugi sono invenzioni del diavolo e per questo coloro che nascono sono rei, benché innocenti, e che essi nascano da questo mescolamento diabolico viene dal diavolo e non da Dio. Ora questo senza nessun dubbio è manicheo. Noi al contrario, come diciamo che le nozze sono state istituite da Dio per l'ordinata generazione dei figli, così diciamo che la seminagione dei figli da generare non poteva essere nemmeno nel paradiso, se si generassero dei figli, senza il movimento dei genitali e il mescolamento dei coniugi. Ma se tale sarebbe stato il movimento e tale il mescolamento dei coniugi, nel caso che nessuno avesse peccato, quale è adesso in compagnia della vergognosa libidine, qui sta la questione, e di essa discuteremo più diligentemente in seguito, se Dio lo vorrà.

Né l'unione coniugale né i figli sono opera diabolica.

6. 11. Che cosa tuttavia costoro vogliano, a cosa mirino, dove tentino di arrivare lo dichiarano le parole che costui aggiunge e con le quali ci attribuisce di dire: "Per questo coloro che nascono sono rei, benché innocenti, e che essi nascono da questo mescolamento diabolico viene dal diavolo e non da Dio". Ora, invece, noi né diciamo diabolico il mescolamento dei coniugi, specialmente dei credenti, che si fa allo scopo di generare figli da rigenerare successivamente. Neppure diciamo che gli uomini vengono fatti dal diavolo, ma sempre da Dio in quanto sono uomini, e che tuttavia nascono rei anche da coniugi credenti, come un oleastro da un olivo, a causa del peccato originale, e che per questo sono sotto il diavolo finché non rinascano nel Cristo, essendo il diavolo autore della colpa e non della natura. Poiché costoro dicono all'opposto che i bambini non contraggono nessun peccato originale e quindi non sono sotto il diavolo, che cosa s'ingegnano d'ottenere se non l'esclusione dei bambini da quella grazia di Dio con la quale egli, come dice l'Apostolo, ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto 18? Tanto da negare che i bambini siano in potere delle tenebre, anche prima dell'aiuto liberante del Signore, lodano nei bambini l'opera del Creatore in modo così esagerato da distruggere la misericordia del Redentore. E poiché noi riconosciamo la misericordia sia nei grandi che nei piccoli, egli sentenzia che questo senza nessun dubbio è manicheo, quando invece è l'antichissimo dogma cattolico che serve a sbaragliare il nuovo dogma eretico di costoro.

Accusa pelagiana sui giusti dell'Antico Testamento.

7. 12. Scrive: Dicono che i santi nell'Antico Testamento non furono senza peccati, cioè non furono liberati dalle colpe neppure per via d'espiazione, ma la morte li colse in stato di reato. Invece noi diciamo che furono liberati dalle loro colpe tanto prima della Legge quanto al tempo dell'Antico Testamento, non per virtù propria, perché è maledetto l'uomo che confida nell'uomo 19, e questa maledizione abbraccia certamente coloro ai quali il Salmo divino rimprovera di confidare nella loro forza 20; né in virtù dell'Antico Testamento che generava nella schiavitù 21, benché dato da Dio per grazia di una precisa disposizione; né in virtù della stessa Legge e santa e giusta e buona 22 che prescriveva: Non desiderare 23, perché non fu data per essere capace di conferire la vita, ma per le trasgressioni, finché non venisse la discendenza promessa 24; ma furono liberati per il sangue del Redentore stesso, che è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù 25. Ma cotesti nemici della grazia di Dio, che è stata data a piccoli e grandi per Gesù Cristo nostro Signore, proprio per questo dicono che quegli antichi uomini di Dio erano di una giustizia perfetta perché non si creda che abbiano avuto bisogno dell'incarnazione, passione, risurrezione del Cristo, per la cui fede furono salvati.

Accusa sulla santità degli Apostoli.

8. 13. Scrive: Dicono che anche l'apostolo Paolo e tutti gli Apostoli ebbero sempre la macchia della libidine disordinata. Chi oserebbe dirlo, per quanto empio? Ma la calunnia di costui si spiega per il fatto che le parole dell'Apostolo: Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo 26, e le altre simili, non credono che Paolo le abbia dette di se stesso, ma che abbia preso le parti di non so chi altro che patisse tale situazione. Per cui dobbiamo considerare ed esaminare diligentemente questo passo della Lettera di Paolo, perché una qualche sua oscurità non faccia da copertura all'errore di costoro. A quel proposito, sebbene l'Apostolo discuta l'argomento abbastanza diffusamente, difendendo con grande e lunga insistenza la grazia contro quelli che si vantavano nella legge, noi tuttavia tocchiamo pochi punti pertinenti al tema. Dice S. Paolo: Nessuno sarà giustificato davanti a Dio dalle opere della legge. Per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. Ora invece, indipendentemente dalla legge si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c'è distinzione: tutti hanno peccato e tutti sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata dal Cristo Gesù 27. E ancora: Dove sta dunque il vanto? Esso è stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l'uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge 28. Ancora: Non infatti in virtù della legge fu data ad Abramo o alla sua discendenza la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede; poiché se diventassero eredi coloro che provengono dalla legge, sarebbe resa vana la fede e nulla la promessa. La legge infatti provoca l'ira; al contrario, dove non c'è legge, non c'è nemmeno trasgressione 29. In un altro passo: La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia 30. Similmente in un altro luogo: Il peccato infatti non dominerà più su di voi, poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia 31. E in un altro luogo ugualmente: O forse ignorate, fratelli, - parlo a gente esperta di legge - che la legge ha potere sull'uomo solo per il tempo in cui egli vive? La donna sposata, infatti, è legata dalla legge al marito finché egli vive, ma se il marito muore, è libera dalla legge 32. E poco più sotto: Alla stessa maniera, fratelli miei, anche voi mediante il corpo del Cristo siete stati messi a morte quanto alla legge, per appartenere ad un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio. Quando infatti eravamo nella carne, le passioni peccaminose stimolate dalla legge si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. Ora però siamo stati liberati dalla legge, essendo morti a ciò che ci teneva prigionieri, per servire nel regime nuovo dello Spirito e non più nel regime vecchio della lettera 33. Con queste e simili prove il famoso Dottore delle genti dimostra con sufficiente evidenza che la legge non poté togliere il peccato, ma piuttosto lo accrebbe per lasciarlo togliere dalla grazia, perché la legge, alla quale soccombe l'infermità, sa comandare, e la grazia, per la quale s'infonde la carità, sa aiutare. Infatti, perché nessuno fosse indotto da queste testimonianze a vituperare la legge e a sostenere che è cattiva, avvertì l'Apostolo la difficoltà che poteva pararsi davanti a quanti fraintendessero e si fece da se stesso la medesima obiezione: Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge 34. L'aveva già detto precedentemente: Per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato 35. Non dunque abolizione, ma cognizione.

Esegesi di Rom 7, 7-27.

8. 14. Ma da qui comincia già quello che ci ha spinti a fare queste nostre considerazioni: introduce la sua persona e sembra parlare di se stesso. Nella qual persona i pelagiani non vogliono che s'intenda l'Apostolo stesso, ma che egli abbia trasferito in sé un altro, cioè l'uomo sottoposto ancora alla legge e non ancora liberato per mezzo della grazia. Qui però costoro devono ormai ammettere che nessuno può giustificarsi per la legge 36, come dice altrove il medesimo Apostolo; ma che la legge vale per conoscere il peccato e per la trasgressione della legge stessa, perché, conosciuto e cresciuto il peccato, si cerchi la grazia per mezzo della fede. Ma le parole che temono di riferire all'Apostolo non sono queste, che egli potrebbe dire anche parlando delle sue vicende passate, bensì quelle che seguono. Infatti a questo punto dice: Io non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare. Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri. Senza la legge infatti il peccato è morto e io un tempo vivevo senza la legge. Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha ripreso vita e io sono morto. La legge, che doveva servire per la vita, è diventata per me motivo di morte. Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte. Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento. Ciò che è bene è allora diventato morte per me? No davvero! È invece il peccato: esso per rivelarsi peccato mi ha dato la morte, servendosi di ciò che è bene, perché il peccato apparisse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento 37. Tutte queste possono, come ho detto, sembrare reminiscenze dell'Apostolo sulla sua vita passata, cosicché con la sua affermazione: E io un tempo vivevo senza la legge abbia voluto far intendere la sua prima età dall'infanzia fino agli anni della ragione, e con l'affermazione che segue: Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha ripreso vita e io sono morto descriva se stesso come già capace di ricevere la legge, ma incapace d'osservarla e quindi come trasgressore della legge.

Una cosa è amare la giustizia, un'altra il timore della pena.

9. 15. Né sorprenda ciò che ha scritto ai Filippesi: Quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge, sono stato irreprensibile 38. Avrebbe infatti potuto essere trasgressore della legge interiormente nelle sue cattive passioni e osservare tuttavia le opere esterne della legge o per timore degli uomini o anche per timore di Dio, ma per paura della pena, non per amore e piacere della giustizia. Perché, altro è fare il bene per volontà di fare il bene, altro è invece essere così incline per volontà a fare il male da farlo anche realmente, se si potesse permettere di farlo impunemente. Così mal disposto pecca certamente all'interno della stessa volontà chi si astiene dal peccare non per volontà, ma per paura. Nel quale stato interiore sapendo l'Apostolo d'essersi trovato così mal disposto prima della grazia di Dio che viene per Gesù Cristo nostro Signore, lo confessa altrove con tutta esplicitezza. Scrivendo agli Efesini dice appunto: Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meritevoli d'ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia di lui infatti siamo stati salvati 39. E lo ripete nella Lettera a Tito: Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell'invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda 40. Tale fu Saulo nel tempo in cui dice d'essere stato irreprensibile secondo la giustizia che viene dalla legge. Infatti nelle righe successive riconosce con evidenza che non aveva progredito nella legge e non aveva mutato la sua condotta morale per essere irreprensibile dopo quella sua vita abominevole: tanto è vero che dice di non essere stato mutato rispetto a quei mali se non per mezzo della grazia del Salvatore. Infatti, aggiungendo anche qui, come nella Lettera agli Efesini, questa precisazione, dice: Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna 41.

Il peccato del primo uomo rivive nell'uomo che nasce.

9. 16. Quello poi che dice in questo passo della Lettera ai Romani scrivendo: Il peccato per rivelarsi peccato mi ha dato la morte, servendosi di ciò che è bene, corrisponde alla sua precedente affermazione dove ha detto: Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare. E il concetto di sopra: Per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato lo ripete anche qui dicendo: Il peccato per rivelarsi peccato, cosicché l'affermazione: Senza la legge infatti il peccato è morto non l'intendiamo se non nel senso che non esiste, è nascosto, non apparisce, s'ignora assolutamente, come se fosse stato sepolto in non so quali tenebre d'ignoranza. Le parole poi: E io un tempo vivevo senza la legge cosa significano se non: Mi sembrava di vivere? E le seguenti: Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha ripreso vita cosa significano se non: È risaltato ed è apparso? Né dice tuttavia che ha preso vita, ma che ha ripreso vita 42. Perché aveva già preso vita una volta nel paradiso dove appariva evidentemente commesso contro il precetto che era stato intimato. Quando invece lo contraggono coloro che nascono, rimane nascosto come se fosse morto, finché la sua malizia che fa guerra alla giustizia non si senta nella proibizione, dove altro è ciò che è comandato e approvato, altro ciò che diletta e domina: è allora che in qualche modo nella conoscenza dell'uomo generato riprende vita il peccato che aveva già preso vita una volta nella conoscenza dell'uomo che fu all'inizio creato.

Difficoltà esegetiche: la legge spirituale e l'uomo di carne.

10. 17. Ma non è altrettanto semplice come si possa intendere di Paolo quello che segue. Dice: Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne 43. Non dice: Sono stato, ma: Sono. Era dunque forse carnale l'Apostolo quando scriveva così? O lo dice quanto al suo corpo? Era infatti ancora nel corpo di questa morte, non essendosi ancora avverato quello che dice altrove: Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale 44. Allora infatti sarà spirituale l'uomo in tutto se stesso, cioè nell'una e nell'altra parte di cui è composto, quando sarà spirituale anche il suo corpo. Né infatti è assurdo che in quella vita sia spirituale anche la carne, se in questa vita in coloro che hanno ancora la "sapienza della carne" ha potuto essere carnale anche lo stesso spirito. Ha detto dunque: Mentre io sono di carne, proprio perché l'Apostolo non aveva ancora il corpo spirituale. Nello stesso modo in cui poteva dire: Mentre io sono mortale; e certo non s'intenderebbe detto da lui se non secondo il suo corpo che non si era ancora vestito d'immortalità. Similmente quello che ivi aggiunge: Venduto come schiavo del peccato, perché nessuno lo pensi non ancora redento dal sangue del Cristo, si può intendere anche questo secondo quanto dice successivamente: Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo 45. Se infatti si dice venduto come schiavo del peccato, in quanto il suo corpo non è stato ancora redento dalla corruzione, o si dice venduto una volta nella prima trasgressione del precetto divino così da avere un corpo corruttibile che appesantisce l'anima 46, che cosa impedisce d'intendere che qui l'Apostolo dica di se stesso quello che dice in tal modo da poterlo riferire pure a lui, anche se nella sua persona voglia che non si prenda lui soltanto, ma tutti coloro che sanno di dover combattere senza acconsentire per mezzo dell'amore dello spirito contro lo stato attuale della carne?

Non ciò che voglio, io faccio, ma ciò che detesto.

10. 18. Ci mettono forse paura le parole che seguono: Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto 47; che eventualmente qualcuno sospetti da queste parole che l'Apostolo consentisse alla concupiscenza della carne per fare azioni cattive? Ma si deve considerare ciò che soggiunge: Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona 48. Confessa infatti di acconsentire alla legge più che alla concupiscenza della carne. È a questa infatti che dà il nome di peccato. Il fare dunque e l'operare che egli si è riconosciuto non è l'acconsentire passionalmente al male e farlo, ma è lo stesso movimento istintivo della concupiscenza. Dice dunque: Io riconosco che la legge è buona, appunto perché io non voglio ciò che la legge non vuole. Poi afferma: Ora non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me 49. Che significa: Ora se non: "Ora che ormai sono sotto la grazia, la quale ha liberato il piacere della volontà dall'adesione della cupidigia"? L'affermazione infatti: Non sono più io a farlo non si potrebbe intendere meglio che in questo senso: non acconsente di offrire al peccato le sue membra come strumenti d'ingiustizia 50. Perché, se è lui che e desidera e acconsente e agisce, come non è lui stesso a farlo, benché gli dolga di farlo e si rammarichi fortemente d'essere vinto?

Il desiderio del bene e la capacità di attuarlo.

10. 19. In quello poi che viene subito di seguito non c'è tutta la chiave che rende apertissimo il senso in cui parla? Dichiara: Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene 51. Se non aggiungesse la spiegazione: Cioè nella mia carne, forse intenderemmo diversamente quell'in me. E perciò rigira lo stesso concetto ripetendo e insistendo: C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di farlo perfettamente. Questo infatti significa fare perfettamente il bene: che l'uomo non abbia nemmeno la concupiscenza. Imperfetto è invece il bene quando l'uomo sente la concupiscenza, anche se non si acconsente nel male. Infatti, dice, io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me 52. Lo ripete insistendo e quasi volendo svegliare dal sonno la gente più tarda: Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me 53. Chi dunque vuol fare il bene, ne ha la volontà; ma gli è accanto il male a causa della concupiscenza, alla quale non acconsente colui che dice: Ora, non sono più io a farlo.

La legge di Dio e la legge della carne.

10. 20. Ma ciò che segue spiega ancora più esplicitamente l'uno e l'altro concetto: Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra 54. Ma la frase: Mi rende schiavo può fare difficoltà, se non c'è nessun consenso. Perciò tre sono le affermazioni dell'Apostolo per cui si potrebbe pensare che egli descriva chi vive ancora sotto la legge e non ancora sotto la grazia: le due già discusse: Mentre io sono di carne, e: Venduto come schiavo del peccato, più questa terza: Mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Ma, come abbiamo spiegato le prime due per la carne ancora corruttibile, così allo stesso modo si può intendere anche questa terza nel senso che abbia detto: Mi rende schiavo, ma nella carne, non nella mente; nel movimento istintivo, non nel consentimento, e in tanto mi rende schiavo in quanto anche nella carne stessa non c'è una natura diversa, ma la nostra. Come dunque spiega egli stesso che cosa abbia inteso con le parole: Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene, così è dalla sua stessa spiegazione che dobbiamo interpretare questa frase: Mi rende schiavo, come se avesse detto: Rende la mia carne schiava della legge del peccato che è nelle mie membra.

La liberazione dell'uomo per mezzo di Gesù Cristo.

10. 21. Poi soggiunge la ragione che giustifica tutte le affermazioni fatte da lui precedentemente: Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? La grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 55. E conclude: Io dunque, con la mente servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato 56, ossia con la carne la legge del peccato a causa della concupiscenza, con la ragione la legge di Dio perché non acconsento alla medesima concupiscenza. Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono nel Cristo Gesù 57. Non è infatti condannato se non chi consente alla concupiscenza della carne nel male. Poiché la legge dello Spirito che dà vita nel Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte 58, appunto al fine che la concupiscenza della carne non si accaparri il tuo consenso. E il seguito della lettera evidenzia sempre e sempre più la medesima dottrina. Ma ci dobbiamo limitare.

Ag. confessa di aver cambiato opinione.

10. 22. Era sembrato però anche a me un tempo che cotesto discorso dell'Apostolo descrivesse l'uomo sotto la legge. Ma in seguito mi forzarono a cambiare parere queste sue parole: Non sono più io a farlo. A ciò infatti si riferisce anche la sua dichiarazione successiva: Non c'è più nessuna condanna per quelli che sono nel Cristo Gesù. Ho cambiato parere anche perché non vedo come un uomo sotto la legge avrebbe potuto dire: Acconsento con gioia nel mio intimo alla legge di Dio, dal momento che non si deve attribuire se non alla grazia la stessa gioia di fare il bene, per la quale l'uomo rifiuta anche di consentire al male, non per timore del castigo, ma per amore della giustizia: e questo infatti è gioire del bene.

Ragioni della diversa esegesi.

11. 23. Anche dove l'Apostolo esclama: Chi mi libererà dal corpo votato alla morte 59? come negare che quando lo diceva fosse ancora in questo corpo mortale? E certo non ne vengono liberati gli empi, ai quali si restituiscono gli stessi corpi per gli eterni tormenti. Essere liberati dal corpo di questa morte significa dunque ricevere di nuovo il corpo non per la pena, ma per la gloria, guarito che sia ogni languore della concupiscenza della carne. Con questo testo si accorda bene l'altro: Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo 60. Con questo gemito gemiamo appunto come quando diciamo: Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? E anche quando dice: Io non riesco a capire neppure ciò che faccio, che valore hanno queste sue parole all'infuori di questo: "Non voglio, non approvo, non acconsento, non faccio"? Altrimenti sarebbe in contrasto con quanto ha detto sopra: Per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato 61; e: Io non ho conosciuto il peccato se non per la legge 62; e: Il peccato per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene 63. In che modo infatti avrebbe conosciuto per mezzo della legge il peccato che ignora? In che modo si rivelerebbe il peccato che s'ignora? La sua dichiarazione dunque: Io non riesco a capire vale: "Non faccio", perché non metto nessun consenso in ciò che commetto io stesso, nel medesimo modo in cui dirà agli empi: Non vi ho mai conosciuti 64 il Signore al quale senza dubbio nulla può rimanere nascosto, e nel medesimo modo in cui è detto: Colui che non aveva conosciuto peccato 65, ossia non l'aveva mai fatto, perché certamente non ignorava ciò di cui convinceva il mondo.

Anche gli Apostoli soffrirono per la concupiscenza, che però dominarono.

11. 24. Fatte diligentemente queste e simili considerazioni sul complesso dei testi di cotesta Scrittura apostolica, si ha ragione d'intendere che l'Apostolo certamente non ha indicato nella propria persona soltanto se stesso, ma anche gli altri viventi sotto la grazia e con lui non ancora viventi in quella pace perfetta dove la morte sarà ingoiata per la vittoria 66. Della quale pace scrive dopo: E se il Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato il Cristo Gesù dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi 67. Dopo dunque che i nostri corpi mortali saranno stati fatti rivivere, non solo verrà meno al peccato qualsiasi consenso, ma non rimarrà neppure la stessa concupiscenza della carne a cui non consentire. La qual concupiscenza che resiste allo spirito non averla nella carne mortale l'ha potuto solo quell'Uomo che venne tra gli uomini indipendentemente da essa. E perciò riguardo agli Apostoli, poiché erano uomini e portavano in questa vita mortale un corpo che si corrompe e appesantisce l'anima, sia ben lungi da noi il dire, come costui ci calunnia, che essi ebbero sempre la macchia della libidine disordinata, ma diciamo che essi, liberati dal consentire alle depravate passioni, gemevano con tanta umiltà e pietà a causa della concupiscenza della carne, che frenavano tenendola nei giusti confini, da desiderare di non averla affatto piuttosto che domarla.

Accusa sulla santità di Cristo.

12. 25. Perciò quanto all'ulteriore addebito che costui fa a noi di dire che "il Cristo non fu senza peccati, ma per necessità della carne mentì e si macchiò di altre colpe", veda costui da chi l'abbia sentito o in quali scritti l'abbia letto: certamente si tratta di affermazioni che forse non ha capite e con malizia ingannatrice ha pervertite a sensi calunniosi.

Accusa sulla purificazione battesimale.

13. 26. Scrive: Dicono pure che il battesimo non indulge completamente i peccati e non toglie i crimini, ma li rade, cosicché nella carne cattiva rimangono le radici di tutti i peccati. Chi all'infuori di un infedele lo potrebbe affermare contro i pelagiani? Noi dunque diciamo che il battesimo indulge tutti i peccati e toglie i crimini, non li rade; né diciamo che nella carne cattiva rimangono le radici di tutti i peccati, come sulla testa le radici dei capelli rasati, dalle quali crescano di nuovo altri peccati da dover radere di nuovo. Ho saputo infatti che si valgono anche di questa similitudine per la loro calunnia, come se questo fosse quello che sentiamo e diciamo noi.

La permanenza della concupiscenza nell'uomo battezzato.

13. 27. Ma credo che costoro s'ingannino o ingannino sul conto di questa concupiscenza della carne contro la quale anche al battezzato, che pur metta tutta la sua diligenza nel progredire e si lasci guidare dallo Spirito di Dio 68, è necessario combattere con animo pio. Ma la concupiscenza, sebbene sia chiamata peccato 69, non si chiama certamente così perché è peccato, bensì perché è stata suscitata dal peccato, come una scrittura si dice mano di chicchessia perché l'ha tracciata una mano. Peccati sono invece le azioni che si fanno, le parole che si dicono, i pensieri che si pensano illecitamente secondo la concupiscenza della carne o secondo l'ignoranza, e questi peccati, se non sono rimessi, ci tengono in stato di reato anche dopo che sono trascorsi. E cotesta stessa concupiscenza della carne è così rimessa nel battesimo che, sebbene l'abbiano contratta i nascenti, non nuoce per nulla ai rinascenti. Dai quali la contraggono tuttavia di nuovo i figli che sono generati carnalmente, e nuocerà di nuovo ai nascenti finché, rinascendo nel medesimo modo, non venga rimessa. In costoro dopo il battesimo rimane presente senza nessun danno per la vita futura, perché il suo reato contratto per generazione è stato rimesso per rigenerazione. Ed è per questo che la concupiscenza non è più peccato, ma si chiama peccato sia perché l'ha prodotta il peccato, sia perché la mette in movimento il piacere di peccare, anche quando non le si acconsente in forza del piacere vincente della giustizia. Né è a causa della concupiscenza, il cui reato è già stato cancellato dal lavacro della rigenerazione, che i battezzati dicono nell'orazione: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori 70, bensì a causa dei peccati che si fanno sia consentendo alla concupiscenza quando ciò che è libidinoso prevale su ciò che è gioioso per lo spirito, sia quando per ignoranza ci piace il male come se fosse bene. I peccati poi si fanno e operando e parlando e pensando: pensare è il peccato più facile e più svelto. Da tutti i quali peccati chi anche tra i fedeli si vanterà d'avere puro il cuore, o chi si vanterà d'essere mondo da peccato 71? A causa della concupiscenza si dice, sì, ciò che segue nell'orazione: Non c'indurre in tentazione, ma liberaci dal male 72. Perché, come sta scritto, ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato 73.

Differenza tra i crimina e i peccata.

14. 28. Tutti questi parti della concupiscenza e lo stesso suo antico reato sono stati rimessi dall'abluzione del battesimo, e i parti d'ogni genere che partorisce adesso cotesta concupiscenza, se non sono quei parti che non si chiamano soltanto peccati, ma anche crimini, vengono mondati da quel patto dell'orazione quotidiana dove diciamo: Rimetti, come noi rimettiamo, e dalla sincerità delle elemosine. E nessuno infatti è così stolto da dire che non si riferisce ai battezzati quel precetto del Signore: Perdonate e vi sarà perdonato, date e vi sarà dato 74. Nessuno poi nella Chiesa potrebbe essere legittimamente ordinato ministro qualora l'Apostolo avesse detto: "Se qualcuno è senza peccato", dove dice: Se qualcuno è senza crimine 75; o se avesse detto: "Senza nessun peccato", dove dice: Senza nessun crimine 76. Molti battezzati infatti sono fedeli senza crimine, ma nessuno oserei dire che sia senza peccato in questa vita, per quanto i pelagiani si gonfino e scoppino di furore contro di noi perché lo diciamo: non perché rimane qualcosa del peccato che non sia rimesso nel battesimo, ma perché, rimanendo noi nella debolezza di questa vita, non smettono d'essere fatti quotidianamente certi peccati da rimettersi quotidianamente a coloro che pregano con fiducia e operano con misericordia. Questa è sanità della fede cattolica che lo Spirito Santo semina dappertutto, non vanità e vento presuntuoso di prava eresia.

Tesi pelagiana sul libero arbitrio.

15. 29. È dunque già l'ora che cominciamo a vedere in qual modo egli stesso, dopo aver creduto di doverci obiettare le verità che crediamo e inventare gli errori che non crediamo, professi la fede sua propria o dei pelagiani. Egli scrive: Contro queste dottrine noi ci battiamo quotidianamente ed è per questo che non vogliamo prestar consenso agli erranti, perché noi diciamo che il libero arbitrio esiste in tutti per natura, né ha potuto perire a causa del peccato di Adamo: il che è confermato dall'autorità di tutte le Scritture. Se queste affermazioni fossero fatte da voi nel modo giusto e non contro la grazia di Dio, non prestereste consenso agli erranti, ma correggereste il senso delle vostre dottrine. Su questo però abbiamo già discusso più sopra, quanto abbiamo potuto e quanto ci è sembrato sufficiente.

Tesi pelagiana sul matrimonio.

15. 30. Scrive: Noi diciamo istituite da Dio le nozze che si celebrano adesso sulla terra, né sono rei i coniugi, ma sono da condannarsi i fornicatori e gli adùlteri. Questo è un insegnamento vero e cattolico, ma la conclusione che volete trarre da qui, che dall'unione dell'uomo e della donna i figli non contraggano nulla del peccato da dover essere espiato mediante il lavacro della rigenerazione, è insegnamento falso ed eretico.

Tesi pelagiana sulla sessualità.

15. 31. Scrive: Noi diciamo istituito da Dio il movimento dei genitali, ossia la stessa virilità, senza la quale è impossibile la copula. A ciò rispondiamo che Dio ha istituito il movimento dei genitali e, per usare la sua parola, la virilità, senza la quale è impossibile la copula, ma in tal modo che non avesse nulla di vergognoso. Non sarebbe stato decente infatti che la creatura si vergognasse dell'opera del suo Creatore; ma la disobbedienza di quelle membra fu giustamente ripagata alla disobbedienza dei primi uomini, e di quella disobbedienza delle membra arrossirono quando si coprirono con foglie di fico le parti vergognose che prima non erano vergognose.

La vergogna della nudità sorta dopo il peccato.

16. 32. Né infatti si fecero tuniche per coprire tutto il corpo dopo il peccato, ma intrecciarono cinture 77, che alcuni nostri interpreti meno attenti hanno interpretato per "rivestimenti". Il che è certamente vero, ma "rivestimento" è un termine generico con il quale si può intendere ogni indumento e coprimento. Doveva perciò essere evitata ogni ambiguità, e come il testo greco usa che non servono a coprire se non le parti impudiche del corpo, così anche il testo latino o doveva mettere lo stesso vocabolo greco, che è già entrato nell'uso al posto del latino, o doveva mettere "succinture", come le chiamano alcuni, o meglio "campestri", come altri. Questo nome deriva appunto dal fatto che secondo l'antico uso romano i giovani si coprivano le parti vergognose quando si esercitavano nudi nell'accampamento, e perciò anche oggi si dicono "campestrati" coloro che coprono con fasce le medesime membra. A dire il vero, se dopo il peccato avessero dovuto coprire le membra con le quali avevano peccato, non avrebbero dovuto rivestirsi nemmeno di tuniche, ma si sarebbero dovute tappare le mani e la bocca, perché peccarono prendendo e mangiando. Che vuol dunque significare il fatto che, preso il cibo proibito e trasgredito il divieto, lo sguardo si appunta su quelle membra? Quale ignota novità vi si sente e vi si fa forzatamente avvertire? Questo è il senso dell'aprirsi dei loro occhi. Né infatti avevano gli occhi chiusi, o quando lui impose i nomi agli animali e agli uccelli 78, o quando lei vide l'albero bello e buono 79; ma si aprirono i loro occhi 80, ossia si fecero attenti a guardare, come di Agar, ancella di Sara, è scritto che Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo 81; non li aveva certamente chiusi prima di allora. Che dunque della loro nudità, che vedevano senza dubbio quotidianamente né se ne confondevano, si siano vergognati all'improvviso e tanto da non poter più sopportare la nudità di quelle membra, ma da cercare subito di coprirle, non dipese forse dal fatto che, lui in un movimento palese e lei in un movimento occulto, sentirono disobbedienti contro l'arbitrio della loro volontà quelle membra alle quali avrebbero dovuto senza fallo comandare con un sol cenno di volontà, come a tutte le altre? Il che fu per loro una giusta punizione, perché non avevano obbedito nemmeno essi stessi al loro Signore. La ragione dunque per cui arrossirono fu che l'aver rifiutato il proprio servizio al loro Creatore ebbe la conseguenza così grave di far perdere meritatamente a loro il comando di quelle membra con le quali i figli avrebbero dovuto essere procreati.

La vergogna nella presente condizione umana.


16. 33. Questa forma di pudore, questa necessità d'arrossire, nasce certamente con ogni uomo e in qualche modo è imposta dalle stesse leggi di natura, tanto che in questo campo si vergognano anche le stesse nozze pudiche. E nessuno, prendendo a pretesto il fatto di sapere che Dio è il creatore della natura e l'istitutore delle nozze, si spinge a tal punto di malizia e di turpitudine che, anche quando ha da unirsi con la sua moglie, se qualcuno lo vede, non arrossisca di quei movimenti e non cerchi un luogo segreto dove possa evitare lo sguardo non soltanto degli estranei, ma anche di tutti i suoi. Si lasci dunque alla natura umana di riconoscere il male che le è caduto addosso per sua colpa, perché non sia costretta o a non arrossire di questi suoi movimenti: il che sarebbe il comportamento più sfacciato, o ad arrossire delle opere del suo Creatore: il che sarebbe il comportamento più ingrato. Del qual male tuttavia si servono bene le nozze pudiche per il bene della generazione dei figli. Invece consentire alla libidine per la sola causa della voluttà carnale è peccato, sebbene ciò sia concesso per venia ai coniugati 82.

Ipotesi sulla concupiscenza prima del peccato.

17. 34. Ma, ferma restando l'onestà e la fecondità delle nozze, prendete posizione, o pelagiani, su che tipo di vita vogliate pensare possibile da parte di quegli uomini nel paradiso, se nessuno avesse peccato, e scegliete una di queste quattro risposte. Senza dubbio infatti o avrebbero praticato la copula ogni volta che fosse piaciuto alla libidine, o avrebbero represso la libidine quando la copula non fosse stata necessaria, o la libidine si sarebbe svegliata allora ad un sol cenno della volontà quando una casta prudenza avesse presentito la necessità della copula; o, non esistendo nel paradiso assolutamente nessuna libidine, come tutte le altre membra servono ai compiti propri di ciascun membro, così anche i genitali avrebbero servito senza nessuna difficoltà al loro compito stando agli ordini delle persone secondo la loro volontà. Di queste quattro risposte scegliete quella che volete. Ma credo che respingerete le prime due, dove la libidine o è servita o è soffocata. Infatti quel primo comportamento non lo vuole l'onestà così splendida di allora, mentre il secondo comportamento non lo vuole la felicità così grande di allora. Lungi da noi infatti il pensare che il decoro di quella illimitata beatitudine o praticasse un'umiliatissima servitù seguendo sempre l'iniziativa della libidine, o non avesse pace pienissima dovendo resistere alla libidine. Lungi da noi, dico, il pensare che o alla mente di allora piacesse di saziare la concupiscenza della carne con il consenso, insorgendo essa non in modo opportuno per generare, ma per un sommovimento disordinato, o alla quiete di allora fosse necessario soffocarla con il dissenso.

Nessuna concupiscenza è soggetta alla volontà.

17. 35. Quanto alle altre due risposte, qualunque scegliate, non c'è da faticare contro di voi per nessuna ragione. Sebbene infatti non vogliate scegliere la quarta dove c'è l'assoluta tranquillità di tutte le membra che obbediscono senza nessuna libidine, perché vi ha già resi nemici di tale risposta l'impeto delle vostre discussioni, vi piacerà almeno la risposta che abbiamo messa al terzo posto: la concupiscenza della carne, il cui movimento giunge fino all'estrema voluttà che vi diletta tanto, non insorgerebbe mai nel paradiso se non dietro il comando della volontà quando fosse necessaria a generare. Se una concupiscenza siffatta vi piace collocare nel paradiso e se vi pare che per mezzo d'una tale concupiscenza della carne, che né previene né ritarda né sorpassa il comando della volontà, si sarebbero potuti generare figli in quella felicità, noi non ci opponiamo. Per la questione infatti che stiamo trattando basta che la concupiscenza non sia adesso negli uomini tale e quale voi concedete che avrebbe potuto essere nel luogo di quella felicità. Quale appunto essa sia adesso lo riconosce certamente, pur con vergogna, il senso di tutti i mortali, perché essa e tenta con irrequietezza disordinata e importuna le persone caste, anche quando non la vogliono e la reprimono per temperanza, e spesso si sottrae alle persone che la vogliono e si fa sentire a quelle che non la vogliono, cosicché con la sua disobbedienza attesta di non essere altro che pena della prima famosa disobbedienza. Perciò meritamente si sentirono confusi di essa i primi uomini di allora, quando si coprirono le parti vergognose, e se ne sente confuso adesso chiunque si considera uomo, pudico e impudico che sia: e non sia mai che si sentano confusi dell'opera di Dio, ma si sentono confusi della pena del primo e antico peccato. Voi però, non per ragione religiosa, ma per discussione litigiosa, non in difesa del pudore umano, ma in difesa del vostro furore settario, perché non si creda che sia stata viziata almeno la concupiscenza della carne e che da essa si contragga il peccato originale, con le vostre discussioni vi sforzate di far rimontare la concupiscenza al paradiso assolutamente tale e quale è adesso e di sostenere che le sarebbe potuto accadere d'esservi o sempre assecondata da un disonesto consenso o frenata talvolta da un afflitto dissenso. Noi però non ci curiamo granché di cosa vi piaccia pensare su di essa. Il fatto è che ogni uomo che nasce per mezzo di essa, se non rinasce, è condannato senza dubbio e rimane necessariamente sotto il diavolo, se non lo libera il Cristo.

Tesi pelagiana sulla bontà e sulla libertà naturale dell'uomo: la grazia adiuvante.

18. 36. Egli scrive: Noi difendiamo che gli uomini sono opera di Dio, che il potere di Dio non costringe nessuno contro la sua volontà al bene o al male, ma ciascuno fa il bene o il male di sua volontà; nel fare il bene ciascuno è aiutato sempre dalla grazia di Dio, al male invece è incitato dalle suggestioni del diavolo. A tutto questo noi rispondiamo: Gli uomini sono opera di Dio in quanto uomini, ma stanno sotto il diavolo in quanto peccatori, a meno che non ne siano liberati per mezzo di colui che non fu fatto mediatore tra Dio e gli uomini se non perché non poté essere peccatore tra gli uomini. Nessuno è costretto dal potere di Dio o al male o al bene contro la sua volontà, ma, abbandonato da Dio, va a finire nel male perché se lo merita e, aiutato da Dio, si converte al bene senza che se lo meriti. L'uomo infatti non è buono senza volerlo essere, ma la grazia di Dio lo aiuta proprio anche a volerlo essere, poiché non è stato scritto invano: È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni 83, e ancora: Dal Signore è preparata la volontà 84.

Ag. insiste sulla necessità della grazia preveniente.

19. 37. Voi però ritenete che l'uomo sia aiutato dalla grazia di Dio nell'opera buona in modo da credere che la grazia non faccia nulla per eccitare la sua volontà alla stessa opera buona. Lo dichiarano sufficientemente le tue stesse parole. Perché infatti non hai detto che l'uomo è eccitato dalla grazia di Dio all'opera buona, come hai detto invece che è incitato al male dalle suggestioni del diavolo, ma hai detto che nel fare il bene è aiutato sempre dalla grazia di Dio? Come se l'uomo prenda l'iniziativa di un'opera buona per sua volontà senza nessuna grazia di Dio e sia poi aiutato divinamente quando è già in corso la stessa opera buona, evidentemente secondo i meriti della buona volontà, cosicché sia pagata una grazia debita e non donata una grazia indebita, e la grazia allora non sia più grazia 85, ma sia vero ciò che Pelagio condannò con cuore finto nel processo palestinese: La grazia di Dio è data secondo i meriti nostri. Dimmi, ti prego, qual bene voleva Paolo, ancora Saulo a quel tempo, o non voleva piuttosto grandi mali, quando fremente di stragi si recava a sterminare i cristiani con furore e mostruosa cecità di mente 86? Per quali meriti di buona volontà Dio lo convertì da quei mali al bene con mirabile e repentina vocazione 87? Perché mai dico meriti, se egli stesso grida: Ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia 88? Che vuol dire l'affermazione del Signore che ho già ricordata: Nessuno può venire a me, e ciò s'intende "credere in me", se non gli è concesso dal Padre mio 89? Forse a chi già vuol credere si dà di credere secondo i meriti della buona volontà, o non piuttosto la volontà stessa viene eccitata dall'atto perché creda, come quella di Saulo, benché così avverso alla fede da perseguitare pure i seguaci della fede? A che scopo infatti il Signore ci ha comandato di pregare per coloro che ci perseguitano 90? Preghiamo forse che la grazia di Dio sia retribuita ad essi secondo la loro buona volontà o non piuttosto che la loro stessa cattiva volontà venga mutata al bene? Proprio come crediamo che allora non abbiano pregato invano per Saulo i santi da lui perseguitati: la sua volontà fosse convertita alla fede che sterminava 91. E in verità l'origine dall'alto della sua conversione apparve anche con un miracolo manifesto 92. Quanto sono numerosi i nemici del Cristo che ogni giorno all'improvviso per occulta grazia di Dio sono "attirati" al Cristo! Il qual verbo, se io non l'avessi preso dal Vangelo, quante ne avrebbe dette di me costui a causa di esso, dal momento che anche adesso protesta, non contro di me, ma contro colui che grida: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato 93! Non dice infatti: "Se non lo guida", cosicché intendiamo che lì in qualche modo la prima iniziativa è della volontà. Chi è attirato se voleva già? E tuttavia nessuno viene se non vuole. È dunque attirato in modo misterioso a volere da colui che sa operare all'interno degli stessi cuori degli uomini, non perché gli uomini credano senza voler credere, il che è impossibile, ma perché da non volenti diventino volenti.

Testimonianze scritturistiche sull'efficacia della grazia.

20. 38. Che ciò sia vero non lo sospettiamo per congettura umana, ma lo riconosciamo per evidentissima testimonianza delle divine Scritture. Si legge nei libri dei Paralipomeni: In Giuda invece si manifestò la mano di Dio e generò in essi un cuore solo per eseguire il comando del re e degli ufficiali secondo la parola del Signore 94. Similmente per mezzo del profeta Ezechiele dice il Signore: Darò ad essi un altro cuore, metterò dentro di essi uno spirito nuovo, toglierò dalla loro carne il loro cuore di pietra e darò ad essi un cuore di carne, perché vivano secondo i miei statuti, osservino e mettano in pratica le mie leggi 95. Che è poi quello che prega e dice la famosa regina Ester: Metti nella mia bocca una parola ben misurata e glorifica le mie parole di fronte al leone, volgi il suo cuore all'odio contro colui che ci combatte 96? Come mai dice questo a Dio nella sua orazione, se Dio non suscita la volontà nei cuori umani? Ma forse quella donna pregò insipientemente pregando così! Vediamo dunque se l'orante abbia premesso invano il suo affetto senza che sia seguito l'effetto da parte dell'esaudiente. Ecco che entra al cospetto del re. Non mi voglio dilungare. E poiché, costretta da grave necessità, non entrava secondo il suo turno, il re, è scritto, la guardò come un toro nell'impeto del suo furore. La regina n'ebbe paura, cambiò colore e si abbandonò molle sulla testa dell'ancella che l'accompagnava. Ma Dio trasformò lo sdegno del re e lo volse a mitezza 97. Che bisogno c'è ormai di ricordare il seguito, dove la divina Scrittura attesta che Dio compì quanto aveva domandato la donna, suscitando nel cuore del re nient'altro che la volontà, con la quale comandò e fu fatto ciò che la regina gli aveva chiesto? La quale regina, perché ciò si compisse, era già stata esaudita da Dio, che con potenza oculatissima ed efficacissima, prima che avesse ascoltato la supplica della donna, convertì il cuore del re e lo volse dalla stizza alla mitezza, cioè dalla volontà di nuocere alla volontà di giovare, conformemente alle parole dell'Apostolo: È Dio che suscita in voi anche il volere 98. Forse gli uomini di Dio che scrissero questo racconto, anzi lo stesso Spirito di Dio che suggerì ad essi di scriverlo ha impugnato il libero arbitrio dell'uomo? Non sia mai, ma ha sottolineato in tutto e il giustissimo giudizio dell'Onnipotente e il suo misericordiosissimo aiuto. All'uomo infatti basta sapere che non c'è ingiustizia da parte di Dio 99. Quanto poi al modo in cui Dio dispensa i suoi doni, facendo degli uni secondo il loro merito dei vasi di collera e di altri secondo la sua grazia dei vasi di misericordia 100, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore o chi mai è stato suo consigliere 101? Se noi dunque abbiamo l'onore di appartenere alla nobiltà della grazia, vediamo di non essere ingrati attribuendo a noi quello che abbiamo ricevuto. Che cosa infatti possediamo senza averlo ricevuto 102?

Tesi pelagiana sulla perfetta giustizia dei Patriarchi.

21. 39. Scrive costui: Noi diciamo che i santi dell'Antico Testamento passarono da qui alla vita eterna con perfetta giustizia, cioè si distaccarono da tutti i peccati con l'amore della virtù, perché anche di coloro di cui leggiamo qualche peccato sappiamo tuttavia che poi se ne emendarono. Per quanto sia stata grande la virtù che predichi degli antichi giusti, non valse a salvarli se non la fede nel Mediatore, che versò il sangue per la remissione dei peccati. Di essi infatti è la voce: Ho creduto, perciò ho parlato 103. Un testo di cui l'apostolo Paolo fa la seguente applicazione: Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede, di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo 104. Che cos'é quello stesso spirito se non lo spirito che avevano anche quei giusti che dicevano così? Dichiara pure l'apostolo Pietro: Perché volete imporre ai gentili un giogo che non siamo stati capaci di portare né noi, né i nostri padri? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anch'essi 105. Ciò non volete voi, nemici di questa grazia: che dalla medesima grazia di Gesù Cristo si credano salvati gli antichi, ma distribuite i tempi secondo Pelagio, com'è scritto nei suoi libri, e dite che prima della Legge furono salvati mediante la natura, successivamente mediante la Legge e da ultimo mediante il Cristo, quasi che agli uomini delle prime due epoche, cioè prima della Legge e nella Legge, non sia stato necessario il sangue di Cristo: e così vanificate quello che è scritto: Uno solo infatti è Dio e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù 106.

Tesi pelagiana sulla universale necessità del battesimo.

22. 40. Dicono: Noi confessiamo che la grazia del Cristo è necessaria a tutti, e ai grandi e ai piccoli, e anatematizziamo coloro che dicono non doversi battezzare chi nasce da due battezzati. Sappiamo come voi dite questo, non nel senso dell'apostolo Paolo, ma nel senso dell'eretico Pelagio: cioè il battesimo è necessario ai piccoli non per la remissione dei peccati, ma solamente per il regno dei cieli. Date infatti ai bambini fuori dal regno di Dio un luogo di salvezza e di vita eterna, anche se non sono stati battezzati. Né prestate attenzione a quello che è scritto: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo, ma chi non crederà, sarà condannato 107. A causa di ciò nella Chiesa del Salvatore i piccoli credono per mezzo degli adulti, come dagli adulti hanno contratto i peccati che si rimettono a loro nel battesimo. Né riflettete ad un'altra verità: non possono avere la vita coloro che sono rimasti privi del corpo e del sangue del Cristo, dicendo egli stesso: Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avrete in voi la vita 108. Oppure, se da voci evangeliche siete costretti a confessare che non possono avere né vita né salvezza i bambini che escono dal corpo senza essere stati battezzati, cercate quale sia la ragione per cui questi bambini non battezzati siano buttati a subire il supplizio della morte seconda per giudizio di colui che non condanna nessuno immeritatamente e troverete quello che non volete: il peccato originale.

Tesi pelagiana sulla perfetta purificazione operata dal battesimo.

23. 41. Anche coloro che dicono scrive costui che il battesimo non distrugge tutti i peccati noi li condanniamo, perché sappiamo che per mezzo degli stessi misteri si dona piena purgazione. Questo lo diciamo anche noi, ma che per mezzo degli stessi misteri anche i bambini sono sciolti dai vincoli della prima natività e dell'ereditaria successione inquinata voi non lo dite. Perciò è necessario che anche voi alla pari degli altri eretici siate segregati dalla Chiesa del Cristo, la quale ritiene questa verità fino dai tempi antichi.

La conclusione della lettera pelagiana.

24. 42. Più degna però d'essere disprezzata che confutata è la conclusione della lettera dove dice: Nessuno dunque vi seduca, né neghino gli empi che questo è il loro modo di sentire. Ma se dicono la verità, o sia concessa un'udienza, o per lo meno gli stessi vescovi che sono ora in dissidio con noi condannino quanto sopra ho detto che essi ritengono in combutta con i manichei, come noi condanniamo quanto essi vanno diffondendo sul nostro conto, e si fa piena concordia. Se non lo vogliono, sappiate che sono manichei e tenetevi lontani dall'avere comunione con loro. Chi dei nostri infatti esita ad anatematizzare i manichei, i quali dicono che né gli uomini, né il matrimonio sono stati creati dal Dio buono, né da lui fu data la legge somministrata al popolo ebraico per mezzo di Mosè? Noi però non senza ragione anatematizziamo anche i pelagiani, i quali della grazia di Dio, venuta per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo 109, sono talmente nemici da dire che essa è non data gratuitamente, ma secondo i nostri meriti, cosicché la grazia non è più grazia 110. E fanno tanto affidamento sul libero arbitrio, che ha sprofondato l'uomo nell'abisso, da dire che gli uomini meritano la grazia usando bene del libero arbitrio, quando nessuno può usare bene del libero arbitrio se non per mezzo della grazia, la quale non è pagata da Dio per debito, ma è donata gratuitamente da Dio per sua misericordia. Riguardo poi ai bambini, sostengono tanto che essi sono già salvi da osar di negare che debbano essere salvati dal Salvatore. E ritenendo e seminando questi esecrabili dogmi, reclamano ancora per giunta un'udienza, mentre i condannati devono fare penitenza.

Note:


1 - Cf. Rm 12, 16.

2 - Cf. 1 Cor 1, 31.

3 - Gv 8, 36.

4 - Rm 6, 20.

5 - Rm 6, 20-22.

6 - Gv 1, 12.

7 - Fil 1, 28-29.

8 - Ef 6, 23.

9 - Gv 6, 44.

10 - Gv 6, 64-66.

11 - Rm 14, 23.

12 - Rm 1, 17; cf. Ab 2, 4.

13 - Cf. 1 Cor 1, 31.

14 - Gn 2, 24.

15 - Prv 19, 14.

16 - Mt 19, 6.

17 - Cf. Ef 5, 25.

18 - Col 1, 13.

19 - Ger 17, 5.

20 - Sal 48, 7.

21 - Cf Gal 4, 24.

22 - Cf. Rm 7, 12.

23 - Es 20, 17; Rm 7, 7.

24 - Cf. Gal 3, 19-21.

25 - Cf. 1 Tm 2, 5.

26 - Rm 7, 18.

27 - Rm 3, 20-24.

28 - Rm 3, 27-28.

29 - Rm 4, 13-15.

30 - Rm 5, 20.

31 - Rm 6, 14.

32 - Rm 7, 1-2.

33 - Rm 7, 4-6.

34 - Rm 7, 7.

35 - Rm 3, 20.

36 - Gal 3, 11.

37 - Rm 7, 7-13.

38 - Fil 3, 6.

39 - Ef 2, 1-5.

40 - Tt 3, 3.

41 - Tt 3, 4-7.

42 - Rm 3, 20; 7, 7-9. 13.

43 - Rm 7, 14.

44 - 1 Cor 15, 44.

45 - Rm 8, 23.

46 - Cf. Sap 9, 15.

47 - Rm 7, 15.

48 - Rm 7, 16.

49 - Rm 7, 17.

50 - Cf. Rm 6, 13.

51 - Rm 7, 18.

52 - Rm 7, 19-20.

53 - Rm 7, 21.

54 - Rm 7, 22-23.

55 - Rm 7, 24-25.

56 - Rm 7, 25.

57 - Rm 8, 1.

58 - Rm 8, 2.

59 - Rm 7, 24.

60 - Rm 8, 23.

61 - Rm 7, 15.

62 - Rm 3, 20.

63 - Rm 7, 7.13.

64 - Mt 7, 23.

65 - 2 Cor 5, 21.

66 - Cf. 1 Cor 15, 54.

67 - Rm 8, 10-11.

68 - Cf. Rm 8, 14.

69 - Cf. Rm 6, 14.

70 - Mt 6, 12.

71 - Cf. Prv 20, 9.

72 - Mt 6, 13.

73 - Gc 1, 14-15.

74 - Lc 6, 37-38; Mt 6, 12; cf. Lc 11, 41.

75 - Tt 1, 6.

76 - 1 Tm 3, 10.

77 - Cf. Gn 3, 7.

78 - Cf. Gn 3, 6-7; 2, 20.

79 - Cf. Gn 3, 6.

80 - Cf. Gn 3, 7.

81 - Cf. Gn 21, 19.

82 - Cf. 1 Cor 7, 6.

83 - Fil 2, 13.

84 - Prv 8, 35 (sec. LXX).

85 - Cf. Rm 11, 6,

86 - Cf. At 9, 1-3.

87 - Cf. At 9, 15.

88 - Tt 3, 5.

89 - Gv 6, 66.

90 - Cf. Mt 5, 44.

91 - Cf. At 9, 3ss.

92 - Cf. At 9, 18.

93 - Gv 6, 44.

94 - 2 Paral 30, 12.

95 - Ez 36, 26-27.

96 - Est 14, 13.

97 - Cf. Est 15, 9-11.

98 - Fil 2, 13.

99 - Cf. Rm 9, 14.

100 - Cf. Rm 9, 22-23.

101 - Rm 11, 34.

102 - Cf. 1 Cor 4, 7.

103 - Sal 115, 10.

104 - 2 Cor 4, 13.

105 - At 15, 10-11.

106 - 1 Tm 2, 5.

107 - Mc 16, 16.

108 - Gv 6, 54.

109 - Rm 7, 25.

110 - Cf. Rm 11, 6.

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