Vita di San Pancrazio

San Giovanni Bosco

Vita di San Pancrazio
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Avviso importante

 

            Mentre, o Lettore cristiano, ti fai a leggere la vita di s. Pancrazio martire, ti nascerà forse in pensiero di sapere ove siano state attinte le notizie contenute in questo libretto; e ciò per calcolare quale fede meriti chi ce le ha conservate e mandate alla posterità. Appago di buon grado questo tuo giusto desiderio.

            Per compilare questo libretto lessi e attentamente considerai quanto i più accreditati leggendari dei santi riferiscono intorno a S. Pancrazio martire. Ho {197 [197]} pure lette le opere del Surio e dei Bollandisti nel giorno 12 di maggio ed appendice pag. 680; del Tillemont: Memorie sopra la Storia Ecclesiastica, tom V. Il P. Giovenale agostiniano scalzo nel libro intitolato: Delle maraviglie di S. Pancrazio, libri tre, stampato nel 1655.

            Ho eziandio ricavato alcune notizie dalle Omelie di S. Gregorio Magno, da s. Gregorio vescovo di Tours, nel libro della gloria dei martiri, e da alcuni manoscritti autentici di cui conservasi copia originale. I mentovati scrittori raccolsero da antichi manoscritti quanto avvi di più certo intorno alla vita, martirio e culto di s. Pancrazio martire; e da costoro ho ricavato quanto ivi si espone, limitandomi per lo più a tradurre o a popolarizzare quei concetti che per avventura sarebbero troppo elevati per chi non ha fatto un {4 [198]} corso di studio regolare. Stimo però bene di notare che le maraviglie operate da questo eroe cristiano sono così grandi in numero e strepitose in se stesse, che io ne ho dovuto scegliere solamente alcune per non fare troppo grossi volumi, e fra queste ho pur giudicato bene di trascegliere soltanto quelle che soglionsi dalla divina bontà concedere ai mortali in via ordinaria, ommettendo parecchie cose che o non potrebbero reggere ad una critica ragionevole, oppure potrebbero da qualche indiscreto essere poste in burla.       Del resto, o lettore, quivi avrai un giovinetto che, in via maravigliosacondotto alla fede di Cristo, in tenera età sigillò col proprio sangue la fede da poco tempo abbracciata. La qual cosa è un novello argomento della divinità e santità di nostra religione, poichè {5 [199]} Dio solo può infondere tanto coraggio e tanta costanza in un nobile giovane, ricco, lusingato dall'età, dalle promesse, dagli onori e dai piaceri, il quale tutto abbandona, tutto disprezza, e affrontando l'ira d'un tiranno e i più spietati tormenti, nella sola speranza dell'eterna ricompensa va intrepidamente incontro alla stessa morte per la fede di Cristo.

            Vorrei però, o cattolico Lettore, che tenessi bene a mente, la sola cattolica religione avere veri martiri, e che l'immensa quantità di martiri che l'hanno glorificata, e che ella propone alla venerazione dei fedeli, sono come altrettanti argomenti di verità della medesima religione, che in ogni tempo ed in tanti luoghi la conobbero divina e santa, e col prezzo della lor vita la predicarono e la confermarono. {6 [200]}

            Le altre società, che si vantano eziandio cristiane, non hanno alcun martire che si possa dire morto in conferma delle verità di sua credenza; neppure hanno alcun santo che abbia operato miracolo, nemmeno un santuario ove si possa additare un segno di miracolo operato, o di grazia ricevuta. Ora il non avere tali sette nè martiri, nè santi, nè miracoli, nè santuarii, è cagione che portano con se un'avversione verso i santi, verso le reliquie e verso i santuarii, dove le reliquie, le immagini dei santi sono dai fedeli con ispecial divozione venerati, e dove Iddio ad intercessione dei suoi eletti suole in gran copia concedere i suoi celesti favori. Iddio, che è infinitamente buono e in pari tempo maraviglioso nei suoi santi, inspiri coraggio ai cattolici a seguire la strada di tanti millioni di santi martiri, {7 [201]} confessori, vergini e penitenti che ci hanno preceduto; e a quelli poi che sono fuori della vera Chiesa, a tutti conceda lume per conoscere la verità, forza a scorgere l'errore, coraggio per abbandonarlo, e venire all'ovile di G. Cristo per formare un solo gregge in terra, ed essere di poi con lui un giorno a cantare le sue misericordie eternamente in cielo.

 

Sac. BOSCO GIO. {8 [202]}

 

 

Capo I. Patria, educazione di s. Pancrazio. Perde i suoi genitori. Va con suo zio a Roma.

 

            Mentre governava il romano impero Diocleziano, e sopra la cattedra di San Pietro in Roma sedeva San Eutichiano papa[1], verso l'anno dugento ottanta, nacque san Pancrazio in Sinnada città della Frigia, considerevole provincia dell'Asia minore. Suo padre chiamavasi Cleonio, sua madre Ciriada, i quali appartenevano ad una delle più illustri e ricche famiglie di quei {9 [203]}tempi; ma erano idolatri, epperciò ignoravano le verità del Vangelo. Eglino pertanto in luogo di adorare Iddio creatore del cielo e della terra, adoravano il sole, la luna, le stelle e talvolta adoravano anche immondi animali che camminano sopra la terra. Tale era la credenza dei genitori di Pancrazio, i quali perciò si adoperavano d'istruirlo non già nelle verità del cristianesimo, ma nelle favole ridicole dei pagani. Egli però avendo un cuor buono, e un ingegno perspicace, non tardò ad accorgersi fin d'allora esistervi qualche cosa di più degno d'essere amato che non sono le insensate divinità. Laonde di mano in mano che si avanzava negli studi, si andava ognor più confermando della vanità degli idoli, e viepiù sentivasi vivo desiderio di conoscere l'autore e il creatore di tutte le cose per poterlo amare e servire debitamente.

            Talvolta riflettendo che niuna cosa può farsi da sè, e desiderando di poter conoscere l'autore delle cose che si vedono in questo mondo, andava esclamando: o chiunque siate voi, che dal nulla mi avete fatto esistere; fatevi conoscere; ditemi qual è la vostra legge, onde io la {10 [204]} possa osservare, vi possa servire ed amare. Intanto egli coll'ubbidienza ai genitori, coll'esatto adempimento de' suoi doveri, colla singolare puntualità allo studio formava la delizia dei suoi parenti ed era proposto come modello a' suoi compagni.

            Le preghiere di Pancrazio e la esemplare sua condotta mossero il cuor di Dio, che le trovò degne di ricompensa. Dio adunque voleva illuminare Pancrazio e fargli conoscere le folte tenebre dell'idolatria; ma ciò per mezzo delle tribolazioni. In tenera età, quando si ha maggior bisogno di assistenza e di consiglio, ambidue i suoi genitori passarono da questa vita senza che abbiano potuto avere alcuna istruzione delle verità della fede.

            Quando suo padre era in punto di morte, aveva chiamato presso al letto suo fratello di nome Dionigi, e guidato dai soli principi della ragione naturale gli diresse queste parole: «Io mi trovo al momento di «dovermi andare al numero dei più,«perciò non potrò più oltre assistere il mio «unigenito Pancrazio. Deh! io ti prego «e ti scongiuro per l'onnipotente Iddio, «per la grande virtù di lui, e per «l’amore di tutti gli Dei, di aver cura {11 [205]} «di mio figlio; di conservargli ed «amministrargli da buon, padre i suoi beni «sia quelli che possediamo qui nella «Frigia, sia quelli che possediamo in Roma. «Ma deh! abbi cura della sua educazione, «adoperati in tutto quello che puoi, a fine «di tener lontano i vizi dal suo cuore, nè «mai la turpe voluttà venga a guastare «l'animo suo; ma qual vero fratello fa «di conservarlo giusto e piissimo in ogni «cosa.» V. Boll, die 12 maii.

            Lo zio Dionigi era commosso fino alle lacrime; e promise di aver tutta la cura pel nipote Pancrazio, e ciò promise tanto più di buon grado perchè aveva non dubbii argomenti che in tutte le sue sollecitudini sarebbe stato abbondantemente corrisposto.

            Difatti dopo la morte del padre lo zio Dionigi si diede ogni cura pel nipote Pancrazio e gli fece da tutore e da padre. Ma il dimorare in quei luoghi dove era morto suo fratello gli richiamava il mente troppo dolorose rimembranze, perciò sia per dimorare in luogo remoto da quello, dove era morto Cleonio, sia per procurare a Pancrazio un'educazione più nobile quale si poteva avere nella capitale del {12 [206]} romano impero, sia anche per amministrare i beni temporali che in gran copia avevano in Roma, risolse d'accordo con Pancrazio di recarsi in quella città.

            Eccoli pertanto ambidue in viaggio. Vanno a Roma per amministrare beni temporali, ignari affatto de' grandi disegni della divina provvidenza che loro preparava beni di gran lunga migliori, quali sono le verità del Vangelo, il battesimo, la corona del martirio.

 

 

Capo II. S. Pancrazio con suo zio in Roma. - Persecuzione di Diocleziano. - Eglino fanno conoscenza col sommo Pontefice. - Tenera accoglienza loro fatta dal medesimo.

 

            Tre anni dopo la morte di suo padre, s. Pancrazio in compagnia di suo zio dalla Frigia si trasferì a Roma e andò a stabilire dimora in un suo podere posto in un aggregato di case dello Cuminiana sopra il monte Celio, proprio vicino a quel sito ove oggi sorge il Palazzo Vaticano. {13 [207]} - Intorno al monte Celio eranvi molte caverne alcune fatte dalla natura, altre a bella posta scavate.

            In questi antri o caverne solevansi nascondere i cristiani in tempo di persecuzione quando erano cercati a morte.

            In quei tempi infieriva la persecuzione di Diocleziano, che si conta la decima delle sanguinose persecuzioni mosse contro ai cristiani nei tre primi secoli della chiesa. Quell’imperatore aveva un odio implacabile verso la religione cristiana, perchè la santità della cristiana religione era una condanna della viziosa di lui condotta, ed anche perchè eragli stato detto che il romano impero non avrebbe avuto pace finchè non fosse interamente distrutto il cristianesimo. Da prima egli studiava ogni mezzo per far patire i cristiani a fine di farli prevaricare. Al vedere poi che più li tribolava e ne faceva morire, più grande diveniva il loro numero, risolse di volere a qualunque costo distruggere interamente il cristianesimo e far rifiorire l'idolatria, persuaso di poter così portare la pace e la prosperità all'impero.

            Sì grande fu in quel tempo il numero dei martiri di ogni età e condizione, sì {14 [208]} atroci e prolungati erano i tormenti con cui facevansi morire, che quel periodo di tempo fu appellato era dei martiri; perchè non avvi tempo nella storia ecclesiastica, in cui si noverino tanti martiri quanto in quell'epoca. Uomini e donne, vecchi e fanciulli, ricchi e poveri, dotti ed ignoranti, e persino di quelli che appartenevano alla famiglia imperiale, si videro abbandonare impieghi, onori, ricchezze, parenti ed amici, tollerare il disprezzo, lasciarsi mandare in esiglio, esporsi ad ogni genere di tormenti e spargere il proprio sangue per la fede.

            In quei calamitosi momenti governava la santa romana chiesa s. Caio succeduto a s. Eutichiano nel 283. Questo zelante pontefice nel desiderio di poter continuare ad istruire i fedeli nella fede, incoraggire quelli che erano condotti al martirio, ed anche mantenere l'unità di fede fra Sacri pastori, si appigliò al consiglio del salvatore, che disse: quando sarete perseguitati in una città fuggite in un'altra; cum persequantur vos in civitate ista fugite in aliam. Perciò andò a nascondersi in una caverna del monte Celio, in un sito appartenente a s. Pancrazio. Da quel nascondigli {15 [209]} o il santo pontefice usciva di quando in quando o per recarsi ad amministrare i santi sacramenti; o per confortare i deboli, incoraggire i giusti a perseverare nella fede ed anche tentare di convertire gli idolatri.

            La moltitudine di miracoli che operava s. Caio[2], le luminose virtù che praticava, giunsero presto a notizia di Pancrazio e {16 [210]} di Dionigi. Commossi da tante maraviglie risolsero di soddisfare ad una innocente curiosità e andare anch'essi a vedere quell'uomo, che era divenuto l'oggetto della comune ammirazione. Vuolsi qui notare che i cuori dello zio e del nipote erano buoni: facevano limosine e pregavano ambidue il Dio del cielo e della terra a voler loro far conoscere la strada della salvezza. E Dio che è sempre buono e misericordioso, siccome aveva già esaudite le preghiere di Cornelio detto centurione, e gli aveva mandato un angelo per fargli conoscere s. Pietro ed essere poscia da lui istrutto nelle verità della fede; così inspirò a Dionigi e a Pancrazio di recarsi dal successore di s. Pietro per acquistare la scienza della salute.

            Corrispondiamo, andavano tra di loro dicendo, corrispondiamo a queste interne inspirazioni del cielo, chi sa che i cristiani non siano giunti a conoscere il vero Dio! Certamente lo splendore delle virtù di cui è singolarmente adorno il loro pontefice non possono avere origine se non dal cielo. Nemmeno può darsi che sì gran numero d'uomini di tanto senno offrano con tanta gioia il loro petto alle spade {17 [211]} dei barbari per una fede che Don conoscessero per vera; non può essere che tanti illustri personaggi siano pronti a cimentare le mille volte al giorno la propria vila per difesa di una fede, che ammettesse sospetto di falsità od ombra di dubbio.

            Così andavano tra di loro ragionando quando si accorsero di trovarsi alla porta dell'abitazione del romano pontefice.

            Al loro picchiare corse il portinaio del papa, di nome Eusebio, uomo da tutti tenuto in fama di gran santità; totius sanctitatis vir[3]. Aperse egli una finestrella che con la sua picciolezza davagli agio di vedere gli altri senza essere veduto, e alla vista dei due cavalieri Pancrazio e Dionigi posti in ginocchioni a pie' della porta, dimandò che cosa chiedessero. Chiediamo, risposero, di essere ammessi alla udienza del pontefice.

            Intesi i loro desideri, Eusebio li assicurò del pronto suo uffizio, e coll'ansietà propria di chi desidera la gloria di Dio e il guadagno delle anime, volò a partecipare l'ambasciata al papa. Beatissimo {18 [212]} padre, egli disse, sono qui alla porta due illustri personaggi, che io non conosco, e dimandano come special favore di essere ammessi alla vostra presenza.

            Il santo pontefice aveva già avuto poco prima rivelazione di due pecore erranti che cercavano salvezza. Perciò alle parole di Eusebio provò grande allegrezza e prostrandosi a terra pregò, dicendo: vi ringrazio, o Signor mio G. C. re dei re, e Signore dei signori, che vi siete degnato di far conoscere me, ultimo vostro servo, a quelle vostre anime da voi elette. Di poi comandò che fossero immediatamente introdotti a lui.

            Giunti alla sua presenza pieni di ammirazione e di stupore si prostrarono ai suoi piedi. Cercò subito di farli rialzare, al che non potendo riuscire, disse loro: che volete adunque? Noi vogliamo, risposero, che voi ci facciate conoscere quel Dio che voi stesso adorate. Allora pieno di contentezza li abbraccia egli stesso e li rialza in piedi stringendoli amorosamente al seno, e assicurandoli che sarebbesi adoperato di far loro conoscere il vero Dio e la santa sua legge: poscia soggiunse: Dio vi benedica e vi sia ognor propizio; {19 [213]} Egli ha ascoltate le vostre suppliche. Ora calmate i vostri affanni, poichè la divina bontà è infinita ed incomprensibile: posso accertarvi che per via del santo battesimo giungerete al possesso della fede cristiana. Vi basti per ora di sapere, che il nostro Dio è tanto buono che non potrete a meno di provare grande rincrescimento d'aver tanto ritardato di venire a lui.

            Per lo spazio d'un mese circa, Dionigi e Pancrazio si recarono regolarmente dal Pontefice per essere istruiti nelle verità della fede.

 

 

Capo III. Il papa continua ad istruire s. Pancrazio e s. Dionigi nella fede. Loro battesimo. Morte di s. Dionigi.

 

            Non si può esprimere la consolazione dei due catecumeni nel conoscere le verità della fede cristiana, e l'assurdità dell'idolatria. Provavano la più grande consolazione al conoscere che vi esiste un Dio creatore del cielo e della terra, il quale ci conserva e provvede ai bisogni della {20 [214]} presente vita. Ammiravano l'immensa sua bontà verso gli uomini; perciocchè per la salvezza loro egli era disceso dal cielo in terra, vissuto nella povertà e nei patimenti, operando luminosissimi miracoli, e morendo fra i più atroci dolori per salvare il genere umano. Fin da quel momento cominciavano già a persuadersi che essendo un Dio solo non può esservi che un solo G. C, una sola fede, un solo battesimo e per conseguenza una sola chiesa, il cui capo invisibile era lo stesso G. C, e il capo visibile era il Romano Pontefice, vicario di G. C. sopra la terra. Quando poi il pontefice giunse a spiegare loro come il battesimo era quella grande chiave che chiudeva loro le porte dell'inferno ed apriva quella del paradiso, facendoli veri figli di Dio ed eredi di una felicità infinita, si sentirono ardere del più vivo desiderio di riceverlo.

            Rivolgendo pertanto il loro discorso al papa, «e a che fine, dicevano, prolungate «voi le nostre pene, perchè differite, o «Beato Padre, di aprirci colle vostre chiavi «quel cielo, di cui Iddio vi ha fatto «l’usciere. Perchè non lavar tosto le «macchie delle anime nostre coll'acqua del {21 [215]} «santo battesimo? temete forse che le «persecuzioni debbano far vacillare la «nostra costanza? No, non sarà. Quel «medesimo Iddio onnipotente, che a tanti «cristiani ha già infuso forza e «coraggio da disprezzare onori, ricchezze, «piaceri per amor suo, infonderà la «medesima forza e il medesimo coraggio «a noi, e ci renderà forti e pronti anche «a dare la vita per amore di quel Gesù ce che prima è morto per noi. Ah Dio, ci «sarà gioia e non pena il patire per voi, «sì per voi, amorosissimo Iddio, che per «nostro amore avete tanto patito!»

            Allora il Pontefice non istimò di differire più a lungo il battesimo; ma prima di amministrarlo indirizzò loro queste parole: «miei figli, godo che la grazia di «Dio siasi diffusa nei vostri cuori; godo «che gli occhi vostri siansi aperti per «conoscere le tenebre dell'idolatria, e la «luce della fede. Senza Cristo tutto è «disordine ed oscurità. Egli è la vera «luce, la vita, la verità, e chi vive «lontano da lui vive nelle tenebre, «nell’errore e nelle ombre di morte. Ma «ricordatevi bene, che il nostro Iddio non è «come gli Dei del paganesimo. Egli solo {22 [216]} «è eterno, onnipotente, infinito, e «infinitamente benefico. Egli calca col piede «le stelle; Egli è nella maestà «invariabile, nella gloria inesplicabile, e nei «suoi decreti imperscrutabile. In una «parola Egli è colui che ha creato e «conserva tutte le cose; colui che ha «preparato un bene eterno a chi lo serve, «e minaccia un eterno supplizio a chi «oltraggia la sua santa legge. Questo «Dio di bontà infinita, mosso a «compassione del genere umano, mandò il suo «Divin Figliuolo dal cielo in terra a «patire e morire per nostro amore. A fine «poi di comunicare alle anime nostre i «meriti infiniti della sua passione e morte, «Egli instituì i suoi sacramenti. Tra essi «havvi il battesimo che voi con ragione «sospirate e che tra breve andate a «ricevere. Ravvivate adunque la vostra fede «nel gran pensiero che mentre alcune «goccie d'acqua lavano il corpo, la grazia «di Dio purifica le anime vostre, e le «rende monde da ogni colpa sia «originale, sia attuale.

            «In questa guisa voi diverrete figli del «vero Dio, fratelli di G. C., eredi delle «ricchezze del cielo.» {23 [217]}

            Giunto a questo termine il santo padre si mise indosso i sacri abiti per la santa funzione del battesimo; e assistito da alcuni ministri, che con inni e cantici rendevano grazie a Dio, li battezzò, dicendo a ciascuno: io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.

            Siccome erano già abbastanza istrutti nelle verità della fede, così fu loro amministrato il sacramento della Cresima e il sacramento dell'Eucaristia, che ricevettero con ammirabile divozione e fervore.

            Così quei novelli cristiani partirono dal sommo pontefice pieni di una allegrezza che tale non mai avevano provato in vita loro. Sentivansi ardere il cuore di amore verso Dio che li aveva colmati di tanti favori; e sebbene da poco tempo battezzati, erano già fervorosi al punto di offerirsi pronti a dare la vita per la fede qualora Iddio ne avesse data loro occasione.

            Oh noi mille volte felici, andava dicendo Pancrazio, se ci fosse dato di sacrificare noi medesimi colla morte, per giungere più presto al nostro Dio!

            Noi avventurosi, rispondeva Dionigi, se {24 [218]} fossimo fatti degni di morire per amore di un Dio, che per nostro amore morì crocifisso! Beati noi, replicò Pancrazio, se col perdere questa vita faremo acquisto di una gloriosa eternità.

            Ah noi fortunati, conchiuse Dionigi, se per la fede di Cristo dando questa miserabile vita, potessimo dall'esiglio volare alla patria beata del paradiso. Non sarebbe questo, o caro nipote, un bel cambio? morire per amor di Dio una volta penando, per vivere con Dio eternamente godendo?

            Finalmente dissero ambidue insieme: fate, o grande Iddio, che da noi si provi la soavità di morire per voi, e di noi fate poscia ciò che volete. Iddio però disponeva altrimenti di Dionigi. Col battesimo egli avea acquistato la bella stola della innocenza, e Dio lo voleva chiamare a sè con una morte tranquilla. Diffatti cadde tosto in malattia sì grave, che pochi giorni dopo il battesimo volò a ricevere la ricompensa eterna del cielo.

            Il nipote Pancrazio ne fu dolentissimo perchè rimaneva privo di chi gli aveva fatto da padre, da amico, da fratello. Offerì egli a Dio fervorose preghiere pel {25 [219]} riposo dell'anima di suo zio, e come colui, che nulla più desiderava in questo mondo, pregava Iddio che lo facesse presto degno di poter raggiungere l'amato zio nella patria dei beati.

 

 

Capo IV. I Pagani fomentano la persecuzione. S. Pancrazio alla presenza di Diocleziano e suo interrogatorio.

 

            Come abbiamo sopra accennato, infieriva in quei dì la crudele persecuzione di Diocleziano contro ai cristiani. I pagani vedendo, che col dilatarsi del vangelo i loro templi divenivano deserti ed i loro idoli abbandonati, e che più cristiani uccidevano, più grande ne diveniva il numero, risolvettero di dare un terribile assalto al cristianesimo.

            Nel loro furore mandarono una deputazione all'imperatore Diocleziano e Massimiano con queste parole: degnissimi e piissimi imperatori, allontanate da questa città i cristiani che sono altrettanti maghi {26 [220]} infami e crudeli, essi ingannano tutto il mondo, e mettono in rivolta il vostro regno.

            Era questa una calunnia atroce. Quegli imperatori non già erano pii, ma feroci. La loro vita privata era piena di turpitudini, e provavano il più gran piacere a spargere il sangue de' loro sudditi. I cristiani poi non erano nè maghi, nè crudeli. Erano sudditi fedeli, disposti a dare la vita pel bene del prossimo; la loro crudeltà consisteva nell'intrepidezza, con cui si mostravano pronti a dare onori, ricchezze e vita, piuttostochè fare cosa alcuna contraria alla santa legge di Dio. Nemmeno i cristiani cercavano di ingannare il mondo: anzi facevano ogni sforzo per far conoscere l'errore, e insinuare nel cuore di tutti le verità della fede; la qual cosa facevano predicando il vangelo a fronte dei più gravi pericoli, spesso in mezzo ai più spietati tormenti. È parimenti calunnioso, che i cristiani mettessero lo impero romano in rivolta, imperciocchè essi furono sempre mai i più fedeli soldati, e la storia ci fa conoscere come nei più gravi pericoli i soldati cristiani si sono sempre segnalati nella fedeltà e coraggio. {27 [221]}

            Tuttavia Diocleziano o per far cosa grata agli idolatri, o che credesse alle mentovate calunnie, montò in collera, e nel suo furore decretò con legge che qualunque cristiano venisse scoperto nel suo impero fosse immediatamente punito senza essere ascoltato in giudizio.

            Fu allora che un gran numero di persecutori, alcuni mossi dalla mercede che era data agli scopritori di qualche cristiano, altri eccitati da odio contro alla fede, si diedero a ricercare e perseguitare i cristiani da tutte parti. Non vi fu genere di tormento che non fosse usato per maltrattare e fare morire i seguaci di G. Cristo. Onde Diocleziano non solo in Roma, ma nelle più remote parti del suo impero aveva aperto pubbliche carnificine di sangue cristiano. I piombi liquefatti, le caldaie bollenti, i pettini e gli uncini acuti, l'eculeo, i lori arroventati, le botti di acuti chiodi ripiene, i teatri pieni di bestie affamate, i patiboti infami, le mannaie infuocate, i pali, i coltelli, le spade erano gli strumenti di morte, famigliari al barbaro Diocleziano.

            Provò questa crudeltà, prima delle altre, Artemia sua figliuola, che per comando {28 [222]} di lui fu dal proprio fratello sacrificata all'ira del padre, solo perchè era cristiana. Altro suo stretto parente di nome Claudio, colla propria moglie e con due figliuoli, fu trucidato per ordine del barbaro imperatore. E per non andar troppo a lungo, ci basti il sapere che un'intiera città della Frigia, patria fortunata del nostro glorioso s. Pancrazio, fu circondata dai soldati, quindi la città ed i cittadini furono consegnati alle fiamme.

            Il giovane Pancrazio dopo la morte di Dionigi non incontrava più oggetto alcuno, che potesse allegrare il suo cuore. Il suo conforto era il pensiero di presto poter raggiungere l'amato zio. E siccome sperava che tal momento potesse essergli accelerato per mezzo del martirio, così Pancrazio era quasi sempre travagliato dal desiderio di conseguire la gloriosa palma dei Confessori di G. C.

            Un giorno mentre era assorto in questi pensieri accadde che una turba di birri scorrazzando per le vie di Roma andavano in cerca di cristiani, e avuta notizia che Pancrazio apparteneva al numero di quelli, si portarono immediatamente a casa di lui per condurlo in prigione. {29 [223]}

            Pancrazio significò loro con franchezza che egli era veramente cristiano e adoratore di Gesù Crocifìsso, e senza opporre alcuna difficoltà si diede nelle loro mani. Quegli esecutori di barbarie stimavano di aver fatta ricca preda scoprendo un nobile e dovizioso cristiano. Ma quando vennero a sapere che Diocleziano era stato intimo amico di Cleonio, padre del nostro giovine, vollero usargli un tratto di particolare bontà col renderne partecipe lo imperatore prima di dargli la morte.

            Diocleziano era estremamente desideroso di vederlo, e mandò tosto alcuni cavalieri affinchè lo accompagnassero, e sciolto da ogni catena lo conducessero al palazzo imperiale. Pancrazio vi andò con indicibile intrepidezza, e come giunse al cospetto dell'imperatore fu interrogato così:

            Diocleziano. Chi sei tu?

            Pancrazio. Io son cristiano.

            L'imperatore ammirò una risposta così pronta e precisa, e stupito del coraggio grande che ravvisava in quel piccolo corpo, rimirando la rara bellezza che nel gesto, nella persona e nel volto di Pancrazio si manifestava, sforzossi di temperare la sua ferocia, per indurlo ad adorare gli idoli, {30 [224]} allettandolo colle lusinghe e colle promesse.

            Onde rasserenato con un sogghigno l'aria tenebrosa, fìngendo compassione e nascondendo il veleno del suo cuore prese a dire:

            Diocleziano. Giovinetto, credi alle parole di chi t'ama, e non voler dimostrarti ostinato a troncare il filo de' tuoi giorni con una morte dolorosa. Compatisco la tua giovinezza facile ad essere delusa. So che tu sei figlio del mio carissimo Cleonio, perciò ti amo assai! procura pertanto di sbandir da te ogni strana idea di cristiano. Rinunzia a Cristo ed alla sua fede. Ed io ti prometto onori, dignità, ricchezze, e ti avrò qual mio carissimo figlio, e come tale sarai onorato, e chi sa che un giorno la fortuna non ti porti a succedermi nell'impero!

            Pancrazio. Bel cambio, o imperatore, volete che io faccia! lasciare il regno celeste, che è certo, per l'impero del mondo che è incerto! E poi quand'anche mi collocaste sul vostro trono, vestito della vostra porpora, incoronato del vostro diadema, attorniato dai vostri cavalieri, io vi assicuro che per tali motivi non mi {31 [225]} lascierò giammai indurre ad abbandonare il mio Gesù che ho promesso di amare e servire fino alla morte.

            Voleva parlare di più l'infervorato giovine, ma la rabbia del tiranno non gli permise di andare più oltre, e dalle lusinghe passando alle minacce prese a dire così:

            Diocleziano. Fanciullo presuntuoso ed arrogante, con chi tu credi di parlare? Non t'avvedi, che se la mia bontà ti apre la strada all'insolenza, con questo ti rendi maggiormente colpevole? io saprò vincere la tua ostinatezza coi più atroci tormenti. Risolvi adunque: o sacrificare vivo al Dio Giove, o sarai tu stesso sacrificato alla giustizia di Diocleziano. Che se tu rifiuti di approfittare della mia clemenza, comanderò che tu sii immediatamente ucciso, ed il tuo corpo consegnato alle flamme.

            Di tali minacce niente affatto sbigottito Pancrazio, pieno di confidenza in Dio, e confortato dalla grazia di G. C. si volse al tiranno e così parlò: «Non vi persuadere, o Cesare, che le vostre minacce siano per intimorirmi. Inutilmente voi tentate di spaventarmi col farmi perdere la vita; la morte ha nulla di spaventoso pei cristiani; per essi è una gran fortuna il {32 [226]} poter dare il proprio sangue per G. C.; i vostri supplizi acquistano loro un'eterna felicità; e lo spirare fra i tormenti è per loro una gloriosa vittoria. Deliberate pure adunque sulla mia persona, fate di me quel che volete: io vi assicuro che mi farete un gran favore facendomi morire fra i tormenti.»

            Parve frenarsi alquanto Diocleziano, e ciò fu solo per fare l'ultima prova. «Orsù, gli disse, fin qui non c'è grande male, con un'adorazione a Giove, offerendo un po' d'incenso agli altri dei, tu puoi rimediare al passato. Che dici, che rispondi? sei tu pronto a farlo? Da questa risposta dipende o la tua morte o la tua vita.»

            Pancrazio, che era sempre lieto ogni qualvolta, tacendo il tiranno, aveva campo a parlare, fatto più sereno in volto, prese a parlare così: «A che tante instanze? Pare di essermi abbastanza spiegato. Invano tentate di indurmi ad adorare i vostri dei. Quegli dei, cui mi esortate ad offerire incenso, sono adulteri ed ingannatori, che non risparmiano ad alcuna empietà. Ed io mi stupisco che voi non abbiate rossore di adorare quegli Dei, mentre sono {33 [227]} certo che se voi conosceste avere dei servi loro somiglianti, o li caccereste da voi, o li fareste uccidere.»

            Diocleziano confuso, ma non convinto dalle parole mentovate, diede in eccesso di furore. «Orsù, disse: presto mi si tolga davanti questo temerario garzone e se gli tronchi quel capo in cui siede tanta baldanza. E voi, miei ministri, sotto pena della mia disgrazia, non mi parlate di favore; voglio che l'esempio di costui sia di terrore agli altri, e che il suo sangue sconti la pena della sua temerità.»

 

 

Capo V. Martirio di s. Pancrazio.

 

            Nel coraggio e nelle risposte di Pancrazio noi vediamo avverate due promesse del Salvatore colle quali predisse che egli avrebbe in ogni tempo assistito i suoi fedeli, e che in mezzo ai più grandi pericoli sarebbero stati come agnelli in mezzo ai lupi, ma che egli avrebbe loro dato coraggio e sapienza tale, cui niuno avrebbe {34 [228]} potuto resistere. Di più dobbiamo ammirare nel coraggio di questo giovanetto quella viva fede, quella ferma speranza, quella infiammata carità, per cui niun pericolo della vita, nemmeno la morte più spietata, può separarlo da quella carità che trovasi nei veri seguaci di Gesù C.

            Appena pronunziata la fatal sentenza, tosto una turba di manigoldi assalgono Pancrazio, lo legano strettamente con funi e catene per condurlo al supplizio. Come mansueto agnello Pancrazio si abbandonò nelle loro mani. Rimirando poi le catene che lo stringevano esclamò: «Oh fortunate catene, a me è più prezioso il vostro ferro che ogni tesoro del mondo! Di quanto sono a voi obbligato, poichè per mezzo vostro comincio ad essere simile al mio Gesù!»

            Rivolgendosi poi ai ministri di giustizia, «voi, o ministri, riferite pure allo imperatore, che non poteva offerirmi un dono più prezioso di queste catene, le quali a me sono più care di tutti i diamanti della terra. Che cosa mai io potrò più oltre desiderare se non finire la vita con un colpo di scimitarra, e così liberare l'anima mia dalle carceri del corpo {35 [229]} e volare al cielo? Ma dove andiamo, o fratelli? deh non indugiate più, conducetemi presto al luogo dove io dovrò essere colpito dal vostro ferro!»

            A questi generosi sentimenti gli astanti ed i medesimi idolatri erano fuori di sè per maraviglia e compassione. Alcuni andavano dicendo: «peccato che un sì bel giovanetto vada alla morte. È possibile che un garzoncello il quale ha ancora le labbra bagnate di latte abbia di già commesso un errore degno di essere punito col proprio sangue?»

            «E no, rispondevano altri: è più colpevole chi l'ha condannato, che non è egli medesimo, poichè quantunque egli fosse un scellerato, pure dovrebbesi avere qualche riguardo alla sua tenera età. Chi sa che col tempo non avesse cangiato proposito, chi sa che non si fosse di poi guadagnato a Giove!

            «O questo no, altri rispose, disingannatevi pure, non vedete con qual coraggio va incontro alla morte? Ciò è chiaro segno che vi ha un cuor grande in quel corpo di fanciullo.»

            Tra la numerosa turba che accompagnava il generoso confessore di Cristo, {36 [230]} ritrovaronsi due occulti cristiani, che maravigliati della costanza del tenero fanciullo andavano l'un l'altro dicendo: «in questo nobile garzoncello io miro rinnovarsi il nobilissimo esempio di Isacco. Egli è questi come quell'innocentissimo agnello prossimo ad essere sacrificato al grande Iddio; ma con quanta diversità! Quello era mesto pel dubbio di morire, lieto è questi per la certezza e pel desiderio della morte; quello aveva il pianto sugli occhi; questi ha la gioia sulle labbra; quello interrogava: dove è la vittima? questi se fosse interrogato, arditamente risponderebbe: io sono la vittima. Ah quanto adunque egli è glorioso e fortunato! Egli fra alcuni istanti comincierà a godere e godrà per tutta un'eternità quel G. C. di cui Isacco ne era figura, e di cui Pancrazio ne è seguace.»

            Intanto Pancrazio giunse al bramato luogo del supplizio. Assorto egli nei più sublimi affetti verso Dio; pieno della santa gioia che provano quelli, che sono vicini a conseguire il più gran bene del mondo, si prostrò ginocchioni e baciò il terreno dicendo: «o fortunato Campidoglio, tale era il nome del luogo del martirio di Pancrazio, {37 [231]} o fortunato Campidoglio! Eccomi finalmente giunto a godere in te la gloria del trionfo. Gli antichi guerrieri erano quivi condotti in trionfo dopo di avere vinto i nemici della patria, ed erano accolti fra gli applausi de' cittadini; io spero di riportare compiuta vittoria dei nemici di Dio per essere accolto da Gesù e dai santi in cielo.» Alzati poi gli occhi al cielo, e incrocicchiate le braccia al seno, tutto elevato in pensieri verso Dio, favellò così: «Dio onnipotente, Dio pietoso, avvalorate le deboli mie forze, degnatevi di assistermi in questo ultimo mio combattimento. Voi mi chiamaste alla vera fede e con un tratto di special bontà ora mi concedete di dare la vita in testimonio di questa fede medesima. Grazie, o grande Iddio, grazie vi rendo che mi fate degno di morire per voi. Spiacemi solo di non potere, come vorrei, non una volta ma mille volte mor ... (voleva dir morire). E in quel momento gli fu vibrato un colpo di scimitarra, che troncandogli le parole sulle labbra gli spiccò il capo dal busto, e l'anima sua innocente e piena di meriti volò al cielo.        Il corpo di lui rimase insepolto lungo {38 [232]} il giorno; fattasi notte una pia matrona romana, di nome Ottavilla, andò di nascosto a prenderlo e ungendolo di odoriferi aromi, lo avviluppò in pannilini e rispettosamente lo seppellì in un sepolcro nuovo fatto per lui preparare.

            Il maraviglioso coraggio di Pancrazio serva a noi d'esempio ad essere fermi nella fede. L'insolito fervore con cui piange e sospira il battesimo c'inviti a piangere i nostri peccati nella presente vita per non piangerli inutilmente nell'inferno.

            Dal coraggio poi con cui andò incontro alla morte impariamo come non si possa venire a Dio senza morire al mondo; e che quelli i quali attaccano i loro affetti ai beni della terra, difficilmente potranno giungere a possedere i beni del cielo.

            Finalmente che non possiamo essere partecipi della gloria del cielo senza essere seguaci di Gesù Cristo non di nome ma di fatti; cioè col patire per suo amore, o se fa bisogno anche dare la vita piuttosto che fare la minima cosa contraria alla santa legge di Dio. Chi vuole godere un giorno con G. C. bisogna che patisca con G. C., dice S. Paolo: qui vult gaudere cum Christo, oportet pati cum Christo; {39 [233]} e niuno è coronato di gloria in cielo se non combatterà da valoroso cristiano sopra la terra: non coronabitur nisi qui legitime certaverit.

 

 

Capo VI. Tomba di s. Pancrazio in Roma, chiesa a lui dedicata, maraviglie ivi operate.

 

            L'anima fortunata di s. Pancrazio gode e godrà per tutti i secoli la gloria dei beati in cielo colla fronte cinta delle due corone, dell'innocenza e del martirio. Ma le sue reliquie furono e sono tuttora l'oggetto di tenera divozione presso ai cristiani, come sorgente feconda di grazie e di benedizioni verso chi le venera. Noi cominceremo a parlare della tomba di s. Pancrazio a Roma, di poi parleremo del suo culto e delle sue reliquie venerate in altri paesi della cristianità.

            Uscendo di Roma per la porta Aurelia della anche Janiculense ed oggidì detta porta di s. Pancrazio in onore del nostro santo, in distanza di circa mezzo miglio {40 [234]} dalla città si giunge all'ingresso del cimitero di Calepodio. È questo uno de' più famosi cimiteri di Roma, così appellato, o perchè s. Calepodio lo abbia ristorato od ampliato, oppure perchè egli stesso sia stato ivi sepolto. Molti martiri ebbero ivi la loro sepoltura e fra gli altri san Pancrazio. La pia Ottavilla, come si è detto, appena potè avere a sua disposizione il corpo di s. Pancrazio di notte tempo lo portò segretamente nel cimitero di s. Calepodio nel luogo per lui preparato.

            Cose maravigliose, grandi miracoli cominciarono ad operarsi alla tomba di s. Pancrazio. Appena cessate le persecuzioni, sopra il suo sepolcro fu edificata una chiesa che sussiste ancora oggidì, e il sepolcro di s. Pancrazio fin dai primi tempi divenne una specie di santuario. - Il sommo pontefice s. Simmaco commosso dal gran concorso di fedeli che in folla correvano a quel sepolcro; e vie più commosso dalle grazie che si ottenevano, e dai luminosi miracoli che alla tomba di lui si operavano; cento anni dopo il martirio del santo (398) fece ristorare ed abbellire quella chiesa. - Per dare poi un pubblico segno {41 [235]} della sua grande pietà e divozione verso s. Pancrazio, quel pontefice fece fare un arco sopra l'altare di quella chiesa con ornati che pesavano oltre a quindici libbre di argento. - Cosa assai considerevole, avuto riguardo alla scarsezza d'oro e di argento in cui trovavansi in quei tempi i nostri paesi.

            La cosa poi che mirabilmente servì a dilatare il culto verso le reliquie del nostro santo, fu la maniera sensibile con cui gli spergiuri erano puniti. Ecco quello che dice a tal proposito S. Gregorio vescovo di Tours città di Francia: «S. Pancrazio martire, egli dice, è terribile vendicatore contro a quelli che giurano il falso. Se taluno giunge alla pazzia di proferire uno spergiuro, e che di poi abbia l'ardimento di recarsi al sepolcro del santo, prima che giunga ai cancelli che ne circondano la urna, dove sogliono stare i sacerdoti mentre cantano le lodi di Dio, viene immediatamente assalito dal demonio o cade morto sull'istante. Da ciò avvenne che chiunque voglia far prova se uno abbia della la verità o no intorno a qualche cosa, non fa altro che condursi alla basilica del santo, e tosto l'innocente è riconosciuto e il colpevole {42 [236]} prova il severo giudizio del santo.» (Greg. Turonensis de miraculis, cap. 39).

            Il medesimo vescovo di Tours fra altri fatti racconta quello che segue: «Era nata contesa tra due uomini, che da qualche tempo litigavano con arte la più accanita. Il giudice sapeva benissimo discernere il reo dall'innocente, tuttavia per zelo di giustizia costrinse il colpevole a provare con giuramento la pretesa sua innocenza. Giunti perciò al sepolcro di s. Pancrazio, e il presuntuoso reo avendo di nuovo giurato il falso, gli rimase inaridita la temeraria mano con cui affermava quanto diceva, e poco dopo cadde a terra e spirò.»

            Nel secolo VI s. Gregorio Magno, anche prima del suo pontificato, soleva spesso recarsi alla chiesa di s. Pancrazio. Divenuto papa ne promosse il culto con grande zelo e sollecitudine. Osservando che coloro i quali erano destinati a mantenere il decoro in quella chiesa trascuravano i propri doveri, egli ne tolse loro la direzione e la diede ad alcuni menaci affinchè la custodissero. Scrivendo a tal proposito allo abate di quei monaci, di nome Mauro, gli indirizzava queste affettuose parole: io vi raccomando soprattutto di aver gran cura {43 [237]} che ogni giorno sia celebrato il santo sacrifizio della messa vicino al santo corpo del beato Pancrazio.

            Lo stesso pontefice si recava soventi volte a visitare quella chiesa, che fin da quei tempi per la sua magnificenza cominciò a chiamarsi basilica, e ne faceva talvolta le sacre funzioni. Un anno recitò nel giorno della festa del santo martire un discorso al popolo, che è la vigesima tra le sue omelie, il quale egli conchiude colle seguenti parole: «noi stiamo avanti alla tomba del santo martire Pancrazio, il quale sappiamo con quale morte sia pervenuto al regno de' cieli. Se a noi non è dato di esporre la vita del corpo per amore di Gesù Cristo, come egli fece, almeno adoperiamoci di vincere le passioni dell'animo. È questo eziandio un grande sacrifizio gradevole al Signore, il quale approva, e nella sua bontà ricompensata vittoria che noi riportiamo di noi medesimi, specialmente per conservare la pace col nostro prossimo. Egli mira benignamente dal cielo il combattimento che si fa nei nostri cuori per vincere le ripugnanze delle nostre passioni contrarie alla sua santa legge. Egli rimira dal cielo chi {44 [238]} combatte, per rimunerare i vincitori, i quali aiuta e conforta colla sua grazia, acciocchè riportino vittoria.» (Greg. Mag. Om. XX.)

            Ventidue anni dopo di s. Gregorio, Onorio papa si adoperò eziandio per abbellire la chiesa di s. Pancrazio. Aggiunse egli pure novelli ornamenti a quella chiesa e fra le altre cose fece ornare il suo sepolcro con parecchi lavori d'argento, il cui peso eccedeva libbre dugento ottantatre.

            Finalmente Innocenzo X nel desiderio di promuovere sempre più il culto verso di questo Santo, ne affidò l'amministrazione ad un cardinale, che ancora oggidì ne porta il titolo, ed ha speciale incumbenza di adoperarsi a promuovere colla massima sollecitudine il decoro di quella chiesa e il culto di questo santo.

 

 

Capo VII. Reliquie di s. Pancrazio in varie chiese della cristianità.

 

            Le grazie che quasi senza numero si ottenevano alla tomba di s. Pancrazio, i {45 [239]} miracoli strepitosi che Iddio operava per intercessione di lui, eccitarono vivo desiderio nel cuore dei cristiani sparsi nelle varie parti del mondo di avere qualche reliquia di quell'eroe cristiano, persuasi che i medesimi favori celesti sarebbonsi anche potuti ottenere altrove qualora si potessero avere alcune sue reliquie; la qual cosa succedette realmente. La maggior parte dei suo corpo si conservò e si conserva tuttora a Roma nella chiesa di cui più volte abbiamo sopra parlato. Il capo di Lui venne trasferito nella Basilica di s. Gioanni in Laterano che è il capo e la madre di tutte le chiese della Cristianità; dove si fa una gran festa ai 12 di maggio.

            Di questa insigne reliquia del capo di s. Pancrazio si racconta che in un incendio, che consumò una gran parte di quella chiesa, sebbene per tre giorni intieri le fiamme abbiano circondato il capo del martire Pancrazio tuttavia si conservò illeso. Dopo tal fatto fu esposta alla venerazione la prodigiosa reliquia con grande solennità, e mentre un canonico circondato da molti lumi teneva elevato quel prezioso deposito esponendolo alla venerazione {46 [240]} dei fedeli, i cantori cantavano alternativamente in latino ed in italiano queste precise parole: il capo di s. Pancrazio martire, da cui usci sangue, mentre questa sacrosanta Basilica si andava consumando dalle fiamme fu serbato illeso.

            Avvi pure un insigne reliquia di s. Pancrazio in Venezia, tenuta in grande venerazione nel monastero delle monache di s. Zaccaria, ed un'altra eziandio nella città di Bologna.

            Anche in Milano avvi un'insigne reliquia di s. Pancrazio. S. Gregorio Magno mandò questa reliquia a s. Fortunato vescovo di questa città, e d'allora in poi ne fu sempre celebrata festa solenne ogni anno ai 12 di maggio.

            Molte reliquie di s. Pancrazio furono trasportate in varie chiese di Francia.

            Un accreditato autore di nome Saussai nel Martirologio gallicano ha queste parole: oggi è il natale di s. Pancrazio martire, di cui alcune reliquie, donateci da papa Pelagio, trasportate in Marsiglia, sono tenute in grande venerazione pei luminosi miracoli che intorno a quelle ogni giorno si vanno operando.

            S. Gregorio vescovo di Tours racconta {47 [241]} il fatto seguente succeduto quando le suddette reliquie erano portate in Marsiglia. «Pelagio sommo Pontefice aveva conceduto una reliquia di questo Santo, e la consegnò in un bellissimo scrigno affidandola ad un Diacono che doveva portarla in Francia. S'imbarcò egli insieme con altri compagni verso Marsiglia con vento favorevole, ma quando furono in alto mare sorse d'improvviso un vento furioso, che li espose ad imminente pericolo di essere sommersi nelle onde: già i marinai avevano perduta ogni speranza di salvezza, i viandanti colle mani levate al cielo invocavano la misericordia divina piangendo la vicina loro morte, quando il pio Diacono tra i gemiti e sospiri alzando verso il cielo le sante reliquie invocò l'aiuto di s. Pancrazio. Nel medesimo momento si sollevò un altro vento contrario che sospinse la nave fuori di pericolo. Intanto, fatte tranquille le onde, ebbero agio di proseguire sicuramente il loro cammino fino al luogo destinato.» De gloria Mart. Capo 83.

            Nell'anno 995 alcune reliquie di s. Pancrazio furono da Roma trasportate nel Belgio nel convento di Gand, per mezzo {48 [242]} di un monaco di nome Andrea Eremboldo, che fu poi abate di quel convento. Ecco come egli fa la relazione di questo fatto. «Andrea abate ad Odovino abate. In nome del Signore. Queste sono le reliquie di s. Pancrazio martire, che Andrea umile abate trasportò da Roma fino al convento del castello di Gand non per danaro, ma per unico motivo di carità verso Dio e di carità verso il prossimo essendo pure a tale oggetto pregato dalla signora Tetta, matrona inglese di grande probità. Aveva essa promesso a noi di far mettere queste reliquie in un luogo sacro dove fossero tenute in grande venerazione da' fedeli e intorno ad esse ogni giorno fosse celebrato gran numero di messe. Così che voi dovete accogliere con grande riverenza e col dovuto onore le reliquie staccate dal sacratissimo corpo del B. Pancrazio; cioè una parte del suo capo, la parte di una costa, ed un osso staccato da una gamba. Vi raccomando poi caldamente che riponiate tali reliquie in luogo sacro, dove ogni giorno e senza interruzione con sacrifizii, inni, e cantici siano onorate. Ma anche noi per amore di lui conserviamo fra noi medesimi la vera fratellanza, e ricordiamoci {49 [243]} l'uno dell'altro nelle nostre orazioni e nel s. sacrifizio della Messa. State bene nel Signore. Vedi Molanus in natalibus Sanctorum. Boll. luogo citato.

            S. Gregorio Magno, come si è detto, nutriva special divozione verso s. Pancrazio; e fra le altre cose aveva fatto edificare un convento nel podere che era stato di proprietà del nostro Santo sul monte Celio. Questo pontefice un giorno vide sulle piazze di Roma alcuni nobili fanciulli inglesi, che erano venduti come schiavi. Commosso egli a tal vista, e pieno di rincrescimento che il vasto paese dell'Inghilterra fosse tuttora sepolto nelle folle tenebre dell'idolatria, determinò di adoperarsi per convertire alla fede quel paese che nutriva così vezzosi e ben fatti giovanetti.

            Mandò egli pertanto s. Agostino (diverso da s. Agostino dottore della Chiesa che visse 100 anni prima) con altri ecclesiastici a predicare colà il vangelo, dando alcune reliquie di s. Pancrazio, quasichè volesse dare un fanciullo per protettore di quella nazione, perchè alcuni fanciulli inglesi, che si vendevano in Roma, erano stati occasione di tale spedizione. {50 [244]}

            Quella predicazione produsse copiosi frutti e s. Agostino dopo aver convertito molti alla fede era giunto al bel momento di purgare un tempio idolatra dalle sozzure dei gentili per consacrarlo al culto cattolico. Ma incontrava gravissime difficoltà da parte del nemico delle anime, e solamente si potè compiere la sacra funzione quando s'invocò la protezione di s. Pancrazio martire e fu deciso di dedicare a lui quella chiesa.

            Allora lo spirito maligno lasciò quella abitazione che continuò ad essere aperta al culto cattolico. Vedi Spelman, pag. 114. Bolland, die 12 maii.

            Altro fatto curioso avvenne in Praga città della Boemia. Fu colà fatto edificare un tempio e dedicato a S. Pancrazio. Sopra quel tempio eravi una campana con cui solevansi invitare i fedeli cristiani ad ascoltare le messe che entro si celebravano con gran frequenza specialmente in suffragio dei defunti che erano sepolti in un cimitero vicino. Avvi questo di memorabile che questa campana suonava da sè ogni qual volta soprastava qualche calamità alla città di Praga. E poichè quel segno straordinario non mancava mai di {51 [245]} presagire qualche funesto avvenimento, gli abitanti della città gli prestavano intera fede. Ma in un'invasione degli Svedesi Praga fu oppressa in mille guise, la città fu saccheggiata, la stessa chiesa di san Pancrazio spianata al suolo, e la prodigiosa campana spezzata e fusa. Vedi Boll. loco citato.

            Le cose che abbiamo finora esposte intorno al culto di s. Pancrazio e intorno alla venerazione delle sue reliquie dimostrano quanto la divozione verso questo Santo sia dilatata nella cristianità; e quali grandi maraviglie Iddio abbia in ogni tempo ed in ogni luogo operato ad intercessione del venerabile suo servo san Pancrazio.

 

 

Capo VIII. Santuario di s. Pancrazio in Lantosca.

 

            Finora abbiamo parlato delle maraviglie operate da s. Pancrazio in paesi a noi remoti, ora veniamo a quelle che furono operate a benefìzio dei nostri paesi. Comincerò dal Santuario di Lantosca. {52 [246]}

            Lantosca è un paese assai popolato, distante circa 18 miglia dalla città di Nizza sul Mediterraneo. Siccome i fatti che colà avvennero e tuttora avvengono sono assai strepitosi, così io esporrò l'atto autentico deposto e segnato da persone degne di fede.

            Secondo questo documento risulta come Monsignor Ponzio vescovo di Nizza informato che una straordinaria affluenza di gente interveniva al Santuario di s. Pancrazio in Lantosca, e come da secoli e secoli si raccontavano cose prodigiose, invitò il sindaco, il segretaro, i membri del Municipio insieme con altre persone per età, moralità e saviezza ragguardevoli, e dando loro preventivo avviso di che si trattava, raccomandò loro di esporre conscienziosamente la verità di quanto sapevano intorno alla fondazione di quella chiesa e delle cose niaravigliose che ivi di continuo si raccontavano avvenute.

            Questa deposizione mi pare di grave importanza epperciò degna di essere conosciuta dal lettore. Eccone la traduzione dal latino come trovasi presso ai Bollandisti al giorno 12 di maggio.

            Premesse molte formalità si passa al fatto che viene deposto così: {53 [247]}

            «Per secondare la volontà del Rever. Vescovo, i Sindaci, i membri del Municipio ed altri ragguardevoli personaggi (ivi è esposta la serie dei nomi), i quali tutti toccano l'età chi di 90, chi di 80, altri di 60 anni, in presenza del nostro segretario sottoscritto e di molti altri di simile età, avvisati di esporre la pura e sincera verità; attestarono e deposero concordemente essere vero che hanno udito dai loro antenati siccome noi abbiamo udito dai nostri medesimi genitori quando vivevano, quanto segue: la prima occasione di fabbricare questa chiesa fu data da un sacerdote, il quale venendo dalle parti d'Oriente portava seco alcune reliquie. Giunto egli al luogo ove presentemente esiste la chiesa, quelle reliquie si mossero, e gli sfuggirono dalle mani; cosicchè fu costretto di ritornare in Lantosca, e manifestare ciò che gli era accaduto.

            «I sacerdoti di questo paese, si recarono sul luogo e colla debita riverenza avendo accolto quelle reliquie, e di più avendo inteso che erano portate da Roma, e staccate dal corpo del glorioso S. Pancrazio, la comunità fece edificare in onore di lui una chiesetta che in progresso di {54 [248]} tempo fu accresciuta ed ornata, e finalmente ai nostri giorni parte per liberali largizioni del medesimo municipio e delle persone private, parte colle limosine dei pellegrini, e di altri che di lontani paesi vengono qui, giunse a tale bellezza ed ampiezza, che forma l'ammirazione di chi la visita, con grande vantaggio spirituale e temporale dei ricchi, dei poveri e degli orfani.

            «Aggiungono inoltre che ad intercessione del medesimo Santo si fecero e si fanno quasi infiniti miracoli rendendo la sanità a coloro che per cagione delle loro malattie venivano a visitare la chiesa mentovata. Ai medesimi nostri tempi accadde che certa donna Grasenois la quale era rimasta immobile in tutta la persona, trasportata quivi e compiuta la sua divozione ritornò a casa guarita. Parimenti nell'anno 1560 un fanciullo di Torre, il quale non poteva nè camminare, nè parlare, essendo stato qui portato dai suoi parenti, e fatta da loro orazione ai piedi dell'altare del Santo, si alzò immediatamente sopra i suoi piedi, camminò e disse: pa, ma. I quali pieni di maraviglia e di allegrezza lodarono Iddio rendendo grazie a Lui ed al glorioso {55 [249]} Santo, per la cui intercessione avevano ottenuta tal grazia.

            «Quel fanciullo era in età di circa 12 anni. Il fatto succedette in presenza di più centinaia di persone, ed in presenza del sottoscritto notaro il quale allora serviva la messa di un suo fratello sacerdote.

            «Sono circa 18 anni che dal suo marito fu condotta qui una donna sopra un cavallo dal luogo di s. Martino nella seconda festa di Pasqua. Quella donna nella domenica seguente ritornò a casa a piedi, mentre nella prima volta ricuperò la facoltà di camminare e nella seconda volta la facoltà di parlare, la qual facoltà da cinque anni aveva intieramente perduta per cagione di una malattia. L'uno e l'altro fatto avvenne in presenza di migliaia di persone.

            «Altro cittadino di Nizza venendo di città e strascinandosi coi piedi e colle mani, ritornò sano e diritto nella persona, dopo di aver quivi compiuta la sua divozione.

            «Similmente un magistrato di nome Capello Petronio, da alcuni anni tenuto in letto da una infermità che gli cagionava acutissimi dolori, acquistò perfetta guarigione appena incominciò a fare quivi una {56 [250]} novena, secondochè ne era stato consigliato. Noi abbiamo udito tali cose da lui medesimo che soleva raccontarle pubblicamente, quando si trovava in Lantosca.

            «Similmente or sono due anni fu guarito il figlio di certo Domenico Provinciale, che era albergatore in Nizza. Egli non poteva nè parlare, nè camminare. Ma appena venne in questa chiesa condotto sopra un cavallo da' suoi parenti, rimase guarito, e andò liberamente a casa sua.»

            «Si legge eziandio essere stato operato un altro gran miracolo a favore di alcuni marinai che erano in imminente pericolo di essere sommersi nel mare. Invocato il glorioso santo Pancrazio furono salvi, e in segno della loro gratitudine verso il santo offerirono un quadro che è tuttora testimonio della grazia ricevuta.

            «Tralasciamo moltissimi altri favori, miracoli, e benefizi ricevuti in questo luogo, di cui vi sono sicuri testimoni, accenneremo ancora alcuni esempi di vendetta divina, ivi pure occorsi.

            «Primieramente è notevole quello che riguarda ad un negoziante che passò di queste parti per andare con un giumento ad Utella. Egli tolse un bastone da questa {57 [251]} chiesa e continuando il suo cammino, era giunto sopra il colle Picaio. Di là rivolto a questa medesima chiesa gli si contorse la faccia e rimase rivolta verso la schiena senza potere nè andare avanti, nè ritornare indietro. Avendo di poi riconosciuta la sua colpa e dimandandone perdono, promise che qualunque volta fosse per lo avvenire passato in quelle parti per vendere olio in Lantosca, ne avrebbe donata una misura alla chiesa. In quel momento il suo volto ritornò nello stato di prima.

            «Non fuggirono la punizione del cielo alcuni soldati nell'anno 1542, quando Nizza era assediata dai Turchi. Costoro passando qui vicino avevano rubato le lampade e le candele di cera di questa chiesa, ma nell'alto che traghettavano il fiume Varo, furono tutti sommersi nell'acqua, siccome raccontarono altri soldati che erano stati testimoni oculari del fatto. Tralasciamo moltissime altre cose per parlare delle medesime reliquie.

            «Per fare adunque ritorno alle sante reliquie, i signori parroci, sindaci ed altri ragguardevoli personaggi di Lantosca, non avendo mai per lo innanzi fatta alcuna indagine a questo riguardo, pochi anni {58 [252]} addietro determinarono di adoperarsi per avere notizie sicure intorno alle medesime. Frugando adunque nell'altare maggiore di questa chiesa, vennero a scoprire nel mezzo dell'altare una certa cavità sotto alla pietra, ed in quella una teca bianca che sembrava di marmo, e dentro a quella una pisside di legno. Allora fatti accendere i lumi, il priore ricevendola colla massima riverenza, ed aprendola ritrovò cinque parti di ossa, che sembravano essere di braccia e di mani.

            «Il municipio comandò che quelle reliquie venissero riposte in un reliquiario d'argento fatto in forma di braccio e di mano. Pel qual fatto viepiù crebbe e cresce la divozione di s. Pancrazio. Nel 12 di maggio e nella seconda festa di Pasqua e di Pentecoste si fa una processione, durante la quale queste sante reliquie sono esposte alla pubblica venerazione.

            «Dalla mentovata festa di Pasqua fino al giorno otto di settembre, in cui si celebra la nascita della Beata Vergine, si può dire che avvi una continua processione di forestieri di ogni condizione che da tutte parti vengono a questo santuario. Questa chiesa è ottimamente amministrata, {59 [253]} e tutti i buoni e fedeli cristiani l'hanno in grande venerazione. E poichè queste cose sono la pura e schietta verità, siccome di sopra si è detto, raccontato e deposto, io Nicolao Taoni, Balivo Ducali di Lantosca, a richiesta dei signori sindaci, per mano del segretario mio proprio e della comunità, mando agli scritti le presenti lettere testimoniali.

            «Dato in Lantosca 21 novembre 1588.»

            Ho giudicato bene di riferire questo atto autentico che rende pubblica e certa testimonianza delle maraviglie del nostro glorioso Martire operate in Lantosca. Ma la maraviglia più grande si è, che le grazie continuano a concedersi in abbondanza in quel medesimo santuario, e i miracoli strepitosi, che tuttora si vanno operando, attraggono di continuo gente da tutte parti che va a quel santuario come ad una vera sorgente di celesti favori e di benedizioni. {60 [254]}

 

 

Appendice sul santuario di S. Pancrazio vicino a Pianezza.

 

Capo I. Racconto storico di questo Santuario.

 

            Il culto che in tanti luoghi della cristianità si rende al glorioso martire san Pancrazio, le grazie straordinarie che ovunque si ottengono a sua intercessione servono a rendere credibili le cose che si raccontano avvenute in un santuario a lui dedicato in vicinanza di Pianezza. Questo santuario è distante circa cinque miglia da Torino camminando dà porta Susa verso Rivoli, e mezzo miglio al di là di Pianezza in un borgo chiamato col nome del nostro santo; e conta l'esistenza di oltre quattrocento anni.

            Io te ne espongo, o lettor cristiano, l'origine tale e quale ci viene testificata dalla tradizione di quattro secoli, che viva {61 [255]} tuttora si conserva presso agli abitanti di quel borgo, e dell'intero paese di Pianezza; come è testificata dai quadri, dalle antiche iscrizioni che la confermano, e dai documenti stampati e manoscritti che tuttora si conservano. Tutte le notizie ricavate da questi tre fonti storici convengono nel seguente racconto[4].

            L'anno mille quattrocento cinquanta, il dodici di maggio, certo Andrea Casella era applicato a segare l'erba in un suo praticello. Venuta l'ora del pranzo sua moglie portavagli quel ristoro che allo stato di contadino si conveniva. Giunta costei in vicinanza del marito e vedendolo tutto intento ai lavoro, non ardiva disturbarlo; ma accostatasi da un lato stava osservando con quanto grande gusto il marito attendesse al faticoso suo impiego. Il marito senza accorgersi che la moglie era a lui vicina, stendendo inconsideratamente il braccio, coll'affilata falce le troncò intieramente la gamba sinistra.

            La meschina cadde tutto ad un tratto a terra, ed il marito accortosi del colpo inconsiderato, mischiava le proprie lacrime {62 [256]} col sangue della moglie. Uno era fuori di sè per l'affanno, l'altra cominciava a provare le angustie di morte, quando si videro comparire innanzi in sembiante militare, un leggiadrissimo giovine che alla serenità del volto, e allo splendore, de' suoi abiti si poteva credere disceso dal cielo per loro soccorso. Egli era pieno di grazia e di candore; palesava l'età di circa quattordici anni. Era di statura e di forme eleganti, di complessione forte e robusta.

            Il verecondo suo aspetto, la fronte spaziosa, sopra cui ondeggiavano biondi ed inannellati capelli, lasciavano trasparire uno splendore abbagliante. L'abito suo era una pretesta, ossia una veste che gli giungeva fino sotto ai ginocchi; ed una bulla, ovvero globetto d'oro, gli pendeva dal collo. Egli in amabili e dolci maniere si fa vicino all'addolorato marito ed alla agonizzante moglie, e dimostrando di prendere parte alla loro disgrazia, assicurò il Casella che qualora facessero voto di fabbricare quivi un pilastro o cappelletta in onore di s. Pancrazio martire; (la cui memoria era onorata in quel giorno da santa Chiesa), e insieme promettessero di festeggiarlo ogni anno, conseguirebbe la {63 [257]} disperata salute della moglie. Ciò detto disparve.

            Il povero contadino, che mai in vita sua era stato testimonio di cose soprannaturali, rimase spaventato; e col cuore pieno di consolazione e nel tempo stesso confuso, si accostò all'orecchio della moglie quasi agonizzante, e fortemente gridò: su via, moglie, tu sei sana, se al glorioso s. Pancrazio martire fai voto ... Non potè più oltre parlare l'affannato marito, e la moglie sforzandosi con le tremole labbra di far eco agli ultimi accenti del marito: fate pur volo, rispose. In quel medesimo istante il piede tagliato si riunì alla gamba, che rimase consolidata e senza piaga alcuna.

            Ma spesso avviene che gli uomini promettano a Dio quando si trovano in bisogno, e poi facendo poco conto dei favori ricevuti, dimenticano il supremo loro benefattore.

            Così fu in questo caso: fosse per povertà o per avarizia il Casella trascurò di costruire il pilastro alla cui costruzione erasi con voto obbligato. L'anno seguente (mille quattrocento cinquant'uno) il giorno stesso, l'ora medesima in cui erate stato concesso {64 [258]} il favore, si sentì in un momento con dolor incredibile disgiungere la gamba.

            Sbalordito il buon contadino ricorse al parroco, il quale con altra gente si recò colà a fine di essere testimonio del fatto, ed esorlò il Casella a rinnovare solennemente il volo e di essere più fedele alle promesse fatte a s. Pancrazio, che gli aveva ottenuto dal cielo un favore così segnalato.

            Rinnovato il voto ottenne di nuovo la grazia e la mortale ferita apparve intieramente sanata.

            Un curioso incidente avvenne nella costruzione di quel pilastro. Il buon contadino, certamente per illusione diabolica, nel timore che se avesse fatto fare quel pilastro a s. Pancrazio, nel celebrare la festa ogni anno in tempo che l'erba può essere danneggiata, egli ne avrebbe riportato notevolissimo danno, deliberò di fabbricarlo sulla strada vicina al suo podere. Ma che possono mai valere gli umani disegni quando non sono conformi al volere del cielo? Tutto ciò che si fabbricava di giorno nella strada, di notte tempo era trasportato in mezzo al podere e propriamente in quel luogo, dove era accaduto il fatto sopra riferito. {65 [259]}

            Ognuno può immaginarsi qual concorso di gente traesse la novità di questi insoliti prodigi! Fin d'allora cominciarono a correre da tutte le parti, come si fa ancora oggidì, e paesani e stranieri, per modo che nei giorni antecedenti e consecutivi al 12 maggio, i forestieri fabbricano città portatili, poichè nel seno di verdi prati, in un istante fanno nascere mille mobili case. Nella vigilia poi della sua festività una folla immensa di divoti cristiani accorrono colà, dormendo a cielo scoperto o passando vigilanti la notte per secondare gl'impulsi della loro divozione e ottenere da s. Pancrazio le grazie che loro fanno bisogno.

            Intorno a quel pilastro fu di poi edificata una chiesetta che per lo spazio di circa dugento anni veniva affidata ad un romito, che ne aveva cura; ed il parroco di Pianezza ne faceva le sacre funzioni in occasione di solennità. Ma il continuo concorso che i fedeli spesso ivi facevano in rendimento di grazie pei favori da Dio ricevuti, e la protezione speciale che ne presero i doviziosi marchesi di Pianezza accrebbero e la chiesa e i locali vicini a segno che nell'anno 1648 il pilastro del Casella era {66 [260]} divenuto un vero santuario circondato di case ed affidato ad una famiglia di monaci Agostiniani. Chi volesse tessere la serie delle maraviglie operate da s. Pancrazio in questo luogo, e riferire ad uno ad uno gli infermi guariti, gl'invasi dallo spirito maligno liberati, i sordi che acquistarono l'udito, i ciechi che ricuperarono la vista, i muti che ritornarono a parlare speditamente, le febbri scacciate, gli storpii raddrizzati, se ne dovrebbero fare parecchi volumi.

            Io mi limito solamente a riferirne alcuni, invitando chi ne desiderasse di più, di leggere il citato libro Delle maraviglie di s. Pancrazio, o di recarsi a questo santuario, dove potrebbe vedere coi propri occhi testimonianze certe intorno alle cose che quivi per brevità sono ommesse oppure soltanto accennate. {67 [261]}

 

 

Capo II. I Reali di Savoia. Le Compagnie di Pianezza e di Druent al Santuario di s. Pancrazio. Energumeni liberati, storpi guariti ed altre maraviglie ivi operate.

 

            Non solamente gente volgare o di poca istruzione corse a questo santuario come a fonte di grazie o di favori; ma persone commendevolissime per dignità, pietà e dottrina.

            La regina di Sardegna, Cristina di Francia, soleva recarsi a questo santuario con suo figlio Carlo Emanuele e coi principali signori di corte, ed assicurò che tutte le grazie che dimandò a Dio per intercessione di quel santo tutte le ottenne. Dopo di lei continuarono i reali di Savoia, i grandi di corte a recarsi spesso a visitare quel santuario, cui intervenivano fedeli ora in privato, ora in pubblica processione.

            L'anno mille seicento quarantotto, alli diciannove di aprile, essendo intervenute {68 [262]} processionalmente alla chiesa del santo, come solevasi fare ogni anno, per nove giorni la compagnia di Pianezza e quella di Druent, avvenne che la chiesa rimase piena di gente divota, sicchè le compagnie non vi potevano nemmen più entrare. Uno di quei religiosi, di nome padre Domenico, salì in pulpito per trattenere quell'adunanza coll'esposizione della parola di Dio. In quel momento sentironsi per aria canti soavissimi, che parevano ogni momento accostarsi vieppiù alla chiesa. Per la qual cosa rivolgendosi indietro parte dell udienza e parte restringendosi per dare luogo alle genti che supponevansi venire, il buon padre terminò il suo ragionamento con dire: «è bene che io tronchi il filo del mio discorso acciocchè parte di voi uscendo, doni luogo a così devoto concorso.» Discese il padre dal pulpito, usci con molti altri di chiesa per dar orecchio a quei canti armoniosi, ma non vedendo mai alcuno e sentendo sempre i medesimi cantici conchiusero con dire: è questa una armonia celeste.

            L'aiuto celeste di s. Pancrazio fu provato efficace in tutte le necessità della vita. L'anno 1652, certa Giovanna Vacara {69 [263]} di Rivoli, per motivo di parto era per tramandare l'ultimo respiro. Mentre era travagliata da mortali angustie pensò di ricorrere a s. Pancrazio promettendo con voto di dare il nome di Pancrazio se avesse avuto un figlio, e di Maria ove fosse una figlia. Appena fatto il voto fu libera interamente dai mali che la privavano di respiro, e nel battesimo quel ragazzo fu in particolar maniera consacrato a s. Pancrazio chiamandolo con tal nome.

            La protezione del nostro santo fu provata in parlicolar maniera efficace verso gli energumeni, cioè verso di quelli che sono travagliati dallo spirito diabolico.

            L'anno 1562 il 12 di maggio, un certo Michele nativo di Arvio nella Savoia, era da molti anni tormentato orribilmente da spiriti maligni. Pareva che in lui abitasse una legione di demonii, che lo agitassero come quell'energumeno di cui si parla nel vangelo, il quale talvolta era portato nell'acqua, nel fuoco, sopra i tetti delle case e sopra le montagne senza che alcuno il potesse rattenere. Essendo riusciti vani tutti gli altri rimedii, mosso dalla fama e dal gran numero di maraviglie che udiva operarsi da s. Pancrazio di Pianezza, {70 [264]} in momento che egli era pienamente consapevole di se stesso, fece voto di venire in persona a questo santuario, onde essere da Dio liberato da quegli spiriti che lo tiranneggiavano. Egli venne diffatto, e mentre pregava in presenza di una folla di popolo, tra urli e strida terribili, quegli spiriti maligni l'abbandonarono.

            Se ti accadesse, o lettore, di andare a quel santuario, al lato destro della cappella interna, vedrai un gran quadro che rappresenta tal fatto, in fondo a cui avvi un'iscrizione latina che viene a significare quanto segue:

 

            L'ANNO 1562 IL 12 DI MAGGIO

            MICHELE, NATIVO DI ARVIO

            CASTELLO DI SAVOIA, DIOCESI DI S. GIOVANNI

            DI MORIANA

            MENTRE ERA TERRIBILMENTE TRAVAGLIATO

            DAL DEMONIO

            QUIVI PREGANDO ALLA PRESENZA

            D'IMMENSO POPOLO

            PER INTERCESSIONE DI S. PANCRAZIO

            FU LIBERATO DALLA SUA INFERMITÀ.

 

            Il Dottore Francesco Arpino, medico della corte del re di Sardegna, aveva un suo figliuolo d'anni tre così rilassato di {71 [265]} nervi che non poteva camminare. I pii genitori lo votarono al nostro Santo e in breve gli ottennero l'intiera e perfetta sanità.

            Che mai dirò degli storpii guariti, che si possono dire senza numero! Lodovico Rossano era da molti anni zoppo ed impotente a camminare, tuttavia si risolse di andare al tempio di s. Pancrazio. Trascinatosi colà al meglio che potè co' suoi genitori fece voto di far questo viaggio ogni anno sino alla morte; subito ne riportò l'effetto della grazia desiderata. Il che avveniva il 12 di maggio l'anno 1649. Il buon ragazzo lasciando le stampelle nella chiesa se ne ritornò alla casa paterna con massima ammirazione e contentezza di lui e de' suoi genitori.

            L'anno 1650 nello stesso giorno della festa del nostro Santo ottenne eziandio una grazia segnalata la figliuola di certo Giovanni Costa, che già da molto tempo nelle braccia e nelle coscie era tutta raggruppata. Essendo stata condotta nella chiesa del Santo, ricuperò la desiderata sanità, e rimase disposta della sua persona, come se mai avesse patito verun male. {72 [266]}

 

 

Capo III. Rotture, piaghe, ernie, febbri maligne, elisie guarite per intercessione del Santo.

 

            Grazie di altro genere, ma sempre dirette a procacciare beni al prossimo, o a tenere da noi lontano qualche male, sono le seguenti che noi in parte andremo esponendo.

            L'anno 1652 certo Antonio Folea, cocchiere di corte, il 4 di luglio disponevasi per un viaggio secondochè gli era stato ordinato. Sferzando egli di troppo i cavalli, li spinse a corso così precipitoso, che traviando dalla strada, trassero la carrozza in luogo dove a caso trovavasi il figliuolo del cocchiere medesimo, in età di anni 9. Il misero fanciullo non solo fu dai destrieri calpestato, ma due ruote della carrozza passarono sopra di lui, senzachè il padre potesse per poco impedire il sinistro accidente. Corsa precipitosa la madre prende il figlio tra le braccia e con indicibile suo dolore si accorge che le coscie {73 [267]} erano state rotte in quattro parti; e tutta la vita contusa e sfracellata per modo, che il suo fanciullo pareva al punto di tramandare l'ultimo respiro. Quella madre cristiana, certamente inspirata da Dio, s. Pancrazio, si fece a gridare, venite in mio soccorso e salvate mio figlio. Maraviglia a dirsi! si vide rinvigorirsi lo spirito del fanciullo quasi morto, e in poco tempo fu restituito alla primiera sanità, come se non avesse mai in dette parti patito lesione alcuna.

            Gioanni Ballista Foassa di Chieri l'anno 1647 provò egli pure la protezione di san Pancrazio. Era egli salito sopra di un'alta scala, quando essendosi scossa quella, egli medesimo piombò a rompicollo a terra, sicchè rimase quasi tutto pesto nella persona. Fu portato a letto, ed esaminandosi dai chirurghi le parti offese, non sapevasi dove incominciare o dove finire la cura; a segno che da tutti gli astanti fu compianto come morto. Egli solo incoraggito dalle grazie che altri avevano ricevuto da s. Pancrazio, pose a parte ogni umano rimedio e a lui solo si raccomandò. La protezione del Santo fu per lui larga ed efficace; immediatamente si mitigarono i dolori, e saldate le {74 [268]} piaghe, e restituite le rotture nello stato di perfetta sanità potè tosto ripigliare le sue primiere occupazioni.

            L'anno medesimo nelle feste Pasquali certo Costanzo Gandolfo di S. Michele dopo avere adoperati quanti rimedii furongli suggeriti per curarsi da una piaga che da molti anni portava in una gamba, vedendo che tutto riusciva invano, ed il male erasi inoltrato orrìbilmente, gli fu perultimo proposta l'ampulazione della parte. Consultatosi con varii periti dell'arte e dandosi da tutti disperata la guarigione era quasi risoluto di sottoporsi all'atrocità del rimedio proposto. Quando gli nacque in cuore un pensiero di confidenza in Dio e nel maraviglioso s. Pancrazio. Raccomandandosi a Lui fece voto di portargli una gamba di cera appena guarito, e ne ottenne la grazia: poichè l'infracidita piaga tra poco si saldò e il giorno della festa del Santo potè venire a compiere il suo volo e raccontare ai religiosi di quel convento le maraviglie, che eransi in lui operate.

            La malattia dell'ernia, male pericoloso, di difficile guarigione, e che talvolta produce funeste conseguenze, fu pure oggetto delle maraviglie del nostro Santo. Secondo {75 [269]} ed Ortensia Bussi di Torino ebbero un figliuolo che dalla nascita portava seco un'ernia, a cui eransi inutilmente applicati varii rimedii. Ebbero un altro ragazzo, e andò soggetto al medesimo male. Quei buoni genitori erano sommamente addolorati al vedere i loro due figliuoletti con tale indisposizione, che per certo li avrebbe condotti in età immatura alla tomba. Delusi dalle speranze umane ricorsero ai favori del cielo. Ricorriamo, dicevano tra di loro, ricorriamo a Dio, mondiamo la nostra coscienza, andiamo ai piedi del confessore, e chi sa che sciogliendoci dai legami delle colpe e armandoci della s. Comunione non otteniamo da Dio ciò che non possiamo ottenere dagli uomini? facciamo voto di portarci ambidue alla chiesa di san Pancrazio.

            Pertanto l'anno 1649 il giorno festivo del Santo giunsero coi loro indisposti figliuoli al Santuario, pieni di quella fede che muove il cuore di Dio a concedere i suoi favori. Mentre stavano ascoltando la santa Messa, sul far del giorno, raccomandando i lor miseri fanciulli al glorioso Santo, volsero lo sguardo, e con maraviglia li videro, che colle legature tra {76 [270]} le mani andavano scorrazzando vicino all'altare del Santo, quasicchè coi loro innocenti trastulli rendessero grazie a Dio e a s. Pancrazio per la compiuta guarigione che avevano ottenuto.

            Certo Domenico ed Anna Verani avevano un figliuolo da sei anni infermo e già pervenuto ad una irrimediabile etisia e consunzione. Egli era così estenuato dal male che pareva un sacco di ossa. Dopo di aver esauriti tutti i mezzi umani, i buoni genitori ricorsero al Gran Medico del Cielo facendo voto di portare il meschino ragazzo al tempio di s. Pancrazio. Giunsero colà il 12 di maggio 1650, ed ebbero la consolazione di ottenere dalla divina misericordia per l'intercessione del nostro Santo la guarigione del loro figlio, il quale fece ritorno a casa totalmente guarito.

            Il medesimo favore provarono Andrea e Catterina Ficcardi di Torino nella persona del loro figliuolo di nome Pietro. L'anno 1652 egli divenne infermo di febbre maligna con delirio e frenesia. Si provarono medici e medicine d'ogni genere senza alcun risultato: il giovinetto era per tramandare l'ultimo respiro.

            In quello estremo, essendo la vigilia di {77 [271]} s. Pancrazio, que' genitori fecero ricorso al Santo con fervore di spirito, e come ebbero compiuta la loro preghiera, il figlio riacquistò la cognizione, si estinsero le fiamme febbrili, e ne rimase intieramente guarito.

 

 

Capo IV. Paralitici, ciechi, sordo-muti ed altri mali guariti ad intercessione del Santo.

 

            Per accrescere sempre più la confidenza in s. Pancrazio nei varii bisogni della vita aggiungo ancora qui alcuni prodigiosi avvenimenti. Comincerò dal caso strano di un paralitico risanato l'anno 1561. Era esso un tedesco di nome Cristoforo Eerta della guardia reale, cui l'essersi dato smoderatamente al bere cagionò un colpo di paralisia che lo rese del tutto immobile. Riuscì vana ogni arte dei medici. Da otto settimane era come inchiodato in un letto. Allora quel militare cristiano, riputando essere i suoi peccati la cagione principale della malattia, pensò di purificare la sua coscienza e promettere a san Pancrazio di fare al più presto possibile una {78 [272]} buona confessione. E ciò bastò perchè fosse risanato. Poco dopo potè venire in persona a rendere grazie al Santo suo liberatore.

            Ma che dirò di tanti ciechi che per intercessione del nostro Santo ottennero maravigliosamente la vista? di tanti muti che acquistarono la loquela, di tanti sordi, che ricuperarono l'udito? Si possono ben con ragione applicare al nostro Santo le parole del Vangelo: coeci vident, claudi ambulant, muti loquuntur. Ne andrò solo accennando alcuni fatti. Una fanciulla di Rivoli era giunta all'età di anni otto cieca d'ambi gli occhi. L'anno 1612 essendo stata condotta con gran confidenza al nostro Santo, mentre in compagnia di molte divote persone assisteva al santo sacrifizio della Messa, le si aprirono gli occhi, e con indicibile contento vide per la prima volta la luce del giorno, e il primo oggetto che potè rimirare fu il glorioso s. Pancrazio, per la cui intercessione aveva acquistata la vista.

            Io, depone certo Vachero di Pianezza, io sono in obbligo di impiegare la mia lingua a pubblicare le maraviglie di san Pancrazio, giacchè per opera sua la snodai {79 [273]} da quei legami che la tenevano impedita e non mi permettevano di poter articolare neppure una parola. Misero mei che avrei fatto senza l'aiuto di s. Pancrazio. L'anno 1615 in occasione di grave malattia la mia lingua rimase arida ed i miei piedi immobili. Mi venne in pensiero di farmi portare alla chiesa di questo Santo con voto di far ivi ad onor suo celebrare una messa. Il che avendo adempiuto, appena il sacerdote giunse all'elevazione dell'Ostia io snodai la lingua, e finita l'elevazione del calice, mi alzai in piedi, e potei parlare spedito come se non avessi mai patito indisposizione alcuna.

            Certo Carlo Spatorno, che fu poi rinomato presso alla Real Corte, all'età di anni 12, trastullandosi con alcune monete affidategli dalla genitrice, ne inghiottì una. Il misero giovinetto soffocato così nella gola si dibatteva e si agitava qua e là senza poter profferire parola. Agli strepiti del figlio corse tostamente la madre, sollevò da terra il figlio languente, ma si accorse che egli era all'estremo della vita, essendogli interamente soffocato il respiro. Quella madre cristiana istruita delle verità del Vangelo, che ci assicurano venire {80 [274]} Iddio in aiuto di chi lo invoca con fede, alzando le mani al cielo, invocò fortemente l'aiuto del glorioso s. Pancrazio. Al profferire tal nome l'agonizzante fanciullo diede in un vomito veemente, e rigettò la soffocante moneta. In quel momento cessando gli strepiti rimase guarito e potè prendere placido sonno. La madre riconoscente adempì il voto che aveva fatto al Santo, e fra le altre cose portò all'altare di Lui la micidial moneta.

            Succedeva questo fatto l'anno 1655 nella città di Torino.

 

 

Capo V. Fatti contemporanei.

 

            Nel parlare delle maraviglie di s. Pancrazio mi sono specialmente tenuto ai fatti antichi come quelli di cui si può parlare più liberamente e di cui mi parvero più sicuri i documenti. Ciò non ostante attesa l'autorità delle persone che mi somministrano gli scritti, la pubblicità dei fatti, l'unanime e costante asserzione dei testimonii oculari, e di quelli stessi che furono. {81 [275]} l'oggetto delle maraviglie mi persuadono a riferirne alcuni dei più recenti.

            Una giovane donna di Savoia[5] era tiranneggiata da sì terribile malore che pareva da forza incognita trascinata a stranezze inudite. Ora giaceva a letto, ora si alzava e fuggiva di casa. Notte e giorno per lei era lo stesso. Alle volte si immergeva nell'acqua; talvolta si precipitava giù dalle finestre; correva, smaniava, infuriava, e ci volevano parecchie persone a trattenerla. Suo marito e gli altri parenti dopo averle invano prodigate tutte le cure ed i rimedii umani, risolsero di ricorrere all'aiuto del cielo e condurre l'inferma al Santuario di S. Pancrazio. Compierono quel luogo viaggio che per loro fu penosissimo.

            Quelli che la videro giugnere al Santuario asseriscono, che pareva avere indosso tutti i demoni d'inferno, e ci volle la forza di parecchi uomini robusti per poterla introdurre nel Santuario. Entrata e condotta all'altare del Santo, dopo breve preghiera apparve interamente guarita. Ma la sua lunga malattia l'aveva per modo estenuata, {82 [276]} che sebbene sia di qui partita sana di mente, rimase sfinita di forze.

            Ritornò poco dopo per ringraziare il suo celeste benefattore: e ritornò in perfetto stato di salute. Ella si presentò agli abitanti di questo borgo e disse loro: Eccomi: non mi conoscete più? No, risposero, non ci sovviene di avervi veduta. L'altra soggiunse: io sono quella sgraziata, condotta poco fa a questo Santuario, quella che sembrava una furia d'inferno. Ora sono perfettamente guarita di mente e di corpo, e sono venuta qua per dimostrare la mia riconoscenza a voi della bontà che mi avete usata in quella occasione, e per rendere umili ringraziamenti al glorioso s. Pancrazio da cui riconosco il benefizio di mia guarigione. Sia ringrazialo Iddio, sia benedetto s. Pancrazio, siate voi benedetti ora e sempre.

            Altro fatto espongo tale quale è riferito da chi ne fu testimonio di veduta. Io Pelino Giovanni ad onore della verità, a maggior gloria di Dio e di s. Pancrazio asserisco quanto segue: Mentre era dinanzi al Santuario con alcuni amici, vidi giungere un ammalato condotto sopra un carrettone proveniente dalla città, di Genova. Sette {83 [277]} persone lo accompagnavano, così esigeva la frenetica sua malattia. Malgrado la forza dei sette uomini forti e robusti, giunto innanzi alla porta della chiesa non fu più possibile farlo progredire un passo. Allora io ed altri miei compagni ci siamo uniti ai suddetti e come se avessimo da trasportare un lupo arrabbiato a viva forza l'abbiamo portato in chiesa.

            Tanto si dibatteva e si divincolava, che noi andavamo dicendo: costui è veramente un indemoniato.

            Ma che? portato avanti all'altare del Santo, fatta dal Sacerdote e dagli astanti breve preghiera, in pochi minuti apparve guarito; sicchè niuno più si accorgeva che fosse quello di prima. Uscì poscia da sè dalla chiesa, e ristoratosi alquanto in un vicino albergo, rientrò in chiesa per ringraziare nuovamente colui che dal cielo gli aveva ottenuta la guarigione di una così terribile infermità.

            Circa due mesi dopoegli ritornò per adempiere la promessa che aveva fatta al Santo, e gli portò un cuore d'argento indorato con altri doni del valore di oltre franchi 100. - Egli trovavasi tuttora nello stato di floridissima salute. Questo fatto avveniva nel 1826. {84 [278]}

            L'anno 1815 in Rivoli il giorno del Corpus Domini era morto il Sacerdote D. Glionetti. Mentre gli si suonava il transito, un ragazzo di nome Giovanni Casale, figlio del Sacrestano di s. Martino, non si sa se per isbadataggine del ragazzo, o per un urto della campana, fatto sta che egli cadde dalla sommità del campanile. Alla vista di così tristo spettacolo corrono parecchie persone ansiose di poter recare qualche soccorso al misero giovanetto; ma lo trovano quasi senza respiro e simile ad un morto. Lo portano in braccio alla madre, che a sì fiera vista cadde svenuta. Come ritornò in sè, alzò gli occhi al cielo esclamando: S. Pancrazio, s. Pancrazio, vi raccomando mio figlio, usatemi pietà. Intanto giunge il chirurgo a fine di far prova dell'arte sua. Si avvicina al letto in cui era stato riposto l'agonizzante fanciullo, e con universale sorpresa lo trova privo d'ogni male. La madre riconoscente diede ordine che fosse fatto un quadro che in modo commovente rappresenta il fatto, e tal quadro conservasi tuttora nella chiesa del Santuario. Questo racconto mi fu esposto con unanimità di parole e di sentimento da molte persone che tuttora {85 [279]} vivono e sono state testimoni del fatto; e fra gli altri un fratello del giovanetto Giovanni Casale.

            Un fatto che a mio credere può dar peso alle maraviglie che si raccontano avvenute in questo Santuario è il seguente.

            Otto anni sono, mentre alcuni distaccamenti di artiglieria trovavansi di stazione nei varii casolari situati attorno al Santuario, gli ufficiali di questo corpo, in numero di dodici circa, mossi piuttosto da curiosità che da divozione si portarono colà alla vigilia della festa. Era loro intenzione di verificare coi loro occhi le molte cose che udivano dire operarsi da s. Pancrazio in quella notte. Per vedere ogni cosa si mischiarono colla folla della gente accorsa, e passarono la intera notte ora in chieda, ora fuori di chiesa. Tutto osservarono, tutto vollero vedere. Ma ad una cert'ora della notte, alla vista delle grazie che in più lati miravano operarsi rimasero sbalorditi; ed una persona che trovavasi seco loro li ha ripetutamente uditi a dire: E vero quanto abbiamo inteso raccontare di s. Pancrazio, e commossi non potevano trattenere le lacrime.

            Questo fatto mi pare di grave peso, {86 [280]} avuto riguardo alle persone che lo depongono; perciocchè i militari e specialmente ufficiali, non sono certamente facili a credere a miracoli, se non ne fossero mossi dalla stessa evidenza.

 

 

Capo VI. Stato attuale di questo Santuario.

 

            Prima di por fine al racconto delle maraviglie da Dio operate ad intercessione di s. Pancrazio credo far cosa grata al lettore col dare un cenno sullo stato attuale di questo Santuario.

            Giugnendo colà ti si presenta alla vista una chiesa abbastanza bella per darli una idea esservi qualche grave motivo che in tante guise e da tante parti attrae genti di ogni condizione. Da una iscrizione scolpita sull'alto della facciata apparisce come gli Agostiniani andarono al possesso di questa chiesa nel 1647 e la arricchirono di molti ornamenti.

            Nell'anno 1771 i medesimi Padri ristorarono il fabbricato annesso e la medesima chiesa che continuarono ad ufficiare fino al 1801 quando nella soppressione {87 [281]} quasi generale degli ordini religiosi, quei monaci dopo oltre un secolo e mezzo di dimora ne furono allontanati. D'allora in poi la direzione di questa chiesa venne affidata ad un cappellano che ha il titolo di Rettore. Sopra la porta della chiesa è scritto: Indulgenza plenaria quotidiana. Tale indulgenza fu conceduta da Pio VI.

            Questo Pontefice nel desiderio dianimare i fedeli cristiani a ricorrere spesso e con fiducia a s. Pancrazio ne varii bisogni della vita con un decreto dato in Roma il 17 marzo 1778 concedette indulgenza plenaria a tutti quelli che confessati e comunicati in qualsiasi giorno dell'anno visiteranno questa chiesa.

            Appena entrato in chiesa l'occhio resta portato sopra la cappella del Santo che forma un vero Santuario. Dietro l'altare esiste tuttora il pilone fatto costruire dal Casella nel 1451. In esso è rappresentata la comparsa di s. Pancrazio siccome fu detto quando abbiamo raccontata l'origine del Santuario. A' pie' del Santo avvi la moglie e il marito col parroco i quali rendono grazie a Dio pei benefizi ricevuti. Sotto l'altare avvi un'insigne reliquia del Santo, che pare essere una parte considerevole {88 [282]} dell'osso di un braccio. Sopra l'altare avvi una statua del Santo. La nicchia, l'altare, le pareti sono ornate di quadri, pitture, cuori, gambe, braccia, busti di cera e di argento portati dai fedeli in segno di gratitudine per le grazie da loro ricevute.

            Il presbiterio è cinto da cancelli di ferro, e sormontato da una cupola coperta di pitture antiche, le quali rappresentano i prodigiosi favori che in parte noi abbiamo riferito. Fuori del cancello, sulla facciata della cappella interna, vi sono pitture che rappresentano minutamente i fatti prodigiosi che diedero origine al Santuario.

            Dietro e attorno della cappella del Santo trovasi uno spazioso corridoio, le cui mura sono tutte coperte di quadri rappresentanti un'immensità di grazie ricevute, e di miracoli operati. Nè essendoci spazio bastante perpoterli appendere tutti, in gran numero rimangono ammucchiati a parte. Tra gli altri uno tira l'occhio dell'osservatore. Esso è assai recente e rappresenta un cannoniere, che l'anno scorso in Crimea trovandosi in grave pericolo della vita si raccomandò a s. Pancrazio e ne fu salvo. Ritornato in patria, andò a ringraziare il suo celeste benefattore, ed alcuni mesi fa {89 [283]} portò un quadro che con viva espressione rappresenta tale avvenimento. Qua e là poi si vedono bastoni di varia grossezza e lunghezza, stampelle e gruccie di ogni forma, di cui parecchi infelici servironsi per venire al Santuario; nè più occorse loro doversene servire pel ritorno, partendosi interamente guariti. Queste stampelle, gruccie, bastoni sono a fasci appesi alle mura e formano il più bel trofeo della potenza divina, e della efficace protezione di s. Pancrazio.

            Nella Chiesa ci sono quattro altari, nella sacrestia avvi un'altra reliquia del Santo, che da quanto appare deve essere l'osso di un dito delle mani. Ogni angolo della Chiesa inspira rispetto e venerazione.

            Queste sono in compendio le notizie che riguardano la vita e le virtù di s. Pancrazio, le grazie a sua intercessione ottenute, e i miracoli da lui operati. E poichè la divozione a questo Santo è fonte copiosa di tante benedizioni, sarebbe vivamente a desiderarsi che in ogni città o paese gli fosse innalzata una chiesa o almeno qualche altare; in ogni famiglia ci fosse almeno qualche statua o immagine, la quale nei bisogni spirituali e temporali {90 [284]} della presente vita ci rammentasse di ricorrere a quel celeste e fedele amico.

            Io conchiudo col rispondere alla difficoltà di quelli che dicono: Io vorrei essere testimonio oculare di qualcheduno dei tanti miracoli che si raccontano di s. Pancrazio; ma questo finora non l'ho ancora potuto ottenere.

            Se tu, o lettore, desideri di essere testimonio oculare di qualche prodigioso avvenimento operato da s. Pancrazio non hai a fare che recarti al suo Santuario la notte del dodici maggio e ne sarai ampiamente soddisfatto. Anzi qualora volessi provare col fatto quanto valga la protezione di s. Pancrazio, io ti prego di fare a lui ricorso in qualche tuo bisogno. Se avrai viva fede io ti assicuro che sarai esaudito alla sola condizione che la tua dimanda non sia di cose contrarie al bene dell'anima tua.

            Che se taluno venisse a dirli che queste grazie e questi miracoli atteso la loro quantità e grandezza potrebbero rendersi meno credibili; tu gli risponderai: a chi ha fede tutto è possibile. Il Salvatore ha operato miracoli assai più strepitosi che non sono quelli riferiti in questo libretto. {91 [285]}

            Pare egli stesso assicurò che coloro i quali avessero credato in lui con viva fede ne avrebbero operato dei maggiori.

 

 

Capo VII. Coroncina spirituale in onore di s. Pancrazio.

 

            Deus, in adjutorium meum intende.

            Domine, ad adjuvandum me festina. Gloria etc.

 

            I.

 

            Glorioso s. Pancrazio, voi che dalle folte tenebre dell'idolatria per tratto speciale della misericordia divina foste chiamato alla luce del Vangelo, deh! vi prego, ottenetemi dal Signore la grazia che io possa scoprire le tenebre che oscurano la mente mia, e conosca gli errori della mia trascorsa vita, per detestarli, e corrispondere alla voce di Dio che mi chiama a farne la penitenza.

            Pater, Ave, Gloria etc.

 

            II.

 

            Glorioso s. Pancrazio, voi che appena ricevuto il battesimo siete divenuto fervoroso cristiano, pronto a dar la vita per la fede, ottenetemi dal Signore Iddio, che {92 [286]} io possa mantenere le promesse e le rinunzie battesimali, vivendo da buon cristiano nella fuga del male e nella pratica della virtù, pronto a patire qualunque male piuttosto di commettere qualche azione contraria alla santa legge di Dio.

            Pater, Ave, Gloria etc.

 

            III.

 

            Glorioso s. Pancrazio, voi che per amore di Gesù Cristo vinceste ogni rispetto umano, rinunciaste a tutti i piaceri e a tutte le grandezze della terra, ottenetemi dal Signore che io possa interamente distaccare il mio cuore dalle cose del mondo per seguire Gesù Cristo fino alla morte.

            Pater, Ave, Gloria etc.

 

            IV.

 

            Glorioso s. Pancrazio, voi che per amore di Gesù Cristo avete patito atroci tormenti ed avete dato coraggiosamente la vita, vi prego di ottenermi da Dio il dono della fortezza, onde io sia ognora pronto a patire qualunque male, fosse anche la morte, per professare la fede di Gesù Cristo e vivere fino all'ultimo respiro di mia vita nella santa Cattolica Religione fuori di cui niuno può salvarsi.

            Pater, Ave, Gloria etc. {93 [287]}

 

            V.

 

            Glorioso s. Pancrazio, voi che in premio delle vostre virtù, e in ricompensa del sacrifizio che a Dio faceste di vostra vita per la fede, ora godete la gloria del Paradiso, e la godrete per tutta l'eternità, fate che io possa camminare per la strada della virtù in tutto il corso di mia vita, e così possa essere un giorno partecipe della vostra gloria in Paradiso.

            Pater, Ave, Gloria etc.

 

            PREGHIERA.

 

            Glorioso s. Pancrazio, coraggioso martire di Gesù Cristo, eccomi prostrato ai vostri piedi supplicandovi umilmente di volermi ricevere tra i vostri divoti. In questo momento vi scelgo per mio protettore. Deh! fin d'ora intercedete presso l'onnipotente Iddio che io possa conseguire il perdono de' miei peccati, la grazia di non più ricadere in avvenire, e la forza di perseverare nel bene fino alla morte. Fate che io imitando le vostre virtù in vita sia pronto ad abbandonare gli onori, le ricchezze, i piaceri della terra e dare anche la vita per amore di quel Gesù che è morto per l'anima mia. Io son debole, {94 [288]} e ripongo in voi tutta la mia fiducia. Deh! aiutatemi affinchè io mi mantenga fermo nella fede cristiana fino alla morte; e morendo in seno alla santa Chiesa Cattolica possa un giorno pervenire con Voi al cielo per ringraziarvi delle grazie ottenute a vostra intercessione, e lodare e benedire Iddio con voi e coi beati tutti del paradiso in eterno. Così sia.

            Lodato sempre sia, il nome di Gesù e di Maria.

            Sia benedetta la santa ed immacolata concezione della Beata Vergine Maria.

 

            PROTESTA DELL'AUTORE.

 

            Per ubbidire al decreto della santa memoria di Urbano VIII protesto che a tutti i miracoli e grazie inseriti in questo libretto non intendo di attribuire altra autorità che puramente umana, eccettuato ciò che è già stato approvato o confermato dalla Santa Sede Apostolica.

 

            Con Approvazione Ecclesiastica. {95 [289]}

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