Vita di San Pietro

San Giovanni Bosco

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Vita di San Pietro
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[Introduzione]

 

            Più volte ho tra me pensato al modo di calmare l'odio e l'avversione che in questi tristi tempi taluno manifesta contro ai Papi e contro alla loro autorità. Mezzo molto efficace mi sembrò la conoscenza dei fatti che riguardano la vita di quei supremi pastori stabiliti a fare le veci di G. C. sopra la terra e a guidare le nostre anime per la via del Cielo. - Io penso, diceva tra me, non trovarsi tanta malignità {3 [295]} nell'uomo ragionevole da essere avverso a coloro che hanno fatto ai popoli tanto bene spirituale e temporale; che hanno tenuto una vita santa e la più laboriosa; che furono sempre venerati da tutti i buoni e in tutti i tempi e che spesso per promuovere la gloria di Dio e il vantaggio del prossimo difesero la religione e la propria autorità col loro sangue.

            Egli è con questo pensiero, o cattolico lettore, che ho divisato d'intraprendere il racconto delle azioni dei Sommi Pontefici che da G. C. governarono la Chiesa fino ai nostri giorni. Cominciando pertanto da S. Pietro stabilito primo Papa da G. C. medesimo scenderemo senza più a' suoi successori, {4 [296]} limitandoci a fare quelle necessarie osservazioni di cui il racconto ci porgerà l'occasione.

            S. Pietro è quell’apostolo che il Salvatore medesimo chiamò beato, e che ha ricevuto le chiavi del regno de' Cieli con autorità di sciogliere e legare in guisa che, di regola ordinaria, le sue sentenze avrebbero dovuto precedere quelle di Dio; quell'apostolo, cui Gesù comandò di confermare e mantenere nella fede i suoi fratelli ordinandogli di dare alle sue pecore, che sono i pastori della Chiesa, ed a' suoi agnelli, che sono tutti i fedeli, quel pascolo che sarebbe stato necessario pel loro bene spirituale ed eterno; egli è insomma quell'apostolo cui G. C. deputò a governare la {5 [297]} chiesa, e che la governò di fatti dopo la gloriosa ascensione del Salvatore al Cielo.

            Ma l'autorità di Pietro, secondo le parole del Salvatore, doveva mantenersi visibile fra gli uomini sino alla consumazione de' secoli, e poichè S. Pietro era uomo, e come tale doveva pure cessare di vivere, quindi per legittima conseguenza dovevasi trasmettere a' suoi successori (i Sommi Pontefici) quella stessa autorità che egli aveva da Cristo ricevuta. E di questi pure faremo seguire la vita a quella del primo Pontefice S. Pietro.

            Siccome un figlio deve essere naturalmente portato ad ascoltare con piacere le gloriose azioni di suo padre; così noi, come figliuoli spirituali di {6 [298]} S. Pietro e de' suoi successori, dobbiamo godere assai nell'animo nostro nel leggere le azioni gloriose di quei sommi uomini, che da diciotto secoli governano la Chiesa di G. C.

            Debbo però premettere che io scrivo pel popolo, epperciò allontanando ogni ricercatezza di stile, ogni dubbia od inutile discussione, mi studierò di ridurre lo stile e la materia a tutta quella semplicità che comporta l'esattezza della storia congiunta colla teologia e colle regole di nostra italiana favella. In quanto poi ai fonti da cui ricavo le notizie, posso assicurare il lettore che non scriverò parola, non esporrò un fatto senza confrontarlo, se è possibile, cogli autori contemporanei, o almeno più vicini ai tempi {7 [299]} cui si riferiscono gli avvenimenti. E per non tessere qui un catalogo degli autori dei quali rn'occorre di servirmi, procarerò di accennare i principali di mano in mano che la materia me ne porgerà l'occasione.

            Ho poi procurato di ridurre i fascicoli in modo che ciascheduno contenga argomenti compiuti e da potersi ad altri donare senza interruzione di materia. Per quelli poi che desiderassero di serbare la serie separata dagli altri delle letture cattoliche, si noterà con una lettera dell'alfabeto l'ordine progressivo di ciascun fascicolo che tratti delle azioni dei papi e delle cose ai loro tempi avvenute.

            Mentre poi dal canto mio prometto di non risparmiare nè fatica nè sollecitudine {8 [300]} perchè riesca esatto quanto sono per iscrivere, non posso a meno di rivolgermi ai ministri dell'altare, ed a quelli tutti che esercitano qualche influenza ne' popoli cristiani affinchè vengano in mio aiuto per diffondere questi libretti in que' luoghi e tra quelle famiglie presso le quali ne scorgeranno uno special bisogno.

            I tempi corrono assai calamitosi per la nostra santa religione: i nemici del cattolicismo spendono ingenti somme di danaro, intraprendono lunghi viaggi, sopportano gravi fatiche per diffondere libri immorali e contrarli alla religione; e noi per salvare le anime non ci daremo almeno quelle sollecitudini che con tanto ardore altri si danno per condurle alla perdizione? {9 [301]}

            Iddio misericodioso infonda nel cuore di tutti vivo desiderio della salute delle anime, e ci aiuti a mantenerci costanti nella fede di Pietro, che è quella di Gesù Cristo, e così a camminare per quella strada sicura, che ci conduce al Cielo. Così sia. {10 [302]}

 

            VITA DI S. PIETRO APOSTOLO[1]

 

 

Capo I. Patria e professione di S. Pietro. Suo fratello Andrea lo conduce da G. C. Anno 29 di G. C.

 

            Era S. Pietro di nascita giudeo, e figlio di un povero pescatore di nome Giona ossia Gioanni, il quale abitava in una città della Galilea detta Betzaida, situata sulla {11 [303]} sponda occidentale del mare di Genezaret, comunemente detto mare di Galilea o di Tiberiade, che in realtà non è altro che un vasto lago di dodici miglia di lunghezza e sei di larghezza.

            Prima che il Salvatore gli cangiasse il nome, Pietro si chiamava Simone. Egli esercitava il mestiere di suo padre; aveva un temperamento robusto, ingegno vivace e spiritoso, pronto nel rispondere e d'un cuore buono e tutto pieno di riconoscenza verso chi lo beneficava. Questa indole vivace lo portava spesso ai più caldi trasporti di affetto verso il Salvatore, da cui pure ebbe a ricevere non dubbi segni di predilezione. In quel tempo non essendo ancora molto conosciuto il pregio della verginità, Pietro prese moglie nella città di Cafarnao, capitale della Galilea, posta sulla riva occidentale del Giordano, che è quel gran fiume, il quale divide la Palestina per metà da settentrione a mezzodì.

            Siccome Tiberiade era situata ove il Giordano sbocca nel mare di Galilea, perciò molto adattata alla pesca, così San Pietro colà stabilì la sua ordinaria dimora e continuò ad esercitare il mestiere di pescatore. La bontà del suo cuore molto {12 [304]} disposto per la verità, l'impiego innocente di pescatore, l'assiduità al lavoro contribuirono assai a far sì ch'ei si conservasse nel santo timor di Dio. Era in quel tempo invalso il pensiero nella mente di tutti, che fosse imminente la venuta del Messia; anzi taluno andava dicendo che era già nato fra gli Ebrei. La qual cosa era cagione, che S. Pietro usasse la massima diligenza per venirne in cognizione. San Pietro aveva un fratello maggiore, di nome Andrea, il quale rapito dalle maraviglie che si raccontavano intorno a S. Giovanni Battista, precursore del Salvatore, volle farsi di lui discepolo.

            La notizia che si andava ognidì vie più confermando, che già fosse nato il Messia, faceva che molti ricorressero a S. Giovanni credendo che egli stesso fosse il Redentore. S. Andrea fratello di Simone era dei più fervorosi discepoli di lui. Nè andò molto che istruito da Giovanni, egli venne in conoscenza di G. C., e la prima volta che lo udì a parlare, ne fu talmente rapito, che corse tosto a darne nuova a suo fratello.

            Appena lo vide: Simone, gli disse, ho trovato il Messia: vieni meco a vederlo. Simone {13 [305]} che già da altri aveva udito a raccontare qualche cosa, ma vagamente, partì tosto con suo fratello e andò colà ove Andrea aveva lasciato G. C. Pietro come ebbe dato uno sguardo al Salvatore, ne fu come innamorato, e il Salvatore che aveva concepito alti disegni sopra questo povero pescatore, con aria di bontà volse a lui uno sguardo e prima che egli parlasse, mostragli essere pienamente informato del suo nome, della sua nascita, della sua patria, dicendo: tu sei Simone, figliuo!o di Giovanni; ma in appresso ti chiamerai Cefa, che vuol dire pietra, dalla quale appellazione derivò il nome di Pietro. Gesù partecipa a Simone che sarebbe chiamato Pietro, perciocchè egli doveva essere quella gran pietra, sopra cui G. C. avrebbe fondata la sua Chiesa. S. Ang. In Joan. tract. 7.

            Pietro conobbe tosto essere di gran lunga inferiori, a quanto aveva egli stesso sperimentato, le cose, che gli aveva raccontate suo fratello, e fin daquel momento gli divenne affezionatissimo, nè sapeva più allontanarsi da lui. Il Divin Maestro però permise a questo suo novello discepolo di far ritorno al primitivo mestiere; perchè voleva poco per volta guidarlo alla rivelazione dei divini {14 [306]} misteri e disporlo per gradi al totale abbandono delle cose terrene.

 

Capo II. Pietro conduce in nave il Salvatore - Pesca miracolosa. - Accoglie Gesù in sua casa - miracoli ivi operati. Anno di G. C. 30.

 

            Esercitava adunque Pietro la primitiva sua professione e di quando in quando andava ad ascoltare il divin Salvatore.

            Un giorno camminando Gesù sulle spiagge del mare di Tiberiade, vide i due fratelli Pietro ed Andrea in atto di gettare le loro reti nell'acqua. Chiamatili a sè loro disse: venite meco e di pescatori di pesci, come voi siete, vi farò diventare pescatori d'uomini. Eglino prontamente ubbidirono ai cenni del Redentore, ed abbandonando le loro reti divennero fedeli e costanti seguaci di lui. In poca distanza eravi un'altra barca di pescatori in cui eravi certo Zebedeo con due figliuoli Giacomo e Gioanni i quali racconciavano le loro reti. Gesù chiamò a sè anche questi due fratelli. Pietro, {15 [307]} Giacomo e Giovanni sono i tre discepoli che ebbero segni di particolare benevolenza dal Salvatore, i quali pure dal loro canto gli si mostrarono in ogni incontro fidi e leali amici.

            Intanto il popolo, avendo inteso che il Salvatore era venuto colà, si affollava intorno a lui per ascoltare la sua divina parola. Egli volendo appagare i desiderii di quella moltitudine e nel tempo stesso dar comodità a tutti di poterlo ascoltare non si mise a predicare dal lido, ma salì in una delle due navi, che erano vicine alla riva; e per dare a Pietro un novello attestato della stima che aveva per la sua persona scelse la barca di lui e non quella di Zebedeo. Salitovi dentro, e fatto ivi pure salir Pietro, comandò che la nave fosse alquanto allontanata dalla sponda, e postosi sedere con tutta placidezza si mise ad istruire quella divota adunanza. Dopo la predica ordinò a Pietro di condurre la nave in alto mare, di gettare la rete e pescare.

            Pietro aveva passata tutta la notte precedente a pescare in quel medesimo luogo, e non aveva preso niente, e quasi pieno di stupore voltosi a Gesù: maestro, gli {16 [308]} disse, noi ci siamo affaticati tutta la notte pescando e non abbiamo preso neppure un pesce; contuttociò sulla vostra parola getterò in mare la rete. Così egli fece, e contro ad ogni aspettazione la pesca fu tanto copiosa e la rete così piena di grossi pesci che tentando di trarla fuori dalle acque stava per lacerarsi. Tanto è vero che coloro i quali confidano in Dio non sono mai confusi. Pietro non potendo da solo reggere al grave peso della rete chiese soccorso a Giacomo e Giovanni, che stavano nell'altra nave, e questi vennero di buon grado ad aiutarlo. D'accordo adunque e con fatica tirano fuori la rete, versano i pesci nelle navi, che rimangono ambedue così piene che minacciano di affondarsi.

            Pietro che cominciava a ravvisare qualche cosa di sovrumano nella persona del Salvatore conobbe tosto essere questo un prodigio, e pieno di stupore, riputandosi indegno di stare con lui nella medesima barca, umiliato e confuso gettossi a' suoi piedi dicendo: Signore, io sono un miserabile peccatore; perciò vi prego di allontanarvi da me. Quasi che dir volesse: Oh Signore, io non son degno di stare {17 [309]} alla vostra presenza, ammirando, dice S. Ambrogio, i doni di Dio, sicchè tanto più meritava quanto meno di sè presumeva. Ambr. in Luc. lib. 4.

            Gesù gradì la semplicità di Pietro e l'umiltà de' suoi sentimenti, e volendo che egli aprisse il cuore a più grandi speranze, per confortarlo gli disse: deponi ogni timore, da qui innanzi non sarai più pescatore di pesci, ma sarai pescatore di uomini. A questo parlare Pietro riprese animo e quasi cambiato in un altro uomo condusse la nave al lido, abbandonò ogni cosa, e si pose perfettamente alla sequela del Redentore. Siccome G. C. partì e dirizzò il suo cammino verso la città di Cafarnao, Pietro andò con lui. Colà entrarono ambidue nella sinagoga e Pietro ascoltò la predica che quivi fece il Signore, e fu testimonio della guarigione di un indemoniato da lui miracolosamente operata. Dalla sinagoga Gesù andò alla casa di Pietro, che aveva la suocera travagliata da gagliardissima febbre. D'accordo con Andrea, Giacomo e Giovanni si misero tutti a pregare Gesù che si compiacesse di liberare quella donna dal male, che la opprimeva. Math. cap. 8, Marci 1. {18 [310]}

            Gesù esaudì le preghiere di Pietro e de' suoi compagni. Si avvicinò al letto dell'ammalata, la prese per mano affine di sollevarla e in quell’istante la febbre disparve. La donna si trovò totalmente guarita, sicchè potè alzarsi subito e preparare il desinare a Gesù e a tutta la sua comitiva.

            La fama di siffatti miracoli fu causa, che fossero condotti alla casa di Pietro molti infermi insieme con innumerabile popolo, in guisa che tutta la città sembrava colà radunata. Gesù restituì la sanità a quanti erano a lui portati; e tutti pieni di contentezza partivano dalla casa di Pietro lodando e benedicendo il Signore.

            I santi Padri nella nave di Pietro ravvisano la chiesa di cui è capo G. C. in luogo del quale Pietro doveva essere il primo a farne le veci, e dopo lui tutti i Papi suoi successori. Le parole dette a Pietro: conduci la nave in alto mare e le altre dette a lui e a tutta la comitiva: spiegate le vostre reti per prendere pesci contengono pure un nobile significato. A tutti gli Apostoli, dice S. Ambrogio, comanda di gettare nelle onde le reti; perciocchè tutti {19 [311]} gli apostoli e tutti i pastori sono tenuti a predicare la divina parola, e a custodire nella nave ovvero nella Chiesa quelle anime che avrebbero guadagnato colla loro predicazione. Al solo Pietro poi si ordina di condurre la nave in alto mare, perchè egli solo a preferenza di tutti vien fatto partecipe della profondità dei divini misteri, solo riceve da Cristo l'autorità di sciogliere le difficoltà, che possono insorgere in cose di fede. Onde è che nella venuta degli altri pescatori alla nave di lui viene riconosciuto il concorso degli altri pastori, i quali unendosi a Pietro lo aiutano a propagare e conservare la fede nel mondo, e guadagnare anime a Cristo. S. Amb. luogo citato.

 

Capo III. S. Pietro capo degli Apostoli è inviato a predicare: cammina sopra le onde: bella risposta data al Salvatore. Anno 31 di G. C.

 

            Partito Gesù dalla casa di Pietro si ritirò nella solitudine sopra di un monte per fare orazione. Pietro e gli altri discepoli, {20 [312]} che a quel punto erano cresciuti in buon numero, gli tennero dietro; ma giunti vicino al luogo stabilito, Gesù loro comandò di fermarsi, e tutto solo si ritirò in luogo separato. Fattosi giorno ritornò ai discepoli. In quella congiuntura Gesù scelse dodici discepoli, cui diede il nome di apostoli, che vuol dire inviati, poichè gli apostoli erano realmente inviati a predicare il Vangelo per allora ne' soli paesi della Giudea; di poi in tutto il mondo. Fra questi dodici destinò S. Pietro a tenere il primo luogo e a fare da capo affinchè, come dice S. Girolamo, stabilito fra di loro un superiore, si togliesse ogni occasione di discordia o di scisma.

            I novelli predicatori andavano a predicare il Vangelo con tutto zelo annunziando ovunque la venuta del Messia, e confermando le loro parole con luminosi miracoli. Di poi ritornavano al loro divino maestro come per render conto di quanto avevano fatto. Egli li accoglieva con bontà e soleva portarsi egli medesimo in quel luogo, ove gli apostoli avevano predicato. Avvenne un giorno che le turbe trasportate da ammirazione e da entusiasmo volevano farlo re, ed egli comandando {21 [313]} agli apostoli di far tragitto all'opposta sponda del lago, si allontanò da quella buona gente, e andò a nascondersi nel deserto. Gli Apostoli secondo gli ordini del Maestro salirono in barca per passare il lago. Già si avanzava la notte, ed erano ormai giunti al lido, quando levossi una burrasca così terribile, che la nave agitata dalle onde e dal vento era in procinto di affondarsi.

            In mezzo a quella tempesta non s'immaginavano certamente di poter vedere G. C., che avevano lasciato all'altra sponda del lago. Ma quale non fu la loro sorpresa quando lo videro a poca distanza a camminare sopra le acque con passo franco e veloce, e avanzarsi verso di loro! Al primo vederlo tutti si spaventarono, temendo che fosse un qualche spettro o fantasma, e si misero a gridare. Gesù allora fece udire la sua voce, e gl'incoraggì dicendo: son io, abbiate fede, non temete.

            A tali parole niuno degli Apostoli ardì parlare; solo Pietro, e per l'impeto del suo amore verso Gesù, e per accertarsi che non era un'illusione, Signore, disse, se siete veramente voi, comandate che {22 [314]} io venga a voi camminando sopra le acque. Il Divin Salvatore disse di sì; e Pietro pieno di fiducia saltò fuori della nave, e gettossi franco a camminare sopra le onde, come si farebbe sopra di un selciato. Ma Gesù, che voleva provare la fede di lui per renderla più perfetta, permise di nuovo che si sollevasse un vento impetuoso, il quale agitando le onde minacciavano di far sommergere Pietro. Vedendo esso i suoi piedi andar giù nelle onde, ne fu spaventato e si mise a gridare: Maestro, Maestro, aiutatemi, altrimenti io son perduto. Allora lo rimproverò della debolezza di sua fede con queste parole: uomo di poca fede, perchè hai tu dubitato? Così dicendo camminarono ambidue insieme sopra le onde finchè, entrando in barca, cessò il vento e si calmò la tempesta. In questo fatto i Ss. Padri ravvisano i pericoli in cui talvolta trovasi il capo della Chiesa, e il pronto soccorso che gli porta G. C. suo capo invisibile, che permette bensì le persecuzioni, ma la vittoria è sempre della sua Chiesa.

            Qualche tempo dopo il Divin Salvatore ritornò nella città di Cafarnao cogli Apostoli, seguito da una gran turba. Mentre {23 [315]} si tratteneva in questa città molti gli si affollavano d'intorno, pregandolo di voler loro insegnare quali fossero le opere assolutamente necessarie per salvarsi. Gesù si pose ad istruirli intorno alla sua celeste dottrina, al mistero della sua Incarnazione, al Sacramento dell'Eucaristia. Ma siccome quegli insegnamenti tendevano a sradicare la superbia dal cuore degli uomini, ed ingenerarvi l'umiltà coll'obbligargli a credere altissimi misteri, e specialmente il mistero de' misteri, l'Eucaristia, così i suoi uditori reputando i suoi discorsi troppo rigidi e severi, rimasero offesi, e la maggior parte lo abbandonarono.

            Gesù vedendosi abbandonato quasi da tutti si rivolse agli Apostoli, e disse: Vedete come molti se ne vanno? Volete forse andarvene anche voi? A questa improvvisa interrogazione ognuno si tacque: solamente Pietro come capo e a nome di tutti rispose: Signore, a chi mai noi andremo? voi avele parole di vita eterna, noi abbiamo creduto e conosciuto che voi siete Cristo figliuolo di Dio. S. Cirillo riflette che questa interrogazione fu fatta da G. C. agli Apostoli affine di stimolarli {24 [316]} a confessare la vera fede, come di fatti avvenne per la bocca di Pietro. Qual differenza fra la risposta del nostro Apostolo e le mormorazioni di certi cristiani, che trovano dura e severa la santa legge del Vangelo solo perchè non si accomoda colle loro passioni? Ciril. in Joan. lib. IV.

 

Capo IV. Pietro confessa la seconda volta G. C. per figliuolo di Dio; è costituito capo della Chiesa e gli sono promesse le chiavi del regno de' cieli. Anno 32 di G. C.

 

            In parecchie occasioni il Divin Salvatore aveva fatto conoscere che aveva disegni particolari sopra la persona di san Pietro; ma non si era ancora spiegato così chiaramente, come noi siamo per vedere nel fatto seguente, che si può dire il più memorabile della vita di S. Pietro. Dalla città di Cafarnao Gesù era andato nei contorni di Cesarea di Filippo, città non molto distante dal fiume Giordano della di poi Panea. Colà avvenne un giorno che Gesù dopo aver fatta orazione si volse {25 [317]} improvvisamente a' suoi discepoli, che erano ritornati dalla predicazione e facendo cenno di avvicinatigli prese ad interrogarli così: chi dicono gli uomini che io sia? Avvi chi dice, rispondeva uno degli Apostoli, che voi siete il profeta Elia. A me hanno detto, soggiungeva un altro, che voi siete il profeta Geremia, o Giovanni Battista, o qualcuno degli antichi profeti risuscitati. Pietro non proferì parola.

            Ripigliò Gesù: ma voi chi dite che io sono? Pietro allora si avanzò e a nome degli altri apostoli rispose: Voi siete il Cristo figliuolo di Dio vivo. Allora Gesù: Te Beato, o Simone, figlio di Gioanni, cui non gli uomini rivelarono tali parole, ma il mio Padre Celeste. D'ora in poi non ti chiamerai più Simone, ma Pietro e sopra questa Pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non la potranno vincere. Darò a te le chiavi del regno dei cieli, ciò che tu legherai in terra, sarà legato in cielo, e ciò che tu avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche in cielo. Math. cap. 16.

            Questo fatto e queste parole meritano di essere alquanto spiegate affinchè siano {26 [318]} ben comprese. Pietro tacque finchè Gesù dimostrava soltanto di voler sapere quanto dicevano gli uomini intorno alla sua venuta; quando poi interrogò gli Apostoli ad esternare il proprio loro sentimento, subito egli a nome di tutti parlò perchè egli già godeva una primazia ovvero superiorità sopra gli altri suoi compagni.

            Pietro divinamente inspirato dice: Voi siete Cristo ed era lo stesso che dire: voi siete il Messia promesso da Dio, venuto a salvare gli uomini: siete figlio di Dio vivo, per significare che G. C. non era figliuolo di Dio, come erano le divinità degli idolatri fatte dalle mani o dal capriccio degli uomini, ma figlio di Dio vivo e vero, cioè figlio del Padre eterno, epperciò con Lui Creatore e supremo Padrone di tutte le cose, con che veniva a confessarlo per la seconda persona della SS. Trinità. Gesù quasi per compensarlo della sua fede lo chiamò Beato, e intanto gli cangiò il nome di Simone in quello di Pietro; chiaro segno, che lo voleva innalzare a grande dignità. Così aveva fatto Iddio con Abramo, quando lo stabilì Padre di tutti i credenti, così con Sara quando le promise la prodigiosa nascita di un figlio; così con {27 [319]} Giacobbe quando lo chiamò Israele e lo assicurò che dalla sua discendenza sarebbe nato il Messia.

            Gesù disse: sopra questa Pietra fonderà la mia chiesa: le quali parole vogliono dire: tu, o Pietro, sarai nella mia Chiesa quello che in una casa è il fondamento. Il fondamento è la parte principale della casa affatto indispensabile. Tu, o Pietro, sarai un'autorità nella mia Chiesa affatto necessaria. Sul fondamento si fabbrica tutta la casa, affinchè su di esso sostetenendosi duri ferma ed immobile. Sopra di le, che io chiamo Pietro, come sopra di una pietra fermissima, per mia virtù eterna, io innalzo l'eterno edifizio della mia Chiesa la quale sopra di te appoggiata starà forte ed invitta contro a tutti gli assalti de' suoi nemici. Non vi è casa senza fondamento, non vi è Chiesa senza di Pietro. Una casa senza fondamento, non è opera di un sapiente architetto. Una Chiesa separata da Pietro non potrà mai essere la mia Chiesa. Nella casa le parti che non poggiano sul fondamento cadono e vanno in rovina. Nella mia Chiesa chiunque si separa da Pietro precipita nell'errore e si perde. {28 [320]}

            Le porte dell’inferno non mai vinceranno la mia chiesa: le porte dell'inferno, siccome spiegano i Ss. Padri, significano le eresie, gli eresiarchi, le persecuzioni, i pubblici scandali e generalmente tutti i peccati e i disordini che il demonio cerca di far nascere nella Chiesa: le quali cose potranno bensì muovere aspra guerra alla Chiesa, e turbarne lo spirito pacifico, ma non la potranno mai vincere.

            Finalmente dice Cristo: e ti darò le chiavi del regno de' cieli. Le chiavi sono il simbolo della podestà. Quando si presentano le chiavi di una città ad un re si vuole significare, che quella città lo riconosce per suo signore. Così le chiavi del regno de' cieli, cioè della Chiesa, date a Pietro, dimostrano che esso è fatto principe e governatore supremo della Chiesa. Laonde G. C. soggiunge a Pietro: e tutto quello che legherai sulla terra, sarà altresì legato ne' cieli, e tutto quello, che scioglierai in terra, sarà pure sciolto in cielo. Le quali parole indicano manifestamente, l’autorità suprema data a Pietro, autorità di obbligare la coscienza degli uomini con decreti e leggi in ordine al loro bene spirituale ed eterno, e l'autorità di scioglierli {29 [321]} dai peccati e dalle pene che impediscono lo stesso bene spirituale ed eterno.

            Nel fatto, che qui abbiamo esposto, il divin Salvatore promette di voler costituire S. Pietro capo supremo della sua Chiesa, e gli spiega la grandezza di sua autorità: noi vedremo il compimento di questa promessa dopo la sua risurrezione.

 

Capo V. S. Pietro dissuade il suo divin Maestro dalla passione. Va con Lui sul monte Tabor. Anno di Gesù C. 32.

 

            Il divin Redentore dopo aver fatto conoscere a' suoi discepoli come egli edificava la sua Chiesa sopra basi stabili, incrollabili ed eterne, volle dar loro un ammaestramento affinchè ben comprendessero che egli non fondava questo suo regno, ovvero la sua Chiesa, con ricchezze o magnificenza mondana, bensì coll'umiltà, col disprezzo di se stesso e coi patimenti. Con questo proposito adunque manifestò a S. Pietro ed a tutti i suoi discepoli la lunga serie de' suoi patimenti e la morte obbrobriosa, che da parte degli {30 [322]} Ebrei doveva soffrire in Gerusalemme. Pietro, che amava teneramente il suo maestro, inorridì all'udire i mali cui era per essere esposta la sacra di Lui persona, e, trasportato dall'amore che un tenero figlio ha per suo padre, lo trasse in disparte, e prese a persuaderlo, che si recasse lontano da Gerusalemme, per evitare quei mali e conchiuse: lungi da voi, Signore, cotesti mali. Gesù lo riprese del suo affetto troppo sensibile dicendogli: ritirati da me, o avversario, questo tuo parlare mi dà scandalo: tu non sai ancora gustare le cose di Dio, ma soltanto le cose umane. Ecco, dice S. Agostino, quel medesimo Pietro che dinanzi lo aveva confessato per figliuolo di Dio, qua teme che egli muoia come figliuolo dell'uomo.

            Nell'atto che il Redentore manifestò i mali trattamenti che doveva soffrire per parte de' Giudei, promise, che alcuni di loro prima di morire avrebbero gustato un saggio della sua gloria, e ciò per confermarli nella fede, e acciocchè non si lasciassero avvilire quando lo vedessero esposto ai patimenti della passione. Alcuni giorni dopo Gesù scelse tre apostoli Pietro, {31 [323]} Giacomo, Gioanni, e seco li condusse sopra di un monte detto comunemente il Taborre. In presenza di questi tre discepoli si trasfigurò, cioè lasciò trasparire un raggio della sua divinità intorno alla sacrosanta sua persona. Nell'atto stesso una luce sfolgoreggiante lo circondò e il suo volto divenne simile al chiarore del sole, e le sue vesti bianche come neve. Pietro allorchè giunse sul monte; forse stanco dal viaggio, si era posto a dormire cogli altri due; ma tutti in quel momento destandosi videro la gloria del loro divino Maestro. A questo spettacolo comparvero eziandio presenti Mosè ed Elia. Al vedere risplendente il Salvatore, alla comparsa di quei due personaggi, e di quell'insolito splendore, Pietro sbalordito voleva parlare e non sapeva che dire; e quasi fuori di sè, riputando per nulla ogni umana grandezza in confronto di quel raggio di paradiso, si sentì ardere di desiderio di rimanere sempre colà insieme col suo maestro. Quindi rivolto a Gesù disse: O Signore, quanto mai è cosa buona il dimorare in questo luogo: se così vi piace, facciamo qui tre padiglioni, uno per voi, uno per Mosè, e l'altro per Elia. {32 [324]}

            Pietro, come ci attesta il Vangelo, era fuori di sè e parlava senza sapere quai cosa dicesse. Era un trasporto d'amore pel suo Maestro e un vivo desiderio della felicità.

            Pietro seguitava tuttora a parlare quando soppraggiunse una nuvola maravigliosa che avvolse tutti gli apostoli. In quello stesso momento dal mezzo di quella nuvola fu udita una voce che diceva: questi è il mio figliuolo diletto, in cui ho riposto le mie compiacenze, ascoltatelo. Allora i tre apostoli vie più atterriti caddero a terra comme morti; ma il Redentore avvicinandosi li toccò colla mano e facendo loro coraggio li rialzò in piedi. Rialzatisi non videro più nè Mosè nè Elia; eravi il solo Gesù nel suo stato naturale. Gesù comandò loro di non manifestare ad alcuno quella visione se non dopo la sua morte e risurrezione.

            Dopo tal fatto quei tre discepoli crebbero a dismisura in amore verso Gesù. S. Giovanni Damasceno rende ragione perchè Gesù abbia di preferenza scelto questi tre apostoli e dice, che Pietro essendo stato il primo a render testimonianza della divinità del Salvatore meritava {33 [325]} di essere testimonio della sua umanità glorificata; Giacomo ebbe altresì tal privilegio perchè doveva essere il primo a seguire il suo maestro col martirio; S. Gioanni aveva il manto verginale che lo fece degno di questo onore. Damasc. hom. de trans.

            La chiesa cattolica celebra il memorabile avvenimento della trasfigurazione del Salvatore sul monte Tabor il giorno sei di agosto.

 

Capo VI. Gesù risuscita la figlia di Giairo - paga per Pietro il tributo - ammaestra i suoi apostoli nell'umiltà. Anno di G. C. 32.

 

            Intanto si avvicinava il tempo in cui la fede di Pietro doveva essere messa alla prova. Perciò il divin Maestro per infiammarlo sempre più d'amore per lui gli dava nuovi segni di affetto e di bontà. Essendo Gesù venuto in una parte della Palestina detta terra de' Geraseni gli si fece innanzi un principe della sinagoga per nome Giairo, pregandolo che volesse restituire la vita ad una sua figlia unica {34 [326]} di 12 anni morta poc'anzi. Gesù volle esaudirlo, ma giunto alla casa di lui proibì a tutti di entrare, e solo condusse seco Pietro, Giacomo e Giovanni affinchè fossero testimonii di quel miracolo che alla loro presenza fu operato.

            Il giorno seguente Gesù scostatosi alquanto dagli altri discepoli entrava con Pietro nella città di Cafarnao e si recarono alla casa propria di lui. Nell'atto che Pietro voleva entrare nella porta, i gabellieri, ossia coloro che dal governo erano posti all'esazione dei tributi e delle imposte, lo tirarono in disparte e gli dissero: Il tuo Maestro paga egli il tributo? certamente che sì, rispose Pietro. Ciò detto entrò in casa dove il Signore lo aveva già preceduto. Come lo vide il Salvatore, cui ogni cosa era manifesta, lo chiamò a sè e gli disse: dimmi, o Pietro, chi sono quelli che pagano il tributo, sono i figliuoli del re ovvero gli estranei della famiglia del re? Pietro rispose: sono gli estranei. Dunque, riprese a dire Gesù, i figliuoli sono esenti da ogni tributo; il che voleva dire: Dunque io che sono, come tu stesso hai dichiarato, il figliuolo di Dio vivo, non sono obbligato a pagar nulla ai principi {35 [327]} della terra; tuttavia questa buona gente non mi conosce siccome tu, e ne potrebbe prendere scandalo, e perciò intendo di pagarlo. Va al mare, getta la rete e nella bocca del primo pesce che prenderai gli troverai la moneta per pagare il tributo per noi due. Quindi pagherai il debito per me e per te. L'apostolo eseguì quanto gli era stato comandato, e dopo qualche intervallo di tempo ritornò pieno di stupore colla moneta indicatagli dal Salvatore.

            I Ss. Padri ammirano due cose in questo fatto: l'umiltà e la mansuetudine di Gesù che si sottomette alle leggi degli uomini, e l'onore che si degnò di fare al suo apostolo uguagliandolo a sè medesimo e mostrandolo apertamente suo vicario.

            Gli altri apostoli come seppero la preferenza fatta a Pietro, ne ebbero invidia; e perciò andavano tra loro disputando chi di loro fosse maggiore. Gesù che poco per volta voleva correggerli dei loro difetti, giunti che furono alla sua presenza, fece loro conoscere come le grandezze del cielo sono ben diverse da quelle della terra, e che colui il quale vuole farsi il primo, conviene, che si faccia l'ultimo in {36 [328]} terra. Disse loro di poi: chi è maggiore? chi è il primo in una famiglia? Forse quegli che sta seduto, o quegli che serve a tavola? certamente chi sia a tavola: Ora che dite voi di me? Qual personaggio ho io figurato? certo di un povero che serve a mensa. Questo avviso doveva principalmente valere per Pietro il quale nel mondo doveva ricevere grandi onori per la sua dignità e tuttavia conservarsi nell'umiltà e nominarsi servo dei servi del Signore.

 

Capo VII. Pietro parla con Gesù del perdono delle ingiurie, e del distacco delle cose terrene - rifiuta di lasciarsi lavare i piedi - sua amicizia con S. Giovanni - Anno di G. C. 33.

 

            Un giorno il divin Salvatore si pose ad ammaestrare gli Apostoli intorno al perdono dei nemici, e avendo detto che si doveva perdonare qualsiasi ingiuria, Pietro rimase pieno di stupore; perciocchè egli era prevenuto, come tutti gli Ebrei, in favore delle tradizioni giudaiche, le {37 [329]} quali permettevano alla persona offesa d'infliggere una pena all'offensore[2]. Si volse pertanto a Gesù, e, Maestro, gli disse, e se il nemico ci facesse sette volte ingiuria, e sette volte mi venisse a dimandare perdono, dovrei sede volte perdonare? Gesù, il quale era venuto per mitigare i rigori della legge antica colla santità e purezza del Vangelo, rispose a Pietro che non solamente doveva perdonare sette volte, ma settanta volte sette se tante fossero le offese. I Ss. Padri in questo fatto riconoscono l'obbligo che ciascun cristiano ha di perdonare al prossimo ogni affronto in ogni tempo in ogni luogo. In secondo luogo riconoscono la facoltà data da Gesù a S. Pietro ed a tutti i sacri ministri di perdonare i peccati degli uomini qualunque sia la loro gravezza e il loro numero, purchè ne siano pentiti e promettano di cuore emendazione. Gris. hom. 72.

            In altro giorno Gesù ammaestrava il popolo cui parlò lungamente della grande ricompensa che avrebbero ricevuto coloro che avessero disprezzato il mondo {38 [330]} e fatto buon uso delle ricchezze, distaccandosi dai beni della terra. Pietro che non aveva ancora ricevuto i lumi dello Spirito Santo e che aveva maggior bisogno d'esser più degli altri istruito, colla solita sua franchezza si volse a Gesù e gli disse: Maestro, noi abbiamo lasciato ogni cosa. Abbiamo fatto quello che avete comandato, quale adunque sarà il premio che a noi darete? Il Salvatore gradì la domanda di Pietro e mentre lodò il distacco degli Apostoli da ogni terrena sostanza notò che loro era riserbato un premio particolare, perchè dopo di aver lasciate le loro sostanze lo avevano seguito. Voi, disse, che avete seguito me, sederete sopra dodici troni maestosi, e compagni nella mia gloria giudicherete meco le dodici tribù d'Israele e con esse tutto il genere umano.

            Non molto dopo Gesù portossi nel tempio di Gerusalemme e si mise a ragionare con Pietro della struttura di quel maestoso edifizio e della preziosità delle pietre che lo adornavano; dal che il Signore prese occasione di predirne l'intera rovina. Uscito quindi Gesù dalla città e passando vicino ad una pianta di fico, {39 [331]} che era stata da lui maledetta, Pietro si maravigliò e avvertì il divin Maestro che quella pianta era divenuta arida e secca. Gesù per incoraggire gli Apostoli ad aver fede rispose che in virtù di essa avrebbero potuto fare tutto quello che avrebbero dimandato.

            La virtù però che Cristo voleva profondamente radicare nel cuore degli Apostoli era l'umiltà e di questa in molte occasioni diede loro luminosi esempi specialmente la vigilia di sua passione. Era quello il giorno primo della Pasqua degli Ebrei, che suole chiamarsi degli azimi. Gesù mandò Pietro e Giovanni in Gerusalemme dicendo: andate e preparate le cose necessarie per la Pasqua. Quelli dissero: dove volete, che le andiamo ad apparecchiare? Gesù rispose: Entrando in città incontrerete un uomo che porta una secchia d'acqua sopra le spalle; andate con lui, egli vi mostrerà un luogo spazioso, ove potrete preparare quanto occorre per questo bisogno. - Così fecero.

            Giunta la sera di quella notte, che era l'ultima della vita mortale del Salvatore, volendo egli istituire il Sacramento dell'Eucaristia {40 [332]} premise un fatto che dimostra la purezza d'anima con cui ogni cristiano si deve accostare a questo sacramento del divino amore e nel tempo stesso serve a frenare la superbia degli uomini fino alla fine del mondo. Mentre era a mensa co' suoi discepoli, verso il fine della cena, il Signore si leva da tavola, piglia uno asciugatoio, se lo cinge ai fianchi, versa dell'acqua in un catino, mostrando di voler lavare i piedi agli Apostoli che seduti e maravigliati stavano aspettando qual cosa volesse fare il loro Maestro.

            Venne adunque con l'acqua a Pietro, ed essendoglisi inginocchiato davanti, gli domanda il piè da lavare. Il buon Pietro, inorridito di vedere il suo divin Maestro in quell'atto di povero servitore, memore ancora che poco prima l'aveva veduto sfolgoreggiante di luce, pieno di vergogna e quasi piangendo: Che fate, Maestro, gli disse, che fate? Voi lavare ame i piedi? Non sarà mai: io nol potrò giammai permettere. Il Salvatore gli disse: ciò che faccio ora, tu noi sai, ma lo saprai di poi: però guardati bene dal contraddirmi; se io non ti laverò i piedi, tu non {41 [333]} avrai parte con me: cioè lo sarai privo d'ogni mio bene e diseredato. A queste parole il buon Pietro fu terribilmente turbato, dolevagli di dover essere separato dal suo Signore, non voleva disobbedirgli nè contristarlo; gli pareva non potergli permettere così basso servigio. Tuttavia quando conobbe che il Salvatore voleva ubbidienza; gli disse: o Signore, poichè volete così, non debbo, nè voglio resistere alla vostra volontà, fate di me ogni cosa che meglio vi piace; se non basta lavarmi i piedi, lavatemi anche le mani e la testa.

            Il Salvatore dopo d'aver compiuto quell’atto di umiltà si volse a' suoi Apostoli e loro disse: vedeste ciò che io ho fatto? Se io che sono vostro Maestro e padrone vi ho lavato i piedi, voi dovete fare altrettanto fra di voi: le quali parole vengono a significare che un vero seguace di G. C. non deve mai rifiutarsi ad alcuna opera anche bassa di carità, qualora con essa si promuova la carità del prossimo e l'amore verso Dio.

            Durante questa cena avvenne un fatto che in maniera particolare riguarda san Pietro e S. Gioanni. Si è già potuto osservare {42 [334]} come il divin Redentore portava speciale affetto a questi due Apostoli, ad uno per la sublime dignità a cui era destinato, all'altro per la santità e candidezza de' costumi. Essi poi riamavano il Salvatore col più intenso affetto ed erano stretti tra di loro dai vincoli di specialissima amicizia; della quale il medesimo Redentore mostrò di compiacersi perchè era fondata sulla virtù.

            Mentre adunque Gesù era a mensa coi suoi Apostoli, alla metà della cena predisse che uno di essi lo avrebbe tradito. A questo avviso tutti si spaventarono, ed ognuno temendo per sè cominciarono l'un l'altro a guardarsi dicendo: forse sono io? Pietro, siccome più fervido nell'amore verso del suo Maestro, desiderava di conoscere chi fosse il traditore; voleva interrogare Gesù, ma voleva farlo in segreto, acciocchè niuno degli astanti se ne accorgesse. Laonde senza profferir parola fece un cenno a Giovanni perchè volesse egli fare una tal domanda. Questo diletto apostolo aveva preso posto vicino a Gesù, e la situazione era tale che appoggiava il suo capo sul seno di lui; e il capo di Pietro appoggiavasi su quello di {43 [335]} Giovanni. Giovanni appagò il desiderio del suo amico Pietro e con tale segretezza che niuno degli altri Apostoli potè intendere nè il cenno di Pietro, nè l'interrogazione di Giovanni, nè la risposta di Cristo; giacchè niun di loro per allora venne in cognizione che il traditore fosse Giuda Iscariota.

 

Capo VIII. Gesù predice la negazione di Pietro - Esso lo segue nell'orto di Getsemani - taglia l'orecchio a Malco - sua caduta, suo ravvedimento. Anno di G. C. 33.

 

            Si avvicinava il tempo della passione del Salvatore e la fede degli Apostoli doveva essere messa a dura prova. Dopo l'ultima cena quando Gesù era per uscire dal cenacolo si volse a' suoi apostoli e disse: questa notte è assai dolorosa per me e di gran pericolo per tutti voi: avverranno di me tali cose che voi rimarrete scandalizzati, e non vi parrà più vero quello che avete conosciuto e che ora credete di me. Perciò vi dico che in questa notte tutti mi volterete le spalle. {44 [336]} Pietro secondo il suo solito ardore fa il primo a rispondere: come? noi tutti voltarvi le spalle? Quand'anche tutti costoro fossero deboli a segno di abbandonarvi; io certamente noi farò giammai; e quand'anche dovessi morire con voi non sarò giammai per abbandonarvi. Ah Simone, Simone, rispose Cristo, pensa bene a quello che tu dici: io ho parlato testè in comune a voi tutti, ora parlo a te solo, e sappi che Satana ha ordito a te, a voi tutti una terribile tentazione e vi crivellerà come si fa del frumento nel vaglio. Perciò non presumere tanto di te stesso, perciocchè tu sei ben lontano dall'amore che ti sembra avere per me. Anzi in questa notte prima che il gallo abbia cantato due volte tu negherai tre volte di conoscermi.

            Pietro parlava guidato da un sentimento caldo d'affetto e non badava che senza l'aiuto divino l'uomo cade in deplorabili eccessi; laonde egli rinnovò le medesime promesse dicendo: no certamente, può darsi che tutti vi neghino, io non mai.

            Ma Gesù che ben conosceva tale presunzione di Pietro venire da inconsiderato {45 [337]} ardore e dalla grande tenerezza verso il suo Maestro ne ebbe compassione e lo consolò dicendo: tu cadrai certamente, o Pietro, come ti dissi, tuttavia non perderti di animo. Io ho pregato per te, affinchè la tua fede non venga meno. Tu poi quando ti sarai riavuto dalla tua caduta conferma nella fede i tuoi fratelli: rogavi pro te, Petre, ut non deficiat fides tua, et tu aliquando conversus confirma fratres tuos. Colle quali parole il divin Salvatore promise un'assistenza particolare al capo della sua Chiesa, la cui fede non sarebbe giammai venuta meno, sebbene i suoi ministri nelle cose estranee alla fede fossero caduti in colpa, come diffatti avvenne a S. Pietro.

            Intanto G. C. dopo la cena eucaristica a notte avanzata parli con Pietro, Giacomo e Giovanni per recarsi sui monte Olivete, così appellato pei molti ulivi di cui il terreno ivi abbonda. Giunto ad una parte di quel monte detto Getsemani, dove era solito a ritirarsi per far orazione, si allontanò dagli apostoli un tiro di pietra. Però nell'atto che si separava da loro li avvisò dicendo: pregate e vigilate, perchè la tentazione è vicina. Ma {46 [338]} Pietro e i suoi compagni sia per l'ora già avanzata, sia per la stanchezza si assisero per riposare e in breve s'addormentarono. Questo è nuovo fatto di Pietro il quale doveva seguire il precetto del Salvatore vigilando e pregando. In quel momento giunsero gli sgherri nell'orto per catturare Gesù e condurlo in prigione. Pietro, vedutili appena, corse loro incontro per allontanarli, e vedendo che facevano resistenza mise mano alla spada, che era un grosso e lungo coltello, e vibrando un colpo alla ventura tagliò l'orecchio ad un servo del pontefice chiamato Malco.

            Non erano queste le prove di amore che Gesù aspettava, nè mai gli aveva insegnato di opporre forza a forza. Fu questo un tratto di vivo amore, ma fuor di proposito; perciocchè il Signore non voleva essere salvato dalle mani altrui, anzi per la salute del mondo voleva darsi nelle mani a' suoi nemici e morire; onde disse a Pietro: riponi la spada nel fodero, perciocchè chi di spada ferisce, di spada perisce. Di poi mettendo in pratica quello che aveva tante volte insegnato nelle sue predicazioni, cioè di fare del bene a chi ci fa del male, prese l'orecchia tagliata {47 [339]} e con somma bontà la pose colle sue sante mani al luogo del taglio, sicchè rimase sull'istante guarita.

            Pietro e gli altri Apostoli scorgendo inutile ogni resistenza, che anzi avrebbero corso pericolo per sè medesimi, messe a parte le promesse fatte poco prima al maestro, tutti lo abbandonarono dandosi a fuggire chi di qua chi di là lasciando Gesù solo nelle mani de' suoi carnefici. Ma Pietro vergognandosi della sua viltà, confuso ed irresoluto non sapendo ben dove andare e dove stare,si portò nell'atrio del palazzo di Caifas, capo di tutti i sacerdoti. Gesù era dentro nelle mani degli Scribi e de' Farisei che lo avevano accusato a quel tribunale.

            Vuoisi qui notare che quando Pietro fu alla porta del cortile non poteva entrar dentro, perchè la portinaia non voleva dargliene il permesso. Il suo amico Giovanni, essendo conosciuto nella corte del Pontefice, aveva potuto entrare senza difficoltà, e ottenne dalla portinaia che Pietro potesse entrare nel cortile medesimo. S. Agostino in Joan. ed altri.

            Entrato egli appena nell'atrio trovò una turba di guardie che stavano riscaldandosi al fuoco ivi acceso. Pietro si pose seco {48 [340]} loro vicino al fuoco. Al chiarore del fuoco la donnicciuola, che per grazia gli aveva permesso d'entrare, vedendolo tutto pensieroso e malinconico, entrò in sospetto che egli fosse un seguace di Gesù. Olà, gli disse, tu sembri un compagno del Nazareno, non è vero? - L'Apostolo nel vedersi scoperto in faccia a tanta gentaglia rimase atterrito, e temendo per sè la prigione e forse anche la morte, affannato per la vista degli sgherri che tutti gli avevano l'occhio addosso attendendo la sua risposta, perduto ogni coraggio rispose: Donna, ti sbagli; io non son di quelli, nemmeno conosco quel Gesù di cui tu parli. Ciò detto il gallo cantò per la prima volta; e Pietro non vi pose mente.

            Dopo essersi egli trattenuto qualche momento in compagnia di quelle guardie si porto nel vestibolo. Mentre poi ritornava presso il fuoco, un'altra fantesca o forse la medesima di prima, si fece di nuovo a rimproverarlo: oh vedi, gli disse; ecco qui uno della compagnia di questo Gesù; e rivoltasi agli altri soggiunse: che ve ne pare? Pietro vie più spaventato, quasi fuor di sè, rispose di non conoscerlo nè mai di averlo veduto. Pietro parlava così, {49 [341]} ma la coscienza lo rimproverava e provava i più acuti rimorsi, e perciò tutto pensieroso con occhio torbido e passo incerto, stava, entrava e usciva senza sapere che farsi. Ma un abisso conduce ad un altro abisso.

            Dopo alcuni istanti un parente di quel Malco a cui Pietro aveva tagliata l’orecchia, lo vide e fissandolo bene in faccia disse: certamente costui è uno dei compagni di quel Galileo! Tu lo sei certamente, la tua pronunzia ti manifesta. E poi non ti ho io veduto nell'orto con lui quando tagliasti l'orecchia a Malco? Pietro vedendosi a così mal partito non seppe più trovare altro scampo che giurare e spergiurare di non conoscerlo. Non aveva ancora bene profferita l'ultima sillaba e il gallo la seconda volta cantò.

            Quando il gallo cantò la prima volta Pietro non vi aveva badato; questa seconda volta bada al numero delle sue negazioni, richiama a memoria la predizione di G. C., e la vede appuntino avverata. A questa rimembranza si turba, sentesi tutto amareggiato il cuore; e girando l'occhio verso l'offeso Gesù, lo sguardo di lui s'incontra col suo. Questa occhiata di {50 [342]} Cristo, fu un atto muto, ma un colpo di grazia che a guisa di strale acutissimo lo andò a ferire nel cuore, non per dargli la morte ma per restituirgli la vita. Gris. in Matth.

            A quel tratto di bontà e di misericordia Pietro scosso come da un profondo sonno si sentì gonfiare il cuore e provocare le lagrime pel dolore. Per dare libero sfogo al pianto uscì da quel malaugurato luogo e andò a piangere il suo fatto e invocare dalla divina misericordia il perdono. Il Vangelo ci dice solamente che: et egressus Petrus flevit amare. Pietro uscì fuori e pianse amaramente. Di questa caduta Pietro ne portò rimorso tutta la vita e si può dire che da quell'ora fino alla morte non fece che piangere il suo peccato facendone aspra penitenza. Si dice che egli avesse sempre accanto un pannolino per asciugarsi le lagrime; e che ogni qual volta sentiva il gallo a cantare, trasaliva e tremava, richiamandogli tuttora alla memoria il doloroso momento di sua caduta. Che anzi le lagrime che aveva continue, gli avevano, fatto due solchi sopra le guancie. Beato Pietro che così presto abbandonò la colpa {51 [343]} e ne fece così lunga ed aspra penitenza. Beato eziandio quel cristiano che, dopo aver avuta la disgrazia di seguire Pietro nella colpa, lo segue nella penitenza.

 

Capo IX. Pietro al sepolcro del Salvatore - Gesù gli appare più volte - sul lago di Tiberiade dà tre distinti segni di amore verso Gesù che lo costituisce capo e supremo pastore della Chiesa.

 

            Mentre il divin Salvatore era strascinato nei varii Tribunali e di poi condotto sul Calvario a morire in croce, Pietro certamente non lo perdette di mira, perchè desiderava di vedere dove andasse a finire quel luttuoso spettacolo. E vi sono ragioni per credere che egli siasi trovato in compagnia dell'amico suo Giovanni ai piedi della croce. Ma dopo la morte del Salvatore, il buon Pietro tutto umiliato pel modo indegno con cui aveva corrisposto al grande amore di Gesù pensava continuamente a lui, oppresso dal più amaro dolore e pentimento. Se non che questa sua umiliazione era appunto {52 [344]} quella che tirava sopra di sè la benignità di Gesù.

            Dopo la sua risurrezione Gesù apparve primieramente alla Maddalena e ad altre donne, perchè esse sole erano venute al sepolcro per imbalsamarlo. Dopo essersi loro manifestato soggiunse: andate tosto, riferite a' miei fratelli e particolarmente a Pietro che mi avete veduto vivo. Pietro, che si credeva già forse dimenticato dal Maestro, al sentirsi a nome di Gesù annunziare a lui nominatamente la nuova della sua risurrezione diede in un torrente di lagrime, e non poteva più tenere l'allegrezza in cuore. Trasportato dalla gioia e dal desiderio di vedere il Maestro risorto, egli in compagnia dell'amico Giovanni si mise a correre velocemente su pel monte Calvario. Correvano entrambi insieme, ma Giovanni essendo più giovane e più svelto vi giunse prima di Pietro. Con tutto ciò egli non ebbe ardire di entrare, ed inchinatosi alquanto all'imboccatura vide i pannolini in cui era stato avvolto il corpo di Gesù. Poco dopo sopraggiunse anche Pietro, il quale, fossa per l’autorità maggiore che sapeva di godere, fosse perchè era di un carattere più risoluto e pronto, senza fermarsi {53 [345]} al di fuori, discese dentro, lo esaminò in tutte le sue parti, tastò ancora da per tutto, e altro non vide che i medesimi pannolini ed il sudario, avviluppato in disparte. Sull'esempio di Pietro entrò di poi anche Gioanni, il quale fatto il medesimo esame e vedute le medesime cose rimase al pari di lui persuaso che il corpo di Gesù era stato tolto come altri avevano detto. Perciocchè non avevano ancora ben potuto comprendere la promessa del Redentore, quando disse che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. I due Apostoli allorchè ebbero fatto nel sepolcro quelle minute osservazioni uscirono fuori e ritornarono colà donde erano partiti.

            Però in quel giorno medesimo Gesù volle egli stesso visitare Pietro in persona e consolarlo colla sua presenza, e quello che è più ancora, apparve a Pietro prima di tutti gli altri Apostoli. Più volte il divin Salvatore apparve a' suoi Apostoli dopo la risurrezione per istruirli e confermarli nella fede.

            Un giorno Pietro, Giacomo e Gioanni con alcuni altri discepoli sia per evitare l'ozio, sia per guadagnarsi qualche cosa {54 [346]} da mangiare andarono a pescare sul lago di Tiberiade. Salirono tutti sopra una barca, la scostarono alquanto dal lido e gettarono le loro reti. Si affaticarono tutta la notte gettando le reti ora di qua ora di là, ma tutto invano; già spuntava il giorno e nulla avevano preso.

            Allora comparve il Signore sul lido, dove, senza farsi conoscere, quasi volesse comperar dei pesci: giovanetti, loro disse, avete forse qualche pesce per far colezione? Pueri numquid pulmentarium habetis? No, risposero: abbiamo faticato, tutta la notte ed abbiamo preso niente. Gesù soggiunse: gettate la rete alla destra della nave e ne prenderete.

            Fossero mossi da interno impulso, fosse per seguire, il consiglio di colui, che ai loro sguardi sembrava un perito pescatore, gettarono giù la rete, e se la trovarono piena di tanti e così grossi pesci, che tutti uniti non avevano forza bastante per ritirarla. A questa pesca inaspettata, Giovanni si rivolse verso colui che dal lido aveva dato quel suggerimento, ed avendo conosciuto essere Gesù, disse tosto a Pietro egli è il Signore.

            Pietro, udite queste parole, trasportate {55 [347]} dal solito fervore, senza altra deliberazione si getta nell'acqua e va nuotando fino alla sponda per essere il primo a salutare il divin Maestro. Mentre Pietro si tratteneva famigliarmene con Gesù si avvicinarono anche gli altri Apostoli alla riva strascinandosi dietro la rete piena di pesci. Nel prendere terra furono molto maravigliati vedendo quivi il fuoco acceso per mano stessa del Salvatore, e trovando preparato del pane con pesce che si arrostiva. Gli Apostoli trasportati dal desiderio di vedere il Signore lasciarono tutti i pesci nella barca; onde il Salvatore disse loro: portate qua dei vostri pesci. Pietro che in ogni cosa era il più pronto ed ubbidiente, udito quell'ordine salì subitamente nella nave, e da sè solo tirò a terra la rete piena di 153 grossi pesci.

            Il sacro testo ci avvisa che fu un miracolo il non essersi lacerata la rete sebbene vi fossero tanti pesci e di tal grossezza. I Ss. Padri ravvisano in questo fatto il capo della Chiesa il quale solo assistito in modo particolare dallo Spirito Santo guida la mistica nave piena di anime da condursi ai piò di Gesù Cristo che le ha redente e che le attende in cielo. - {56 [348]}

            Intanto Gesù aveva egli stesso preparato la refezione; ed invitando gli Apostoli a sedersi sopra la nuda arena, distribuì ad ognuno del pane e del pesce che aveva arrostito. Terminata la refezione, G. C. si mise di bel nuovo a discorrere con S. Pietro, e ad interrogarlo in faccia ai compagni nella maniera seguente: Simone figliuolo di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Sì, rispose Pietro, voi sapete, che io vi amo. Gesù gli disse: pasci i miei agnelli. Quindi gli replicò un'altra volta: Simone figliuolo di Giovanni, mi ami tu? Signore, replicò Pietro, voi ben lo sapete che io vi amo. Gesù ripete: pascola i miei agnelli. Il Signore replicò: Simone figliuolo ili Giovanni, mi ami tu più di costoro? Pietro nel vedersi interrogato tre volte sopra il medesimo soggetto rimase fortemente conturbato. In quel momento gli ritornarono alla mente le promesse già fatte altra volta, e che egli aveva violato, e perciò temeva che G. C. si burlasse delle sue proteste quasi volesse già predirgli altre negazioni. Pertanto diffidando delle proprie forze Pietro umiliato rispose: Signore, voi sapete tutto, il mio cuore è tutto aperto a voi, e perciò voi sapete {57 [349]} altresì che io vi amo. Le quali parole vengono a significare che Pietro era sicuro in quel punto della sincerità de' suoi affetti, ma non lo era egualmente per l'avvenire. Gesù che conosceva il suo desiderio di amarlo e la schiettezza de' suoi affetti lo confortò dicendo: pascola le mie pecore.

            Colle quali parole G. C. adempiva la promessa fatta a S. Pietro di volerlo costituire principe degli Apostoli e pietra fondamentale della Chiesa. Imperocchè gli agnelli qui significano tutti i fedeli cristiani sparsi nelle varie parti del mondo che devono essere sottomessi al capo della Chiesa siccome fanno gli agnelli al loro pastore. Le pecore poi significano i vescovi e gli altri sacri ministri i quali danno bensì il pascolo della dottrina di G. C. ai fedeli cristiani, ma sempre d'accordo, sempre uniti, e sempre sottomessi al supremo pastore della Chiesa che è il Romano Pontefice, vicario di G. C. sopra la terra.

            Notano eziandio i Ss. Padri che il divin Redentore ha voluto che Pietro dicesse tre volte pubblicamente che l'amava, quasi per riparare lo scandalo che aveva dato negandolo tre volte. {58 [350]}

 

Capo X. Gesù predice a S. Pietro la morte di croce - promette assistenza alla Chiesa sino al fine del mondo. - Ascensione di Gesù - ritorno degli Apostoli nel cenacolo. Anno di G. C. 33.

 

            Dopochè S. Pietro intese che quelle replicate dimande non erano presagio di caduta ma erano conferma della sublime autorità che gli aveva conferita ne fu consolato. E siccome Gesù sapeva che stava molto a cuore a Pietro di glorificare il suo divin Maestro, volle predirgli il genere di supplizio con cui avrebbe terminata la sua vita.

            Perciò immediatamente dopo le tre promesse di amore che gli aveva fatto, prese a parlargli così: in verità, in verità, o Pietro, io ti dico, che quando eri più giovine ti vestivi da te ed andavi dove ti piaceva, ma quando sarai vecchio un altro, cioè il littore ti cingerà, vale a dire, ti legherà e tu stenderai le mani ed egli ti condurrà dove non vuoi. Colle quali parole, {59 [351]} dice il Vangelo, veniva a significare con quale morte avrebbe Pietro glorificato Iddio, cioè coll'essere legato ad una croce e così coronato del martirio. Pietro vedendo che dava a lui un'autorità suprema ed a lui solo prediceva il martirio, si dimostrò sollecito di dimandare che ne sarebbe stato del suo amico Giovanni, e disse: di costui che ne sarà? cui Gesù rispose: che importa a te di costui; tu fa quel che ti dico e seguimi. Allora Pietro adorò i decreti del Salvatore, nè più osò di fare interrogazione su tale proposito.

            Gesù Cristo apparve molte altre volte a S. Pietro ed agli altri Apostoli; e un giorno si manifestò sopra un monte dove erano presenti più di 500 discepoli.

            Poco prima di salire al cielo volle radunare i suoi Apostoli e dopo d'aver dato loro a conoscere il supremo ed assoluto potere che egli aveva in cielo e in terra, conferì a S. Pietro e a tutti gli altri Apostoli la facoltà di rimettere i peccati dicendo: ricevete lo Spirito Santo, quelli a cui rimetterete i peccati, sono rimessi; quelli a cui li riterrete, sono ritenuti. Andate, predicate il Vangelo a tutte le creature, ammaestratele e battezzatele nel {60 [352]} nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Chi crederà e riceverà il battesimo sarà salvo, chi poi non crederà, andrà dannato. Ho ancora molte cose a dirvi che al presente non potete ancora comprendere. Quando avrete ricevuto lo Spirito Santo, che manderò sopra di voi di qui a pochi giorni; egli v'insegnerà ogni cosa. Non perdetevi d'animo. Voi sarete condotti dinanzi ai tribunali; dinanzi ai magistrati ed ai medesimi re. Non datevi pena di ciò che dovrete rispondere; lo Spirito di verità che il Padre celeste vi manderà in mio nome, vi metterà le parole in bocca, e vi suggerirà ogni cosa. Tu poi, o Pietro, e voi tutti miei Apostoli, non pensate che io vi lasci orfani; no, io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli.

            Disse ancora molte altre cose a' suoi Apostoli, di poi raccomandando loro di non partire da Gerusalemme fin dopo la venuta dello Spirito Santo, li condusse sopra il monte Oliveto. Colà alzando le mani al cielo li benedisse, e mentre li benediceva cominciò a sollevarsi in alto. In quel momento comparve una risplendente nuvola che lo circondò e lo tolse ai loro sguardi.

            Stavano tuttora gli Apostoli ed altri discepoli {61 [353]} colà venuti cogli occhi rivolti al cielo a guisa di chi e rapito in dolce estasi, allorchè due Angeli in sembianza d'uomini magnificamente vestiti si avvicinarono e dissero: uomini Galilei, a che state qui rivolti verso il cielo? quel Gesù, il quale partendo ora da voi è salito al cielo, ritornerà in quella stessa maniera colla quale lo avete veduto a salire. Ciò detto disparvero, e quella divota schiera partì dal monte Oliveto, rientrò in Gerusalemme per aspettare la venuta dello Spirito Santo il quale sarebbe disceso sopra di loro fra pochi giorni secondo la promessa del Salvatore.

 

Capo XI. S Pietro surroga Giuda. - Venuta dello Spirito Santo. - Miracolo delle lingue. Anno di G. C. 33.

            Noi abbiamo finora considerato Pietro solamente nella sua debolezza; presto lo vedremo a percorrere una carriera assai più gloriosa, dopochè avrà ricevuto i doni dello Spirito Santo.

            Ora vediamo come egli abbia cominciato {62 [354]} ad esercitare l'autorità di Sommo Pontefice di cui era stato investito da Gesù Cristo.

            Dopo l’ascensione dei Salvatore, s. Pietro cogli altri Apostoli si ritirarono nel cenacolo, che era un'abitazione situata sopra la parte più elevata di Gerusalemme detta monte Sion. Qui dunque in numero di circa 120, con Maria madre di Gesù, passavano le intere giornale in orazione attendendo la venuta dello Spirito Santo. Un giorno mentre erano applicati alle sacre funzioni, Pietro si levò dal mezzo di loro e intimando silenzio colla mano; «Fratelli, egli dice, è d'uopo che si adempia quello che lo Spirito Santo predisse per la bocca del profeta Davidde intorno a Giuda il quale fu condottiere di quelli che imprigionarono il Divin Maestro. Egli al par di noi era stato eletto al medesimo ministero. Ma egli prevaricò, e col prezzo della sua iniquità fu comperato un campo; ed egli si impiccò, e crepandosi per mezzo, versò le viscere sopra la terra. Il fatto si rese pubblico a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e quel campo ricevette il nome di Aceldama, cioè campo del sangue. Ora di lui appunto fu scritto {63 [355]} nel libro de' Salmi (salm. 68): divenga la sua dimora deserta, e non vi sia chi abiti in essa; (Salm. 108) e in luogo di lui un altro gli sottentri nel vescovado. Perciò fa mestieri che tra coloro i quali furono insieme con noi, per tutto il tempo che dimorò con noi G. C. cominciando dal battesimo di Giovanni fino a quel giorno in cui partendo da noi è salito al cielo, è mestieri, dico, che tra coloro se ne scelga uno, il quale sia con noi testimonio della sua risurrezione per l'opera a cui noi siamo mandali.»

            Tutti si tacquero alle parole di Pietro, poichè tutti lo riguardavano come capo della Chiesa, ed eletto da G. C. a fare le sue veci dopo la sua ascensione al cielo. Pertanto furono presentati due, che sono Giuseppe, nominato anche Barsaba (che aveva per soprannome il Giusto) e Mattia. Ravvisandosi in amendue egual merito ed egual virtù rimisero a Dio la scelta. Prostrati adunque si misero a pregare così: Voi, Signore, il quale conoscete il cuore di tutti, mostrateci quale de' due abbiate scelto per occupare il luogo di Giuda prevaricatore. In quel caso fu giudicato bene di usare la sorte coll'orazione per {64 [356]} conoscere la volontà di Dio. Al presente la Chiesa non adopera più questo mezzo, avendo moltissime altre vie per conoscere coloro che sono chiamati al ministero dell'altare.

            Gettarono pertanto la sorte, e la sorte cadde sopra Mattia, il quale fu annoverato cogli undici Apostoli, e riempì così il duodecimo posto che era rimasto vacante. È questo il primo atto di autorità Pontificia, che esercitò S. Pietro; autorità non solo di onore, ma di diritto, siccome esercitarono in ogni tempo i Papi suoi successori.

            Noi abbiamo considerato in Pietro una fede viva, umilia profonda, ubbidienza pronta, carità fervente e generosa; ma queste belle qualità erano ben lontane dal metterlo in grado di esercitare l'alto ministero, cui era destinato. Egli doveva vincere l'ostinazione degli Ebrei, distruggere l'idolatria, convertire uomini dati a tutti i vizi, e stabilire in tutta la terra la fede di un Dio crocifisso. L'abbondanza di questa forza di cui Pietro abbisognava per una sì grande impresa, era riserbata ad una grazia speciale da infondersi mercè i doni dello Spirito Santo, che dovevano {65 [357]} illuminare l'anima sua e infiammarla del fuoco del santo amor di Dio.

            Era il giorno di Pentecoste, cioè cinquantesimo dopo la risurrezione di G. C. decimo dacchè Pietro era nel cenacolo in orazione cogli altri discepoli, quando improvvisamente all'ora terza si udì sopra il monte Sion un grande strepita, simile al rumoreggiar del tuono accompagnato da un vento gagliardissimo. Quel vento investì la casa dove erano i discepoli, e ne fu per ogni parte ripiena. Mentre ognuno andava ripensando la cagione di quel fragore apparvero fiammelle che a guisa di lingue di fuoco andarono a posarsi sopra il capo di ciascun di loro. Erano quelle fiamme simbolo del coraggio e dell'infiammata carità con cui gli Apostoli avrebbero dato mano alla predicazione del Vangelo. In questo momento il cuore di Pietro diventò tutto nuovo, provava in se stesso un coraggio ed una forza tale, che le più grandi imprese sembravano un nulla per lui.

            A quel grave rumore corse gran turba di popolo ebreo di varie nazioni, di cui alcuni parlavano latino, altri greco, altri egiziaco, arabo, ebraico ed altri persiano {66 [358]} ed altre lingue. Intorniato il cenacolo di quella moltitudine, escono gli Apostoli, e si tanno loro a parlare. E quivi cominciò ad operarsi un miracolo non mai udito; perciocchè gli Apostoli rozzi, che sapevano appena la lingua del paese, si misero a parlare le lingue di tutti quelli che erano colà accorsi. Non potevano darsi ragione gli uditori di simil fatto, pareva un sogno che un uomo solo potesse contemporaneamente parlare la lingua di tanti paesi.

 

Capo XII. Prima predica di Pietro. Anno di G. C. 33.

 

            Mentre il maggior numero ammiravano l'intervento della potenza divina, non mancarono alcuni maligni che, soliti a disprezzare ogni cosa santa, non sapendo più che dire, andavano chiamando gli Apostoli ubbriachi. Sciocchezza veramente grande; l'ubbriachezza non fa parlare la lingua ignota, ma fa dimenlicare quella imparata. Fu allora che S. Pietro pieno di santo ardore cominciò a predicare per {67 [359]} la prima volta Gesù Cristo. Laonde a nome di tutti gli altri Apostoli si avanza in faccia alla moltitudine, alza la mano, intima silenzio, e comincia a parlare così: «A voi parlo, o Giudei, e voi tutti, abitanti di questa città, ricevete le mie parole, e sarete illuminati intorno a questo fatto. Questi uomini non sono già ubbriachi come pensate voi, poichè siamo soltanto alla terza ora del mattino, in cui siamo soliti ad essere digiuni. Ben altra è la cagione di quanto vedete. Oggi si è in noi verificata la profezia del profeta Gioele, il quale disse così: avverrà negli ultimi giorni, dice il Signore, che io spanderò il mio Spirito sopra gli uomini, e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profeteranno; i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi dei sogni. Anzi in quei giorni spanderò il mio spirito sopra i miei servi e sopra le mie serve, e diventeranno profeti, e farò dei prodigi in cielo e in terra. Chiunque invocherà per la fede il nome del Signore, colui sarà salvo.

            «Ora, continuò Pietro, tale profezia si è verificata in noi: ascoltate, ascoltate, o figliuoli dì Giacobbe. Quel Signore, nel {68 [360]} cui nome chi crederà sarà salvo, è quel medesimo Gesù Nazareno, quell'uomo grande, a cui Iddio rendette testimonianza con una moltitudine di miracoli, che operò, come voi stessi avete veduto. Voi faceste morire quell'uomo per mano degli empi, e così senza saperlo serviste ai decreti di Dio, che voleva salvare il mondo colla sua morte. Dio però io ha risuscitato da morte, siccome aveva predetto il profeta Davidde con quelle parole: Tu non mi lascerai nel sepolcro, nè permetterai che il tuo Santo provi la corruzione.

            Notate, dice Pietro, notate, o Giudei, che Davidde non intendeva di parlare di sè in questo salmo, perchè voi ben sapete, che egli è morto e il suo sepolcro è rimasto fra noi fino al dì d'oggi. Ma essendo egli profeta, e sapendo che Iddio gli aveva promesso con giuramento che dalla sua discendenza sarebbe nato il Messia, profetizzò eziandio la sua risurrezione, dicendo, che egli non sarebbe lasciato nel sepolcro, e che il suo corpo non avrebbe provato la corruzione. Questi adunque è Gesù Nazareno, che Iddio ha risuscitato da morte, di che noi siamo {69 [361]} testimonii; si noi l'abbiamo veduto tornato a vita, l'abbiamo toccato, e abbiamo mangiato con lui.

            Egli adunque essendo stato innalzato dalla virtù del Padre nel Cielo, ed avendo ricevuto da lui l'autorità di mandare lo Spirito Santo, secondo la sua promessa, poco fa ha mandato sopra di noi questo divino Spirito, della cui virtù vedete in noi una prova così manifesta. Che poi Gesù sia salito al cielo, lo dice il medesimo Davidde con queste parole: Il Signore disse al mio Signore: siedi alla mia destra, finchè io abbia messo i tuoi nemici a scabello de' tuoi piedi. Ora voi ben sapete, che Davidde non salì al cielo per regnare. Egli è G. C. che salì al cielo: a Lui adunque, e non a Davidde, furono appropriate quelle parole. Sappia adunque tutto il popolo d'Israele, che quel Gesù che voi avete crocifìsso, Iddio lo ha costituito Signore di tutte le cose, re e Salvatore del suo popolo, e niuno può salvarsi senza avere fede in lui.»

            Tale predicazione di Pietro avrebbe dovuto inasprire gli animi de' suoi uditori, a cui rimproverava l'enorme delitto commesso contro la persona del divin Salvatore. {70 [362]} Ma era Iddio che parlava per bocca del suo ministro, e perciò la predicazione di Pietro produsse effetti maraviglisi. Quindi agitati come da un fuoco interno, effetto della grazia di Dio, da tutte parti andavano esclamando con cuore veramente contrito: che cosa faremo, che cosa faremo? S. Pietro vedendo la grazia del Signore operare nei loro cuori, e che già essi credevano in G. C., pieno di allegrezza loro disse: fate penitenza e ognuno in nome di Gesù C. riceva il battesimo, così otterrete la remissione dei peccati e riceverete lo Spirito Santo.

            L'Apostolo seguitò ad istruire quella moltitudine animando tutti a confidare nella misericordia e bontà di Dio che desidera la salute degli uomini. Il frutto di questa prima predica corrispose all' ardente carità del predicatore. Circa 3000 persone si convertirono alla fede di G. C. e furono dagli Apostoli battezzate. Santo Agostino assicura che Santo Stefano protomartire è stato convertito in questa predica.

            Ecco S. Pietro divenuto pescatore di anime secondo la promessa di G. C. Questa si può chiamare la prima pesca, cui {71 [363]} terranno dietro altre ed altre ancora più copiose. Così cominciavano a compiersi le parole del Salvatore quando disse a Pietro che per l'avvenire non sarebbe più stato pescatore di pesci, ma pescatore di anime.

 

Capo XIII. S. Pietro guarisce uno storpio; sua seconda predica; Anno di G. C. 33.

 

            Poco dopo questa predica all'ora nona, cioè alle tre dopo il mezzodì, Pietro e il suo amico Giovanni, come per ringraziare Iddio de' benefizi ricevuti, andavano insieme al tempio a fare orazione. Giunti ad una porta del tempio detta Speciosa ovvero Bella trovarono un uomo storpio da ambi i piedi fin dalla sua nascita. Non potendosi reggere egli era ogni dì colà trasportato per vivere chiedendo limosina a quelli che venivano al tempio. Quello sfortunato quando vide i due Apostoli a lui vicini dimandò loro limosina come faceva con tutti. Pietro così inspirato da Dio, miratolo fisso, gli disse: guarda in noi. Egli guardava, e nella speranza di {72 [364]} avere qualche cosa non batteva palpebra. Allora Pietro: ascolta, o buon uomo, io non ho nè oro nè argento a darti; quello che ho, te lo do. In nome di Gesù Nazareno levati su e cammina. Quindi lo prese per mano affine di sollevarlo, come in simili casi aveva veduto farsi dal divin Maestro. In quel momento lo storpio si sentì assodar le gambe, prender vigore i nervi, ed acquistar forza pari a qualunque altro uomo più sano. Sentendosi egli così guarito fece un salto, si pose a camminare, e saltellava di allegrezza. Indi prese Pietro per mano, e lodando Dio lo accompagnò nel tempio. Tutta la gente che era stata testimonio del fatto, e vedeva lo storpio camminare da sè, non durava fatica a ravvisare in quella guarigione un vero miracolo. Il linguaggio dei fatti è più efficace di quello delle parole. Perciò la moltitudine avendo conosciuto, essere stato S. Pietro colui, che aveva restituita la sanità a quel miserabile in gran folla si strinse intorno a lui ed intorno a Giovanni, bramando tutti di rimirare coi proprii occhi chi sapeva fare opere così stupende.

            E questo il primo miracolo, che dopo {73 [365]} l'ascensione di Cristo venisse operato dagli Apostoli; ed era conveniente che san Pietro ne fosse il primo strumento, perciocchè egli tenea fra tutti la prima dignità nella Chiesa. Ma Pietro al vedersi circondato da tanta gente stimò bella occasione di rendere a Dio la gloria dovuta, e di glorificare nel tempo stesso G. C. nel cui nome erasi operato il prodigio.

            «Figli d'Israele, loro disse, a che tanto maravigliarvi di questo fatto; a che tenere così fissi gli sguardi sopra di noi, quasi che per nostra virtù avessimo fatto camminare quell'uomo? Il Dio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe, il Dio de' Padri nostri ha glorificato il suo figliuolo Gesù, quel Gesù che voi avete tradito e negato in faccia a Pilato, quando egli pur giudicava di lasciarlo impunito. Voi dunque aveste l'ardire di negare il Santo ed il Giusto, e faceste istanza che fosse liberato da morte Barabba ladro ed omicida, e rinnegando il Giusto, il Santo e l'Autor della vita, lo faceste morire. Ma Dio lo ha risuscitato da morte, e noi ne siamo testimoni che l'abbiamo veduto più volte, l'abbiamo toccato, e abbiamo mangiato con lui. Ora in virtù del suo nome, in {74 [366]} forza di quella fede che viene da lui, fu guarito questo zoppo che voi vedete e conoscete; è Gesù che l'ha restituito in perfetta sanità nel cospetto di tutti voi. Ora io so bene che il delitto vostro e dei vostri capi, quantunque non abbia bastante scusa, fu però per ignoranza. Ma Iddio, che aveva fatto predire da' suoi profeti, che il Messia doveva patire tali cose, ha permesso che voi ciò verificaste senza volerlo, sicchè il decreto della misericordia di Dio ebbe il suo compimento. Ravvedetevi adunque e fate penitenza, acciocchè vi siano cancellati i vostri peccati, e così possiate poi presentarvi con sicurezza di vostra salute dinanzi al tribunale di questo medesimo G. C. che io vi ho predicato, e da cui tutti dovremo essere giudicati.

            «Queste cose, continuò Pietro, furono da Dio predette; credete adunque a' suoi profeti, e fra tutti credete a Mosè che è il maggiore di essi. Che dice egli adunque? Il Signore, dice Mosè, vi farà sorgere fra i vostri figli un profeta, siccome a me, a lui crederete in tutto quello che vi dirà. Chiunque non ascolterà quello che dice questo profeta sarà sterminato dal popol {75 [367]} suo. Questo diceva Mosè, e parlava di Gesù. Dopo Mosè principiando da Samuele, tutti i profeti che vennero dipoi predissero questo giorno, e le cose che sono avvenute. Tali cose e le grandi benedizioni da loro predette appartengono a voi. Voi siete i figliuoli dei Profeti, delle promesse, e dell'alleanza, che Dio già fece coi Padri nostri dicendo ad Abramo, che è stipite della discendenza dei giusti: In te e nella tua stirpe saranno benedette tutte le generazioni del mondo. Egli parlava del Redentore, di quel Gesù, figliuolo di Dio, discendente da Abramo, quel Gesù che Dio risuscitò da morte, e che a noi comanda di predicarvi la sua parola prima che la predichiamo ad ogni altro popolo, portandovi per mezzo nostro la promessa benedizione, acciocchè vi convertiate de' vostri peccati ed abbiate la vita eterna.»

            A questa seconda predica di S. Pietro succedettero numerosissime conversioni alla fede. Cinque mila persone domandarono il battesimo, sicchè il numero dei fedeli convertiti in due prediche di san Pietro ascendeva già oltre a ottomila. {76 [368]}

 

Capo XIV. Pietro è messo con Giovanni in prigione e ne viene liberato.

 

            Ma il nemico del genere umano che vedeva distruggersi il suo regno cercò di suscitare una persecuzione contro alla Chiesa nel medesimo suo principio. Mentre Pietro predicava nel tempio, sopraggiunsero i sacerdoti, i magistrati del tempio ed i Sadducei, i quali negavano la risurrezione dei morti. Costoro mostravansi sommamente infuriati perchè Pietro predicava al popolo la risurrezione di G. C. Impazienti e pieni di collera interruppero la predica di Pietro, gli misero le mani addosso, lo condussero insieme a Giovanni in prigione con animo di discorrere con l'uno e con l'altro nel dì seguente. Temendo però rimostranze da parte del popolo, non fecero loro alcun male, e li lasciarono in pace tutta la notte.

            Fattosi giorno si radunarono tutti i principali della città, cioè tutto il supremo {77 [369]} magistrato di quella nazione si radunò a concilio per giudicare que' due Apostoli, come se fossero i più scellerati ed i più formidabili uomini del mondo. In mezzo a quella maestosa assemblea furono introdotti Pietro e Giovanni, e con essi lo storpio da loro guarito.

            Fu dunque loro fatta solennemente questa dimanda: con qual virtù e in nome di chi avete guarito questo storpio? Allora Pietro pieno di Spirito Santo con un coraggio veramente degno del capo della Chiesa prese a parlare nella seguente maniera: «Principi del popolo, e voi dottori della legge, ascoltate. Se in questo giorno veniamo accusati e ci formano un processo per un'opera ben fatta, quale è la guarigione di quell'infermo, sappiate tutti, e lo sappia tutto il popolo d'Israele, che costui, il quale vedete qui alla vostra presenza sano e salvo, ha ottenuto la sanita nel nome del nostro Signore Gesù Nazareno; quel medesimo che voi metteste in croce, e che Iddio ha fatto risorgere da morte a vita. Questa è quella Pietra che da voi fabbricando fu rigettata, e che ora è divenuta la Pietra angolare. Niuno può aver salute se non in {78 [370]} lui, nè avvi altro nome sotto al cielo dato agli uomini fuori di questo, nel quale si possa aver salute.»

            Questo parlare franco e risoluto del principe degli Apostoli produsse profonda impressione nell'animo di tutti coloro, che componevano l'assemblea, in guisa che ammirando il coraggio e l'innocenza di Pietro non sapevano a qual partito appigliarsi. Volevano punirli, ma il gran credito che il miracolo poco prima operato aveva loro fatto acquistare in tutta la città, faceva temere tristi conseguenze. Tuttavia volendo prendere qualche risoluzione fecero uscire i due Apostoli dal luogo del concilio, e convennero di proibire ad essi sotto pene severissime di non parlare mai più in avvenire delle cose passate, nè mai più nominare il nome di Gesù Nazareno, affinchè venisse a perdersi perfin la memoria di tali cose. Ma sta scritto che sono inutili gli sforzi degli uomini quando sono contrarti al volere di Dio.

            Pertanto ricondotti i due Apostoli in mezzo al concilio, come udirono intimarsi quella severa minaccia, lungi dallo spaventarsi, con fermezza e costanza maggiore {79 [371]} di prima Pietro rispose: orsù decidete voi stessi, se la giustizia e la ragione permettano di ubbidire piuttosto a voi che a Dio. Noi non possiamo fare a meno di palesare quel tanto che abbiamo udito e veduto.

            Allora quei giudici vie più confusi, non sapendo nè che rispondere, nè che fare, presero la risoluzione di mandarli per questa volta impuniti, proibendoli soltanto di non più predicare Gesù Nazareno.

            Appena lasciati liberi Pietro e Giovanni andarono subitaneamente a trovare gli altri discepoli, i quali erano in grave inquietudine per la loro prigionia. Come poi ebbero udito il racconto di quanto era avvenuto, ognuno rese grazie a Dio pregandolo a voler loro dare forza e virtù di predicare la divina parola a fronte di qualsiasi pericolo.

            Se i cristiani dei giorni nostri avessero il coraggio de' fedeli de' primi tempi, e superando ogni rispetto umano professassero intrepidi la loro fede, certamente non si vedrebbe tanto disprezzo di nostra santa religione; e forse tanti che cercano di mettere in burla e la religione ed i sacri ministri sarebbero dalla giustizia e {80 [372]} dalla innocenza costretti a venerare la stessa religione insieme co' suoi ministri.

 

Capo XV. Vita dei primitivi Cristiani. Fatto di Anania e Zaffìra. Miracoli di S. Pietro. Anno di G. C. 34.

 

            Per le prediche di S. Pietro e per lo zelo degli altri Apostoli, il numero dei fedeli era grandemente cresciuto. Molti pel desiderio di staccare interamente il loro cuore dai beni della terra e pensare unicamente al cielo vendevano le loro sostanze e le portavano ai piedi degli Apostoli, affinchè ne facessero quell’uso che meglio credevano a favore dei poveri. La sacra scrittura fa uno speciale encomio di un certo Giuseppe soprannominato Barnaba, che fu poi fedele compagno di S. Paolo apostolo. Costui vendè un campo che possedeva e ne portò generosamente l'intero prezzo agli Apostoli. Molti seguirono l'esempio di lui e andavano a gara per dar segno del loro distacco dalle cose terrene, di maniera che in breve quei fedeli formavano una sola {81 [373]} famiglia, di cui S. Pietro era capo. Non vi erano poveri; perchè i ricchi facevano parte delle loro sostanze ai bisognosi; nei giorni stabiliti si radunavano insieme per le sacre funzioni. È la sacra scrittura dice precisamente che quei fedeli erano perseveranti nella preghiera, nell'ascellare la parola di Dio e nel ricevere con frequenza la santa comunione, a segno che tra tutti formavano un cuor solo ed una anima sola per amare e servire Iddio Creatore.

            Tuttavia anche in quei tempi felici vi furono dei fraudolenti, i quali guidati da spirito d'ipocrisia tentarono di ingannare S. Pietro e mentire allo Spirito Santo. La qual cosa ebbe le più funeste conseguenze. Ecco come il sacro testo ci espone il terribile avvenimento.

            Certo Anania con sua moglie Zaffira fecero a Dio promessa di vendere un loro podere, ed al pari degli altri fedeli portarne il prezzo agli Apostoli, affinchè lo distribuissero secondo i varii bisogni. Eseguirono essi puntualmente la prima parte della promessa, ma l'amor dell'oro li condusse a violare la seconda. Essi erano padroni di tenersi il campo oppure {82 [374]} il prezzo, ma fatta la promessa erano tenuti a mantenerla, perciocchè le cose che si consacrano a Dio od alla Chiesa diventano sacre ed inviolabili.

            D'accordo pertanto tra di loro ritennero per sè una parte del prezzo, e portarono l'altra a S. Pietro, con intenzione di dargli ad intendere che questa fosse l'intera somma ricavata dalla vendita. Pietro ebbe speciale rivelazione dell'inganno, ed appena Anania comparve al suo cospetto, senza dargli tempo di proferir parola, con tuono autorevole e formidabile, si fece a rimproverarlo così: perchè ti sei lasciato sedurre dallo spirito di satana, fino a mentire allo Spirito Santo, fraudando una porzione del prezzo di quel tuo campo? Non era esso in tuo potere prima di venderlo? e dopo di averlo venduto non era a tua disposizione tutta la somma ricavata? Perchè dunque hai dato ricetto a questo reo disegno? Devi perciò sapere che hai mentito non agli uomini ma a Dio.

            A quel tuono, a quelle parole Anania come colpito da un fulmine, cadde morto sull'istante. Appena passate tre ore venne anche a presentarsi a Pietro Zaffira, senza nulla sapere del tragico fine del {83 [375]} marito. L'apostolo usò maggiore compassione verso di costei, e volle darle spazio di penitenza con interrogarla se quella somma fosse l'intero prodotto della vendita di quel campo. La donna con intrepidezza e temerità uguale a quella di Anania, con un'altra bugia confermò la bugia di suo marito. Perciò ripresa da S. Pietro collo stesso zelo e colla medesima forza, cadde anch'ella sull'istante e spirò. Giova sperare che un sì terribile castigo temporale avrà contribuito a far loro risparmiare il castigo eterno nell'altra vita. Una pena così esemplare era necessaria per insinuare venerazione pel cristianesimo a tutti quelli che venivano alla fede e procacciare rispetto al principe degli Apostoli, come eziandio per dare a noi un esempio del modo terribile con cui Dio punisce lo spergiuro, e in pari tempo ad ammaestrarci ad essere fedeli alle promesse fatte a Dio.

            Questo fatto unitamente ai molti miracoli, che Pietro operava, fecero che si raddoppiasse il fervore tra i fedeli, e si dilatasse la fama delle sue virtù. Tutti gli Apostoli operavano miracoli. Un ammalato che fosse stato in contatto col {84 [376]} corpo degli Apostoli, era tosto guarito. S. Pietro poi spiccava sopra ogni altro. Era tale la fiducia che tutti i fedeli avevano in lui e nelle sue virtù, che da tutte le parti, anche da paesi lontani, venivano in Gerusalemme per essere spettatori de' suoi miracoli. Talvolta avveniva che egli era attorniato da tal quantità di storpii e da tanti ammalati, che non era più possibile di potersegli avvicinare. Perciò portavano gl’interni sopra i pagliaricci nelle pubbliche piazze e nelle strade in modo che passando di colà S. Pietro, almeno l'ombra del suo corpo giugnesse a toccarli: la qual cosa era bastante per far guarire ogni genere di infermità. Santo Agostino assicura che un morto, sopra del quale era passata l'ombra di Pietro, immantinente risuscitò.

            I santi Padri ravvisano in questo fatto l'adempimento della promessa del Redentore a' suoi Apostoli dicendo che essi avrebbero operato miracoli anche maggiori di quelli che egli non aveva giudica o a proposito di operare. {85 [377]}

 

Capo XVI. S. Pietro di nuovo messo in prigione, è da un angelo liberato. Anno di G. C. 34.

 

            La chiesa di Gesù Cristo acquistava ogni giorno nuovi fedeli. La moltitudine dei miracoli unitamente alla santa vita di quei primi cristiani faceva che ogni grado, età e condizione di persone corressero in folla per chiedere il Battesimo, e così assicurare la loro eterna salvezza. Ma il principe dei sacerdoti ed i Saducei rodevansi di rabbia e di gelosia; nè sapendo quale mezzo usare per impedire la propagazione del Vangelo, fecero prendere Pietro e gli altri Apostoli, e li chiusero in prigione. Ma Iddio per dimostrare eziandio questa volta che sono vani i progetti degli uomini, quando sono contrarii ai voleri del cielo, e che Egli può fare quel che vuole e quando lo vuole, mandò in quella notte medesima un angelo che, aperte le porte della prigione, li cavò fuori dicendo loro: «In nome di Dio andate e con sicurezza predicate nel tempio {86 [378]} in presenza del popolo le parole di vita eterna. Non temete nè i comandi nè le minacce degli uomini.»

            Gli Apostoli vedutisi così prodigiosamente favoriti e difesi da Dio, secondo l'ordine avuto, di buon mattino si portarono al tempio a predicare ed ammaestrare il popolo. Il principe dei sacerdoti che desiderava di castigare severamente gli Apostoli, per dare una solennità al processo, convocò il sinedrio, gli anziani, gli scribi e tutti quelli che avevano qualche grado sopra il popolo. Di poi mandò a prendere gli Apostoli perchè dalla prigione fossero colà condotti.

            I ministri, ovvero gli sgherri, ubbidirono agli ordini dati. Vanno, aprono il carcere, entrano, e non vi trovano anima viva. Fanno immediatamente ritorno alla assemblea, e pieni di maraviglia annunziano la cosa così: abbiamo trovato il carcere chiuso e guardato con tutta diligenza: le guardie tenevano fedelmente il loro posto, ma avendolo aperto, non vi abbiamo trovato alcuno. Udito ciò non sapevano più a qual partito appigliarsi. Mentre stavano consultando intorno a ciò che dovessero deliberare, sopraggiunge {87 [379]} uno dicendo: noi sapete? quegli uomini che metteste ieri in prigione, sono ora nel tempio a predicare con maggior fervore di prima. Allora sentironsi più che mai ardere di rabbia contro gli Apostoli; ma il timore d'inimicarsi il popolo li trattenne, perchè avrebbero corso rischio di essere lapidati. Il prefetto del tempio si assunse di aggiustare egli stesso tale faccenda col migliore spediente possibile. Andò colà dove erano i predicatori e con buone maniere senza usare violenza alcuna li invitò a venir seco e li condusse nel mezzo dell'assemblea.

            Il sommo sacerdote volgendo loro la parola disse: sono appena alcuni giorni che noi vi abbiamo strettamente proibito di parlare di questo Gesù Nazareno, e intanto voi avete riempiuto la città di questa nuova dotirina. Sembra che vogliate versare sopra di noi la morte di quell'uomo e farci odiare da tutta la gente come colpevoli di quel sangue. Come osaste fare ciò?

            Ottimamente ci pare aver fatto, rispose Pietro anche a nome degli altri Apostoli, perciocchè bisogna piuttosto ubbidire a Dio che agli uomini. Quello che predichiamo è {88 [380]} una verità a noi messa in bocca da Dio, e noi non temiamo di dirla a voi in questa veneranda radunanza. Quivi Pietro ripetè quello che altre volte aveva detto intorno alla vita, passione e morte del Salvatore; conchiudendo sempre che loro era impossibile di tacere quelle cose che secondo gli ordini ricevuti da Dio dovevano predicare.

            A tali parole degli Apostoli proferite con tanta fermezza, non avendo che opporre, smaniavano di rabbia e già pensavano di farli morire. Ma ne furono distolti da un certo Gamaliele, che era uno dei dottori della legge colà radunati. Costui, considerata bene ogni cosa, fece uscire per breve ora gli Apostoli, poi levatosi in piedi disse in piena assemblea: o Israeliti, ponete ben mente a quello che siete per fare intorno a questi uomini; imperciocchè, se costoro predicano l'opera degli uomini, la loro dottrina cadrà da se stessa, come avvenne a tanti altri; che se eglino predicano l'opera di Dio, potrete voi forse opporvi a' suoi voleri? Tutta l'adunanza si acquetò, e seguì il suo consiglio.

            Fatti adunque rientrare gli Apostoli, la {89 [381]} prima cosa li fecero battere; poi loro ordinarono che assolutamente non parlassero più di Gesù Cristo. Essi adunque si partirono dal concilio pieni di allegria, perchè erano stati fatti degni di patire qualche cosa pel nome di G. C.

 

Capo XVII. Elezione di sette diaconi. - S. Pietro resiste alla persecuzione di Gerusalemme. - Va in Samaria. - Suo primo scontro con Simon mago. Anno di G. C. 35.

 

            La moltitudine dei fedeli che abbracciavano la fede occupava talmente lo zelo degli Apostoli, che essi dovendo attendere alla predicazione della divina parola, all'istruzione dei nuovi convertiti, all'orazione, all'amministrazione dei Sacramenti, non potevano più disimpegnare gli affari temporali. Tal cosa era cagione di malcontento presso ad alcuni fedeli, quasi che fossero tenuti in poca considerazione o disprezzati. Di ciò informato S. Pietro e gli altri Apostoli, risolvettero di porvi rimedio. Convocarono pertanto una numerosa radunanza di fedeli, e facendo loro {90 [382]} intendere come essi non dovevano tralasciare le cose del loro sacro ministero, per occuparsi delle cose temporali, proposero la elezione di sette diaconi, i quali conosciuti pel loro zelo e per la loro virtù attendessero all'amministrazione di certe cose sacre, come sarebbe l'amministrazione del Battesimo, dell'Eucaristia, e nello stesso tempo avessero cura della distribuzione delle limosine e delle altre cose materiali.

            Tutti approvarono tale divisamento, quindi S. Pietro e gli altri Apostoli imposero le mani ai nuovi eletti, e li destinarono ciascuno ai proprii uffizi. Colla aggiunta di questi sette diaconi, oltre all'aver provveduto ai bisogni temporali, si moltiplicarono eziandio gli operai evangelici, quindi maggiori conversioni. Dei sette diaconi fu celebre santo Stefano che per la sua intrepidezza a sostenere le verità del Vangelo, fu ucciso con essere lapidato fuori della città. È questi il primo martire dopo di Gesù Cristo. La morte di santo Stefano fu il principio di una grande persecuzione suscitata dagli Ebrei contro tutti i seguaci di Gesù Cristo. La qual cosa obbligò i fedeli a disperdersi qua e là per varie città e paesi. {91 [383]}

            Pietro cogli Apostoli rimase in Gerusalemme sia per confermare gli altri nella fede, sia per mantenere viva relazione con quelli che erano in altri paesi dispersi. A fine poi di evitare il furore dei Giudei, egli si teneva nascosto, noto solamente ai fedeli, uscendo però dalla sua segreta abitazione, qualora ne scorgesse il bisogno. Intanto un editto dell'imperatore Tiberio Augusto in favore dei cristiani e la conversione di S. Paolo fecero cessare la persecuzione. E fu allora che si conobbe come la provvidenza di Dio non permetta alcun male senza ricavarne del bene, perciocchè si servì della persecuzione per ispargere il Vangelo in altri luoghi, e si può dire che ciascun fedele era un predicatore di G. C. in tutti que' paesi ove andava a ricoverarsi. Di quelli che furono costretti a fuggire di Gerusalemme fu uno dei sette diaconi di nome Filippo. Esso andò nella città di Samaria dove colla predicazione e coi miracoli fece molte conversioni. Giunta a Gerusalemme la notizia che un numero straordinario di Samaritani erano venuti alla fede, gli Apostoli risolvettero d'inviare colà alcuni che amministrassero il Sacramento della {92 [384]} Cresima e supplissero a quello che i diaconi non aveano l'autorità di amministrare. Furono perciò destinati per quella missione Pietro e Gioanni: Pietro perchè come capo della Chiesa ricevesse in grembo di essa quella straniera nazione e unisse i Samaritani ai Giudei; Giovanni poi come speciale amico di S. Pietro e chiaro fra gli altri per miracoli e santità.

            Eravi in Samaria un certo Simone di Gitone, soprannominato Mago, vale a dire stregone. Costui a forza di ciance e d'incantesimi aveva ingannato molti, millantandosi di essere qualche cosa di straordinario. Bestemmiando diceva che egli era la virtù di Dio e quello stesso Spirito Santo, che era disceso sopra gli Apostoli. La gente pareva impazzata per lui e gli correva dietro acclamandolo persona divina. Essendosi un giorno trovato alla predicazione di Filippo ne fu commosso, e domandò il Battesimo per operare anche egli le maraviglie, che generalmente i fedeli operavano dopo di aver ricevuto questo Sacramento. Ma siccome non aveva fede, ricevutte solamente il battesimo senza gli effetti del sacramento che è la grazia.

            Giunti colà Pietro e Gioanni si posero {93 [385]} ad amministrare il sacramento della confermazione imponendo le mani, facendo orazioni, come fanno i vescovi d'oggidì. Simone vedendo che coll'imposizione delle mani ricevevano ancora il dono delle lingue e di far miracoli, pensò che sarebbe stata per lui gran fortuna, se avesse potato operare le medesime cose. Fattosi adunque vicino a Pietro, tirò fuori una borsa di danaro, e gliela offrì pregandolo che gli volesse eziandio concedere la podestà di fare miracoli e di dare lo Spirito Santo a coloro, cui egli avesse imposto le mani.

            S. Pietro fu vivamente sdegnato di tale empietà e rivolto a lui, scellerato, gli disse, sia teco il tuo danaro in perdizione, poichè tu hai creduto che per danaro si possano comprare i doni dello Spirito Santo. Affrettati a far penitenza di questa tua malvagità, e prega Iddio che ti voglia concedere il perdono. Simone temendo forse che accadesse a lui ciò che era accaduto ad Anania e Zafira tutto spaventato rispose: È vero: pregate eziandio voi per me onde in me non si verifichi tale minaccia. Codeste parole sembrano dimostrare che egli fosse pentito, ma non {94 [386]} lo era, egli non pregò gli Apostoli di impetrargli da Dio misericordia, bensì di tenere da lui lontano il flagello. Passato il timor del castigo egli ritornò ad essere quel di prima, cioè Mago, seduttore, amico del demonio. Noi lo vedremo in altri scontri con Pietro.

            I due Apostoli Pietro e Gioanni come ebbero amministrato il sacramento della Cresima ai nuovi fedeli della Samaria, e li ebbero rassodati nella fede che poco prima avevano ricevuto, dato loro il saluto di pace, partirono da quella città. Passarono per molti luoghi predicando G. C., reputando poco ogni fatica purchè contribuisse a propagare il Vangelo e guadagnare anime a G. C.

 

Capo XVIII. S. Pietro fonda la cattedra di Antiochia, ritorna in Gerusalemme. È visitato da S. Paolo. Anno di G. C. 36.

 

            S. Pietro ritornato da Samaria dimorò qualche tempo in Gerusalemme, dipoi andò a predicare la grazia del Signore in varii paesi. Mentre con zelo degno {95 [387]} del principe degli Apostoli predicava il Vangelo, e visitava le chiese che si andavano qua e là fondando venne a sapere che Simon Mago da Samaria erasi recato in Antiochia per ispargere cola le sue imposture. Pietro risolse di portarsi in quella città per dissipare gli errori di quel nemico di Dio e degli uomini. Giunto in quella capitale Pietro diè subito mano a predicare il Vangelo con grande zelo, e riuscì a convertire tal numero di gente alla fede, che i fedeli cominciarono colà ad essere chiamati cristiani, vale a dire seguaci di Gesù Cristo.

            Fra i personaggi illustri che per le prediche di S. Pietro si convertirono fu san Evodio. Al primo arrivo di Pietro egli lo invitò a casa sua, e il santo Apostolo gli si affezionò, gli procurò la necessaria istruzione, e vedendolo adorno delle necessarie virtù lo consacrò sacerdote, di poi vescovo, perchè facesse le sue veci in tempo di sua assenza, e perchè gli succedesse dipoi nel suo vescovado.

            Quando Pietro voleva dar principio alla predicazione in quella città incontrava grave ostacolo per parti del governatore che era un principe di nome Teofilo. Costui fece {96 [388]} mettere in prigione il Santo Apostolo come inventore di una religione contraria alla religione dello stato. Volle però venire a disputa con lui intorno alla fede che predicava, e sentendolo a dire che G. C. per amore degli uomini era morto in croce, disse: costui è matto, non bisogna più ascoltarlo. Acciocchè poi fosse riputato come tale, per ischerno, gli fece tagliare i capelli per mezzo, lasciandogli un cerchio intorno al capo in modo di corona. Quello che allora fu fatto a S. Pietro per disprezzo, ora gli ecclesiastici lo usano per onore, e si chiama chierica o tonsura, che rammemora la corona di spine posta sul capo al Divin Salvatore.

            Quando Pietro si vide a trattare a quel modo pregò il governatore che si degnasse di ascoltarlo un'altra volta. Essendogli tal cosa concessa, Pietro gli disse: Tu, o Teofilo, ti scandalizzi per avermi udito a dire, che il Dio che io adoro morì in croce. Già ti aveva detto che si era fatto uomo, ed essendo uomo non dovevi tanto maravigliarli che egli fosse morto, poichè il morire è proprio dell'uomo. Sappi però che egli morì in croce di sua volontà, perchè colla sua morte voleva dare la vita a tutti {97 [389]} gli uomini facendo pace fra il suo Eterno Padre e il genere umano. Ma siccome ti dico che egli morì, così ti accerto che egli risuscitò per virtù propria, avendo prima risuscitato molti altri morti. Teofilo sentendo a dire che aveva fatto risuscitare dei morti si acquietò, e con aria di maraviglia soggiunse: tu dici che questo tuo Dio risuscitò morti, ora se tu in suo nome farai risuscitare un mio figliuolo che morì alcuni giorni sono, io crederò quanto mi predichi. L'Apostolo accettò l'invito, andò alla tomba del giovane, e in presenza di molto popolo fece una preghiera e in nome di Gesù Cristo lo richiamò a vita[3]. La qual cosa fu causa che e il governatore e tutta la città credessero in Gesù Cristo.

            Teofilo divenne in breve fervoroso cristiano e in segno di stima e venerazione versò s. Pietro gli offerì la sua casa perchè ne facesse quell'uso che meglio desiderava. Quell'edifizio fu ridotto a forma di chiesa, dove si radunava il popolo per assistere al divino servizio, e per udire le prediche del {98 [390]} S. Apostolo. Affine poi di poterlo ascoltare con maggiore comodità e profitto, gli alzarono quivi una cattedra, dalla quale il Santo dava le sue sacre lezioni.

            È bene qui notare come S. Pietro per lo spazio di tre anni, per quanto poteva, risiedeva in Gerusalemme come capitale della Palestina, dove i Giudei potevano con maggior facilità avere con lui relazione. L'anno poi trentesimosesto di Gesù Cristo, sia per la persecuzione di Gerusalemme, sia per preparare la strada alla conversione de' Gentili, venne a stabilire la sua sede in Antiochia: cioè stabilì la città di Antiochia per sua ordinaria dimora, e come centro di comunione colle altre chiese cristiane.

            Governò Pietro questa chiesa d'Antiochia sette anni, finchè così inspirato da Dio trasferì la sua cattedra a Roma, come noi racconteremo a suo tempo. Lo stabilimento della santa sede in Antiochia è particolarmente narrato da Eusebio di Cesarea, da S. Girolamo, da S. Leone il Grande e da un gran numero di scrittori ecclesiastici. La chiesa cattolica celebra questo avvenimento con una particolare solennità il 22 febbraio. {99 [391]}

            Mentre S. Pietro da Antiochia erasi recato a Gerusalemme ricevette una visita che certamente gli fu di grande consolazione. S. Paolo che era stato convertito alla fede con uno strepitoso miracolo, sebbene fosse stato instruito da Gesù Cristo e da lui stesso mandato a predicare il Vangelo ai gentili, tuttavia volle recarsi da S. Pietro, per venerare in lui il capo della Chiesa, e da lui ricevere quegli avvisi e quelle istruzioni che fossero state a proposito. S. Paolo stette in Gerusalemme col principe degli Apostoli quindici giorni, il qual tempo bastò per lui, giacchè oltre alle rivelazioni avute da Gesù Cristo, aveva passato la sua vita nello studio delle scritture e dopo la sua conversione erasi indefessamente occupato nella meditazione e nella predicazione della parola di Dio.

 

Capo XIX. S. Pietro visita parecchie chiese, guarisce Enea paralitico. Risuscita la defunta Tabita. Anno di G. C. 38.

 

            S. Pietro era stato dal divin Salvatore deputato a governare nella fede tutti i {100 [392]} fedeli cristiani, e poichè molte chiese si andavano fondando or qua or là dagli Apostoli, dai Diaconi e da altri discepoli, perciò S. Pietro e per mantenere l'unità della fede, e per usare della podestà suprema conferitagli dal Salvatore, mentre teneva la sua ordinaria dimora in Antiochia andava a visitare personalmente le chiese che in quel tempo erano già state fondate o si andavano fondando. In certi luoghi confermava i fedeli nella fede, altrove consolava quelli che avevano sofferto nella passata persecuzione, qua amministrava il sacramento della Cresima, da per tutto poi ordinava pastori e vescovi, i quali dopo la sua partenza continuassero ad aver cura delle chiese e del gregge di Gesù Cristo.

            Passando da una città in un'altra pervenne ai Santi che abitavano in Lidda città distante circa venti miglia da Gerusalemme. Chi sono mai questi santi? I cristiani dei primi tempi per la vita virtuosa e mortificata che tenevano erano chiamati santi, e con tal nome dovrebbero potersi chiamare i cristiani d'oggidì che al pari di quelli sono chiamati alla santità. {101 [393]}

            Giunto alle porte della città di Lidda, Pietro incontrò un paralitico di nome Enea. Costui era attratto e tutto immobile nelle membra e da otto anni non si era più mosso dal suo lettuccio. Pietro come lo vide, senza esserne punto pregato, a lui rivolto, Enea, gli disse, il Signor Gesù Cristo ti ha guarito; levati su, e da le stesso aggiustati il letto. Enea si levò in piedi sano e robusto come se non fosse mai stato infermo. Molti si trovarono presenti a questo miracolo, che in breve si pubblicò per tutta la città e nel vicino paese detto Sarona. Tutti quegli abitanti mossi dalla bontà divina che in una maniera sensibile dava segni della sua potenza infinita, credettero in Gesù Cristo ed entrarono in grembo della Chiesa.

            A poca distanza da Lidda eravi Ioppe che è altra città posta sulle rive del mare Mediterraneo. Quivi dimorava una vedova cristiana di nome Tabita, la quale e per le sue limosine, e per molte altre opere di carità era universalmente chiamata la madre dei poveri. Avvenne in que' dì che ella cadde ammalata, e dopo breve malattia morì lasciando in tutti il più vivo rincrescimento. Secondo l'uso di que' tempi {102 [394]} le donne lavarono il suo cadavere, e lo portarono sopra il terrazzo per fargli a suo tempo la sepoltura.

            Ora per la vicinanza di Lidda essendosi in Ioppe sparsa la notizia del miracolo operato nella guarigione di Enea furono colà mandati due uomini a pregar Pietro, che volesse venire a vedere la defunta Tabita. Egli intesa la morte di quella virtuosa discepola di G. C. e il desiderio che andasse colà per farla risuscitare, partì tosto con loro.

            Giunto a Ioppe i discepoli lo condussero sul terrazzo e mostrandogli il cadavere di Tabita raccontavangli le molte opere di carità di quella buona donna e lo pregavano che la volesse far risuscitare.

            I poveri e le vedove come seppero la venuta di Pietro corsero piangendo a pregarlo che loro volesse restituire la buona loro madre. Vedi, diceva una, quest'abito fu opera della sua carità; questa tonaca, i calzari di quel ragazzo, altre soggiungono, sono cose tutte donate da lei. Alla vista di tanta gente che piangeva, di tante opere di carità che si andavano raccontando, Pietro ne fu intenerito. Si alzò in piedi e veltosi al cadavere: Tabita, disse, {103 [395]} io ti comando, levati su. Tabita in quell'istante apri gli occhi ed avendo veduto Pietro si pose a sedere e a parlare con lui. Pietro presala per mano, la rialzò, e chiamati i discepoli, loro restituì la loro madre sana e salva. Grandissimo fu il giubilo che si levò in tutta la casa; da tutte parti piangevano di allegrezza, parendo a quei buoni cristiani di aver riacquistato un tesoro in quella sola donna, che veramente era la consolazione di quella città. Da questo fatto imparino i poveri ad essere riconoscenti a chi loro porge limosina. Imparino i ricchi che cosa voglia dire essero pietosi e liberati verso i poveri.

 

Capo XX. Dio rivela a S. Pietro essere giunto il tempo della vocazione de' Gentili. Va in Cesarea e battezza la famiglia di Cornelio Centurione. Anno di G. C. 39.

 

            Iddio aveva più volte fatto predire dai suoi profeti che alla venuta del Messia tutte le nazioni sarebbero state chiamate alla conoscenza del vero Dio. Lo stesso {104 [396]} divin Salvatore aveva dato espresso comando a' suoi Apostoli, dicendo: ite, docete omnes gentes, andate, ammaestrate tutti i gentili. Gli stessi predicatori del Vangelo avevano già ricevuto alcuni gentili alla fede, come avevano fatto dell'Eunuco della Regina Candace, e di Teofilo Governatore di Antiochia; ma questi erano fatti particolari, e gli Apostoli fino allora avevano quasi esclusivamente predicato il Vangelo agli Ebrei, aspettando dal Signore avviso speciale dell'epoca in cui dovessero senza eccezione ricevere alla fede anche i gentili e i pagani. Tale rivelazione doveva certamente essere fatta a S. Pietro capo della Chiesa. Ecco come il sacro testo espone questo memorabile avvenimento. In Cesarea città della Palestina abitava un certo Cornelio Centurione, ovvero uffiziale di una coorte, corpo di 100 soldati, che apparteneva alla legione italica, così chiamata perchè composta di soldati italiani.

            La Sacra Scrittura gli fa un elogio dicendo, che egli era un uomo religioso e pieno di timor di Dio. Le quali parole vogliono dire che egli era gentile, ma che aveva lasciata l'idolatria nella quale {105 [397]} era nato, adorava il vero Dio, faceva molte limosine ed orazioni, viveva religiosamente secondo il dettame della retta ragione.

            Iddio infinitamente misericordioso, che non manca mai colla sua grazia di venire in soccorso di chi fa quel che può dal canto suo, mandò un Angelo a Cornelio per istruirlo di ciò che doveva fare. Stava questo buon soldato facendo orazione; quando vide comparirsi dinanzi un angelo sotto la sembianza d'uomo vestito di bianco. Cornelio, disse l'angelo. Ed egli preso da paura fissò in lui gli sguardi dicendo: chi siete voi, o Signore, che volete? Allora l'angelo: Iddio si è ricordato delle tue limosine; le tue orazioni giunsero al suo trono, e volendo appagare i tuoi desiderii mandò me per additarti la via della salute. Perciò manda a Ioppe, e cerca di un tal Simone soprannominato Pietro. Egli dimora presso un altro Simone conciatore di pelli, che ha la casa vicino al mare. Da questo Pietro saprai tutto ciò che è necessario per salvarti. Non tardò Cornelio ad ubbidire alla voce del Cielo, e chiamati a sè due domestici e un soldato, persone tutte che {106 [398]} temevano Iddio, raccontò la visione e comandò che si portassero immediatamente in Ioppe pel fine indicatogli dall'angelo.

            Partirono costoro sull'istante e camminando tutta la notte giunsero in Ioppe nel dì seguente verso al mezzogiorno, perciocchè la distanza fra queste due città è di circa 40 miglia. Poco prima che ivi giungessero, S. Pietro ebbe anche egli una maravigliosa rivelazione, colla quale veniva a conoscere che eziandio i gentili erano chiamati alla fede. Stanco dalle sue fatiche il santo apostolo un giorno era venuto a casa del suo ospite per ristorarsi, e secondo il solito si portò prima in una camera posta nel piano superiore per fare orazione. Mentre pregava gli parve di vedere il Cielo aperto e dal mezzo calare giù fino a terra un certo arnese a guisa di ampio lenzuolo, che sostenuto nelle sue quattro estremità formava come un gran vaso pieno di ogni sorta di animali, quadrupedi, serpenti e volatili, i quali tutti, secondo la legge di Mosè, erano tenuti immondi, cioè non potevano mangiarsi nè offrirsi a Dio. Nel tempo stesso udì una voce che disse: Su via, o Pietro, uccidi, e mangia. Attonito l'Apostolo a tal {107 [399]} comando, non sia mai, rispose, che io mangi animali immondi, dai quali mi sono sempre astenuto. La voce soggiunse: non chiamare immondo quello che Iddio ha purificato. Dopo essergli stata per tre volte ripetuta la stessa visione, quel vaso misterioso si alzò verso il cielo e disparve.

            I Ss. Padri riconoscono figurati in questi animali immondi i peccatori e tutti quelli che, involti nel vizio e nell'errore, per mezzo del sangue di G. C. sono purificati da Dio e ricevuti in gratia.

            Mentre Pietro stava meditando che cosa volesse mai significare quella visione giunsero i tre messaggeri. In quei momento Dio glieli fece conoscere e gli comandò di scendere ad incontrarli, mettersi in loro compagnia, e andare seco loro senza alcun timore. Sceso egli adunque, e vedutili, disse: eccomi, io sono colui che voi cercate. Qual è il motivo della vostra venuta? Udita la visione di Cornelio e la cagione del loro viaggio, comprese subito il significato di quel misterioso lenzuolo; perciò li accolse gentilmente, e li fece dimorare seco quella notte. La mattina vegnente accompagnato da sei discepoli parti da Ioppe coi messaggeri, e in numero {108 [400]} di dieci presero il cammino alla volta di Cesarea.

            Dopo due giorni Pietro con tutta la sua comitiva giunse in quella città dove con grande ansietà l'attendeva il Centurione. Questi per maggiormente onorare il suo ospite aveva convocato tutti i suoi parenti ed amici, affinchè potessero anch'essi partecipare delle celesti benedizioni che all'arrivo di Pietro sperava di ottenere dal Cielo. Allorchè il buon Centurione per ordine di Dio mandò a chiamare Pietro per intendere da lui i voleri del Cielo dovette certamente formarsi una grande idea di lui, reputandolo un personaggio sublime e non conforme agli altri uomini. Perciò entrando Pietro in sua casa gli si fece tosto incontro, gli si gettò ai piedi in atto di adorarlo. Pietro pieno di umiltà lo rialzò immantinenti avvisandolo che egli era al par di lui un semplice uomo. Seguitando poscia a parlare entrarono nel luogo dell'adunanza.

            Là alla presenza di tutti Pietro raccontò l'ordine da Dio ricevuto di conversare coi Gentili e di non più giudicarli come abbominevoli e profani. Ora io sono qui da voi, conchiuse; ditemi {109 [401]} pertanto quale sia la cagione per cui mi avete chiamato? Cornelio ubbidì all'invito di Pietro, si levò in piedi e raccontò quanto eragli accaduto quattro giorni prima, protestando che egli e tutti quelli colà radunati erano prontissimi ad eseguire ogni cosa, che per commissione divina avesse loro comandato. Allora Pietro spiegando il carattere di apostolo del Signore, depositario fedele della religione e della fede, prese ad istruire nei principali misteri del Vangelo tutta quella onorevole assemblea.

            Continuava Pietro il suo ragionamento quando lo Spirito Santo scese visibilmente sopra Cornelio e sopra gli altri colà radunati, ed in maniera sensibile comunicò loro il dono delle lingue, per il che essi magnificavano Iddio cantandone le lodi. S. Pietro vedendo operarsi colà quasi lo stesso prodigio operato nel cenacolo di Gerusalemme esclamò: Avvi forse alcuno che possa impedire che noi battezziamo costoro, i quali hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi? Indi rivolto a' suoi discepoli ordinò che tutti li battezzassero. La famiglia di Cornelio {110 [402]} fu la prima di Roma e d'Italia che abbracciasse la fede.

            S. Pietro dopo averli tutti battezzati ritardò la sua partenza da Cesarea, si fermò qualche tempo per appagare le pie istanze di Cornelio e di tutti quei novelli battezzati, che di ciò il pregavano instantemente. Pietro approfittò di quel tempo per predicare il Vangelo in quella cillà, e tale ne fu il frutto che egli risolvette di assegnare un pastore a quella moltitudine di fedeli, e questi fu S. Zaccheo, di cui si parla nel Vangelo, il quale perciò fu consacrato primo vescovo di Cesarea. V. Teodoreto, S. Gio. Grisostomo, S. Clemente, ecc.

            Questo fatto, cioè l'avere ammesso alla fede i gentili, cagionò una certa gelosia tra i fedeli di Gerusalemme, nè mancarono quelli, che disapprovarono pubblicamente quanto aveva fatto S. Pietro. Per la qual cosa egli giudicò bene di recarsi in quella città per disingannare gl'illusi, e far conoscere che quanto aveva operato era ordine di Dio. Giunto in Gerusalemme, alcuni si presentarono a lui parlandogli arditamente così: perchè sei tu andato da uomini non circoncisi, ed {111 [403]} hai mangiato con essi? Pietro alla presenza di tutti i fedeli radunati, senza far conto della fatta interrogazione, diede loro ragione di quanto aveva fatto, cominciando dalla visione avuta in Ioppe, del vaso ripieno d'ogni sorta d'animali immondi, dell'ordine ricevuto da Dio di cibarsi di essi; della ripugnanza che mostrò di ubbidire per timore di contraddire alla legge; e della voce che si fece di nuovo udire di non più chiamare immondo quello che era stato da Dio purificato. Dipoi espose minutamente quanto era avvenuto in casa di Cornelio e come in presenza di molti era disceso visibilmente lo Spirito Santo. Allora tutta quella assemblea riconoscendo la voce del Signore in quella di Pietro, sì acquietarono e lodarono Iddio che avesse esteso i limiti della sua misericordia. {112 [404]}

 

Capo XXI. Erode fa decapitare S. Giacomo il maggiore e mettere S. Pietro in prigione, ma ne è liberato da un angelo. - Morte di Erode. Anno di G. C. 41.

 

            Mentre la parola di Dio predicata con santo zelo dagli Apostoli, e da' discepoli produceva frutti di vita eterna fra gli Ebrei e fra i Gentili, la Giudea era governata da Erode Agrippa nipote di Erode il Grande. Dominato costui da spirito di ambizione e di vanagloria desiderava perdutamente di guadagnarsi l'affetto del popolo. Gli Ebrei e specialmente quelli che erano in qualche autorità, seppero valersi di questa sua propensione per muoverlo a perseguitare la Chiesa e cercare gli applausi dei perversi Giudei nel sangue dei cristiani. Cominciò egli dal far mettere in prigione l'apostolo S. Giacomo per farlo di poi condannare al patibolo. Questi è S. Giacomo Maggiore fratello di S. Giovanni l’evangelista, fedele amico di Pietro, che ebbe seco lui molti segni di speciale benevolenza dal Salvatore. {113 [405]}

            Questo coraggioso apostolo dopo la discesa dello Spirito Santo predicò il Vangelo nella Giudea, di poi andò nella Spagna, dove convertì molti alla fede. Ritornato in Palestina, fra gli altri converti un certo Ermogene, uomo celebre, la qual cosa dispiacque molto ad Erode, e gli servì di pretesto per farlo mettere in prigione. Condotto dinanzi ai tribunali, dimostrò tanta fermezza nel rispondere e confessare G. C. che il giudice ne rimase maravigliato. Il suo stesso accusatore, commosso da tanta costanza, rinunziò al giudaismo e si dichiarò pubblicamente cristiano, e come tale venne eziandio condannato a morte. Mentre amendue erano condotti al supplizio, esso si rivolse a S. Giacomo e gli dimandò perdono di quanto aveva detto e fatto contro di lui. Il santo apostolo dandogli un'affettuosa occhiata pax tecum, gli disse, la pace sia con te. Quindi lo abbracciò e lo baciò, protestando che di tutto cuore lo perdonava, anzi come fratello lo amava. Di qui si vuole che abbia avuto origine il segno di pace e di perdono, che suole usarsi fra i cristiani e specialmente nel sacrificio della santa messa. {114 [406]}

            Dopo di che quei due generosi confessori della fede ebbero tagliatata la testa e si congiunsero eternamente in cielo.

            Una tal morte contristò molto i fedeli ma rallegrò al sommo i Giudei, i quali colla morte dei capi della religione si pensavano di mandare a fine la religione medesima. Erode vedendo che la morte di S. Giacomo era piaciuta ai Giudei, pensò di procacciar loro un più dolce spettacolo col far imprigionare S. Pietro, per poi lasciarlo in balìa del loro cieco furore. E poichè correva la settimana degli azimi, che per gli Ebrei è tempo di giubilo e di preparazione alla Pasqua, non volle funestare la pubblica allegrezza di quei giorni col supplizio di un uomo preteso reo. Carico perciò di catene il fece condurre in mezzo a due custodi, e ordinò che fosse con tutta cautela custodito dentro ad oscura prigione fino al termine di quella solennità. Diede poi ordine rigoroso che fossero posti per guardia sedici soldati, i quali notte e giorno vegliassero ripartiti in due luoghi, cioè altri in vista della prigione, altri alla porta di ferro che metteva in un viottolo della città. Certamente sapeva quel {115 [407]} re come Pietro fosse già stato altre volte posto in prigione, e uscito in una maniera affatto maravigliosa, e non voleva che gli accadesse altra volta somigliante cosa. Ma tutte queste cautele, uscio, porta, catene, custodi e guardie ad altro non servirono che a dar maggior risalto all'opera di Dio.

            Siccome l'arma più polente lasciata dal Salvatore ai cristiani è la preghiera, così tutti i fedeli, come privati del loro comun padre e pastore, si radunarono insieme, piangendo la prigionia di lui, e porgendo di continuo preghiere a Dio, onde lo liberasse dall'imminente pericolo. Sebbene queste loro orazioni fossero più forti delle catene, nondimeno piacque al Signore di esercitare per qualche giorno la loro pazienza e fede, e fare vie più conoscere gli effetti della sua onnipotenza.

            Era già la notte precedente al giorno fissato per la morte di Pietro. Egli era tutto rassegnato alle divine disposizioni, egualmente preparato a vivere e morire per la gloria del suo Signore; perciò nel buio di quell'orrida prigione dimorava colla maggior tranquillità dell'animo suo. Dormiva egli, ma per lui vegliava chi ha {116 [408]} promesso di assistere la sua Chiesa. Era la mezzanotte, ogni cosa in cupo silenzio, quando improvvisamente una luce sfolgoreggiante illumina tutto quel carcere; mentre un angelo mandato da Dio scuote Pietro, lo risveglia dicendogli: presto, levati su. A tali parole ambe le catene si sciolsero e gli caddero dalle mani. Allora l'angelo continuò: mettiti tosto gli abiti indosso coi calzari ai piedi: S. Pietro fece ogni cosa; e l'angelo seguì, dicendogli: mettiti ancora sulle spalle il mantello, e vienmi dietro. Pietro ubbidì; ma gli pareva che tutto fosse un sogno e che egli fosse fuori di sè. Intanto le porte della prigione trovandosi aperte, egli se ne usciva seguendo l'angelo che gli andava innanzi. Passate le prime e le seconde guardie, senza che dessero il minimo segno di vederli, giunsero alla porta di ferro d'enorme grossezza, che mettendo fuori dall'edifizio delle carceri dava adito in città. Quella porta si aprì da se medesima. Usciti adunque camminarono alquanto insieme finchè l'angelo disparve. Allora Pietro tornato in se stessso, e riflettendo sopra se medesimo, ora, disse, mi accorgo che il Signore mandò {117 [409]} veramente il suo angelo a liberarmi dalle mani di Erode, e dal giudizio che gli Ebrei aspettavano che egli facesse di me. Considerato poi bene il luogo dove era, andò difilato alla casa di certa Maria, madre di Giovanni, soprannominato Marco, dove molti fedeli stavano radunati in orazione supplicando Iddio che si degnasse di venire in soccorso del capo della Chiesa.

            Giunto S. Pietro a quella casa, si mise a bussare la porta. Una fanciulla di nome Rosa, andò per vedere chi fosse. Chi c'è? ella disse. E Pietro: son'io, apri. La fanciulla conosciutane bene la voce, quasi fuor di sè per la gioia, non badò più ad aprire la porta, e lasciatolo fuori, corse a darne avviso ai padroni. Non sapete? egli è Pietro. Ma quegli le dissero: tu vaneggi, Pietro è in prigione e non può trovarsi qui a quest'ora. Ma ella continuava ad asserire che era veramente desso. Essi allora dissero: quello che tu hai visto o sentito sarà forse il suo angelo, che nella forma di lui può esser venuto a darcene qualche novella.

            Mentre costoro disputavano colla fanciulla, Pietro seguitava a bussare più {118 [410]} forte dicendo: olà, aprite. Ciò li mosse a correre in fretta ad aprire, e conobbero che era veramente Pietro. A tutti sembrava un sogno, e ciascuno giudicava di vedere un morto risuscitato. Alcuni chiedevano chi l'avesse liberato, altri quando, alcuni erano impazienti di sapere se erasi operato qualche prodigio. Allora Pietro per appagarli tutti, fatto cenno colla mano che stessero in silenzio, raccontò per ordine tutto l'avvenuto coll'angelo, e come lo aveva cavato di prigione. Ognuno piangeva di tenerezza e lodando Iddio, lo ringraziavano del favore loro usato.

            Pietro non giudicandosi più sicuro della vita in Gerusalemme, disse a quei discepoli, andate e riferite queste cose a Giacomo (il Minore, vescovo di Gerusalemme) ed agli altri fratelli, e liberateli dalla pena in cui si trovano per conto mio. In quanto a me, io vedo conveniente partire da questa città e andarmene altrove.

            Quando fu sparsa la notizia che Iddio aveva così prodigiosamente liberato il capo della Chiesa, tutti i fedeli ne furono vivamente consolati. {119 [411]}

            La Chiesa cattolica celebra la memoria di questo glorioso avvenimento il giorno primo di agosto sotto il titolo di festa di S. Pietro in Vincoli. Ma che ne fu di Erode e delle sue guardie? Fattosi giorno, le guardie che nulla avevano nè udito nè veduto, andarono di buon mattino a visitare la prigione; quando poi non trovarono più Pietro, rimasero prese dal più grande sbigottimento. La cosa fu subito riferita ad Erode, il quale fece bensì cercare S Pietro, ma non gli fu più possibile di trovarlo. Allora sdegnato fece fare un processo ai soldati e li fece tutti condurre a morte, forse per sospetto di negligenza o d'infedeltà, avendo trovato aperte le porte della prigione.

            Ma l'infelice Erode non tardò molto a pagare il fio delle ingiustizie e dei tormenti fatti patire ai seguaci di Gesù Cristo. Per alcuni affari politici da Gerusalemme egli era andato nella città di Cesarea, e mentre si pasceva degli applausi, con cui il popolo follemente lo adulava chiamandolo Dio; in quell'istante medesimo fu colpito da un Angelo del Signore; venne portato fuori della piazza, e fra indicibili dolori rosicato dai vermi spirò. {120 [412]} Questo fatto fa vedere con quanta sollecitudine Dio viene in aiuto dei suoi servi fedeli, e dà un avviso terribile ai malvagi. Essi devono grandemente temere la mano di Dio, che severamente punisce anche nella presente vita coloro, che disprezzano la religione o nelle cose sacre o nella persona de' suoi ministri.

 

Capo XXII. S. Pietro trasferisce la cattedra Apostolica a Roma. Progresso del Vangelo. Anno di G. C. 42.

 

            L'Apostolo S. Pietro dopo di essere fuggito da Gerusalemme ritornò in Antiochia. Colà si radunarono gli Apostoli e stabilirono che tutti quelli i quali avessero abbracciata la fede del Vangelo fossero chiamati cristiani, vale a dire seguace di Gesù Cristo; il qual nome si conservò fino ai nostri giorni. Dopo di che S. Pietro secondando gl'impulsi dello Spirito Santo decise di trasferire la sua sede a Roma. Pertanto dopo di aver tenuta la sua cattedra in Antiochia sette anni partì alla volta di Roma. Nel suo {121 [413]} viaggio predicò Gesù Cristo nel Ponto e nella Bitinia, che sono due vaste Provincie dell'Asia Minore: seguendo il suo viaggio egli predicò il santo Vangelo in Sicilia, ed in Napoli, dando a questa città per vescovo S. Aspreno. Finalmente giunse a Roma l'anno quarantesimo secondo di Gesù Cristo, mentre teneva il Romano impero un imperatore di nome Claudio.

            Pietro trovò quella città in istato veramente deplorabile. Era, dice S. Leone, un pelago immenso d'iniquità, una sentina di tutti i vizi, una selva di bestie frementi. Le strade, le piazze, erano seminate di statue, di bronzi, di pietre adorate come Dei, e dinanzi a quegli orridi simulacri si bruciavano incensi, e si facevano sacrifizi. Il demonio medesimo era adorato con nefande sozzure; le azioni più vergognose reputavansi atti di virtù. Si aggiungano le leggi che proibivano ogni nuova religione. I sacerdoti idolatri ed i filosofi erano eziandio gravi ostacoli. Di più trattavasi di predicare una religione che disapprovava il culto di tutti gli Dei, condannava ogni sorta di vizi e comandava le più sublimi virtù.

            Tutte queste difficoltà anzichè arrestare {122 [414]} lo zelo del principe degli Apostoli lo accesero maggiormente di desiderio di liberare quella miserabile città dalle tenebre di morte. S. Pietro adunque appoggiato al solo aiuto del Signore entra in Roma per formare della metropoli dell'impero la prima sede del Sacerdozio, il centro del cristianesimo.

            La fama però delle virtù e dei miracoli di Gesù Cristo era già ivi pervenuta. Pilato ne mandò relazione all'imperatore Tiberio, il quale commosso al leggere la santa vita, e la morte gloriosa del Salvatore, aveva divisato di annoverarlo fra gli Dei Romani. Da prima Pietro cominciò a predicare il Vangelo agli Ebrei che abitavano allora in Transtevere, che è una parte della città di Roma posta al di là del Tevere.

            Dalla sinagoga degli Ebrei Pietro passò a predicare a' Gentili i quali con trasporto di vera gioia correvano ansiosi per ricevere il Battesimo. Il loro numero divenne così grande, e la loro fede così viva, che S. Paolo poco dopo ebbe a consolarsi co' Romani scrivendo queste parole: La vostra fede è annunziata, cioè fa parlare di sè, estende la sua fama, per {123 [415]} tutto il mondo. (Rom. c. 1.) Nè solamente sopra il basso popolo cadevano le benedizioni del Cielo, ma anche sopra persone della primaria nobiltà. Si vedevano uomini elevati alle prime cariche di Roma abbandonare il culto dei falsi Dei per mettersi sotto al soave giogo di Gesù Cristo. Eusebio vescovo di Cesarea dice che i ragionamenti di Pietro erano così robusti, e s'insinuavano con tanta dolcezza negli animi degli uditori, che diveniva padrone dei loro a affetti e tutti rimanevano come incantati dalle parole di vita che gli uscivano dalla bocca e non si saziavano di ascoltarlo. Sì grande era il numero di quelli che chiedevano il Battetesimo, che Pietro aiutato da altri suoi compagni lo amministrava sulle rive del Tevere, nella stessa guisa che S. Gioanni Battista lo amministrava su quelle del Giordano. Eus. stor. Eccl. lib. 2, cap. 15.

            Giunto in Roma Pietro abitò il sobborgo detto Trastevere vicino al luogo dove fu di poi edificata la Chiesa di santa Cecilia. Di qui nacque la special venerazione che i trasteverini tuttora conservano verso la persona del sommo Pontefice. Fra i primi a ricevere la fede fu un {124 [416]} certo Pudente senatore, che aveva occupato le più sublimi cariche dello stato. Egli diede in sua casa ospitalità al Principe degli Apostoli, ed esso ne approfittava per celebrare i Divini Misteri, amministrare ai fedeli la santa Eucaristia, e spiegare le verità della fede, a quelli che lo venivano ad ascoltare. Quella casa fu bentosto cambiata in un tempio consacrato a Dio sotto il titolo del Pastore, il più antico di Roma, e si crede che sia quel medesimo che presentemente è detto di S.a Pudenziana. Quasi contemporaneamente fu fondata un'altra Chiesa dal medesimo Apostolo, che si vuole essere quella che oggidì si appella di S. Pietro in vincoli.

            Bisogna qui ritener bene che per sede o cattedra di S. Pietro, non intendasi la sedia materiale, ma s'intende l'esercizio di quella suprema autorità che egli aveva ricevuto da Gesù Cristo, specialmente quando gli disse, che quanto egli avrebbe legato o sciolto sopra la terra sarebbe altresì stato legato o sciolto in cielo. S'intende l'esercizio di quell'autorità conferitagli da Gesù Cristo di pascolare il gregge universale dei fedeli, sostenere e conservare gli altri pastori nell'unità di fede e di {125 [417]} dottrina siccome hanno sempre fatto i sommi Pontefici da S. Pietro fino al regnante Pio IX.

            S. Pietro vedendo come Roma fosse così ben disposta a ricevere la luce del Vangelo, e nel tempo stesso un luogo molto adattato per tener relazione in tutti i paesi della Cristianità, stabilì la sua cattedra in Roma, vale a dire stabilì che Roma fosse centro e luogo di sua special dimora, ove dalle varie parti del mondo dovessero ricorrere i cristiani nei dubbi di religione e nei varii loro spirituali bisogni. La Chiesa Cattolica celebra la festa detto stabilimento della cattedra di S. Pietro in Roma il 18 gennaio.

            Poichè le occupazioni che S. Pietro aveva in Roma non gli permettevano più di potersi recare a visitare quelle chiese che egli in varii paesi aveva fondato, scrisse una lunga e sublime lettera indirizzata specialmente a' Cristiani che abitavano nel Ponto, nella Galazia, nella Bitinia e nella Cappadoccia, che sono provincie dell'Asia minore. Egli qual padre amoroso dirige il discorso a' suoi figliuoli per animarli ad essere costanti nella fede che {126 [418]} aveva loro predicato e li avvisa specialmente di guardarsi dagli errori che gli eretici fin da quei tempi andavano spargendo contro alla dottrina di Gesù Cristo.

            I Romani che avevano con gran fervore abbracciata la fede predicata da Pietro manifestarono a S. Marco, fido discepolo dell'Apostolo, il vivo loro desiderio che mettesse in iscritto quello che S. Pietro predicava. S. Marco difatti aveva accompagnato S. Pietro in parecchi viaggi e lo aveva udito a predicare in molti paesi. Perciò tra le prediche udite e quel tanto che in famigliari trattenimenti aveva imparato dal Maestro, e colla inspirazione dello Spirito Santo era realmente in grado di appagare i pii desiderii di quei fedeli. Perciò vinto dalle loro istanze si accinse a scrivere il Vangelo, vale a dire un fedele racconto delle azioni del Salvatore, ed è quello che abbiamo oggidì sotto al nome di Vangelo secondo S. Marco.

            S. Pietro da Roma mandò vari suoi discepoli in diverse parti d'Italia e in molti altri paesi del mondo. Inviò S. Apollinare in Ravenna, S. Trofimo nelle Gallie e precisamente nella città di Arles; donde il Vangelo si propagò negli altri {127 [419]} paesi della Francia; mandò S. Marco in Alessandria di Egitto a fondare in suo nome quella chiesa. Così la città di Roma, capitale di tutto l'impero, la città di Alessandria che era la prima dopo Roma, quella di Antiochia, capitale di tutto l'Oriente, ebbero per fondatore il principe degli Apostoli, e divennero perciò le tre prime sedi patriarcali, tra cui fu per più secoli ripartito il dominio del mondo cattolico, salvo sempre però la dipendenza dei patriarchi Alessandrino ed Antiocheno dal Pontefice Romano capo di tutta la Chiesa, pastore universale, centro di unità. Mentre S. Pietro mandava tanti suoi discepoli a predicare altrove il Vangelo egli in Roma ordinava Sacerdoti, consacrava Vescovi, tra cui aveva scelto S. Lino per Vicario a fare sue veci in occasione che qualche grave affare lo avesse obbligato ad allontanarsi da quella città. {128 [420]}

 

Capo XXIII. S. Pietro va al Concilio di Gerusalemme, definisce una questione. S. Giacomo conferma il suo giudizio. Anno di G. C. 50.

 

            Roma era ordinaria dimora del principe degli Apostoli, ma le sue vigilanze dovevano estendersi a tutti i fedeli cristiani. Perciò qualora fossero insorte difficoltà o questioni intorno a cose di religione egli mandava qualche suo fido discepolo, o scriveva lettere in proposito e talvolta andava egli stesso in persona; siccome fece in una questione insorta in Antiochia tra i Giudei ed i Gentili.

            Credevano gli Ebrei che per essere buoni Cristiani fosse necessario di ricevere la Circoncisione, ed osservare tutte le cerimonie della legge di Mosè. I Gentili rifiutavano di sottomettersi a questa pretensione degli Ebrei, e la cosa venne a tal punto che ne ridondava grave danno e scandalo tra i semplici fedeli e tra gli stessi predicatori del Vangelo. Laonde S. Paolo e S. Barnaba giudicarono bene di ricorrere al giudizio del capo della Chiesa e degli {129 [421]} altri Apostoli, affinchè colla loro autorità sciogliessero ogni dubbio.

            S. Pietro si recò in Gerusalemme, ove giunto convocò tutti gli Apostoli, e tutti quei primarii Pastori che potè avere; quindi Paolo e Barnaba accolti in concilio esposero in piena adunanza la loro ambasciata a nome dei Gentili d'Antiochia, le ragioni ed i timori d'una parte e dell'altra, dimandando la loro deliberazione per quiete e sicurezza della coscienza.

            Quella sacra assemblea prese ad esaminare questo punto, e dopo lunga discussione sulla proposta materia, infine levatosi Pietro prese a parlare così: Fratelli, voi ben sapete come Iddio elesse me per far conoscere ai Gentili la luce del Vangelo e le verità della fede siccome avvenne di Cornelio Centurione, e di tutta la sua famiglia. Ora Iddio che conosce i cuori degli uomini ha renduto testimonianza a quei buoni gentili mandando sopra di loro lo Spirito Santo come aveva fatto sopra di noi, e niuna differenza ha fatto tra noi e loro, mostrando che la fede gli aveva purificati dalle immondezze che prima gli escludevano dalla {130 [422]} grazia. Dunque la cosa è chiara che senza la circoncisione i Gentili sono giustificati per la fede di Gesù Cristo. A che pertanto vogliamo tentar Iddio quasi provocandolo a darci una prova più sicura della sua volontà? Perchè imporre a questi nostri fratelli. Gentili un giogo, che con fatica noi ed i nostri padri abbiamo potuto portare? Pertanto noi crediamo che per la sola grazia del N. Signor Gesù Cristo tanto gli Ebrei quanto i Gentili debbano essere salvi.

            Dopo la sentenza del Vicario di Gesù Cristo, tacque tutta quella assemblea. Paolo e Barnaba confermarono quanto aveva detto Pietro raccontando le conversioni ed i miracoli, che Dio erasi compiaciuto di operare per mano loro dinanzi a' Gentili che avevano convertiti a Gesù Cristo.

            Come Paolo e Barnaba ebbero finito di parlare, S. Giacomo vescovo di Gerusalemme confermò il giudizio di Pietro dicendo: fratelli, ora ponete mente anche a me: ben disse Pietro, come da principio Iddio fece grazia ai Gentili formando un popol solo che glorificasse il suo Santo Nome. Ora ciò è confermato dalle parole dei Profeti che noi vediamo in questi fatti avverate. Per la quale cosa io giudico {131 [423]} con Pietro che i Gentili non sono da inquietarsi dopochè si sono convertiti a Gesù Cristo: solamente mi pare doversi ordinar loro che per riguardo alla inferma coscienza dei fratelli Ebrei e per agevolare l'unione fra questi due popoli venga proibito di mangiar cose sacrificate agli idoli, carni soffocate, il sangue, e proibita sia eziandio la fornicazione. Quest'ultima cosa, cioè la fornicazione, non occorreva proibirla essendo affatto contraria ai dettami della ragione e proibita dal sesto precetto del Decalogo. Fu però rinnovata tal proibizione riguardo ai Gentili, i quali nel culto dei loro falsi Dei pensavano che fosse lecito, anzi che fosse cosa gradita a quelle immonde divinità.

            Il giudicio di S. Pietro così da s. Giacomo confermato piacque a tutti quelli del Concilio; e però di corami consentimento determinarono di eleggere persone autorevoli da mandare in Antiochia con Paolo e Barnaba. A questi, a nome del concilio, furono consegnate lettere che contenevano le decisioni che colà eransi prese. Le lettere erano di questo tenore: «Gli Apostoli e sacerdoti fratelli a' fratelli Gentili che sono in Antiochia, nella Siria {132 [424]} nella Cilicia salute. Avendo noi inteso che alcuni venuti di qua hanno turbato ed angustiato le vostre coscienze con idee arbitrarie, è sembrato bene a noi qui radunati, di scegliere e mandare a voi Paolo e Barnaba, uomini a noi carissimi, che la loro vita sacrificarono ed esposero a pericolo pel nome di Nostro Signor Gesù Cristo. Con essi mandiamo Sila e Giuda, i quali consegnandovi le nostre lettere vi confermeranno a bocca le medesime verità. Imperciocchè fu giudicato dallo Spirito Santo e da noi di non imporvi alcun'altra legge eccetto quella che dovete osservare, cioè di astenervi dalle cose sacrificate agli idoli, dalle carni soffocate, dal sangue, e dalla fornicazione. Dalle quali cose astenendovi farete bene. Statevi con Dio.»

            Questo fu il primo concilio generale, a cui presiedette S. Pietro, dove come Principe degli Apostoli e capo della Chiesa parlò e definì la questione coll'assistenza dello Spirito Santo. Così da ogni fedel cristiano deve credersi, che le cose definite nei concilii generali radunati e confermati dal Sommo Pontefice Vicario di Gesù Cristo, e successore di s. Pietro {133 [425]} sono verità certissime, che danno i medesimi motivi di credibilità come se uscissero dalla bocca dello Spirito Santo, perchè essi rappresentano la Chiesa col suo capo, a cui Dio ha promesso assistenza fino alla fine dei secoli.

 

Capo XXIV. S. Pietro conferisce a S. Paolo ed a S. Barnaba la pienezza dell'Apostolato. È avvisato da S. Paolo. Ritorna a Roma. Anno di G. C. 54.

 

            Iddio aveva già prima fatto conoscere più volte che voleva mandare S. Paolo e S. Barnaba a predicare a' Gentili. Ma fino allora esercitavano il loro sacro ministerio come semplici ministri, e forse anche come vescovi senzachè loro fosse peranche conferita la pienezza dell'apostolato. Quando poi andarono in Gerusalemme per cagione del Concilio, e raccontarono le maraviglie per mezzo loro da Dio operate fra i gentili, si trattennero eziandio a speciali colloquii coi Ss. Pietro, Giacomo e Giovanni. Raccontarono, dice il sacro Testo, tali maraviglie a quelli {134 [426]} che tenevano le prime cariche nella Chiesa, tra quali erano certamente i tre apostoli sopra nominali, che si consideravano come le tre colonne principali della Chiesa. Egli fu in questa occasione, dice S. Agostino, che S. Pietro, come capo della Chiesa, Vicario di G. C., e divinamente inspirato, conferì a Paolo e a Barnaba la pienezza dell'apostolato con incarico di portare la luce del Vangelo a' Gentili. Così S. Paolo fu elevato alla dignità di apostolo colla stessa pienezza di poteri che godevano gli altri apostoli stabiliti da Gesù Cristo.

            Mentre S. Pietro e S. Paolo dimoravano in Antiochia avvenne un fatto che merita di essere riferito. S. Pietro era certamente persuaso che le cerimonie della legge di Mosè non fossero più obbligatorie pei Gentili, tuttavia quando trovavasi cogli Ebrei mangiava all'uso giudaico, temendo di disgustarli se avesse praticato altrimenti. Tale condiscendenza era cagione che molti Gentili si raffreddassero nella fede; quindi nasceva avversione tra gentili ed ebrei, e veniva a rompersi quel vincolo di carità che forma il carattere dei veri seguaci di Gesù Cristo. S. Pietro ignorava le dicerie che avevano luogo sopra questo {135 [427]} fatto. S. Paolo accorgendosi che tale condotta di Pietro poteva generare scandalo nei fedeli, pensò di correggerlo pubblicamente dicendo: Se tu, essendo Giudeo, hai conosciuto per la fede di poter vivere e vivi difatti come i gentili, e non come i giudei, perchè col tuo esempio vuoi costringere i gentili all'osservanza della legge giudaica? S. Pietro fu molto contento di tale avviso, perciocchè con tal fatto veniva pubblicato in faccia a tutti i fedeli, che la legge cerimoniale di Mosè non era più obbligatoria, e come colui che ad altri predicava l'umiltà di Gesù Cristo, seppe praticarla egli medesimo, non dando il minimo segno di risentimento. D'allora in poi non ebbe più alcun riguardo pella legge cerimoniale di Mosè.

            Bisogna però qui notare co' Ss. Padri che quanto faceva s. Pietro non era male in sè, ma somministrava a' cristiani motivo di discordia. Si vuole eziandio che s. Pietro sia stato d'accordo con s. Paolo intorno alla correzione da farsegli pubblicamente, affinchè vie più fosse conosciuta la cessazione della legge cerimoniale di Mosè. {136 [428]}

            Da Antiochia s. Pietro andò a predicare in varie città, finchè fu avvisato da Dio di recarsi presto a Roma per assistere i fedeli in una fiera persecuzione eccitata contro a' cristiani. Quando s. Pietro giunse in quella città governava l'impero Nerone, uomo pieno di vizi e per conseguenza il più avverso al cristianesimo. Egli aveva fatto appiccare il fuoco in vari lati di Roma, pel che la città con molti cittadini rimase in gran parte consumata dalle fiamme. Nerone poi gettò la colpa di quella malvagia azione sopra i cristiani. Nella sua crudeltà egli aveva fatto mettere a morte un virtuoso filosofo di nome Seneca, che era stato suo maestro.

            La medesima sua madre perì vittima di quello snaturato figlio; il quale di poi per placare le ombre infernali, o piuttosto per sedare i rimorsi della coscienza fece ricercare i maghi più accreditati per far uso della loro magia e dei loro incantesimi. Il mago Simone, quello stesso che aveva cercato di comperare da s. Pietro i doni dello Spirito Santo, approfittò dell'assenza del S. Apostolo, per recarsi in {137 [429]} quella città affine di adulare quell'imperatore e screditare la religione cristiana.

 

Capo XXV. S. Pietro fa risuscitare un morto. Anno di Gesù Cristo 66.

 

            Il mago Simone sapeva che se avesse potuto fare qualche miracolo sarebbesi acquistato gran credito. Quelli che s. Pietro andava da ogni parte operando servivano ad accenderlo vie più d'invidia e di rabbia. Laonde andava studiando qualche prestigio per farsi vedere superiore a s. Pietro. Venne più volte seco lui a prova, ma ne fu sempre pieno di confusione. E poichè vantava la scienza di guarire le infermità, allungare la vita, risuscitare i morti, cose tutte che egli vedeva farsi da s. Pietro, avvenne, che fu invitato a far altrettanto. Era morto un giovine di nobile famiglia e parente dell'imperatore. I suoi genitori, essendone inconsolabili, furono consigliati di ricorrere a s. Pietro perchè venisse a richiamarlo a vita. Altri invece invitarono Simone, {138 [430]}

            Giunsero ambidue nel tempo stesso alla casa del defunto; s. Pietro acconsentì di buon grado che egli facesse le sue prove per dare la vita al morto, perciocchè sapeva, che solo Iddio può operar miracoli, nè mai alcuno potè vantarsi di averne operati fuori della religione cattolica, perciò tornare inutili tutti gli sforzi dell'empio Simone. Tuttavia pieno di boria e spinto dallo spirito maligno egli accettò pazzamente la prova, e persuaso di vincere propose la seguente condizione: se Pietro fa egli risuscitare il morto, io sarò condannato a morte; ma se io darò vita a questo cadavere, Pietro la paghi colla testa. Non essendovi tra gli astanti chi ricusasse, un tal partito, e di buon grado accettandolo s. Pietro, il Mago si accinse all'impresa.

            Si accostò esso al feretro del defunto, e invocando il demonio e operando mille altri incantesimi, parve ad alcuni che quel freddo cadavere desse qualche segno di vita. Allora i partigiani di Simone si misero a gridare che Pietro doveva morire.

            Il santo Apostolo rideva di quell'impostura, e con modestia pregando tutti a voler tacere per un momento, disse: se {139 [431]} il morto è risuscitato, si levi su, cammini e parli: si resuscitatus est, surgat, ambulet, fabuletur. Non è vero che ei muova il capo o dia segno di vita, è la vostra fantasia che vi fa pensare così. Comandate a Simone che si scosti dal letto, e tosto vedrete svanire dal morto ogni speranza di vita. S. Paciano ep. 2.

            Così fu fatto, e colui che prima era estinto seguitava a giacere qual sasso privo di spirito e di moto. Allora il s. Apostolo s'inginocchiò a poca distanza dal feretro, e si mise a pregare fervorosamente il Signore, supplicandolo di glorificare il suo santo nome a confusione dei malvagi e a conforto dei buoni. Dopo breve orazione rivolto al cadavere disse ad alla voce: Giovane, alzati su, Gesù Signore ti dà la vita e la sanità.

            Al comando di questa voce, cui la morte era avvezza ad ubbidire, lo spirito tornò prontamente a vivificare quel freddo corpo; e perchè non sembrasse un'illusione, si alzò in piedi, parlò, camminò e gli fu fatto prender cibo. Anzi Pietro lo prese per mano e vivo e sano lo restituì alla madre. Quella buona donna non sapeva come esprimere la sua gratitudine {140 [432]} verso il santo, e lo pregò umilmente a non partire dalla sua casa, perchè non fosse abbandonato chi era risorto per le sue mani. S. Pietro la confortò dicendo: noi siamo servi del Signore, egli lo ha risuscitato e non lo abbandonerà mai. Non temere di tuo figlio, poichè egli ha il suo custode.

            Rimaneva ora che il Mago fosse condannato a morte, e già una turba di popolo era pronta ad opprimerlo sotto un nembo di pietre, se l'Apostolo, mosso a pietà di lui, non avesse dimandato che fosse lasciato in vita, dicendo essere per lui castigo assai grande la vergogna che aveva provato. Viva pure, gli disse, ma viva per vedere a crescere e dilatarsi sempre più il regno di Gesù Cristo.

 

Capo XXVI. Volo - Caduta - Disperata morte di Simon Mago. Anno di G. C. 67.

 

            Nella risurrezione di quel giovane Simone ivrebbe dovuto ammirare la bontà e la carità di Pietro, e riconoscere in pari tempo {141 [433]} l’intervento della potenza divina, quindi abbandonare il demonio cui da tanto tempo serviva; ma la sua superbia lo rese vie più ostinato. Animato dallo spirito di Satana s'inferocì più che mai e risolse a qualunque costo di far vendetta contro a s. Pietro. Con questo pensiero si portò egli un giorno da Nerone, e gli disse come egli era disgustato de' Galilei, cioè dei cristiani, e che aveva risoluto di abbandonar il mondo, e che per dare a tutti una prova infallibile della sua divinità, voleva salire da se stesso al Cielo.

            A Nerone piacque assai la proposta; e poichè desiderava trovar sempre nuovi pretesti onde perseguitare i cristiani, fece avvisar s. Pietro, il quale secondo lui passava per un gran conoscitore di magia, e lo sfidò a fare altrettanto e mostrare che Simone era un bugiardo; che se ciò non avesse fatto, veniva egli stesso giudicato bugiardo ed impostore, e come tale l'avrebbe pagata colla testa. L'apostolo appoggiato alla protezione del cielo che non manca mai di venire in difesa della verità accettò l'invito. S. Pietro adunque senz'alcun soccorso umano si armò dello scudo inespugnabile dell'orazione. Ordinò eziandio a {142 [434]} tutti i fedeli che con digiuno universale e con preghiere continue invocassero la divina misericordia. Il giorno in cui facevansi queste pratiche religiose era sabato, e di qui è venuto il digiuno del sabato, che ai tempi di s. Agostino praticavasi ancora in Roma in memoria di questo avvenimento.

            Per lo contrario il Mago Simone tutto imbaldanzito pel favore promessogli dai suoi demonii si apparecchiava ad ordire e terminare con loro la frode, e nella sua pazzia credeva con questo colpo di abbattere la Chiesa di Gesù Cristo. Venne il giorno fissato. Immensa folla di popolo era radunata nella gran piazza di Roma. Nerone stesso con tutta la corte, abbigliato di vesti lucicanti di oro e di gemme, stava seduto sopra una tribuna sotto a ricchissimo ed elegante padiglione mirando e confortando quel suo campione. Si fa profondo silenzio. Appare Simone vestito come se fosse un Dio e affettando tranquillità mostra sicurezza di riportare vittoria. Mentre si diffondeva in pomposi discorsi, improvvisamente apparve in aria un carro di fuoco; (era tutto illusione diabolica e giuoco di fantasia) e ricevutovi {143 [435]} dentro il mago alla vista di tutto il popolo il demonio lo levò di terra, e lo trasportò su per l'aria. Già toccava le nubi e cominciava a dileguarsi dalla vista del popolo il quale cogli occhi levati all'insù giubilando di maraviglia e battendo le palme gridava: Vittoria! miracolo! miracolo! Gloria ed onore a Simone vero figliuolo degli Dei!

            Pietro senz'alcuna ostentazione s'inginocchia a terra e colle mani levate al Cielo fervorosamente prega Gesù Cristo che voglia venire in aiuto della sua Chiesa per far trionfare la sua religione in faccia a quel popolo illuso. Detto fatto: la mano di Dio onnipotente, che aveva permesso agli spiriti maligni di sollevare Simone fino a quell'altezza, tolse loro in un subito ogni potere, sicchè privi di forza dovettero abbandonare Simone nel più grave pericolo, e nel colmo di sua gloria. Sottratta a Simone la virtù diabolica, abbandonato al peso del pingue suo corpo si rovesciò con rovinosa caduta, e cadde giù con tale impeto a terra che sfracellandosi tutte le membra, schizzò il sangue fino sul tribunale di Nerone. Tale caduta di Simone avvenne vicino ad un tempio dedicato {144 [436]} a Romolo, dove oggi esiste la chiesa de' santi Cosma e Damiano.

            L'infelice Simone avrebbe certamente dovuto perdere la vita, se s. Pietro non avesse invocato Dio a favore di lui. Pietro, dice, s. Massimo, pregò il Signore di liberarlo dalla morte sia per far conoscere a Simone la debolezza de' suoi demonii, sia perchè confessando la potenza di G. C. implorasse da lui il perdono delle sue colpe. Ma colui che da lungo tempo faceva professione di disprezzare le grazie del Signore, era troppo difficile che si arrendesse anche in questo caso che Iddio abbondava nella sua misericordia. Simone divenuto l'oggetto delle beffe di tutto il popolo, pieno di confusione pregò alcuni suoi amici di portarlo via di là. Portato in una casa vicina sopravvisse ancora qualche giorno finchè oppresso dal dolore e dalla vergogna, si appigliò al disperato partito di togliersi quei miseri avanzi di vita, e gettandosi giù da una finestra si diede così disperatamente la morte[4]. {145 [437]}

            La caduta di Simone è viva immagine della caduta di que' cristiani i quali o rinnegando la cristiana religione, o trascurando di osservarla, cadono dal grado sublime di virtù, cui la fede cristiana gli ha innalzati, e rovinano miseramente ne' vizi e ne' disordini, con disonore del carattere cristiano, della religione che professano e con danno talvolta irreparabile dell'anima loro.

 

Capo XXVII. Pietro cercato a morte; Gesù gli appare e gli predice imminente il martirio. Testamento di questo Apostolo. Anno di G. C. 68; dell'era volgare 64.

 

            Il supplizio toccato a Simon Mago mentre rendeva sensibile la vendetta del cielo, contribuì assai ad accrescere il numero dei cristiani. Nerone però al vedere una moltitudine di persone abbandonare il {146 [438]} profano culto degli dei per professare la religione predicata da s. Pietro, ed essendosi accorto che la predicazione del santo Apostolo era giunta a guadagnare persone da lui molto favorite e quelle stesse che in corte erano strumento d'iniquità; tutte queste cose gli fecero raddoppiare la sua rabbia contro ai cristiani. In mezzo al furore di quella persecuzione Pietro era indefesso nell'animare i fedeli ad essere costanti nella fede fino alla morte, e nel convertire nuovi gentili, sicchè il sangue de' martiri ben lungi dall'atterrire i cristiani e diminuirne il numero, era un seme fecondo che ogni giorno li moltiplicava. Solamente gli Ebrei di colà, forse stimolati dagli Ebrei della Giudea, facevano gli ostinati. Per la qual cosa Iddio volendo fare l'ultima prova per vincere la loro ostinazione fece pubblicamente predire dal suo apostolo, che fra breve sarebbesi suscitato un re contro quella nazione, il quale dopo averla ridotta alle più gravi angustie uguaglerebbe al suolo la loro città, costringendone i cittadini a morir di fame e di sete. Allora, diceva: «si vedranno gli uni mangiare i corpi degli altri e consumarsi a vicenda, finchè venuti in {147 [439]} preda a' vostri nemici vedrete sotto gli occhi vostri straziare crudelmente le vostre mogli, le vostre figlie, e i vostri fanciulli percossi emessi a morte sopra le pietre, le vostre contrade dal ferro e dal fuoco ridotte in desolazione e rovina. Quelli poi che sfuggiranno dalla comune sciagura saranno venduti come giumenti e soggetti a perpetua servitù. Tali mali verranno sopra di voi, o figliuoli di Giacobbe, perchè avete fatto festa sopra la morte del figliuolo di Dio, ed or ricusate di creder in Lui.» Lattanzio lib. 4.

            Ma saputosi da' ministri della persecuzione che si sarebbero affaticati inutilmente se non toglievano di mezzo il capo dei cristiani, si volsero contro di lui per cercarlo e metterlo a morte. I cristiani considerando la perdita che avrebbero fatta colla morte di lui, studiavano ogni mezzo per impedire che egli cadesse nelle mani dei persecutori. Ma vedendo essere impossibile che egli potesse più a lungo star nascosto, lo consigliarono ad uscire da Roma e ritirarsi in luogo dove fosse men conosciuto. Pietro rifiutavasi a tali consigli suggeriti dall'amor figliale, e anzi ardentemente desiderava la corona del {148 [440]} martirio. Ma seguitando i fedeli a pregarlo di far ciò pel bene della Chiesa di Dio, cioè cercare di conservarsi in vita per istruire i fedeli, confermare nella fede i credenti e guadagnare anime a Cristo, infine accondiscese e stabilì di partire.

            Di nottetempo prese da' fedeli congedo per involarsi al furore degl'idolatri. Ma giunto alle mura della città, quando stava per uscire dalla porta Capena, detta oggidì Porta di s. Sebastiano, gli apparve Gesù Cristo in quello stesso sembiante in cui l'aveva conosciuto e per più anni trattato. L'Apostolo benchè fosse sorpreso da questa inaspettata comparsa, nondimeno secondo la sua prontezza di spirito si fece animo di interrogarlo dicendo: O Signore, dove andate? Domine, quo vadis? Rispose Gesù: Io vengo a Roma per essere di nuovo crocifisso. Da tali parole conobbe Pietro che era imminente la propria crocifissione, poichè sapendo che il Signore non poteva più essere nuovamente crocifisso per se medesimo, doveva esserlo nella persona del suo Apostolo. In memoria di questo avvenimento presso alla porta di S. Sebastiano fu edificata una chiesa detta ancora oggidì, Domine, {149 [441]} quo vadis, oppure Sancta Maria ad Passus, ossia Santa Maria de' Piedi, perchè il Salvatore in quel luogo, dove parlò a s. Pietro, lasciò impressa sopra di una pietra !a sacra traccia de' suoi piedi. Questa pietra si conserva tuttora nella chiesa di s. Sebastiano.

            Dopo tale avviso del Salvatore s. Pietro ritornò indietro, e interrogato dai Cristiani di Roma sulla cagione disi presto ritorno, raccontò loro ogni cosa. Niuno ebbe più alcun dubbio, che Pietro in breve sarebbe stato incarcerato ed avrebbe glorificato il Signore col dare per lui la vita. Nel timore pertanto di cadere da un momento all'altro nelle mani dei persecutori e che in quei calamitosi momenti la Chiesa rimanesse priva del sue supremo pastore, pensò di nominar alcuni dei vescovi più zelanti dei quali uno settentrasse nel Pontificato dopo sua morte. Furono questi s. Lino, s. Cleto, s. Clemente e s. Anacleto, i quali lo avevano già aiutato in qualità di suoi vicari nei vari bisogni della Chiesa. Di questi papi parleremo appositamente altrove.

            Non contento s. Pietro di aver così provveduto a' bisogni della sede pontificia, {150 [442]} volle altresì indirizzare uno scritto a tutti i fedeli, come per suo testamento, cioè una seconda lettera. Questa lettera è diretta al corpo universale dei fedeli, nominando in particolar maniera quelli del Ponto, della Galazia e di altre provincie dell'Asia a cui aveva predicato.

            Dopo di aver di nuovo accennate le cose già dette nella sua prima lettera, raccomanda di avere sempre innanzi agli occhi Gesù Salvatore, guardandosi dalla corruzione di questo secolo e da' piaceri mondani. Per risolverli poi a tenersi fermi nella virtù, mette loro in vista i premii che il Salvatore tien preparati nel regno eterno del Cielo, ed all'incontro richiama loro i terribili castighi coi quali suole Iddio punire i peccatori bene spesso in questa vita, ma infallibilmente nell'altra colla pena eterna del fuoco. Portandosi poi col suo pensiero nell'avvenire, predice gli scandali che molti uomini perversi avrebbero suscitato, gli errori che avrebbero seminati, le astuzie di cui sarebbonsi serviti per propagarle. «Ma sappiate, egli dice, che costoro a somiglianza di fonti senza acqua, e di nebbie oscure agitate dai venti sono tutti impostori e seduttori delle {151 [443]} anime, che promettono una libertà, la quale va sempre a finire in una miserabile schiavitù in cui si trovano avvolti essi medesimi, dopo di che, loro è riserbato il giudicio, la perdizione ed il fuoco.»

            «Per me, egli continua, io son certo, che secondo la rivelazione avuta dal N. Signore Gesù Cristo fra poco tempo debbo abbandonare questo tabernacolo del mio corpo, ma non mancherò di far in maniera, che ancor dopo la morte abbiate i mezzi per richiamare tali cose alla mente vostra. State certi, le promesse del Signore non mancheranno mai: verrà il giorno estremo in cui cesseranno di essere i cieli, gli elementi saranno disciolti o divorati dal fuoco, sarà consumata la terra con tutto ciò che contiene. Occupati adunque nelle opere di pietà, aspettiamo con impazienza e con piacere la venuta del giorno del Signore e secondo le sue promesse viviamo in maniera di poter passare alla contemplazione dei cieli ed al possesso di un'eterna gloria.»

            Dipoi li esorta a conservarsi mondi dal peccato, e a credere costantemente che la lunga pazienza che usa spesso il Signore con noi, è per comun nostro bene. {152 [444]} Quindi raccomanda caldamente di non interpretare le sacre scritture col privato intendimento di ciascuno, e nota particolarmente le lettere di s. Paolo, che egli chiama suo fratello carissimo di cui dice così: «Gesù Cristo differisce la sua venuta per darvi tempo a convertirvi; le quali cose vi scrisse Paolo nostro carissimo fratello secondo la scienza che gli è stata data da Dio. Siccome eziandio fa in tutte le sue lettere, ove egli parla di queste medesime cose. State però ben attenti che in queste lettere vi sono alcune cose difficili ad intendersi, le quali gli uomini ignoranti e leggeri spiegano in senso perverso, siccome fanno eziandio delle altre parti della sacra scrittura, di cui si abusano a loro propria perdizione.» Le quali parole meritano di essere attentamente considerate dai protestanti i quali vogliono affidare l'interpretazione della Bibbia a qualsiasi uomo del popolo comunque sia rozzo ed ignorante. A questi si può applicare che la capricciosa spiegazione della Bibbia riuscì a loro propria perdizione: ad suam ipsorum perditionem, Ep. 2, cap. 3. {153 [445]}

 

Capo XXVIII. S. Pietro in prigione converte Processo e Martiniano. - Suo Martirio. Anno di G. C. 69-70; dell'era volgare 66.

 

            Finalmente era giunto il momento che si dovevano compiere le predizioni fatte da Gesù Cristo intorno alla morte del suo Apostolo. Tante fatiche meritavano di essere coronate colla palma del martirio. Mentre un giorno sentivasi tutto ardere di amore verso la persona del Divin Salvatore, e vivamente desiderava di potersi quanto prima congiungere a lui, viene sorpreso da' persecutori che in un momento lo legano e lo conducono in prigione[5]. La Divina Provvidenza dispone che Nerone dovesse per affari di governo allontanarsi per qualche tempo da Roma; sicchè s. Pietro dovette star circa nove mesi nelle carceri. Ma i veri servi del Signore sanno promuovere la sua gloria in ogni {154 [446]} tempo e in ogni luogo. Nell'oscurità della prigione esercitando Pietro le cure del suo apostolato e specialmente il ministero della divina parola, ebbe la consolazione di guadagnare a G. C. i due custodi della carcere di nome Processo e Martiniano ed altre 47 persone che si trovavano rinchiuse nel medesimo luogo.

            È fama confermata dall'autorità di accreditati scrittori che non essendo colà acqua per amministrare il battesimo a quei novelli convertiti, Iddio facesse scaturire in quello istante un fonte perenne, le cui acque continuano a scaturire oggidì. I ministri dell'imperatore tentarono più volte di vincere la costanza del s. Apostolo, ma tornando inutile ogni loro sforzo, e per soprappiù vedendo, che fra le stesse catene non cessava di predicar Gesù Cristo e così accrescere il numero dei cristiani, determinarono di farlo tacere colla morte. Era un mattino, quando Pietro vide aprirsi la carcere. Entrano i carnefici, lo legano strettamente e gli annunziano che doveva essere condotto al supplizio. Oh allora il suo cuore fu pieno di allegrezza. Io godo, andava esclamando, perchè presto vedrò il mio Signore. Presto andrò a trovare {155 [447]} Colui che ho amato e da cui ho ricevuto tanti segni d'affetto e di misericordia.

            Prima di essere condotto al supplizio, il santo Apostolo secondo le leggi romane dovette essere sottoposto a dolorosa flagellazione; la qual cosa gli cagionò somma gioia, perchè egli vedevasi seguire il suo Divin Maestro negli stessi tormenti; perciocchè prima di essere posto, in croce egli era stato sottoposto a crudelissima flagellazione.

            Anche la strada, da lui percorsa andando al supplizio, merita di essere notata. I Romani conquistatori del mondo dopo aver soggiogate nazioni apparecchiavano la pompa del trionfo sopra un magnifico carro nella valle del Vaticano e di là per la via sacra trionfanti ascendevano al Campidoglio. S. Pietro egli pure dopo aver sottomesso quasi il mondo intiero al soave giogo di Cristo, vien tratto fuori dal carcere detto Mamertino e per la medesima strada condotto al luogo ove si preparavano quelle grandi solennità e celebrava anch'egli la cerimonia del trionfo ed offeriva se stesso in olocausto al Signore fuori della porta di Roma siccome {156 [448]} fuori di Gerusalemme era stato crocifisso il suo Divin Maestro.

            Fra il colle Gianicolo ed il Vaticano era una valle dove raccogliendosi delle acque formavasi una palude. In riva a questa palude era il luogo destinato al martirio del più grand'uomo del mondo. L'intrepido atleta giunto al luogo del patibolo ride che gli era apparecchiata la croce sopra cui era condannato a morire. Egli che non solo ove si trattava di gloria, ma nell'ignominia medesima, aveva imparato a scegliere l'ultimo luogo, reputava onore per lui troppo grande morire nella stessa maniera che era morto il suo Divin Maestro. Perciò temendo di dar occasione di crederlo forse uguagliato al medesimo Gesù Cristo nella gloria della passione, pregò i suoi crocifissori che per grazia volessero farlo morire col capo all'ingiù. Siccome tal maniera di morire veniva a farlo patire di più, così la grazia gli fu facilmente concessa. Ma il corpo di lui naturalmente non polevasi tenere sulla croce, se le mani ed i piedi fossero unicamente conficcati coi chiodi, perciò furono strette con funi le sante sue membra a quel duro tronco {157 [449]}

            Era stato accompagnato al luogo del supplicio da una turba infinita di cristiani e d'infedeli. E l'uomo di Dio in mezzo agli stessi tormenti quasi dimentico di se stesso, consolava i primi, perchè non si affliggessero per lui; si adoperava per salvar i secondi con esortarli a lasciar il culto degl'idoli ed abbracciare il vangelo affinchè potessero conoscere l'unico vero Dio, creatore di tutte le cose. Il Signore che dirigeva sempre lo zelo di sì fedele ministro lo consolò in quelle ultime agonie colla conversione di un gran numero d'idolatri d'ogni condizione e d'ogni sesso. S. Ef. Sir.

            S. Pietro riportava sopra la croce così nobile trionfo il 29 giugno, l'anno settantesimo di Gesù Cristo e sessantesimo sesto dell'era volgare. Nello stesso giorno che s. Pietro moriva in croce, s. Paolo sotto la spada dello stesso tiranno glorificava Gesù Cristo con aver tronca la testa. Giorno veramente glorioso per tutte le chiese della cristianità, ma specialmente per quella di Roma, la quale dopo essere stata da Pietro fondata, e lungamente pasciuta colla dottrina di ambidue questi Principi degli Apostoli, è ora consacrata {158 [450]} dal loro martirio, dal loro sangue, e sublimata sopra tutte le chiese del mondo.

            Così mentre era imminente la distruzione della città santa di Gerusalemme, e doveva essere arso il suo tempio, Roma che era la capitale e la padrona di tutte le nazioni, diventava per mezzo di quei due apostoli la Gerusalemme della nuova alleanza, la città eterna; e tanto più gloriosa della vecchia Gerusalemme, quanto la grazia del vangelo e il sacerdozio della nuova alleanza sono più grandi del sacerdozio, di tutte le cerimonie e figure della legge antica.

            Il tempo del pontificato di s. Pietro fu di 35 anni, 3 mesi e 4 giorni. Tre anni li passò specialmente in Gerusalemme. Tenne poi la sua cattedra sette anni in Antiochia, il rimanente a Roma.

 

 

Capo XXIX. Sepolcro. - Tempio. - Reliquie di s. Pietro. - Conclusione.

 

            Appena s. Pietro rese fra i tormenti l'ultimo respiro, e l'anima sua beata volò a ricevere il bacio di eterna pace dal suo {159 [451]} Divin Maestro in cielo, un sacerdote di nome Marcello aiutato da altre pie persone, depose il suo corpo dalla croce, lo unse di preziosi aromi, lo imbalsamò e lo portò ad essere seppellito sopra la vicina montagnetta del Vaticano.

            Era da poco tempo colà sepolto il corpo del Principe degli Apostoli, quando alcuni cristiani venuti dall'Oriente, considerando qual prezioso tesoro sarebbe stato il possedere quelle reliquie, vennero a Roma per farne acquisto. E poichè conobbero che sarebbe stato inutile il cercare di comperarle con danaro, pensarono di rubarle quasi come cosa loro propria e riportarle in quei luoghi donde il santo era venuto. Andarono perciò coraggiosamente al sepolcro, lo estrassero di là, e lo portarono alle catacombe, che sono un luogo sotterraneo dello presentemente s. Sebastiano, con animo di mandarle in Oriente appena si fosse presentata l'opportunità.

            Iddio però che aveva chiamato quel grande Apostolo a Roma, perchè la rendesse gloriosa col martirio, dispose eziandio che il suo corpo fosse conservato in quella città e rendesse quella chiesa la più gloriosa del mondo. Quando pertanto {160 [452]} quegli orientali andarono per compiere il loro disegno, si sollevò un temporale con un turbine sì gagliardo, che pel rumoreggiare de' tuoni, pel saettare dei fulmini furono costretti a lasciarlo nel luogo stesso ore era stato riposto.

            Si accorsero dell'avvenuto i cristiani di Roma ed in gran folla usciti dalla città ripigliarono il corpo del santo Apostolo, e lo portarono nuovamente sul monte Vaticano donde era stato tolto. V. Gregorio M. ep. 30. Baronio all'anno 284.

            Il colle Vaticano in progresso di tempo fu rinchiuso nella città di Roma, ed i papi hanno ivi fatto costruire la chiesa di s. Pietro che è il più superbo ed il più magnifico edifizio del mondo. I viaggiatori che si recano a visitarlo, al primo vederlo restano come incantati, e i personaggi più celebri per ingegno e scienza giunti ne' loro paesi non sanno darne se non una debole idea.

            Ecco quel tanto che si può con qualche facilità comprendere. Quella chiesa è abbellita di marmi i più squisiti che siansi potuti avere; la sua ampiezza e la sua elevazione giungono ad un segno, che sorprende l'occhio che lo rimira; {161 [453]} il pavimento, le mura, la volta, sono con tal maestria ornati, che sembrano aver esausti tutti i ritrovati dell'arte. La cupola che per così dire sale fino alle nuvole è un compendio di tutte le bellezze della pittura, della scultura e dell'architettura. Il coperchio è di bronzo dorato; in una parola ivi tutto è sì bello, si raro, sì ben lavorato, che questo edifizio supera tutto ciò che si può immaginare nel mondo. Principi, re, monarchi e imperatori hanno contribuito ad ornare questo edifizio maraviglioso con magnifici doni da loro inviati alla tomba di s. Pietro, e spesso da loro medesimi portati colà dai più lontani paesi della terra. Egli è appunto in mezzo ad un luogo sì magnifico, che riposano le ceneri preziose di un povero pescatore, di un uomo senza erudizione umana, senza ricchezze, la' cui fortuna consiste in una rete. E ciò fu da Dio voluto affinchè gli uomini comprendano come Iddio nella sua onnipotenza prende l'uomo il più abbietto in faccia al mondo per collocarlo sul trono glorioso a governare il suo popolo; comprendano eziandio quanto egli onori anche nella presente vita i suoi servi fedeli, e {162 [454]} si facciano così una qualche idea della gloria immensa riservata in cielo a chi vive e muore nel suo divino servizio. Re, principi, imperatori, e i più grandi monarchi della terra sono venuti ad implorare la prolezione di colui che fu tolto da una barca per essere fatto pastore supremo della Chiesa; gli eretici e gl'infedeli stessi furono costretti a rispettarlo. Iddio avrebbe potuto scegliere il supremo pastor della sua Chiesa fra i più grandi e i più sapienti della terra; ma allora si sarebbero forse attribuite alla loro sapienza e potenza quelle maraviglie, che Dio voleva che fossero interamente conosciute venire dalla onnipotente sua mano.

            I Papi non hanno mai permesso che le reliquie di questo gran protettore di Roma fossero altrove trasportate; perciò niun luogo della cristianità può vantare di possederne; tutta la gloria è in Roma.

            Chi mai volesse scrivere i molti pellegrinaggi ivi fatti in ogni tempo, da tutte le parti del mondo e da ogni ceto di persone, la moltitudine di grazie ivi ricevute, gli strepitosi miracoli ivi operati, dovrebbe farne molti e grossi volumi. Noi {163 [455]} ci contenteremo di farne cenno di mano in mano che giungeremo a parlare di quei Papi sotto al cui pontificato tali maraviglie sonosi operate.

            Intanto noi compresi da sentimenti di sincera gratitudine, come per conclusione e frutto di quanto abbiamo detto intorno alle azioni del principe degli Apostoli, innalziamo fervorose preghiere al trono dell'Altissimo Iddio; preghiamo questo suo fortunato Vicario e martire glorioso, onde si degni volgere dal Cielo uno sguardo pietoso sopra i presenti gravi bisogni della sua Chiesa, si degni di proteggerla e sostenerla nei gagliardi assalti che ogni dì deve sostenere da parte de' suoi nemici; ottenga forza e coraggio a' suoi successori, a tutti i vescovi e a tutti i sacri ministri, affinchè tutti si rendano degni del ministero da Cristo loro affidato. Cosicchè dal suo celeste aiuto confortati possano riportare copiosi frutti delle loro fatiche, promovendo la gloria di Dio e la salute delle anime fra i popoli Cristiani.

            Fortunati que' popoli che sono uniti a Pietro nella persona de' Papi suoi successori. Essi camminano per la strada della {164 [456]} salute; mentre tutti quelli che si trovano fuori di questa strada e non appartengono all'unione di Pietro non hanno speranza alcuna di salvezza; perchè Gesù Cristo ci assicura che la santità e la salvezza non possono trovarsi se non nell’unione con Pietro sopra cui poggia l'immobile fondamento della sua Chiesa. Ringraziamo di cuore la bontà divina che ci ha fatti figli di Pietro.

            E poichè esso ha le chiavi del regno de' Cieli preghiamolo ad esserci protettore nei presenti bisogni, e così nell'ultimo giorno di nostra vita egli si degni di aprirci la porta della beata eternità. Così sia.

 

 

Appendice sulla venuta di S. Pietro a Roma[6].

 

            Sebbene le discussioni sopra fatti storici siano estranee al noslro scopo perchè {165 [457]} appartenenti alla classe delle persone erudite e non al semplice popolo a cui sono specialmente dirette le nostre letture; tuttavia la venuta di s. Pietro, che è un punto de' più importanti della storia ecclesiastica, essendo caldamente combattuta dagli eretici d'oggidì, mi sembrò materia di tale importanza da non doversi ommettere; tanto più che i protestanti da qualche tempo in qua, nei loro libri, giornali e conversazioni, cercano di farne soggetto di ragionamento sempre collo scopo di metterla in dubbio e screditar la nostra santa cattolica religione. Noi crediamo che questo solo fatto varrà a far conoscere a tutto il mondo la grande ignoranza, e direi piuttosto, la grande malizia di cui servonsi i nemici della fede per ingannare; giacchè il mettere in dubbio la venuta di S. Pietro a Roma è lo stesso che dubitare se vi sia luce quando il sole risplende in pieno mezzodì; perciò la sola ignoranza o malizia può esserne cagione.

            Stimo però bene di dar qui di passaggio un avviso a tutti coloro che si fanno a scrivere o parlare di questo argomento, di non considerarlo come punto dogmalico {166 [458]} e religioso; e ciò sia detto tanto pei cattolici come pei protestanti; perciocchè Iddio stabilì s. Pietro capo della Chiesa e questo è dogma e verità di fede; che poi s. Pietro abbia esercitata questa sua autorità in Gerusalemme, in Antiochia, in Roma od altrove, questa è discussione storica estranea alla fede.

            È pur bene di avvisare i protestanti che fino al secolo decimoquarto, nello spazio di circa millequattrocento anni, non trovasi un autore nè cattolico nè eretico il quale abbia mosso il minimo dubbio sopra la venuta di s. Pietro a Roma; e noi li invitiamo a citarne UN SOLO. Il primo che abbia messo in campo tal dubbio fu Marsilio di Padova che vendette la sua penna all'imperatore Lodovico il Bavaro, i quali, uno colle armi, l'altro colle perverse dottrine, si scatenarono contro al primato del Sommo Pontefice; tal dubbio però fu da tutti considerato come ridicolo, e svanì colla morte del suo autore.

            Due secoli dopo, nel secolo decimosesto, sorsero gli spiriti turbolenti di Calvino e di Lutero, e dalla scuola di costoro uscirono parecchi, i quali, superando la malizia degli stessi loro maestri, {167 [459]} studiarono di suscitare il medesimo dubbio per meglio ingannare i semplici e gli ignoranti. Chi è alcun poco pratico di storia sa quale fede si meriti colui che appoggiato unicamente al suo capriccio si mette a contraddire un fatto riferito dall'unanime consenso di gravi autori di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Questa sola osservazione basterebbe da sè a far manifesta l'insussistenza di tal dubbio; tuttavia affinchè il lettore conosca gli autori che colla loro autorità vengono a confermare quanto asseriamo ne andremo citando alcuni; e poichè i protestanti ammettono l'autorità della Chiesa de' quattro primi secoli, noi desiderosi di compiacerli in tutto quello che è possibile ci serviremo di scrittori che abbiano in tale tempo fiorito. Eccoci.

            S. Clemente papa, discepolo di S. Pietro, e successore di lui nel pontificato, nella sua prima lettera scritta ai Corinti dà come pubblica e certa la venuta di Pietro a Roma, la lunga sua dimora ivi fatta, il martirio ivi sofferto.

            S. Ignazio martire, parimenti discepolo di s. Pietro e suo successore nel vescovado di Antiochia, dice le stesse cose nella {168 [460]} sua lettera scritta ai Romani al capo quarto.

            Lo stesso afferma Papia coetaneo dei suddetti e discepolo di s. Giovanni Evangelista, come si può vedere presso di Eusebio nella sua storia ecclesiastica libro 2, capo 15. A poca disianza da costoro abbiamo le illustri testimonianze di S. Ireneo e di S. Dionigi, i quali hanno lungamente conosciuto e conversato coi discepoli degli Apostoli, ed erano informatissimi delle cose avvenute in seno alla chiesa di Roma[7]. Quasi nel tempo stesso fiorirono s. Clemente Alessandrino, s. Caio prete di Roma, Tertulliano di Cartagine, Origene, s. Cipriano e moltissimi altri i quali vanno d'accordo nel riferire il gran concorso de' fedeli alla tomba di s. Pietro in Roma martirizzato, e tutti pieni di venerazione pel primato che godeva la chiesa di Roma, dicono che da quella si devono attendere gli oracoli dell'eterna salute, perchè G. C. ha promesso la conservazione della fede al suo fondatore S. Pietro. Caio Romano presso Eusebio, Clemente Alessandrino Stromati lib. 7. Tertulliano {169 [461]} delle prescrizioni. Origene presso Eusebio lib. 3. S. Cipriano lettera 52 ad Antoniano, e lett. 55 a Corneliano.

            Che se da questi scrittori passiamo ai grandi luminari della Chiesa, s. Pietro di Alessandria, s. Asterio Amaseno, s. Ottato Milevitano, s. Ambrogio, s. Gioanni Grisostomo, s. Epifanio, s. Massimo Torinese, s. Agostino, s. Cirillo d'Alessandria ed altri molti, noi troveremo le loro testimonianze pienamente unanimi e d'accordo intorno alla verità che noi asseriamo. Aggiungansi i molti martirologii delle diverse chiese latine, che dalla più remota antichità sono pervenuti fino a noi, i diversi Calendarii degli Etiopi, degli Egiziani, dei Sirii, i menologi dei Greci; le stesse liturgie di tutte le chiese cristiane sparse ne' varii paesi della cristianità; da per tutto si trova registrata la verità di questo racconto.

            Che più? i medesimi protestanti alquanto celebri in dottrina, come sono il Cave, Ammondo, Pearsonio, Grozio, Usserio, Biondello, Scaligero, Basnagio e Newton con moltissimi altri convengono essere un fatto incontestabile la venuta del principe degli Apostoli a Roma e della morte di lui accaduta in questa metropoli dell'universo. {170 [462]}

            È vero che nè gli atti degli Apostoli, nè s. Paolo nella sua lettera ai Romani fanno menzione di questo fatto; ma oltrechè scrittori accreditati riconoscono in questi autori abbastanza chiaramente accennato tale avvenimento; noi osserviamo che l'autore degli alti degli apostoli non aveva per iscopo di scrivere le azioni di s. Pietro, nemmeno quelle di s. Paolo che riferisce solamente fino al suo arrivo in Roma; lo stesso dicasi di s. Paolo nella sua lettera ai Romani. Che se vogliamo fermarci sopra questo silenzio degli atti degli Apostoli e della lettera di s. Paolo, diciamo che ciò non prova nè per noi nè pei protestanti. Perciocchè la sana logica e la semplice ragion naturale ci ammaestra, che quando si cerca la verità di un fatto taciuto da un autore si deve cercare presso ad altri cui spetta il parlarne. La qual cosa noi abbiam fatto abbondantissimamente. Neppure ignoriamo che Giuseppe Flavio non parla di questa venuta di s. Pietro a Roma; come neppure parla di s. Paolo; ma che importava a lui di parlare de' cristiani? Suo scopo era di scrivere la storia del popolo ebreo, e della guerra giudaica, e non i fatti particolari {171 [463]} altrove avvenuti. Parla egli forse di s. Paolo, di s. Andrea o degli altri apostoli che furono coronati del martirio fuori della Palestina? E non dice egli stesso che passava sotto silenzio molti fatti avvenuti a' suoi tempi? Antiq. Iudaic. L. 20, c. 5.

            Altronde non è una follia il fidarsi più di un ebreo che non parla, che dei primi cristiani i quali proclamano tutti ad una voce s. Pietro morto in Roma dopo di avervi dimorato molti anni? E non gli si dovrebbe negar fede quando anche avesse scritto il contrario? Neppure vogliamo omettere la difficoltà che talun va facendo, sul disaccordo degli scrittori nel fissare l'anno della venuta di s. Pietro a Roma; perciocchè ai nostri tempi gli eruditi vanno comunemente d'accordo nella cronologia da noi seguita. Ma noi diciamo che tal disaccordo degli scrittori antichi dimostra la verità del fatto: dimostra che uno scrittore non ha copiato dall'altro, che ciascuno si serviva di que' documenti, o di quelle memorie che aveva ne' rispettivi paesi e che eraso pubblicamente conosciuti come certi; nè deve farci maraviglia tal disaccordo di cronologia (che è di uno o due anni più o meno) in que' tempi remoti {172 [464]} in cui ogni nazione aveva un modo suo proprio di computare gli anni. Ma tutti questi autori riferiscono con franchezza tal venuta di s. Pietro a Roma, e ne accennano le minute circostanze riguardanti la sua dimora e morte in quella città avvenuta.

            Ciò posto noi possiamo venire a questa conclusione. Per lo spazio di mille e quattrocent'anni non vi fu mai alcuno che abbia mosso il minimo dubbio contro alla venuta di s. Pietro a Roma. All'opposto abbiamo una lunga serie di uomini celeberrimi per santità e dottrina che dai tempi apostolici fino a noi, colla loro autorità l'hanno sempre accertata. Le liturgie, i martirologi, i medesimi eretici ed altri nemici del cristianesimo sono d'accordo co' più dotti tra i protestanti intorno a tal fatto.

            Dunque voi, o protestanti d'oggidì, contrastando la venuta di s. Pietro a Roma, vi opponete a tutta l'antichità; vi opponete all'autorità degli uomini i più dotti e più pii dei tempi andati; vi opponete ai martirologi, ai menologii, alle liturgie, ai calendarii dell'antichità; vi opponete a quanto scrissero i vostri maestri medesimi.

            Deh, protestanti, aprite gli occhi, ascoltate: {173 [465]} molti pretendono di farsi vostra guida di verità, ma o per malizia o per ignoranza v'ingannano. Ascoltate la voce di Dio che vi chiama al suo ovile sotto alla custodia del pastore supremo da lui stabilito. Abbandonate ogni impegno, superate l'ostacolo del rispetto umano, rinunciate agli errori in cui uomini illusi vi hanno precipitati. Ritornate alla religione de' vostri avi, che alcuni vostri antecessori abbandonarono; invitate tutti i seguaci della riforma ad ascoltare quanto diceva a' suoi tempi Tertulliano: «Orsù adunque, o cristiano, se vuoi accertarti nel grande affare della salute, fa ricorso alle chiese dagli apostoli fondate. Va a Roma donde emana la nostra autorità. O chiesa felice, dove gli apostoli col loro sangue sparsero tutta la loro dottrina, dove Pietro patì un martirio simile alla passione del suo divin Maestro, dove Paolo fu coronato del martirio con aver tronca la testa; dove Giovanni dopo essere stato immerso in una caldaia d'olio bollente, nulla patì, e quindi venne esiliato nell'Isola di Patmos.» Tertulliano de Praescrip. cap. 36. {174 [466]}