Vita di San Paolo Apostolo

San Giovanni Bosco

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Vita di San Paolo Apostolo
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Capo I. Patria, educazione di s. Paolo; suo odio contro ai Cristiani.

 

            S. Pietro è il principe degli Apostoli, primo Papa, Vicario di Gesù Cristo sopra la terra. Egli fu stabilito Capo della Chiesa; ma la sua missione era particolarmente diretta alla conversione degli Ebrei. San Paolo poi è quell'Apostolo che fu da Dio in maniera straordinaria chiamato a portare la Luce del Vangelo ai Gentili. Questi due gran Santi sono dalla Chiesa nominati le colonne e le fondamenta della Fede, principi degli Apostoli, i quali colle loro fatiche, coi loro scritti e col loro sangue c' insegnarono la legge del Signore; - Ipsi nos docuerunt legem tuam, Domine. Per questo motivo alla vita di s. Pietro facciamo succedere quella di s. Paolo. È vero che questo apostolo non è da annoverarsi nella serie {3 [169]} dei papi; ma le fatiche straordinarie da lui sostenute per aiutare s. Pietro a propagare il Vangelo, lo zelo, la carità, la dottrina lasciataci ne' sacri libri, ce lo fanno parer degno di essere posto a lato della vita del primo Papa, come forte colonna su cui si appoggia la Chiesa di Gesù Cristo.

            S. Paolo era Giudeo della tribù di Beniamino. Otto giorni dopo la sua nascita fu circonciso e gli fu imposto il nome di Saulo che fu di poi cangiato in quello di Paolo. Suo padre dimorava in Tarso, città di Cilicia, provincia dell'Asia Minore. L'imperatore Cesare Augusto concedette molti favori a questa città e fra gli altri il diritto di cittadinanza romana. Onde s. Paolo essendo nato a Tarso era cittadino romano, qualità che portava con sè molti vantaggi; perciocchè si poteva godere dell' immunità dalle leggi particolari di tutti i paesi soggetti o alleati al romano impero, ed in qualunque luogo un cittadino Romano poteva appellarsi al senato od all' imperatore per essere giudicato.

            I suoi parenti essendo agiati lo mandarono a Gerusalemme per dargli una {4 [170]} educazione conveniente al loro stato. Il suo Maestro fu un dottore di nome Gamaliele, uomo di gran virtù, di cui abbiamo già parlato nella vita di s. Pietro. In quella città ebbe la ventura di trovare un buon compagno di Cipro, chiamato Barnaba, giovane di gran virtù, la cui bontà di cuore contribuì molto a temperare l' animo focoso del condiscepolo. Questi due giovani si conservarono sempre leali amici e noi li vedremo a divenire colleghi nella predicazione del Vangelo.

            Il padre di Saulo era Fariseo, vale a dire professava la setta più severa fra gli Ebrei, la quale faceva consistere la virtù in una grande esterna apparenza di rigore, massima affatto contraria allo spirito di umiltà del Vangelo. Saulo seguitò le massime di suo padre, e poichè il suo maestro ora eziandio Fariseo, così egli divenne pieno di entusiasmo per accrescerne il numero e togliere di mezzo ogni ostacolo che si opponesse a tale scopo.

            Era costume presso gli Ebrei di far imparare ai loro figliuoli un mestiere mentre attendevano allo studio della Bibbia. Ciò facevano affine di preservarli {5 [171]} dai pericoli che seco porta li oziosità; ed anche per occupare il corpo e lo spirito in qualche cosa che potesse somministrare di che guadagnarsi il pane nelle gravi congiunture della vita: Saulo imparò il mestiere di conciatore di pelli e specialmente a cucir tende. Egli si segnalava sopra tutti quelli di sua età pel suo zelo verso la legge di Mosè e le tradizioni de' Giudei. Questo zelo poco illuminato lo rese bestemmiatore, persecutore e feroce nemico di Gesù Cristo.

            Egli eccitò i Giudei a condannare santo Stefano, e fu presente alla sua morte. E poichè la sua età non gli permetteva di prender parte all' esecuzione della sentenza, così egli quando Stefano era per essere lapidato custodiva le vestimenta de' suoi compagni e li eccitava con furia a scagliare pietre contro di lui. Ma Stefano vero seguace del Salvatore fece la vendetta dei santi, cioè si mise a pregare per coloro che lo lapidavano. Questa preghiera fu il principio della conversione di Saulo; e s. Agostino dice precisamente che la Chiesa non avrebbe avuto in Paolo un apostolo, se il Diacono Stefano non avesse pregato. {6 [172]}

            In quei tempi fu suscitata una violenta persecuzione contro alla Chiesa di Gerusalemme e Saulo era colui che mostrava una smania feroce per disperdere e mandare a morte i discepoli di Gesù Cristo. A fine di fomentare meglio la persecuzione in pubblico ed in privato si fece a tal uopo autorizzare dal principe dei sacerdoti. Allora egli divenne qual lupo affamato che non si sazia di sbranare e divorare. Entrava nelle case dei Cristiani, li insultava, li malmenava, li legava o li faceva caricare di catene perchè fossero di poi strascinati in prigione, li faceva battere con verghe; insomma adoperva ogni mezzo per costringerli a bestemmiare il santo nome di Gesù Cristo. La notizia delle violenze di Saulo si sparse anche in paesi lontani di modo che il solo suo nome incuteva spavento fra i fedeli.

            I persecutori non si contentavano di incrudelire contro alle persone dei Cristiani, ma, come fu sempre usato dai persecutori, li spogliavano ancora dei loro beni e di quanto possedevano in comune. La qual cosa faceva che molti erano indotti a campar la vita colle limosine che i fedeli delle Chiese lontane {7 [173]} loro inviavano. Ma avvi un Dio che assiste e governa la sua Chiesa, e quando che meno ci pensiamo egli viene in soccorso di chi in lui confida.

 

 

Capo II. Conversione e Battesimo di Saulo Anno di Cristo 34.

 

            Il furore di Saulo non poteva saziarsi; egli non respirava che minacce e stragi contro ai discepoli del Signore. Avendo inteso che in Damasco, città distante circa cinquanta miglia da Gerusalemme, molti Giudei ave ano abbracciata la fede, si sentì ardere di furibondo desiderio di recarsi colà a farne strage. Per fare liberamente quanto gli fosse per suggerire il suo odio contro ai Cristiani, andò dal principe dei sacerdoti e dal senato che con lettere lo autorizzarono di andare in Damasco, incatenare tutti i Giudei che si dichiarassero Cristiani e quindi condurli in Gerusalemme ed ivi punirli con una severità capace di arrestare quelli che fossero stati tentati d'imitarli. {8 [174]}

            Ma sono vani i progetti degli uomini quando sono contrari a quelli del Cielo! Dio, mosso dalle preghiere di s. Stefano e degli altri fedeli perseguitati, volle manifestare in Saulo la sua potenza e la sua misericordia. Saulo colle sue lettere commendatizie pieno di ardore divorando la strada era vicino alla città di Damasco, e già. gli sembrava di avere i Cristiani fra le mani. Ma quello era il luogo della divina misericordia.

            Nell'impeto del suo cieco furore, verso il mezzodì una gran luce, più risplendente che quella del sole, lo circonda con tutti quelli che l'accompagnavano. Sbalorditi da quel celeste splendore caddero tutti a terra come morti: nel tempo stesso intesero il rumore di una voce solamente compresa da Saulo. Saulo, Saulo, disse la voce, perchè mi perseguiti? Allora Saulo ancora più spaventato ripigliò: Chi siete voi, che parlate? Io sono, continuò la voce, quel Gesù che tu perseguiti. Ricordati che è cosa troppo dura il trar calci contro allo sperone, il che tu fai resistendo ad uno più potente di te. Perseguitando la mia Chiesa, tu perseguiti me stesso; ma questa diverrà {9 [175]} più fiorente, e non farai male che a te stesso.

            Questo dolce rimprovero del Salvatore accompagnato dall' unzione interna della sua grazia raddolcì la durezza del cuore di Saulo e lo cangiò in un uomo affatto nuovo. Pertanto tutto umiliato: Signore, esclamò, che volete che io faccia? Come se dicesse: Quale è il mezzo di procurare la vostra gloria? Io mi offro a voi per fare la vostra santissima volontà.

            Gesù Cristo ordinò a Saulo di levarsi su e andare nella città ove un discepolo avrebbelo istruito intorno a ciò che doveva fare. Dio, dice s. Agostino, rimettendo a' suoi ministri l'istruzione di un apostolo chiamato in una maniera così straordinaria ci ammaestra che bisogna cercare la sua santa volontà nell' insegnamento dei Pastori, che egli ha rivestiti di sua autorità per essere nostre guide spirituali sopra la terra.

            Saulo essendosi alzato non vedeva più nulla, sebbene tenesse gli occhi aperti. Quindi fu d'uopo dargli mano e condurlo a Damasco, come se Gesù Cristo volesse condurlo in trionfo. Egli prese alloggio {10 [176]} nella casa di un negoziante nominato Giuda; ivi dimorò tre giorni senza vedere, senza bere e senza mangiare, ignorando tuttora ciò che Dio volesse da lui.

            Eravi a Damasco un discepolo nominato Anania molto stimato da' Giudei per la sua virtù e santita. Gesù Cristo gli apparve e gli disse: Anania! ed egli a lui: Eccomi, o Signore. Il Signore soggiunse: Levati su e va nella via chiamata Diritta, e cerca di un certo Saulo nativo di Tarso; tu lo troverai mentre fa orazione. Anania, sentito il nome di Saulo, tremò e disse: Deh! Signore, dove mai mi mandate! Voi ben sapete il gran male che ha fatto ai fedeli in Gerusalemme; ora si sa da tutti che egli è venuto qua con pieno potere di legare tutti coloro che credono nel vostro Nome. Il Signore replicò: va pure tranquillo, non temere, perchè quest'uomo è un istrumento scelto da me per portare il mio nome ai gentili, dinanzi ai re e dinanzi ai figliuoli d'Israele; perciocchè io gli farò vedere quanto egli debba patire pel mio nome. Mentre Gesù Cristo parlava ad Anania mandò a Saulo un' altra visione in cui gli apparve un {11 [177]} uomo, chiamato Anania, che avvicinandosi a lui, gl' imponeva le mani per ridonargli la vista. La qual cosa fece il Signore per assicurare Saulo che Anania era colui che mandava per manifestargli i suoi voleri.

            Anania obbedì, andò a trovare Saulo, gl'impose le mani e gli disse: Saulo fratello, il Signore Gesù che ti apparve nella strada, per cui venivi a Damasco, mi ha mandato a te, affinchè ricuperi la vista e sii ripieno dello Spirito Santo. Parlando così Anania e tenendo le mani sul Capo di Saulo soggiunse: apri gli occhi. In quel momento caddero dagli occhi di Saulo certe scaglie come squame, ed egli ricuperò perfettamente la vista.

            Quindi Anania soggiunse: ora levati su e ricevi il Battesimo, e lava i tuoi peccati invocando il nome del Signore. Saulo si levò tosto per ricevere il Battesimo; quindi tutto pieno di gioia ristorò la sua stanchezza con un po' di cibo. Passati appena alcuni giorni coi discepoli di Damasco, si mise a predicare il Vangelo nelle sinagoghe dimostrando colle sacre Scritture che Gesù era figliuolo di Dio. Tutti quelli che lo ascoltavano erano {12 [178]} pieni di stupore e andavano dicendo: non è egli costui che in. Gerusalemme perseguitava coloro che invocavano il nome di Gesù e che è venuto a bella posta a Damasco per condurli colà prigionieri?

            Ma Saulo aveva già superato ogni rispetto umano; egli nulla più desiderava che promuovere la gloria di Dio e riparare lo scandalo dato; perciò lasciando che ognuno dicesse di lui quel che voleva, confondeva gli Ebrei e con intrepidezza predicava Gesù Crocifisso.

 

 

Capo III. Primo viaggio di Saulo. - Ritorna a Damasco; gli sono tese insidie. - Va in Gerusalemme; si presenta agli Apostoli. Gli appare Gesù Cristo. - Anno di G. C. 35-6-7.

 

            Saulo alla vista delle gravi opposizioni che gli si facevano da parte degli Ebrei, stimò bene di allontanarsi da Damasco per passare qualche tempo cogli uomini semplici della campagna ed anche per recarsi nell'Arabia a cercare altri popoli meglio disposti a ricevere la fede. {13 [179]}

            Dopo tre anni credendo cessata la tempesta ritornò a Damasco ove con zelo e forza diedesi a predicare Gesù Cristo; ma gli Ebrei non potendo resistere alle parole di Dio, che pel suo ministro loro si predicavano, presero il partito di farlo morire. Per meglio riuscire in tale divisamento lo denunziarono ad Areta re di Damasco, rappresentandogli Saulo come perturbatore della pubblica tranquillità. Quel re troppo credulo ascoltò la calunnia e comandò che Saulo fosse condotto in prigione, e perchè non fuggisse pose guardie a tutte le porte della città. Queste insidie però non poterono tenersi così occulte, che non ne venisse notizia ai discepoli ed allo stesso Saulo. Ma come mai poterlo liberare? Que' buoni discepoli lo condussero ad una casa che corrispondeva sopra le mura della città, e messolo in una cesta giù lo calarono per la muraglia. Così mentre le guardie vegliavano a tutte le porte, e si faceva rigorosissima ricerca in ogni angolo di Damasco, Saulo liberato dalle loro mani, sano e salvo prende il cammino di Gerusalemme. Sebbene la Giudea non fosse il campo affidato al suo zelo, era però santo il {14 [180]} motivo di questo suo viaggio. Egli riguardava come suo indispensabile dovere il presentarsi a Pietro dal quale non era ancora conosciuto, e così dar conto della sua missione al Vicario di Gesù Cristo. Saulo aveva impresso terrore sì grande del suo nome ai fedeli di Gerusalemme che non potevano credere alla conversione di lui. Cercava egli di accostarsi ora agli uni, ora. agli altri, ma tutti paurosi lo fuggivano senza dargli tempo di spiegarsi. Fu in quella congiuntura che Barnaba si dimostrò vero amico. Appena udì raccontare la prodigiosa conversione di questo suo condiscepolo si recò tosto da lui per consolarlo; andato poscia dagli Apostoli raccontò loro la prodigiosa apparizione di Gesù Cristo a Saulo, e come esso istruito direttamente dal Signore non altro desiderava che pubblicare il santo nome di Dio a tutti i popoli della terra. A così liete novelle i discepoli lo accolsero con gioia, e S. Pietro lo tenne parecchi giorni in sua casa ove non lasciò di farlo conoscere a' più zelanti fedeli. Durante quel tempo egli si adoperò per riparare lo scandalo che in quella capitale aveva dato colle sue {15 [181]} violenze contro ai fedeli; nè lasciavasi sfuggire occasione alcuna per rendere testimonianza a Gesù Cristo in quei luoghi medesimi in cui l'aveva bestemmiato e fatto bestemmiare.

            E siccome egli troppo caldamente stringeva gli Ebrei e confondevali in pubblico ed in privato, questi gli si levarono contro risoluti di torgli la vita. Per la qual cosa i Fedeli lo consigliarono a partire da quella città. La medesima cosa gli fece conoscere Iddio, per mezzo di una visione. Un giorno mentre Saulo faceva orazione nel tempio gli apparve Gesù Cristo e gli disse: parti presto da Gerusalemme, perchè questo popolo non crederà a quello che tu sei per dir di me. Paolo rispose: Signore, eglino sanno come io fui persecutore e bestemmiatore del vostro santo nome, se sapranno ch' io mi sono convertito, certo seguiranno il mio esempio e si convertiranno anch'essi. Gesù soggiunse: non è. così: essi non presteranno fede alcuna alle tue parole. Va, io ti ho scelto a portare il mio Vangelo in lontani paesi fra i gentili (Att. apost. cap. 22).

            Deliberata così la partenza di Paolo i discepoli lo accompagnarono a Cesarea, {16 [182]} e di là lo inviarono a Tarso sua patria, colla speranza che avrebbe potuto vivere con minor pericolo tra i parenti e gli amici e cominciare anche in quella città a far conoscere il nome del Signore.

 

 

Capo IV. Profezia di Agabo. - Saulo e Barnaba ordinati vescovi. - Vanno nell'isola di Cipro. - Conversione del proconsole Sergio. - Castigo del mago Elima. - Gian Marco ritorna in Gerusalemme. - Anno di G. C. 40-1-2-3.

 

            Mentre Saulo a Tarso predicava la divina parola, Barnaba si pose a predicarla con gran frutto in Antiochia. Alla vista poi del gran numero di quelli che ogni giorno venivano alla Fede, Barnaba stimò bene di recarsi a Tarso per invitare Saulo a venirlo a coadiuvare. Vennero difatti amendue in Antiochia, e quivi colla predicazione e coi miracoli guadagnarono un gran numero di fedeli.

            In que' giorni alcuni profeti, cioè alcuni fervorosi cristiani che illuminati da Dio predicevano l'avvenire, vennero da Gerusalemme ad Antiochia. Uno di essi di {17 [183]} nome Agabo, inspirato dallo Spirito Santo, predisse una gran carestia che doveva desolare tutta la terra, come difatti avvenne sotto all'impero di Claudio. I Fedeli per prevenire i mali, che questa carestia avrebbe cagionato risolsero di fare una colletta e così ciascuno secondo le proprie forze mandar qualche soccorso ai fratelli della Giudea. La qual cosa fecero con molto buon risultato. Per avere poi una persona di credito presso a tutti, scelsero Saulo e Barnaba e li mandarono a portare tal limosina ai sacerdoti di Gerusalemme perchè ne facessero la distribuzione secondo il bisogno. Compiuta la loro missione Saulo e Barnaba ritornarono in Antiochia.

            Dimoravano pure in questa città altri profeti e dottori, tra i quali un certo Simone soprannominato il Nero, Lucio da Cirene e Manaem fratello di latte di Erode. Un giorno mentre essi offerivano i Santi Misteri e digiunavano, apparve lo Spirito Santo in maniera straordinaria e disse loro: separatemi Saulo e Barnaba per l'opera del sacro ministero a cui li ho eletti. Allora fu ordinato un digiuno con pubbliche preghiere {18 [184]} e avendo loro imposto le mani, li consacrarono vescovi. Questa ordinazione fu modello di quelle che la Chiesa Cattolica suole fare ai suoi ministri: di qui ebbero origine i digiuni delle quattro tempora, delle preghiere e altre cerimonie che sogliono aver luogo nella sacra ordinazione. Saulo era in Antiochia quando ebbe una maravigliosa visione nella quale fu rapito al terzo cielo, cioè fu sollevato da Dio a contemplare le cose del Cielo più sublimi di cui sia capace un uomo mortale. Egli medesimo lasciò scritto che ha veduto cose le quali non si possono esprimere con parole, cose non mai vedute, non mai udite, e che il cuor dell'uomo non può nemmeno immaginare. Da questa celeste visione Saulo confortato partì con Barnaba e. andò direttamente a Seleucia di Siria, così chiamata per distinguerla da un'altra città dello stesso nome che è situata in vicinanza del Tigri verso la Persia. Avevano eziandio seco loro certo Giovanni Marco, non Marco l'Evangelista. Esso era figliuolo di quella pia vedova nella cui casa erasi rifuggito S. Pietro quando fu miracolosamente da un angelo liberato di prigione. Egli era cugino di {19 [185]} Barnaba ed era stato condono da Gerusalemme in Antiochia nell'occasione che andarono colà a portar le limosine.

            Seleucia aveva un porto sul Mediterraneo; di là i nostri operai evangelici si imbarcarono per andare all'isola di Cipro patria di S. Barnaba. Giunti a Salamina, città e porto considerevole di quell'isola, cominciarono ad annunciare il Vangelo ai Giudei, e di poi ai Gentili che erano più semplici e meglio disposti a ricevere la fede. I due Apostoli predicando per tutta quell'isola vennero a Pafo capitale del paese dove risiedeva il proconsole ossia il governatore Romano di nome Sergio Paolo. Qui lo zelo di Saulo ebbe occasione di esercitarsi a motivo di un mago chiamato Bar Jesu o Elima. Costui fosse per guadagnarsi il favore del proconsole, o cavar danaro dalle sue truffe, seduceva la gente e allontanava Sergio dal seguire i pii sentimenti del suo cuore. Il proconsole avendo udito a parlare dei predicatori che erano venuti nel paese da lui governato, li mandò a chiamare, affinchè andassero a fargli conoscere la loro dottrina. Andarono tosto Saulo e Barnaba ad esporgli le verità del Vangelo; ma Elima {20 [186]} al vedersi togliere la materia de' suoi guadagni, temendo forse peggio, si mise a guastare i disegni di Dio, contraddicendo alla dottrina di Saulo e screditandolo presso al Proconsole per tenerlo lontano dalla verità. Allora Saulo tutto acceso di zelo e di Spirito Santo gli gittò addosso gli sguardi: scellerato, gli disse, arca di empietà e di frode, figlio del diavolo, nemico d'ogni giustizia, non li arresti ancora dal pervertire le diritte strade del Signore? Or ecco la mano di Dio pesare sopra di te: fin da questo momento tu sarai cieco, e per quel tempo che Dio vorrà non vedrai più la luce del sole. All'istante gli cadde sugli occhi una caligine da cui toltagli la facoltà di vedere, egli andava attorno tentone cercando chi gli desse la mano.

            A quel fatto terribile Sergio riconobbe la mano di Dio, e mosso dalle prediche di Saulo e da quel miracolo credette in Gesù Cristo ed abbracciò la fede con tutta la sua famiglia. Anche il mago Elima atterrito da questa repentina cecità, riconobbe la potenza divina nelle parole di Paolo, e rinunziando all'arte magica, si convertì, fece penitenza ed abbracciò {21 [187]} la fede. In quest' occasione Saulo prese il nome di Paolo sia in memoria della conversione di quel governatore, sia per essere meglio accolto fra i Gentili, perciocchè Saulo era nome ebreo, Paolo in vece era nome romano.

            Raccolto in Pafo non piccolo frutto della loro predicazione, Paolo e Barnaba con altri compagni s'imbarcarono alla volta di Perga città della Pamfilia. Ivi rimandarono a casa Giovanni Marco che fino allora erasi adoperato in loro aiuto. Barnaba lo avrebbe volentieri ancor tenuto; ma Paolo scorgendo in lui una certa pusillanimità ed incostanza pensò di rimandarlo a sua madre in Gerusalemme. Noi vedremo fra breve questo discepolo a riparare la debolezza or ora dimostrata e divenire fervososo predicatore.

 

 

Capo V. S. Paolo predica in Antiochia di Pisidia. Anno di Gesù Cristo 44.

 

            Da Perga S. Paolo andò con S. Barnaba ad Antiochia di Pisidia, così detta per distinguerla da Antiochia di Siria che {22 [188]} era la gran capitale dell' Oriente. Avevano quivi i Giudei, siccome in molte altre città dell'Asia, la loro sinagoga dove ne' giorni di sabato si radunavano per ascoltare la spiegazione della legge di Mosè e dei Profeti. Intervennero anche i due apostoli e con essi molti ebrei e gentili che già adoravano il vero Dio. Secondo l'uso degli ebrei i. dottori della legge lessero un brano della Bibbia che diedero di poi a Paolo con preghiera di dir loro qualche cosa di edificante. Paolo che non altro aspettava che l'opportunità di parlare si levò in piedi, indicò colla mano che facessero tutti silenzio, e prese a parlare cosi: «Figliuoli d'Israele, e voi tutti che temete il Signore, poichè mi invitate a parlare, vi prego di udirmi con quell'attenzione che merita la dignità delle cose che sono per dirvi.»

            «Quel Dio che ha scelto i nostri padri quando erano nell'Egitto e con una lunga serie di prodigi ha fatto di essi una nazione privilegiata, ha in particolar maniera onorata la stirpe di Davidde promettendo che da questa farebbe nascere il Salvatore del mondo. Quella grande promessa confermata da tante profezie, si è finalmente {23 [189]} adempiuta nella persona di Gesù di Nazaret. Giovanni, cui certamente voi credete, quel Giovanni, le cui sublimi verità fecero credere per Messia, gli ha reso la più autorevole testimonianza dicendo che egli non si giudicava degno di sciogliere nemmeno i legacci de' suoi calzari. Voi oggi, o miei fratelli, voi degni figli d'Abramo, e voi tutti adoratori del vero Dio, di qualunque nazione o stirpe siate, voi siete quelli ai quali è particolarmente indirizzata la parola di salute. Gli abitanti di Gerusalemme ingannati dai loro capi non hanno voluto riconoscere il Redentore che a voi predichiamo. Che anzi gli diedero la morte; ma Iddio onnipotente non ha permesso, siccome aveva predetto, che il corpo del suo Cristo provasse nel sepolcro la corruzione. Pertanto nel terzo giorno dopo la morte lo fece risorgere glorioso e trionfante.

            Fino a questo punto voi non avete colpa alcuna, perchè la luce della verità non era ancor giunta fino a voi. Ma tremate d'or in avanti se mai chiuderete gli occhi; tremate di provocar sopra di voi la maledizione fulminata dai profeti contro a chiunque non vuole riconoscere {24 [190]} la grande opera del Signore, il cui compimento deve aver luogo in questi giorni.»

            Finito il discorso, tutti gli uditori si ritirarono in silenzio meditando le cose udite da S. Paolo.

            Erano però diversi i pensieri che occupavano le loro menti. I buoni erano pieni di gioia alle parole di salute loro annunziate, ma gran parte de' giudei sempre persuasi che il Messia dovesse ristabilire la potenza temporale della loro nazione, e vergognandosi di riconoscere per Messia colui che i loro principi avevano condannato a morte ignominiosa, accolsero con dispetto la predica di Paolo. Tuttavia si mostrarono soddisfatti ed invitarono l'Apostolo a ritornare nel seguente sabato con animo però ben diverso. I malevoli per apparecchiarsi a contraddirlo, e quelli che temevano il Signore, israeliti e gentili, per meglio istruirsi e confermarsi nella fede. Nel giorno convenuto si radunò immenso popolo, per udire questa nuova dottrina. Appena S. Paolo si pose a predicare, subito i dottori della sinagoga si levarono.contro di lui. Opposero dapprima delle difficoltà; quando poi si accorsero di non poter resistere {25 [191]} alla forza delle ragioni con cui S. Paolo provava le verità della fede, si abbandonarono agli schiamazzi, alle ingiurie, alle bestemmie. I due apostoli vedendosi soffocata la parola in bocca con forte animo ad alla voce esclamarono: «a voi si doveva in primo luogo annunziare la divina parola; ma giacchè volete chiudere dispettosamente le orecchie, e con furore la rigettale, vi rendete indegni dell'eterna vita. Noi pertanto ci rivolgiamo ai gentili per compiere la promessa fatta da Dio per bocca del suo Profeta quando disse: «io ti ho destinato per luce dei gentili e per la salute di essi fino all'estremità della terra.»

            I Giudei allora vie più mossi da invidia e sdegno eccitarono contro gli Apostoli una fiera persecuzione.

            Servironsi di alcune donne che godevano credito di essere pie ed oneste e con esse invitarono i magistrati della città, e tutti insieme gridando e schiamazzando costrinsero gli Apostoli ad uscire dai loro confini. Così costretti Paolo e Barnaba partirono da quello sventurato paese, e nell'atto della loro partenza secondo il comandamento di Gesù Cristo scossero {26 [192]} la polvere dei loro piedi in segno di rinunziare per sempre ad ogni commercio con essi, come uomini riprovati da Dio e colpiti dalla divina maledizione.

 

 

Capo VI. S. Paolo predica in altre città. Opera un miracolo a Listri dove di poi vien lapidato e lasciato per morto. Anno di Gesù Cristo 45.

 

            Paolo e Barnaba cacciati dalla Pisidia si recarono nella Licaonia, altra provincia dell'Asia Minore, e si portarono ad Iconio che ne era la capitale. I Ss. Apostoli cercando solo la gloria di Dio, dimenticando i mali trattamenti che avevano ricevuto in Antiochia dagli Ebrei si diedero subito a predicare il Vangelo nella sinagoga. Qui Iddio benedisse le loro fatiche, ed una moltitudine di ebrei e di gentili abbracciarono la fede. Ma quelli tra gli ebrei che restarono increduli e si ostinarono nell'empietà mossero un' altra persecuzione contro gli Apostoli. Gli uni li accoglievano come uomini mandati da Dio, gli altri li proclamavano impostori. Per la qual cosa essendo stati avvisati che {27 [193]} molti di loro, protetti dai principi della sinagoga e dai magistrati, li volevano lapidare, andarono a Listri e poi. a Derbe città non molto distanti da Iconio. Queste città e i paesi vicini furono il campo ove i nostri zelanti operai si diedero a seminare la parola del Signore. Fra i molti miracoli che Dio operò per mano di san Paolo in questa missione fu luminoso quello che siamo per riferire.

            Era in Listri un uomo storpio fin dalla nascita che non aveva mai potuto fare un passo co' suoi piedi. Avendo udito che S. Paolo operava miracoli strepitosi sentissi nascere in cuore viva fiducia di poter anche egli per tal mezzo avere la salute come tanti altri l'avevano già ottenuta. Ascoltava le prediche dell'Apostolo, quando egli mirando fissamente quell'infelice e dal volto penetrando le buone disposizioni dell'animo: alzati, gli disse ad alta voce, e sta diritto sopra i tuoi piedi. A un tal comando lo storpio si alzò e cominciò a caminare speditamente. La moltitudine che era stata presente a tal miracolo si sentì trasportata da entusiasmo e da maraviglia: Costoro non sono uomini, si andava a tutte le {28 [194]} parti esclamando, ma sono Dei rivestiti di sembianze umane discesi dal Cielo in mezzo a noi. E secondo tale erronea supposizione chiamavano Barnaba Giove, perchè lo scorgevano di sembiante più maestoso, e Paolo che parlava con maravigliosa facondia, chiamavano Mercurio, il quale presso ai gentili era l'interprete e messaggero di Giove e il dio dell'eloquenza. Giunta la notizia del fatto al sacerdote del tempio di Giove, che era fuori della città, esso giudicò suo dovere di offrire ai grandi ospiti un solenne sacrifizio ed invitare tutto il popolo a prendervi parte. Preparate le vittime, le corone, e quanto facesse d' uopo per la funzione, portarono ogni cosa avanti la casa ove albergavano Paolo e Barnaba volendo in tutti i modi far loro un sacrifizio, I due Apostoli accesi di santo zelo si gettarono nella turba e in segno di dolore lacerandosi le vesti gridarono: Olà, che fate, o miseri? Noi siamo uomini mortali simili a voi, noi appunto con tutto lo spirito vi esortiamo di convertirvi dal culto degli Dei al culto di quel Signore, il quale ha creato il cielo e la terra, e che sebbene pel passato abbia tollerato che i gentili seguissero le loro {29 [195]} follie, ha però somministrati chiari argomenti dell'esser suo e della sua infinita bontà con opere che lo fanno conoscere supremo padrone di ogni cosa.

            A così franco parlare gli animi si acquetarono e abbandonarono l'idea di fare quel sacrifizio. I sacrificatori non avevano ancora totalmente ceduto, e stavano perplessi se dovessero desistere quando sopraggiunsero da Antiochia e da Iconio alcuni Ebrei deputati dalle sinagoghe per venire a turbare le sante imprese degli Apostoli. Quei maligni tanto fecero e tanto dissero che riuscirono a rivoltare tutto il popolo contro i due Apostoli. Così coloro che pochi giorni prima li veneravano come Dei, ora li gridano malfattori, e poichè S. Paolo aveva singolarmente parlato, perciò la rabbia fu tutta rivolta contro di lui. Gli scaricarono addosso tale tempesta di sassi che credendo di averlo ucciso lo strascinarono fuori della città. Vedi, o lettore, qual conto devi fare, della gloria del mondo! Coloro che oggi ti vorrebbero innalzare al di sopra delle stelle; domani forse ti vogliono nel più profondo degli abissi! Beati coloro che ripongono in Dio la loro confidenza. {30 [196]}

 

 

Capo VII. S. Paolo miracolosamente risanato. Altre sue fatiche apostoliche. Conversione di S. Tecla.

 

            I discepoli con altri fedeli, avendo saputo, o forse veduto ciò che era stato fatto a Paolo, si radunarono intorno al corpo di lui piangendolo come morto. Ma ne furono presto consolati; perciocchè o Paolo fosse veramente morto, o fosse soltanto tutto pesto nella persona, Iddio in un istante lo fece ritornare sano e vegeto come prima, a segno che egli potè levarsi da se medesimo, e attorniato dai discepoli ritornare alla città di Listri tra quei medèsimi che poco prima l'avevano battuto a morte.

            Ma l'altro giorno uscito da quella città passò a Derbe, altra città della Licaonia. Quivi predicò Gesù Cristo e fece molte conversioni. Paolo e Barnaba visitarono molte città dove avevano già predicato, e osservando i gravi pericoli cui trovavansi esposti coloro che da poco tempo erano venuti alla fede, ordinarono Vescovi {31 [197]} e Sacerdoti che avessero cura di quelle chiese.

            Fra le conversioni operate in questa terza missione di Paolo è molto celebre quella di S. Tecla. Mentre egli predicava in Iconio, questa giovine lo andò ad ascoltare. Per lo innanzi ella erasi applicata alle belle lettere e allo studio della filosofia profana. Già i suoi parenti l'avevano promessa ad un giovane nobile, ricco e molto potente. Trovatasi un giorno ad ascoltare S. Paolo mentre predicava intorno al pregio della verginità, si sentì innamorare di questa preziosa virtù. All'intendere poi la grande stima che ne aveva fatto il Salvatore ed il gran premio che era riserbato in Cielo a coloro che hanno la bella sorte di conservarla, si sentì ardere di desiderio di consacrarsi a Gesù Cristo e rinunziare a tutti i vantaggi delle nozze terrene. Al rifiuto di quelle nozze, agli occhi del mondo vantaggiose, i parenti di lei fortemente se ne sdegnarono e d'accordo collo sposo tentarono ogni strada, ogni lusinga per farla cangiar di proposito. Tutto inutile: quando un' anima è ferita dall'amor di Dio, ogni sforzo umano più non riesce ad allontanarla dall'oggetto che {32 [198]} ama. Di fatti i parenti, lo sposo, gli amici cangiando l'amore in furore, eccitarono i giudici ed i magistrati d'Iconio contro alla S. Verginella e dalle minacce passarono ai fatti.

            Ella viene gettata in un serraglio di bestie affamate e feroci; Tecla unicamente armata della confidenza in Dio fa il segno della Santa Croce, e quegli animali depongono la loro ferocia e rispettano la sposa di Gesù Cristo. Si accende un rogo entro a cui ella è precipitata; ma fatto appena il segno della Croce si estinguono le fiamme ed intanto essa conservasi illesa. Insomma fu esposta ad ogni genere di tormenti, e da tutti fu prodigiosamente liberata. Per le quali cose le fu dato il nome di protomartire, cioè prima martire tra le donne, come santo Stefano fu il primo martire tra gli uomini. Ella visse ancora molti anni nell'esercizio delle più eroiche virtù, e morì in pace in età molto avanzata. {33 [199]}

 

 

Capo VIII. S. Paolo va a conferire con s. Pietro. Assiste al Concilio di Gerusalemme. - Anno di Cristo 50.

 

            Dopo le fatiche e i patimenti sofferti da Paolo e da Barnaba nella loro terza missione, contenti delle anime che loro era riuscito di condurre all'ovile di Gesù Cristo ritornarono ad Antiochia di Siria. Colà si fecero a raccontare ai fedeli di quella città le maraviglie da Dio operate nella conversione dei Gentili. Il Santo Apostolo fu ivi consolato con una rivelazione nella quale Dio gli comando di portarsi a Gerusalemme per conferire con s. Pietro intorno al Vangelo da lui predicato. Dio aveva ciò comandato affinchè s. Paolo riconoscesse in s. Pietro il Capo della Chiesa, e così tutti i Fedeli comprendessero come i due principi degli Apostoli predicavano una medesima fede, un solo Dio, un solo battesimo, un solo Salvator Gesù Cristo.

            Paolo parti in compagnia di Barnaba conducendo {34 [200]} seco un discepolo di nome Tito, guadagnato alla fede nel corso di questa terza missione. Questi è quel famoso Tito che divenne un modello di virtù, fedele seguace e coadiutore del nostro santo Apostolo e di cui noi pure avremo più volte da parlare. Giunti in Gerusalemme si presentarono agli apostoli Pietro, Giacomo e Gioanni che erano considerati come le principali colonne della Chiesa. Fra le altre cose fu colà convenuto che Pietro con Giacomo e Gioanni si applicherebbe in maniera speciale per condurre i Giudei alla Fede; Paolo e Barnaba attendessero principalmente alla conversione de' Gentili.

            Dimorò Paolo quindici giorni in quella città dopo cui ritornò co' suoi compagni in Antiochia. Ivi trovarono i fedeli molto agitati per una questione derivata da ciò, che i Giudei volevano obbligare i Gentili a sottomettersi alla circoncisione e alle altre cerimònie della legge di Mosè, che era lo stesso come dire essere necessario divenire prima buon Ebreo per divenire di poi buon Cristiano. Le contese andarono tanto oltre che non potendosi altrimenti acquetare fu risoluto di inviare Paolo e Barnaba in Gerusalemme per consultare {35 [201]} il Capo della Chiesa affinchè così da lui fosse decisa la questione.

            Noi abbiamo già raccontato nella vita di s. Pietro come Iddio con una maravigliosa rivelazione aveva a questo principe degli Apostoli fatto conoscere che i Gentili venendo alla fede non erano obbligati alla circoncisione, nè alle altre cerimonie della legge di Mosè; tuttavia affinchè la volontà di Dio fosse da tutti conosciuta, e fosse in modo solenne sciolta ogni difficoltà, Pietro radunò un concilio generale che fu il modello di tutti i concili che vennero celebrali ne' tempi avvenire. Colà Paolo e Barnaba esposero lo stato della quistione che fu da s, Pietro definita e confermata dagli altri Apostoli nella maniera seguente: «Gli Apostoli e gli anziani ai fratelli convertiti dal gentilesimo, che dimorano in Antiochia e nelle altre parti della Siria e della Cilicia. Avendo noi inteso che alcuni venuti di qua hanno turbato ed angustiato le vostre coscienze con idee arbitrarie, è sembrato bene a noi qui radunati di scegliere e mandare a voi Paolo e Barnaba, uomini a noi carissimi, che sacrificarono la loro vita pel nome di nostro Signor Gesù Cristo. Con essi mandiamo {36 [202]} Sila e Giuda, i quali consegnandovi le nostre lettere vi confermeranno a bocca le medesime verità. Imperciocchè fu giudicato dallo Spirito Santo e da noi di non imporvi altra legge eccetto quella che dovete osservare, cioè astenervi dalle cose sacrificate agli idoli, dalle carni soffocate, dal sangue e dalla fornicazione, dalle quali cose astenendovi farete bene. Statevi con Dio.» Quest'ultima cosa, cioè la fornicazione, non occorreva proibirta essendo affatto contraria ai dettami della ragione e proibita dal sesto precetto del Decalogo. Fu però rinnovata tale proibizione riguardo ai Gentili, i quali nel culto de' loro falsi Dei pensavano che fosse lecito, anzi cosa gradita a quelle immonde divinità.

            Giunti Paolo e Barnaba con Sila e Giuda in Antiochia pubblicarono la lettera col decreto del concilio, con cui non solo acquetarono il tumulto, ma riempirono i fratelli d'allegrezza riconoscendo ognuno la voce di Dio in quella di s. Pietro e del concilio. Sila e Giuda contribuirono molto a quella comune allegrezza, perciocchè essendo essi profeti, cioè ripieni dello Spirito Santo e dotati del dono della divina {37 [203]} parola e di una grazia particolare per interpretare le divine scritture, ebbero molta efficacia per confermare i fedeli nella fede, nella concordia e nei buoni proponimenti.

            S. Pietro, essendo stato informato dei progressi straordinarii che il Vangelo faceva in Antiochia, volle anch'egli venire a visitare que' fedeli cui egli aveva già per più anni predicato e tra cui aveva per sette anni tenuta la Sede Pontifìcia.

            Mentre i due principi degli Apostoli dimoravano in Antiochia avvenne che Pietro per compiacere agli Ebrei praticava alcune cerimonie della legge mosaica; la qual cosa era cagione di una certa avversione per parte de' Gentili senza che s. Pietro ne fosse consapevole. S. Paolo venuto a notizia di questo fatto avvisò pubblicamente s.Pietro, il quale con ammirabile umiltà ricevette l'avviso senza proferire parole di scusa; anzi d'allora in poi divenne amicissimo di s. Paolo e nelle sue lettere non soleva chiamarlo con altro nome se non con quello di fratello carissimo. Esempio degno di essere imitato da quelli che in qualche maniera sono avvisati dei loro difetti. {38 [204]}

 

 

Capo IX. Paolo si separa da Barnaba - Percorre varie città dell' Asia - Dio lo manda in Macedonia - A Filippi converte la famiglia di Lidia. - Anno di Cristo 51.

 

            Paolo e Barnaba predicarono qualche tempo il Vangelo nella città di Antiochia adoperandosi eziandio per diffonderlo nei paesi vicini. Non molto dopo venne a Paolo in pensiero di visitare le chiese a cui aveva predicato. Disse pertanto a Barnaba: par mi bene che ritorniamo a rivedere i fedeli di quelle città e terre dove abbiamo predicato, per vedere come tra loro vadano le cose di religione. Nulla stava più a cuore a Barnaba, e per ciò fu tosto d'accordo col Santo Apostolo; ma gli propose di condurre anche seco quel Giovanni Marco che avevali seguiti nell'antecedente missione, e li aveva poi lasciati a Perga. Forse esso desiderava di cancellare la macchia che si era fatta in quell'occasione, perciò voleva di nuovo essere in loro compagnia. S. Paolo non giudicava così: tu vedi, diceva a Barnaba, che costui non è {39 [205]} uomo da potersene fidare; certamente ti ricordi come giunti a Perga della Pamfilia ci abbandonò. Barnaba tenera fermo dicendo che si poteva ricevere e adduceva buone ragioni. Non potendo i due Apostoli andare d'accordo deliberarono di separarsi l'un dall'altro e andare per istrada diversa.

            Così Iddio fece servire questa diversità di sentimento a sua maggior gloria; perchè così separati portarono la luce del Vangelo in più luoghi, il che non avrebbero fatto andando amendue insieme.

            Barnaba andò con Giovanni Marco nell'Isola di Cipro e visitò quelle chiese dove aveva con s. Paolo predicato nell` antecedente missione. Questo Apostolo lavorò molto per dilatare la fede di Gesù Cristo e finalmente fu coronato del martirio in Cipro sua patria. Giovanni Marco questa volta fu costante, e lo vedremo poi fedele compagno di s. Paolo che ebbe a lodar molto lo zelo e la carità di lui.-

            S. Paolo preso seco Sila, colui che eragli stato posto per compagno a portare gli atti del concilio di Gerusalemme in Antiochia, intraprese il suo quarto viaggio e andò a visitare varie chiese da lui fondate. Si recò dapprima a Derbe, di poi {40 [206]} a Listri, dove alcun tempo addietro il santo Apostolo era stato lasciato per morto. Ma Iddio voleva questa volta compensarlo di quanto aveva prima sofferto.

            Egli trovò colà un giovanetto da lui convertito nell'altra missione, di nome Timoteo. Paolo aveva già conosciuta la bell'indole di questo discepolo, e nell'animo suo aveva designato di farne un cooperatore del Vangelo, cioè consacrarto prete e prenderselo per compagno ne' suoi lavori apostolici. Prima però di conferirgli la sacra ordinazione Paolo ne dimandò informazioni dai fedeli di Listri, e trovò che tutti levavano a cielo questo buon giovane magnificando la sua virtù, la modestia, il suo spirito di orazione; e ciò dicevano non solo que' di Listri ma eziandio quelli d`Iconio e delle altre città vicine, e tutti presagivano in Timoteo un zelante sacerdote ed un santo Vescovo.

            A queste luminose testimonianze Paolo non ebbe più alcuna difficoltà di consacrarlo sacerdote. Paolo adunque preso seco Timoteo con Sila continuò la visita delle chiese, raccomandando a tutti di osservare e tenersi fermi alle decisioni del concilio di Gerusalemme. Così avevano {41 [207]} fatto que' d'Antiochia e così fecero in ogni tempo i predicatori del Vangelo per accertare i fedeli di non cadere in errore; stare ai decreti, agli ordini de' concili e del Romano Pontefice successore di s. Pietro. Paolo co' suoi compagni traversò la Galazia e la Frigia per portare il Vangelo nell'Asia, ma lo Spirito Santo glielo vietò. Per facilitare l'intelligenza delle cose che siamo per raccontare è bene qui notar di passaggio come per la voce Asia in senso largo s'intenda una delle tre parti del mondo. Suole poi appellarsi Asia Maggiore tutta l'estensione dell'Asia ad eccezione di quella parte che si appella Asia Minore oggidì Natolia, che è quella penisola compresa fra il Mare di Cipro, l'Arcipelago e il Mar Nero. Fu eziandio chiamata Asia proconsolare una parte dell'Asia Minore più o meno estesa secondo il numero delle province affidate al governo del proconsole Romano. Qui per Asia, ove divisava di andare s. Paolo, intendesi una porzione dell'Asia proconsolare posta attorno ad Efeso e compresa fra il monte Tauro, il Mar Nero e la Frigia. S. Paolo allora pensò di andare nella {42 [208]} Bitinia che è un'altra provincia dell'Asia Minore un po' più verso il Mar Nero, ma neppure ciò gli fu da Dio permesso. Per la qual cosa ritornò indietro e andò a Troade che è una città e provincia ove anticamente era una famosa città appellata Troia. Dio aveva riserbato ad altro tempo la predicazione del Vangelo a que' popoli; per ora lo voleva inviare ad altri paesi.

            Mentre s. Paolo era nella Troade gli apparve un Angelo vestito da uomo ad uso dei Macedoni, il quale stando in piedi innanzi a lui si fece a pregarlo così: Deh! abbi pietà di noi; passa nella Macedonia e vieni in nostro soccorso. Da questa visione s. Paolo conobbe la volontà del Signore, e senza più si preparò a passare il mare per recarsi in Macedonia.

            Nella Troade si unì a s. Paolo un suo cugino di nome Luca che gli riuscì di grande aiuto nelle sue fatiche apostoliche. Egli era un medico di Antiochia di grande ingegno, che scriveva con purezza ed eleganza il greco. Egli fu per Paolo quello che S. Marco era per S. Pietro; e al pari di lui scrisse il Vangelo che noi leggiamo sotto il nome di Vangelo secondo Luca. Anche {43 [209]} il libro intitolalo Atti degli Apostoli da cui noi ricaviamo quasi tutte le cose che diciamo di S. Paolo, è opera di S. Luca. Da che egli si pose per compagno del nostro Apostolo non vi fu più nè pericolo nè fatica nè patimento che abbia potuto scuotere la sua costanza.

            Paolo adunque, secondo l'avviso dell'angelo, insieme con Sila,Timoteo e Luca s'imbarcò da Troade, navigò l'arcipelago (che divide l'Europa dall'Asia) e con prospera navigazione arrivò all'isola di Samotracia, quindi a Napoli, non la capitale del regno di Napoli, ma una piccola città sul confine della Tracia e della Macedonia. Senza punto arrestarsi l'Apostolo andò direttamente a Filippi città principale, così nominata perchè fu edificata da un Re di quel paese nominato Filippo. Colà si fermarono per qualche tempo.

            In quella città gli Ebrei non avevano Sinagoga, sia che ne fossero proibiti, sia che fossero troppo pochi in numero. Avevano solo una Proseuca ovvero luogo di orazione, che noi chiamiamo Oratorio. In giorno di sabato Paolo co' suoi compagni uscì dalla città sulla riva di un fiume ove trovarono una proseuca con entro alcune {44 [210]} donne. Si posero tosto a predicare il regno di Dio a quella semplice udienza. Una mercantessa di nome Lidia fu la prima ad essere da Dio chiamata; sicchè essa e la sua famiglia ricevettero il Battesimo.

            Questa pia donna, grata ai benefizi ricevuti, così pregò i maestri ed i padri dell'anima sua: se voi mi giudicate fedele a Dio non mi negate una grazia appresso quella del Battesimo che da voi riconosco. Venite in casa mia, dimorate quanto vi piace e consideratela come vostra. Paolo non voleva accondiscendere, ma ella fece tali istanze che egli dovette accettare. Ecco il frutto che produce la parola di Dio quando è bene ascoltata. Essa genera la fede; ma deve essere udita e spiegata dai sacri ministri, siccome diceva il medesimo S. Paolo: fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi. {45 [211]}

 

 

Capo X. S. Paolo libera una fanciulla dal demonio. - È battato con verghe. - Vien posto in prigione - Conversione del carceriere e della sua famiglia. - Anno di C. 51.

 

            S. Paolo co' suoi compagni andavano or qua or là spargendo il seme della parola di Dio per la città di Filippi. Un giorno andando alla proseuca ebbero ad incontrare una pitonessa che noi diremmo maga o strega. Ella aveva indosso un demonio che parlava per bocca di lei e indovinava molle cose straordinarie; la qual cosa dava molto vantaggio a' suoi padroni; poichè la gente ignorante l'andava a consultare e per farsi astrologare doveva pagare bene i consulti. Costei adunque si mise a seguitare S. Paolo e i suoi compagni gridando loro dietro così: questi uomini sono servi dell'altissimo Iddio; essi vi mostrano la strada della salute. S. Paolo la lasciò dire senza por mente, finchè annoiato e sdegnato si volse a quello Spirito maligno, che parlava per bocca di lei e disse in tuono minaccioso: In nome di {46 [212]} Gesù Cristo ti comando che tu esca sull'istante da questa fanciulla. Il dire e il fare fu una cosa sola, perchè costretto dalla potente virtù del nome di Gesù Cristo, dovette uscire da quel corpo, e per la sua partenza la maga rimase senza magia.

            Voi, o lettori, comprenderete la ragione per cui il demonio lodava S. Paolo, e questo santo apostolo ne abbia rifiutate le lodi. Lo Spirito maligno voleva che S. Paolo lo lasciasse in pace, e così il volgo credesse che fosse la medesima dottrina quella di Paolo e le indovinazioni di quella indemoniata. Il santo Apostolo volle dimostrare che non eravi alcun accordo tra Cristo e il demonio, e rifiutando le sue adulazioni dimostrò quanto fosse grande la potenza del nome di Gesù C. sopra tutti gli spiriti dell'inferno.

            I padroni di quella fanciulla avendo veduto che col demonio era andata ogni speranza di guadagno, si sdegnarono fortemente contro S. Paolo, e senza aspettare sentenza alcuna presero lui e i suoi compagni e li condussero al Palazzo della Giustizia. Giunti alla presenza de' giudici dissero: questi uomini di razza Ebrea mettono sossopra la nostra città per introdurre {47 [213]} una religione nuova che certamente è un sacrilegio. Il popolo sentendo che era offesa la religione montò in furore e si scagliò contro di loro da tutte le parti.

            I medesimi giudici si mostrarono pieni di dolore e stracciandosi di dosso le vesti, senza fare alcun processo, senza esaminare se vi fosse delitto o no, li fecero battere fieramente con verghe, e quando furono o sazii o stanchi di batterli, ordinarono che Paolo e Sila venissero condotti in prigione, imponendo al carceriere di guardarli colla massima diligenza. Costui non solo li serrò nella prigione, ma per vie più assicurarsi strinse i loro piedi tra i ceppi. Quei santi uomini nell'orrore della carcere, coperti di piaghe, lungi dal lamentarsi, giubilavano di allegrezza e lungo la notte andavano cantando lodi a Dio. Gli altri prigionieri ne erano maravigliati.

            Era la mezzanotte e cantavano tuttora e benedicevano Iddio, quando d'improvviso sentesi un fortissimo terremoto che con orribile scroscio fa tremar fin dalle fondamenta quell'edifizio. A questa scossa cadono le catene ai prigionieri, si rompono i loro ceppi, le porte della prigione si {48 [214]} aprono, e tutti i ditenuti si trovano posti in libertà. Si destò il carceriere e correndo per sapere che fosse avvenuto, trovò aperte le porle. Allora egli più non dubitando che i prigionieri fossero fuggiti, e perciò forse egli stesso dovesse pagarla colla testa, nell'eccesso del dolore corre, sfodera una spada, l'appunta al petto e già sta per uccidersi. Paolo, o pel chiaror della luna o al lume di qualche lampada, veduto quell'uomo in tal atto di disperazione, fermati, si pose a gridare, non farti alcun male, eccoti siamo qui tutti. Rassicurato da queste parole si acqueta alcun poco, e fattosi portar lume entrò nel carcere e trova i prigioneri ciascuno a suo posto. Preso da maraviglia e mosso da un interior lume della grazia di Dio, tutto tremante si getta a' piedi di Paolo e di Sila dicendo: signori, che debbo io fare per esser salvo?

            Ognuno può immaginarsi quanta allegrezza abbia provato Paolo in suo cuore a tali parole! egli si volse a lui e rispose: credi nel Figliuol di Dio Gesù Cristo e sarai salvo tu e tutta la tua famiglia.

            Quel buon uomo senza frapporre indugio condusse in casa i santi prigionieri, lavò {49 [215]} loro le piaghe con quell'amore e riverenza che avrebbe fatto a suo padre. Radunata di poi la sua famiglia furono ammaestrati nelle verità della fede. Ascoltando essi con umilta di cuore la parola di Dio, impararono in breve quanto era necessario per diventare cristiani. Sicchè s. Paolo vedendoli pieni di fede, e della grazia dello Spirito Santo, tutti li battezzò. Quindi si posero a ringraziare Iddio dei benefizi ricevuti. Quei nuovi fedeli vedendo Paolo e Sila sfiniti e cadenti per le battiture e pel lungo digiuno, corsero tosto ad apprestar loro la cena, colla quale furono ricreati. I due Apostoli provarono maggior conforto per le anime che avevano guadagnate a Gesù Cristo; laonde pieni di gratitudine verso Dio ritornarono in prigione aspettando quelle disposizioni che la divina Provvidenza avrebbe fatto conoscere a loro riguardo.

            Intanto i magistrati si pentirono di aver fatto battere e chiudere in prigione coloro ai quali non avevano potuto trovare colpa di sorta, e mandarono alcuni uscieri a dire al carceriere che lasciasse in libertà i due prigionieri. Lietissimo di tale notizia il carceriere corse tosto a comunicarla agli {50 [216]} Apostoli. Voi, disse, potete sicuramente andarvene in pace. Ma a Paolo sembrò doversi fare altrimenti. Se fossero così di nascosto fuggiti sarebbesi creduto esser eglino colpevoli di grave misfatto, e ciò con danno del Vangelo. Egli pertanto chiamò a sè gli uscieri e disse loro: i vostri magistrati senza aver cognizione di questa causa, senza alcuna forma di giudizio, hanno pubblicamente fatto battere noi che siamo cittadini romani; ed ora di nascosto ci vogliono mandar via? Certo non sarà così: vengano essi stessi e ci conducano fuori della prigione. Quei messi portarono ai magistrati questa risposta; i quali avendo inteso che erano cittadini romani furono presi da forte timore, imperciocchè il battere un cittadino romano era delitto capitale. Per la qualcosa vennero tosto alla prigione e con benigne parole si scusarono di quanto avevano fatto, e trattigli onoratamente di prigione li pregarono di voler uscire dalla città. Gli Apostoli vennero tosto alla casa di Lidia, ove trovarono i compagni immersi in costernazione a cagione di loro; e ne furono grandemente consolati al vederli posti in libertà. Dopo di che partirono dalla città di Filippi. Così quei {51 [217]} cittadini rigettarono le grazie del Signore per le grazie degli uomini.

 

 

Capo XI. S. Paolo predica in Tessalonica - Affare di Giasone. Va a Berea ove è di nuovo disturbato dagli Ebrei. Anno di Cristo 52.

 

            Paolo co' suoi compagni partì da Filippi lasciando ivi le due famiglie di Lidia e del carceriere guadagnate a Gesù Cristo. Passando egli per la città di Anfipoli e di Apollonia pervenne a Tessalonica, città principale della Macedonia molto famosa pel suo commercio e pel suo porto sull'Arcipelago. Oggidì è della Salonicchio. Ivi Iddio aveva apparecchiato al santo Apostolo molti patimenti e molte anime da guadagnare a Cristo. Egli si mise a predicare, e per tre sabati continuò a provare colle sacre Scritture che Gesù Cristo era il Messia, il Figliuolo di Dio, che le cose a lui avvenute erano state annunziate dai Profeti, perciò doversi o rinunziare alle profezie o credere alla venuta del Messia. A tale predicazione alcuni credettero ed abbracciarono la Fede; {52 [218]} ma altri, specialmente Ebrei, si mostrarono ostinati e con grande odio si levarono contro di s. Paolo. Postisi alla testa di alcuni malvagi della feccia del popolo si radunarono, e a squadre a squadre misero a rumore tutta la città. E poichè Sila e Paolo avevano preso alloggio presso un certo Giasone, corsero tumultuando alla casa di lui per trarli fuori e condurli davanti al popolo. I fedeli se ne accorsero per tempo e riuscirono a trafugarli. Non potendoli più trovare presero Giasone insieme con alcuni fedeli e li strascinarono dinanzi ai Magistrati della città, gridando a gran voce: questi turbatori del genere umano sono venuti anche qua da Filippi; e Giasone li accolse in casa sua; ora costoro trasgrediscono i decreti e violano la maestà di Cesare affermando esservi un altro Re, cioè Gesù Nazareno. Queste parole riscaldarono i Tessalonicesi e fecero montare in furore i medesimi magistrati. Ma Giasone avendoli assicurati che non si volevano fare tumulti, e che qualora avessero chiesti que' forestieri, egli li avrebbe loro presentati, si mostrarono paghi; e si acquetò il tumulto. Ma Sila e Paolo vedendo inutile ogni fatica in quella città {53 [219]} seguirono i consigli de' Fratelli e si recarono a Berea, altra città di quella provincia.

            A Berea Paolo si mise a predicare nella Sinagoga degli Ebrei, cioè si pose nello stesso pericolo, da cui poco prima era stato quasi per miracolo liberato. Ma questa volta il suo coraggio fu largamente ricompensato. I Bereesi con grandissima avidità ascoltarono la parola di Dio. Paolo allegava sempre quei tratti della Bibbia che riguardavano a Gesù Cristo, e gli uditori correvano tosto a riscontrarli e a verificare i testi da lui citati; e trovandoli corrispondere con esattezza, si piegavano alla verità e credevano al Vangelo. Così faceva il Salvatore cogli Ebrei della Palestina quando li invitava a leggere attentamente le Sacre Scritture. Scrutamini scripturas, et ipscæ testimonium perhibent de me.

            Però le conversioni avvenute in Berea non poterono stare nascoste, tanto che non ne pervenisse notizia a quelli di Tessalonica. Gli ostinati Ebrei di questa città corsero in gran numero a Berea per guastar l'opera di Dio e impedire la conversione de' Gentili. S. Paolo era principalmente {54 [220]} cercato come colui che sosteneva in particolar maniera la predicazione. I Fratelli veggendolo in pericolo il fecero da persone fidate accompagnare segretamente fuori della città e per vie sicure lo condussero ad Atene. Rimasero però in Berea Sila e Timoteo. Ma Paolo nel licenziare coloro, che l'avevano accompagnato, raccomandò loro con gran premura che dicessero a Sila e a Timoteo di venirlo a raggiungere il più presto possibile. I santi Padri nell'ostinazione degli Ebrei di Tessalonica ravvisano quei Cristiani i quali non paghi di non approfittare eglino stessi dei benefizi della religione, cercano

allontanarne gli altri, la qual cosa fanno o calunniando i sacri ministri, o disprezzando le cose della medesima religione. Il Salvatore dice a costoro: a voi sarà tolta la mia vigna, cioè la mia religione, e sarà data ad altri popoli che la coltiveranno meglio di voi e riporteranno fruiti a suo tempo. Minaccia terribile, ma che pur troppo si è già avverata e si va avverando in molti paesi ove un tempo fioriva la cristiana religione i quali presentemente vediamo immersi nelle folle tenebre {55 [221]} dell' errore, del vizio e del disordine - Dio ci scampi da questo flagello!

 

 

Capo XII. Stato religioso degli Ateniesi - S. Paolo nell'Areopago - Conversione di s. Dionigi. Anno di Cristo 52.

 

            Era Atene una delle più antiche, più ricche, più commercianti città del mondo. Ivi la scienza, il valor militare, i filosofi, gli oratori, i poeti furono sempre i maestri del genere umano. Gli stessi romani avevano mandato in Atene per raccogliere leggi che portarono a Roma come oracoli di saggezza. Eravi inoltre un Senato d'uomini considerati specchio di virtù, giusti: e prudenza; essi erano chiamati Areopagiti da Areopago luogo dove avevano il tribunale. Ma con tanta scienza giacevano immersi nella più vergognosa ignoranza delle cose di religione. Le selle dominanti erano quella degli Epicurei e quella degli Stoici. Gli Epicurei negavano a Dio la creazione del mondo e la Provvidenza, nè ammettevano premio o pena {56 [222]} nell'altra vita, perciò ponevano la beatitudine nei piaceri della terra. Gli Stoici riponevano il sommo bene nella sola virtù, e facevano l'uomo in alcune cose maggiore del medesimo Iddio, perchè credevano di avere la virtù e la sapienza da se medesimi. Tutti poi adoravano più dei, e non vi era delitto che non fosse favorito da qualche insensata divinità.

            S. Paolo, uomo oscuro, tenuto a vile perchè Giudeo, doveva a costoro predicar Gesù Cristo anche Giudeo, morto in croce, e ridurli ad adorarlo per vero Dio. Perciò Dio solo poteva fare che le parole di s. Paolo potessero cangiar cuori così inveterati nel vizio e alieni dalla vera virtù, e fare che abbracciassero e professassero la santa cristiana religione.

            Mentre Paolo stava aspettando Sila e Timoteo, provava in suo cuore compassione per quei miseri ingannati, e secondo il solito mettevasi a disputare cogli Ebrei e con tutti quelli che si abbattevano in lui ora nelle sinagoghe, ora nelle piazze. Gli Epicurei e gli Stoici vennero anch'essi con lui a disputa, e non potendo resistere alle ragioni andavano dicendo: che vorrà {57 [223]} dire questo ciurmadore? Altri dicevano:pare che costui ci voglia mostrare qualche nuovo Dio. Il che dicevano perchè udivano nominar Gesù Cristo e la risurrezione. Alcuni altri volendo operare con maggior prudenza invitarono Paolo a recarsi nell'Areopago. Come giunse in quel magnifico Senato, gli dissero: si potrebbe sapere qualche cosa di questa tua nuova dottrina? Imperciocchè tu ci suoni all'orecchio cose non mai da noi udite. Desideriamo di sapere la realtà di quanto insegni.

            Alla notizia che un forestiere doveva parlare nell'Areopago accorse gran calca di gente.

            Convien qui notare che fra gli Ateniesi era severamente proibito di dire la minima parola contro alle loro innumerevoli e stupide divinità, e riputavano delitto capitale il ricevere od aggiungere tra di loro qualche Dio forestiero, che non fosse attentamente esaminato e proposto dal Senato. Due filosofi di nome Anassagora l'uno, Socrate l'altro, solo per aver lasciato conoscere che non potevano ammettere tante ridicole divinità, dovettero perdere la vita. Da queste cose intendesi facilmente il pericolo in cui era s. Paolo predicando il vero Dio {58 [224]} a quella terribile assemblea e cercando di atterrare tutti i loro dei.-

            Il santo Apostolo adunque vedendosi in quell` augusto Senato e dovendo parlare ai più sapienti degli uomini, giudicò bene di prendere uno stile e un modo di ragionare assai più elegante che non faceva. E poichè quei Senatori non ammettevano l'argomento delle scritture, egli pensò di farsi strada a parlare colla forza della ragione. Levatosi pertanto in piedi e fattosi da tutti silenzio così incominciò:

            «Uomini Ateniesi, io vi vedo in tutte le cose religiosi fino allo scrupolo. Imperocchè passando per questa città e considerando i vostri simulacri ho trovato anche un altare con questa iscrizione: al Dio Ignoto. Io adunque vengo ad annunciarvi quel Dio che voi adorate senza conoscere. Ègli è quel Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che in esso esistono. Egli è il padrone del Cielo e della terra, perciò non abita in templi fatti dagli uomini. Nè egli è servito dalle mani dei mortali quasi avesse bisogno di loro; che anzi egli è colui che dà a tutti la vita, il respiro e tutte le cose. Egli fece che da un uomo solo discendessero tutti gli altri, la cui {59 [225]} discendenza si estese ad abitare tutta la terra; Egli fissò i tempi e i confini della loro abitazione perchè cercassero Dio se mai lo avessero potuto trovare quantunque Egli non sia lontano da noi.

            Imperciocchè in lui viviamo, ci moviamo e siamo, come anche taluno dei vostri poeti[1] ha detto. Perciocchè siamo anche discendenza di lui. Essendo adunque noi discendenza di Dio non dobbiamo stimare che egli sia simile all'oro o all'argento, o alla pietra scolpila dall'arte o dall'invenzione degli uomini. Iddio però nella sua misericordia chiuse i suoi occhi per lo passato sopra tale ignoranza; ma adesso intima che facciamo penitenza. Poichè Egli ha fissato un giorno in cui giudicherà con giustizia tutto il mondo per mezzo di un uomo stabilito da lui come ne ha fatto fede a tutti con risuscitarlo da morte.»

            Fino a questo punto quegli uditori leggeri, i cui vizi ed errori erano stati attaccati con molta finezza, avevano serbato buon contegno. Ma al primo annunzio del dogma straordinario della risurrezione, {60 [226]} gli Epicurei si alzarono e in gran parte uscirono beffandosi di quella dottrina che certamente a loro incuteva terrore. Altri più discreti gli dissero che per quel giorno bastava, e che lo avrebbero ascoltato altra volta sopra il medesimo argomento. A questo modo fu accolto il più eloquente degli Apostoli da quella superba assemblea. Differirono di approfittare della grazia di Dio, e questa grazia non leggiamo che sia poi stata da Dio loro concessa un'altra volta.

            Dio però non lasciò di consolare il suo servo col guadagno di alcune anime privilegiate. Fra le altre fu Dionigi uno dei giudici dell' Areopago, e una donna per nome Damari che credesi di lui moglie. Di questo Dionigi si racconta che alla morte del Salvatore rimirando quell` ecclisse per cui le tenebre eransi sparse sopra tutta la terra esclamò: o il mondo si sfascia, o l'Autore della natura patisce violenza. Appena egli potè conoscere la cagione di quell' avvenimento, si arrese tosto alle parole di S. Paolo. Si racconta pure che essendo andato a visitare la madre di Dio, egli ne fu così sorpreso di tanta bellezza e maestà, che si prostrò {61 [227]} a terra per venerarla, asserendo che l'avrebbe adorata come una divinità, se la fede non lo avesse accertato esservi un Dio solo. Esso venne poi da S. Paolo consacrato vescovo di Atene e morì coronato dei martirio.

 

 

Capo XIII. S. Paolo a Corinto - Sua dimora in casa di Aquila - Battesimo di Crispo e di Sostene - Scrive ai Tessalonicesi - Ritorno ad Antiochia. Anno di Gesù Cristo 53-4.

 

Se Atene era la più celebre città, per la scienza, Corinto era considerata la prima pel commercio. Colà concorrevano negozianti da tutte le parli. Ella aveva due porti sull'istmo del Peloponneso, uno chiamato Cenero che guardava l'Arcipelago; l'altro detto Acheo e riguardava l'Adriatico. Il disordine e l'immoralità erano ivi portate in trionfo. Niente spaventato per tali ostacoli S. Paolo appena giunto in questa città si pose a predicare in pubblico ed in privato.

            Egli prese alloggio in casa di un giudeo per nome Aquila. Era questi un fervoroso {62 [228]} cristiano che per evitare la persecuzione pubblicata dall'imperatore Claudio contro i cristiani, era fuggito dall' Italia con sua moglie di nome Priscilla, ed era venuto a Corinto. Esercitavano essi l'arte medesima che Paolo da giovane aveva appresa, cioè di far tende per uso dei soldati. Per non essere di troppo aggravio ai suoi ospiti il santo Apostolo si diede anche egli al lavoro, e spendeva nella bottega tutto quel tempo che gli rimaneva libero dal sacro ministero. Ciascun sabato però si portava alla sinagoga e si sforzava di far conoscere agli Ebrei che le profezie risguardanti al Messia avevano avuto adempimento nella persona di Gesù Cristo.

            Giunsero frattanto Sila e Timoteo da Berea. Essi partirono per Atene dove intesero che Paolo n'era già partito e lo andarono a raggiungere a Corinto. Al loro arrivo Paolo sì diede con maggior coraggio a predicare ai Giudei; ma crescendo ogni giorno la loro ostinazione, Paolo non potendo più soffrire tante bestemmie e tale abuso di grazie, così mosso da Dio annunziò loro imminenti i divini flagelli con queste parole: Il vostro sangue {63 [229]} sarà sopra di voi; io ne sono innocente. Ecco che io mi rivolgo ai Gentili, e in avvenire sarò tutto per essi.

            Fra i Giudei che bestemmiavano Gesù Cristo erano forse alcuni che lavoravano nella bottega di Aquila, perciò l'Apostolo a fine di evitare la compagnia dei malvagi abbandonò la casa di lui, e si trasferì a quella di un certo Tito Giusto da poco tempo venuto dal gentilesimo alla fede. Vicino a Tito dimorava un certo Crispo prefetto della sinagoga. Costui istruito dall'Apostolo abbracciò la fede con tutta la sua famiglia.

            Le grandi occupazioni di Paolo in Corinto non gli fecero dimenticare i suoi diletti fedeli di Tessalonica. Quando Timoteo giunse di colà avevagli raccontate grandi cose del fervore di quei cristiani, della grande loro carità, della buona memoria che di lui conservavano, e dell'ardente desiderio di rivederlo. Non potendo Paolo recarsi in persona, come desiderava, scrisse loro una lettera, la quale si crede esser la prima scritta da S. Paolo. In questa lettera egli molto si rallegra coi Tessalonicesi della loro fede e della loro carita, di poi li esorta a guardarsi dai {64 [230]} disordini sensuali e da ogni frode. E siccome l'ozio è la sorgente di tutti i vizi, così egli li incoraggisce a darsi seriamente al lavoro reputando indegno di mangiare chi non vuol lavorare. Si quis non vult operari nec manducet. Conchiude poi ricordando loro il gran premio che Dio tiene preparato in Cielo per la minima fatica tollerata nella vita presente per amore di lui.

            Poco dopo questa lettera ebbe altre notizie dei medesimi fedeli di Tessalonica. Erano essi grandemente inquieti per alcuni impostori che andavano predicando imminente il giudizio universale. L'Apostolo scrisse loro la seconda lettera avvisandoli di non lasciarsi ingannare dai loro fallaci discorsi. Nota essere certo il giorno del giudizio universale; ma prima debbono apparire moltissimi segni tra i quali la predicazione del Vangelo in tutta la terra. Gli esorta a tenersi fermi alle tradizioni che loro aveva comunicate per lettera e a viva voce. Finalmente si raccomanda alle loro preghiere e inculca molto di fuggire i curiosi e gli oziosi, che sono considerati come la peste della religione e della società. {65 [231]}

            Mentre S. Paolo confortava i fedeli di Tessalonica insorsero contro di lui tali persecuzioni che sarebbesi indotto a fuggire da quella città se non fosse stato da Dio confortato con una visione. Gli apparve Gesù Cristo e gli disse: Non temere, io sono con te, niuno potrà farti alcun male: in questa città è grande il numero di coloro che per tuo mezzo si convertiranno alla fede. Incoraggito da tali parole l' Apostolo dimorò in Corinto diciotto mesi.

            La conversione di Sostene fu tra quelle che recarono grande consolazione all'animo di Paolo. Egli era succeduto a Grispo nella prefettura della sinagoga. La conversione di questi due principi della loro setta irritò fieramente i Giudei, e nel loro furore presero l'Apostolo e lo condussero dal Proconsolo, accusandolo d'insegnare una religione contraria a quella de' Giudei. Gallione, tale è il nome di quel governatore, udendo che si trattava di cose religiose non volle mischiarsi a farla da giudice. Egli si contentò di rispondere così: se si trattasse di qualche ingiustizia o di qualche pubblico misfatto, io vi ascolterei volentieri, ma trattandosi di questioni {66 [232]} appartenenti alla religione pensateci voi altri, io non ne voglio giudicare. Quel proconsolo reputava che le questioni e le differenze spettanti a religione dovessero essere discusse e definite dai Sacerdoti e non dalle autorità civili, e per questo rapporto fu savia la risposta di lui.

            Sdegnati i Giudei di tale repulsa si rivolsero contro a Sostene, eccitarono eziandio i ministri del tribunale ad unirsi con loro per batterlo sotto gli occhi del medesimo Gallione, senza che egli li proibisse. Sostene tollerò con invitta pazienza quell'affronto, e appena lasciato in libertà si unì a Paolo e gli diventò compagno fedele ne' .suoi viaggi.

            Vedendosi Paolo come per miracolo liberato da così grave burrasca fece a Dio un voto in rendimento di grazie. Quel voto era simile a quello de' Nazarei, il quale consisteva particolarmente nell'astenersi per un dato tempo dal vino e da qualunque altra cosa atta ad ubbriacare, e di lasciarsi venir lunghi i capelli, il che presso gli antichi era segno di lutto e di penitenza. Quando era per terminare il tempo del voto dovevasi fare un sacrifizio nel tempio con varie {67 [233]} cerimonie prescritte dalla legge di Mosè.

            Adempiuta una parte del suo voto san Paolo in compagnia di Aquila e di Priscilla si imbarcò alla volta di Efeso città dell'Asia minore. Secondo il suo costume Paolo andò a visitare la Sinagoga e disputò più volte cogli Ebrei. Pacifiche furono queste dispute, anzi gli Ebrei lo invitarono a fermarsi di più; ma Paolo voleva proseguire il suo viaggio a fine di trovarsi in Gerusalemme e compiere il suo voto. Diede però parola a quei Fedeli di ritornarvi, e quasi per caparra del suo ritorno lasciò appresso di loro Aquila e Priscilla. Da Efeso s. Paolo s'imbarcò per la Palestina e giunse a Cesarea ove sbarcando s' incamminò a piedi verso a Gerusalemme. Andò a visitare i Fedeli di questa Chiesa, e adempiute le cose, per le quali egli aveva principalmente intrapreso questo viaggio venne ad Antiochia, ove fece qualche tempo dimora.

            Tutto è degno di ammirazione in questo grande Apostolo. Noi notiamo qui solamente una cosa che egli caldamente raccomanda ai Fedeli di Corinto. Per dar loro un importante avviso con cui {68 [234]} mantenersi fermi nella fede: o fratelli, egli scrive, per non cadere nell' errore, tenetevi alle tradizioni imparate dal mio discorso e dalla mia lettera. Itaque, fratres, state et tenete traditiones quas didicistis sive per sermonem sive per epistolam nostram. Colle quali parole s. Paolo comandava di avere la medesima riverenza per la parola di Dio scritta e per la parola di Dio tramandata per tradizione siccome insegna la Chiesa cattolica.

 

 

Capo XIV. Apollo io Efeso - Il sacramento della Cresima - S. Paolo opera molti miracoli. - Fatto di due esorcisti Ebrei - Anno di Cristo 55.

 

            S. Paolo dimorò qualche tempo in Antiochia, ma vedendo quei fedeli abbastanza provveduti di sacri pastori deliberò di partire per visitare di nuovo i paesi ove egli aveva già prima predicato. Questo è il quinto viaggio del nostro Santo Apostolo. Egli andò nella Galazia, nel Ponto, nella Frigia e nella Bitinia; dipoi, secondo la promessa fatta, ritornò ad Efeso dove Aquila e Priscilla lo aspettavano. {69 [235]} Ovunque fa accolto, come scrive egli stesso, quale angelo di pace.

            Fra la partenza ed il ritorno. di Paolo in Efeso si recò in questa città un Giudeo di nome Apollo. Esso era un uomo eloquente e profondamente istruito nella Sacra Scrittura. Adorava il Salvatore e lo predicava eziandio con zelo, ma non conosceva altro Battesimo se non quello predicato da s. Giovanni Battista. Aquila e Priscilla si accorsero che egli aveva un' idea assai confusa dei Misteri della Fede, e chiamandolo a sè lo istruirono meglio nella dottrina, vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo.

            Desideroso costui di portare la parola di salute ad altri popoli, deliberò di passare nell'Acaia cioè nella Grecia. Gli Efesini che da qualche tempo si specchiavano nelle sue virtù e che cominciavano ad amarlo come padre, vollero accompagnarlo con una lettera, in cui lodavano molto il suo zelo, e lo raccomandavano ai Corinti, Egli difatti fece gran bene a quei Cristiani. Quando l'Apostolo giunse in Efeso trovò parecchi fedeli istruiti da Apollo, e volendo conoscere lo stato di queste anime, egli {70 [236]} dimandò se avevano ricevuto io Spirito Santo; vale a dire se avevano ricevuto il Sacramento della Cresima, che solevasi in quei tempi amministrare dopo il Battesimo e in cui conferivasi la pienezza dei doni dello Spirito Santo. Ma quella buona gente rispose: noi non sappiamo nemmeno che vi sia uno Spirito Santo. Maravigliato l'Apostolo di tale risposta, e avendo inteso che avevano ricevuto soltanto il Battesimo di s. Giovanni Battista, comandò che fossero nuovamente battezzati col Battesimo di Gesù Cristo, cioè nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Dopo di che Paolo imponendo le mani amministrò loro il Sacramento della Cresima, e quei nuovi fedeli ricevettero non solo gli effetti invisibili della grazia, ma eziandio i segni particolari e manifesti dell' onnipotenza divina, il che rendevano manifesto parlando speditamente le lingue che prima non intendevano, predicendo le cose future, e interpretando la sacra scrittura.

            S. Paolo predicò per tre mesi nella sinagoga confortando gli Ebrei a credere in Gesù Cristo. Molti credettero, ma parecchi mostrandosi ostinati bestemmiavano {71 [237]} per fino il Santo nome di Gesù Cristo. Paolo e per l' onor del Vangelo da questi empi deriso e per fuggire la compagnia dei malvagi cessò dal predicare nella sinagoga, ruppe ogni comunicazione con loro e si ritirò a casa di un gentile cristiano di nome Tiranno che faceva il maestro di scuola. S. Paolo fece di quella scuola una Chiesa di Gesù Cristo, ove predicando e spiegando le verità della fede attirava Gentili ed Ebrei da tutte le parti dell'Asia.

            Dio aiutava l' opera sua confermando con prodigi inuditi la dottrina dal suo servo predicata. I pannilini, gli asciugatoi e le fasce che avevano servito o toccato il corpo di Paolo erano portate qua e là e poste sugli infermi e sopra gli indemoniati, e ciò bastava perchè tosto fuggissero le maiattie e gli spiriti immondi. Fu questa una maraviglia non mai udita, e Iddio volle certamente che un tal fatto fosse registrato nella Bibbia per confondere coloro che hanno tanto declamato e tuttora declamano contro alla venerazione che i Cattolici prestano alle sacre reliquie. Forse vogliono essi condannare di superstizione que' primi {72 [238]} Cristiani, i quali applicavano sopra gli ammalati i fazzoletti che avevano toccato il corpo di Paolo? Cose che s. Paolo non aveva mai proibito e che Dio dimostrava di approvare con miracoli?

            Per l'invocazione del nome di G. Cristo a far miracoli avvenne un fatto assai curioso. Fra gli Efesini erano molti che pretendevano di cacciare i demonii dai corpi con certe parole magiche oppure usando radici di erbe, o profumi. Ma i loro risultati riuscivano sempre poco favorevoli. Anche gli esorcisti Ebrei al vedere che fino le vesti di Paolo cacciavano i demonii, ne furono presi da invidia, e si provarono, come faceva s. Paolo, di usare il nome di G. Cristo per cacciare il demonio da un uomo. Io ti scongiuro, andavano dicendo, o spirito malvagio, e ti comando di uscire da questo corpo per quel Gesù che è predicato da Paolo. Il demonio sapeva le cose meglio di loro e per bocca dell'indemoniato rispose: Io conosco Gesù e so altresì chi è Paolo; ma voi siete impostori. Qual diritto avete sopra di me? Ciò detto si avventò sopra di loro, li malmenò e li percosse in guisa che due di loro a stento potèrono {73 [239]} fuggire tutti feriti, e cogli abiti fatti a pezzi. Questo fatto strepitoso essendosi divulgato per tutta la città cagionò gran timore, e niuno più ardiva nominare il Santo nome di Gesù Cristo se non con rispetto e venerazione.

 

 

Capo XV.Sacramento della Confessione - Libri perversi bruciati - Letterà ai Corinti - Sollevazione per la dea Diana - Lettera ai Galati - Anno di Cristo 56-57.

 

Iddio sempre misericordioso sa ricavare il bene dai medesimi peccati. Il fatto dei due esorcisti così malmenati da quell' indemoniato mise gran paura in tutti gli Efesini e tanto gli Ebrei quanto i Gentili si affrettavano di rinunziare al demonio e di abbracciare la fede. Fu allora che molti di quelli, i quali avevano creduto, venivano in gran numero a confessare e a dichiarare il male commesso nella loro vita per ottenerne il perdono. Veniebant confitentes et annuntiantes actus suos. Ad. 19. È questa una chiara testimonianza della Confessione sacramentale {74 [240]} comandata dal Salvatore e praticata fin da' tempi apostolici.

            Primo frutto della confessione e del pentimento di quei fedeli fu di allontanare da sè le occasioni del peccato. Perciò tutti quelli che avevano libri perversi, cioè contrarii a' buoni costumi o alla religione, li consegnavano perchè fossero bruciati. Tanti ne portarono, che, fattone un mucchio sulla piazza, ne fecero un falò alla presenza di tutto il popolo, reputando cosa migliore bruciare quei libri nella vita presente per evitare il fuoco eterno dell'inferno. Il valore di quei libri formava una somma che corrisponde quasi a cento mila franchi. Niuno però cercò di venderli, perciocchè sarebbe stato un porgere ad altri occasione di far male, la qual cosa non è mai permessa.

            Mentre queste cose succedevano, giunse da Corinto in Efeso Apollo con altri annunziando essere nate discordie tra que' fedeli. Il s. Apostolo si adoperò a porvi rimedio con una lettera, in cui raccomanda loro l'unità di Fede, l'ubbidienza ai proprii pastori; la carità vicendevole e specialmente verso i poveri. Inculca ai ricchi di non imbandire lauti banchetti ed abbandonare {75 [241]} i poveri nella miseria. Insiste poi che ciascuno purifichi la sua coscienza prima di accostarsi al corpo e al sangue di Gesù Cristo, dicendo: colui che mangia quel corpo e beve quel sangue indegnamente, mangia il proprio giudizio e la propria condanna. Era pure accaduto che un giovine aveva commesso grave peccato con sua matrigna. Il Santo per farne apprendere il debito orrore comandò che quello fosse per qualche tempo separato dagli altri fedeli affine di farlo ritornare in se stesso. È questo un vero esempio di scomunica, come appunto pratica ancora la Chiesa Cattolica, quando per gravi delitti scomunica, ossia dichiara separati dagli altri quei Cristiani che ne sono colpevoli. Paolo mandò il suo discepolo Tito a portare questa lettera a Corinto. Il fruito pare che ne sia stato molto copioso.

            Egli era in Efeso quando si destò contro di lui una terribile persecuzione per arte di un orefice chiamato Demetrio. Costui fabbricava piccoli templi d' argento entro cui si poneva una statuetta della dea Diana, divinità venerata in Efeso e in tutta l'Asia. Ciò gli produceva commercio e gran guadagno. Perciocchè la maggior parte dei {76 [242]} forestieri che venivano alle feste di Diana portavano via seco loro questi segni di devozione. Demetrio ne era l'artefice principale, è con ciò somministrava lavoro e sostentamento alle famiglie di molti operai. Di mano in mano che cresceva il numero de' Cristiani diminuiva quello dei compratori delle statuette di Diana. Laonde un giorno Demetrio radunò un gran numero di cittadini, e dimostrò come non avendo essi altri mezzi per vivere, Paolo li avrebbe tutti fatti morir di fame. Almeno, egli soggiungeva, non si trattasse che del nostro privato interesse; ma il tempio della nostra gran Dea così celebrato in tutto il mondo è per essere abbandonato. A queste parole viene interrotto da mille diverse voci che gridavano colla più furiosa confusione: la gran Diana degli Efesini! La gran Diana degli Efesini! Tutta la città si pone sossopra; corrono schiamazzando in cerca di Paolo e non potendolo tosto trovare strascinano seco loro due suoi compagni di nome Gaio ed Aristarco. Un Giudeo per nome Alessandro volle parlare. Ma appena potè aprire la bocca, che da tutte parti si misero a gridare con voce ancor più forte: La gran Diana degli Efesini: {77 [243]} quanto è mai grande la Diana degli Efesini. Il quale grido fa ripetuto per due ore intiere.

            Paolo voleva avanzarsi in mezzo al tumulto per parlare, ma alcuni fratelli conoscendo che sarebbesi esposto ad una certa morte, glielo impedirono. Dio però, che ha in mano il cuore degli uomini, restituì piena calma tra quel popolo in un modo inaspettato. Un uomo savio, un semplice segretario, e da quanto appare, amico di Paolo, riuscì a calmare quel furore. Appena potè parlare: e chi è, si fece a dire, chi è che non sappia avere la città di Efeso una divozione ed un culto particolare verso la gran Diana figliuola di Giove? Essendo tale cosa da tutti creduta, voi non dovete turbarvi nè appigliarvi a così temerario rimedio, quasi possa cadere in dubbio tal divozione da tutti i secoli stabilita. Quanto a Gaio ed Aristarco vi dirò che eglino non sono convinti di alcuna bestemmia contro a Diana. Che se Demetrio ed i suoi compagni hanno qualche cosa con essi, portino la loro causa dinanzi al tribunale.Che se noi continoviamo in queste pubbliche dimostrazioni saremmo accusati di sedizione. A quelle parole il {78 [244]} tumulto si acquietò, ed ognuno fece ritorno pei fatti suoi.

            Dopo questa sommossa Paolo voleva tosto partire per la Macedonia, ma dovette ancora sospendere la sua partenza a motivo di alcuni disordini avvenuti tra i fedeli della Galazia. Alcuni falsi predicatori si diedero a screditar s. Paolo e le sue predicazioni asserendo che la dottrina di lui era diversa da quella degli altri Apostoli e che la circoncisione e le cerimonie della legge di Mosè erano assolutamente necessarie.

            Il santo Apostolo scrisse una lettera in cui dimostra la conformita di dottrina tra lui e gli altri Apostoli; prova che molte cose della legge di Mosè non erano più necessarie per salvarsi; raccomanda di guardarsi bene dai falsi predicatori e gloriarsi solamente in Gesù, nel cui nome augura pace e benedizioni.

            Spedita la lettera ai fedeli della Galazia egli partì per la Macedonia dopo d'essere dimorato tre anni in Efeso, cioè dall'anno cinquantesimo quarto all'anno cinquantesimo settimo di G. Cristo.

            Durante il soggiorno di s. Paolo in Efeso Dio gli fece conoscere in ispirito che lo {79 [245]} chiamava nella Macedonia, nella Grecia, in Gerusalemme e a Roma.

 

 

Capo XVI. S. Paolo ritorna a Filippi - Seconda lettera ai fedeli di Corinto - Va in questa città - Lettera ai Romani - Sua predica prolungata in Troade - risuscita un morto. - Anno di Cristo 58.

 

            Prima di partire da Efeso, Paolo convocò i discepoli e fatta loro una paterna esortazione li abbracciò teneramente, indi si pose in viaggio verso la Macedonia. Desiderava di fermarsi qualche tempo a Troade, ove sperava pure di incontrar il suo discepolo Tito; ma non avendolo trovato, mosso dal desiderio di presto intendere da lui lo stato della Chiesa di Corinto, partì da Troade, attraversò l'Ellesponto, che oggidì chiamasi stretto dei Dardanelli e passò nella Macedonia, ove dovette molto patire per la fede.

            Ma Dio gli preparò una grande consolazione coll'arrivo di Tito che lo raggiunse nella città di Filippi. Quel discepolo espose al santo Apostolo come la sua letterà {80 [246]} aveva prodotto salutari effetti tra i Cristiani di Corinto, che il nome di Paolo era carissimo a tutti e che ognuno ardeva del desiderio di presto vederlo.

            Per dare in certa maniera sfogo ai paterni sentimenti del suo cuore l'Apostolo scrisse da Filippi una seconda lettera nella quale si dimostra tutta tenerezza verso di quelli che si conservavano fedeli, e riprende alcuni che cercavano di pervertire la dottrina di G. Cristo. Avendo poi inteso che quel giovane, scomunicato nella sua prima lettera, si era sinceramente convertito, anzi udendo da Tito che il dolore lo aveva quasi spinto alla disperazione, il santo Apostolo raccomandò di usargli riguardo, lo assolvette dalla scomunica, e lo restituì alla comunione dei fedeli. Colla lettera raccomandò molte cose a viva voce da comunicarsi per mezzo di Tito che ne era il portatore. Accompagnarono Tito in questo viaggio altri discepoli tra i quali s. Luca da alcuni anni Vescovo di Filippi. S. Paolo consacrò s. Epafrodito Vescovo per quella città e così s. Luca divenne nuovamente compagno del Santo suo maestro nelle fatiche dell'Apostolato.

            Dalla Macedonia Paolo si porto a Corinto, {81 [247]} dove ordinò quanto riguardava la celebrazione dei santi misteri, siccome aveva promesso nella sua prima lettera, il che si deve intendere di quei riti che in tutte le Chiese comunemente si osservano, come sarebbe il digiuno prima della Santa Comunione ed altre cose simili che riguardano l'amministrazione dei Sacramenti.

            L'Apostolo passò l'inverno in questa città adoperandosi a consolare i suoi figliuoli in Gesù Cristo, che non si saziavano di ascoltarlo e di ammirare in lui un zelante pastore ed un tenero padre.

            Da Corinto estese pure le sue sollecitudini ad altri popoli e specialmente ai Romani già convertiti alla fede da s. Pietro con molti anni di fatiche e di patimenti. Aquila con altri suoi amici, avendo inteso che era cessata la persecuzione, eransi di nuovo recati a Roma. Paolo seppe da loro, che in quella metropoli dell'impero erano insorte dissensioni tra Gentili ed Ebrei. I Gentili rimproveravano gli Ebrei perchè non avevano corrisposto ai benefizi ricevuti da Dio, avendo ingratamente messo in croce il Salvatore; gli Ebrei dal loro canto facevano rimproveri ai Gentili perche {82 [248]} avevano seguito l'idolatria e venerate le più infami divinita. Il santo Apostolo scrisse la sua famosa lettera ad Romanos tutta piena di sublimi argomenti che egli tratta con quell'acutezza d'ingegno, che è propria di un uomo dotto e santo e che scrive inspirato da Dio. Non è possibile di abbreviarla senza pericolo di variarne il senso. Essa è la più lunga, la più elegante di tutte le altre e più piena di erudizione. Ti esorto, o lettore, di leggerla attentamente, ma colle debite interpretazioni che soglionsi unire alla volgata. Essa è la sesta lettera di s. Paolo e fu scritta dalla città di Corinto l'anno cinquantesimo ottavo di G. Cristo. Ma pel grande rispetto, che in ogni tempo si ebbe per la dignità della Chiesa di Roma, è annoverata la prima tra le quattordici lettere di questo s. Apostolo. In questa lettera s. Paolo non parla di s. Pietro perchè esso era occupato nella fondazione di altre chiese. Essa era portata da una diaconessa ovvero monaca di nome Feba, che l'Apostolo raccomanda molto presso ai fratelli di Roma.

            Volendo s. Paolo partire da Corinto per avviarsi a Gerusalemme venne a sapere che gli Ebrei studiavano di tendergli insidie {83 [249]} nel cammino; perciò, in luogo di imbarcarsi nel Porto Cencreo per Gerusalemme, Paolo tornò indietro e continuò il viaggio per la Macedonia. Lo accompagnarono Sosipatro figliuolo di Pirro di Berea; Aristarco e Secondo di Tessalonica, Caio di Derbe, e Timoteo di Listri, Tichico e Trofimo di Asia. Costoro vennero in compagnia di lui fino a Filippi, dipoi, ad eccezione di Luca, passarono a Troade con ordine di aspettarlo colà mentre egli sarebbesi trattenuto in questa città fin dopo le feste pasquali. Passata questa solennità Paolo e Luca in cinque giorni di navigazione giunsero a Troade e vi si fermarono sette giorni.

            Accadde che la vigilia della partenza di Paolo, era primo giorno della settimana, cioè giorno di Domenica, in cui i fedeli solevano radunarsi per ascoltare la parola di Dio ed assistere ai divini sacrifizi. Fra le altre cose facevano lo spezzamento del pane, cioè celebravano la Santa Messa, a cui partecipavano i fedeli ricevendo il corpo del Signore sotto alla specie del pane. Fin d' allora la Messa giudicavasi l' alto più sacro e più solenne per la santificazione del giorno festivo. {84 [250]}

            Paolo, che era per partire all'indomani, prolungò il discorso a notte alquanto avanzata e per illuminare il cenacolo erano state accese molte lampade. Il giorno di Domenica, l'ora notturna, il cenacolo nel terzo piano della casa, le molte, lampade accese attrassero immensa folla di gente. Mentre tutti erano intenti al ragionamento di Paolo, un giovanetto di nome Eutico, o per desiderio di vedere l'Apostolo o per poterlo meglio ascoltare era montalo sopra una finestra e si assise sul davanzale. Óra sia pel caldo che ivi faceva; sia per l'ora tarda o forse per la stanchezza, fatto sta che quel giovanetto si addormentò; e nel sonno abbandonandosi al peso del proprio corpo cadde giù sul lastrico della pubblica strada. Si ode un lamento a risuonare per l'assemblea; corrono e trovano il giovane senza vita.

            Paolo discende subito a basso, e postosi colla persona sopra il cadavere, lo benedice, lo abbraccia e col suo fiato o piuttosto colla viva fede in Dio lo restituisce a nuova vita. Operato questo miracolo, senza badare agli applausi che da tutte parti si facevano, egli montò di nuovo nel {85 [251]} cenacolo e continuò a predicare fino a giorno.

            La grande sollecitudine dei fedeli di Troade per assistere alle sacre funzioni deve servire di eccitamento a tutti i Cristiani a santificare i giorni festivi con opere di pietà, specialmente coll'udire divotamente la Santa Messa e coll'ascoltare la parola di Dio anche con qualche incomodo.

 

 

Capo XVII. Predica di s. Paolo a Mileto - Suo viaggio fino a Cesarea - Profezia di Agabo. - Anno di Cristo 58.

 

            Sciolta quell'adunanza che aveva durato circa ventiquattro ore l'instancabile Apostolo partì co' suoi compagni per Mitilene nobile città dell'isola di Lesbo. Di qui proseguendo il viaggio in pochi giorni giunse a Mileto città della Caria, provincia dell'Asia minore. L'Apostolo non avea voluto fermarsi ad Efeso per non essere obbligato daque' Cristiani, che teneramente l'amavano, a sospendere di troppo il suo cammino. {86 [252]} Egli affrettavasi affine di giungere a Gerusalemme per la festa di Pentecoste. Da Mileto Paolo mandò in Efeso a partecipare il suo arrivo ai vescovi ed ai preti di quella città e delle province vicine invitandoli a venirlo a trovare ed anche conferire con lui intorno alle cose della fede, seppure avesse fatto mestieri. Vennero in gran numero.

            Quando s. Paolo si vide circondato da que' venerandi predicatori del Vangelo, cominciò ad esporre loro le tribolazioni sofferte giorno e notte per le insidie dei Giudei. «Ora io vado a Gerusalemme, egli diceva, colà guidato dallo Spirito Santo il quale, in tutti i luoghi ove io passo, mi fa conoscere le catene e le tribolazioni che in quella città mi aspettano. Ma nulla di ciò mi spaventa, nè fo la mia vita più preziosa del mio dovere. A me poco importa vivere o morire, purchè io termini la mia carriera rendendo gloriosa testimonianza al Vangelo che Gesù Cristo mi ha affidato. Voi non vedrete più la mia faccia, ma badate a voi stessi e a tutto il gregge sopra cui lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per governare la Chiesa di Dio da lui acquistata col prezioso {87 [253]} suo sangue.» Quindi passò ad avvisarli che dopo la sua partenza sarebbero insorti lupi rapaci e uomini perversi per guastare la dottrina di Gesù Cristo. Dette queste parole si posero tutti in ginocchio e fecero insieme orazione. Niuno poteva contenere le lagrime, e tutti si gettavano sul collo di Paolo imprimendogli mille baci. Ed erano specialmente inconsolabili per quelle parole, che non avrebbero più veduta la sua faccia. Per godere ancora alcuni momenti la dolce di lui compagnia lo accompagnarono fino alla nave, e non senza una specie di violenza si separarono dal loro caro maestro.

            Paolo insieme co' suoi compagni da Mileto passò all'isola di Coo, molto rinomata per un tempio dei Gentili dedicato a Giunone e ad Esculapio. Il giorno dopo giunsero a Rodi, isola molto celebre specialmente pel suo colosso, che era una statua di straordinaria altezza e grossezza. Di là vennero a Patara città capitale della Lidia, molto rinomata per un gran tempio dedicato al Dio Apollo. Di qui navigarono fino a Tiro ove la nave doveva lasciare il suo carico.

            Tiro è la città principale della Fenicia {88 [254]} ora detta Tor sulle rive del Mediterraneo. Appena sbarcati trovarono alcuni profeti che andavano pubblicando i mali che al santo Apostolo sovrastavano in Gerusalemme, e lo volevano distogliere da quel viaggio. Ma egli dopo sette giorni volle partire. Quei buoni Cristiani colle mogli e co' loro ragazzi lo accompagnarono fuori della città, ove piegate le ginocchia sul lido fecero secolui orazione. Quindi scambiatisi i più cordiali saluti s'imbarcarono e vennero accompagnati dagli sguardi dei Sidonesi finchè la lontananza della nave li tolse di vista. Giunti in Tolemaide si fermarono un giorno per salutare e confortare quei Cristiani nella fede; continuando poscia il loro cammino giunsero a Cesarea.

            Ivi Paolo fu accolto con giubilo dal diacono Filippo. Questo santo discepolo dopo di aver predicato il Vangelo ai Samaritani, all'eunuco della regina Candace e in molte città della Palestina, aveva fissato il suo domicilio a Cesarea per attendere alla coltura di quelle anime che egli aveva in Gesù Cristo rigenerate.

            Venne in quei tempi in Cesarea il profeta Agabo, e andato a far visita al {89 [255]} santo Apostolo, gli tolse da dosso la cintura e legatisi con essa i piedi e le mani: ecco, disse, quanto lo Spirito Santo apertamente mi dice: l'uomo a cui appartiene questa cintola, sarà in questa guisa legato da' Giudei in Gerusalemme.

            La profezia di Agabo commosse tutti gli astanti, perciocchè venivano sempre più resi manifesti i mali che erano al santo Apostolo preparati in Gerusalemme; onde gli stessi compagni di Paolo piangendo lo pregavano di non andarvi. Cui Paolo coraggiosamente rispondeva: Deh! vi prego, non piangete. Con queste vostre lagrime non fate altro che accrescere afflizione al mio cuore. Sappiate che io sono pronto non solo a patire le catene, ma ad incontrare anche la morte pel nome di G. Cristo.

            Allora tutti ravvisando la volontà di Dio nella fermezza del santo Apostolo dissero ad una voce: sia fatta la volontà del Signore. Ciò detto partirono alla volta di Gerusalemme con un certo Mnasone che era stato discepolo e seguace di G. Cristo. Egli aveva dimora fissa in Gerusalemme ed andava seco loro per albergarli in casa sua. {90 [256]}

 

 

Capo XVIII. S. Paolo si presenta a s. Giacomo - Gli Ebrei gli tendono insidie - Parla al popolo - Rimprovera il sommo Sacerdote. Anno di Cristo 59.

 

            Noi passiamo a raccontare una lunga serie di patimenti e di persecuzioni dal santo Apostolo tollerate in quattro anni di prigionia. Dio volle preparare il suo servo a questi combattimenti con farglieli molto prima conoscere; perciocchè i mali previsti cagionano minore spavento e l'uomo è più disposto a sostenerli. Giunto Paolo e i suoi compagni a Gerusalemme, furono accolti dai Cristiani di questa città coi segni della più grande benevolenza. Il giorno dopo andarono a visitare il Vescovo della città, che era s. Giacomo il Minore, presso cui eransi pure radunati i sacerdoti primarii della Diocesi. Paolo raccontò loro le maraviglie che Iddio aveva operate pel suo ministero presso i Gentili. Di che tutti ringraziarono di cuore il Signore. {91 [257]}

            Si fecero però premura di avvisare Paolo del pericolo che gli sovrastava. Molti Ebrei, gli dissero, si convertirono già alla fede e di costoro parecchi sono tenacissimi della circoncisione e delle cerimonie legali. Ora sapendosi che la dispensi i Gentili da queste osservanze avvi un astio terribile contra di te. Fa mestieri adunque che dimostri come tu non sei nemico degli Ebrei. Fa in questa maniera: nell'occasione che quattro Ebrei devono in questi giorni compiere un voto, tu prenderai parte alla funzione e farai per loro le spese che occorrono per questa solennità.

            Aderì prontamente Paolo al savio consiglio, e prese parte a quell'opera di pietà. Si recò nel tempio e la funzione era sul finire, quando alcuni Giudei venuti dall'Asia eccitarono il popolo contro di lui gridando: aiuto Israeliti, aiuto. Quest'uomo è colui che va per tutto il mondo predicando contro al popolo, contro alla legge e contro a questo medesimo tempio. Egli non ha dubitato di violarne la santità con introdurvi dentro de' Gentili.

            Sebbene tali cose fossero una calunnia, tuttavia si mise a rumore tutta la città {92 [258]} e fattosi gran concorso di popolo, presero s. Paolo, lo strascinarono fuori del tempio per metterlo a morte come bestemmiatore. Ma il rumor del tumulto essendo giunto al tribuno Romano, questi tosto accorse colle sue guardie. I sediziosi vedendo le guardie cessarono di percuotere Paolo e lo consegnarono al tribuno, che fattolo legare ordinò che fosse condotto nella torre Antonia, che era una fortezza ed un quartiere di soldati vicino al tempio. Lisia, tale era il nome del tribuno, desiderava di sapere il motivo di quel tumulto, ma nulla potè sapere, perchè le grida e gli schiamazzi del popolo soffocavano ogni voce. Mentre Paolo montava i gradini della fortezza, fu mestiere che i soldati lo portassero sulle braccia per toglierlo dalle mani de' Giudei i quali non potendolo aver in loro potere andavano schiamazzando: uccidilo, levalo dal mondo.

            Quando poi stava per entrare nella torre parlò così in greco al tribuno: mi è permesso dirti una parola? Il tribuno si maravigliò che egli parlasse greco e gli disse: Sai tu il greco? Non sei tu quell'Egiziano che poco fa eccitasti una {93 [259]} ribellione e teco nel deserto conducesti quattro mila assassini? No certamente, rispose Paolo: io sono Giudeo, cittadino di Tarso, città della Cilicia. Ma di grazia mi permetti di parlare al popolo? La qual cosa essendogli stata concessa Paolo dai gradini della torre alzò alquanto la mano, aggravata dal peso delle catene, diè segno al popolo di tacere e si fece ad esporre quello che riguardava alla sua patria, alla sua conversione ed alla sua predicazione; e come Iddio lo aveva destinato a portare la fede tra i Gentili.

            Il popolo lo aveva ascoltato con profondo silenzio fino a queste ultime parole; ma quando intese a parlare de' Gentili, come agitato da mille furie, proruppe in grida forsennate, e chi per isdegno gettava a terra le proprie vesti, chi spargeva in aria la polvere, e tutti gridavano: costui è indegno di vivere, sia tolto dal mondo.

            Il tribuno che nulla aveva capito del discorso di s. Paolo, perchè aveva parlato in lingua ebraica, temendo che il popolo venisse a gravi eccessi comandò a suoi di condur Paolo nella fortezza, dipoi flagellarlo, e metterlo alla tortura per costringerlo così a svelare la cagione {94 [260]} della sedizione. Ma Paolo, che sapeva non essere ancora venuta l' ora, in cui dovesse patire simili mali per amor di G. Cristo, si volse al centurione incaricato di far eseguire quell'ordine ingiusto: e ti pare, gli disse, che sia lecito di flagellare un cittadino romano, senza che sia condannato? Udendo tale cosa il centurione corse dal tribuno dicendogli: Qual cosa tu sei mai per fare? Non sai che quest'uomo è cittadino Romano?

            Il tribuno ebbe paura: perchè aveva fatto legare Paolo, la qual cosa portava pena di morte. Si recò egli stesso da Paolo e gli disse: dimmi: sei tu veramente cittadino Romano? Egli rispose: lo sono veramente. Io, soggiunse il tribuno, ho comperato a ben caro prezzo tal diritto di cittadinanza romana. Ed io, replicò Paolo, ne godo per la mia nascita. Ciò saputo fece sospendere l'ordine di mettere Paolo alla tortura, ed il tribuno stesso ne fu in apprensione, e studiò un altro mezzo per sapere le accuse che si facevano dai Giudei contro di lui. Ordinò che il dì seguente si radunassero il senato e tutti i sacerdoti Ebrei, indi, {95 [261]} fatte togliere le catene a Paolo, lo fece venire in mezzo al concilio.

            L'Apostolo fissati gli occhi in quella assemblea: io, disse, o fratelli, fino a questo giorno ho camminato dinanzi a Dio con buona coscienza. Appena udite queste parole il Sommo Sacerdote, di nome Anania, comandò ad uno degli astanti che desse a Paolo una forte guanciata. L'Apostolo non giudicò di tollerare sì grave ingiuria; e colla libertà e zelo che usavano gli antichi profeti: muraglia imbiancata, gli disse, Dio percuoterà te, siccome tu hai fatto percuotere me, perchè fingendo di giudicare secondo la legge mi fai percuotere contro alla legge medesima. Udite queste parole, tutti si risentirono. Olà, gli dissero, hai tu l'ardimento di maledire il sommo Sacerdote. Perdonatemi, o fratelli, rispose Paolo, io non sapeva che questi fosse il principe de' Sacerdoti, perciocchè ben conosco la legge che proibisce di maledire il principe del popolo.

            Paolo non aveva conosciuto il principe de' sacerdoti o perchè egli non aveva le divise del suo grado, o non parlava e non agiva colla dignità che a tal persona si conveniva. {96 [262]} Nè s. Paolo malediceva Anania ma prediceva i mali che sarebbero per piombare sopra di lui come di fatti avvennero. Per cavarsi in qualche maniera dalle mani de' suoi nemici Paolo unì la semplicità della colomba alla prudenza del serpente, e sapendo essere l' adunanza composta di Saducei e di Farisei, pensò di mettere divisioni tra di loro esclamando: Io, fratelli, sono Fariseo, figliuolo ed allievo de' Farisei. Il motivo per cui sono chiamato in giudizio è la mia speranza nella risurrezione de' morti. Queste parole fecero nascere gravi dissensioni tra gli uditori; chi era contro di Paolo, chi a favore di lui.

            Intanto si alzò un clamore che faceva temere gravi disordini. Il tribuno, temendo che i più arrabbiati si avventassero contro di Paolo e lo facessero in brani, ordinò ai soldati che lo togliessero dalle loro mani e lo riconducessero nella torre. Dio però volle consolare il suo servo di quanto aveva patito in quella giornata. Nella notte gli comparve e gli disse: fatti animo: dopo di avermi renduta testimonianza in Gerusalemme, tu farai altrettanto in Roma. {97 [263]}

 

 

Capo XIX. Quaranta Giudei si obbligano con volo di uccidere s. Paolo; - Un suo nipote scopre la trama. - È traslocato a Cesarea - Anno di Cristo 59.

 

            I Giudei veduto fallito il loro disegno passarono la seguente notte in varii progetti. Quaranta di loro presero la disperata risoluzione di obbligarsi con voto a non più nè mangiare nè bere prima che non avessero ucciso Paolo. Ordita questa congiura si recarono dai principi dei Sacerdoti e dai seniori raccontando loro il fatto proponimento. Per aver quel ribaldo nelle mani, soggiunsero: noi abbiamo trovata una via ben sicura; resta solo che voi ci diate la mano. Fate sapere al tribuno in nome del Sinedrio che voi avete ancora da esaminare alcuni articoli della causa di Paolo; e che però dimani ve lo presenti nuovamente. Egli di certo accondiscenderà a questa dimanda. Ma state sicuri che prima che Paolo sia condotto dinanzi a voi, noi con {98 [264]} queste mani lo faremo a brani. I seniori lodarono il progetto e promisero di coadiuvarli. O sia che qualcheduno de' congiurati non abbia serbato il segreto; o sia che non abbiano badato a chiudere l'uscio quando ordirono il loro progetto, certo è che furono scoperti. Un figliuolo della sorella di Paolo seppe ogni cosa e corso alla torre, ebbe modo di passare in mezzo alle guardie, presentarsi allo zio, e raccontargli il filo di tutta la trama. Paolo instruì bene il nipote sulla maniera di regolarsi. Chiamato poscia un uffiziale che gli stava per guardia dissegli: Ti prego di condurre cotesto giovanetto al capitano, egli ha qualche cosa a comunicargli.

            Il centurione il menò dal cspitano e gli disse: quel Paolo che è in prigione mi pregò di condurti questo giovanetto perchè ha cosa importante a dirti.

            Il capitano prese per mano il giovanetto e tiratolo seco in disparte, gli dimandò che cosa volesse dirgli. I Giudei, egli rispose, si radunarono insieme per venirti a pregare dimani, che tu voglia di nuovo condur Paolo nel concilio sotto colore di voler fare più sottile esame della {99 [265]} causa di lui. Ma tu non voler credere: sappi che gli tendono insidie, e quaranta di loro si sono obbligati con voto orribile di non più mangiare nè bere finchè non l' abbiano ucciso. Ed ora stanno apparecchiati per farlo in pezzi, passando dalla torre al concilio. Or tu sai quel che bisogna fare. Bravo, disse, il capitano, hai fatto bene a dirmi tali cose. Ora vattene pure, ma non dire ad alcuno che tu me l' abbia fatto sapere.

            Da questa disperata risoluzione comprese Lisia che il ritenere più a lungo Paolo in Gerusalemme era lasciarlo in pericolo, da cui forse non lo avrebbe potuto salvare.

            Perciò senza mettere tempo in mezzo egli chiamò due centurioni e loro parlò cosi: mettete all' ordine 200 soldati di armatura ordinaria e altrettanti armati di lancia con settanta uomini a cavallo ed accompagnino Paolo fino a Cesarea. Preparate anche una cavalcatura per lui onde sia condotto colà sano e salvo, e si presenti al governatore Felice. Il tribuno accompagnò Paolo con una lettera al Governatore che è del tenor seguente: «Claudio Lisia all'ottimo Governatore {100 [266]} Felice salute. Ti mando quest'uomo che, preso dai Giudei, era sul punto di essere da loro ucciso. Sopravvenuto co' miei soldati lo tolsi dalle loro mani avendo saputo che è cittadino romano. Volendo poi informarmi qual delitto avesse commesso lo condussi nel Sinedrio, e trovai che egli era accusato per conto di certe gare di religione. Del resto io non ho trovato in lui cosa alcuna che meriti morte o prigione. Ma essendomi or ora riferito che gli è tramata la morte, ho pensato bene di mandarlo a te, invitando nel tempo stesso i suoi accusatori che vadano a dire dinanzi al tuo Tribunale quanto loro occorre contro di lui. Sta sano.

            In esecuzione degli ordini ricevuti quella medesima notte i soldati partirono con Paolo e lo condussero ad Antipatride che è una città posta a metà cammino tra Gerusalemme e Cesarea. A quel punto di strada non temendo più di essere assaliti dai Giudei, rimandarono 400 soldati a Gerusalemme, e Paolo accompagnato dai soli 70 a cavallo giunse il dì seguente a Cesarea.

            Così Iddio in una maniera la più semplice liberava il suo Apostolo da un {101 [267]} grave pericolo, e faceva conoscere che i progetti degli uomini tornano sempre vani quando sono contrarii al' volere divino.

 

 

Capo XX. Paolo dinanzi al governatore Felice. - I suoi accusatori e la sua difesa. Anno di Cristo 59.

 

            Il dì seguente Paolo giunse a Cesarea, e fu presentato al Governatore colla lettera del capitano Lisia. Letta la lettera, il Governatore tirò Paolo in disparte e. inteso come egli era di Tarso, io, dissegli, ti ascolterò quando saranno giunti i tuoi accusatori. Intanto lo fece condurre nella prigione del suo palazzo.

            I quaranta congiurati quando si videro fallito il colpo rimasero sbalorditi. Giova credere che senza badare al voto fatto siansi posti a mangiare e bere per continuare la loro trama. D'accordo e insieme col sommo sacerdote, coi seniori e con un certo Tertullo, che aveva fama di robusto oratore, partironsi alla volta di Cesarea, dove giunsero cinque giorni dopo {102 [268]} l'arrivo di Paolo. Venuti tutti alla presenza del Governatore, Tertullo prese a parlare cosi contro di Paolo. Abbiamo trovato quest'uomo pestilenziale che suscita rivoluzioni fra gli Ebrei per tutto il mondo. Egli è il Capo della setta de' Nazarei. Costui ha altresì tentato di profanare il nostro tempio, e noi avendolo colto volevamo giudicarlo secondo la nostra legge; ma sopravvenendo il capitano Lisia ce lo cavò a viva forza dalle mani. Esso ordinò che gli accusatori di esso Paolo dovessero a te presentarsi. Ora noi siamo qui. Da lui medesimo, esaminandolo, potrai avere piena notizia dei delitti che noi gl'imputiamo. Quanto aveva asserito Tertullo fu tutto confermato dai Giudei che si trovavano presenti.

            Paolo avuta permissione dal Governatore di rispondere prese a difendersi così: Poichè, ottimo Felice, da parecchi anni governi questo paese, tu sei certamente in grado di conoscere le cose qui avvenute. Perciò di buon grado intraprendo a giustificarmi davanti a te. Credo che ti sia noto non essere più di dodici giorni da che io venni a fare le mie divozioni in Gerusalemme. In questo breve spazio di tempo niuno certamente può dire di avermi tròvato {103 [269]} nel tempio, o nelle sinagoghe o in altro luogo pubblico o privato a disputare con alcuno, o radunar gente, e tirarmi dietro concorso di popolo. Perciò essi non possono provare alcuna cosa di quanto asseriscono. Ma io ti posso assicurare che credo con essi ai profeti, alla legge di Mosè, alla risurrezione dei morti; perciò io servo a Dio Padre, e procuro sempre che la mia coscienza abbia nulla a rimproverarmi nè davanti a Dio, nè davanti agli uomini. Dopo molti anni di assenza io sono ritornato in Gerusalemme per portarvi le limosine altrove raccolte a favore dei poveri di questi paesi e per adempire alcuni miei voti. I Giudei mi trovarono nel tempio occupato in tali esercizi di pietà, purificato come comanda la legge senza radunar gente, nè cagionar tumulto. Quei che mi hanno trovato sono alcuni Giudei dell'Asia, i quali, se avevano qualche cosa a deporre contro di me, dovevano venir qui per accusarmi. Neppure quelli che sono qui presenti possono dire che io sia stato convinto di qualche colpa nel medesimo concilio: ad eccezione che vogliamo chiamare colpa {104 [270]} l'aver detto che io credo alla risurrezione dei morti.» Fin qui Paolo.

            I suoi accusatori rimasero confusi, e guardandosi l'un l'altro non trovavano parole da profferire. Il medesimo governatore, già inclinato a favore dei cristiani, sapeva come essi, ben lungi dall'essere uomini sediziosi, erano i più docili e i più fedeli fra i suoi sudditi. Ma non volle profferir sentenza e si riserbò di udirlo nuovamente quando il capitano Lisia fosse venuto da Gerusalemme a Cesarea. Frattanto comandò che Paolo fosse meglio trattato e sciolto dalle catene potesse essere visitato ed assistito da' suoi parenti e amici.

            Qualche tempo dopo il Governatore forse per appagare sua moglie, che era Giudea, fece venire Paolo alla sua presenza per udirlo a parlare di religione. L'apostolo espose così al vivo le verità della fede, il rigore de giudizi che Dio sarà per fare degli empi nell'altra vita, che Felice spaventato e commosso: basta, disse, per ora. Ti ascolterò di nuovo a tempo più comodo. Diffatti fece più altre volte chiamare l'apostolo, ma non per istruirsi nella fede; bensì colla speranza di farsi dare qualche somma di danaro, onde lasciar {105 [271]} il santo apostolo in libertà. Perciò sebbene egli conoscesse l'innocenza di Paolo, nulladimeno lo fece tener due anni prigione in Cesarea. - Cosi fanno quei cristiani che o per temporal guadagno, o per piacere agli uomini vendono la giustizia, e violano i più sacri doveri della coscienza e della religione.

 

 

Capo XXI. Paolo dinanzi a Festo. - Sue parole al re Agrippa. Anno di Cristo 60.

 

            Erano omai due anni da che il santo apostolo era tenuto prigione, quando a Felice succedette un altro governatore di nome Festo. Tre giorni dopo del possesso di sua carica il novello governatore andò in Gerusalemme e subito i principi de' sacerdoti ed i primari Giudei si recarono a lui per rinnovare le accuse contro al santo Apostolo. Gli dimandarono come favore particolare ch'egli lo facesse condurre a Gerusalemme, per essere giudicato nel sinedrio; ma ciò dicevano con animo di farlo assassinare lungo la strada. {106 [272]} Festo, forse già avvisato di non fidarsi di loro, rispose che egli doveva presto ritornare in Cesarea; quelli tra di voi, diceva, che hanno qualche cosa da dire contro di Paolo, vengano anch'essi colà ed ascolterò le loro accuse.

            Dopo alcuni giorni Festo ritornò a Cesarea e con lui i Giudei accusatori di Paolo. Il dì seguente fece venire il santo Apostolo davanti al suo tribunale, e i Giudei gli fecero molte gravi accuse, senza però poterne addurre le prove. Paolo rispose loro con poche parole, e i suoi accusatori si tacquero. Se non che Festo bramando di acquistarsi la benevolenza degli Ebrei, gli dimandò se voleva andare a Gerusalemme per essere giudicato nel gran Sinedrio in sua presenza. Accortosi Paolo che Festo inclinava a riporlo nelle mani de' Giudei: io, rispose, non ho fatto alcun male contro agli ebrei, come tu hai benissimo inteso; che se in me avvi qualche colpa, fossi anche reo di morte, non mi spavento, ma voglio essere giudicato al tribunale di Cesare, a lui mi appello. Questo appello del nostro Apostolo era giusto e secondo le leggi romane; perciocchè quel governatore dimostravasi {107 [273]} disposto a dare un cittadino romano, conosciuto innocente, in potere degli Ebrei, che a qualunque costo il volevano morto. I santi padri riflettono, che non il desiderio della vita, ma il bene della Chiesa, lo inspirò di appellarsi a Roma, dove per divina rivelazione sapeva quanto doveva lavorare per la gloria di Dio e per la salute delle anime.

            Festo dopo di aver conferito col suo consiglio rispose: ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai.

            Non molti giorni dopo venne a Cesarea il re Agrippa, figliuolo di quell'Agrippa che aveva fatto morire S. Giacomo il maggiore e mettere in prigione S. Pietro. Egli era venuto con sua sorella, di nome Berenice, a fare i dovuti complimenti al nuovo governatore della Giudea. Essendosi ivi trattenuti varii giorni, Festo loro parlò del processo di Paolo. Agrippa dimostrò desiderio di udirlo. Per appagarlo Festo fece addobbare una sala con molta pompa, e invitando eziandio all'udienza i tribuni e gli altri magistrati fece condurre Paolo alla presenza di Agrippa e di Berenice. Ecco, disse Festo, quell'uomo contro cui ricorse a me tutta la moltitudine de' Giudei, protestando con {108 [274]} grandi clamori essere egli indegno di vivere; io però non ho trovato in lui colpa di morte. Nondimeno essendosi appellato al tribunale dell' imperatore, io debbo mandarlo a lui. Ma poichè non ho alcuna cosa certa da scrivere al nostro sovrano, ho giudicato bene di condurlo davanti a voi, e principalmente avanti a te, o re Agrippa, acciocchè lo ascolti, lo interroghi, e dipoi mi dica che cosa debba scrivere, non parendomi cosa conveniente mandare un prigioniero a Roma senza dare informazioni intorno alla causa di sua prigionia.

            Agrippa rivoltosi a Paolo disse: ti è permesso di parlare per tua difesa. Paolo cominciò a parlare cosi: «io mi giudico veramente fortunato, o Re, che oggi mi sia dato di fare le mie difese in tua presenza contro le accuse de' Giudei. Ti prego adunque di ascoltarmi colla solita tua bontà. tutti i Giudei sanno come nella mia gioventù ho professata la setta de' Farisei. Anche presentemente io sono accusato dagli Ebrei perchè credo alla futura risurrezione. Io però secondo i pregiudizi della mia setta giudicai di fare una crudel guerra contro di Gesù Nazareno. Il che {109 [275]} feci primieramente in Gerusalemme, occupandomi a tutta possa per bestemmiare e far bestemmiare il suo nome. Non solo nella Giudea ma nei paesi stranieri mi diedi a perseguitare i cristiani. Per tale effetto colla facoltà dei principi dei sacerdoti io mi portava a Damasco, quando, o Re, sul mezzogiorno, nella pubblica strada vidi a risplendere intorno a me e intorno a quelli di mia compagnia una luce più viva di quella del sole. Tutti fummo gettati a terra; io solo intesi una voce che nel mio linguaggio nativo diceva: Saulo, Saulo, e perchè mi perseguiti? Qui avendo io dimandato chi egli fosse, mi udii replicare essere egl quel Gesù contro al quale io promoveva il fuoco della persecuzione. Soggiunse essermi apparso per mandarmi a portare la luce del Vangelo ai gentili, per aprire loro gli occhi, liberarli dalla potestà di Satana, e condurli a Dio mediante la fede in lui e la penitenza.

            Cosi confortato da Dio mi diedi a predicare in tutte le parti della Giudea e finalmente ai gentili, ripetendo a tutti che facessero opere degne di penitenza. Unicamente per questa mia predicazione {110 [276]} i giudei avendomi veduto nel tempio mi arrestarono e fecero ogni loro sforzo per uccidermi. Ma coll' aiuto divino ho finora attestato in faccia a tutto il mondo come Gesù Cristo ha patito, e morto e che di poi è risorto glorioso per non mai più morire, cose tutte predette da Mosè e dai profeti.»

            Festo interruppe questo discorso dell'Apostolo e ad alta voce esclamò: tu sei pazzo, o Paolo, il molto studio e le molte lettere ti hanno sconvolto il cervello. A cui Paolo: io non son pazzo, o ottimo Festo, nè questi miei discorsi sono da pazzo, ma di verità e di buon senso. Il Re, alla cui presenza io parlo, deve essere certamente informato di tali cose. lo credo che egli le sappia tutte, essendo succedute pubblicamente. Credi, o Re Agrippa, ai profeti? Io son certo, che tu presti loro un'intera credenza.

            Interruppe Agrippa dicendo: poco ci manca, o Paolo, che tu mi faccia cristiano. Ed io, replicò Paolo, prego Iddio che nulla ci manchi, sicchè non solo tu, o Re, ma ancora tutti quelli che mi ascoltano, in questo medesimo giorno divengano {111 [277]} come sono io, ma senza queste catene.

            Allora il Re, il Governatore, Berenice e gli altri assessori si alzarono, e ritiratisi in disparte si consigliarono sul parere da proferire. Conchiusero tutti di non trovare in Paolo cosa alcuna che meritasse o morte o catene nè alcun' altra benchè minima pena.

            Agrippa disse chiaramente a Festo, che lo avrebbe potuto mettere in libertà se egli non si fosse appellato a Cesare.

            Così il ragionamento di Paolo, che avrebbe dovuto convertire tutti quei giudici, servi a nulla, perchè essi chiusero il cuore alle grazie che Dio voleva loro compartire. È questa un'immagine di quei cristiani che ascoltano la parola di Dio, ma non si risolvono di mettere in pratica le buone inspirazioni che talora sentonsi nascere in cuore. {112 [278]}

 

 

Capo XXII. S. Paolo è imbarcato per Roma - Soffre una terrìbile burrasca, da cui è salvato co' suoi compagni. Anno di Gesù Cristo 60.

 

            Come fu da Festo deciso che Paolo sarebbe stato condotto a Roma per mare, venne affidato insieme con molti altri prigionieri ad un centurione di nome Giulio. Con lui erano i suoi due fedeli discepoli Aristarco e Luca. Montarono essi in una nave che veniva da Adrumeto, città marittima dell'Affrica. Costeggiando la Palestina giunsero a Sidone il giorno seguente. Il centurione, che li accompagnava, si accorse tosto che Paolo non era uomo volgare, e ammirandone le virtù cominciò a trattarlo con riguardo, e sbarcati a Sidone gli diede piena licenza di visitare gli amici, trattenersi con essi e ricevere qualche ristoro.

            Da Sidone navigarono lungo le coste dell'isola di Cipro, e poichè il vento era alquanto contrario, traversarono il mare della Cilicia e della Panfilia, che è una {113 [279]} parte del Mediterraneo, e giunsero a Mirra città della Licia. Quivi il centurione avendo trovato una nave, che da Alessandria andava in Italia con carico di frumento, trasportò sopra di essa i suoi passeggieri, ma navigando assai lentamente durarono gran fatica per giungere fino all'isola di Creta, che oggidì si nomina Candia. Fermaronsi alquanto ad un luogo detto Boniporto vicino a Salassa città di quell'isola.

            Essendo la stagione molto avanzata, Paolo certamente inspirato da Dio esortava i marinari a non arrischiarsi di continuare la navigazione per un tempo cosi pericoloso. Ma il piloto ed il padrone della nave facendo niun conto delle parole di Paolo affermavano che nulla eravi a temere. Partirono adunque affine di pervenire ad un altro porto di quell' isola detto Fenice, sperando di poter colà passare con maggior sicurezza l'inverno. Ma fatto breve cammino la nave fu scossa da un forte vento, cui non potendo resistere, i naviganti si videro costretti di abbandonar se stessi e la nave a discrezione delle onde. Pervenuti a Cauda, che è un' isoletta poco distante {114 [280]} da Candia, si accorsero di essere vicini ad un banco di sabbia, e temendo di rompere la nave contro di esso, si sforzavano per prendere altra direzione. Ma infuriando vie più la burrasca, ed agitandosi sempre più la nave, si trovarono tutti in gran pericolo. Gettarono nelle acque le merci, di poi gli arredi e gli armamenti della nave per alleggerirla. Tuttavia dopo parecchi giorni non apparendo più nè sole nè stelle, e la tempesta imperversando maggiormente pareva perduta ogni speranza di salvezza. A questi mali si aggiungeva che, o per la nausea del mare in burrasca, o per la paura della morte, niuno pensava a mangiare. La qual cosa tornava di gran danno; perciocchè ai marinai mancavano le forze per governare la nave. Si pentirono allora di non aver secondato il consiglio di Paolo, ma era tardi.

            Paolo vedendo lo scoraggiamento tra i marinari e tra i passeggieri, animato dalla fiducia in Dio li confortò parlando loro cosi: ecco fratelli, voi dovevate credere a me e non partirvi da Creta; così avremmo risparmiato queste perdite e queste disgrazie. Nondimeno fatevi coraggio, {115 [281]} credetemi, a nome di Dio vi assicuro, che nessuno di noi si perderà; solamente la nave andrà in pezzi. Imperciocchè questa notte mi è apparso l'angelo del Signore e mi disse: non temere, o Paolo, tu devi essere presentato a Cesare; e per tuo riguardo Dio dà la vita a tutti coloro che navigano teco. Per la qual cosa fate cuore, o fratelli, ogni cosa avverrà come fu da Dio promessa.

            Intanto erano già scorsi quattordici giorni dacchè pativano tale burrasca, ed ognuno credevasi da un momento all'altro di essere ingoiato dalle onde. Era la mezzanotte, quando nel buio delle tenebre parve ai marinari di avvicinarsi a terra. Per accertarsene gettarono giù in mare le àncore, ossia lo scandaglio, e trovarono l'acqua solo alta venti piedi, dipoi solamente quindici. Temendo allora di dare in qualche scoglio gettarono giù quattro àncore per fermare la nave, aspettando la luce del giorno che loro facesse vedere, dove erano.

            In quel momento entrò in pensiero ai marinai di fuggire dalla nave e tentare di salvarsi su quella terra che loro pareva vicina. Paolo sempre guidato da lume {116 [282]} divino voltosì al centurione ed ai soldati disse: se costoro non rimangono, voi non potrete essere salvi, perchè Dio non vuole essere tentato a far miracolo. A queste parole tutti si tacquero, e si tennero al consiglio di Paolo. Sul far del giorno il santo apostolo diede un'occhiata a quelli che erano sopra la nave e rimirandoli tutti spossati dalle fatiche e sfiniti dal digiuno si fece loro a parlare così: fratelli, corre il decimoquarto giorno dacchè aspettando maggior tranquillità non avete più gustato cosa alcuna. Ora vi prego di non lasciarvi così morir d'inedia. Io vi ho già assicurati, e vi assicuro tuttora che neppure uno de' vostri capelli perirà. Coraggio adunque. Ciò detto Paolo prese del pane, rese grazie a Dio, lo spezzò, e alla presenza di tutti si mise a mangiare. Allora tutti fecero cuore, e mangiarono insieme con lui, ed erano in numero di 276.

            Ma continuando la furia dei venti e delle onde furono costretti a gettare in mare anche il frumento che avevano serbato per loro uso. Fattosi giorno parve loro di vedere un seno, e si adoperavano per ispingere la nave colà e cercare salvezza, Ma sospinta dalla gagliardia {117 [283]} de' venti la nave andò a battere in una lingua di terra coperta dall'acqua, sicchè cominciò a rompersi e sfasciarsi. Vedendo l'acqua penetrare da varie fessure della nave, i soldati volevano prendere il crudele partito di ammazzare tutti i prigionieri sia per alleggerire la nave, sia perchè non fuggissero dopo essersi salvati a nuoto.

            Ma il centurione, che amava Paolo e voleva salvarlo, non approvò tal consiglio, anzi ordinò che quelli i quali sapessero nuotare, si gittassero in mare per giungere a terra; gli altri furono fatti montare sopra alcune tavole o sopra frammenti di barca; e cosi giunsero tutti sani e salvi al lido.

 

 

Capo XXIII. S. Paolo nell'isola di Malta; è liberato dal morso di una vipera; è accolto in casa di Publio, di cui guarisce il padre - Anno di Cristo 60.

 

            Nè Paolo nè i suoi compagni avevano conoscenza della terra sopra cui eransi {118 [284]} gettati dal mezzo delle onde. Informatisi dai primi che incontrarono seppero che quel luogo appellavasi Melita oggidì Malta, che è un' isola del Mediterraneo posta tra l' Affrica e la Sicilia. Alla notizia di quel gran numero di forestieri che a guisa di sorci e di pesci erano usciti dalle onde del mare corsero quei popolani e sebbene barbari furono inteneriti al vederli cosi stanchi, sfiniti e tremanti pel freddo, e a fine di riscaldarli accesero un gran fuoco.

            Paolo altresì, sempre attento ad esercitare opere di carità, andò a raccogliere un fascio di sarmenti. Or mentre li metteva sopra il fuoco, una vipera che era dentro intorpidita dal freddo, scossa dal calore saltò fuori e coi denti si attaccò alla mano di Paolo. Quei barbari al vedere così la bestia pendente dalla sua mano si fecero cattiva opinione di Paolo e andavano gli uni agli altri dicendo: bisogna che costui sia un omicida o qualche gran scellerato; egli scampò appena dal mare, ora la vendetta del cielo lo colpisce sopra la terra. Ma quanto dobbiamo guardarci dal giudicare temerariamente del nostro prossimo! {119 [285]}

            Paolo ravvivando la fede in Gesù Cristo, che aveva assicurato ai suoi Apostoli che nè serpenti nè veleni avrebbero, loro recato alcun danno, Paolo, dico, scossa la mano, gittò la vipera nel fuoco e non ricevette alcun male. Quella buona gente stava aspettando, che entrato il veleno nel sangue di Paolo, egli dovesse gonfiare e cader morto fra pochi istanti, siccome accadeva a quelli che avevano la disgrazia di essere morsi da quegli animali. Aspettarono un bel pezzo e veduto che nulla gli avveniva di male, cangiato il giudizio in contrario, dicevano che Paolo era un qualche Dio disceso dal cielo. Forse credevano che egli fosse Ercole creduto Dio e protettore di Malta. Dicono le favole, che Ercole essendo ancora bambino abbia ucciso un serpente, detto perciò ofiotico cioè uccisore di serpenti.

            Iddio confermò questo primo prodigio con un altro ancora più strepitoso e permanente; perciocchè fu tolta ogni forza di veleno ai serpenti di quell'isola, sicchè da quell'epoca in poi non si ebbe più a temere il morso delle vipere. Che più? Si vuole che la medesima terra {120 [286]} dell' Isola di Malta portata altrove sia rimedio sicuro contro ai morsi delle vipere e dei serpenti.

            Il governatore dell' Isola, che era un principe di nome Publio, uomo molto ricco, come seppe il modo maraviglioso con cui que' forestieri erano stati salvati dalle acque, e informato o essendo stato testimonio del miracolo della vipera, egli mandò ad invitare Paolo e i suoi compagni che erano colà approdali in numero di 276. Li accolse in casa sua e gli onorò per tre giorni dando loro alloggio e vitto a sue spese. Dio non lasciò senza ricompensa la liberalità e cortesia di Publio. - Egli aveva suo padre in letto travaglialo da febbri e da grave dissenteria che lo avevano condotto al punto di morte. Paolo andò a vedere l'ammalalo, e dopo avergli dette alcune parole di carita e di consolazione, si pose a pregare. Levatosi di poi in piedi si avvicinò al letto, impose le mani sopra l'infermo che rimase sull' istante guarito. Cosicchè il buon vecchio libero da ogni male con piena sanità corse ad abbracciar suo figliuolo benedicendo Paolo e quel Dio che egli predicava. Publio, suo padre e {121 [287]} la sua famiglia (cosi assicura s. Giovanni Gris.) pieni di gratitudine verso il grande Apostolo si fecero ammaestrare nella fede e ricevettero per mano di Paolo il battesimo.

            Sparsa la notizia della guarigione miracolosa del padre di Publio, tutti quelli che erano ammalati o avevano infermi di qualunque malattia andavano o si facevano portare ai piedi di Paolo, ed egli benedicendoli in nome di G. C. li rimandava tutti sanati, benedicendo Iddio e credendo al Vangelo. In breve tempo tutta quell'Isola ricevette il Battesimo, e abbattuti i templi degli Idoli, furono consacrati al culto del vero Dio.

 

 

Capo XXIV. Viaggio di san Paolo da Malta a Siracusa - Predica in Reggio - Suo arrivo in Roma - Anno di Cristo 60.

 

            I maltesi erano pieni di entusiasmo per Paolo e per la dottrina da lui predicata, per modo che oltre di venire in folla alla fede andavano eziandio a gara {122 [288]} per somministrare a lui e a suoi compagni quanto occorreva e pel tempo che dimorarono in Malta, e per fare il viaggio fino a Roma. Paolo dimorò in Malta tre mesi, a motivo dell'inverno in cui il mare non è navigabile. Si vuole comunemente che in quello spazio di tempo egli abbia avviato Publio nella perfezione cristiana, e che prima di partire lo abbia ordinato vescovo di quell'Isola; il che certamente a quei fedeli tornò di grande consolazione.

            Venuta la primavera e decisa la partenza per Roma, il centurione Giulio si aggiustò con una nave che da Alessandria andava verso l'Italia, e che per insegna aveva due dei chiamati Castore e Polluce, che gli idolatri credevano protettori della navigazione. Con gran rincrescimento dei Maltesi s'imbarcarono verso la Sicilia, che è un' isola molto vicina all'Italia, e favoriti dal vento giunsero in breve a Siracusa, città principale di quest' Isola. Quivi il Vangelo era già stato predicalo da s. Pietro, il quale vi aveva ordinato vescovo s. Marciano. Questo degno Pastore volle albergare in sua casa il santo Apostolo e gli fece celebrare {123 [289]} i santi misteri in una grotta con grande allegrezza di lui e di quei fedeli. Una Chiesa antichissima, che sussiste ancora oggidì in quella città, è dedicata al nostro santo Apostolo e si crede che sia stata innalzata sopra la grotta medesima ove s. Paolo aveva predicato la parola di Dio, e celebrati i divini misteri.

            Partendo da Siracusa costeggiò l'isola della Sicilia, passò il porto di Messina e giunse co' suoi compagni a Reggio città e porto della Calabria, vicinissimo alla Sicilia. Quivi si fermò un giorno.

            Accreditati storici di quel paese raccontano molte cose maravigliose operate da s. Paolo in quella breve dimora, tra cui io scelgo il fatto seguente. I Reggiani, che erano idolatri, avendo udito essere approdato nel loro porto una nave coll'insegna di Castore e Polluce da loro molto onorati, corsero affollati a vederla. Paolo volle approfittare di quel concorso per predicare G. Cristo. Ma non lo volevano ascoltare. Onde egli mosso dalla fede in quel Gesù che per sua mano aveva operate tante maraviglie trasse fuori un mozzicone di candela, di poi esclamò: Vi prego di lasciarmi parlare {124 [290]} almeno per quel poco di tempo, che durerà questo pezzetto di candela a consumarsi. Accolsero la condizione colle risa e si acquetarono.

            Paolo pose quel cerino sopra una colonna di pietra posta sul lido. Di presente tutta la colonna prese fuoco, e comparve una gran fiamma, che gli servi di torchia ardente. Egli ebbe tempo abbondante da ammaestrarli, perciocchè quei barbari, sbalorditi a tal miracolo, stetterò mansuetamente ad ascoltar Paolo quanto volle parlare; nè alcuno ebbe l'ardire di disturbarlo. La fede vi fu ricevuta, e sopra il luogo del miracolo fu innalzata una magnifica Chiesa al vero Dio. Sull'altare maggiore venne collocata quella colonna, e per conservare la memoria di quel prodigio fu stabilita una solennità con uffizio proprio. Nella messa poi si legge un oremus che si traduce così: O Dio, che alla predicazione dell'Apostolo Paolo, risplendente divinamente una colonna di pietra, vi siete degnato di instruire i popoli di Reggio col lume della fede, concedeteci, ve ne preghiamo, che meritiamo di avere in cielo intercessore {125 [291]} colui che abbiamo avuto predicatore del Vangelo in terra (Cesari; att. ap. v.2).

            Dopo quel giorno invitati da un tempo favorevole Paolo e i suo' compagni s'imbarcarono per Pozzuolo, città della Campania, distante nove miglia da Napoli. Quivi fu grandemente consolato per l’ incontro di parecchi che avevano già abbracciata la fede loro predicata da san Pietro alcuni anni prima.

            Quei buoni cristiani provarono anch'essi grande consolazione e pregarono Paolo di rimanere seco loro sette giorni. Paolo, avutane licenza dal Centurione, dimorò quel tempo, e in giorno festivo parlò alla piena adunanza di quei fedeli.

            Le novelle dell'arrivo del grande Apostolo in Italia erano già pervenute a Roma, ed i fedeli di quella città, bramosi di conoscere in persona l'autore della famosa lettera che loro era stata scritta da Corinto, vennero a incontrarlo fino al Foro di Appio, oggidì Fossa nuova, che è una citta distante circa 50 miglia da Roma. Continuando il cammino, giunsero alle Tre Taverne che è un luogo distante circa 30 miglia da Roma, dove {126 [292]} ne trovò molti altri che erano venuti fin là per fargli festevole accoglienza.

            Accompagnato da quel gran numero di fedeli che non si potevano saziare di specchiarsi in quel gran ministro di G. C. egli giunse in Roma come condotto in trionfo. Ivi la fede cristiana, come si è detto, era già stata predicata da san Pietro, il quale da diciotto anni vi teneva la sede Pontificia.

 

 

Capo XXV. Paolo parla agli Ebrei e predica loro G. C. Progresso del Vangelo in Roma. Anno di Cristo 61.

 

            Paolo giunto a Roma fu consegnato al prefetto del pretorio, cioè al generale delle guardie pretoriane, così appellate perchè era loro special cura di custodire la persona dell' imperatore. Il nome di quell'illustre romano era Afranio Burro, di cui la storia fa molto onorevole menzione. Giulio centurione si diè premura di raccomandare Paolo a quel prefetto che lo trattò con singolarissima benignità. {127 [293]} Le lettere dei governatori Felice e Festo, che certamente dovevano aver fatto conoscere la innocenza di lui, la buona testimonianza che gli rese il Centurione Giulio fecero mettere Paolo in buona opinione e riverenza presso Burro. Il quale diedegli piena licenza di vivere da solo dovunque gli fosse piaciuto, a sola condizione che fosse guardato da un soldato, quando usciva di casa. Paolo però aveva sempre al braccio la catena quando era in casa; che se usciva, la catena che legavagli il braccio, passava dietro a tenergli seco legato il soldato che lo accompagnava; di maniera che quel soldato era sempre attaccato con Paolo per la medesima catena. Il santo Apostolo affittò una casa, nella quale prese alloggio egli co' suoi compagni, tra cui sono specialmente nominati Luca, Aristarco e Timoteo, quel fedele suo discepolo di Listri.

            Tre giorni dopo il suo arrivo egli mandò ad invitare i principali Ebrei che dimoravano in Roma, pregandoli di venire a lui nel suo alloggio. Raccoltisi in buon numero egli loro parlò cosi: io non vorrei che lo stato in cui mi vedete, e le catene da cui sono legato vi mettessero {128 [294]} cattiva opinione di me. Dio sa che ho fatto nulla contro al mio popolo, nè contro alle usanze e leggi di mia patria. Fui incatenato in Gerusalemme, di poi messo in mano dei Romani. Costoro mi esaminarono, e non avendo trovato in me cosa che meritasse castigo, volevano rimandarmi libero; ma opponendosi fortemente gli Ebrei, fui costretto di appellarmi a Cesare.

            Questa è la sola cagione per cui sono stato condotto a Roma. Io qui non voglio accusare i miei fratelli, ma desidero di far sapere a voi il motivo della mia venuta, e nel tempo stesso parlarvi del Messia e della Risurrezione che è appunto il motivo di queste catene. Sopra questa materia desidero molto di potervi aprire l'animo mio.

            A tali parole i Giudei risposero: veramente a noi nè furono scritte lettere dalla Giudea nè alcuno venne a rapportarci cosa contro di te. Siamo anche noi nel più vivo desiderio di sapere i tuoi sentimenti, perciocchè noi sappiamo che la setta de' cristiani è contraddetta per tutto il mondo.

            Paolo accettò volentieri l'invito, e assegnando {129 [295]} loro un giorno si raccolse un gran numero di Giudei nella casa di lui. Egli allora prese ad esporre la dottrina di Gesù Cristo, la divinità della sua persona, la necessità della fede in lui, confermando ogni cosa colle parole de' Profeti e di Mosè. Tale era il desiderio di ascoltare e tale l'ansietà di predicare, che il discorso di Paolo fu prolungato da mattina fino a sera. Tra gli Ebrei che lo ascoltavano molti credettero ed abbracciarono la fede, ma parecchi gli si opposero fortemente.

            Il santo Apostolo vedendo tanta ostinazione da parte di coloro che avrebbero dovuto essere i primi a credere, disse loro queste dure parole: di questa inflessibile ostinazione che io scorgo qui tra di voi in Roma, come pure ho trovato in tutte le parti del mondo, la colpa è vostra. Questa vostra durezza fu già predetta dal profeta Isaia, quando disse: vattene a questo popolo e gli dirai: voi udirete colle orecchie, ma non intenderete, vedrete cogli occhi ma non ravviserete nulla; perchè questo popolo è ingrassato e impinguato, e tiene turate le orecchie e chiusi gli occhi. {130 [296]}

            Statevi pur sicuri, proseguiva Paolo, che la salvezza che voi non volete, Dio non ve la darà; anzi la porterà ai Gentili, che l'accoglieranno.

            Le parole di Paolo furono quasi inutili agli Ebrei. Essi partirono da lui continuando le gare e le vane discussioni sopra le cose udite senza aprire il cuore alla grazia che loro si offeriva. Pel che altamente addolorato Paolo si volse ai Gentili che con umiltà di cuore lo andavano ad ascoltare ed in gran numero abbracciavano la fede.

            Il santo Apostolo esprime egli medesimo la grande sua consolazione pel progresso che faceva il Vangelo durante la sua prigionia scrivendo ai fedeli di Filippi: Quando voi, o fratelli, avete saputo che io era tenuto in prigione a Roma, ne avrete provato pena, non tanto pel conto della mia persona, quanto per la predicazione del Vangelo. Sappiate adunque che è ben altrimenti. Le mie catene sono tornate ad onore di G. C. e servirono a farlo meglio conoscere non solamente a quelli della città che venivano da me per farsi istruire nella fede, ma nella corte e nel palazzo del medesimo {131 [297]} imperatore. Di questo dovete meco rallegrarvi e ringraziare Iddio.

 

 

Capo XXVI. S. Luca. - I Filippesi mandano sussidii a S. Paolo. - Malattia e guarigione di Epafrodito. - Lettera ai Filippesi. - Conversione di Onesimo. Anno di G. C. 61.

 

            Quanto abbiamo finora detto delle azioni di S. Paolo fu quasi letteralmente ricavato dal libro degli atti degli Apostoli scritto da S. Luca. Questo predicator del Vangelo continuò ad essere fedele compagno di S. Paolo; egli predicò il vangelo nell'Italia, nella Dalmazia, nella Macedonia, e terminò la vita col martirio in Patrasso città dell' Acaja. Egli era medico, pittore e scultore. Ci sono molte statue e molte pitture della B. Vergine venerate in diversi paesi che si attribuiscono a S. Luca. Ritorniamo a S. Paolo.

            Due fatti sono specialmente memorabili nella vita di questo santo Apostolo mentre era prigione in Roma. Uno riguardo ai fedeli di Filippi, l'altro alla conversione di Onesimo. {132 [298]}

            Fra i molti popoli a cui il santo Apostolo predicò il Vangelo niuno gli diede maggiori segni di affezione quanto i Filippesi. Essi gli avevano già somministrato copiose limosine quando predicava nella loro città, in Tessalonica ed in Corinto.

            Come poi intesero che Paolo era tenuto prigioniero a Roma, s'immaginarono che fosse nel bisogno, perciò fecero una considerevole colletta; e perchè riuscisse più cara ed onorevole la inviarono per mano di S. Epafrodito loro vescovo.

            Questo santo prelato giunto a Roma trovò Paolo che non solo aveva bisogno di sussidii pecuniarii ma di assistenza personale; poichè egli era andato soggetto a grave infermita cagionatagli dalla prigionia. Epafrodito si diede a servirlo con tanta sollecitudine, carita e fervore che divenuto esso stesso ammalato già trovavasi in ponto di morte. Ma Dio volle ricompensare la carità del santo e fare sì che non si aggiungesse afflizione sopra afflizione al cuore di Paolo, e gli ridonò la sanita.

            I Filippesi come seppero che Epafrodito era mortalmente ammalato furono immersi nella più profonda costernazione. Per la qual cosa Paolo stimò bene di rimandarlo {133 [299]} a Filippi con una lettera in cui significa il motivo che l'indusse a rimandar loro Epafrodito che chiama suo fratello, cooperatore, collega e loro Apostolo. Gli esorta quindi a riceverlo con tutta allegrezza e ad onorare ogni persona di simil merito che ad imitazione di lui sia pronta a dar la propria vita pel servizio di Cristo. Dice anche ai Filippesi che avrebbe loro quanto prima mandato Timoteo, affinchè gli portasse nuove precise di quella cristianità: dice eziandio che sperava di esser posto in libertà, e di poterli ancora una volta vedere.

            Epafrodito fu accolto dai Filippesi come un angelo mandato dal Signore e la lettera di Paolo riempì il cuore di quei fedeli della più grande consolazione.

            L'altro fatto che rende celebre la prigionia di S. Paolo fu la conversione di Onesimo servo di Filemone ricco cittadino di Colosso città della Frigia. Questo Filemone era stato guadagnato alla fede da S. Paolo, e corrispose così bene alla grazia del Signore che egli era considerato come modello dei cristiani, e la sua casa era chiamata chiesa perchè era sempre aperta per le pratiche di pietà e per {134 [300]} l'esercizio della carità verso i poveri. Egli aveva molti schiavi che lo servivano, e fra essi uno di nome Onesimo. Questi essendosi dato sventuratamente ai vizi aspettò l'occasione di farla franca e rubando una grossa somma di danaro al padrone fuggì a Roma. Colà dandosi alla crapula e ad altri stravizzi consumò il danaro rubato, e in breve si trovò nella più grande miseria. Casualmente egli udì a parlare di S. Paolo che forse aveva veduto e servito in casa del suo padrone. La carità e benignità del santo Apostolo gli inspirarono confidenza, e deliberò di presentarsi a lui. Andò e gettatoglisi ginocchioni ai piedi gli manifestò il suo fatto e lo stato infelice dell' anima sua, e si commise tutto nelle sue mani. Paolo ravvisò in quello schiavo un vero figliuol prodigo. L'accolse con bontà siccome faceva con tutti, e dopo d'avergli fatto conoscere la gravezza del suo fatto e l'infelice stato dell'anima sua si diede ad istruirlo nella fede. Quando conobbe in lui le disposizioni necessarie per fare un buon cristiano lo battezzò nella medesima carcere. Il buon Onesimo come ebbe ricevuta la grazia del battesimo rimase {135 [301]} pieno di gratitudine e di affetto verso il suo padre e maestro, e cominciò a dargliene segno servendolo lealmente nelle necessità di sua prigionia. Paolo desiderava di tenerlo presso di sè, ma egli non volle farlo senza il permesso di Filemone. Pensò pertanto di mandare Onesimo stesso dal suo padrone. E poichè esso non osava presentarsi a lui, Paolo volle accompagnarlo con una lettera dicendogli: prendi questa lettera e va dal tuo padrone, e sta sicuro che tu otterrai più di quanto desideri.

 

 

Capo XXVII. Lettera di s. Paolo a Filemone. Anno di Gesù Cristo 62.

 

            La lettera di s. Paolo a Filemone è la più facile e più breve delle altre lettere di questo s. Apostolo, e poichè per la bellezza dei sentimenti può servire di modello a qualsiasi cristiano, perciò si offre intera al benevolo lettore. È del tenore seguente:

            «Paolo prigioniero per la fede di G. C. {136 [302]} e Timoteo suo fratello al nostro caro Filemone, nostro cooperatore, ad Appia nostra sorella carissima, ad Archippo compagno delle nostre fatiche ed a tutti i fedeli che sogliono radunarsi in tua casa. Dio Padre e G. C. Signor nostro vi accordino la grazia e la pace.

            Ricordandomi continuamente di te nelle mie orazioni, o Filemone, io rendo grazie al mio Dio nell'udire la tua fede e la tua grande carità verso di tutti i fedeli. Ringrazio pure Iddio nell'udire la liberalità proveniente dalla tua fede cotanto manifesta agli occhi di tutti, per le opere buone che si praticano nella vostra casa per amore di G. Cristo. Noi, o fratello carissimo, fummo ricolmi di allegrezza e di consolazione sapendo che i fedeli hanno trovato tanto sollievo dalla tua bontà. Quindi sebbene io possa prendermi in G. C. un'intera libertà di ordinarti una cosa che è di tuo dovere; pure atteso l'amore che ti porto, voglio piuttosto supplicarti, ancorchè io sia quale io sono a tuo riguardo, vale a dire, ancorchè io sia Paolo già vecchio e attualmente prigioniero per la fede di Gesù Cristo.

            La preghiera che io ti fo è per Onesimo {137 [303]}mio figliuolo da megenerato nelle mie catene, il quale altre volte ti fu inutile, ma che ora sarà utilissimo così a me come a te. Io te lo mando e ti prego di riceverlo come mie viscere. Aveva pensato di ritenerlo presso di me, affinchè esso mi prestasse qualche servigio in vece tua, trovandomi nelle catene che porto per amore del Vangelo; ma nulla ho voluto fare senza il tuo consenso, perchè desidero che il bene che li propongo sia pienamente volontario, non già sforzato. Egli forse è stato per qualche tempo separato da le affinchè tu lo riacquisti per sempre, e non lo riacquisti come semplice schiavo, ma come quello che di schiavo è divenuto uno dei prediletti nostri fratelli. Che se egli è caro a me, quanto non lo deve essere a te, appartenendoti e secondo il mondo e secondo il Signore.

            Se dunque mi riguardi come strettamente unito con te, ricevilo come riceveresti me stesso. Se egli ti ha recato qualche danno o se ti è debitore di qualche cosa mettilo a mio conto. Io Paolo che ti scrivo di propria mano, io te la restituirò, per non dirti che tu mi sei debitore di te stesso. Sì, o fratello, mi aspetto {138 [304]} di ricevere da te tal gioia nel Signore. Dammi questa sensibile consolazione a nome del Signore! Ti scrivo questo, appoggiato alla confidenza che ho in te, perchè sono persuaso di ottenere più che non dimando. Ti prego altresì di prepararmi un alloggio, perchè io spero che Dio pel merito delle vostre preghiere, mi restituirà un'altra volta a voi.

            Epafra che è al par di me prigioniero per amor di G. C. ti saluta insieme con Marco, con Aristarco, con Dema, con Luca che sono i miei aiuti e i miei compagni. La grazia di Nostro Signor G C. sia col vostro spirito. Amen.» Fin qui la lettera.

            Epafra di cui parla qui s. Paolo era stato da lui convertito alla fede, quando predicava nella Frigia. Divenuto poi Apostolo di sua patria fu creato vescovo di Colosso. Andò egli a Roma per visitare s. Paolo e fu posto con lui in prigione. Essendo poi stato messo in libertà ritornò a governare la sua chiesa di Colosso, dove finì la vita colla corona del martirio.

            Marco, di cui qui si favella, è Giovanni Marco, che dopo aver faticato molto con s. Barnaba nella predicazione del Vangelo {139 [305]} erasi dipoi unito a s. Paolo e così aveva lungamente riparata la debolezza dimostrata quando abbandonò s. Paolo e s. Barnaba per recarsi a casa.

            Giunto Onesimo a Colosso si presentò colla lettera al suo padrone che lo accolse colla massima amorevolezza, contento di ricuperare non uno schiavo, ma un cristiano. Gli diede ampio perdono, e poichè dalla lettera del santo Apostolo aveva conosciuto che Onesimo avrebbegli potuto rendere qualche servigio, lo rimandò a lui con mille saluti e con mille benedizioni.

            Questo servo si mostrò veramente fedele alla vocazione di cristiano. S. Paolo vedendolo adorno delle virtù e della scienza necessaria per fare un predicatore del Vangelo, lo ordinò prete e più tardi lo consacrò vescovo di Efeso. Egli riportò la corona del martirio e la Chiesa cattolica ne fa memoria il 16 febbraio. {140 [306]}

 

 

Capo XXVIII. S. Paolo scrive ai Colossesi, agli Efesini ed agli Ebrei. Anno di Cristo 62.

 

            Lo zelo del nostro Apostolo era instancabile, e poichè le sue catene lo tenevano a Roma, egli s'ingegnava o di mandare i suoi discepoli o scriveva lettere ovunque ne avesse conosciuto il bisogno. Fra le altre cose fu a lui riferito che in Colosso, ove abitava Filemone, erano insorte questioni a motivo di alcuni falsi predicatori che volevano obbligare alla circoncisione ed alle cerimonie legali tutti i gentili che venivano alla fede. Di più erano giunti ad introdurre un culto superstizioso degli angeli. Paolo, come Apostolo dei Gentili, informato di quelle pericolose novità, scrisse una lettera che bisognerebbe esporre da Capo a fondo per gustarne la bellezza e la sublimità de' sentimenti. Meritano però di essere notate le parole che riguardano alla tradizione. - Le cose, egli dice, che mi stanno maggiormente a cuore, vi saranno dette {141 [307]} verbalmente da Tichico e da Onesimo, che per tal fine sono a voi inviati. - Le quali parole dimostrano come l'Apostolo aveva cose di grande importanza non scritte, ma che mandava a comunicare verbalmente in forma di tradizione.

            Una cosa che cagionò non lieve inquietudine al nostro Apostolo furono le notizie di Efeso. Quando egli trovavasi in Mileto e convocò i primari pastori, aveva loro detto che per i mali cui doveva sopportare, credeva che non avrebbero più veduto la sua faccia. La qual cosa lasciò quegli affezionati fedeli nella massima costernazione. Il santo Apostolo fatto consapevole della tristezza che travagliava gli Efesini, scrisse una lettera per consolarli.

            Fra le altre cose raccomanda di considerare G. C. Capo della Chiesa e di tenersi a lui uniti nella persona de' suoi apostoli. Raccomanda caldamente di star lontani da certi peccati che si devono nemmeno nominare fra i cristiani. - La fornicazione, egli' dice, l'impurità e l'avarizia, non siano neppure nominati tra voi. Cap. 5, vers. 3.

            Indirizzando poi il discorso alla gioventù {142 [308]} dice queste affettuose parole: «Figliuoli, ve lo raccomando per amor del Signore, siate ubbidienti ai vostri genitori: perchè è cosa giusta. Onora il tuo padre e la madre tua, dice il Signore. Se tu osserverai questo comandamento sarai felice e vivrai lungamente sopra la terra.»

            Di poi parla così ai genitori: «E voi, o padri, non provocate all'ira i vostri figliuoli, ma allevateli nella disciplina e nella istruzione del Signore. Voi, o servi, ubbidite ai vostri padroni, come a Gesù Cristo, non per piacere agli uomini, ma per fare la volontà di Dio. Voi poi, o padroni, fate altrettanto riguardo a' vostri servi, ponendo da parte l'asprezza, ricordandovi bene che il vostro e il loro vero padrone è nei cieli; e che egli non è accettator di persone.»

            Questa lettera fu portata ad Efeso da Tichico, quel fedele discepolo che con Onesimo aveva portata la lettera scritta ai Colossesi.

            Da Roma scrisse egli pure la sua lettera agli Ebrei, cioè ai Giudei della Palestina convertiti alla fede. Il suo scopo era di consolarli e premunirli contro alle seduzioni di alcuni altri Giudei. Dimostra {143 [309]} egli come i sacrifizi, le profezie, la legge antica eransi verificate in G. C, e che a lui solo si deve rendere onore e gloria per tutti i secoli. Insiste di stare costantemente uniti al Salvatore colla fede, senza la quale niuno può piacere a Dio; ma che questa fede non giustifica senza le opere.

 

 

Capo XXIX. S. Paolo è messo in libertà. - Martirio di s. Giacomo il Minore. Anno di Cristo 63.

 

            Erano già scorsi quattro anni dacchè il santo Apostolo era tenuto in prigione; due li aveva passati in Cesarea, due a Roma. Nerone l' aveva fatto comparire dinanzi al suo tribunale, e ne aveva conosciuta l'innocenza; ma fosse per odio contro alla religione cristiana, o per non curanza di quel crudele imperatore, egli aveva sempre rimandato Paolo in prigione. Finalmente si risolse di donargli compiuta libertà. Il motivo di questa deliberazione si attribuisce comunemente ai grandi rimorsi che quel tiranno provava per le nefandità {144 [310]} da lui commesse. Egli era giunto fino a far assassinare sua madre. Dopo tali misfatti ne provava i più acuti rimorsi, perciocchè gli uomini comunque scellerati non possono a meno di sentire in loro stessi i flagelli della coscienza.

            Nerone adunque per acquetare in qualche maniera l' animo suo pensò di fare alcune opere buone e fra le altre donare la libertà a Paolo. Fatto così padrone di se stesso il grande Apostolo si valse della libertà per portare con maggior ardore la luce del Vangelo ad altre più remote nazioni.

            Forse taluno dimanderà, che cosa abbiano fatto gli Ebrei di Gerusalemme quando si videro Paolo tolto dalle mani. Lo dirò in breve. Eglino rivolsero tutto il loro furore contro a s. Giacomo detto il minore, vescovo di quella città. Era morto il governatore Festo; il suo successore non era ancora entrato in carica: i Giudei approfittarono di quell'occasione per portarsi in folla dal sommo sacerdote, chiamato Anano, figlio di quell' Anna, e cognato di quel Caifasso che avevano fatto condannare il Salvatore.

            Riusciti a farlo condannare temevano {145 [311]} grandemente il popolo che lo amava qual tenero padre e si specchiava nelle sue virtù; ed era da tutti nominato il Giusto. La storia ci dice che egli pregava con tale assiduità che la pelle dei suoi ginocchi era divenuta come quella del cammello. Non beveva nè vino nè altro liquore che potesse ubbriacare; era rigidissimo nel digiunare, parco nel mangiare, nel bere e nel vestirsi. Ogni cosa superflua donavala ai poveri.

            Malgrado queste belle qualità, quegli ostinati trovarono modo di dare alla sentenza almeno apparenza di giustizia con un' astuzia degna di loro. D' accordo col sommo sacerdote i Saducei, i Farisei, e gli Scribi fanno un tumulto, e corrono da Giacomo dicendo fra mille schiamazzi: bisogna che tu immediatamente cavi di errore questo innumerevole popolo, il quale crede che Gesù possa essere il Messia promesso. E poichè tu sei chiamato il Giusto tutti credono in te, perciò monta sulla sommità di questo tempio, affinchè ognuno possa vederti e udirti e rendi testimonianza alla verità.

            Lo condussero adunque sopra di {146 [312]} un' alta loggia al di fuori del tempio, e quando lo videro colassù, esclamarono con finzione: O uomo giusto, dicci qual cosa abbiasi a credere di Gesù crocifisso. Il luogo non poteva essere più solenne. O rinnegare la fede, o proferendo parola a favore di G. G. essere tosto messo a morte. Ma lo zelo del santo Apostolo seppe trarre tutto il vantaggio da quella occasione.

            «E perchè mai, egli esclamò ad alta voce, perchè m'interrogate voi sopra Gesù figliuolo dell' uomo ed insieme figliuolo di Dio. Invano affettate voi di richiamare in dubbio la mia fede in questo vero Redentore. Io dichiaro in faccia a voi che egli sta in cielo assiso alla destra di Dio onnipotente, donde verrà a giudicare tutto il mondo.» Molti credettero in G. C. e nella semplicità dell' anima loro cominciarono ad esclamare: Gloria al figliuolo di Davidde.

            I Giudei ingannati nella loro aspettazione si misero furiosamente a gridare: egli ha bestemmiato: sia sull'istante precipitato giù e tolto di vita. Corsero su immediatamente e lo precipitaron sopra il lastrico della piazza. {147 [313]}

            Non morì soll' istante, e potutosi rialzare posesi ginocchioni e ad esempio del Salvatore invocava la divina misericordia sopra i suoi nemici dicendo: perdonate, o Signore, perciocchè essi non sanno che cosa si facciano.

            Allora i furibondi suoi nemici ad istigazione del Pontefice gli lanciarono addosso una grandine di sassi, finchè vi corse uno che datogli un colpo di stanga sul Capo lo stese morto. Molti fedeli vennero trucidati con questo Apostolo e sempre per la medesima causa cioè in odio del cristianesimo. V. Eusebio Stor. Ec.

 

 

Capo XXX. Altri viaggi di s. Paolo - Scrive a Timoteo e a Tito - Suo ritorno a Roma - Anno di Cristo 68.

 

            Sciolto s. Paolo dalle catene della prigione volse il cammino verso quei luoghi ove aveva divisato di andare. Egli adunque andò nella Giudea a vedere gli Ebrei; ma vi si fermò poco perchè quegli ostinati davano già opera a riaccendere {148 [314]} la primitiva persecuzione. Andò a Colosso secondo la promessa fatta a Filemone. Si recò a Candia dove predicò il Vangelo e dove ordinò Tito vescovo di quell'Isola. Ritornò nell'Asia a visitare le chiese di Troade, a Iconio, a Listri, a Mileto, a Corinto, a Nicopoli, a Filippi. Da questa città scrisse una lettera al suo Timoteo che aveva ordinato vescovo di Efeso.

            In questa lettera l'Apostolo gli dà parecchie regole per la consacrazione dei vescovi e dei sacerdoti, e per l'esercizio di molte cose riguardanti alla disciplina ecclesiastica. Quasi nello stesso tempo scrisse una lettera a Tito, vescovo di Creta e gli dà quasi i medesimi avvisi dati a Timoteo, e lo invita a venirlo presto a vedere.

            Si crede comunemente che egli sia andato a predicare nella Spagna e in molti altri luoghi. Impiegò cinque anni in missioni e fatiche apostoliche. Ma i fatti particolari di questi viaggi, le conversioni per sua cura operatesi ne' varii paesi non ci sono conosciute. Diciamo solo con s. Anselmo «che il santo Apostolo corse dal mar Rosso fino all'Oceano {149 [315]} portando ovunque la luce della verità. Egli fu come il sole che illumina tutto il mondo dall' oriente all' occidente sicchè piuttosto a Paolo era mancato mondo e popoli da convertire, che Paolo sia mancato ad alcuno degli uomini. Questa è la misura del suo zelo e della sua carità.» Mentre Paolo era occupato nelle fatiche dell' apostolato, seppe che in Roma era scoppiata una fiera persecuzione sotto all'impero di Nerone. Paolo s'immaginò tosto il bisogno grave di sostenere la fede in simili occasioni, e prese immediatamente il cammino verso Roma.

            Giunto in Itana egli trovò ovunque pubblicati i bandi di Nerone contro ai fedeli. Sentiva i delitti e le calunnie loro imputate; ovunque vedeva croci, roghi e altri generi di supplizi preparati ai confessori della fede, e ciò raddoppiava in Paolo il desiderio di trovarsi presto tra que' fedeli. Giuntovi appena, come colui che offeriva a Dio se stesso, si diede a predicare nelle pubbliche piazze, nelle sinagoghe tanto ai Gentili quanto agli Ebrei. A questi che si erano quasi sempre dimostrati ostinati predicava imminente l' adempimento delle profezie {150 [316]} del Salvatore, con cui era predetta la distruzione della città e del tempio di Gerusalemme colla dispersione di tutta quella nazione. Suggeriva però un mezzo onde evitare i divini flagelli, cioè convertirsi di cuore e riconoscere il loro Salvatore in quel Gesù che avevano crocifisso.

            Ai Gentili predicava la bontà e la misericordia di Dio che li invitava a penitenza; che perciò lasciassero il peccato, mortificassero le passioni e abbracciassero il Vangelo. A tale predicazione confermata da continui miracoli gli uditori venivano in folla a chiedere il Battesimo. Così la Chiesa perseguitata col ferro, col fuoco e con mille terrori compariva più bella e più fiorente e accresceva ogni dì il numero de' suoi eletti.

            Che più? S. Paolo spinse tant' oltre il suo zelo e la sua carità che giunse a guadagnare un certo Proclo intendente del palazzo imperiale, e la medesima moglie dell'imperatore. Costoro abbracciarono con ardore la fede e morirono martiri. {151 [317]}

 

 

Capo XXXI. S. Paolo è di nuovo messo in prigione - Scrive la seconda lettera a Timoteo - Suo martirio - Anno di Cristo 69-70.

 

            Con s. Paolo era eziandio venuto a Roma s. Pietro, che da 25 anni ivi teneva la sede della cristianità. Esso era eziandio andato altrove a predicare la fede, e come fu informato della persecuzione suscitata contro ai Cristiani ritornò tosto a Roma. Lavorarono di comune accordo i due principi degli Apostoli finchè Nerone indispettito per le conversioni che eransi fatte nella sua corte, e più ancora per la morte ignominiosa toccata al mago Simone (come raccontammo nella vita di s. Pietro) ordinò che fossero col massimo rigore ricercati s. Pietro e s. Paolo e condotti nella carcere Mamertina appiè del colle Capitolino. Nerone aveva in animo di far tosto condurre i due Apostoli al supplizio, ma ne fu distolto da affari politici e da una congiura tramata contro di lui. Di più egli aveva deliberato {152 [318]} di rendere glorioso il suo nome tagliando l'istmo di Corinto che è una lingua di terra larga circa 9 miglia Questa impresa non si potè effettuare, ma lasciò un anno di tempo a Paolo per guadagnare ancora anime a Gesù Cristo.

            Egli riuscì a convertire molti prigionieri, alcune guardie ed altri ragguardevoli personaggi, che per desiderio d' istruirsi o per curiosita l'andavano ad ascoltare; perciocchè s. Paolo durante la sua prigionia poteva essere liberamente visitato, e scriveva lettere ove ne avesse conosciuto il bisogno. Egli è dalla prigione dì Roma che scrisse la seconda lettera a Timoteo.

            In questa lettera l' Apostolo annunzia vicina la sua morte, dimostra vivo desiderio che lo stesso Timoteo andasse a lui per assisterlo, essendo quasi da tutti abbandonato. Questa lettera si può chiamare testamento di s. Paolo; e fra le molte cose somministra eziandio una delle maggiori prove in favore della tradizione. Quello che tu hai udito da me, gli dice, procura di farlo intendere ad uomini religiosi e capaci d'inculcarlo agli {153 [319]} altri dopo di te. Dalle quali parole apprendiamo che oltre la dottrina scritta vi sono delle altre verità non meno utili e certe che devono essere trasmesse da voce in voce con una successione non interrotta per tutti i tempi avvenire.

            Dà poi molti utili avvisi a Timoteo per la disciplina della Chiesa, per conoscere varie eresie che si andavano seminando fra i Cristiani. E per mitigare la ferita che la novella di sua morte imminente gli avrebbe cagionato lo incoraggisce così: non ti contristare per me, anzi, se mi vuoi bene, rallegrati nel Signore. Io ho combattuto da buon soldato, ora ho terminato il mio corso, ho mantenuta a Cristo la fede. Nel resto nulla più mi rimane a desiderare se non la corona di gloria che il Signore Iddio giusto giudice mi renderà in quel'giorno, quando io consumato il sacrificio di mia vita, mi presenterò a lui. Tal corona non solo renderà a me, ma a tutti quelli che con opere buone si preparano a riceverla in quella sua venuta.

            Paolo ebbe nella sua prigione un conforto da un certo Onesiforo. Essendo costui venuto a Roma ed avendo inteso {154 [320]} che Paolo, suo antico maestro e padre in Gesù Cristo, era in carcere, io andò a trovare e si offerì di servirlo. L'Apostolo provò grande consolazione di così tenera carità e scrivendo a Timoteo gli fa molti elogi e gli prega da Dio larga ricompensa. «Faccia Dio, gli scrive, misericordia alla famiglia di Onesiforo, il quale lungamente mi ha servito, e non si recò a vergogna di vivere meco nelle catene; il Signore gli usi in quel gran giorno quella stessa misericordia che usò verso di me. Nè queste sono le sole sue opere buone; tu ben sai quanti servigi egli mi abbia già prima prestato in Efeso.»

            Intanto Nerone ritornò da Corinto tutto indispettito perchè l'affare dell'istmo non era riuscito. Si pose con rabbia maggiore a perseguitare i Cristiani; e il suo primo alto fu di far eseguire la sentenza di morte contro a s. Paolo. Primieramente egli fu battuto colle verghe, e mostrasi ancora in Roma la colonna a cui era legato quando sostenne quella flagellazione. È vero che con essa egli perdeva il privilegio di cittadinanza romana, ma acquistava il diritto di cittadino del cielo, perciò provava la più grande gioia nel {155 [321]} vedersi rassomigliato al suo divin maestro. Questa battitura era l'apparecchio per essere di poi decapitato.

            Paolo era condannato a morte perchè aveva oltraggiato gli Dei; per questo solo titolo era permesso di tagliare la testa ad un cittadino romano. Bella colpa! essere riputato empio perchè in luogo di adorare i sassi ed i demonii si vuole adorare il solo vero Dio e il suo figliuolo Gesù Cristo. Dio gli aveva già prima rivelato il giorno e l'ora della sua morte; per la qual cosa provava una delizia già tutta celeste. Cupio, andava esclamando, cupio dissolvi et esse cum Christo. Desidero di essere svincolato da questo corpo per unirmi a G. C. Finalmente da una masnada di sgherri egli fu tratto di prigione e condotto fuori di Roma per la porta che dicesi di Ostia e facendolo camminare verso una palude lungo il Tevere, giunsero ad un luogo chiamato acque Salvie circe tre miglia lontano da Roma.

            Raccontano che una matrona, chiamata Plautilla, moglie di un Senatore Romano, al vedere il santo Apostolo malconcio nella persona e condotto a morte si pose {156 [322]} dirottamente a piangere. S. Paolo la consolò dicendole: non piangere, io ti lascierò tal memoria di me, che ti sarà molto cara. Dammi il tuo pannolino. Ella glielo diede. Con questo pannolino furono al Santo bendati gli occhi prima di essere decapitato. E per ordine del Santo fu da pia persona restituito sanguinoso a Plautilla che lo serbò come reliquia.

            Giunto Paolo al luogo del supplizio piegò le ginocchia e colla faccia innalzata al Cielo raccomandò a Dio l'anima sua e la Chiesa; di poi chinò il Capo e ricevette il colpo della spada che glielo troncò dal busto. L' anima sua volò a trovare quel Gesù che da tanto tempo bramava di godere.

            Gli angeli lo accolsero e lo introdussero fra immenso giubilo a partecipare della felicità del cielo. Egli è certo che il primo a cui egli dovette render grazie fu santo Stefano al quale dopo Gesù era debitore della sua conversione e della sua salvezza. {157 [323]}

 

 

Capo XXXII. Sepoltura di s. Paolo - Maraviglie operate alla sua tomba - Basilica a lui dedicata.

 

            Il giorno che s. Paolo fu fatto morire fuori di Roma alle acque Salvie fu lo stesso in cui s. Pietro riporto la palma del martirio a pie del monte Vaticano il 29 giugno; essendo s. Paolo in età d' anni 65. Il Baronio, che chiamasi padre della Storia Ecclesiastica, racconta come la testa di s. Paolo appena tagliata dal corpo grondò latte in luogo di sangue. Due soldati alla vista di tal miracolo si convertirono a G. C. La sua testa poi cadendo a terra fece tre salti, e dove toccò la terra zampillarono tre fonti di acqua viva. Per conservare viva memoria di questo glorioso avvenimento fu innalzata una chiesa le cui mura racchiudono queste fontane, le quali ancora oggidì chiamansi fontane di s. Paolo. V. Baronio an. 69-70.

            Molti viaggiatori (v. Cesari e Tillemont) si recarono sul luogo per essere testimoni {158 [324]} di questo fatto, e ci assicurano che quelle tre fonti da loro vedute e gustate hanno un gusto come di latte. In quei primi tempi era grandissima la sollecitudine dei Cristiani per raccogliere e seppellire i corpi di coloro che davano la vita per la fede. Due donne chiamate una Basilissa, l'altra Anastasia studiarono il modo e il tempo di avere il cadavere del santo Apostolo, e di notte gli diedero sepoltura due miglia lungi dal luogo ove aveva sofferto il martirio, a distanza di un miglio da Roma. Nerone per mezzo delle sue spie conobbe l' opera di carita di quelle pie donne e questo bastò perchè le facesse morire troncando loro le mani, i piedi, di poi la testa.

            Quantunque i Gentili sapessero che il corpo di Paolo era stato seppellito dai Fedeli non poterono però mai saperne il luogo. Ciò era solamente nòto ai Cristiani, i quali lo tenevano segreto come il più caro tesoro, e gli rendevano quel maggior onore che potevano. Ma la stima che i Fedeli avevano di quelle reliquie giunse a tale che alcuni mercanti d'Oriente venuti a Roma tentarono di rubarle e portarsele nel loro paese come appartenenti {159 [325]} ad un uomo del loro paese. Segretamente lo sotterrarono nelle catacombe due miglia distanti da Roma, aspettando tempo propizio per trasportarlo. Ma nell'atto che volevano compiere il loro disegno, si levò un orribile temporale con lampi e fulmini terribili, sicchè furono costretti di abbandonare l'impresa. Saputasi tal cosa, i Cristiani di Roma andarono a prendere il corpo di Paolo e lo portarono al suo primo luogo lungo la via di Ostia.

            Al tempo di Costantino il grande fu fabbricata una basilica superba ad onore e sopra il sepolcro del nostro apostolo. In ogni tempo Re, e Imperatori, dimentichi della loro grandezza, pieni di timore e di venerazione si recarono a quel sepolcro per baciare la cassa che raccoglie le ossa del santo Apostolo.

            Gli stessi Romani Pontefici non si accostavano nè sì accostano al luogo della sua sepoltura se non pieni di venerazione, e non mai permisero che alcuno spiccasse particella di quelle ossa venerande. Varii principi e re ne fecero vive istanze; ma niun Papa giudicò di poterli soddisfare. Questa grande riverenza era molto accresciuta {160 [326]} dai continui miracoli che a quel sepolcro si facevano. S. Gregorio Magno ne riferisce molti e assicura che niuno entrava in quel tempio a pregare se non tremando. Quelli poi che avessero osato di profanarlo e tentato di trasportarne anche una piccola particella erano da Dio puniti con manifesta vendetta.

            Gregorio XI fu il primo che in una pubblica calamità quasi costretto dalle preghiere e dalle istanze del popolo di Roma prese il Capo del Santo, lo levò in alto, lo mostrò alla moltitudine che piangeva di tenerezza e di divozione, e sull'istante lo ripose donde lo aveva tolto.

            Ora il Capo di questo grande Apostolo è nella chiesa di S. Giovanni di Laterano, il rimanente del corpo fu sempre conservato nella basilica di S. Paolo lungo la via di Ostia un miglio da Roma.

            Anche le sue catene furono soggetto di divozione presso i fedeli cristiani. Per contatto di quei ferri gloriosi si operarono molti miracoli, e i più grandi personaggi del mondo riputarono sempre reliquia preziosa il poter avere un po' di limatura di quelle. {161 [327]}

 

 

Capo XXXIII. Ritratto di S. Paolo. - Immagine del suo spirito. - Conclusione.

 

            Affinchè rimanga meglio impressa la divozione verso di questo principe degli Apostoli giova dare un' idea del suo corpo e del suo spirito.

            Paolo era di aspetto e di presenza non molto avvenente, siccome dice egli stesso. Era di statura piccolo, di complessione forte e robusta, e ne diedero prove le lunghe e gravi fatiche da luii sostenute nella sua carriera, senza essere mai stato ammalato ad eccezione dei mali cagionatigli dalle catene e dalla prigionia. Solamente sul finire de' suoi giorni camminava alquanto curvo. Egli aveva la faccia bianca, la testa piccola e quasi del tutto calva. Il che dimostrava un carattere sanguigno e focoso. Aveva la fronte larga, sopracciglio nero e abbassato, naso aquilino, barba lunga e fitta. Ma gli occhi suoi erano al sommo vivaci e brillanti, con un' aria dolce che temperava l'impeto {162 [328]} de' suoi sguardi. Questo è il ritratto del suo corpo.

            Ma che diremo del suo spirito? Noi lo conosciamo da' suoi scritti medesimi. Egli aveva un ingegno acuto e sublime, animo nobile, cuore generoso. Era tale il suo coraggio e la sua fermezza che traeva forza e vigore dalle stesse difficoltà e dai pericoli. Egli era versatissimo nella scienza della religione Ebrea. Era profondamente erudito nelle sacre scritture, e tale scienza aiutata dai lumi dello Spirito Santo e dalla carità di G. C. lo rese quel grande Apostolo che fu soprannominato il dottore dei Gentili. S. Giovanni Grisostomo divotissimo del nostro santo desiderava grandemente di poter vedere S. Paolo dal pulpito, perchè, egli dice, i più grandi oratori dell'antichità sarebbero apparsi languidi e freddi in paragone di lui. Non occorre dire alcuna cosa delle virtù di lui, giacchè quel tanto che abbiamo finora esposto non è altro che una tessitura delle virtù eroiche, le quali in ogni luogo, in ogni tempo, e con ogni genere di persona egli fece risplendere.

            Per conclusione però di quanto abbiamo {163 [329]} detto di questo gran santo merita di essere notata una virtù che egli ha fatto sopra ogni altra risplendere, la. carità verso il prossimo e l' amor verso Dio. Egli sfidava tutte le creature a separarlo dall'amore del suo Divin Maestro. Chi mi separerà, andava egli esclamando, dall'amor di G. C.? forse le tribolazioni o le angustie, o la fame, o la nudita, o i pericoli, o le persecuzioni? No certamente. Io son certo che nè la morte nè la vita, nè gli Angeli, nè i principati, nè le virtù, nè il presente, nè l'avvenire, nè alcuna creatura ci potrà separare dall' amore di Dio che è fondato nel nostro Signor G. C. Questo è il carattere del vero cristiano: essere disposto a tutto perdere, a tutto patire piuttosto che dire o fare la minima cosa che sia contraria all' amor di Dio.

            S. Paolo passò più di 30 anni di sua vita nemico di G. C; ma appena fu dalla sua celeste grazia illuminato, si diede tutto a lui, nè mai più da lui si separò. Impiegò di poi oltre 36 anni nelle più austere penitenze, nelle più dure fatiche, e ciò per glorificare quel Gesù che aveva perseguitato. {164 [330]}

            Cristiano lettore! forse tu che leggi ed io che scrivo, avremo passato una parte della vita nell'offesa del Signore! Ma non perdiamoci di animo: avvi ancora tempo per noi; la misericordia di Dio ci attende. Ma non differiamo la conversione perchè se noi aspettiamo a domani ad aggiustare le cose dell' anima, corriamo grave rischio di non aver più tempo. S. Paolo faticò 36 anni nel servizio del Signore; ora da 1800 anni gode l'immensa gloria del cielo, e la godrà per tutti i secoli. La medesima felicità è parimenti preparata per noi; purchè ci diamo a Dio mentre abbiamo tempo e purchè siamo perseveranti nel santo servizio sino al fine. È nulla quello che si patisce in questo mondo, ma è eterno quello che godremo nell' altro. Così ci assicura lo stesso S. Paolo.

 

Con approvatone della Revisione Eeclesiastica. {165 [331]}