La viletta del Crocifiso Beata ;aria degli Angeli da Torino

San Giovanni Bosco

La viletta del Crocifiso Beata ;aria degli Angeli da Torino
6

Prefazione

 

            Crediamo di fare cosa grata al Lettore nel dire subito da quali fonti abbiamo ricavate le memorie riguardanti le maravigliose azioni della Beata Maria degli Angeli.

            In primo luogo dal padre Elia di s, Teresa carmelitano, il quale scrisse la vita della Beata pochi anni dopo la morte di Lei: dal padre Anselmo di s. Luigi Gonzaga del medesimo ordine; ed infine ai nostri giorni dal padre Teppa Barnabita: scrittori tutti dotti e pii. La costante tradizione conferma le cose qui esposte, e tutto è in pieno accordo nell’ attestate la {3 [277]} santità di questa gloriosa nostra concittadina, nella quale Iddio si compiacque di farsi vedere veramente maraviglioso come già disse il profeta: «Mirabilis Deus in sanctis suis». Egli si fece vedere in Lei mirabile eziandio dai primi suoi anni; mirabile nelle grazie staordinarie, che versò fin d’ allora nel suo tenero cuore, mirabile nei doni sovrumani di cui volle arricchire la sua bell’ anima; mirabile nella pazienza, nella fortezza che le ispirò nei maggiori contrasti; mirabile nella scienza, nella prudenza, nella carità, nello zelo che le infuse, da renderla non che una perfetta religiosa, ma un vero apostolo del Signore, un tesoro, un giardino delle sue delizie. Tu insomma, o lettore, troverai nella vita della Beata Maria degli Angeli un perfetto modello di virtù e di santità, tale nondimeno da potersi imitare da ogni cristiano secondo il proprio stato. Ed è in vista di tutto ciò, che si è stimato di pubblicare eziandio nelle Letture cattoliche il presente compendio della vita di questa inclita sposa di Gesù Cristo per {4 [278]} così porgere ai nostri lettori il mezzo opportuno di trarne spirituale vantaggio. Voglia Iddio che le nostre fatiche ridondino a sua maggior gloria e al maggior bene dell’ anime. Tu poi, o divoto lettore, se mai nel leggere il presente libretto ti sentirai nascere nel cuore qualche buono densiero, che ti chiami a santo proposito deh! non rigettarlo; egli è una grazia che ti fa il Signore, egli è un favore che dal Cielo ti ottiene la Beata Maria degli Angeli.

            Una vita virtuosa ci faccia seguaci degli esempi della nostra Beata, e ci renda felici nel tempo e nell’ eternità.

 

Sac. Bosco GIOVANNI. {5 [279]} {6 [280]}

 

 

Capo I. Nascita e prima fanciullezza di Maria degli Angeli - Tenta di fuggire al deserto - E' guarita miracolosamente da una malattia mortale.

 

            Suor Maria degli Angeli, carmelitana scalza, nacque in Torino il giorno 7 di gennaio l’ anno 1661, mentre sedeva sulla cattedra di s. Pietro il papa Alessandro VII. I suoi genitori furono il conte Giovanni Donato Fontanella di Santena, e donna Maria dei conti Tana di Chieri, e quindi la nostra Beata per parte di madre fu parente di s. Luigi Gonzaga in quarto {7 [281]} grado. Ricevette nel santo battesimo il nome di Marianna, nome che mutò poscia in quello di Maria degli Angeli quando vesti le divise di s. Teresa, ristoratrice dell’ Ordine Carmelitano. Fin da fanciulla mostrassi fornita dei più bei doni. Scorgevasi in lei una grande bontà di cuore, una perspicacia, una maturità di senno, una grazia, una tale soavità di modi, che la rendevano cara ed ammirabile a tutti. Docile alle amorose cure ed insegnamenti dei suoi cari, fedele agli impulsi della grazia di Dio, Marianna prima ancora dei sette anni aveva una grande inclinazione alle pratiche di pietà. Era suo diletto il fare altarini, recitare orazioni, udire a parlare di Dio e dei Santi. Più volte mentre le sue sorelle stavano ricreandosi ella intrattenevasi con un suo fratellino molto amante di ragionare intorno a cose celesti. Di ciò non contenta ancora soleva radunare molte sue compagne, e facendo della conversazione una scuola insegnava loro le verità di nostra santa Religione, discorreva delle virtù cristiane, e ciò con {8 [282]} tale grazia e fervore, che mentre le istruiva nel catechismo, tutte le accendeva dell’ amor di Dio e del paradiso.

            Fu per Marianna una grande fortuna l’ aver avuto genitori di esimia pietà e religione. Imperocché da loro cristianamente allevata ed istruita potè gettare sin dai primi suoi anni salde fondamenta all’ edifizio di quella santità che noi avremo da ammirare in Lei nel corso di questa vita.

            Quanto ella sin dalla più tenera età avesse già il cuore pieno di santi desidera, si scorge assai bene dal seguente fatto. Udendo essa sovente a raccontare la vita dei Santi da una buona serva di casa, si accese di un vivo desiderio di imitarne qualcuno. Accordatasi pertanto col detto suo fratellino deliberarono insieme di fuggire nascostamente di casa e andare in qualche deserto a far penitenza, e menar vita santa. Per la qual cosa si procurarono una taschetta di pane e un fiaschetta di vino, tanto che, secondo il loro pensare fanciullesco, bastasse loro {9 [283]} fino al deserto, che colà giunti il Signore li avrebbe poi provveduti.

            Alla sera posero mente dove si metteva la chiave di casa per averla poi in pronto al mattino, e cosi aprirsi la porta senza che alcuno se ne accorgesse. Cosi adunque determinati di fuggire nascostamente al mattino per tempissimo lieti e contenti se ne andarono a dormire. Ma che? Al mattino invece di trovarsi in viaggio per deserto, i due innocènti fanciulli furono trovati a dormire saporitamente ciascuno nel proprio letto, allorquando la serva di casa andò, secondo il solito, a svegliarli. Al vedersi in tal modo delusi nelle loro belle speranze, grandemente addolorati diedero amendue in dirotto pianto. Volevano sapere i domestici la cagione delle loro lagrime, tanto più dopo che ebbero trovato accanto loro la taschetta del pane, e il fiasco del vino; ma non poterono mai nulla saperne, finché essendo stati minacciati del castigo svelarono il segreto con piacere ed ammirazione di tutti.

            Andava la nostra fanciulla crescendo in {10 [284]} grazia e bontà, quando giunta tra i sette e gli otto anni fu colta da si grave malattia, che i medici già la davano spedita, e già la desolata madre piangevala come perduta. Nondimeno fra il timore e la speranza i genitori innalzavano a Dio fervide preghiere per implorarne la guarigione; ma sembrava che sordo il Cielo non udisse i loro clamori. Tra le desolazioni all’ addolorata genitrice venne in pensiero di raccomandare la figlia a Maria Santissima Immacolata. Piena di fiducia nell’ amore e nella potenza della Regina del Cielo, accostatasi al letto della fanciulla la invita a raccomandarsi anch’ ella di cuore alla Madonna, affinchè la guarisca. Al sentirsi nominare la Beata Vergine la moribonda giovanetta, che quasi già si stava sulla soglia del paradiso, raccolto quel poco di fiato che le restava, proruppe con un cuore pieno di amorosa fiducia in queste due parole: Maria aiutatemi. Mossa la Vergine Santissima da quella tenera preghiera le apparve in quel punto visibilmente, circondata di gloria. Ella teneva {11 [285]} Gesù fra le braccia, e a lui dolcemente rivolta lo invitava a benedire quella sua sposa, restituirla in salute. Gesù Bambino postosi in contegno di maestà mostrava di non voler concedere la grazia. Stava intanto Marianna piena di gioia celeste, mista di un amoroso spavento, attendendo la finale sentenza, quando avverandosi il detto del gran s. Bernardo, che Maria non solo prega ma comanda, vinse la Madre la misteriosa ritrosia del Figlio, e vietò Ella medesima alla morte di proseguire il suo corso. Il fatto fu che sparita la visione, l’ avventurata fanciulla si trovò libera da ogni male. - Oh! quanto è mai buona la Beata Vergine verso i suoi divoti! {12 [286]}

 

 

Capo II. Propone di farsi santa - Gravi contrasti - Suo amore al Crocifisso - Gesù le si dà a vedere in uno specchio - Sue industrie per essere tutta di Gesù.

 

            A questa istantanea guarigione rimasero pieni di maraviglia i suoi genitori, e riconoscendo dal Cielo questo segnalato favore, colmi di gioia proruppero in un inno di ringraziamento. La divota fanciulla rese ella pure le dovute grazie alla sua celeste liberatrice, e in segno di riconoscenza propose di spendere unicamente per Lei e pel suo Gesù quella vita, da Lui ricevuta per la potente di lei intercessione. Con grande impegno adunque si pose ad eseguire il suo proponimento, a soddisfare il suo vivo desiderio di farsi santa. Perciò la sua vita non tardò ad essere a tutti di esempio e di ammirazione.

            Per altro nella pratica della virtù ebbe la pia giovinetta a tollerare forti contrasti. Imperciocché appartenendo ella a {13 [287]} nobile famiglia voleva la madre che essa, secondo la sua condizione, ornasse la sua persona, ricevesse lezioni di ballo, e prendesse parte a certi divertimenti, che sebbene per se leciti, erano tuttavia capaci a distrarla dal pensiero e dall’ amore delle cose celesti, ed affezionarla alle terrene. Non è a dire qual pena provasse il cuore di quella tenera ed innocente fanciulla nel trovarsi in questa necessità. Fra le convenienze che la volevano intrigata col mondo, e le brame di innalzarsi a Dio, ella ondeggiava qual nave agitata dalle onde. Accondiscendeva talora alle voglie della madre, ed ecco che veniva tosto a sentirne rimorso, se le pareva di aver offeso il Signore, ciò che ella non voleva ad ogni costo. Rimproverava allora se stessa per non essere ancora coraggiosa a rifiutare ogni cosa che sapesse di vanità, e dimandava perciò a Dio che benigno la togliesse da quegli impacci. Il Signore la veniva traendo tutta a se poco per vòlta.

            Un giorno per divina disposizione ella si abbattè in un abbandonato crocifisso, {14 [288]} il quale rotte le gambe, spezzate le braccia, e lasciato tra le spazzature era sfigurato in modo, che piuttosto di muovere a pietà una tenera fanciulla doveva colla sua vista naturalmente impedirla dal raccoglierlo. Ma Gesù che non a caso lasciavasi dalla sua diletta incontrare cosi malconcio, trapassolle il cuore con una delle sue spine; sicché intenerita Marianna a quella vista dolorosa, quasi avesse ritrovato il suo tesoro, lo prese riverente in mano, e alzatolo di terra se lo strinse teneramente al cuore. Quindi ripostolo in piccola cuna, umilmente prostrata a terra, lo compatisce, lo venera; lo bacia, e tra mille singhiozzi e sospiri lo ricopre di lagrime. Le parevano crudeltà inaudite i maltrattamenti da Lui sofferti, e sentendosi nell’ interno rinfacciare, essère lei la crudele, che lo aveva coi suoi peccati a quel modo si brutamente ridotto, sè le rompeva di dolore il cuore, e tutta disfacevasi in amoroso pentimento, per non averlo fino allora servito fedelmente. Questi tenerissimi sentimenti di fede, di pietà {15 [289]} e di amore le guadagnavano ognora più il cuore del suo Gesù. Sentivasi ella perciò accendere viemaggiormente in cuore l’ amor di Dio, e quindi tutta sollecita ed ingegnosa nell’ alimentarlo rubava tutte le ore che poteva per intrattenersi in dolci colloquii col suo crocifisso Signore. Inspirava veramente tenerezza insieme e stupore vedere quell’ innocente Maddalena piangere ai piedi del Redentore quelle colpe che non aveva peranche commesse. Ma le sue ambasce, le sue lagrime accrescevansi allorchè dopo d’ aver goduta la dolce compagnia del suo Signore di bel nuovo vedevasi costretta a tornare a quella del mondo. Sentivasi di fatto profondamente trafitta quando, dopo aver considerato Gesù incoronato di spine, veniva dalla madre costretta ad usare le mode, ad annellare i capelli, ornare la testa, e ad intrattenersi non poco innanzi allo specchio. Ma Gesù che vedeva la sua amante accondiscendere di malavoglia a tali leggerezze mondane, non mancava di venirla talvolta a consolare, a confortare, {16 [290]} mettendole in cuore un grande odio al mondo, un amore più acceso verso Dio, e inspiravate sempre maggior forza a rompere una volta tutti quei legami, che al mondo la tenevano in quel modo avvinta. Una nuova degnazione di Lui fini di renderla tutta sua.

            Trovavasi un giorno quasi sforzata dalla madre avanti allo specchio per acconciarsi secondo il solito le chiome, quand’ ecco che invece della sua immagine vide quella di Gesù, lacero dalle ferite, trapassato dalle spine, pallide le guance, livide le labbra, tutto grondante di sangue. A questa vista rimase attonita la fanciulla, poscia commossa nel più profondo dell’ anima, proruppe in dirottissimo pianto, e sull’ istante slabili di troncare quel filo, che ancora la riteneva dall’ essere tutta di Gesù senza alcuna riserva. Getta tosto da se ogni vano ornamento, calpesta con generosa intrepidezza ogni umano rispetto, e d’ allora in poi stima suo dovere non essere più cosi arrendevole nel tollerare quelle vanità, che per lo innanzi l’ avevano impedita di uniformarsi {17 [291]} intieramente alla volontà del suo Signore.

            La madre che non penetrava gli occulti e straordinarii effetti della grazia di Dio, vedendo in lei quella ripugnanza, credette che Marianna fosse presa da malinconia. Laonde cercava in varie maniere di ricrearla; l’ obbligava ad ornarsi, prelevasi ella medesima l’ impegno di abbellirle ed ornarle il capo. Ma la santa giovanetta, che la voleva ad ogni modo rompere col mondo, cercava con ogni industria di rendere inutili le cure e diligenze della madre. Perciò riguardo all’ acconciatura del capo, affinchè i capelli non venissero lucidi, ella segretamente se li bagnava di acqua. La contessa non sospettando di quel pio inganno della figlia, credendo che ciò avvenisse per.asprezza del crine, usò varii rimedii; ma in fine vedendo che nulla valeva si stancò, e permise a Marianna che se ne andasse come voleva., Rispetto al ballo, quando veniva l’ ora stabilita per riceverne lezione, ella lasciava col maestro le sorelle, e nascostamente se ne fuggiva {18 [292]} in qualche remoto angolo della casa, ove passava quel tempo in pratiche di pietà, o pregando, o leggendo qualche libro divoto, e talora dandosi pur anche aspra disciplina. Veduto Marianna che con un poco d’ industria, e coraggio riusciva vincitrice di ogni ostacolo, se nè mostrava sommamente contenta, e di cuore ne ringraziava Iddio. Trova, è vero, alcuni che la deridono come datasi al bigottismo; ma ella soffre in pace, e di niuno curandosi, ognor più sollecita mostrasi a correre la via del Cielo. Cominciò dall’ affezionarsi alla meditazione, e in essa consumava buona parte del giorno. Nella notte ancora, quando gli altri erano nel più profondo sonno, ella sorgeva vigilante, e in ginocchioni sul duro pavimento godeva col suo Gesù un più dolce e salutare riposo. Talora durante il giorno per essere più lontana dallo strepito, e più vicina all’ amato suo Bene, montava sul solaio della casa, e quivi a tutti nascosta, dando libero sfogo ai pianti ed ai sospiri, inteneriva i cieli, innamorava i serafini. Ed oh! come a queste amorose {19 [293]} violenze doveva lasciare il Signore come rapirsi di mano le più care delizie!

 

 

Capo III. Sua prima comunione - Suoi progressi nella santità - Suo amore alla penitenza - Carità verso il prossimo.

 

            Aveva già Marianna passati gli undici anni e mezzo dell’ età sua, e non era ancora stata ammessa alla Comunione. Il suo confessore glie la andava differendo di giorno in giorno col pensiero di meglio preparamela. Questo ritardo però riusciva alla pia giovanetta assai doloroso, poichè specialmente dopochè ella si era data intieramente alla virtù, niente le era più caro che potersi stringere al suo Gesù, ricevendolo nel proprio cuore. Piena di questi sentimenti andossene nel giorno della Madonna pella Neve nella Chiesa di s. Rocco. Quivi giunta ai vedere molte persone che si accostavano divotamente alla Mensa Eucaristica fu presa da sommo dispiacere per {20 [294]} non poter ella pure ricevere il Sacramenetato suo Gesù, e profondamente commossa piangeva e sospirava. Dopo alcuni istanti, veduto un sacerdote che quivi stava confessando, andò a gettarsi a' suoi piedi lagrimando, e gli apri tutto il suo cuore, onde riceverne conforto. Egli commosso insieme e maravigliato di quel fervore la consolò con benigne parole, assicurandoli che egli l’ avrebbe presto preparata a fare la sospirata Comunione. Quel ministro di Dio cominciò ad insegnarle a fare spesso la comunione spirituale, ad esprimere cioè al buon Gesù un vivo desiderio di riceverlo nel proprio cuore, e le disse che Gesù sarebbe certamente a lei venuto coll’ abbondanza della sua grazia, colle dolcezze del suo amore. La pia giovanetta contenta quanto mai promise di fare quanto egli le suggeriva. Vedendo si belle disposizioni il confessore giudicò di non più ritardare a quell' anima innocente il compimento de' suoi desiderii, e l’ ammise alla santa Comunione per la festa dell’ Assunta, raccomandandole di passar bene quella novena {21 [295]} in preparazione. Al ricevere una tale licenza non si può spiegare di quanta gioia si colmasse il cuore di Marianna. Raddoppiò allora il suo fervore, le sue pratiche di pietà, si raccomandava sovente alla Beata Vergine, si esercitava in diverse opere di mortificazione, onde prepararsi degnamente a ricevere per la prima volta nel suo cuore il Re del Cielo, lo Sposo dolcissimo dell’ anima sua. Giunto il bramato giorno si portò ella alla Chiesa con tanta modestia e raccoglimento, che ben si vedeva come la sua mente fosse compresa della grande azione che andava per compiere. Il suo cuore era fisso in Gesù, suo Tesoro; a Lui si rivolgeva di frequente con infiammate giaculatorie. La sua bell' anima monda da ogni macchia, faceva invidia agli angeli stessi. Ma ecco già arrivato il prezioso momento dell Comunione. Già ella si avvicina alla mensa dell’ Agnello immacolato; già appagati sono i desiderii di Marianna; già ella si stringe al seno il bambino Gesù; ella non sembra più una creatura di quaggiù, ma un {22 [296]} angelo del Cielo. Oh! momenti preziosi, o momenti di paradiso! Un si bel giorno rimase si fisso nella mente di Marianna, si impresse le rimasero nel cuore le delizie che provò in quei momenti felici, che allorquando il suo confessore gliene domandò non seppe rispondergli che colle lagrime.

            Da quel giorno in poi Marianna percorse quasi volando le vie della perfezione. Quel buon sacerdote suo confessore, uomo dotto e pio, vedendo le grazie straordinarie che Iddio operava in quell’ anima eletta si prese di lei una cura specialissima per bene indirizzarla sulla via della santità. Le permise di fare la Comunione tre volte alla settimana; le insegnò il modo di camminare sempre alla presenza di Dio, di fare la meditazione, di praticare diverse specie di mortificazione. Sopratutto poi la esortava a fare una guerra continua alle sue cattive inclinazioni, le quali avrebbero potuto ritardare i suoi passi nella via del cielo. Le diede pure le norme convenienti per ben regolarsi in casa colla madre, {23 [297]} e cogli altri famigli, affinchè cosi potesse mantenersi fedele a Dio, e non lasciarsi strascinare dietro alle vanità del mondo. Ella nulla più curandosi delle cose terrene osava tutte le industrie per comparire mal vestita e negletta; più non interveniva ai divertimenti ancorché leciti se non costretta dall’ ubbidienza. Aveva pressoché perduto l’ affetto a tutte le cose della terra. L’ unico suo diletto era intrattenersi col suo amato Gesù, al quale spesso andava ripetendo queste care parole: Voi siete il mio amore, altro io più non  voglio che Voi.

            Crescendo in lei l’ amore a Gesù Crocifisso le si accresceva parimenti l’ amore alla mortificazione, alla penitenza. Per la qual cosa studiavasi di negare in ogni cosa la propria volontà, ben sapendo questa essere la prima mortificazione a cui deve attendere chi vuol farsi santo. Domandò al proprio confessore che le permettesse di digiunare, e fare altre corporali austerità, e con grande suo piacere ottenne di digiunare le vigilie della Madonna, {24 [298]} ed altre facili ed utili penitenze le venivano di quando in quando permesse dal saggio confessore, al quale ella prestava in tutto una perfetta ubbidienza, e apriva i più intimi segreti del cuore. Le rincresceva poi molto perchè non potesse mai soddisfare il suo desiderio nelle mortificazioni esterne, per la ragione che essendo in famiglia doveva pure star soggetta alla madre, e guardarsi eziandio di non dar troppo nell’ occhio altrui. Usava perciò sante industrie per mortificarsi in modo, che altri non se ne avvedesse, dando alle sue astinenze or questa, or quell’ altra ragione, o facendole di nascosto. Stava sempre attenta a cogliere qualunque anche più piccola occasione per mortificarsi o nel parlare, o nel vedere, o sapere, e specialmente nell’ operare. Con tutta verità si può dire che niuno avrebbe saputo con maggior avidità cercare i suoi contenti quanto Marianna slanciavasi ad abbracciare da magnanima le sofferenze. L’ accendeva poi sommamente all’ amore dei patimenti e mortificazioni il meditare {25 [299]} che faceva sovente la passione del Salvatore, ciò che ella praticava con grande sua soddisfazione e giovamento coll’ aiuto di un libro venutole fra le mani. Desiderava per conseguenza che il Signore le mandasse qualche cosa da patire per amor suo, e venendo ad essere esaudita si mostrava sommamente contenta di potere in qualche modo rassomigliare al suo Gesù. Fu un giorno da un domestico percossa si fortemente sulla faccia, che gliene rimase la livdiura. Nel ricevere Marianna quel colpo, quell’ affronto, fu ben lungi dal lamentarsene, che anzi lo tollerò con allegrezza, ed alla madre che le domandò onde avesse ricevuto quel segno rispose con industria da soddisfare alla genitrice, senza svelare il colpevole.

            Cominciò eziandio fin d’ allora ad avere una grande carità verso il prossimo. Sentiva tanta compassione pei poveri, che per sollevarli ella avrebbe loro dato tutto quello che aveva indosso, se la madre non l’ avesse sgridata. Era farle un grande piacere condurla negli ospedali a visitare i {26 [300]} poveri infermi, e spesso pregava la madre di concederle quel favore. Giunta al letto degli ammalati ella volgeva loro dolci parole, e domandato se di alcuna cosa abbisognassero, loro si prestava con grande piacere e bel garbo.

            Maravigliata la contessa della vita cotanto esemplare di sua figlia, ne parlava un di col direttore di lei, il quale le disse queste parole: Mi creda che sua figlia sarà un giorno una gran santa. E fu profezia.

 

 

Capo IV. Suo desiderio di farsi religiosa - Corre un pericolo per l’ anima. - Governa prudentemente la casa - Risolve di rendersi Carmelitana scalza. - Ne veste l’ abito.

 

            Con un sì mirabile tenor di vita giungeva la nostra giovarietta all’ età di anni dodici, e crescendo ognora più nel suo cuore le ardenti fiamme di essere tutta di Gesù, desiderava di vedersi cadere ai piedi {27 [301]} quelle catene, che in mezzo al mondo ancor la tenevano come imprigionata. Invidiava quindi lo stato di religiosa, in cui senza l'impaccio dei parenti, fuori dai pericoli del mondo, nell' intiero abbandono delle creature non avrebbe dato respiro che tutto non fosse consecrato all'amore, alla gloria del suo Signore. Chiese pertanto alla madre di entrare in qualche monastero, ma non venne ascoltata. Ella nondimeno trovò modo di riuscire nel suo intento. Doveva una sua sorella vestire in Saluzzo l' abito religioso fra le monache cisterciensi nel monastero di Santa Maria della Stella. Portatasi la contessa ad assistere alla vestizione vi condusse eziandio Marianna. Alla vista di quel sacro ritiro, di quelle divote vergini, la pia giovinetta si senti accrescere la brama di farsi religiosa, e stabili di non partirsi più da quel luogo di pace. Cercò quindi di penetrare nel monastero col pretesto di cantare qualche versetto durante la sacra funzione, e le venne concesso. Terminata la cerimonia fece risolatamente {28 [302]} dire alla madre, che ella mossa dalla santità di quelle vergini, dall' amore della ritiratezza, e molto più dal forte invito che gliene faceva Iddio, non sarebbe più uscita da quel luogo. A queste parole la madre salto sulle furie, e ad ogni costo voleva trarnela fuori; ma essendosi messe intorno quelle buone religiose tanto seppero dire è fare che la persuasero di lasciarla fra loro almeno per breve tempo. Acquietossi la contessa, e Marianna fu ricolma di gioia. Dimorò ella in quel monastero poco più di un anno, e in quel tempo fece risplendere tali e tante virtù da rendersi di esempio e di ammirazione alle più fervorose compagne.

            Ma un' ostinata malattia ridusse Marianna a mal punto di salute a segno che fu giudicato necessario farle respirare un' aria più confacente al suo naturale, e sotto questo pretesto la madre la richiamò a Torino, non senza lagrime di quelle monache, delle quali Marianna già si era guadagnato i cuori.

            Giunta a casa e ristabilitasi in perfetta {29 [303]} salute cominciò il suo primiero tenor di vita. Ma il demonio nemico di ogni bene, vedeva di mal animo a risplendere in si tenera giovanetta tante e sì belle virtù. Le tese quindi le sue infernali insidie, per farla cadere in qualche peccato. Indusse pertanto alcuni nobili giovani a dimostrarle qualche tenerezza di affetto. Marianna che era di natura affettuosa non volendosi loro mostrare ingrata, sentivasi già quasi eccitata a riamarli, non senza pericolo dell' anima sua. Avrebbe forse fatto qualche deplorabile caduta, se la Vergine Beata qual madre pietosa non fosse accorsa in difesa di quella diletta sua figlia. Si accorse la giovane della tentazione, e veduto il paricolo, in cui si era trovata, piena di confusione e insiemie di spavento si gettò ai piedi del Signore, domandandogli colle lagrime umilmente perdono per non aver usato bastante vigilanza sugli affetti del suo cuore. Protestò che non mai più da quell'ora innanzi creatura alcuna avrebbe avuto parte nel suo cuore; promise nuovamente di consecrarsi {30 [304]} tutta a Gesù, e di voler vivere e morire per Lui.

            Un colpo inaspettato venne in questo tempo a ferire il cuore della pia giovanetta. Suo padre dopo una vita menata nell' esercizio di tutte le cristiane virtù, già maturo pel Cielo, andò a ricevere il premio della sua pietà, lasciando inconsolabile la famiglia. Restava intanto la casa pressoché senza sostegno. La madre non sentivasi in forze per assumerne il governo. Perciò convinta essa e tutta la famiglia della grande prudenza ed abilità di Marianna, le commise il governo della casa; ed ella ubbidiente si sottomise al grave incarico. Fu cosa veramente stupenda vedere quella giovanetta, aliena affatto dalle faccende mondane, e trasportata sempre col pensiero nelle sfere celesti, a regolarsi con tanta sodezza e vigilanza in quel temporale maneggio. Ma di che non è capace in una famiglia una giovane adorna delle più belle virtù? Le cure per altro che seco portava quell' uffizio erano altrettante spine per Marianna, la {31 [305]} quale nulla più tanto desiderava, che vedersi interamente sciolta dagli impacci del secolo, e di ciò non cessava di supplicare il suo amato Gesù. Iddio volle esaudirla e cominciò dal farle conoscere in quale religione l’ avesse chiamata.

            I nostri amati sovrani avevano in quel tempo ordinato che si esponesse alla pubblica vista e venerazione dei fedeli la SS. Sindone. Un immenso popolo era accorso a quel religioso e raro spettacolo. Stava pure la nostra giovanotta sopra una loggia dirimpetto al palazzo Madama d'onde si mostrava la preziosissima reliquia, e piena di tenerezza e di amore fissava il modesto suo sguardo su quel preziosissimo Lino. In vicinanza di lei stavasi pure un religioso carmelitano scalzo, il quale rapito dal divoto contegno della giovane, entrato con lei in discorso, le dimandò se non avesse desiderio di farsi religiosa. Non poteva fargli una domanda più gradita. Rispose subito essere questo il suo più vivo desiderio, ma non sapere ancora bene quale instituto abbracciare. Allora il {32 [306]} buon religioso le palesa il piacere che proverebbe qualora il Signore si fosse compiaciuto di chiamarla alla religione, a cui egli aveva la fortuna di appartenere, e dove ella avrebbe trovato un vasto campo per farsi una gran santa. Accesa vie più la giovanetta nel suo desiderio per queste parole gli dimanda se si trovi in Torino qualche monastero del suo ordine, e quale ne sia l'osservanza. Rispose il padre che veramente eravi in Torino un monastero di Carmelitane scalze sotto il titolo di s. Cristina, eretto con regale magnificenza dai principi di Savoia. In quanto all'osservanza, soggiunse il religioso, avrei molte cose a dirle, se non ci mancasse il tempo; ma le basti questo poco. Il mio ordine trae la sua origine dal grande profeta Elia, e sino dai primi tempi del Cristianesimo la SS. Vergine ancor vivente lo ricevette sotto la sua protezione, e lo adornò d'innumerevoli privilegi. Sorse poscia la magnanima s. Teresa, la quale ne promosse con ogni zelo l'esatta osservanza, ed ora gli fiorisce par modo, che sebbene {33 [307]} antichissimo sembra ritornato alle prime sue glorie. In ogni monastero, e specialmente in questo di s. Cristina, si vede la santità come domestica e famigliare. L'austerità è quivi sostenuta dalle leggi più dolci; la penitenza regna come regina, ma l'amore e la discrezione rendono caro e desiderabile il suo impero. Vi è perpetua allegrezza, ma senza divagazione; indispensabile il raccoglimento, ma senza noia, serbasi inviolabile la modestia, ma sempre lontana da ogni rusticità. L'umiltà, la schiettezza, l'innocenza, la pace hanno quivi tranquillo e sicuro albergo. Qualora poi ella per assicurarsene di presenza voglia compiacersi di visitarlo, son certo che troverà le religiose quanto austere nell'abito, altrettanto nobili e cortesi nel tratto; quanto poche di numero, altrettanto più unite di cuore, sicché non potrà a meno che rimanerne innamorata.

            Queste parole rapirono il cuore di Marianna, e fu tanta la gioia che provò in quel momento che non potè tenersi dal piangere. Si raccomandò tosto alla Santissima {34 [308]} Vergine che si degnasse di accettarla per sua figlia in quell' Ordine; dimandò pure il favore medesimo al SS. Sudario. Dopo ciò ella rimase con tanta sicurezza e contento che più non dubitò essere Iddio che la chiamava a farsi carmelitana; e per quanto stette da Lei risolse fin d'allora di abbracciare quell' Instituto.

            Giunta a casa fece sapere a tutti la sua deliberazione. Avendo ciò udito la madre, si turbò altamente, e per niun conto voleva che ella abbracciasse si grande austerità di vita. Pensò quindi di condurla seco in villeggiatura, per vedere sè potesse alquanto divagarla, e toglierle dalla mente quel pensiero. Presala colà un giorno le disse quanto un grande amore materno poteva suggerirle: la sua deliberazione di rendersi carmelitana sembrarle una solenne imprudenza; che impossibile le sarebbe il resistere alle penitenze di un tale instituto; sarebbe certamente caduta ammalata, ed avrebbe lasciata la vita in sul fior dell' età, con dolore e disonore insieme di tutta la famiglia; potersi fare {35 [309]} santa stando in casa propria, come fatto avevano molti prima di lei; essere obbligata ad ubbidire ai suoi maggiori; tenesse a mente che a Dio piace di più l'ubbidienza che il sacrifizio; si togliesse in fine di testa quei tetri pensieri, e pensasse di unirsi in matrimonio con un giovane degno di lei, e del suo casato. Specialmente a queste ultime parole Marianna si senti riempiere di un santo sdegno, e preso un tono alquanto più serio rispose alla madre francamente; che il suo parlare non era di madre che l'amasse; che prima dei parenti ella doveva ubbidire a Dio; che già si era consecrata per isposa a Gesù Cristo, e perciò più non le parlasse delle cose di questa terra, ma solo di quelle del Cielo, e in fine per amor di Dio la supplicava che volesse consolarla permettendole di farsi religiosa. A queste parole di Marianna non potè frenare le lagrime la madre, e abbracciatala le disse: Dio ti faceta una gran santa, o mia figlia.

            Ritornata in città la contessa andò a trattare dell'accettazione colle monache di s. {36 [310]} Cristina. Le cose erano già ad un bel punto, quando la madre che troppo soffriva nel doversi privare di una figlia sì cara, non volle più saperne, e ruppe il già incominciato accordo. Questo nuovo rifiuto fu alla nostra giovane dolorosissimo. Raddoppiò allora le sue preghiere, le sue penitenze, per muovere Iddio a cangiare il cuore di sua madre, a fare scomparire ogni difficoltà. Piangeva di continuo, e per più giorni non prendeva quasi più cibo. In fine il Signore, dopo aver provato la fedeltà di Lei, la consolò. La madre mossa a pietà dalle sue preghiere, dalle sue lagrime , fece il doloroso sacrificio, le concesse la bramata licenza, e compiutamente si accordò colle superiore del monastero. Disposta ogni cosa la santa giovane entrò nel monastero di s. Cristina, e vestì l'abito delle carmelitane ai 19 di novembre l'anno 1676, in età di anni quindici e dieci mesi. - Ecco un bel fiore raccolto di mezzo alle spine del mondo, e trapiantato nel delizioso giardino di quel Gesù, che si pasce tra i gigli. {37 [311]}

 

 

Capo V. Suo noviziato - Amarezze e desolazioni di spirito - Cade in malattia, e ne guarisce prodigiosamente - Nuove battaglie, e sue vittorie - Fa la solenne professione.

 

            Al vedersi finalmente ricoverata nel desiderato porto della religione, la nostra santa giovane fu ricolma di purissima gioia. Nell' atto della vestizione le fu imposto il nome di Suor Maria degli Angeli, nome che ben poteva convenirle, sembrando ella in verità un angelo in carne pei suoi costumi. Da quel momento ella si riconobbe viemaggiormente obbligata a riguardare non solo come madre, ma come modello di tutta la sua vita la SS. Vergine del Carmelo, e incominciò il suo noviziato con incredibile fervore. Esattissima fin anche nelle più minute cose, non trascurava una benchè minima azione, la quale conoscesse tornare di gradimento al Signore. Dipendeva in ogni cosa dal cenno dell' ubbidienza, e da questa eccellente {38 [312]} virtù prendeva la regola dei suoi pensieri, non meno che delle sue operazioni. Abbracciava prontissima tutto ciò che poteva esercitarla nell' umiltà e nell' abiezione; e non pareva mai tanto contenta, che allorquando vedevasi veramente umiliata. Correva veloce a tutti gli atti comuni, di modo che per essere la prima al coro, posto una volta il piede in fallo precipitò da una scala non senza pericolo della vita. Pensava sovente a Gesù, a lui si rivolgeva spesso con infuocate giaculatorie. Guardavasi con grande impegno anche dalle più leggere cadute, ben sapendo quello che disse lo Spirito Santo che, chi disprezza le piccole cose andrà a cadere nelle grandi. Con simile fervore aveva incominciato e proseguito il suo noviziato l'angelico s. Luigi suo parente.

            Pareva alla nostra novizia che in quel sacro ritiro avesse a gustare di continuo le più caste interne delizie. Ma non fu cosi; imperciocchè non molto dopo a quel giorno sì festoso e lieto della vestizione incominciarono per lei giorni di amarezza {39 [313]} e di desolazione. Sebbene si fosse da principio intrepidamente divisa dalla madre, tuttavia il pensiero di quella separazione non tardò a venire ad amareggiare il suo tenero cuore. Quest' amarezza poi invece di calmarsi, come per lo più accade, si andava per lei crescendo ogni di più, poichè la madre spesso visitandola rimproverava con affettuosa dolcezza la sua crudeltà nell' averla voluto abbandonare per chiudersi fra quelle mura. Queste visite e questi rimproveri non potevano a meno che traffigerla viemaggiormente, e farle passare giorni di rammarico. Ma ciò non fu il tutto. Imperciocché Iddio che la voleva innalzare alla più alta perfezione die' di mano a quelle croci, le quali quanto più sono amare per le anime divote, altrettanto poi riescono loro di spirituale vantaggio. Cominciò quindi dal ritirare da lei quelle interne dolcezze, che altre volte la rendevano contenta anche in mezzo ai più acerbi tormenti. Ed ecco in un subito riuscirle dura ogni osservanza, e poco meno che insoffribile il peso di quella {40 [314]} religione, che prima cotanto desiderava. L'amabile compagnia delle suore, che dovrebbe allegerirla, l'annoia; la solitudine, che soleva esserle di conforto, ora l'affligge; la privazione delle terrene grandezze, che prima desiderava di calpestare, ora le si è cangiata in ispietato martirio. Non mangia, non riposa; passa giorni di amarezza e di desolazione. Immersa in tali angoscie la povera novizia ricorre come a suo rifugio all' orazione, ma ahi! che dove prima ogni dolore, ogni affanno veniva come sommerso in una piena di sovrabbondante consolazione, ora più non ritrova confortò alcuno. Allora più frequentemente innalza il cuore, e più forte la voce al suo Gesù, che benigno le apra la porta di sue dolcezze, che le mandi luce in quella oscurità spaventosa e non mai provata; ma Gesù si è pur nascosto, e non risponde. Vedendosi ella cosi abbandonata ne scoppia di dolore, e versa torrenti di lagrime. Intanto il demonio non perde tempo, e con terribili immaginazioni, spetti ed orrori assalisce la sconsolata novizia. {41 [315]} Le rappresenta alla mente le tenerezze della madre abbandonata, e insopportabile il giogo di quella vita penosissima. Nel tempo stesso le fa credere che siano tante ingratitudini i suoi pensieri, tanti peccati le ripugnanze che prova, sicché ella nel timore di aver offeso il suo Dio vive immersa nella sfiducia , nell' avvilimento, in pericolo di soccombere ad ogni istante. A questo suo compassionevole stato avrebbe ella potuto fin da principio trovare opportuno rimedio e grande sollievo, se avesse aperto di più il suo cuore, e palesate le sue tentazioni alla Maestra, ed al suo Direttore spirituale. Ma il demonio si valse della naturale timidità di lei per impedire che ella aprisse il suo animo, trattenendola dal ciò fare col timore che se si fosse dichiarata per quella che si credeva, l'avrebbero rimandata a casa. Diabolico inganno, di cui ella medesima rammentandosene poi con grande rammarico esclamava: «O Dio! quanto danno mi ha fatto questa mia taciturnità! Questa è stata tutta la mia rovina. Gode {42 [316]} un paradiso quell' anima, che va col cuore aperto coi suoi superiori; ma io ho patito un inferno e forse senza merito».

            Giova però notare a gloria di lei che se in mezzo a si fieri contrasti e desolazioni si sarebbe scoraggiata una virtù meno forte, punto non venne meno quella di Suor Maria degli Angeli. La tentò il demonio di abbandonare la religione in cui era entrata, di lasciare la pratica della virtù; ma ella a dispetto del nemico si mantenne ferma sulla strada del bene, e in mezzo a quelle battaglie spaventose spesso rinnovando il proponimento di essere tutta di Gesù, e di farsi santa, riportò gloriosa vittoria. Non ostante che ella non sentisse consolazione nel pregare, malgrado che provasse grande avversione all' osservanza delle regole, alla mortificazione, alla penitenza, tuttavia non cessò mai dal sovente pregare, dall' osservare ogni più minuta regola del suo istituto, dall' ubbidire prontamente a chi le comandava, dall' abbracciare le solite sue penitenze {43 [317]} e mortificazioni; sicché anche in mezzo a quelle dure prove nessuno mai potè scorgere nella sua condotta alcuna mancanza. Anzi si edificante fu la sua vita da riuscire a tutti di esempio e di ammirazione.

            Ma se resistette a questi fieri combattimenti il forte suo animo, vi dovette soccombere il suo corpo. Cadde perciò inferma con doppia terzana, e con estrema debolezza di stomaco. Durante questa malattia, che fu dal giovedì santo all' Ascensione, Suor Maria degli Angeli fece vedere di quanta virtù fosse adorna, e quanto innanzi già si trovasse nella via del Cielo e della perfezione. Si usarono tutti i rimedii che si seppero per restituirla in salute, ma nulla giovava, e già era a tale stato ridotta da fare temere assai della sua vita. Vedendo che l' arte umana più non valeva, si fece ricorso al Cielo. Pertanto la maestra delle novizie le comandò che si raccomandasse alla Beata Vergine, pregandola che si compiacesse di ottenerle la guarigione. Lo fece la divota novizia, ed {44 [318]} ecco il Cielo già in impegno per favorirla co' suoi prodigi. Fu ricreata nella notte seguente da celesti visioni, e al mattino la cara figlia di Maria si trovò libera da ogni male. Venuto a visitarla il medico, e trovatala in ottimo stato di salute rimase fuor di se per la maraviglia, e non si potè a meno che riconoscere in quella guarigione la potente mano di Dio. La notizia di questo prodigio riempi di gioia tutte quelle buone religiose, che piene di riconoscenza e gratitudine ne resero a Dio e dalla Vergine immacolata le dovute grazie.

            Avvicinavasi intanto il bramato termine del suo noviziato, e rimirando essa come felice il giorno in cui sarebbesi consacrata al suo Gesù coi voti solenni, volle preparatisi col ritiro di dieci giorni. Sullo spirare di quei momenti sentivasi ella rapire da un' eccessiva contentezza per vedersi vicina al possesso di quel bene che da molto tempo e con vivo desiderio aspettava. Quand' ecco il demonio prepararle nuova guerra. Cominciò dall' incitare a nuovo impegno la madre, la quale ben {45 [319]} sapendo di perdere per sempre quella cara figlia, se le permetteva difare i voti, ruppe ogni stabilito accordo col monastero, e protestò di voler ad ogni costo condurre a casa la figlia. Si reca pertanto al monastero, la fa chiamare a se, e qui, commosse ad un tempo tutte le passioni dell' animo, la investe, l' accarezza, la minaccia, la sgrida, e tutto adopera per riuscire nel suo intento. Ma la sposa di Gesù non si scuote, sta ferma come torre. Vedendo la madre che colle parole e persuasioni nulla dalla figlia poteva ottenere, dà di piglio ad un' arma per lei alquanto vergognosa, per la novizia di maggior pericolo. Dimentica per un istante delle sue nobili prerogative non teme di scagliare alcune ingiurie contro al monastero e alle suore medesime. Ciò udito la maestra delle novizie giustamente sdegnata già stava in procinto di recarsi dalla priora, e persuaderla che facesse in sull' istante uscire la novizia. Ella sconsolata inorridisce a quel pericolo, e tutta disfacendosi in lagrime si prostra ai piedi della maestra, e la prega e la scongiura ad {46 [320]} averle compassione, ad aiutarla a rimanere nel monastero. Si va poscia a gettare ai piedi del suo Gesù, e quivi con amorosa fiducia espone il pericolo di rimaner sommersa in quella burrasca, se Egli non comanda alle furie dei venti, se non acqueta col suo potere quella tempesta. Gesù, che in quello scompiglio pareva che dormisse, alzò allora la voce; imperò ai venti, ed oh! sovrana onnipotenza della divina parola! Parlò Gesù, e in un subito trovossi ogni cosa in calma. La madre non solo si tranquilla, ma si fa premura di appagare ella stessa gli ardenti e costanti desiderii della figlia.

            Venuto velocemente a buon fine ogni aggiustamento, il di festivo di s. Stefano ai 26 dicembre dell' anno 1677, tra la gioia e applauso universale, Suor Maria degli Angeli, serena in volto, ripieno il cuore di sovrabbondante pace, fa solennemente i suoi voti, e riceve il sacro velo, tutta e per sempre se stessa sacrificando al buon Gesù. {47 [321]}

 

 

Capo VI. Risoluzioni - Iddio la purifica colle aridità di spirito e con altre pene - Le compare Gesù e la Beata Vergine a confortarla - Sua intima unione con Dio.

 

            Fatta la sua professione, a Maria degli Angeli parve di trovarsi in paradiso. Credesi che circa quel tempo abbia ella fatte alcune forti risoluzioni, a fine di potersi avanzare ogni di più nella via della perfezione. Noi le troviamo riferite in una relazione della sua vita, che ella suo malgrado dovette scrivere per ubbidire ai suoi superiori.

            Risoluzioni fatte da me con proposito di osservarle in tutto il tempo di mia vita coll' aiuto del mio Salvatore Gesù Cristo, per l'intercessione della SS. Vergine, del mio gran Padre s. Giuseppe, della mia serafica madre s. Teresa, e di s. Francesco Saverio mio fedele avvocato, alla presenza dei quali ne propongo ogni più fedele esecuzione. {48 [322]} I. Propongo di non voler giammai fare alcun atto di mia propria volontà, ma di negarla in tutte le occasioni, sacrificandola sempre al volere di chi mi sta in luogo di Dio. E per meglio eseguire questo, risolvo di tenermi sempre in una medesima indifferenza per tutto ciò che vorrà di sporre di me la santa ubbidienza , e di non replicare alle voci della medesima nonostante qualunque ripugnanza che vi senta.

            II. Propongo di non voler più vivere secondo i miei sentimenti, parere e giudizio,

ma in tutto e per tutto assoggettarmi al parer e giudizio di tutti, cedendo sempre le mie ragioni alle ragioni e sentimenti delle mie sorelle.

            III. Propongo di volermi porre sotto i piedi tutti i motivi e rispetti umani, e di operare in tutto per il puro fine di dare gusto a Dio.

            IV. Propongo di slanciarmi a braccia aperte a tutte le umiliazioni, che mi si offriranno , cercando con ogni studio quello che in fatti e in parole potrà umiliarmi.

            V. Risolvo di rinnovare almeno una volta {49 [323]} alla settimana questi miei proponimenti, ai quali spero coll' aiuto della divina grazia mantenermi fedele; e se per mia fragilità venissi a mancarvi propongo di dirne la mia colpa alla nostra madre priora, chiedendole per amor di Dio la penitenza.

            VI. Risolvo d' intrattenermi interiormente con Dio, perchè da questo dipende tutto il mio bene; di essere avida di non lasciar perdere mai alcuna occasione di lavorare pel Signore; di andar rubando tutti i ritagli di tempo per fare orazione o arida o secca, come Dio vorrà, senza attaccarmi alle interne dolcezze, ma solamente a quello che mi parrà essere di gusto a Dio; di considerare durante la ricreazione che ho Dio che parla entro di me, e quindi ascoltarlo, andando però sempre dicendo qualche parola per non parer singolare.

            Le anime prescelte ad una stretta unione con Dio, per quanto si dieno ai rigori di penitenza, d' ordinario non vi giungono senza passare per la trafila di altre pene assai più dolorose che qualunque altra. La nostra Beata appartenendo al novero {50 [324]} di queste anime predilette fu da Dio sottoposta a queste pene, per mezzo delle quali Egli, come l’ oro nel fuoco, la purificò per lo spazio di ben quasi quattordici anni. - Anime generose che volete darvi alla virtù, ed essere intieramente di Dio, preparatevi a queste prove. Intanto osservate come in esse siasi portata Suor Maria degli Angeli, e seguite le sue vestigie. Fatti i voti solenni cominciarono per lei quegli interni travagli, a cui era già andata altre volte soggetta. Scomparvero quelle soavità colle quali Iddio per lo innanzi l'andava sovente ricreando. Si trovò arida e secca nella preghiera, senza la minima interna consolazione nella pratica della virtù. Sicché pieno il cuore di ambasce, ma colla confidenza di una vera amante si rivolgeva talvolta a Dio, e quasi con Lui dolcemente lamentandosi gli diceva: «Voi mi avete ingannata, o mio Dio. Quando era in libertà mi donavate consolazioni e dolcezze; ora che sono legata non mi date altro che amarezze». Ciò non pertanto ella si mantiene rassegnata {51 [325]} al volere di Dio, e continua a battere la via del bene coraggiosamente. Trascorsi sette anni pressochè continui in questo stato deplorabile, il Signore le significò che ad altre pene doveva ella soggiacere. Ciò inteso la Beata, sciolta in dirottissimo pianto cosi gli disse: «Scaricate pure, o mio Dio, i vostri giusti furori sopra di questa peccatrice meritevole di molti inferni; che ben di cuore mi pongo sotto la verga del vostro giusto rigore, sperando nella vostra misericordia, cbe voi mi farete la grazia di castigare le mie colpe in questa vita, e che da quest' ora in poi mi darete forza per non mai più. Offendervi». Non passò infatti che qualche giorno, ed ecco che il demonio l' assalì con disoneste rappresentazioni, con brutti pensieri, che le straziano il cuore. Temeva ad ogni istante di cadere, temeva già di essere caduta, di aver offeso Iddio. «Oh! Dio, esclama tutta affannata, che martirio di lento fuoco è per un' anima, che desidera di amarvi, vedersi sempre in pericolo di offendervi!» {52 [326]} Provava eziandio forti tentazioni contro la fede, contro la temperanza, e altre virtù, sicché ebbe a dire che talvolta parevate di trovarsi in un inferno. Iddio che, come dice s. Paolo, mai non permette che noi siamo tentati al di sopra delle nostre forze, la veniva di quando in quando consolando colle sue visite, colle sue divine dolcezze, rendendola vincitrice in ogni battaglia. Queste celesti visite erano per altro rare, e brevi, sicchè la buona serva del Signore trovavasi ben presto nelle primiere oscurità e desolazioni, e più che prima bersagliata. Tenta il demonio di persuaderla che a nulla giova l' attendere all' eterna salute, poichè egli già la tiene nelle sue mani, da cui niuno mai potrebbe liberarla; che Iddio l' ha già riprovata, e che un segno evidente di sua riprovazione è il toglierle persino il lume per conoscere dove lo ha offeso, e dove no; che perciò meglio sarebbe per lei il togliersi la vita, che sopportare due inferni, e simili. In mezzo a si fiere tentazioni alza sovente la sua mente al buon Gesù {53 [327]} la nostra Beata, e non solamente ella non cade, ma vince gloriosamente, si rende ognora più santa, si acquista ogni dì un maggior cumulo di meriti pel cielo. Sentirà però tutto l' amaro di queste pene, e palesandole al suo padre spirituale esclamava! «Oh! padre caro, che angosce erano quelle per la povera anima mia! Dico con tutta verità che sono morta non una volta, ma molte, o almeno ho provato molte volte l' agonia».

            Sotto un si grave peso morta sarebbe la nostra Beata, se Iddio non fosse venuto di tratto in tratto ad aiutarla, a consolarla. Apparendole talvolta il buon Gesù, figlia, le diceva, di che temi? non aver paura, che non mi hai offeso - non sono io bastante per consolarti? - spera in me, che posso il tutto. - Figlia mia, a misura che tu andrai facendo forza e violenza a te stessa, crescerai nell' amor mio. Maria SS. si degnava di venire ella pure a confortare questa sua divotissima figlia. Le apparve una volta fra le altre nella festa della sua Assunzione al Cielo, e la riempi delle più {54 [328]} dolci consolazioni. Raccontò ella medesima questa beata visione per ubbidire al suo confessore, il quale le comandò di manifestargli tutte le grazie, che Iddio le faceva. Ecco le sue parole: «Mi apparve la Santissima Vergine cosi bella e sì risplendente, che non poteva fissare gli occhi per rimirarla, tanto mi abbagliava il suo splendore. Teneva ella una veste in mano, ed era questa veste bianca, ma di un bianco molto differente da questo della terra: era tutta tempestata di preziose gioie, ma non simili a quelle che ho altre volte vedute, e le sopra vanzavano di gran lunga. Mi disse che la teneva per vestirmene; ma che mi conveniva ancora di faticar molto per superare le battaglie del mio nemico. Mi disse che ricorressi spesso a Lei, che mi avrebbe aiutata e difesa, e che le dicessi sovente queste parole: Ai tuoi piedi, o piissima mia Signora, voglio vivere e morire. Mi lasciò molto consolata, con molta pace e quiete, con grande {55 [329]} desiderio della virtù, specialmente dell'umiltà e dell'ubbidienza».

            Ma ormai si avvicinava il termine di questi fieri combattimenti, di queste dure prove della nostra Beata. Di mano in mano che si appressava questo tempo felice, ella sentiva nascere in se un desiderio vivissimo di unirsi con Dio, e le crebbe tanto questa brama, che la trasportava fuori di se. Il signore volle cominciarle dare un saggio anticipato di cosifatta dolcissima unione, sulla fine dell' anno 1683, una mattina dopo la santa Comunione. Sentiamolo da lei medesima, la quale per ubbidienza lo racconta al suo direttore spirituale. «Quando l' ebbi ricevuto provò l'anima mia tale unione con Dio, che ben compresi allora quelle parole di s. Paolo: Vivo io non più io, ma vive in me il mio Dio. O Dio dell' anima mia, chi mi darà lingua onde poter dire le misericordie, che ricevetti in quel tempo dalla vostra smisurata bontà? In verità non so dire, ne spiegarmi». Giunse finalmente il momento di così celeste favore, di cotanto {56 [330]} sublime unione, la quale ancora su questa terra rende le anime simili ai beati in Cielo. Per essa un' anima cammina sempre alla presenza di Dio; a Dio senza alcuno sforzo tiene di continuo rivolto il suo pensiero, fisso il suo cuore; vede Iddio in ogni cosa, lo sente, lo gode, e dove prima si sarebbe dovuta sforzare per volgersi a Lui, ora dovrebbe farsi violenza per allontanare da Lui il suo pensiero. Oh! stato invidiabile! A questa si dolce e perfetta unione aveva, Iddio preparata la Beata Maria degli Angeli con ogni più dura prova per lo spazio di quasi quattordici anni. Ai grandi premii, come dice s. Gregorio, non si perviene se non per mezzo di grandi fatiche e travagli. Le apparve infine Gesù, suo dolcissimo sposo, il quale la riempì di superne dolcezze, che solo può imaginare chi le ha già gustate. Da questo punto le estasi furono in Lei frequentissime. Bastava che parlasse, o sentisse parlare di Dio, per venire tosto rapita fuori dei sensi. {57 [331]}

 

 

Capo VII. Sua esattezza nell' osservanza delle regole - Fa voto di osservare il più perfetto - Suo intrattenimento interno, e continuo con Dio.

 

            Il vivo desiderio che aveva la nostra Beata di adempiere fedelmente i suoi doveri verso Dio, e in tutto mostrargli la sua gratitudine, la faceva stare continuamente attenta per osservare colla più grande perfezione le leggi santissime del suo amato instituto. Riguardava ciascuna regola come la principale; e soleva affermare che avrebbe data volentieri la vita piuttostochè trasgredirne anche una sola.

            Tuttavia poco le pareva di fare, se ad altro ancora non si appigliava di più arduo e difficile, che abbia mai saputo immaginare la santità più strepitosa. Stupì altamente tutta la cristianità a quell' inaudito voto che fece s. Teresa di operare sempre in ogni cosa il più eroico. La nostra Beata Maria degli Angeli, ad imitazione della Madre, promise ella pure con {58 [332]} voto di osservare in ogni sua operazione il più perfetto, e di maggior gusto a Dio. Emesso un siffatto voto sono giganteschi i passi che ella fece sulla via della perfezione, della santità.

            Tanto era assidua nel pensare a Dio , che giunse al punto che anche volendo non avrebbe potuto allontanarne il pensiero. Con Lui conversava anche nelle occupazioni più atte a divagarla. Era solita ad uscire in infuocate giaculatorie, le quali non potevano fare a meno che andare a ferire dolcemente il cuore del suo amato Gesù, e ad eccitarlo a sempre meglio compiacersi della diletta sua sposa. Fosse pure inferma, fosse sana, in azione, in riposo, stando in cella, alla mensa, nella ricreazione, al parlatorio, in qualsiasi luogo, ella trovavasi sempre dolcemente unita con Dio. Soleva dire: «Il mio buon Gesù io lo trovo dappertutto, e non mai sono sazia di trattenermi con Lui.» Le fu una volta domandato come mai senza stancarsi fortemente il capo, ella potesse starsene cosi continuamente congiunta e raccolta {59 [333]} col suo Signore, e specialmente subito dopo il pranzo; ed essa candidamente rispose: «Io ho niente di buono; confesso però che il Sipore mi fa questa grazia di stare sempre volentieri con Lui; nè in questo io fo alcuna particolare applicazione, che anzi mi abisogna fare molta forza per applicarmi alle cose estèrne.»

 

 

Capo VIII. Suo amore alla penitenza.

 

            Gesù Cristo affermò che senza penitenza non si può giungere a salvamento. Quindi è che tutti i santi mostraronsi sommamente amanti della penitenza. Tale fu pure la nostra Beata, la quale non contenta di ricevere solo quel tanto di patimenti che le mandava quotidianamente la divina provvidenza, di nuove pene e sofferenze andava ella in cerca sempre avidamente. Fin dai suoi più teneri anni soleva dimandare al suo confessore che le permettesse di digiunare, {60 [334]} e avutone il permesso tutta giuliva si mortificava in diverse vigilie, e spesso in onore di Maria SS., sua tenerissima Madre. Andavasi cercando molestie sello stare, nel dormire, e fu sorpresa una volta dalla sorella a disciplinarsi. In tutto trovava modo di patire. Le veniva talvolta l' occasione di profferire una parola un poco spiritosa, che avrebbe potuto farla parer d' ingegno, ed ella taceva; vedeva un cibo che le piacesse, e ad un altro si appigliava di non tanto gradimento. V' era qualche cosa da fare che richiedesse incomodo? Essa la prendeva per se. Andando a pregare non solo non cercava di poggiare le ginocchia sul soffice, o anche alquanto comodamente, che anzi quei posti a bello studio ella cercava, che fossero più incomodi, e sul duro pavimento prolungava per più ore la sua preghiera. Si metteva delle pietruzze nelle scarpe, onde aver persino camminando occasione di patire pel caro Gesù. Quando poi entrò in religione queste amore al patire le crebbe per guisa da farla esclamare; che {61 [335]} piuttosto di vivere senza patimenti desirava di morire, e perciò come la madre s. teresa ella pure diceva a Gesù: O patire, o morire. Quindi nelle malattie, le quali furono moltissime e dolorose, ella mostravasi tutta allegra, e tanto era lungi dal chiedere anche il più tenue sollievo, che nzi quando le consorelle gliene offrivano qualcuno, rispondeva che l' unico suo sollievo era patir molto pel Signore. Trovava modo di tormentarsi fin durante il sonno, e perciò o su duro letto dormiva, o sopra tavole coperte di ferre catene. Sono concesse alle religiose sei ore di riposo; ed ella solo quattro se ne prendeva, spendendo le altre due ore in orazione. digiunava spesso a pane ed acqua e oltre il suo cibo ordinario era scarsissimo e grossolano, il più delle volte lo rendeva ancora insipidio e digustoso collo spargevi sopra cenere od assenzio. E più ammirabile si è che più ella pativa, più accrescevano dei nuovi e maggiori ne dimandava. Da pricipio i suoi superiori non {62 [336]} corrispondevano alle sue brame per timore che ella si ammalasse; ma vedendo poi che propriamente si avverava quello che ella diceva, cioè che cadrebbe ammalata se non le permettevano le penitenze, furono costretti a contertarnela ogni volta, persuasi che tale fosse il voler di Dio, il quale aveva eletto quella sua sposa a rassomigliare in tutto al suo divin Figliuolo Gesù. Bastava, per farle un grande piacere, e riempirla di gioia, concederle qualche esercizio di penitenza di maggior rigidezza. Aumentavano queste sue penitenze nelle novene che faceva in onore di Dio, della Vergine, e dei suoi Santi avvocati. Veramente diletta del Crocifisso non aveva cosa più cara che la croce. La croce era tutto il suo desiderio, e fuori della croce non trovava contento. Andava di ogni patimento sitibonda per modo, che nel più acceso esercizio invece di spegnersi le si accresceva la sete. Era solito suo detto: nel patire non bisogna mai dir basta. Diceva pure che la ragion principale perchè si poche anime giungono alla perfezione, si {63 [337]} è l' essere troppo facili a fermarsi di tanto intanto per istrada. Il suo divin Maestro le aveva significato un giorno quanto sieno a Lui care le anime generose. Figlia, le disse, sono le anime ferventi che mi rapiscono il cuore, non le negligenti. E già molto prima Egli aveva detto a' suoi Apostoli, che il regno de' Cieli soffre violenza e che i soli forti l'avrebbero guadagnato.

 

 

Capo IX. Sua ubbidienza - Opera prodigi.

 

            Il grande amore alla mortificazione ed ai patimenti faceva sì che la nostra Beata fosse un vero modello nella pratica di tutte le cristiane virtù. Discoriamo alquanto delle principali, e primieramente dell' ubbidienza, la quale fu in lei veramente maravigliosa. Si potrebbe la Beata Maria degli Angeli chiamare con ragione l’ Ubbidiente per eccellenza , tanto ella amò e praticò questa virtù in tutto il tempo della sua vita. Essendo ancora in casa coi genitori {64 [338]} tale era la sua prontezza nell' ubbidire, che la rendeva loro cara più che tutti. Allora soltanto ella ricusò di ubbidire alla madre, quando conobbe essere contraria la volontà di Dio. Fattasi poi religiosa appena ella seppe che la virtù dell' ubbidienza era l'anima della religione, e la strada più sicura e più breve per giungere alla santità, che ne imprese con tale intrepidezza l' acquisto, da esserne in breve non più discepola, ma sperimentata maestra. Era sua massima universale, che si dovesse ricevere la volontà dei superiori come quella di Dio, assoggettandosi intieramente anche nelle cose più indifferenti alla loro assoluta dipendenza. Quindi al primo cenno della superiora ella ubbidiva prontamente , senza riguardare al merito personale di chi le comandava, senza esaminare i motivi del comando, ma con intiera ed umile arrendevolezza eseguiva quanto erale imposto. Fosse pur ardua e penosa l'esecuzione, ella a nulla badava se non ad ubbidire e compiere con amorosa allegrezza quanto erale comandato. {65 [339]} Di più, fosse pur lungo l' esercizio e frequente il comando, ella non dimostravasi mai languida ed annoiata, ansi sempre allegra e contenta ben sapendo come in quel modo ella acquistarasi grandi meriti pel Cielo. Era sempre la prima a recarsi al luogo dove la richiedeva qualsiasi atto della comunità. Appena udiva il segno che te la chiamasse lasciava tutto ciò che in quel punto stesse facendo, e subito vi accorreva. Negli ultimi anni di sua vita era sfinita di forze a segno che non potevasi trovare per tempo al coro qualora avesse aspettato il segno della campana; a ciò ella rimediava recandosi qualche momento prima. La sua ubbidienza estendevasi a chicchessia anche di minor conto, perchè stimandosi l' infima fra tutte si teneva obbligata a dipendere dalla volontà di tutti. Nelle infermità, fossero pur gravi, fossero lunghe, era esattissima versò le infermiere la sua ubbidienza, talmente che non prendeva cosa alcuna anche di poco sollievo, se prima non ne avesse avuto da loro la permissione. Assalita una {66 [340]} volta da ardente febbre, ed avendo inaridite le fauci per la sete, le si offrirono in alleggerimento pochi acini d' uva; ma essa umilmente le ricusò dicendo, che non ne aveva licenza dall' infermiera. Dall' inferamiera accettava qualunque cosa, benchè fosse di spiacevolissimo gusto. Una volta per inavvertenza le fu dato l’ avanzo di amarissima medicina invece di un poco di vino, e l' ubbidiente serva di Dio l' assorbì senza profferir parolar Anche la sua carità, la sua divozione prendeva dall' ubbidienza l'ordine e la misura. Soffocava nel petto gli ardenti desiderii di accostarsi frequentemente alla mensa degli Angeli, se cosi volevano i superiori. Interrompeva la contemplazione, scioglieva il silenzio, lasciava la solitudine, non si tosto glielo avesse ordinato l' ubbidienza. Era solita ad affermare che l'unica cosa, a cui si arrendeva con pena la sua ubbidienza, era il manifestare ad altri la grazia straordinaria che Iddio le faceva. Ciò non di meno anche in questo l' ubbidienza riportava vittoria. Manifestava nelle conferenze, scriveva per {67 [341]} lettere, confidava persino alle sorelle le grazie più segnalate ricevute da Dio, quando la voce di un superiore le avesse comandato di ciò fare. Tanta era la stima che aveva per questa virtù, che essendo superiora o maestra niente raccomandava di maggior cuore. Le accadde tuttavia due volte di commettere un mancamento riguardo a questa virtù. Giova il notarlo anche per far vedere come i più gran Santi cadono pur talvolta, sebbene leggermente, in difetti, dai quali però essi tosto risorgono più coraggiosi che prima e traggono dalle stesse loro colpe spirituale profitto. Ardeva la nostra beata, come già dicemmo, di amore per la penitenza, e desiderava di sempre maggiormente tormentarsi. Ma la priora che molto l' amava, temendo che ella desse nell' eccesso, usava ogni modo per ritenerla Questo rincrebbe alquanto alla Beata, la quale ritrovandosi un di colla sorella, lasciossi sfuggir di bocca che non poteva molto arrendersi alla sua superiora, perchè era troppo stretta di cuore. Questa espressione dispiacque al Signore, il quale {68 [342]} si fece tosto a rimproverare la sua sposa con queste parole: Figlia, ogni cola contro dei superiori, per piccola che sta, vien fatta a me; e l' anima, in cui voglio prendere le mie delizie, non deve essere macchiata di tal colpa: ti emenda. A tal rimprovero restò così colpita la serva di Dio, che per molti giorni altro non faceva che piangere. In fine Gesù la consolò nuovamente, facendole sperare che l' aveva intieramente perdonata. Avvenne un' altra volta, che volendo la superiora alleggerirla con qualche sollievo, ella sempre mortificata al sommo, mostrò della ripugnanza e ritrosia nell' accettarlo. Un simile atto che sarebbesi facilmente giudicato in altri delicatezza di perfezione, fu in lei difetto si considerevole di disubbidienza, che ne ebbe a tollerare un tremendo castigo dal Signore, il quale per quindici giorni la privò di ogni spirituale dolcezza. Con siffatti ammaestramenti, che ella riceveva dal suo dolcissimo Gesù, non si possono ridire i progressi che faceva in questa sublime virtù dell' ubbidienza. {69 [343]}

            Giunse a tale perfezione l' ubbidienza della Beata Maria degli Angeli, che Iddio si degnò di operare per mezzo di essa molti prodigi e in suo e in altrui favore. In qualunque tentazione o turbamento di spirito ella si trovasse bastava che il superiore le dicesse di mettersi in calma e tranquillità, che subito, come se da lei dipendesse, cessava ogni tentazione del nemico, ricompariva ogni serenità. Trovavasi ella o lontana , o in alta contemplazione, o in estasi? Ebbene anche il tacito comando del superiore bastava a richiamarla e farla venir sollecita ai suoi piedi. Si fece prova dell' ubbidienza per liberarla dalle sue frequenti malattie, e si trovò per esperienza che per farla guarire infallibilmente bastava che i superiori glielo comandassero. Contansi più di venti guarigioni, e molte instantanee, tutte operate dal sommo potere che aveva sopra di lei la virtù dell' ubbidienza. Sicché ben si può dire che in ogni cosa seguace fedele di Gesù ella per ubbidienza visse e per ubbidienza mori, come {70 [344]} vedremo a suo luogo. - Ma qui ancora non cessano le meraviglie. Molti miracoli volle ancora Iddio operare in benefizio altrui, non appena la Beata Maria degli Angeli per ubbidire ai suoi superiori, che ne.la comandavano, glieli domandava. Per comando avuto cavò ella molti da gravissime infermità, liberò non pochi dalla morte. Basti in conferma di ciò il fatto seguente. Colta da grave malattia una signora principale di Torino venne dichiarata dai medici per incurabile, e senza speranza di salute. Vedendosi ridotta a tale stato la moribonda signora, e ben conoscendo la virtù e santità di Suor Maria degli Angeli, fece ricorso al padre Luigi confessore della serva di Dio, pregandolo che volesse comandare alla sua penitente che le ottenesse dal Cielo quel ristabilimento, che per corso naturale più non era da sperarsi. Fattole il comando non tardò ad ubbidire la serva di Dio; domandò a Gesù il bramato favore, ed ecco in breve guarita perfettamente l' inferma con grande maraviglia di tutti. {71 [345]} Questo e molti altri simili fatti, che per brevità tralascio, dimostrano quanto Iddio si compiaccia dell' ubbidienza, che si presta ai proprii superiori.

 

 

Capo X. Sua purità - Sue cautele per conservarla.

 

            Fu tanta la stima che la nostra Beata fece dell' angelica virtù della purità, che in ogni momento di sua vita fuggi puranco dall' ombra di ciò, che potesse offuscarla. Fin dagli anni suoi più giovanili essendo ella stata conosciuta cosi amante e gelosa di cotesta virtù, ognuno alla sua presenza ben si guardava di profferir parola o fare azione meno che onesta; lo avrebbe rimproverato senza riguardo. A testimonianza di chi a fondo conosceva la sua vita, ella ebbe la bella sorte di conservare sino alla morte questo bel giglio della verginale purezza.

            Ma se la Beata Maria degli Angeli ebbe la bella sorte di conservare questa virtù {72 [346]} angelica, ciò fu perchè usò diligentemente le necessarie cautele, i mezzi opportuni. Questi, mentre ancora si trovava nel secolo, erano la ritiratezza, la frequenza dei Ss. Sacramenti, le frequenti e fervorose preghiere, le mortificazioni del corpo e altre penitenze, che le venivano permesse. Evitava ogni tratto, ogni dimestichezza, che per poco avesse potuto porgere al demonio occasione di tentarla; e noi abbiamo già veduto quanto ella sin da giovanetta vigilasse sui movimenti del suo cuore, e come una volta essendosi accorta di qualche pericolo, subito gettossi ai piedi del suo Gesù, a Lui rinnovando la consecrazione di tutta se stessa. - Fatta poi religiosa, sebbene si trovasse fuori da molti pericoli, tuttavia non lasciò mai di usare le maggiori cautele. Non fissava mai persona in faccia, e ne fece voto; sicché niuno ella conosceva se non alla  voce, anche in questo vera imitatrice dell' angelico s. Luigi, suo parente. Si narra che volendo la principessa averne il ritratto, condusse al monastero, all' insaputa della {73 [347]} Beata, una famosa pittrice, la quale postasi in faccia a Lei in luogo nascosto la ritrasse perfettamente in tutto il corpo; ma non fu possibile ritrarle gli occhi, non avendoli alzati di terra mai. Dovendo per qualche uffizio parlare con persone secolari, specialmente di diverso sesso, stava attenta a spedirsi con quella maggior sollecitudine che poteva. In loro presenza tenevasi in tutta la persona ben difesa ai loro sguardi. Laonde penava grandemente quando doveva alzarsi dalla faccia il velo, che però non mai sollevava, eccetto che far non potesse diversamente. Nel porsi a letto per malattia non volle essere mai da altri spogliata. Cotanto angelico candore le traspariva eziandio nell' esterno per modo, che chiunque parlasse con lei, o soltanto la vedesse sentivasi nascere in petto l' amore alla bella virtù. Essendo ancora in vita, molti trovandosi tentati contro questa virtù, non appena facevano a lei ricorso, sentivansi liberati. - Un' anima cosi pura non fa stupire che fosse {74 [348]} cosi cara a Gesù , e alla Beata Vergine, amendue amantissimi di si celeste virtù.

 

 

Capo XI. Sua povertà - Ama di essere trattala da povera - Effetti in lei prodotti da questa virtù.

 

            Fra le ragioni, per cui la nostra Beata godeva di essere fuggita dal secolo, una si era di vedersi lontana dalle pompe e vanità mondane, e in occasione di poter più facilmente imitare la povertà dello sposo Gesù. E in vero ella seppe imitarnelo eccellentemente. Nella povertà ella aveva stabilite le sue ricchezze, e avendo sempre presente la povertà del Crocifisso, allora stimavasi veramente felice, quando vedevasi a Lui più somigliante. Lungi poi dall' amare questa virtù e abborrirne gli effetti; ella li andava invece cercando con grande avidità. Continue erano perciò le sue suppliche presso ai superiori a fine di ottenere da loro per suo uso la tunica {75 [349]} più vile, l' abito più rappezzato, e l' abitazione più incomoda. A costo di preghiere ebbe per più di diciasette anni a suo ricovero una cella, la quale, perchè stretta e mal situata, si era lasciata come in abbandono. A forza di preghiere aveva purè s. Luigi ottenuto da suoi superiori per sua camera un bugigatolo sopra una scala, non mai ad altri assegnato. Trovava la serva di Dio nella strettezza di quell' abitazione le sue più care delizie. Qui pose il letticiuolo, composto di uno stretto pagliericcio, e con belle industriose maniere seppe fare che ei non venisse nè anche una sol volta smosso, o reso più agiato comechessia. Poche immagini di carta, due umili sedie, un piccolo tavolino, una croce di legno, ecco gli ornamenti di sua cella. Quivi ella quale innocènte colomba in sicurissimo nido godeva un anticipato paradiso, tanto più dolce ed amato, quanto più sprovveduto di terrene apparenze. Quanto al vestire godeva di avere quegli abiti, che si dismettevano dalle altre monache , nè era mai che si acconciasse a {76 [350]} prenderne dei nuovi, se non costretta dall' ubbidienza. Si formava di più veli logori il velo che le abbisognava; lo stesso dicasi di altre cose.

            Ma degno di essere notato si è che la povertà della nostra Beata partiva ed era accompagnata da spirito di profonda umiltà. Quel cercare di continuo le cose più vili, quel desiderio che le mancassero le cose anche più necessarie, proveniva non soltanto dall' aver ella volontariamente rinunciato a tutto ciò che sapesse di mollezza, ma molto più da un' intima persuasione di essere l' ultima fra tutte, e quindi meritevole di essere in ogni cosa trattata più poveramente di tutte. Quindi ne avveniva quel voler essere trattata nel cibo, nelle vesti, e in ogni giusto provvedimento, come la più indegna. Di qui ancora derivò quel ricusare nelle sue infermità o prendere di mala voglia ogni medicamento, che avesse del prezioso, giudicando per lei cosa da troppo.

Questa insigne virtù della povertà produceva nel cuore della nostra Beata due {77 [351]} effetti connaturali, benché non cosi comuni in chi si crede di possederla, ed erano; grande liberalità, e somma attenzione nel conservare anche le più piccole cose. Sentiva in vero del rammarico e del rossore nel dover accettare quanto le veniva da molti per venerazione donato; ma in tutto amorevolissima se ne alleggeriva ben tosto coll’ oltenere dai superiori il permesso di ridonarlo, dimostrandosi in tal modo più ansiosa di dare, che di ricevere. - Per altra parte poi usava una somma attenzione per non lasciare andare perduta e guastata anche la più piccola cosa. Quindi raccoglieva pur anche il polverino che trovava annesso alle lettere , raccoglieva qualunque ritaglio di panno, di carta, e simili, che avesse veduto disperso per la casa. Interrogata una volta perchè cosi facesse, rispose: «La santa povertà richiede d’ aver cura di ogni minima cosa.»

            Un cuore così distaccato dalle terrene cose, così desideroso di trovarsi mancante anche del necessario per amor di Gesù, {78 [352]} non poteva a meno che essere ripieno delle cose celesti, di anelare a quelle ricchezze, a quei tesori, che ai poveri stanno preparati in Cielo.

 

 

Capo XII. Sua umiltà interna ed esterna.

 

            L’ umiltà, dice s. Agostino, è il fondamento di ogni perfezione. Da questa virtù si può giudicare della santità di una persona. Ciò posto, dico che la nostra Beata possedè l’ umiltà in sommo grado. E In primo luogo ella fu umile di cuore, mettendo in pratica quel precetto di Gesù Cristo, che dice: Imparate da me, che sono mansueto ed umile di cuore. E questa sua umiltà interna fu un bel frutto che ella andava raccogliendo dalle sue preghiere e meditazioni. Imperocché nell’ orazione venendo il suo intelletto illuminato da suprema luce, ed acquistando ella un altissimo conoscimento della grandezza e maestà di Dio, nasceva in fondo del suo cuore {79 [353]} un sentimento sì basso di se medesima, che colla più intima persuasione stimavasi la pia miserabile creatura del mondo. Volgeva poscia lo sguardo sopra di se, e qui scoprendo la profondità di sua bassezza, la sua insufficienza pel bene, la capacità pel male, l’ inclinazione al peccato, si copriva di confusione, e avrebbe voluto vedersi consumata nell’ umiliazione, nel disprezzo. Considerava altre volte la somma bontà di Gesù, gli innumerevoli favori da Lai ricevuti, e scorgendo l’ obbligo infinito, che perciò aveva di amarlo con tutto il cuore, ogni minima imperfezione, ogni leggier difetto le pareva una colpa, una nera ingratitudine. Quindi quello stimarsi la più grande peccatrice, la più ingrata verso Dio; di qui ancora il suo stupore, che Iddio la sostenesse ancora in vita; quel piangere dirottamente per ogni più piccolo mancamento, fino al punto di costringere talvolta il Signore e la Beata Vergine a venirla a consolare, e assicurar del perdono. Né solo in parole ella manifestò siffatti sentimenti di umiltà, ma li perpetuò {80 [354]} ancora cogli scritti. Nel ristretto di sua vita, che le fu imposto di scrìvere, esagerò tanto i suoi difetti, che se la sua innocenza non fosse stata confermata dai suoi superiori e direttori di spirito, sarebbe facilmente riuscita nel suo intento, di farsi credere una grande peccatrice, mentre al contrario menò di continuo una santissima vita.

            Tuttavia questo suo credersi misera e indegna punto non l’ avviliva, che anzi più grande confidenza le inspirava nella misericordia di Dio. Venendo a commettere qualche mancamento non impazientavasi contro se stessa, ma tosto umiliandosi dinanzi a Dio gli domandava perdono, e senza perdersi di coraggio riprendeva più veloce il corso sulla via della santità. Aveva di se la massima diffidenza, la quale però non la ritrasse mai dall’ intraprendere cose grandi, che anzi la rapiva ad una magnanimità insuperabile per qualsiasi cosa, che ella conoscesse tornare in gloria del Signore. Laonde, quanto umile nella sua insufficienza, altreltanto {81 [355]} confidata al poter di Dio, non era difficoltà, nè contrasto, che valesse ad allontanarla dal servizio di Lui, ben potendo esclamare con s. Paolo: «Omnia possum in eo qui me conforlat.»

            Lo spirito di umiltà della nostra Beata operava in lei al contrario di ciò che suole in altri operare lo spirito di superbia. Abborriva da ogni superfluità di parole, ogni abbellimento di termini. Ingegnosa nell' amore del suo disprezzo innestava sempre nei suoi discorsi qualche cosa, che tornasse a lei di confusione. Nominavasi di tratto in tratto la povera peccatrice, la bestiuola, l’ ignorante, l’ indegna , la superba. Aveva insomma per ogni parte un trattare schietto, dolce, sereno, e manieroso, lontano da ogni sapore d’ ipocrisia, cosichè uno, il quale a fondo non l’ avesse conosciuta avrebbe durato fatica a comprendere come una santità cosi elevata potesse accomodarsi ad ogni sorta di persone con tanta affabilità e piacevolezza.

            L’ umiltà della nostra Beata era come certi bellissimi fiori che cercano di star {82 [356]} nascosti. Perciò l’ umile serva di Dio desiderava di farsi vedere solo come una persona ordinaria, e allorchè per ubbidienza doveva scoprire qualcuno dei celesti favori, che l’ avrebbero potuta far credere qualche cosa di grande, ella ne soffriva sommamente. Bruciò quanto le era stato imposto di scrivere della sua vita, ed avendola i superiori obbligata a scriverla nuovamente coll’ espresso comando di più non bruciare lo scritto, ella ubbidiente più non lo bruciò, ma ne impastò i fogli insieme affinchè leggere non .si potessero. Se avveniva che qualcuno la lodasse, ella con poche parole significava come fosse indegna di quelle lodi, e per non autenticarle con replicate ripulse, ella lasciava dire, ma intanto per sua difesa concentravasi come in sicura fortezza nel conoscimento del proprio demerito, dove placidamente riposando compativa l’ altrui inganno, e alleggeriva il suo rossore. Fra le virtù che con maggiore efficacia, e più frequentemente raccomandava erano l’ ubbidienza, e l’ umiltà, ma questa di più {83 [357]} ancora, persuasa che non si può dare vera ubbidienza, senza profonda umiltà. Soleva dire che non isperasse di fare qualche passo sulla via del Cielo chi non fosse umile, essendo questa virtù non solo utile, ma necessaria per l’ acquisto dell’ eterna salute.

            All’ energia di questi insegnamenti aggiungeva ella la forza dei suoi esempi. Un effetto primario di una vera umiltà si è l’ amare la propria abbiezione, ossia la propria bassezza e viltà, l’ amare insomma di essere da tutti stimato vile e da poco. E tale si mostrò la nostra Beata. Amava grandemente di vedersi dai superiori punita, e da tutti corretta. Quando le avveniva di ricevere qualche correzione o penitenza lungi dal rattristarsi, le si vedeva invece a brillar sul volto una gioia indicibile. Ringraziava chicchessia l’ avesse avvisata di alcuna sua inavvertenza, e apertamente si dichiarava per una sciocca, una stravolta, una balorda. I superiori per soddisfare in qualche modo al desiderio che aveva di vedersi umiliata e {84 [358]} ripresa, ed anche perchè non le mancasse occasione di progredire la virtù cotanto preziosa, coglievano le minime occasioni per farle aspre correzioni, ed ella rispettosamente le ascoltava dichiarandosi meritevole di maggior riprensione ancora e di castigo. Il godimento che in quelle occasioni ella provava era tale, che un superbo non lo avrebbe avuto più grande nel vedersi esaltato con un panegirico di lodi. Il profondo sentimento della propria bassezza le faceva ancora abbracciare con giubilo l’ esercizio dei ministeri più vili ed abbietti. Gli uffizi della casa a lei più cari erano appunto quelli delle converse, e per rubarne ad esse lo scomodo sorgeva ella di buon mattino a preparare il refettorio, a pulire la cucina.In nettare dalle brutture il pollaio sempre volle essere sola, prendendo tutto per se specialmente nell’ estate, il fastidioso tormento di quegli animaletti, che quanto piccoli, altrettanto sono molesti. Che se tutto ciò era mirabile nello stato di suddita, di più grande stupore lo fu in quello di superiora. {85 [359]} Giammai ha potuto nè l’ altezza del posto, nè la moltitudine delle faccende ritrarla da quegli impieghi che sono proprii di una servente. Pativa poi all’ estremo quando doveva correggere gli altrui difetti, credendosi ella sempre la più difettosa; e quando farlo doveva usava una mirabile dolcezza. Se accadeva che taluna si fosse dalle sue parole offesa andava la prima da lei pregandola a voler compatire l’ obbligo suo, che cosi richiedeva, e a voler scusare l’ indiscretezza del suo zelo. Benchè fosse la prima in virtù e nel grado voleva essere sempre l’ ultima , e considerata come la minima fra tutte. Accostavasi l’ ultima alla Comunione, l’ ultima era nel porgere il suo giudizio, come l’ ultima voleva essere trattata in ogni cosa. Malgrado però tutti i suoi sforzi per tenersi nascosta agli occhi altrui e farsi disprezzare, non potè riuscire nel suo intento. Imperocché sparsosi l’ odore di sua santità molti non solo dalla città di Torino, ma da lontani paesi correvano al monastero di s. Cristina, avidi di parlare {86 [360]} con Maria degli Angeli, e udire da lei parole di vita.

 

 

Capo XIII. Viene eletta priora del monastero - Cerca di sgravarsi di questa carica - Vi si sottomette per ubbidienza - Governa sapientemente.

 

            Le monache e i superiori dell’ Ordine ben conoscendo la virtù e la capacità della Beata sentironsi inspirati di eleggerla a priora del monastero, e a compiere così il disegno di Dio. Ma vi era una grave difficoltà a superare; mancavano in lei sette anni per giungere all’ età richiesta dal Concilio di Trento pel grado di superiora. Non si arrestò in faccia a questo ostacolo, e senza lasciar nulla trasparire alla Beata si fece tosto ricorso a Roma per ottenere la dovuta dispensa. La fama della santità di lei erasi già pur anche sparsa nell’ eterna città, e pervenuta alle orecchie del sommo Pontefice. Quindi non {87 [361]} fu difficile ottenerne il richiesto favore. Più nulla aspettavasi che il tempo per l’ elezione, cioè il principio del 1694. Essendo questo più non molto lontano il padre Luigi suo confessore volle prevenirla di quello, che si pensava di fare, Affinchè il colpo venisse ad essere meno sensibile all’ umiltà di quel cuore. A quell’ annunzio l’ umile serva di Dio ne provò tale un dolore, che impallidì, svenne, e cadde tramortita sul pavimento. Accorsero tosto le religiose, e sulle loro braccia la trasportarono nella sua cella. Si adoperarono subitamente più rimedii per rinvenirla; ma tutto era invano; si sarebbe forse dovuto piangere fin d’ allora la sua morte, se non veniva in pronto l’ ubbidienza. Comandatole dal superiore di ritornare in se, subito rinvenne, ma si spossata di forze, sì addolorata per l’ annunzio datale poc’ anzi, che moveva a pietà e tenerezza. Al vedersi attorniata dalle suore si pose a pregarle e scongiurarle lagrimando, che deponessero quel loro pensiero, e protestò di accettare di {88 [362]} buon grado la morte piuttostochè l’ uffizio di loro superiora. Ma non si arrese il cuore delle religiose alle umilissime suppliche della serva di Dio. Il bene delle loro anime, la gloria di Dio le resero inesorabili. Giunta pertanto l’ ora prefìssa all’ elezione si rassodano concordemente nel determinato proposito. Si aduna il capitolo, e alla presenza di monsignor arcivescovo di Torino, e del provinciale dei Carmelitani, si passa alla votazione. Giulive vedonsi le monache tutte, solo le nostra Beata si scorge squallida e tremante. Riconosciute le schede, si pubblica essere l’ elezione caduta sulla persona di Maria.

            Al crudo annunzio ella rimane fuori di senso, nè mai si sarebbe indotta ad accettare quella carica, se non fosse intervenuto il comando del superiore, che le impose di assoggettare ogni sua ripugnanza al volere di Dio. Confessò la nostra Beata che giammai ebbe a trovarsi in tale angustia il suo povero cuore. Voleva per lina parte fare la volontà di Dio, e per {89 [363]} un’ altra parte mirando quanto fosse difficile l' uffizio di superiora, quanta virtù richiedesse, provava nell’ accettarlo tanta ripugnanza, tant’ avversione, tanta pena, che di cuore dimandò al Signore che se fosse possibile le avesse risparmiato quell’ amaro calice, offerendosi pronta a qualunque altra croce, anche alla morte. Confidò poi ad una sua amica, che il voto di sempre praticare quello che fosse più perfetto la spinse ad abbracciare coraggiosamente quell’ uffizio pesante insieme ed onorevole.

            Non s’ ingannarono le suore nella loro scelta, nè furono deluse le loro speranze. Imperocché la Beata intimamente persuasa della sua incapacità, tutta diffidente di se medesima appoggiò il suo governo alla protezione di s. Giuseppe, di Cui era divotissima. E Iddio e il glorioso Patriarca non mancarono di venire in suo aiuto, e ogni cosa e spirituale e temporale andò prosperamente. Governava con un piacevole zelo, provvedeva con pesata speditezza, invigilava su ogni cosa con grande attenzione. {90 [364]} Era avveduta e pronta nel sovvenire, umile nell’ ordinare, intelligente ed esperta nel trattare e disbrigare i negozi, retta nel distribuire gli uffizi, e con mirabile proprietà assegnava agli stessi operai i loro lavori. Serviva le inferme, aiutava le converse nelle loro fatiche ed impieghi, teneva conto dell’ entrata e delle spese. Pareva che ella fino allora non avesse fallo nient’ altro, tanto bene faceva ogni cosa. Aveva del prodigioso come una sola potesse trovarsi a tante cose. Quasi avesse cento mani, e fosse in tutti i luoghi si opponeva ad ogni disastro, soccorreva ad ogni bisogno, e sotto di lei tutto il monastero null’ altro spirava che ordine, pace, ed allegrezza. Con diligenza attendeva che le sue figlie fossero esatte nell’ osservanza delle regole. Si compiaceva grandemente al vederle a compatirsi se afflitte, sollevarsi se aggravate, accarezzarsi e servirsi se inferme. Raddolciva ella qualsiasi rigore coll’ amabililà e soavità del suo spirito. Concedeva loro con discretezza onesti sollievi, nei quali anch’ essa con una giovialita {91 [365]} tutta celeste allegramente le intratteneva; anche faceta a suo tempo, e con tutti sempre graziosa.

            Tra le regole supernamente dettate da s. Teresa per guidare le anime ad elevata perfezione una si è, che le suddite siano frequenti nello svelar fedelmente il loro interno alla superiora. Debbono a questa palesare con ogni semplicità e schiettezza i desideri, i contrasti, le angustie, e da lei ricevere e lumi, e consigli. Quindi non si può dire il bene che la nostra Beata faceva alle sue figlie. La sua parola consola e conforta ogni cuore, ravviva ogni mente. Talora avveniva che qualcuna andando per conferire con lei qualche cosa dell’ anima, giunta alla sua presenza più non sapeva come spiegarsi, e talvolta anche per timidità e rossore non osava palesarle le sue tentazioni. Allora la Beata come se vedesse scritto in sulla fronte ogni cosa svelava chiaramente tutto il suo interno, i suoi dubbii, le sue agitazioni, i pensieri, le tentazioni, e quindi dandole gli opportuni avvisi, {92 [366]} prescrivendole i convenienti rimedii, lasciava quella benedetta figlia piena di stupore e insieme di consolazione. Avvenne a taluna, che non avendo nemmeno cuore di presentarsi a lei rendeva col silenzio più pericoloso il suo stato, più audace il nemico della salute. La nostra Beata senza altro avviso che quello del Cielo l’ andava a ritrovare, e a lei dolcemente condannando quel pernicioso timore, le scopriva ella medesima le sue tentazioni, le dava le opportune ammonizioni, e lasciavala in perfetta pace. Talora col solo fare in sulla fronte un segno di Croce metteva nel cuore una dolcissima pace, cacciando via ogni maligno pensiero. Conosciuto per esperienza che la Beata Maria degli Angeli era dotata di sifatti doni, le religiose desideravano di spesso parlare e intrattenersi con Lei, e quindi santamente avare in godersela solevano dividersi gelosamente le ore, affinchè ognuna ne avesse la sua porzione. Occorreva che stando taluna tutta sconsolata per non aver potuto lungo il giorno parlarle, e riceverne spirituale {93 [367]} ristoro, e non volendo disturbare la buona madre dal necessario riposo, l’ instancabile serva di Dio, vedendo fin dal suo letto l’ afflizione di quell’ anima, sorgeva veloce e col pretesto di alcun’ altra cosa, portatasi segretamente alla cella di lei, introducevasi bellamente nel discorso, e passando allo scoprimento delle sue pene, spendeva quelle poche ore del sonno nell’ alleggerirla e consolarla. Un’ attenzione cosi amorosa uno zelo cosi soave, e infine i suoi doni celesti la resero a tutte le figlie sì amabile e cara e veneranda, che dir non si può. Quindi vedevansi tutte meste all’ avvicinarsi il fine del triennio, tempo in cui cessar doveva il suo priorato, e alleggerivano la loro pena col pensiero di eleggerla nuovamente. Dimodochè ella tornò poi ad essere priora dal 1700 al 1703, quindi dal 1706 al 1709, e da ultimo dal 1712 al 1715. {94 [3568]}

 

 

Capo XIV. Suo amore verso Dio - Suoi santi discorsi - Zelo per impedire l’ offesa di Dio, e per la salute delle anime.

 

            Si può veramente dire che la vita della nostra Beata fu una vita di amore verso Dio. Non appena ebbe la bella sorte di conoscere questo sommo Bene, subito cominciò ad amarlo teneramente. Quindi poi quel suo desiderare di allontanarsi dal secolo e ritirarsi in un chiostro, per quivi consacrarsi intieramente all’ amore del suo Gesù. Tale e si grande era l’ abbondanza e la gagliardia dell’ amore, che divampava nel petto della nostra Beata, che anche nel forte dell’ inverno sudava cotanto da bagnarne gli abiti; e crebbe a segno quel celeste ardore, che più non potendo tollerarne la vampa le si dovevano concedere copiose bibite di acqua fresca, affinchè non ne venisse meno, e non ne morisse. Mostravasi questo divin fuoco in lei più acceso nelle maggiori solennità {95 [369]} dell’ anno, e vedevasi allora tutta infiammata nella faccia da parer travagliata da cocentissima febbre. Questo divino amore si era talmente insignorito di lei, che l’ aveva intieramente trasformata in Dio, sicchè ben poteva dire con s. Paolo che ella più non viveva che colla vita e col cuore di Gesù, suo diletto sposo. I1 suo pensiero, il suo cuore era ognora rivolto all’ amore del suo Gesù; tutto ciò che faceva intendeva di farlo per amor di Gesù, e per questo universale amore soleva dire: «Vengo dall’ Amore, vado all’ Amore, penso all’ amore, e tutto fo per l' Amore.» Al solo immaginarsi di essere nella possibilità di lasciare qualche istante di amar Dio tutta spaventata amorosamente esclamava: «O Dio, amarvi tanto, e trovarmi in potere di offendervi!»

            Non sapeva poi intendere come gli uomini non ardessero tutti d’ amore per un Dio sì grande, sì buono, sì amabile; e avrebbe voluto accendere tutta la terra di questo fuoco celeste. Quindi non potendo come un apostolo correre dapertutto a {96 [370]} predicare l' amor di Dio, cercava ogni modo per accenderlo in tutti quelli con cui poteva parlare; e soleva farlo con tanta forza, con parole si penetranti e infuocate, che dolcemente feriva e rapiva ogni cuore, di Dio altamente inamorandolo. Molti attirati dall’ odore di sua santità venendo da lei per consigli, non si potrebbe dire il gran bene che ella facesse coi santi suoi discorsi, e in quante anime ella accendesse l’ amor di Dio. In tutti i suoi ragionamenti ella procurava sempre d’ introdurre qualche cosa di spirito per eccitare altrui alla pratica della virtù, all’ amor di Dio. Il che sapeva fare con tanta grazia e naturalezza, che ognuno l’ udiva sempre volentieri, ed era osservazione comune che bastava conversare alcun poco con Maria degli Angeli per tornare migliorato. Chicchessia venisse da lei, immerso nei peccati, non ne partiva se non risoluto di cambiar vita e costumi, risoluto di amar Dio. È incombenza della priora convocare ogni settimana in pubblico capitolo le religiose, e ivi con qualche {97 [371]} esortazione animarle all’ acquisto delle virtù, eccitarle all’ emendamento delle loro imperfezioni. Qui era il vasto campo, ove esercitavasi vittoriosamente l’ amante di Dio. Imperocchè ella in queste adunanze col cuore pieno di cotesto celestiale amore parlava con tanta soavità, con tanta forza, che anche un freddissimo cuore non avrebbe potuto non essere scosso, rianimato, infuocato. Pareva che lo Spirito di Dio dettasse alla sua sposa le parole dall’ alto, tanto erano belle le cose che diceva. Venuta l’ ora di parlare, invocato l’ aiuto dello Spirito Santo, sul punto che incominciava il suo discorso si vedeva a poco a poco andare in un soave rapimento, cangiarsi in riso, prendere un’ aria celeste, quasi da serafino. Allora, quasi fosse svelato alla sua mente il fiore delle dottrine, il più venerando della sacre Scritture, il sugo dei ss. Padri, favellava con tanta saviezza e fervore, con un tal profluvio di parole, che a guisa di fiume, che dolcemente scorre senza interrompimento, portava ragioni di molto peso, che meglio {98 [372]} non avrebbe fatto un gran letterato, le ornava con erudizieni propriissime tolte dalla Storia Sacra, le rinforzava con sentenze prese dai dotti interpreti, e tutto diceva con tal piacere, ammaestramento e profitto delle figlie, che rapite a quel linguaggio del Cielo, infiammate all’ amor di Dio, sembrava loro il chiostro divenuto una scuola di Paradiso. Il godimento che provavano giungeva a tanto, che volando come momenti le ore, impedivano di nascosto i contrappesi del pendolo, affinchè la Beata non avveduta di quell’ innocente inganno e persuasa di essere ancora presto, prolungasse loro la preziosità di quel dolce intrattenimento, di quei discorsi di amore. Quando poi entrava di proposito nell’ eccellenza del divino amore ne discorreva con tanta chiarezza, con ardore sì grande, che tutte sentivansi riempiere il cuore di amor di Dio, e protestavano allora di voler soffrire mille morti, piuttostochè lasciare un momento di amarlo con tutto il cuore. Amate, diceva spesso, amate, o sorelle mie, e fate ciò che vi piace: {99 [373]} Ama et fac quod vis. Lo stesso avveniva nelle conversazioni private. Laonde quando si vedeva qualche religiosa allegra e accesa in volto fuori del consueto, soleva dirsi che ella era stata poc’ anzi a colloquio colla beata, ed era cosi veramente. Questo accesissimo divino amore faceva si che la nostra beata sommamente si affligesse quando sapeva che il buon Dio veniva offeso. E perciò per quanto fu permesso al suo stato era estremo l’ ardore col quale s’ impiegava per impedire l’ offesa di Dio, e molte anime trarre dalla strada del peccato. Faceva spesso delle novene, e chiamavale novene pei poveri peccatori. In esse pregava, e si flagellava eziandio per ottenerne la conversione. Quando si sapeva che vi era qualche peccatore ostinato, e che erano già riusciti vani tutti i tentativi per convertirlo, lo si raccomandava in allora alle preghiere della Beata Maria degli Angeli, e ne era sicura la conversione. Questo ardente desiderio della Beata di vedere amato il suo Signore, lo zelo con cui cercava d’ impedire {100 [374]} l’ offesa di Dio, e salvare le anime, dimostrano ad evidenza quanto mai fosse grande in Lei l’ amor celeste.

            La nostra Beata per procacciare la salute di un’ anima sola, per l’ impedimento anche di un solo peccato mortale, avrebbe incontrato e superati mille ostacoli, abbracciato e sofferte tutte le pene, fatta in pezzi la propria vita. Oh! imitiamola almeno nel fuggire a tutta possa questo brutto mostro, che è il peccato.

 

 

Capo XV. Fondaziòne del Monastero di Moncalieri - Sua confidenza in Dio.

 

            I1 gran desiderio che aveva la nostra Beata di propagare la gloria di Dio le fece venire in pensiero di fondare un qualche altro monastero. Intendeva con tale fondazione che fosse concesso ad un maggior numero di anime un luogo, ove potessero con perfezione amare e servire Iddio, e fabbricata una chiesa di più ad {101 [375]} onore e gloria del Signore, a spirituale vantaggio dei fedeli. Si opposero a questo suo disegno molte e gravi difficoltà, le quali peraltro non mai la scoraggiarono, e infine tutte le superò. Ottenuto dal sovrano il bramato consenso, e determinato che il monastero avesse a fondarsi a Moncalieri, si pose mano all’ impresa l’ anno 1702.

            Se non che tutto il capitale che si potè avere da principio per quella fondazione si riduceva a cosi poco, che l’ umana prudenza avrebbe suggerito di non andare avanti. Ma per questo non si lasciò sgomentare la serva di Dio. Piena di fiducia in Dio, a quelli, che avrebbero voluto distorta da quell' opera, ella rispondeva, che con molto meno la loro madre s. Teresa faceva le sue fondazioni; che quell’ opera doveva essere tutta della Provvidenza; che il glorioso s. Giuseppe, al cui onore ella intendeva di consecrare quel monastero, avrebbe avuto cura di soccorrerlo; che infine quella non era opera sua, ma di Dio, il quale poteva fare il {102 [376]} tutto con nulla. Difatto Iddio, il quale non lascia di aiutare chi in Lui confida, e cerca la sua gloria, provvide sempre alla Beata quanto le era necessario e sul principio e nel progresso dell’ opera. A misura che cresceva il bisogno venivano pur le limosine mandate da caritatevoli e divote persone. Sebbene talora le offerte fossero scarse in confronto al lavoro da farsi, tuttavia la Beata non cessò mai dal fare le occorrenti spese senza alcun timore. Teneva ella un borsellino che chiamava di s. Giuseppe, e' da quello traeva fuori tanto danaro, che talvolta aveva del prodigioso. Appena un anno dopo già poterono passare ad abitarvi tre delle più specchiate monache di s. Cristina, con grande giubilo di tutta la popolazione.

            La nostra Beata avrebbe pur desiderato di recarsi colà, a fine di togliersi dall’ occasione di quelle tante visite, a cui andava soggetta a Torino, e vivere una vita più tranquilla. Ma tante furono le istanze fatte e dalla corte e da ogni qualità di persone presso i suoi superiori, {103 [377]} che ella dovette per ordine loro rimarnersi in Torino. Tuttavia si può dire che ella da s. Cristina reggeva e governava il monastero di s. Giuseppe in Moncalieri, e nel temporale, e nello spirituale. Scriveva a quelle religiose lettere piene di saggi consigli, le ammaestrava, le consolava, e talora le ammoniva pur anco di certi difetti, che per lume sopranaturale scorgeva in loro. Dimodochè per cura e vigilanza di lei si stabili in quel monastero una tale perfezione, che maggiore non si sarebbe trovato in quelli che fondava s. Teresa.

            Non andò molto che si potè ampliare il monastero e la Chiesa, e Iddio compiacendosi di mandarvi delle eccellenti novizie e religiose, si rese quel monastero uno dei più illustri dell‘ Ordine. E tale si conservò fino ai giorni nostri. Onde non è maraviglia se quelle piissime regine, che furono Maria Teresa, e Maria Adelaide, l’ una madre, e l’ altra consorte del regnante Vittorio Emanuele II, avevano posto una particolare affezione a quel {104 [378]} monastero. Quando dimoravano a Moncalieri esse si compiacevano bene spesso di visitare quelle umili religiose, e conversare famigliarmentc con loro, e di unirsi eziandio con loro nelle pratiche di pietà.

 

 

Capo XVI. Sua fede - Suo amore alla Chiesa Cattolica, e rispetto al Papa.

 

            Vivissima era la fede della nostra Beata. Parlava ella delle verità della nostra SS. Religione con tanta chiarezza e fermezza, che ben dimostrava come Iddio a lei si rivelasse nelle frequenti estasi di amore. Fin da giovanetta amava molto d’ instruirsi nelle verità della fede, e perciò frequentava i catechismi, e le istruzioni, leggeva volontieri libri di religione, e molte volte adunava ancora delle sue compagne e le ammaestrava con grande suo piacere e loro profitto. Tuttavia dovette anch’ ella sopportare gagliarde tentazioni contro la fede; ma facendo tosto un atto di viva {105 [379]} fede, si protestava pronta a dar la vita per quelle verità, e cosi vittoriosamente liberavasi da ogni molestia del nemico, e vie più nella fede si confermava. Invidiava la bella sorte dei martiri, i quali per amor della fede avevano data la loro vita; e se non fosse stata impedita dalla sua condizione sarebbe volata come un apostolo fra le più barbare nazioni ad illuminarle nella verità della fede, e, qualora avesse fatto d’ uopo, versare il suo sangue per amore della Cattolica religione.

            Ringraziava mollo di cuore Iddio per averla fatta nascere in mezzo alla vera religione, in seno alla Chiesa Cattolica, fuori della quale non vi può essere salute. Quindi portava un grandissimo amore a questa buona Madre, rispettandone ed osservandone esattamente i suoi precetti. Aveva in somma venerazione il Capo visibile della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo, è ne parlava sempre con zelo, stima ed affetto sì grande, che sembrava che avesse il cuore sulle labbra, quando trattavasi di promuoverne il vantaggio, {106 [380]} o magnificarne la gloria. Essendo superiora o maestra delle novizie raccomandava spesso alle sue figlie, che pregassero pel bene della Chiesa, per la prosperità del Romano Pontefice. Ma non si può dire la pena che ella soffriva quando infierisse contro della Chiesa Cattolica alcuna guerra o persecuzione. Quante e quali fervorose preghiere non faceva ella durante la guerra dei Turchi! Non vi era rigore di penitenza, a cui ella non si abbandonasse per ottenere da Dio il trionfo della Religione e dei suoi figli. Tu l’ avresti poi veduta tutta giuliva allorquando le si annunziava qualche vittoria riportata dalle armi cattoliche; immersa invece nel più grande dolore quando avevansi cattive notizie.

            Oh! se questa figlia divotissima della Chiesa vivesse ancora ai tempi nostri, al vedere la presente guerra che si fa a questa buona Madre di tutti i fedeli, e ai suoi ministri, quante lagrime non verserebbe per dolore, quante preghiere non innalzerebbe a Dio, e a quante penitenze non si abbandonerebbe per ottenerle una pronta pace! {107 [381]}

 

 

Capo XVII. Sua divozione a Gesù Sacramentato - Sua divozione verso Maria Santissima, e grazie da Lei ricevute.

 

            Aveva Maria degli Angeli grande divozione verso parecchi santi, che si era presi per avvocati. Fra questi s. Giuseppe, s. Teresa, s. Giovanni della Croce, e il suo buon Angelo Custode. A loro spesso si raccomandava, ne celebrava le feste con grande divozione, e vi si apparecchiava con una novena, in ciascun giorno della quale faceva qualche atto speciale di virtù in loro onore. Gradivano questi ossequii quei celesti spiriti, ed ottenevano alla loro divota grazie distintissime. Ma le divozioni che in ispecial modo regnavano nel cuore della nostra Beata erano la divozione verso Gesù Sacramentato, e la divozione verso Maria Santissima.

            Fin da fanciulla si sentiva rapita al solo pensare a Gesù Sacramentato, e noi abbiamo già veduto quante lagrime ella sparse {108 [382]} fin dai teneri suoi .anni solo perchè non poteva ancora accostarsi a riceverlo nel suo cuore. Parve propriamente che l’ amore e la divozione verso Gesù Sacramentato nascesse in lei col lume della ragione. Questa divozione poi andava in lei crescendo col crescere degli anni; in Lui ella trovava il suo dolce ristoro, il rimedio a tutti i mali. Frequentissima nel riceverlo nella santa Comunione, cogli affetti suoi sfidava i serafini, e confessava che il toglierle questo pane era uno strapparle la vita. Difatto allorchè indebolita appena reggerasi in piedi, al primo inghiottirlo ella acquistava le sue forze corporali, e pareva che tutta ringiovanisse. La vivezza della sua divozione giunse a tal segno, che nell’ accostarsi a Gesù Sacramentato inferma ricevette più volte subitamente la salute. Gli effetti mirabili che in lei operava la santa Comunione, le ansie, i trasporti di amore, i suoi deliquii, mossero i superiori a concederle la santa Comunione per lo più quotidiana. La sua preparazione era singolare, e {109 [383]} ben faceva vedere quanto fosse grande l’ amore, quanto viva la divozione sua verso Gesù Sacramentato. Consumava parte della notte in orazione, e al mattino i suoi primi sospiri erano pel suo Gesù Sacramentato. Ricevutolo poi nel suo cuore spendeva per lo più il suo ringraziamento in un’ estasi dolcissima. Portavasi frequentemente ad adorarlo, e avrebbe desiderato di non lasciarlo mai solo. Ogni volta che gli passava innanzi sfogava con Lui il suo cuore con infiammate giaculatorie. Lo stare da Lui lontana era per lei cosa dolorosa, e perciò tutte le ore che poteva rubare alle occupazioni esterne le consumava nel tener compagnia al Sacramentato suo Bene. Negli ultimi anni di sua vita pregò ed ottenne dalla superiora di potersi ritirare a suo piacimento in un piccolo' coretto, che risguardava al santo Tabernacolo, e quivi come in un paradiso di delizie se ne stava col suo Gesù quasi sempre in estasi, finchè non venisse chiamata altrove dall’ ubbidienza. Questa sua tenera divozione a Gesù Sacramentato le fece godere {110 [384]} eziandio una gioia indicibile quando le venne assegnato l’ uffizio di sacrestana, e ciò appunto perchè in tale uffizio le si porgeva l’ occasione di più spesso trovarsi in Chiesa, e intrattenersi con Gesù nell’ Augustissimo Sacramento. Ah! è pur vero che per un’ anima che abbia viva fede Gesù Sacramentato è tutto. Egli è la sua pace, la sua speranza, il suo conforto, la sua delizia, il suo tesoro. E ben diceva un’ anima di Gesù amantissima, che spesso visitare Gesù Sacramentato, e intrattenersi con Lui, non è uffizio da uomo, ma da Angelo. Perciò portiamoci sovente, o divoto lettore, a fare questo uffizio angelico in terra, affinchè possiamo aver la bella sorte di compierlo per sempre in Cielo. Divotissima era pure la nostra Beata della gran Madre di Dio. Se ne mostrò divota fin da giovanetta. Soleva fin d’ allora invocarla come sua tenera madre, voleva digiunare e fare altre mortificazioni in suo onore, ne celebrava le novene con grande divozione, e nei giorni a Lei consecrati si accostava ai santi Sacramenti {111 [385]} con singolare pietà e raccoglimento. Quindi Maria Vergine la riguardava come sua cara figlia, e si degnò più volte di salvarla dalla morte, e consolarla con celesti apparizioni. Questa divozione crebbe poi tanto nella nostra Beata, che al solo sentire il nome dolcissimo di Maria ella tutta s’ infiammava in volto, e riempivasi di celesti dolcezze il suo cuore. Avvenne che nel solo mirare le sue imagini fu rapita in estasi di amore. E ciò accadde una volta fra le altre, in presenza di molte persone, nell’ occasione, che si portò nel monastero un quadro dell’ Immacolata. Cercava poi ogni modo per tutti infiammare nell’ amore di questa celeste Madre, e promuovere il suo culto. A Maria con fiducia veramente figliale spesso ricorreva specialmente nelle più critiche circostanze; se stessa, e tutto il suo cuore a Lei sovente raccomandava e consecrava. E Maria madre pietosissima si compiaceva di spesso visitarla, per cosi ricompensarla di quanto ella faceva in suo onore, consolarla nelle sue afflizioni, rassicurarla delle grazie che le chiedeva. Le {112 [386]} apparve un anno nel giorno della Visitazione ai due luglio e le disse che voleva arrichire la sua anima di tutte quelle grazie che aveva portato nella casa di s. Elisabetta, e così fece. Ma se vi fu occasione, in cui si manifestasse quanto fosse grande la divozione, e la confidenza della Beata Maria degli Angeli verso la Regina del Cielo, fu sicuramente l’ assedio di Torino. Durante questo assedio si conobbe eziandio quanto Maria Santissima sia buona verso i suoi divoti, e come essa a costo di miracoli li protegge, e li difende. Compari più volte alla nostra Beata, ed una fra le altre le disse che se Torino la prendeva per sua protettrice col celebrarle una festa particolare in onore del suo Patrocinio, l’ avrebbe liberata sicuramente dai suoi nemici. Ciò udito la serva di Dio diede tosto opera che fossero eccitati i Torinesi a raccomandarsi di cuore a Maria, ed eleggerla per loro patrona. A questo celeste invito corrispose con giubilo tutta la divola città. Tutta Torino era in quei giorni ai piedi di Maria Consolatrice, la {113 [387]} quale non tardò di venirla a consolare, come aveva promesso. Comparve ella un’ altra volta alla nostra Beata in sul fine di agosto, l’ assicurò nuovamente della liberazione, e in pegno di ciò le disse che nel giorno stesso i Torinesi avrebbero respinto in un assalto i nemici, come difatto avvenne. Quindi è che in quel generale terrore, mentre si temeva da un giorno all’ altro di cadere in mano ai nemici, la nostra Beata di nulla paventava, anzi tutti animava a rimaner tranquilli, assicurandoli della vittoria. Tanta era la sua fiducia in Maria, che fissava persino il giorno della liberazione. Diceva perciò: La Bambina sarà la nostra Liberatrice; dalla Bambina saremo liberati, volendo indicare la natività di Maria. E difatto ai sette di settembre giorno precedente a quella solennità, si diede in sul mattino dall’ invitto Amedeo II e dal glorioso Principe Eugenio di Savoia quella memorabile sanguinosa battaglia, nella quale quaranta mila francesi furono parte uccisi, parte fatti prigionieri; e verso il mezzodì già risuonava {114 [388]} l’ inno della vittoria e del trionfo; Torino e il Piemonte erano salvi. II giorno di questa prodigiosa vittoria fu indi poi consecrato alla nostra Liberatrice, e per tutto il Piemonte si celebra in tal giorno una festa sotto il titolo del Patrocinio di Maria Santissima. Fu pure in sul colle di Soperga fabbricato dalla pietà e magnificenza dell’ Augusto Sovrano una sontuosa basilica, onde eternare in qualche modo la memoria di sì eccelso favore da Maria ottenuto, e far noto ai posteri quanto Maria sia possente e pietosa verso i suoi figli. I nostri augusti sovrani in attestato di riconoscenza alla Madre di Dio portavansi ogni anno alla basilica di Soperga, e quivi con grande edificazione di tutti assistevano alle sacre funzioni, se stessi e tutta la nazione nuovamente raccomandando alla protezione dell’ Augusta Regina del Cielo. O Torino, città di Gesù e di Maria, tienti cari questi tuoi tesori. Sii divota di Gesù Sacramentato, e di Maria Consolatrice. Saranno essi, come al tempo della tua Beata concittadina, oggi {115 [389]} ancora e sempre i tuoi baluardi, le lue fortezze, le tue difese.

 

 

Capo XVIII. Sua carità verso il prossimo - Giova ad ogni sorta di persone e colle parole e colle opere - Assedio di Torino.

 

            Santa Teresa nel riformare l’ Ordine del Carmelo protestò che il suo fine principale si era di risarcire i danni, che riceveva la Chiesa dalla sempre più baldanzosa eresia, cooperare alla salute delle anime. Volle perciò che non solo i suoi figli, ma le figlie ancora si considerassero come valorose combattenti, destinate colle armi loro proprie a difendere dagli infernali attacchi la santa fede , e che il loro cuore quasi favo di miele si stemperasse all’ ardore della santa carità, per compatire, soccorrere, giovare il prossimo secondo le convenienze del loro stato, e in tal modo tutti guadagnare all’ amore della Religione, alla pratica della virtù. {116 [390]} Piena di questo spirito della santa Riformatrice, e più ancora spinta dall’ amore di Dio, la nostra Beata si era fissa in mente di fare del bene a chiunque avesse occasione di parlare, o si fosse a lei raccomandalo, anzi a tutti quelli, a cui in qualsiasi modo avesse potuto. Con questo santo pensiero non si può dire quanto ella giovasse al prossimo colle sue parole; e in parte l’ abbiamo già veduto parlando del suo amore verso Dio. Iddio, la Beata Vergine, l’ anima, il paradiso, l’ inferno, la Chiesa, il papa e simili erano per lo più gli oggetti dei suoi discorsi, e sapeva farli entrare con una destrezza mirabile. Ognuno quindi si partiva da Lei con desiderio della virtù , con orrore al peccato. E non le mancò mai occasione di trarre delle anime si gran bene; poichè ogni giorno venivano a lei un gran numero di persone per consigli e consolazioni. Ed ella a ciascuno soddisfaceva secondo il proprio bisogno, e colle dolci e sagge parole consolava gli afflitti, rassicurava i timidi, tranquillava gli angustiati {117 [391]} da scrupoli, o combattati dalle tentazioni. Dava a tutti i più opportuni consigli, i rimedii più adattati, e le più dolci consolazioni. Ma questo ancor non basta; imperocchè saputosi, che Maria degli Angeli era in ogni cosa guidata dallo spirito di Dio, a lei ricorreva altresì per affari temporali ogni sorta di persone; e secolari ed ecclesiastici, nobili e principi, gli stessi sovrani venivano a lei, e tutti rappresentando chi l’ estremità delle sventure, chi la difficoltà dei maneggi, e chi persino l’ altezza dei governi, ella statali tutti ad ascoltare con una singolare umiltà, pazienza, dolcezza, e senza mai conturbarsi rispondeva a ciascuno, dava il suo parere pronto, adattato, in modo ehe ognuno ne rimaneva soddisfatto e consolato. Fu una volta interrogata da qualcuno come mai ella, che dall’ età di quindici anni era stata sempre rinchiusa nel monastero, e perciò non aveva praticato il mondo, potesse tuttavia soddisfare sapientemente a tante e si diverse domande, che le venivano fatte or dall’ uno, or dall’ altro {118 [392]} anche intorno a cose temporali? Al che l’ umile serva ai Dio con tutta semplicità rispose, che siccome essa mai non andava a parlare con persone secolari se non per ubbidienza e per motivi di carità; cosi, conoscendo la sua insufficienza, prima di andarvi si metteva ai piedi di Gesù, e lo pregava a darle quei lumi che erano necessarii, e metterle in bocca quelle parole che fossero più efficaci per giovare ai suoi prossimi. Quindi senza veruno studio ella rispondeva semplicemente quello che il Signore le suggeriva. Che se alcuna risoluzione le occorreva alquanto più difficile ed importante, allora essa ricorreva subito in suo cuore a Gesù, che le stava sempre presente, e da Lui riceveva quei lumi, quelle inspirazioni che le facevano di bisogno.

            Ma qui non si limitò la carità della nostra Beata. Ella ben sa l’ avviso di s. Giovanni, e quindi si mostra amante del suo prossimo non solo colle parole, ma colle opere. Quindi ella soccorre i poveri, provvede agli orfani, solleva gli infermi, {119 [393]} consola i prigionieri, salva dalla morte i condannati, e corre sollecita ovunque scorge un pericolo, un bisogno. Venivano a ritrovarla poveri ed abietti, ed esponendo alla caritatevole serva di Dio le loro necessità, ella per lo più li rimandava lieti con un convenevole provvedimento, ricevendo per tale effetto larghe limosine da molte divote persone. Quando non avesse avuto di che soccorrerli piangeva con esso loro, e coi sensi di tenerissima pietà, facendo loro sperare soccorsi in avvenire, li confortava a sperare nell’ amorosa provvidenza di Dio. Talora vedendoli laceri nelle vesti rimaneva talmente commossa, che domandava alla superiora la licenza di poter loro dare alcune delle sue vesti, colle quali in un modo o in un altro si aggiustassero. Davale un tormento sì crudele la loro fame, che colla dovuta dipendenza si privava della solita sua porzione di cibo per dar loro ristoro; e godeva sommamente quando per sollevare i bisognosi le veniva concesso di soffrire qualche pena. Ricorrevano a lei orfane {120 [394]} zitelle, ed ella vedendo in pericolo la loro onestà non cessava d’ impiegarsi, affinchè provvedute di una sufficiente somma di danaro fossero collocate in matrimonio, o stabilite in qualche ritiro. La sua vigilante carità non lasciavasi sfuggire quei meschini, i quali per compassionevole impedimento non potevano venire a lei in persona, voglio dire gli infermi. Non parlo della sua carità verso le ammalate del monastero, delle quali si prendeva una tenerissima cura. Quando era fatta superiora riserbava pure per se l’ uffizio d’ infermiera, come il suo più caro e prediletto; e il medico del monastero attestò che non aveva mai trovato alcuno di tanta carità verso gli infermi, quanta ne aveva potuto scorgere nella Beata Maria degli Angeli. Presente poi collo spirito a quelli, che giacevano infermi o negli spedali, o nelle loro case, li visitava sovente coll’ occhio, e li sovveniva colla mano di quei tanti signori e signore, che divotamente le offrivano i loro ossequii, i loro benefizi. Ad alcuni ella provvide le medicine {121 [395]} e altre cose necessarie, a molti ottenne la guarigione, e quando col suo profetico spirito conosceva che dovevano morire, le sue premure erano allora tutte rivolte a impetrar loro una buona morte, preparandoli per mezzo dei suoi divoti al tremendo passaggio. Benché le venissero fatte da persone di grado, di autorità e di potere larghe offerte, nulla mai richiese per se; ma dato il bisogno del prossimo si serviva con santa libertà di ogni semplice offerta per tosto venire in sollievo dell’ altrui miseria. Non isfuggirono alla sua carità neppure i carcerati. A questi infelici ella mandava minestra e pane quasi ogni giorno, e li consolava con altri provvedimenti. Giunse la sua carità ad opporsi a sciagure che parevano insuperabili. Eccone alcune prove. In una famiglia delle più illustri di Torino era nata discordia fortissima tra marito e moglie, tanto che, tornati inutili gli sforzi che si erano fatti tra congiunti ed amici per ricomporre la pace, la moglie era venuta nell’ ostinata risoluzione di partirsi affatto {122 [396]} dal marito ed allontanarsi dalla città. E già era essa in ordine per la partenza, quando una dama sua conoscente andò affannata a darne avviso a Maria degli Angeli. Ciò udendo la serva di Dio si raccolse un istante in se stessa, e poi rivolta al suo Crocifìsso: «Voi, disse, voi, mio buon Dio, arrestate con uno dei vostri chiodi questa si pericolosa e sconsigliata risoluzione.» Mirabil cosa! in quel punto medesimo quella nobile signora si senti traffiggere il capo da si acuto dolore, che invece di muoversi per la partenza dovette subitamente mettersi a letto. Dando poscia luogo alla riflessione si lasciò infine richiamare a più sani consigli, e si riconciliò col marito. Che più? La carità di Maria si estende persino ai condannati alla morte; sui qual proposito non si deve tacere il fatto seguente. Era stato condannato a morte, come disertore, un soldato di cavalleria, che aveva moglie e figliuoli. Appena lo seppe Maria degli Angeli, mossa a gran pietà di lui e della sua povera famiglia, senza punto riguardare {123 [397]} alla sua condizione di religiosa, scrisse incontanente al Sovrano, chiedendogli in grazia la vita di quel miserabile. Ma come le leggi militari erano severissime, la supplica non fu esaudita. Di che oltremodo addolorata la serva di Dio, presa da un impeto di carità, si volse al suo Gesù dicendogli con grande rammarico: «Caro mio Dio, se io avessi fatto ricorso a Voi, già ne avrei ottenuto il favore; ma perchè sono ricorsa agli nomini non l’ ho potuto ottenere.» Chi il crederebbe? Non passarono che pochi istanti, e il principe le mandò il decreto, con cui liberava quel povero soldato non solo dalla morte, ma ancora da ogni altra pena.

            Ma la carita della nostra Beata spiccò poi sopramodo durante l’ assedio di Torino, quando la sua patria versava nel maggior pericolo. In quel generale abbattimento ricorre a lei ogni qualità di persone, afflitte, sprovvedute , timorose, ed ella alcuni ne rattiene dalla fuga coll’ assicurarli di lor salvezza in tanti pericoli, altri ne sostiene in vita coll’ alimentarli {124 [398]} in si grande penuria di viveri, taluni eccita pur anche a prestarsi e col consiglio e colla mano in difesa della città, in soccorso degli oppressi concittadini. Molti soldati languidi, o feriti si giacciono qua e là senza ristoro; ed ella sollecita manda loro cibo, minestra, pane, vino, e sta continuamente impiegando le sue religiose a provvedere bende e filacci pel risanamento delle loro ferite. Malgrado i più grandi provvedimenti per la difesa, incrudelisce vie più l’ ostinato furore del nemico, e mancando ormai alla città le forze, alle mura i soldati, alle armi le munizioni, non si teme, ma già si piange l’ imminente arrendimento, e la caduta della poc’ anzi invincibile fortezza. Ma nell’ universale compiangimento della quasi disperata liberazione non vien meno la carità di Maria degli Angeli. Persevera essa intrepida e costante nella fede, nella speranza. Assicura con ogni franchezza i più sconfidenti, gli eccita a sperare nella protezione della Vergine Beata, che benigna li regge, li difende. Quindi nelle novene {125 [399]} della Madonna del Carmine, dell’ Assunta e della Natività, prostrata ai piedi della Madre della misericordia, colle più fervide preghiere, colle più strane penitenze che le possa suggerire l’ amore sviscerato del suo sovrano, dell’ augusta e pericolante città, di tanti oppressi e addolorati concittadini, implora l’ intero scioglimento di tanti mali, e scongiura giorno e notte il dolcissimo suo sposo Gesù che, si muova a pietà del Re e del suo popolo.

Ecco di che sia capace anche una semplice religiosa. Ecco a che servono le monache e i monasteri in tempo di calamità, nei bisogni, nei pericoli della patria, della società.

 

 

Capo XIX. Suo carità verso le anime del Purgatorio - Loro corrispondenza.

 

            Per ultima prova della eccellente carità della nostra Beata giova notare il sollievo, che ella studiava di porgere alle anime {126 [400]} del Purgatorio. Iddio le aveva più volte fatto vedere gli spasimi mortali, le atrocissime pene che soffrono gli eletti in quel mare di tormenti. Laonde il suo cuore ardeva di desiderio di sovvenire quelle povere anime, di liberarle da quelle penosissime fiamme, e per ciò fare si obbligava a tollerare spaventose penitenze, e così soddisfare in loro vece la divina giustizia. I digiuni, le discipline, le preghiere che faceva in loro suffragio erano senza numero. Pregava sovente Iddio che mandasse a lei quelle pene che soffrir dovevano talune di quelle anime benedette, e il Signore l’ esaudì più volle col mandarle malattie dolorosissime ed altri mali. Non contenta ancora la sua carità di quanto ella faceva, animava eziandio le sue religiose, affinchè con lodevole gara volessero anch’ esse suffragarle in qualsiasi modo, colle preghiere, colle comunioni, coll’ acquisto delle indulgenze, colle penitenze, colla mortificazione e simili. Chiedeva soccorso a quelli che a lei venivano per consiglio, e per ottenerlo esponeva {127 [401]} a tutti con tenerezza e fervore le gravissime pene di quelle anime benedette, sicchè molti mossi a pietà le lasciavano copiose limosine, affinchè secondo la sua intenzione facesse celebrare delle messe in loro suffragio. Se poi non poteva avere limosine le induceva nondimeno a sollevarle nel loro modo possibile con preghiere e penitenze. Quindi ben si può dire che le anime del Purgatorio non avessero quaggiù un’ avvocata più zelante e più eloquente che Maria degli Angeli. Quando era superiora si occupava in lavorar pianete, per mandarle poscia a qualche sacerdote in particolare, o a qualche chiesa, affinchè fossero celebrate delle messe in sollievo di quelle penanti spose di Dio.

            Caro lettore, ad esempio della nostra Beata, soccorriamo noi pure le anime del Purgatorio. Forse molti dei nostri parenti ed amici soffriranno da lungo tempo in quelle atrocissime fiamme. Bisogna proprio non aver cuore per dimenticarli. Ricordiamoci adunque sovente di loro nelle {128 [402]} preghiere; facciamo qualche comunione offerendola al Signore in loro suffragio, acquistiamo delle indulgenze, andiamo ad ascoltare sovente qualche messa in loro sollievo. Per ciascuna messa divotamente celebrata, dice s. Girolamo, molte anime escono dal Purgatorio; e s. Gregorio aggiunge, che l’ udire divotamente la messa solleva le anime dei fedeli defunti, e rimette i loro peccati.

 

 

Capo XX. Dono di profezia - Conosce l’ interno dei cuori - Miracoli da lei operati in vita.

 

            Fra i doni, di cui volle Iddio fornire questa sua fedelissima serva, è da annoverarsi il dono di profezia, il dono di conoscere l’ interno dei cuori, e il dono dei miracoli. Sebbene di questi doni alcun che già siasi detto nel corso di questa vita, credo però bene parlarne ora più partitamente, onde conciliar sempre maggior venerazione a questa gran santa, ed {129 [403]} accrescere nei fedeli la fiducia di ottenere dalla sua potente intercessione segnalati favori, purchè a Lei si raccomandino di cuore; e diciamo primieramente del dono di profezia.

            Nel mese di aprile 1696, quando le soldatesche francesi andavano devastando le terre del Piemonte, un giorno mentre la Beata stava conversando colle sue religiose, ecco che tutto ad un tratto tace, si concentra in se stessa, e quindi mesta in volto dice loro: «Figlie mie, preghiamo Iddio che ci provveda per altre parti, perchè i nemici ci tagliano e portano via le biade della cascina.» Erano i loro campi lontani cinque miglia da Torino, ed alla sera si ebbe avviso che in quell’ ora appunto che Maria lo disse, tutti erano stati guasti dai nemici.

            Qualche tempo prima dell’ assedio di Torino l’ anno 1705 essendo le cose a mal partilo fu stabilita la partenza della corte per Genova. La Regina e la madre del Sovrano desiderose di udire qualche felice presagio del loro pericoloso evento furono {130 [404]} dalla Beata a interrogarnela. Si raccolse alquanto in se stessa la serva di Dio, e poi come se tenesse presente il futuro, loro francamente rispose: «Facciano elleno buon viaggio, e stiano di buon animo, che ritorneranno presto.»E cosi fu veramente; poichè non molto dopo rotti i Francesina battaglia si sciolse l’ assedio, e le due principesse poterono ritornare tranquille a soggiornare nell’ augusta città.

            Un anno solennizzandosi con grande pompa nella chiesa di santa Cristina la festa della Serafica s. Teresa, essendo entrata in monastero la Corte, e portatasi all’ adorazione del SS. Sacramento, ecco presentarsi allo spirito della nostra Beata sopra una bara morto il Principe di Piemonte Vittorio Amedeo Filippo, figlio dell’ allora regnante Vittorio Amedeo II, giovane di quattordici anni. Fu colpita la serva di Dio a quella vista, e tosto si accorse di quello che succedere dovrebbe; e perciò quando il giovane si fu partito dal chiostro, ella non si potè trattenere dalle lagrime. Sospettando di qualche cosa le monache le domandarono {131 [405]} il motivo di quel pianto, ed ella con flebile voce rispose: «Ah! che non vedremo mai più il nostro buon Principe.»Non passarono che pochi mesi, che mori il principe Vittorio Amedeo Filippo, e per lui successe poi sul trono il fratello Carlo Emanuele III. - Un’ altra volta predisse alla più giovane del monastero che sarebbe la prima a morire, sebbene fosse in allora in ottimo stato di salute. E difatto passò poco tempo, che quella religiosa fu da Dio chiamata all’ eternità. - Caduto infermo un tal signore Buschetti presidente, amava egli che fosse interrogata la serva di Dio sull’ esito della sua infermità, e si valse della sorella di lei, la contessa Lodi. Ma questa sapendo quanto fosse grande l’ umiltà della Beata, e quanto ne soffrisse ricercata di predizione, prese la cosa alla lontana, chiedendole un po' di polvere di santa Teresa, onde portarla al presidente. Questa polvere suol mandarsi agli infermi, ed è stata esperimentata prodigiosa. Alla domanda della contessa rispose Maria degli Angeli {132 [406]} che non voleva far perdere il credito alla polvere della santa Madre. Allora la sorella riprese: - Dunque il Presidente è spedito? Si, è spedito, rispose Maria, e si prepari per l’ altra vita. - Benchè, dice la sorella, i medici non l’ avessero allora spedito dopo due giorni morì.

            Era insomma si famigliare e continuo in lei questo celeste dono, e lo possedeva in sì alto grado, che anche non volendo ne scopriva l’ eccellenza. Quanto lasciavasi sfuggir di bocca, o poneva in iscritto riguardo all’ avvenire, quasi tutto si riceveva come profetico. Si doleva l’ umile serva di Dio che fosse scoperto in lei questo eccelso favore, e quindi soleva porre ogni sua attenzione in non mai profferire parola, nè scrivere lettera, da cui si potesse raccogliere una benchè minima predizione del futuro. Faceva quindi esaminare dalle religiose i suoi scritti, ciascun periodo, ogni proposizione, affinchè l’ avvertissero d’ onde mai qualcuno avesse potuto dedurre qualche ombra di predizione. Ammiravano elleno la semplicità della loro {133 [407]} madre, e l’ eminenza del dono; imperocchè quando le pareva di essersi con maggior accuratezza guardata, avveniva tutto al contrario, così disponendo Iddio, affinchè si palesassero chiaramente nella sua serva le divine maraviglie. Venne il prodigio a segno che nel ricorrere i cittadini a lei per raccomandarle o il pericolo degli infermi, o la prosperità degli affari, se ella con dolci sentimenti lieta li rincorava alla speranza, concepivano subito come sicura la felicità del successo. Che se all’ incontro con sensi compassionevoli andavali rassegnando alle divine disposizioni, davano subitamente per disperato il caso. La sua virtù, e la continua esperienza era quella che aveva posto in tal credito i detti suoi, e in tanta venerazione le sue cognizioni.

            Non meno mirabile era in lei il dono di conoscere i segreti del cuore. Abbiamo già toccato in breve come essendo superiora svelava le tentazioni delle sue figlie, ne leggeva i pensieri e gli affetti. Una sua nipote religiosa nel medesimo monastero, {134 [408]} essendo una volta andata da lei per dirle certe cose del suo interno, giunta alla sua presenza non ebbe più coraggio a palesarle, e quindi diceva tutt’ altro. Allora la Beata le disse: «Mia figlia, tu non sei venuta da me per dirmi questo; narrami quel tanto che ti passa per la mente, che è appunto ciò per cui sei qua venuta.»- Una novizia parendole una domenica di non poter fare la comunione, meditava il modo di lasciarla senza farlo sapere alla priora, che era Maria degli Angeli; quand’ ecco la Beata madre a lei si avvicinò e le disse che lasciasse pure di comunicarsi, e che dopo la funzione andasse a trovarla in cella. La novizia vi andò, e la Beata le manifesta quanto le era passato nell’ interno, esortandole ad un tempo ad amare Iddio, e tenersi lontana da quei pensieri. Durante le comuni preghiere conosceva quando alcuna aveva qualche divagazione, e col tossire la richiamava alla presenza di Dio. Insomma la fama che suor Maria degli Angeli conosceva le cose occulte, i {135 [409]} segreti del cuore, i pensieri della mente era giunta a tal segno, che molti secolari prima di recarsi da lei cercavano di confessarsi; e le monache dicevano schiettamente che non era possibile di fare o pensare alcuna cosa senza che la Beata madre lo sapesse. Perciò vivevano tutte con grande riserva, temendo quando dovevano presentarsi a lei di aver qualche affetto anche alla più piccola imperfezione. - La moltitudine e la frequenza di questi prodigi accese di desiderio una religiosa di sapere come mai potesse avvenire che un’ anima ancora rinchiusa nella prigione del corpo potesse penetrare nell’ altrui cuore si a fondo, conoscere le cose future e si lontane, e presagire con tanta fermezza. Espose pertanto il suo stupore alla Beata, e la pregò che volesse soddisfare alla sua domanda. La serva di Dio si copri il volto di un modesto rossore, e gettate dagli occhi alcune stille di pianto, colla solita sua semplicità e schiettezza così le rispose: «Sappi mia figlia, che questo accade appunto come suole accadere {136 [410]} fra due amanti, che non si possono rattenere dal comunicarsi insieme i loro segreti.» Dal che ben si vede quanto intima doveva essere la famigliarità che passava tra lei e Dio.

            Dirò ancora qualche cosa del dono dei miracoli; grazia singolare, di cui la volle fregiata il celeste suo sposo. Sul qual proposito possiamo asserire che Maria degli Angeli siccome tutto vedeva in Dio, cosi con Dio poteva ogni cosa. Il Padre Luigi di s. Teresa, che le fu direttore spirituale giunse a dire queste parole: Presso Dio, la Madre Maria degli Angeli può quanto vuole. Ed ella medesima a conforto di sue figlie lasciossi una volta fuggire di bocca queste parole: «Vedete, figlie mie, dal mio Sposo tanto ottengo quanto spero.»Perciò troppo lungo ci sarebbe se volessimo narrare tutti i miracoli che Dio per mezzo di lei volle operare. Alcuni già ne accennammo. Ne riferiremo qui alcuni altri più di proposito per nostra edificazione, e a maggior gloria di Dio e della sua serva. {137 [411]}

            Aveva la contessa Lodi sua sorella un figlio, il quale ancor bambino fu colto da si grave malore, che venne dai medici e chirurghi dichiarato irrimediabile. Di ciò addolorata oltremodo la contessa portò il bambino al monastero di Santa Cristina pregando la sorella di volerlo benedire. Ricusava da principio l’ umile serva di Dio, stimandosi troppo indegna di ciò fare per li suoi peccati. Ma la priora che era presente per toglierle ogni motivo di ripugnanza le comandò in virtù di santa ubbidienza che compartisse quella benedizione con una reliquia di s. Teresa. Si arrese allora la Beata, e con quella reliquia benedisse il bambino, il quale portato a casa, dopo alcune ore di placido sonno fu trovato affatto libero da ogni sorta di male. Ma affinchè Maria degli Angeli operasse dei miracoli non era sempre necessario che intervenisse l’ ubbidienza ad imporglielo. Bastava talvolta la stessa sua carita, ovvero anche la fede che altri aveva in Lei. Una giovane religiosa per nome Suor Teresa Margarita, {138 [412]} sebbene avesse già sofferto il vaiuolo mentre ancor viveva nel secolo, ne fu di nuovo attaccata. Il medico di ciò non sospettando da principio, e quindi non curandola come si conveniva a tal malattia, il vaiuolo sviluppò con tanta fierezza non solo all’ esterno, ma ancora nell’ interno della gola, che la povera giovane ormai più non potendo nè inghiottire, nè respirare, correva grave pericolo della vita. Di ciò avvisata la nostra Beata disse risolutamente: «Non voglio che quest’ angioletta muoia.» A cui l’ infermiera con semplicità rispose: «Se ella è un’ angioletta la lasci andare in paradiso.» «No, replicò la Beata, non voglio che muoia.» Si pose in ginocchioni e stette tutta la notte pregando per lei. Cosa mirabile! Tornato al mattino il medico a visitare l’ inferma, non solo la trovò senza febbre, e colle fauci libere, ma del tutto sana e col vaiuolo diseccato in modo, che appena ne rimanevano i segnali. Ma più non la finirei se volessi narrare ad uno ad uno i prodigi da lei operati. Imperocchè essa {139 [413]} liberò dalle febbri e religiosi e secolari, diede l’ uso ad una mano da molti anni inabile al moto, risanò cancrenose piaghe, sedò pericolose palpitazioni di cuore, acchetò in mare una furiosa tempesta col solo immergervi una sua lettera. E questo basti a dimostrare quanto la Beata Maria degli Angeli fosse cara a Dio, il quale la volle perciò esaltare anche su questa terra, e palesarla al mondo universo come un tesoro delle sue grazie.

 

 

Capo XXI. Dell’ alta stima, in cui era tenuta da tutti - Si mantiene umile.

 

            Arricchita di tutti quei privilegi e favori, che possono rendere un’ anima grande al cospetto di Dio e degli uomini, la Beata Maria degli Angeli era venuta in grande stima non solo presso le religiose, che avevano la bella sorte di godere sempre la sua compagnia, e ammirare da vicino le sue virtù, ma eziandio presso tutta la {140 [414]} città, la Real Corte, e gli stessi prelati di santa Chiesa. Era quindi, si può dire, continuamente assediata da persone di alto merito, da nobili di primo grado; e principi e principesse frequentemente la visitaano protestando di non trovare piacere più dolce, che nell’ intrattenersi insieme con lei in famigliari discorsi. Somma era la stima che aveva per lei Madama Reale, madre dell’ allora regnante Vittorio Amedeo II duca di Savoia, e poscia re di Sardegna; e perciò in tutti i suoi bisogni a lei ricorreva, godendo assai di stare con lei a parlare di cose spirituali. Grandissima era pure la stima che ne aveva il Sovrano, tanto che non solo egli si raccomandava in modo speciale alle sue orazioni, non solo godeva di conversare con lei famigliarmente; ma compiacevasi di consultarla eziandio in alcuni affari del suo governo, riguardandola come un oracolo del Cielo, e mostrandosi sommamente contento, che ai tempi suoi, e ne' suoi stati, avesse Iddio suscitata un’ anima cosi grande, e al suo divin Cuore cosi gradità. {141 [415]} Nè punto minore era il concetto di santità, in cui la tenevano, e il nunzio apostolico Monsignor Sforza, e l’ arcivescovo di Torino monsignor Vibò, non che altri cospicui ecclesiastici e prelati. Che più? Lo stesso Sommo Pontefice Clemente XI più di una volta diede a conoscere in quanto pregio egli la tenesse. Imperciocchè, come attesta monsignor Costanzo, una volta le mandò a dire, che egli le comandava di pregare Iddio per la sua persona, e pei bisogni di Santa Chiesa; ed un’ altra volta le rinnovò il medesimo comando per mezzo del marchese di Prie, quando le spedi l’ uffizio del Patrocinio di s. Giuseppe, che essa gli aveva fatto chiedere per la diocesi di Torino. Da Roma, da Genova, da Milano, da Venezia, e da altre ragguardevoli città d’ Italia molte persone scosse dalla fama di sua santità si raccomandavano alle sue preghiere; ed io più non la finirei se volessi accennare tutti gli attestati di stima che ella ricevette ancor vivente. Ma tanti onori, tanta stima che da tutte {142 [416]} parti le si professava punto non la fece insuperbire, che anzi tutto ciò le era di stimolo a maggiormente umiliarsi. Un giorno parlando con lei Madama Reale della stima, in che la teneva tutta la città, e delle onoranze che riceveva dalla Corte stessa, e da tanti cospicui personaggi, le dimandò amichevolmente, se non le venisse per ciò mai alcun sentimento di compiacenza. A cui la serva di Dio con tutta umiltà e semplicità rispose: «Alltezza Reale, sono tante e tali le misericordie che Dio mi comparte, che al confronto delle divine grandezze ogni altra cosa mi sembra spazzatura.»Ogni costa è vanità, eccetto l’ amare Iddio, e servite a lui solo: Omnia vanitas pràeter amare Deum et illi soli servire.

 

 

Capo XXII. Chiede a Gesù di morire - Principio della sua ultima malattia.

 

            Nelle più fervorose preghiere, nelle più aspre penitenze, nell’ esercizio delle più {143 [417]} eroiche virtù, colma di meriti, venerata dagli uomini, ammirata dagli angeli, prediletta da Dio, la nostra Beata era giunta all’ anno 1717, ultimo della sua mortale carriera. Dal canto suo questa serafina di amore ardeva di vedersi una volta finalmente libera dalla prigione di questo corpo, per andarsi ad unire in Cielo al suo caro Gesù; e questo desiderio le si era di tanto accresciuto in quest’ ultimo tempo, che la faceva dare in tali slanci amorosi, da metterla più volte in pericolo della vita, e nella cara necessità di morire di amor di Dio, come la Beatissima Vergine. Ciò sarebbesi più volte effettuato, se prontamente non fosse venuta ad impedirglielo la virtù dell’ ubbidienza. Ma parve infine die il Cielo già invidiasse alla terra quest’ anima avventurata, e seco la volesse fra le beate schiere. È probabile che le sia stato rivelato essere vicino il giorno della sua morte; poichè monsignor Costanzo depone che trovandosi egli durante quest’ anno lontano da Torino fu più volte avvisato per lettere dalla serva di Dio ad {144 [418]} affrettare il suo ritorno. Acconsenti il prelato alle preghiere di lei, e restituitosi a Torino, fu da lei in sul finire di novembre, e interrogatala come stesse di salute si ebbe questa risposta: «Poco bene, e presto intenderà il motivo per cui l’ ho supplicato di affrettare il suo ritorno!»Ma siccome era vissuta finora per ubbidienza, cosi parve che dall’ ubbidienza ella attendesse il morire, e cosi fu difatto. Ecco come avvenne la cosa.

            Stava per finire il priorato della madre Teresa Felice, e già ne andavano giulive le religiose nella speranza di riporre in mano alla Beata Maria degli Angeli l’ uffizio di superiora. Si accorse la serva di Dio del loro disegno, e volendo impedire il colpo che le sovrastava ricorse al padre Provinciale, pregandolo che distogliesse le monache da quell’ impegno, e la liberasse dal grave peso. Tra le molte ragioni addusse pure che oltre la sua incapacità naturale, trovandosi ora per le frequenti malattie estremamente debole di forze, le era impossibile reggere a un tal carico, {145 [419]} senza la dispensa da qualche regola; necessità questa per lei intollerabile, perchè piuttostochè di solamente dire e non fare, eleggerebbe di morire. Alle ragioni aggiunse preghiere, aggiunse lagrime; ma poco valse, e nulla ottenne. Non si perdette di coraggio la Beata, la quale respinta in questo assalto, ne tentò un maggiore, e ne rimase vincitrice. Si rivolse pertanto al padre Luigi di s. Teresa suo confessore, e colle espressioni le più tenere, le più vive che mai avesse saputo suggerirle .1’ umilia e l’ amore, lo supplicò di aiuto in quel bisogno. Ma il padre si mostra egli pure inesorabile, e francamente le risponde di non poterla nè volerla aiutare in alcun modo: «Almeno, almeno, soggiunse allora la sconsolata, mi dia licenza di aiutarmi col mio buon Gesù.»- «Sì, si, le risponde il confessore, si aiuti pure per quanto può col buon Gesù.»Egli ancor non prevedeva dove andasse a mirare quella domanda della Beata, la quale udite le parole del padre diede un dolce respiro ai {146 [420]} suoi affanni, e piena di fiducia di tirare ai suoi disegni il suo diletto Signore, tutta giuliva e trionfante ripiglia: «Oh!quanto la ringrazio, padre mio; ma si ricordi Vostra Riverenza, che mi ha concesso di aiutarmi col buon Gesù. » Partitasi dal confessore s’ incontrò con una religiosa, colla quale cadendo nel medesimo discorso le disse: «Voi altre vi aiuterete per farmi superiora, ed io mi aiuterò col mio Gesù; fate voi quanto potete, vedremo chi la vincerà.»

            Sicura la Beata che l’ ubbidienza questa volta più non sarebbe venuta ad impedirle la morte, prostrata ai piedi di Gesù lo pregò di tutto cuore che seco la chiamasse in Cielo. Furono sì care le violenze che ella fece al Cuore del suo diletto Sposo, che egli si arrese benigno a consolarla. Ai nove dicembre assalita da ardentissima febbre, fu la suo malattia dichiarata mortale fin da principio. Le religiose, che non erano per anco consapevoli dell’ accordo avvenuto col confessore, non si mostrarono di troppo afflitte, sicure {147 [421]} del tanto esperimentato rimedio, che sempre avevano in pronto. Ricorsero pertanto ai superiori, e fecero loro sapere, che già disperata dall’ arie medica dessero eglino di mano al solito potere dell’ ubbidienza. Ma i superiori risposero concordemente che sentivano nel loro interno un certo particolare istinto che a ciò ripugnava.

            Intanto si aggravava vie maggiormente il male, e soffriva l’ inferma dolori acutissimi. Ella nondimeno mostravasi cosi tranquilla e paziente che riempiva ognuno di maraviglia; anzi spinta da vivo desiderio di più patire usciva di quando in quando in questi sospiri: «Datemi, o Signore, da patire, o morire.»Al suono di queste parole inteneritasi una religiosa che l’ assisteva, le disse: «Madre Maria degli Angeli, che domandi a Dio di più patire, si può permettere al suo grande amore; ma di morire non si può permettere.»Rispose allora la Beata: «Si, morire! ho chiesta la licenza al padre confessore di aiutarmi col mio Gesù, e Gesù è stato si buono, che già me ne {148 [422]} ha conceduta la grazia.»Restò sorpresa a queste parole la tenera figlia, e andatane di volo al padre Luigi, tutta affannata e con voci interrotte dal pianto gli disse: «Che licenza, che grazia, che permissione è quella mai che Vostra Riverenza ha dato alla madre Maria degli Angeli, di lasciarci, di morire?»A siffatta interrogazione rimase il buon padre tra l’ ambiguità e il timore; poscia richiamando alla memoria l’ accennato successo; ahimè, rispose, questa volta la sua inarrivabile umiltà ce l’ ha fatta; e tutto brevemente raccontò alle religiose quivi presenti quanto eragli accaduto, da noi più sopra narrato. Diedero allora le monache in un dirotto pianto, e rinnovando le preghiere scongiurarono il padre che non le lasciasse in quell’ angoscia, ma rivocata ogni licenza, ordinasse alla venerabile madre di non morire. Vinto e disarmato sentivasi il superiore, nè più sapeva come risolversi all’ impresa; tuttavia per ritenere alcun poco a quelle afflittissime figlie la piena delle grondanti lagrime, {149 [423]} se ne va all’ inferma; e fattosi forza le dice: «Madre Maria degli Angeli, io le tolgo la licenza datale di aiutarsi col buon Gesù.»A queste parole la serva di Dio alza libera e riverente la voce, e risponde: «Si ricordi Vostra Riverenza che io la pregai di aiutarmi affinchè non fossi superiora, e rispondendomi ella di non poterlo fare, io le domandai almeno la licenza di aiutarmi col mio Gesù. Vostra Riverenza me la diede, ed io l’ ho fatto. Già il Signore mi ha esaudita, i miei giorni sono abbreviati.»Furono queste parole come tante saette, che andarono di volo a ferire il cuore delle povere religiose, le quali mutole pel dolore miravansi le une le altre atterrite. Infine una di esse preso alcun poco di respiro: «Padre, dice al confessore, l’ ubbidienza può tutto; le comandi di non morire.»- «Oh Dio! risponde egli, non mi sento per ciò eseguire il necessario impulso.»Allora si vide una scena delle più commoventi. I pianti, i sospiri, i battimenti di mano, le occhiate pietose che davano {150 [424]} verso al cielo quelle sconsolate religiose, avrebbero commosse le pietre. Vedendole la Beata cosi afflitte, ognora lieta e tranquilla le andava consolando e loro diceva: «Figlie mie, a che giova il piangere? Si contentino che il Signore faccia la sua santa volontà.»- «O mia cara Madre, ripigliò una di esse, è possibile che abbiamo da arrivare a questo punto di separarci? Ah! io certamente non potrò resistere a questo dolore.»Ripigliò la serva di Dio:«Gesù, che vuole staccarci da tutto, le darà forza per tollerarlo.»

 

 

Capo XXIII. Sua pazienza - Riceve il SS. Vialico - Sue preziose parole, e dolce quiete.

 

            Prendeva frattanto vieppiù possesso la malattia, e la Beata Maria degli Angeli tra gli ardori di cocentissima febbre, fra la forza di gagliardi dolori, stavasi immersa in un mare di pene. Attestarono i medici che il suo patire doveva essere {151 [425]} giunto all’ estremo. Eppure non sentissi mai a chiedere un minimo ristoro o sollievo; fu mai udita a dare in un solo lamento, o sospiro. Anzi le si leggeva sparsa in sul volto la dolce rassegnazione, con cui amante e tranquilla agonizzava fra quei tormenti. Le medicine fossero pur amare, fossero penose, sebbene sapesse di certo che le sarebbero inutili, tutto le riceveva con sommissione ed allegrezza. Ad un solo liquore di caro prezzo inviatole dall’ insigne pietà dei Sovrani mostrò qualche ripugnanza, dicendo essere un tale medicamento non convenevole ad una povera religiosa, quale si era. Tuttavia fatto dall’ infermiera il cenno di accettarlo lo sorbi con prontezza.

            Solita a ricevere frequentemente il suo caro Gesù nella santa Comunione, desiderava di potersi in tal modo a Lui congiungere, e ai tredici solo per divozione furono appagati i suoi desiderii. Oh! quanto fu mai contenta quella bell’ anima quando potè stringersi col Dio di ogni consolazione! In quei cari momenti mentre {152 [426]} tutta ansiosa di uniformarsi al suo Gesù nella agonie della croce, s’ intratteneva con Lui in dolce colloquio, fu udita prorompere fra gli altri in questo sfogo: «Caro Gesù, se volete darmi più da patire datemene ancora più; solo vi chiedo che mi lasciate la testa libera, affinchè possa amarvi sino alla fine. Del resto fate di me quanto vi piace.»Le quali parole udendo una religiosa che l’ assisteva non potè contenersi dal dirle, che per pietà non chiedesse più da patire, che già ne aveva di troppo. A cui la Beata madre rispose: «Più, più, o figlia; ah se sapesse il gran bene che sta nel patire! Il padre Luigi nel mirarla tra quegli spasimi cosi giuliva credette che la dolcezza della grazia di Dio potesse averle tolto affatto il dolore della pena. La volle quindi interrogare se pur pativa. Gli rispose la serva di Dio: «O padre, se patisco! patisco assai; ma l’ offerisco a Dio colla maggior allegrezza del mio cuore, perche nel patire non potrei giammai dir basta, conoscendo il bene che sta nascosto {153 [427]} nel soffrire per amor di Dio.»Essendole ordinato dai medici un salasso nella mano, il confessore le dimandò se per amor di Gesù desse volentieri quel sangue, ed ella rispose: «O padre, se lo do volentieri! Si, sì, sino all’ ultima goccia.»

            Vedendo intanto la Beata che a gran passo si avvicinava il termine dei suoi giorni, e desiderando di essere munita dei conforti di nostra santa Religione, fece la protesta di sua fede. Disse che di tutto cuore ringraziava l’ infinita misericordia di Dio, che l’ aveva fatta nascere nel seno della vera Religione, e le concedeva di poter ora morire vera figlia della santa Chiesa Cattolica, apostolica, romana, in cui solo può ritrovarsi pace e salvezza. Domandò quindi di poter ancora una volta ricevere il suo caro Gesù, quel Gesù che era stato in ogni tempo la sua speranza, la delizia del suo cuore. Ai quindici coi trasporti del più vivo amore ricevette il Santissimo Viatico. Gli atti di viva fede, di ferma speranza, d’ infiammata {154 [428]} carità, che uscironle di bocca nel ricevere il suo Gesù, ben dimostrarono quanto veementi fossero quelle fiamme che le ardevano in petto. Rimase per qualche tempo rapita in estasi di amore. Il suo volto pareva non più di una creatura di quaggiù, ma di un serafino del Paradiso.

            Dopo essersi alquanto sfogata coll’ amato Signore, vedendosi intorno le sue care figlie spirituali, fece loro un commovente discorso, con cui le esortò sovratulto all’ esatta osservanza delle regole, all’ amore dell’ ubbidienza, alla perfetta abnegazione di se stesse e all’ interna unione con Dio. Domandò poscia a tutte perdono degli scandali dati colle sue mancanze, colle sue tiepidezze, e proruppe in tali atti di umiltà e di dolore della sua vita passala, che le religiose scoppiarono in singhiozzi, in pianto. Avvedutosi il padre Luigi che il tenero cuore di quelle sconsolate figlie non poteva pel dolore reggere allo sfogo dell’ umilissima loro madre, {155 [429]} basta, le disse, e interruppe quella anima beata che già usciva in canti celesti.

            Nel mattino dei 16 stava la venerabile serva di Dio in un placido e soave raccoglimento, quand’ ecco ad un tratto sbalzarsi lieta e coraggiosa dal letto, quasi volesse spiccarsi agli amplessi d’ alcun bene che le si avvicinasse. Fu ritenuta dalla religiosa assistente, che interrogatela dove andar volesse, «ah.’ rispose tutta accesa in volto, ah! il mio caro Gesù, il mio caro Gesù; lasciate che io vada incontro al mio caro Gesù.»Sul mezzodì si aggravò talmente il suo male, che si perdette ogni speranza di guarigione. Cosi oppressa come era nell’ eccesso dei suoi mali, spirava tuttavia un’ aria dolce, risplendente quale infuocato serafino, in quel modo appunto che soleva vedersi nelle estasi. Le si accostò in quel mentre il provinciale, e interrogatala che si facesse in quel tranquillo silenzio, ella rispose: «Sto col mio Gesù, tra il patire e il gioire. »Le replicò il padre: »E siete quieta?»ed essa: «Se sono quieta! ma {156 [430]} di quella quiete che Vostra Riverenza sa, ed io non posso spiegare.» Le dimandò eziandio se desiderasse di guarire. Allora ella con voce alquanto più spiccata rispose: «Cupio dissolvi et esse cum Christo.»Intanto vedendosi da tutti che il parlarle era come uno scuoterla e disturbarla come da un qualche celeste godimento, fu lasciata per più ore in quell’ invidiabile riposo.

 

 

Capo XXIV. Comparie alle monache la materna benedizione - Riceve l’ Estrema Unzione - Sua preziosa morte.

 

            Inconsolabili le religiose per la vicina perdita della loro madre, le dimandarono la materna benedizione. Il padre provinciale unitamente a Monsignor Costanzo imposero alla moribonda di benedire quelle sue amatissime figlie. Con voce compassionevele e tremante rispose la Beata: «Come mai una povera peccatrice, come {157 [431]} sono io, deve dare ad altri la benedizione?»Replicò allora il padre provinciale: «La dia loro per ubbidienza.» Alla parola di ubbidienza l’ umile serva di Dio inchina il capo, e rivolta contro il muro la faccia, chiusi gli occhi, trae fuori dall’ altra parte del letto la destra, esprimendo cosi il rincrescimento di vedere quell’ alto. Vengono ad una ad una senza ordine le monache, e tutte in silenzio si prostrano a ricevere con quella della Beata loro madre la benedizione del Cielo. Cosa mirabile! La Beata senza che in alcun modo possa naturalmente conoscerle, o vederle, distribuisce a ciascuna un avvertimento tutto adattato, e conveniente al proprio bisogno; sicchè ognuna non se lo potrebbe desiderare più profittevole e più addattato. Ma qui non è il tutto. La principessa di Carignano avendo inteso che la venerabile Madre Maria degli Angeli stava in sull’ ultimo de' suoi momenti si avviò al monastero per godere la sorte di raccomandarsi a lei in quella sua partenza pel cielo. Giunse appunto alla cella della {158 [432]} moribonda nel mentre che terminava di benedire le sue figlie. Laonde fattasi avanti s’ inginocchiò ella pure per baciarle la mano, e rapirle anch’ essa la benedizione. «Madre Maria degli Angeli, le disse allora il provinciale, le resta ancora una figlia da benedire.» Ed ella soggiunse: »Nostro Signore la benedica, e le dia un vero distacco da tutte le vanità del mondo, perchè ecco qui dove tutto finisce.» La proprietà dell’ avviso fece maravigliare vie più gli astanti, che tutti ben tosto si convinsero che la Beata Madre fosse dall’ alto illuminata ed inspirata. Le venne quindi fatta istanza dai padri di estendere la sua benedizione sopra tutta la provincia dei Carmelitani scalzi. Si atterrì alla nuova dimanda l’ umilissima serva di Dio, e ricusando disse: «Sono una miserabile peccatrice, e domando io la loro benedizione.» Allora il superiore le diede comando di ciò fare. Alla possente voce dell’ ubbidienza prese forza la Beata Madre, e soggiunse: «Supplico con tutto il cuore il mio Dio di benedire questa provincia {159 [433]} e mantenere i religiosi di essa veri figli della nostra santa madre Teresa.»

            Ciò eseguito pregò monsignor Costanzo che rendesse ai sovrani per parte sua infinite grazie delle tante beneficenze, colle quali ella era stata dalla loro indicibile benignità si parzialmente favorita, e che li assicurasse pure che non sarebbesi dimenticata giammai di far loro sperimentare presso Dio gli effetti del suo tenero amore, e perpetua riconoscenza.

            Sull’ entrar della notte del 16 le fu amministrato il Sacramento dell’ Estrema Unzione. Lo ricevette con grande divozione e fervore. Furono recitate dagli astanti le Litanie della SS. Vergine, ed ella le accompagnò con un divoto movimento delle labbra. Di tutto cuore, e con figliale fiducia raccomandossi a questa Vergine potente e pietosa, che ella aveva sempre amato durante la sua vita, e spesso invocata col caro nome di sua dolcissima Madre. Ed oh! come Maria in quegli estremi momenti la venne ad assistere e difendere {160 [434]} dagli sforzi del nemico infernale! La venne a consolare colla dolce speranza di un sicuro paradiso! Provò allora la nostra Beata quanto riesca dolce e consolante in morte, l’ essere stata divota di Maria in vita; provò come pei veri divoti di Maria la morte perda il suo terrore, e si converta in placido sonno. Avendo il padre Luigi avvicinato alle sue labbra il crocifisso ella lo baciò con affetto e tenerezza si grande che commosse gli astanti fino alle lagrime. Ed era invero un piacere contemplare quella beli’ anima, che pervenuta al termine del suo pellegrinaggio, cominciava a gustare le gioie di quella beatitudine, alla quale aveva di continuo aspirato. Altro movimento non faceva, se non rivolgere di quando in quando una tenera occhiata a Gesù Crocifisso, e pareva dirgli che di più non volesse tardare a chiamarla all’ eterno suo gaudio.

            Ma ecco già suonata l’ ora della sua partenza da questa vita all’ eternità. Già prepara il Cielo splendide feste. Stava già in ogni momento quello spirito Beato in {161 [435]} atto di volarsene al cielo; ma poichè non aveva dato giammai respiro che non fosse regolato dall’ ubbidienza pareva che dall’ ubbidienza egli attendesse l’ ultimo impulso al suo volo. Si vedeva chiaro, che quell’ anima, quasi già sprigionata dal corpo, con tranquilla impazienza aspettava il comando di lanciarsi nei dolci amplessi del suo Dio. Si accorsero di ciò le sue figlie, e mosse a pietà di Lei, per non vederla più a penare in quella dolorosa aspettazione, pregarono il confessore di soddisfare pur finalmente, se così era in piacer di Dio, i desiderii della loro tenera madre, col mezzo dell’ ubbidienza. Accondiscese a quella pietosa domanda il confessore, e preso il Crocifisso in mano, confidato nella sperimentata virtù della Beata, con ferma ed autorevole voce le disse: «Orsù, Madre Maria degli Angeli, siete finora vissuta per ubbidienza; se il buon Gesù vi vuole con sè, per ubbidienza rendete l’ anima a chi ve la diede, e andate a lodarlo nell’ eterna gloria.» A queste parole Maria degli Angeli {162 [436]} quasi come si risvegliasse ad un festoso annunzio, apre gli occhi, e con aria sorridente da uno sguardo sì dolce, sì amoroso al Crocifisso, che maravigliati i circostanti tengono per fermo che le sia in quell’ istante apparso visibilmente Gesù. Volse ancora all’ intorno un tenero sguardo quasi per dare a tutti l’ ultimo addio, e poi tutta composta e serena, senza alcuno sforzo o movimento di corpo, spirò dolcemente nelle braccia di Gesù, suo diletto Sposo. Spirata che fu, la sua faccia rimase cosi bella e graziosa, che a riguardarla si sarebbe detto, lei non esser morta, ma riposarsi in placidissimo sonno. Accadde il suo transito circa le ore dieci e mezzo di sera nel giorno 16 dicembre dell’ anno 1717, essendo in età di anni cinquantasette quasi compiuti. {163 [437]}

 

 

Capo XXV. Piante e desolazione - Esposizione del suo cadavere - Divozione del popolo - Esequie e sepoltura.

 

            Seguita la bella morte della Beata Maria degli Angeli, le religiose nel vedersi prive di quel sostegno, di quel conforto, di quella luce, che formava tutta la loro contentezza, la loro gioia, parvero mancare pel dolore. Il monastero che prima sembrava loro un paradiso parve cangiato per orrore in un sepolcro. Andavano qua e là cercando ristoro; ma trovando per ogni parte affanno e confusione, se ne ritornavano alla presenza di quel venerato cadavere, per dare un qualche sollievo all’ afflitto loro cuore. Venuto il mattino fu trasferito il cadavere nel coro interiore del monastero. Dal lugubre suono delle campane pubblicatasi in un subito per tutta la città la deplorabile perdita che ognuno aveva fatto, in ogni angolo, in ogni casa, in ogni contrada udivasi questa {164 [438]} voce: «La santa è morta! andiamo a vedere la santa.» Vedevansi perciò da ogni luogo tramischiati insieme nobili, plebei, cavalieri, religiosi, che in folla venivano a santa Cristina; sicchè in breve quella chiesa non fu più bastante a contenere la divota moltitudine, che vi accorreva. Tanta fu la calca di persone che si spingevano all’ inferriata del coro per vedere il corpo della serva di Dio, che ne fu rolla persino e gettata a terra la balaustrata di marmo dell’ altar maggiore. Ne giunse la fama a Madama Reale, la quale tosto mandò soldati per ritenere in freno quella pietosa innondazione di gente; ma giovò poco il militare riparo, essendo così impetuosa la piena, che ogni argine era incapace a ritenerla nei termini. Ben avrebbe voluto la pia principessa potersi recare anch’ essa al monastero per venerare le spoglie della sua tenera madre, ma ne fu impedita da infermità. Vi andarono col loro seguito le altre principesse, e tutte con una tenera divozione, deposto la magnificenze e il conlegno, inchinaronsi {165 [439]} a baciare gli abiti, le mani, i piedi di quel venerabile deposito; il quale spirava dal volto un’ aria sì dolce, che metteva divozione, ed eccitava a spirituale tenerezza e compunzione chiunque lo riguardasse. Non potendo il popolo avvicinarsi al prezioso cadavere, porgeva dalla grata corone, medaglie, croci alle principesse e dame che stavano al di dentro, ed elleno dopo aver con quelle toccato il venerabile corpo le restituivano ai divoti, che baciando quegli oggetti come preziose reliquie, di là partivansi contenti. Ebbero pure a faticare non poco le religiose in distribuire ai principali della città quei panni e quelle tele che aveva usate la venerabile madre. I sovrani ne vollero la miglior parte; e per soddisfare alla pietà dei supplicanti fu d’ uopo dividere per minuto i pannicelli, le bende, e persino la paglia del suo letto. Accresceva in lutti il desiderio di aver di tali oggetti la fragranza che per miracolo continuavano a tramandare, fragranza simile a quella che spirava dal suo corpo. {166 [440]}

            Per la costernazione non potendo le monache, cantarle l’ uffizio lo cantarono perciò i religiosi carmelitani colla messa da Requiem. Un’ altra messa le fu pure cantata dai musici della regia cappella, mandati dalla insigne pietà dei sovrani. - Per alquanto soddisfare la divozione del popolo fu tenuto il cadavere così esposto per due giorni, senza che mai scemasse, anzi accrescendo ognora il concorso della gente a venerarlo. In fine si determinò il tempo di dargli sepoltura. Nell’ alto di levarlo si osservò che avvivalo da un’ aria celeste quell’ angelico vollo, riprendeva una nuova bellezza, sicchè pareva che quella bell’ anima ritornasse ad abitarlo. Fu trasferito processionalmente al luogo della sepoltura, e riposto in una nicchia del sepolcro comune nel sotterraneo del monastero. Quivi rimase fino ai 10 ottobre dell’ anno 1722 quando se ne fece la prima ricognizione dai giudici delegati della santa Sede pel processo di beatificazione. In questa circostanza fu posto in luogo separato nel medesimo sotterraneo, d’ onde venne poi traslocato nella {167 [441]} chiesa di santa Cristina allorchè se ne fece la seconda ricognizione dai giudici apostolici ai 19 di giugno del 1723. Sotto Napoleone I essendo poi stato chiuso e ridotto ad uso profano il monastero di s. Cristina, il corpo della Beata ai 20 settembre 1802 fu per ordine dell’ Arcivescovo di Torino trasferito nella Chiesa di s. Teresa, e quivi collocato nel coretto a destra dell’ altare maggiore.

            Di qui finalmente si estrasse ai 14 marzo dell’ anno corrente, quando trattavasi di decorarla del titolo di Beata. In questa occasione si fece l’ ultima ricognizione del suo corpo dai delegati della Santa Chiesa, onde sempre meglio assicurarsi prima di esporlo alla pubblica venerazione dei fedeli. Assisteva a questa divota funzione il vescovo di Cuneo di sempre felice memoria, il Vicario capitolare della diocesi, e molle altre ragguardevoli persone ed ecclesiastiche e secolari. Fatti i dovuti esami, e trovata ogni cosa in perfetto accordo colle antiche memorie, fu dalle autorità civili ed ecclesiastiche nuovamente {168 [442]} riconosciuto essere quello veramente il corpo della venerabile Maria degli Angeli.

            Nella suddetta Chiesa di s. Teresa si sta ora preparando un posto decoroso, in una bell’ urna collocare questa preziosa reliquia. Intanto sia lode a Dio, alla Beata Maria degli Angeli, e molle benedizioni a tutti i suoi divoti.

 

 

Capo XXVI. Santità di Maria degli Angeli dopo morte, e suoi miracoli - Causa di sua beatificazione - Viene innalzata all’ onor degli altari dalla Santità di Pio IX.

 

            La fama che già si aveva della santità della venerabile Maria degli Angeli mentre ancor viveva, si andò ognora crescendo dopo la sua morte, e si rese universale. Molte persone memori dell’ alta sua perfezione e delle eroiche sue virtù venivano di continuo a santa Cristina per venerarne il merito e implorarne la prolezione. La {169 [443]} pietà dei suoi divoti si avanzò tanto, che si sarebbe certamente convertita in pubblica venerazione, se la clausura dei monastero non avesse reso inacessibile il passo al suo sepolcro. Si dimandò più volte che quel prezioso corpo venisse trasferito in luogo più accessibile; ma i superiori ecclesiastici, gelosi di ubbidire in tutto ai sommi pontefici i quali con appositi decreti avevano proibito che si prestasse culto pubblico a qualsiasi persona, prima che la Chiesa lo avesse approvato, ricusarono costantemente. Privatamente però molti come santa la invocavano, e le religiose e le principesse colle dame del loro seguito venivano sovente al suo sepolcro, e a Lei con fiducia si raccomandavano nei loro bisogni. Accrescevano la divozione dei fedeli verso la serva di Dio le miracolose guarigioni di ogni genere, le grazie straordinarie che il Signore si compiaceva di operare in favore di chi la invocava.

            Molti sono i miracoli operati dalla Beata dopo morte. Noi ne riferiremo solamente {170 [444]} alcuni rimandando il lettore al processo della sua beatificazione.

            La signora Lodovica Valetti fu presa da una forte palpitazione di cuore, che la ridusse al pericolo di morte. Vedendosi in tale stato si raccomandò alla Beata Maria degli Angeli, ed ecco che mentre toccava con fiducia alcune pagliuzze tolte dal letto della Beata rimase sull’ istante libera da ogni male.

            Più segnalati furono i prodigi operati a benefizio dell’ avvocato Olivieri torinese. Aveva costui due figliuoli entrambi storpiati, ed uno per soprappiù era gobbo innanzi al petto. I periti dell’ arte non sapendo più qual rimedio prescrivere, la madre afflitta ricorse con fiducia alla nostra Beata, e incominciò una novena in suo onore. Nel terzo giorno uno dei figli rimase sano nel petto, e finita la novena fu raddrizzato eziandio nelle gambe, e potè camminare speditamente. L’ altro era ancora rimasto difettoso, ma la pia madre perseverando nella preghiera, in fine si {171 [445]} vide esaudita, essendo egli pure perfettamente guarito.

            Non meno maravigliosa è la guarigione ottenuta da un certo Bernardo Trompei. A questo povero uomo era caduta addosso una grossa trave, la quale gli slogò l’ osso ischio, e le due ultime vertebre. Tali slogamenti furono dichiarati incurabili, sicchè il poverello era ridotto ad uno stato che faceva pietà. Egli però non si perdette di coraggio; ricorse con fiducia alla Beata, invocò di cuore il suo aiuto, e fu sull’ istante risanato con ammirazione di tutti,

            Noteremo ancora i due miracoli che furono approvati dalla Santa Chiesa per la sua Beatificazione.

            Nel 1778 alla signora Maddalena Cavassa di Torino era cresciuto in una delle narici un polipo, ossia una escrescenza carnosa della grossezza di una piccola prugna, il quale non solo le impediva la respirazione da quella parte, ma le cagionava acuti dolori. Fu visitata dal chirurgo, il quale disse che non vi era altro {172 [446]} rimedio fuorchè il taglio, e ehe se ancora si fosse tardato si sarebbe convertito in cancrena, e le avrebbe cagionato la morte. A queste parole rimase sommamente addolorata la povera dama, e non sapendosi risolversi pel taglio, si raccomandò di tutto cuore alla Beata Maria degli Angeli, pregandola di cuore che le ottenesse la guarigione. A questo fine intraprese con grande fiducia una novena in onore di lei, finita la quale, sebbene non le apparisse verun segno della grazia, non venne meno nella speranza, ma continuò a pregare caldamente. Dopo pochi giorni ecco che si vede inaspettatamente cadere di per se il polipo con alcune gocce di sangue, e d’ allora in poi sentissi perfettamente guarita. Uno dei medici quando vide il miracolo le disse che ringraziasse pure di cuore la Beata, perchè l’ aveva guarita da un polipo dei più cattivi.

            Non, meno stupendo è il miracolo che nel mese di luglio 1841 fu operato dalla Beata Maria degli Angeli in favore di una religiosa conversa nel monastero delle Agostiniane {173 [447]} di Caprarola, della diocesi di Civita-Castellana, chiamata suor Maddalena di s. Francesco. Era costei ormai ridotta agli estremi per un scirro, ossia tumor duro, generatosi internamente, il quale dopo averla tribolata per ben due anni in quella parte dello stomaco, che chiamasi piloro, erasi infine degenerato in cancro, obbligandola a giacersi in letto straziala dai dolori. Vedendola ridotta a tal punto, e già disperata dai medici, la madre badessa le portò un’ immagine con una reliquia della Beata, esortandola a raccomandarsi con fede viva a questa serva di Dio, affinchè le ottenesse dal Signore la guarigione. Lo fece suor Maddalena con grande fiducia di essere esaudita, e ire tanto si applicò allo stomaco l’ immagine colla reliquia della Beata. Ciò fatto placidamente si addormentò (cosa che non aveva più potuto fare da gran tempo) e dormì tranquilla per ben sette ore. Risvegliatasi al mattino si sentì libera da ogni male, e si piena di forze, che levossi di letto, andò in coro con le altre monache {174 [448]} e fece la santa Comunione, con somma maraviglia di tutti. D’ allora in poi non ebbe più mai indizio alcuno del male sofferto.

            Tutti perciò desideravano che Maria degli Angeli venisse dalla Chiesa innalzata all’ onor degli altari, onde poterla pubblicamente venerare.

            In vista dei tanti miracoli operati in vita e dopo morte per sua intercessione; in vista di sì giusti desideri! dei fedeli, pochi anni’ dopo la sua morte, cioè nel 1722 si cominciarono i processi giuridici sulla santità di sua vita, virtù e miracoli, facendo così il primo passo che dar si deve per introdurre poscia la causa della beatificazione presso la Sacra Congregazione dei Riti. Ciò falto si passò dai giudici delegati dalla Santa Sede alla ricognizione del suo corpo, il quale con giubilo di tutti fu trovato incorrotto, e tutto spirante soave odore. Ciò volle Iddio permettere per maggiormente glorificare in terra colei, che per la gloria di Lui cotanto aveva fatto e sofferto. Ed è questo {175 [449]} certamente uno dei più manifesti segni di santità, secondo il detto del reale profeta, che Iddio non lascia che i santi suoi vadano in corruzione. Tuttavia secondo le leggi della Chiesa non si poteva ancora introdurre la causa di beatificazione finche non fossero passati almeno dieci anni dalla morte di lei. Ma il pontefice Benedetto XIII accondiscendendo alle vive istanze del re Vittorio Amedeo II e di altri principi e ragguardevoli personaggi con suo decreto del 1° luglio 1724 ne concesse la dispensa, e permise che fino d’ allora se ne introducesse la causa, e cosi fu fatto.

            Però la finale decisione di questa causa, pei molti intervalli voluti dagli esami ne-cessarii a farsi, ed eziandio per le condizioni dei burrascosi tempi che corsero d’ allora in poi per la Chiesa, si protrasse fino al regnante Pontefice Pio IX, il quale in quest’ anno medesimo 1865 riconoscendo quanto erasi già fatto dalla Sacra Congregazione dei Riti, e dagli illustri suoi predecessori, ed approvando inoltre, come è prescritto, due dei miracoli operati dopo {176 [450]} morte dalla venerabile serva di Dio, la decorò del glorioso titolo di Beaa, elevandola cosi all’ onore degli altari con immenso giubilo di tutti i buoni e specialmente dei divoti Torinesi.

            Colla Beatificazione della venerabile Maria degli Angeli acquistò una nuova gemma la Chiesa Cattolica, un nuovo splendore l’ Instituto del Carmelo, un nuovo lustro Torino e il Piemonte. Esultate perciò, o fortunati figli e figlie di Teresa, e tu, o divoto popolo, prepara splendide feste alla gloriosa tua concittadina. Ti ricorda sovente di quanto Ella fece in tuo vantaggio, e in vantaggio dei tuoi padri, dei tuoi augusti sovrani; e in attestato di riconoscenza e di amore a Lei riccorri con fiducia, Lei invoca nei tuoi spirituali e temporali bisogni. Proverai tu pure al pari dei tuoi antenati quanto Ella possa presso quel Dio, che cotanto la illustrò in terra, e glorificolla in Cielo. {177 [451]}

 

 

Conclusione.

 

            Eccoti, o divoto lettore, narrata in breve la vita, la morte e la gloria della Beata Maria degli Angeli. Io ho motivo a credere che tu scorrendo queste poche pagine abbi potuto ammirare le belle virtù di questa illustre sposa di Gesù Cristo. Ma deh! io ti prego, che non ti voglia contentare di averla ammirata, ma ti disponga altresì ad imitarla efficacemente, a seguire da coraggioso le sue pedate, a riformare i tuoi costumi, a pensare seriamente alla salute dell’ anima tua. Imperciocchè uno dei fini, per cui Iddio suscita nella sua Chiesa i santi, si è perchè siano a tutti i fedeli di buon esempio e di forte stimolo al bene operare. Poichè nel vedere la legge di Dio e della Chiesa e gli stessi consigli evangelici esattamente praticati da tanti e tante, ciascuno può dire a se stesso come già il grande Agostino: Se questi e queste si sono santificati, perchè nol potrò ancor io? {178 [452]}

            La Beata Maria degli Angeli come tutti i santi trovavasi pure in mezzo a molti pericoli, e forse maggiore dei nostri, aveva ella pure la medesima carne ribelle, i medesimi nemici da combattere e soggiogare; ma colla fuga delle occasioni, coll’ uso della preghiera colla frequenza dei santi Sacramenti, colla divozione alla Santissima Vergine, ella seppe vincere tutto; anzi nelle medesime tentazioni si rese ognora più cara a Dio, rese ognor più fulgida la sua corona in Cielo. Maria degli Angeli fu casta di mente e di cuore, fu umile, fu ubbidiente, fu caritatevole, e nelle più dure prove paziente e rassegnata. Ma fini per lei il tempo della prova, sopraggiunse il giorno del trionfo e della Gloria, ed ora da più di un secolo, in mezzo ai cori, degli Angeli e dei Santi, in mezzo ad un mare di dolcezze, gode il frutto delle sue fatiche, il premio delle sue virtù e lo godrà in eterno. Ah! il pensiero di quel celeste guiderdone, o divoto lettore, rincuori noi pure e ci sproni a lasciare il peccato, a {179 [453]} battere la via del bene. Riteniamo a mente quello che dice s. Gregorio, che ai grandi prendi non si perviene se non per mezzo di grandi travagli. Imprimiamoci nella memoria la sentenza di s. Paolo, che non sarà coronato chi non avrà coraggiosamente combattuto; che non potrà essere con Gesù Cristo glorificato in Cielo chi non avrà sofferto con Gesù Cristo in terra. Con queste ed altre utili considerazioni, coll’ esempio della beata Maria degli Angeli, intraprendiamo coraggiosi la via della virtù e in questo stesso momento risolviamo di voler cominciare una vita veramente degna di un seguace di Gesù Cristo. Se per avventura il nostro corpo, o il nostro spirito si sentissero stanchi, confortiamolo col pensiero che un’ eternità beata sarà abbastanza lunga per riposarsi, e compensare ogni nostra fatica.

            Tu intanto, o inclita sposa di Gesù, tu nuova gemma della Chiesa cattolica, tu splendore del Carmelo, tu gloria della nostra patria, deh! tu dall’ alto de' cieli volgi sopra di noi uno sguardo pietoso. Deh! {180 [454]} proteggi la Chiesa e i suoi ministri, difendila da' suoi nemici, ottienile presto tranquillità e duratura pace. Non cessare poi di far piovere mille benedizioni sopra quelle caste colombe, su quelle anime elette che più da vicino seguono l’ Agnello immacolato. Fa che esse a tuo esempio sieno in tutti i luoghi, in tutti i tempi l’ onore, l’ ornamento, la porzione più gloriosa della Cattolica Chiesa. E infine ottieni dal sommo Iddio che copiose discendano le grazie e le benedizioni sopra i tuoi divoti, e fa che noi tutti, dopo avere imitate le tue virtù in terra, possiamo un giorno venire in tua compagnia a godere la gloria del cielo e benedire Iddio per tutti i secoli. Cosi sia. {181 [455]}

 

 

Colloqui per una novena alla Beata Maria degli Angeli

 

Deus in adjutorium meum intende.

Domine ad adjuvandum me festina.

Gloria Patri, etc.

 

            1. O generosa Eroina del Carmelo, Beata Maria degli Angeli, che fin dall’ infanzia sapeste conoscere le vanità del mondo, e disprezzare con magnanima risoluzione i beni ed i piaceri terreni che vi presentava il secolo ingannatore, deh fate che noi, imitando i vostri generosi sentimenti calpestiamo le massime e gli esempi di seduzione, che ci vorrebbono trascinare al peccato, ed in tal modo disingannati dalle fallacie del mondo, possiamo correre con maggior lena e costanza la via della salute e della perfezione. Pater, Ave, Gloria

            2. Oh amabile Vergine, Beata Maria degli {182 [456]} Angeli, che consecrata a Dio co' santi voti di religione incominciaste una vita di perfezione, e vi esercitaste costante nella pratica delle virtù, deh concedete anche a noi, che fedeli alle promesse del s. Battesimo, ed ai doveri del nostro Stato proseguiamo costanti nel sentiero di santità, vincendo le tentazioni e le insidie de' nostri spirituali nemici, e conseguiamo finalmente la sorte di perseverar fino all’ ultimo nella grazia del Signore. Pater, Ave, Gloria.

            3. O Diletta del Crocifisso, avventurata Maria degli Angeli, che foste cosi innamorata del vostro sposo Gesù, di cui contemplaste continuamente, e con tanto frutto la dolorosa passione, deh otteneteci un amore compassionevole verso il nostro buon Dio, che mori sulla Croce per noi, stampateci nella nostra mente e nel nostro cuore la memoria de' suoi patimenti e della sua Croce, affinchè siamo riconoscenti a tanto affetto di Gesù Crocifisso, e partecipiamo con più abbondanza ai meriti della sua passione e della sua morte. Pater, Ave, Gloria. {183 [457]}

            4. O benefica Protettrice de' miseri, mansuetissima Maria degli Angeli, che in ogni giorno di vostra vita mortale vi prendeste a cuore, e consolaste le pene e le tribolazioni d’ ogni genere di persone afflitte, deh movetevi anche a compassione delle miserie di noi vostri Divoti; tergete le nostre lagrime, e confortateci in ogni nostra tribolazione, ed otteneteci quelle grazie, e quelle consolazioni che ci abbisognano in questa valle di amarezze e di pianto. Pater, Ave, Gloria.

            5. O purissima sposa dell’ Agnello immacolato, B. Maria degli Angeli che tanto amaste la purità verginale, e la santa onestà, e vi teneste sempre lontana da qualunque più piccola colpa contro queste belle virtù, deh non permettete che i vostri Divoti, in qualunque stato o condizione di vita si trovino, offendano menomamente la loro purezza, e commettano mai alcuna di quelle colpe che tanto macchiano l’ onestà dei costumi, e tanto dispiacciono a Gesù ed a Maria. Pater, Ave, Gloria. {184 [458]}

            6. Umilissima Vergine, Beata Maria degli Angeli, che sempre desideraste di patire e di essere disprezzata pel vostro Gesù, e che aveste ogn’ ora un cosi basso concetto di voi medesima, deh soggiogate la nostra superbia, ed otteneteci da Dio che imitando gli esempi di vostra umiltà, possiamo essere a parte di quelle grazie, che Dio concede solamente ai veri umili di cuore. Pater, etc.

            7. O penitentissima Amante di Gesù, B. Maria degli Angeli, che sebbene innocente, e scevra da ogni colpa mortale, pure con ogni asprezza e rigore trattaste le vostre membra verginali, intercedete per noi, ve ne preghiamo, quello spirito di penitenza cristiana, e di mortificazione delle nostre passioni, che ci è tanto necessario per poter soddisfare a Dio per le nostre colpe commesse, e per ottenerne dalla sua Misericordia infinita un largo perdono. Pater, etc.

            8. O pazientissima sposa di Cristo; B. Maria degli Angeli, che per tanti anni soffriste con eroica rassegnazione le tribolazioni {185 [459]} più dure, e le pene più strazianti, deh per vostra intercessione ci sia concesso da Dio di sopportare con cristiana sofferenza le amarezze di questa misera vita, e di santificarci nelle afflizioni, onde essere in cielo partecipi di quella corona di gloria, che è da Dio riservata a quelli, che soffrono con pazienza le tribolazioni e le croci. Pater, etc.

            9. O magnanima figlia di S. Teresa, gloriosa Maria degli Angeli, che non contenta di vivere ubbidientissima alla voce de' vostri superiori, voleste pure chiudere i vostri giorni mortali col merito e colla benedizione dell’ ubbidienza, deh otteneteci dal Signore di apprezzare questa bella virtù in tutto il tempo di nostra mortale carriera, e di non mai allontanarci dal volere di Dio, che ci sarà manifestato da Coloro, che Dio pose al nostro Governo tanto nelle cose che riguardano il corpo come in quelle dell’ anima. Pater, Ave, Gloria.

            Ora pro nobis B. Maria.

 

Ut digni efficiamur etc. {186 [460]}

 

 

OREMUS.

 

Deus, qui Beatae Mariae Virgini tuae, angelicis dedisti moribus vivere, praesta nobis famulis tuis ut eius imitatione, carnis superatis illecebris, Angelorum consortium consequi mereamur. Per Christum, etc.

 

Orazione a Maria SS.[1]

Trovata fra gli oggetti usati dalla Beata Maria degli Anqeli.

 

            Fratelli e sorelle carissimi in Gesù Cristo, deh! per quanto vi è cara la vostra eterna salute siate veri divoti di Maria SS.

 

            1. Oh immacolata Vergine Maria, Signora e Madre mia, io voglio essere per sempre tutto di Gesù e tutto di voi. Ecco {187 [461]} pertanto che vi dono gli occhi, gli orecchi, la lingua, il cuore e tutto me stesso... Voi abbiate cura di me, come di cosa vostra: ma sopratutto guardatemi da ogni peccato, massimamente contro la purità a voi sì cara.

            Beneditemi, o figlia dell’ eterno Padre. In nomine Patris et Filii, etc, e non permettete che offenda il mio Dio con pensieri. Ave Maria, etc.

            Beneditemi, o Madre dell’ eterno Figlio. In nomine Patris, et Filii, etc., e non permettete che offenda mai il mio Dio con parole. Ave Maria, etc.

            Beneditemi, o Sposa dello Spirito Santo. In nomine Patris et Filii, etc, e non permettete, che io offenda mai il mio Dio con opere od ommissioni; anzi fate che io l’ ami sempre con tutto il cuore. Cosi sia, o dolce, o pietosa, o amabile Vergine Maria. Ave Maria, etc.

 

LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online
Acquista la Bibbia per la Scrutatio dalla Libreria del Santo
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online