Novelle e racconti

San Giovanni Bosco

Novelle e racconti
9

Al benigno lettore

 

            Crediamo di fare un' opera cara ai nostri lettori pubblicando una piccola raccolta di novelle e racconti scelti da varii autori; i quali per purità di lingua e chiarezza di stile si rendono più commendevoli. Ve ne sono alcuni tolti dal prezioso libro di Silvio Pellico intitolato: I doveri degli Uomini: libro veramente aureo e che vorremmo vedere in mano di molti, per il gran bene che ne verrebbe. Era poi nostro desiderio di far precedere a vita di lui; ma il lettore la può avere nel fascicolo delle Letture Cattoliche publicato nel mese di dicembre del 1862, o nella Storia d'Italia del Sac. Bosco Giovanni[1]. {3 [395]}

            Dopo ve ne sono alcuni tanto ameni ed istruttivi di Cesare Cantù ed alcuni di Giuseppe Manzoni, chiaro autore di lodate novellette. La gioventù specialmente ama, e lo conosciamo per esperienza, brevi fatti, che la commovano ed istruiscano; ed in ciò speriamo di averne intesa ed interpretata la volontà.

            Viene infine una raccolta di aneddoti che si riferiscono alla veneranda persona del Capo della Chiesa. Prima avete il sano precetto di morale, dopo ne vedete l' applicazione. E nella speranza di poter dare una vita intiera di Colui che il mondo Cattolico venera come Sommo Pontefice, e suo Pastore, cominciamo a preparar l' animo dei lettori con alcuni fattarelli divoti e speciali di cui è piena la sua gloriosa vita. Possa questa tenue nostra fatica tornar gradita a tutti e specialmente alla gioventù. Tutto a maggior gloria di Dio. Vivete felici.

 

LA DIREZIONE. {4 [396]}

 

 

I.  Rispetto ai vecchi.

 

            « Non è malvagio se non l'uomo inverecondo verso la vecchiaia, le donne e la sventura » diceva Parini. E Parini giovavasi pur molto dell'autorità che aveva su' suoi discepoli per tenerli ossequiosi alla vecchiaia. Una volta egli era adirato con un giovane del quale gli era stato riferito qualche grave torto. Avvenne che l'incontrò per una strada nell'atto che quel giovane, sostenendo un vecchio cappuccino, gridava con decoro contro alcuni mascalzoni, dai quali era stato urtato. Parini si mise a gridare concordemente e gettate le braccia al collo {5 [397]} del giovane gli disse: « Un momento fa io ti riputava perverso; or che son testimonio della tua pietà pei vecchi, ti ricredo capace di molta virtù.»

 

 

II. I capricci d'un padroncino.

 

            Una madre troppo tenera guastava un suo figliuoletto col soddisfare quanti capricci potevano venirgli in capo alla giornata. Una sera il fanciullo, mentre stava giuocando nel giardino con una cameriera, si mise a piangere e ad urlare. Non l'ebbe si tosto udito la madre, che affacciatasi ad una finestra, le ordinò di dare a suo figlio quant'ei voleva. - « Affè, signora mia, rispose la cameriera, questa volta è impossibile ch'io lo compiaccia. - Come? insolente! vattene tosto di casa mia. - Si calmi per amor del cielo, signora: suo figlio ha vista la luna nella fontana, e vuol ch' io gliela dia. » - La madre arrossì, e la lezione non fu perduta. {6 [398]}

 

 

III. È meglio salvare l'onore che la vita.

 

            Era imposto ad un ufficiale di recarsi ad una pericolosissima spedizione; un suo amico, temendo pei giorni di lui, gli andava pur suggerendo plausibili pretesti di esentarsi dall'esecuzione di quell'ordine. « Avete ragione, disse l'ufficiale, così salverei certamente la mia vita, ma l'onor mio sarebbe morto. »

 

 

IV. Il detrattore.

 

            Un litigante, per rendersi il giudiee favorevole, gli palesò che il suo avversario lo andava mettendo in ridicolo in ogni luogo. « Che importa a te, s' egli mi mette in ridicolo? rispose il giudice onesto; narrami soltanto i torti che ha fatti a te, perch'io debbo dar sentenza sulle ingiurie tue, e non sulle mie. » {7 [399]}

 

 

V. I tre grandi medici.

 

            Un celebre medico era all'agonia; molti de' suoi confratelli lo circondavano, e deploravano sì gran perdita. « Signori, disse loro il moribondo, non vi affannate; lascio dopo di me, tre grandi medici. » I suoi confratelli il pregarono di nominarli, giacchè ognun di loro credeasi di essere in quel numero. « Sono essi, rispose, la dieta, l'acqua e l'esercizio. »

 

 

VI. Onorare i genitori.

 

            Un esempio insigne di figliale rispetto leggesi nella vita di Lorenzo Celso, il quale, essendo doge della repubblica di Venezia, e sapendo che il padre suo, qual membro del senato, non avrebbe potuto dispensarsi dal piegare le ginocchia avanti di lui, siccome {8 [400]} era ai senatori prescritto dalla solenne cerimonia, mise sul proprio berretto ducale una croce, affinchè l'umil atto potesse considerarsi fatto dal padre non già verso la persona del figliuolo, ma verso quell'augusto simbolo di religione. Tutti i successori del Celso aggiunsero da quell' epoca, una croce d'oro alla dignità dei loro vestimenti.

 

 

VII. La Provvidenza.

 

            Una povera vedova inferma si desolava pensando ai figliolini suoi, e come potrebbero vivere e crescere senza genitori. Omobono le raccontò: « Vidi un giorno in un cespuglio una passera posata sovra i suoi pulcini ancora spennati. E venne il nibbio e la rapi. Ed io esclamai: Poveri pulcini! morranno dal freddo e dalla fame. Il domani tornai, e volli rivederli, ed ecco un' altra passera volava a portare {9 [401]} ad essi l'imbeccata. Iddio, che insegnò alle bestie ad amarsi e soccorrersi, vorrà abbandonare i figli vostri? » - La povera vedova inferma l'intese, e si consolò.

 

 

VIII. Pensateci prima.

 

            Mi ricordo che essendo io ragazzino, mia madre mi mandò a l'accogliere le ova nel pollaio: uscendo non badai alla porticina, e percossi d'una forte capata, sicchè più giorni portai l'ammaccatura. Omobono mi disse: Tientela a mente per sapere poi nel mondo alzarli e abbassarli a tempo.

            Un altro di, volendo varcare un fossatello troppo largo, vi cascai. Egli dopo che m'ebbe tratto fuori, rasciutto e consolato, mi disse: Da qui innanzi ti ricorda sempre di far il passo secondo la gamba.

            Mio fratello aveva avuto in regalo una pianta di limone, e vedendola {10 [402]} carica di fiori, li colse e ne fece un mazzolino che mostrava a tutti, che a tutti facea annasare. Ma venne l'estate, e il limone di mio fratello non portò verun frutto, ond' egli se ne lamentava. Omobono gli disse: Figlimi mio, chi vuol aver frutti non colga tutti i fiori.

 

 

IX. L' ozio.

 

            Ad un tale, che non voleva far nulla per paura di rovinarsi la salute, Omobono mostrò due chiavi, una bella lucida, l'altra nera arrugginita, e disse: Questa lustra l'adopero tutti i dì, l'altra la tenni in serbo. Così le forze nostre: l'ozio le corrode, l'esercizio le tien fresche e le aumenta.

 

 

X. Le voglie.

 

            A quelli che ripetono sempre: « O me beato se giungessi ad ottener questo! {11 [403]} - Non mi mancherebbe che quello ad esser felice! - Se raggiungo quel posto, non desidero più altro. Omobono segna a dito una montagna e dice: « Anch' io credeva che quella montagna nulla avesse di più alto, e che di là toccherei il cielo col dito. M' arrampicai anelando fino alla sua vetta; ma che? allora vidi intorno altri monti più eccelsi, e mi trovai lontano dal cielo quanto n'era distante in pianura. Tali sono i desiderii nostri; più v' innalzate, e vedete altre condizioni sempre più alte della vostra e sempre egualmente lontane dalla felicità. »

 

 

XI. L' annegato.

 

            Omobono nuotava un giorno con alcuni amici, quando all'un d'essi girò il capo, sicchè andò al fondo ed affogò. I compagni si posero a far il duolo e disperarsi. Omobono pensò che conveniva soccorrere e non piangere: {12 [404]} buttossi al fiume, il trasse fuori, se lo prese sulle ginocchia alquanto inclinato perchè vomitasse l'acqua, ma senza scuoterlo troppo nè capovolgerlo. Poi subito il trasportò nella vicina osteria, collocandolo in un letto ben caldo, colla testa alta ed appoggiato sul lato destro; e si diede a stropicciargli il corpo con pannilani e con vino caldo, ponendogli anche in bocca qualche stilla d'aceto, stuzzicandogli l'interno delle narici e la gola con una penna intrisa nell' acquavite, e tenendogli scaldate le piante dei piedi. Altri intanto era corso pel medico, il quale coll'arte sua ravvivò quell'infelice.

 

 

XII. II bambino caritatevole.

 

            Io conosco un caro bambino, che ogni sabbato porta il suo vino ad un vecchio infermo, ed ogni solennità ripone per esso quel di più che in quel giorno apparecchiano a mensa. {13 [405]} Ne conosco un altro, che ogni giorno, invece di companatico per colezione, si fa dare dalla mamma tre soldi: e così tutte le domeniche porta alla sua balia ventun soldi, coi quali essa può quel giorno avere una libra di carne sul povero desco.

 

 

XIII. Il cittadino modesto.

 

            Roma era piena de' maggiori disordini. Il popolo languente nella miseria non voleva obbedire al Senato; questo si ostinava nell' aggravare la infelice condizione della plebe immersa nei debiti; e spesso furono le due fazioni del popolo e del Senato in procinto di venire alle mani.

            Per finire quelle discordie, che non cessavano mai, si pensò alfine di eleggere console un certo Quinzio Cincinnato, uomo fatto alla buona, ma riputatissimo per modestia, saviezza e valore. {14 [406]}

            Fu inviata una deputazione di senatori romani al console nuovamente eletto, il quale abitava in villa, ove conduceva una vita semplice e affatto rustica. Stava questi nel suo campo, con un berretto di lana in capo lavorando la terra, quando gli si avvicinarono i senatori. Alla vista del corteggio Cincinnato ferma i buoi aggiogati all'aratro, e come può meglio accoglie la comitiva. I senatori esposero la cagione dell' ambasciata, e rivestirono il virtuoso agricoltore della nuova dignità.

            L' uomo grande non si gonfiò per l'onore compartitogli; anzi volgendo uno sguardo affettuoso al campicello, lo raccomandò alla moglie, poichè molto gli rincresceva di doverlo abbandonare. E solo ciò fece per amore de' concittadini, i quali avean bisogno del suo senno e del braccio in servizio della Repubblica.

            Quinzio Cincinnato accomodò le differenze delle parti contrarie, e amministrò ogni affare con soddisfazione di tutti. Spirato il tempo della sua {15 [407]} magistratura, volevano i cittadini e i grandi che egli continuasse in quella carica; ma Quinzio ricusò l'offerta facendo sentire al Senato, che non si deve mai permettere la violazione delle leggi. E queste non concedevano a lui di esercitare più lungamente il Consolato. - Appena Quinzio usci di carica ritornò al suo aratro e ai semplici costumi della campagna.

 

 

XIV. La concordia.

 

            Federico Barbarossa essendo ritornato in Germania, i suoi avari ministri angariavano crudelmente i sudditi. Convennero perciò i deputati di molte città lombarde nel monistero di Pontida, villaggio nella provincia di Bergamo, e là giurarono di soccorrere coll' armi i Milanesi, e rimediare ai mali comuni. A tal fine Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, Verona, Ferrara, Treviso e altre città conchiusero {16 [408]} un'alleanza, che ebbe il nome di Lega Lombarda. Il primo obbligo che s'imposero gli alleati, fu di riedificare Milano. Spedirono perciò della gente al luogo, ove era stata demolita la ricca e popolosa città, per ricostruirne immediatamente le mura. Come ben dovevasi congetturare, i Milanesi rifuggiti nei dintorni accorsero a rifabbricar le lor case; e così Milano rinacque in breve sulle proprie rovine. Appena Federico Barbarossa fu avvertito della formazione della Lega raccolse l'esercito e precipitò in Italia. Prima d'accingersi a ridurre le città ribellate alla obbedienza, mosse alla volta di Roma per costringere il Papa a seguire il suo partito. Ma il Sommo Pontefice fuggì, e così deluse la violenza dell' Imperatore.

            Invano il Barbarossa per cinque anni combattè e affaticossi nel soggiogare i coraggiosi uomini di Lombardia che ricusavano di riconoscerlo per sovrano. Erano troppi ed ostinati gli avversari ch' avea a combattere qua e là. Un giorno egli vinceva il nemico, e non  {17 [409]} di rado avveniva che il domani egli era lo sconfitto. Finalmente nel 1176 toecò una rotta micidiale a Legnano sul fiume Olòna. In quella battaglia i Milanesi fecero prodigi di valore. La vittoria fu si completa che per poco pigliavano anche l'imperatore. Solamente allora Federico si persuase del valore e della fermezza degl'Italiani: cosicchè deliberò di finir la guerra e d' intavolare, su condizioni eque, il trattato di quella pace, che sett'anni dopo fu conchiusa in Germania nella città di Costanza[2].

 

 

XV. Il pittore.

 

            Nella villa di Vespignano, quattordici miglia fuor di Firenze, correndo l'anno 1179, nacque ad un certo Bondone, lavorator di campi, un bambino, cui pose il nome di Giotto. Il buon uomo allevò costumatamente il figliuolo, {18 [410]} e questi per la straordinaria sua prontezza d'ingegno era carissimo non solo ai genitori, ma a tutti quelli che lo conoscevano.

            Appena Giotto ebbe compito i dieci anni che il padre gli diede a pascere le pecore. Il buon fanciullo le conduceva qua e là ne' prati, e piuttosto che starsene oziosamente sdraiato, come, pur troppo! mal usano molti pastorelli, prendeva diletto a delineare nell'arena o sulle pietre i contorni delle cose naturali che più gli ferivano la fantasia.

            Un dì stava egli disegnando con un sasso appuntato su di una lastra liscia e pulita una sua agnellina. Passò in quella un pittore chiamato Cimabue, e stupì vedendo come un fanciullo senza studio alcuno sapesse figurare sì bene una pecora. Allettato dalla manifesta disposizione all'arte, e dalle pronte risposte di Giotto, gli domandò se voleva venire a star con lui. Giotto che rispettava sopratutto i suoi parenti, gli rispose: « Volontieri, o signore; ma prima è necessario che se {19 [411]} ne contenti mio padre, cui per nessuna cosa al mondo io disubbidirei. »

            Cimabue andò allora dal Bondone, gli dimandò il figliuolo: e il padre glielo concedè. Lo condusse quindi a Firenze, ove prese ad istruirlo con amore, nella pittura.

            Il giovanetto era sì attento e docile agli ammaestramenti di Cimabue, che presto si fece avanti nell' arte, e diventò il primo pittore de' suoi tempi[3]. {20 [412]}

 

 

XVI. Il coraggio dell'artista.

 

            L'anno 1527, quando i Medici vennero cacciati da Firenze, tutta la città fu in trambusto. Una folla di cittadini aveva dato di piglio alle armi, e corse tosto al palazzo della Signoria; ma le guardie chiusero le porte. S'appiccò {21 [413]}

 

la zuffa, e quelli di dentro gettarono d'alto una panca sovra gli avversari, e la panca percosse in vece un braccio al David del Buonarroti (statua situata innanzi al palazzo), e lo ruppe in tre pezzi. Tre giorni stettero quei pezzi per terra, senza che nessuno pensasse a raccoglierli: ma appena li vide il giovane pittore Checchino De-Rossi, andò al Ponte Vecchio ove abitava il suo condiscepolo Giorgio Vasari, e con gran dolore gli narrò della statua mutilata. {22 [414]} Subito dopo furono veduti Giorgio e Checchino venir in piazza, e di mezzo ai soldati, non badando ai pericoli, toglier su i pezzi di quel braccio, e portarseli a casa. In tal modo i due giovani pittori ci conservarono quei rottami preziosi; i quali furono coll'andar del tempo ricongiunti alla statua per comando del Duca. {23 [415]}

 

 

XVII. Mangiar pece.

 

            Luigi Cornaro, da Venezia, erasi abbandonato in gioventù all'ubbriacchezza, e ne pativa le solite conseguenze: mali di stomaco e di fianco, gotte, ed una febbricciatola che alla bella età di 35 anni lo traeva a passo lento al sepolcro. I medici gli fecero intendere che, per allungare i suoi giorni, l'unica strada era una vita sobria, tutta opposta all' antecedente.

            Vi diede ascolto, e ridottosi ad un metodo preciso di mangiare e bere, in capo d'un anno si riebbe. Allora, ben lontano dal tornare sui primi stravizzi, si propose un viver regolato, che mai non abbandonò. Conoscendo bugiardo quel proverbio: « Ciò che piace alla bocca fa bene allo stomaco, » mai non mangiava se non quel che digeriva facilmente, e serbava sempre un po' di appetito. Gli eccessi di caldo e di freddo, il turbare i sonni ordinari, ed altri disordini che succedono {24 [416]} nel vivere, fanno assai men male a chi sa regolare la bocca. « Chi vuol mangiare assai, diceva a' suoi amici, deve mangiar poco. Fa miglior pro quel cibo che uno lascia di mangiare dopo sazio, che non quello mangiato.

            « La miglior medicina, diceva ancora, è la vita ordinata. » E ben lo provò egli, che con questa a 86 anni si trovava sano e rubizzo, camminava lungamente a piedi anche per le colline, montava di per se a cavallo, studiava e conversava allegro.

            E campò fino a 98 anni, e come era vissuto placido e temperato, così morì nel 1565. « L' ottimo vecchio, racconta un suo amico, sentendosi finire la vita, non riguardava, il gran passaggio con ispavento; ma come avesse dovuto mutarsi da una casa in un'altra. Sedea nel letticciuolo, avendo presente Veronica moglie sua poco meno vecchia di lui, e con voce chiara e sonora mi parlava di lasciare la vita con animo gagliardo: e scrisse ad un amico nostro lettere di consiglio e di conforto. » {25 [417]}

 

 

XVIII. I più poverini.

 

            Era venuto il mese di marzo. Quantunque i terreni ancor non mostrassero frutti o grani di sorta, spuntavano su d'ogni colle le violette, verdeggiavano i campi, i prati, gli alberi: l' aria si era fatta meno fredda, e il cielo sereno. Quindi Giannetto col maggior piacere del mondo usciva di casa per godersi la primavera, e gaio più del consueto si recava saltellando alla scuola. In tale stagione v'intervenivano anche i fanciulli più mal vestiti, e quelli che abitavano nei casolari un poco lontani, sparsi intorno al paesetto.

            A mezzo la scuola soleva il maestro concedere un' ora di ricreazione. In quel frattempo ogni scolaro tirava fuori la colezioncella, che la mamma gli aveva posta nel canestrino, e molti fanciulli se la mangiavano allegramente, senza che nemmeno passasse loro pel capo esservi tra i condiscepoli alcuni si poveretti, i quali non aveano donde satollare la fame. {26 [418]}

            Il maestro, che ben sapeva quale de' suoi scolari era agiato e quale non l'era, con bei ragionamenti li persuadeva a dividere i panetti, le mele, le pere co' più miserabili fra'  loro compagni. Appena il maestro terminò di parlare, Faustino, che era uno de' meglio forniti di cibo, girò l'occhio intorno e visto in un cantuccio Tonietto, ch'era stracciato e scalzo, disse fra se: questi è miserabile! » e corse a porgergli una porzione della sua colezioncella. Quell' esempio, fu tosto seguito dagli altri fanciulli: sicchè Tonietto non solo saziò la fame, ma ebbe roba anche d' avanzo; e la portò ai suoi parenti, i quali pure pativano la fame.

            Ne' giorni successivi il maestro non disse cosa alcuna, e molti scolari non pensavano più al misero Tonietto. Non così però facevano Anselmuccio, Faustino, e cinque o sei buoni fanciulli, i quali ogni mattina risparmiavano o un frutto, o un dolce, o un tozzo di pane per darlo a Tonietto; e costui volea tanto bene a'  suoi benefattori, come se fossero stati suoi fratelli. Faustino {27 [419]} e i suoi compagni, dal canto loro erano contentissimi di giovare al prossimo con sì tenue dono; tutti si compiacevano nel veder quel povero figliuolo a sfamarsi colle porzioncine dei loro cibi; e meglio le godevano così, che se le avessero mangiate essi stessi.

            Venne l' estate. Un bel di che la scuola era piena di ragazzi, ecco entrarvi Tonietto accompagnato da un vecchierello curvato sul bastone. Il pover uomo era magro, calvo in fronte, con una zazzera di capelli bianchi: ma tanto pulito, e di un fare così soave che imponeva rispetto. Fattosi egli avanti, s'inchinò al maestro e si mise a dire: Signore, voi vedete in me un misero contadino che deve la sua vita alla vostra carità e al bel cuore dei vostri scolari. Essi non solo hanno soccorso per due mesi questo mio caro nipotino, ma ancor me, sapete? Uomo virtuoso! io vi ringrazio. Fanciulli benedetti, il cielo vi dia una vita lunga e onorata! - Fecesi accennare da Tonietto qual era stato il più generoso {28 [420]} di quei fanciulli: egli additò Faustino, e il vecchierello accostatosi a lui, esclamò: - Oh fanciullo benefico! io non posso dimostrarvi la mia gratitudine, che abbracciandovi teneramente, chiamandovi figlio, e pregandovi a condurmi dai vostri genitori, ai quali voglio attestare la vostra gran bontà.

            La voce tremola e pietosa del vecchio avea penetrato le belle anime di quei fanciulli; onde, quando lo videro partire insieme con Faustino, e che al maestro cadde una lacrima di tenerezza, essi furono molto commossi, e tutti si proposero di essere sempre caritatevoli.

 

 

XIX. La roba d'altri.

 

            Faustino e Giannetto entrarono in un giardino, e colà videro certi susini, ch' era bisognato puntellare acciocchè il peso delle frutta non ne schiantasse i rami. A quella vista Giannetto esclamò: - « Oh I qui possiamo {29 [421]} saziar la sete col più dolce sugo del mondo. Nessuno ci vede: su via, spicchiamo un ramoscello carico, e scappiamo.»

            « Oibò, rispose Faustino: questo non è lecito, perchè le piante non sono nostre. » - Che importa ciò? riprese Giannetto: il padrone non saprebbe accorgersi ove mangiassimo anche cento susine. Ve' quante sono! Chi le può contare? - Tant' è, non va bene pigliarsi la roba altrui, riprese Faustino, ancorchè sia una piccolezza. Non ti ricordi quello che dice il signor maestro? Figliuoli, guardatevi dal metter mano a ciò che non vi spetta; guardatevi dal cogliere un frutto, un fiore che non sia vostro; perchè s'incomincia dal poco e si finisce col molto; » e così dicendo gli rammentava il settimo comandamento del decalogo. - Giannetto vi pensò un poco, e disse: « Hai ragione, caro Faustino; andiamocene a bocca asciutta. Se avessimo colto una sola di queste susine, saremmo chiamati ladri a giusta ragione. » - Egli era stato in procinto {30 [422]} di far del male, tentando di soddisfare l'arsura della sete e l'ingordigia colle frutta che non erano sue.

 

 

XX. Onore ai maestri.

 

            Teodosio il grande, Imperatore romano, conoscendo quanto poco valgano la nascita illustre e le ricchezze senza la buona educazione, mandò per tutti i suoi regni a cercare il miglior sapiente. E fu trovato essere il filosofo Arsenio, al quale Teodosio affidò suo figliuolo Arcadio, perchè lo allevasse nella virtù e nel sapere. Il giovinetto, superbo, perchè figlio di un imperatore, durante la lezione stava seduto, e faceva rimanere il filosofo in piedi avanti a sè. Ciò avendo veduto Teodosio, gli disse in tuono di rimprovero: « Alzati, e cedi quel posto al tuo maestro. Le ricchezze e la nascita sono un caso; e tu non ne hai merito veruno, e Dio può ritogliertele da oggi {31 [423]} a dimani. Ma la sapienza è vero merito di quel filosofo, che sempre e dappertutto sarà riverito e venerato. Alzati, e cedi quel posto al tuo maestro. » Ed io ho veduto degli scolari che tengono poco conto del loro maestro, solo perchè egli è un povero uomo, ed essi sono figli del possidente, del dottore, o del giudice!

 

 

XXI. Le bolle di sapone.

 

            Una volta Neuton[4] vide un ragazzino che, sbattuto del sapone nell'acqua, con una cannuccia ne levava una stilla, poi soffiandola fuori ne formava de' globi più o meno grossi e leggerissimi. Il fanciullo non badava che al suo giuocherello, ma Neuton pose mente ai bellissimi colori che si {32 [424]} dipingevano su quelle bolle come nell' arco baleno, ed immaginò che la luce (un corpo tanto sottile!) potesse anch' essa decomporsi. Fece e rifece esperimenti, e trovò difatti in essa sette colori primari: violetto, celeste, turchino, verde, giallo, ranciato, rosso. Se tu osservi traverso ad un cristallo faccettato, come sarebbe i turaccioli delle bottiglie, o quelli che tu chiami gemme, distinguerai tutti quei colori. Secondo che un corpo rimanda un o l'altro colore, si dice esser verde, indaco, rancio, o altro. I corpi che rimandano all' occhio tutti i raggi si chiamano bianchi; e quelli che li assorbiscono tutti si chiamano neri.

            Neuton, giovane di soli 22 anni, avea fatto molte importantissime scoperte, e domandandogli alcuno in qual modo fosse riuscito a trovar cose tanto fine, rispose: « Col pensarvi giorno e notte. »

            E questo, o mio buon giovinetto, è l' unico modo di riuscire a qualche cosa di bene; far attenzione a tutto ciò che cade sott'occhi. {33 [425]}

 

 

XXII. Il giovinette industrioso.

 

            Federico e Leopoldo erano stati mandati dal loro padre alla campagna a soprantendere alla mietitura. Tornati, il padre chiese a Federico: - Hanno finito di segare? - Nol so.

            Il grano era ben maturo? - Non ci ho badato.

            Al vecchio fattore cessò la febbre? - Non sapeva che gli venisse.

            Vuol continuare il bel tempo? - Non capisco.

            Leopoldo invece avea preso notizia degli operanti, rese conto che il grano era poco stagionato, e però conveniva venderlo o farlo macinare: che dai vicini aveva inteso come il raccolto fosse scarso, onde si potea cavarne un buon prezzo; che aveva fatto raccogliere le frutta per venderle sul mercato, e delle migliori n'aveva portato un panierino al fattore malato, il quale gli avea dato mille benedizioni. Era {34 [426]} presente uno zio dei due giovanetti, il quale disse: « Leopoldo ha gli occhi in capo: il voglio con me. » E lo pose in un suo negozio ben avviato: impratichito, divenne capo di quello; indi lo zio fra pochi anni glielo cedette. Ora Leopoldo è uno de' negozianti più agiati.

            Federico andava sempre a scivolare sur uno stagno gelato. Una volta non osservò che il freddo era scemato, e che v'erano de' crepacci: andò innanzi senza far mente, e il ghiaccio gli si ruppe sotto. Povero giovinetto!

 

 

XXIII. I due matti.

 

            Due matti imbacuccati nei loro man telli, tremando di freddo entrano in certa osteria, e pregano l'oste ad accendere una fascina, e così ristorarli. L'oste pronto al focolare li mena ed attizza un gran fuoco, poi se ne va. Intanto uno di quelli s'acconcia presso {35 [427]} il fuoco per modo, che, se fosse stato di paglia, e' si sarebbe incenerito allora allora. L' altro si ferma in capo della grande stanza, e tratte fuori dal ferraiolo le mani, sta colle braccia tese al focolare per riscaldarsi. Indi a poco quegli ch'era in sulla brage esclama: Maledetto fuoco! ei mi brucia. Questi che era lontano soggiunse: Oh! io son freddo freddo come prima; e chiamano l'oste. Vien egli, il domandano tutti e due che fuoco, che legna fossero quelle? perchè l'uno diceva d'abbruciarsi, e l'altro non sentirvi punto di calore. Rispose l' uomo, accortosi che non istavano bene in cervello: Il male non è nel fuoco, è in voi. Tu accostati al fuoco quattro passi e ti riscalderai: e tu due tanto rittirati che non ti brucerà di certo. Come egli disse fecero: quindi preso un poco di conforto se ne partirono, lodando il fuoco, le legna, e l'avviso dell'oste. - Questi due pazzi sono il ritratto di quelli che non sapendo usare le cose, come richiede la loro natura, le credono male, tuttochè buonissime, e se ne lamentano. {36 [428]} Non basta il bene a chi non sa farne buon uso. Son lodevoli le ricchezze: ma diventano biasimo nelle mani di chi, o prodigo le getta in istravizi e gozzoviglie, od avaro, le tiene in uno scrigno di ferro.

 

 

XXIV. I tre amici.

 

            Aveva Fronimo stretta amicizia con due ben nate persone, ma nelle loro maniere affatto affatto contrarie. Immaginatevi un uomo cresciuto nella corte tutto gentile e grazioso; un altro allevato in città senza grande studio di galateo, senza politezza di vita; ed eccovi i due amici di Fronimo. Il primo costumando con lui, un altro lui sembrava; poichè ne' dolori di Fronimo sapeva cambiar colore di volto, mandar affievolita la voce, e mostrarsi più ch'egli stesso non era da dolore trafitto; nelle prospere fortune poi avreste detto ch'egli ne fosse il felice. {37 [429]} Conciofossecosachè spessi fossero al cielo i ringraziamenti ch'e' per l'amico faceva, spessi gli evviva che dalla bocca con festa mandava. Trinciava e in andando e in venendo all'amico riverenze profonde, tenea sempre piegato il capo agli inchini, gli stringeva di tempo in tempo la mano, con lui motteggiava leggiadramente; sicchè fu preso l' animo del buon Fronimo in guisa ch'egli per altro occhio non vedeva che per lui, e lui teneva per gemma da guardare con diligenza. Al contrario non passava il secondo nelle cerimonie oltr'a' saluti; e l'allegrezza od il dolore che per l'amico sentiva, più nel seno celava che di fuori mostrasse. Onde Fronimo abbagliato dagli artifiziosi modi dell'altro, con amichevole viso questo ricevea mosso dalla creanza piuttosto che dall'amore. Intervenne un giorno, che per certo interesse dovette pagare gran somma di danaro; nè tanto in scrigno n'aveva ch'a quello aggiugnesse. Entrando in isperanza che l' amico grazioso l' avrebbe del denaro servito, alla sua {38 [430]} casa avviossi. Picchia all'uscio, gli apre con parole assai amichevoli, e con lieto viso il riceve; ma dettogli perchè fosse venuto, il galante signore, bravo a negare con grazia, lo mandò senza conforto. Che ha da fare? Va alla casa dell' altro amico, ma senza punto di confidenza, per avventurare una domanda soltanto come i disperati il colpo, che se va va. Giuntovi, fa chiaro del suo bisogno l'amico, d'aiuto il prega. Vedi amicizia! questi senza più lo trasse allo scrigno e a lui portò le chiavi: Ecco, gli dice, fa ragion che sia tuo. - Le belle parole, i gentili modi non fanno l'amico vero, ma il cuore. È dolcezza di buon uomo creder amico un cortigiano affinato nell'arte di conversare galantemente. Nel fatto dell'amicizia ho più caro un addio, come si dice, alla carlona, che un numero infinito di complimenti alla francese. {39 [431]}

 

 

XXV. Il medico ed il fanciulle infermo.

 

            Essendo infermo di grande infermità un fanciullo, ed avendolo visitato il medico, gli ordinò un amarissimo beverone. Manda la madre dallo speziale per esso; ed avutolo il porge al figliuoletto, confidandosi per quello dover aver conforto le care sue viscere; ma ei nol vuole. La madre dolente gli mette davanti gli occhi il bene che ne gli verrebbe da tal medicina; gli promette denari, roba, e ricorre anco al timore, dicendo come non sarebbe uscito di letto, quando non l'avesse bevuto, e che morrebbe di certo. Quindi il pregava a non voler dare tanto dolore alla diletta sua mamma; e baciandolo, e careggiandolo s'ingegnava di muoverlo ad obbedienza; ma elle furono parole al vento, che l'ostinatello nemmen gustare il voleva. Che si ha da fare? che non s' ha da fare? Risolve d' aspettare {40 [432]} il Dottore; ed appunto picchia l'uscio allora. Trista la madre gli va incontro in capo alla scala, il fa inteso dell' ostinazione del figlio, e lo scongiura a trovar modo, sicchè inghiotta la medicina salubre. Disse il medico di farlo, purchè gli si desse del mele. Detto fatto, ecco il mele. Entra in camera del piccolo infermo; tinge con quello ben bene gli orli del bicchiere; e con eloquenza da Tullio il persuade a porvi sopra la bocca soltanto. Quegli, tra perchè metteva a lui rispetto la voce, il discorso, il portamento del medico, e perch'era pregato di poco, fra labbro e labbro si mise con certo mal garbo il bicchiere; ma appena s'accorse di tanta dolcezza, che addentato il vetro più giù trangugiò l'amaro liquore, e come l'ebbe in istomaco solo s'avvisò dell'inganno: e sputando, e tossendo dava segno dell'amarezza che il travagliava. Ma che? da sì bell'inganno ricevette la vita. - L'utile, che senza il dolce sarebbe avuto in ira e dispetto, mercè il dolce di buon grado s' accetta. {41 [433]}

 

 

XXVI. Il contadina ed i topi.

 

            Teneva un povero contadino nella sua casipola del freschissimo cacio, e per vendere e per nutricare con esso la misera famigliuola. Ma per affè che, trattivi all'odore certi sorci caserecci, l'addentarono e senza farsi coscienza del danno che recavano al povero uomo, presero, le notti principalmente, a roderlo quanto le erano lunghe. Se n'accorse il villano, ed arrabbiatosi contra gl'insolenti animali, sparse quinci e quindi arsenico presso al formaggio. Ed oh fatto e' non lo avesse! Avvegnachè i topi, fingendo i denti così avvelenati nel cacio, la morte loro ad altrui prepararono. Poichè per caso il villano padrone, mangiato della parte tocca dal veleno, se ne morì. - Nel procacciare a'  mali rimedio, ove bisogni sproni, guardisi l'uomo di usare di quelli che possano, spacciando piccolo male, germogliarne uno maggiore. {42 [434]}

 

 

XXVII. Una famiglia cristiana.

 

            S. S. Pio IX felicemente regnante fu nella sua gioventù Vicario apostolico nel Chilì, vasta provincia dell'America. In una delle sue corse apostoliche ben addentro a quelle terre, e lontano dalle contrade popolate, incontrò una misera capanna, dentro la quale stava per esalare l'ultimo respiro un uomo di cinquant' anni, padre di numerosa famiglia. Qui vi era un infelice a soccorrere, un'anima a salvare; bisognava assai di meno per determinare il ministro di Gesù Cristo a sospendere il suo cammino. Piantò dunque la sua tenda sopra la soglia di questa capanna, mettendola sotto la protezione della croce.

            L'infermo era preso da una di quelle malattie per cui ogni soccorso umano riesce indarno, il suo corpo già apparteneva alla terra. Il sacerdote di Dio più non pensò fuorchè a dare il cielo a {43 [435]} quell'anima. A questo scopo indirizzò tutte le potenze del suo cuore, poichè quando la morte si approssima, le ore volano. L'infermo fu così compunto dalla sua parola viva e calda, dalle lacrime che cadendo dagli occhi del prete caritatevole riscaldavano, prima d'arrivare al cuore, la sua fronte di già ghiacciata; fu così tocco dalla vista della celeste effigie inchiodata sopra una croce per riscattare gli uomini, che dimando egli stesso e ricevette con amore il battesimo. Sua moglie e i suoi figliuoli lo ricevettero anch'essi quasi ad un punto. Qual vago spettacolo offriva questa cerimonia religiosa, celebrata sotto la vôlta del cielo senza verun altro testimonio fuor quello di Dio! Là un uomo disteso sopra una pelle di bestia selvaggia e sull' orlo d'una tomba, qui una donna scioglientesi in lagrime e più in là fanciulli grandemente rattristati, l'uno sospendere il passo nel cammino dell'eternità, gli altri dar tregua alla loro disperazione per ascoltare con calma la voce di Dio che prometteva loro le {44 [436]} gioie celesti. Fu bello vederli allorchè, curvata un momento la fronte sotto la mano che versava l' acqua rigeneratrice, essi si rilevavano consolati, ripetendo col sacerdote queste magnifiche parole: « Io credo in un solo Dio, il Padre onnipotente che ha creato il cielo e la terra, il mare e le stelle. Io credo in un solo Signore Gesù Cristo, Figliuolo unico di Dio, nato dal Padre increato avanti i secoli, Dio di Dio, lume della luce, che non è stato fatto, ma generato consustanzialmente dal Padre per cui tutto fu fatto, che è disceso dai cieli per la salute degli uomini; io credo nello Spirito Santo che è eziandio Signore e dà la vita, che procede dal Padre e dal Figlio. Io credo nella Chiesa che è una, santa, cattolica, apostolica e romana. Io confesso che non v'ha che un battesimo per la remissione dei peccati. Io attendo la risurrezione dei morti e la vita dei secoli avvenire. »

            Qualche ora dopo, il capo della famiglia spirò tra le braccia dei prete cattolico, il quale volle assisterlo negli {45 [437]} ultimi suoi momenti e consolare la ferocia della sua natura parlandogli del cielo e di Dio, di Dio migliore degli uomini, del cielo più dilettoso della terra. Gli serrò gli occhi, lo seppellì colle proprie sue mani in una sua camicia che erasi strappata, e lo portò nella tomba che aveva egli stesso scavata appiè d' una verde quercia. Prima di partire volle eziandio piantare una croce di legno sopra il tumulo, e accanto alla croce un rosaio selvaggio. « Se i venti dell' uragano sterpano questa croce, disse alla famiglia desolata, ponetene un' altra, perchè essa è il segno della salute. Se l'uragano delle male passioni soffia nel vostro cuore, venite accanto ad essa a pregar Dio, il quale mette la calma ed il riposo nel luogo dell' uragano e delle tempeste. Pregate, amate questo buon Dio, non lo dimenticate giammai, e i dolci pensieri germoglieranno nella vostra anima, come queste rose selvaggie cresceranno sopra il monticello del defunto. Addio. » Partì colla borsa leggiera, ma portando {46 [438]} con se le benedizioni della vedova e degli orfani che aveva soccorsi e consolati.

 

 

XXVIII. Un bel cavallo.

 

            Un abitante del quartiere dei Monti in Roma possedeva una sola carretta e un vecchio cavallo che ebbe la sventura di perdere. Questo cavallo procacciava il sostentamento a lui e a sua madre, buona vecchia, della quale aveva gran cura. La sua pietà figliale gli diè animo a presentarsi al Quirinale, antica abitazione dei Pontefici, per manifestare al Papa stesso il suo infortunio e dimandargli il più vecchio e il più cattivo cavallo delle sue scuderie.

            « Se vi do un cavallo di rifiuto, gli disse il buon Pio, come potete farlo lavorare?

            - Lo aiuterò, santo Padre! son giovine e forte, e la più grossa parte la piglierò per me. {47 [439]}

            - Ma vostra madre è vecchia, non bisogna abusare della vostra forza, nè della vostra giovinezza; bisogna al contrario conservarvi per lei.

            - Ecco perchè son venuto a domandarvi un cavallo, santo Padre.

            - Ed io vi ringrazio d'aver pensato a me piuttosto che ad un altro. »

            Il Papa gli fece bentosto dare un buono e vigoroso cavallo con due monete d' oro di 20 franchi: il cavallo per lui, i 40 franchi per sua madre.

            Se la felicità non uccide, rende talvolta pazzo. Poco mancò che il poveretto non perdesse il cervello. Salito sul suo cavallo, fiero come un imperatore romano, galoppò tutto il dì pei quartieri dei Monti, colle due monete d'oro in mano, gridando con quanto aveva in gola; Viva Pio nono! Viva Pio nono!

 

 

XXIX. La croce d'oro.

 

            Uno de' suoi segreti agenti attraversando il ghetto, vide una giovinetta {48 [440]} sguizzare misteriosamente nella bottega di un ebreo, e potè seguirne tutti i movimenti senz' essere avvisato. Essa vendette una croce d' oro alla quale senza dubbio dava un gran prezzo perchè la sua mano tremava nel riceverne il danaro e i suoi occhi si bagnarono di una lacrima. Dovea ben essere infelice per ispogliarsi in tal guisa d'un ornamento sacro per tutte le donne romane. L'agente segreto si trovava sulla traccia d'una bella avventura pel suo augusto signore e determinò di condurla a buon fine. La giovinetta uscendo dalla bottega dell'ebreo corse immantinente presso un fornaio a comperare un grosso pane che nascose sotto il grembiale, poi ritornò, sempre correndo, nella via deserta ove abitava. L'agente non l'avea perduta di vista, e le tenne dietro lungo una scala oscura e tortuosa ch' ella saliva senza dubitare di essere spiata. Giunta sul pianerottolo, ella aprì un usciolo, che nella fretta non pensò di serrare. Quivi, in una camera nuda, una vecchia donna inferma languiva di fame. {49 [441]}

            « Prendete, mia buona madre, le disse la figliuola entrando, ecco del pane, mangiate.

            - E tu, mia fanciulla, le rispose la vecchia, divorando il pezzo di pane che riceveva, perchè non mangi mai?

            - Oh! io, e differente; ho desinato in casa di una delle mie compagne, e non ho fame. » Contenta della sua ingegnosa menzogna, la povera fanciulla, morendo anch' ella d' inedia, aggiunge:

            « Rincoratevi, mia madre, si dice che il lavoro diverrà abbondante; Pio IX, nostro buon padre, ha dato ordini per tale effetto.... Voi non avete più fame; via consolatevi; Iddio buono non ci abbandonerà, Pio IX veglia su noi. » Avea appena finite queste parole, che una moneta d'oro coll'effigie di Pio IX cadde a' suoi piedi; ella si slanciò verso l'uscio, ma l'agente protettore era scomparso. « Voi vedete, mia madre, che Iddio si commosse a pietà di noi, ripigliò ella facendo brillare a' suoi occhi la moneta d'oro; ci vengano ora dire che non si fanno più {50 [442]} miracoli! » Quest' avventura diverti assai Pio IX, il quale volle conchiuderla egli stesso.

            Fece ricomperare la croce venduta la sera avanti e la rimandò alla giovinetta con cinque monete d'oro accompagnate dalla presente lettera:

 

                        Mia cara figliuola,

 

            « Voi aveste ragione di sperare in Dio. Egli non abbandona giammai la pietà figliale. Voi avete ragione di sperare in Pio IX; egli veglierà affinchè vostra madre e voi non moriate di fame. »

 

 

XXX. Una tomba illustre.

 

            Il Sommo Pontefice recavasi un giorno al Vaticano in piccol treno, era solo nella Sua carozza di città; senza guardie nobili alle portiere, e senza accompagnamento d'onore, allorchè incontrò per via un convoglio {51 [443]} funebre, solitario, isolato, senza parenti, senz' amici. Un solo sacerdote camminava salmeggiando dietro la croce. « Convien dire che questo infelice fosse solo al mondo, disse il Papa, poichè vien portato all' ultima sua dimora senza lacrime e senza cordoglio. » Così dicendo, ordinò al suo cocchiere di fermarsi, discese dalla carrozza, e formando egli solo il corteggio del povero defunto, l'accompagnò sino al cimitero. Giunti quivi, gettò l' acqua benedetta e la prima gleba sulla fossa spalancata; piantò egli stesso la croce funeraria, e non si ritrasse che dopo aver recitato il De profundis sopra questa tomba modesta, più illustrata oggi che la tomba d'un re.

 

 

XXXI. Il fiasco rotto.

 

            Altra volta recandosi sconosciuto alla Madonna degli Angeli, vide una giovinetta affannata aggirantesi per una {52 [444]} via. La povera fanciulla strappava il cuore colle sue lacrime. Il Papa discendendo dalla carrozza, le chiese il motivo della sua disperazione.

            - Eh, signor abbate, disse ella, fui colpita da una grande sventura.

            - Quale, mia fanciulla? è riparabile?

            - Oh no! signor abbate.

            - Che è dunque?

            - La mamma mi ha dati cinque baiocchi per comprar vino, io sono caduta, il fiasco si è rotto e il vino versato; vedete, signor abate! non v'è che Dio buono che possa accomodare il mio fiasco e rendermi il mio vino.

            - Non bisogna piangere in tal modo per cinque baiocchi, mia fanciulla. È un accidente e non una sventura.

            - Non è per i baiocchi che piango; è per le botte che mi aspettano a casa se ritorno senza il fiasco pieno, la mamma, invece di abbracciarmi, mi batterà.

            - Gli è differente allora; tò, mia fanciulla, prendi questo. Compra un fiasco più grande che non era il rotto, fallo riempiere di vino d'Orvieto, e tua {53 [445]} madre invece di batterti, ti abbraccierà due volte. - Così dicendo il buon Pio le diede un grosso scudo nuovo di zecca.

            - Oh mio Dio! grazie, signor abbate! gridò la fanciulla che non avea mai avuto per avventura una così grossa fortuna nelle sue piccole mani. Grazie! Grazie!

            E mentre il Papa si accingeva a risalire nella modesta sua carrozza, la giovinetta lo afferrò alla sottana nera, dicendogli: « Il buon Dio e mamma non vogliono ch'io mentisca, perchè la bugia è un brutto peccato che fa piangere Gesù. Racconterò dunque a mamma la ventura che m'è capitata. Che dovrò dirle se mi dimanda il nome della persona che mi ha dato questa bella moneta d'argento?

            - Le dirai che gli è un povero prete che abita al Quirinale. Addio, mia fanciulla.

            - Addio, signor abbate. Stasera pregherò Gesù per voi. {54 [446]}

 

 

XXXII. Un orfanello e quattro scudi.

 

            Un altro fatto fece nuovamente risplendere l'immensa carità del sovrano Pontefice. Un povero fanciullo, tutto lagrimoso e frenato dalle guardie svizzere, tentava invano di giungere sino a lui; teneva in mano una supplica gridando con voce dolorosa:

            « Vi prego, miei buoni soldati, in nome di mia madre, lasciatemi parlare al Papa; mi si disse che egli è il padre de' fanciulli poveretti. »

            Pio IX si fermò, e fattosi rimettere la supplica, lesse:

 

                        « Santissimo Padre,

 

            « Mia madre è vecchia ed inferma; io... io sono troppo giovine per sostentare la sua e la mia vita, il nostro padrone, uomo cattivo, ci vuol cacciare domani se non gli paghiamo i quattro scudi, de' quali siamo debitori. Questi quattro scudi sarebbero {55 [447]} per noi una fortuna. Degnatevi prestarceli; io ve li renderò allorchè sarò più grandino. »

            L'alterezza infantile di questa supplica piacque a Pio IX.

            - Come ti chiami, mio buon fanciullo, e qual è la tua età? gli disse.

            - Io mi chiamo Paolo e ho dieci anni.

            - Che fa tuo padre!

            - Ci aspetta in Paradiso da dieci anni.

            - Tua madre!

            - Ricama e prega il buon Dio da mane a sera.

            - Ove dimorate?

            - Via de' Carbonari.

            - Bene, mio fanciullo! torna domani alle ore tre; io ti darò i quattro scudi di cui tua madre ha bisogno.

            - Voi ce li presterete, perchè noi ve li renderemo.

            Il santo Padre nello stesso di fa prenderne informazioni. Il piccolo supplicante aveva detta la verità; presentatosi l' indomane all' ora disegnata, {56 [448]} Pio IX, invece di quattro, gli diede dieci scudi.

            - Non vi ho chiesto dieci scudi, disse il fanciullo rendendone sei.

            - Riprendili, disse il buon Pio, portali a tua madre, e dille di non inquietarsi dell' avvenire; me ne incarico io.

 

 

XXXIII. Il vecchio Guidi.

 

            Il 28 marzo 1847 nel momento, in cui erano in gran vigore le misure di polizia messe dal governo pontificio per liberare la Capitale dai vagabondi e mendicanti più o meno pericolosi, i Carabinieri arrestarono vicino al palazzo papale un vecchio coperto di polvere e cencioso, il quale fu immantinente condotto all' ufficio di polizia.

            « Io non sono un ladro, disse, io mi chiamo Guidi, arrivo da Fano per vedere il nostro santo Padre, il Papa; voi non mi metterete in prigione prima {57 [449]} che l'abbia visto; dopo farete di me ciò che vi piacerà, perchè non avrò più nulla a desiderare per la mia povera vita. Vi prego dunque, miei cari signori, andate a dire a Pio IX, che il vecchio Guidi desidera vederlo. » - A Parigi i municipali avrebbero tolto quest'uomo per un insensato e l' avrebbero condotto a Charenton o almeno alla Prefettura della polizia. Qui invece i Carabinieri gli agevolarono il mezzo per raggiungere il suo desiderio; egli ottenne la felice ventura di essere ammesso all' udienza pubblica del santo Padre. Dal suo viso pallido e contraffatto da un lungo cammino traspariva una profonda emozione; le sue gambe stecchite tremavano sotto un corpo curvato da ottanta inverni. Al suo arrivo nell'anticamera, le sue forze non rispondendo al suo coraggio, oppresso forse dalle varie emozioni che lo agitavano, cadde privo di sensi ai piedi dei prelati e degli officiali pontificii, che lo trasportarono in una sala vicina.

            Avvertito di quanto succedeva, Pio {58 [450]} IX, non volendo privare il povero contadino del favore, al quale poneva un si gran prezzo, ordinò che gli si venisse presentato appena fosse in istato di comparire innanzi a lui. Alle ore quattro venne ammesso alla presenza di Sua Santità.

            - Che volete, disse il Papa dopo averlo rialzato da' suoi piedi, che avea coperto di baci e bagnati di lacrime, che volete, mio amico?

            - Raccontarvi una storia.

            - Parlate, vi ascolto. Il contadino cominciò:

            « Già sono moltissimi anni, una nobile e grande famiglia degli Stati romani s' era condotta, secondo l' uso, nel principio dell'ottobre, a una bella villa che possedeva a sei miglia da Sinigaglia. Il capo di questa famiglia aveva un grazioso fanciullino, vispo e allegro, chiamato Giovanni. Questo fanciullino pigliò ad amare un giovine contadino di vent'anni, acconciato al servizio della sua famiglia, il quale si prestava con tenerezza a tutti i suoi giuochi. Un giorno, passeggiando tutti {59 [451]} e due traverso i campi, correndo dietro una farfalla o fermandosi a coglier fiori, s'arrestarono sulla riva d'un lago piccolo ma profondo e pieno d'acqua stagnante. Erano in questo lago pesci rossi che nuotavano alla superficie. Il fanciullo li vide e trastullandosi de' loro allegri giuochi, volle pigliarli nelle sue piccole mani. S'avvicina più e più alla riva e già sta per afferrarli, quando ad un tratto gli fallisce sotto il piede il terreno macero e sdrucciolevole, cade nell' acqua e scompare. Ma per buona ventura la Provvidenza e il giovine contadino vegliavano su lui. Il contadino non esita un istante, senza badare al pericolo, si slancia vestito nel lago, vi s'immerge due volte, afferrò il fanciullo e lo rimena sano e salvo sulla riva. Quel fanciullo eravate voi.

            - Il contadino?

            - Era io.

            - Non ho dimenticato questo evento. Voi vi chiamate?

            - Guidi.

            - Gli è vero! dopo Dio, è a voi {60 [452]} ch'io debbo la vita e il trono. Voglio e debbo ricompensarverne. Che bramate?

            - Nulla per me, santissimo Padre, perchè di presente io sono il più ricco contadino de' vostri Stati; ho riveduto il piccolo Giovanni, ho ritrovato il gran Papa, io sono felice. »

            Il buon Pio, commosso fino alle lacrime da queste prove d'amore, raddoppiò la sua felicità concedendo per lui e per la sua famiglia una somma assai considerevole per vivere al disopra del bisogno.

            Tre giorni prima il sovrano Pontefice aveva indirizzato a tutti i patriarchi, arcivescovi, e vescovi un'enciclica concepita in termini calorosi, nella quale li esortava a pregare e far pregare in un divoto triduo il Dio delle misericordie, affinchè egli volgesse uno sguardo benigno sulle tribolazioni dell'Irlanda. Di più li invitava a raccogliere dalla pietà dei fedeli doni caritatevoli per soccorrere gl' Irlandesi nella desolazione della carestia e del tifo. {61 [453]}

 

 

XXXIV. Il mio ritratto.

 

            Nei primi tempi del pontificato di Pio IX, un venerabile sacerdote francese ottenne l'onore di visitarlo; egli fu così commosso dalla vita santa e inspiratrice di Pio IX, che gli cadde ai piedi senza potere articolar parola. Il Pontefice lo sollevò onorevolmente, confortandolo. Appena potè parlare, santo Padre, disse, fatemi dono del vostro ritratto. Pio IX prese in mano la croce, e alzando gli occhi al cielo, sclamò: Ecco il mio ritratto! Io porto sulla fronte la corona di Cristo[5].

 

Con permissione Ecclesiastica. {62 [454]}

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