I papi da S. Pietro a Pio IX. Fatti storici

San Giovanni Bosco

I papi da S. Pietro a Pio IX. Fatti storici
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Prefazione

 

            Offriamo al pubblico quest'opuscolo in cui ci sforziamo, per quanto gli stretti limiti di un piccolo volume ci permettono, di rendere manifeste le grandi azioni del Papato, durante il corso de' secoli; dopo la sua divina istituzione fatta da Gesù Cristo medesimo. Noi speriamo che questo lavoro, quantunque umile, contribuirà un poco a far spiccare la verità di quelle parole che il nostro immortale pontefice Pio IX, le cui azioni altrettanto grandi quanto gloriose, renderanno certamente la sua memoria illustre e cara alla Chiesa, pronunziò nel suo concistoro segreto del 17 settembe {3 [329]} 1860: « La Sede Apostolica lungi dall'essersi mai opposta alla vera e soda felicità delle nazioni, in ogni epoca si rese benemerita di tutto il genere umano. Per suo mezzo le nazioni barbare furono civilizzate e convertite alla vera religione; i tumulti delle guerre furono sedati, le arti e le scienze furono in ogni modo propagate; la carità ha fatto sorgere pubblici asili a sollievo dei bisognosi; i principii del giusto e dell'onesto furono consolidati e promulgati ai principi ed ai popoli anco in mezzo ai più grandi sconvolgimenti questi fatti e parecchi altri attestati da molte chiare prove saranno sempre dalle storie celebrati ad edificazione di tutte le età. »

            Noi avvertiamo i lettori che tutti i fatti che narreremo sono tratti dalle Storie ecclesiastiche. {4 [330]}

 

 

Capo I. Il primo Papa dà la sua vita per Gesù Cristo.

 

            I dodici Apostoli dopo ricevuto collo Spirito Santo il dono delle lingue si divisero il mondo. S. Pietro dopo d'aver fondata la Chiesa d'Antiochia, dove per la prima volta i seguaci del Nazareno furono detti Cristiani, e dopo d'aver predicato l'Evangelio nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadoccia, nell'Asia e nella Bitinia, venne a fissare la sua sede a Roma. Questa città capitale del mondo pagano, era come il centro dell'universo, in cui eransi radunati {5 [331]} tutti gli errori, e di qui la luce della Verità doveva risplendere a tutte le nazioni, e poteva più facilmente apparire e spargere i benefici suoi raggi per tutte le parti della terra. S. Pietro si trovava a Roma con s. Paolo sotto l'imperatore Nerone a' tempi in cui Simon Mago facevasi ammirare per diversi prodigi, ch'ei faceva col mezzo della magia divertendo il popolo non meno che l'imperatore colle sue sacrileghe azioni. Un giorno Simone aveva promesso di volare e di ascendere al cielo, imitando l'Ascensione di Gesù Cristo; mentr'egli pertanto si alzava in realtà sollevato dai demoni, s. Pietro e s. Paolo presenti a questo spettacolo si gettarono ginocchioni e pregarono insieme, invocando il nome di Gesù Cristo. I demoni spaventati lasciarono Simone, il quale cadde, e rimase steso al suolo colle gambe rotte. Per questo fatto ed altri ancora l'empio Nerone irritato contro i due Apostoli li fece arrestare e mettere in prigione. Erano essi custoditi nella prigione Mamertina, che trovavasi ai piedi del {6 [332]} Campidoglio e che si estendeva sotterra. Essi restarono in quella prigione novemesi. Durante questo tempo due dei loro guardiani si convertirono, stupefatti de' miracoli che vedevano operare, e s. Pietro li battezzò insieme con quarantasette altre persone che si trovavano in quel carcere.

            Qualche tempo prima che s. Pietro fosse incarcerato, i fedeli lo animarono a fuggire da Roma per evitare la persecuzione. Egli per consolarli ubbidì, ma giunto alle porte della città, gli apparve Gesù Cristo in atto di voler entrare in Roma. Dove andate, Signore? gli domandò Pietro. Gesù Cristo gli rispose: Vado a Roma per essere crocifisso un'altra volta. S. Pietro disse fra se: Gesù non può più morire, è dunque nella mia persona che egli vuole essere crocifisso, ed allora ritornò indietro. Difatto, non molto dopo fu condannato a morte, e fu condannato al supplizio della croce come giudeo e come persona vile. Volevano crocifiggerlo nella maniera solita, ma egli disse di non esser degno di venir trattato come il {7 [333]} suo Maestro, e volle essere attaccato alla croce col Capo in giù. Tale fu il primo Papa. Egli diede l'esempio ai suoi successori di rendere testimonio alla verità, sino allo spargimento del loro sangue.

 

 

Capo II. Lettera di s. Clemente ai Corinzii.

 

            S. Lino succedette a s. Pietro, e a s. Lino s. Clemente. Questi ristabilì la pace nella Chiesa di Corinto ove lo spirito di invidia aveva seminato qualche discordia in mezzo ai fedeli; egli scriveva ai Corinzii una bella lettera. Eccone qualche breve frammento:

            « La Chiesa di Dio che è a Roma, alla Chiesa di Dio che è a Corinto; a coloro che sono chiamati e santificati per la volontà di Dio in N. S. G. C., che la grazia e la pace di Dio onnipotente, per Gesù Cristo si accresca in ciascuno di voi e sia reciproca. {8 [334]}

            Noi temiamo, carissimi fratelli, che le afflizioni che ci sono arrivate non abbiano ritardato l'applicazione che noi dovevamo avere alle quistioni che voi ne avete fatte concernenti l'empia e detestabile sedizione, dalla quale gli eletti di Dio devono essere così lontani... Chi non istimava la vostra virtù e la fermezza della vostra fede? Chi non ammirava la sapienza e la moderazione cristiana della vostra pietà? Chi non pubblicava la magnificenza della vostra ospitalità? Voi camminavate secondo le leggi di Dio sommessi ai vostri pastori. Voi rendevate l'onore conveniente ai vostri vecchi. Voi avvenivate i giovani d'aver sentimenti onesti e moderati, le donne d'operare in tutto con una coscienza casta e pura, amando i proprii mariti, come è loro dovere, restando sottomesse, applicandosi all'andamento delle loro case con grande modestia. Voi eravate tutti pieni di sentimenti d'umiltà, senz'alcuna vanità; disposti piuttosto a star soggetti che a comandare, {9 [335]} a donare che a ricevere, contenti di ciò che vi dona il Signore per il pellegrinaggio di questa vita, ed applicando con cura a voi stessi la sua parola, la custodivate dentro il cuore, e sempre tenevate la sua dottrina d'innanzi agli occhi. Consideriamo coloro che maneggiano le armi sotto i nostri principi, con quanto ordine e sommissione eseguiscono i loro comandi; non tutti sono prefetti, non tutti tribuni, non tutti centurioni; ma ciascuno al suo posto eseguisce gli ordini dell'imperatore e dei comandanti. Non possono stare i grandi senza i piccoli, nè i piccoli senza i grandi. Ilavvi una mescolanza e un uso di tutto in ogni ordine di cose. Prendiamo ad esaminare il nostro corpo; la testa senza i piedi è nulla, nè i piedi sono alcunchè senza il capo. I più piccoli dei nostri organi sono necessarii a tutto il corpo. E tutti cospirano insieme, e sono l'uno all'altro subordinati per la conservazione di tutto. Perchè adunque vi sono tra noi contenzioni? {10 [336]} Non abbiamo forse tutti lo stesso Dio, lo stesso Cristo, lo stesso spirito di grazia diffuso su di noi, la stessa vocazione in Gesù Cristo? Perchè divideremo noi le sue membra? Perchè facciamo noi la guerra al nostro proprio corpo? Siamo noi talmente insensati da dimenticare che noi siamo membra gli uni degli altri? O miei dilettissimi, noi vi scriviamo non solamente per avvertire voi, ma anco per donare un salutare avvertimento a noi stessi; imperocchè noi facciamo tutti lo stesso viaggio, ed il medesimo combattimento ne è imposto. Chi è tra voi generoso, chi tenero, chi pieno di carità? Che egli dica: se io sono causa della sedizione, della querela, delle divisioni, io mi ritiro, me ne vado dove voi vorrete, e son pronto a fare ciò che vuole la moltitudine. Noi ne conosciamo molti che, si sono perduti, facendosi essi stessi schiavi per riscattare gli altri, e che del prezzo della loro libertà hanno nodrito gl'indigenti. » {11 [337]}

 

 

Capo III. Zelo dei Papi per la propagazione della luce Evangelica - Piccolo esercito che va a conquistare la Gallia.

 

            La fiaccola della fede brillava, nel mondo. La parola evangelica predicata dagli Apostoli erasi diffusa in lontane regioni, e di già aveva sottomesso una grande parte dell'universo al suo impero. I governi avevano un bello spargere il sangue cristiano. Come un fiume maestoso a cui invano si vanno opponendo dighe ed ostacoli, che sempre continua il suo corso vittorioso, e innonda tutto malgrado gli sforzi che si fanno per arrestarlo, così la religione andava aumentando ogni giorno con una incredibile rapidità le sue conquiste. Il sangue cristiano che si spargeva, sembrava non essere altro che semenza, la quale facesse crescere i discepoli di Gesù Cristo, e sempre più li aumentasse.

            I Cristiani di già avevano perfino {12 [338]} superato in numero gli adoratori degli idoli. Ed è a questo punto, che Tertulliano verso la fine del secondo secolo poteva scrivere agli Imperatori Romani: « Noi non siamo che di ieri e di già siamo sparsi per ogni dove. Noi occupiamo i vostri palagi, le vostre città, i posti delle vostre truppe, i vostri tribunali; noi non vi lasciamo che i vostri templi. Durante il corso dei primi secoli un piccolo esercito è mandato in una grande parte della Gallia, non ancora sottomessa, per conquistarla a Gesù Cristo. Questo piccolo esercito è composto di alcuni soldati pacifici, valenti campioni della fede, che si presentano colla croce in mano per rovesciare i templi degli idoli ed innalzare sulle loro ruine gli stendardi del Dio salvatore. Questi sono: Trofimo ad Arles, Paolo a Narbona, Dionigi a Parigi, Gastiano a Tours, Saturnino a Tolosa, Marziale a Limosa, Austremonio nell'Alvergna. Già il sangue dei martiri aveva fecondato, nel secondo secolo, la Chiesa di Lione, che aveva la gloria {13 [339]} di contare fra i suoi Vescovi i Potini e gli Irenei. Questa colonia di operai evangelici predica con zelo nella maggior parte delle città la dottrina della salute. La religione sta ornai per brillare nella Gallia del più vivo splendore. Sono i Romani Pontefici che fin dai tempi più antichi le hanno procurato il beneficio del Cristianesimo. La Francia diverrà più tardi la figlia primogenita della Chiesa, il più fermo sostegno del Papato. Possa ella sempre la Francia meritar quest'immortale onore, e non dimenticare che a Roma ella deve la sua Fede.

 

 

Capo IV. I Papi dinanzi agli Imperatori Ariani - Il Papa Liberio.

 

            Cominciava appena la Chiesa a respirare in pace, le persecuzioni di spada erano allora finite, quando sorse Ario, il quale per la sua grande eresia {14 [340]} fece nascere una sì violenta perturbazione in tutta la Chiesa, che il dogma cristiano, senza la fermezza e saggezza del Papa sarebbe perito. L'universo fu alla vigilia di trovarsi ariano. Ario diceva: Gesù Cristo è una creatura più grande senza dubbio che tutte le altre, ornata quanto volete di perfezioni e grazie, ma è una creatura, ed il suo stato per quanto sia elevato, non si estende al di là di quello della creatura. La Chiesa a Nicea formolando il suo simbolo e fulminando l'eresia, proclamò solennemente la Divinità di Gesù Cristo e la consostanzialità del Verbo. L'eresia ariana fu vinta, ma non distrutta. Ella continuò ad esercitare i suoi guasti nella Chiesa e fece il più grande male.

            Gli Imperatori successori del grande Costantino, lungi dall'imitare la pietà del loro padre, e la sua figliale sommissione alla Chiesa, erano divenuti i fautori dichiarati dell'eresia, che all'ombra di questa possente protezione si estendeva sempre maggiormente, facendosi numerosi partigiani. I Vescovi {15 [341]} più illustri soffrivano per la fede; erano questi: s. Atanasio, s. Basilio, s. Cirillo di Gerusalemme, s. Eusebio di Vercelli, s. Paolino di Treveri, Rodano di Tolosa, s. Ilario di Poitiers, la gloria dei Galli, e un'infinità d'altri. I conciliaboli degli Ariani li deponevano dalle loro sedi, e li facevano mandare in esilio, o gettare in carcere. I Pontefici di Roma sostenevano vigorosamente anco contro la potenza imperiale queste confessioni della fede ed essi stessi sovente soffrivano per la stessa cagione; la persecuzione. Uno dei più celebri Papi di quei tempi disastrosi è Liberio. L'Imperatore Costanzo, ariano, non gli lasciava un momento di riposo pretendendo da lui che comunicasse coi vescovi ariani e che sottoscrivesse alla condanna di Atanasio.

            L'Imperatore gli mandò un ufficiale ponando con una mano doni e coll'altra lettere piene di minaccie. L'ufficiale comincia ad esortare Liberio e mostrandogli i doni: Ricevete questo, gli disse, e condannate Atanasio. Il {16 [342]} Papa risponde: Io non sottoscriverò mai la condanna di Atanasio e non riceverò niente; tenetevi le vostre ricchezze, io non le invidio. L'ufficiale gli fa allora le minaccie, ma il Papa non ne è punto commosso. Allora egli vuole sforzarlo, per dire così, a ritenere i doni e va a portarli come una offerta nella Chiesa di s. Pietro. Liberio avendolo saputo mosso da viva indegnazione contro il guardiano del tempio che non lo ha impedito, fa gettare fuori questa offerta impura.

            Per questa cagione è trascinato fuori di Roma nel più fitto della notte, con gran difficoltà dopo le più minute precauzioni per timore del popolo che lo ama. Egli è tradotto alla presenza dell'Imperatore a Milano e là gli s'intima di condannare Atanasio e la fede cattolica. Gli si dice: Voi avete tre giorni per deliberare, se volete sottoscrivere e ritornare a Roma, oppure pensate in che luogo volete essere condotto in esilio. Liberio rispose: Lo spazio di tre giorni o quello di tre mesi non cangia la mia risoluzione. {17 [343]} Allora è esiliato a Berea in Tracia. Ma il popolo di Roma chiama ad alte grida il suo Pontefice. Dopo due anni di esilio e di dolori presentarono a Liberio una formola di fede piena d'inganno ed egli la sottoscrisse credendola in senso cattolico. Gli ariani trionfando di questa sottoscrizione l'interpretarono nel senso eretico. Liberio veduta la frode tosto si alza contro il senso eretico attribuito all'atto di sottoscrizione. Rifiuta costantemente di sottoscrivere una nuova formola preparata dagli eretici e più che mai inculca ai fedeli il rispetto dovuto alle decisioni di Nicea ed è obbligato di uscire ancora una volta da Roma. Egli si nascose, dicesi, in cimiteri vicini alla città sino alla morte dell'Imperatore, alla quale soltanto finì la sua persecuzione.

 

 

Capo V. Munificenze dei Papi verso le Chiese, S. Sisto III.

 

            S. Sisto III nel quinto secolo si rese celebre, ed illustrò il suo Pontificato {18 [344]} sovratutto per uno zelo straordinario per la maestà del culto e l'onore della casa di Dio. Egli arricchì di doni prodigiosi la maggior parte delle grandi chiese di Roma, non contentandosi delle sue liberalità personali, ma esortando ancora e cogli esempi e colle parole l'Imperatore Valentiniano a segnalare per lo stesso oggetto la sua munificenza. Ecco quel che Fleury racconta delle liberalità di questo Papa. Egli ristabilì la basilica di s. Maria anticamente detta di Liberio, e vi pose un altare d'argento vo' dire la sacra mensa, del peso di 300 libbre, e le donò varii altri vasi d'argento del peso di 1163 libbre, un vaso d'oro di 50 libbre, e ventiquattro candelabri di rame di 15 libbre caduno. Egli le donò tra terreni e case la rendita di 723 monete auree. Egli donò al Battistero di santa Maria tutti i vasi necessari d'argento, e fra gli altri un cervo per versar l'acqua, del peso di 30 libbre. Egli mise alla Confessione di s. Pietro un ornamento d'argento del peso di 400 libbre. Egli adornò {19 [345]} pure la Confessione di s. Lorenzo di colonne di porfido e d'argento; egli vi donò un altare di 50 libbre, una balaustrata di 300 libbre, e vi regalò ancora una statua di s. Lorenzo del peso di 300 libbre, da collocarsi al di sopra dell'abside, o giro della vôlta. Egli fece tutta la basilica di questo santo e vi offri molti vasi d'oro ornati di pietre preziose, del peso di 10 libbre. Tutto l'argento che il Papa s. Sisto diede a queste due chiese, il cui peso è espresso, monta a 2611 libbre romane che valgono più di 3000 marche.

            Di più, alla sua preghiera l'Imperatore Valentiniano, offrì alla Confessione di s. Pietro un'immagine d'oro con dodici porte e coi dodici Apostoli e col Divin Salvatore, il tutto ornato di pietre preziose.

            Alla basilica di Satrano, l'Imperatore mise un frontone d'argento del peso di 511 libbre a luogo di quello che i barbari avevano tolto. Ornò ancora la Confessione di s. Paolo d'oro purissimo del peso di 200 libbre. Il {20 [346]} Papa fece eziandio ornare il Battistero di Satrano di colonne di porfido che fece rizzare con un'architettura di marmo, ove fece scolpire versi che ricordavano la virtù del Battesimo e la fede al peccato originale, contro i Pelagiani.

 

 

Capo VI. S. Leone il Grande ferma Attila e addolcisce Genserico.

 

            A s. Sisto succedette s. Leone il grande. I barbari a quell'epoca si sparsero come un torrente devastatore sull'impero romano, e come uccelli carnivori che si gettano con avidità sopra una preda che la Provvidenza dona loro per pascolo. Attila, il flagello di Dio s'avanzava alla testa di essi.

            Continue minaccie uscivano dalla sua bocca furiosa e un terrore spaventevole riempiva i luoghi del suo passaggio. Dapertutto ove il mio cavallo {21 [347]} calca la terra, diceva questo sterminatore, la stessa vegetazione deve sparire. Già altre città in cui questo feroce vincitore si era presentato avevano dovuto la conservazione ai loro vescovi; toccava a s. Leone salvare la capitale del mondo cristiano. Un illustre scrittore ci descrive così il quadro di questo avvenimento:

            Il primo potere ecclesiastico va ad incontrare la forza brutale sotto la più feroce forma. Il genio cristiano si trova a faccia a faccia col genio delle barbarie. Attila si era diffuso in minaccie contro Roma; esacerbato dalla collera dopo la sconfitta di Chàlons, furioso delle sue perdite piombò sopra l'Italia deciso di apportarle l'ultimo colpo; ma egli ignorava che là appunto Dio lo aspettava per vincerlo colla sola presenza del suo Vicario.

            Aquileia, Milano, Pavia, Verona, tutta l'alta Italia era già in potere dei barbari, e le popolazioni disperse si nascondevano nelle lagune dalle quali doveva sorgere Venezia. L'ultimo rampollo della dinastia di Teodosio erasi {22 [348]} fuggito tutto tremante da Ravenna, e cercava un asilo nell'orgogliosa Roma, la patria di Fabrizio, la quale non aveva altri ripari, nè altri difensori che il suo augusto Pontefice. S. Leone, non alla testa di un esercito, ma accompagnato solamente da un piccolo numero di dignitari ecclesiastici, recossi sulla sponda del Po ad incontrare egli stesso Attila. Alla vista del rappresentante di Dio un terror panico, straordinario, prodigioso, s'impadronisce del barbaro, la sua stella si ecclissa, e la sua missione è finita. Roma fu liberata dalle calamità che la minacciavano. Ma a vece di mostrarsi riconoscente di questo divin benefizio, si abbandona di nuovo alla frenesia, ai giuochi del circolo, e ad altri spettacoli osceni. I Vandali più barbari degli Unni accorrono alla voce di una Imperatrice per vendicare l'onore di una donna. Questo era lo stesso pretesto che aveva cagionato la ruina dei Tarquinii. Che cosa fecero allora i poteri costituiti, e i difensori naturali di Roma per respingere il terribile {23 [349]} Genserico? Tutti si diedero a fuggire vergognosamente. La città non era più riconoscibile, era un deserto, i romani aspettavano immobili e sbalorditi il colpo di morte che li minacciava. S. Leone corre di nuovo ad incontrare il re de' Vandali come già aveva fatto per quello degli Unni;.... ma questa volta non piacque a Dio di sottrarre intieramente la città corrotta di Roma dai disastri che piombavano su di essa. Genserico penetrò dentro le mura della città e la saccheggiò durante quattordici giorni e quattordici notti, ma nello stesso tempo ordinò di rispettare la vita degli abitanti e di non bruciare la città, secondo la promessa che aveva fatto al sommo Pontefice.

 

 

Capo VII. Esempio ammirabile del distacco dagli onori.

 

            Chi diede quest'ammirabile esempio è s. Gregorio il grande........ Quando seppe che volevasi eleggerlo {24 [350]} Papa, si servì d'ogni sorta di mezzi per farsene credere indegno; egli interessò a questo fine tutti i suoi amici, rappresentando loro, colle lagrime agli occhi, il pericolo che correva la sua anima rientrando nel mondo che non aveva lasciato, che dopo aver conosciuta per la sua fiacchezza l'impossibilità di salvarsi stando in esso. La sua ultima speranza essendo nell'Imperatore, da cui era amato, gli scrisse nel modo il più proprio a guadagnarselo, e gli suggerì uno spediente altrettanto semplice quanto sicuro, di non approvare la sua elezione. Tutti questi segni d'umiltà non sortirono altro effetto per parte dell'imperatore, che di affrettare l'ordine di procedere alla sua consecrazione. Allora s. Gregorio fece di più; egli si risolse di prender la fuga. Eransi prese precauzioni per impedire un tale avvenimento che supponevasi, mettendo guardie alle porte della città. Gregorio però trovò il mezzo d'ingannare la vigilanza delle guardie. Risoluto ad ogni costo di fuggire la dignità Papale, egli si {25 [351]} travestì, si rinchiuse in una cesta di vinchi e si fece portar via da mercanti. Si nascose nei boschi e nelle caverne durante tre giorni, i quali furon tempo di desolazione per il popolo Romano, più inquieto di questa evasione che delle ostilità dei Longobardi, che in que' tempi assalivano Roma. Non si cessò durante questi tre giorni di digiunare e di pregare fin tanto che il cielo per mezzo di indizii miracolosi, scopri il fuggitivo, che fu preso e ricondotto a Roma. S. Gregorio temette allora che una più lunga resistenza non s'opponesse ai disegni della Provvidenza; egli fu consecrato solennemente nella Chiesa di s. Pietro il 3 di settembre 590. Egli restò ciò non di meno sempre inconsolabile del grave carico, che gli era stato imposto, di portare il quale era certamente più che ogni altro degno. {26 [352]}

 

 

Capo VIII. Un esempio di modestia e un orgoglio scandaloso.

 

            Colui che ci dona l'esempio di modestia è ancora Gregorio Magno, e colui che ci diede l'esempio d'orgoglio è Giovanni il Giuniore, patriarca di Costantinopoli. Giovanni il Giuniore sotto l'apparenza della mortificazione e della penitenza, nutriva una mente gonfia d'orgoglio. Egli si faceva chiamare in modo pomposo il patriarca ecumenico vescovo universale. S. Gregorio volendo donargli una lezione di umiltà prese il titolo di: servo de' servi del Signore. Abbassamento glorioso, giudicato degno da' suoi successori di una imitazione perpetua!

            Pareva che s. Gregorio prevedesse già le conseguenze funeste dell'ambizione scismatica dei vescovi di Costantinopoli. Volendo evitare anticipatamente una sì grande sciagura, fece {27 [353]} tutto ciò che potè, scrisse perfino all'imperatrice Costantina, pregandola d'interporre la sua autorità per impedire la sacrilega usurpazione di questo titolo ambizioso. In questa lettera poi la modestia di s. Gregorio risplende molto chiaramente. Io confesso, diceva all'imperatrice, che i miei peccati sono grandi e che essi meritano questa umiliazione; ma s. Pietro, che non ha peccato, non è giusto che egli abbia a soffrire, sotto il vostro regno, una calamità così disastrosa. Tuttavia, malgrado il suo zelo, non potè porre rimedio a questo male e l'orgoglio prevalse.

 

 

Capo IX. L'Inghilterra convertita.

 

            S. Gregorio prima d'essere innalzato al Pontificato, essendo giovine ancora ebbe il pensiero della conversione dell'Inghilterra. Ecco ciò che era accaduto: {28 [354]} Passando un giorno il santo sul mercato di Roma fu colpito dalla bianchezza straordinaria e dalla bellezza di qualche schiavo Inglese esposto in vendita. Egli domando allora al mercante se infelici così interessanti avevano almeno la ventura d'esser cristiani. Essendogli stato risposto negativamente: che disgrazia, disse con un lungo sospiro, che disgrazia che un popolo così ben fatto sia sotto la potenza del demonio! Incontanente andò dal Papa Benedetto, e gli propose di mandare operai evangelici nella Gran Brettagna e lo scongiurò colle più vive istanze a metterlo nel loro numero. II Pontefice vi acconsentì sebbene con qualche pena; ma il popolo romano affollandosi a questa nuova, e riempiendo la via per cui il Papa andava a s. Pietro, si mise a gridare: Lasciando andare Gregorio voi offendete il Principe degli Apostoli e cagionate la ruina di Roma. Il sommo Pontefice inviò prontamente corrieri per far ritornare Gregorio, e questi non lo raggiunsero che a tre giornate dalla città, {29 [355]} tanta era la fretta che egli aveva di avanzare il cammino, temendo ciò che davvero accadeva. Contro sua voglia pertanto dovette ritornare a Roma. Quando, fu innalzato al Pontificato non perdette di vista l'oggetto che lo aveva così fattamente colpito nella sua gioventù, e appena che gli fu possibile mandò in Inghilterra il monaco s. Agostino con qualche altro religioso a lavorare alla conversione di quel popolo. Si è a questo monaco mandato dal Pontefice s. Gregorio, che l'Inghilterra dovette la sua conversione al cristianesimo, ed alla fede cattolica che professò così lungo tempo e con tanta edificazione per tutta la Chiesa di Dio. Il monaco s. Agostino convertì il re dell'isola Britannica e ben presto l'intiera nazione abbracciò il cristianesimo.

 

 

Capo X. Virtù e lavori di s. Gregorio il grande.

 

            Una tollerante mansuetudine distingueva questo Pontefice esemplare. {30 [356]}

            Un giorno parecchi giudei di Cagliari vennero a lamentarsi a Roma perchè uno di essi recentemente convertito si era reso padrone della loro sinagoga, il domani del suo battesimo. S. Gregorio biasimò questo fervore sconsiderato; e non esitò niente affatto a far togliere da quel luogo la crocè e l'immagine di Maria SS. che già vi avevano messo e rendette l'edifizio ai giudei. Bisogna usare, diceva egli, con questi poveretti una moderazione che li attiri edificandoli, e non una violenza che li ribelli costringendoli. È colle esortazioni e coll'edificazione della carità, aggiunse generosamente, che si devono guadagnare gli infedeli alla Religione Cattolica, e non allontanarli colle minaccie e col terrore.

            Il suo' amore pel suo popolo era senza limiti. I Longobardi guerreggiavano in Italia, ed aveano tolto all'imperatore quasi tutte le sue possessioni in questa dell'impero. Questi nemici venivano parte anco fino a Roma a saccheggiare e commettere grandi crudeltà. Il tenero pastore non potendo impedire questi {31 [357]} eccessi cadde malato di dolore. Peraltro egli pervenne a far gradire la pace ai Longobardi. Essi esigettero somme esorbitanti per lasciare Roma tranquilla, ma nulla parve troppo grave al caritatevole pastore per alleviare il suo infelice gregge, ed egli trovò mezzo di tutto provvedere.

            La carità di questo gran Papa era inesauribile. Si custodiva nel palazzo di Laterano un grosso volume contenente il nome, l'età e lo stato di tutti i poveri che era solito ad assistere tanto in Roma che nei dintorni, ed anco nelle lontane provincie. Il primo giorno di ciascun mese distribuiva in natura delle derrate, secondo la stagione. Tutti i giorni in tutte le vie faceva distribuire le provvisioni convenienti ai malati. Prima di prendere il suo cibo quotidiano, egli mandava una parte delle vivande della sua mensa a poveri vergognosi. Il suo prefetto domestico per suo ordine invitava ogni giorno alla sua mensa dodici forestieri, fra i quali dicesi ch'egli ricevesse un giorno Gesù Cristo e un'altra volta il suo angelo {32 [358]} custode. Malgrado tutte queste cure avvenne che si trovò un giorno un povero morto in un angolo di una via remota. Il santo Papa a s'è imputando questa sventura s'astenne dal celebrare i divini misterii durante più giorni.

            Le opere di s. Gregorio per la religione furono immense. Egli compose ogni sorta di lavori e di istruzioni per l'edificazione della Chiesa combattendo l'eresia, predicando ai fedeli, distruggendo gli avanzi del paganesimo, estendendo il suo zelo sopra il giudaismo, tutto regolando nella casa di Dio, gli officii, i sacramenti, il santo sacrifizio, le diverse ceremonie della liturgia, il canto stesso, cui egli compiacevasi d'insegnare a giovani chierici, e che dal suo nome vien chiamato canto gregoriano. Tale fu questo Papa, appellato a buon diritto, Gregorio il grande. {33 [359]}

 

 

Capo XI. Il Papa s. Martino perseguitato per la fede.

 

            Il Papa s. Martino (l'anno 648) per resistere all'imperatore Costante nel fatto dell'eresia dei Monoteliti, soffri le più dure persecuzioni. L'imperatore Costante giovane principe, naturalmente duro ed imperioso portato sul trono dalla sua infanzia, non aveva mai incontrato che schiavi sottomessi a tutti i suoi capricci. Egli confuse con queste anime vili il vicario di Gesù Cristo, e prese per un oltraggio l'opposizione del santo Papa Martino al suo rescritto appellato il tipo di Costante, il quale tipo favoriva l'errore Monotelita. S. Martino mandando la condanna di questo rescritto imperiale e dell'eresia avea scritto a tutti i fedeli: « Non ascoltate i novatori, e non temete gli uomini, la cui vita passa come l'erba che secca, e di cui nessuno {34 [360]} fu crocifisso per voi. » Queste belle parole, non fecero che eccitare maggiormente la collera di un principe orgoglioso. Egli trovò modo di far condurre fuori di Roma il successore di Pietro, e costringerlo ad imbarcarsi per Costantinopoli, dove trovavasi l'imperatore. Durante questo viaggio che fu lunghissimo, il santo Papa fu strettamente chiuso nel vascello che gli serviva di prigione, quantunque si concedesse lo sbarco agli altri passeggieri come un sollievo indispensabile. Il viaggiò durò quindici mesi perchè l'equipaggio in diversi luoghi allentava. Il Papa era crudelmente tormentato dalla podagra, estenuato da un flusso di ventre che non lo lasciò mai, e sprovvisto di tutto. Che se lungo il viaggio i vescovi od i fedeli provvedevano a' suoi bisogni, tosto le guardie derubavano ogni cosa in sua presenza, lo coprivano d'ingiurie, e maltrattavano i suoi benefattori, e li minacciavano dello sdegno del principe. {35 [361]}

            Giunto a Costantinopoli lo lasciarono un giorno intiero per ispettacolo al popolaccio; bersaglio degli oltraggi degli empi e dei pagani; quindi lo gettarono in una prigione dove lo fecero languire tre mesi, solo, isolato, senza lasciarlo vedere a nessuno. Dopo questo tempo lo fecero comparire innanzi al tribunale del senato, dove lo accusarono di delitti immaginari. Egli però all'esempio di Gesù Cristo suo divin Maestro, non rispose niente ad ogni sorta di ingiurie e di calunnie. Egli non parlò che quando fecero entrare i testimoni che avevano guadagnato e che si fecero premura di farli giurare sopra i santi Vangeli: « In nome di Dio, gridò egli allora, risparmiate loro questo delitto, e fate di me ciò che vi piace. » Allora gli stracciarono la sua stola, lo spogliarono del resto delle sue vestimenta, ad eccezione di una semplice tonaca, che stracciarono sopra la sua stessa persona. L'imperatore intanto godeva di questo spettacolo, contemplandolo attraverso delle gelosie della {36 [362]} sua finestra e gustando così le esecrande gioie di un tiranno.

            Gli fecero ancora soffrire altre ignominie, gli si fece violenza perchè communicasse coi novatori. Ma egli rispose invariabilmente: Fate di me ciò che avete risoluto di fare. Quantunque voi mi sminuzzaste in pezzi, come mi avete minacciato, io non tradirò mai la mia fede. Lo rilegarono finalmente nella Chersonide Tauride ove morì poco dopo.

 

 

Capo XII. Parole di Gregorio III a Leone Isaurico l'Iconoclasta.

 

            Leone Isaurico faceva un'aspra guerra al culto delle immagini e all'ortodossia.

            Era verso la metà del secolo VIII, quando Gregorio III salì sul trono di s. Pietro. Egli si fece tosto premura di scrivere all'imperatore e gli tenne {37 [363]} questo linguaggio fermo ed intrepido: « Sappiate, o Principe, che non tocca agli imperatori di decidere materie religiose, ma che questo diritto appartiene soltanto ai Vescovi. Voi credete di spaventarci dicendoci: io manderò soldati a Roma per ispezzare l'immagine di s. Pietro e farò portar via Papa Gregorio carico di catene, come già si fece al Papa Martino.

            Ma ignorate voi che l'odio che portate alla Chiesa Cattolica ha sollevato contro di voi tutto l'occidente? Voi ci siete oggetto più di compassione che di timore... Convincetevi che le vostre minaccie non hanno niente di terribile, voi avete bisogno dei Papi che vi conservino la fedeltà dei popoli più che i Papi abbiano bisogno di voi. » {38 [364]}

 

 

Capo XIII. Donazioni fatte alla Chiesa Romana. Potere temporale de' Papi.

 

            Gli imperatori d'Oriente, risiedendo a Costantinopoli non portavano più che il vano titolo di Padroni di Roma e dell'Occidente. La loro autorità eravi nulla, malgrado gli sforzi dei Pontefici Romani per mantenerla loro per ispirito di fedeltà ai legittimi sovrani.

            Più occupati di scolastiche sottigliezze e di far la guerra all'ortodossia che di vegliare alla grandezza ed alla sicurezza dell'impero, lasciavano che i Longobardi facessero impunemente delle escursioni per tutta l'Italia e perfino alle porte di Roma. Da molto tempo i sommi Pontefici ed il popolo romano soffrivano molto per le invasioni d'ogni sorta di questo popolo mezzo barbaro. In questo stato di cose il Papa Stefano, dopo parecchie inutili suppliche all'imperatore perchè venisse con un esercito a liberare Roma {39 [365]} e l'Italia, e anteponendo per altra parte la dominazione de' Francesi a quella de' Longobardi, ebbe ricorso alle armi Francesi. Scrisse perciò una lettera commoventissima al re Pepino, il quale uscì tosto dalla Francia e alla testa di numeroso esercito forzò le frontiere delle Alpi, raggiunse il re Longobardo, e dopo averlo vinto, l'obbligò a rendere all'Italia tutte quelle città che le aveva prese. Pepino allora, riguardandosi, e con ragione, padrone assoluto d'una conquista, frutto delle sue vittorie, fece a s. Pietro, alla Chiesa Romana ed a tutti i Papi una perpetua formolata donazione, composta della provincia romana e di parecchie altre città prese all'inimico: e questo fu il primo fondo degli stati Ecclesiastici. In questo modo i Papi, per la generosità de' re francesi, divennero sovrani temporali.

            Parecchi anni dopo, Carlomagno, figliuolo di Pepino, essendo a Roma ed avendo vinto di nuovo il re dei Longobardi, che rifiutava di rendere alla santa Sede le concedute città; {40 [366]} confermò la donazione di suo padre in favore della Chiesa romana, e vi aggiunse eziandio nuove provincie. Il re, come pure i principali signori francesi, giurarono solennemente, sulla tomba di s. Pietro, di mantenere per sempre questa sacra donazione.

 

 

Capo XIV. Inviolabilità, e legittimità del potere temporale del Papa.  - Vantaggi di questo potere temporale.  - Testimonianze di Bossuet, di Fleury e di Napoleone.

 

            « Noi sappiamo, dice Bossuet, che le terre ed i dominii accordati dai nostri re ai sommi Pontefici ed alla Chiesa sono tanto più inviolabili in quanto che si devono considerare come santi e consecrati a Dio; come tali non si può, senza sacrilegio, nè impadronirsene, nè rapirli, nè annoverarli come beni profani. Noi felicitiamo, {41 [367]} con tutto il cuore, la Santa Sede e tutta la Chiesa di questo potere temporale che essa esercita sopra la città di Roma, e le altre Provincie ad essa sottomesse; e noi preghiamo il Signore a conservarlo adesso per sempre nella sua integrità, affinchè possa essere più libera e più indipendente nell'esercizio del potere spirituale che ha sopra tutta la terra. »

            L'abate Fleury si esprime così: « Non è vero che non sia permesso agli Ecclesiastici come ai laici di possedere qualunque sorta di beni temporali. Voi avete veduto che fin dai primi tempi le Chiese, anche sotto gli imperatori pagani, avevano dei beni stabili, e che i Vescovi possedevano qualunque sorta di beni. Donde ne segue ch'essi hanno anche potuto possedere delle signorie.... Tutti questi diritti sono legittimi e non è permesso di contestarli ai preti più che ai laici; e, per ritornare alla Chiesa romana, sarebbe cosa ingiustissima disputarle la sovranità {42 [368]} di Roma e di una gran parte dell'Italia che da tanti secoli possiede; poichè la maggior parte de' principi non hanno miglior titolo che quello del lungo possesso.

            Le parole di Napoleone sono conosciute; esse comparirono in molti scritti che videro la luce ai dì nostri: « L'autorità del Papa sarebbe essa così forte, se il Papa vivesse in un paese che non gli appartenesse e in presenza de' poteri dello stato? »

            « Il Papa non è a Parigi ed è un bene. Noi veneriamo la sua autorità spirituale, precisamente perchè egli non è nè a Madrid nè a Vienna. A Vienna ed a Madrid dicesi la medesima cosa. È un bene per tutti ch'egli non abbia la sua residenza nè presso i Francesi nè presso i loro rivali, ma nell'antica Roma lungi dalle mani degli Imperatori Alemanni, lungi da quelle dei Re di Francia e dei Re di Spagna, tenendo la bilancia uguale fra i re cattolici, inclinandola alcun poco verso il più forte, ma rilevandosi sopra di lui, {43 [369]} quand'egli diviene oppressore. È dessa l'istituzione de' secoli, ed ella è buona; è l'istituzione la più saggia e la più vantaggiosa che si possa immaginare nel governo delle anime. »

 

 

Capo XV. A che servono i beni della Chiesa.

 

            I Papi hanno sempre usato del loro potere temporale e delle ricchezze considerevoli che i pietosi fedeli offrirono loro per fare il bene, ogni sorta di bene, in tutte maniere e sotto qualunque forma.

            Le solennità religiose sono destinate ad insegnare e far progredire la morale, la magnificenza degli edifizi sacri e le pompe del culto si sono elevati, sotto la loro direzione, ai più sublimi splendori. Nei secoli del medio evo, la Chiesa sola possedeva le scienze, le arti e le lettere, ella era l'unica scuola dell'universo. I Sovrani Pontefici aprivano {44 [370]} i loro larghi tesori, e spandevano l'oro a piene mani per fondar monasteri, e più tardi università che conservavano e propagavano ilumi delle arti e delle scienze. Le classi inferiori della società trovavano un asilo ed un soccorso nella sola Chiesa.

            I Papi aprivano le porte degli ospedali costrutti con grandi spese per opera loro, per ricevere gli infermi e gli indigenti. E tale è diffatto nello spirito dei fedeli e nella volontà della Chiesa, la destinazione di questi beni. Difatto il clero francese in una circostanza volgendosi a Luigi XIV gli teneva questo linguaggio:

            « È un'empietà che non ammette scusa il non mettere i beni della Chiesa nel numero delle cose sacre. Essi sono come un fondamento religioso, perchè ne sostengono il culto esterno che è una delle sue parti essenziali. La volontà della Chiesa deve essere la sola ed unica regola de' suoi doni, coloro che violano i suoi privilegi su questo punto furono colpiti d'anatema dai Concilii. {45 [371]} Tutte le massime contrarie a questi articoli di fede definiti dai Concilii generali, provengono dall'ignoranza sono conservati dall'interesse e producono l'empietà. »

            Del resto questa dottrina non è soltanto quella del clero francese, ma bensi la dottrina della Chiesa universale. E ai nostri giorni Pio IX difendendo i suoi diritti temporali contro l'ambizione, l'avidità, e l'empietà, non difende solamente i suoi beni, ma difende eziandio il patrimonio dei poveri e dei deboli, il patrimonio della religione e del culto, il patrimonio del Cattolicismo intiero.

 

 

Capo XVI. I Papi ed i dominii dei Re e s. Gregorio VII.

 

            S. Gregorio VII è celebre negli annali dei Pontefici per le sue guerre coll'Imperatore dell'Allemagna, il principe Enrico, e per l'esercizio ch'egli {46 [372]} fece della sua autorità deponendo i re e disponendo delle loro corone. Il carattere di questo gran Papa e le sue guerre devono essere conosciute dai nostri lettori.

            Prima che ascendesse al Pontificato chiamavasi Ildebrando. Il suo merito che l'aveva innalzato, malgrado l'umiltà de' suoi natali, fin da giovane alle più alte dignità, gli dava tale un'influenza negli affari, che parecchi Papi suoi predecessori gli dovevano la tiara, che egli stesso aveva più volte rifiutata. Fu anche suo malgrado che venne poi innalzato davvero alla cattedra di Pietro; egli scrisse tosto all'Imperatore Enrico per pregarlo di opporsi alla sua elezione, dichiarandogli per animarlo vieppiù ad ascoltarlo, che se egli fosse diventato Papa non avrebbe lasciato impuniti i suoi disordini. Ma questa volta Ildebrando fu obbligato ad accettare.

            Questo santo Papa era divorato dallo zelo per la casa di Dio; ciononostante i più empi scandali, cagionati sopratutto dai re, affliggevano la Chiesa. {47 [373]} Questi mali provenivano particolarmente dall'Allemagna e dall'Imperatore Enrico. Gregorio VII che amava teneramente questo principe cominciò ad usare tutti quei mezzi di dolcezza proprii a commuoverlo ed a richiamarlo ad una vita più degna di un cristiano e di un monarca; ma tutto fu vano. I delitti di Enrico giunsero ad un tale eccesso che il Papa fu obbligato ad usare contro questo principe di tutti i fulmini della Chiesa, ed ei pronunziò contro di lui la scomunica e la deposizione. Questa deposizione dei principi pell'autorità pontifìcia, era il diritto pubblico riconosciuto allora in tutta Europa. I re stessi eran così convenuti. I popoli non intendevano d'obbedir loro, nè loro prestavano giuramento di fedeltà che pel tempo in cui continuavano ad essere cristiani e cattolici, e sommessi figliuoli della Chiesa. Ed i re confessavano di non regnare che a questa condizione. Difatto Enrico e i suoi difensori non adducevano per iscusa che un re scomunicato non perda la corona, ma si limitavano a dire che la Chiesa non {48 [374]} ha il diritto di colpire della scomunica un sovrano. Gregorio VII mostrava agevolmente che l'autorità di sciogliere e di legare era stata data agli Apostoli generalmente, senza ammettere distinzione di persone, e che essa comprendeva tanto i principi quanto i loro sudditi.

            Quante tribolazioni non ebbe a soffrire Papa Gregorio da questi empii pel suo zelo a distrurre il vizio, ed a far regnare la virtù! Enrico per vendicarsi della sua scomunica, aveva fatto eleggere un antipapa di nome Guiberto, arcivescovo di Ravenna, che era stato anch'egli scomunicato per i suoi delitti, e che prese il nome di Clemente III. L'Imperatore volendo mettere ad ogni costo il suo antipapa sul trono di Pietro, marciò contro Roma con un esercito e forzò Gregorio ad uscire dalla città eterna, donde non potè fuggire che con pena.

            Guiberto ebbe l'audacia di salire sul trono papale, e Gregorio fuggitivo si salvò a Salerno piazza fortificata, e quivi morì. {49 [375]}

            Prima di spirare riuni attorno al suo letto di morte i cardinali e raccomandò, loro colle vive istanze di non iscegliere per suo successore che colui che essi credevano più degno appo Dio. Egli tolse tutte le sentenze di scomunica che aveva date, eccettuate quelle dell'imperatore e dell'antipapa, e quindi rese placidamente lo spirito a Dio pronunziando queste parole del salmista: ho amato la giustizia, ed ho odiato il vizio ed aggiugnendovi ed è perciò che muoio in esilio.

 

 

Capo XVII. Sentimenti di due autori protestanti rispetto alla questione precedente.

 

            Il celebre filosofo Leibnitz, protestante, diceva le seguenti cose:

            « Bisogna confessare che la vigilanza dei Papi per l'osservanza dei canoni e pel mantenimento della disciplina ecclesiastica, ha prodotto di tanto in tanto dei buonissimi effetti, e che lavorando a tempo e {50 [376]} talvolta anche contro tempo presso i re sia colle ammonizioni che l'autorità della loro carica dava diritto di fare, sia pel timore delle censure ecclesiastiche, essi hanno arrestato molti disordini. Niente era più comune che vedere i re nei loro trattati, sottomettersi alla censura ed alla correzione dei Papi. » E altrove lo stesso Leibnitz va più avanti ancora e soggiunge: « Io sarei d'avviso di stabilire a Roma un tribunale per giudicare le dispute dei principi, e di farne presidente il Papa come altra volta egli figurava difatto il giudice tra i diversi principi cristiani. Ma sarebbe necessario che nello stesso tempo gli ecclesiastici riprendessero la loro antica autorità e che un'interdizione ed una scomunica facessero tremare più di un re e più di un regno, come al tempo di Nicola I e di Gregorio VII. »

            Il signor Coquerel, insigne scrittore, altresì protestante, si esprimeva così:

            « Il potere papale, disponendo delle {51 [377]} corone, impediva che il dispotismo divenisse atroce; difatto in quei tempi di tenebre noi non vediamo nessun esempio di tirannia paragonabile a quella dei Domiziani a Roma. Un nuovo Tiberio era impossibile, Roma l'avrebbe schiacciato. I grandi dispotismi hanno luogo quando i re si persuadono che non v'ha niente al di sopra di loro; è allora che l'ebbrezza di un potere illimitato partorisce i più atroci misfatti. »

 

 

Capo XVIII. Ritratto dell'Imperatore Enrico.

 

            Ecco il ritratto che Fleury fa dell'imperatore Enrico scomunicato e deposto dal papa Gregorio VII.

            « Il re di Allemagna era fin dall'età di diciotto anni un uomo dei più empi. I suoi delitti lo spinsero a parecchi omicidi, ed egli divenne crudele perfino verso de' suoi confidenti. {52 [378]} I complici de' suoi delitti gli divenivano sospetti; e per perderli bastava che essi testimoniassero o con una parola o con un gesto, di disapprovare le sue opere.......... Egli dava i Vescovadi a coloro che gli davano più denari o che sapevano meglio adulare i suoi vizi e dopo aver così venduto un vescovado, se un altro lo pagava di più, oppure lodava maggiormente i suoi delitti, egli faceva deporre il primo vescovo, come simoniaco, ed ammetteva l'altro a suo luogo; da ciò accadeva che parecchie città avevano due vescovi nello stesso tempo entrambi indegni. »

 

 

Capo XIX. Urbano II predica la prima crociata a Clermont.

 

            Eravi nella diocesi di Amiens un semplice prete chiamato Pietro e soprannominato l'eremita, a cagione della vita solitaria ch'egli menava edificantamente. {53 [379]} Era un uomo di grande virtù e che viveva in un'estrema povertà; era piccolo di statura, magro e negletto nel suo esterno; camminava coi piedi scalzi, non era coperto che di una misera tunica e non aveva altra cavalcatura che quella di un asinello. Egli andò per divozione a Gerusalemme a visitare il santo Sepolcro e fu sensibilmente commosso al vedere i Luoghi Santi sotto il dominio degli infedeli, la piazza del Tempio occupata dalle moschee, e le scuderie unite colla chiesa del santo Sepolcro. Egli s'informò dal suo ospite, che era cristiano, e da parecchi altri fedeli, non solo della loro miseria presente, ma ancora di quella che avevano sofferto i loro antenati da più secoli, e andò a conferirne con Simeone, patriarca di Gerusalemme; dipingendogli la potenza ed il valore dei principi d'Europa e lo zelo e l'autorità del paese, gli disse che se avesse implorato il loro soccorso eglino avrebbero certamente rotto il duro giogo sotto al quale gemevano, Simeone ringraziò grandemente {54 [380]} Pietro e gli diede lettere pel sommo Pontefice, sollecitando per suo intervento il soccorso dei principi cristiani.

            Pietro si imbarcò con sollecitudine per l'Italia; rimise la lettera del patriarca di Gerusalemme a Papa Urbano; essendo già molto inclinato alla spedizione che la lettera raccomandava. Pietro non risparmiò fatica nè per affrettarne l'esecuzione, nè per procurargli dei mezzi formidabili. Egli non solo percorse l'Italia, ma attraversò ancora le Alpi preparando la strada al sommo Pontefice, ed andò a trovare l'uno dopo l'altro tutti i principi del di là dei monti, cercando di far penetrare nei loro cuori le sue proprie convinzioni. Quando gli spiriti dei grandi e del popolo furono così entusiasmati, sopratutto in Francia, il Papa vi andò tosto e convocò un concilio a Clermont. I prelati ed i signori si misero in movimento in tutte le provincie del mondo cristiano per recarsi a questa assemblea che fu numerosissima e dopo qualche regolamento {55 [381]} concernente certi affari ecclesiastici, si venne all'oggetto principale del concilio: la lega disegnata contro i musulmani. Il Papa alzando gli occhi al cielo e imponendo silenzio con un segno di mano, fece un discorso dei più patetici, esponendo il lagrimevole stato dei luoghi consecrati dalla presenza del Salvatore, ove si erano operati i più augusti misteri della nostra santa religione; esortò tutti i fedeli a prendere le armi per liberare i Luoghi Santi. Alla voce del Papa un entusiasmo quasi divino comprese tutta l'assemblea, e nello stesso tempo questo grido, quasi una ispirazione, partì da tutte le bocche: Dio lo vuole, Dio lo vuole. La prima crociata è stabilita: tutto si mette in movimento nell'intiera Europa, ogni classe di società, gli uomini di ogni condizione, gli abitanti delle città e delle campagne, nobili e plebei, ricchi e poveri, servi e signori, tutti si segnano della croce e partono per la conquista dei Luoghi Santi. {56 [382]}

 

 

Capo XX. Riflessioni di due scrittori sulle crociate. Servizi che, secondo questi autori, esse hanno reso alla società europea.

 

            « Bisogna notare, dice il sig. Guizot protestante, che il carattere che spicca maggiormente nelle crociate è la loro università. Prima di esse l'Europa non aveva mai operato per l'impulso di un solo sentimento, una sola causa non l'aveva commossa ed agitata in tutte le sue parti come all'epoca delle crociate. Ed è in questo senso che si potrebbe dire che prima delle crociate l'Europa non esisteva. Esse sono il primo atto della sua esistenza, da esse commossa intieramente l'Europa si rialzò tutto in un momento cristiana. I popoli cristiani non avevano visto mai uno spettacolo così animato e così glorioso. Ma non basta ancora: mentre le crociate divenivano così un avvenimento europeo, esse erano {57 [383]} eziandio, per ciascuna nazione, un avvenimento veramente nazionale. Una stessa, idea, un solo sentimento animava tutte le classi di ogni nazione, tutti obbediscono alla stessa ispirazione, tutti si slanciano unitamente nella stessa carriera. Re, Signori, preti, cittadini, popoli, tutti gli uni per gli altri si disputano l'onore di prendere l'interesse il più vivo, la parte più attiva alla conquista de' Luoghi Santi. Finalmente fra questi gloriosi splendori comparisce ancora l'unità morale, certamente tanto nuova quanto l'unità europea.

            L'altro scrittore, autore cattolico, si esprime così: « L'Europa, il mondo intiero dovranno sempre ai Papi questa immensa rivoluzione che fu così utile a tutte le civilizzazioni. Si può dire che allora per la prima volta l'Europa si formò e si mostrò come una società; allora apparvero in mezzo all'isolamento dei popoli e de' loro miseri sistemi di località, le sublimi idee di fratellanza di popolo {58 [384]} con popolo, di nazione con nazione, di principe col suddito... Quando popoli di un carattere così diverso si accorsero che potevano vivere uniti e felici ne' loro accampamenti, si riguardarono tosto come fratelli. Ora questo sentimento di fratellanza, questa abitudine della vita in comune abolendo poco a poco i residui della barbarie, furono i principali risultati delle crociate, e fecondarono il germe delle idee civilizzatrici alle quali l'Europa dovette bentosto immensi progressi nell'ordine politico e morale. »

 

 

Capo XXI. I Papi protettori delle scienze, delle lettere, delle belle arti, e dell'industria.

 

            I Papi si mostrarono sempre zelanti propagatori del vero progresso. Negli stessi secoli dell'ignoranza esistevano {59 [385]} in diversi luoghi, sotto la protezione dei Papi, floride scuole che avevano prodotto dottori quali sono Pietro Lombardo, s. Tommaso d'Aquino, s. Bonaventura ed altri uomini celebri. Queste scuole nel secolo XIII presero il nome di università. Sotto Bonifacio VIII il cardinale Lemoine suo legato a Parigi fondò un collegio che per molto tempo portò il suo nome. Più tardi Martino V con una bolla del 9 dicembre 1425 confermò la celebre università di Lovanio da cui in diversi tempi uscirono dottori e professori de' più insigni. Eugenio IV nel 1437 approvò quella di Caën, e sotto lo stesso Pontefice e circa nello stesso tempo ebbe luogo in Allemagna l'invenzione della stampa, ed abili operai in quest'arte accorsero da ogni parte a Roma, a Venezia ed in altri luoghi d'Italia ove le lettere sotto la protezione dei Papi erano specialmente coltivate.

            I Papi, che certi spiriti ignoranti o prevenuti hanno osato accusare di oscurantismo, non risparmiarono nè cure, nè spese, non indietreggiarono {60 [386]} avanti a nessun sacrificio, per l'estensione di quest'arte preziosa così utile alla propagazione delle scienze.

            Gregorio XIII alla fine del secolo XVI riformò, in seguito alle osservazioni de' sapienti ch'egli aveva a questo fine riuniti a Roma, il calendario detto di Giulio Cesare, che era difettoso, e fece usare il calendario nuovo chiamato dal suo nome Gregoriano, che noi adoperiamo oggidì, e che rende importanti servizii alla società, fissando colla maggior precisione possibile il tempo della rivoluzione annuale del nostro pianeta intorno al sole.

            La scienza del diritto ebbe nella persona dei sommi Pontefici molte notabili illustrazioni. Innocenzo III fu il più grande giureconsulto. Rendeva egli stesso la giustizia al suo popolo ed i suoi giudizi erano così profondi e pieni di sapienza, che parecchi avvocati ed anche parecchi uomini sapientissimi venivano a Roma solo per ascoltarlo e confessavano di istruirsi maggiormente nelle sue udienze, che non nelle stesse scuole. {61 [387]} La giurisprudenza moderna deve anche ai Papi la forma della sua procedura, e i nostri tribunali civili non trovarono mezzo migliore che di adoperare, per l'istruzione dei loro processi, la saggie regole introdotte da questo Pontefice nel diritto canonico.

            La musica, la pittura, la scultura, l'architettura hanno trovato nei Papi i loro più fermi appoggi. I grandi artisti musici hanno sempre attinto dalla religione le loro più sublimi inspirazioni; ed è anche a Roma che eglino presso il papato vanno a perfezionare il loro genio come alla pura fonte che contiene tutto ciò che si ha di più divino nella loro arte. Michelangelo, Raffaello e i loro numerosi discepoli dovettero alle liberalità ed alla assennata stima dei sommi Pontefici i loro capolavori più rinomati.

 

 

Capo XXII. Amore di Sisto V per le belle arti.

 

            Sisto V si è reso celebre fra tutti gli altri Papi per la coltura delle belle arti. {62 [388]} Da ogni parte egli erigeva monumenti i quali come le altre grandi azioni dei suo Pontificato hanno resa eterna la sua memoria.

            Il superbo obelisco anticamente consecrato al sole da un re d'Egitto e dappoi trasportato a Roma ove Nerone ne aveva fatto il principale ornamento del suo circo, periva seppellito dietro la sacrestia della Chiesa di s. Pietro.

            Paolo III e prima di lui Giulio II avevano avuto il disegno di rialzarlo, ma la vista delle difficoltà e delle spese avevano loro fatto paura. Niente di tutto questo spaventò Sisto. Egli trovò per assecondarlo un celebre artista di Como, Domenico Fontana, il quale venne a presentarsegli con mezzi, la cui semplicità fu l'oggetto principale della pubblica ammirazione. Questa massa enorme alta cento e sette piedi è di un peso più che straordinario. Ottocento uomini e cento quaranta cavalli furono impiegati per le macchine che lo misero a posto. Il lavoro incominciò l'ultimo giorno dell'aprile del 1586 e il 10 di settembre l'obelisco {63 [389]} comparve sul suo piedestallo. Il santo Padre lo benedì con quella solennità che era dovuta alla grandezza dell'impresa e dedicò queste spoglie del paganesimo a Colui che colla sua croce ne ha rovesciato l'impero.

            Sisto V fece disseppellire tre altri obelischi di cui il primo, che aveva servito di ornamento al mausoleo di Augusto, fu eretto avanti alla Chiesa di santa Maria Maggiore, il secondo nella piazza di s. Giovanni di Laterano, l'ultimo in quella di santa Maria del Popolo.

            Questo Pontefice eresse ancora nella Chiesa di santa Maria Maggiore una magnifica cappella in onore del Presepio del Verbo incarnato, fondò un vescovado e fece costrurre una magnifica chiesa a Loreto. Al borgo di Montaldi, di cui aveva portato il nome prima di essere Papa, vicino alla povera grotta dove era egli nato, fece lavorare con molto ardore alla costruzione di una nuova città, intorno a cui erano occupati ogni giorno più di cinquecento operai senza contare gli {64 [390]} abitanti del luogo. Condusse a termine la navata di s. Pietro, e fabbricò al Vaticano quell'immenso e superbo palazzo ove tutti i Cardinali possono abitare insieme col Papa. Quivi egli stabilì una biblioteca che volle rendere la più bella di tutto il mondo, facendola ornare di pitture eseguite dai più abili artisti di quel tempo, i quali vi rappresentarono i principali fatti del suo pontificato, ed altri soggetti convenienti ad una biblioteca, quali sono i ritratti degli inventori delle lettere, e concilii generali e le più celebri biblioteche dell'antichità. Sisto fece ancora costrurre presso a questa biblioteca una bellissima stamperia, destinata a fare le edizioni esatte e corrette di tutte le opere religiose. Tali erano i gusti artistici di Sisto V.

 

 

Capo XXIII. I Papi difendono la società cristiana contro la barbarie musulmana.

 

            Diciamo solo una parola dello zelo di s. Pio V per difendere la società {65 [391]} e la religione contro le armi della mezzaluna. Sotto il suo pontificato ebbe luogo la gloriosa vittoria di Lepanto che i cristiani infiammati sopra tutto dallo zelante pontefice, riportarono sopra le numerose truppe dei turchi, e che preservò l'occidente dal giogo della barbarie di cui i musulmani minacciavano l'intiera cristianità. Si attribuì questo successo alle preghiere del Papa ed egli stesso protestava che questa vittoria era dovuta all'intercessione della gloriosa Madre di Dio. Gli storici narrano che nel momento della battaglia, essendo riunito il concistoro, Pio V lasciò i cardinali, ed aperta una finestra si restò per qualche tempo cogli occhi fissi al cielo, e quindi chiuse la finestra e disse all'assemblea: « non si tratta più di nessun altro affare che di ringraziare Iddio per la vittoria che Egli accordò or ora al suo popolo. » In quest'occasione, egli stabilì per tutta la Chiesa una nuova festa in onore della SS. Vergine, sotto il nome di nostra Signora della Vittoria e fece aggiungere queste parole alle {66 [392]} litanie: soccorso dei cristiani, pregate per noi. Auxilium Christianorum, ora pro nobis.

 

 

Capo XXIV. L'eresia protestante. Concilio di Trento.

 

            Sul principio del secolo XVI il monaco Lutero venne a gettare nel mondo gli elementi di una rivoluzione intellettuale la più grande ed anche la più disastrosa che il genio del male abbia inspirato.

            Egli cominciò a negare l'autorità pontificale, e quindi la stessa autorità della Chiesa, e predicò arditamente la dottrina del senso privato e del libero esame. I suoi errori si propagarono rapidamente in diversi paesi e sopratutto in Allemagna ove l'eresiarca faceva sentire la sua focosa parola con un trasporto satanico; ed i principi ed i grandi di questa nazione adulati nelle loro passioni dalla sua comoda e sensuale dottrina ammettevano con una deplorabile fatalità i {67 [393]} proposti cangiamenti. Invano i Papi vollero farlo tacere colle censure ecclesiastiche e gettarono l'anatema sopra la sua insensata dottrina; le condanne non servirono che a rendere il monaco ribelle più insolente e più furioso. I termini più bassi, le più grossolane ingiurie, le buffonerie più sporche, e minaccie contro Roma e contro tutto ciò che non addottava la sua empia novità, uscivano continuamente dalla sua bocca nel tempo che la sua licenziosa condotta dava i più vergognosi scandali.

            Quest'eresia si chiamò la riforma, poichè, i suoi partigiani si chiamavano grandi riformatori volendo riformare l'intiero cattolicismo. Eglino si chiamarono anche protestanti, perchè in un'assemblea in cui vi era disparità di opinioni sopra l'Eucarestia tra i Luterani ed i Calvinisti, essi protestarono gli uni contro degli altri e quindi è col nome di protestanti che la setta viene comunemente indicata.

            Il Concilio di Trento fu riunito contro questa mostruosa eresia che aveva {68 [394]} scompigliato la religione e che si potrebbe chiamare l'eresia universale, contenendo di fatto nel suo seno tutte le eresie possibili nel rigettamento totale che essa fece della tradizione cattolica e dell'autorità della Chiesa, e per l'interpretazione particolare delle scritture permessa a ciascun individuo. Il Concilio di Trento cominciò il 13 dicembre del 1545 durante il pontificato di Paolo III, che diede la bolla di convocazione e fini nel 1563 avendo durato 18 anni sotto i papi Paolo III, Giulio III, Marcello II, Paolo IV, e Pio IV che ebbe la gloria di terminarlo.

            Questo gran Concilio generale venne ad arrestare il corso dell'errore a quell'epoca del rinascimento, quando la società cominciava a rinnovarsi dopo la scoperta della stampa che doveva poi agitare mezzo il mondo, quando il principio del libero esame e la pretesa emancipazione della ragione fatta dal senso privato proclamati dalla riforma attaccavano così fatalmente la tradizione cattolica. {69 [395]}

            Allora esso fissò per sempre le incertezze degli spiriti concernenti molte questioni sia del dogma sia della morale, e stabilì coi regolamenti di una perfetta disciplina, la vera riforma dei costumi che il cattolicismo intiero domandava e che la rilassatezza dei tempi aveva resa necessaria.

 

 

Capo XXV. Zelo dei papi per istendere la civilizzazione, per mezzo delle Missioni. Testimonianza di Buffon in favore delle Missioni.

 

            Gregorio XV lasciò una preziosa memoria alla Chiesa con molte grandi opere, ma sopratutto collo stabilimento della congregazione per la propagazione della fede. Ed invero che opera havvi più eccellente che quella di portare la civilizzazione, colla conoscenza di Gesù Cristo, nei paesi selvaggi che ancora sono abbandonati all'idolatria? {70 [396]} Le missioni esistono da molto tempo: esse datano dallo stesso principio del cristianesimo, e non hanno mai lasciato di esistere in nessun secolo. L'opera della propaganda eretta da Gregorio XV doveva servire, secondo le viste del pontefice, e servì difatto maravigliosamente a dare alle missioni un nuovo eccitamento. S. Francesco Zaverio che aveva aperto la strada delle Indie ai missionari dando loro i più ammirabili esempi di sacrifizio e di abnegazione, aveva trovato nella milizia del Signore, ma sopratutto fra gli ordini religiosi, numerosi imitatori del suo zelo e della sua carità.

            Sotto Gregorio XIII una deputazione solenne di giapponesi convertiti, mandati dallo stesso re del Giappone, giunse a Roma, dove il Sovrano Pontefice l'accolse con una gioia e con un entusiasmo senza limiti. Nulla di più commovente che le loro lettere credenziali in cui il re che li inviava si lagnava degli imbarazzi del trono che lo impedivano di andare esso stesso a gittarsi ai piedi del vicario {71 [397]} di Gesù Cristo; e benediceva le cento volte il Signore ed il suo rappresentante in terra, di avere fatto splendere sopra di lui e del suo regno la luce che lo aveva tratto dalle tenebre e dalla morte. Parecchi degli assistenti alla lettura di queste lettere non poterono trattenere le lagrime; ed il Papa più commosso che tutti gli altri disse più volte, abbracciando a più riprese gli ambasciadori: È oggi, o mio Dio, si è oggi, quel giorno in cui il vostro servo può morire in pace. Il celebre naturalista Buffon fa l'elogio delle missioni con queste parole: « I missionari hanno sommesso un maggior numero d'uomini nelle nazioni barbare che non le armi dei principi che li avevano soggiogati. Il Paraguay non fu conquistato con altro mezzo. La dolcezza, il buon esempio, la carità e tutte le altre virtù praticate costantemente dai missionari hanno tocco il cuore di quei barbari, disarmandone il timore e la ferocia così fattamente che sovente vennero essi stessi a {72 [398]} domandare che facessero loro conoscere la legge che rendeva gli uomini così buoni, sottomettendosi volentieri a questa legge e riunendosi a far anch'essi parte del cattolicismo. Nulla v'ha che glorifichi maggiormente la religione che l'avere essa incivilito le nazioni e fondato un regno senza altre armi che quelle della virtù. »

 

 

Capo XXVI. Ritratto di un missionario.

 

            Uno scrittore ci dà il seguente ritratto del missionario: « Il missionario è l'uomo di Dio e del suo prossimo. Egli non sa che cosa sia fare il male, e non pensa assolultamente ad altro che a' suoi selvaggi, o a' suoi peccatori; i suoi figliuoli prediletti. La sua mano non si alza che per far il bene, ed il suo cuore non palpita che d'amore il più tenero pe' suoi simili. Egli penetra {73 [399]} attraverso delle foreste e delle maremme senza altra guida che la sua fede e senza altra arma che la sua confidenza in Dio di cui cerca la gloria. Ei passa dove non hanno potuto penetrare le armate, ed ei reca i suoi passi dove il conquistatore ed il mercante non riuscirono a recarsi. L'uomo di Dio abita luoghi ove non possono abitare gli uccelli. Nei boschi e nei deserti ove lo straniero che osò penetrare pagò cara la sua audacia, vive ed abita il figliuolo della civilizzazione evangelica. Egli non è spaventato nè dal ruggito del leone che fa tremare le foreste, nè dal furore delle onde che escono dal loro letto e si slanciano verso i cieli per ricadere sopra la terra. Ciò che è di minore importanza pel missionario, è la sua vita; ad ogni istante egli la espone per conquistare un'anima a Dio. Questo è un sacrifizio immenso, un sacrifizio proprio ed esclusivo alla Chiesa Cattolica; si è questo sacrifizio che la rende così maravigliosamente {74 [400]} feconda. Il protestantesimo ignora un tale sacrifizio; e per lui esso è sterile. »

 

 

Capo XXVII. I Papi lottanti contro lo spirito d'incredulità e contro lo spirito rivoluzionario. - Pio VI e la rivoluzione francese.

 

            Il razionalismo prodotto dalla riforma aveva scatenato sul mondo, col nome menzognero della filosofia, lo spirito d'incredulità. Nei giorni di empietà era in uso di scrivere contro la Religione ed i costumi. Allora uno scrittore filosofo era ammirato quando diceva: « La ragione mi ha distolto da tutti i legami con qualsiasi religione... l'uomo si disgusterà delle religioni. Se la ragione ne avesse la forza essa strozzerebbe colla sua propria mano tutte le religioni. » Si vedeva un traboccare inaudito dell'empietà e del libertinaggio. Le cose le più {75 [401]} sante erano abbandonate al disprezzo ed alla derisione. In una parola era il secolo XVIII. Voltaire colle sue buffoneggiate gettava il ridicolo a piene mani sopra il clero, sopra il Papa, sopra la Chiesa, sopra le instituzioni religiose, e sopra tutto ciò che v'ha di più sacro; e vociferava il suo famoso grido: Schiacciamo l'infame. Egli era applaudito dalla moltitudine degli scrittori di quell'epoca.

            Con tanta empietà la rivoluzione francese non poteva non arrivare dove essa arrivò. Pio VI occupava il seggio di Roma al tempo di questa rivoluzione. Ed oh! che degno pontefice era egli mai!

            Il giorno in cui fu eletto, dopo essersi sentito proclamar Papa, si gettò ginocchioni, fece una preghiera così fervorosa che commosse tutti gli assistenti, ed esclamò dirigendosi ai cardinali coll'accento del più vivo dolore: Voi, venerati Padri, avete terminato la vostra missione, ma deh! quanto i suoi risultati sono ardui per me! Fin dal primo giorno del suo pontificato {76 [402]} egli fece conoscere, nella sua lettera enciclica ai vescovi, tutti i pericoli che minacciavano la società, con queste parole: « Sradicate il male di mezzo a voi, cioè allontanate dalle vostre pecorelle colla forza e colla vigilanza que' libri avvelenati che lo corrompono. » Pio VI non si contentò di parlare così a' vescovi, ma egli fece ancora gli sforzi i più solleciti appresso ai governi cattolici per avvertirli del pericolo ed aprire loro gli occhi sopra i mali che li minacciavano. I governi cattolici, invece di ascoltare questi paterni avvisi, facevano essi stessi più o meno apertamente la guerra alla Chiesa. Giuseppe II era uno de' più avversi alla Chiesa. Pio VI andò egli stesso a Vienna, sperando di contenerlo nel suo dovere colla sua presenza e colle sue suppliche. A coloro che tentavano di distoglierlo da quest'idea rappresentandogli che egli comprometteva il sua potere e la sua dignità, egli rispondeva che il suo destino era di sembrare insensato per Gesù Cristo. Finalmente {77 [403]} la gran procella rivoluzionaria agitava la Francia. I preti francesi fuggivano il sole inospitale della loro patria. Quattro mila vennero a ricoverarsi a Roma ove Pio VI li accolse colla più tenera carità, prodigando a tutti i soccorsi che la loro posizione domandava; quando la Repubblica s'impadronì eziandio degli Stati della Chiesa essa fece strappare il sommo Pontefice da Roma da' suoi soldati; e lo strascinò prigioniero in più città d'Italia, e finalmente in Francia a Valenza ove lo lasciò morire prigioniero. Pio VI lungo tutto il viaggio e durante tutta questa persecuzione si mostrò un esempio di pazienza, di eroica rassegnazione e di dolce e ferma tranquillità fra le ruvidezze ed insolenze dei suoi carnefici. Egli fu uno de' più grandi Papi che governarono la Chiesa.

 

 

Capo XXVIII. Pio VII e l'imperatore Napoleone.

 

            La rivoluzione aveva pensato ed aveva detto che Pio VI sarebbe stato {78 [404]} l'ultimo Papa. E di fatto nel momento in cui Pio VI morì pareva che l'elezione di un successore fosse impossibile; ma ecco che Dio chiama i popoli più lontani per i costumi, per la religione e pel clima; i Russi, gli Allemanni, gli Inglesi, i Turchi. Essi irruppero di comune accordo, e quasi come se si fossero dato un appuntamento, sopra l'Italia e sopra Roma di cui s'impadronirono. Sotto la protezione dei protestanti e dei scismatici e degli infedeli, il sacro Collegio si riunisce e può nominare un Papa. Questo Papa è Pio VII.

            Uno de' primi atti del suo pontificato è il Concordato del 1801 conchiuso tra il sommo Pontefice ed il primo console della Repubblica francese. Pio VII grazie questo Concordato, ha la ventura di vedere il culto cattolico legalmente ristabilito in Francia. Egli consacra Napoleone. Ma il buon accordo non doveva durare molto tempo fra l'imperatore ed il Papa; Pio VII è perseguitato al pari del suo predecessore per l'indipendenza e la dignità {79 [405]} della Santa Sede ed i diritti i più inalienabili della sua libera sovranità. Napoleone vuole regnare in Italia e negli Stati sottomessi al romano Pontefice, come egli regna sopra la maggior parte dell'Europa.

            Ecco una risposta di Pio VÌI alle pretese del grande Imperatore: « Noi abbiamo avuto ed abbiamo sempre per la Vostra Maestà tutti quei riguardi che la stima, la benevolenza, e l'amicizia possono suggerire. Ma noi non possiamo arrenderci a queste concessioni, alle quali ripugnano le indeclinabili obbligazioni della nostra doppia rappresentanza, nè cedere a ciò che si oppone alla guardia del deposito del patrimonio della Chiesa romana che ci fu trasmesso, dopo una così lunga serie di secoli, dal nostri predecessori, e che noi abbiamo promesso in faccia all'Onnipotente, ai piedi degli altari, e coi più sacri giuramenti, di trasmettere intatto a coloro che ci succederanno. »

            L'Imperatore Napoleone, irritato {80 [406]} dalla apostolica resistenza di Pio VII, fece arrestare i cardinali i più affezionati al Papa, ed ordinò l'incorporazione degli stati della Chiesa col regno francese. Pio VII ebbe il coraggio di alzare la sua voce contro il padrone dell'Europa, avanti al quale tremavano i più potenti re. Da principio egli protesta energicamente e poi lancia una bolla di scomunica contro gli invasori dei beni della Chiesa. Pochi giorni dopo l'adempimento di questo dovere Pio VII fu fatto prigioniero. Il 6 luglio 1809 un'ora prima dell'alba, molte truppe si impadroniscono di tutte le entrate del palazzo pontificio, soldati ne scalano le mura, rompono le porte dell'appartamento di Sua Santità e si avanzano sino alla camera del pontefice, il quale, svegliatosi al primo rumore, si riveste de' suoi abiti e li aspetta con calma circondato da qualche cardinale e servitore della sua casa.

            Il Papa fu mandato in una vettura chiusa con chiave verso Savona, dove passò tre anni, custodito da una compagna {81 [407]} di gendarmi e talmente sorvegliato che nessuno, nemmeno i suoi più intimi, potevano parlargli senza testimoni. Dopo tre anni di dura schiavitù a Savona, lo strascinarono a Fontainebleau dove la cattività non fu meno dolorosa. Quivi più visite l'atte al suo appartamento, il rapimento di tutte le sue carte, l'esilio o la prigionia di tutti i suoi servidori, l'isolamento e la privazione d'ogni consiglio in cui continuavano a tenerlo, opprimevano di angosce il cuore del sommo Pontefice. Però la burrasca si preparava sopra il Capo del persecutore della Chiesa che sino a quel punto era stato costantemente felice. Dio cominciò ad umiliarlo profondamente con inauditi rovesci. Egli fu costretto dalla forza delle circostanze a rilasciare il suo illustre prigioniero, il quale rientrava nell'eterna città fra le acclamazioni del suo popolo e di tutta l'Europa quando appunto Napoleone si incamminava egli stesso verso l'esilio. {82 [408]}

 

 

Capo XXIX. Breve elogio di Pio VII.

 

            Uno scrittore fa notare tre cose degne invero d'osservazione, e che devono sapersi in onore dell'illustre Pontefice Pio VII. La prima è che la famiglia imperiale, perseguitata in ogni suo membro, compresa la madre di Napoleone, trovò un asilo nella città del Vicario di Gesù Cristo, a cui l'Imperatore aveva cagionato tante umiliazioni; la seconda che fra un sì gran numero di sovrani che s'inchinarono al cospetto del gran guerriero il successore di s. Pietro solo sostenne energicamente il suo diritto; e la terza che Pio VII allora non cessò di fare tutti i suoi sforzi per ottenere dal governo inglese che fosse addolcita la sorte del prigioniero di s. Elena. Noi potremmo aggiungerne una quarta che forma il più bell'elogio di questo illustre pontefice mentre tutti i potenti d'Europa incrudelivano e contro Napoleone {83 [409]} caduto e contro tutta la sua famiglia col discacciarla da ogni paese, il Papa non solo le aprì le porte di Roma ma la trattò sempre come l'infelice sua sorte si meritava ancora. Per tal carità dovette il santo Padre sostenere rimproveri da qualcuno, ma Esso rispondeva che era il Vicario di Gesù e che era padre di tutti gl'infelici. Ed il Signore consolò poi il pietoso suo vicario col ricondurre al suo ovile tante pecorelle che durante l'imperversare dei tempi se ne erano allontanate.

 

 

Capo XXX. La giornata di Pio IX.

 

            « Il santo Padre si alza di buon mattino, e dopo aver recitate le sue orazioni, va nella sua cappella per celebrare la santa messa. Questa cappella è piccola e vicina all'appartamento del Papa. Il SS. Sacramento vi è sempre conservato e Pio IX nella sua grande divozione verso la SS. Eucaristia {84 [410]} si prende egli stesso cura del mantenimento delle due lampade che ardono perpetuamente dinanzi al tabernacolo. Il Papa Pio IX celebra la messa lentamente e santamente, sovente il suo augusto volto è bagnato di lagrime nel mentre che tiene fra le sue sacre mani il Dio nascosto, di cui egli è il Vicario. Ordinariamente dice messa alle ore sette e mezzo, ed assiste per ringraziamento ad una seconda messa detta da uno dei suoi cappellani. Quindi egli recita ginocchioni, con uno dei prelati del suo corteggio, una parte del breviario e rientra quindi ne' suoi appartamenti.

            « L'asciolvere del Papa consiste in una semplice tazza di caffè nero. La sobrietà italiana è conosciuta: e questo è il primo pranzo di quasi tutti i romani. Sino a dieci ore circa il santo Padre lavora tutti i giorni col suo primo ministro, che è un cardinale chiamato il segretario dello Stato, il quale è principalmente incaricato dell'amministrazione temporale degli Stati della Chiesa. A dieci ore incominciano {85 [411]} le udienze, uffizio molto penoso e difficile, in cui si tratta delle più importanti questioni e dei più gravi interessi della religione e della società. Cardinali, vescovi, principi, ambasciadori, missionari, preti, fedeli vengono da tutte le parti del mondo a portare ai piedi del Capo della Chiesa le loro suppliche, i loro omaggi o ad esporgli i loro bisogni. Il Papa, durante tutte queste udienze sta seduto; alla sua presenza si sta ginocchioni, oppure se egli lo permette, in piedi. I cardinali ed i principi hanno il privilegio di stare seduti sur uno sgabellino. Entrando nella camera del Papa si fanno tre genuflessioni; la prima sulla soglia della porta, la seconda a mezzo cammino e la terza ai piedi del Papa. Quindi si bacia il suo piede o la sua mano e poi comincia l'udienza. Quando essa è terminata il santo Padre suona un campanello, e tosto un'altra persona viene annunziata ed introdotta da uno dei prelati di servizio. Solamente gli uomini sono ammessi in questa guisa {86 [412]} negli appartamenti del Papa; questa è una regola invariabile. Quanto alle signore esse sono ricevute in udienza una o due volte per settimana, in una gran sala che fa parte dei pubblici musei del Vaticano.

            « Le udienze del mattino durano ordinariamente più di quattro ore continue. Quando esse sono terminate, verso due ore o due ore e mezzo, il Papa va nella sua sala da pranzo e siede ad una frugal mensa, quindi recita di nuovo ginocchioni il seguito del suo breviario, e dopo qualche momento di riposo esce in vettura per fare un po' di moto. Sovente il Papa per iscopo delle sue passeggiate si prefigge o la visita di qualche venerato santuario dove si celebri una festa, qualche ospedale o qualche prigione. Quando il tempo è brutto, il sommo Pontefice si contenta di passeggiare per qualche momento nella sua biblioteca, o in una delle gallerie del Vaticano.

            « Al cadere del giorno indicato in Italia dal suono dell'Angelus e per {87 [413]} questo motivo chiamato l'Ave Maria, il Papa rientra in Vaticano recita col suo seguito la salutazione Angelica aggiugnendovi il De profundis per tutti i fedeli del mondo intiero che morirono nel corso di quel giorno, e quindi ricominciano le sue udienze. Allora si presentano al Papa i documenti da segnare, e si propongono alla sua sovrana approvazione ed alla sua ultima decisione i decreti delle diverse congregazioni romane, che si dividono l'esame degli affari religiosi di tutto il mondo cattolico. Queste udienze durano così sino alle dieci od undici ore della sera; dopo di ciò il santo Padre fa una leggiera colazione composta di qualche frutto o di qualche legume; quindi egli termina, la recita del suo breviario e va a prendere qualche ora di un riposo che si guadagnò con tanto lavoro e così santamente. »

 

            (DAL MAGUIRE: Storia del Sovrano di Roma). {88 [414]}

 

 

Varietà. Ricordo linguistico monumentale.

 

            PIO NONO è il Pontefice dell'Immacolata: nè è piccola gloria del suo pontificato l'aver egli elevato a domma universale ciò che fu desiderio di tanti suoi predecessori. Alle definizioni dogmatiche, onde si compone la splendida corona dei privilegi della Madre di Dio, mancava quest'altra gemma e Pio IX ve la pose di propria mano. Ora, chi l'avrebbe detto che la Bolla, con la quale fu definita la Concezione Immacolata della ss. Vergine, doveva essere tradotta in trecento delle lingue viventi, e presentata in isplendidi ed elegantissimi volumi in dono al santo Padre nelle feste del Centenario? L'impresa fu veramente grandiosa, veramente monumentale; il solo concetto di essa ti atterrisce, ma gli è un fatto: e non è piccola prova dell'universale divozione a Maria e dell'amore al s. Padre. {89 [415]}

            Ecco come riferisce questo avvenimento la Civiltà Cattolica.

            « La Definizione dogmatica della Concezione Immacolata della Vergine Madre di Dio è certo l'avvenimento più insigne del nostro secolo riguardo alla credenza cattolica. Laonde avvenne che i fedeli tripudiassero nell'animo di santa gioia al gran fatto, e che cavandone motivo di maggior confidenza in Maria per essere stati i bene avventurati nell'aver udita dalla cattedra suprema del Vaticano profferita la gran sentenza che era durata nel desiderio dei trascorsi secoli, dovunque si accesero di maggior fervore ad onorarla. Difatti il decreto che sublimava ad atto di fede il privilegio conceduto alla prima delle creature destinata a cooperatrice nella redenzione divina trovò eco in ogni luogo ove sono credenti, cioè a dire in tutte le parti del mondo, non solo le più popolate e colte, ma ancora le più inospitali e deserte; e la parola uscita dall'autorità infallibile del Vicario di Gesù Cristo e riprodotta nella formola di breve encomio alla santa ed Immacolata Concezione della Vergine Maria, si udì ripetere colla espressione della fede più viva in ogni lingua che risuoni su labbro umano.

            Della università di questo entusiasmo {90 [416]} religioso destato nell'orbe cattolico verso cotanto singolare privilegio della Madre di Dio, abbiamo una prova insigne in un monumento offerto nei passati solennissimi giorni alla Santità di nostro Signore, pel quale la bolla Ineffabilis Deus, con cui la Beatitudine sua decretò dommatica la dottrina dell'Immacolata Concezione, leggesi voltata in trecento delle lingue vive e parlate in tutta la superficie del globo.

            Il pensiero di far compilare questo monumento surse in mente al reverendissimo D. Domenico Sire, prete della Congregazione di san Sulpizio, professore e direttore del gran seminario di Parigi; ed egli che ne ebbe l'ispirazione e ne concepì il vastissimo disegno potè ancora con la tenacità del proposito riuscire al felice compimento dell'impresa col trasfondere l'attività del suo zelo in coloro che gli si fecero cooperatori. La divozione poi dei fedeli verso la Vergine, e la riverenza al santo Padre, a cui si protestava di volere umiliare l'opera, stimolarono quanti vi presero parte ad adornarla nel miglior modo possibile. Quindi si chiamarono in aiuto le arti tutte del disegno ad abbellirla; e ciascuna traduzione si fece più o meno rilevante con nobili e ricche legature; e a dare autenticità alle traduzioni {91 [417]} stesse, per i diversi luoghi da cui si mandarono vennero queste munite della firma dei rispettivi Prelati ordinarii. All'immensa raccolta si è prefisso il titolo di Ricordo linguistico monumentale.

            E per accennare alcune cose particolari che interessano la storia dell'opera e ne mostrano la rilevanza, diremo le contrade dell'Oriente essere state le prime a contribuirvi. Dalle Indie, dalle montagne del Tibet, dalle province del vasto imperio chinese, da quelle del Giappone e dalla capitale della Corea vennero le traduzioni decorate con pitture eseguite secondo il gusto di quei paesi. Dopo l'Asia venne l'Africa a pagare il suo tributo; e l'opera si arricchì dei lavori mandati dall'Etiopia, dal paese dei Gallas, da quelli del Capo di Buona Speranza, dal Senegal, dall'Algeria, dall'Egitto. Non vi mancarono nè l'America in tutta la sua estensione, nè l'Oceania; e le isole sparse nelle solitudini dell'Oceano Pacifico hanno mandato per ornamento della Bolla, tradotta nei loro linguaggi, i prodotti che tengono più preziosi; il corallo, la madreperla, le perle. L'Europa vi ha preso quella parte più ampia e magnifica che si addiceva alla sua coltura; e senza entrare nel ricordo delle opere eseguite dalle singole {92 [418]} sue nazioni non passeremo sotto silenzio che si distinguono per bellezza, ricchezza e sfoggio di ornati tanto nelle pagine quanto nelle legature le versioni fatte in Polonia e nel Portogallo, e quella mandata dalla città di Genova.

            Ma a stringere in poco il moltissimo che potremmo ancora aggiungere intorno al gigantesco lavoro, diremo che personaggi di famiglie regnanti e uomini i più illustri han voluto figurare nella vasta collezione; alla quale, oltre il Clero, hanno preso parte cittadini di ogni condizione, dal nobile, dal sapiente e dal ricco, fino all'umile operaio. Con siffatti mezzi il reverendo D. Domenico Sire ha potuto riunire il gran numero dei volumi che presentano la Bolla Ineffabilis nella suddetta varietà di linguaggi e che nelle coperture e negli ornati offrono le singolarità per le quali sono segnalate le arti di tanti popoli e nazioni. L'oro, l'argento, le pietre preziose, gli smalti, i mosaici, rivalizzano con le miniature e coi tipi della calligrafia; e tutt'insieme formano un complesso di bellezze e di ricchezze che è bene impiegato ad onorare la Vergine Madre di Dio.

            L'abate Sire toccò il colmo del gaudio provato nell'aver promosso così bella opera {93 [419]} e nell'esservi riuscito felicemente, quando il giorno stesso del Centenario dei Principi degli Apostoli ebbe l'onore di presentarla a Sua Santità e di vedere come la sovrana considerazione si fermò a contemplarla in tutte le sue parti, e, lodandola, ne mostrò soddisfazione e gradimento. Il santo Padre benedisse al suo autore ed a tutti coloro che con tanto zelo risposero al suo invito e cooperarono all'opera. »

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