Storia sacra per uso delle scuole e specialmente delle classi elementari

San Giovanni Bosco

Storia sacra per uso delle scuole e specialmente delle classi elementari
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Prefazione

 

            Il metter mano a un nuovo corso di Storia Sacra parrà certamente a taluno fatica inutile, mentre ne esistono già tanti da poter soddisfare ogni condizion di persone. Così pareva anche a me; ma postomi a far l'esame di quelli, che maggiormente vanno per le mani de'giovanetti, ebbi a convincermi che molti sono o troppo voluminosi, o troppo brevi, e spesso ancora per isfoggio di concetti e di frasi perdono la semplicità e popolarità dei libri santi. Altri poi ommettona quasi interamente la cronologia, di modo che l'inesperto lettore può difficilmente accorgersi a quale epoca appartenga il fatto che legge, se più si approssimi alla creazione del mondo, oppure alla venuta del Messia. Quasi in tutti poi s'incontrano espressioni, che a me sembrano poter destare men puri concetti nelle mobili e tenere menti dei fanciulli.

            Indotto da queste ragioni mi proposi di compilare un corso di Storia Sacra, che contenesse le più importanti notizie de' libri santi e si potesse presentare ad un giovanetto qualunque, senza pericolo di risvegliare in lui idee meno opportune. A fine di riuscire in questo divisamento narrai ad un numero di giovani d'ogni grado ad uno ad uno i fatti principali della sacra Bibbia, notando attentamente quale impressione facesse in loro quel racconto e quale effetto producesse di poi. Questo mi servi di norma per tralasciarne alcuni, accennarne appena albi, e corredarne non pochi di più minute circostanze. Ebbi eziandio sott'occhio molti compendi di Storia Sacra e tolsi da ognuno quello che mi parve più conveniente.

            Per quanto appartiene alla cronologia io mi attenni a {3 [209]} quella del Calmet, eccettuate, alcune piccole variazioni, le quali da alcuni moderni critici sono reputate necessarie. In ogni pagina attesi sempre allo scopo di illuminare la mente per ammigliorare il cuore, e render popolare, quanto più si può, la scienza della sacra Bibbia.

            Il fine provvidenziale de' sacri libri essendo stato di mantenere negli uomini viva la fede nel Messia promesso da Dio dopo la colpa di Adamo, anzi tutta la Storia Sacra dell'Antico Testamento potendosi dire una costante preparazione a quell'importantissimo avvenimento, volli in modo speciale notare le promesse e le profezie, che spettano al /rerum Redentore.

            Per seguire poi il parere di saggi maestri, ho fatto inserire varie incisioni attenenti a' fatti. più luminosi, per insegnare così la Storia Sacra col sussidio delle carte Murate. Siccome poi i fanciulli restano impacciati per alcuni noni di cose, di paesi e di città menzionate nella Storia Sacra, i quali non si vedono più nelle carte geografiche d'oggidì; così mi sono adoperato di aggiugnere un piccolo dizionario, in cui, mercè breve spiegazione, i nomi antichi sono messi a riscontro de' moderni. Con questo mezzo pareti debba essere cosa facile il ravvisare i nomi antichi nella carta geografica della Palestina collocata in fine del libro.

            La Storia è divisa in epoche, e queste ripartite in capitoli, i quali sono eziandio divisi in paragrafi, che indicano la materia in ciascuna parte del capitolo contenuta. L'esperienza suggerì essere questo il metodo più facile, perchè un racconto qualunque possa essere dalla mente di un giovane appreso e ritenuto.

            Lo studio della Storia Sacra mostra l'eccellenza sua dr, se stesso, e non ha bisogno di essere raccomandato, chè la Storia Sacra è la più antica di tutte le storie; è la più sicura, perché ha Dio per autore; è la più pregevole, perché contiene la Divina volontà manifestata agli uomini; è la più utile, perché rende palesi e prova le verità di nostra Santa Religione. Nessuno studio adunque essendo di questo più importante, non deve esservene alcun altro più carro a chi ami davvero la Religione. Se questa mia fatica, qual ch'essa sia, sarà a taluno giovevole, ne sia gloria a Dio, pel cui onore fu da me unicamente intrapresa. {4 [210]}

 

 

Nozioni preliminari

 

Sacra Biblia - Storia Sacra - Antico e nuovo testamento - Divisione della Storia Sacra - Sacri Scrittori - I Profeti - Veracità dei Sacri Scrittori - Assistensa Divina negli Scrittori Sacri.

 

 

            Sacra Biblia. Storia Sacra. Antico e Nuovo Testamento. La parola saura Scrittura o Sacra Bibbia vuol dire libro per eccellenza, e si usa per denotare tutti quei libri Divini, che sono dalla Chiesa Cattolica riconosciuti per inspirati da Dio ai loro autori.

            La Storia Sacra è contenuta nella Bibbia, e comprende la narrazione di ciò, che accadde al tempo de' Patriarchi. sotto ai Condottieri, ai Giudici, ai Re ed agli altri principali Capi del popolo ebreo, dalla creazione del mondo sino alla fondazione della Chiesa di Gesù Cristo.

            La Sacra Bibbia appellasi anche Antico e Nuovo Testamento, ossia Antica e Nuova Legge. Il primo contiene la narrazione delle cose accadute prima della venuta del Salvatore, e gli scritti dei Profeti. Il secondo, cioè il Nuovo Testamento, abbraccia il Vangelo, gli Atti degli Apostoli ed alcuni altri scritti dei medesimi.

            Divisione della Storia Sacra. La Storia Sacra si suole dividere in sette età, ovvero epoche, delle quali ciascuna è segnata da qualche fatto luminoso ed importante.

            La prima comincia dalla Creazione del mondo, e si estende sino al diluvio avvenuto l'anno del mondo 1656.

            La seconda dal diluvio sino alla vocazione di Abramo, l'anno 2083.

            La terza da questa vocazione sino all'uscita del popolo Ebreo dall'Egitto l'anno 2513.

            La quarta da questa uscita sino alla fondazione del Tempio di Salomone l'anno 2903.

            La quinta da detta fondazione sino alla schiavitù degli Ebrei in Babilonia l'anno 3416.

            La sesta da questa schiavitù sino alla nascita di Gesù Cristo l'anno 4000.

            La settima dalla nascita di G. C. sino all'anno 70 dell'era volgare, quando avvenne l’ eccidio di Gerusalemme e la dispersione degli Ebrei[1]. {5 [211]}

            Scrittori della Storia Sacra. La Storia Sacra fu scritta dai Profeti, dagli Apostoli e da altri personaggi, i quali, illuminati ed assistiti per singolar maniera dallo Spirito Santo, scrissero senza poter inserire nei loro scritti il minimo errore, nè per malizia, nè per umana debolezza.

            Profeti. I Profeti erano uomini mandati da Dio in vari tempi per dichiarare al popolo Ebreo la sua volontà e predire le cose future, specialmente quelle che riguardavano il Messia.

            Veracità de' Santi Scrittori. Abbiamo cinque speciali ragioni, che dimostrano i sacri Scrittori aver detto la verità:

            1. Essi narrano cose per lo più avvenute a' loro tempi, attestate da monumenti certi, che conoscevano appieno.

            2. Se avessero mentito, sarebbero stati contraddetti da gran numero d'uomini, testimoni degli avvenimenti che essi raccontano, e i loro scritti non sarebbero stati ricevuti come Divini.

            3. Erano persone degnissime di fede, alle quali non si poteva apporre alcun delitto, che anzi ad ogni pagina fanno palese buona fede e pietà.

            4. I fatti riferiti da loro sono eziandio per la maggior parte ricordati da profani autori: tali sono la storia del diluvio, quella, dello sterminio di Sodoma e di Gomorra, il passaggio del Mar Rosso e molti altri.

            5. La dottrina, che insegnano, è conforme in tutto ai dettami della ragione.

            Divina assistenza nè sacri Scrittori. Che gli scrittori della Storta Sacra siano stati nello scriverla divinamente inspirati ai prova:

            1. Dai miracoli, coi quali dimostravano di essere stati eletti da Dio come vivi stromenti della sua parola. Dio soltanto può operare miracoli; e quando una cosa è confermata con miracoli, noi siamo assicurati dell'intervento divino, cioè di un'autorità infallibile.

            2. Dalle profezie, onde la Storia Sacra è piena, le quali si sono perfettamente avverate; imperocchè Dio solo può predire con certezza le cose future, che non hanno necessaria relazione colle cause naturali, nè possono dagli uomini essere molto tempo prima conosciute.

            3. Dalla santità della dottrina, che nella storia sacra è insegnata, santità così perfetta da non avere mai potuto gli increduli appuntarla di alcun difetto; mentre sappiamo, che eziandio i più dotti tra gli uomini e di rette intenzioni, abbandonati a se stessi, vanno facilmente soggetti ad errori.

            4. Dalla testimonianza di G. C. e degli Apostoli, i quali dichiararono tutta la storia dell'Antico Testamento essere stata scritta con l'assistenza speciale dello Spirito Santo.

            5. Dalla testimonianza, che la Chiesa Cattolica diede mai sempre alla divinità della storia tanto dell'Antico, quanto del Nuovo Testamento; la quale Chiesa Cattolica, come risulta ad evidenza da mille argomenti, è guardiana e maestra infallibile delle verità da Dio rivelate. {6 [212]}

 

 

Epoca prima. Dalla creazione dei Mondo sino al diluvio: abbraccia anni 1656.

 

Capo primo. Creazione del modo. - Creazione dell'uomo. - Paradiso terrestre. Creazione degli Angeli.

 

            Creazione del mondo. Dio solo è eterno, tutte le cose furono da lui create, vale a dire tratte dal, nulla. Sebbene Iddio con un semplice atto della sua volontà potesse creare ed ordinare le cose tutte, che nel cielo e nella terra esistono’ volle tuttavia impiegarvi sei giorni. Da principio creò il cielo e la terra, ma questa era ancora senza forma, coperta dalle acque ed avvolta in dense tenebre.

            Nel primo giorno Iddio creò la luce e la separò dalle tenebre. La luce nominò giorno, e le tenebre notte.

            Nel secondo giorno fece il firmamento, ossia quella cotal volta azzurra, che si presenta ai nostri occhi guardando all'insù. Il firmamento fu da Dio appellato Cielo.

            Nel terzo giorno radunò le acque in un sol luogo, e così radunate chiamolle mare; e al resto, che rimase asciutto por l'allontanamento delle acque, pose nome terra. Disse quindi Iddio: Produca la terra erbe, piante ed alberi fruttiferi. La terra ubbidì, e subito produsse erba verdeggiante, piante ed alberi, che fanno il frutto secondo la loro specie.

            Nel quarto giorno disse Iddio: Si facciano dei luminari in Cielo, e dividano il giorno dalla notte, e segnino le stagioni e i giorni dell'anno. Perciò fece due grandi luminari, il maggiore (il sole) perchè risplendesse di giorno, il minore (la luna) perché diradasse, le tenebre della notte; dipoi fece le stelle.

            Si dirà: se il sole fu creato nel quarto giorno, come mai la luce fu creata nel primo giorno? il sole non è la luce? {7 [213]} Bisogna sapere che nell'aria, ne' corpi e nelle viscere della terra è sparso un fluido lucido, detto etere, il quale, tocco da' raggi del sole o da una fiamma, &£onde la luce. Il fluido lucido fu creato nel primo giorno, il sole nel quarto.

            Nel quinto giorno creò le varie specie di pesci che guizzano nell'acqua e le varie specie di uccelli, che volano per l'aria.

            Nel sesto giorno creò ogni sorta di rettili (animali senza gambe), e di quadrupedi (animali di quattro piedi), e tutti gli altri animali, che camminano sopra la terra. Finalmente creò l'uomo, che è la più perfetta di tutte le creature visibili. E vedendo che ogni cosa era buona e procedeva secondo il suo Divin volere, nel settimo giorno si riposò, vale a dire cessò dal creare nuove cose.

            Iddio santificò questo settimo giorno,e volle che in esso gli uomini, astenendosi dalle opere servili, si occupassero soltanto in cose di pietà. Nella legge antica si osservava il Sabato; noi cristiani, in memoria della risurrezione del Salvatore, abbiamo per santo il giorno di Domenica.

            Creazione dell'Uomo. Quando furono create tutte le cose, che nel Cielo e nella terra si contengono, Iddio volendo creare l'uomo disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza, ed abbia dominio su tutta la terra. Quindi compose {8 [214]} con fango un corpo umano, poscia gl'inspirò un'anima vivente ed immortale. Così fu creato il primo uomo, e si chiamò Adamo, che vuol dire formato di terni.

            Paradiso Terrestre, creazione di Eva. Da prima l'uomo fu posto da Dio nel Paradiso Terrestre, luogo deliziosissimo e abbondante d' nani sorta di frutti, che senza coltura erano prodotti dal fertile terreno. Iddio, per istruirci che dobbiamo fuggire l'ozio, aveva anche ordinato ad Adamo di lavorare, ma riò per divertimento soltanto e senza penosa fatica. Avevano. iìel Paradiso Terrestre la loro sorgente quattro grandi fiumi detti Geon, Fison, Tigri ed Eufrate. Questi due ultimi conservano tuttora il medesimo nome, nascono ambidue nell'Armenia e racchiudono quella regione, la quale, dall'essere postat fra questi due fiumi, fu in appresso nominata Mesopotamia.

            Iddio fece di poi passare tutti gli animali davanti ad Adamo; affinché imponesse a ciascuno un nome conveniente. Poscia volendogli dare una compagna, lo addormentò, e mentre dormiva, trattagli dal fianco una costa, ne formò la prima donna, la quale fu detta Eva, che vuol dire madre dei viventi.

            Creazione degli Angeli. Iddio aveva anche creato una moltitudine di Angeli, cioè di Spiriti senza corpo, arricchiti di eccellenti doni, e li aveva costituiti come principi presso di sé. La maggior parte di essi conservarono la santità, che avevano ricevuta da Dio nella loro creazione. Ma una parte assai considerevole prevaricò commettendo un gravissimo peccato di superbia, volendo rendersi uguali a Dio. Capo dei ribelli fu Lucifero, l'angelo più bello del Paradiso. S. Michele, seguito da altri angeli rimasti a Dio fedeli, si oppose a costoro gridando: Chi è come Dio? A queste parole Lucifero e tutti i suoi seguaci furono dalla Divina Potenza in un momento cacciati dal Paradiso e condannati alle pene eterne dell'inferno.

            Gli Angeli fedeli a Dio si dicono Angeli buoni, o semplicemente Angeli: tra essi sono scelti da Dio i nostri Angeli Custodi. Quelli poi, che per loro superbia vennero cacciati dal Cielo, si dicono Angeli cattivi, diavoli o demoni. Stimolati questi dall'invidia tentano l'uomo con ogni arte ed inganno per farlo cadere nel peccato ed averlo poi a compagno nella loro dannazione. Uno di essi sotto la forma di serpente andò a tentare i nostri primi genitori e loro fece commettere una gravissima disubbidienza. {9 [215]}

 

 

Capo secondo. Prime peccato. - Suo castigo. -Promessa del Salvatore.

 

            Primo Peccato. Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre commisero una gravissima disubbidienza. Era loro permesso di cibarsi d' ogni frutto, che trovavasi in quel giardino di delizie, eccetto il frutto di un solo albero. Mangiate, disse loro Iddio, di tutti i frutti, che sono qui; ma non toccate il frutto dell'albero della scienza del bene e del male. In qualunque giorno voi ne mangerete, morrete. Il demonio, che era stato cacciato dal Paradiso e condannato all'inferno per superbia, mosso da invidia che altri,andasse a godere la felicita da esso perduta, prese la forma di serpente e disse ad Eva: Perché non mangi tu del frutto di quest'albero? Ella rispose: Perché Dio lo proibì sotto pena di morte. No, soggiunse l'astuto serpente, non morrete; anzi come prima ne avrete gustato, diverrete simili a Dio, sapendo il bene ed il male al pari di lui. La donna sedotta da tali parole, si trattiene a mirare il vietato frutto, stende la mano, stacca un frutto, lo mangia; poi ne dà al compagno, che segue l'esempio di lei.

            Nel momento stesso tutto cangia di aspetto agli occhi dei nostri progenitori; il rimorso comincia agitare i loro cuori; conoscono di essere senza vestimenta, e pieni di confusione prendono delle foglie di fico per coprirsi; indi spaventati si nascondono in mezzo agli alberi del' giardino. Così fu commesso il primo peccato; quel peccato, che, trasmesso da Adamo a tutti i suoi figli, diede origine a tutti i mali, onde sono afflitti gli uomini nell'anima e nel corpo, e che si appella comunemente peccato originale.

            Castigo di Adamo e di Eva. Commesso così il primo peccato, tosto Iddio si fece udire con questa chiamata: Adamo, Adamo, dove sei? Egli rispose: Mi nascondo, perché non oso comparirti innanzi. Soggiunse Iddio: Perché temi comparirmi innanzi, se non perché hai mangiato del frutto proibito? Ripigliò Adamo: Eva, datami da te per compagna, mi ha porto di quel frutto, ed io ne ho mangiato. Il Signore disse ad Eva: Perché hai tu fatto ciò? Ella scusossi dicendo {10 [216]} Sedotta dal serpente ho mangiato il frutto di quell'albero. Iddio, vedendo che dopo il peccato apponevano la colpa l'uno all'altro, pronunciò questa terribile sentenza, prima contro del serpente dicendo: Sarai maledetto fra tutti gli animali, striscierai sulla terra e per tutta la vita ti nutrirai di polvere; saranno inimicizie tra te e la donna; ma essa ti schiaccerà la testa. Secondamente contro la donna: Nascendo figliuoli da te, avrai molto a soffrire; sarai sommessa alla podestà del marito, ed egli sarà sempre a te superiore.

            All'ultimo contro di Adamo: Per cagion tua la terra sarà maledetta; essa ti produrrà triboli e spine, e con fatica ed affanno trarrai da essa il tuo nutrimento; mangerai il pane col sudor della tua fronte, insino a che di nuovo ritornerai in polvere, dalla quale fosti tratto.

            Quindi Iddio vestì Adamo ed Eva di pelli d'animali e li scacciò dal Paradiso, mettendo un Cherubino armato di fiammeggiante spada a custodirne l'ingresso.

            Promessa del Salvatore. Per questa grave disubbidienza i nostri primi genitori caddero dallo stato d'innocenza, ed involsero nella disgrazia di Dio con se stessi tutta la loro posterità. Ma Dio misericordioso non volle abbandonare il genere umano e lasciarlo nella perdizione meritatasi. Perciò dopo la. caduta di Adamo e di Eva, promise, che nascerebbe dalla donna chi avrebbe schiacciato il capo del serpente insidiatore, cioè del demonio. Era Questi il Messia, ovvero un Redentore per la cui mediazione tutti gli uomini potessero riacquistare il perduto diritto alla vita eterna. Questa promessa fu più volte ripetuta agli uomini; e la Storia Sacra può dirsi una serie non interrotta di queste promesse, che si facevano più chiare di mano in mano, che si andava avvicinando il tempo del sospirato Redentore.

 

 

Capo terzo. Caino ed Abele. - Castigo di Caino. - Suoi discendenti. Morte di Adamo e di Eva.

 

            Caino ed Abele. Adamo ed Eva ebbero due figliuoli, uno per nome Caino, l'altro Abele. Caino attendeva alla coltura dei campi, Abele alla custodia delle pecore; ma d'animo e di costurii erano molto diversi. Caino, guidato da avarizia, {11 [217]} ne' suoi sacrifizi offeriva a Dio i peggiori frutti, della terra; Abele all'incontro con animo buono e sincero offeriva i, migliori parti della, sua greggia. Iddio per altro, che conosce tutte le nostre buone e cattive disposizioni, mostrò di gradii e le offerte di Abele e di sdegnare quelle di Caino, il quale mosso da invidia fu grandemente irritato contro del fratello. Iddio lo avvertì con bontà dicendogli: Perché sei così sdegnato? Opera bene, e mi sarai caro come Abele; altrimenti il peccato non tarderei a farsi strada nel tuo cuore. Caino disprezzò l'avviso del Signore e roso da invidia, fingendo amore verso Abele, gli disse un giorno: Vuoi tu venir metà alla campagna? All'invito l' innocente Abele accondiscese con allegrezza; ma non sì tosto furono lontani dagli occhi dei loro genitori, Caino, si avventò all'improvviso sul fratello e lo uccise. (Anno del mondo 129).

            Castigo di Caino. La voce del Signore non tardò a farsi udire domandando al fratricida: Caino, dov'à tuo fratello Abele? Caino arrogantemente rispose: Io non so: sono io terse il custode di lui? Il Signore soggiunse: Che hai tu tatto? Il sangue del fiatel tuo grida vendetta contro di te; tu sarai maledetto su quella terra, che ha bevuto il sangue di Abele; invano la coltiverai. Sarai errante e vagabondo senza poter trovare rifugio. Caino, preso da terrore e da disperazione, fuggì dal cospetto di Dio e menò il resto della sua vita in preda dei più crudeli rimorsi, finche (come comunemente si crede) la terminò trafitto di un dardo da Lameco suo pronipote, che lo aveva creduto una fiera. Credesi che Caino, introducendo la frode nel traffico, abbia dato origine ai pesi, alle misure ed ai termini dei campi.

            Discendenti di Caino. I discendenti.di Caino furono malvagi e sono detti figliuoli degli uomini. Alcuni di loro per altro si illustrarono per utili ed ingegnose scoperte: Jubal inventò la musica; Tubalcain ritrovò il modo di fondere il’ferro ed il rame per farne strumenti; Atoema insegnò la maniera di, filare la lana e di tessere la tela.

            Morte di Adamo e di Eva. Dopo la morte di Abele Adamo ebbe un altro figliuolo per nome Seth (l'anno 130) con altri figliuoli ed altre figlie. Condusse poi una vita penitente in espiazione del suo peccato, e santamente morì in età di anni 930. {12 [218]}

            Quasi nello stesso tempo Eva passò di questa vita, dopo aver anch'ella fatta penitenza del suo, peccato. La Chiesa greca onora questi due nostri primogenitori come santi. Da molti si attribuisce ad Adamo l'invenzione della scrittura e delle arti meccaniche e liberali.

 

 

Capo quarto. Seth. - Malvagità degli nemici. - Noè e la costruzione dell'arca. Noè predica la giustizia. - Osservazione.

 

            Seth e sua posterità. Seth uomo dabbene fu ceppo dei buoni, che nei libri santi sono detti figliuoli di Dio. Dopo aver vissuto 912 anni, egli moriva l'anno del mondo 1042 lasciando numerosa posterità imitatrice delle.sue virtù. Fra` suoi discendenti meritano special menzione Enos, che fu primo ad' onorare il nome del Signore con pubbliche e solenni cerimonie, vale a dire con culto esterno: Enoc, il quale ancor vivo fu miracolosamente da Dio levato dal consorzio degli uomini; e Matusalem, il quale ebbe una vita più lunga che tutti gli altri uomini, essendo arrivato all'età di 969 anni.

            Malvagità degli uomini. Finché i discendenti di Seth usarono tra loro, poterono conservarsi fedeli a Dio; ma quando cominciarono a trattare coi discendenti di Caino, divennero malvagi anch'essi. Nacquero da loro mostruosi giganti, che tanto per la grandezza della statura, quanto per la eccessiva insolenza sono famosi in tutta l'antichità. Costoro empierono il mondo di vizi e di scelleraggini a segno, che ognuno aveva abbandonato la via del Signore. Per la qual cosa sdegnato Iddio decretò di sterminare tutto il genere umano col diluvio. Sterminerò, disse, dalla faccia della. terra l'uomo che creai, tutti gli animali, i rettili e fino gli uccelli dell'aria: tutto farò perire.

            Noè e la costruzione dell'arca. In mezzo alla depravazione universale vi furono nulladimeno alcuni uomini giusti, i quali, coltivando la vera religione e la virtù, conservarono viva la fede in Dio e nel Redentore promesso. Tra costoro fu Noè, figlio di Lameco della stirpe di Seth. In età di 300 anni egli ebbe tre figliuoli di nome Sem, Cam e Jafet. Questa famiglia trovò grazia negli occhi di Dio, il quale perciò disse a Noè: Fabbrica un'arca, ovvero una grande {13 [219]} nave divisa in tre piani. Abbia essa 300 cubiti di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza[2]; ivi farai entrare un pajo di tutti gli animali colle debite provvisioni.

            Noè predica la giustizia. Iddio diede a Noè l'ordine di fabbricarsi l'arca l'anno 1536, 120 anni prima del diluvio, concedendo tutto quel tempo agli uomini per convertirsi. In pari tempo gli ordinò di predicare loro la. giustizia, per chiamarli a pentimento; ma fu tutto invano. Udirono le minacce e le esortazioni di lui, lo videro fabbricare l’ arca senza restarne punto commossi; anzi abbandonaronsi alle gozzoviglie ed ai piaceri. Onde vie più mosso a sdegno Iddio mandò ad effetto le sue minacce con un diluvio universale (1656).

            Osservazione. É degno da osservare, che l'età degli antidiluviani, cioè di quelli i quali vissero prima del diluvio, spesso oltrepassava i 900 anni; dopo fu molto più breve. Il governo dei discendenti di Seth (che formano la serie dei dieci Patriarchi antidiluviani), éra patriarcale, cioè ciascun patriarca era capo della sua famiglia, che governava tanto nelle cose spirituali, quanto nelle temporali; ma i discendenti di Caino, dopo di aver costrutta la prima città denominata Enocchia da Enoc suo fondatore, pare siansi governati con leggi comuni. {14 [220]}

 

 

Epoca seconda. Dal Diluvio l'anno 1656 fino alla vocazione di Abramo  l'anno 2083: comprende anni 427.

 

Capo primo. Noè nell'area. - Diluvio universale. - Fine dei diluvio. Noè ringrazia il Signore. - Insolenza di Cam e morte di Noè.

 

            Noè nell'arca. Continuavano gli uomini a vivere in preda al vizio, quando Noè, costretta l'arca, ebbe da Dio il comando di entrarvi colla consorte, coi figli e colle loro mogli; e introdurvi un paio d'ogni specie d'animali immondi {15 [221]} vale a dire di quegli animali, di cui non era lecito cibarsi, nè far sacrifizio. Degli animali mondi poi, (cioè di quelli che a Dio potevano sacrificarsi, e de' quali era lecito cibarsi) non un paio, ma sette in un con le vettovaglie necessarie per gli uomini e per le bestie. Compiuto questo comando, Dio medesimo chiuse la porta dell'arca al di fuori.

            Diluvio universale. Allora si vide coprirsi di oscure nubi il cielo; dirotte pioggie precipitarono giù per quaranta giorni ed altrettante notti; si gonfiarono e strariparono i fiumi e i mari; i fonti e tutte le acque delle viscere della terra sgorgarono con tanto impeto e in tanta copia, che la coprirono tutta, e, levandosi quindici cubiti al disopra delle più alte montagne, sommersero tutta la terra, gli animali tutti, eccettuati quelli rinchiusi nell'arca.

            Fine del diluvio. Mentre le punitrici acque distruggevano tutti gli esseri vegetabili e viventi, l'arca di Noè andò galleggiando sopra le ofide per 150 giorni. Di poi Iddio mandò un vento gagliardo e caldo, pel quale a poco a poco le acque furono diminuite ed abbassate in guisa, che l'arca si potè fermare sulla cima del monte Ararat nell'Armenia[3]. Noè allora apri la finestra dell'arca e mandò fuori il corvo, che non ritornò, essendosi verisimilmente trattenuto a pascersi delle carni dei cadaveri. Dopo sette giorni mandò la colomba, che, non avendo trovato luogo ove posare il piede, ritornò a Noè, il quale, stesa la mano, la ripose nell'arca.

            Passati altri sette giorni, la inviò nuovamente fuori, ed essa ritornò portando col becco un ramo verde di olivo, segno che l'inondazione finiva. Mandatala per la terza volta, non ricomparve più;’chiaro indizio che le piante erano già scoperte, e la terra era quasi asciutta. Tardò tuttavia Noè sette altri giorni; poscia secondo il divino comando uscì dall'arca colla famiglia e con tutti gli animali. Così ebbe fine il diluvio, che durò un anno, meno tredici giorni. (A. del m. 1657, di Noè 601)[4]. {16 [222]}

            Noè ringrazia il Signore. Uscito Noè dall'arca, vedendo che la terra era deserta e priva di abitatori, lui solo colla famiglia salvato in maniera si miracolosa, compreso di gratitudine innalzò un altare ed offerì un sacrificio al Signore. Quest'atto di culto esterno tornò a Dio di sommo, gradimento, e, in segno di benevolenza fece comparire sull'orizzonte una iride brillante, ossia l'arco baleno, dicendo a Noè e a' suoi figliuoli: Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con la vostra discendenza; non vi sarà più diluvio per distruggere il genere umano e, quando vedrete il mio arco in cielo, ricordatevi dell'alleanza, che ho fatto con voi.

            Insolenza di Cam e morte di Noè. Qualche anno dopo il diluvio, Noè dando opera alla coltura della terra piantò la vite, e coltane l'uva ne spremette il vino. Non conoscendone la forza beve più che non conveniva, e sopito dal vino si addormentò. Cani insolente, senza riflettere al rispetto dovuto al padre, andò a chiamare i suoi fratelli per beffarlo. Ma essi ben diversi dal loro fratello, si diportarono verso il padre con tutto il voluto rispetto. Noè svegliatosi, e saputa l'insolenza di Cam, maledisse la sua posterità predicendo che i discendenti di lui sarebbero stati soggetti e schiavi ai discendenti di Sem e di Jafet; il che tutto si avverò. (Anno del m. 1663).

            Noè visse 350 anni dopo il diluvio, e mori nel 2006 in età d'anni 950. Gli orientali dicono che il corpo di Adamo conservato nell'arca sia stato con quello di Noè seppellito da Sem sopra un monte vicino a Salem, o Gerusalemme. (Calmet, St. del V. T.). {17 [223]} [Bosco: Storia Sacra.]

 

 

Capo secondo. Terre di Babele. - Divisione del mondo. - Particelarità della torre 1 Babele. - Gli Ebrei. - Nascita di Abramo. - Origine e propagazione dell’Idolatria.

 

            Torre di Babele. I figliuoli di Seni, Cam e Jafet cresciuti in gran numero, non potendo più abitare nello stesso luogo, pensarono a dividersi. Ma prima di separarsi s'accordarono di lasciare eterna memoria di sè innalzando una torre, la cui cima toccasse il Cielo. A questo fine scesero nel paese di Sennaar, ovvero nella contrada di Babilonia, dove con mattoni e bitume si accinsero a fabbricare una città, nel cui mezzo doveva sorgere la famosa torre. Erano i loro lavori già pervenuti ad una straordinaria altezza, quando il Signore sdegnando la folle impresa e volendo confondere la loro superbia, mandò fra essi la confusione delle lingue.

            Divisione del mondo. Non intendendosi più l'un l'altro, i discendenti di Noè dovettero desistere da quell'edificio, dividersi in colonie e trasferirsi ad abitare varie parti del {18 [224]} mondo. A Jafet toccò l'Europa con l'Asia minore;.a Sem l'Asia dalla parte d'Oriente; a Cam l'Africa colla Palestina e colla Fenicia. (A. del m. 1707).

            Particolarità della torre di Babele. Questa torre fu detta di Babele, che vuol dire confusione, perchè quivi fu confuso il linguaggio degli uomini. Imperciocchè prima parlavano tutti una sola lingua. Da questa prodigiosa confusione uscirono quelle lingue,.che si chiamano madri, perché da esse derivano tutte le altre. Quella torre era formata a spire ed ascendeva ad un'altezza smisurata. Gli Ebrei, esagerando, la'dissero innalzata fino a 27 miglia, circa 70 chilometri.

            Quivi il feroce Nembrod,.nipote di Cani, edificò la città di Babilonia, e, fattosi potente, ridusse molta. gente sotto al suo dominio. Si vuole che egli abbia fondato otto città, e dato principio alla prima monarchia, la quale di poi, perchà accresciuta da Assur, venne nominata monarchia degli Assiri.

            Gli Ebrei. Nascita di Abramo. ll nome Ebreo, tante volte ripetuto nella Storia Sacra’si vuole derivato da Eber discendente di Sem, e da esso furono detti Ebrei i suoi posteri. Questi da principio abitavano nella Caldea. Da Tare, discendente di. Eber, nacque Abramo in Ur città della Caldea l'anno del mondo 2008, trecento cinquanta due anni dopa il diluvio. In questa città si adoravano gli idoli, cioè si adoravano stelle, animali, piante, pietre, fuoco, demoni; culto questo che dicesi idolatria.

            Origine e propagazione dell'idolatria. Idolatria significa dare alle creature quel culto che è solamente dovuto a Dio. L'origine di questa falsa religione si crede precedesse al diluvio. Il malvagio Cam ne conservò la memoria, e la propagò. Lo stesso dicasi della magia e di molte superstizioni, che la storia ci dimostra aver avuto luogo sin da quei tempi antichissimi in Egitto, che fu la dimora di Cam e dei suoi figliuoli. Si deve pure osservare che dopo qualche secolo dalla confusione delle lingue, essendosi sempre, più diminuita ed oscurata l'idea di un solo Dio Creatore del cielo e della terra, l'idolatria 4i estese in tutto il mondo e fra tutti i popoli, eccettuato il popolo Ebreo. {19 [225]}

 

 

Epoca terza. Dalla vocazione di Abramo l'anno 2083 fino all'uscita degli Ebrei dall'Egitto l'anno 2513: comprende anni 430.

 

 

Capo primo. Vocazione di Abramo. - Le tre promesse. - Abramo in Editto. - Si separa da Lot.-Sua vittoria. -Melchisedecco. - Ospitalità di Abramo. - Incendio di Sodoma e di Gomorra.

 

            Vocazione di Abramo. Mentre l'idolatria colle sue abbominazioni andavasi dilatando nel mondo e la maggior parte degli uomini si abbandonava ad ogni sorta di vizi, i discendenti di Sem vivevano giustamente. Per conservare la verace religione Iddio elesse una famiglia, nella quale si propagasse, come per ereditaria successione, la memoria del Creatore e delle sue opere, la fede e la speranza nel futuro Redentore. Il capo di questa grande famiglia fu Abramo. Egli, come si disse, abitava in Ur città della Caldea, dove in mezzo agli idolatri serbava il culto della vera religione. Iddio gli comando di uscire dal proprio paese e di andare nella terra di Canaan, dicendogli: Abbandona la tua patria, i tuoi parenti e la casa di tuo padre; va nel paese, che io ti mostrerò: ti fard diventar capo di un gran popolo; per Te saranno le nazioni benedette e colme di beni. Mira il Cielo, conta se puoi le stelle, la tua stirpe crescerà del pari in numero.

            Obbediente al divino comando, Abramo si parti colla moglie Sara e con Lot suo nipote, conducendo seco servi e gregge. Giunto al paese di Canaan, che più tardi fu detto Palestina o terra santa, il Signore gli parlò di nuovo e gli disse: Io darò questo paese a te, e alla tua posterità. Abramo riconoscente eresse un altare nel luogo in cui gli {20 [226]} era comparso Iddio: Questa chiamata di Dio e questa pronta ubbidienza d'Abramo, nonostante le più gravi difficoltà che gli, fu. forza vincere, appellasi Vocazione d'Abramo.

            Le tre, promesse. Con queste due parlate Iddio fece tre promesse ad Abramo: 1° che avrebbe dato ai suoi discendenti il paese di Canaan, dóve l'aveva fatto venire. Abramo dimorò molto tempo nella Cananea, ma come forestiere, o come possessore di qualche tratto di paese. I discendenti suoi ne divennero di fatto padroni quando, compiendosi le divine protraesse dopo una serie di maravigliosi avvenimenti, guidati da Qiocuò ne andarono al possesso. Da quel tempo la terra di Canaan cominciò a chiamarsi terra promessa; 2° che lo avrebbe fatto padre di un popolo numeroso come le stelle del cielo e le arene del mare; 3° che tutte le nazioni della terra,

avvolte nell'idolatria, sarebbero state benedette per mezzo di lui, ossia richiamate alla conoscenza del vero Dio, da uNo che nascerebbe da lui, cioè dal Salvatore. Nel decorso della storia noi vedremo queste tre promesse perfettamente avverate nei discendenti d'Abramo.

            Abramo in Egitto - Si separa da Lot. Abramo dopo esser alcun tempo vissuto nella terra di Canaan, per una grave carestia fu costretto a condursi nell'Egitto, dove si procacciò grande quantità di oro, di argento e di gregge. Cessata la penuria, ritornò nella Cananea carico di ricchezze. Qui avvenne che i pastori di Abramo e di Lot ebbero più volte a contendere fra loro, perché, ognuno di essi voleva i pascoli migliori.

            Abramo, il quale amava la pace, ne ebbe dispiacere. Io ti prego, disse a Lot, che non si facciano contese f3•z noi, nè fra i nostri pastori, perciocchè siamo fratelli. Mira il paese, che ci sta Intorno, scegli qual parte più ti piace. Se tu vai alla destra, io andrò alla sinistra; se tu preferisci la sinistra, io prender la destra. Lot scelse una fertile campagna posta sulle rive del fiume Giordano, dove erano cinque città note sotto il nome di Pentapoli, tra le quali Sodoma e Gomorra. Abramo restò nel paese di Canaan. (A. del m. 2084).

            Vittoria di Abramo. Nella terra di Canaan ognie popolazione aveva il suo re. Laonde quasi ogni paese formava una specie di piccolo regno, governato con leggi ed usanze proprie. Ma quei Re, che non avevano di che occuparsi nel governere {21 [227]} i proprii sudditi, spesso erano tra loro in dissensione. Ora accadde, che quattro di questi re mossero guerra a cinque altri, fra i quali erano quelli di Sodoma e Gomorra. Questi ultimi essendo stati sconfitti, fu fatto prigioniero anche Lot colla sua famiglia. Un servo di lui, fuggito dalla zuffa corse a darne avviso ad Abramo, il quale con trecento e diciotto de'suoi servi ben armati si affrettò di venire in aiuto degli oppressi, e notte tempo piombando sui vincitori, li ruppe, li disperse e loro ritolse la preda e i prigionieri. Così Lot fu salvato e restituito in libertà. (A. del m. 2092).

            Melchisedecco. Melchisedecco era re di Gerusalemme, e nel tempo stesso sacerdote del vero Dio: vale a dire egli governava il suo popolo nelle cose spirituali e nelle temporali. Avuta notizia delle vittorie d'Abramo e del suo avanzarsi alla volta di Gerusalemme gli andò incontro, offri pane e vino a lui e al suo esercito, e benedicendolo disse: Sia lodato l'altissimo Iddio, che vi ha dato in potere i vostri nemici. Abramo riconoscendo la vittoria da Dio, volle onorarlo nella persona del suo ministro, e diede a Melchisedecco la decima di quanto aveva acquistato. Il re di Sodoma volle, che Abramo si avesse tutto il bottino, chiedendo solo la libertà della sua gente: ma Abramo ricusò di accettare cosa alcuna, e, ad eccezione di quello che appartenea ai soldati, tutto generosamente gli restituì.

            Ospitalità di Abramo. Ritornato Abramo nel paese di Canaan colla sua famiglia, abitò nella valle di Mambre attendendo al lavoro dei campi, al pascolo del gregge e alle opere di carità. Una mattina mentre sedeva all'ombra di un albero, scorse di lontano tre forestieri. Solito ad usare ospitalità e cortesia con tutti, tosto andò verso di loro e rispettosamente indirizzando la parola, ad uno di essi: Mio signore, gli disse, se vuoi' farmi cosa grata, non oltrepassare questa mia casa senza fermarti. Riposatevi tutti e tre; io vi preparerò del cibo prima che continuiate il vostro cammino. Ed eglino: Fa come hai detto.

            Abramo fece in fretta apprestare delle schiacciate da Sara sua consorte, e scelse il più grasso de' suoi vitelli; poscia presentò a' suoi ospiti latte, burro, focacce e carne arrostita. Mentre mangiavano, egli stava presso di loro sotto a quell'albero, pronto ad ogni servizio. Quando i tre viaggiatori {22 [228]} furono per rimettersi in via, uno disse ad Abramo: Ritornerò a te l'anno venturo, e Sara allora avrà un figliuolo. Come gli predisse, così avvenne, quantunque Abramo e Sara fossero già molto avanzati in età; giacche quegli che annunciava tal cosa un Angelo, che parlava a nome del Signore ed Angeli erano gli altri due ospiti. (A. del m. 2106).

            Incendio di Sodoma e Gomorra. Abramo avendo accompaguato, i suoi tre ospiti fino alle porte di Sodoma, il Signore gli disse, che aveva determinato di far cadere sulle cinque città della Pentapoli il giusto castigo,.che gli enormi peccati di quegli abitanti avevano provocato. Ciò udito il benefico Abramo, supplicò Iddio a voler risparmiare quelle città. Il Signore gli, promise, che, qualora in esse si trovassero dieci giusti, le avrebbe risparmiate; ma neppure si piccol numero’si poté trovare, tanto ne erano corrotti ed empi gli abitanti. Il di seguente, allo spuntar del giorno, fu eseguito il tremendo flagello. Gli Angeli per altro avvertirono a tempo Lot,. anzi lo condussero per mano fuori della città con tutti i suoi. Appena uscito, cadde dal cielo una pioggia di fuoco e di zolfo avvampante, che interamente distrusse quelle città. Dipoi si aprì la terra, sprofondarono le case, e tutti gli abitanti furono ingoiati, formandosi quivi un lago, che si dice Mare Morto, ovvero Asfaltide, dalle acque bituminose e dense a guisa di asfalto. Mentre Lot colla famiglia scampava dall'orribile incendio e trasferivasi a Segar (quinta di quelle città salvata per le preghiere di lui) perdé la moglie, perciocchè contro l'espresso divieto degli Angioli avendo ella, guardato indietro, fu in castigo della sua disubbidienza cangiata in una statua di sale. (A. del m. 2107).

 

 

Capo secondo. Sacrifizio d'Abramo. - Abramo ed Eliezero. - Matrimonio d' Isacco e di Rebecca. - Nascita di Esaù e di Giacobbe. Morte di Abramo. - Isacco in Gerars.

 

            Sacrifizio di Abramo. Un anno dopo la promessa fatta dal Signore nacque ad Abramo un figliuolo, che fu nominato Isaoco. Crescendo nel timor di Dio, formava la delizia de' suoi genitori. Volendo Iddio provare l'ubbidienza e la fedeltà del suo servo, {23 [229]} un giorno gli disse: Abramo, prendi il tuo unico figlio, il tuo Isacco, a cui vuoi tutto il tuo bene, va sul monte Moria ed offrilo a me in sacrifizio. Senza profferir lamento Abramo prepara le legna, ne carica un giumento, e accompagnato da due servi mettesi col figlio in cammino. Dopo tre giorni giunto appiò del monte, comanda che ognuno si fermi, indi pone le legna sopra Isacco ed egli stesso portando in mano il fuoco ed il coltello insieme col figlio sale il monte. Cammin facendo Isacco disse: Padre mio, ecco il fuoco e le legna, ma dové la vittima da sacrificarsi? - Mio figlio, rispose Abramo, il Signore ce la provvederà. - Isacco ignorava fino allora che egli stesso doveva essere la vittima. Pervenuti sulla sommità del monte, Abramo erge un altare, vi dispone le legna, lega il figlio, e sopra lo, colloca. Isacco tace ed ubbidisce. Abramo stende la mano, piglia il coltello e già vibrava il colpo per sacrificare il figliuolo, quando un Angelo del Signore grida: Abramo, Abramo, fermati, non far male al fanciullo, ora conosco che temi veramente il Signore, perciocche per ubbidire a lui non risparmiasti l'unico tuo figlio. Abramo si arrestò, e volgendo lo sguardo {24 [230]} videsi vicino un montone avviluppato colle corna fra i cespugli, che. lietamente sacrificò in luogo del figliuolo. Iddio per ricompensare questa generosa ubbidienza di Abramo, lo benedisse, e gli rinnovò le tre promesse già fattegli nella terra di Canaan. Il Signore benedice sempre coloro che sono ubbidienti ai suoi precetti. (A. del m. 2145).

            Abramo ed Eliezero. Abramo passò il resto della sua vita sempre occupato in opere buone, e perciò sempre benedetto dal Signore. Prima di morire volle cercare per suo figlio una sposa virtuosa e piena del timor di Dio. A quest'uopo commise ad Eliezero, primo de' suoi servi, di andare in Aran città della Mesopotamia, nella quale egli aveva.pure abitato per qualche tempo. Eliezero aveva seco dieci cammelli carichi di preziosi doni da regalare alla zitella destinata al suo padrone, e ai parenti di lei. Giunto a quella città in sulla sera, si fermò vicino ad un pozzo appunto al tempo che gli abitanti venivano ad attignere acqua. Per assicurarsi dei voleri del cielo, Eliezero cosa pregò: Signore Iddio di Abramo, fa che la donzella che sarà per darmi da bere, quando ne chiederò, sia quella che tu eleggi per Isacco. Aveva appena posto fine alla preghiera, quando ecco una fanciulla di nome Rebecca si avanza con una secchia in sulle spalle, che calando nel pozzo empie d' acqua. Eliezero le si avvicina, e, fanciulla, le dice con bel garbo, dammi un po' da bere. Volentieri, risponde, bevi tu, mio buon signore, e bevano i tuoi cammelli. A questi segni Eliezero conobbe i divini voleri; e dopo aver bevuto, continuò il suo discorso dicendo: Di grazia, di chi sei figliuola? In casa di tuo padre potrei trovare alloggio? Rebecca rispose: Io sono figlia di Batuele; mio avolo è fratello di Abramo, vieni pure; in casa di mio padre avvi alloggio per te, fieno e paglia in abbondanza pei tuoi cammelli. In quel momento usci di casa Labano fratello di Rebecca, che rinnovò lo stesso invito. Allora Eliezero ringraziando Iddio, entrò nella casa di Batuele dove ebbe splendida accoglienza. In questa guisa la giovane Rebecca, che nella casa paterna era stata modello di virtù per amore al lavoro e per ossequio ai parenti, divenne la moglie del virtuoso Isacco. e la gloria della sua famiglia

            Matrimonio di Isacco e di Rebecca. Prima di ogni altra cosa Eliezero si fe' conoscere per servo inviato da Abramo {25 [231]} in cerca di una sposa pel suo figlio. E siccome in modo non dubbio aveva conosciuto essere Rebecca scelta' da Dio per isposa d'Isacco, ne fece solenne richiesta. I parenti, avutone pieno consenso da Rebecca, risposero: Troppo chiara b la volontà di Dio; noi non vogliamo opporci. Rebecca colla sua nutrice vada pur teco e sia la sposa d'Isacco. Allora Eliezero offeri molti preziosi doni a Rebecca, alla madre di lei e agli altri parenti. I magnifici doni, le conosciute virtù d' Isacco, i nuovi vincoli che si stringevano col patriarca Abramo, colmarono i cuori di tutti di santa allegrezza. Tre giorni dopo partirono per la Cananea. (A. del m. 2148).

            Nascita di Esaù e di Giacobbe. Morte di Abramo. Da questo maritaggio nacquero due figliuoli gemelli, il primo nominato Esaù, l’ altro Giacobbe. Abramo visse ancora alcuni anni,. e consumato da lunghe e dure fatiche, pieno di meriti repósò nella pace dei giusti in età di anni 175. (Del m. 2183).

            Isacco in Gerara. Isacco seguiva gli esempi di virtù del suo santo genitore; ma sopravvenuta grande carestia, fu dal Signore avvisato di recarsi in Gerara, città posta sui confini dell'Arabia Petrea, in quel tempo abitata dai Filistei. Ivi cortesemente accolto dal re Abimelecco, si diede colla famiglia a coltivare la terra. Il Signore benedisse largamente le sue fatiche, di modo che la raccolta fu moltiplicata, e il suo bestiame aumentò a segno da eccitare la gelosia di quei popoli. La loro igvidia li spinse ad empiere di terra i pozzi, che i servi d'Isacco avevano scavato nella campagna per abbeveraree il bestiame. Allora il re Abimelecco volendo conservare la pace. Va, disse ad Isacco, ritirati dalla nostra terra, perché sei più potente di noi.

            Isacco si recò in un vasto deserto detto Bersabea, tra il Mare Morto ed il Mediterraneo. Qui il Signore gli ripete le promesse già fatte ad Abramo, dicendo: Io moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del Cielo; darò a' tuoi discendenti questo paese, ed in Quello (nel Messia) che nascerla da le, saranno benedette tutte le nazioni della terra. Isacco in ringraziamento alzò in quel luogo un altare, e invocò il nome del Signore. (A. del m. 2200). {26 [232]}

 

 

Capo terzo. Esaù vende la primogenitura. - Conseguenze di questa vendita. - Scala di Giacobbe. - Giacobbe in casa di Labano. - Sua partenza. - Labano lo insegue. - Letta con la angelo. - Giacobbe si riconcilia con Esaù. - Fatto di Dina. - Giacobbe fa le esequie il padre.

 

            Esaù vende la primogenitura: Esaù primogenito d'Isacco attendeva alla caccia ed all'agricoltura; Giacobbe alla custodia del gregge. Costui essendo di carattere semplice e molto ossequente ai genitori, era assai amato dalla madre. Tornando un giorno Esaù dalla caccia affamato, vide suo fratello che cotto si aveva delle lenticchie, e gliele dimandò. Cedimi, rispostigli Giacobbe, la tua primogenitura e te le darò. - Che mi vale, disse fra sè Esaù, il diritto di primogenitura, se io intanto muoio di fame? e non badando più oltre, con giuramento gliela. cedé. Indi mangiò e bevve senza riflettere alle' conseguenze della sua leggerezza.

            Conseguenze di questa vendita. Le conseguenze di questa vendita furono funestissime. Ecco il fatto. Isacco divenuto vecchio, cieco ed infermo, disse un giorno ad Esaù: Va alla caccia, e di tua cacciagione mi apparecchierai una vivanda condita nel modo che sai tornarmi più gradevole, affinché io ne mangi, e ti benedica prima di morire. Esaù andò prontamente.

            Rebecca, che portava speciale affetto a Giacobbe, avendo udite le parole d'Isacco, si affrettò di acconciare due capretti,: come fossero stati la selvaggina di Esaù. Di poi vestì Giacobbe degli abiti di Esaù, e perché questi era peloso, copri il collo e le mani di Giacobbe colla pelle dei capretti, quindi colla vivanda lo mandò ad Isacco. Come gli fu vicino, chi sei tu? gli disse il padre. E Giacobbe: Io sono Esaù tuo primogenito: ho eseguito quanto hai comandato. Or mangia e dammi la tua benedizione. Rispose Isacco: Appressati, ché io voglio accertarmi. E palpatolo, continuò: La voce è di Giacobbe, ma le mani sono di Esaù. Il buon padre mangiò, indi imponendo le mani sul figlio lo benedisse e gli augurò tutte le celesti felicità[5]. {27 [233]}

            Appena uscito Giacobbe, giunse Esaù portando una vivanda acconciata con prestezza e disse: Alzati, mio padre, e mangia della mia cacciagione. - Chi sei tu? disse meravigliato il genitore. Sono Esaù tuo primogenito, rispose, il’figlio. Fu scoperto allora l'inganno di Giacobbe; ma con tuttociò Isacco non ritirò da Giacobbe la data benedizione, perché Iddio voleva infatti porre Giacobbe nel luogo di Esaù. Questi pianse amaramente, si penti della vendita della primogenitura al suo fratello, e nel suo sdegno giunse a minacciargli la morte; così che Giacobbe non aveva più sicura la vita nella casa paterna. (A. del m. 2245)

            Scala di Giacobbe. Giacobbe  per sottrarsi al furore del fratello deliberò, cosi consigliato dalla madre, di rifugiarsi in casa di Labano suo zio materno, che dimorava tuttora nella città di Caran. Mentre viaggiava, fu sopraggiunto dalla notte lungi da ogni abitazione. Egli non poto a meno di provare grande inquietudine; ma avendo la coscienza pura depose ogni timore e si abbandonò nelle mani della divina Provvidenza. Affranto dalla fatica si adagiò sul terreno e, ponendosi per guanciale una pietra, si addormentò all'aria aperta, Iddio protegge sempre chi gli è fedele: perciò mentre Giacobbe dormiva, gli fe' vedere una scala misteriosa, che dalla terra pareva giungere al Cielo. Su di essa saliva e discendeva un numeroso coro di Angeli, e nella sommità era Dio, che tosi gli parlò: Io sono il Signore Dio di Abramo e di Isacco. Io darà, alla tua discendenza la terra sulla quale tu dormi, la tua stirpe sari come la polvere della terra, e in te, in Quello che nascerà dalla tua stirpe (cioè nel Messia) saranno benedette tutte le nazioni e tribù della terra. Dovunque andrai sarò sempre teco, sarò tuo protettore e ti ricondurrò {28 [234]} in questo paese. Spaventato Giacobbe svegliossi, e, come aggiornò, prese la pietra che servito avea di guaneiale, la innalza a guisa di altare a perpetuo monumento, versandovi sopra dell'olio per consacrarla al Signore.

            Giacobbe in casa di Labano. Giacobbe continuò il suo viaggio e, giunto a Caran, si fermò presso di un pozzo coperto da grossa pietra, attorniato da tre mandre di pecore. Rivoltosi ai pastori, che le custodivano: Miei fratelli, loro disse, d'onde siete? - Siamo di Caran, risposero. - Conoscete voi Labano? - Sì lo conosciamo. - Sta bene? - Si, egli gode perfetta salute; ecco sua figlia Rachele, che viene colle pecore. Affrettossi tosto Giacobbe a togliere il coperchio dal pozzo, abbeverò le pecore della cugina, e con parole miste di lagrime la salutò nella più cortese maniera. Rachele corse a darne nuova al padre, il quale con prestezza andato alla.volta di Giacobbe, lo abbracciò teneramente e lo condusse in casa sua. Qui Giacobbe dimorò più anni, custodendo fedelmente il gregge di suo zio e servendolo con gran premura, benché dovesse soffrire molto appo di lui. In tutte queste azioni non perdé mai di vista il santo timor di Dio. Labano, ammirando la fedeltà e le rare virtù del nipote, diegli in isposa sua figlia Rachele. Giacobbe, benedetto dal Signore, acquistò molte ricchezze e divenne padrone di molti servi e e possessore di numerose mandre di capre, di pecore, di cammelli e di altri giumenti. Queste sostanze formavano le ricchezze, secondo il costume di quei tempi. (A. del m. 2252).

            Giacobbe parte da Labano. Quando Labano si accorse che Giacobbe era divenuto ricco, n'ebbe dispiacere, ed oltre al guardarlo con occhi d'invidia, spesso.gli cagionava gravi tribolazioni, cui egli sopportò pazientemente; fintantochè fa avvisato dal Signore di ritornare nel paese de' padri suoi, cioè nella Cananea. Pertanto colla famiglia e colle sostanze, all'insaputa dello zio, si parti; venti anni dappoichè era uscita dalla casa paterna. (A. del m. 2265).

            Labano insegue Giacobbe. Labano con. numerosa comitiva lo insegui, risoluto di usare la forza per trattenerlo. Ma il Signore che protegge gli innocenti: Guardati, gli disse, dal tramare cosa alcuna contro Giacobbe. Laonde non si venne che a parole, colle quali Labano rimproverò al genero la fuga e la rapina fattagli de' suoi idoli; perciocchè sebbene {29 [235]} Labano fosse stato istruito nella vera religione,’ l' avevà nondimeno dimenticata ed era divenuto idolatra. Della fuga Giacobbe facilmente si discolpò; ma non consapevole del furto fatto da Rachele sua moglie, dichiarò reo di morte chiunque fosse il colpevole. Labano avendo visitato tutto l'equipaggio non trovò gl'idoli, perchò la figlia li aveva nascosti sotto il basto del cammello, su cui essa stessa sedeva. Onde, dopo lungo contrasto fra l'una e l'altra parte, si rinnovò l'amicizia, e, separatisi pacificamente, Labano ritornò a casa sua e Giacobbe prosegui l'incominciato cammino.

            Giacobbe combatte con un Angelo. Giunto al fiume Giordano, che forma il confine del paese di Canaan, Giacobbe sentì viva inquietudine per timore che l'antico sdegno di Esaù non si fosse ancora calmato. Spedì pertanto a lui messaggeri per annunziargli il suo prossimo arrivo. Mentre ne aspettava il ritorno, di nottetempo gli si presentò un Angelo in sembianza d'uomo, che lottò con lui sino allo spuntar del giorno: ma Giacobbe era sempre vittorioso, perchè l'Angelo non voleva usar contro di lui tutte le sue forze. Infine gli toccò il nervo della coscia, che subitamente inaridì, e dissegli: Lasciami ora andare, perché si fa giri l'alba. Giacobbe il quale si era allora accorto, che quegli con cui aveva combattuto era un angelo disse: Non ti laseierò partire prima che tu mi abbia data la tua benedizione. L’Angelo: Come ti chiami? Gli rispose: Giacobbe. Quegli soggiunse: D'ora innanzi sarai chiamato Israele, cioè forte contro il Signore. Da questo tempo i discendenti di Giacobbe cominciarono ad essere indistintamente chiamati Ebrei od Israeliti.

            Giacobbe si riconcilia con Esaù. Dopo questa misteriosa lotta, tornarono i messi riferendo che il furioso Esaù veniva incontro a lui con quattrocento uomini. Atterrito di ciò, Giacobbe si volse al Signore pregando così: Dio di mio padre, tu mi dicesti: Io ti darò ogni bene or dunque liberami dalle mani di mio fratello. Frattanto egli divise le sue genti e le sue mandre in più schiere. Ordinò che camminassero a molta distanza gli uni dagli altri, e i primi incontrando Esaù gli dicessero: Questa mandra ti spedisce Giacobbe in dono; e così dicessero gli altri di mano in mano che si avanzassero. Da ultimo giunse Giacobbe, il quale più volte s'inchinò davanti al fratello. Esaù a tante dimostrazioni d'amore {30 [236]} placatosi, gli corse incontro, lo abbracciò e lo baciò teneramente piangendo di gioia. Vedendo poi i figli del fratello, dimandò: A chi appartengono tutti questi figliuoti? Giacobbe rispose: Il Signore me li diede. Tutti s'inchinarono innanzi ad Esaù. Indi Giacobbe gli offesi molti de' suoi greggi. Questi da prima li ricusò, ma alle replicate istanze del fratello s'indusse ad accettarli. (A. del m. 2265).

            Fatto di Dina. Giacobbe riconciliatosi in questa guisa col fratello, si' recò ne' dintorni di Gerusalemme, dove comperò un campo con animo di soffermarvisi. Qui sua figliuola di nome Diba per curiosità andò a vedere una festa, che celebravano i vicini popoli della città di Sichem. Dina ebbe da quegli abitanti un gravissimo insulto. Per questo i fratelli di lei vennero alle mani coi Sichemiti, e la cosa andò tante oltre, che gran parte degli abitanti rimasero trucidati, gli altri fatti schiavi, tutta la città messa a sacco. La qual cosa cagionò disonore a Dina e'grave mestizia a Giacobbe. Questi rampognò acremente i suoi figliuoli, e, vivamente addolorato per lo spargimento di tanto sangue, abbandonò quella dimora e andò nella valle di Mambre alla casa paterna. Il fatto di Dina c'insegna quanto i pubblici spettacoli siano pericolosi specialmente alla gioventù. (A. del m. 2274).

            In Mambre Giacobbe ebbe' la grande consolazione di trovare ancora vivo il cadente genitore, che ardeva del desiderio di poter un' altra volta abbracciare l'amato figlio prima di morire. Breve per altro fil il comune contento, perciocchè Isacco poco dopo moriva tra le braccia de' suoi due figliuoli in età di anni 180. Esaù e Giacobbe gli fecero i funerali e lo seppellirono nella spelonca di Masfa presso la città di Ebron. (A. del m. 2275).

 

 

Capo quarto. Figliuoli di Giacobbe. - Predilezione per Giuseppe e invidia dei fratelli. - Sogni di Giuseppe. - Giuseppe nella cisterna. – È venduto a mercanti di Madian. - Dolore di Giacobbe. - Giuseppe in prigione.

 

            Figliuoli di Giacobbe. Giacobbe ebbe dodici figliuoli ed una figliuola di nome Dina. I nomi di quelli sono: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon, Dan, Neftali, Gad, {31 [237]} Aser, Giuseppe e Beniamino, de' quali il più virtuoso era Giuseppe, e perciò più amato dal padre.

            Predilezione di Giacobbe per Giuseppe, e invidia de' fatelli. Giuseppe sebbene fornito di ottime qualità, non poto tuttavia evitare l'invidia de' suoi fratelli. Essi sopportavano di mal animo i segni speciali di benevolenza prodigatigli dal padre per le rare sue virtù. L'invidia ó un vizio funestissimo, che ne' fratelli di Giuseppe generò odio e desiderio di vendetta. Quest'odio si accrebbe dai fatti seguenti. Giuseppe toccava appena i sedici anni, e custodiva il numeroso gregge paterno al pari de' suoi fratelli. Costoro un giorno commisero un'azione molto cattiva. Giuseppe innocente non volle seguire il loro esempio, anzi ne provò inquietudine; e per impedire maggior male, si credè obbligato di avvertirne il padre. Da questo momento Giacobbe lo amò ancor più teneramente, e tra gli altri piccoli doni 1o regalò di una vesto tessuta a vari colori. Per la qual cosa gli altri fratelli concepirono tale un odio contro di lui, che non gli indirizzavano più cortese parola. Si aumentò questo corruccio per certi sogni, che parevano presagire la futura grandezza di Giuseppe.

            Sogni di Giuseppe. Disse un di Ginsep, s con tutta semplicità a' suoi fratelli: Mi parve in sogno, che stessimo insieme in un campo, a legar covoni. Il mio si levò su e si tenne ritto; i vostri s'inchinarono intorno al mio per alora. - Come! esclamarono i suoi fratelli, tu dunque sarai nostro padrone e noi diventeremo tuoi servi? disse altra volta, di vedere il sole' e la luna con undici stelle in atto di adorarmi. Tutto questo fomentò l'odio dei fratelli a segno, che vennero a' più gravi eccessi.

            Giuseppe nella cisterna. Un giorno i figliuoli di Giacobbe avendo condotto molto di lungi il gregge al pascolo, il padre disse a. Giuseppe: Va a vedere se i tuoi fratelli stanno bene e recami di loro novelle. A questo comando egli ubbidì prontamente. Queglino, come lo videro si dissero l'un!'altro: Ecco là il nostro sognatore. Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una fossa. Diremo poi al padre, che una bestia feroce lo ha divorato. Così vedremo che gli giovino s suoi sogni.

            Ruben, che era il maggiore di età, si opponeva a questo reo {32 [238]} disegno e cercava modo Ali salvarlo. Deh! egli diceva, non vogliate ucciderlo; gettatelo piuttosto in quest'abbandonata cisterna. Così diceva con animo di cavarnelo e poi occultamente ricondurlo al padre. Avvicinatosi frattanto Giuseppe, gli furono tosto addosso i perversi fratelli, lo spogliarono delle vesti e lo calarono nella cisterna detta di sopra, cioè in un pozzo per buona sorte allora vuoto di acqua.

            Giuseppe venduto. Compiuta l'iniqua azione, si posero tranquillamente a sedere e a mangiare. Ma Ruben non poto prender cibo, e afflitto si allontanò pensando alla maniera di salvare Giuseppe. Pochi istanti appresso passarono a caso di là alcuni mercanti di Madian, che si conducevano in Egitto; a costoro fu venduto Giuseppe per venti monete. Indarno egli giurava i fratelli che gli usassero pietà; essi furono insensibili alle sue preghiere e alle sue lagrime. Trattolo della cisterna lo consegnarono a' compratori, che lo menarono seco in Egitto. Giuseppe toccava allora l'anno diciassettesimo di sua età. (A. del m. 2276).

            Dolore di Giacobbe. Ritornato Ruben a' fratelli, inteso quanto era avvenuto, tutto dolente fece loro i più severi rimproveri. Essi allora studiarono una menzogna per celare al padre il loro delitto. Scannarono un capretto e col sangue di esso tinta la veste di Giuseppe, la mandarono a Giacobbe con queste parole: Abbiamo trovato questa veste, guarda se è quella del tuo figliuolo. Come il buon vecchio la vide, la riconobbe, e nell'eccesso del dolore esclamò: È la veste di mio figlio, una bestia feroce ha divorato il mio Giuseppe! e piangendolo amaramente come morto, ne fu per lungo tempo inconsolabile.

            Giuseppe in prigione. I compratori di Giuseppe, giunti nell'Egitto, lo rivendettero ad un signore di nome Putifarre. Giuseppe serviva questo padrone con sollecitudine e fedeltà: benedetto da Dio, riuscivagli bene ogni cosa. Perciò il padrone lo amava moltissimo e ammirandone la diligenza gli affidò la cura di tutta la casa. Ma un sinistro caso turbò la prosperità di Giuseppe. Avvenne che la moglie di Putifarre avendo un giorno cercato d'indurlo a commettere un grave peccato, egli si pose a gridare: Oh come mai potrò fare un sì gran male contro del mio Dio! e forte inorridito se ne figgi. La malvagia donna, vedendosi disprezzata, lo calunniò {33 [239]} al marito. Questi troppo credulo prestò fede, e nella sua collera diede ordine che Giuseppe carico di ne fosse incontanente messo in oscura prigione. Ma Iddio accompagnava ogni passo dell'innocente Giuseppe. (A. del m. 2286).

 

 

Capo quinto. Giuseppe spiega i sogni del coppiere e del panattiere. - Spiega i sogni del Re. - Trionfa di Giuseppe. - Grave carestia.

 

            Giuseppe spiega i sogni al coppiere. Non andò guari, ché il Signore fece conoscere l'innocenza di Giuseppe al suo carceriere, il quale perciò commisegli l'interiore governo delle carceri. Accadde non molto dopo, che il primo coppiere e il panattiere di Faraone re d'Egitto fossero nella medesima prigione racchiusi. Una mattina avendoli trovati sommamente costernati, E per ché siete così tristi? dimandò loro con affetto. Ed eglino: Abbiamo nella scorsa notte fatto un sogno, e ninno ce lo sa spiegare. Giuseppe, ben sapendo quel sogno non essere superstizione, riprese: Ignorate che la spiegazione dei sogni viene da' Dio? Tuttavia raccontatemi i vostri sogni, e studierò di spiegarveli. Cominciò il coppiere: Parenami di vedere una vite con tre tralci, che crescendo si coprirono di foglie, indi sbucciarono i fiori e a poco a poco maturarono le uve, le quali io spremei in un bicchiere che presentai al Re.

            Giuseppe illuminato da Dio: Ecco, disse, questa è la spiegazione del tuo sogno: Di qui a tre giorni riavrai l'ufficio di coppiere del Re. Allora ricordati di me, e chiedi a Faraone, che mi liberi da questo carcere, in cui sono tenuto ingiustamente.

            Il panattiere, a così favorevole interpretazione del sogno del compagno, sperando altrettanto del suo, lo narrò dicendo: Ho sognato di portare sulla mia testa tre panieri, di cui il più alto contenuti ogni sorta di paste pel Re; ma gli uccelli venivano svolazzando intorno, le beccavano e le mangiavano. Giuseppe rispose: Fra tre dì sarai posto in croce, e il tuo corpo diverrà pasto degli uccelli. Il terzo giorno, che era il di natalizio di Faraone, queste predizioni si avverarono: il panattiere fu sospeso ad un patibolo, ed il coppiere riamesso {34 [240]} al suo primo ufficio. Costui per altro fu ingrato al suo benefattore Giuseppe: poiché in mezzo alla fortuna dimenticò le promesse, che gli aveva fatto. (A. del m. 2287).

            Giuseppe spiega i sogni di Faraone. Trascorsi due anni, Faraone ebbe ezziandio due sogni, dei quali ninno degli interpreti e de' sapienti egiziani, che fece venire da ogni parte, gli seppe dare spiegazione. Allora il coppiere narrò quanto nella prigione era avvenuto a lui e al capo-fornaio, e come fosse Giuseppe ottimo spiegatore di sogni. Faraone, fattolo tosto condurre alla sua presenza, gli disse: Feci un sogno e non trovo chi sappia darmene spiegazione; mi fu detto che tu sei buono interprete. - Io non so nulla, rispose modestamente Giuseppe: Dio solo ben può, senza di me, dare al re una risposta gradita raccontami nulladimeno i tuoi sogni. E Faraone: Pareami di stare sulle rive del fiume Nilo, e di vedere uscirne sette vacche di bella forma e grassissime: indi altre sette magre,e scarne, che divoravano le grasse. Similmente sembravami di mirar sette spighe piene e belle, che vennero consumate da sette altre aride e smilze.

            Una sola e medesima cosa, soggiunse Giuseppe, significano entrambi i sogni. Le vacche grasse e le spighe piene indicano sette anni di abbondanza; le vacche magre e le spighe vuote sette anni di carestia, i quali terranno dietro ai primi e ne consumeranno l'abbondante raccolta. Il flagello si farà sentire per tutto il paese. Ecco ciò che dice il Sonore. Laonde fa mestieri trovare un uomo saggio e industrioso, il quale negli anni di fertilità sappia racogliere e porre in serbo ne' magazzini quanto richiedesi per provvedere ai tuoi popoli nei futuri anni di carestia.

            Trionfo di Giuseppe. Di questa interpretazione molto contento il Re, si volse a Giuseppe e disse: Dove potrei trovare uomo migliore di te, così ripieno dello spirito del Sonore P A te affido il governo di tutto l'Egitto; tutti i miei sudditi ubbidiranno agli ordini tuoi, io stesso non voglio esserti superiore in altro, che nell'onore del trono.

            Ciò detto il re, toltosi l'anello, il mise in dito a Giuseppe. Quindi comandò che, vestito di porpora con una collana d'oro in collo, fosse condotto in trionfo per tutta la città, e vi fosse chi gridasse dinanzi a lui: Questi e il salvatore dell'Egitto. Giuseppe era allora in età di 30 anni. Così il {35 [241]} Signore fa servire ogni, cosa a bene di chi lo ama. (A. del m. 2287).

            Terribile carestia. I sette anni di fertilità giunsero presto come era stato predetto. Le biade furono abbondantissime e Giuseppe ne adunò la quinta parte ne' granai pubblici. Ma sopraggiunsero ben tosto gli anni di una carestia sì terribile, che tutti i vicini paesi ne furono grandemente travagliati. In questa desolazione Giuseppe aprì i suoi magazzini, e somministrò pane a tutto l’ Egitto e a quanti da ogni parte là accorrevano a fine di procacciarsi vettovaglie. La carestia afflisse anche il paese di Cancan, dove dimorava Giacobbe, il quale per non morir di fame., dovette anche egli mandare i suoi figli nell'Egitto a comperare biade. Ma siccome dopo la perdita di Giuseppe portava speciale affetto a Beniamino così il volle ritenere con sè a casa, per timore non gli accadesse qualche sinistro lungo la via. (A. del m. 2297). {36 [242]}

 

 

Capo sesto. I fratelli di Giuseppe in prigione. - Sono mandati a casa. - Ritornano con Beniamino. - Giuseppe li tratta lautamente. La tazza d'argento. - Angustie per questa tazza. - Giuseppe si dà a conoscere ai fratelli.

 

            I Fratelli di Giuseppe in prigione. I figliuoli di Giacobbe giunti in Egitto si presentarono a Giuseppe, e più non conoscendolo s'inchinarono a lui rispettosamente. Egli li conobbe tosto e, richiamandosi alla memoria i sogni che aveva avuti nella’sua giovinezza, adorò i disegni ammirabili del Signore. Fingendo non pertanto di parlare con persone straniere e sconosciute, loro disse in tono severo: Voi siete esploratori, e siete qua venuti per iscoprire i luoghi più fortificati del paese. - No, Signore, risposero essi tutti tremanti, noi, tuoi servi, siamo qui venuti unicamente per comperare del grano. Eravamo dodici fratelli: il più giovane rimase a casa col padre, l'altro, aggiunsero con qualche esitazione, l'altro non v' è più. Ripigliò Giuseppe: Io non posso fidarmi delle vostre parole. Se vero é che abbiate un altro fratel1o a casa, mandate uno di voi a prenderlo e gli altri rimangano prigionieri, finchè egli giunga. Intanto comandò che fossero condotti e custoditi in carcere. Giuseppe con quel contegno non aveva altra mira che quella di correggere i propri fratelli.

            Giuseppe rimanda a casa i suoi fratelli. Passati tre giorni, Giuseppe tolse i suoi fratelli di prigione, e fattiseli venir davanti così loro parlò: Io temo il Signore, e non sono ingiusto verso chicchessia. Se siete uomini leali, ritornate alle vostre case col grano; uno solo rimanga in ostaggio, finché mi sia condotto il vostro fratello minore, e allora presterò fede a quanto mi dite.

            Si sottomisero a questa condizione; e pensando di non essere intesi dissero tra loro nel proprio linguaggio: Ecco sopra di noi il castigo di Dio per la crudeltà usata contro l'innocente Giuseppe! Egli ci chiedeva pietà, e noi non l'abbiamo esaudito; perciò meritamente ci troviamo in queste angustie. Giuseppe capì benissimo quel discorso, e ne fu si commosso che dovette ritirarsi in disparte per dare sfogo alle lagrime. {37 [243]} Ma tosto si ricompose, e, ritenuto per ostaggio Simeone, diede segreto ordine a' suoi servidori di dare loro abbondantemente il grano dimandato e di rimettere eziandio il denaro di ciascheduno nel proprio sacco. Giunti a casa, raccontarono ogni cosa al loro padre. Quando poi vuotarono i sacchi e ciascuno trovò il suo danaro, rimasero pieni di stupore.

            Ritorno in Fritto con Beniamino. Come poi si venne al punto di lasciar partire Beniamino, il buon vecchio non sapeva risolversi. Voi volete privarmi di tutti i miei figliuoli, andava esclamando. Giuseppe non c'è più, Simeone è pigioniero, ora volete privarmi anche del mio Beniamino. No, mai non sani eh' io lo lasci andare; non posso permetterlo. Frattanto il grano provveduto era quasi consumato, e Giacobbe instava perchè i suoi figliuoli ritornassero nell'Egitto. Noi, gli diceva Giuda, non abbiamo ardire di presentarci di nuovo a chi comanda, se non conduciamo con noi il fratello minore. Lasciato dunque venire, affidalo a me, io me ne rendo mallevadore. Giacchd non si può fare altrimenti, conchiuse Giacobbe, prendetelo, portate eziandio il danaro della prima provvigione, che trovaste ne' vostri sacchi messovi forse per isbaglio. Procuratevi anche delle più squisite frutta de' nostri paesi, a fine di presentarle a quel signore. Facciavi Iddio trovare grazia appresso di lui, sicché egli rilasci il fratello da lui tenuto prigione, e il mio caro Beniamino. Ahimè! durante la vostra lontananza io resterò qual padre privato di tutti i suoi figliuoli! (A. del m. 2298).

            Giuseppe tratta lautamente i suoi fratelli. Partirono adunque i figliuoli di Giacobbe e, giunti nell'Egitto, si fecero, annunziare a Giuseppe. Questi, udito che era con loro Beniamino, ordinò al maestro di casa di far imbandire un lauto banchetto. Mentre essi aspettavano la venuta di Giuseppe, apparecchiarono i loro doni e, appena comparve, prostrandosi a terra glieli offerirono. El li salutò cortesemente e disse: Come sta vostro padre? vive egli ancora quel buon vecchio? Ed essi: Nostro padre tuo servo vive ancora e sta bene. E mirando Beniamino: E costui, soggiunse, il vostro fratello minore? Iddio ti benedica, figliuol mio.

            Dette queste parole uscì prestamente, perciocchè alla vista di Beniamino, cui teneramente amava, rimase profondamente commosso; talchè le lagrime uscendogli in copia dagli occhi {38 [244]} corse in luogo appartato a fine di poter con libertà dare sfogo alla commozione che lo agitava. Calmatosi alquanto e rasciugate le lagrime ritornò ai fratelli, e li fece sedere a mensa per ordine di età: della qual cosa furono assai maravigliati. Nell'atto che si porgevano le vivande, fu a Beniamino data una’'porzione cinque volte maggiore di quella d' ogni altro fratello. Ognuno mangiò e bevvè con allegria. La mattina seguente tutti consolati se ne partirono pel loro paese con nuove provvísionl, fra le quali Giuseppe di nuovo ordinò, che si riponcese il loro danaro. Nel sacco poi di Beniamino,: oltre il danaro, fece anche nascondere una tazza d'argento, che fu ad essi cagione di gravi angustie.

            Anguste per questa tazza. Quando furono ad una certa distanza dalla città, Giuseppe comandò al suo economo d'inseguire i suoi fratelli e di rimproverarli severamente dell'aver rubata una tazza. Come li sopraggiunse, disse: Voi avete rubata la tazza del mio padrone; così gli rendete male per bene? Attoniti a quelle parole risposero: Come mai noi avremmo potuto commettere sì malvagia azione! Muoia pure quegli fra noi presso cui verrà trovata la tazza, e noi tutti saremo schiavi del tuo padrone. Incontanente ciascuno mise giù il sacco e l'aprì, giacchè avendo una buona coscienza di nulla temevano. Si frugò in tutti i sacchi, e la tazza fu ritrovata in quello, di Beniamino.

            Chi può esprimere la sorpresa e lo spavento, onde restarono colpiti? Caricato ciascuno il suo grano, se ne tornarono a Giuseppe, il quale tosto li rimproverò dicendo: Perché avete voi fatto così? - Che cosa vi possiamo dire noi? rispose Giuda; Iddio ci trovò colpevoli davanti agli occhi suoi, perciò ci accadde questa sciagura. Noi tutti resteremo tuoi schiavi. - Tolga Iddio, che da mesi faccia questo, riprese Giuseppe; colui solo, che ha rubata la tazza, resterei mio schiavo, gli altri ritorneranno in pace al loro padre.

            Giuda a queste parole costernato gli si. accostò e disse: Signor mio, tu che sei uguale al re in potere, degnati di ascoltare un tuo servo. Tu ci ordinasti di condurti il nostro minor fratello. Mio padre lo permise a malincuore, perche egli lo ama piú della sua vita. Io M mallevadore per questo figliuolo. Deh! lascia che io rimanga schiavo per lui, ed egli faccia rifar no co'miei fratelli, poiché come oserei comparive {39 [245]} innanzi a mio padre, se questo figliuolo non fosse meco? qual crepucuore? Io non potrei reggere alla vista di tanto cordoglio del padre mio.

            Giuseppe si manifesta a' suoi fratelli. Giuseppe intenerito dalle patetiche espressioni di Giuda, non potendo più frenare la commozione, fatti ritirare gli astanti, e rimasto solo ce' suoi fratelli, diede un grido con gran pianto e disse: Io sono vostro fratello Giuseppe, che vendeste. Queste parole empierono i fratelli di terrore, ber sapendo qual supplizio il loro delitto meritasse. Ma Giuseppe presto li confortò dicendo: Non temete, perché il Signore mi mandò in questo paese per vostro bene, per preservarvi dalla fame e dalla morte. Ritornate speditamente al padre, ditegli che io vivo ancora, che sono padrone di tutto l'Egitto, e che venga danze senza indugio. Egli stabilirà la sua dimora nella più bella parte di questo paese, vivrà presso di me con tutti i suoi figliuoli, perché la carestia durerà ancora cinque anni. Non tardate dunque a partire, ritornate presto e conducetemi il padre. Quindi abbracciò teneramente Beniamino poi tutti gli altri fratelli. Le lagrime d'amore e di compiacenza da una parte, di consolazione insieme, e di pentimento dall'altra furono molte e i confusi lor gemiti risuonavano tutto all'intorno. La fama che Giuseppe aveva trovato i suoi fratelli pervenne alle {40 [246]} orecchie del re, il quale ne fu lietissimo. Udendo poi come il padre di Giuseppe viveva ancora e come questi desiderava di averlo seco nell'Egitto, lo esortò a chiamarlo tostamente, a provvedere quanto abbisognasse al trasporto di lui, della sua famiglia e di tutte. le cose suo.

 

 

Capo settimo. Incontra di Giacobbe con Giuseppe. - Morte di Giacobbe. Suoi funerali. - Morte di Giuseppe.

 

            Incontro di Giacobbe con Giuseppe. Il buon vecchio aspettava ansioso il ritorno de' suoi figliuoli. In sulle prime gli parve un sogno l'intendere che Giuseppe viveva, e che era Vicerò dell'Egitto. Ma quando all'arrivo dei cocchi reali. e dei magnifici doni di Giuseppe ne fu pienamente assicurato, non è a dire a quali dolci_trasporti,di allegrezza si abbandonasse. Or basta, esclamò; mio figlio Giuseppe vive ancora! lo andrò a vedere, poi morrò contento. Rese egli le dovute grazia al Signore, e colla numerosa sua famiglia si pose in viaggio. Al confine della Cananea Giacobbe offeri un sacrifizio a Dio, il quale in questa occasione gli disse, che discendesse pure nell'Egitto assicurandolo delle benedizioni. Giuda lo precedè per annunziarne l'arrivo a Giuseppe, che gli venne immantinente incontro con ambo i suoi figliuoli: e come lo vide, balzò dal cocchio, gettandosegli al collo con lagrime abbondantissime di gioia. E Giacobbe a lui: Ora, disse, io morrò contento, perciocché ho veduto ancora una volta il tuo volto.

            Giuseppe, benché elevato a dignità si grande, non vergognossi dell'umile stato di suo padre.. Anzi dopo i più dolci sfoghi di filiale amore, seco il condusse alla città e presentono a Faraone. Molto si rallegrò il re di vedere il padre di un si virtuoso figliuolo, e gli assegnò per dimora la più bella parte dell'Egitto, la terra di Gesse, come la più adatta al pascolo del gregge, che formava l’occupazione e la ricchezza di lui e della sua famiglia. (A. del m. 2298).

            Morte di Giacobbe. Giacobbe dimorò prosperamente ancor diciassette anni nell'Egitto. Sentendo avvicinarsi il tempo della morte, chiamò Giuseppe co'suoi figliuoli Effraimo e Manasse. {41 [247]} Offerendosi Giacobbe di benedirli, Giuseppe gli, mise alla destra Manasse, che era il maggiore, ed Effraimo alla sinistra. Ma Giacobbe, incrocicchiando le braccia, pose la destra sul capo di Effraimo e la sinistra su quello di Manasse, così predicendo che il maggiore servirebbe al minore. Di poi, teneramente stringendoseli al seno, li baciò e li benedisse. Indi così parlò a Giuseppe: Io me ne muoio, ma il Signore sarà con voi, e vi ricondurrà nel paese de' padri nostri. Poscia a tutti i suoi figliuoli, che stavano intorno al letto, predisse ciò che sarebbe avvenuto della loro posterità. In fine diede a tutti la paterna benedizione. Fra le benedizioni, date da Giacobbe a' suoi figliuoli, è' del tutto particolare quella di Giuda, colla quale predisse, che dalla sua stirpe sarebbe nato il Messia, ossia il Salvatore del mondo. La profezia è espressa con questa parole: Lo scettro; ossia la podestà sovrana, non sarà tolto da Giuda, finché non sia venuto Colui il Quale ha da essere mandato, ed Egli sarà l'aspettazione delle nazioni[6]. Conchiuse poi con dire a tutti: Quando io sarò morto, portate il mio corpo nella Cananea e seppellitelo co' miei nella doppia spelonca di Masfa vicino di Ebron. Detto questo si lasciò cadere sul letto e placidamente spirò in età d'anni 147. (A. del m. 2315).

            Funerali di Giacobbe. Tosto che Giuseppe vide il padre estinto, si gittò piangendo sopra il corpo di lui, e in tutto l'Egitto il pianto fu universale per settanta giorni. Quaranta se ne impiegarono per imbalsamarne il cadavere a modo degli Egiziani. Indi Giuseppe, con licenza del Re e con numerosa {42 [248]} comitiva di tutti i discendenti di Giacobbe e di molti Egiziani, accompagnò la salma del padre fino alla città di Ebron. Colà fatte solenni esequie per sette giorni e rinnovato gran pianto, il' fece seppellire nella spelonca, ovvero in una gran tomba da Abramo comperata per sè e per la sua famiglia.

            Ultime parole e morte di Giuseppe. Dopo la morte del padre, i fratelli di Giuseppe temendo che esso fosse per vendicare gli oltraggi che gli avevano fatto, gli mandarono a chiedere umile perdono supplicandolo che per la buona memoria del padre volesse generosamente dimenticare il loro fallo. Io temo Iddio, loro prontamente rispose Giuseppe. Voi non avete nulla a temere da me. Dio cangiò ogni cosa in nostro bene. Io sarò vostro protettore e provvederà a quanto sarà mestieri per voi e per le vostre famiglie. Giuseppe visse fino all'età d'anni 110, cinquantaquattro dopo la morte del genitore, sempre amato e venerato tanto da' suoi quanto da. tutto l'Egitto. Sentendosi poi vicino al suo fine, così parlò a' suoi fratelli: Io presto morrò. Iddio verrà certamente a visitarvi e vi condurrà nel paese, che promise a' nostri padri; allora trasportate con voi le mie ossa. Ciò detto, pieno di fede nelle divine promesse, con volto tranquillo e sereno cessò di vivere l'inno del mondo 2369. L'uomo virtuoso non teme l'ora della morte.

 

Capo ottavo. Giobbe. - Suoi infortuni. - Sua pazienza eroica. Iddio lo ricompensa. - Sua santa morte.

 

            Giobbe. Intorno a quel tempo in Us nella provincia dell'Idumea, tra la Cananea e l’ Egitto, viveva Giobbe, uomo giusto, assai celebre per l’ eroica sua pazienza e fedeltà verso Dio. Era capo di numerosa famiglia composta di sette figliuoli e di tre figliuole. Possedeva sette mila pecore, tre mila cammelli, cinquecento paia di buoi, un gran numero di servi e moltissime altre ricchezze, che lo rendevano illustre fra tutti i popoli d'Oriente. Ogni giorno ofieriva sacrifizi e preghiere al Signore, affinchè la sua figlinolanza fosse preservata da ogni macchia di peccato.

            Infortuni di Giobbe. Iddio per altro volle provarlo con {43 [249]} acerbissime tribolazioni, permettendo al demonio di affliggerlo quanto sapeva, salva la vita. Un giorno giunse a casa di Giobbe un servo' tutto ansante e gli disse: Menti ei tuoi buoi aravano e le tue, asine pascolavano, vennero i Sabei, rapirono i bestiami, e passarono tutti i tuoi servi a 191 di spada; io solo ho potuto fuggire per recartene il tristo annunzio.

            Parlava ancora questi, quando arrivò un altro esclamando: È caduto un fuoco dal cielo, che ha incenerito le tue pecore ed pastori. Costui fu interrotto da un terzo, il quale giunse dicendo: Molti ladri di Caldea hanno rapito i tuoi cammelli, e trucidata tutta la tua gente. Questa notizia non era anco finita quando, sopraggiunto un altro, prese a dire: I tuoi figliuoli e le tue figliuole mangiavano in onesta allegria nella casa del fratel maggiore, quand'ecco levarsi un vento impetuoso, che rovesciò la casa e tutti ha schiacciati sotto quelle rovine.

            A tutte queste calamità Giobbe, sebbene affittissimo, punto non si turbò. Il demonio irritato da tanta costanza, lo piagò in tutto il corpo con un'ulcerazione sì fetente, che, divenuto intollerabile agli stessi parenti ed amici, fu portato su di un letamaio. In questo lagrimevole stato ebbe ancora a sostenere insulti dalla moglie è rimbrotti dagli amici, che lo riputavano colpevole di grave peccato.

            Sua eroica pazienza. Fermo nella confidenza in Dio, Giobbe mantenne la sua pazienza inalterabile in mezzo a tutte queste calamità. Alla moglie che lo motteggiava rispondeva: Se da Dio abbiamo ricevuti i beni, perché non riceviamo i mali quando a Lui piace mandarceli? A tutti ripeteva con ammirabile rassegnazione: Nudo io nacqui, nudo me ne morrò ogni cosa mi u dal Signore donata, il Signore me la.tolse. Così a Lui piacque, tosi sia ratto, sia benedetto il suo santo nome.

            La pazienza rimunerata. Mosso finalmente Iddio a pietà, volle premiare la pazienza del suo servo. anche in questa vita. «li ridonò la sanità, il doppio delle sostanze perdute, sette figliuoli e tre figliuole. Giobbe pregò il Signore, che perdonasse quelli, i quali lo avevano dileggiato nella sua miseria, e ne fu esaudito. Visse poi ancora molti anni nella prosperità e nell'abbondanza, e avendo veduti i figli de' figli suoi fino alla quarta generazione, mori in età di anni 210. Giobbe fu {44 [250]} dotato altresì dello spirito profetico, e parlò del Salvatore quasi fosse vissuto con Lui. E opinione, che Giobbe fosse il quarto discendente di Esaù e coetaneo a Mosè, cui è attribrito il libro che ne ricorda le azioni.

 

 

Capo nono. Oppressione degli Ebrei. - Mosè salvato dall'aqua. - Fugge la Madiau. - Va a liberare il sue popolo.

 

            Oppressione degli Ebrei. I discendenti di Giacobbe, cresciuti in gran numero, si divisero in dodici tribù, ovvero famiglie, delle quali ciascuna prese il nome da uno dei dodici figliuoli. di Giacobbe. Frattanto sali al trono un nuovo Faraone[7], il quale si dimenticò de' benefizi e dei servigi prestati dai buon Giuseppe; e per timore che quel popolo straniero divenisse troppo potente, risolvo di opprimerlo crudelmente e così sterminarlo. A questo fine obbligò gli Ebrei a lavori fati così, tagliar pietre, formar mattoni, e ad altri più duri servigi della campagna. Non pertanto, vedendo che il loro numera aumentava,vie più, diede il barbaro comando, che tutti i maschi Israeliti appena nati fossero affogati nel fiume Nilo.. (A. del m. 2427.)

            Mosè salvato. Una donna ebrea di nome Jocabed della tribù di Levi ebbe un figliuolo, che vedendo bellissimo, nè sapendo risolversi ad affogarlo nelle acque, tenne tre mesi nascosto. Ma per non poterlo più a lungo celare intrecciò un cestello di giunchi e, intonacatolo di pece e di bitume, vi collocò dentro il bambino e lo espose in sulla riva del Nilo fra mezzo alle canne. Chi sa, disse ella fra sù, che il Signore non mandi qualcuno, che abbia compassione del mio pargoletto!

            Maria sorella del bambino, soffermatasi a qualche distanza, stava osservando che ne avvenisse. Iddio, il quale voleva salvare quel fanciullo, dispose che la figliuola del re andasse - a passeggio lungo le rive di quel fiume. Veduto il cestello, ordinò ad una delle sue ancelle di andarlo a prendere. Avutolo, l'apri,e vi trovò il bambino, che vagiva. Di ciò oltremodo {45 [251]} commossa, oh! disse, questi è un fanciullo Ebreo. Maria osservata la bontà della principessa ella compassione dimostrata pel bambino, si avanzò verso di lei e le disse: Vuoi tu, che io vada a cercare una nutrice, ebrea? - Oh sì, rispose, va tosto.

            La giovane non potendo in se capire dalla gioia corse a casa, e tutto raccontò alla madre, che si recò subito a prendere il bambino dalla figlia del re. Essa di buon grado lo diedi alla madre sconosciuta con queste parole: Prendi questo fanciullo, allevalo: io ti ricompenserò delle cure che avrai per lui. Egli fu allevato con ogni attenzione, ed era a tutti carissimo per le sue eccellenti qualità. Cresciuto che fu, la figlia del re lo fece venire alla corte, lo adottò in suo figliuolo, e gli posò nome Mosè, che vuol dire figlio dell'acqua, ovvero salvato dall'acqua. (A. del m. 2433).

            Mosè in Madian. Mosè, già fatto adulto e ammaestrato nelle scienze degli Egizi, godeva grandi onori nella corte di Faraone. Ma afflitto grandemente per. la oppressione, ond'erano straziati i suoi fratelli Israeliti; che erano trattati da schiavi, desiderava piuttosto soffrire col popolo di Dio, che dividere cogli empi i beni dell'Egitto. Un giorno vide un egizio, che percuoteva iniquamente un ebreo. Mosè commosso da tanta barbarie, ne prese la difesa, venne alle mani, e nel bollore della rissa uccise l'egizio. Questo fatto gli tirò addosso lo sdegno del re, che voleva farlo mettere a morte. Mosè non essendo più sicuro della vita nella real corte, dall'Egitto fuggì in Madian paese dell'Arabia. Il Signore, che vedeva le rette intenzioni del suo.servo, non lo abbandonò. Ricoveratosi nella casa di un sacerdote per nome Jetro, ne ebbe cortese accoglienza. Jetro lo trattenne seco, e gli diede in moglie la sua figliuola Sefora. Quando Mosè fuggi dall' Egitto aveva 40 anni. (A. del m. 2437).

            Mosè va a liberare il suo popolo. Mosè dimorò in Madian 40 anni, occupato specialmente a custodire le pecore dello suocero. Mosso finalmente Iddio a misericordia dalle preghiere e dai gemiti degli Ebrei volle per mezzo di Mosè liberarli dall'orribile schiavitù sotto la quale gemevano. Un giorno che esso aveva condotto il suo gregge nel deserto sino alle radici del monte Oreb, vicino al Sinai, vide un roveto, ovvero un cespuglio di rovi, che ardeva senza consumarsi. Maravigliato a {46 [252]} quella vista egli voleva avvicinarsi, ma dal mezzo della fiamma una voce il chiamò: Mosè! ed egli: Eccomi. - Non ti appressare, continuò la voce, togliti le scarpe da' piedi, perchè la terra in cui ti trovi è terra santa. Io sono il Dio de' padri tuoi, il Dio di Abramo, d'Isacco, di Giacobbe. Vidi l'afflizione del mio popolo, che è nell'Egitto, le sue grida giunsero fino a me, ed ho risoluto di liberarlo dalle mani degli Egizi e condurlo in una terra fertile e spaziosa, nel paese di Canaan, ove scorre latte e miele. Va dunque da Faraone, e digli tutto quello che ti porrò sulle labbra.

            Se il popolo mi chiedesse, rispose Mosè tutto tremante; chi ti ha mandato? che debbo rispondere? A cui Iddio: Quegli che è (cioè quegli che esiste da se medesimo e non fu creato da alcuno) a voi mi manda per liberarvi. Mosè replicò: Con qual segno potrò io mostrare di essere da voi inviato? - Iddio: getta,quella tua verga per terra. Mosè la getta ed eccola cangiata in serpente: Iddio: prendi il serpente per la coda. Lo prende e torna verga siccome prima. Cercava tuttavia Mosè di sottrarsi a tanto incarico, allegando che non aveva la favella spedita, cioè balbettava. Ma Iddio la fini con dirgli che Egli era con lui, e che avrebbegli mandato incontro il fratello Aronne, di cui avrebbe potuto valersi per parlare al popolo ed al re. Accertato così della protezione del cielo, Mosè si sottomise agli ordini del Signore e, presa la sua verga, si congedò dallo suocero Jetro per andare alla volta dell'Egitto. (A. del m. 2513).

 

 

Capo decimo. Mosè ed Aronne accolti dal popolo. - Sì presentano a Faraone. - Piaghe d'Egitto. - Agnello pasquale. - Morte de' primogeniti. - Liberaziene degli Ebrei. - Osservazioni.

 

            Mosè ed Aronne accolti dal Popolo. Giunto Mosè in un deserto, incontrò Aronne, cui comunicò i gran disegni che Iddio avevagli manifestato. Aronne era già stato in ogni cosa istruito dal Signore: perciò senza esitazione andarono insieme nell'Egitto, radunarono gli anziani d'Israele, alla cui presenza Aronne si fede a ripetere tutte le parole del Signore, e Mosè {47 [253]} operò parecchi prodigi per confermare quanto suo fratello annunziava. Il popolo prestò fede, e colmo d'allegrezza si prostrò a terra e adorò il Signore. Mosè  aveva ottant'anni e Aronne ottantatrè quando avvennero queste cose.

            Mosè ed Aronne al cospetto di Faraone. Presentatisi ambidue al Re, gli annunziarono gli ordini divini in questi termini: Il Signore Iddio d' Israele ti significa per mezzo di noi, che lasci partire il suo popolo, affinchè vada ad offeriegli un sacrifizio nel deserto. A quella intimazione il re orgogliosamente rispose: Chi è codesto Signore, alla cui voce io debbo obbedirei' io nol conosco. Israele non partirà.

            Aronne, per convincere Faraone ch'essi erano veramente inviati da Dio, operò alla sua presenza molti miracoli. E prima gittò in terra la verga, la quale subito si cangiò in serpente. Allora Faraone chiamò i suoi maghi, i quali pure a forza d'incantesimi, ovvero col soccorso del demonio, trasmutarono le loro verghe in serpenti: ma quello di Aronne assalì gli altri e li divorò, poi ritornò verga. Tuttavia il re non fece conto di questo prodigio, e dicendo oziosi gli Israeliti, {48 [254]} usò verso di loro maggior severità di prima. Laonde Iddio, in pena della ostinazione di Faraone, percosse successivamente quel regno con diversi castighi, comunemente detti le dieci piaghe dell'Egitto.

            Piaghe d'Egitto. 1º Mosè per ordine di Dio toccò le acque dell'Egitto, le quali tutte, cangiatesi in sangue e putrefattesi, fecero perire tutti i pesci e niuno più ne potè bere.

            2° Un'incredibile moltitudine di rane, uscite da' fiumi, dai ruscelli e dalle paludi, si sparsero nelle campagne, nelle case, nelle camere, ne' letti, ne' forni e perfino sulle vivande, così che ogni cosa ne fu infestata.

            3° Un numero infinito di piccoli e pungentissimi insetti brulicò dalla polvere, si attaccò agli uomini ed alle bestie, e li tormentò fieramente.

            4° Flagellò quindi il Signore tutto l'Egitto con un nembo di molestissime mosche e di tafani insopportabili agli uomini ed alle bestie.

            5° Un' orribile peste cagionò la morte a moltissimi animali.

            8° Gli uomini e gli animali furono travagliati da enfiature e da ulceri dolorosissime.

            7° L'Egitto vide un uragano con tuono, fuoco, e grandine sterminatrice, che non aveva mai veduto.

            8° Una immensità di cavallette, o locuste rosero le erbe e gli alberi, e divorarono quanto aveva risparmiato la grandine.

            9° Orrende tenebre coprirono l'Egitto per tre giorni.

            Tutte queste calamità, chi lo crederebbe? non bastarono ad ammollire l'ostinato cuore di Faraone. Oppresso dal flagello, egli prometteva di lasciare Israele in libertà. Liberatone appena, non teneva la data promessa. Anzi dopo la nona piaga montò in furore e disse a Mosè: Partiti dal mio cospetto e non comparirmi più davanti, pena la. morte se qui ritorni.

            L'agnello Pasquale. Da queste minacce non rimase atterrito Mosè. Iddio lo aveva avvisato che l'ultima piaga, colla quale avrebbe finalmente scosso Faraone, era la morte di tutti i primogeniti degli Egizi. Perciò gli comandò di dare ordine a ciascun capo di famiglia degli ebrei, che prendesse un agnello dell'anno e senza macchia, il cuocesse e col sangue di quello tingesse tutte le porte. Questa notte, diceva Mosè {49 [255]} al suo popolo, farete arrostire questo agnello e lo mangerete con pane azimo (senza lievito), tenendo i fianchi cinti, le scarpe a' piedi ed un bastone in mano, e vi affretterete a mangiare come gente stimolata alla partenza. Ma niuno metta piè fuori della porta prima del mattino, perchè questa notte l'Angelo del Signore percuoterci gli Egizi; e dove troverd le porte tinte di sangue non entrerà e passerà oltre. Allora il re ci laseierd partire.

            Gli Israeliti, che già erano andati esenti dai flagelli, da cui erano stati percossi gli Egiziani, in udire quelle cose si prostrarono a terra e adorarono il Signore.

            Morte dei primogeniti. Intanto venne eseguito l'ultimo castigo,nel modo più tremendo. Era mezza notte; tutti gli Israeliti adulti e fanciulli, compiti gli ordini del Signore, stavano aspettando il minacciato flagello; ed ecco lamentevoli voci o miserande grida di desolazione si levano per tutto l'Egitto. L'Angelo sterminatore aveva di morte improvvisa colpito tutti i primogeniti, dal figlio di Faraone sino all'ultimo schiavo. I primogeniti stessi delle bestie, tutti perirono. Non v'era casa che non lamentasse il suo primogenito estinto.

            Liberazione degli Ebrei. Istituzione della Pasqua. Il re spaventato si sveglia, e temendo peggio per sè  e pel suo regno, manda tosto per poso ed Aronne. Su via, loro dice, partitevi dal mio paese voi e tutti i figliuoli d'Israele; conducete con voi le vostre pecore e gli armenti come domandaste, andatevene e pregate per me.

            Gli Egiziani stessi, tutti atterriti, non solamente davano facoltà agli Israeliti di andarsene con le, cose che loro appartenevano; ma li pregavano e li obbligavano per fino a partirsene in tutta fretta ed uscire dall'Egitto. Così gli Ebrei, dopo lunga e dura oppressione, poterono finalmente porre un termine alla loro schiavitù. In memoria di questo avvenimento, Mosè per ordine di Dio institui la solennità della Pasqua, da celebrarsi ogni anno il giorno decimo quarto della luna di marzo. Pasqua è parola ebraica, che vuol dire passaggio, perchè l'angelo sterminatore, nella strage degli Egiziani, vedendo una casa colle imposte tinte dal sangue dell'agnello, passava oltre senza fare alcun male a chi vi abitava. Noi cristiani celebriamo la Pasqua in memoria della risurrezione del Salvatore, che ci liberò dalla schiavitù del peccato. L'Agnello {50 [256]} pasquale poi è figura del Salvatore, il quale col suo sangue ci riscattò dalla morte e ci aprì la strada alla salute eterna. (A. del m. 2513).

            Osservazioni. E cosa degna d'osservazione; 1° che gli Ebrei da una sola famiglia divennero un popolo numerosissimo tra cui si conservò costantemente la vera religione, la credenza nel futuro Redentore, anzi facevansi sacrifizi, ed erigevansi altari con molti segni di culto esterno; 2° che eccettuati gli Israeliti e pochi altri, tutto il resto degli abitanti del mondo era avvolto nelle tenebre dell'idolatria; 3° che erano già in fiore gl'imperi degli Egizi, della China, dell'Assiria ed altri {51 [257]}

 

 

Epoca quarta. Dall'uscita degli Ebrei dall'Egitto l'anno 2513 fino alla fondazione del tempio di Salomone l'anno 2993.

 

 

Capo primo. Gli Ebrei escono dall' Egitto. Colonna di nube. - Faraone insegne gli Ebrei. - Passaggio del mar Rosso. Faraone sommerso. - Acque amare raddolcite. La Manna. - Acqua prodigiosa. - Vittoria sopra gli Amaleciti. Giudici del popolo.

 

            Gli Ebrei escono dall'Egitto. La colonna di nube. Trecento quindici anni dacchè  Giacobbe era andato nell' Egitto, dopo tanti segni della protezione divina, il popolo Ebreo era fatto libero dalla schiavitù di Faraone, e glorioso camminava verso il mar Rosso, ossia golfo Arabico. Era in numero di seicento mila uomini atti alle armi, senza contare le donne, i vecchi ed i fanciulli. All'uscir dall'Egitto una prodigiosa nube lo precedeva segnando la strada. Di giorno pareva una densa nebbia che difendeva gli Ebrei dagli ardori del sole; di notte prendeva la forma di fiammeggiante meteora, che spandeva luce sui loro passi. Essa indicava la direzione del cammino, il tempo del fermarsi e del muoversi. Giunto Mosè sulla spiaggia del mar Rosso, pose frammezzo a due montagne i suoi alloggiamenti.

            Faraone insegue gli Ebrei. Partitisi gli Ebrei dall'Egitto, Faraone si pentì d'averli lasciati in libertà, e allestito colla massima prestezza un numeroso esercito, egli stesso si pose alla testa co' suoi ufficiali e si affrettò di raggiungerli in quella valle, dove si erano accampati. Era notte, e gli Ebrei da ogni banda si trovavano chiuso il passo, perciocchè, serrati nella gola di due montagne, avevano il mare in faccia, ed alle spalle il nemico. Furono tutti ricolmi di terrore, e per disperazione già si ribellavano contro Mosè; quando egli, fermo {52 [258]} nella confidenza in Dio: Non temete, disse loro, il Signore combatterà per noi. La colonna di nube dalla parte degli Ebrei era tutta risplendente, da quella degli Egiziani diffondevasi in dense tenebre, sicchè  questi non potevano accostarsi a quelli durante la notte.

            Passaggio del mar Rosso. Faraone sommerso. Iddio libero il suo popolo nella maniera più prodigiosa. Mosè, giusta il divino comando, batte colla verga le acque del mare, ed ecco in un attimo le acque dividersi ed alzarsi come due mura a destra ed a sinistra lasciando frammezzo largo passaggio, che da un caldo e forte vento viene interamente asciugato. Gli Ebrei, alla vista di una via si, inaspettata e prodigiosa, coi loro armenti entrano con franchezza per quel vasto letto, e felicemente passano all'altra sponda.

            Faraone, che, si era avanzato, mirando sì bella strada, in un col suo esercito insegue gli Ebrei fin dentro il mare; ma appena sono essi in salvo, Mosè per ordine di Dio ripercuote colla verga le onde ed improvvisamente escono di mezzo dalla prodigiosa colonna lampi e tuoni, che colpiscono gli Egizi, rovesciano i loro carri; le acque sospese, ritornando con fra casso spaventevole nel luogo primiero, coprono e sommergono il re, i cavalieri, i cavalli e i carri; l'esercito viene affatto distrutto ed ogni cosa seppellita negli abissi, per guisa che neppur uno potè  scampare. Allora Mosè compose un celebre cantico, che tutti lietamente cantarono in ringraziamento a Dio pel grande prodigio in loro favore operato. Indi, lasciate le spiagge del mar Rosso, s'incamminarono per un deserto immenso dell'Arabia, dove vagarono per quarant'anni prima di poter entrare nella terra promessa. (A. del m. 2513).

            Acque amare raddolcite. La Manna. Iddio operò in questo deserto molti e luminosi miracoli a favore degli Ebrei. Giunti essi in una parte di quel deserto appellato Sur, che era un'immensa solitudine del tutto sterile, cominciarono a mormorare contro di Mosè per l'amarezza delle acque, che niuno poteva bere. Iddio allora additò un legno, il quale immerso nelle medesime, le fece divenire dolci e potabili.

            Si consumarono anche le provvigioni, e già cominciava sentirsi la fame. Ma dove trovar alimento per tante migliaia di persone? Io, disse il Signore, farò discendere dal cielo il vostro nutrimento. Un bel mattino gli Ebrei videro la terra {53 [259]} coperta di uno strato di rugiada insolita, composta d'innumerabile quantità di sottili e minuti, granellin bianchi come la brina, avente ogni grato sapore. Che cosa è  questo? Dimandavansi l'un l'altro stupefatti. Ecco, rispose Mosè, questo è il pane, che il Signore vi dona per nutrimento. Tutti si diedero a raccorglierne, e ciascuno ne serbava tale porzione che bastasse pel bisogno del giorno; il di più imputridiva. Soltanto nel sabato si conservava, imperciocchè volendo Iddio, che quel giorno fosse tutto a lui consacrato ed impiegato in opere di religione, non faceva cadere la manna: perciò ognuno ne raccoglieva il doppio al venerdì. Tutto il tempo in cui gli Ebrei vissero nel deserto, il Signore li nutrì con questo cibo nomato manna dalla parola Ebraica man-hu, che significa: che cosa è  questo? Tale parola proferirono gli Ebrei la prima volta che la videro.

            La manna è figura della SS. Eucaristia, la quale conforta l'uomo a camminare nel deserto di questo mondo alla volta della vera terra promessa, che è il cielo.

            Acqua prodigiosa. Dopo lungo tratto di strada mancarono di nuovo le acque. Mosè per divino comando alla presenza di tutto il popolo percosse colla sua verga una pietra, e tosto ne scaturirono acque abbondanti, colle quali ognuno potè dissetarsi. Di queste acque gli Ebrei si servirono per quarant'anni.

            Vittoria sopra gli Amaleciti. Giudici del popolo. Quasi nello stesso luogo gli Amaleciti discendenti di Esaù, i quali abitavano ne' luoghi vicini, vennero a contendere il passaggio agli Istraeliti e cominciarono ad assalire quelli, cui la stanchezza tenea indietro dal grosso dell'esercito. Mosè allora impose a Giosuè di andare incontro a' nemici colle sue genti, ed egli con Aronne ed Ur ascese il monte per impetrare l'aiuto del Signore. Fino a tanto che Mosè pregava colle mani alzate, Giosuè vinceva: quando per istanchezza le abbassava, vincevano gli Amaleciti. La qual cosa vedendo Aronne ed Ur, fecero sedere Mosè sovra un sasso, ed eglino postisi dall'uno e dall'altro canto gli' sostennero le braccia fino a sera. Così gli Amaleciti furono interamente rotti e dispersi.

            Disceso poi Mosè dal monte, ed osservato che egli solo non poteva decidere le controversie di tanta moltitudine, segui il consiglio di Jetro suo suocero e trascelse uomini pieni di tenno e timorati di Dio, i quali costituì giudici nelle cause ordinarie, riserbate a sè le cose di maggior rilievo. {54 [260]}

 

 

Capo secondo. Monte Sinai. Decalogo. - Vitello d' oro. - Tavole della legge. - Tabernacolo. - Arca dell'alleanza. - Sacrilizi e feste degli Ebrei. Ministri del divia culto. - Castigo del fuoco. - Sepolcri della con capiscenza. - Esploratori della terra promessa. - Ribellione e castigo, di Core, Datan ed Abiron. - Verga di Aronne. - Serpente di bronzo. Il bestemmiatore ed il profanatore delle feste punito. - Balaamo. - Ultime azioni di Mosè. - Sua morte.

 

            Monte Sinai. Decalogo. Giunti gli Ebrei alle radici di un alto monte dell'Arabia detto Sinai, Iddio ordinò a Mosè, che il terzo giorno al sonar delle trombe radunasse tutto il popolo appiè di quella montagna per intendere i precetti che darebbe, ed egli solo ascendesse sulla vetta. Intanto ognuno con sacre cerimonie e con digiuni si preparasse a quella grande solennità detta Pentecoste, ossia cinquantesimo giorno dopo l' uscita del popolo dall'Egitto. Al mattino del terzo giorno incominciano a rimbombare i tuoni e balenare i lampi; una nube densissima copre la cima del monte. Odesi pur di lassù un orribile fragor di tromba, e tra le fiamme {55 [261]} tra i lampi Iddio si fa udire. Fattosi quindi improvviso e profondo silenzio, maestosamente parla così: Io sono il Signore Iddio tuo e non avrai altro Dio avanti di me. Non nominare il nome del tuo Dio invano. Stantifica il sabato (il giorno festivo). Onora il tuo padre e la tua madre affnciè tu abbia lunga vita sopra la terra. Non ammazzare. Non fornicare. Non rubare. Non dire il falso testimonio. Non desiderane la persona d'altri. Non desiderare la'roba del prossimo tuo.

            I popolo tutto tremante esclama: Noi faremo quanto il Signore ci ha detto. Questi ordini dati da Dio a Mosè formano quella legge, che noi appelliamo DECALOGO, vale a dire dieci comandamenti, i quali racchiudono in compendio tutti i precetti della nostra santa Religione. Gli Ebrei celebrarono ogni anno la solennità della Pentecoste, in memoria della discesa del Signore sul monte Sinai per dare la legge al suo popolo. I cristiani celebrano la medesima solennità in memoria della discesa dello Spirito Santo per compiere la legge antica e riempire i fedeli de' suoi doni celesti.

            Il vitello d'oro. Tavole della legge. A tanti celesti favori il popolo Ebreo corrispose colla più mostruosa ingratitudine. Mosè, per apprendere da Dio tutte le cose necessarie al governo del suo popolo, si fermò sul Sinai quaranta giorni. Gl'Israeliti, annoiati di questo ritardo, corsero ad Aronne e gli dissero: Orsù fanne degli Dei, che ci guidino nel cammino, perche Mosè più non ritorna, e noi non sappiamo che sia di lui. Aronne temendo le minacce accondiscese, e fattisi portare gli orecchini d'oro delle donne, li fuse e ne fabbricò un vitello, cui gli Ebrei con sacrifizi, con feste e con bagordi si posero ad adorare. Mirò Iddio la loro perversità, e disse a Mosè: Scendi, ha peccato Israele, egli è  veramente ingrato; lascia che il mio furore si accenda e lo distrugga. Mosè pregò il Signore, che avesse pietà del suo popolo, e ne fu esaudito.

            Intanto discese dal monte portando due tavole di pietra, su cui il Signore per mano di un angelo aveva scritto i precetti del decalogo. Veduti i tripudi, che si facevano intorno al vitello d'oro, nell' impeto di giusto sdegno gittò a terra le due tavole e le ruppe, riputando indegno di tanto favore chi avea commesso si enorme peccato. Indi rimproverò acremente Aronne, e contro del vitello avventandosi lo spezzò, lo ridusse in polvere, cui disperse nelle acque che bevevano i {56 [262]} figli d'Israele; poscia gridò: Chi è del Signore si unisca con me. Si radunarono intorno a lui tutti i Leviti, i quali a' suoi comandi si scagliarono contro i delinquenti ostinati e ne uccisero circa ventitre mila. Il popolo allora confuso ed atterrito si penti, pianse amaramente il suo peccato, ed il Signore ne ebbe pietà. (A. del m. 2513).

            Tavole della legge. Tabernacolo. Arca dell'alleanza. Placatosi Iddio chiamò nuovamente Mosè sul monte, ove rimase altri quaranta giorni, e, ricevute due altre tavole della legge, ritornò nel campo. Ivi apparve nuova maraviglia. Tutti videro in fronte a Mosè due raggi così risplendenti, che più non si poteva rimirare in faccia. Laonde da quel tempo in poi, quando parlava al popolo per ispiegare la volontà del Signore, si velava la faccia.

            A schiarimento della storia è bene di notare che fino a questo tempo gli Ebrei, essendo in continuo pellegrinaggio, non avevano potuto fissar alcun luogo per radunarsi e adorare il Signore. Quando volevano solennemente ringraziarlo di qualche benefizio, prendevano delle pietre o delle legna, facevano una specie di altare e sopra di questo offerivano sacrifizi. Ma volendo Iddio che il suo popolo avesse un luogo, rito e cerimonie, onde i suoi ministri gli rendessero un culto esterno, pubblico e regolare, ordinò a Mosè che fabbricasse un tabernacolo. Esso era un tempietto fatto a guisa di padiglione portatile. Mosè propose al popolo di concorrere con qualche offerta alla costruzione del medesimo. Ognuno offeri spontaneamente quel che aveva di più prezioso in oro, in argento ed in altri metalli, in gemme e vestimenta. Con queste offerte fabbricassi il tabernacolo, l'arca dell'alleanza (entro cui si chiusero le tavole della legge), i vasi sacri, il candelabro, la mensa, e quanto abbisognava pel divino servizio.

            Terminate queste cose, venne fatto un solenne sacrtfizio al Signore, il quale in segno di gradimento fece scendere dal cielo una risplendente nube, che copri tutto il tabernacolo. Ovunque andavano gli Ebrei portavano sempre seco il tabernacolo, intorno al quale solevansi radunare per ascoltare gli ordini, che Mosè  dava loro in nome di Dio, per celebrare le solennità e compiere i loro doveri religiosi. Il tabernacolo fu come il centro del culto del vero Dio fina alla costruzione del tempio di Salomone in Gerusalemme. {57 [263]}

            Sacrifizi e feste degli Ebrei. Di due sorta i sacrifizi presso gli Ebrei: Cruenti, o sanguinosi, in cui immolavansi buoi, capre, pecore ed altri animali. Incruenti, o non sanguinosi, in cui si offerivano a Dio focacce, pane, vino ed altri commestibili o frutti della terra.

            Le feste poi istituite da Mosè erano quattro: Pasqua e Pentecoste, di cui si è parlato, quella dei tabernacoli e dell'espiazione. La festa dei tabernacoli celebravasi in memoria del soggiorno fatto dagli Ebrei nel deserto. Durava sette giorni, in cui gli Ebrei dimoravano sotto tende campestri, ovvero frascati. La festa dell' espiazione era un giorno di pubblica penitenza, in cui il Sommo Sacerdote offeriva a Dio un vitello pei suoi peccati, ed immolava un capro per espiare i peccati del popolo.

            Ministri del divin cúlto. Il primo ministro era il Sommo Sacerdote, ossia il Pontefice, da cui dipendevano tutti gli altri ministri inferiori. Mosè stesso consacrò Aronne Sommo Sacerdotè, ungendolo con olio benedetto e vestendolo di sacri ornamenti. I semplici Sacerdoti. Questi furono i figli di Aronne ed i loro discendenti. Essi facevano a Dio i sacrifizi ordinari. I Leviti. Sotto questo nome venivano tutti quelli che discendevano dalla tribù di Levi, i quali esercitavano nel tabernacolo, e più tardi nel tempio, le funzioni di ordine inferiore. Parimente nella Chiesa Cattolica è stabilita una Gerarchia, di cui è capo il Sommo Pontefice, Vicario di G. C. Dopo lui e da lui dipendenti sono i Vescovi, i Sacerdoti, i diaconi e gli altri ministri inferiori.

            Castigo del fuoco. Sepolcri della concupiscenza. Correva già il terzo anno da che il Signore nutriva nel deserto il suo popolo colla manna. Benchè essa fosse di squisito sapore, tuttavia venne a nausea a quel popolo infedele, che ricominciò le solite mormorazioni contro Dio e contro Mosè. Chi ci darà carni a mangiare? l' un l' altro dicevano; quanto erano buone le carni, le cipolle, i porri, i poponi (meloni), gli agli d'Egitto! Ora i nostri occhi non vedono, se non se questa nauseante manna. Iddio sdegnato mandò un fuoco, che inceneri una parte dell'esercito. Mosè pregò, e cessò il fuoco sterminatore. Continuando poi gli Ebrei a dolersi del non aver carne, il Signore. fece comparire grandissima quantità di quaglie, che il popolo colse con avidità {58 [264]} cibandosene ingordamente. Ma avevano ancora le carni fra' denti, quando grande parte di que' mormoratori, percossi da' Dio, rimasero estinti. Colla loro sepoltura diedero a quel luogo il nome di sepolcri della concupiscenza.

            Esploratori nella terra promessa. Mosè ebbe da Dio il comando di spedire dodici esploratori nella terra promessa, affinchè riferissero quale fosse la natura del paese e quale la forza degli abitanti. Fra costoro furono Giosuè e Caleb, ambidue molto stimati dal popolo per le loro virtù. Partirono essi per la Palestina, e visitarono tutti que' fertili paesi dal Signore promessi agli Ebrei. Per farne poi conoscere la prodigiosa fertilità, portarono seco alcuni prodotti, fra' quali melagrane, fichi ed un grappolo d'uva, che posto attraverso di un bastone gravava le spalle a due uomini. Non dissimularono per altro il paese essere abitato da gente forte e guerriera. Gli altri dieci incominciarono a divulgare che i popoli di Canaan erano robusti, erano giganti invincibili, e che era impossibile abitare tra loro, perchè la stessa terra divorava gli abitatori. Queste parole destarono tumulto in tutto il popolo, il quale già voleva eleggersi un altro capo e tornare in Egitto. A ciò opponendosi Giosuè e Caleb, furono minacciati di lapidazione. Irritato grandemente Iddio da queste replicate mormorazioni, colpì di morte i dieci esploratori, e giurò che solamente Giosuè e Caleb entrerebbero nella terra promessa; tutti quelli poi, i quali passassero i vent'anni, andrebbero per quarant'anni vagando nel deserto, e quivi i loro cadaveri sarebbero disfatti. Giudizio severo, ma giusto e che rimase irrevocabile. (A. del m. 2514).

            Ribellione e castigo di Core, Datan e Abiron. Tre cospicui personaggi, chiamati Core, Datan e Abiron, avidi di {59 [265]} primeggiare nel popolo congiurarono contro di Mosè e di Aronne, calunniandoli di essersi, usurpato il potere a danno degli altri. Duecento cinquanta altri presero parte alla ribellione. Costoro pretendevano di offrire incenso a Dio, uffizio sacerdotale stato Affidato solamente ad Aronne e ai suoi discendenti. Mosè ciò saputo ricorse a Dio, il quale gli disse Comanda che il popolo si separi dalle tende di Core, Datan e Abiron. Tutti si separarono. Allora si apri la terra sotto ai piedi dei ribelli, e gli inghiottì vivi insieme con tutte le loro; famiglie. Oltre a ciò un fuoco disceso dal cielo divorò pure i 250, che coi turiboli in mano stavano offrendo l'incenso contro il volere di Dio.

            Verga di Aronne. Dio per far vie meglio conoscere che voleva si avessero l'onore del sacerdozio Aronne e i suoi discendenti parlò a Mosè e gli disse: Fatti dare una verga da ciascun capo delle tribù, e sopra scrivine il nome: la verga di Levi portoni il nome di Aronne. Tu le porrai nel tabernacolo dinanzi all'arca. La verga di colui, che sarà eletto da me, domani sarà fiorita. Mosè eseguì il comando. Il dì seguente, entrato nel tabernacolo, trovò che la verga d'Aronne avevà gittato le gemme, messi i fiori, ed aperte le foglie già si formavano le mandorle. Allora tutto il popolo si persuase del volere di Dio, e si cessò dalle querele. La verga miracolosa fu riposta nell'arca santa, e conservata sino alla distruzione del tempio di Salomone.

            Il serpente di bronzo. A questi fatti portentosi gli Ebrei avrebbero dovuto far senno; tuttavia non andò molto che si ribellarono di nuovo contro Mosè, lagnandosi che li aveva condotti fuori dell'Egitto, e mostrandosi nauseati della manna. In pena di queste mormorazioni il Signore mandò contro di essi dei serpenti velenosi, che mordendo i colpevoli ne fecero perire molti. Da quel flagello spaventati ricorsero a Mosè, perchè loro impetrasse misericordia. Vedendoli pentiti, Iddio ordinò a Mosè formasse un grosso serpente di bronzo e lo esponesse in luogo alto per modo che dalla moltitudine potesse essere veduto, promettendo che chiunque morso dai serpenti avesse rimirato il serpente di bronzo, ne sarebbe tosto guarito. Con questo mezzo gli Israeliti furono liberati dal terribile flagello. II serpente di bronzo era figura di G. C., il quale doveva, essere innalzato in croce sul monte {60 [266]} Calvario, e colla sua morte avrebbe salvato tutti quelli che in Lui avessero riposta speranza. (A. del m. 2552).

            Il bestemmiatore ed il profanatore delle feste punito. Dopo aver Iddio dato esempio di terribile severità colla morte di Coca, Datan e Abiron, ne diede due altri di rigorosa giustizia in mezzo al popolo. Mentre alcuni Giudici litigavano fra loro, nel trasporto della collera uno d'essi bestemmiò il santo nome del Signore. Condotto il colpevole davanti a Mosè, fu tosto consultato Dio intorno al castigo da infliggersi. Mosè ebbe in risposta, che fuori del campo il bestemmiatore fosse dal popolo immantinente ucciso a colpi di pietra. Dopo quel fatto, Dio stabili che in avvenire i bestemmiatori fossero dal popolo lapidati.

            Altro esempio di grande severità accadde poco appresso in un profanatore del giorno festivo, nel quale poco prima Dio aveva proibita ogni opera servile. Era giorno di Sabato, quando fu trovato in campagna un uomo che raccoglieva paglie e ramoscelli per suo particolare bisogno. Condotto anch'egli a Mosè e ad Aronne, non sapevasi se per trasgressione, in apparenza tanto leggera, dovessero farlo morire. Consultarono il Signore e ne ricevettero per risposta, che condotto fuori del campo fosse dal popolo lapidato. Esempio terribile per coloro che osano bestemmiare il santo nome del Signore, o profanare i giorni a lui consacrati. Gli stessi, o forse maggiori castighi, devonsi temere o nella vita presente o nella futura.

            Balaamo. Dopo tante pene sofferte da Mosè pel suo popolo, prima di morire ei doveva sperimentare quella dei falsi profeti. Di fatto trovandosi gli Ebrei accampati vicino ai Moabiti, Balac loro re ricorse a Balaamo offerendogli molti doni perchè venisse a maledire il popolo d'Israele. Ma Dio gli vietò di recarsi a maledire un popolo che Egli stesso aveva benedetto. Ciò nondimeno quel principe tornò ad inviare al profeta doni più copiosi. Lo sciagurato Balaamo, lusingato dalla preziosità dei doni, accondiscese. Ma nel cammino se gli fece avanti un angelo, senza che fosse veduto da Balaamo. Ben però lo vide l'asina sopra cui egli sedeva, e si fermò cadendo in presenza dell'angelo. E perchè Balaamo la percuotea per farla camminare, Iddio, come dice la Scrittura, aprì la bocca di quel giumento, che con miracolo {61 [267]} singolare esclamò: perchè Così ingiustamente mi batti? Nel tempo stesso Balaamo vide l'angelo, che si opponeva al suo viaggio e che minacciava di ucciderlo. Allora egli umiliandosi disse che era pronto a ritornarsene, se Così l'angelo comandava. Ma questi gli permise di continuare il cammino, con patto di non dire se non quello che intenderebbe da Dio, come infatti egli fece. Imperocchè per quanti sforzi Balac facesse per obbligarlo a maledire gli Israeliti, Iddio non permise mai che questi altro proferisse sopra gli Ebrei, se non benedizioni, avendo guidata, la lingua a lui, come poco prima al suo giumento. Il timre nondimeno di perdere le ricompense, che aspettava dal re, indusse lo sciagurato profeta a consigliare Balac che facesse venire tra gli Israeliti le donne di Madian, accocchè adorandone anch' essi le false divinità, offendessero Dio, e quindi Egli li desse in preda dei suoi nemici. Funesto consiglio! Quelle femmine idolatre, guadagnando colle loro lusinghe gli Ebrei, li corruppero primieramente nell'anima, e poi anche nel corpo. E così il falso profeta, che si spacciava per oracolo della Divinità, sarebbe stato la rovina del popolo di Dio, se Finees vero ministro di Dio con santo zelo non vi si fosse opposto. Vedendo esso un giudeo che peccava con una Madianita, trapassò ambidue colla spada, e con, questo sacrifizio placò l'ira di Dio. Quel popolo, dice s. Ambrogio, fu con maggior maraviglia salvato da un solo sacerdote, che non era stato corrotto da un falso profeta, e la pietà dell'uno ebbe più forza, che l'avarizia e gl'inganni dell'altro. (A. del m. 2553).

            Ultime parole di Mosè al Popolo. Mosè guidò il popolo sin vicino alla terra promessa, ma non vi entrò in pena di una leggera diffidenza. Imperocchè mancando di acque gli Israeliti, ed ordinandogli Iddio di battere colla verga una pietra, egli dubitò un istante che Iddio volesse operare prodigio sì grande a favore di gente cotanto proterva, e la percosse due volte, come se una sola non avesse bastato. Per questa suo titubar nella fede, il Signore non gli permise più di entrare nella terra promessa. Quando poi Dio rivelò a Mosè essergli vicina la morte, questi radunò tutti i figli d'Israele intorno al Tabernacolo, e come buon padre diresse loro queste parole: Voi vedete, che sono prossimo a morire nel deserto, e che non passerò il Giordano. voi lo passerete {62 [268]} per entrar al possesso della terra santa, che il Signore vi promise. Siate, sempre fedeli al vostro Dio, che vi diede tante prove di benevolenza e che operò a vostro favore tanti prodigi. Amate il Signore, ascoltate la sua voce e adempite i suoi comandi. Se sarete a lui fedeli, vi benedirà; se trasgredirete la sua legge, cadranno sopra di voi gravi mali.

            Quindi per ordine di Dio, costituito Giosuè suo successore, grandemente commosso bello spirito, diede a tutto Israele la sua paterna ed ultima benedizione.

            Morte di Mosè. Quest' uomo maraviglioso, gran santo, sommo profeta, insigne Legislatore, operatore di strepitosi miracoli, dopo di aver molti anni tollerate insulti, calunnie, fatiche d'ogni genere pel suo popolo, giunse finalmente al termine di sua carriera mortale. Dio lo avverti di salire sul monte Nebo. Colà gli comparve il Signore, e facendogli vedere tutte le bellezze della terra promessa: Mira, gli disse, il paese che promisi ad Abramo, ad Isacco, a Giacobbe tu lo hai potuto vedere cogli occhi tuoi, ma non vi entrerai. L'aspetto magnifico di così bel paese empi di veri gioia l'animo di Mosè che pensava alla felice sorte del suo popolo, il quale colà fermerebbe dimora. Di poi ringraziò il Signore de' grandi benefizi ricevuti, e colla speranza dell'eterna felicità tranquillamente nella pace dei giusti si addormentò in età di 120 anni. Il suo corpo fu dagli angeli seppellito in luogo sconosciuto fino ad oggi. (A. del m. 2553).

            Mosè scrisse la Storia Sacra dalla creazione del mondo alla sua morte. Questa storia è divisa in cinque libretti detti Pentateuco, parola greca che vuol dire opera di cinque volumi. Mosè è il più antico scrittore, di cui siansi conservate le opere, di modo che gli autori di Storie Sacre e profane devono ricorrere a lui per sapere la verità delle cose avvenute dalla creazione del mondo fino a quel tempo. Fra le varie cose scritte da Mosè è notevole la predizione di un profeta di gran lunga superiore a lui, il quale avrebbe fatto prodigi più grandi, e più luminosi de' suoi. Questo profeta straordinario è il Messia, ovvero Gesù Cristo. {63 [269]}

 

 

Capo terzo. Passaggio del Giordane. - Fertilità della terra promessa. - Caduta di Gerico. - Ingegnosa finzione dei Gabaoniti. - Fermata del sole. - Ultime azioni di Giosuè.

 

            Passaggio del Giordano. Mosè, vicino a morte, per comando di Dio aveva costituito Giosuè capo del popolo con ordine di condurlo nella terra promessa. Perciò gli Ebrei, dopo aver pianto per trentà giorni la morte del loro.capitano e liberatore, si posero sotto la guida di Giosuò, che ebbe la gloria di condurli nella terra promessa. Il Signore lo aveva accertato che, siccome era stato con Mosè, così sarebbe stato con lui. Sul principio del suo governo egli mandò banditori pel campo a significore, che ognuno si tenesse pronto alla partenza dopo tre giorni. Arrivati al fiume Giordano si trovavano in grande imbarazzo per traghettarlo, perchè erano sprovveduti di navi in cui passare all'altra sponda; nè potevano passare a guade, essendo esso assai profondo e scorrendo allora a pieno alveo. Di niente sbigottito Giosuè, riposta tutta la sua confidenza in Dio, comanda ai Sacerdoti, che coll'arca dell'alleanza camminino dinanzi al popolo, e che entrati nel fiume ivi si fermino. Appena ebbero essi toccato il fiume, le acque superiori con nuovo prodigio s'innalzarono a guisa di monte, e le inferiori continuando il loro corso lasciarono secco il letto. Così tutto il popolo a piede asciutto poto trapassare all' altra sponda. Per conservare la memoria di si glorioso avvenimento, Giosuè ordinò che; dal letto del fiume fossero tolte dodici grosse pietre e con quelle si erigesse un monumento nel luogo, dove stettero i piedi dei Sacerdoti, i quali avevano portato l'Arca. Se i vostri figli, diceva al popolo, vi interrogheranno che significhi quel cumulo di sassi, voi risponderete: A piedi asciutti abbiamo passato questo fiume, e furono collocate queste pietre ad eterna memoria del fatto, affnchè i posteri conoscano quanto sia grande la potenza del Signore. (A. del m. 2553).

            Fertilità della terra promessa. La terra di Canaan, o Palestina, tante volte da Dio promessa ad Abramo ed a'suoi discendenti, {64 [270]} era un paese fertilissimo. Fonti e ruscelli discendevano dalle montagne e ne fecondavano le vallate; vi crescevano in copia l'orzo, il frumento; le viti, il melagrano, le ficaie la ornavano in ogni parte; l'olio, il miele si raccoglievano in grande quantità. La Sacra Scrittura, per esprimerne l'abbondanza, dice che per questo paese scorrevano fiumi di latte e di miele. Passato il Giordano, appena gli israeliti poterono gustare i frutti saporitissimi di quel paese, cessò la manna la quale miracolosamente per 40 anni era loro piovuta dal cielo. Il deserto nel quale gli Ebrei vagarono 40 anni è figura del pellegrinaggio, che gli uomini fanno in questo mondo. La terra promessa ci ricorda il paradiso dove nell'abbondanza d'ogni bene godremo e loderemo Dio in eterno. La cessazione della manna significa che in cielo, colla pienezza de' beni, godremo la presenza corporale di Gesù Cristo, non più sotto le specie del pane e del vino figurati nella manna, ma reale e materiale siccome quando Ei viveva mortale sopra la terra.

            Caduta di Gerico. Passato il Giordano, prima di giungere al possedimento della terra promessa, dovevasi espugnare Gerico, castello assai fortificato e valorosamente difeso. Iddio, {65 [271]} cui tutto riesce facile, disse a Giosuè: Io ho dato Gerico e i suoi abitanti nelle vostre mani. Andate con tutto l`esercito, fate il giro intorno alla Città per sei giorni, e il settimo i Sacerdoti piglino sette trombe, e camminino innanzi all'Arca. Al sonar lungo e concitato tutto il popolo solleverà un alto grido, e Gerico rovinerà dalle fondamenta.

            Gli ordini di Dio sono eseguiti: a guisa di numerosa processione si fa il giro di Gerico per sei giorni, il settimo si compie lo stesso giro, sei volte e sempre con profondo silenzio. Nell'ultimo giro, cominciando i Sacerdoti a sonar fortemente le trombe, tutto l'esercito manda un grido, e da ogni parte diroccano le mura della città, le torri cadono, ogni cosa è saccheggiata ed arsa. Solamente una donna di nome Raab colla sua famiglia fu salvata, perchè erai mostrata benefica verso gli Ebrei mandati da Giosuè ad esplorare quella città. Dopo si prodigioso avvenimento tutti gli abitatori della Cananea erano sopraffatti da terrore all'avvicinarsi degli Ebrei.

            Ingegnosa finzione dei Gabaoniti. Alla nuova che gli Ebrei per divino comando sterminavano quanti loro si facevano incontro, gli abitanti di Gabaon, che era città distante circa quattro miglia da Gerusalemme, studiarono di evitare il comune sterminio con ingegnosa finzione. Facendo mostra di venire di lontano, con vesti e scarpe logore, otri e sacchi sdrusciti, pani secchi, tutti lordati di polvere, come avessero fatto lungo viaggio, presentaronsi a Giosuè chiedendo di avere con lui pace ed alleanza. Giosuè prestò fede a' detti loro, e credendo non fossero compresi fra le genti cui Dio aveva ordinato di sterminare, giurò di salvarli. Ma tre giorni dopo avendo saputo, che il loro paese era vicinissimo, e non volendo mancare al fatto giuramento, risparmiò loro la vita, ma in pena della loro frrde li condannò a vettureggiare acqua e legna secondo il bisogno degli Ebrei.

            Giosuè ferma il sole. Segnalata vittoria. Il Re di Gerusalemme ed altri cinque Re unirono le loro genti per opporsi a Giosuè loro comun nemico. Giosuè corse ad assalirli, e, attaccata fiera battaglia, pose in fuga l'esercito dei collegati. Il Cielo stesso combattè in favore degli Ebrei, facendo repentinamente piovere una terribile grandine di sassi, da cui i nemici furono in grande parte schiacciati. Molti {66 [272]} tuttavia restavano ancora a vincersi, mentre la notte avrebbe recato gran vantaggio all' esercito nemico. Fu allora che Giosuè, vedendosi mancar il tempo per riportar compiuta vittoria, pieno di fiducia in Dio, in presenza de' figli d'Israele esclamò ad alta voce: Fermati, o sole, e tu, o luna, non ti avanzare. Questi pianeti ubbidirono alla potenza divina invocata da Giosuè, e fermarono il loro corso per lo spazio di ventiquattr'ore, e non fu mai veduta una così lunga giornata nè prima nè poi. In quella i cinque Re furono presi ed uccisi, e quanti s'incontrarono dei nemici furono debellati e dispersi. Dopo questo fatto niuno potè più resistere alla spada di Giosuè. Egli superò e, secondo gli ordini di Dio, mise a morte trentun Re, e in breve s'impadronì della terra, che cinquecento cinquant'anni prima il Signore aveva promessa ad Abramo e alla sua posterità.

            Ultime azioni di Giosuè. Divenuto possessore di sì fertile paese Giosuè ne fece le parti a ciascuna tribù, indi convocò tutto il popolo nella campagna di Silo, dove collocato il tabernacolo e l'arca dell'alleanza offerirono a Dio un solenne sacrifizio in rendimento di grazie per tanti favori che avevano da lui ricevuto.

            Governò di poi Giosuè il popolo in pace, amato e venerato da tutti: e colmo di meriti e d'anni, conoscendosi vicino a morte, ricordò al popolo i benefizi che aveva da Dio ricevuto. All' ultimo fattosi promettere, che ognuno si sarebbe sempre mantenuto fedele al Signore, tranquillamente spirò in età d'anni 110. (A. del m. 2561).

 

 

Capo quarto. Gli Ebrei sotto ai Giudici. - Debora e Sisara. - Gedeone. - Sue vittorie. - Sua morte. Abimelecco. - Sacrifizio di Iefte.

 

            Gli Ebrei sotto ai Giudici. Dopo la morte di Giosuè, gli Ebrei per lo spazio di trecento quarant'otto anni non ebbero più capitano, ma furono governati da alcuni uomini più insigni, detti giudici, i quali avevano incumbenza di amministrare la giustizia e far osservare le leggi. Sotto a costoro gli Ebrei soggiacquero a molte vicende, ora prospere, ora avverse. Quando disprezzavano la divina legge, erano abban {67 [273]} donati nelle mani dei loro nemici, e fatti schiavi; ritornando a Dio, riacquistavano la perduta libertà.

            Debora e Sisara. Gli Ebrei avendo dimenticato i santi avvertimenti di Mosè e di Giosuè, il Signore li fece cadere nelle mani del Re de' Cananei, che li trattò duramente per ben vent'anni. Dio per altro, come vide il suo popolo umiliato e pentito, volle liberarlo per mano di una donna di nome Debora. Guidata essa dallo spirito di profezia, si recò ad un illustre generale chiamato Barac dicendogli, che Iddio lo eleggeva per debellare i nemici del suo popolo. Barac credette alla voce del Signore e, radunati in fretta dieci mila combattenti, marciò contro di Sisara capo delle truppe Cananee. La battaglia si ingaggiò appiò del monte Tabor; Dio, nelle cui mani sono i destini degli uomini, mise tale spavento fra i Cananei, che in breve furono sbaragliati e messi in fuga.

            Sisara, cercando scampo colla fuga, andò a nascondersi nella tenda di una donna ebrea chiamata Jaele. Preso ivi un poco di ristoro, credendosi in sicuro si addormentò; ma Jaele con un lungo chiodo a forti colpi di martello gli traforò le tempie conficcandogli il capo in terra. Così il superbo Sisara, che voleva opprimere il popolo di Dio, per mano di una donna passò dal sonno alla morte. (A. del m. 2719).

            Gedeone. Ritornati i figliuoli d'Israele all'infedeltà, il Signore li fece cadere nelle mani dei Madianiti, da cui furono trattati barbaramente, e privi spesso del necessario sostentamento. Ma essendosi umiliati, Iddio ebbe loro pietà, e spedì un Angelo a Gedeone della tribù di Manasse, per manifestargli che lo aveva trascelto a liberare il suo popolo. Stava allora Gedeone occupato nell'aia col vaglio purgando il frumento, e, non potendosi immaginare che Dio volesse eleggere lui per quell'ardua impresa, pregò l'angelo di volerlo assicurare con qualche prodigio. Ciò detto, andò a preparare un capretto con pane azimo per farne a Dio sacrifizio. L'angelo gli comandò che posasse la carne cotta su d'una pietra e vi versasse sopra il brodo. Fatto questo, l'angelo stese la verga, che teneva in mano, e toccò quella carne, la quale sull' istante fu da un fuoco prodigioso consumata; quindi l'angelo disparve. Gedeone rimase così atterrito, che credevasi di morire. Tuttavia volendo vie più {68 [274]} accertarsi della sua missione, supplicò Iddio, che si piacesse renderlo sicuro con questo altro miracolo: egli metterebbe nell' aia un vello, ovvero la lana di una pecora tosata, e Dio facesse cadere la rugiada in modo, che il vello restasse bagnato e tutto il vicino terreno asciutto. Tal cosa avvenne come Gedeone aveva desiderato. Egli pregò ancora Iddio a fare altro miracolo opposto al primo, cioè che la rugiada, bagnando tutta la terra vicina, lasciasse asciutto il vello. In ciò parimenti Iddio lo compiacque. Accertato Gedeone che Dio lo mandava, ad altro più non pensò se non a mettere ad effetto gli ordini divini. Allestì un esercito di trenta mila uomini, e si mosse contro dei Madianiti, i quali in numero di trentacinquemila lo attendevano.

            Straordinaria vittoria. Iddio, volendo attribuita la vittoria alla sua potenza e non alle forze dei soldati, ordinò a Gedeone di dar congedo a chiunque per timore volesse tornar indietro. Restarono soltanto diecimila. Tal numero parve a Dio ancor troppo; perciò disse a Gedeone di condurre i suoi soldati ad una fontana, e che coloro soltanto con sè  ritenesse, i quali, fatto conca della mano, lambissero l'acqua. Chi poi con maggior agio s'inginocchiasse a bere, venisse licenziato. I primi furono trecento. Con questi, soggiunse il Signore, tu vincerai i Madianiti.

            Gedeone divise i suoi in tre schiere; diede a ciascuno una tromba ed una pentola di terra con dentro un lume nascosto, e li ammonì che ognuno facesse quanto egli stesso avrebbe fatto. Giunta la mezzanotte, Gedeone suona la tromba, spezza la pentola. e la sua fiaccola accesa appare lucente. Tutti seguono il suo esempio, suonano le trombe, spezzano le pentole e, fermi a' loro posti, alzano ad un tratto il grido La spada del Signore è la spada di Gedeone. A quello strepito, a quell'improvviso apparir di lumi si svegliano i Madianiti, e credendosi assaliti da grande esercito, si scompigliano; poi qua e là sbandati si dànno alla fuga e nella oscurità della notte, l'un l'altro non conoscendo, si feriscono a vicenda. Allora Gedeone co' suoi piomba sul nemico, uccide chi incontra, insegue chi fugge. Tutti i Madianiti furono passati a fil di spada. Quanto mai è potente l'uomo quando segue i voleri di Dio! (A. del m. 2759).

            Morte di Gedeone. Abimelecco. Dopo questa memorabile {69 [275]} vittoria, il popolo voleva crearsi re Gedeone; ma egli rifiutò dicendo che sopra Israele regnerebbe il Signore e ognuno dovesse a lui obedire. Governò di poi felicemente gli Israeliti nove anni, e morì tranquillo in prospera vecchiaia, lasciando gran numero di figliuoli, tra cui il feroce Abimelecco, autore di molte barbarie. Fece questi trucidare sopra una pietra tutti i suoi fratelli, eccetto il più giovane, che fortunatamente fuggì. Riuscito a farsi acclamar Re, tiranneggiò il popolo per tre anni. Ma Iddio lo tolse di vita nel modo più umiliante, disponendo venisse ucciso con una pietra, che una donna aveva scagliata dalla cima di alta torre. (A. del m. 2771).

            Sacrificio di Jefte. Dopo la morte di Abimelecco il comando de' Giudei passò a Tela, di poi a Iair, cui succedette Iefte. Il governo di costui è segnalato da una guerra sostenuta contro gli Ammoniti. Trovandosi egli accampato in faccia ai nemici di gran lunga superiori in numero, volle assicurarsi della vittoria col voto di sacrificare a Dio quello di sua casa, che primo avrebbe incontrato ritornando dalla guerra. Andò, combattè, e la vittoria fu per lui. Ma quale non fu il suo cordoglio nel ritorno quando vide la propria figliuola che, cantando e danzando con altre zitelle, correvagli incontro per fargli festevole accoglienza! Si penti del voto fatto inconsideratamente, ma era tardi. La figlia, saputa la promessa del padre, si offrì di buon grado ad essere sacrificata; domandò soltanto che le fosse dato di passare due mesi sulle montagne colle sue compagne, per piangere con esse la sua morte immatura. Trascorso quel tempo ella ritornò, ed il padre compì il suo voto. Questo fatto ci deve ammaestrare a non far voti, se non col consiglio di persone assennate, e a non fare mai nè promesse nè  voti di cose incerte, o che non possano compiersi senza peccato, come appunto fu quella di Iefte. (A. del m. 2817). {70 [276]}

 

 

Capo quinto. Sansone. - Flagella i Filistei. - Vari tentativi per catturarlo. - È tradito da Balila. - Sua morte. - Rut.

 

            Sansone. Sansone, uomo maraviglioso e di forza senza pari, fu suscitato da Dio a liberare gli Israeliti dalle oppressioni de' Filistei, nel cui potere Dio per le colpe loro li aveva abbandonati. II primo esperimento della prodigiosa sua forza fu lo squarciare colle nude mani le mascelle di un leone, che sulla via eraglisi avventato per divorarlo. Flagellò in più guise i Filistei, perchè ingiustamente opprimevano gli Israeliti.

            Sansone flagella i Filistei. Cominciò col prendere trecento volpi, legolle l' una all' altra per la coda, e nel mezzo della fune pose fiaccole accese, di poi lasciò andare quegli animali per le campagne, nel tempo che le messi erano mature. Terribile fu l'incendio; le biade, le vigne, gli ulivi furono consumati dal fuoco. I Filistei, come seppero essere Sansone autore di tanto guasto, chiesero agli Ebrei con minacce d'averlo nelle mani. Egli acconsentì di essere strettamente legato con due corde grosse e nuove, quindi condotto nel campo de' Filistei. Ma appena si trovò in mezzo ai nemici, sceso in lui il Divino spirito, ruppe in un tratto le funi, e con una mascella d'asino, a caso trovata colà, si avventò contro de'nemici e ne uccise mille. Sentendosi poi arso dalla sete ricorse al Signore, il quale, fatta scaturire li dappresso una limpida fonte, lo ristorò. Dopo questo fatto Sansone fu riconosciuto per giudice e difensore d'Israele. (A. del m. 2868).

            Tentativi de' Filistei contro Sansone. Sansone governò vent'anni gl'Israeliti, ed ebbe molto a fare co' Filistei, i quali si adoperarono in tutte guise per farlo perire. Essendo un giorno entrato nella città di Gaza, i Filistei, com'ebbero osservato dov'egli albergava, lo circondarono d'uomini armati, e chiusero le porte della città con animo di ucciderlo al mattino, quando fosse per uscire. Venuta la mezzanotte, Sansone levossi di letto e andò alla porta della città, che trovò chiusa. Allora egli ne staccò ambe le imposte in un cogli stipiti e colle sbarre, e messasi ogni cosa sulle spalle, tutto portò in cima di un monte vicino alla città, mostrando {71 [277]} così ai Filistei quanto di loro si burlasse. Più volte diede prove di sua forza straordinaria, finchè si stette con Dio; ma quando gli divenne infedele, perdette il suo vigore e fu tradito da una donna, che lo consegnò nelle Mani dei nemici.

            Sassone tradito. I Filistei promisero largo premio ad una donna chiamata Dalila, ove riuscisse a scoprire onde si derivasse la terribile gagliardia di Sansone. Per tre volte questi la ingannò, or dicendo che perderebbe la sua forza, se fosse legato con sette corde di nervi ancora umidi; or quando fosse avvinto con funi nuove; all'ultimo se con sette crini del sua capo attorti ad un chiodo. Ma allora che Dalila, fattane la prova, chiamava i Filistei, perchè lo catturassero, egli rompeva i suoi legami come altrettante fila di ragnateli. Quantunque tre volte tradito, tuttavia sconsigliato cedè alle rinnovate domande dell'iniqua donna, e le manifestò che la sua forza era riposta ne' capelli, tagliati i quali, egli diverrebbe simile agli altri uomini.’

            La perfida aspetta ch'egli dorma, e, tosategli le sette ciocche in cui teneva spartiti i capelli, si mette a gridare: Sansone, ti sono addosso i Filistei. Egli si sveglia, tenta sciogliersi dai, legami e trovasi senza forze, perchè lo spirito del Signore si era da lui ritirato. I Filistei subito lo incatenano strettamente, gli cavano gli occhi, e lo chiudono in una prigione dannandolo a girare una mola da grano.

            Morte di Sansone. Sansone conobbe la mano di Dio che pei suoi peccati lo aveva percosso, e ne chiese umilmente perdono. Il Signore mosso a pietà di lui, col crescere della capellatura, gli ridonò le primiere forze. Un giorno, che i Filistei facevano solenne sacrifizio nel tempio di Dagon, vi condussero anche Sansone per prendersi giuoco di lui e farne trastullo de' fanciulli. Sansone, stanco ed irritato dagli insulti e dalle beffe, domandò al fanciullo, che guidavalo per mano, di avvicinarlo alle due colonne le quali sostenevano il tempio, col pretesto di appoggiarsi e riposare alquanto. Come potè  stringerle, invocò il divino aiuto e gridando: Muoia Sansone coi Filistei; le crollò, ed il tempio royinò schiacciando Sansone con tremila Filistei. (A. del m. 2887).

            Rut nel campo di Booz. A questo medesimo tempo visse Rut, di nazione moabita, donna di gran virtù. Essa è molto lodata, perchè non esitò di abbandonare patria e parenti per {72 [278]} accompagnare Noemi sua suocera, in quella che dal paese de' Moabiti recavasi in Betlemme sua patria. Era povera, e per procacciarsi il vitto andò a spigolare nel campo di un suo parente molto ricco, di nome Booz, e si mise dietro ai mietìtori. Booz osservatane la modestia ed il contegno, ben lungi dallo sgridarla, ingiunse in secreto a' suoi mietitori, che a bello studio lasciassero cader delle spiche e permettessero a Rut di raccoglierle: che anzi Booz fatto consapevole delle virtù e delle belle qualità di Rut, la sposò. Da questo maritaggio nacque Obed, e da Obed Isai, padre del Re Davidde.

 

 

Capo sesto. Figli di Eli malvagi. - Samuele virtuoso. - Castigo di Eli e de' suoi figli. - Dagon e l'arca del Signore. - L'arca in Betsames e in Gabaa. - Saulle primo Re d'Israele. - Sua infedeltà.

 

            Figli di Eli malvagi. Dopo la morte di Sansone si segnalò Eli, il quale fu Giudice e sommo Sacerdote, cioè governò il popolo nelle cose spirituali e nelle temporali. Egli aveva due figliuoli di nome Ofni e Finees, dedicati anch'essi al ministero del Tabernacolo. Figli di un buon padre erano in tutto da lui dissomiglianti. Oltre il malcontento cagionato in privato, insultavano eziandio la gente che veniva nel tempio ad offerire sacrifizi al Signore, togliendo con violenza la porzione della vittima appartenente al popolo. Questi fatti spesso ripetuti tornavano di gravissimo scandalo, perchè allontanavano gli uomini dagli esercizi di religione. Eli più fiate li riprese, ma fu troppo indulgente a non correggerli come conveniva; laonde il Signore decretò di castigare padre e i figli, suscitando un altro pontefice, che più fedelmente lo servisse.

            Samuele virtuoso. Il servo fedele destinato da Dio a sottentrare ad Eli nel sacerdozio fu Samuele figlio di Anna e di Elcana della tribù di Effraimo. I suoi genitori lo presentarono ancor fanciullo al Sacerdote Eli, affinchè  fosse al Signore consacrato e a Lui solo servisse nel tempio durante la vita. Il virtuoso Samuele, in ogni cosa obbediente, serviva all'altare con grande edificazione, nè  mai si lasciò sedurre dai cattivi esempi dei figli di Eli. Perciò era caro a Dio ed agli uomini. Una notte, mentre dormiva, udi una voce che diceva: Samuele, Samuele. Non sapendo donde quelle parole {73 [279]} venissero e parendogli di essere da, Eli ebiamato, si alzò e corse tosto a lui, dicendo: Ecoomi ai vostri comandi. A cui Eli: Non ti ho chiamato, figliuol mio, ritorna e dormi. Lo stesso avvenne tre volte. Eli soggiunse finamente. Se di nuovo sarai chiamato, rispondi: «Parla, o. Signore, perchè il tuo servo ascolta.» Come fecesi nuovamente udire la voce, Samuele disse: Parla, o Signore, perchè il tuo servo ascolta. Allora Iddio: E giunto il tempo, in cui io voglio castigare Eli co' suoi fgliuoli, perchè egli sapeva la loro perversa condotta, e non li_corresse efficacemente.

            Come si fece giorno, Eli chiamò Samuele ed interrogollo così: Dimmi quanto ti ha rivelato il Signore, non celarma cosa alcuna. Samuele stretto da questo comando gli fece ogni cosa manifesta.

            Castigo di Eli e de' suoi figliuoli. Non andò molto che la minaccia Divina si compì; imperciocchè attaccata contro i Filistei una battaglia, gl' Israeliti ebbero la peggio. Trenta quattro mila rimasero estinti sul campo, fra cui i figli di Eli. L'arca stessa dell'alleanza, oggetto di tanta venerazione presso gli Ebrei, rimase in potere de' nemici. Uno, fuggito dalla zuffa, corse a recarne il tristo annunzio ad Eli, il quale udendolo cadde all'indietro della sua sedia, e dato del capo sul pavimento, miseramente morì. Il Signore anche in questa vita talvolta castiga i genitori indolenti, ed abbrevia la vita ai figliuoli indisciplinati. (A. del m. 2888).

            Dagon e l'arca del Signore. Appena i Filistei ebbero tra loro l'arca degli Ebrei, ne fecero gran festa, e trasportandola nella città di Azoto, la collocarono in un maestoso tempio a canto dell'idolo Dagon, principale loro divinità. Ma Iddio fece presto vedere quale differenza passi tra Lui e i falsi dei, poichè  il di seguente trovarono Dagon rovesciato a terra a fianco dell'arca.

            Corsero tosto i Filistei in aiuto del povero Dagon, e lo riposero nel luogo di prima. Se non che il dì seguente trovarono Dagon più mal concio del giorno innanzi. Di più, volendo far vedere Iddio quanto detestasse la sacrilega vicinanza dell'arca a quella stupida divinità, colpì quegli abitanti con vergognosa piaga. Ad un tempo fece uscire dalla terra una sterminata quantità di topi, i quali recavano molestia agli uomini e distruggevano tutti i frutti del suole. Spaventati {74 [280]} gli abitanti di Azoto da' que' flagelli, tolsero immediatamente l'arca dal tempio e la condussero in altre città; ma quella cagionava ovunque i medesimi disastri. Temendo i Filistei non forse li facesse tutti morire, convocarono i loro indovini per avere consiglio intorno a quanto si dovesse fare. Essi furono di parere, il Dio degli Ebrei aver mandato que' flagelli, perchè non voleva che l'arca dimorasse tra loro; si rimandasse l'arca e con essa una cassetta, in cui fossero poste cinque figure dei topi, da cui erano stati molestati, e cinque figure delle piaghe sofferte.

            L'arca in Betsames e in Gabaa. I Filistei assentirono volentieri a quel consiglio. Preparato subito un carro nuovo, vi posero sopra l'arca colla cassetta dei donativi, e per tirarlo attaccarono due vacche, le quali avevano i vitelli piccoli. Ma quegli animali superando la tenerezza verso i loro parti, senza fermarsi in altro sito, difilato tiraron l'arca in Betsames, prima città di frontiera appartenente agli Ebrei. Accolsero con gioia i Betsamiti quel sacro deposito, ma soltanto per curiosità, non per divozione. Laonde il Signore li castigò facendone morire cinquantamila, solo perchè avevano portato irreverente lo sguardo sopra l'arca del Signore. Spaventati i Betsamiti e temendo di essere tutti colti da morte, andavano esclamando: Chi può mai stare al cospetto della santità di questo Dio? A chi si consegnerà quest' arca, quando da noi si partirà? Quindi mandarono a pregare, gli abitanti di Cariatiarim, che se la venissero a prendere. Vennero quelli prontamente, e la condussero in casa di un pio contadino di nome Abinadab, che dimorava in Gabaa, collina di Cariatiarim. Quel popolo, adoperando il rispetto dovuto all'arca del Signore, andò esente da' flagelli; a' quali soggiacquero i Filistei ed i Betsamiti. (A. del m. 2888).

            Saulle primo re degli Ebreì. Morto Eli, ebbe Samuele la carica di giudice, e governò per molti anni gli Ebrei con incorrotta giustizia. Divenuto vecchio, il popolo domandò che prima della sua morte eleggesse loro un Re. Si oppose egli a principio; ma conosciuto poscia essere tale il voler del Signore, vi acconsenti. Primo Re degli Ebrei fu Saulle della tribù di Beniamino. La sua elezione avvenne così. Andato egli a cercare alcune asine smarrite da suo padre, ricorso a Samuele per consultarlo ove trovar le potesse. Samuele, inspirato {75 [281]} da Dio, lo avverti che le asine eransi ritrovate, e lo invitò a rimaner seco un giorno. L' indomani gli significò, averlo il Signore destinato Re del suo popolo; quindi, untolo in capo con olio sacro, lo congedò. (A. del m. 2909).

            Infedeltà di Saulle. Saulle fu riconosciuto Re dagl'Israeliti con universale applauso, e, finchè  segui i savi consigli di Samuele, si mantenne fedele a Dio, riportò segnalate vittorie contro i suoi nemici, i quali vennero da lui in più battaglie respinti. Ma quando incominciò a trasgredire gli ordini del Signore, finì la sua gloria, e le cose gli andarono di male in peggio. Egli si volle fino intromettere a trattare le cose sacre e ad offerire a Dio un sacrifizio, che solo dal sommo Sacerdote doveva essere offerto. Della qual cosa Iddio grandemente sdegnato, mandò Samuele a significargli queste tremende parole. «Operasti da stolto, rigettasti la parola di Dio, perciò Egli rigetterà te, ti toglierà il regno, e lo darà ad altri di te più fedele.» Ciò detto, Samuele si partì, piangendo sopra la sorte di Saulle, che era stato da Dio riprovato. (A. del m. 2939).

 

 

Capo settimo. Davidde. - Le scettro nella tribù di Giada. - Davidde alla corte di Saulle. - Stringe amicizia con Gionata. - Vince il gigante Golia. - Ingratitudine di Saulle. - Sua tragica, morte.

 

            Davidde. Isai, di cui si parlò nella vita di Rut, apparteneva.alla tribù di Giuda. Egli abitava in Betlemme con sette suoi figliuoli, di cui Davidde era il più giovane. Toccava esso l'età di quindici anni ed erasi tuttora dedicato alla custodia delle pecore, quando Samuele fu mandato da Dio per consacrarlo Re in luogo di Saulle. Chiamato dalle montagne, dove pascolava il gregge paterno, venne alla presenza di Samuele, che con olio benedetto consecrollo Re in mezzo ai suoi fratelli; peraltro segretamente affinchè  la cosa non venisse a notizia di Saulle. Da quel giorno in poi lo spirito del Signore si posò in particolar maniera sopra Davidde. Al contrario Saulle fu assalito da, uno spirito di tristezza e di malinconia, che bene spesso lo faceva dare in furore. Tutti questi mali cadevano sopra Saulle, perchè, abbandonando le vie del {76 [282]} Signore, non dava più ascolto agli avvisi del santo profeta Samuele. (A. del m. 2941).

            Lo scettro nella tribù di Giuda. L'innalzamento di Davidde, della tribù di Giuda, alla reale dignità forma un'epoca importantissima nella storia; perocchè con questo fatto comincia ad avverarsi la profezia di Giacobbe, il quale aveva predettoche l'autorità sovrana sarebbe passata nella tribù di Giuda, nè  più da quella sarebbe stata tolta sino alla venuta del Messia. A fine poi di mantenere viva la fede in questo, Messia ed indicarne più chiaramente la discendenza, il Signore manifestò a Davidde non solamente che Quegli sarebbe nato da un discendente di quella tribù, ma dalla famiglia e dalla discendenza dello stesso Davidde, le quali cose noi vedremoo a suo tempo avverate.

            Davidde alla corte di Saulle. Siccome Davidde cantava bene e suonava l'arpa con grande maestria, così fu invitato alla corte, affinchè  colla melodia del canto e coll'armonia del suono dissipasse lo spirito maligno e la tristezza, onde Saulle era sovente travagliato. Perciò Davidde, con licenza di suo padre, lasciando il pascolo delle pecore, si recò alla corte del Re, di cui fu fatto scudiero. Quando poi lo spirito maligno agitava Saulle, subito Davidde dava mano all'arpa e col suono. lo ricreava dalle sue agitazioni. Così il Signore preparava un semplice pastorello a cose grandi.

            Davidde e Gionata. I modi cortesi e riverenti di Davidde verso Saulle facevano che questi molto lo amasse, ma molto più lo amava Gionata figliuolo del Re. Questi strinse con lui la più tenera amicizia, ed il loro amore era reciproco, nè  mai avversità potè minorarlo, chè era sincero e fondato sulla virtù. L'uno era all' altro di stimolo per avanzarsi nel bene, ed a vicenda si eccitavano alla pratica delle azioni virtuose, e ad altre imprese. che convengono agli uomini valorosi e timorati di Dio. Esempio ben degno di essere imitato specialmente dai giovani, i quali dovrebbero scegliersi per amici soltanto quelli, che veggono amanti della virtù.

            Davidde vince il gigante Golia. Fra le cose memorabili del regno di Saulle fu una guerra insorta tra gli Israeliti ed i Filistei. Mentre questi popoli preparavansi a sanguinose battaglie, un uomo di gigantesca statura, come quegli che era alto oltre a tre metri e mezzo, coperto di formidabile armatura, si {77 [283]} avanzava verso gli Israeliti e con arroganza li sfidava dicendo: Se c'è alcuno fra voi, che ardisca venir meco a singolar tenzone si manifesti e si avanzi. Se quegli uccide me, noi Filistei saremo vostri servi; se io ucciderò lui, servirete a noi. Quaranta giorni andò insultando gli Ebrei in codesta maniera, sì che Saulle ed il suo esercito tremavano al solo vederlo. Davidde soltanto fu inspirato da Dio ad opporsi a quel terribile nemico. Di que' dì essendo ritornato in patria, il padre lo aveva mandato a portare alcuni alimenti a'suoi fratelli, i quali erano nell'esercito. Alle ingiurie, alle millanterie. del Filisteo, fu preso da santa indegnazione: e chi è costui, esclamò, che ardisce insultare il popolo del Signore? Io, io andrò a combattere con lui. Il Re, intese quelle parole, mandò per lui; e all'udire come pascolando il gregge aveva sbranato orsi e leoni colle proprie mani, e come coll'aiuto divino altrettanto sperava di fare all'orgoglioso gigante, acconsentì che egli venisse a quel decisivo esperimento. Lo rivestì pertanto di regia armatura, gli mise un elmo di bronzo in testa, lo cinse di forte corazza e di spada. Ma Davidde non assuefatto a quel genere di armatura, trovavasi impacciato a camminare. Levossela pertanto di dosso, e preso il suo bastone e la fionda con cinque, sassi in tasca, pieno di fiducia in Dio andò coraggiosamente contro il gigante.

            Questi al primo vederlo disse in tono dispregevole: Son io forse un cane, che mi vieni incontro col bastone? Accostati e darò la tua carne a mangiare agli uccelli dell' aria ed alle bestie della terra! - Davidde: Tu vieni contro di me fidato alla tua lancia e alla tua spada: io vengo contro di te in nome di quel Signore, che tu hai oltraggiato e che ti darà nelle mie mani. Si muove il gigante Golia verso Davidde, ma questi corre prestamente ad incontrarlo: dà di mano alla fionda, vi alloga una pietra e rotatala intorno al capo, la'scaglia e colpisce Golia in fronte per modo, che tramortito cade a terra. Davidde, il quale non aveva spada, corre e trae dal fodero quella del gigante e con essa gli recide la testa. A tale spettacolo l'esercito de Filistei spaventato si abbandona a precipitosa fuga, ed Israele vincitore accompagna in trionfo nella città Davidde, portante in una mano la spada e nell'altra la testa dell'ucciso {78 [284]} gigante, e sirendono a Dio grazie solenni. Chi confida nel Signore, opera grandi maraviglie.

            Ingratitudine di Saulle. Saulle, invece di provare contento per una vittoria cotanto a lui vantaggiosa, fu preso da tale invidia e da tale odio contro a Davidde, che non tardò guari a palesarne gli effetti. Imperciocchè  assalito poco dopo dal maligno spirito, mentre Davidde coll' usato suono dell'arpa cercava di calmarlo, egli furioso gli avventò una lancia per trafiggerlo e lo avrebbe infilzato, se Davidde non era destro a schivarne, il colpo. Saulle tese più volte insidie alla vita di Davidde, per modo che questi fu costretto di fuggire nel deserto e cercare scampo nelle selve. In tutti questi pericoli egli rimase sempre fedele a Dio e, in Lui riponendo tutta la sua fiducia, lietamente cantava: Chi confida nell'Altissimo, vive in sicurezza e nulla paventa. Più volte avrebbe potuto uccidere il suo nemico, che cercavalo a morte, ma egli onorò mai sempre in Saulle il Re scelto da Dio pel suo popolo l'unto del Signore, cui niuno può offendere senza delitto.

            Morte tragica di Saulle. Era morto Samuele, e Saulle senza ritegno, lasciatosi andare ad un odio implacabile contro Davidde, lo faceva inseguire ovunque sapeva si fosse rifuggito. Lo avrebbe più volte raggiunto e messo a morte, se Iddio non lo avesse protetto e difeso. Un giorno essendosi Saulle col suo esercito accampato sul monte Gelboe contro ai Filistei, i quali di nuovo gli avevano mosso guerra, alla vista della loro innumerevole moltitudine conturbato ed incerto, consultò il Signore, che non diede alcuna risposta. Andò per aver consiglio a una Pitonessa, ossia una maga, perchè gli facesse comparire l'ombra di Samuele e così gli facesse sapere da lui l'esito della battaglia. Ma mentre la maga si apparecchiava ai soliti incantesimi per ingannare Saulle, Iddio non in virtù di lei, ma solo per inscrutabile decreto, fece udire all'empio Re la voce del venerando Profeta, il quale gli parlò in questi termini: A che vieni a turbarmi e chiedere dal Signore risposta, s' egli ti ha abbandonato? Domani tutto il tuo esercito cadrei in potere de' nemici, tu stesso ed i figli tuoi sarete meco. Tutto si avverò: il dì seguente attaccossi grande battaglia, e gli Israeliti ebbero la peggio. Il prode Gionata con due suoi fratelli, dopo di avere fortemente combattuto, rimasero estinti. Saulle vedendosi {79 [285]} in procinto di venire nelle mani de' Filistei, chiese al suo scudiere che volesse trafiggerlo, e negandogli questi il crudel ministero, disperatamente si lasciò cadere sulla propria spada e mori. (A. del m. 2949).

            Se Saulle fosse stato fedele agli ordini del Signore, manifestati per bocca del profeta Samuele, non sarebbe stato condotto a tali sciagure.

 

 

Capo ottavo. Davidde piange Saulle. - L'arca dell'alleanza sul monte Sion. - Vittorie di Davidde. - Sua caduta e suo ravvedimento. - Ribellione d'Assaloune. - Pestilenza in Israele. - Santa morte di Davidde.

 

            Davidde piange Saulle. Quando Davidde ebbe notizia della morte di Saulle, rimase vivamente afflitto. Si squarciò per dolore le vesti, si asperse il capo di polvere e pianse sopra la morte non men del suo Re, che del fedele amico Gionata. Indi, acclamato successore da tutto Israele, intese col massime zelo a ricondurre il popolo alla virtù, al santo timor di Dio.

            L'arca dell'alleanza sul Monte Sion. Davidde per corrispondere al Signore, da cui riconosceva tutta la sua grandezza, {80 [286]} cominciò dallo stabilire ciò che apparteneva al Divin culto. Fra le altre cose innalzò un magnifico padiglione sul monte Sion, che è la parte più elevata di Gerusalemme, per far ivi trasportare con grande pompa l'arca dell'alleanza. Essa era stata più anni nella casa di Abinadab in Gabaa, e di là trasportata nella casa di Obededom, dove rimasta tre mesi, fu sorgente di benedizioni per Obededom e per la sua famiglia. Tutto il popolo ebbe parte a quella grande solennità; il Re stesso, al suono delle trombe e di altri musicali stromenti, precedeva l'arca cantando e danzando. Ognuno dimostrava la sua gioia accompagnando l'arca a modo di trionfo.

            Vittorie di Davidde. Sua caduta e suo ravvedimento. Come Davidde ebbe debellati tutti i suoi nemici che abitavano nella terra promessa, rivolse le armi contro de' Filistei e ne ottenne replicata vittoria. Soggiogò i Moabiti, gl'Idumei ed i Siri, imponendo loro un annuo tributo, onde raccolse grande quantità d'oro e d'argento per la futura fabbrica del tempio.

            Davidde rassodò il suo regno specialmente colla pietà, colla religione e colla scelta di buoni Ministri. Nondimeno, per essere stato qualche tempo in ozio, cadde in gravi peccati; per cui, fu severamente da Dio punito. Ma corretto dal profeta Natan, detestò i suoi falli sinceramente e ne fece aspra penitenza. In espiazione. di questi falli Iddio permise gli accadessero gravi sciagure domestiche, tra cui la ribellione di Assalonne suo figlio.

            Ribellione di Assalonne. Assalonne, guidato dall'ambizione di regnare e seguendo malvagi consiglieri, venne ai più gravi eccessi. Cominciò dall'uccidere suo fratello Ammone, poscia fattosi acclamar Re da una parte del popolo, dichiarò aperta guerra al padre, che’ fu costretto a lasciare la reggia e fuggire. Ma Dio maledice chi disprezza i genitori. L'esito di quella guerra fu infelicissimo per Assalonne; imperocchè essendosi messo ad inseguire il genitore. per dargli battaglia, il suo esercito rimase sconfitto. Ventimila ribelli furono trucidati. Lo stesso Assalonne trovò la propria rovina nella lunga chioma, che con molta vanità coltidava e di cui andava follemente superbo; perciocchè mentre a cavallo fuggiva a briglia sciolta in mezzo ad una selva, i suoi capelli svolazzando si avvolsero ai rami di frondosa quercia, che lo tenne sospeso tra cielo e terra. Avuto di ciò notizia {81 [287]} Gioabbo, generale dell'esercito di Davidde, nulla badando al comando fattogli dal Re di risparmiare la vita del figlio benchè  ribelle, corse sul luogo e gli piantò tre lancia nel cuore. Terribile esempio per quei miseri giovanetti, che ardiscono repugnare al comando paterno. Davidde pianse inconsolabilmente la perdita di questo suo ingratissimo figlio. (A. del m. 2972).

            Pestilenza in Israele. Davidde glorioso per molte vittorie, trovandosi pacifico possessore del suo trono, s'invogliò di sapere il numero de' suoi sudditi. Di questa superba curiosità si sdegnò il Signore, che gli mandò un profeta a proporgli la scelta, di tre castighi: o sette anni di carestia, o tre mesi di guerra disastrosa, o tre giorni di pestilenza. Davidde, riconoscendo il suo mancamento, volle trascegliere quel Castigo dal quale potesse più difficilmente ripararsi, vale a dire la pestilenza. La mortalità fu terribile, la strage di settanta mila -vite e avrebbe infierito anche più, se Davidde pentito avesse placato Iddio con orazioni e con sacrifizi, onde il flagello del tutto cessò. (A. del m. 2987).

            Santa morte di Davidde. Stava molto a cuore a Davidde di fabbricare un tempio, dove collocare l'Arca santa; ma non potè ciò mettere ad effetto per le molte guerre, che dovette sostenere. Sapendo tuttavia dal Signore che questa gloria era riserbata a Salomone suo figliuolo, intese con ogni sollecitudine ammassare oro, argento, bronzo, ferro, legname, marmi e pietre preziose per quella gloriosa impresa. Accorgendosi poi che si avvicinava l'ora della morte, raccomandò a Salomone varie cose da osservarsi intorno alla fabbrica del tempio, nonchè  riguardo all'esercizio della giustizia. Mio figlio, conchiuse, cammina nelle vie del Signore, osserva i. suoi comandamenti ed egli ti concederà un felice successo nelle tue imprese. Ciò detto si addormentò nel Signore in età di anni settanta. (A. del m. 2990).

            Egli fu consacrato Re di 15 anni: a trenta prese le redini del governo; regnò 7 anni in Ebron, 33 in Gerusalemme. Per rettitudine, pietà e giustizia egli è proposto quale modello a tutti i monarchi della terra. Scrisse molti Salmi, che la Chiesa canta nelle sacre funzioni. Contengono essi molte cose attenenti alla venuta del Salvatore, che doveva discendere dalla sua stirpe, e ch' egli chiaramente vide in ispirito. {82 [288]}

 

 

Epoca quinta. Dalla fondazione del tempio di Salomone, l'anno del mondo 2993, fino alla cattività degli Ebrei in Babilonia, l'anno 3416; racchiude anni 423.

 

Capo primo. Salomone ottiene da Dio la sapienza. - Primo tratto di giustizia. - Educazione del tempie. - Solenne dedicazione. - La regina Saba. Prevaricazione e ane infelice di Salomone.

 

            Salomone ottiene da Dio la sapienza. Salomone succedette a Davidde suo padre nel regno. Come poi ebbe liberate le sue terre da' nemici che lo molestavano, essendo ogni cosa in pace, egli ringraziò il Signore con un solenne sacrifizio di mille vittime. Dio gradì molto queste offerte, e nella seguente {83 [289]} notte gli apparve e dissegli Domanda quello che vuoi e tel concederò. - Signore, rispose Salomone, voi vedete che io sono in mezzo al vostro popolo come fanciullo, datemi adunque la vera sapienza, affinchè io possa rettamente giudicare, governare, e discernere ciò che è  bene o male. Piacque la domanda al Signore, e poichè, rispose, non hai domandato onori e ricchezze, avrai colla sapienza onori e ricchezze tali, che niuno mai fu, nè sarti simile a te.

            Primo tratto di giustizia. Ben presto Salomone ebbe opportunità di far mostra della sua straordinaria sapienza. Si presentarono due donne con due bambini, l'uno vivo e l'altro morto. Costei, una comincia a dire piangendo, costei la scarsa notte soffoco il suo figlio, e, mentre io dormiva, venne, prese il mio vivo e lascio il suo morto. Ordina, o Re, che il mio bimbo siami restituito. -- Tu mentisci, l' altra rispondeva, tu hai ucciso il tuo figlio, e il mio è questo che vive. Difficile era la quistione, poichò non vi erano testumoni. Salomone, fattosi recare una spada, sentenziò così: Poichè  ognuna di voi afferma, che il pargoletto vivo sia il suo, venga egli tagliato nel mezzo ed uguale parte a ciascheduna sia data. La falsa madre contenta accettò il partitò; ma la vera, mai no, si fece tosto a gridare; diasi a lei vivo e intero e non sia trucidato il misero mio figlio. Allora Salomone, scacciata la falsa madre, restituì alla vera il figliuolo. Divulgatosi questo giudizio, tutti ammirarono la sapienza di Salomone. Cresciuto poi in immense ricchezze, fu sollecito a compiere il pio desiderio del padre d'innalzare cioè a Dio in Gerusalemme il più sontuoso tempio, che si fosse mai veduto, e che fu stimato una delle maraviglie dell'universo. (A. del m. 2993).

            Tempio di Salomone. Apparecchiati i materiali che poto rinvenire nel suo regno e ne'regni confinanti, Salomone pose le fondamenta del magnifico tempio. A condurlo a fine lavorarono per più di sette anni 160 mila operai, a' quali soprantendevano 3300 prefetti. Era costrutto a tre ordini con grandi pietre esattamente riquadrate e connesse. Le pareti, il Santuario, l'altare, i cherubini accanto all'arca, tutto era coperto di lastre d'oro maestrevolmente scolpito. Al di fuori era un gran vaso rotondo di bronzo, per la sua ampiezza appellato Mare, sostenuto da dodici buoi dello stesso metallo. {84 [290]} Dentro e fuori del tempio tutto era preziosissimo, sì per la materia, sì pel lavoro.

            Solenne dedicazione. Finito il tempio, Salomone con una solennità di quattordici giorni ne celebrò la dedicazione. Vi convenne tutto il popolo pieno di indicibile gioia. Furono sacrificati ventimila buoi, e cento ventimila pecore. L'arca, in cui erano le tavole della Divina legge, fu dal monte Sion processionalmente portata nel tempio e posta sotto le ali dei cherubini. Mentre con armonia di suono e melodia di voci lietamente si cantava: «Date gloria al Signore, perchè è buono, perchè la sua misericordia è eterna» la maestà Divina si manifestò per mezzo di una prodigiosa nube, che copri tutto il tempio. A quella vista Salomone, compreso da riverenza, si prostrò davanti al Signore; poscia, levate al cielo le mani, Mio Dio, esclamò, voi che degnato vi siete di gradire questa casa, che vi ho edificato, deh! vi prego, fate che tutti quelli che oppressi dalle angustie, o stretti da qualche bisogno, verranno a supplicarvi in questo santo luogo, siano esauditi. Iddio dimostrò il suo gradimento con altro miracolo, mandando un fuoco dal cielo, che abbruciò le vittime preparate pel sacrifizio.

            La Chiesa cattolica fedele interprete dei divini voleri, appoggiate sopra questo e sopra altri fatti, dedica al divin culto i sacri edifizi con riti e cerimonie analoghe a quelle dei libri santi. Ad esempio pure di quanto Dio aveva ordinato nella legge antica, si sogliono usare nelle chiese cristiane vasi per l'acqua benedetta, altari, candelieri, turiboli, incenso, statue. Ciò dimostra quanto siano in errore coloro, che col pretesto di una religione pura, escludono ogni atto esterno, introducendo un culto contrario a quello rivelato nella Sacra Bibbia.

            La Regina di Saba. Compiuto il tempio, Salomone costrusse il real palagio con magnificenza tale, che l' oro, l'argento, l'avorio, le gemme in ogni angolo risplendevano. Questa magnificenza, congiunta colla prodigiosa sua sapienza, traeva molti stranieri in Gerusalemme. Fra gli altri la Regina di Saba, in Arabia, tratta dalla fama delle ricchezze e del sapere di lui venne con gran corteggio e con ricchi doni a visitarlo. Osservata che ebbe la maestà e lo splendore della corte, l'apparecchio de' sacrifizi, la splendidezza {85 [291]} delle mense, la buona disciplina: de'servitori, ed altre simili maraviglie, ma specialmente la somma saviezza del Re nello sciogliere enimmi e difficili quistioni, attonita e quasi fuor di sè per lo stupore, esclamò: Beati i servi e la gente tua, che sono sempre con te e odono la tua sapienza! Le cose, che udii di te, sono di gran lunga inferiori a quelle, che ora osservo cogli occhi miei. Sia benedetto il Signore, che ti ha collocato sul trono d'Israele. (A. del m. 3023).

            Prevaricazione e fine infelice di Salomone. Dopo aver impiegato molti anni ad accrescere la gloria di Dio, dopo molti segni di prodigiosa sapienza, virtù e santità, Salomone divenuto vecchio si lasciò accecare dalle donne idolatre, ed allontanossi affatto dalla legge del Signore. La sua cecità lo condusse fino ad edificar templi ed altari agli idoli, e specialmente uno assai sontuoso a Molocco sul monte degli ulivi. Così l'unto del Signore, l'inspirato da Dio, il gran Salomone si curvò ad offrire profano incenso alle bugiarde divinità. Il Signore lo ammonì minacciandolo più volte, ma egli, per non ìontraddire alle malvage donne, persistè  nel male. Onde molti,nemici gli mossero guerra; e l'infelice Salomone l'anno settantesimo di sua età, quarantesimo del suo regno, morì in tale guisa che lasciò assai a dubitare della sua eterna salvezza. (A. del m. 3029)..

Questo fatto deve ammaestrarci a preferir la miseria di Giobbe al trono di Salomone, perchè in Giobbe si ammira un modello di virtù, che corona i santi; in Salomone si piange la caduta di un uomo, che colla più sublime sapienza non seppe guardarsi dalla superbia e dal veleno delle prosperità[8].

 

 

Capo secondo. Osservazione. - Divisione del regno d'Israele. - Regno di Roboamo e di Geroboamo. - Stisma Samaritano.

 

            Osservazione. Per chiarezza della Storia Sacra bisogna osservare, che dopo la morte di Salomone il governo degli Ebrei fu diviso in regno di Giuda e in regno d'Israele. {86 [292]} Quest'ultimo durò circa 254 anni, e il tennero 19 Re, tra cui la storia fa speciale menzione di Geroboamo, di Acabbo, di Geu e di Osea. Il regno di Giada si mantenne in fiore sino al passaggio degli Ebrei in Babilonia.

            Divisione del regno d' Israele. Roboamo figliuolo di Salomone succedette al padre sul trono. Salomone dopo la sua prevaricazione aveva imposto al popolo gravi tributi. Morto lui, il popolo si radunò per chiedere al nuovo Re di essere alleggerito. Tuo padre, gli dicevano, c' impose troppo gravi tributi, ci siano diminuiti e noi saremo tuoi servi fedeli. Roboamo rispose: Andate, tornate di qui a tre giorni. Egli intanto convocò gli anziani consiglieri di suo padre, e li interrogò intorno alla risposta, che dar doveva. Quelli lo consigliarono di mostrarsi condiscendente con parole miti, e di alleggerire il duro giogo, che il padre imposto aveva. Non gli piacque tale consiglio, e invece seguì il parere de' giovani con'lui allevati in delizie e piaceri. Costoro dissero di parlare al popolo minaccevolmente, chè in questo modo niuno più avrebbe ardire di fare altri lamenti. Così fece. Si radunò dopo tre giorni il popolo, e Roboamo messo in non cale il savio consiglio de'vecchi, si appigliò a quello de' giovani orgogliosi, privi d'esperienza, e diede per risposta, che egli sapeva come governare i suoi sudditi, e che avrebbe loro imposto un giogo più duro. A queste minacce sdegnato il popolo, si mosse a ribellione, e dieci tribù presero Geroboamo, servo di Salomone, e lo crearono re. Solamente le tribù di Giuda e di Beniamino si mantennero fedeli a Roboamo. Quest'ultimo fu denominato re di Giuda, l'altro re d'Israele. (A. del m. 3029).

Non andiamo mai a chieder consiglio dagli orgogliosi, ni da chi non ha esperienza.

            Regno di Roboamo e di Geroboamo. Roboamo re di Giuda seguendo il consiglio de'giovani inesperti, ebbe un regno agitato da continue guerre, e prima di morire vide con rammarico il re d'Egitto venire in Gerusalemme e far bottino di tutti i tesori del tempio e della reggia, per trasportarli nei suoi paesi.

            Assai più funesta fu la fine di Geroboamo re d' Israele. Asceso appena sul trono, per timore che le tribù a lui soggette, frequentando il tempio di Gerusalemme, ritornassero {87 [293]} sotto la signoria del legittuno re, vietò di andarvi; e per dare a' suoi sudditi un simulacro di religione innalzò due vitelli d'oro con ordine, che fossero adorati in luogo del vero Dio. Tal cosa dispiacque molto al Signore, il quale mandò un profeta a dinunziare al Re, che quegl'idoli e quell'altare in un ce' sacerdoti sarebbero un giorno distrutti. In udir ciò Geroboamo stese la mano per ordinare l'arresto del profeta, ma la mano di subito inaridì, nè riprese moto o senso se non alle preghiere del profeta medesimo. Tuttavia Geroboamo non emendossi della sua empietà, e in pena delle sue scelleratezze venne dal Signore percosso e tutta la sua famiglia sterminata. (A. del m. 3050).

            Scisma Samaritano. La divisione delle dodici tribù in regno di Giuda e di Israele cagionò lo scisma Samaritano, ossia separazione Samaritana. Imperciocchè Geroboamo sforzandosi di allontanare i suoi sudditi dal vero Dio, si studiava d'indurli all'idolatria. E siccome la città di Samaria;era stata scelta per capitale del suo regno, così questa separazione fu detta scisma Samaritano. Di qui derivò, che dal regno di Giuda i Samaritani vissero separati di religione e di governo, portando avversione agli abitanti di Gerusalemme, capitale del regno di Giada, dove si conservò il culto del vero Dio.

 

 

Capo terzo. Elia riprende Acabbo e predire una siccità. È pasciuto dai corvi. - Miracoli di Elia. - Confonde i profeti di Baal. - Ottiene da Dio la pioggia.

 

            Elia riprende Acabbo, predice una siccità; è  pasciuto dai corvi. Acabbo, re d'Israele, disonorò il suo nome con molte scelleratezze, di cui si rese colpevole dinanzi al Signore. Fra le altre cose fece innalzare un altare a Baal, e si adoperò a tutt'uomo per allontanare il popolo dal culto del vero Dio e fargli seguire le turpi superstizioni dell'idolatria. Prese in moglie Gezabele, donna malvagia, la quale, affinchè Baal fosse adorato da tutti, faceva uccidere quanti profeti del Signore poteva rinvenire. Elia, che solo tra i profeti era sfuggito alla rabbia dell' empia regina, intrepidamente si presenta ad Acabbo, e In nome dell'Altissimo, gli dice, alla {88 [294]} cui presenza io mi trovo, in questi anni non cadrà nè pioggia, nè rugiada, se non alla mia parola. Ai detti ed alle parole del santo profeta salito il Re in furore, cercava di farlo perire;. ma Elia, avvertito da Dio, andossi a nascondere vicino al torrente Carit, dirimpetto al Giordano. Ivi mancando dei necessarii alimenti, il Signore gli mandò alcuni corvi, i quali mattina e sera gli portavano pane e carne.

            Ecco come Iddio prende sollecita cura de' suoi! Serviamo ai Signore, ed Egli ci provvederà in tutti i nostri bisogni.

            Miracoli di Elia. Non andò guari che venne la predetta siccità; per la qual cosa il torrente Carit trovandosi asciutto Elia cominciò a patir di sete. Avvisato pertanto dal Signore, andò a dimorare in Sarepta città della Fenicia. Giunto vicino alle porte incontrò una vedova, che raccoglieva legna, a cui disse: Di grazia, recami un po'di acqua a bere. La donna caritatevole e cortese corse a cercar acqua; ma il profeta la richiamò dicendole: Deh! recami anche un tozzo di pane. Ella rispose: Sallo Iddio, che non ho pane in casa mia; non ho altro, che un pugno di farina nella madia, e un po'di olio nell'utello. Ho raccolto queste legna per far cuoce quel poco, che mi resta. Lo mangerò col mio figlio, e poi morremo. Ciò detto, si mise a piangere dirottamente. Elia rispose: Non temere, non inquietarti; va, fammi colla tua farina una piccola focaccia. Obbedì la donna, apprestò quanto le veniva ingiunto dall'uomo di Dio; mangiarono essa, Elia e il figlio di lei, tutti pieni di riconoscenza verso il Signore. Da quel giorno in poi la farina non mancò più nella madia, nè l'olio nell'utello, finchè non fu la carestia cessata.

            Alcun tempo dopo il figlio di quella vedova infermò gravemente e morì; di che altamente dolendosi la desolata madre, Elia invocò il nome del Signore e lo richiamò a vita. Che cosa è mai impossibile al Signore? Colui il quale dà la vita, può ridonarla quando si perde.

            Elia e i profeti di Baal. Erano già passati tre anni e mezzo, senza che fosse caduta goccia d'acqua. Tutti i pozzi ed i fonti erano asciutti; le campagne sembravano aridi deserti, tutto il paese era nella massima desolazione. Elia per comando del Signore si presentò nuovamente ad Acabbo, il quale vie più furibondo, appena lo vide, gli disse: Sei qui, {89 [295]} o ribaldo, tu che turbi tanto Israele? E cominciò a minacciarlo. Intrepido Elia rispose: Non son io, ma tu, che turbi Israele, avendo abbandonato il Dio de' padri tuoi per adorare Baal. E perchè si conosca qual è il vero Dio, fa che si adunino sul monte Carmelo tutti i sacerdoti di Baal. Il re accondiscese, e coi sacerdoti di Baal si radunò tutto Israele. Là giunto, Elia si voltò al popolo e disse: E fino a quando vorrete zoppicare da due parti? Uopo è adunque provare se ti vero Dio sia Baal, o il Dio di Abraamo, d'Isacco e di Giacobbe. I sacerdoti di Baal innalzino un altare, sovrappongano la vittima alle legna senza sottoporrai fuoco. Io farò altrettanto. Ciascheduno invochi il suo Dio, e quegli che manderà fuoco dal Cielo per consumare la vittima, sarà il vero Dio. Tutto il popolo accettò il partito esclamando: Tu dici bene.

            Incominciarono i profeti di Baal a scannare un bue, ponendolo sopra l' altare; quindi dal mattino al mezzodì non cessarono dal gridare: O Baal, o Baal, ci ascolta; ci esaudisci. Pregavano, s'aggiravano intorno all'ara, genuflettevano, e secondo i loro riti si ferivano con lancette di ferro. Ma tutto indarno, chè  Baal non dava risposta. Elia li beffava dicendo: Gridate più forte, forse Baal s'intrattiene  a discorso con altri, o sta chiuso, o viaggia, o dorme, e non vi può dare udienza, chiamate più forte. Venne il mezzodì ed era vana ogni loro opera. Allora Elia raccolse dodici pietre e con esse ricostrusse l'altare del vero Dio, già diroccato dagl'idolatri; v' impose le legna, la vittima e tre volte fece versare tant'acqua, che tutto l'altare erane inondato e ripieno il fosso da Elia fatto scavare allo intorno. Quindi accostatosi all'altare, così pregò: Signore Iddio di Abramo, d' Isacco, di Giacobbe, degnati ascoltarmi, era oggi conoscere a questo popolo, che tu sei il, vero Dio.

            Parlava ancora, quando all' improvviso cadde fuoco dal cielo, il quale consumò l'olocausto, le pietre, e per fin l'acqua della fossa. Alla vista di quel prodigio tutta la moltitudine, rimasta attonita, esclamò: Il Dio d'Elia è il vero Dio. Elia allora comandò si arrestassero i sacerdoti di Baal, che erano in numero di quattrocento cinquanta, e fattili condurre presso al torrente Cison, ordinò che in pena de' loro malvagi insegnamenti e delle bestemmie vomitate contro del vero Dio, tutti fossero messi a morte. {90 [296]}

            Pioggia prodigiosa. Compiuta la strage dei profeti di Baal, Elia si volse ad Acabbo e gli predisse imminente la pioggia. Salito poscia, sul Carmelo a pregare, per sette volte inviò il suo servo a riguardar verso del mare se qualche nuvola apparisse. La settima volta fu veduta una nuvoletta simile al piede di un uomo, che spuntava sull'orizzonte. Subito Elia fece dire ad Acabbo attaccasse i cavalli,, e si affrettasse perchè gli fosse dato ripararsi dalla pioggia. Di fatto quella piccola nube in breve talmente si dilatò, che, coperto il cielo da ogni parte, si sciolse in dirottissima pioggia, la quale ristorò tutti il paese dalla terribile arsura che lo aveva travagliato. Chi ricorre a Dio di cuore colla preghiera, ottiene molte grazie ed anche miracoli.

 

Capo quarto. Fuga di Elia. - Eliseo lo segue. - Assassinio di Nabot. Morte di Acabbo e trista fine di Gezabele.

 

            Fuga di Elia. Gezabele inferocita per la morte de' sacerdoti di Baal, giurò di farne terribile vendetta contro di Elia, che ne era l'autore. Elia, ciò saputo, si salvò fuggendo, nel deserto. Ivi, stanco del cammino e annoiato della vita, si gettò all' ombra di un ginepro e si addormentò. Allora Iddio per consolarlo gli mandò un Angelo, il quale messogli accanto pane ed acqua, lo svegliò e disse: Elia, alzati e mangia. Egli mangiò e bevette, ma adagiatosi ripigliò il sonno. Se non che l'Angelo, nuovamente destatolo, gli ordinò che mangiasse di bel nuovo, perchò gli restava ancora a fare lungo cammino. Il profeta alzatosi mangiò e bevette la seconda volta, e col ristoro di questo solo cibo viaggiò quaranta giorni ed altrettante notti fino al monte Oreb. Questo cibo di Elia è figura della SS. Eucaristia, che il Signore ci lasciò per fortificarci ed aiutarci a camminare nella via del Cielo; ma e' non basta prenderne una sola volta, bensì sovente.

            Eliseo segue Elia. Elia rimase per qualche tempo sul monte Oreb nascosto in una spelonca, finchè Iddio gl' ingiunse di andare ad Eliseo e consacrarlo profeta in sua vece. {91 [297]} Eliseo era agricoltore e fu trovato in un campo cherarava Elia se gli accostò e ponendogli il suo mantello sopra le spalle, gli manifestò gli ordini del Signore. Eliseo, preso commiato da' suoi genitori, coi buoi e coll'aratro fatto a Dio un sacrifizio, si partì con Elia, di cui divenne discepolo e compagno fedele.

            Assassinio di Nabot. Oltre l'idolatria, Acabbo si aggravò eziandio della più enorme ingiustizia. Invogliatosi della vigna di un certo Nabot situata vicino al suo palazzo, gliela chiese o per danaro o per cambio. Nabot non volle assentire, perciocchè essendo quel podere retaggio de'suoi antenati, gli stava molto a cuore di conservarlo. Di ciò addolorato il Re, anzi incollerito e fremente, gittossi sopra il letto colla faccia rivolta al muro, fermo di non voler più prendere cibo. Gezabele, vedendo Acabbo così attristato, scrisse a' suoi soggetti, che accusassero Nabot qual bestemmiatore, e come tale fosse lapidato. La qual cosa venne con prontezza eseguita, e così furono appagate le scellerate brame di Acabbo. Ma mentre questi andava al possesso della male acquistata vigna, gli si fece incontro Elia e gli disse: Ecco ciò che dice il Signore: Qui dove i cani hanno lambito il sangue di Nabot, lambiranno similmente il sangue tuo. La stessa Gezabele sarà divorata dai cani, tutta la tua stirpe sterminata.

            Morte di Acabbo. In breve tempo le minacce di Dio produssero il loro effetto. Acabbo alle parole di Elia mostrò di pentirsi; ma non fu che finzione. Tre anni dopo si unì con Giosafatte Re di Giuda, per rinnovare la guerra a Benadad Re di Siria. Per conoscere l'esito dell'impresa, consultò quattrocento falsi profeti, che gli predissero la vittoria. Giosafatte, il quale adorava il vero Dio, volle consultare un profeta del Signore, e Acabbo per compiacerlo fece venir Michea, uomo pieno del divino Spirito, che gli predisse la intera sua rovina. Invece di ascoltarlo, Acabbo ordinò fosse chiuso in carcere, nutrito a pane ed acqua, per metterlo poi a morte non appena fosse ritornato dalla guerra. Ne son contento, aggiunse il profeta, se ritornerai. Parti Acabbo per la malaugurata impresa, ma una saetta, a caso scoccata, guizzando lo andò a colpire nel petto, e in breve ei se ne morì. Il cocchio, le armi, le briglie furono insanguinate, {92 [298]} e il sangue, che ne grondava, venne lambito dai cani, siccome Elia aveva pronunciato. (A. del m. 3107).

            Trista fine di Gezabele. Alcuni anni dopo la morte di Acabbo fu eletto Re d'Israele un illustre capitano per nome Geu. Dopo molte conquiste egli entrava vittorioso nella città di Gezraele, ove dimorava Gezabele. A quella notizia l'ambiziosa Regina s' imbellettò, e pomposamente abbigliata si fece alla finestra sperando di vincere il Re colle sue lusinghe. Geu passando alzò lo sguardo, e vedutala appena, disse: Gettatela giù. Subito venne precipitata dal balcone, calpestata da cavalli, e poco dopo le sue carni furono divorate dai cani. Appresso Geu ordinò che tutta la stirpe di Acabbo fosse sterminata, i sacerdoti di Baal passati a fil di spada, il tempio dedicato alle false divinità fin dalle fondamenta distrutto. Avveraronsi così le minacce del Signore fatte ad Acabbo per bocca di Elia.

            Ogni delitto reca oltraggio alla Giustizia Divina e ci rende meritevoli di gravi castighi, i quali, se Dio non li fa provare nella vita presente, devonsi paventare assai più nella futura.

 

 

Capo quinto. Elia predice la morte ad Ocozìa. – È rapito in cielo. - Acque amare raddolcite. - Insolenza castigata. - Miratola dell'olio. - Minestra risanata. - Pani moltiplicati. - Risurrezione di un fanciullo. - Naamano Sire. - Bugia punita.

 

            Elia predice la morte ad Ocozia. A Geu, venuto a. morte dopo 28 anni di regno, successe Ocozia suo figlio, il quale continuò le scelleratezze dell'empio Acabbo. Caduto in grave malattia spedì messaggeri a consultare Belzebub, che era una falsa divinità. Ma Elia per ordine divino fattosi loro incontro disse in tono minaccioso: Forse non c'è Dio in Israele, poichè andate a consultare Belzebub? Or bene ritornate e dite al vostro Re, che non scenderà più dal letto ed ivi morrà.

            Riportarono questa minaccia, senza saper da chi fosse proferita. Ocozia per altro conobbe da' contrassegni esser di Elia, e mandò un capitano con cinquanta uomini a prenderlo e condurlo alla sua presenza. Ma Elia pregò Iddio che lo difendesse, {93 [299]} è Dio dal cielo fe' tosto discendere un fuoco, che inceneri il capitano con tutta la sua gente. Ocozia spedì un altro, e gli avvenne lo stesso. Finalmente un terzo, temendo avvenisse altrettanto a lui ed a suoi, pregò con umiltà il.servo di Dio volesse appagare il desiderio del suo padrone. Accondiscese il Profeta, e giunto al cospetto del Re, da parte di Dio così parlò: Prima hai mandato a consultar Belzebub e non il Signore, perciò non ti leverai più da questo letto, e qua morrai. Il presagio in breve si avverò ed Ocozia mori dopo aver regnato due anni.

            Elia rapito in cielo. Eliseo accortosi che la carriera mortale di Elia volgeva al suo termine, gli stava sempre allato per vederne la fine. Venuti un giorno amendue da Gerico sulle spiagge del Giordano Elia prese il suo mantello e con esso battè  le acque del fiume, le quali si divisero per modo che lo passarono a piedi asciutti. Giunti al di là Elia disse ad Eliseo: Dimanda quanto vuoi, prima eh' io sia tolto da te. Ed Eliseo: Dimando che si trasfonda in me il doppio del tuo spirito, e il doppio de' doni che dal Signore ricevesti. Elia: Hai dimandato cosa difficile, tuttavia ti sarà concessa, purchè tu mi veda, quando sarò tolto da te. Mentre camminavano e così discorrevano ecco ad un tratto calare dal Cielo un carro di fuoco tirata da cavalli alati e fiammeggianti. Elia vi montò sopra e tosto venne portato in alto come in mezzo ad un turbine. Eliseo, vedendolo sollevarsi in aria, andava gridando: Padre mio, padre mio! e lo segui cogli occhi finchè più nol vide. Indi si lacerò le vesti; di poi prese il mantello, che Elia dall'alto aveva lasciato cadere, e tornossene al Giordano. Con quello percosse le acque, le quali lasciarongli di nuovo il passaggio asciutto {94 [300]} fino all'altra sponda. Quivi fu accolto con grande venerazione da' suoi discepoli, che a questo prodigio riconobbero essere stato veramente in lui trasfuso lo spirito di Elia. (A. del m. 3108).

            Acque amare raddolcite. Eliseo dimostrò con molti prodigi che la virtù di Elia era passata in lui; eccone i principali. Entrato un giorno nella città di Gerico, i cittadini gli corsero incontro. dicendo che volentieri lo ricevevano nella loro città, ma soggiunsero essere le acque tanto amare, che niuno ne poteva bere senza rischio di morte. Eliseo pel desiderio di beneficare que' cittadini pregò Dio, e fattosi poscia recare un vaso di sale, furono le acque per divina volontà raddolcite e ridonata la fecondità al terreno.

            Insolenza castigata. Altra volta mentre Eliseo saliva in Betel, alcuni fanciulli insolenti presero a motteggiarlo dicendogli: Vieni su, o calvo, vieni su, o testa pelata. Ma il. Signore non lasciò quella insolenza impunita, e fece immantinente sbucare dalla vicina foresta due orsi, i quali avventaronsi sovr'essi, e ne sbranarono quarantadue. Terribile esempio a chi osa motteggiare i maggiori di età od i Ministri del Signore!

            Miracolo dell'olio. A una povera vedova che non poteva pagare alcuni debiti contratti dal marito, minacciava il creditore di prenderle i due suoi figli per farsegli schiavi. Oppressa dall'angustia andò da Eliseo, che la confortò dicendole: Va a chiedere in prestito da' tuoi vicini un gran numero di vasi vuoti, e quando sarai rientrata in casa, chiudi l'uscio. Tu poi co' tuoi figliuoli prenderai il vasetto dell'olio, che ancora ti rimane, e non cesserai di versare finchè tutti i vasi presi ad imprestito siano ripieni. Eseguì la vedova l'ordine dell'uomo di Dio, e l'olio moltiplicossi maravigliosamente. Con questo ella potè pagare tutti i suoi debiti, e averne ancor abbastanza per sè e pei figliuoli.

            Minestra risanata. Pani moltiplicati. Un altro giorno fu data a' suoi discepoli una minestra contenente sostanze così amare, che niuno poteva cibarsene. Egli, mischiata un poco di farina con quella minestra, le tolse ogni amarezza. Altra volta venne un uomo dabbene a portargli in dono venti pani, cui Eliseo ingiunse di distribuirli al popolo. «E che sono, quegli disse, venti pani a cento persone?» Ma Eliseo {95 [301]} insistè che si dividessero. Non solo ve ne fu abbastanza per tutti, ma ne rimase ancora gran parte. (A. del m. 3109).

            Risurrezione di un fanciullo. Eliseo, entrando nella città di Snna, venne cortesemente accolto da due coniugi, i quali per usare speciale ospitalità al servo di Dio, gli prepararono una stanza da servirsene ogni volta che di là passasse. Non tardò molto Iddio a compensare la carità adoperata inverso il suo profeta. Imperocchè l'unico figliuolo di quella donna, essendosi recato col padre in campagna al tempo della mietitura, fa colto da sì gran male di testa, che ne morì. La madre aflittissima corse piangendo ad Eliseo, il quale andò egli stesso alla casa dell' addolorata donna per consolarla. Fatta orazione al Signore, si stese sul freddo corpo del fanciullo, il quale cominciò a sbadigliare, poscia aprì gli occhi e finalmente risorse a vita florida come prima.

            Naamano Siro. La fama de' miracoli di Eliseo traeva gente da tutte parti. Naamano, generale dell' esercito del re. di Siria, era stato colpito dalla lebbra, malattia schifosa e contagiosa. Egli si pose in viaggio per Samaria, seco portando molto oro ed argento, per farne dono al Profeta. Giunto alla casa di Eliseo, questi gli mandò incontro un servo per dirgli: Va, lavati sette volte nel Giordano, e sarai guarito. Il superbo Naamano, poco soddisfatto di quella semplice accoglienza, rispose: A che lavarmi nel Giordano? I nostri fiumi della Siria non valgono quanto le acque d'Israele? Ciò detto, voleva partirsene; ma i suoi servitori lo persuasero ad obedire. Sette volte lavatosi nel Giordano, la lebbra sparì. Oltremodo contento della sua guarigione, ritornossene alla casa dell'uomo di Dio per offrirgli ricchi presenti, oro, argento e vesti preziosissime. A' cui Eliseo soggiunse: Nel nome del Signore io non accetterò cosa alcuna, vattene in pace.

            Bugia punita. Giezi servitore di Eliseo, avido di danaro lasciò allontanare Naamano, poi,gli corse dietro, e raggiuntolo gli disse: Il mio padrone mi manda pregarti che tu gli faccia dono di un talento e di due abiti per due giovani testé arrivati. Naamano prontamente gli diede più che non chiedeva. Giunto a casa, Eliseo lo interrogò dicendo: Donde vieni, o Giezi? e questi soggiunse: Non sono stato in alcun luogo. Eliseo vedendo che alla menzogna aggiungeva altra {96 [302]} menzogna, Or bene, conchiuse, avrai ben tosto il dovuto guiderdone della tua avarizia e del tuo mentire. Ed in quell'istante fu tutto èoperto di lebbra, e scacciato per sempre dal servizio del Profeta.

            La bugia ci disonora dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.

 

 

Capo sesto. I soldati di Benedad in Samaria. - Strettesse e liberazione di questa città. - Morte di Eliseo, e le sue reliquie. - Giona profeta. - Sua predicazione a Ninive.

 

            I soldati di Benedad in Samaria. Benedad re di Siria, rinnovata la guerra contro di Gioramo re d'Israele, meditava, un agguato. Gioramo, avvertito da Eliseo, mandò in quel luogo gente a preoccuparlo. Di ciò sdegnato Benedad spedì incontinente gran numero di soldati per arrestare il santo profeta. Questi pregò Iddio a volerlo difendere, e Iddio fece rimaner ciechi tutti i soldati. Allora Eliseo uscì loro incontro, e li guidò in mezzo a Samaria. Colà giunti, pregò Dio aprisse loro gli occhi: Non si può esprimere il loro stupore e spavento quando conobbero di essere in mezzo dei nemici. Eliseo per altro proibì, che loro si facesse alcun male; anzi fattili ristorare con cibi e bevande, liberi li mandò al loro campo.

            Strettezze e liberazione di Samaria. Benedad non volle conoscere la potenza divina nel fatto de' suoi soldati, e ostinato venne coll'esercito a stringere d'assedio Samaria. In breve i cittadini furono ridotti a tale stremo, che la testa di un asino fu venduta ottanta monete d'argento (circa franchi 200), e due madri giunsero a patteggiare fra loro di uccidere e mangiare uno dopo l'altro i propri figli per isfamarsi. In questa terribile calamità Eliseo una sera predisse, che l'indomani vi sarebbe, stata abbondanza. «Nemmeno se Iddio facesse piovere grano dal cielo, disse un capitano del Re, ciò potrebbe avverarsi.» Al quale Eliseo rispose, che lo avrebbe veduto cogli occhi suoi, ma non avrebbe potuto gustarne. Il mattino seguente fu trovato il campo dei nemici pieno di viveri e di ricchezze, e sgombro affatto di armati. Perciocchè Iddio nella notte aveva fattò udire colà {97 [303]} grande strepito d' armi, che atterri e mise in fuga tutti i Siri. Il popolo corse tosto in cerca di alimenti per isfamarsi. L'abbondanza fu tale, che ognuno potè fornirsi di quanto desiderava. Soltanto il capitano incredulo non ebbe a goderne, perchè sulla porta della, città, ov'era stato messo di guardia, fu soffocato dalla calca che si affrettava di uscire.

            Morte di Eliseo. Sue reliquie. Eliseo, divenuto infermo, fu visitato da Gions re d'Israele, il quale in vederlo proruppe in pianto esclamando: Padre mio, tu sei il carro d'Israele e colui che lo guidi. Eliseo per confortarlo gli promise, elle tre volte egli avrebbe con gran vantaggio vinto il Re di Siria. Il che tutto si avverò, arrecando pace universale in Israele. Eliseo pacificamente morì, e venne seppellito nella campagna in una caverna a bello studio scavata. (A. del m. 3165).

            L'anno di sua morte, mentre alcuni uomini portavano un defunto a seppellire, veduti certi ladroni, per paura gettarono il morto. nel sepolcro di Eliseo. Appena quel cadavere toccò le ossa del s. Profeta, subito riebbe la vita.

            Questo fatto ed il prodigio del mantello d'Elia nelle acque del Giordano dimostrano’ quanto il Signore gradisca, che le reliquie de' suoi santi siano venerate; perciò sono in grande errore coloro, i quali dicono non doversi prestare nessun culto alle medesime.

            Giona profeta. Quasi ai, tempi di Eliseo visse Giona profeta, celebre per la sua missione in Ninive, capitale dell'Assiria. Questa popolatissima città erasi abbandonata ai pí:': gravi disordini, ed i suoi peccati avevano altamente provocato lo sdegno di Dio. Per farla ravvedere mandò Iddio il profeta fiiona a predicarvi la penitenza e lo sterminio, se non si fosse ravveduta. Giona, o per difficoltà di viaggio, o per timore che tornasse inutile la sua predicazione, non obedi agli ordini del Signore, ed invece di andare a Ninive> s'imbarcò in una nave per Tarso, città della Cilicia. Ma chi può mai nascondersi agli occhi di Dio onnipotente, e chi può resistere a' suoi voleri? Entrato nella nave, si solleva d'improvviso un vento, che, suscitando furiosa tempesta, mette tutti i marinai in grave costernazione. La nave è in grande pericolo di affondare. Gli uni dànno opera ad alle, gerirla, e salvarla; gli altri pregano; solamente Giona dorme tranquillo. I marinai, che erano pagani, gettano la sorte {98 [304]} per sapere chi fosso la cagione di tanto male. Il Signore permette che la sorte cada sopra Giona. Questi dichiara il suo peccato, e dice: Gettatemi in mare, e la burrasca si calmerà. Quelli rimangono atterriti e gridando al Signore che non voglia imputare loro la morte di lui, lo prendono, lo gittano nelle onde, e il mare.subito si calma. Ma il Signore, il quale sa punire e salvare, mandò un pesce di smisurata grossezza, che inghiotti Giona e lo portò seco nel fondo del mare. In quel momento, riconoscendo il suo peccato, Giona si pente, ne chiede umile perdono, ed è esaudito. Dopo essere stato tre giorni e tre notti nel ventre di quel pesce il Signore fa sì, che sano e salvo venga sulla spiaggia vomitato a poca distanza da Ninive.

            Predicazione di Giona. Allora ubbidiente Giona agli ordini divini si reca senza indugio in quella città, e vi cammina un intero giorno gridando ad alta voce: Ancora quaranta giorni, poi Ninive sarà distrutta. A quella minaccia spaventati gli abitanti, riconoscono la loro mala vita. Lostesso re si copre di sacco, scende dal trono, si-asperge di cenere. Ordina un pubblico e generale digiuno, incorando tutti a lasciare il peccato e pregare il Signore che abbia pietà di loro. Chi sa, egli esclamava, chi sa, che il Signore non sia per rivolgersi a noi, perdonarci, e, placato il suo furore, rivochi la sentenza pronunziata contro di noi? Iddio di fatto resta commosso alla penitenza dei Niniviti, ne ha pietà, e risparmia loro il minacciato castigo. (Circa l'anno 3.220). Iddio è misericordioso e facilmente si piega al perdono, purchè l'uomo si penta e faccia penitenza.

 

 

Capo settimo. Fine del regno d'Israele. - Gli Israeliti nell'Assiria. - Virtù di Tobia. - Sua pazienza. - Ricordi di Tobia. - Mando suo figlio in Ragea. - Sua guarigione e sua morte.

 

            Fine del regno d'Israele. Il regno d'Israele durò dugento cinquanta quattro anni, ed ebbe diciannove Re tutti empi. Spesso Iddio mandò loro dei profeti per ammonirli e ricondurli insieme ce' loro sudditi al vero culto; ma inutilmente. {99 [305]} Le minaccie dei proteti furono sprezzate e gli stessi profeti cacciati in prigione, esiliati, o mandati a morte. Tante iniquità stancarono la misericordia del Signore, che diede e Re e popolo in potere dei suoi nemici. Ultimo re d'Israele fu Ossa, sotto cui ebbe fine quel regno. Da prima questi tentò di scuotere il giogo degli Assiri, dei quali era divenuto tributario. Ma sdegnato Salmanassar loro Re venne con potente esercito ad espugnare Samaria. Dopo tre anni di assedio s'impadronì della città, prese Osea e lo mise in: catene. Quindi ridusse in sua balia tutto il regno d'Israele, e con Osea trasportò gl'Israeliti nell'Assiria e nella Media, donde più non ritornarono. (A. del m. 3283).

            Gl'Israeliti nell'Assiria. Gli Israeliti nell'Assiria ebbero a patire durissima schiavitù; più volte mancava loro un tozzo di pane per isfamarsi ed una veste per coprirsi. Molti furono uccisi, ed i loro cadaveri gettati fuor delle mura della città per servire di pasto agli uccelli di rapina, o ad altri feroci mimali, senza che si potesse dar loro sepoltura, essendo questa vietata da barbara legge. Così quel popolo, che fu sordo ai replicati avvisi de' Profeti del Signore, pagava il fio delle sue infedeltà.

            Virtù di Tobia. Iddio, che è sempre buono, mandò un consolatore ai poveri Israeliti. Questi fu il pietoso Tobia, uomo educato nel santo timor di Dio, grandemente ammirato-per la sua eroica pietà e pazienza. Condotto in ischiavitù cogli altri di sua nazione, alla vista de' suoi fratelli oppressi, attendeva a consolare gli afflitti, a fornire di cibo e di vestimenta i bisognosi, ed a seppellire i morti. Appena. udiva un Israelita morto essere gettato in qualche angolo, lasciava quanto aveva per le mani, ne andava in cerca, portava il cadavere in sua casa, e nell'oscurità della notte lo seppelliva. Il Re spietato, com'ebbe contezza de' caritatevoli uffizi del buon Tobia, comandò fosse spogliato d' ogni sostanza, e messo a morte. Non pertanto il Signore lo conservò e, fuggendo lo sdegno del Re, egli colla moglie e col suo figliuolo visse nascosto presso alcune buone persone. Essendo poi stato ucciso quel principe crudele, Tobia potè ripigliare le sue caritatevoli sollecitudini. Un giorno, postosi a pranzo, gli venne annunziato da suo figlio esservi un morto giacente sulla piazza. Egli si alzò subito, portò occultamente il cadavere in casa, e la notte lo {100 [306]} seppellì, mostrando così quanta fosse la sua costanza, quanto il- suo ardore nell'esercizio della carità.

            Pazienza di Tobia. La virtù di Tobia fu dal Signore provata con gravi tribolazioni. Una volta, dopo aver passata la notte a dar sepoltura ai morti, tornava a casa sul far del giorno, e oppresso dalla stanchezza si adagiò presso un muro, da cui pendeva un nido di rondini, e addormentossi. Durante il sonno gli cadde sugli occhi un po' di sterco caldo di quegli uccelli, e diventò cieco. In questo misero stato egli si mantenne fedele al Signore. Niuna cosa temeva maggiormente, quanto il peccato e per fino l’ ombra di esso. Sua moglie, che gli procacciava il nutrimento col lavoro delle mani, un gioruc portò seco un capretto datole per mercede. Il cieco Tobia udendolo belare: Ah! guardati, le disse, che questo capretto non sia rubato; se ma' ciò fosse, datti subito cura di restituirlo al padrone. Non è permesso di toccare la benchè minima cosa altrui.

            Ricordi di Tobia. Oppresso da molte calamità, Tobia pregò il Signore lo chiamasse all'altra vita. Reputando esaudita la sua preghiera, indirizzò al figliuolo questi ricordi: Mio figlio, ti raccomandò di rispettare tua madre e di rammentarti di quanto ella soffri per te. Abbi ognora presente il tuo Dio, e guardati dal peccare, dal far cosa contraria a' Divini comandamenti. Abbi compassione dei poveri, e Dio avrà compassione di te. Fa elemosina. Se hai molto, dà molto, se hai poco, dà quel che puoi, ma volentieri. La limosina purga dai peccati, fa trovar misericordia presso Dio e conduce alla vita eterna. Nei dubbi domanda consiglio all'uomo’prudente, nè mai associarti coi perversi. Fuggi la superbia e guardati dall'impurità. Il figlio, tutto intenerito, rispose: Mio padre, io farò quanto avete detto: e mantenne fedelmente la promessa.

            Tobia manda il figlio in Rages. Il buon Tobia non morì allora, come credeva; il Signore lo conservò in vita per fargli godere dolci consolazioni per mezzo del suo figliuolo chiamato anche Tobia. Figlio mio, gli disse un giorno il padre, debbo avvisarti che ho imprestato dieci talenti d' argento a Gabelo, che abita in Rages, città della Media. Eccoti lo scritto di obbligazione; presentandolo, egli tosto ti restituirà il danaro. Siccome poi tu ne ignori la strada, {101 [307]} vatti a cercare qualche fedele amico, che, ti guidi. L'ubbidiente figlio, uscito di casa, trovò un. giovane pronto a far viaggio. Ignorando che quegli era un angelo di Dio, Buon giovane, gli disse cortesemente, chi sei, conosci la via che conduce nella Media? Io sono Israelita, rispose, conosco il cammino che accenni, ed ho assai tempo dimorato con Gabelo in Rages. Il figlio, consentendolo il padre; partì coll'angelo Raffaele, che sotto umane spoglie, senza darsi a conoscere, si offerse di accompagnarlo. Giunti al fiume Tigri, un pesce mostruoso assalì il giovane Tobia, e già sembrava volerlo divorare, quando l'Arcangelo gli disse di nulla temere, anzi di afferrare quel pesce, sventrarlo e cavargli il fegato per farne medicamento al padre. Un viaggio cominciato con sì buoni auspizi non poteva, che riuscire prospero e felice. E in verità l'Angelo non solo fece ricuperare al giovane Tobia il danaro, che era andato a cercare, ma di più procurò che sposasse una ricca e virtuosissima donzella di nome Sara, figliuola unica di Raguele.

            Ritorno del figlio. Guarigioie e santa morte del padre. Tobia frattanto e sua moglie aspettavano ansiosi il ritorno del loro figliuolo, e cominciavano a dolersi del suo indugio. Spesse volte la genitrice dall'alto di una montagna guardava impaziente di scorgerlo venir da lungi, e più giorni fu vana la sua aspettazione. Al fine, vedutolo in lontananza, corse frettolosamente a darne avviso al marito. Il vecchio Tobia, sebbene cieco, volle andare incontro al diletto figliuolo, che fu da lui e dalla madre teneramente abbracciato. Erano questi i primi saggi delle consolazioni, che Iddio voleva far gustare al vecchio Tobia. Ecco infatti il figlio col fiele del pesce ungere gli occhi del padre, che tosto li riapre alla luce del giorno; e non solamente rivede il dolce aspetto del suo figliuolo, ma osserva la sposa, ne ammira i singolari pregi, e le moltissime ricchezze che seco aveva portato. Sparsa la notizia del ritorno del figlio di Tobia e come il buon genitore aveva riacquistata la vista, i suoi parenti ai radunarono per ringraziare il Signore e farne festa. Alla loro presenza il figlio enumerò i solenni benefici che aveva ricevuto dal compagno di viaggio, che tuttora giudicavano essere un uomo. Volendo poi in qualche modo ricompensarlo, il pregarono si piacesse accettate la metà delle {102 [308]} sostanze, che aveva riportate a casa. L'Angelo allora si diede a conoscere e, voltosi al padre, disse: Ora è tempo, che io manifesti la verità. Quando tu seppellivi i morti e ti occupavi in pie opere e in fervorose preghiere, io tutto offeriva al ~re. E poichè egli ti amava, volle che la cecità accrescesse il merito; indi spedì me a guarirti, e aprocacciarti tutti questi beni. Imperocchè io sono l'angelo Raffaele, uno dei sette spiriti che stiamo di continuo alla presenza di Dio. Lodate dunque il Signore e raccontate a tutti le sue maraviglie. Ciò detto scomparve; ed essi rimasero per tre ore prostesi per terra benedicendo Iddio.

            Visse ancora Tobia quarantadue anni; di poi accortosi che era vicina l'ora della sua morte, chiamò a sè il figliuolo, e dopo avergli raccomandato si mantenesse costante nel santo servizio di Dio, tranquillamente spirò nella pace del Signore in età d'anni cento due.

            Il figlio suo raggiunse l'età di 99 anni. Egli, i suoi figli, i suoi nipoti, ricopiarono tutti le paterne virtù; perciò furono sempre cari agli uomini e benedetti dal Signore.

 

 

Capo ottavo. Abia ed Asa re di Giuda. - Pietà di Giosafatte. - Trista fine di Gioame e di Uzia; Gioas, Giojada. - Depravazione e trista fine di Gioas - Empietà di Amasia. - Ozia punito; Gioatano giusto; Acaz empio. - baia profeta. - Infermità e guarigione di Ezecbia. -Castigo del bes temmiatore Sennacberibbu. - Santa morte di Ezechia.

 

            Abia ed Asa re di Giuda. I re di Giuda formando la serie de' discendenti, da cui doveva nascere il Salvatore, pare sia al tutto conveniente un cenno della loro successione, e delle principali loro azioni. Essi non furono tutti malvagi, come quelli d'Israele, chè parecchi diedero segni di attaccamento al culto del vero Dio. Abbiamo veduto come per superbia e imprudenza di Roboamo avvenisse la divisione del popolo Ebreo nei due regni di Giuda e d'Israele. A Roboamo succedette il figlio Abia, che regnò tre anni seguendo i tristi esempi del padre. Ad Abia tenne dietro il suo figlio Asa, che fu pio e distrusse gi' idoli co' vergognosi riti introdotti da sua madre. Alle preghiere di lui Iddio atterri {103 [309]} e mise in fuga un esercito di Etiopi, i quali con un milione di fanti e trecento carri erano venuti per assalire il re di Giuda. Mosse anche guerra agli Israeliti, che vinse riportando abbondante preda.

            Pietà di Giosafatte. Morto Asa, il regno passò al figliuolo Giosafatte, molto caro al Signore per la sua pietà. Egli proibì l'idolatria nel suo regno; e mandò uomini dotti. e pii in tutte le città, affinchè istruissero il popolo e gli inculcassero l'osservanza della divina legge. Tuttavia commise un errore nello stringere amicizia coll'empio Acabbo, aiutandolo nella guerra contro al Re della Siria. Questa lega gli cagionò grave danno e lo espose al pericolo della vita. Imperocchò nella battaglia, in cui Acabbo rimase. estinto, Giosafatte fu circondato dai nemici e già stava per cadere sotto i loro colpi;: quando vedutosi in tanto pericolo, levò alto un grido, ed invocò il Signore, il quale tosto gli porse soccorso. Ritornato poi in Gerusalemme Iddio lo fè rimproverare dal profeta Iehu qan queste parole: Tu hai dato aiuto a un empio, e stretto amicizia con gente che odia il Signore. Per questo ti meritavi di essere punito; ma fosti risparmiato, perchè si sono trovate in te delle buone opere, ed hai invocato il Dio de' padri tuoi. La frequenza di cattivi compagni espone a gravi pericoli.

            Trista fine di Gioramo' e di Ocozia. Il giovane Gioas. Dissimile da Giosafatte fu il figlio Gioramo, il quale, sposata Atalia figlia di Acabbo, ne seguì le empietà. Perciò Iddio mandogli una grave malattia, da cui presto fu tolto di vita.

            Dopo costui il figlio Ocozia prese le redini del governo, ch'egli pure tenne poco; imperciocchè, all'esempio della pessima Atalia sua genitrice, datosi in preda a' vizi, miseramente peri. Alla morte di lui la scellerata Atalia, per impadronirsi del trono, ordinò che tutti i figli di Ocozia fossero barbaramente trucidati. Il solo Gioas, ancor bambino, fu tolto alla comune strage e dato al sommo Sacerdote Giojada, perchè lo allevasse segretamente nel tempio. Giojada uomo pio e fedele ai doveri della giustizia,’quando vide Gioas all'età di sette anni, radunò nel tempio i principali del popolo, e mostrando loro il legittimo Re, il fece solennemente acclamare. La qual cosa udendo Atalia, corse al tempio per dissipare la congiura; ma subito venne trascinata fuori del luogo santo e messa a morte. Giusto castigo delle sue malvagità! {104 [310]}

            Depravarione e trista fine di Gioas. Finché Gioas si tenne a consigli di Giojada, fu fedele a Dio, distrusse l'altare di Baal, adornò il tempio del Signore e lo arricchì di molti vasi sacri. Ma estinto Giojada, ingannato dall'adulazione de' suoi cortigiani, abbandonò la vera Religione. E perché il figlio di Giojada, per nome Zaccaria, saviamente lo ammoniva, egli, dimentico dei benefizi ricevuti da Giojada, lo fece barbaramente lapidare. Di che sdegnato Iddio gli suscitò contro il Re di Siria, il quale con poca gente lo assalì, prese Gerusalemme, saccheggiò il palazzo ed il tempio, uccise i perfidi cortigiani, e lo stesso Gioas fu da' suoi servi trucidato nel proprio letto e privato della regia sepoltura.

            Empietà di Amasia e sua mala fine. A Gioas succedette Amasia, il quale per alcun tempo osservò la divina legge, e fu da Dio in mirabile guisa favorito. Infatti marciando egli contro agl'Idumei con numerosissimo esercito, avvertito da un profeta che sperasse più nel divino aiuto, che nella moltitudine dei soldati, ne licenziò la maggior parte e con pochi venuto a battaglia, sconfisse il nemico e ne riportò insigne vittoria. Ma invece di renderne grazie al Signore, ne divenne oltremodo superbo, dimenticò la divina legge e diedesi ad adorare gl'idoli. Volendo Iddio punirlo di tante malvagità, gli suscitò guerre e ribellioni, onde fuggito nella città di Lachis, venne ivi inseguito ed ucciso.

            Ozia punito. Gioatan giusto. Acaz empio. Ozia figliuolo e successore di Amasia, prosperato da Dio, superò più volte i Fiilistei, gli Arabi e gli Ammoniti, divenne ricco, potente e temuto dalle vicine nazioni. Ma per queste prosperità fatto orgoglioso, si arrogò di esercitare gli uffizi a' soli sacerdoti permessi, minacciando di castigo il Sacerdote che lo avvertiva. Ostinandosi dunque nel suo peccato, un giorno che Ozia teneva in mano il turibolo per offrire incenzo e gridava minaccioso contro a' Sacerdoti, Iddio lo punì con una schifosa lebbra: perciò dovette separarsi dal consorzio degli uomini e consegnare le redini del governo al figlio Gioatano. Questi amministrò saviamente la giustizia. Successore a Gioatano fu l'empio Acaz, il quale, abbandonato il culto del vero Dio, si diede all'adorazione degl'idoli, e disonorato mori dopo sedici anni di regno.

            Isaia profeta. Sotto il regno di Acaz cominciò a profetare {105 [311]} Isaia. Fra le altre cose un giorno indirizzò il discorso a tutta la stirpe di Davidde, e parlando della Madre del Salvatore disse: Il Signore opererà un gran prodigio. Ecco una vergine concepirà e darà alla luce un figliuolo, e avrà nonne Emmanuele, cioè Dio con noi. Colle quali parole predisse il profeta, che il Messia sarebbe nato da una Vergine, e che avrebbe dimorato fra noi come Dio.

            Isaia continuò a profetare sotto il regno di Ezechia successore di Acaz, e parlò del- Salvatore con tanta chiarezza, che nei suoi scritti pare di leggere la vita di Gesù Cristo esposta nel Santo Vangelo. Non solo predisse che il Messia sarebbe nato da una Vergine, ma che avrebbe fatto grandi prodigi, sarebbe stato contraddetto, posto in catene da quelli di sua nazione, coperto di piaghe; predisse che il suo sangue ci avrebbe salvato, ch'Ei sarebbe stato messo a morte in mezzo a due ladroni, ed un ricco gli avrebbe dato sepoltura. A suo tempo noi vedremo queste cose avverate nella persona del Divin Salvatore.

            Infermità e guarigione di Ezechia. Ezechia giovossi molto dei savi consigli di Isaia. Sotto la sua direzione ristabilì in tutto il suo regno l'ordine e la giustizia. Lasciò libero il ministero ai Sacerdoti, fece riaprire e purgare il tempio, e si sforzò di riparare i danni, che Acaz suo padre aveva cagionati alla religione. In questa guisa divenne celeberrimo per, la sua pietà. Caduto gravemente infermo, Isaia lo andò a visitare e gli disse, che si preparasse. per l'eternità, perchè presto morrebbe. Ma avendo il Re’pregato di cuore il Signore, gli si presentò di nuovo il santo Profeta annunziandogli, che Dio aveva ascoltate le sue orazioni e vedute le sue lagrime, perciò gli donava ancora quindici anni di vita. In conferma di tale promessa Isaia operò un miracolo, facendo retrocedere l'ombra del sole dieci gradi nel meridiano.

            Bestemmia castigata. Sennacheribbo, Re dell'Assiria, venne con formidabile esercito ad assediar Gerusalemme. Ezechia tentò inutilmente di placarlo con doni; anzi, fattosi quegli vie più orgoglioso, mandava i suoi soldati vicino alle mura della città a fare avvertito il popolo, che si arrendesse, perchè niuno potrebbe loro resistere. Forse, dicevano essi a nome del Re bestemmiando, forse il vostro Dio vi potrà liberare dalle {106 [312]} mani di Sennacheribbo? Non ascoltate Ezechia, che vi se,luce col dire, che il Signore vi libererà. Il buon Ezechia, uditi questi improperi, si stracciò le vestimenta, e coperto lì sacco andò nel. tempio a pregare. Il Signore l'ascoltò e mandogli a dire per Isaia, che lo avrebbe difeso, nè alcun danno gli avrebbe recato Sennacheribbo. Ed ecco la seguente notte l'angelo del Signore entrò nel campo degli Assiri, e, menando terribile strage, uccise centottanta cinque mila soldati. Sul far del giorno si levò Sennacheribbo, e, alla vista di quell'orribile strage, confuso ed atterrito fuggì a Ninive, dove in un tempio d'idoli fu da' suoi medesimi figli trucidato. (A. del m. 3295).

            Così fu punito il superbo Sennacheribbo per la bestemmia proferita contro al nome del Signore.

            Santa morte di Ezechia. Ezechia, liberato da quei pericoli, passò il restante della vita in somma pace. Egli amava il Signore, ed il Signore era con lui; perciò ogni cosa gli riusciva prosperamente. Riposta ogni confidenza in Dio, in ogni impresa mirava solo alla gloria del suo santo nome. Dopo ventinove anni di regno, finì con placida morte il cinquantesimo quarto dell'età sua. Fu pianto dal popolo a calde lacrime, e in segno di affezione venne collocato nel sepolcro de' suoi antenati, ma in luogo più elevato che quello degli altri Re. Egli è reputato quale modello de' Principi religiosi. (A. del m. 3306).

            Mentre regnava Ezechia ebbe fine il regno d'Israele.

 

 

Capo nono. Empietà di Manasse e sua coeversione. - Morte di Oloferne. - Ammele empio. Giosia pio. Gioacaz e Gioachino fratelli. - Geremia profeta. - Trista fine di Gieachine. - Zelo di Geremia. Anania falso profeta. - Geconia in Babilonia. - Sedecia. Strettene e saccheggio di Gerusalemme.

 

            Empietà di Manasse e sua conversione. Al pio Ezechia fu successore il figlio Manasse, che degenere dalla paterna pietà, non fu scelleratezza oh' ei non abbia commesso. Lasciato il culto del vero Dio, costringeva eziandio il popolo all'adorazione degli idoli si dedicava alla magia e {107 [313]} a parecchie altre superstizioni. Il Signore mandò i suoi profeti ad ammonirlo, ed egli divenuto feroce ne fece molti miseramente trucidare. Avendolo Isaia con santo zelo ripreso delle sue iniquità ed annunziatogli imminenti i divini castighi, egli, invece di emendarsi, diede il barbaro comando che il santo profeta fosse per metà segato con una sega di legno. Ma il Signore non tardò a vendicare gli oltraggi fatti a' suoi servi. Manasse fu vinto dagli Assiri, i quali lo condussero in Babilonia incatenato i piedi e le mani. Ma la misericordia di Dio lo accompagnava. Nell' orror del carcere egli rientrò in se stesso conobbe la mano divina che lo aveva percosso e pregò umilmente il Signore ad avergli pietà. Iddio, sempre buono con chi a lui ricorre pentito, lo esaudì, lo liberò da'suoi nemici, lo rimise sul trono di Giuda. Manasse, grato al Signore, impiegò il resto de' suoi giorni nel riparare a' danni cagionati all'onoré divino, e’i mantenne fedele a Dio sino alla morte. (A. del m. 3361).

            Morte di Oloferne. Durante il regno di Manasse, una il lustre donna di nome Giuditta dimostrò coraggio da eroe troncando il capo ad un formidabile generale detto Oloferne. Per impadronirsi della città di Betulia, questi la aveva {108 [314]} per tal modo stretta d'assedio, che, chiusi i canali onde l'acqua entrava nella città, tutti i cittadini erano in protinto di arrendersi per non morir di sete. Giuditta, donna di singolare virtù, intesa la risoluzione a cui la miseria spingeva i suoi concittadini, si vestì di cilicio, e, coperto il capo di cenere, si prostrò innanzi al Signore pregandolo volesse suggerirle quanto far doveva per liberare il suo popolo. Il Signore le inspirò una magnanima impresa. Accompagnata dalla sua serva, andò ella stessa da Oloferne. A tanta bellezza e a tanto coraggio egli restò maravigliato, e chiestole perchè a lui venisse, le usò molta benevolenza; quindi, per compiacerla ordinò a' suoi soldati, che le lasciassero libero il passo anche di notte, acciocchò ella andasse a pregare Iddio. Il Signore ne guidava i passi. La sera del quarto giorno, volendo Oloferne cenar lautamente, invitò alla sua mensa eziandio. Giuditta; e come fu senza misura pieno di vino, sdraiatosi sul letto, bentosto profondamente si addormentò. Giuditta allora, posta la fantesca in vedetta all'ingresso della tenda, levando le mani al cielo così pregò: «Tu, o gran Dio d'Israele, tu afforza il mio braccio, e fa che io compia quello, che affidata al tuo soccorso osai intraprendere.» Ciò detto, si accostò ad una colonna del letto, impugnò la scimitarra quivi appesa, la sguainò, e stringendo colla sinistra la chioma di Oloferne, coll'altra gli recise la testa. Quindi ravvolse il tronco capo nella cortina del letto, lo diede all'ancella, perché nel suo sacco lo nascondesse, e, frettolosamente partendosi, passò intrepida in mezzo alle;uardie nemiche e sen venne a Betulia. Attoniti per tanta prodezza i Betuliesi, invocato con fede il divino aiuto, uscirono in sul far del giorno contro ai nemici. Corsero costoro per isvegliare il loro capitano, e trovaronlo decapitato e nuotante nel proprio sangue. A quella notizia succedette generale spavento e confusione, ed ognuno pensò a salvarsi colla fuga. Quelli che non poterono fuggire, vennero passati a fil di spada. In simile guisa il Signore, per mano di una semplice donna,. sterminò il più potente e il più superbo guerriero di quel tempo.

            Tutti gli eserciti sono un nulla, se non hanno con sé l'aiuto del cielo.

            Ammone empio. Giosia pio. Ammone ottenne il trono di {109 [315]} Manasse suo padre, ma no segui le empietà, non il ravvedimento. Perciò dopo due anni di regno fu da' suoi servi ucciso, e in sua vece venne proclamato re il piissimo Giosia. Appena salito in trono, volse vive sollecitudini ad abbattere gl'idoli e a togliere ogni rimembranza di culto profano. Ristorò il tempio di Dio, e lo rabbellì dell'antico splendore. Comandò che fosse pubblicamente letta al popolo la legge di Mosò, e volle che tutti promettessero di esserne fedeli osservatori. Così in breve tempo ebbe la consolazione di vedere i suoi sudditi ritornati alla religione de' loro padri. Non ostante queste buone qualità, egli commise un' imprudenza che gli costò la vita. Imperciocchcè, senza giusto motivo e contro gli avvisi del Signore, avendo offerto battaglia al re d' Egitto, rimase gravemente ferito e, trasportato in fretta a Gerusalemme, mori compianto da tutto il popolo di Giuda. (A. del m. 3394).

            Gioacaz e Gioachino fratelli. Al pio Giosia tenne dietro ílioacaz, che operò empiamente, e per questo fu vinto da Necao Re dell'Egitto, il quale, fattolo mettere in catene, seco lo condusse schiavo in Egitto, dove cuori. Gioachino, suo fratello e successore, lo imitò mostrandosi ognora ostinato alle minacce di Geremia.

            Geremia. Questo santo profeta era nativo di Anatot, città poco distante da Gerusalemme. A quindici anni il Signore lo mandò ad annunziare a Gèrusalemme le gravi sciagure, che le sovrastavano. Guai a Gerusalemme, andava gridando, guai al popolo di Giuda, se non si converte. D' ordine del Signore si presentò eziandio al re e gli disse: Guai a colui che fabbrica la sua casa nell' ingiustizia, che opprime il prossimo, e non dà la mercede agli operai. Tu attendi solo all'avarizia, alla calunnia, a spargere il sangue innocente; perciò ecco quanto dice il Signore: La tua sepoltura sarti quella di un giumento. Questi avvisi non commossero punto Gioachino, il quale continuò a vivere nelle iniquità. Anzi avendogli Geremia mandato un volume, in cui aveva scritto le minacce del Signore, il re lo prese e tagliatolo a pezzi, lo gettò sul fuoco.

            Trista fine di Gioachino. Guai a chi non dà ascolto aglì avvisi del Signore. Le minacce, fatte palesi per bocca di Geremia, ebbero fra non molto il loro effetto. Nabucodonosor {110 [316]} re di Babiloniavenne ad assediare Gioachino in Gerusalemme, lo prese, lo fece morire, ed il suo corpo fu gettato in una fogna, siccome aveva profetato Geremia dicendo, che il cadavere di Gioachino avrebbe avuto la sepoltura di un vil giumento. (A. del m. 3405).

            Zelo di Geremia. Anania falso profeta. Crescendo l'empietà del popolo di Giuda, si affrettava altresì la punizione che Iddio avevagli’più -volte minacciato. A fine di riscuotere quella nazione dall' iniquità, Geremia, per comando del Signore, andò nel tempio con un giogo al collo, con catene alle mani, e manifestò la parola del Signore a' Sacerdoti, al popolo ed al re. Un certo Anania, che si vantava profeta, gli tolse il giogo, lo spaziò e disse: Ecco ciò che dice il Signore: Così spezzerò il giogo di Nabucodonosor dal collo di tutte le genti dopo due anni. E Geremia a lui: Tu, che fai confidare questo popolo nelle tue menzogne, morrai questo anno stesso, perchd hai parlato contro del Signore. Così avvenne.

            Geremia, pieno di zelo per la gloria di Dio, non cessava dal predire e minacciare la rovina di Gerusalemme a cagione dei misfatti, che si commettevano. Ma tutto indarno. L'intrepido profeta fu posto in carcere, evi stette fino alla presa della città. Per altro Nabucodonosor, sebbene gentile, ebbe in grande onore questo santo uomo e, impadronitosi di Gerusalemme, lo tolse di prigione, consentendogli libertà di recarsi in Babilonia o rimanere nella Giudea. Geremia amò meglio restarsene presso. a' suoi fratelli, per piangere con loro e consolarli nella comune afflizione. Molti di essi avendo poi voluto rifuggirsi nell'Egitto, per sottrarsi al giogo di Nabucodonosor, egli ancora vi si trasferì per conservarli nel santo timor di Dio. Lasciò scritte molte profezie, fra le quali il vaticinio, che il popolo di Giuda sarebbe stato condotto in Babilonia e avrebbe soppobtato la schiavitù settant'anni, indi il Signore lo avrebbe ricondotto in patria.

            Geconia schiavo in Babilonia. Gioachino ebbe a successore il figlio Geconia, che fece gran male non altrimenti che il padre. Sdegnato Iddio ricondusse ben presto Nabucodonosor sopra Gerusalemme, il quale strinsela d'assedio. Geconia, non potendo più far resistenza, si arrese a discrezione del nemico. Nabucodonosor tolse dal tempio e dalla casa del re tutti i {111 [317]} tesori, e i vasi sacri, portando tutto in. Babilonia. Aveva già prima menato schiavi tremila Giudei; poscia il re, la madre e la moglie sua, tutti i principi più valorosi dell'esercito di Giuda, i cittadini più ricchi, tutti furono tratti prigioni in Babilonia.

            Strettezze e saccheggio di Gerusalemme. Sedecia, ultimo re di Giuda, fu anch'egli malvagio, e volle ancor tentare di scuotere il giogo di Nabucodonosor. La qual cosa irritò vie più quel Monarca, che venne di tratto contro Gerusalemme cori poderoso esercito, e la strinse di assedio. I cittadini furono' ridotti a tale miseria, e la fame divennne si crudele, che non abborrirono di mangiare carne umana. Gli stessi genitori giunsero a pascersi delle carni dei loro figliuoli, ed i figliuoli a mangiare quelle dei genitori. Finalmente dato gagliardissimò assalto, i nemici si impadronirono della città. In quel momento da ogni parte si levarono supplichevoli voci, gridando pietà: ma i nemici, divenuti quai leoni, non risparmiarono persona e commisero ogni sorta di vendetta. La strage fu grandissima, il tempio derubato e spogliato, venne dalle fiamme ridotto ad un mucchio di rovine. Il palazzo del re, le torri,, le case della città, tutto fu arso e distrutto. Gli abitanti, scampati alla strage, si condussero schiavi in Babilonia. A Sedecia furono cavati gli occhi, quindi fu strascicato in Babilonia ove morì. Per conseguenza si avverrarono le parole del profeta Ezechiele, il quale aveva predetto, che Sedecia morrebbe in Babilonia senza vederla.

            Così il regno di Giuda, per le malvagità de' suoi re e per le ripetute infB1eltà del popolo, terminò la sua gloria dopo aver durato 468 anni cominciando da Davidde, e 388 dapoiché se ne separarono le dieci tribù d'Israele. (A. del m. 3416). {112 [318]}

 

 

Epoca sesta. Del totale passaggio degli Ebrei in Babilonia, l'anno del mondo 3416, sino alla nascita del Salvatore, l'anno del mondo 4000; racchiude anni 584.

 

Capo primo. Osservazione. - Daniele alla corte di Nabucodonosor. - Libera Susanna. Spiega il primo sogno a Nabucodonosor. - È innalzato a grandi onori. - I tre fanciulli nella fornace. Secondo sogno di Nabucodonoser. - Si compiono le divine minacce.

 

            Osservazione. É bene qui di richiamare alla memoria la celebre profezia del patriarca Giacobbe, con cui predisse che il sovrano e legislativo potere degli Ebrei dovea conservarsi nella tribù di Giuda sino alla nascita del Messia. Questo potere non si estinse alla caduta del regno di Giuda, ma venne soltanto diminuito; perciocchè questa schiavitù per gli Ebrei fu solamente un castigo, non uno sterminio; e nella medesima loro schiavitù avevano Giudici della propria nazione, della tribù di Giuda, i quali governavano il popolo secondo le leggi di Mosé. Anzi molti di loro furono innalzati alle prime cariche, come Anania, Misael, Azaria e il profeta Daniele, i quali salirono in gran fama presso gli Ebrei, e nella stessa corte di Nabucodonosor.

            Daniele alla corte di Nabucodonosor. Il Signore, il quale destinava Daniele e i suoi compagni a grandi cose, dispose che fossero chiamati alla corte del Re. Aveva questi dato ordine al capo de' suoi Eunuchi, o servitori, che tra i prigionieri Ebrei scegliesse i più ben fatti e i più belli di volto, affinché venissero ad abitare nel suo palazzo; quivi si nutrissero dei cibi della sua mensa reale, e quando fossero ben educati e istruiti nelle scienze e nella lingua de' Caldei, si ammettessero in corte al suo servizio. {113 [319]}

            Daniele, Anania, Misael ed Azaria, di stirpe reale, vennero scelti a preferenza d'ogni altro. Una cosa per altro conturbava assai que'virtuosi giovanetti, ed era il cibarsi delle vivande del re, perciò il mangiare cibi dalla legge di Mosè proibiti. Chiesero pertanto a chi li governava, che invece delle vivande reali fossero dati loro soltanto legumi ed acqua. Asserendo quegli, che, se il re li avesse veduti dimagriti, lo avrebbe condannato a morte, Daniele rispose: Fanne la prova dieci di, e come avrai veduto, farai quello che ti parrà.

            Il prefetto approvò il partito, e, passati i dieci giorni, essi furono trovati più sani robusti e di più vivo colore che tutti gli altri. Anzi il Signore diede loro sapienza ed intendimento sopra tutti i sapienti di quel paese, e specialmente a Daniele, a cui comunicò l'intelligenza delle visioni e de' sogni, che vengono da Dio. Per la qual cosa, scorsi tre anni, i quattro giovanetti furono condotti dinanzi al re, il quale trovolli di avvenenza, d'ingegno, e di sapere superiori di gran lunga a tutti gl'indovini e sapienti del suo impero. Questo fatto ci fa conoscere quanto la temperanza sia benedetta dal Signore e giovi alle facoltà dell'intelletto ed alla corporale sanità.

            Daniele libera Susanna. Cominciò Daniele a manifestare la sua sapienza nel fatto di Susanna. Questa eroina della castità era stata falsamente accusata da due giudici del popolo di un delitto così grave, che meritava di essere lapidata. Condannata a morte crudele, fra immenso popolo era condotta al supplizio, quando Daniele, sebbene giovinetto di dodici anni, per divina inspirazione in mezzo alla turba gridò: Io sono innocente del sangue di questa donna; allontanate questi due vecchioni l'uno dall'altro, e li giudicherò io. Interrogatili quindi separatamente, li fece presto radere in contraddizione, perché ambi erano mentitori. Così riconosciuta l'innocenza di Susanna, e rilasciata immantinente in libertà, Daniele si volse al popolo ed esclamò: Ora abbastanza é mani festa la menzogna di questi giudici, a voi spetta il render loro il meritato guiderdone. Il popolo, lieto che si fosse scoperta l'innocenza di Susanna, con maggior indegnazione si mosse contro a' due vecchioni e li copri di pietre. Così il Signore protegge gli innocenti, e nella vita presente o nella futura fa sempre riuscire l'iniquità, a danno di chi la commette.

            Daniele spiega il primo sogno a Nabucodonosor. Alcun {114 [320]} tempo dopo ebbe Nabucodonwor un sogno, di cui erasi interamente scordato. Diede pertanto ordine si convocassero tutti i maghi e gl'indovini del suo regno, affinché gli ricordassero il sogno, poscia ne dessero la spiegazione. Risposero costoro, avrebbero bensì spiegato il sogno qualora questo venisse loro esposto, ma che del resto non era loro possibile indovinarlo e interpretarlo. Il re, il quale pretendeva nulla dover essere dinegato agli ordini suoi, acceso di sdegno intimò, che tutti i saggi del suo impero indistintamente fossero messi a morte. Già cominciavasi la crudele carnificina, quando Daniele pro sentossi al monarca, e.pregollo a voler per poco sospendere il fatale decreto, chò sperava di soddisfarlo.

            Il re accondiscese, e Daniele corse ad avvertire i suoi tre compagni, che tutti fervgrosamente pregassero il Signore ad aver pietà di loro. Ottenne quanto desiderava: la notte gli fu rivelato il.sogno di Nabucco insieme colla sua spiegazione. Sorto appena il nuovo dì, Daniele pieno di riconoscenza verso Dio fu al. re: e, Sire, gli disse, quello che tu domandi non può da uomo sapersi; ma in cielo avvi un Dio, il quale vede ogni segreto, e può svelare le cose che hanno a succedere ne' tempi futuri. Queste a te fece vedere, come appunto a me stesso ha rivelato. Ecco il tuo sogno. Ti parve di vedere una statua di smisurata grandezza e terribile assai. Aveva la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, legambe di ferro, i piedi parte di ferro e parte di creta. Mentre tu stavi guardando, si staccò dal monte un piccol sasso, che percosse a' pie' la statua, e interamente la ridusse in polvere. Il sasso poi a mano a mano aumentando, diventò un gran monte, che coprì tutta la terra. Questo fu il tuo sogno. Ascoltane ora l'interpretazione. Tu sei, o re, quel capo d'oro, avendoti il Dio del cielo fatto padrone di un vastissimo e ricchissimo impero. Dopo te sorgerà altro regno minore del tuo, e questo,e` rappresentato dall' argento. Ne verrà un terzo di bronzo, e dominerà su tutta la terra. Succederà un quarto di ferro, che abbatterà i precedenti. Il piccol sasso significa un regno, che il Dio del cielo susciterà, il quale, dominando sopra ogni altro, durerà in eterno.

            Ne' primi quattro regni, annunziati da Daniele, erano presagite {115 [321]} quattro signorie, che dovevano succedersi l’ una alaltra, cioè quella degli Assiri figurata nell'oro, de'Persiani nell'argento, de' Greci nel bronzo, de' Romani nel ferro, alla quale tenne dietro finalmente la quinta, che è la Chiesa di Gesù Cristo. Questa pareva da prima un sassolino; pure urtando nell'impero dei Romani lo disfece, ed essa dilatossi e va dilatandosi per tutta la terra, ove durerà sino alla fine dei secoli per eternarsi poi in Cielo.

            Daniele innalzato a grandi onori. Nabucodonosor, attonito al veder così bene indovinato e interpretato il sogno, s chinò per adorare Daniele, ed esclamò: Certamente il vostro Dio è il Signore dei regnanti, il rivelatore delle cose segrete, poiché tu hai saputo rivelare un tanto arcano. Quindi innalzò Daniele a sublimi onori, lo costituì principe delle provincie di Babilonia e maestro di tutti i sapienti. D' allora in poi Daniele stava sempre nel palazzo del re, a cui ninno poteva recarsi senza il permesso di lui. Anania, Misaele, Azaria furono eletti sovrintendenti a tutti gli agrit ultori della provincia di Babilonia.

            Quante maraviglie opera Iddio a favore di coloro, che gli sono fedeli!

            I tre fanciulli nella fornace ardente. Nabucodonosor non fu costante nel bene; ma dopo alcun tempo, montato in superbia, si fece innalzare una statua d'oro di smisurata grandezza, e comandò, che al sonar de' musicali strumenti tutti dovessero prostrarsi a terra per adorarla, pena’la morte a chi non obediva. Anania, Misaele, Azaria sapevano esser grave peccato il prestare alla statua del re l’ onore a Dio solo dovuto, perciò protestarono di voler piuttosto morire che adorarla. Saputo ciò, Nabucodonosor ordinò che fossero immantinenti i tre giovinetti condotti alla sua presenza, e in tono disdegnoso loro disse: Come! veramente voi non adorate la mia statua? Or sú,’al primo suono degli strumenti se non vi prostrerete e non l'adorerete, subito sarete gettati in una fornace: e qual Dio potrei liberarvi dalle mie mani?

            I coraggiosi fanciulli risposero: Il Dio che noi adoriamo può trarci dal fuoco della fornace ardente, e liberarci dalle tue mani, o re; ma quando non voglia, siati noto, che la tua statua noi non adoriamo. Allora il re, salito in furore, comandò si accendesse la fornace sette volte più del solito, {116 [322]} e i tre giovanetti vi fossero entro gittati. Quivi il Signore operò un grande prodigio. Come prima Anania, Misaele ed Azaria caddero nella fornace avvampante, un Angelo scese dal cielo fra loro, e, rimovendo il fuoco da'tre garzoni, impediva che questi ne fossero anche leggermente offesi. Essi perciò lieti, camminando in mezzo alle fiamme, lodavano e benedicevano il Signore. Per lo contrario sboccando le fiamme dell'ardente fornace si avventarono contro gli esecutori del reale decreto, e li incenerirono. Nabucodonosor, curioso di sapere quale sorte fosse toccata a quei giovanetti, si avvicinò alla fornace e li vide tutti intatti, e in loro compagnia un Angelo, il quale ne allontanava le fiamme. Riconobbe in ciò la mano dell'Altissimo, ed accostandosi alla fornace chiamò i tre giovanetti perchè uscissero. Quindi li restituì alle primiere loro cariche, e decretò, che chiunque avesse proferito bestemmia contro al Dio di Anania, Misaele, Azaria, fosse reo di morte, perchè quegli era il vero Dio.

            Secondo sogno di Nabucodonosor. Nabucodonosor dimenticò di nuovo il vero Dio: perciò in un secondo sogno gli fu annunziato imminente un terribile castigo. Gli sembrò di vedere un grande albero, il quale, colla cima toccando il cielo stendeva i rami su tutta la terra. Bello di foglie, carico di frutta, tornava di abbondante pascolo agli uccelli, i quali abitavano sopra a'rami. Ma ecco un Angelo discender dal cielo e gridar forte: Tagliate quell' albero, sfrondate i rami, scuotete le foglie, sperdetene i frutti, e fuggano le bestie e gli uccelli che si riparano ad esso. Se ne serbi per altro la radice, affinchè si leghi, sia esposta alla rugiada del cielo e viva nella campagna insieme colle fiere: mutisi il cuore di lui in cuor di fiera, finche siano passati sette tempi.

            Invano il re cercò la spiegazione del sogno fra i magi babilonesi. Solo Daniele, illuminato da Dio, lo spiegò nel modo seguente: Terribile è questo sogno, o Re, e ti annunzia grandi sciagure. Tu sei quell'albero, la cui grandezza è giunta fino al cielo, e la potenza estendesi per tutta la terra. Reciso sarai, vale a dire non solamente cacciato del trono, ma allontanato dal consorzio degli uomini. Sette anni abiterai tra le fiere, nutrendoti di fieno e di erba al pari di quelle. Tuttavia rimarrà la radice, perchè dopo sette anni, quando avrai riconosciuto esistere un Dio padrone {117 [323]} di tutti i regni, i quali Egli dà a chi gli, allora tu ricupererai te stesso e il tuo trono. Laonde prendi il mio consiglio, o Re, e previeni con buone opere il colpo che ti minaccia e con limosine cerca il perdono de' tuoi peccati; e jbrse il Signore avrà di te pietà!

            Si compiono le divine minacce. Il re non si curò di placare l'ira di Dio secondo i consigli di Daniele; per la qual cosa le divine minacce si avverarono conforme erano state predette. Un giorno Nabucodonosor passeggiando nella reggia tutto gonfio di sua grandezza: Non è forse questa, andava dicendo, la grande Babilonia, che io edificai per servire di sede al mio impero, nello splendore della potenza mia, nella gloria della mia magnificenza? Parlava ancora, e d'improvviso ode una voce dal cielo che grida: A te si parla, o Re; il tuo regno sen passerà dalle tue mani. Le selve saranno tua abitazione, tua compagnia le fiere. l'erba e il fieno tuo cibo. Così starai iesino a che tu riconosca, i regni degli uomini essere in potere di Dio. In quell'istante Nabucodonosor divenne qual bestia; gli crebbero le unghie come a fiera; cacciato della reggia fuggì nelle selve, e sette anni abitò colle fiere nutrendosi di fieno e di erbe. Trascorso quel tempo Nabucodonosor, rientrando in se stesso, alzò gli occhi al cielo, e chiese al Signore misericordia e perdono, confessando che Egli solo ò il Re del Cielo e della terra. Il Signore lo ascoltò, gli restituì le sembianze umane, e lo rimise sul trono con magnificenza e gloria maggiore di prima. (A. del m. 3442).

            Dio solo è onnipotente, e può glorificare gli umili e umiliare i superbi.

 

 

Capo secondo. Concito sacrilego di Baldassare.- Daniele in mezzo ai leoni. - Atterra I' idolo di Belo. - $ di nuore messo nella fessa dei leoni. - Daniele liberato.

 

            Convito sacrilego di Baldassare. Baldassare vinse in empietà Nabucodonoser, a cui era succeduto nel trono. In un convito, dato ai grandi del regno, volle fossero recati i vasi sacri rubati dal suo antecessore nel tempio di Gerusalemme, {118 [324]} e in quelli per, disprezzo diedesi a bere egli i suoi convitati. Mentre si beveva, apparve una mano, la quale con caratteri ignoti scriveva sul muro rimpetto al Re. A quella vista atterrito, egli chiamò i suoi saggi, perchò gli leggessero e gli spiegassero la scrittura, ma niuno potò cavarne senso.

            Fu chiamato Daniele, a cui  il Re propose doni grani ove lo avesse soddisfatto. Teco pur siano, disse Daniele, i doni tuoi, l'arcano scritto io spiegherò. Ma sappi che esso contiene la condanna delle tue empietd, a cui oggi hai posto il colmo colla profanazione dei sacri vasi. MANE, THECEL PHARES sono le parole scritte nel muro. Eccone la spiegazione: MANE: il tuo regno è finito; THECEL: Fosti posto da Dio sulla bilancia o trovato mancante; PHARES: il tuo regno sarà diviso e dato a' Medi ed a Persiani.

            In quella medesima notte i Medi s'impadronirono di Babilonia, Baldassarre fu ucciso e Dario il Medo gli sottentrò nel regno. Da questo fatto impariamo a usare il debiti rispetto alle cose sacre.

            Daniele in mezzo ai leoni. I cortigiani del re, mossi da invidia per gli onori conferiti a Daniele, deliberarono di perderlo {119 [325]} a qualunque costo. Presentatisi a Dario, ottennero un decreto con cui era stabilito, che per trenta giorni non si dovessero porgere preghiere ad altro Dio eccetto al re, e chiunque avesse prestato adorazione a qualsiasi uomo o Divinità, fosse reo di morte. Daniele, il quale anche nella grandezza aveva ognora presente il timor di Dio, nella sua camera tre volte il dì apriva le finestre riguardanti il tempio di Gerusalemme, e, colà rivolto, genuflesso adorava e pregava il suo Signore.

            Saputo questo, i maligni cortigiani corsero al Re accusando Daniele qual violatore della legge, e quindi reo di morte. Dario conosceva la grande virtù di Daniele, perciò molto lo amava, e non sapeva risolversi a mettere ad effetto il fatale. decreto. Temporeggiò fino a sera studiando il modo di liberarlo. Ma essendogli stato soggiunto, che un decreto del re non poteva cangiarsi, fu costretto ad àpprovare la sentenza. Nel suo rincrescimento esortò Daniele a confidare in Dio, il quale salvato l'avrebbe. Immantinente fu legato e posto nel lago ovvero serraglio perchò fosse divorato dai leoni. E acciocchè niuno de'suoi accusatori gli potesse recar danno ove, come il re sperava, le fiere lo risparmiassero, questi volle munire il serraglio del suo sigillo, e di quello de' suoi ministri. Ritornò quindi al palazzo, e tutta la notte non potè prendere nè cibo, nè sonno. Spuntata l'alba, si recò ansioso al serraglio per sapere che fosse di Daniele: Ivi giunto, con voce tremola e dolente gridò: Daniele, forse il tuo Dio ha potuto liberarti dalla bocca dei leoni? Daniele dal fondo del serraglio rispose: O Re, vivi in eterno, il mio Dio mandò un Angelo il quale chiuse la bocca dei leoni e non permise che mi facessro alcun male. Oltremodo di ciò contento il Re, diede ordine, che Daniele venisse tosto cavato fuori e in sua vece fosservi gettati gli accusatori, i quali prima che giungessero al pavimento della fossa, furono dai leoni fatti a brani. Così fu conosciuta l'innocenza di Daniele, e la pena cadde sulla testa dei perversi accusatori. (A. d. m. 3466).

            Daniele atterra l' idolo di Belo. Il Re e i Babilonesi adoravano un idolo chiamato Belo, formato a guisa di una statua colossale e mostruosa. Ognuno credeva che egli in ciascun giorno mangiasse l’ offerte di dodici misure di farina, {120 [326]} quaranta pecore, e sei misure di vino[9]. Avvenne un giorno che, trovatosi Daniele a mensa col Re, questi gli disse: Per qual motivo nvn adori il dio Belo? A cui Daniele: Perchè io non presto adorazione ad un idolo artefatto, ma al Dio vivente, Creatore del cielo e della terra. - E Che, ripigliò il re, non ti par vivente il Dio Belo, il quale ogni giorno tanto si mangia e beve? Daniele sorridendo rispose: Non t'ingannare, o Re; Belo è di fango al di dentro, al di fuori di bronzo, esso non mangia mai. Il Re, montato in collera, chiamò i sacerdoti di Belo, e disse loro: Se non mi manifestate chi mangia e beve ciò chs a Belo si presenta, vi farò tutti morire; che se ciò mi ftr ete vedere, Daniele morrà, perchè contro di Belo ha bestemmato. I sacerdoti in numero di settanta, persuasi che niuno sapesse i loro segreti, francamente risposero: Noi usciremo del tempio: tu, o Re, vi farai porre le offerte e, chiuse le porte, le suggellerai. Se la mattina non troverai ogni cosa consumata, noi subiremo la pena, altrimenti la sconterà Daniele. Accettatosi dal re il partito, si collocarono le offerté sopra l'altare, e, chiuse le porte, si suggellarono. Daniele per altro con uno staccio ebbe cura di spargere minuta cenere su tutto il pavimento del tempio, per iscoprire le pedate di chi vi passasse.

            Di buon mattino, venuti il Re e Daniele nel tempio, videro chiuse e sigillate le porte, e poichè furono entrati, ogni cosa trovarono consumata. Gran Belo! eslamò il Re, tu sei veramente grande e presso di te non v' à inganno. Ma Daniele il rattenne, e sorridendo gli disse: Che cosa vedi là sul pavimento? E il Re: Veggo pedate di uomini, di donne e di fanciulli. Da cio appare, soggiunse il profeta, chi si abbia divorate le offerte. Allora Dario chiamò i Sacerdoti, e si fece svelare il passaggio segreto, per cui notte tempo entravano nel tempio, e colle loro famiglie gozzovigliavano consumando quelle offerte. Di ciò il re sommamente sdegnato, li condannò tutti a morte. Poscia diede {121 [327]} il tempio e l'idolo in balìa di Daniele, che l'uno e l'altro distrusse.

            Daniele di nuovo isi mezzo ai leoni. Era parimenti in Babilonia un drago mostruoso simile ad un serpentaccio, che si adorava qual potente potente divinità. Il Re disse a. Damele: Tu non puoi negare, o Daniele, che almeno questo sia un Dio vivente. Daniele: Che sia un vivente, lo concedo, ma non giri un Dio; perché, se mi permetti, io lo ucciderò senza servirmi di spada o di bastone. Avutone il consenso, Daniele pose pece, grasso e peli in una caldaia, fece tutto cuocere insieme, e lo versò nella bocca del drago, che immantinenti morì.

            A tali fatti i Babilonesi, invece di aprire gli occhi alla verità e riconoscere il vero Dio, cominciarono a destar tumulto, e, assediato il palazzo del Re, lo minacciarono di morte se non dava Daniele nelle loro mani. Il re fu costretto ad abbandonarlo al loro furore, quindi Daniele venne preso e nuovamente, gettato nel serraglio de' leoni. Per eccesso di barbarie negarono a quegli animali il solito alimento, affinché stimolati dalla fame più presto lo divorassero. Ivi rimase Daniele sette giorni.

            Daniele liberato. Quel Dio, che non abbandona mai i suoi servi fedeli, nutrì Daniele con un prodigio. Viveva nella Giudea un uomo di nome Abacuc, il quale avqva preparato vivande pei mietitori, e loro le portava nella campagna. Quand'ecco un angelo gli disse: Porta il preparato pranzo in Babilonia a, Daniele, che trovasi nella fossa de leoni. Abacue rispose: Io non so dove sia né Babilonia, né Daniele. L'angelo allora lo prese pei capelli, lo portò in un momento a Babilonia e lo pose sulla. fossa de' leoni. Daniele servo di Dio, Abacuc gridò, prendi il pranzo, che Dio ti ha mandato. Daniele rese grazie al Signore, mangiò, e subito l'angelo trasportò Abacuc nel luogo in cui l'aveva preso.

            Il settimo giorno il re andò per piangere la morte di Daniele: ma con istupore, guardando entro il serraglio, il vide sano e tranquillo assiso in mezzo ai leoni. Tutto attonito per la maraviglia esclamò: Quanto sei grande, o Dio di Daniele! Di subito lo fece estrarre dalla spaventosa fessa, e ordinò che gli autori della sedizione vi fossero gettati in sua voce. Ciò eseguito, furono essi in un baleno divorati {122 [328]} dai leoni. Poscia il Re pubblicò questa legge: Tutti a miei sudditi adorino il Dio di Daniele, Dio salvatore, i miei prodigi e maraviglie grandi sopra la terra.

 

 

Capo terzo. Ester e Mardocheo. - Gli Ebrei salvati. - Amano punito. - Esechiele profeta. - I dodici profeti minori. -Cire dà la libertà agli Ebrei. - Riedilicasione del tempio. - Parole di Aggeo. - Gorusalemme rifabbricata. - Gli Ebrei dopo la sebiavitn. - Alessandro il grande in Gerusalemme.

 

            Ester e Mardocheo. Ester era una giovane ebrea di straordinaria bellezza. Rimasta priva di padre e di madre in fresca età, era stata allevata nel timor di Dio da uno zio di nome Mardocheo,' uno degli ebrei condotti in ischiavità. Il Signore, il quale serbava questa fanciulla a cose grandi, fece si che le rare virtù di lei fossero conosciute dal re Assuero, il. quale perciò la scelse sua sposa e regina di tutto l'impero. Fra i grandi della corte si trovava un ministro molto superbo, per nome Amano. Solito costui a vedersi tutto il popolo genuflesso avanti per adorarlo ovunque passasse, fu fieramente sdegnato, perché Mardocheo gli ricusava quell'ossequio, che in verità era dovuto soltanto a Dio. A fine di farne vendetta Amano riuscì ad ottenere dal Re un decreto, pel quale. i Giudei dispersi in quel regno dovevano essere tutti trucidati in un medesimo giorno. Ma Iddio, il quale veglia alla salvezza degli innocenti, svelò le trame di questo scellerato.

            Gli Ebrei salvati. Amano punito. Appena la nuova fatale giunse a Mardocheo, subito si squarciò le vesti, e coperto di sacco, asperso di cenere, andò nella reggia e la riempì di lamenti. La regina anche nell'alta sua dignità aveva ognora seguito i buoni consigli dello zio, e all'udirne le grida ne chiese la cagione. Come ebbe tutto inteso, invocò il divino aiuto, e, piena di confidenza in Dio, si presentò al re per chiedere la propria salvezza e quella del suo popolo. Ma da prima ella non dimandò altro, se non che venisse ad un convito con Amano. Il re accondiscese, e quando ebbe lietamente pranzato, disse alla regina: Orsù chiedi con libertà quanto ti aggrada, e tutto otterrai. Ed ella: Chieggo la vita {123 [329]} per me e pet mio popolo. Questo perfido Aaaano ci ha~,dannati a fiera morte, a intero sterminio. A siffatte parole il Re montato in furore, ordinò che senza indugio Amano fosse messo a morte e appeso sopra un' alta croce, che egli aveva già fatto preparare per Mardocheo. Inoltre, avendo il’re inteso che Mardocheo era zio di Ester e che aveva prestato importantissimi servigi alla corte, il volle innalzato a grande.dunità; e rivocò l'iniqua legge. Ecco l'umile esaltato ed il superbo umiliato.

            Ezechiele profeta. Di mezzo a' tanti personaggi, che fati learono molto per sostenere il culto del vero Dio fra gli Ebrei ne' settant' anni di schiavitù, fu celebre Ezechiele profeta. Egli profetò per lo spazio di ventidue anni, dei quali undici col profeta Geremia.. Egli era della stirpe sacerdotale, e fu de'primi menati in Babilonia con leconia, re di Giuda. In quella terra straniera predicò a' suoi compagni d'esiglio:ed ebbe sublimissime visioni, le quali per altro sono sempre astate assai difficili ad intendersi. Per questo motivo tra' Giudei era proibito di leggere il principio ed il fine de' suoi -scritti a chi non fosse in età di trent'anni: Tra le visioni di lui avvi la seguente: Lo Spirito di Dio condusse questo profeta in una vasta e spaziosa pianura, coperta d' -ssa spolpate e secche. Fattogli fare un giro per quella ampagna, gli disse comandasse a quelle ossa che si riunissero, collocandosi ciascuno nel suo posto. Il profeta intima il comando a nome di quel Dio, cui tutte le cose sono soggette ed alla potenza del quale nessuno resiste, e se ne vide subito l'esecuzione con pauroso strepito. Tutte quelle ossa si riunirono; i nervi, i muscoli, la carne e la pelle le ricoprirono. Così formaronsi corpi perfetti, ai quali mancava,solamente la vita. Allora il profeta, per nuovo ordine ricevuto da Dio, avendo chiamato sopra quei corpi lo spirito che,altra volta die all'uomo la vita, quando ci fu fbrmato di terra, tutti in un tratto si levarono in piedi ed apparvero vivi.

            Volle con ciò Iddio porgere un'idea di quello, che succederà nel- memorabile giorno del finale ed universale giudizio; imperocchè la fede ci assicura, che alla fine del mondo tutti gli uomini per divina virtù risusciteranno, ripigliando i corpi che prima avevano.

            I dodici profeti minori. Oltre i quattro profeti maggiori, {124 [330]} Isaia, Geremia, )miele e Daniele, Iddio ne suscitò altri dodici, dei quali si conservano scritte le profezie; e si chiamano minori, perché gli scritti di essi sono pochi a paragone di quelli che abbiamo dei primi quattro. Il tempo in cui fiorirono questi profeti è di 409 anni, e molti di essi hanno durato nell' esercizio del loro ministero un intero secolo. Eccone i nomi, secondo la serie della Bibbia e non. secondo il tempo in cui sono vissuti.

            I. Osea profetò sotto Roboamo II re d'Israele, e predicò quasi un secolo intero, avendo cominciato 825 anni prima di Gesù Cristo.

            II. Ioele, benché non si sappia precisamente sotto quali re predicasse, pare nondimeno sia stato nel tempo stesso di Osea, cioè 800 anni incirca prima di Gesù Cristo.

            III. Amos profetò sotto Ozia re di Giuda, 780 anni incirca prima di Gesù Cristo.

            IV. Abdia non ha significato il suo tempo, ma pare sia stato contemporaneo di Osea, cioè 800 anni prima di Gesù Cristo.

            V. Giona cominciò a profetare assai giovane, perchè a Ioas re d'Israele, quando questo regno gemeva sotto l'oppressione dei Siri, predisse, più di 825 anni prima di Gesù Cristo, che il figlio di lui, Geroboamo II, lo libererebbe. Ma, la sua missione a Ninive è accaduta più tardi.

            VI. Michea profetò sotto Ioatan, 758 anni prima di Gesù Cristo. Egli notò’chiaramente la nascita del Salvatore in Betlemme.

            VII. Nahum visse 740 anni prima di Gesù Cristo sotto il re Acaz.

            VIII. Abacuc fu nel tempo di Geremia e di Daniele, 600 anni prima di Gesù Cristo.

            IX. Sofonia viveva anche nel medesimo tempo.

            X. Aggeo profetò 5.20 anni prima. di Gesù Cristo. Come fra poco vedremo, incorando gli Ebrei, contribuì assai a riedificare il tempio dopo il loro ritorno dalla schiavitù.

            XI. Zaccaria fu nel tempo medesimo di Aggeo. Egli parla chiarissimamente di Gesù Cristo, a cui precedeva di 500 anni.

            XII. Malachia fu l'ultimo dei profeti, e dopo lui non se ne videro più insino a s. Giovanni Battista, predetto da lui nelle sue profezie. {125 [331]}

            Tutti questi santi uomini colle loro profezie dimostrano -ch'essi erano animati da un medesimo spirito, e che intendevano a riprendere collo stesso vigore i peccati degli uomini, e a promettere colla medesima certezza il bramato Messia e Salvator del mondo.

            Ciro libera gli Ebrei. Ciro re di Persia, divenuto padrone dell'impero Babilonese, fu non poco maravigliato nel sapere che il profeta Isaia, parlando di lui dugent'anni prima, aveva predetto eh' egli avrebbe data libertà agli Ebrél. Decretò pertanto, che loro fosse lecito di ritornare in patria, e di rifabbricare la città e il tempio. Ordinò in pari tempo fossero loro restituiti i vasi sacri tolti da Nabucodonosor in Gerusalemme. Sparsa così fausta novella,, quaranta mila Ebrei, guidati da Giosuè sommo sacerdote e da Zorobabel capo della tribù di Giuda, ritornarono in Gerusalemme, restando tuttavia sotto il dominio del re di Persia, ma con.facoltà di eleggersi i pontefici, i capitani e i magistrati. Giunti in patria, fu loro principale cura porre le fondamenta del nuovo tempio. (A. del m. 3468).

            Il nuovo tempio. Parole di Aggeo. Cominciato il tempio, molti nemici del popolo di Dio ne ritardarono la rifabbricaalone parecchi anni, sino a che salì sul trono di Persia un re, anche di nome Dario. Egli favorì molto gli Ebrei e con un editto particolare[10] proibì si molestassero, permettendo loro di ripigliare la costruzione del tempio. In quattro anni l'edilizio fu condotto a compimento, e ne venne fatta solenne dedicazione. Ma gli Ebrei, dopo sì lunga e penosa schiavitù ridotti a grave povertà, non poterono costrurre il secondo tempio collo splendore e colla magnificenza del primo. Pertanto i vecchi, che avevano veduto quello di Salomone, piangevano sconsolati vedendo il nuovo tempio inferiore di gran lunga. Ma il Signore li consolò col mandare il profeta Aggeo, il quale rianimò il loro coraggio, e li assicurò che quel tempio sarebbe stato più illustre e più gloriosi del primo, perchè avrebbelo onorato la presenza del Salvatore. Ecco le parole del profeta: Fatevi coraggio, dice il Signore, e lavorate ancor un po'di tempo, e verrà il Desiderato da tutte le Nazioni. {126 [332]} Io riempirò questo tempio di gloria, la quale sorpasserà quella del prima ed in questo luogo darò la pace, cioè ogni benedizione per mezzo del Salvatore, che verrà a visitarlo.

            Gerusalemme rifabbricata. Artaserse Longimano, voglioso anch'egli di favorire gli Ebrei, permise a Neemia di rialzare le mura e le fortificazioni della città di Gerusalemme. I Samaritani, perpetui nemici de'Giudei, se ne beffavano da principio non credendo che l'impresa potesse condursi a fine; ma quando videro l'opera velocissimamente progredire, minacciarono di opporvisi colla forza. Allora Neemia comandè ai Giudei, che tutti si. armassero, e parte stessero in guardia contro gl' inimici, parte continuassero i lavori, ma sempre in armi e pronti a respingere qualunque assalto nemico. I Samaritani, avendo ciò osservato, cessarono di molestarli, e la costruzione con incredibile celerità nel volger di cinquanta giorni fu terminata, e ne fu celebrata solenne dedinazione con pompa straordinaria. (A. del m. 3550).

            Gli Ebrei dopo la schiavitù. Finito il tempio, ripopolata e fortificata la città, gli Ebrei fatti accorti dalla dura schiavitù sofferta pei proprii peccati, rinnovarono l'alleanza con Dio e gli si mantennero più fedeli di prima fino alla venuta del Messia. La sùprema autorità si conservò nella tribù di Giuda presso al Sommo Sacerdote e presso al gran Sinedrio, ovvero Consiglio degli Anziani, che era una specie di Senato. Andarono soggetti a molte vicende, pagando il tributo primamente a' Persiani, poscia a' Greci, dopoché da Alessandro di Macedonia, detto il grande, fu vinto Dario.

            Alessandro il grande in Gerusalemme: Dopo molte gloriose vittorie, questo Principe domandò soccorso a' Giudei, che non lo potevano prestare. Di ciò irritato, si mosse verso Gerusalemme con animo di farne atroce vendetta. Ciò udendo Jaddo, sommo Pontefice, per divina inspirazione ordinò, che tutto il popolo vestito a bianco, insieme con lui in abiti pontificali e co'Sacerdoti adorni de' sacri paramenti, andassero ad incontrare quel formidabile conquistatore. Al mirare quel. magnifico e divoto apparato. Alessandro subitamente si calmò, e tutto compreso di rispetto avvicinossi al Pontefice. Della qual cosa facendo i suoi le meraviglie rispose; ricordarsi che in quella forma istessa, nella quale {127 [333]} se gli appresentava il Pontefice, eragli una notte,-apparso Iddio, da cui era stato incoraggiato ad intraprendere la guerra contro la Persia. Indi volle, che dallo stesso sommo Sacerdote fosse offerto un sacrifizio nel tempio. Jaddo gli mostrò una profezia di Daniele, nella quale predicevasi che un Principe greco avrebbe rovesciato l'impero de' Persiani. Alessandro giudicando ciò essere detto di sè, ne fu molto contento. Regalò ricchi doni al tempio, e concedendo pareechi favori agli Ebrei se ne partì. (A. del m. 3670). (V. Giuseppe Flavio: ant. Giud. lib. XI, cap. VIII).

 

 

Capo quarto. Eliedoro flagellato nel tempio. - Funesti presagi. - Comincia la perseenaiene di tatieco. - Il vecchio Eleazare. - Splendido martirio di una madre -co'suoi sette figliuoli.

 

            Eliodoro flagellato nel tempio. Seleuco re di Siria avendo inteso da un ebreo apostata, cioè traditore della propria religione, trovarsi nel tempio di Gerusalemme molti tesori, spedì Eliodoro che andasse a impadronirsene e li trasportasse in Antiochia, capitale del suo regno. Onia, sommo sacerdote, fece osservare, quei tesori e quelle ricchezze essere sostanze affidate alla santità del tempio, affinchè fossero distribuite alle vedove, agli orfani ed a' poveri; perciò non doversi tradire coloro i quali avevano commessi tali depositi ad un luogo sacro, onorato per tutto il mondo. Non punto mosso da ciò Eliodoro, voleva entrarvi per forza e tutto involare. Al, sacrilego attentato tutti i cittadini di Gerusalemme inorridivano, e da ogni parte invocavano il divino aiuto. Il Signore apportò loro soccorso con un luminoso prodigio.

            Mentre Eliodoro co'suói tentava di spezzare le porte del tesoro, l'ira divina lo colpì, e tutti caddero tramortiti a terra. Nel momento stesso apparve un uomo di terribile aspetto, cinto di armi auree, il cui cavallo avventandosi contro di Eliodoro, lo percosse coi piè davanti. Apparvero altresì due giovani di sovrumano sembiante, i, quali lo flagellarono per modo, che rimase tutto coperto di ferite. Caduto come morto, venne portato fuori del tempio. Alcuni {128 [334]} servi di Eliodoro supplicarono Onia che volesse pregare l'Altissimo per la vita' del loro padrone. Offeri Onia un sacrifizio al Signore, e mentre pregava’ricomparvero quei medesimi giovani, che avevano flagellato Eliodoro, e gli dissero: Rendi grazie ad Onia, giacché il Signore a sua intercessione ti ha donata la vita. Tu poi annunzia per tutta la terra la grandezza e la potenza di Dio. Eliodoro ringraziò di cuore il Signore ed Onia, e se ne tornò al suo re magnificando per tutto le opere grandi da Dio operate, le quali co' propri occhi aveva egli veduto. (A. del m. 3828).

            Funesti presagi di persecuzione. In questo tempo contro agli Ebrei fu mossa una terribile persecuzione, preceduta molto tempo prima da segni spaventosi. Per quaranta giorni si videro per aria sopra Gerusalemme drappelli di cavalieri armati di lance e di spade, che si avanzavano per combattere gli uni contro gli altri. Apparvero eziandio schiere di soldati colle armi in mano, agitando gli scudi e lanciando dardi. Que' prodigi sparsero il terrore negli animi de' cittadini per modo che tutti pregavano il Signore a volgere in bene quei segni meravigliosi. (A. del m. 3834).

            Comincia la persecuzione di Antioco. Quella persecuzione cominciò dal fatto seguente. Era corsa voce tra' Giudei che Antioco re di Siria fosse morto. Alcuni Ebrei, reputandosi liberi da quell'oppressore, si rallegrarono. La voce era falsa, ma Antioco, altamente irritato, marciò contro Gerusalemme con poderoso esercito. Entrato in città ordinò ai soldati di fare man bassa su quanti incontravano. Ottanta mila Ebrei furono trucidati, quaranta mila fatti schiavi. Asceso quindi nel tempio, depredò e profanò i vasi sacri, l'altare, la mensa e quanto Bravi di più sacrosanto. Continuando nella sua perfidia promulgò un editto, con cui ordinava a tutti gli Ebrei di abbandonare la legge di Mosè e di vivere secondo il rito gentile; fece bruciare i libri santi, innalzò in tutta la Giudea altari ai tàlsi Dei; lo stesso tempio di Gerusalemme fu dedicato a Giove Olimpio; e pena la morte a chiunque si fosse mostrato fedele alla legge del vero Dio. In questa persecuzione alcuni Ebrei, atterriti dalle atrocità de'tormenti, ebbero la debolezza di prevaricare, altri per evitare i pericoli fuggirono nei deserti; ma assai. più si mantennero costanti e patirono spietati supplizi, anzichè far cosa contraria alla legge Divina. {129 [335]}

            Martirio del vecchio Eleazaro. Fra quelli, che incontrarono coraggiosamente la morte in questa crudele persecuzione,’annoverasi un vecchio di nome Eleazaro ed una madre con sette suoi figliuoli, detti Maccabei. Era Eleazaro un vecchio di novant'anni nell'universale ammirazione per la sua sapienza. Condotto al cospetto del re, si voleva costringerlo a trasgredire la legge del Signore; e gli veniva per fino aperta la bocca, perché mangiasse carne vietata dalla legge. Ma egli ricusò costantemente. Alcuni amici, mossi da falsa compassione, si esibirono di fargli recare delle carni non proibite, e lo consigliarono a fingere obbedienza al Re per evitare la morte. Questa finzione, loro rispondeva, non conviene alla nostra età: non darò giammai questo scandalo a'più giovani, i quali diranno, che Eleazaro di novant'anni è passato al paganesimo. Se io mi appigliassi al vostro consiglio, scamperei dà' supplizi degli uomini; ma dalle mani dell'Onnipotente nè vivo né morto potrò fuggire. Proferite queste parole, fu incontanente strascinato al supplizio, e straziato da fieri tormenti gloriodamente morì, lasciando un raro esempio di fortezza e dì virtù, a cui parecchi tennero dietro. (A. del m. 3837).

            Martirio de'sette Maccabei. L'esempio di Eleazaro fu seguito da una famiglia, comunemente detta de'sette Maccabei. Antioco usò ogni sorta di crudeltà per farli prevaricare. Da prima comandò fosse loro presentata carne proibita, pena la morte se non la mangiavano. Que' magnanimi giovanetti, benché battuti con nervi e sferze, si mostrarono costanti nel patire; anzi il maggior di loro a nome de' suoi fratelli protestò, esser essi tutti pronti a morire piuttosto che commettere colpa alcuna. Il re, acceso di sdegno, ordinò fosse tagliata la lingua a chi aveva così parlato, venisse strappata la pelle in un colla chioma, tronca l’ estremità de' piedi e delle mani, ed il mutilato corpo alla presenza della madre e de' fratelli fosse posto in una caldaia infocata. Con simile supplizio fa fatto morire il secondo, il quale, esalando l'ultimo fiato, si volse al re dicendogli: Tu ci togli questa vita, ma ne sarà renduta un'altra da quel Dio, per la cui legge la sacrifichiamo.

            Fatto venire il terzo, gli fu detto che mettesse fuori la lingua e stendesse le mani. Egli intrepidamente le prostese con questo {130 [336]} parole: Da volentieri queste membra dal Signore ricevute, perchè spero di ricuperarle. Similmente l’ uno dopo l'altro furono straziati il quarto, il quinto e il sesto, predicendo ognuno al tiranno che Iddio avrebbe tormentato lui, come egli tormentava gli altri. Tutti gli astanti, il re stesso erano maravigliati alla costanza e al coraggio di quei giovanetti, i quali riputavano un nulla i più acerbi tormenti.

            Martirio del più giovane e della’padre. Di sette fratelli restava' il più giovane. Antioco, scorgendo vane le minacce, coll'ultimo volle far prova di modi graziosi e seducenti. Cominciò ad allettarlo colla promessa di farlo ricco e felice ` se avesse abbandonata la sua legge; ma l’ intrepido giovanetto si mostrava insensibile alle promesse, non meno che alle minacce. Per la qual. cosa il re esortò la madre persuadesse il figlio ad obbedire a' suoi comandi. Ella, beffando il tiranno, in lingua ebrea così parlò al figliuolo: Mio figlio, abbi pietà di rne tua madre, che ti allattai ed allevai. Non degenerare dal valore fraterno; non temere questo carnefice: temi Dio solo e lui solo rimira, dal quale avrai mercede. Incoraggiato il fanciullo da queste parole, esclamò: Non ubbidisco al re, ma alla legge; e tu, o Re, disse ad Antioco in tono profetico, tu, o scellerato, non fuggirai l' ira dell' onnipotente Iddio. Verrà tempo, che da Lui percosso e vinto dall'acerbità del dolore, confesserai che tu sei uomo. Se la nostra gente, non avesse peccato contro Dio, non saremmo caduti in questa sventura; ma spero che Dio fra poco, placato dal mio sangue e da quello de'rniei fratelli, si riconcilierà col nostro popolo, ed a noi, dopo una morte coraggiosamente sofferta, darà la vita eterna. - Antioco inferocito in vedersi deriso di cotal guisa ingiunse, che con più barbaro e singolar supplizio fosse il giovanetto condotto a morte. Finalmente la madre, donna forte e degna di eterna memoria, dopo di aver esortato i suoi figli a dare la vita per la legge di quel Dio, che loro l’ avea donata, con una morte del pari crudele mescolò il suo sangue a quello de' sette suoi figliuoli. (A. del m. 3837).

            Questi illustri martiri della legge antica furono modello di quei tanti eroi, che nella Chiesa di Gesù Cristo riportarono la gloriosa palma del martirio. {131 [337]}

 

 

Capo quinto. Zelo e coraggio di Matalia. - Giada Iaccabeo vince Apollonia e Gerene. - Visce Nicaaore, Gorgia e Lisia. Ristorazione del tempio di Geresalemme.

 

            Zelo e coraggio di Matatia. Era Matatia un sacerdote di vita esemplarissima. I commissari del re, per costringere anche lui a sacrificare'agli idoli, gli dicevano: Tu sei grande e chiarissimo in questa città: vieni adunque, ubbidisci al re come fecero tutte le nazioni, e ne avrai in premio oro, argento e l'amicizia di Antioco. - No, rispose ad alta voce Matatia, quando anche tutto Israele abbandonasse la legge de' padri suoi, io ed i miei figliuoli la osserveremo costantemente. Proferiva ancora queste parole, quando vide un Giudeo alla presenza di tutti andar a sacrificare agl'idoli sopra un altare. Preso da amaro cordoglio e trasportato dallo zelo per la gloria d'Iddio, corsegli incontro e sopra l'altare stesso lo trucidò. Uccise eziandio il commissario, che ne era l'istigatore, distrusse l'altare, indi a piena voce esclamò: Chiunque è nell'alleanza del Signore, esca fuori e mi segua. Quindi egli co' cinque suoi figliuoli, Giovanni, Simone, Giuda, Eleazaro e Gionata, abbandonando ogni loro stanza, fuggirono sui monti per non essere spettatori delle abbominazioni, che contro alle cose sante si commettevano in Gerusalemme. Molti altri, cui stava a cuore l'onore della religione, seguirono Matatia, il quale si trovò presto capo di un piccolo esercito di valorosi, tutti pronti a dar la vita per liberare la patria e difendere la religione. Distrutti vari altari, qua e là dedicati alle false divinità, si adoperarono indefessi per far rifiorire il culto del vero Dio.

            Matatia, dopo aver presieduto un anno a'suoi, cadde infermo, e chiamati i figliuoli raccomandò loro che fossero di animo forte e generoso per la legge Divina; deputò Giuda Maccabeo a capo dell'esercito, indi spirò di anni 146. (A. del m. 3838).

            Giuda Maccabeo vince Apollonio e Gerone. Appena Giuda si trovò alla testa dell' esercito, ebbe tosto occasione di far prova del suo valore contro di Apollonio, che a nome di Antioco governava a Giudea, ed era venuto ad assalirlo con formidabile apparecchio guerresco. Giuda, sebbene inferiore {132 [338]} di forze, appoggiato al divino aiuto gli andò incontro, sbaragliò i soldati nemici, molti avendone uccisi ed altri posti in fuga. Lo stesso Apollonio rimase estinto. Giuda riportò ricche spoglie e tra le altre la spada di quel generale, di cui appresso sempre si servì in guerra.

            Gerone capitano dei Siri, volendosi acquistare gloria, mosse con più forte esercito contro di Giuda. Fu in questa occasione, che i soldati di Giuda spaventati dalla moltitudine de' nemici, volevano fuggire; ma Giuda, animatili a sperare nel Signore, andò pieno di coraggio ad incontrar l'inimico e lo mise in fuga. (A. del m. 3868).

            Giuda vince Nicanore, Gorgia e Lisia. Quando Antioco seppe la vittoria, che Giuda aveva riportato sopra i suoi capitani, arse di sdegno, e, non potendo egli stesso, ordinò a Lisia si conducesse di subito nella Giudea, ponesse ogni cosa a sacco e sterminasse la nazione degli Ebrei. Lisia spedì Nicanore e Gorgia, valorosissimi capitani, con quaranta mila fanti e settemila. uomini a cavallo. Si accamparono vicino a Gerusalemme, e, persuasi della vittoria, condussero seco buon numero di mercanti per vendere loro a vile prezzo gli Ebrei, che avrebbero fatti schiavi. Ma il Signore disponeva le cose altrimenti. Giuda, avvertito dell'avvicinarsi dei nemici, radunò tutti i suoi, prescrisse loro un digiuno e invocò il Divino aiuto; quindi con pochi soldati piombò sugli assalitori, li ruppe, parte ne uccise, il resto pose in fuga, e riportonne ricchissimo bottino.

            Alla nuova di tante perdite Lisia fu anch'egli vivamente irritato, e reputando ciò avvenire per colpa de' capitani, deliberò di venire egli stesso alla testa di sessanta mila uomini per eseguire gli ordini sovrani, cioè sterminare la nazione Ebrea. Giuda aveva solo diecimila uomini, e tuttavia, impetrata prima l'assistenza Divina, marciò incontro a Lisia, e nel primo impeto uccise cinque mila uomini. Il resto dell'esercito fu posto in fuga, a Lista stesso fu mestieri ritornarsi pieno di confusione in Antiochia. Della preda tolta a' nemici Giuda parte divise tra' suoi soldati, parte fece distribuire agli infermi, alle vedove, agli orfani.

            Ristorazione del tempio. Cacciati e vinti i nemici, Giuda, il quale riconosceva ogni sua vittoria dalla protezione del Signore, volse subito l'animo a risarcire i danni, che il culto {133 [339]} del vero Dio aveva sofferto. Venne pertanto co' suoi in, Gerusalemme, che trovò ridotta ad orrida solitudine. Il tempio e l'altare del tutto deserto, le spine e i virgulti cresciuti ne' cortili come nelle selve, le stanze destinate a' sacerdoti, distrutte;_ tale era il lagrimevole aspetto del grande tempio del Signore.

            Giuda, pieno di zelo, cominciò dal rifare le porte del tempio, costrusse un nuovo altare, tolse quanto v'era di profano e, compiuto l'edificio in ogni sua parte, lo dedicò solennemente con inni e cantici, al suono di cetre, lire e cembali. Tutto il popolo, prostrato a terra, adorò il Signore e lo ringraziò delle vittorie e dei nuovi benefizi, che gli aveva conceduto, promettendo in avvenire di essere più fedele ai Divini precetti. La solennità durò otto giorni, e Giuda prescrisse, che la memoria di quella festività fosse ogni anno celebrata sotto il nome di Encenia, che vuol dire RISTORAZIONE. (A. del m. 3840).

 

 

Capo sesto. Giada visibilmente protetto da Dio. - Terribile morte di Antica. - Eupatore fa pace cogli Ebrei. - Coraggio di Eleazare. - Pietà di giada’llaceabeo. - Sua gloriosa morte.

 

            Giuda visibilmente protetto da Dio. I popoli confinanti, mossi da invidia perché gli Ebrei avevano ristaurato il tempio, dichiararono loro guerra da ogni parte. Timoteo generale di Antioco, già altre volte sconfitto da Giuda, li venne ad assalire con quanti uomini poté radunare. Giuda ed i suoi si prepararono alla difesa più colla preghiera, che colle armi. Recaronsi al tempio e prostesi. dinanzi all' altare, implorarono il soccorso del cielo; indi, prese le armi, si avviarono contro il nemico. Erano a fronte i due eserciti: Giuda aveva l'Onnipotente a mallevadore della sua vittoria; fidava l'inimico nella moltitudine dei soldati. Mentre da ambe le parti con ardore si combatteva, i nemici videro comparire cinque uomini sopra cavalli ornati di briglie d'oro, i quali, scesi a terra, servivano di guida agli Ebrei. Due di essi, camminando ai fianchi.ti Giuda, lo difendevano da' colpi de' nemici, gli altri tre lanciavano dardi e fulmini contro que' che gli contendevano la vittoria, accecandoli insieme e atterrandoli. {134 [340]} Venticinque mila pedoni e seicento soldati a cavallo restarono uccisi sul campo. Timoteo atterrito prese la fuga; ma raggiunto in una cisterna, fu messo a morte.

            Terribile morte di Antioco. La morte di Antioco porta seco manifesti i segni della Divina vendetta. Alla nuova di tante sconfitte de' suoi generali inferocito, radunò tutte le forze del suo regno per andare in persona nella Giudea, e fare, come egli diceva, di tutti gli Ebrei un macello, e di Gerusalemme un cimitero. Mentre marciava e andava ripetendo queste minacce, fu sorpreso da acerbissimi dolori di viscere. Nulladimeno sollecitando il cammino, nell'impeto dell'andare cadde dal cocchio, e tutto pesto della persona venne messo in una sedia e portato nella vicina città di Tabes sulle frontiere di Babilonia. Le doglie, che internamente lo laceravano, aumentavano ad ogni istante. A queste sottentrò il corrompersi del suo corpo ed in breve si risolse in un brulicame di vermini,' tramandando una puzza insopportabile al suo esercito e a lui medesimo. Parve allora rientrasse in se stesso, ed esclamava: In che grande tribolasione, in qual mare di miserie sono io mai caduto! Ora mi ricordo dei mali che feci in Gerusalemme, la quale mandai a distruggere senza cagione; m'avveggo che per tali motivi mi caddero addosso questi mali, e me ne muoio dilacerato da dolori in paese straniero. Prometteva inoltre che avrebbe resa felice e florida la nazione Ebrea, e, abbracciata la religione giudaica, avrebbe in tutto il suo regno predicato e fatto conoscere il vero Dio. Ma siccome il suo pentimento non era sincero, giacchd egli si pentiva pel solo timore della morte, così Iddio non lo ascoltò, e prendendo vie più forza il male, fra crudi spasimi miseramente morì. Così Antioco prima di morire provò in gran parte i tormenti, che ingiustamente aveva fatto soffrire al popolo di Dio. (A. del m. 8841).

            Eupatore fa pace cogli Ebrei. Eupatore, figlio e successore di Antioco Epifane, ereditando lo stesso odio contra gli Ebrei, stimava ben fatto ogni oltraggio che loro si potesse cagionare. Per fare prova delle armi mandò Livia con potente esercito contro Giuda, il quale, secondo il solito implorato il Divino aiuto, con piccol numero di prodi mosse alla sua volta. Allora comparve avanti ai soldati ebrei un Cavaliere adorno di candida veste cinto di armi d'oro, che sguainata vibrava {135 [341]} la spada. Dal quale prodigio incoraggiati i Giudei fecero impeto sul nemico ed uccisero undici mila pedoni e mula seicento soldati a cavallo.

            Alla nuova di questa sconfitta, altamente sdegnato Eupa, tore, pose in piede un nuovo esercito di centomila fanti e ventimila uomini a cavallo con parecchi elefanti di straordinaria grossezza, i quali mandavano grida spaventose. Per questo terribile apparato non atterrito Giuda gli presentò battaglia e avventandosi da quella parte, ove era il padiglione del Re, trucidò quattro mila uomini, mettendo tutto il resto in costernazione. Indi in bell'ordine si ritirò in Gerusalemme Quivi sostenne intrepido gli sforzi degli assedianti, finché stanco Eupatore, e richiamato ne' suoi stati da alcune turbolenze, esibì volontariamente la pace agli Ebrei, e protestò che li avrebbe lasciati vivere e governarsi secondo le loro leggi. Stabilite queste condizioni, il Re entrò nel tempio, chi onorò con sacrifizi e ricchi doni, poscia abbracciò Giuda e dichiarollo principe della sua nazione. (A. del m. 3841).

            Coraggio di Eleazaro. Nell'anzidetta battaglia si segnalò Eleazaro, fratello di Giuda. Avendo egli veduto un elefante {136 [342]} più grosso degli altri, bello di regia armatura, e credendo sopra quello stesse' il Re, deliberò di dare la vita pel suo popolo e per la Religione. Laonde colla spada sguainata si fece strada in mezzo all'esercito nemico, e, di qua e di là abbattendo quanti se gli paravano davanti, giunse sino all'elefante. Postosi sotto al ventre di quell'animale, a ripetuti colpi lo ammazzò; ma venutogli addosso l’ enorme peso, ivi rimase schiacciato.

            Pietè di Giuda Maccabeo. Vuolsi ricordare di questo eroe della Qiudea, che riconoscendo il felice successo delle sue imprese dalla protezione del Cielo, egli non si accingeva mai a cosa alcuna senza invocare il Divino aiuto, ed animare i suoi soldati a riporre la loro confidenza nel Dio degli eserciti. Tutte le guerre, alle quali mise mano, non avevano altro di mira se non se la comune salvezza e l'onor della religione. Aveva in orrore la bestemmia. L'empio Nicanore, marciando contro a' Giudei, stese la mano e bestemmiando giurò che avrebbe spianato al suolo il tempio del Signore. Pel che Giuda, acremente addolorato e acceso di santo zelo, con pochi dei suoi venne alla zuffa, sterminò l'esercito nemico, e quando fra i cadaveri degli estinti trovò il corpo di Nicanore, comandò gli fosse’reciso il capo, la lingua tagliata a minute parti fosse data pasto agli uccelli, e la sacrilega mano si appendesse rimpetto al tempio, per incutere terrore a chi ardisse oltraggiare il nome del Signore, o le cose a Lui consacrate.

            Giuda era. intimamente persuaso della esistenza del purgatorio, dove sono trattenute le anime di quelli che muoiono in grazia di Dio per pagare i debiti che hanno tuttora colla Divina giustizia; alle quali noi possiamo recar soccorso con opere buone. Giuda Maccabeo, dice il sacro testo, mosso dal santo e salutare pensiero, che le anime dei morti vengano per la preghiera aiutate e sciolte dalle pene dovute ai loro peccati, fece una colletta di dodici mila dramme d'argento (circa sei mila franchi), che mandò in Gerusalemme, perché fossero offerti sacrifizi in suffragio di quelli, che erano rimasti estinti in battaglia.

            Gloriosa morte di Giuda Maccabeo. Giuda, all'uopo di metter fine allo stato di continua incertezza in cui erano i Giudei per la oppressione e mala fede dei re di Siria richiese l'amicizia {137 [343]} dei Romani. Questo popolo, al quale era già pervenuta la fama di quell'eroe, accolse con piacere i legati, li assicuro della intera alleanza inverso di loro. Intanto spedì un' decreto a Demetrio Re di Siria, con cui proibiva si molestassero i Giudei. Ma mentre si recava questo decreto, Giuda dovette venir alle mani con Bacchide, nuovamente inviato contro la Giudea. La moltitudine dei nemici destò tanto spavento ne' Giudei, che, perduta la confidenia in Dio, si sbandarono qua e là lasciando Giuda con ottocento uomini. Giuda allora, alzata la mente al Cielo, esclamò: Se è venuta l'ora nostra, andiamo e moriamo valorosamente per li nostri fratelli. L'esercito nemico si mosse, il combattimento si attaccò da arabe le parti e fu ostinatissimo da mattina a sera. Linda, vedendo l'ala destra del nemico essere la più gagliarda, si avventò coi suoi più valorosi per romperla. Ruppero di fatto l'ala nemica e riuscirono a’sbaragliare i più forti assalitori; ma l'ala sinistra avendo inviluppato Giuda, e le sue genti alle spalle, si rinnovò la zuffa ed il combattimento divenne ancora più ostinato, finché l’ eroe cadde estinto sopra un cumulo di nemici da lui uccisi. Così terminava i suoi giorni Giuda Maccabeo, eroe veramente grande perle solenni sue geste, e pel santo scopo per cui le intraprese. Visse e morì combattendo a pro della religione e per la' patria. Tutto il popolo per molti giorni lo pianse, e andava pubblicamente esclamando: Come mai è perito l'eroe, che era la salute del popolo d'Israele! (A. del m. 3843).

 

 

Capo settimo. Alcimo percosse nel tempie. - Gionata succede a Giuda. - Sue imprese. - Sua morte. - Simone procura la pace alla Giudea.

 

            Alcimo percosso nel tempio. Sparsasi la nuova della morte di Giuda, i suoi nemici alzarono il capo, e Bacchide, tante volto da lui sconfitto, senza contrasto poté sottomettere tutta la Giudea, impadronirsi di Gerusalemme e sollevare al pontificato un empio Giudeo di nome Alcimo. Col pessimo suo operare costui aveva apportato gran male alla sua nazione; ma mentre, tutto contento del grado sacrilegamente usurpeto, {138 [344]} attendeva ad abbattere una parte delle mura del tempio del Signore, improvvisamente da Dio. percosso divenne attratto, paralitico e' muto, di modo che, non; potendo più proferire parola, tormentato da dolori acerbissimi infelice mente mori. (A. del m. 3844).

            Gionata succede a Giuda. Sue imprese. Dopo la morte di Giuda, gli Ebrei elessero Gionata a loro capo, afiche li liberasse dai mali, a' quali andavano continuamente soggetti. Vedendo egli le genti dei nemici di troppo superiori alle sue, condusse i suoi nel deserto e vi si accampò. Bacchide le insegui e gli offerse più volte battaglia, ma ne ebbe sempre la peggio; onde fu costretto a proporgli condizioni di onesta pace, e, promettere di non più molestare gli Ebrei. Ferma nelle sue promesse tornò in Antiochia, né più comparve nella Giudea.

            Un certo Apollonio, governatore della Celesiria, allestita un grande esercito, venne aneh' egli ad assalire Gionata, il quale, malgrado gli stratagemmi e le frodi dei nemici, li sconfisse compiutamente. In una sola giornata ne uccise otto, mila. Indi ricco di spoglie si ricondusse co'suoi in Gerusalemme.

            La fama del valore di Gionata andò tant'oltre, che i Redella Siria e dell'Egitto andavano a gara per farselo amico. Il Re di Siria, per nome Alessandro Bala, l'onorò grandemente, lo chiamò in Tolemaide, lo vesti di porpora, costi tuillo capitano e principe della Giudea, e lo rimandò colmo d'onori.

            Gionata ucciso a tradimento. Sostenne Gionata molte guerre poi bene della patria e della religione, e, protetto dal Signore, fu sempre vittorioso. Tuttavia dovette finire la vita per tradimento. Trifone, generale del re di Siria, aveva veva concepito il reo disegno di ribellarsi per salire egli stesso sul trono. Temendo che Gionata, alleato al re di Siria, fosse d'ostacdlo alla sua impresa, determinò di sorprenderlo e farlo perire. Con finzioni amichevoli, sotto apparenza di voler trattare cose di governo, lo invitò a Tolemaide. Appena vi fu entrato, ordinò si chiudessero le porte, si trucidassero quelli che l'avevano accompagnato ed egli medesimo si mettesse in carcere. Simone, fratello di Gionata, animò tutto Israele a fare ogni sforzo per liberarlo; ma l'empio Trifone, seco {139 [345]} menando Gionata si avanzò nella Giudea, ed alloro vide Simone pronto ad attaccarlo, gli mandò dicendo, avere arrestato Gionata per un debito contratto col Re e, ove gli.fossero pagati cento talenti e mandati i due figliuoli di lui in ostaggio, esser pronto a metterlo in libertà. Quantunque.Simone temesse l'inganno, poco credendo a quelle parole, tuttavia, per non mancare a cosa alcuna che giovare potesse:al fratello, spedì i figliuoli e il danaro. Ma quel perfido, avuto quanto chiedeva, uccise Gionata e i due figliuoli. Tutto.Israele ne fu in grande cordoglio, e pianse per molti giorni.la morte di chi per la patria e per la religione aveva dato la vita. (A. del m. 3861).

            Simone procura la pace Ala Giudea. Della famiglia di Matatia rimaneva ancora Simone, il quale, per consenso di tutto il popolo, venne rivestito della doppia autorità di:sommo Sacerdote e di Capitano. Egli debellò e cacciò fuori della Giudea i nemici che la molestavano; liberò la fortezza di Gerusalemme, che da venticinque anni era da schiere nemiche occupata; rinnovò l’ amicizia col re di Siria, cogli.Spartani e co' Romani; e temuto essendo dalle nazioni vicine, niuno più ardiva di muovergli guerra. Così la Giudea, intieramente liberata dagli stranieri, respirò e godé pace. Il popolo d'Israele, riconoscente a tanti benefizi, volle nelle scritture di obbligo, di contratto, e negli atti pubblici si noverassero gli anni da quello in cui aveva cominciato a governarli Simone. Onde si cominciò a scrivere: L' ANNO SECONDO DI SIMONE SOMMO SACERDOTE, MAGNO DUCE E PRINCIPE[11].

            Assicurata in cotal guisa la pace, Simone a nient'altro pensò se non a fortificare la città, sollevare gli afflitti, far osservare la legge di Mosé e mettere in fiore il Divin culto. Di modo che, come dice la Scrittura, ciascuno coltivava con sicurezza le sue terre, e riposava tranquillo all'ombra della vite e del fico; i vecchi sedevano nelle piazze ragionando pacificamente delle cose attenenti al pubblico bene, e non era chi li spaventasse. {140 [346]}

 

 

Capo ottavo. Assassinio di Simone. Governo di Giovanni Ircano. - Aristobolo ed Alessandro Gianneo. - Suoi successori fino ad Erode. - Erode strniero re della Giudea.

 

            Simone assassinato da Antioco. Simone, dopo aver condotto più volte gli Ebrei alla vittoria contro Trifone e il Re’ di Siria, dopo avere oltre vent'anni saviamente governato il suo popolo, dovette finire la vita a cagione di un barbaro assassinio commesso da suo genero, per nome Antioco, il quale ambiva succedergli. In quella che Simone con due suoi figliuoli, Giuda e Matatia, visitava la città di Gerico, Antioco, che ne era il Governatore, lo invitò a pranzo. Quando sedevano a mensa, fece entrare nella sala del convito uomini armati, che con nero tradimento tutti e tre li trucidas no. Questa fu la fine dell' ultimo superstite della famiglia di Matatia, la quale formerà mai sempre l'ammirazione dei buoni, avendo tutti data la vita per la salvezza della patria e per la gloria della religione. (A. del m. 3869) (1).

            Governo di Giovanni Ircano. Giovanni, figliuolo di Simone e di soprannome Ircano, per aver domata l'Ircania, dopo l'infelice morte del padre conseguì la dignità di sommo Sacerdote e Principe degli Ebrei. Egli allargò i confini del suo dominio, mise più volte in rotta il re di Siria, soggiogò gli Idumei, rinnovò l'alleanza co'Romani, e dopo ventinove anni di glorioso governo morì in pace l'anno del mondo 3898.

            Aristobolo ed Alessandro Gianneo. Aristobolo, figlio di Giovanni, succedette al padre nel pontificato e nel governo, e prese il titolo di Re. Ma il suo regno fu di un anno solo, e pieno di scelleraggini. Per sospetto fece perire sua madre, uccise di propria mano il fratello Antigono, e chiuse in carcere gli altri suoi fratelli. Per si enormi atrocità Iddio lo colpì nel luogo stesso dove aveva, sparso il sangue fraterno, permettendo che venisse soffocato da un traboccamento {141 [347]} di sangue. Più crudele ancora ne fu il successore Alessandro Gianneo suo fratello, il quale in pena della sua crudeltà morì consumato da penosa malattia fra l'universale abborrimento. (A. del m. 3926).

            Altri successori fino ad Erode. Morto Alessandro Gianneo, sua moglie Alessandra tenne le redini del governo per nove anni, in capo a' quali pose sul trono il figliuolo Ircano Il, che già aveva fatto creare sommo Pontefice. Dopo la morte di Alessandra,. Aristobolo figlio di Alessandro obbligò Ircano suo fratello maggiore a cedergli la tiara e lo scettro, assumendo così la qualità di Re e di Pontefice. Per la qual cosa questi duo fratelli divennero tra di loro nemici irreconciliabili, sinchè Pompeo, capitano delle schiere romane, venuto nella Giudea, prese Gerusalemme, mandò a Roma Aristobolo ce' suoi figliuoli, e restituì il pontificato ed il regno ad Ircano, fatto per altro tributario a' Romani. In questa guisa la Giudea, perdendo la sua indipendenza divenne provincia Romana. Antigono, nipote di Ircano, ebbe mezzo di usurpare il trono dello zio; ma dopo alcuni anni di regno e di pontificato venne deposto, e mandato in esilio a Babilonia. Di là fu in appresso richiamato da Erode, che lo fece barbaramente ammazzare.

            Erode straniero re della Giudea. Erode, soprannominato il' grande (nome che solo può convenirgli a cagione della sua crudeltà) era figlio di Antipatro di nazione Idumeo, di baassi natali. Andato a Roma, a forza di secrete trame e di frodi riuscì a far credere Antigono nemico del popolo Romano, e, col favore di Antonio, dallo stesso Senato Romano ottenne per sè il titolo di Re della Giudea mediante lo sborso di 800 talenti. Antigono condotto in Antiochia ad istigazione -di Erode fu decapitato. (A. del m. 3967).

            Così ebbe termine la dominazione de'Maccabei nella Giudea, e lo scettro di Giuda passò da questa tribù in mani straniere, cioè ad Erode Idumeo. Questa circostanza è assai memoranda, poichè, giusta la profezia di Giacobbe, segna l'epoca avventurosa della nascita del Salvatore del mondo.

            L'anno pertanto 33 del regno di Erode, il Messia, il nostro Divin Redentore Gesù Cristo (nome da pronunciarsi colla massima venerazione) nacque nella città di Betlemme, circa l'anno del mondo 4000. {142 [348]}

 

 

Nuovo Testamento.Profezie avverate in Gesu Cristo.

 

            Caduti i nostri primi genitori Adamo ed Eva dallo stato d'innocenza. in cui furono da Dio creati, eglino e i loro posteri dovettero per molti secoli gemere sotto la dura schiavitù del demonio. Nè per loro eravi altro mezzo di salute, dalla fede in fuori in quel futuro Liberatore, che la bontà divina aveva promesso. Affinché poi presso gli uomini si mantenesse viva la fede in questo Liberatore, ne rinnovò Iddio più volte la promessa indicando il tempo, il luogo e più altre circostanze della sua venuta: a segno che tutta la storia del Vecchio Testamento si può dire una fedele preparazione del genere umano allo straordinario avvenimento della nascita di questo Messia. Sebbene più cose siansi già dette nel corso di questa istoria, tuttavia essendo la venuta del Salvatore il domma più importante, su cui tutta fondasi la nostra santa cattolica Religione, riuscirà certamente di somma utilità il raccogliere qui in breve le principali profezie, che lo riguardano, osservando come queste siansi avverate nella persona di Gesù Cristo.

            I Profeti predissero adunque: 1º L'origine temporale, il tempo, il luogo della nascita del Messia. 2º La sua condizione ed il suo carattere personale. 3º Che avrebbe fatto grandi prodigi, e avrebbe provato gravi contraddizioni da parte del suo popolo. 4º Che i Giudei l'avrebbero messo a morte. 5º Ch’Egli sarebbe risorto. 6º Che i Giudei sarebbero stati riprovati da Dio per aver essi fatto morire il Messia; e che i Gentili, cioè tutte le nazioni idolatre, sarebbero state chiamate alla fede in vece degli infedeli Ebrei.

            1. ORIGINE, TEMPO, LUOGO DELLE NASCITA DEL MESSIA. - In più luoghi dell'antico Testamento leggesi, che il Messia doveva nascere dalla tribù di Giuda, dalla stirpe di Davidde. Giacobbe, morendo, sotò il tempo della nascita del Messia con queste parole: Lo scettro, povero la sovrana potestà ed il potere legislativo, non sarà tolto da Giuda, nè il principato dalla sua posterità, finchè venga COLUI che deve {143 [349]} essere mandato, e QUESTI sarà l'aspettazione delle genti. (Gen. n. 49). Daniele annunziò, che non sarebbero scorsi 490 anni prima della sua venuta e della sua morte. (Don. o. 9). Michea predisse, ch'EI nascerebbe in Betlemme. (Mach. c. 5).

            Avveramento. - Se noi osserviamo la genealogia del Salvatore esposta nel Vangelo, vediamo che Gesù Cristo era della tribù di Giuda. della stirpe di Davidde: che nacque in Betlemme circa trentacinque anni prima che trascorresse il tempo da Daniele predetto, quando un principe straniero (Erode, di nazione Idumeo) regnava sopra la tribù di Giuda.

            2. NASCITA, CONDIZIONE E CARATTERE DEL MESSIA. - Isaia (cap. 7) annunziò, che il Messia nascerebbe da una Vergine; Zaccaria, che sarebbe povero, ma segnalato tra gli altri uomini sopra tutto per la dolcezza (cap. 9).

            Avveramento. - Tutti quelli i quali hanno letto il Vangelo conoscono, che G. C. nacque da una Vergine di nome Maria, per sola opera dello Spirito Santo; che nacque in una stalla, visse del lavoro delle sue proprie mani, e che tutte le virtù, specialmente la bontà e la dolcezza, formarono la sua indole.

            3. PRODIGI E CONTRADDIZIONI DEL MESSIA. - Isaia nota chiaramente. che il Messia avrebbe operato prodigi non ancora veduti, e che malgrado tanti prodigi quelli della sua inazione, i quali maggiormente avrebbero dovuto credere, gli avrebbero mosse gravissime opposizioni. (Isaia, capo 6, 8, 35).

            Avveramento. - Nel progresso di questa Storia noi vedremo come Gesù Cristo abbia passati i tre ultimi anni della sua vita attendendo ali' opera della_ predicazione, operando miracoli numerosissimi; e comò' i Farisei, i Sacerdoti, e gli Anziani del popolo Giudaîeo gli fossero ostinatamente contrari e crudelmente lo perseguitassero.

            4. I GIUDEI AVREBBERO PERSEGUITATO IL MESSIA, E MESSOLO A MORTE. - Isaia disse, che il Messia sarebbesi volontariamente dato nelle mani de' suoi persecutori, e in mezzo agli obbrobri ed ai tormenti avrebbe taciuto quale innocente agnello; le sue piaghe e la sua morte avrebbero salvato tutto il mondo; i suoi patimenti e la sua morte l'avrebbero reso padre di una moltitudine di giusti. (Isaia, capo 53).

            Il profeta Davidde predisse, che’una furiosa persecuzione sarebbe succitata contro del Messia: che gli sarebbero trafitti i piedi e le mani che le suo ossa proverebbero grave scroscio per la violenza dei tormenti fattigli soffrire: che sarebbe insultato e deriso in mezzo a'suoi patimenti: che i suoi abiti sarebbero divisi e la sua veste tirata a sorte. (Sal. 21).

            Avveramento. - Tutto si avverò in Gesti Cristo. Egli stesso prima di sua morte dichiarò più volte, che moriva perchè voleva. Disse altresì, che darebbe la vita per la salvezza degli uomini. Alle calomnie, alle ingiurie, alle crudeltà de' suoi nemici, Egli rispose col silenzio, colla mansuetudine, e col pregare per loro. Gesù Cristo morendo fondò. la sua Chiesa e divenne capo di tutti i giusti, i quali furono e sono tutt'ora le sue membra principali. I principi de' Sacerdoti si unirono contro di Gesù per metterlo a morte. Lo affissero in croce trapassandogli {144 [350]} mani e piedi con pungenti chiodi, ristandosi a' piè della croce per insultarlo, mentre pativa i più crudeli tormenti. I soldati, che l’aveano crocifisso,divisero tra loro gli abiti di Liti e tirarono a sorte la sua veste.

            5. IL MESSIA SAREBBE RISUSCITATO. - Isaia predisse, che il sepolcro del Messia sarebbe stato glorioso; Davidde disse, che Dio non avrebbe permesso che Egli fosse tocco dalla corruzione. (Sal. 15).

            Arveramento. - i quattro Evangelisti vanno d'accordo nel dire, che Gesù Cristo, dopo di aver affermato che risusciterebbe il terzo giorno dopo la sua morte, risuscitò realmente siccome aveva detto. Questo miracolo è il più irrefragabile di tutti i miracoli. noi lo vedremo nel progresso della Storia.

            ALTRE COSE INTORNO AL MESSIA. - Fra molte altre cose i Profeti predissero,' che i Giudei sarebbero da Dio riprovati per aver essi fatto morire il Messia (Dan. e. 9): che tutti i Gentili, cioè tutte le nazioni idolatre, sarebbero stati chiamati alla vera fede in luogo degli Ebrei infedeli (Isaia, c. 65). Tutte queste profezie furono letteralmente adempiute, come ognuno può vedere nella storia Ecclesiastica, da cui consta, che la nazione Ebraica pochi anni dopo la morte del Salvatore fu del tutto dispersa, e rimane tuttora senza tempio, senza Re e senza Sacerdozio. Mostrandosi poi gli Ebrei ostinati in non credere alle verità della fede. gli Apostoli, secondo gli ordini del Signore, andarono a predicare il Vangelo ai Gentili, i quali in folla entrarono nella Chiesa di Gesù Cristo a segno, che, vivendo ancoragli Apostoli, la luce del Vangelo spandeva i suoi raggi benefici su tutte le parti del mondo

            Conseguenza. - La ciò noi dobbiamo inferire: 1° Che realmente Iddio ha promesso il Messia. 2° Che i profeti predissero moltissime cose a Liti spettanti. 3º Che tutte queste cose si avverarono nella persona di Gesù Cristo. 4° Che perciò Gesù Cristo è il vero Messia promesso da Dio, predetto dai profeti, nato nel tempo, che tutta la terra aspettava un Riparatore; che lo scettro non era più nella tribù di Giuda circa trentacinque anni prima che finissero gli anni fissati da Daniele. 5º Che adunque in Gesù Cristo, il quale è il Salvatore mandato da Dio, dobbiamo collocare tutta la nostra fede e tutta la speranza di nostra salvezza.

 

 

Il. Vangelo e gli Apostoli. S. Matteo, S. Luca, S. Marco, S. Giovanni.

 

            Vangelo è parola greca che significa buona notizia, o buona novella. Da questo nome si intitolano i quattro libri dettati dallo Spirito del Signore ai quattro sacri scrittori, che narrarono la vita, la predicazione e la morte di Gesù Cristo. Queste cose sono certamente pei cristiani un fausto annunzio, perchè viene loro significata la venuta del Salvatore, il quale liberandoli dalla schiavitù del peccato, chiuse {145 [351]} l’inferno'e aprì loro le porre del Paradiso.. Per la predicazione e diffusione del Vangelo il Salvatore scelse dodici Apostoli. Questo pure è vocabolo greco, che vuol dire inviato, perchè gli apost:'1 farono tii'fatto da G. C. mandati a tutte le nazioni della terra. per cmupiere'il sacro ministero della predicazione evangelica. Agli Apo'toii il Salvatore aggiunse settantadue Discepoli, quasi scolari o alunni suoi e degli Apostoli.

            Molti scrissero le azioni del Salvatore, ma la Chiesa Cattolica ricwi^sce solamente quattro Evangelisti, ovvero quattro scrittori del Vangelo, assistiti dallo Spirito Santo. Dne di essi’erano apostoli, cioè: s. Matteo e s. Giovanni. Gli altri due sono s. Marco e s. Luca.

            St Matteo. - Il primo dei quattro Vangeli tenuti dalla Chiesa in ogni tempo nel canone delle divine scritture. è quello di s. Matteo. Egli era figlio di Alfeo, di professione pubblicano, ossia gabelliere. Chiamato da G. C. all'apostolato fu testimonio oculare di tutte le cose. che di Lui ha narrato nella sua storia evangelica. Si crede comunemente che dopo l'Ascensione del Salvatore egli abbia predicato la fede nell'Etiopia, nella Persia e tra i Parti. Prima eh' e' partisse dalla Giudea, fu invitato dai fedeli e dagli stessi Apostoli a scrivere il suo Vangelo. Ciò avvenne circa l'anno ottavo dopo l'Ascensione di G. C., cuarantesimo primo dell'era volgare. Lo scrisse in lingua ebrea, e si vuole che egli stesso,’o s. Giacomo Maggiore, l'abbia tra lotto in greco. La traduzione latina, che abbiamo noi, è antichissima ed è approvata dalla Chiesa.

            S. Marco. -Il secondo evangelista è s. Marco, di nazione Ebreo, e si crede comunemente che sia uno dei settantadue discepoli del Salvatore. Fedele compagno di s. Pietro, lo seguì né suoi viaggi fino a Roma. Ivi fecegli da segretario, da interprete, e lo coadiuvò a predicare la fede in quella capitale del Romano Impero. Per consolazione dei fedeli di questa città scrisse, circa l'anno 44, il suo Vangelo in greco. litigua molto conosciuta in quel tempo dai Romani. Compiuto il lavoro, lo diede al suo padre spirituale e maestro s. Pietro, che lo approvò e lo diede a leggere alle chiese come scrittura autentica. La riù reputata versione del Vangelo di s. Marco rimonta ai primi tempi del Cristianesimo. ed è 3a traduzione latina approvata dalla Chiesa.

            S. Luca. - S. Luca, di Antiochia, era medicp di professione. Fu guadagnato alla fede da s. Paolo, di cui fu fedele compagno nelle lunghe e faticose peregrinazioni di quel grande apostolo delle Genti. Predicò il Vangelo nella Dalmazia, nell'Italia, nelle Gallie e finalmente nella Macedonia e nell' Acaia. Qui in età di ottantaquattro anni riportò la corona del martirio. Scrisse il suo Vangelo Panno 53 di Gesù Cristo raccogliendo le notizie avute da testimoni oculari e dai racconti uditi da s. Paolo. Si crede pure che la SS. Vergine abbiagli narrato varie cose importanti. Di fatto, siamo debitori a s. Luca di molte preziose notizie riguardanti all'infanzia di G. C., ed alla stessa B. Vergine: delle quali cose nulla hanno scrittogli altri evangelisti. Alcuni attribuirono a s. Paolo il Vangelo di s. Luca. Ma ciò, dice Tertulliano, devesi intendere soltanto nel senso, che le opere dei dicepoli {146 [352]} soglionsi attribuire ai: maestri. Quando s. Paolo cita il suo Vangelo, intende il Vangelo di s. Luca, da lui approvato così da averlo in conto di opera sua.

            S. Gio. Evangelista. - S. Giovanni ebbe a padre Zebedeo, a madre Salome, ed era fratello di Giacomo il Maggiore. Nato in Betsaidrt esercitò con suo padre la professione di pescatore, finchè tu chiamato.alla sequela del Divin Maestro in molto giovanile età. Fu da G. C. trattato con particolare affetto per l'innocenza de' suoi costumi. e per la virtù della. purità che conservò illibata. Per questo motivo il Salvatore pendente in croce diede Giovanni per figlio a Maria, e Maria per Madre a Giovanni. Nella persona di questo santo apostolo sono rappresentati tutti i cristiani, di cui Maria è \ladre pietosa. Dopo l'Ascensione del Divin Maestro egli predicò specialmente nell'Asia Minore, e stabilì sua dimora in Efeso, che governò come vescovo fino all' età di oltre a 100 anni, e quivi cessava di vivere nel 10i. Mosso da divina inspirazione e dalle preghiere dei fedeli, negli ultimi anni di vita scrisse il suo vangelo contro ad alcuni eretici, che negavano la divinità di G. C. Di fatto egli si sofferma di preferenza ad esporre quelle azioni del Salvatore, che lo fanno conoscere per vero Dio. Parla più volte di sè, ma senza mai nominarsi: scrisse it.greco, e narrò cose da lui vedute.

            S. Girolamo, dopo aver parlato dei quattro evangelisti. conchiude così: s. Matteo si fa a descrivere le azioni dì G. C. come uomo, e ne tesse la genealogia chiamandolo figliuolo di Davide, figliuolo di Abramo. S. Luca comincia dal sacerdozio di Zaccaria. S. Marco dalla profezia di Malachia e di Isaia. Perciò il primo ha per simbolo la faccia di uomo; il secondo la faccia di vitello, che indica il sacrificio solito a farsi dal sacerdote levitico; il terzo la faccia di leone a cagione della voce di s. Giovanni Battista, che gridava nel deserto: Preparate lq, strada del Signore, raddirizzate le sue vie. S. Giovanni poi ha per simbolo l'aquila, perchè egli come aquila s'innalza a volo in verso il cielo in seno all'Eterno Padre, dicendo: Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo. {147 [353]}

 

 

Epoca settima. Dalla nascita di Gesù Cristo, l'anno del mondo 4000, fino all'eccilio di Gerusalemme, l'anno del mondo 4070, di Gesù Cristo 70.

 

 

Capo primo. Maria SS, e s. Giuseppe. - Nascita del Salvatore. - Gesù adorato dai Magi. – E presentato al tempio.

 

            Maria SS. e s. Giuseppe. Come i profeti avevano predetto, il salvatore nacque da Maria Santissima figlia di s. Gioachino e di s. Arnia, discendenti amendue dalla regia stirpe di Davidde della tribù di Giuda. Questi buoni consorti in eta molto avanzata erano tuttora privi di prole: quando Iddio, ascoltando le fervorose loro preghiere, li consolò concedendo loro una figlinola, che chiamarono Maria. All'età di tre anni essa fu presentata al tempio per ivi attendere colle altre vergini al lavoro delle mani, alle cose del Divino servizio e divenire poi degna Madre di Dio. (S. Gio. Dam).

            Fatta adulta, l'u da' genitori, seguendo i divini consigli, sposata a s. Giuseppe, uomo santissimo di Nazaret, che visse con lei come fratello. Poco dopo, Dio mandò l'Arcangelo Gabriele ad annunziarle la sublime dignità di Madre del Salvatore dicendo: Io ti saluto, o piena di {148 [354]} grazia; il Signore è con te tu sei benedetta fra le donne. Maria si turbò a quell'apparizione., e ancor più a quel saluto; ma I' angelo la rassicurò'. dicendò: Non temeré, o Maria, poichè hai trovato grazia dinanzi a Dio. Tu sarai Madre di un Figlio, al quale porrai nome Gesù. Egli san ì grande, anzi sarà Figlio dell'Altissimo; regnerà in eterno nella casa di Giacobbe, ed il suo regno non avrà fine. Maria fatta certa che ogni cosa avveniva per opera dello Spirito Santo, e ch'ella avrebbe mai sempre conservata la preziosa virtù della verginità, si inchinò ai divini voleri. acconsentì di esser fatta madre del Salvatore e rispose all'angelo: Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola.

            Nascita del Salvatore. Circa l'anno del mondo 4000, essendo pace per tutto e regnando nella Giudea Erode il grande, sotto l’ impero di Cesare Augusto, Maria SS. e s. Giuseppe, secondo la predizione dei profeti, si recarono per ubbidire ai decreti del romano imperatore in Betlemme, a far colà registrare il loro nome. Essendo tutti gli alberghi pieni di forestieri, dovettero uscire della città e ricoverarsi in una capanna, ossia specie di stalla, vuota d'abitanti e alquanto riscaldata da due animali. In questa povera abitazione nacque il Figlio di Dio, il Verbo eterno, il padrone del cielo e della terra, per confondere la superbia degli uomini. Questo fatto memorando avveniva il 25 dicembre all'ora di mezza notte, e se ne celebra ogni anno la memoria colla festa del santissimo Natale. Subito un angelo circondato di splendidissima luce si manifestò ad alcuni pastori, che vegliavano alla custodia del gregge, annunziando loro la nascita del Messia e dando loro sicuri indizi del luogo ove l'avrebbero potuto trovare. In quel momento una moltitudine di celesti spiriti fece risonar per l'aria quelle parole di gioia: Gloria a Dio nel più alto de' Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. A questo annunzio festosi i pastori si recarono al luogo segnato dall'angelo e vi trovarono il celeste bambino. Come l'ebbero riconosciuto e adorato per loro Salvatore, colmi d'allegrezza ritornarono là donde eransi partiti. Otto giorni dopo la nascita il Divin Salvatore fu circonciso, e gli fu posto l'adorabile nome di Gesù, che vuol dire Salvatore, siccome l'angelo aveva ordinato. {149 [355]}

            Gesù adorato dai Magi. Non andò guari clic tre sapienti dell'Oriente, comunemente detti i tre Re Magi, guidati da una prodigiosa stella, apparsa nel loro paese, vennero per adorare il nato Messia. Giunti in Gerusalemme, domandarono ad Erode ove fosse nato il Re (le' Giudei. A questa domanda Erode con tutta la città si conturbò, e fatti radunare i Principi de' Sacerdoti’e i Dottori della lege, domandò loro dove nascerebbe il Cristo. Questi risposero che doveva nascere in Betlemme secondo la profezia di Michea, il quale intorno alla nascita del Messia così aveva parlato: E in Betlemme terra di Giuda, nort sei la minima fra le principali di Giuda, perciocchè da te uscirà il capitano che governerd il mio popolo d'Israele. Usciti di Gerusalemme, i Magi furono dalla medesima stella guidati fin là, dove era il Divin fanciullo, dinanzi a cui prostrati offerirono oro, incenso e mirra. Avvisati poi da un angelo, per altra via ritornarono al loro paese senza più nulla far sapere ad Erode, il quale con animo perverso li aveva pregati, che venissero ad informarlo di quello avessero veduto. La venuta de' Magi alla capanna di Betlemme viene ogni anno ricordata colla festa dell'Epifania. {150 [356]}

            Gesù presentato nel tempio. Quaranta giorni dopo la nàscita, Gesù fu da Giuseppe e da Maria presentato nel tempio al vecchio Simeone, cui era stato rivelato, che prima di morire avrebbe veduto il sospirato Messia. Appena l’ ebbe tra le braccia provò tale piena di gioia, che esclamò: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne muoia in pace: poichà gli' occhi miei hanno veduto il Salvatore da Te inviato ad illuminare le genti e a portare la salvezza ad Israele. Si trovò parimenti uel tempio una vecchia di nome Anna, donna di singolare virtù e dallo Spirito Santo fornita di lumi stràordinari. Riconoscendo essa nel presentato Bambino il vero Dio fatto uomo, prese ad annunziarne la venuta a tutti coloro che lo aspettavano. In memoria della presentazione di Gesù nel tempio noi celebriamo ogni anno la testa della Purificazione.

 

 

Capo secondo. Strage degi'Innocenti. - La sacra famiglia in Egitto. - Trista morte di Erode. - Disputa ce' Dottori.

 

            Strage degl'Innocenti. Erode nel licenziare i Magi aveva loro ordinato, che al ritorno gli recassero notizie del nuovo Re, ma con perfida intenzione. Egli temeva, che un altro Sovrano venisse a sbalzarlo dal regno, perciò voleva a qualunque costo farlo perire. Aspettò invano il ritorno de' Magi, e forse gli era giunto all'orecchio quanto era accaduto nel tempio. Onde, agitato da mille sospetti, diede ordine che in Betlemme e nei suoi dintorni fossero trucidati tutti i fanciulli, i quali non oltrepassassero i due anni, lusingandosi di poter nella comune strage comprendere altresì il bambino Gesù.

            La sacra famiglia in Egitto. Ma lé astuzie degli uomini sono follia, quando contraddicono alla volontà di Dio! Per mettere a morte un solo è trucidata una moltitudine, e intanto quel solo si salva! Imperciocchè avvisato Giuseppe in sogno da un angelo delle malvagie intenzioni di Erode, fuggì con Maria nell' Egitto; nè di là ritornò finché dall'angelo non ebbe nuova della morte di Erode. Allora soltanto Gesù, Giuseppe e Maria si ricondussero a Nazaret loro patria. Così fu avverata la profezia di Osea, che aveva detto a nome di Dio: Ho chiamato il mio figliuolo dall'Egitto. {151 [357]}

            Teista morte di Erode. La crudeltà che Erode usò verso gli altri, con la stessa sua famiglia e fino con sè stesso gli tirò addosso l'ira divina e ne provò gli effetti anche nella vita presente. Molte sommosse suscitate ne' suoi stati misero il trono in pericolo. Piombarono sopra la sua famiglia gravi sciagure, cui egli stesso pose il colmo facendo morire la moglie e il figliuolo. Intanto continui malanni ed un fuoco ardente lo andavano dentro consumando. Era travagliato da fame sì stimolante che niente bastava per satollarlo. Le sue viscere divennero piene di ulceri; il suo fiato fetente a segno che niuno poteva accostarsegli; il suo corpo, fatto un brulicame di vermi, mandava orrida puzza. In quello stato simile e soffrendo un inferno anticipato, senza alcun segno di ravvedimento cessò di vivere. Così viene riferita da Giuseppe Flavio la morte del crudele Erode, autore della strage degl' Innocenti.

            Gesù disputa coi dottori. Giuseppe e Maria con Gesù ritornati a Nazaret vivevano tranquilli, guadagnandosi il vitto col lavoro delle loro mani. Era Gesù in età di dodici anni {152 [358]} quando andò co'suoi parenti in Gerusalemme a celebrare la Pasqua, e fu da essi smarrito. Cercatolo essi per tre giorni, alla fine del terzo lo ritrovarono nel tempio che disputava coi Dottori della legge, riempiendoli tutti di stupore colle sue sapienti interrogazioni e risposte. Appena lo vide Maria, gli disse: Figliuol mio, perché facesti così? E Gesù: Non sapevate che io debbo occuparmi nelle cose del mio Padre celeste? Questo è l'ultimo fatto, che si racconta della fanciullezza di Gesù. Ritornato a Nazaret visse tutto sommesso a Maria ed a s. Giuseppe, occupandosi ne' bassi lavori di artigiano fino all'età di trent'anni.

            La storia della giovinezza di Gesti è compendiata in queste parole: Gesù era obbediente a Maria ed a Giuseppe, e cresceva in età ed in sapienza dinanzi a Dio ed agli uomini. Studiatevi, o giovani, per imitare Gesù nell' ubbidienza; sia Egli l'unico vostro modello; fate di esser docili e pii.

 

 

Capo terzo. S. Giovanni Battista. - Battesimo di Gesù Cristo. - Cambia l'acqua in vino. - Sue tentazioni nel deserto. - Martirio di s. Giovanni Battista. - Gesù scaccia i traflicatori dal tempio. - Elezione degli Apostoli.

 

            S. Giovanni Battista. Allora che l'angelo annunziò a Maria la sublime dignità di Madre di Dio, Le significò altresì che Elisabetta sua parente doveva aver un figliuolo destinato da Dio a preparare le genti a ricevere il Messia. Maria n' andò senza indugio a visitare s. Elisabetta, e stette con essa tre mesi servendola quale umile ancella. Sei mesi prima del Salvatore nacque il figlio promesso, e fu detto Giovanni, soprannominato poi il Battista, perché amministrava il batte. simo. Esso era stato scelto Precursore del Messia. Ancora fanciullo, per evitare i tumulti del secolo, si ritirò nel deserto, ove menò vita angelica. Locuste, miele selvatico erano il suo cibo: una pelle di cammello ed una cintola di cuoio al fianco formavano il suo vestito. Toccava Giovanni i trent'anni. quando ebbe ordine dal Signore di trasferirsi sulle rive del Giordano a predicare la penitenza, e ad annunziare la venuta del Messia. Tutti. accorrevano per udir le sue prediche, {153 [359]} e commossi e pentiti de' loro peccati si convertivano e ricevevano il suo battesimo.

            Battesimo di Gesù Cristo. Ali' età di trent'anni Gesù venne da Nazaret, per essere anch'egli battezzato da s. Giovanni. Sebbene questi noi conoscesse ancora di vista, tuttavia, illuminato dallo Spirito Santo, gli andò incontro sulle rive del Giordano e gli disse: Tu vuoi essere battezzato da une, mentre io dovrei essere battezzato da te? Gesù rispose: Lascia fare per ora, imperciocché conviene che si compia da noi ogni giustizia. Giovanni accondiscese, e, come l’ ebbe battezzato, d' improvviso si aprirono i cieli, e lo Spirito Santo discese in forma di colomba sopra Gesù.’Nel tempo stesso si udì una voce, che disse: Questi é il mio Figlio diletto in cui ho riposto ogni mia compiacenza. Di questa guisa Gesù Cristo fu solennemente dichiarato vero figlio di Dio, mandato per salvare’gli uomini.

            Gesù canbia l'acqua in vino. Siccome il miracolo é azione che può procedere solamente da Dio, così il nostro Salvatore per dimostrare al mondo esser egli Uomo e Dio onnipotente diede principio alla predicazione co' miracoli. li primo {154 [360]} fu da lui operato in Cana, piccola città della Galilea. Gesù ora stato quivi invitato a nozze con sua Madre in casa d gente, a quanto pare, non molto ricca, percioccliè a mezzo il pranzo mancò il vino a quei buoni ospiti. Maria, avendone compassione, disse a Gesù: Non hanno più vino. E Gesù, il quale niente nega a stia Madre, disse a' servitori che empiessero d'acqua alcuni’grossi vasi di pietra, ed essi li riempirono fino ali' orlo. Gesti soggiunse: Ora attignete. Attinsero, e trovarono che l'acqua erasi inutata in vino migliore che quello gustato prima. Questo fu il primo miracolo operato da Gesù, e con esso Egli cominciò a manifestare la sua potenza divina e a far conoscere a tutto il mondo, quanto sia efficace la protezione di Maria Santissima.

            Gesù nel deserto. Gesù, sebbene Dio onnipotente, volle nondimeno come uomo assoggettarsi alle miserie della nostra natura. Dopo il battesimo andò nel deserto, dove passò quaranta giorni e quaranta notti nella preghiera e nel {155 [361]} digiuno senza gustare cosa alcuna; dopo ebbe fame. Da questa il demonio, volendo sapere’se Gesù fosse il Messia, gli si presentò e dissegli: Se tu sei figliuolo di Dio, comanda che queste pietre diventino pane. Gesù ributtò la tentazione dicendo: Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce della bocca di Dio. Gesù permise pure che il demonio lo portasse sopra il pinnacolo del tempio, sorta di balcone che dalla parte più elevata di quel sacro edifizio riusciva sulla piazza. Il demonio, dubitando tuttavia che Gesù fosse il Messia, gli disse: Se tu sei figlio di Dio gittati giù, perciocchè sta scritto, che gli angeli ti sorreggeranno affinché non abbi ad urtar in alcuna pietra. Gesù rispose: Non tentare il Sgnore Iddio tuo. Il demonio, vedendosi per la seconda volta in questo modo confuso, trasportò il Salvatore sopra di un alto monte, donde gli fece vedere tutti i regni della terra nella loro magnificenza, e gli disse: Io ti darò tutti i regni del mondo, se tu prostrandoti mi adorerai. - Vattene, o Satana, rispose Gesù, perciocchè sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo, ed a lui solo servirai. Il demonio, mal potendo reggere alla confusione, se ne fuggì. Allora subito apparve una schiera di angeli, che ministrarono a Gesù quello di che aveva bisogno. Se alcuno volesse darci tutto il mondo per indurci ad adorare Satanasso, a commettere cioè ti n sol peccato, rigettiamo con orrore qualsiasi offerta.

            Martirio di s. Giovanni. Gesù era venuto sulla terra per distruggere il peccato, e s. Giovanni, qual Precursore, col più vivo zelo predicava contro i vizi del popolo. Erode Antipa, figlio di Erode autore della strage degl' innocenti, ne aveva più volte seguito i consigli. Ma instigato dalla malvagia Erodiade sua cognata, lo fece chiudere in prigione finché la medesima vide modo di farlo perire. Ecco qual ne fu l'occasione. Celebrando Antipa un solenne banchetto nel suo giorno natalizio, la figlia di Erodiade danzò sì destramente alla presenza dei convitati, che tutti ne fecero grandi maraviglie. Lo stesso Re mezzo briaco le disse chiedesse quanto voleva, anche la metà de' suoi stati, giurando glie l'avrebbe conceduta. Allora la perfida Erodiade suggeri alla figlia di domandare al Re la testa di Giovanni Battista. R Re, sebbene suo malgrado, acconsentì all'empia domanda, e Giovanni fu {156 [362]} decapitato. Ecco a quali funeste conseguenze conducono il balla e la disonestà. L' elogio di questo gran martire della verità e della giustizia fu fatto da Gesti Cristo medesimo quando disse: Tra i nati di donna noa comparve guai chi fosse più grande di Giovanni Battista.

            Dio non lasciò impunita cotanta malvagità. Raccontano accreditati scrittori, che Erode venuto in sospetto ai Romani iii deposto dalla stia dignità e mandato in esiglio, dove colla rea famiglia finì miseramente la vita.

            Gesù scaccia i trafficatori dal Tempio. Andato Gesù in Gerusalemme per celebrare la Pasqua, si recò al tempio e lo vide profanato da' trafiicatori. Alcuni facevano mercato di buoi, di pecore, di colombe: altri tenevano cambio di monete. A quella vista il Redentore vivamente sdegnato, fece una sferza con alcune cordicelle, scacciò i venditori dal tempio, rovesciò a terra i banchi dei cambiatori gridando: Sta scritto: la mia casa sarà detta casa di orazione, e voi ree faceste spelonca di ladroni.

            Quanto rispetto dobbiamo aver noi alle nostre chiese, che sono immensamente più rispettabili del tempio antico!

            Vocazione degli Apostoli. Gua grande moltitudine d'uomini tratti da' luminosi miracoli, che Gesù operava, si fecero discepoli, ossia seguaci di lui. Intra questi scelse egli dodici, comunemente detti i dodici Apostoli. I loro nomi sono Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo il maggiore e Giovanni l'Evangelista fgliuoli di Zebedeo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo il minore figliuolo d'Alfeo, Simone soprannominato il zelante, Giuda detto anche Taddeo figliuolo di Giacomo, e Giuda Iscariota, che tradì poscia il suo Maestro. A costoro si aggiunsero poi settantadue discepoli destinati aneli' essi alla predicazione del Vangelo. Fattane la scelta, il Salvatore deputò s. Pietro capo degli Apostoli e dei Discepoli, quindi diede principio alla maravigliosa sua predicazione. {157 [363]}

 

 

Capo quarto. Beatitudini Evangeliche. - Continuazione del discorso sul monte. - Intenzione e cure del buon cristiano. - Giudizi temerari. – Fine del discorso sul monte. - Gesù riprende i Farisei. - Parla del giudizi:. universale. - Riceve la Maddalena. - É vero amico dei fanciulli.

 

            Beatitudini Evangeliche. La predicazione del Salvator, può dividersi in ragionamenti, in parabole ed in miracoli. Noi accenneremo le cose principali. Al principio della su. predicazione il Salvatore condusse i suoi Apostoli sopra ili un monte. Una folla di popolo tenendogli dietro si adagi} intorno a Lui per ascoltarlo. Allora Egli pronunziò quell'ammirabile discorso, che è (letto comunemente: Discorso di Gesir sul monte. Abbraccia in compendio tutta la morale del Vangelo. Cominceremo dalle otto beatitudini, che sono le seguenti:

1. Beati i poveri di spirito, perché di questi è il reno de'eieli.

2. Beati i mansueti, perché possederanno la terra.

3. Beati coloro che piangono, perchò saranno consolati.

4. Beati quelli che hanno fame della giustizia, perché saranno saziati.

5. Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. 6. Beati coloro elio hanno il cuor puro, perché vedranno Dio.

7. Beati i pacifici, perché saranno detti figliuoli di Dio.

8. Beati coloro che soffrono persecuzioni per amore della giustizia, perché di essi il regno de' Cieli.

 

            Continuazione del discorso sul monte. Rivolgendo la parola a'suoi discepoli, Gesù così continuò: Voi siete il sall della terra. Ora se il sale diventa insipido, con quale dosa si salerà? non val più a nulla, se non ad esser gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del inondo; non accendono la lucerna per metterla sotto il moggio, nè per nasconderla sotto il letto od entro un tino; ma la posano sopra il candelliere, affinchè faccia lume a tutta la gente di casa. Così risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, acciocchè veggano le vostre opere buone, e glorifichino il Padre vostro che è ne'cieli. {158 [364]} Di nuovo rivolto ai popolo Gesù proseguì: Non pensate che io sia venuto ad annullare la legge di Mosè, o gli oracoli dei profeti, anzi son venuto per adempierli. Imperocchè in verità vi dico, che se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli scribi e de' farisei, voi non entrerete nel regno de' cieli. Avete udito che fu detto agli antichi: Non far omicidio. Ma io vi dico che chiunque si adirerà contro il suo fratello, sarà sottoposto al giudizio e, chi gli dirà «pazzo» sarà reo del fuoco dell'inferno. Se tu dunque stai per fare la tua offerta davanti all' altare ed ivi ti torna alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di le, deponi la tua offerta davanti tare, va in prima a riconciliarti col tuo fratello. e poi ritorna a fare la tua offerta. Quando voi state per pregare, perdonate anzitutto agli altri i loro mancamenti, a/fznchè il vostro Padre celeste perdoni similmente i vostri peccati. Ma se voi non perdonate, ne meno il Padre celeste nei cio;zern a voi i vostri mancamenti.

            Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo; e gli scribi hanno aggiunto: Odierai il nemico. Ma io ti dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite a qua' che vi maledicono, e pregate per quell% che vi perseguitano e ri calunniano; si che siate figli del vostro Padre, che è ne'cieli, il quale fa nascere il sole sopre' i buoni e sopra i cattivi, e piovere sopra i giusti e sopra gl' ingiusti. Imperocchè se amate solamente coloro che v amano. che mercede n'avrete voi? Non fanno altrettanto pubblicani? E se salutate solo i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? Non fanno altrettanto i gentili? Voi dunque siate perfetti come il Padre vostro che è ne'cieli.

            Intenzione del buon cristiano. «Badate di non fare le opere buone col fine di essere veduti dagli uomini.» Quando adunque tu fai limosina, non sonare la tromba, anzi non sappia la tua sinistra quello che fa la destra: di modo che la tua limosina rimanga secreta, e così il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

            E quando fai orazione, entra nella tua carnera e prega. in segreto al tuo Padre: ed il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

            Quando poi digiuni non sii mesto d'aspetto, affinchè non {159 [365]} s'avveggano gli uomini che tu digiuni; ed il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

            Cure del cristiano. Non accumulate tesori sopra la terra, dove la ruggine ed i vermi li consumano, e dove i ladri li dissotterrano e li rubano. Ma fatevi tesori in cielo, dove nè la ruggine nè i vermi possono consumarli, nè dissotterrarli e rubarli i ladri. Imper occhè dove è il tuo tesoro, quivi eziandio è il tuo cuore. Niuno può servire a due padroni; così voi non potete servire a Dio e alle ricchezze.

            Però non vi prendete affanno dicendo: Con che mangeremo, cola che ci vestiremo! Virate gli uccelli dell'aria! essi non seminano, non mietono, non raccolgono in granai; pure il Padre vostro celeste li nudrisce. Non siete voi da più di essi? Mirate i gigli del campo! essi non faticano, non filano; pure vi dico, che Salomone stesso in tutta la sua gloria non fu mai vestito, al pari di uno di questi. Ora se Dio riveste in tal snodo l'erba del campo, che oggiè e domani sarà gettata nel fuoco, non vestirà egli molto più voi, uomini di poca fede? Non vogliate angustiarvi coree i gentili. Il vostro Padre sa le cose di cui avete bisogno. Cercate p•imarnente il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta.

            Giudizi temerari. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarti a voi pure perdonato. Colla stessa misura,. onde avrete misurato, sarà rimisurato a voi. Perehè osservi una pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, e non vedi la trave, che è nell'occhio tuo? Ipocrita! cava prima dal tuo occhio la trave, e poi argomenterai di levare il filo di paglia dall'occhio del tuo fratello. Fate adunque agli altri quello volete che. gli altri facciano a voi. In questo sta tutta la legge e i pro feti.

            Voi avete udito che fu detto agli antichi: Non ispengiurare. Ma io vi dico, non vogliate affatto giurare, ma sia il vostrò parlare: sì, sl; no, no; quanto è di più viene dal male.

            Fine del discorso sul monte. Dopo aver date queste ed assai altre istruzioni, Gesù conchiuse il suo discorso con queste parole: Chiunque ascolta queste mie parole e temette {160 [366]} ad effetto è simile all’ uomo saggio, che fondò la sua casa sopra la pietra. Cade la pioggia e i venti si avventano a quella casa, ma essa non rovina, perchè è fondata sopra salda rupe. Al contrario chiunque ascolta queste mie parole e non le riduce in atto è simile all'uomo stolto, il quale edificò la sua casa sopra i' arena. Si rovescia la pioggia, si scatenano i venti, ed essa crolla e la sua rovina è orrenda.»

            Quand' ebbe finito di parlare, le turbe erano estatiche d'ammirazione, perchè le ammaestrava con autorità divina.

            Gesù riprende i Farisei. I profeti predissero che il Messia sarebbe stato contraddetto dal suo-popolo, e specialmente da coloro, che primi gli avrebbero dovuto credere. Furono questi gli Scribi e i Farisei[12] giurati nemici del Salvatore.

            Trovandosi Gesù nella Galilea, alcuni di questi si recarono a Lui da Gerusalemme per censurarlo delle sue azioni. Avendo osservato che i suoi discepoli metteansi a mangiare senza lavarsi in prima le mani, dissero: Perchè i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione de' nostri antenati, mangiando senza lavarsi le mani? Gesù, che conosceva la malvagità del loro cuore, rispose: Ipocriti! bene di voi profetò Isaia quando disse: Questo popolo mi onora colle labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Voi osservate le tradizioni degli uomini nel lavare le mani e i bicchieri, e intanto non osservate i Divini Comandamenti. Iddio per Mosè disse: Onora i genitori; chi maledirà il padre o la madre, sia punito colla morte. Ma voi andate insegnando che chi offre al tempio quanto è necessaria {161 [367]} ai genitori, soddisfa a questo comandamento. Così per la vostra avarizia violate i precetti del Signore. E voltosi alla moltitudine disse: Ascoltate ed intendete. Non è quello che entra per la bocca, che contamini i' uomo, si quello che ne esce: perciocché dal cuore e dalla bocca procedono i cattivi pensieri, gli omicidi, i furti, l'avarizia, le malvagità, le frodi, le false testimonianze, le impudicizie, la superbia, e le bestemmie; le quali cose rendono l'uomo immondo e all'anima dànno morte, non già il mangiare colle mani non lavate. I Farisei altra volta gli dissero: Maestro, é lecito o no pagare il tributo a Cesare? Erano essi persuasi che dicesse di no, perciò si pensavano di poterlo accusare come nemico di Cesare, cioè dell'Imperatore Romano. Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: Ipocriti, perché mi tentate? mostratemi la moneta, con cui pagate il tributo. Gliela porsero. E Gesù: Di chi presenta l'immagine questa moneta? Risposero: Di Cesare. -Dunque, conchiuse, date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che é di Dio. Allora i Farisei si tacquero. Più altre volte cercarono di sorprenderlo, ma furono sempre vergognosamente confusi.

            Gesù parla del giudizio universale. Il Salvatore un giorno parlava del giudizio universale, e gli Apostoli dimandarongli quando sarebbe questo avvenuto e da quali segni sarebbe stato preceduto. Gesù rispose: Badate bene che nessuno v' inganni, perciocchè verranno parecchi, i quali diranno Io sono il Cristo, e sedurranno molti. Udirete parlare di guerre, di sedizioni; si ribellerà nazione contro nazione, regno contro regno; vi saranno pestilenze, farri, terremoti in vari luoghi. Il Cielo darà segno di terrore grande, ma ciò non sarà se non il principio dei mali. Quando il Vangelo sarà predicato per tutto il mondo, allora verrà la fine. Vedrete l'abbominio nella città Santa; la tribolazione sarà grande, quale non fu mai dal principio del mondo, ne sarà mai più. Si leveranno falsi Cristi e falsi Profeti, i quali faranno maraviglie e prodigi da ingannare gli stessi eletti, se fosse possibile. Ma ricordatevi che ve l'ho detto, non. credete loro. Se vi diranno: Cristo è qua, Cristo è là, non uscite fuori. Dopo la tribolazione' di quei giorni si oscurerà il sole, la luna non darà più chiarore, cadranno le stelle dal firmamento, gli elementi dell' aria saranno in iscompiglio {162 [368]} e gli uomini tremeranno per lo spavento. Apparirà quindi nel Cielo il segno del Salvatore, cui tutte le tribù della terra, battendosi il petto, vedranno venir sopra le nuvole in grande maestà. Egli manderà i suoi Angeli, iquali a suono di tromba e con gagliarda voce raduneranno gli eletti dai quattro venti, da una estremità all'altra dei Cieli. Verranno numerosissime schiere di Angeli. assisi con lui sul trono della sua gloria. Mentre tutte le nazioni si raccoglieranno dinanzi a lui, dividerà i buoni dai cattivi; e il Re della gloria direi a coloro, che sono alla sua destra: Io aveva fame e voi rni avete dato da mangiare; aveva sete e mi avete dato da bere, era nudo e mi avete vestito, era pellegrino e mi avete ricevuto ad albergo in casa vostra. Diranno i Giusti: Quando mai abbiamo noi fatto tali opere? Gesù risponderci: Ciò che faceste agli infelici, faceste a me stesso. Voi pe,tanto, o benedetti dal mio celeste Padre, venite e possedete il Regno che vi' fu apparecchiato dal principio del mondo. Si volterà poi a coloro, che sono alla sinistra, farà loro aspro rimprovero, perché non usarono carità verso i poveri, appresso dirà: Lungi da me, o maledetti, andate nel fuoco eterno. Quant'è al giorno in cui avverranno queste cose, niuno lo sa eccetto il Padre celeste e coloro cui gli piacerà di rivelarlo. Perciò vegliate e pregate acciocché non siate colti all'improvviso. In verità vi dico che passeranno cielo e terra, ma le mie parole non verranno meno.

            Gesù riceve la Maddalena. Maria Maddalena apparteneva ad un'agiata famiglia di Betania. Aveva un fratello di nome Lazzaro ed una sorella chiamata Marta, ambidue di gran virtù. Ma essa lasciossi ingannare dal mondo e divenne pubblica peccatrice. Tocca dalla Divina grazia andò a chiedere perdono delle sue colpe al Salvatore. Lo trovò nella città di Naim in casa di un Fariseo nominato Simone, che lo aveva seco invitato a pranzo. Appena gli fu vicino gittossi a'suoi piedi, e incominciò a lavarglieli con le lagrime, ad asciugarli co'propri capelli e a profumarli con balsamo. Simone, ciò osservando, disse tra se medesimo: Se questi fosse profeta, saprebbe chi è questa donna. Gesù, il quale come Dio conosceva il ravvedimento di lei, voltosi all' ospite disse: Simone, ho una cosa a dirti. Ed egli: Parla, o maestro. E Gesù: Due debitori erano tenuti ad un prestatore, l'uno gli {163 [369]} doveva dare cinquecento denari, l'altro cinquanta; ed egli perdonò a ciascuno i debiti. Chi di’costoro debb'essere più riconoscente? Rispose Simone: Colui al quale fu più rilasciato. - Hai detto bene, soggiunse Gesù: a costei sono perdonati molti peccati,’perché ha molto amato. Indi a lei, volto: I tuoi peccati, disse, ti sono rimessi; la tua fede ti ha salvata, vanne in pace. Questo fatto ci ammaestra che per quantunque siano numerosi i nostri peccati, se andremo a' piè di Gesù pentiti e ci confesseremo con ferma volontà di ravvederci, otterremo misericordia.

            Gesù vero amico de' fanciulli. Sebbene il Figliol di Dio siasi fatto uomo per salvare tutti gli uomini, tuttavia ai fanciulli diede segni speciali di benevolenza. Da uno stormo di giovanetti faceasi un di tanto schiamazzo dietro a lui, che gli Apostoli assordatili volevano allontanare. Gesù loro disse: No, non discacciateli; lasciate che vengano a me, che di questi tali é il regno de' Cieli. Onde li chiamava a se, e li accarezzava dando loro la sua benedizione. Avvenne eziandio che gli Apostoli facessero a gara per sapere chi di loro sarebbe stato il maggiore nel regno dei Cieli. {164 [370]} Gesù fece venire un’fanciullo e, postolo in mezzo a loro, soggiunse: In verità vi dico, che se non diventerete umili e semplici come fanciulli, non entrerete nel regno deCieli. Chi dunque si sarà fatto piccolo come questo fanciullo, sarei il maggiore nel regno de' Cieli. Chi accoglie in mio nome un fanciullo, riceve me; e chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato, cioè il mio Padre celeste.

            Indi prosegui: Chi scandalizzerà uno di questi piccoli i quali credono in me, è meglio per lui gli sia appesa al collo una macina, e venga sommerso nel profondo del mare. Guai a chi cagiona un tale scandalo! Pur troppo vi hanno scandali nel mondo; ma guai a chi ne è la causa. Onde guardatevi bene dal disprezzare uno di questi pargoli, perchè vi dico, che gli Angeli loro tutelaci sempre vedono in Cielo la faccia del Padre mio. Operò anche molti miracoli a pro dei fanciulli.

 

 

Capo quinto. Il lebbroso. - Il servo del centurione. - La figlia di Giairo. - Il figliuolo di una vedova. - Moltiplicazione dei pani. - Varie guarigioni. - Un cieco nato vede lume. - Risurrezione di Lazzaro.

 

            Il lebbroso ed il servo del centurione. Le azioni, che abbiamo finora riferite del nostro Salvatore, ce lo fanno specialmente conoscere come uomo. I miracoli poi lo manifestano come Dio: imperciocchè derivando il miracolo da un effetto che supera ogni forza creata, esso non può venire se non da Dio, il quale solo non fu creato da alcuno, solo è onnipotente e padrone di tutte le cose, e perciò solo può sospendere le leggi della natura.

            Fra i miracoli operati dal Redentore fu la guarigione di un lebbroso. Accostatosi costui al Divin Maestro, lo adorò, e tutto’addolorato gli disse: Signore, se tu vuoi, mi puoi mondare. E Gesù, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii mondato; e incontanente fu mondo della lebbra. Ma Gesù ripigliò: Guarda che a nessuno tu dica questo; ma va, mostrati al sacerdote, ed ot erisci il dono, siccome comanda Mosè. Nell'antica alleanza, quando un lebbroso si trovava guarito, doveva presentarsi ai sacerdoti, i quali lo dichiaravano mondo ed assolto. Questa assoluzione è figura dell'assoluzione {165 [371]} sacramentale che si dà nellea nuova legge ai lebbrosi spirituali, ai peccatori.

            Di poi Gesù fe'ritorno a Cafarnao, ed ecco che venne a Lui un Centurione romano, il quale lo pregò dicendo Signore, il quale lo pregò dicendo: Signore, il mio servo giace nel letto paralitico, e soffre acuti dolori. Gesù gli rispose: Io verrò e lo guarirò. Ma il Centurione ripigliò: Signore, io non son degno, che tu entri sotto il mio tetto, ma, dì una parola sola, e il mio servo sani risanato. Gesù, udite queste parole, disse a coloro che lo seguivano: In verità vi dico, che non ho trovato tanta fede in Israele. Ed io vi dichiaro, che molti verranno dall' oriente e dall'occidente, e con Abramo, Isacco e Giacobbe sederanno al convitto del regno de' cieli; in quella che i figliuoli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori dove sarà pianto e stridore di denti. Poi disse al Centurione: Va, e ti sia fatto conforme hai creduto: e nello stesso momento il servo rimase guarito.

            Gesù risuscita la figlia di Giairo. Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao, aveva una figlia di dodici anni malata {166 [372]} a morte, e come seppe che Gesù entrava nella città, corse a gettarsegli a' piedi pregandolo volesse andare a casa sua per sanarla. Gesù seguito dalla moltitudine tosto partì, ma nella folla incontrò una donna che da dodici anni pativa flusso di sangue. Questa correva per raggiungerlo e diceva tra sù: Purchè io tocchi l'orlo della sua veste, sarò guarita. Come gli fu vicino, toccato appena il lembo del suo mantello, nell'istante si sentì perfettamente risanata. Gesù guardò attorno per vedere chi lo avesse tocco, e quella tremante se gli gettò ai piedi; cui egli disse: Figliuola, sta di buon animo, la tua fede ti ha guarita.

            Frattanto giunse la nuova, che la figlia di Giairo era morta; onde, arrivato Gesù in casa di lui, trovò uomini e donne i quali piangendo assettavano le cose per la sepoltura. Avendo egli in animo di operare un miracolo, disse: Allontanatevi, perché la giovane non è morta, ma dorme. Voleva significare che l'avrebbe risuscitata colla facilità, con cui si risveglia uno il quale dorma. Quelli per altro sapevano di certo che era morta e lo burlavano. Quando ebbe mandato via tutti, entrò col padre e colla madre della fanciulla e co' tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni nella camera, dove la morta giaceva. Presala per mano disse: Fanciulla, alzati. Ella subitamente alzossi e cominciò a camminare; indi alla p',esenza di tutti prese cibo, essendo di ogni male guarita.

            Gesù risuscita il figlio di una vedova. Un giorno Gesù entrando nella città di Naim incontrò una moltitudine di gente, la quale portava un morto alla sepoltura. Era questi un giovanetto figliuolo unico di madre vedova, che inconsolabilmente piangendo gli teneva dietro, e lo accompagnava con molte altre persone. Gesù ebbe pietà di lei e le disse: Non piangere. Intanto avvicinatosi alla bara fece fermare i portatori, i quali sostarono e deposero il feretro a terra. Allora il Salvatore con voce forte esclamò: Ti dico, o giovanetto, sorgi. E il giovanetto immantinente si levò su e cominciò a parlare. Gesù, presolo per mano, lo restituì alla madre piena di consolazione. Tutti quelli, i quali si trovarono presenti a questo miracolo, glorificarono Iddio dicendo: Un gran profeta è comparso fra noi. Veramente il Signore ha visitato il suo popolo.

            Gesù moltiplica i pani. Condottosi Gesù in un deserto fu {167 [373]} seguito da numeroso popolo, che da tutte parti a lui correva. Vedendo tanta moltitudine di gente, si pose. ad ammaestrarla nella fede e a guarire gl'infermi, e senza che alcuno se ne avvedesse giunse la notte. I discepoli gli dissero, che lasciasse andare quelle, turbe alle loro case, perché erano in luogo deserto, prive del necessario sostentamento. Gesù rispose: Non bisogna partano digiune, perché forse verranno meno per istrada; date loro a mangiare. Filippo soggiunse: Non bastano dugento danari di pane per darne un tozzo a ciascuno. Gesù dimandò: Quanti pani avete? Andrea rispose: C'è qui un fanciullo, il quale ne ha cinque, con due pesci; ma che cosa sono per tanta gente? E Gesù: Recatemeli qui, e fate che tutti si pongano a sedere sull'erba. Si assisero tutti, e il numero era intorno a cinque mila uomini senza contare le donne ed i fanciulli. Poscia Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, li benedisse, e li diede agli Apostoli, perché li distribuissero. I pani e i pesci si moltiplicarono siffattamente, che tutti ne ebbero a sazietà. Quando ebbero mangiato, Gesù comandò si raccogliessero gli avanzi, dei quali si riempierono ancora dodici ceste. A quel miracolo stupefatte le turbe dicevano: Questi è veramente quel profeta, che doveva venire al mondo. Intanto volevano crearlo Re, ma egli ritiratosi sali sopra un monte a far orazione. Lo stesso miracolo ripetè altra volta, quando nutrì abbondantemente più migliaia di persone con pochi pani.

            Altre guarigioni miracolose. In alcune malattie anche l' uomo col tempo e con rimedii adatti può restituire la sanità a chi l'ha perduta; ma sull'istante e senza il voluto rimedio può ridonarla solamente Iddio, autore della vita e della morte. Quindi Gesù, essendo vero Dio, guarì in sì fatto modo malattie anche incurabili, e risuscitò eziandio parecchi morti. Ai miracoli già narrati altri ne aggiungiamo.

            Nella città di Sidone gli fu condotto un sordo-muto, affinchè lo guarisse. Gesù lo ebbe in disparte, gli mise le dita nelle orecchie, gli toccò la lingua colla propria saliva e alzati gli occhi al Cielo disse: Apritevi; e di subito furono aperte le sue orecchie, si sciolse la lingua e cominciò a parlare distintamente.

            A Betsaida gli venne presentato un cieco; al quale avendo {168 [374]} tocchi gli occhi’ con saliva ed imposte le mani, fece interamente ricuperare la vista.

            In Cafarnao era un indemoniato, il quale schiamazzava contro a Gesù, ed Egli così lo sgridò: Taci e partiti da costui. Il demonio incontanente gittò quell' uomo a terra lasciandolo per morto; indi uscì del corpo e quegli rimase perfettamente guarito.

            Nella stessa città la suocera di Pietro era in letto travagliata da grave febbre. Gesù comandò che si alzasse dal letto e all' istante fu sana.

            Da tutte parti conducevano a Lui infermi d'ogni genere ed indemoniati, i quali tutti erano da Lui guariti. In Cafarnao alcuni cercavano di presentargli un paralitico e, non potendo per la grande folla, montarono sopra il tetto, di dove il calarono giù nel suo lettuccio davanti al' Redentore. Veduta la loro fede, Gesù disse al paralitico: Figliuolo, ti sono rimessi i tuoi peccati. I farisei, udendo questa parola, dissero tra sè: Costui dice bestemmie. Chi può perdonare i peccati, se non Iddio solo? Gesù, il quale come Dio vedeva tutti i loro pensieri, soggiunse: E egli più facile a dire: Ti sono perdonati i peccati, oppure alzati e cammina? Ora affinché sappiate che ho podestà di rimettere i peccati: Alzati su, disse in quel punto al paralitico, prendi il tuo letto, e vattene a casa tua. A quel divino comando il paralitico subito si drizzò e in presenza di tutto il popolo prese il letto, e se n'andò a casa glorificando Iddio pel gran, favore ricevuto. In tutte le guarigioni operate dal Divin Salvatore noi dobbiamo ammirare la singolare bontà, con cui prima guariva i mali dell'anima -e appresso quelli del corpo, dandoci così il grave ammaestramento di mondare la nostra coscienza prima di ricorrere a Dio nei nostri bisogni corporali.

            Gesù rende la vista ad un cieco nato. Eravi un uomo cieco dalla nascita, a cui Gesù toccò gli occhi con un pò di fango e disse: Va e lavati nella piscina di Siloè. Egli andò, e lavatosi riebbe la vista. Gli ostinati Farisei lo fecero venire alla loro presenza e gli dissero: Chi ti ha fatto guarire? Rispose: Quell'uomo, che si chiama Gesù, mi ha sanato. Dà gloria a Dio, soggiunsero, noi sappiamo che Colui, il quale ti ha guarito, è un peccatore. Rispose egli: Se sia peccatore non so, ma è certo che io era cieco ed ora {169 [375]} veggo lume. Quelli ripresero: Che cosa ti fece, come ti aprì gli occhi? Rispose: Già vi ho detto, che quell'uomo, il quale si chiama Gesù, fece del fiango, me lo stese sugli occhi dicendo, che andassi a lavarmi in Siloé, e così ottenni la vista- Perchè domandate questo un'altra volta? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? A codeste parole quelli lo maledissero e risposero: Sii pur tu suo discepolo, noi seguitiamo la dottrina di Mosè. Costui non sappiamo donde sia. E quegli: Fa maraviglia che ignoriate la sua origine ed abbiami dato la vista. Se costui non fosse da Dio, non potrebbe operar tali cose. Arrabbiati e confusi i Farisei soggiunsero: Sei pieno di peccati fin dalla nascita, e ci fai da maestro? Ciò detto lo cacciaron fuori. Ma egli incontrato Gesù ed inteso che era desso l’ aspettato Messia, prostrossi a' suoi piedi, lo adorò e divenne suo discepolo.

            Risurrezione di Lazzaro. La casa di Lazzaro, specialmente dopo la conversione della Maddalena, era l'ospizio de' predicatori del Vangelo, e il Salvatore aveva più volte in essa preso albergo. Mentre egli predicava al di là del Giordano, gli fu annunziato che Lazzaro trovavisi gravemente infermo. Gesù induuiò alquanto ad andarne a lui, e {170 [376]} giunse quando già da quattro giorni era seppellito. Maria Maddalena stavasi mesta in casa con alcuni Giudei venuti da Gerusalemme per consolarla. La sorella Marta, come prima intese' che Gesù veniva a far loro visita, gli andò subito incontro, e giunta a lui gli disse: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Fu quindi alla sorella e le disse in secreto ch'era venuto Gesù. Maria, levatasi incontanente, corse a lui e cogli occhi bagnati di lagrime disse: Signore, se tu fossi stato qui, il mio fratello non sarebbe morto. Gesù a quel pianto turbossi e avendo domandato dove fosse, fu condotto al sepolcro che era chiuso da una pietra. Qui il Salvatore rimase commosso per modo che cominciava a lagrimare. Perciò dissero i Giudei: Vedete come l'amava! Dicevano altri: Costui che aprì gli occhi del cieco nato, non poteva fare che questi non morisse? Allora Gesù di nuovo si commosse e tosto comandò si togliesse la pietra che copriva il sepolcro. A cui Marta: È morto da quattroo giorni, ed é già fetente. Ripigliò Gesù: Non ti ho forse detto che se avrai fede, vedrai la gloria di Dio? Levarono dunque la pietra, e Gesù, alzati gli occhi al Cielo e ringraziando il Padre che lo aveva sempre esaudito gridò: Lazzaro, vieni fuori. A quelle parole Lazzaró, legati i piedi e le mani col volto coperto da un velo, uscì fuori subitamènte. Gesù disse agli apostoli Scioglietelo e lasciatelo andare. Questa fu la risurrezione di Lazzaro. Lazzaro nel sepolcro è figura dell'uomo nel peccato; egli può risorgere dalla morte dell'anima, se risponde alla voce del Signore, che lo chiama a ravvedimento, e ove l'assolvano i sacerdoti sarà sciolto dalle sue colpe.

 

 

Capo sesto. Parabola della pecora smarrita. - Del figliuol prodigo. - Delle dieci Vergini. - Del ricco Epulone.

 

            La pecora smarrita. Le parabole sono esempi, ovvero similitudini, tolte da ciò che comunemente accade agli uomini. Presso gli antichi e specialmente presso gli Ebrei erano molto in uso, e il Salvatore si servi più volte di esse per ispiegare le verità della fede. In ciò si avverava quanto un profeta disse del Messia con queste parole: Aprirà la sua bocca e con parabole renderà manifesta la sua dottrina. {171 [377]}

            Gesù Cristo essendosi fatto uomo' per salvare i peccatori, assai volentieri con loro si tratteneva, -e talvolta andava nelle stesse lor case mangiando e bevendo con essi. Ma gli Scribi e i Farisei, giurati suoi nemici, mormoravano perchò con tanta amorevolezza li accogliesse. Gesù, per confonderli e far insieme conoscere quanto desideri il' ritorno dei peccatori a penitenza, espose una parabola, in cui qual buon pastore delle' anime nostre va in cerca del peccatore raffigurato nella smarrita pecorella.

            Disse adunque: Un pastore menò al pascolo cento pecore e nel ricondurle all'ovile si accorse di averne solo novantanove. Col cuore addolorato lasciò queste nel loro cammino, e andò per valli e per monti in cerca di quella che allontanata si era dalle altre. Come l' ebbe trovata, se la pose sulle spalle, e giunto a casa chiamò gli amici ed i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la smarrita pecorella. Così dico a voi, conchiuse il Salvatore, che in cielo sarà più gaudio per un peccatore, che si converta, che per novantanove giusti i quali non abbisognino di penitenza.

            Parabola del figliuol prodigo. Il Salvatore per dimostrare la somma benignità con cui la misericordia divina accoglie {172 [378]} i peccatori ravveduti, disse la seguente parabola: Un padre aveva due figliuoli a' quali provvedeva abbondantemente quanto era necessario. Il più giovane mosso dal desiderio di sottrarsi all'ubbidienza paterna si presentò un giorno al genitore e gli disse: Padre, dammi la parte dei beni che mi' spetta. Il padre con grande rincrescimento gliela diede. Allora i' incauto giovane, r aunato ciò che eragli toccato, si trasferì in- lontano paese, e datosi in preda a' vizi scialacquò in breve ogni suo avere. Appresso in quel paese sopraggiunta grave carestia, fu costretto di allogarsi pressa un padrone, che lo mandò a pascere i porci nella sua villa. Qui l'infelice, travagliato dalla fame, desiderava di cibarsi delle ghiande, che quegli immondi animali mangia, vano, e non poteva averne onde sfamarsi. Entrato allora in se stesso, andava dicendo: Quanti servi trovansi in casa di mia padre, i quali hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio difame! Ah! voglio lasciar questo miserabile stato, andrò a lui, gli dimanderò perdono. Ciò detto, s'incamminò verso la casa paterna. Il genitore, afflitto per la lontananza del suo figlio, stava ogni giorno aspettandolo, e come da lungi lo scorse venire, tutto commosso gli corse incontro, gli si gittò al collo E lo baciò. Il ravveduto figliuolo prostrassi a'piedi suoi dicendo: Padre, peccai contro del Cielo e contro di te; non sono più: degno di essere tenuto per tuo figlio. Il padre non gli rispose„ lo rialzò, e pieno di allegrezza disse a' suoi servitori: Presto portate qui la miglior veste, mettetegli l'anello in dito E le scarpe ne' piedi, uccidete il vitello più grasso, invitate gli amici e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed ora è ritornato a vita, era perduto e si è ritrovato.

            Il figliuolo maggiore, il quale era sempre stato fedele ae padre, nel ritornare dalla campagna avendo udito la musica e l'allegria grande che si faceva in casa, e inteso ché ciò era perché suo fratello scialacquatore era ritornato, si lamentò col padre, quasi usato avesse più benevolenza con quel discolo, che con esso lui, che l'aveva sempre obbedito. Il genitore gli rispose: Figliuol mio, tu sei sempre meco, tutte le cose mie sono tue. Non era conveniente far festa, oggi che tuo fratello é tornato? Egli era morto ed è risuscitato, era perduto e si è ritrovato.

            Il ricevimento fatto da questo padre al suo figliuolo esprime {173 [379]} le amorevoli accoglienze, che Dio fa al peccatore quando pentito a lui ritorna.

            Parabola delle dieci vergini. Il Salvatore, per animarci ad essere solleciti delle cose attenenti alla nostra salute eterna, propose la parabola delle dieci Vergini, dicendo: Il regno de' Cieli è simile a dieci Vergini, le quali, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo ed alla sposa. Cinque di loro erano stolte, e cinque prudenti. Le prime pigliarono bensì le lampade, ma non i' olio. Le altre pigliarono l' olio colle lampade. Indugiando lo sposo a venire, si misero a riposare e presero sonno. A mezza notte si fece udire una voce, la quale disse: Eccolo sposo viene, andategli incontro. Allora si alzarono tutte, ed aggiustarono le loro lampade, ma le stolte dissero alle prudenti: Dateci del vostro olio, chè le nostre lampade si spegnano. Quelle risposero: Affinché per avventura non manchi olio a noi ed a voi, andate piuttosto a comperarne. Mentre andavano per olio, giunse lo sposo e le prudenti accompagnandolo entrarono con lui alle nozze, e fu chiusala porta. Alcun tempo dopo giunsero le altre dicendo: Signore, aprite anche a noi. Ma egli rispose: In verità vi dico che non vi conosco.

            Il regno de' Cieli significa lo stato presente della Chiesa, e nelle vergini prudenti sono adombrati coloro, che vivendo nel mondo pensano ad adornarsi di virtù per l'altra vita, e perciò saranno ricevuti alle nozze dello sposo celeste, che è G. C. Le vergini stolte denotano quelli i quali attaccano smodatamente il loro cuore alle cose del mondo, e quando avranno a comparire dinanzi a Cristo giudice si troveranno privi di opere buone, e saranno per conseguenza esclusi dal Paradiso.

            Parabola del ricco Epulone. Colla parabola del ricco Epulone il Salvatore ci volle ammaestrare del buon uso, che fare dobbiamo delle ricchezze. Disse egli pertanto: Fu un uomo, il quale andava fastosamente vestito, ed ogni giorno si dilettava in apparecchiar lauti banchetti. Era eziandio un mendico per nome Lazzaro, il quale tutto coperto di piaghe giaceva alla porta del ricco, e sentivasi così travagliato dalla fame, che desiderava saziarsi delle briciole che cadevano dalla mensa di quel ricco, e non le poteva avere. I cani soltanto, più compassionevoli del padrone, {174 [380]} andavano a leccare le sue piaghe. Non molto dopo Lazaro mori e dagli angioli fu portato nel seno di Abramo vale a dire nel luogo dove riposavano i giusti morti prima della venuta del Redentore.

            Mori anche il ricco, ma l'anima sua fu seppellita giù nell'inferno. In mezzo agli acerbissimi torrenti ch'ivi si sofono, permise Iddio all'Epulone di levare lo sguardo e vedere Lazzaro nel seno di Abramo’Padre Abramo, si.mise allora ad esclamare, una grazia ti chiedo, per pietà mandami Lazzaro, che col dito intinto nell'acqua venga a me e ne lasci cadere una goccia sulla mia lingua, perchè questa fiamma mi cruccia orribilmente. Abramo rispose, che avendo egli malamente goduto de' beni, nella vita sua, si meritava quelle pene e che Lazzaro, avendo soltanto sofferto patimenti, era ben giusto fosse al possesso di quella gloria: che vi stava un immenso abisso fra di loro, nè potevansi mai più avvicinare. Allora il ricco: Deh! almeno concedimi questo favore: mandalo a casa di mio padre, a dare testimonianza ai miei fratelli dell' infelice mia sorte, acciocchè eglino non vengano quaggiù a patire questi atroci tormenti. {175 [381]} Rispose Abramo: Hanno Mosè ed i profeti li ascoltino. Ed egli: Se alcuno de' morti andasse a loro, farebbero penitenza. Conehiuse Abramo: Se non credono a Mosèè e ai Profeti, nari' presteranno fede neppure a chi risuscitasse da morte a vita.

            Oh! quanto mai è infelice lo stato de'dannati nell'inferno, dove in mezzo a tanti orribili patimenti non si può manco avere il conforto, che dar potrebbe una piccola goccia d'acqua.

 

 

Capo settimo. Trasfigurazione di Gesù Cristo. - Predica la sua passione. - Concilio de' Farisei. - Gesù entra trionfante in Gerusalemme. - Celebra la Pasqua cogli Apostoli. - Instituisce l'Eucarestia. - Lava i piedi agli Apostoli - Predice la negazione di Pietro e la venuta dello Spirito Santo.

 

            La trasfigurazione di Gesù Cristo. Il Redentore condusse un giorno Pietro, Giacomo e Giovanni sopra il Taborre, alto monte della Palestina. Là alla loro presenza si trasfigurò in modo, che il suo volto risplendeva come il sole, e le sue vesti {176 [382]} divennero candide come la neve. In quel momento apparvero Mosè ed Elia, ohe -si posero a ragionare con lui A quel celeste spettacolo Pietro disse a Gesù: Signore, egli è cosa buona che noi stiamo qui: se tu vuoi, facciamo qui tre tabernacoli, uno a te, un altro a Mosè, ed un altro ad Elia. Ma mentre egli così parlava, una nuvola luminosa involse quelli, e dalla nuvola uscì una voce, che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, in cui ho riposto le mie compiacenze, Lui ascoltate. Sbigottiti i discepoli caddero bocconi a terra; ma Gesù accostatosi li toccò e disse: Levatevi e non temete. Ed essi, alzati gli occhi, non videro alcuno se non Gesù tutto solo. Questi nel discendere dal monte diede loro quest'ordine: Non dite ad alcuno questa visione, prima che io sia risorto da morte.

            Gesù con questo fatto si manifesta Figliuolo di Dio, Dio eterno egli stesso, e predice nel tempo medesimo che sarebb:, di virtù propria risuscitato.

            Gesù predice la sua passione e la risurrezione. In più luoghi dell'Antico Testamento fu predetta la dolorosa passione di Gesù C. in modo così chiaro, che pare alcuni profeti abbiano esposto un fatto già avvenuto, non una profezia. Egli stesso poi quasi al principio della sua predicazione significò a' discepoli, che sarebbe andato in Gerusalemme, che ivi avrebbe sofferto molte cose dagli Anziani e dagli Scribi del popolo Giudaico, che lo avrebbero finalmente ucciso, ma il terzo di sarebbe risuscitato. Altre volte raccomandava agli Apostoli di non raccontare alcuni suoi miracoli se non dopo la sua risurrezione. Un giorno diceva a molti che lo ascoltavano: Siccome Giona stette tre giorni nel ventre di un pesce, così io rimarrò tre giorni nel seno della terra. E altrove: Distruggete questo tempio, ed io lo riedificherò in tre giorni. Il tempio di cui parlava era il suo corpo, il quale doveva risorgere tre giorni dopo la morte.

            Concilio de' Farisei. Più volte i Farisei avevano tentato di mettere in prigione il Salvatore, ma non mai riuscirono perchè l'ora sua non era ancora giunta. Un giorno avendo convocato un concilio per trattare del modo con cui metterlo a morte, uno di essi nominato Caifasso, il quale era pontefice di quell'anno, disse: È meglio che uno muoia pel popolo, afnchà non perisca tutta la nazione. Questo non {177 [383]} diceva egli di suo capo, ma, essendo pontefice di quell'anno profetò, che Gesù doveva morire per salvare tutto il mondo. Diedero pertanto ordine, che se qualcuno sapesse dov'egli fosse, lo denunziasse per catturarlo. Giuda Iscariotaperfido traditore del suo maestro, si presentò loro dicendo: Quanto mi volete dare, perché ve lo dia nelle mani? Molto si rallegrarono i Principi de' Sacerdoti a queste parole, e gli offri. rono trenta danari d'argento. Giuda accettò il patto; e perché e' potessero distinguere Gesù da' suoi discepoli, soggiunse: Colui che io bacierò, é desso; tenetelo. Intanto aspettava l'occasione per mettere ad effetto il suo tradimento.

            Gesù entra trionfante in Gerusalemme. Quest'ingresso fu accompagnato da circostanze predette dai profeti le quali tornarono a molta gloria del Salvatore. Vicino al castello di Betfage Egli disse a' suoi discepoli: Andate nel castello che é dirimpetto a noi; là troverete un' asina legata e con essa il suo puledro; scioglietela e conducetela qui. Avviaronsi, trovarono la giumenta ed il puledro, sul quale posero le loro vestimenta e vi si assise Gesù, acciocché entrando {178 [384]} in Gerusalemme si:Compiessero le parole dei Profeti: Dite agli abitanti di Gerusalemme: Ecco il vostro Re viene a voi mansueto, seduto sopra il puledro di una giumenta. Saputosi che Gesù veniva, numeroso popolo uscì ad incontrarlo. Alcuni portavano rami di palme, altri spargevano per via frondi di alberi, ed altri stendevano le loro vesti dove Egli doveva passare; indi, tutti commossi alla vista di lui, giubilando gridavano: Benedizione al figliuolo di Davidde: Benedetto Colui, il quale viene nel nome del Signore. Colle quali parole Cristo pubblicamente era riconosciuto per vero Messia e Salvatore degli uomini.

            Gesù volse uno sguardo al popolo e a quella città e pensando alle sventure, che le soprastavano, piangendo esclamò: Oh Gerusalemme, Gerusalemme, se tu conoscessi quanto le cose di questo giorno importino a te per la tua salvezza! Ma ora i tuoi occhi non le vedono! Verrà giorno che tu sarai circondata d'assed o dai tuoi nemici, i quali ti ridurranno a gravi strettezze, atterreranno te, ammazzeranno i tuoi flgliuoli, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché non hai conosciuto il tempo della tua visita.

            Entrato poi in Gerusalemme, tutti i cittadini ne furono inteneriti e con voci di festa lo accompagnarono al tempio. Ivi giunto trovò che si vendeva e si comperava pubblicamente, ed Egli, come già altra volta, ne cacciò i traffcatori, e disse: la mia casa è detta casa dì orazione, ma voi l'avete fatta spelonca di ladroni. A quelle maraviglie i ragazzi stessi, pieni di rispetto, andavano gridando: Osanna al Figliuolo di Davidde. Il che udendo di mal animo i Principi ed i Sacerdoti, dicevano a Gesù: Odi tu quello che dicono costoro? Ed Egli: Si, odo, ma non leggeste mai che dalla bocca de' fanciulli si é venduta perfetta lode? Vi dico, che se taceranno costoro, grideranno le pietre. Il Signore gradisce molto le lodi cantategli dalla gioventù.

            L'ultima Pasqua. Malgrado' le insidie degli Scribi e dei Farisei, Gesù non cessava di predicare ogni giorno nel tempio ma di notte si ritirava nella casa di Lazzaro in Betania, ovvero sul monte Oliveto. Avvicinandosi il tempo in cui doveva cominciare la sua passione, volle per l'ultima volta mangiare l'Agnello pasquale co' suoi discepoli. Il giorno avanti la sua passione mandò i due Apostoli Pietro e Giovanni in Gerusalemme, {179 [385]} perché apparecchiassero quanto facea mestieri. La sera postosi a mensa co' suoi. discepoli, dopo aver alquanto mangiato, d'improvviso si turbò e loro disse: Uno di voi qui assiso sta per tradirmi. A queste parole, pieni di orrore e di tristezza, andavano l'uno dopo l'altro dicendo: Sono io forse, o Maestro, son io? Gesù rispose: Quegli che pone meco la;nano nel piatto sta per tradirmi. Anche Giuda con isfacciato ardire si fece a dimandargli: Sono io? E Gesù: Sei tu appunto. Ma guai a colui dal quale sarò tradito! Meglio per lui se non fosse nato. Questo per altro non valse a Giuda a fargli cangiare proposito, che anzi vie più si ostinò in voler effettuare il suo tradimento.

            Listituzione dell'Eucaristia. In quest'ultima cena il Salvatore diede agli uomini il più evidente segno del suo amore coll'instituire il Sacramento dell' Eucaristia. Sul fine della cena disse a' suoi Apostoli: Ho grandemente desiderato di celebrare con voi questa Pasqua, prima che io vada a patire. Intanto prese del pane, e rendute grazie al suo Padre celeste, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Prendete e Mangiate, questo é il mio corpo. Similmente prese un calice, {180 [386]} lo benedisse, indi lo porse loro con queste parole: Bevete tutti, perciocchè questo è il mio sangue della nuova ed eterna alleanza, sangue che sarà sparso per voi e per molti in remissione dei peccati. Ogni volta che voi farete questo, fatelo in mia memoria. E questa l'instituzione del SS. Sacramento,dell'Eucaristia, in cui il Salvatore sotto le specie del pane e del vino, mediante la facoltà di consacrare concessa ai Sacerdoti dà il suo Corpo ed il suo Sangue per cibo spirituale delle anime nostre. Ricordiamoci bene, che questo Sacramento non è una memoria di, quanto ha fatto Gesù, ma che dà alt' uomo quello stesso. Corpo e quello stesso Sangue, che Gesù sacrificò sulla croce. Il Corpo, che sarà sacrificato per voi, dice la Bibbia.

            Lavanda dei piedi. Terminata la sacra Cena, Gesù si alzò da mensa, si cinse uno sciugatoio alle reni e, messa acqua in un catino, cominciò a lavare i piedi a' suoi discepoli. Giunto a Pietro sentissi dire: Tu lavi i piedi a me? e Gesù: Si, Pietro. Soggiunse questi: Io non permetterò giammai che tu mi lavi i piedi. Gesù replicò: Se non ti laverò i piedi, non avrai parte meco. Allora Pietro: Lavami non solo i {181 [387]} piedi, ma ancora le mani e la testa. Compiuta la lavanda de' piedi a tutti gli apostoli, loro disse: Sapete quello che ho fatto? Se io vostro padrone e maestro vi ho lavati i piedi, mi dovete seguirne l'esempio lavandovi l'un l'altro i piedi.

            Con questo fatto volle il Redentore ammaestrarci nell'umiltà, e di non aver rossore di prestare qualunque servigio, quando sia opera di carità verso del nostro prossimo.

            La negazione di Pietro e la venuta dello Spirito Santo. Finita così l'ultima cena, si volse Gesù a'suoi discepoli dicendo: Poco ancora io rimarrà con voi. Una cosa vi raccomando costantemente, e questa sia, che vi amiate l'un l'altro. Da ciò tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente. A quelle parole: poco io rimarrò con voi, Pietro soggiunse: Signore, dove vuoi andare? Io ti seguirò in ogni luogo, quando anche dovessi mettere la mia vita. Gesù rispose: Simon Pietro, il demonio va in cerca di te. In verità ti dico: Questa medesima notte, prima che il gallo abbia due volte cantato, tu mi negherai tre volte. Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno, e tu dopo la tua conversione conferma i tuoi fratelli nella fede.

            Promise quindi che dopo la sua morte e risurrezione avrebbe loro mandato lo Spirito Santo con queste parole: Se amate me, osserverete i miei comandamenti, ed io pregherò il Padre celeste, il quale vi manderà lo Spirito di verità. Egli v'insegnerà tutte le cose, vi rammenterà quanto vi ho detto. Se io non andassi al mio Padre celeste, lo Spirito Paraclito non verrebbe sopra di voi. Quando egli sia venuto, vi insegnerà ogni verità. Io vi lascio, vi do la mia pace, ma non come la dà il mondo. Poscia, rendute grazie al celeste Padre, usci co' suoi Apostoli dal cenacolo e s'incamminò verso il monte degli Olivi, poco distante da Gerusalemme. {182 [388]}

 

 

Capo ottavo. Gesù nell'orto di Getsemani. - È tradito da Giuda. - È percosso cradelmente in casa di Caifasso. - Pietro rinnega Gesù. - Disperazione di Giada. - Gesù condotto a Ponzio Pilito. - Flagellato, coronato di spine e condannato a morte: - Via del Calvario. - Gesù in croce. - Conversione del buon ladrone. -Ultime parole di Gesù. - Spira in croce.

 

            Gesù nell'orto di Getsemani. Giunto Gesù a piè del monte degli Olivi entrò in un orto della vicina valle, detta Getsemani. Disse poi agli altri Apostoli che si fermassero, ed Egli con Pietro, Giacomo e Giovanni andò alquanto più in là per fare orazione. Questo fu appunto il luogo, dove il Salvatore sentì tutto il peso delle miserie umane, che volontariamente si era addossata. Pregò, e tutto attristato disse a' tre discepoli: L'anima mia patisce una tristezza mortale. State qui e vegliate con me. Avanzatosi tutto solo quanto un trar di pietra, pregò di nuovo: Padre mio, se è possibile, passi da me l' amaro calice della passione; per altro non si faccia la mia, ma la tua volontà.

            Continuando a pregare più intensamente cadde in agonia, e tale fu la veemenza del dolore, che diede in un copioso sudor di sangue, il quale, bagnate le vestimenta, a gocce a gocce grondò fino a terra. In quel momento gli apparve un Angelo, che lo consolò. Dopo quella lunga preghiera fe'ritorno ai tre discepoli e trovandoli addormentati, disse loro: Così dunque non avete potuto vegliare meco neppure un' ora? Vegliate e pregate, affinché non cadiate nella tentazione.

            Tradimento di Giuda. Gesù andò tre volte a pregare, conchiudendo sempre che non si facesse la sua, ma la volontà del suo celeste Padre. Finalmente ritornato a' discepoli, e vedutili aggravati dal sonno loro disse: Dormite pure e riposate. E giunta l'ora, in cui io sarà` dato nelle mani dei peccatori. Chi ha da tradirmi è vicino. Parlava ancora, quando Giuda a capo di una masnada di gente munita di lance, di bastoni, di lanterne e di fiaccole, gli si avvicinò dicendo: Ti saluto, Maestro; e lo baciò. Gesù placidamente rispose: Amico, a che sei venuto? Con un bacio mi tradisci? Poi, voltosi alla turba, disse con maestà: Chi cercate? Risposero: {183 [389]} Gesù Nazzareno. Ed Egli: Sono io. A queste parole, come colpiti da un fulmine, caddero tutti a terra. Soggiunse quindi: Se cercate me, lasciate costoro in libertà.

            Pietro in veder mettere le mani addosso al suo Maestro, trasportato da eccesso di zelo, sguainò la spada, e d' un colpo tagliò l'orecchia ad uno degli assalitori di nome Malco. Gesù il riprese; indi toccò l'orecchio a Malco e lo rendè perfettamente guarito. Poscia disse alla turba: Voi siete venuti ad arrestarmi muniti di spade e di bastoni, come n' andaste ad un ladro; io era ogni giorno con voi nel tempio, e non mi avete arrestato. Ma questa è l'ora vostra. Ciò detto diedesi nelle loro mani. Tosto lo legarono e con maltrattamenti lo condussero ad Anna, indi a Caifasso, il quale in quell'anno era pontefice degli Ebrei. I discepoli, presi da spavento fuggirono. Pietro solo da lungi seguiva il suo Maestro.

            Impariamo dagli Apostoli i gravi danni, che suole cagionare la negligenza e il difetto di preghiera.

            Gesù in casa di Caifasso. Avendo Caifasso interrogato Gesù intorno alla sua dottrina e intorno ai discepoli suoi, ne ebbe in risposta che egli nulla aveva detto segretamente, e che poteva conoscere la sua dottrina da quelli, i quali lo avevano udito. Un ministro, giudicando aver Gesù mancato di rispetto, il percosse con uno schiaffo dicendogli: Cosi rispondi al Pontefice? Gesù con ammirabile pazienza replicò solamente: Se ho parlato male, dimmelo; se ho parlato bene, perchè mi batti?

            Tutti que', che si radunarono in casa di Caifasso, cercavano acceso per farlo condannare a morte. Ma il pontefice scorgendo frivole tutte le loro imputazioni, disse a Gesù: In nome di Dio ti scongiuro a dirmi, se tu sei Cristo, il figlio di Dio. Gesù rispose: Tu l'hai detto, io lo sono. Anzi mi vedrete assiso a destra di Dio venire sulle nubi. A quelle parole Caifasso, squarciandosi le vesti, gridò: Egli ha bestemmiato, che ve ne pare? Tutti risposero: E reo di morte. Da questa iniqua sentenza avendo i soldati preso coraggio, durante la notte esposero Gesù a mille insulti e strapazzi, e giunsero fino a bendargli gli occhi, a percuoterlo in faccia dicendo: Indovina chi ti ha battuto!

            Pietro rinnega Gesù. Disperazione di Giuda. Fu in casa di Caifasso che Pietro, per timore di essere anch' egli dannato {184 [390]} alla pena del suo Maestro, lo negò tre volte asserendo di non conoscerlo nemmeno. Ma udito il gallo per due volte cantare, rammentossi di quanto gli aveva detto il Redentore, che gli volse uno sguardo amoroso; pel che egli si pentì di cuore, e subito uscito da quel luogo pericoloso pianse amaramente il suo peccato.

            Di Giuda non fu così. Il mattino vegnente avendo egli inteso che il divin Maestro era stato dichiarato reo di morte si recò da'principi della Sinagoga, e presentando il danaro da loro ricevuto disse: Ho peccato in tradire il sangue di un giusto. A cui essi risposero: Che c'importa? Pensaci tu. Allora egli invece di pentirsi gíttò i danari nel tempio, e fuggendo disperatamente andò ad appiccarsi ad un albero con un capestro, e spaccatosegli il ventre le sue viscere si sparsero in sul terreno.

            Gesù condotto a Ponzio Pilato. Benché Caifasso avesse profferito sentenza di morte contro Gesù, tuttavia il sovrano potere non essendo più presso gli Ebrei, non poteva eseguirsi se non era confermata da Ponzio Pilato, mandato dai Romani a reggere la Giudea. Condotto pertanto Gesù dinanzi a lui, fu dagli Ebrei accusato perché sollevava il popolo, impediva di pagare i tributi all'imperatore, e pretendeva di essere Re degli Ebrei. Pilato lo prese in disparte e dissegli: Sei tu il re de' Giudei? Gesù rispose che sì, aggiungendo subito: Il mio regno non è di questo inondo, cioè io non ricevo l' autorità dagli uomini, nè il mio regno è costituito come i regni della terra. Pilato soggiunse: Dunque Tu sei Re? E Gesù: Appunto come hai detto. Io sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. Pilato gli dimandò: Che cosa è la verità? senza attendere risposta significò agli accusatori, che egli non trovava in lui verun motivo di condannarlo a morte, quindi lo mandò al Re Erode Antipa.

            Costui desiderava ardentemente di vederlo, sperando che alla sua presenza operasse qualche miracolo; ma alle varie interrogazioni Gesù non rispose mai. Perciò Erode lo disprezzò, e qual pazzo, fattolo vestire di bianco, lo rimandò a Pilato. Frattanto le turbe instavano perché Gesù fosse condannato a morte, ma Pilato, conoscendolo innocente, ed essendo costume di dare a Pasqua la libertà ad un reo di morte, {185 [391]} propose la scelta tra Cristo ed un assassino appellato Barabba, e chiese quale de' due salvar si volesse. Pensava Pilato che avrebbero anteposto Gesù, ma il popolo, stimolato dai Sacerdoti e dai Farisei, schiamazzando chiese Barabba. Allora Pilato disse: Che farò adunque di Gesù Nazareno? da ogni banda si gridò: Sia crocifisso, sia crocifisso. E.che male ha egli fiuto? soggiunse Pilato. Il popolo frenetico replicò: Sia crocifisso.

            Flagellazione, corona di spine, condanna di morte. Consegnato Gesù nelle mani dei soldati, questi lo spogliarono delle vesti e tanto lo flagellarono, che il suo corpo, come predisse Isaia, dal capo a' piedi era una sola piaga. Per ischernirlo poi come Re, lo vestirono di uno straccio di porpora e, fatta una corona di pungentissime spine, gliela conficcarono sul capo, dandogli per scettro una canna. Di poi inginocchiandosi davanti, dicevano: Ti saluto, o Re de' Giudei. Appresso fu ricondotto a Pilato, il quale ne rimase commosso e, salito sopra una loggia, mostrollo al popolo dicendo: Ecco l' uomo. Ma i Giudei, lungi dall'averne pietà, gridarono più furenti: Crocifiggilo, crocifiggilo. Alle quali istanze Pilato soggiunse: Volete che io crocifigga il vostro Re? Risposero: Noi non abbiamo altro Re che Cesare. Egli replicò: Prendetelo adunque voi, io non trovo in lui colpa alcuna. Coloro vie più schiamazzando ripigliarono: Noi non abbiamo potere di far morire alcuno, ma secondo la nostra legge egli deve morire. Se tu lo liberi, sei nemico di Cesare, perché costui facendosi re si ribella a Cesare.

            Pilato vedendo non poterlo in alcun modo liberare, anzi crescere il tumulto, fecesi portare dell' acqua, e in presenza di tutto il popolo si lavò le mani facendo la seguente protesta: Io sono innocente del sangue di questo giusto, pensateci voi. Tutto il popolo, cieco per furore, a guisa di frenetico gridò: Il sangue di costui cada sopra di noie sopra i figliuoli nostri. Dopo di che Gesù venne da Pilato lasciato in balia dei carnefici, i quali come gli ebbero fatto patire -ogni sorta di strazi lo rivestirono de' suoi abiti e gli posero sulle spalle una croce.

            La via del Calvario. Usciti della città, s'incamminarono alla volta del Calvario per crocifiggerlo. In questo doloroso viaggio Gesù, sfinito di forze per tanto sangue già sparso, {186 [392]} cadde più volto sotto la croce. I carnefici temendo non forse morisse per istrada, costrinsero un uomo di Cirene, nominato Simone, ad aiutarlo nel portare la croce. Presso al Calvario incontrò Gesù alcune: pie donne, che nel vederlo ingiustamente dannato a morte inconsolabili piangevano. A cui Gesù disse: Non piangete sopra di me, ma piangete per voi e pei vostri figliuoli, perché verranno giorni che si dirti: beate quelle che non hanno prole. Oh monti! Oh. colli! cadete sopra di noi e copriteci.. Colle quali parole Gesù accennava le terribili sventure che soprastavano agli Ebrei nella rovina di Gernsalemiuoo.

            Gesù in croce. Conversione del buon ladrone. Giunto Gesùsul monte Calvario venne spogliato nudo, disteso sopra la croce, confitto ad essa con chiodi alle mani ed ai piedi, quindi elevato fra due ladroni con esso lui crocifissi. Mentre così addolorato pendeva da quel patibolo, fu nelle più vituperose maniere insultato, deriso, bestemmiato. Qual Dio onnipotente avrebbe potuto con una sola parola sterminar tutti que'beffardi dalla faccia della terra, ma volendo dalla croce insegnar il perdono de' nemici, non fece altro che rivolgersi {187 [393]} al suo Eterno Padre e pregare pei suoi crocifissori con queste parole: Padre, perdona a costoro, perché non sanno quello si facciano. Uno dei due ladroni bestemmiava contro Gesù, ma l'altro lo riprendeva dicendo: Anche tu non temi Iddio? Noi riceviamo giustamente la pena dei nostri misfatti, ma questi è innocente. E pentito de' suoi peccati diceva a Gesù: Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno. La sua fede il fece santo. Infatti gli fu dal Redentóre risposto: Oggi tu sarai meco in Paradiso.

            Intanto i soldati si divisero le vesti di Gesù, ma non divisero la tunica perché era senza cucitura, e la tirarono a sorte. Così fu avverata la profezia di Davidde, allora che parlando del Salvatore disse: Si divisero le mie vesti, e tirarono a sorte la mia tunica.

            Ultime parole di Gesù. Spira in croce. Erano vicin della croce Maria madre di Gesù, Maria Maddalena, Maria figliuola di Cleofe e l'Apostolo Giovanni. Gesù rimirò sua madre e additandole col guardo Giovanni disse: Donna, ecco il figliuolo tuo. Indi rivolto all'apostolo prediletto soggiunse: Ecco la tua madre. Da quel punto Giovanni tenne sempre Maria in luogo di Madre. Dal mezzodì fino alle tre ore si oscurò il sole, e le tenebre coprirono tutta la terra. All'ora nona avendo Gesù detto: Ho sete, uno degli astanti, messa una spugna inzuppata d'aceto sopra un bastone, glie l'appressò alle labbra. Finalmente Gesù gridò ad alta voce: Tutto è consumato. Indi proferendo queste parole: Signore, nelle tue mani raccomando il mio spirito, piegò il capo e spirò.

            Siamo grati, o giovani, al nostro Divin Salvatore. Egli patì e sparse tutto il suo sangue per noi. Amiamolo con tutto il cuore, e questo amore ci muova all'osservanza de'suoi santi precetti a costo di qualunque sacrifizio.

 

 

Capo nono. Carità di Gesù. - Miracoli seguiti alla sua morte. - È deposto nel sepolcro - Risorge il terzo giorno. - Comparisce alla Maddalena. - I discepoli di Emaus.

 

            Carità di Gesù. Fra le molte virtù, che il Redentore fece luminosamente risplendere nella sua passione, fu segnalata la costanza con la quale soffri tanti dolori senza pronunciar {188 [394]} parola di lamento, e più ancora l'amore che dimostrò inverso a' peccatori. Giuda lo tradisce, e ciò non ostante ci lo accoglie come amico. Malco lo fa prigione, e gli risana l'orecchio., lo nega, e con uno sguardo amoroso lo fa ravvedere. E battuto orribilmente, è fatto una sola piaga, egli tace. I carnefici lo inchiodano sopra la croce, lo insultano, lo bestemmiano, ed ei prega il suo celeste Padre che loro perdoni. Spasimando in croce, un assassino gli dimanda perdono, e subite ei gli promette il paradiso. Carità fu questa che non può essere se non di un Dio, e che animar deve tutti i cristiani a patire per Lui e a perdonare generosamente agli offensori.

            Miracoli seguiti alla morte del Salvatore. Tutta la natura parve commossa alla morte del Salvatore. Oltre le tenebre che coprirono tutta la terra, il velo del tempio, ovvero la cortina che separava il grande altare dal resto del tempio, squarciossi; tremò la terra, si spaccarono i macigni, aprironsi i sepolcri, parecchi morti, che da gran tempo giacevano nella tomba, risorsero a nuova vita e si manifestarono a molti. Gli stessi soldati scossi dallo spavento e compresi di dolore, andavano esclamando: Questi era veramente giusto, era figliuolo di Dio. Alla vista di tali e tanti prodigi quei, che eransí trovati presenti a quello spettacolo, ritornavano battendosi il petto per rincrescimento.

            Gesù nel sepolcro. La legge degli Ebrei non permetteva che nel sabato si lasciassero in croce corpi morti; perciò andarono a Pilato affinché facesse spezzare le gambe ai crocifissi, e così più presto morissero, quindi tolti di là fossero sepolti. Ciò fecero riguardo a' ladri che ancor vivevano, ma Gesù, come quegli che era già morto, fu invece d'una lancia trafitto nel costato, da cui usci sangue ed acqua. Allora Giuseppe di Arimatea, discepolo segreto di Gesù, si presentò coraggiosamente a Pilato per chiederne il corpo e seppellirlo. Pilato stupì che Gesù fosse già morto e acconsenti alla domanda. Giuseppe aiutato da Nicodemo, altro discepolo segreto, calò dalla croce il corpo di Gesù, lo unse, lo imbalsamò, e avvoltolo in un lenzuolo[13], il pose in un Sepolcro {189 [395]} nuovo scavato nel sasso, ove niuno ancora era stato riposto; e chiusa con grossa pietra la bocca del monumento ae ne parti. Alcune donne, fra cui la Maddalena, osservarono ben bene dove lo avevano riposto e se n'andarono anch'esse.

            I Sacerdoti e i Farisei, rict datisi che Gesù vivendo aveva detto che tre giorni dopo mote risusciterebbe, si recarono da Pilato, affinché ne facesse diligentemente guardare il sepolcro. Pilato loro rispose: Avete de'soldati, fatelo custodire a vostro talento. Pertanto andarono, e suggellando la pietra vi posero delle guardie, sicché niuno potesse togliere il corpo di Gesù e poi dire che egli era risuscitato. Ma Gesù era Dio onnipotente, padrone della vita e della morte, e perciò poteva risorgere quando volesse e rendere vani tutti gli artifizi degli uomini.

            Risurrezione di G. C. I profeti predissero che il Messia, dopo essere stato messo a morte da que' di sua nazione, sarebbe gloriosamente risuscitato. Ecco in Gesù Cristo compiuto eziandio questo straordinario avvenimento. Stette egli tre dì nel sepolcro, acciocché tutti conoscessero che era veramente morto. La mattina del terzo giorno, domenica di Pasqua, udissi un grande terremuoto. Il divin Salvatore per virtù propria risuscitò ed uscì glorioso del sepolcro col volto più risplendente che la folgore, con le vesti più bianche che la neve. Con lui risuscitarono parecchi di quei che eran morti, e apparvero a molte persone in Gerusalemme. I soldati, che facevano la guardia, atterriti a quel rumore e a quel prodigio, caddero come morti; indi, presa la fuga, riferirono a' Sacerdoti quanto avevano veduto. Questi si studiarono di corromperli offerendo loro danaro, affinché spacciassero che, mentre dormivano, era stato il corpo di Gesù rubato dai discepoli. Pazzia dell'ostinatezza ebraica! Se dormivano, dice s. Agostino, come poterono vedere? Se vegliavano, perché non impedirono?

            Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Maria Salome venute -per tempo al sepolcro, lo videro aperto. Perciocchò un angelo del Signore, disceso dal cielo, aveva scossa la pietra del sepolcro e stava seduto sopra di quella. Maddalena corse a darne avviso a' discepoli, e le altre entrarono nel monumento. In quella che guardavano qua e là, due Angioli in abito- risplendente loro dissero: Non temete, voi cercate {190 [396]} Gesù Nazareno, il quale fu crocifisso, non è più qui, é risuscitato. Andate tosto a' discepoli, e annunciatene a Pietre il risorgimento. Elleno prèstamente uscirono, e con grande allegrezza corsero agli Apostoli.

            Gesù appare alla Maddalena e ad altre donne. Maria Maddalena, dopo aver significato agli Apostoli il corpo di Gesù non trovarsi più nel sepolcro,\tornava piangendo, ignara di quanto era avvenuto. Inchinatasi per guardar entro al sepolcro, vide due Angioli, i quali dissero: Donna, perché piangi? Ella rispose: Perché hanno tolto il mio Signore, e non so dove l'abbiano posto. Detto questo si voltò indietro e vide Gesù senza conoscerlo, perché aveva il sembiante di ortolano, il quale così parlò: Donna, perchè piangi? Chi cerchi? Ella pensandosi fosse l’ ortolano di quel giardino, rispose che cercava Gesù, e che, se egli lo avesse tolto, lo pregava a restituirlo. Gesù allora la chiamò per nome: Maria! A quella parola il riconobbe, e piena di stupore esclamò Maestro! Quindi prostrossi per baciargli i piedi. Gesù le comandò che andasse a darne avviso agli Apostoli. Mentre Maddalena facea strada, Gesù apparve anche alle altre donne e loro disse: Iddio vi salvi. Elleno tosto lo riconobbero, e dopo averlo adorato andarono a Gerusalemme per raccontare ogni cosa agli Apostoli.

            I discepoli di Emaus. In stilla sera dello stesso giorno Gesù apparve eziandio a due discepoli, che andavano nel castello di Emaus, e senza lasciarsi conoscere si accompagnò con loro in sembianza di viaggiatore. Nell'udire i loro discorsi dimandò di chi parlassero, e perché fossero così afflitti. Uno di essi rispose: Sei tanto forestiero da non sapere quanto è avvenuto in Gerusalemme? Egli raccontarono come Gesù Nazareno fosse stato condannato a morte e crocifisso. Noi speravamo, dicevano, che fosse per salvar Israele, ma oggi è già il terzo dì dacchè sono avvenute queste cose. Per altro alcune donne hanno detto che egli è risuscitato. Allora Gesù, ancora sconosciuto, li riprese dicendo: O stolti, e tardi di cuore a credere quelle cose, che sono state predette dai profeti! E spiegando loro le Sacre Scritture, dimostrò essere stato predetto che Gesù doveva patire prima di entrare nella sua gloria. Approssimandosi al castello, Gesù finse di voler andare più avanti, ed essi gli fecero istanza che rimànesse {191 [397]} con loro, perchd facevasi sera. Egli acconsenti e come furono a mensa, prese del pane, l'o benedisse, lo ruppe, e ad essi lo distribuì. Nel quale atto si aprirono i loro occhi e lo riconobbero: ma egli immantinente disparve.

 

 

Capo decimo. Gesà si manifesta agli Apostoli. La confessione dei peccati. - Dubbie di e. Tommaso. - Pesca miracolosa. - S. Pietro capo della Chiesa. - Missione degli Apostoli - Ascensione al Cielo.

 

            Gesù si manifesta agli Apostoli. La confessione dei peccati. Gli Apostoli sapevano da molti che Gesù era risorto, ma non lo avevano ancor veduto, e pieni di paura a porte chiuse stavano discorrendo di lui con altri discepoli, quando ad un tratto apparve in mezzo a loro dicendo: La pace sia con voi: sono io, non temete. A quella inaspettata comparsa, gli apostoli rimasero spaventati e pareva loro di vedere un fantasma. Onde per assicurarli Gesù soggiunse: Perché vi turbate e dubitate ancora? Mirate, guardate le mie mani, e i miei piedi: toccate e vedete che ho carne ed ossa, le quali cose non hanno i fantasmi. Avete qualche cosa da mangiare? Ed eglino gli porsero un potò di pesce, e un favo di miele. Come Gesù ebbe mangiato alla loro presenza per maggiormente confermarli nella fede della sua risurrezione, prese gli avanzi, diedene loro e disse: A me è dato ogni potere in cielo e in terra: come il Padre celeste mandò me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo: a coloro a cui rimetterete i peccati, sciranno rimessi, ed a chi li riterrete saranno ritenuti. Colle quali parole confermava l'istituzione del Sacramento della penitenza, di cui aveva già più volte parlato. Perciocchè le parole rimettere, o ritenere, significano dare o non dare l'assoluzione, secondo le disposizioni dei penitenti. Il sacerdote qual giudice spirituale non può adempiere questo carico, senza che gli siano dichiarate, ovvero confessate le colpe interne ed esterne. Inoltre il confessore siccome medico dell'anima deve spesso dare consigli, imporre obbligazioni, o sciogliere i penitenti' da quelle che non fossero in grado di compiere. Queste cose non può fare, se i segreti non gli sono manifestati.  {192 [398]}

            Dubbio di s. Tommaso Apostolo. L'Apostolo Tommaso, non essendosi trovato presente a questa apparizione, non poteva credere quanto gli altri Apostoli raccontavano, e protestava non avrebbe creduto se colle medesime sue mani non avesse toccate le piaghe del divino Maestro. Ma otto giorni dopo ritrovandosi i discepoli nello stesso luogo e con essi Tommaso, venne di nuovo Gesù e stette in mezzo di loro, e rivolto a Tommaso disse: Metti il tuo dito nelle piaghe dellee mie mani, poni la tua mano nel mio costato, e non essere più incredulo. Tommaso, compreso da fede sincera, si gettò incontanente a' suoi piedi e lo adorò esclamando Signor mio, e Dio mio. Gesù soggiunse: Tu hai creduto, o Tommaso, perché hai veduto; beati coloro che crederanno senza vedere.

            Pesca miracolosa. Più volte Gesù apparve agli Apostoli dopo la sua risurrezione. Un giorno Pietro, Tommaso, Bartolomeo, Giacomo e Giovanni con altri due discepoli andarono a pescare in sulle rive del mare Tiberiade. Entrati nella navicellà, si affaticarono tutta la notte senza prendere un pesce. Fattosi giorno, comparve Gesù sulla riva e dimandò se avessero qualche pesce da mangiare; rispostogli di no, soggiunse: Gittate la rete a destra, e ne troverete. Così fecero, e tosto la loro pesca fu sì abbondante, che le loro reti minacciavano di rompersi, e si trovarono 153 pesci dei più grossi. Giovanni allora disse a Pietro: E il Signore. A queste parole Pietro si gittò nel mare a nuoto, acciocché gli fosse dato di giungere più presto a lui. Come furono tutti a terra, videro del pesce sovra la bragia e del pane con cui il Signore aveva loro preparato da mangiare.

            Pietro capo supremo della Chiesa. Più volte Gesù aveva manifestato che eleggeva Pietro capo della sua Chiesa, e quando gli predisse la sua caduta avevagli tosto soggiunto: Ho pregato per te, o Pietro, a frznchè la tua fede non venga mai meno; e come ti sarai riavuto della caduta, conferma i tuoi fratelli nella fede. Con queste parole il Salvatore assicurò Pietro che la sua dottrina non sarebbe mai venuta meno, cioè che il suo insegnamento sarebbe stato infallibile, e che a lui e a'suoi successori era commesso il carico di confermare gli altri apostoli e i loro successori nella fede. Questa suprema autorità venne dal Salvatore confermata dopo {193 [399]} la suddetta pesca miracolosa, Gesù disse tre volte a Pietro: Simone, mi ami tu? e Pietro altrettante volto e sempre con maggiore asseveranza rispose: Tu lo sai quanto io ti amo. Gesù: Se mi ami, pasci le mie pecorelle, pasci i miei agnelli. Qui pascolo significa la parola di Dio; per agnelli s'intendono i fedeli, e nelle pecore sono raffigurati tutti i pastori della Chiesa. Con queste parole Gesù diede a Pietro e a' suoi successori la piena e somma podestà non solo sopra i semplici fedeli, ma in tutte quelle cose che riguardano la fede ed i buoni costumi e al bene spirituale de' cristiani.

            Missione degli Apostoli. Ascensione di G. C. Avvicinandosi il tempo che il Divin Salvatore doveva salire al Cielo ed entrare nella sua gloria si affrettava di interpretare la Sacra Scrittura agli Apostoli e raffermarli nella fede. Fra le altre cose loro disse: A me é data ogni podestà in cielo ed in terra, andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo; insegnate loro quanto avete da mne imparato. {194 [400]} Ed ecco che io sono ogni giorno con voi sino alla fine del mondo.

            La stessa cosa ripeté altra volta dicendo loro, che andassero a predicare il Vangelo a ogni creatura, annunziando a tutti la penitenza e la remissione dei peccati; indi soggiunse: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; e chi non crederà, sarà condannato. Io manderò a voi lo Spirito Paraclito, che vi ho promesso; e voi intanto rimanete in Gerusalemme fino a tanto che abbiate ricevuti i suoi doni celesti.

            Ciò detto, li condusse al sommo del monte degli Ulivi. Quivi, stese le mani, li benedisse, e mentre li benediceva sollevossi visibilmente in alto, finché una nube luminosa 10 circondò e lo tolse ai loro sguardi. Stavano ancora cogli occhi all'insù, quando apparvero due Angioli, i quali dissero: O uomini di Galilea, a che state qui rimirando in Cielo? Quel Gesù, che ora avete veduto salirvi, ritornerà un giorno sulle nuvole pieno di maestà; alludendo con queste parole alla seconda venuta di Cristo, il di del giudizio universale.

            Così ascese al Cielo Gesù Cristo, l'anno del mondo 4033.

 

 

Capo undecimo. Gli Apostoli nel cenacolo. - Discesa dello Spirito Santo - Prime prediche di S. Pietro. Vita de' primi Cristiani. - Persecuzione di Gerusalemme: - Martirio di s. Stefano. - S. Pietro liberato.

 

            Gli Apostoli nel cenacolo. Salito al Cielo il nostro divin Salvatore, gli Apostoli ritornarono dal monte Oliveto in Gerusalemme e si ritirarono nel Cenacolo, che era una gran sala, dove -solevano radunarsi a far preghiera. Ivi con Maria SS. e con altri fedeli in numero di 120 si trattennero in orazione aspettando la venuta dello Spirito Santo, che Gesti Cristo aveva loro promesso. Mentre erano colà radunati Pietro esercitò il primo atto della suprema autorità di capo della Chiesa. Rivoltosi alla moltitudine, Fratelli miei, disse loro, è d'uopo che si adempia quanto presagì lo Spirito Santo intorno a Giuda, il quale fu condottiere di coloro, che posero Gesù in croce. Egli, tradi il suo divin Maestro ed ebbe la ricompensa della sua iniquità: egli si è impiccato, e, {195 [401]} scoppiatogli' il ventre, le sue viscere si sparsero a terra. Ma poiché fu predetto che un altro gli debba sottentrare nell' Apostolato, così è necessario si elegga uno di quei, che furono con noi tutto il tempo in cui visse il Signore in nostra compagnia.

            Tutti approvarono quanto il principe degli Apostoli aveva proposto. Furono presentati due uomini conosciuti per virtù e santità, l'uno chiamato Barsaba, l'altro Mattia. Fatta preghiera al Signore, acciocché facesse conoscere quale de' due avesse scelto per suo apostolo, tirarono la sorte e la sorte cadde sopra Mattia, il quale perciò venne annoverato tra gli undici altri Apostoli.

            Discesa dello Spirito Santo. Erano scorsi cinquanta giorni dalla Risurrezione del Signore, ed appunto in quel di ricorreva la festa di Pentecoste, quando gli Apostoli cogli fedeli stavano tuttora nel cenacolo raccolti in orazione. Alle nove circa del mattino si udì ad un tratto un rumore come vento impetuoso. Nel tempo stesso apparvero alcune fiammelle a guisa di lingue di fuoco, le quali visibilmente andarono {196 [402]} posarsi sopra il capo di ciascuno di que' che erano in quel santo luogo. Tutti rimasero pieni dei doni dello Spirito Santo per modo, che cominciarono a parlare molti linguaggi prima loro sconosciuti, e di cui si valsero a pubblicare le maraviglie, che si erano in essi operate, e far conoscere il Vangelo.

            Prime prediche di S. Pietro.- A quel tempo un numero straordinario di Giudei era intervenuto a Gerusalemme, per celebrare la Pentecoste. Al rumore del gran, prodigio accorse molta gente, per vedere che fosse avvenuto. S. Pietro, come principe degli Apostoli e capo della Chiesa, si pose tosto a predicare pubblicamente il Vangelo e a far conoscere Gesù crocifisso e risuscitato. Alle parole di san Pietro tutti maravigliarono altamente, né sapevano che dirsi perché, essendo essi di diverse nazioni, ciascuno lo udiva parlare nella lingua del proprio paese. Quel discorso, accompagnato dalla grazia del Signore, convertì a Gesù Cristo tre mila persone. Sul far della sera s. Pietro in compagnia di s. Giovanni andava a far orazione al tempio. Giunto alla porta incontrò un povero zoppo dalla nascita, il quale, non potendo valersi delle proprie gambe, facevasi ogni giorno portare colà per chiedere limosina a quelli che entravano. Pietro, mosso a compassione per lui, e rimiratolo gli disse: Io non ho né oro né argento, ma ti do quel che ho. Nel nome di Gesù levati su e cammina. Lo zoppo si alzò, senti le sue gambe guarite, e pieno di gioia si mise, a camminare. Allora egli fece la sua seconda predica con tanta efficacia, che credettero in Gesù Cristo altre cinque mila persone, senza contare le donne ed i fanciulli. Così la Chiesa di Gesù Cristo in pochi giorni numerava già nel suo seno oltre ottomila fedeli. (A. di G. C. 33).

            Vita dei primi cristiani. Era maraviglioso il tenor di vita di que' primi fedeli. Vivevano tra di loro uniti, che, secondo l'espressione della Sacra Scrittura, formavano un cuor solo ed un'anima sola. Non ci erano poveri, perciocché coloro, i quali possedevano terre o case, per lo più le vendevano e ne portavano il prezzo agli Apostoli, affinché ne facessero la distribuzione a chi fosse in bisogno. Erano attenti nell'ascoltare la parola di Dio, perseveranti nell'orazione e frequenti nel rompere il pane, cioè nel partecipare alla Santa Eucaristia. Così quegli uomini, che poco prima {197 [403]} vivevano intemperanti, ambiziosi, avari, voluttuosi, non si tosto erano illuminati dalle verità del Vangelo e confortati dalla divina grazia, divenivano umili e mansueti di cuore, casti e mortificati, distaccati dai beni della terra e pronti a dar la vita pel nome Ai Gesù Cristo.

            Persecuzione di Gerusalemme. Sebbene gli Apostoli proponessero una religione la più pura e la più santa, tuttavia a principio della loro predicazione trovarono gravi ostacoli, specialmente da parte degli Ebrei. Il popolo e gran parte dei più ragguardevoli di quella nazione venivano alla fede di G. C.; ma i principi della sinagoga, avendo in non cale i miracoli, l'innocenza, e la santità dei cristiani, mossero contro di loro accanita persecuzione. Da prima si fecero a disputar cogli Apostoli, ma rimasti confusi si studiarono di farli mettere in prigione e batterli spietatamente con verghe. Que' coraggiosi seguaci di G. C., mostrandosi pieni di gioia in essere giudicati degni di patire per amore del loro divin Maestro, acquistavano nuove forze; anzi pareva che le battiture dessero loro maggior coraggio.

            Martirio di S. Stefano. S. Pietro liberato. Prima vittima di questa persecuzione e primo martire della' fede cristiana fu santo Stefano. Gli Apostoli lo avevano ordinato diacono, ossia ministro, con altri sei fervorosi cristiani, affinché assistessero alla mensa, avessero cura de' poveri e distribuissero la santa Eucaristia. Gli Ebrei diedero opera a disfarsi di Stefano, che loro pareva il più zelante. Confusi in una pubblica disputa tenuta con lui intorno alla fede, talmente si sdegnarono, che trascinatolo fuori di Gerusalemme a furia di popolo, a colpi di pietre lo misero a morte. Egli è detto protomartire, cioè primo dei martiri, che abbiano dato la vita per amore di Gesù Cristo.

            Poco tempo appresso l'Apostolo s. Giacomo Maggiore ebbe tronca la testa per ordine del re Erode. Questi, vedendo che il perseguitare i Cristiani piaceva agli Ebrei, fece anche mettere s. Pietro in catene per farlo morire dopo le solennità Pasquali. Ma un Angelo inviato da Dio lo liberò miracolosamente la notte stessa, che precedette al giorno segnato al suo supplizio. Così s. Pietro fu salvo, e andarono fallite le speranze del re Erode. {198 [404]}

 

 

Capo duodecimo. S. Paolo e sua conversione. - Cornelio Centurione abbraccia la fede. Simon Mago.

 

            S. Paolo e sua conversione. La persecuzione di Gerusalemme parve alquanto mitigarsi per la morte spaventosa del re Erode, e per la conversione di uno de' più fieri persecutori dei cristiani. É questi s. Paolo, conosciuto prima sotto il nome di Saulo. Egli era nato in Tarso, capitale della Cilicia, da parenti Ebrei della tribù di Beniamino. Fornito di mente sagace, d'indole focosa e intraprendente, fu mandato in Gerusalemme a fare gli studi presso un dottore della legge chiamato Gamaliele, di credenza Fariseo. Paolo aveva molto contribuito alla morte di s. Stefano, e poiché la sua età non gli permetteva di scagliar pietre contro al santo martire, custodiva le vestimenta de' compagni e li eccitava a metterlo presto a morte. Insomma faceva ogni sforzo perché i cristiani fossero da per tutto perseguitati. A fine di perseguitarli con maggiore autorità, egli ottenne di andarli a cercare nella città di Damasco, per trascinarli incatenati a {199 [405]} Gerusalemme. Mentre tutto spirante minacce e strage contro di loro camminava alla volta di Damasco, giunse il termine in cui la divina Provvidenza voleva di un persecutore fare un apostolo del Vangelo.

            Percorsa la maggior parte del viaggio, ad un tratto lo circondò una luce fulgidissima, e intanto una voce gli disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Saulo colpito da quelle parole, come da un fulmine, fu gittato a terra e con voce tremante: Chi siete voi, rispose, o Signore? La voce continuò: Io sono Gesù Nazzareno; tu, perseguitando i miei discepoli, perseguiti me stesso. Dura cosa ti é ricalcitrare allo stimolo. - Che volete io faccia? soggiunse Paolo. Alzati, conchiuse la voce; entra nella città di Damasco, e quivi ti sarà detto quanto hai a fare. Allora Paolo si rizzò da terra, aprì gli occhi e si accorse di essere divenuto cieco; di maniera che fu costretto a farsi condurre per mano dai suoi compagni sino a Damasco. Ivi ricevette il battesimo da un discepolo, chiamato Anania. Mentre eragli amministrato questo Sacramento, gli caddero dagli occhi alcune squame a guisa di scaglie, e riacquistò la vista. Pieno di gratitudine verso Dio, si pose tosto con zelo a predicare il Vangelo. Quelli che sapevano il furore, cui Paolo nutriva contro i cristiani, rimasero stupiti a quel repentino mutamento. Ma egli vincendo ogni rispetto umano, lasciava, che altri dicesse quello vólea della sua conversione, e disputava con gli Ebrei provando colle sacre scritture e coi miracoli, Gesù Cristo essere il Messia predetto dai profeti, inviato da Dio a salvare gli uomini.

            Cornelio Centurione abbraccia la fede. Quelli, che insino a qui avevano abbracciata la fede del Vangelo, erano soltanto Ebrei. Ma volendo Iddio chiamare tutte le nazioni alla conoscenza della vera religione, cominciò dallo spandere le sue benedizioni sopra la famiglia di un centurione romano, per nome Cornelio. Egli dimorava in Cesarea, città vicina al Mediterraneo. Amato da tutti per la sua probità, temeva Iddio, faceva abbondanti limosine e frequenti preghiere. Un giorno mentre pregava, gli apparve un Angelo e gli disse: Le tue preghiere e le tue limosine sono giunte al trono di Dio. Ora manda nella città di Joppe per un certo Simone, soprannominato Pietro.Egli t'insegnerà quanto dovrai fare {200 [406]} per esser salvo. Udite queste parole. Cornelio mandò tre dei suoi servi a Joppe. Erano ornai vicini alla città, quando Iddio con misteriosa visione fece conoscere a Pietro che tanto i Gentili, quanto gli Ebrei erano chiamati alla cognizione del Vangelo. Perciò senza esitazione il santo Apostolo partì in loro compagnia.

            Intanto il pio Cornelio aveva raccolto in casa i parenti e gli amici, per fare liete accoglienze al santo Apostolo. Appena lo vide,,s'inginocchiò umilmente. Pietro lo rialzò, ed entrato con lui in casa si pose ad istruire nella fede quell'adunanza. Parlava ancora, quando in modo sensibile discese lo Spirito Santo sopra i suoi uditori e comunicò loro il dono delle lingue, siccome era accaduto in Gerusalemme. Per la qual cosa Pietro incontanente li battezzò. Questi furono i primi Gentili, che abbracciarono la fede.

            Simon Mago. Fino dai primi tempi della Chiesa sorsero uomini a spargere errori contro al Vangelo. Il primo di essi fu Simone della città di Gitone, detto per soprannome il Mago a motivo dei prestigi, che egli faceva per ingannare la gente. Venuto nella Samaria, si presentò a s. Pietro per comperar con danaro la virtù di operare miracoli nel modo che vedeva operarsi dal santo Apostolo. Cif gli fu negato con orrore. Il tuo danaro, rispose Pietro, sia teco in perdizione. Allora egli si dichiarò nemico dei Cristiani, e finché visse mise ad effetto ogni arte per opporsi ai progressi della fede. Venne eziandio a Roma per ingannare quel popolo tuttora immerso nell'idolatria. Per accertar i Romani dell'aver egli con sé la potenza di Dio, propose di far un volo fin sopra le nubi in presenza di Nerone e d'immensa moltitudine, e a forza di incantesimi riuscì a sollevarsi a molta altezza. Ma s. Pietro e s. Paolo avendo fatto una preghiera, i demoni perdettero la loro forza, e il misero Simone, cadendo precipitosamente a terra rimase sfracellato. {201 [407]}

 

 

Capo decimoterzo. Divisione degli Apostoli. - Libri del Nuovo Testamento. - Miracoli di S. Pietro. - Concilio di Gerusalemme. - Persecazious di Nerone. - Martirio de' ss. Pietro e Paolo.

 

            Divisione e predicazione degli Apostoli. Gli Apostoli da prima si erano stabiliti nella Giudea; ma quando seppero che Iddio volea far conoscere il suo santo nome a tutte le nazioni, si separarono andando a portare la parola di salute ai vari popoli della terra, involti da tanti secoli nelle tenebre della idolatria.

            S. Pietro, dopo di aver dimorato tre anni in Gerusalemme, andò a stabilire la sua sede in Antiochia, dove i seguaci di Cristo presero il nome di Cristiani. Di poi predicò nella Siria, nell' Asia Minore, e dopo sette anni si recò a Roma. S. Paolo predicò nell'Arabia, nell'Asia Minore, nella Macedonia, nella Grecia; quindi andò a raggiungere s. Pietro nella capitale del Romano impero. S. Tommaso annunziò Gesù Cristo nelle Indie. S. Giovanni Evangelista si fermò specialmente nell'Asia Minore. S. Andrea predicò agli Sciti, e fu coronato del martirio in Patrasso, città della Grecia. S. Filippo andò nell' Asia, s. Bartolomeo nell'Armenia, s. Matteo nell'Arabia e nella Persia, s. Giacomo il Maggiore in vari paesi e fin nella Spagna, s. Giuda nell'Arabia, s. Mattia nell'Etiopia. Così, in meno di 30 anni dopo la prima predicazione del Vangelo fatta da s. Pietro in Gerusalemme, il vero Dio ebbe adoratori in tutte le parti del mondo.

            Libri del Nuovo Testamento. Gesù Cristo, come ebbe predicato a viva voce la sua dottrina, salì al Cielo, senza ch'egli l'avesse scritta o raccolta in un libro da lui dettato. Perchò mai? Per insegnarci che egli aveva commesso il deposito della sua dottrina agli Apostoli, ossia alla Chiesa, a cui spettava poi di proporla ai fedeli. Circa otto anni dopo la morte del Salvatore, l'apostolo s. Matteo, ed altri deprimi discepoli diedero opera a scrivere alcuni libri, i quali, presi insieme, formano quel volume, che noi appelliamo Nuovo Testamento. Questi scritti sono i quattro Vangeli, come si è detto, di s. Matteo, di s. Marco, di s. Luca e di s. Giovanni; gli Atti degli Apostoli; quattordici lettere di s. Paolo, {202 [408]} due di s. Pietro, una di s. Giacomo, una di s. Giuda, e finalmente tre lettere e l' Apocalissi di s. Giovanni. Questi libri furono inspirati da Dio; tuttavia non contengono tutte le verità insegnate da G. C., ne le contengono in modo esplicito. Le altre furono dagli Apostoli tramandate come sacro deposito ai loro successori. Perciò, quando la Chiesa propone a credere un domma, lo ricava dalla Sacra Scrittura e dalla tradizione a lei affidata; e questo domma ò nuovo bensì quant' è all'obbligo di crederlo, ma è antico quanto G. C. e gli Apostoli. Tal é il domma dell'Immacolata Concezione della Beata Versine e quello dell'infallibilità del Romano Pontefice.

            Miracoli di s. Pietro. I miracoli erano i mezzi principali, con cui gli Apostoli dimostrbvano la divinità della loro dottrina e commovevano i popoli a ricevere quella religione, che chiari palesava i segni della potenza di Dio. S. Pietro poi faceva tali miracoli, quali nemmeno si legge essersi operati dal Salvatore. Era così grande la moltitudine di storpi, ciechi, sordi e malati d'ogni sorta, i quali venivangli portati, che non era possibile di avvicinarsi a lui. Pertanto li portavano nei letti sulle piazze e sulle strade, ove passava s. Pietro, affinché almeno l'ombra sua cadesse sopra di loro; e ciò bastava per rimetterli in sanità. Maraviglioso fra gli altri è il miracolo operato in Loppe nel risorgimento di una donna per nome Tabita, comunemente detta la madre dei poveri. Questa donna cristiana, rimasta vedova, impiegava le molte sue sostanze in opere pie a pro dei bisognosi. I poverelli inconsolabili per aver perduta colei, che facea loro da madre, mandarono a chiamare s. Pietro, perché la venisse a risuscitare. Egli accondiscese. Giunto alla casa della defunta, subito gli si fece intorno un nembo di znendici, tutti pieni, di dolore e mostrando vari abiti e calzari, di cui la defunta li aveva coperti. Pietro pianse con loro, e pieno di fede in Dio si avvicinò al cadavere e ad alta voce disse: Tabita, levati su. All'istante Tabita aprì gli occhi e si pose a sedere. Sparsa la voce di questo miracolo, quasi tutti quei cittadini si convertirono alla fede.

            Concilio di Gerusalemme. Sin dal tempo degli Apostoli, quando insorgevano questioni di religione, si ricorreva al Capo della Chiesa stabilito da Gesù Cristo. Egli poi negli: affari di maggior rilievo soleva radunare gli altri Apostoli e Vescovi, per meglio conoscere la volontà del Signore. Tre {203 [409]} volte si radunarono gli Apostoli in Gerusalemme per trattare cose spettanti al bene dei fedeli. La prima fu per la elezione di s. Mattia in luogo di Giuda traditore; l'altra per la scelta e consacrazione de' sette diaconi; la terza poi si ebbe propriamente il nome di Concilio, e servì di norma a quanti vennero ne' tempi posteriori celebrati. Esso fu convocato per determinare, se si dovessero mantenere in vigore alcuni riti della legge Mosaica, quali sono la circoncisione e l'astinenza da certi cibi. La questione fu particolarmente agitata nella città di Antiochia, d'onde s. Paolo, e s. Barnaba furono mandati a consultare s. Pietro dimorante allora in Gerusalemme. Per definire la cosa formalmente, Pietro convocò a concilio, gli altri Apostoli e quei pastori, che avevano più larga parte al sacro ministero. Pietro, principe degli Apostoli e vicario di G. C. sopra la terra, è il Capo del Concilio. Egli propone la questione, ragiona intorno alle cose da stabilirsi, e udito il parere degli altri apostoli, colla sua suprema autorità pronunzia la sentenza. Tutti aderiscono al parere di lui; e viene formato un decreto da pubblicarsi a' fedeli del tenore seguente: Piacque allo Spirito Santo e a noi di non obbligarvi se non a quelle osservanze, che giudichiamo ancora necessarie, che vi asteniate cioé dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue di animali soffocati e dalla fornicazione.

            É bene di notare che la fornicazione è un peccato proibito dal sesto precetto del decalogo, e perciò non occorreva rinnovarne la proibizione. Ma si giudicò bene proibirlo di nuovo a motivo dei gentili, venuti alla fede, da' quali non si riputava peccato. Dopo questa decisione, cessarono il precetto della circoncisione e molte altre osservanze della legge antica. (Anno 50).

            Persecuzione di Nerone. É proprio della religione cristiana essere sempre combattuta, ma essere sempre vittoriosa, perchè ella ha Dio per autore, Dio che l’ assiste e la proteggerà sino alla fine dei secoli. Onde nelle persecuzioni non si ha a temere per la religione, ma solo per gli uomini, -che sono esposti a gravi pericoli di prevaricare. La più sanguinosa persecuzione si giudica quella mossa dall' imperatore Nerone. Questo-principe, che la storia chiama carnefice del genere umano, aveva dato alle fiamme la città di Roma {204 [410]} pel solo piacere di vederla bruciare: e avendo questa cosa cagionato grande indignazione fra i suoi sudditi, egli addossò la malvagità di quest' azione sopra i cristiani. Erano essi sommamente odiati da lui, perchò s. Pietro e s. Paolo colle loro preghiere avevano procurato la rovina di Simon Mago, anzi avevano fatte delle conversioni nel medesimo palazzo imperiale. Lo scopo di Nerone era di far prevaricare i cristiani e a quest'effetto praticò i più atroci supplizi. Fra il gran numero fatto perire, gli uni erano avviluppati in pelli di bestie feroci ed esposti ai cani affamati; altri unti di pece, legati a pali, quindi postovi fuoco facevansi servire di fiaccole poi giuochi detti del Circo, durante la notte

            Martirio di s. Pietro e di s. Paolo. In questa persecuzione i due principi degli Apostoli Pietro e Paolo coronarono il loro lungo apostolato colla palma del martirio. Furono ambidue chiusi nel carcere Mamertino, che è in Roma ap piè del Campidoglio. S. Pietro fu condannato ad essere posto in croce, e per umiltà chiese di essere crocifisso col capo all'ingiù. Lo stesso giorno s. Paolo fu condotto tre miglis più in là da Roma nel luogo detto Acque salvie. Ivi giunto, gli fu tronca la testa. (Anno 67).

            Ma l’ ira del Signore non tardò a colpire colui, che era cagione di tanta ferocia. Uno sdegno universale si deste contro Nerone. Per non cadere nelle mani dei suoi nemici, egli fugge da Roma e finisce col darsi volontariamente la morte. (Anno 68).

 

 

Capo decimoquarto. Profezia sopra Gerusalemme. -Segni che ne precedono l'avveramento Eccidio della città e dispersione degli Ebrei.

 

            Profezia sopra Gerusalemme. Siccome il Deicidio fu il delitto più enorme, che siasi mai Commesso; così fu da Dio punito col più tremendo castigo. Lo stesso Salvatore nel Vangelo aveva predetto, che gli Ebrei in pena della loro ostinazione sarebbero stretti d'assedio nella propria città, e ridotti a tali calamità da chiamar fortunate quelle madri, che non avessero avuto figliuoli; che quel popolo deicida andrebbe disperso in tutte le parti del mondo privo di. principe, di sacerdozio, {205 [411]} di tempio; che lo stesso tempio, nel quale, per l'avanti erasi Dio cotanto compiaciuto, sarebbe affatto distrutto, non rimasta pietra sopra pietra: e che questi mali si sarebbero veduti prima che passasse la presente generazione.

            Segni,che precedono la rovina di Gerusalemme. Terribili erano queste predizioni, terribile l'avveramento delle medesime. Dio per altro che è bontà infinita volle ancora ammonire gli ebrei con parecchi segni orribilmente strani, che giorno e notte rendevansi manifesti. Nel di della Pentecoste fu udita nel tempio una voce, che senza potersi conoscere d'onde venisse, fortemente rimbombava: Usciamo di qui, usciamo di qui. Un uomo chiamato Anano venne dalla campagna, ed entrato nella città non rifiniva di gridare: Guai al tempio, guai a Gerusalemme; voce dall'Oriente, voce dall'Occidente, voce dai quattro venti; guai al tempio, guai a Gerusalemme. Egli fu preso, messo in prigione, battuto severamente; ma non si tenne mai dal ripetere i medesimi lamenti sui bastioni, nella città per tre anni, dopo cui sclàmando: Guai a me stesso, venne colpito da una pietra sul capo e morì. Una notte apparve intorno al tempio e all' altare una luce sì viva, che risplendette per mezz'ora come di mezzogiorno. Una porta del tempio di bronzo e di peso così enorme, che ci volevano 20 uomini per chiuderla, si aperse da per se stessa. Alcuni giorni dopo in tutti i paesi vicini a Gerusalemme si vedevano in aria eserciti schierati, i quali la cingevano di assedio. Apparve una cometa, che vomitava fiamme a guisa di fulmini, e una stella in forma di spada stette sospesa un anno colla punta rivolta a Gerusalemme. Tali sono i segni prodigiosi, che notte e dì annunziavano a questo popolo l'imminente sua rovina, e chiamavanlo a penitenza.

            Eccidio della città e dispersione degli Ebrei. A tanti segni non mai veduti gli Ebrei erano atterriti, ma niuno pensava a invocare la misericordia del Signore. Intanto videro circondarsi la città da un esercito romano, prima guidato da un celebre guerriero di nome Vespasiano, e poi da suo figliuolo per nome Tito. Costoro senza saperlo, fatti strumenti dell'ira divina, cooperarono ad avverare quanto era scritto nel Vangelo riguardo allo sterminio degli Ebrei. Formato da prima un assedio, a due miglia dalla città, ne chiusero tutte le uscite. Avvenne questo circa le solennità pasquali, in {206 [412]} cui grande moltitudine di Giudei restando chiusi nella città, la scarsezza deicibi si fece tosto terribilmente sentire. Gli abitanti furono. ridotti a mangiare qualunque sorta di alimenti, anzi l'un l'altro strappavnnsi di mano le cose più schifose a fine ` di acquetare la rabbiosa fame. Per avere una qualche idea degli eccessi, cui furono dalla miseria condotti gli Ebrei, basti quello di una madre. Stretta essa dalla fame, ruppe i vincoli del sangue, calpestò i diritti della natura e, fissando gli occhi sopra un innocente fanciullo, sventurato, gli disse, a che ti serbo? A soffrire mille orrori prima di spirare o per colmo di sventura soffrire un'indegna schiavitù. Così dicendo lo impugna, lo scanna, lo arrostisce, ne mangia la metà e il resto nasconde. Orrore, al quale quelli stessi che videro a grande pena potevano credere!

            Tito, che già s'era fatto padrone di una parte della città, diede l'assalto al tempio e appiccò il fuoco alle porte, ordinando per altro di conservare il corpo dell'edifizio. Ma un soldato romano, preso un tizzone ardente, lo gettò nella parte interiore del tempio. Il fuoco si dilatò e, a dispetto degli sforzi di Tito per arrestare l'incendio, tutto il tempio fu consumato dalle fiamme.

            I Romani trucidarono quanti caddero nelle loro mani, e misero tutto a sangue e fuoco.

            Così avveraronsi le sciagure predette dal divin Salvatore a Gerusalemme. Lo stesso’rito confessò che il buon successo dell'impresa non era opera sua, e, che egli era soltanto stato strumento dell'ira divina. Nell'eccidio di Gerusalemme perirono un milione e cento mila abitanti. Il resto degli Ebrei fu disperso per tutto il mondo, condannato da Dio di andare qua e là errante, senza principe, senza altare e senza sacrifizio, in mezzo a nazioni straniere sino al finire dei secoli, nel qual tempo egli aprirà gli occhi e riconoscerà il suo Dio in Colui, che ebbe crocifisso. {207 [413]}

 

 

Capo decimoquinto. Conclusione.

 

            Dalla Storia Sacra noi impariamo le seguenti verità, che si concatenano l'una coll'altra.

            1. L'uomo fu creato da Dio nella giustizia originale e per la felicità eterna.

            2. Da questo stato egli cadde per la colpa originale, che oscurò la sua ragione nel conoscere la verità, e debilitò il suo volere nell'amare il bene.

            3. Dio, compassionando l'uomo scaduto, supplì al suo oscurato intelletto col mezzo della rivelazione, e gli promise un Messia riparatore.

            4. La prima rivelazione fatta ad Adamo fu ripetuta più estesa ai patriarchi colla conferma del promesso Messia.

            5. Ma quando il popolo Ebreo, liberato dalla schiavitù d'Egitto, cominciò a formare nazione, allora Iddio gli diede un codice religioso, ossia la rivelazione Mosaica, e stabilì la Sinagoga come Chiesa, che conservasse, interpretasse e facesse eseguire la data legge. {208 [414]}

            6. Venuto il tempo di compiere la grande promessa, apparve il Messia, Uomo-Dio, che predicò la sua dottrina e ne commise il deposito agli Apostoli, ossia alla Chiesa, chò egli non scrisse alcun libro. La Chiesa pertanto conserva, interpreta e applica la nuova legge.

            7. Capo della Chiesa fu stabilito da G. C. s. Pietro e dopo lui i suoi successori.

            8. S. Pietro, capo della Chiesa, parti di Antiochia e condottosi a Roma, capitale allora del mondo intiero, vi stabili la sua sede. I suoi successori continuarono a farvi residenza, che per causa delle persecuzioni voleva essere nelle catacombe. Dopo il terzo secolo dell'éra cristiana l'imperatore Costantino abbracciò la religione di Cristo, fondò chiese in Roma, le forni di dote. Appresso trasportò il suo seggio imperiale in Costantinopoli, da lui fondata. D'allora in poi gli imperatori, i re che dominarono in Italia, non soggiornarono:più in Roma, ma solamente la traversarono come viaggiatori, risiedendo a Ravenna, o a Pavia, o a Milano. Cosi Roma divenne ner divina provvidenza la città del Vicario di Cristo. {209 [415]} {210 [416]}

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