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La città di Dio - libro Undicesimo: Origine del mondo nel tempo e creazione degli angeli

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ORIGINE DEL MONDO NEL TEMPO E CREAZIONE DEGLI ANGELI

La Città di Dio nella Scrittura [1-3]


L'argomento della seconda parte.
1. Considero città di Dio quella di cui non è documento un libro che riporta eventuali teorie del pensiero umano, ma un'opera scritta per ispirazione della sovrana provvidenza. È un'opera che, segnalandosi con la divina autorità fra tutte le produzioni letterarie di tutti i popoli, ha assoggettato a sé tutte le opere degli ingegni umani. In questo libro è stato scritto: Di te sono narrate imprese gloriose o città di Dio 1; e in un altro Salmo si legge: Grande è il Signore e degno di lode nella città del nostro Dio, nel suo monte santo, perché estende la gioia a tutta la terra 2; e poco dopo nel medesimo Salmo: Come abbiamo udito così abbiamo anche veduto nella città del Signore degli uomini valorosi, nella città del nostro Dio; Dio l'ha fondata per l'eternità 3; e in un altro Salmo: La corrente del fiume rende fertile la città di Dio, l'Altissimo ha reso santa la sua tenda, Dio è in essa, non crollerà 4. Abbiamo appreso da queste e simili testimonianze che esiste una città di Dio. Sarebbe troppo lungo citarle tutte. E abbiamo desiderato esserne cittadini con quell'amore che ci ha ispirato il suo fondatore. A lui, fondatore della santa città, i cittadini della città terrena antepongono i propri dèi. Non sanno che egli è il Dio degli dèi 5, non degli dèi falsi, cioè ribelli e superbi che, privati della sua luce immutevole e universale e ridotti pertanto a uno stato di degenere autorità, bramano di conseguire in qualche modo un proprio potere e chiedono onori divini a coloro che hanno sottomesso con l'inganno. Egli invece è il Dio degli dèi fedeli e sottomessi, che godono di assoggettare se stessi all'Uno anziché molti a sé e di adorare Dio anziché essere adorati in luogo di Dio. Ma agli avversari della santa città ho già risposto con i primi dieci libri, nei limiti delle mie capacità e con l'aiuto del Signore e Re nostro. Ed ora so ciò che si aspetta da me. Non immemore del mio debito, sempre fidente nell'aiuto dello stesso Signore e Re nostro, comincerò a trattare dell'origine, svolgimento e rispettivi fini delle due città, cioè della terrena e della celeste che frattanto, come abbiamo detto, in questo scorrere dei tempi sono in qualche modo confuse e mischiate fra di loro. Dirò prima di tutto in qual modo si ebbero le origini delle due città nella diversità degli angeli.

La parola di Dio...
2. È impresa grande e molto rara trascendere con atto di puro pensiero tutte le creature corporee ed incorporee, considerate e riconosciute come soggette al divenire e giungere fino alla non diveniente esseità di Dio e comprendere in lui che soltanto egli ha creato ogni essere che non è ciò che egli è. Dio non parla con l'uomo mediante un oggetto sensibile, perché non stimola il senso dell'udito causando vibrazioni dell'aria fra chi parla e chi ascolta. Non parla neanche mediante un oggetto formato interiormente che si riproduce dalle immagini dei sensibili, come nei sogni o in altro stato simile. Anche in questo caso sarebbe come se parlasse all'udito perché parlerebbe mediante e con l'interposizione di uno spazio sensibile, dato che le immagini sono molto simili agli oggetti sensibili. Egli parla mediante la stessa verità, se si è capaci di udire con la mente e non col senso. Si rivolge in tal modo a quella parte dell'uomo che nell'uomo è più perfetta delle altre parti di cui è composto e di cui solo lo stesso Dio è più perfetto. Molto ragionevolmente si pensa o, se questo non è di competenza, almeno si crede che l'uomo è fatto ad immagine di Dio 6. Dunque a Dio, che gli è superiore, è più vicino con quella parte di sé con cui è superiore alle sue parti inferiori che ha in comune anche con le bestie. Ma la mente, in cui risiedono ragione e intelligenza, è incapace, a causa di inveterate imperfezioni che la rendono cieca, non solo ad unirsi col godimento, ma anche a sostenere la luce ideale fino a che ristabilendosi gradualmente in salute, non divenga capace di così grande felicità. Doveva quindi per prima cosa essere istruita alla purezza del vedere mediante la fede. E affinché con essa si avviasse più fiduciosa verso la verità, la Verità stessa, Dio Figlio di Dio, assumendo l'uomo senza cessare di essere Dio, istituì e fondò la fede. Si dava così all'uomo, per giungere al Dio dell'uomo, un cammino mediante l'uomo Dio. Egli è appunto il Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù 7. È mediatore perché è uomo e perciò anche via 8. Poiché, se fra chi tende e l'oggetto cui si tende, vi è come mezzo una via, c'è la speranza di arrivare; se manca invece o non si conosce per dove si deve andare, non giova sapere dove si deve andare. La sola via veramente difesa contro tutti gli errori è che un medesimo individuo sia Dio e uomo: dove si va, Dio; per dove si va, uomo.

... e la sacra Scrittura.
3. Egli dapprima ha parlato, nella misura che ha giudicato sufficiente, mediante i Profeti, poi personalmente, infine mediante gli Apostoli. Avendo insegnato ha istituito anche la Scrittura che si dice canonica, di altissima autorità. Ad essa noi prestiamo fede sulle verità che non si devono ignorare e che non siamo in grado di raggiungere da noi stessi. Con la nostra diretta esperienza si possono conoscere oggetti che non sono alieni dai nostri sensi, sia interni che esterni. Pertanto sono considerati presenti perché intendiamo che sono alla portata dei sensi, come alla portata degli occhi quelli che sono in presenza degli occhi. Ma poiché per nostra diretta testimonianza non possiamo conoscere oggetti alieni dai sensi, per conoscerli richiediamo altri testimoni e crediamo a loro perché non crediamo che gli oggetti sono o sono stati lontani dai loro sensi. Come dunque circa gli oggetti visibili, che non abbiamo visto, crediamo a coloro che li hanno visti e allo stesso modo circa gli altri che sono di competenza dell'uno o dell'altro senso, così è degli oggetti che si sentono con l'atto del pensiero. Anche esso ragionevolmente si considera senso e da esso appunto deriva il termine sententia, cioè pensiero. Circa gli oggetti invisibili dunque, che sono alieni dal nostro senso interiore, dobbiamo credere a coloro che li hanno appresi in una sequenza nell'ideale luce incorporea o ve li intuiscono nella loro immobilità.

L'atto creativo di Dio fuori del tempo [4-8]


Dio ha creato il mondo...
4. 1. II mondo è il più grande degli esseri visibili, Dio il più grande degli esseri invisibili. Noi percepiamo l'esistenza del mondo, l'esistenza di Dio la crediamo. E crediamo che Dio abbia creato il mondo perché nessuno ne può dare la certezza che ne dà Dio stesso. Dove abbiamo udito la sua voce? In nessun luogo frattanto così bene come nelle Scritture sante, in cui ha detto un suo Profeta: Nel principio Dio creò il cielo e la terra 9. Questo Profeta non era presente quando Dio creò il cielo e la terra 10, ma v'era la sapienza di Dio, mediante la quale furono fatte tutte le cose. Essa si svela nelle anime sante, forma gli amici di Dio e i Profeti 11, fa conoscere nel silenzio le opere di lui. Parlano loro anche gli angeli di Dio che vedono sempre la faccia del Padre 12 e annunziano il suo volere a chi è dovuto. Uno di essi era il Profeta che ha detto e scritto: In principio Dio creò il cielo e la terra. Ed egli è teste tanto idoneo a farci credere in Dio appunto perché mediante l'ispirazione divina, con cui conobbe queste verità rivelategli, ha previsto anche tanto tempo prima che si sarebbe avuta la nostra fede.

... e l'anima ponendoli nel tempo.
4. 2. Ma perché Dio eterno ha voluto a un certo punto creare il cielo e la terra che prima non aveva creato? Coloro che pensano così, se intendono che il mondo è eterno senza alcun inizio e che quindi non è stato creato da Dio, sono molto lontani dalla verità e sragionano a causa della funesta malattia della irreligiosità. A parte le parole della Scrittura, il mondo stesso con l'ordinato divenire e movimento e con la grande bellezza di tutte le cose visibili in certo senso afferma tacitamente che è stato creato e che poteva esser creato soltanto da un Dio di grandezza e bellezza inesprimibile e invisibile. Altri invece sostengono che il mondo è stato creato da Dio, ma che non ha avuto l'inizio del tempo ma della sua esistenza. Direbbero con un concetto appena comprensibile che è stato creato nell'eternità. Costoro, è vero, esprimono una teoria con cui ritengono di difendere Dio da un atto di fatale sconsideratezza. Non si dovrebbe credere, cioè, che gli sia venuta all'improvviso in mente l'idea, che prima non aveva, di fare il mondo e gli si sia presentata incidentalmente la decisione mai avuta, giacché è del tutto immutabile. Ma non vedo come questo loro modo di impostare il problema possa avere un fondamento per le altre cose e soprattutto per l'anima. Se sosterranno infatti che essa è coeterna a Dio, non potranno spiegare in nessun modo come le sia capitata una nuova infelicità che non si ebbe dall'eternità. Se ribatteranno che dall'eternità ha alternato infelicità e felicità, devono per forza affermare anche che l'alternerà in eterno. Ne seguirebbe l'assurdo che anche quando si considera felice, proprio per questo non sia felice se prevede che in seguito si avranno la sua infelicità e depravazione. Se non lo prevede e non pensa di poter divenire depravata e infelice ma eternamente felice, sarebbe felice in base a un falso convincimento. E non si può dire nulla di più sciocco. Se poi ritengono che dall'eternità attraverso l'infinita successione dei tempi, ha alternato la infelicità spirituale alla felicità, ma per il tempo che rimane, ormai liberata, non tornerà più alla infelicità, si deve obiettare loro che mai è stata veramente felice, ma che in seguito comincia ad esserlo con una nuova e non passeggera felicità. Dovranno ammettere che le avviene qualche cosa di inusitato e veramente sublime che mai le era avvenuto in passato dall'eternità. E se negheranno che Dio comprendeva in un decreto eterno la ragione ideale di questo fatto nuovo, negheranno insieme che egli è l'autore della felicità dell'anima. Ed è un'affermazione di esecrabile irreligiosità. Se poi diranno che anche egli con un nuovo decreto ha disposto che per il tempo restante l'anima sia felice in eterno, non saranno in grado di ritenerlo immune da quel divenire che anche essi non ammettono. Se infine sono d'accordo che l'anima creata nel tempo ma immune da morte per qualsiasi tempo futuro ha, come il numero, un inizio ma non una fine e che sebbene una volta soggetta alla infelicità, qualora ne sarà liberata, non sarà più infelice, non avranno dubbi che ciò si può verificare senza che l'ordinamento divino si ponga nel divenire. Credano dunque che il mondo ha potuto esser creato nel tempo e che non per questo tuttavia Dio, nel crearlo, ha mutato l'eterno ordinamento del suo volere.

Dio creatore fuori dello spazio e del tempo.
5. Si deve inoltre esaminare che cosa rispondano sullo spazio del mondo costoro i quali sono d'accordo che Dio è il creatore del mondo, ma poi vengono a chiedere a noi che cosa rispondiamo sul tempo del mondo. Si chiede perché il mondo è stato fatto in questo tempo e non prima; per lo stesso motivo si può chiedere perché è stato fatto nello spazio in cui è e non in un altro. Essi pensano a infinite estensioni di tempo prima del mondo, perché ritengono che Dio non ha potuto interrompere la propria azione. Pensino allora anche a infinite estensioni di spazio fuori del mondo perché, se si afferma che in esse l'Onnipotente non poté rimanere inattivo, ne consegue che sono costretti a immaginare con Epicuro infiniti mondi. La differenza sta soltanto in questo, che, secondo lui, i mondi si generano e dissolvono mediante casuali movimenti di atomi; costoro diranno invece che sono stati prodotti dall'azione di Dio. L'ipotesi vale se essi affermeranno che Dio non rimane inattivo attraverso la sconfinata immensità degli spazi aperti all'infinito e che questi non possono essere dissolti da causa alcuna, come ammettono anche per il mondo attuale. Parlo così perché tratto con pensatori i quali ritengono con noi che Dio è immateriale ed è creatore di tutti gli esseri che non sono ciò che egli è. Per quanto riguarda gli altri è indecoroso ammetterli a questo discorso sulla religione, soprattutto perché anche secondo coloro i quali affermano che si deve il culto dei sacrifici a molti dèi, i filosofi spiritualisti hanno superato gli altri per insigne autorevolezza, non per altro motivo che, per quanto ancora da lontano, sono comunque più vicini degli altri alla verità. Essi considerano l'essere di Dio come non circoscritto, non determinato, non esteso nello spazio, ma sono d'accordo, come è giusto che Dio si concepisca, che è tutto in ogni spazio con presenza immateriale. Non potranno sostenere dunque che è assente dagli infiniti spazi fuori del mondo e che è limitato al solo spazio in cui è il mondo, che è molto piccolo in confronto di quell'infinità. Non penso che arriveranno a discorsi così insensati. Essi affermano che un solo mondo finito, per quanto di enorme estensione e limitato nel suo spazio, è stato prodotto dall'azione di Dio. Dunque la risposta che danno degli infiniti spazi fuori del mondo sul motivo per cui Dio in essi non agisce, la diano anche degli infiniti tempi prima del mondo sul motivo per cui Dio in essi si astenne dall'agire. Non è logico pensare che Dio, più a caso che secondo ragione divina, abbia stabilito il mondo non in un altro spazio ma in questo in cui è. Esso ovviamente, poiché nessuno era il migliore, poteva essere scelto egualmente fra infiniti spazi aperti all'infinito. Rimane che la ragione umana non può assolutamente comprendere la ragione divina per cui questo è avvenuto. Così non è logico pensare che a Dio si sia presentata un'occasione per cui ha creato il mondo in questo anziché in un tempo anteriore, giacché i tempi egualmente anteriori erano passati nella successione infinita e non v'era differenza perché si preferisse un tempo anziché un altro. Se poi dicono che sono insensati i pensieri umani con cui si immaginano spazi infiniti, giacché non esiste spazio fuori del mondo, si risponde loro che per la stessa ragione insensatamente gli uomini pensano ai tempi passati di un'inattività di Dio, giacché non esiste tempo prima del mondo.

Il mondo ha inizio col tempo.
6. È logico distinguere eternità e tempo, poiché non si ha il tempo senza un qualche divenire del movimento, nell'eternità al contrario non si ha divenire. Chi non capisce dunque che non si avrebbe il tempo se non fosse prodotta la creatura per porre la realtà nel divenire di un determinato movimento? Si ha infatti il tempo di tale movimento e divenire quando due momenti diversi, che non possono aversi insieme, si pongono in una successione con intervalli più brevi o più lunghi. Dio, nella cui eternità non si ha alcun divenire, è creatore e ordinatore del tempo. Non capisco perciò come si possa affermare che ha creato il mondo dopo successioni di tempo, se non si afferma anche che prima del mondo esisteva già qualche creatura perché dai suoi movimenti si avesse il succedersi dei tempi. La sacra Scrittura, che è sommamente verace, dice che in principio Dio ha creato il cielo e la terra 13 per fare intendere che prima non ha creato nulla. Sarebbe stato detto che in principio aveva creato un determinato essere se lo avesse creato prima di tutti gli altri che ha creato. Dunque senza dubbio il mondo non è stato creato nel tempo ma col tempo. Infatti ciò che si produce nel tempo si produce dopo e prima di un tempo determinato, e cioè dopo il passato e prima del futuro, ma non poteva essere un passato, perché non v'era una creatura dai cui movimenti nel divenire fosse attuato. Il mondo poi è stato creato col tempo, se al suo inizio è stato prodotto il divenire del movimento. Sembra che in tal senso sia ordinata la serie dei primi sei o sette giorni, in cui sono considerate mattina e sera, fino a che tutte le cose, che Dio ha fatto in quei giorni, siano compiute al sesto e nel settimo sia proposta ad esempio la cessazione dall'attività nell'essere grandemente ineffabile che è Dio. È molto difficile e forse anche impossibile pensare e a più forte ragione esprimere che cosa significhino quei giorni.

Tempo e creazione.
7. Osserviamo che i giorni da noi conosciuti soltanto col tramonto del sole hanno la sera e soltanto con la levata del sole hanno il mattino. Invece i primi tre di quei sei giorni si sono avuti senza il sole, giacché la sua creazione è riportata al quarto giorno. Si dice inoltre che la luce fu prodotta dalla parola di Dio e che Dio la separò dalle tenebre e chiamò giorno la luce e notte le tenebre 14. Ma è inaccessibile alla nostra esperienza sensibile ed anche al nostro pensiero conoscere che qualità di luce era e con quale movimento alterno faceva sera e mattina. Eppure si deve credere senza alcuna esitazione. O è una luce materiale in una superiore sfera del mondo inaccessibile alla nostra facoltà visiva e da essa in seguito avvampò il sole; ovvero col nome di luce fu indicata la santa città nei santi angeli e spiriti beati. Di essa dice l'Apostolo: La Gerusalemme che è nell'alto, la nostra madre eterna nei cieli 15; in un altro luogo ha detto: Voi tutti siete figli della luce e figli del giorno; non lo siamo della notte e delle tenebre 16. Rimane comunque il problema se siamo in grado di avere, nei dovuti limiti, un'idea conveniente della sera e del mattino di quel giorno. Infatti la conoscenza della creatura in relazione al Creatore si fa in certo senso sera ma diviene aurora e mattino quando anche essa si volge alla lode e amore del Creatore e non si volge alla notte se il Creatore non è abbandonato per amore della creatura. In definitiva la sacra Scrittura nell'elencare la serie di quei giorni, in nessuno di essi ha interposto il concetto di notte. Non ha mai detto: "Venne la notte", ma: Venne la sera e venne il mattino: si compì un giorno 17. Così per il secondo giorno e per gli altri. La conoscenza della creatura appunto è in sé, più mancante di luce, per così dire, di come se ne ha conoscenza nella sapienza di Dio, che è l'idea in cui è stata fatta. Pertanto con significato più attinente è chiamata sera anziché notte e quando si riconduce, come ho detto, alla lode e amore di Dio, risale verso il mattino. E quando la creatura lo fa nella conoscenza di se stessa, si ha il primo giorno; quando nella conoscenza del firmamento, la cui parte posta fra le acque inferiori e superiori è stata chiamata cielo, il secondo giorno; quando nella conoscenza della terra e del mare e di tutte le piante che si riproducono mediante le radici della terra, si ha il terzo giorno; quando nella conoscenza dei corpi celesti luminosi, più grande e più piccolo, e di tutte le stelle, il quarto giorno; quando nella conoscenza degli animali sorti dalle acque che nuotano e di quelli che volano, il quinto giorno; quando nella conoscenza degli animali terrestri e dell'uomo stesso, il sesto giorno.

Il riposo di Dio.
8. Il riposo di Dio da tutte le sue opere e la consacrazione del settimo giorno non vanno intesi fanciullescamente, come se Dio si sia affaticato nell'agire, perché con la parola intelligibile ed eterna non suonante nel tempo egli parlò e le cose furono create 18. Ma il riposo di Dio significa il riposo di coloro che riposano in Dio, come la gioia della casa significa la gioia di coloro che gioiscono nella casa, anche se non la casa stessa ma qualche altra realtà li fa gioire. A più forte ragione il traslato vale se la casa con la propria bellezza rende gioiosi coloro che vi abitano. In tal caso si considera gioiosa non solo secondo quel modo di parlare con cui si indica il contenuto mediante il contenente. Si dice appunto: "I teatri applaudono, i prati muggiscono", quando sono gli uomini ad applaudire e i buoi a muggire in essi. Ma è gioia anche in quel senso con cui si designa l'effetto mediante l'efficiente, come quando si dice gioiosa una lettera perché indica la gioia di coloro che nel leggerla provano gioia. Molto convenientemente quindi, quando l'autorità dell'agiografo dice che Dio si è riposato, è designato il riposo di coloro che in lui hanno riposo e ai quali egli concede di avere riposo in lui. Il testo della Scrittura promette inoltre agli uomini, ai quali si rivolge e per i quali è stato scritto, che anche essi, dopo le buone opere che in loro e mediante loro Dio compie, avranno in lui il riposo eterno se in qualche modo si saranno avvicinati a lui con la fede durante la vita. Questo significato si è avuto in figura anche nel riposo sabbatico disposto dalla legge nell'antico popolo di Dio. Ritengo di doverne parlare più a fondo a suo luogo.

Creazione, fedeltà e caduta degli angeli [9-21]


La creazione degli angeli nel tempo.
9. Ho cominciato a parlare dell'inizio della città santa e ho ritenuto che per prima si dovesse trattare l'argomento degli angeli santi che della città in parola costituiscono una gran parte e tanto più felice in quanto non ha mai provato l'esilio. Dunque cercherò di produrre con l'aiuto di Dio, nei termini del sufficiente, i testi della Scrittura che sono pertinenti. Quando la sacra Scrittura parla della creazione del mondo, non dice apertamente se e in quale momento sono stati creati gli angeli. Però se non sono stati passati sotto silenzio, sono stati designati o nel concetto di cielo con la frase: In principio Dio ha fatto il cielo e la terra 19, o piuttosto col concetto della luce, di cui ho parlato. Desumo che non siano stati passati sotto silenzio dalla frase che Dio si è riposato al settimo giorno di tutte le opere che aveva fatto 20. Lo conferma il libro stesso che comincia: In principio Dio ha creato il cielo e la terra, perché sia evidente che prima del cielo e della terra non ha creato nulla. Quindi ha dato inizio alla creazione col cielo e con la terra. La terra poi, quale l'ha creata all'inizio, come in seguito spiega la Scrittura, era invisibile e informe e, non essendo stata creata la luce, v'erano tenebre sull'abisso 21, cioè su una indistinta commischianza della terra e dell'acqua, giacché dove non c'è luce, necessariamente ci sono le tenebre. In seguito mediante l'atto creativo sono state ordinate tutte le cose, di cui si narra che sono state condotte a perfezione in sei giorni. È possibile dunque che siano stati passati sotto silenzio gli angeli, come se non fossero fra le opere di Dio, giacché nel settimo giorno ha cessato da ogni opera? La verità che gli angeli sono creature di Dio, anche se in questo testo non passata sotto silenzio e tuttavia non enunciata con evidenza, in altri passi della Scrittura è espressa con molta chiarezza. Nel canto dei tre giovani nella fornace, dopo aver premesso: Benedite il Signore, o creature tutte del Signore 22, nel compimento delle opere del Signore sono nominati anche gli angeli. Inoltre in un Salmo si canta: Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell'alto; lodatelo, voi tutti suoi angeli; lodatelo, voi tutti suoi eserciti; lodatelo, sole e luna; lodatelo, voi tutte stelle e luce; lodatelo, o cieli più alti; e le acque che sono sopra i cieli lodino il nome del Signore, perché egli ha detto e sono esistiti, ha ordinato e sono stati creati 23. Anche in questo passo con molta chiarezza è stato detto per ispirazione divina che gli angeli sono stati creati da Dio, giacché dopo averli citati fra gli altri esseri del cielo, si riferisce a tutti con le parole: Egli ha detto e sono stati fatti. Non si deve ritenere che gli angeli sono stati creati dopo tutti gli altri esseri enumerati nei sei giorni. Ma se qualcuno sragiona così, la sua insensatezza è redarguita da quel passo della Scrittura di pari autorevolezza in cui Dio dice: Quando furono fatte le stelle, mi lodarono a gran voce tutti i miei angeli 24. Dunque esistevano già gli angeli quando furono fatte le stelle. Erano state fatte al quarto giorno. Si dovrà dunque dire che furono creati al terzo giorno? No. Si sa che cosa è stato fatto in quel giorno. Furono separate terra e acque e questi due elementi ricevettero le forme relative e la terra produsse i viventi che sono fissati in lei con le radici. Forse nel secondo? No, neanche in questo. In esso fu fatto il firmamento fra le acque superiori e inferiori e fu chiamato cielo e nel firmamento, il quarto giorno, furono fatte le stelle. Certamente se gli angeli appartengono alle opere divine dei sei giorni, sono quella luce che ha ricevuto il nome di giorno. E appunto per far notare la sua unità non è stato chiamato il primo giorno ma un solo giorno. E il secondo, il terzo o gli altri non sono un altro giorno ma lo stesso è stato ripetuto per completare il numero sei o sette allo scopo di inculcare la conoscenza dei sette giorni, sei per la conoscenza delle opere che Dio ha compiuto e il settimo per la conoscenza del riposo di Dio. Dunque: Dio ha detto: sia fatta la luce e la luce fu fatta 25. Se è giustificato intendere in questa luce la creazione degli angeli, essi certamente sono stati resi partecipi della luce eterna che è la stessa non diveniente sapienza di Dio, per mezzo della quale sono state create tutte le cose. Ed è l'unigenito Figlio di Dio. Illuminati dalla luce, mediante la quale sono stati creati, dovevano divenire luce ed essere chiamati giorno per la partecipazione della luce non diveniente e del giorno che è il Verbo di Dio, per mezzo del quale essi e tutte le cose sono stati creati. Infatti, la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo 26 illumina questo evento e ogni angelo fedele affinché diventi luce non in se stesso ma in Dio, perché se l'angelo da lui si distoglie diviene ribelle. Lo sono appunto tutti quelli che sono chiamati spiriti ribelli, non più luce nel Signore ma tenebre in se stessi, perché privati della partecipazione alla luce eterna. Non si ha infatti una essenza del male ma è stata considerata male la perdita del bene.

Unità e Trinità di Dio.
10. 1. Vi è un solo essere buono semplice e perciò il solo non diveniente, ed è Dio. Da questo essere buono sono stati creati tutti gli esseri buoni, ma non semplici e perciò divenienti. Sono stati creati, ripeto, cioè fatti, non generati. Infatti l'essere generato dall'essere buono semplice è parimenti semplice e medesimo all'essere dal quale è stato generato. Noi li chiamiamo Padre e Figlio e l'uno e l'altro con il loro Spirito è un solo Dio. Lo Spirito del Padre e del Figlio è detto nella sacra Scrittura Spirito Santo con un particolare significato di questo termine. È un altro dal Padre e dal Figlio, perché non è né il Padre né il Figlio, ma un altro, ripeto, non altro, perché anche egli è egualmente un essere buono semplice, egualmente non diveniente e coeterno. E questa Trinità è un solo Dio, ma non perché è Trinità, non è semplice. E non diciamo semplice l'essenza dell'essere buono nel senso che in essa vi è soltanto il Padre o soltanto il Figlio o soltanto lo Spirito Santo o anche che è soltanto una Trinità di nome, senza la sussistenza delle persone, come pensavano gli eretici Sabelliani, ma si considera semplice perché in lei essere ed avere si identificano, salvo che le persone si dicono in senso relativo l'una dell'altra. Infatti il Padre ha certamente il Figlio ma non egli è il Figlio, il Figlio ha il Padre ma non egli è il Padre. Dunque in base agli attributi che si dicono in senso assoluto e non relativo, in Dio si identificano essere e avere. Ad esempio, in senso assoluto si dice vivo perché ha la vita, ma egli è la sua stessa vita.

Immutabilità e semplicità di Dio.
10. 2. Dunque una essenza si dice semplice se l'avere in lei non è qualcosa che essa può perdere, ovvero se altro è chi ha ed altro ciò che ha, come il bicchiere può avere un liquido, il corpo un colore, l'aria la luce o il caldo, l'anima la sapienza. In nessuno di essi si ha identità di essere e avere, perché il bicchiere non è il liquido, il corpo non è il colore, l'aria non è la luce o il caldo, l'anima non è la sapienza. Ne deriva che possono anche essere private delle cose che hanno e mutare col volgersi ad altre conformazioni e qualità. Così il bicchiere può essere vuotato del liquido di cui è pieno, il corpo può scolorarsi, l'aria divenire oscura o fredda e l'anima insipiente. Ma anche se il corpo fosse immortale, quale viene promesso agli eletti nella risurrezione, ha certamente la qualità permanente della stessa immortalità, ma poiché l'essere corporeo rimane, non può essere la stessa immortalità. Anche essa è tutta nelle singole parti del corpo e non in una parte di più e in una di meno, poiché una parte non è più immortale dell'altra. Al contrario, il corpo è più grande nel tutto che in una parte e sebbene una parte in esso sia più estesa e un'altra meno estesa, la parte più estesa non è più immortale della parte meno estesa. Altro è quindi il corpo, che non è tutto in ogni sua parte ed altro l'immortalità che è tutta in ogni parte del corpo, poiché ogni parte del corpo immortale, anche se ineguale dalle altre, è egualmente immortale. Ad esempio, il dito è più piccolo della mano, ma non per questo la mano è più immortale del dito. Quindi, pur essendo ineguali la mano e il dito, è eguale tuttavia l'immortalità della mano e del dito. E per questo, sebbene l'immortalità sia inseparabile dal corpo immortale, altro è l'esseità per cui si considera corpo ed altra la sua proprietà per cui si considera immortale. Quindi anche in questo stato è in esso distinto l'essere e l'avere. La stessa anima, anche se fosse eternamente sapiente, come sarà quando sarà liberata per sempre, sarà comunque sapiente mediante la partecipazione della sapienza non diveniente, che non è medesima con lei. Infatti anche se l'aria non fosse mai abbandonata da una luce che la invade, non per questo non sono distinte essa e la luce da cui è illuminata. Non dico questo nel senso che l'anima sia aria, come hanno supposto alcuni filosofi che non seppero concepire un'esseità immateriale. Hanno comunque, malgrado la grande differenza, una certa analogia. Non è sconveniente infatti dire che l'anima immateriale è illuminata dalla luce immateriale della sapienza di Dio che è una, come è illuminato il corpo dell'aria dalla luce materiale, e che l'anima diventa tenebrosa se è privata della luce della sapienza, come l'aria diventa tenebrosa se è abbandonata dalla luce sensibile. Infatti quelle che si dicono tenebre di un qualsiasi spazio non sono altro che l'aria priva di luce.

Creazione esemplare.
10. 3. In questo senso dunque sono considerate semplici le tre Persone che in forma impartecipata ed essenziale sono divine poiché in loro non sono distinte qualità ed esseità e non sono divine, sapienti e felici per partecipazione da altri. Ed anche se nella Scrittura è stato detto che lo Spirito di sapienza è molteplice 27, poiché ha in sé molti modi, tuttavia in lui essere e avere non sono distinti e tutti quei modi sono uno solo. E non vi sono molte sapienze ma una sola, perché in essa sono gli infiniti, che sono anche finiti, significati delle cose intelligibili. In esse infatti esistono le invisibili non divenienti ragioni delle cose anche visibili e divenienti che sono state create mediante la Sapienza stessa. Dio non ha creato nulla inconsapevolmente. È un difetto che ragionevolmente non si potrebbe dire neanche di un artefice umano. Dunque se Dio ha creato consapevolmente, ha creato le cose che conosceva. Si presenta dunque al pensiero una considerazione singolare ma vera. Il mondo non potrebbe esser conosciuto da noi se non esistesse, al contrario se non fosse conosciuto da Dio, non potrebbe esistere.

Condizione iniziale degli angeli.
11. Stando così le cose, gli spiriti che chiamiamo angeli non furono certamente tenebre in una prima successione di tempo, ma nell'atto stesso che furono creati, furono creati luce. E non furono creati soltanto perché esistessero e vivessero in una qualsiasi condizione, ma furono anche illuminati affinché vivessero nella sapienza e felicità. Alcuni angeli si distolsero dalla illuminazione e per questo non raggiunsero la sublimità della vita sapiente e felice che è indubbiamente eterna e stabilmente certa della propria eternità. Hanno comunque la vita dell'intelligenza, anche se in stato d'insipienza, e in modo tale che anche se volessero, non la potrebbero perdere. È impossibile stabilire fino a qual punto, prima di peccare, fossero partecipi di quella sapienza. Ma non potrei affermare che ne partecipassero come gli altri, i quali sono felici in una ideale pienezza, perché non si ingannano sull'eternità della propria felicità. Se ne avessero partecipato egualmente, anche essi sarebbero rimasti eternamente in essa, egualmente felici perché egualmente certi. Infatti una vita, finché dura, si può considerare vita, ma non si può considerare vita eterna se avrà una fine, giacché è considerata vita dal solo vivere ed è considerata vita eterna se non ha fine. Comunque un essere eterno non necessariamente è felice. È scritto che anche il fuoco della pena è eterno. Tuttavia se la vita felice nella sua ideale perfezione non può essere che eterna, non era tale quella degli angeli ribelli, perché a un certo punto doveva cessare e per questo non era eterna, sia che lo sapessero, sia che pur non sapendolo s'ingannassero. Infatti se lo sapevano, c'era il timore e se non lo sapevano c'era l'errore a non permettere che fossero felici. Se poi non lo sapevano nel senso di non potersi fidare di conoscenze errate o incerte, ma erano costretti a dubitare se il loro bene fosse durato per sempre o se a un certo punto fosse cessato, l'incertezza stessa di un destino così alto escludeva la felicità che noi crediamo esistente negli angeli santi. Infatti il concetto di felicità non viene ristretto in limiti così angusti da farci pensare che Dio soltanto è felice. Certo è veramente felice in maniera che non si può dare felicità maggiore. Al confronto è piccola e poca cosa la massima felicità che sia consentita agli angeli.

Felicità e certezza che ne abbiamo.
12. Per quanto attiene alla creatura ragionevole ossia intelligente pensiamo che non soltanto gli angeli si devono considerare felici. Non si può infatti negare che i primi uomini nel paradiso prima del peccato fossero felici, sebbene incerti quanto durasse o se fosse eterna la loro felicità. Sarebbe stata eterna se non avessero peccato. Si pensi che attualmente senza presunzione possiamo dichiarare felici gli uomini che vediamo menare la vita onestamente e religiosamente nella speranza dell'immortalità futura, senza il peccato che distrugge la coscienza, perché possono ottenere facilmente la misericordia divina per i peccati della debolezza umana. E sebbene essi siano certi della ricompensa riservata alla loro perseveranza, rimangono tuttavia dubbiosi della propria perseveranza. Nessuno infatti potrebbe sapere che persevererà fino alla fine nell'operare e promuovere la giustizia, se non viene reso certo, per rivelazione, da colui che, con giusto e occulto giudizio, non tutti rende consapevoli in proposito, ma non inganna alcuno. Per quanto dunque attiene al godimento del bene in questa vita, era più felice il primo uomo nel paradiso che qualsiasi giusto nell'attuale soggezione alla morte. Al contrario per quanto attiene alla speranza di un bene futuro, è più felice del primo uomo, incerto della propria caduta nella grande felicità del paradiso, un individuo qualsiasi anche in una qualsiasi sofferenza fisica, se sa non per opinione ma con verità certa che, nella partecipazione del sommo Dio, avrà la compagnia degli angeli immune da ogni dolore.

Caduta e pena del diavolo...
13. È ormai evidente a ognuno senza incertezze che nel conseguimento dell'uno e dell'altro si realizza la felicità che l'essere intelligente desidera con retto intendimento. Può godere, cioè, senza alcuna inquietudine del bene non diveniente che è Dio e insieme non avere incertezza alcuna e non essere soggetto all'errore sul fatto che di quel bene godrà per l'eternità. Crediamo con fede religiosa che hanno tale felicità gli angeli della luce e concludiamo per logica deduzione che prima di cadere non l'hanno posseduta gli angeli ribelli, i quali a causa della loro disobbedienza sono stati privati della luce ideale. Si deve credere tuttavia che ebbero una qualche felicità, quantunque non presciente, se hanno avuto l'esistenza prima del peccato. Può sembrare spietato credere che, quando furono creati gli angeli, alcuni furono creati in modo che non avessero la prescienza della loro perseveranza o caduta e che altri con verità assolutamente evidente conoscessero l'eternità della propria felicità. In principio però furono tutti creati di eguale felicità e in realtà furono felici, fino a quando quelli, che ora sono malvagi, si allontanarono di propria volontà dalla luce della bontà. Comunque sarebbe molto più spietato pensare che attualmente gli angeli santi, incerti della propria felicità eterna, ignorino essi di se stessi quello che noi abbiamo potuto conoscere nei loro confronti mediante la sacra Scrittura. Un cristiano cattolico non può ignorare infatti che fra gli angeli buoni non vi sarà più un diavolo e che nessun diavolo sarà riammesso nella compagnia degli angeli buoni. Cristo verità, infatti, nel Vangelo promette ai santi e ai fedeli che saranno eguali agli angeli di Dio 28; viene anche promesso loro che andranno alla vita eterna 29. Se dunque noi fossimo certi che non saremo privati di quel destino eterno ed essi non ne fossero certi, saremmo migliori di loro, non eguali. Ma poiché Cristo verità non inganna e saremo quindi eguali a loro, anche essi dunque sono certi della propria felicità eterna. Ma gli angeli ribelli non ne furono certi, perché la loro felicità non era tale da esserne certi, dato che sarebbe cessata. Rimane dunque o che non furono eguali o se furono eguali, dopo la perdizione dei ribelli, ai buoni fu accordata una conoscenza certa della loro felicità eterna. Qualcuno potrebbe addurre come obiezione il giudizio che il Signore ha dato del diavolo nel Vangelo: Dall'inizio egli era omicida e non si mantenne nella verità 30. La frase si potrebbe interpretare nel senso che non solo fu omicida dall'inizio, cioè dall'inizio del genere umano, cioè da quando è stato creato l'uomo che egli poteva uccidere con l'inganno, ma che dall'inizio della sua esistenza come angelo non si mantenne nella verità. Quindi non fu mai felice con gli angeli santi, perché rifiutò di sottomettersi al suo Creatore, mediante la superbia si vantò come di un suo personale potere e divenne per questo ingannato e ingannatore, dato che non si può sfuggire al potere dell'Onnipotente. Ed egli che non ha voluto conservare mediante l'ossequio della sottomissione la sua vera essenza, aspira con orgogliosa presunzione a fingersi ciò che non è. Così si comprende anche ciò che ha detto san Giovanni apostolo: Dall'inizio il diavolo pecca 31, cioè ha rifiutato, da quando è stato creato, la giustizia che può avere soltanto una volontà soggetta con ossequio al Signore. Chi accoglie questa interpretazione non consente con quegli eretici, cioè i manichei ed altre sètte pestilenziali che sostengono la medesima teoria, che cioè il diavolo ha la natura del male come da un determinato principio contrario. Costoro sragionano con tanta leggerezza da non riflettere, pur adducendo a loro conferma assieme a noi le citate parole del Vangelo, che il Signore non ha detto: "Fu di altra natura della verità", ma: Non si mantenne nella verità. Volle fare intendere appunto la caduta dalla verità, perché se avesse perseverato in essa, resone partecipe, sarebbe rimasto felice assieme agli angeli santi.

... perché si alienò dalla verità .
14. Ha aggiunto una indicazione, quasi l'avessimo chiesta, affinché fosse chiaro che non perseverò nella verità. Ha detto: Perché in lui non è la verità. Sarebbe in lui se vi avesse perseverato. Il concetto è stato esposto con un discorso un po' insolito. Apparentemente l'espressione è questa: Non perseverò nella verità, perché in lui non è la verità 32, come se la ragione per cui non si mantenne nella verità sia che in lui non è la verità. Al contrario la ragione per cui in lui non è la verità è che non perseverò nella verità. Questo modo di esprimersi si ha anche in un Salmo: Io ho invocato, perché mi hai esaudito, o Dio 33. Apparentemente si sarebbe dovuto dire: "Mi hai esaudito, o Dio, perché ho invocato". Ma nel dire: Io ho invocato, quasi gli si chiedesse di mostrare il motivo della sua invocazione, ha mostrato l'affetto della propria invocazione dall'effetto dell'esaudimento divino. Sembra che dica: "Mostro di avere invocato proprio dal fatto che mi hai esaudito".

La Bibbia sull'angelo ribelle.
15. Anche l'espressione di Giovanni sul diavolo: Dall'inizio il diavolo pecca 34 non è intesa dagli eretici nel senso che la natura, se è natura, non è peccato in alcun modo. Ma come rispondere ad altri testi dei Profeti? Isaia, indicando il diavolo sotto la figura del re di Babilonia, ha detto: Come è tramontato Lucifero che sorgeva al mattino? 35 ed Ezechiele: Sei stato nelle delizie del paradiso di Dio, sei stato ornato di ogni pietra preziosa. In questi passi è indicato che per un tempo fu senza peccato. Infatti poco appresso più espressamente si dice: Ai tuoi giorni hai camminato senza imperfezione 36. E se queste frasi non si possono intendere più convenientemente con altro significato, bisogna anche che interpretiamo la frase: Non perseverò nella verità 37 nel senso che fu nella verità ma non vi si mantenne, e l'altra: Dall'inizio il diavolo pecca nel senso che non peccò dall'inizio in cui fu creato ma dall'inizio del peccato, perché il peccato ha cominciato ad esistere dalla sua superbia. Si ha una espressione anche nel libro di Giobbe quando si parla del diavolo: Questo è l'inizio dell'opera del Signore che ha fatto perché fosse di scherno ai suoi angeli 38. Sembra che ad essa si possa riferire anche un Salmo, in cui si legge: Questo serpente che hai formato perché fosse deriso 39. Non si deve interpretare nel senso che dall'inizio fosse stato creato un essere tale perché fosse deriso dagli angeli, ma che fu destinato a questa pena dopo il peccato. Dunque l'inizio della sua esistenza è opera del Signore. Non v'è natura, anche fra gli ultimi infimi animaletti, che egli non abbia ideato, perché da lui è ogni misura, ogni forma, ogni ordine, senza dei quali non può esistere o esser pensato alcun essere, e a più forte ragione la creatura angelica, che è per dignità di natura la più eccellente di tutte le altre che Dio ha creato.

Valutazione dell'essere.
16. Fra gli esseri che in qualsiasi forma hanno l'essere e non l'hanno eguale a quello di Dio da cui sono stati creati, i viventi sono più perfetti dei non viventi, come quelli che hanno la facoltà di generare o anche di appetire nei confronti di quelli che sono privi di questo stimolo. Fra i viventi quelli che hanno la percezione sono più perfetti di quelli che non l'hanno, come gli animali nei confronti degli alberi. Fra quelli che hanno la percezione gli esseri pensanti sono più perfetti di quelli che non pensano, come gli uomini nei confronti delle bestie. Infine fra quelli che pensano sono più perfetti gli immortali che i mortali, come gli angeli nei confronti degli uomini. Sono però considerati migliori in base ai gradi della natura. V'è poi in base all'utilità dei singoli una diversa misura di valutazione, per cui avviene che diamo ad esseri privi di percezione maggior valore che ad alcuni che l'hanno. Se fosse in nostro potere, vorremmo radiarli dalla natura, sia perché ignoriamo che significato hanno nel mondo, sia perché, pur sapendolo, li posponiamo ai nostri interessi. Ciascuno infatti preferisce avere in casa il pane anziché i topi, il denaro anziché le pulci. E non c'è da meravigliarsi se nel valutare gli uomini stessi, la cui natura è di grande dignità, si guarda di solito con più affetto un cavallo che uno schiavo, una pietra preziosa che una domestica. Così in base alla libertà di giudizio differisce assai la motivazione di chi fa della teoria dall'indigenza di chi sente il bisogno o dall'appagamento di chi ha un desiderio. La teoria pensa che cosa valutare di per sé nei gradi delle cose, l'indigenza pensa che cosa raggiungere in vista di uno scopo; la teoria guarda a che cosa si manifesta di vero all'intelligenza, l'appagamento al contrario guarda l'oggetto gradevole che soddisfa i sensi. Ma negli esseri intelligenti ha tanto valore il peso del volere e dell'amore che, sebbene nell'ordine della natura gli angeli sono più perfetti degli uomini, tuttavia per legge di giustizia lo siano gli uomini buoni nei confronti degli angeli cattivi.

L'ordinamento divino e il diavolo.
17. Dunque interpretiamo rettamente la frase: Questo è l'inizio dell'opera di Dio 40, in considerazione dell'essere e non della ribellione del diavolo. Senza dubbio infatti in un soggetto, in cui si ha la depravazione della ribellione, si ebbe anteriormente un essere non depravato. La depravazione è così opposta all'essere che non può fare altro che danneggiarlo. Dunque l'allontanarsi da Dio non sarebbe depravazione, se il restare con lui non fosse di pertinenza dell'essere di cui è depravazione. Pertanto anche una volontà malvagia è una grande testimonianza della bontà dell'essere. Ma come Dio è creatore ottimo degli esseri buoni, così è anche ordinatore giustissimo delle volontà perverse, nel senso che queste usano male degli esseri buoni ed egli usa bene anche delle volontà perverse. Ha voluto perciò che il diavolo, buono per suo ordinamento e malvagio per volontà propria, degradato della sua dignità fosse deriso dai suoi angeli, come dire che le sue tentazioni giovino agli eletti, mentre egli vorrebbe che li danneggino. Dio nel crearlo non ignorava certamente la sua futura malvagità e prevedeva il bene che egli avrebbe derivato dal suo male. Per questo un Salmo ha detto: Il serpente che hai creato perché fosse deriso 41. Si deve intendere, cioè, che nell'atto di idearlo, sebbene buono a norma della propria bontà, tuttavia mediante la sua prescienza aveva preordinato come usarlo, anche se malvagio.

La Provvidenza e le antitesi.
18. Inoltre Dio non creerebbe non dico un angelo ma neanche un uomo, di cui avesse previsto che sarebbe divenuto malvagio, se non conoscesse pure a quale profitto dei buoni destinarli e ornare così mediante antitesi, come se fosse un bellissimo poema, la vicenda dei tempi. Quelle che si chiamano antitesi sono molto opportune nell'eleganza del discorso. In latino si dicono opposizioni o, per tradurre più esplicitamente, contrapposizioni. Da noi non si ha l'uso di questo termine, sebbene anche la lingua latina usi di queste eleganze del discorso, come pure la lingua di tutti i popoli. Anche l'apostolo Paolo usa con grazia questa figura nella Seconda lettera ai Corinzi, dove dice: Mediante le armi destre e sinistre della giustizia, mediante la gloria e il disonore, attraverso la buona e la cattiva reputazione, come impostori eppure leali, come sconosciuti eppure conosciuti, come moribondi ed ecco che siamo vivi, come colpiti dalla legge ma non messi a morte, come tristi eppure sempre allegri, come bisognosi eppure rendiamo ricchi gli altri, come nullatenenti eppure abbiamo tutto 42. Come dunque questi contrari opposti ai propri contrari rendono l'armonia del discorso, così l'armonia della vicenda dei tempi è data dall'opposizione dei contrari in un determinato discorso non di parole ma di fatti. Con evidenza il concetto è espresso nel libro dell'Ecclesiastico in questa maniera: Il bene è opposto al male e la vita alla morte, così il peccatore è opposto all'uomo onesto. In tal modo devi guardare a tutte le opere dell'Altissimo, a coppie, l'uno contro l'altro 43.

Luce e tenebre negli angeli.
19. L'oscurità della parola divina è utile anche perché dà luogo a molteplici interpretazioni della verità e porta alla luce della riflessione, quando uno interpreta in un senso e l'altro in un senso diverso. Rimane tuttavia che l'interpretazione data a un passo oscuro deve essere confermata dalla testimonianza di verità evidenti e da altri passi non oscuri, sia che nel proporre le varie interpretazioni si giunga a quella intesa dall'agiografo, sia che, nel caso che essa sfugga, dall'occasione di esporre concetti profondi e oscuri si affermino le altre verità. Ciò posto non mi sembra in contrasto con le opere di Dio la tesi che se nella prima luce creata s'intendono gli angeli, è stata fatta distinzione fra gli angeli buoni e quelli cattivi con la frase: E Dio fece divisione fra la luce e le tenebre e Dio chiamò giorno la luce e notte le tenebre 44. Egli soltanto ha potuto separarli perché ha potuto anche avere prescienza che sarebbero caduti e che privati della luce di verità sarebbero rimasti nelle tenebre della superbia. Infatti diede ordine agli astri luminosi del cielo, così accessibili ai nostri sensi, perché dividessero il giorno e la notte, tanto noti a noi, cioè fra la luce sensibile e le tenebre sensibili. Siano fatti, egli disse, gli astri luminosi nel firmamento del cielo perché diano luce sopra la terra e dividano il giorno e la notte. E poco appresso aggiunge: E Dio fece due grandi astri luminosi nel cielo, l'astro più luminoso, come ordinamento del giorno e l'astro meno luminoso, come ordinamento della notte e le stelle e li pose nel firmamento del cielo a dar luce sulla terra, a ordinare il giorno e la notte e a dividere fra la luce e le tenebre 45. Invece solo egli poté dividere fra la luce, che è la santa società degli angeli risplendente nel mondo intelligibile mediante l'illuminazione della verità, e le tenebre a lei contrarie, cioè gli spiriti tenebrosi degli angeli ribelli distoltisi dalla luce della giustizia. A lui infatti non poteva essere occulto o incerto che sarebbe avvenuto il male non della natura ma della volontà.

Tenebre cosmiche e angeliche.
20. Inoltre non bisogna passare sotto silenzio un particolare. Dio dice: Sia fatta la luce e la luce fu fatta, e immediatamente si aggiunge: E Dio vide che la luce è buona 46. Non lo dice dopo che ha separato la luce dalle tenebre e ha chiamato giorno la luce e notte le tenebre, affinché non sembrasse che come alla luce, così riservasse l'attestato della propria compiacenza anche a tenebre di quella fatta. Dove le tenebre non includono il concetto di colpa, dato che a dividere fra di esse e fra la luce terrena e visibile sono gli astri luminosi del cielo, non prima ma dopo si aggiunge: E Dio vide che era un bene. Dice appunto: Li pose nel firmamento del cielo a far luce sulla terra, a ordinare il giorno e la notte e a separare la luce e le tenebre. E Dio vide che era un bene 47. Entrambe ebbero la sua compiacenza perché entrambe erano senza peccato. Ma nel passo dove Dio dice: Sia fatta la luce e la luce fu fatta. E Dio vide che la luce era buona, si aggiunge in seguito: E Dio separò la luce dalle tenebre e Dio chiamò giorno la luce e notte le tenebre 48. In questo passo non è stato aggiunto: E Dio vide che era un bene, affinché non fossero considerate un bene entrambe, dato che uno dei due era un male, per sua particolare depravazione e non per natura. Pertanto in questo caso solo la luce ebbe la compiacenza del Creatore. Le tenebre angeliche, anche se da inserire nell'ordine, non erano da riconoscersi come buone.

Immediatezza dell'atto creativo.
21. E che cosa si deve intendere nella frase ripetuta per tutte le creature: Dio vide che era un bene 49, se non il riconoscimento dell'opera come buona in quanto prodotta secondo l'idea che è la sapienza di Dio? Dio non ha certamente appreso che l'opera è un bene quando è stata fatta al punto che nessuna di esse sarebbe stata fatta se gli fosse rimasta sconosciuta. Mentre dunque vede che è un bene, e non sarebbe fatta se non l'avesse visto prima che fosse fatta, insegna, non apprende che è un bene. Platone ha osato dire di più, che Dio, cioè, ha esultato di gioia nel portare a compimento l'universo. E nel dirlo non sragionava al punto da ritenere che Dio fosse stato reso più felice dalla novità della sua opera. Volle mostrare invece che l'ideatore si compiacque dell'opera già fatta, perché se ne era compiaciuto nell'idea quando era da farsi e non perché la scienza di Dio possa in qualche modo cambiare, sicché costituiscano un oggetto diverso le cose che saranno, quelle che sono e quelle che furono. Egli non guarda in avanti, come facciamo noi, il futuro, non guarda nell'immediato il presente, non guarda dietro a sé il passato, ma con un atto molto diverso in tutti i sensi dalla norma dei nostri pensieri. Egli non conosce variando il pensiero da un oggetto a un altro ma senza alcun cambiamento, nel senso che si rappresenta in un presente eternamente stabile tutte le cose nel tempo, le future che non sono ancora, le presenti che già sono, le passate che non sono più. E non conosce in una maniera con la vista e in un'altra con l'intelligenza perché non è formato di anima e di corpo, e neanche in una maniera adesso, in un'altra prima e in un'altra dopo. La sua conoscenza dei tre tempi, cioè presente, passato e futuro non diviene, come la nostra, in una molteplicità, perché in lui non ci sono né il divenire né ombra di successione nel tempo 50. La sua coscienza infatti non passa di pensiero in pensiero, perché nel suo immateriale intuire sono presenti insieme tutti gli oggetti che conosce. Egli non conosce il tempo nelle proprietà del tempo, come non muove le cose poste nel tempo con suoi movimenti del tempo. Egli dunque ha intuito che è bene ciò che ha fatto dove ha intuito che è bene il farlo. E non ha duplicato o aumentato in qualche aspetto la propria scienza perché ha intuito l'opera dopo che era stata fatta, come se avesse una scienza minore prima di fare ciò che intuiva. Egli non produrrebbe le cose nella loro interezza mediante una scienza nella sua interezza, se non perché ad essa non viene aggiunto nulla da parte delle opere prodotte. Pertanto se ci si dovesse far sapere soltanto chi ha fatto la luce, basterebbe dire: "Dio ha fatto la luce"; se invece non soltanto chi l'ha prodotta, ma per mezzo di che cosa l'ha prodotta, basterebbe questa frase: E Dio ha detto: Sia fatta la luce e la luce fu fatta. Apprendiamo così non soltanto che Dio l'ha prodotta ma che l'ha prodotta per mezzo del Verbo. Siccome era opportuno che principalmente tre concetti ci fossero comunicati sul creato, chi l'ha creato, per mezzo di che cosa l'ha creato, perché l'ha creato, è scritto: Dio ha detto: Sia fatta la luce e la luce fu fatta. E Dio vide che la luce era buona 51. Se dunque chiediamo chi l'ha prodotta, si risponde: Dio; se per mezzo di che cosa: Ha detto: Sia fatta, ed è stata fatta; se perché è stata fatta: Perché è buona. E non vi è autore più eccellente di Dio, idea più efficiente del Verbo, ragione più buona che un essere buono fosse creato da un Dio buono. Anche Platone dice che la ragione più giusta di creare il mondo è che gli esseri buoni siano creati da un Dio buono. Può darsi che abbia letto questi testi o che li abbia appresi da chi li aveva letti o che con la straordinaria intelligenza abbia intuito come oggetto di pensiero attraverso il creato 52 la intelligibile nozione di Dio o che l'abbia appreso da coloro che l'avevano intuita.

Errori sull'atto e sull'essenza trinitaria di Dio [22-34]


Contro i manichei bene e male nel creato.
22. Questa dunque è la ragione, cioè la bontà di Dio nel creare cose buone. Ma certi eretici non han saputo scorgere questa ragione tanto giusta e conveniente che, attentamente considerata e religiosamente meditata, pone fine a tutte le discussioni di coloro che indagano sull'origine del mondo. Dicono che innumerevoli cose, come il fuoco, il freddo, una belva e altre simili affliggono, in quanto la contrariano, la bisognosa e fragile natura mortale del nostro essere fisico, proveniente da una giusta condanna. Non riflettono che queste cose hanno l'essere nel proprio rango e natura e sono disposte secondo un ordine ammirevole, che concorrono con le proprie parti convenienti al tutto come in uno stato comunitario e che comportano un vantaggio anche per noi se le usiamo convenientemente e consapevolmente. Anche i veleni, che secondo la parte non conveniente sono dannosi, se usati convenientemente, divengono medicine efficaci. Al contrario anche le cose piacevoli, come il cibo, la bevanda e la luce, con l'uso smodato e inopportuno si rendono nocive. E per questo la divina provvidenza ci ammonisce a non deprezzare stoltamente le cose ma a ricercarne attentamente l'utilità e, dove la nostra intelligenza o meglio la sua debolezza non arrivano, credere a una utilità nascosta. Si avevano delle utilità che molto difficilmente siamo riusciti a scoprire. Infatti anche l'ignoranza dell'utilità di una cosa è o un esercizio d'umiltà o repressione dell'orgoglio. L'essere comunque non è in senso assoluto un male e questo concetto è soltanto di privazione del bene. Dalle cose della terra a quelle del cielo, dalle visibili a quelle invisibili ci sono beni più o meno perfetti ed ineguali affinché tutti ci siano. Dio è un ideatore così grande nelle cose grandi da non essere meno grande nelle piccole. E le cose piccole non si devono misurare dalla loro grandezza che non esiste, ma dalla sapienza dell'ideatore. È come se nella figura del corpo umano venga tagliato un sopracciglio. Non si toglie pressoché nulla al fisico, ma molto alla bellezza, perché essa non risulta dalla grandezza ma dalla proporzionata misura delle parti. Non c'è molto da meravigliarsi quindi se coloro, i quali ritengono che qualche essere è cattivo perché ha avuto origine e diffusione da un suo principio contrario, non vogliono accettare questa ragione della creazione delle cose, che cioè un Dio buono ha creato cose buone. Credono appunto che egli è stato piuttosto indotto alla creazione del mondo dalla suprema necessità di respingere il male che gli si ribellava, che per respingerlo e superarlo ha commischiato ad esso la propria natura buona e che può appena con grande fatica liberarla e purificarla, perché indegnamente macchiata e crudelmente imprigionata e assoggettata. E non tutta la libererà ma quella parte di lui che non potrà essere purificata dalla contaminazione diverrà carcere e catene del nemico vinto e rinchiuso. I manichei non avrebbero detto queste scemenze o meglio pazzie, se avessero ritenuto la natura di Dio, com'è veramente, immune dal divenire e dalla corruzione. E per questo nulla le può nuocere. Avrebbero anche ammesso con la sana dottrina cristiana che l'anima, la quale poté mutarsi in peggio per sua volontà e corrompersi per il peccato ed essere così privata della luce della verità non diveniente, non è parte di Dio o della sua natura che è Dio stesso, ma che è stata da lui creata in un grado molto inferiore di perfezione nei confronti del Creatore.

Errore di Origene sulla creazione...
23. 1. Ma c'è molto più da meravigliarsi che errano in proposito anche alcuni i quali ammettono con noi che uno solo è il principio di tutte le cose e che ogni natura, la quale non ha l'essere identico a quello di Dio, può esistere soltanto da lui. Non hanno voluto ammettere tuttavia mediante l'unica buona teoria questa unica buona ragione della creazione del mondo, che cioè Dio buono ha creato buone le cose, che esse sono a lui inferiori perché non sono ciò che egli è, buone tuttavia perché le può creare soltanto Dio. Affermano inoltre che le anime, considerate non come parte di Dio ma create da Dio, hanno peccato allontanandosi da Dio e che secondo la differenza dei peccati con differenti cadute dal cielo alla terra hanno meritato come prigione i differenti corpi. Aggiungono che in tal modo è stato prodotto il mondo e che la ragione della creazione del mondo non fu di produrre il bene, ma di reprimere il male. Di questa teoria è responsabile Origene. Formulò ed espose questa tesi nei libri che chiama , cioè Dei princìpi. E in proposito mi meraviglio, più di quanto mi sia possibile esprimerlo, che un individuo tanto colto ed esercitato nei libri della sacra Scrittura non abbia riflettuto a due cose. Prima di tutto la tesi è contraria al testo della Scrittura che è di tanta autorità. Esso infatti ha chiosato tutte le opere di Dio con la frase: E Dio vide che era un bene 53 e soggiungendo al completamento di esse: E Dio vide tutte te cose che aveva fatte ed erano buone assai 54. Ha voluto così far intendere che l'unica ragione di creare il mondo fu che cose buone fossero create da Dio buono. E se nel mondo non si fosse peccato, esso sarebbe ornato e pieno esclusivamente di esseri buoni e dal fatto che si è peccato, non per questo tutto il creato è invaso dal peccato. Intanto fra gli esseri celesti un numero di gran lunga superiore di buoni conserva il fine del proprio essere ; inoltre la volontà cattiva per il fatto che non ha voluto conservare il fine del proprio essere non sfugge le leggi di Dio giusto che dispone al fine tutte le cose. Infatti come una pittura è bella anche col colore oscuro, se ben disposto nelle parti, così l'universo, se si potesse cogliere in una intuizione, è bello anche con i peccatori, sebbene in sé considerati la loro bruttura li deturpa.

... e sulla caduta e pena.
23. 2. In secondo luogo Origene e coloro che sostengono questa tesi avrebbero dovuto fare questa considerazione. Se la loro teoria fosse vera, il mondo sarebbe stato creato perché le anime, secondo la gravità dei peccati, avessero come prigioni, in cui essere rinchiuse per pena, i corpi, quelle che hanno meno peccato i più alti e leggeri e quelle che hanno peccato di più i più bassi e pesanti. Ma allora i demoni, di cui nessun essere è peggiore, anziché gli uomini anche onesti, avrebbero dovuto avere corpi terreni che sono i più bassi e pesanti fra tutti. Al contrario perché intendessimo che la dignità spirituale non va pesata con le qualità fisiche, il demonio, più cattivo, ha avuto un corpo etereo, l'uomo invece, cattivo nello stato attuale ma di una cattiveria più moderata e trattabile, ed anche prima del peccato, ha avuto un corpo terrestre 55. Ed è il più banale non senso il dire che Dio ideatore non ha provveduto il sole, uno solo in un solo mondo, per la sovrana bellezza ed anche per la conservazione delle cose materiali, ma che si è verificato così perché una sola anima ha peccato in una certa maniera che doveva essere chiusa dentro il corpo del sole. Pertanto se fosse capitato che non una, ma due, anzi dieci e cento avessero peccato nell'identica maniera e misura, questo mondo, a sentir loro, avrebbe cento soli. E perché ciò non si avverasse, non fu ottenuto dalla mirabile provvidenza di chi compiva l'opera al fine della conservazione e della bellezza dei corpi, ma è avvenuto a causa di una caduta tanto importante di una sola anima peccatrice che quindi da sola ha meritato un corpo così nobile. Ma si deve impedire debitamente la caduta della gente che sostiene questa teoria così lontana dalla verità e non quella delle anime, di cui non sanno quel che dicono. Quando dunque si ricercano in ciascuna creatura le tre ragioni, che ho ricordato dianzi, e cioè chi l'ha creata, per mezzo di che cosa l'ha creata, perché l'ha creata, si deve rispondere: "Dio, per mezzo del Verbo, perché è buona". Ma se con queste parole in un sublime mistero ci viene suggerita la Trinità stessa cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo o al contrario c'è qualche difficoltà che proibisce tale interpretazione di quel passo della Scrittura, è un problema che richiede un lungo discorso. E non ci si deve stimolare a trattare tutto in un solo volume.

La Trinità e la città di Dio.
24. Crediamo, accettiamo e fedelmente insegniamo che il Padre ha generato il Verbo, cioè la Sapienza per mezzo della quale sono state create tutte le cose, Figlio unigenito, uno da uno, eterno da eterno, sommamente buono da egualmente buono e che lo Spirito Santo è insieme lo Spirito del Padre e del Figlio, anche egli consustanziale e coeterno ad entrambi. Ed insieme è Trinità per la distinzione delle Persone e un solo Dio per la inseparabile divinità, come un solo onnipotente per la inseparabile onnipotenza. Tuttavia, quando si chiede delle singole Persone, si deve rispondere che ciascuna è Dio ed è onnipotente; quando invece si chiede di tutte insieme, si deve rispondere che non sono tre dèi o tre onnipotenti, ma un solo Dio onnipotente perché intima è nei tre l'inseparabile unità. In questi termini la Trinità si è voluta far conoscere. Non oso poi buttar là un'opinione azzardosa sulla domanda se lo Spirito Santo si possa considerare la bontà del Padre buono e del Figlio buono, poiché è comune a entrambi. Oserei piuttosto considerarlo la santità d'entrambi, non come loro qualità ma ipostasi in sé e terza Persona nella Trinità. M'induce a questa teoria puramente opinabile la considerazione che essendo il Padre spirito e il Figlio spirito, il Padre santo e il Figlio santo, egli viene per proprietà chiamato Spirito Santo, in quanto santità ipostatica e consustanziale di entrambi. Ma se la bontà di Dio non è altro che la sua santità, è competenza della ragione, e non azzardo della presunzione, che dalle opere di Dio, sempre nel rispetto del mistero, da cui è stimolata la nostra riflessione, si giunga alla conoscenza della Trinità nei tre motivi: chi ha prodotto ogni creatura, per mezzo di chi l'ha prodotta, per quale ragione l'ha prodotta. Infatti in chi ha detto che fosse prodotta è significato il Padre del Verbo; l'essere che con la sua parola è stato creato, indubbiamente è stato creato per mezzo del Verbo; infine con l'espressione: Dio vide che era un bene si indica abbastanza chiaramente che Dio ha creato ciò che è stato creato, non per necessità o per la soddisfazione di un suo bisogno, ma per bontà, e cioè perché è un bene. E si dice dopo che è stata creata per indicare che la cosa creata corrisponde alla bontà per cui è stata creata. E se è esatta l'interpretazione dello Spirito Santo come bontà, ci viene fatta conoscere tutta la Trinità nelle sue opere. Da qui si hanno l'origine, la ragione ideale e il fine ultimo della città santa esistente in alto nei santi angeli. Infatti se si chiede da chi ha l'esistenza, si risponde che Dio l'ha fondata; se da che cosa è sapiente, si risponde che è illuminata da Dio; se da che cosa è felice, si risponde che gode Dio. È ordinata nel suo essere, è illuminata per la contemplazione, è resa felice nell'unione; esiste, intuisce, ama; dura nell'eternità di Dio, splende nella verità di Dio, gode nella bontà di Dio.

La Trinità e le parti della filosofia.
25. Per quanto è dato di rilevare, i filosofi hanno ritenuto che l'insegnamento della sapienza fosse diviso in tre parti, anzi riuscirono ad accorgersi che si divide in tre parti, perché non stabilirono loro che così fosse ma piuttosto scoprirono che è così. Una parte si chiama fisica, l'altra logica, la terza etica. I corrispondenti termini latini sono ormai usati negli scritti di molti; si ha così la filosofia naturale, razionale e morale. Ne abbiamo parlato in breve anche nell'ottavo libro. Non ne consegue che con questa tripartizione i filosofi abbiano avuto un concetto della Trinità divina. Si dice comunque che Platone per primo abbia trovato e legittimato questa distinzione perché ritenne che soltanto Dio è autore di tutti gli esseri, datore dell'intelligenza e animatore dell'amore con cui si vive nell'onestà e nella felicità. E sebbene i vari filosofi sostengano opinioni diverse sulla natura, sulla teoria della conoscenza della verità e sulla finalità del bene, alla quale dobbiamo ricondurre ogni nostra azione, comunque tutta la loro indagine verte su questi tre grandi e generali problemi. Quindi sebbene in ciascuna di esse si abbia una notevole divergenza di opinioni secondo le varie scuole, non si mette in discussione che esiste un principio causale della natura, un costitutivo della scienza, la norma del vivere. Egualmente tre doti sono rilevate nell'esperto di tecnica per compiere un'opera: la dote naturale, l'istruzione, l'uso pratico. La dote naturale si valuta dall'attitudine, l'istruzione dalla scienza, l'uso pratico dal godimento. Non ignoro che a rigore il godimento è di chi gode e l'uso di chi usa e si ha questa differenza, che il godere si dice di un oggetto il quale diletta di per sé senza esser posto in relazione ad altro, mentre l'usare si dice di un oggetto che si cerca come mezzo. E per questo si deve usare e non godere delle cose temporali per godere delle eterne, non come fanno i pervertiti che vogliono godere del denaro e usare Dio, perché non valutano il denaro in relazione a Dio, ma adorano Dio per il denaro. Comunque, secondo un linguaggio introdotto dalla consuetudine, usiamo i godimenti e godiamo gli utili. D'altra parte ormai il termine fructus è passato a significare i prodotti della campagna, dei quali noi tutti usiamo per il benessere temporale. In questo senso parlerei di uso pratico nelle tre doti da considerarsi nell'uomo, che sono la dote naturale, l'istruzione e l'uso pratico. Da questi significati i filosofi, come ho detto, hanno derivato una triplice disciplina per conseguire la felicità, e cioè la naturale per la dote, la razionale per l'istruzione, la morale per la prassi. Se dunque la nostra natura venisse all'esistenza da noi, noi avremmo generato anche la nostra sapienza e non ci preoccuperemmo di conseguirla con l'istruzione, cioè apprendendo da altri. Anche il nostro amore, se provenisse da noi e fosse riferito a noi, basterebbe per la felicità e non avrebbe bisogno di un altro bene di cui godere. Al contrario, poiché la nostra dote naturale per esistere ha come autore Dio, indubbiamente per avere la sapienza della verità dobbiamo averlo come maestro e per esser felici lo dobbiamo avere come datore della interiore capacità di amare.

La Trinità e le tre dimensioni dell'essere.
26. Noi ravvisiamo in noi l'immagine di Dio, cioè della somma Trinità. Certamente non è eguale, anzi assai differente e non coeterna e, per dir tutto in breve, non della medesima esseità di cui è Dio. Tuttavia è tale che nessuna delle cose da lui create gli è più vicina nell'essere ed è ancora da perfezionarsi in un rinnovamento continuo perché gli sia sempre più vicina nella somiglianza. Noi esistiamo infatti, abbiamo coscienza di esistere e amiamo il nostro esistere e l'averne coscienza. E per quanto riguarda queste tre dimensioni che ho detto, non ci rende incerti l'aspetto illusorio di una copia del vero. Non ce le rappresentiamo infatti col senso corporeo allo stesso modo degli oggetti esterni, come percepiamo i colori con la vista, i suoni con l'udito, gli odori con l'olfatto, i sapori col gusto, i corpi duri e morbidi col tatto o come riproduciamo in una rappresentazione o conserviamo nella memoria le immagini molto simili e non più corporee di questi sensibili o come siamo stimolati mediante tali immagini all'appetizione dei sensibili stessi. Ed è assolutamente certo al di là dell'illusoria apparenza delle immaginazioni e delle immagini, che io esisto e che ne ho coscienza e amore. In relazione a questi tre oggetti non si ha il timore dell'obiezione degli accademici: "E se t'inganni?". "Se m'inganno, esisto". Chi non esiste, non si può neanche ingannare e per questo esisto se m'inganno. E poiché esisto se m'inganno, non posso ingannarmi d'esistere, se è certo che esisto perché m'inganno. Poiché dunque, se m'ingannassi, esisterei, anche se m'ingannassi, senza dubbio non m'inganno nel fatto che ho coscienza di esistere. Ne consegue che anche del fatto che ho coscienza di aver coscienza non m'inganno. Come ho coscienza di esistere, così ho coscienza anche di aver coscienza. E quando faccio oggetto di amore queste due cose, aggiungo un terzo aspetto di inestimabile valore alle cose di cui ho coscienza. Non posso ingannarmi di amare, poiché non m'inganno sulle cose che amo ed anche se esse ingannano, è vero che amo cose che ingannano. Infatti non v'è motivo d'essere giustamente biasimato e giustamente trattenuto dall'amore delle cose false, se è falso che le amo. Al contrario, se quei due oggetti sono veri e certi, non si può dubitare che anche l'amore verso di loro, nell'atto che sono amati, è vero e certo. E come non si vuole non esistere, così non si vuole non esser felici. E non si può esser felici se non si esiste.

Universale desiderio dell'esistenza.
27. 1. Inoltre per un naturale impulso l'esistere è talmente amabile che non per altro motivo anche gli infelici non vogliono morire e, pur riconoscendosi infelici, preferiscono che scompaia la loro infelicità e non essi dall'esistenza. Vi sono alcuni che non solo si credono molto infelici, e lo sono difatti, e sono giudicati infelici, in quanto insipienti, non solo dai sapienti ma, in quanto miserabili costretti a mendicare anche da quelli che si illudono di esser sapienti. Poniamo che a costoro fosse concessa l'immortalità con la quale la loro infelicità non verrebbe mai a cessare. Considerando che se non volessero rimanere per sempre nella medesima infelicità, cesserebbero di esistere e non esisterebbero mai più ma finirebbero del tutto, esulterebbero certamente di gioia e sceglierebbero di esistere per sempre in quella condizione, anziché non esistere affatto. Ne fa fede il loro sentimento conosciuto da tutti. Temono di morire, preferiscono vivere in quello stato miserevole anziché porvi un termine con la morte, appunto perché è abbastanza evidente quanto la natura rifugga dal non esistere. E perciò sapendo che devono morire, desiderano a titolo di grande favore che sia loro accordata la grazia di vivere in quella infelicità un po' più a lungo e di morire più tardi. Dimostrano dunque palesemente che riceverebbero con molta gratitudine sia pure quell'immortalità che non comporti la fine della mendicità. Ma tutti gli animali anche irragionevoli, ai quali non è consentito di fare simili riflessioni, dagli enormi coccodrilli ai minuti vermicelli, indicano, con tutti i movimenti di cui sono capaci, che vogliono vivere e che per questo rifuggono dalla morte. Ed anche gli alberi e tutte le piante, che non hanno senso per evitare con un movimento palese la propria fine, per mandare in alto al sicuro la gemma apicale, fissano in profondità nella terra le radici con cui nutrirsi e conservare così nel loro limite il proprio esistere. Infine i corpi stessi, che non solo non hanno la sensazione ma neanche per lo meno la vita seminale, tuttavia salgono verso l'alto o discendono verso il basso o si tengono sospesi nel mezzo per conservare il proprio essere in quello spazio in cui secondo natura è loro possibile.

Gli esseri e il conoscere.
27. 2. Inoltre fino a qual punto è oggetto di amore il conoscere e fino a qual punto rifugga dall'illudersi la natura umana si può derivare anche dal fatto che si preferisce soffrire nella sanità mentale che gioire nella pazzia. Questa energia tanto meravigliosa non esiste nei viventi mortali, escluso l'uomo, sebbene alcuni di loro abbiano il senso visivo molto più acuto dell'uomo nel percepire la luce sensibile. Ma non possono raggiungere la luce intelligibile, con cui la nostra intelligenza viene in determinata misura illuminata per giudicare obiettivamente di tutti i sensibili. E possiamo giudicarli nei limiti della nostra capacità ad afferrare quella luce. Tuttavia esiste anche negli animali irragionevoli una parvenza di scienza che comunque scienza non è in senso assoluto. Le altre cose del mondo fisico sono chiamate sensibili non nel senso che sentono ma che sono sentite. Nelle piante ha parvenza di sensazione il fatto che si nutrono e riproducono. Tuttavia esse e tutte le cose fisiche hanno nella natura cause non apparenti ma fanno apparire alla percezione dei sensi le proprie qualità, da cui risulta bella la struttura del mondo visibile. Sembra quasi che, essendo incapaci di conoscere, vogliano farsi conoscere. Questi oggetti si percepiscono col senso ma in maniera da non poterli giudicare col senso. Abbiamo infatti un altro senso, quello interiore, ben più nobile del senso esteriore, con cui si percepisce la convenienza o la non convenienza degli oggetti, la convenienza mediante la specie intelligibile, la non convenienza mediante la sua negazione. Alla funzione di questo senso non partecipano la pupilla dell'occhio, la cavità dell'orecchio, l'inalazione delle narici, l'assaggio del palato e la sensibilità tattile. Nel senso interiore io ho certezza di esistere e di averne coscienza, amo questi dati e allo stesso modo ho certezza di amarli.

L'amore amato conduce a Dio.
28. Ho detto abbastanza, quanto mi è parso che richiedesse il disegno dell'opera intrapresa, sui primi due concetti, che sono l'esistere e l'averne coscienza, cioè fino a qual punto siano oggetto di amore in noi e in quale misura si riscontri una loro immagine, sebbene differente, anche negli esseri inferiori a noi. Non si è parlato dell'amore con cui sono amati e se anche l'amore è amato. È amato certamente. Lo proviamo dal fatto che esso è amato di più negli uomini che sono più rettamente amati. Non è giusto infatti considerare una persona buona quella che sa ciò che è bene ma quella che lo predilige. Perché dunque non sentiamo di amare in noi stessi l'amore stesso con cui amiamo ogni bene che amiamo? Vi è infatti un amore con cui si ama anche un oggetto che non si deve amare e l'uomo, il quale sceglie l'amore con cui si ama l'oggetto che si deve amare, odia in se stesso l'amore perverso. È possibile che si abbiano entrambi in una sola persona ed è un bene per l'uomo che mentre l'amore buono aumenta, l'altro diminuisca fino alla completa guarigione e ogni atto della nostra vita diventi un bene. Se fossimo bestie, ameremmo la nostra vita carnale e ciò che è conveniente alla sua facoltà sensitiva, essa sarebbe il bene che ci soddisfa e in vista di essa, giacché per noi sarebbe come un fine, non cercheremmo altro. E se fossimo alberi, non potremmo amare qualche cosa in base allo stimolo della sensazione, tuttavia sembrerebbe quasi che tendiamo allo scopo di produrre frutti nella maggiore abbondanza. Se fossimo terra, acqua, aria, fuoco o altro di simile senza senso e vita, non ci mancherebbe tuttavia la quasi tendenza ad occupare lo spazio stabilito per noi. Infatti le spinte dei pesi sono come gli amori dei corpi, sia che tendano al basso per gravità o all'alto per leggerezza. Come infatti il corpo dal peso, così lo spirito è portato dall'amore, in qualunque direzione sia portato. Noi siamo uomini creati a immagine del nostro Creatore che ha vera eternità, eterna verità, eterno e vero amore ed è egli stesso eterna vera amante Trinità senza commischianza e senza separazione. Ma anche le cose a noi inferiori non esisterebbero nel loro limite, non sarebbero contenute in una idea, non tenderebbero e non conserverebbero l'ordine loro assegnato, se non fossero create da lui che è, è sapiente, è buono al di là di ogni limite. Noi dobbiamo dunque, come percorrendo tutti gli esseri che ha creato con meraviglioso ordine fisso, cogliere le sue orme impresse dove più, dove meno. Ravvisando poi in noi stessi la sua immagine e rientrando in noi come il figliol prodigo del Vangelo 56, alziamoci in piedi e torniamo a lui, da cui ci eravamo allontanati peccando. In lui il nostro esistere non avrà fine, in lui il nostro conoscere non incorrerà nell'errore, in lui il nostro amare non incontrerà ripulsa. In questa vita noi riteniamo come certi questi tre valori e non li accettiamo per la testimonianza di altri, ma li avvertiamo in atto in noi stessi e li riconosciamo con lo sguardo interiore sommamente verace. Tuttavia non potendo da noi stessi conoscere fin quando dureranno o se non cesseranno mai e quale destinazione avranno se si tiene una buona o una cattiva condotta, sul problema cerchiamo o già possediamo la testimonianza di altri. Però non è questo ma verrà in seguito il momento opportuno di trattare più attentamente la ragione per cui non si può avere alcun dubbio sulla veracità di queste testimonianze. In questo libro si tratta della città di Dio che non è esule nella soggezione alla morte della vita terrena ma è eternamente immortale nei cieli, si tratta cioè degli angeli santi uniti a Dio che non furono e non saranno ribelli. Ho già esposto che Dio all'inizio ha separato questi angeli da quelli che, abbandonando la luce eterna, sono divenuti tenebra. Ed ora, con l'aiuto di Dio, nei miei limiti tratterò l'argomento iniziato.

La visione degli angeli.
29. Gli angeli santi non conoscono Dio per mezzo del suono delle parole, ma nella presenza stessa della verità che non diviene, cioè il suo Verbo unigenito. Conoscono anche il Verbo stesso, il Padre e il loro Spirito Santo e che essi sono una inseparabile Trinità, che le singole Persone in essa sono sussistenti e che non sono tuttavia tre dèi ma un solo Dio, in maniera da avere maggiore conoscenza essi di queste verità che noi di noi stessi. Conoscono inoltre il creato meglio nella sapienza di Dio, in quanto idea da cui è stato prodotto, che in esso stesso e perciò anche se stessi meglio nell'idea che in se stessi, sebbene anche in se stessi. Anche essi infatti sono stati creati e sono altro da chi li ha creati. Nell'idea dunque si conoscono quasi di una conoscenza mattinale, in se stessi quasi in una conoscenza serale, come ho detto precedentemente. Si ha notevole differenza se una cosa si conosce nella ragione secondo cui è stata prodotta ovvero in se stessa. In un modo infatti si conosce il concetto delle linee rette, quanto dire la nozione essenziale delle figure, quando si esaminano con l'intelligenza 57, e in un altro quando si tracciano nella polvere. Così in un modo si conosce la giustizia nella sua idea immutabile e in un altro nell'anima dell'uomo giusto. Lo stesso si dica delle altre cose, come il firmamento fra le acque che stanno in alto e quelle che stanno in basso che è stato chiamato cielo, come il radunarsi delle acque in basso, l'apparire della terra e la produzione delle erbe e delle piante, come la formazione del sole, della luna e delle stelle e quella degli animali dalle acque, cioè dei volatili, pesci e delle bestie marine e infine di tutti gli animali che camminano o strisciano sulla terra e dell'uomo stesso che doveva essere superiore a tutti gli esseri terrestri. Tutte queste cose sono conosciute dagli angeli in un modo nel Verbo, in cui hanno immobili fuori del divenire le loro cause e ragioni ideali, cioè quelle secondo cui sono state create, e in un altro modo in esse. Quella è conoscenza più chiara, questa più oscura, perché una è dell'idea, l'altra delle opere. Ma quando queste sono riferite a lode e adorazione del Creatore, nella intelligenza di coloro che ne hanno pura conoscenza si fa giorno come di mattino.

La perfezione del sei.
30. A causa della perfezione del numero sei si narra nella Scrittura che queste opere sono state condotte a perfezione in sei giorni che sono il medesimo giorno ripetuto sei volte. La ragione non è che a Dio fosse necessario uno spazio di tempo, come se non avesse il potere di creare simultaneamente tutte le opere che poi il tempo avrebbe posto nella successione secondo i movimenti convenienti. La ragione è invece che mediante il sei è stata indicata la perfezione del creato. Il numero sei infatti è il primo ad essere compiuto dalle proprie parti, cioè la sesta, la terza parte e la metà, che sono l'uno, il due e il tre e che addizionati danno il sei. In questo esame dei numeri si devono considerare come parti dei numeri quelle di cui si può dire che sono tante volte in un numero come la metà, la terza e la quarta parte e così le altre che si denominano da un numero. Ad esempio, dal fatto che il quattro è una determinata parte del nove, non si può dire che vi è tante volte. È possibile invece per l'uno che è la sua nona parte e per il tre che è la terza parte. Queste due parti, la nona e la terza, cioè l'uno e il tre, addizionate sono ben lontane dall'intero che è il nove. Egualmente il quattro è una determinata parte del dieci, ma non si può dire che vi sia tante volte. Si può dire invece dell'uno che è la decima parte ed anche della quinta parte che è il due e della metà che è il cinque. Ma queste tre parti, che sono la decima, la quinta e la metà, cioè l'uno, il due e il cinque, addizionate non danno dieci ma otto. Al contrario le parti del dodici addizionate lo oltrepassano; ha infatti la dodicesima che è l'uno, la sesta che è il due, la quarta, che è il tre, la terza che è quattro ed anche la metà che è sei, ma uno, due, tre, quattro e sei non fanno dodici ma di più, cioè sedici. Ho ritenuto di richiamare brevemente queste nozioni per evidenziare la perfezione del numero sei, che è il primo ad essere compiuto dalle sue parti addizionate. E in esso Dio ha compiuto le sue opere. E per questo non si deve trascurare il significato aritmetico. A chi riflette con attenzione appare evidente quale valore abbia in molti passi della sacra Scrittura. Non per caso è stato detto a lode di Dio: Hai disposto tutte le cose nella misura, nel numero e nel peso 58.

Simbolismo del sette e del riposo di Dio.
31. Nel giorno settimo, che è sempre lo stesso giorno ripetuto sette volte ed anche esso per altra ragione è un numero perfetto, si mette in rilievo il riposo di Dio 59. In esso si ha primieramente il tono della Sacralità. Dio non volle rendere sacro questo unico giorno in alcune delle sue opere, ma nel suo riposo che non ha sera. In esso non è prodotta una creatura che, conoscendosi in un modo nel Verbo e in un altro in se stessa, renda diversa la conoscenza mattinale da quella serale. Della perfezione del numero sette si possono dire molte cose. Ma questo libro è già abbastanza lungo e temo non si pensi che, approfittando dell'occasione, vado pavoneggiandomi con la mia modesta cultura più per leggerezza che per l'utilità. Si deve dunque mantenere il criterio di una soppesata moderazione, affinché non mi si faccia la critica che, a forza di parlare del numero, ho trascurato la misura e il peso. È sufficiente ricordare che il primo numero totalmente impari è il tre e che il primo totalmente pari è il quattro e che dai due per somma risulta il sette. E per questo spesso si usa nel senso di un tutto. Ad esempio si ha: Il giusto cadrà sette volte e si rialzerà 60, cioè ogni volta che cadrà, non si perderà. La Scrittura ha indicato che il passo non va interpretato in termini di malvagità ma di sofferenze che inducono all'umiltà. Si ha inoltre: Ti loderò sette volte al giorno 61. Il medesimo concetto si ha in un altro passo con altra formulazione: La sua lode è sempre sulla mia bocca 62. E altre espressioni simili si hanno nella sacra Scrittura in cui, come ho detto, il numero sette di solito si usa per indicare la totalità di un concetto qualsiasi. Per questo motivo col medesimo numero si indica talora lo Spirito Santo, di cui il Signore ha detto: Vi insegnerà ogni verità 63. In quel giorno si ha il riposo di Dio perché in esso ci si riposa in Dio. Nel tutto infatti, cioè nella piena perfezione si ha il riposo, nella parte la fatica. Ci affatichiamo appunto, perché conosciamo soltanto in parte, ma quando giungerà ciò che è perfetto, sarà eliminato ciò che è in parte 64. Pertanto si richiede fatica anche per investigare questi passi della Scrittura. Al contrario gli angeli santi, alla cui compagnia e comunità aneliamo in questo travagliato esilio, hanno l'eternità dell'esistere come pure la facilità del conoscere e la serenità del riposo. Ci aiutano quindi senza provare disagio, perché, dati i puri e liberi movimenti spirituali, non si affaticano.

Prima del mondo gli angeli.
32. Qualcuno può ribattere e dire che non sono indicati gli angeli fedeli nell'espressione: Sia fatta la luce e la luce fu fatta 65; può ritenere opinativamente o anche con certezza che quella qualunque luce creata in principio è corporea. Gli angeli sarebbero stati creati anteriormente, non solo prima del firmamento che, posto fra le acque di sopra e di sotto, fu chiamato cielo, ma anche prima di quel cielo di cui è stato detto: Nel principio Dio creò il cielo e la terra 66. Inoltre l'espressione: Nel principio non andrebbe intesa nel senso che per primo è stato fatto questo cielo, perché prima ha creato gli angeli, ma nel senso che ha creato tutte le cose nella sapienza che è il suo Verbo. Difatti la Scrittura lo ha chiamato principio, come egli stesso ai Giudei che glielo chiedevano ha indicato nel Vangelo di essere il principio 67. Non ho nulla da ribattere in contrario a questa interpretazione, tanto più che mi fa molto piacere il fatto che proprio all'inizio del Genesi è indicata la Trinità. Difatti dopo la frase: Nel principio Dio creò il cielo e la terra, per fare intendere che il Padre ha creato nel Figlio, come conferma anche un Salmo, in cui si legge: Quanto sono state create grandi le tue opere o Signore! Hai creato tutte le cose nella sapienza 68, molto opportunamente poco dopo viene indicato anche lo Spirito Santo. Vi è indicato appunto quale genere di terra Dio ha creato all'inizio, ovvero quale massa o materia della futura struttura del mondo ha designato col termine di cielo e di terra mediante la sottoindicazione e l'aggiunta: La terra era invisibile e informe e le tenebre erano sull'abisso. E immediatamente per indicare tutta la Trinità, soggiunge: E lo Spirito di Dio si librava sulle acque 69. Dunque ciascuno interpreti come vorrà un passo così profondo che ad esercizio di chi legge può dar luogo a molteplici opinioni, purché non deroghino dalla regola della fede. Non si metta in dubbio tuttavia che gli angeli santi, anche se nel grado più alto dell'essere, non sono coeterni a Dio, ma sono sicuri e certi della propria eterna vera felicità. E il Signore, insegnando che i suoi piccoli sono inseriti nella società angelica, non solo ha detto che saranno eguali agli angeli di Dio 70, ma ha insegnato anche di quale visione gli angeli stessi godono con le seguenti parole: Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli 71.

Angeli buoni e angeli cattivi nel Genesi.
33. L'apostolo Pietro dichiara apertamente che alcuni angeli hanno peccato e che sono stati rinchiusi nelle parti inferiori di questo mondo che è per loro come un carcere, fino alla definitiva condanna che avverrà nel giorno del giudizio. Afferma appunto che Dio non ha perdonato agli angeli che peccarono, ma che cacciandoli nella prigione della caligine del mondo inferiore li ha destinati ad essere puniti nel giudizio 72. Non si può dubitare dunque che Dio ha separato, sia con la prescienza che nell'atto della creazione, questi angeli da quelli buoni; e non si può negare che questi giustamente siano considerati luce. Anche noi che viviamo tuttora nella fede e che speriamo l'eguaglianza con loro, ma non l'abbiamo ancora raggiunta, anche in questa vita siamo stati chiamati luce dall'Apostolo che dice: Siete stati una volta tenebre, ma ora siete luce nel Signore 73. Coloro i quali con la ragione o per fede sanno che gli angeli ribelli sono peggiori degli uomini infedeli, riconoscono che essi molto convenientemente sono considerati tenebre. Perciò, anche se si deve intendere un'altra luce nell'espressione di questo libro: Disse Dio: sia fatta la luce e la luce fu fatta, ed altre tenebre sono state indicate nell'altra frase: Dio fece divisione fra la luce e le tenebre 74, io interpreto, che si tratta dei due gruppi angelici. Uno gode Dio, l'altro si gonfia di superbia; ad uno è detto: Adoratelo voi tutti angeli del Signore 75, il capo dell'altra dice invece: Ti darò tutte queste cose se mi adorerai in ginocchio 76; l'uno ha il fuoco del santo amore di Dio, l'altro il fumo dell'immondo amore della propria grandezza. E poiché, come è stato scritto, Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili 77, quello abita nei cieli più alti 78, questo cacciato da quel cielo si agita in questo più basso cielo dell'aria; quello è tranquillo nella luce dell'adorazione, questo è sconvolto dalle tenebre del piacere; quello accorre pietosamente e punisce giustamente a un cenno di Dio, questo s'infiamma del proprio orgoglio nel desiderio di asservire e di nuocere; quello è intermediario della bontà di Dio nel soccorrere, fin dove egli vuole, questo è impedito dalla potenza di Dio a nuocere fin dove esso vorrebbe; quello si fa beffe dell'altro affinché, pur non volendolo, sia di giovamento con le proprie persecuzioni, questo gli risponde con l'odio mentre fa l'appello dei propri gregari. Io dunque ho ritenuto che questi due gruppi angelici, fra di loro dissimili e in lotta, uno buono di natura e retto nel volere, l'altro buono di natura ma perverso nel volere, fatti conoscere da altre più chiare testimonianze della sacra Scrittura, sono stati indicati con i termini di luce e tenebre anche in questo libro intitolato Il Genesi. Ed anche se l'agiografo in quel passo ha inteso un'altra cosa, non è inutile l'avere esaminato quel passo oscuro, perché anche se non sono riuscito a interpretare il pensiero dell'autore del libro, tuttavia non mi sono allontanato dalla regola della fede, che è ben nota ai fedeli da altri passi della Scrittura egualmente autorevoli. Ed anche se nel testo sono indicate creature materiali, hanno con le spirituali una determinata analogia in base alla quale dice l'Apostolo: Tutti voi siete figli della luce e figli del giorno, non lo siamo della notte e delle tenebre 79. Se invece ha inteso in questo senso anche l'agiografo, il mio impegno ha conseguito il termine più ambito della discussione, cioè il non dover credere che un uomo di Dio, dotato di sapienza altamente divina, o meglio per suo mezzo lo Spirito di Dio, nell'elencare le opere di Dio che dice compiute al sesto giorno, si sia dimenticato degli angeli. Difatti sia che: Nel principio s'intenda all'inizio o che più convenientemente: Nel principio s'intenda che ha creato nel Verbo Unigenito, nell'espressione: Nel principio Dio ha creato il cielo e la terra 80, mediante i due termini di cielo e di terra è stata indicata ogni creatura, sia spirituale che materiale. Ed è l'interpretazione più attendibile. Oppure sono stati indicati i due grandi settori del mondo visibile in cui sono contenute tutte le creature. Quindi l'agiografo prima prospetta l'intero creato e poi ne distribuisce le parti secondo il numero mistico dei giorni.

Falsa interpretazione delle acque.
34. Alcuni hanno pensato che col termine acque sono state indicate per analogia le schiere degli angeli e con la frase: Sia fatto il firmamento fra acqua e acqua 81 si indicherebbe che le acque sopra il firmamento sono gli angeli, e quelle sotto le acque visibili o la moltitudine degli angeli ribelli o tutte le stirpi umane. Se così si dovesse interpretare, non è stato indicato nel testo quando sono stati creati gli angeli, ma quando sono stati separati. Alcuni affermano con accento di perversa e irreligiosa leggerezza, che le acque non sono state create da Dio, perché in nessuna parte si trova "Dio disse: siano fatte le acque". Con egual leggerezza lo possono dire anche della terra, perché in nessun passo si legge: "Dio disse: sia fatta la terra". Ma ribattono che nella Scrittura si ha: Nel principio Dio creò il cielo e la terra 82. Ma con quella frase, rispondo io, si deve intendere anche l'acqua, perché con una sola parola è stato incluso l'uno e l'altro elemento. Si legge infatti in un Salmo: Di lui è il mare ed egli lo ha creato e le sue mani hanno fissato la terra 83. Ma coloro, i quali ammettono che col termine di acque poste sopra i cieli si devono intendere gli angeli, sono indotti a questa teoria dalla legge dei pesi degli elementi e non riescono a capacitarsi che sia stato possibile collocare la natura fluida e pesante delle acque nelle parti più alte del mondo. Se costoro avessero potuto creare l'uomo secondo le proprie idee, non avrebbero posto nella testa il muco nasale che in greco si dice e che fra gli elementi del nostro corpo tiene il posto delle acque. Al contrario, secondo l'opera di Dio, la testa è la sede del muco nasale, e molto convenientemente, ma irragionevolmente stando alla opinione di costoro. C'è da pensare che, se non lo sapessimo per esperienza e se nel Genesi fosse scritto anche che Dio ha posto l'elemento fluido e freddo e perciò pesante nella parte più alta del corpo umano, questi soppesatori degli elementi non lo crederebbero. Riterrebbero, se avessero accettato l'autorità della Scrittura, che in quel testo si deve intendere qualche altra cosa. Ma se mi mettessi a indagare e trattare in particolare le cose che in quel libro divino sono state scritte sull'origine del mondo, si dovrebbero esporre ancora molti concetti e si avrebbe una digressione dal disegno dell'opera. Quindi poiché mi pare di aver discusso sufficientemente dei due diversi gruppi di angeli in lotta fra di loro, in cui si hanno determinati inizi delle due città anche in relazione ai fatti umani, dei quali ho divisato di parlare in seguito, chiudo alfine questo libro.



Autore: Agostino di Ippona
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