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La città di Dio - libro Decimo: La religione della salvezza

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LA RELIGIONE DELLA SALVEZZA

Concetti attinenti alla vera religione (1-11)


Gli angeli e il culto religioso.
1. 1. È opinione generale di coloro i quali possono a qualsiasi livello usare la ragione che tutti gli uomini vogliono essere felici 1. Al contrario, nell'atto che l'insufficienza umana si pone il problema del soggetto che è felice e dell'oggetto da cui lo diviene, sono sorte molte e grandi controversie. In esse i filosofi hanno profuso studio e tempo. Ma è lungo e non necessario citarle ed esaminarle. Se il lettore richiama il criterio che nel libro ottavo abbiamo esposto nello scegliere i filosofi con cui trattare il problema della felicità che sopraggiungerà dopo la morte, se cioè possiamo raggiungerla col servizio religioso e rituale a un solo vero Dio, che è anche creatore degli dèi, o a più dèi, non si aspetti che tali concetti siano ripetuti, tanto più che se li ha dimenticati, può aiutare la memoria rileggendoli 2. Abbiamo infatti scelto i platonici, i più illustri meritatamente di tutti i filosofi, appunto perché sono riusciti a stabilire filosoficamente che l'anima dell'uomo, sebbene immortale e ragionevole o intelligente, può essere felice soltanto nella partecipazione del lume di quel Dio da cui sono stati creati essa e il mondo. Affermano quindi che non si conseguirà il bene che tutti desiderano, cioè la felicità, se non ci si unisce in purezza di casto amore all'unico sommo bene che è il Dio immutevole 3. Tuttavia anche essi, sia per adattarsi alla ubbia ed errore popolare, sia perché, come dice l'Apostolo, sragionarono nei propri pensieri 4, credettero o lasciarono credere che si devono adorare molti dèi. Alcuni di loro anzi ritennero che i divini onori dei misteri e dei sacrifici si devono tributare anche ai demoni. A costoro abbiamo risposto abbastanza esaurientemente. Ora nella trattazione si deve esaminare, per quanto Dio lo concede, in qual senso si deve ritenere che gli esseri immortali e felici stabiliti nella sede, nel dominio, nel primato e nel potere del cielo 5, che i platonici chiamano dèi e di essi alcuni demoni buoni o anche, con noi cristiani, angeli 6, vogliono che da noi siano praticate la religione e la pietà. Per dirlo più apertamente, si cerca se piace a loro che compiamo misteri e sacrifici, che consacriamo con riti religiosi alcune cose nostre o noi stessi anche a loro o soltanto al loro Dio che è anche il nostro.

Latria e culto.
1. 2. Questo è infatti il culto dovuto alla divinità, o, per esprimersi più propriamente, alla deità. Per indicarlo con una sola parola, poiché non me ne sovviene una latina abbastanza appropriata, manifesto il mio pensiero, dove è necessario, con una parola greca. I nostri scrittori, in qualsiasi passo della Scrittura si trovi, tradussero con "servizio" 7. Ma il servizio che è dovuto agli uomini, in virtù del quale, come ordina l'Apostolo, i servi devono essere soggetti ai propri padroni 8, di solito si designa con un altro vocabolo greco 9; al contrario, per secondo l'uso con cui hanno parlato coloro che ci hanno trasmesso la parola divina, s'intende o sempre o così frequentemente che è quasi sempre quel servizio che appartiene al culto di Dio 10. Pertanto, se si vuol indicare soltanto il culto per sé, è chiaro che non è dovuto soltanto a Dio. Si dice anche che si onorano (colere) gli uomini che vengono esaltati in un ricordo o in una manifestazione celebrativa. E non solo per quegli oggetti, ai quali ci assoggettiamo con religiosa umiltà, ma anche per oggetti a noi sottoposti, si adopera la parola colere. Da questa parola sono denominati gli agricoltori, i coloni e gli abitanti (incolae). I pagani chiamano gli dèi stessi celicoli per il solo motivo che onorano il cielo, non certo adorandolo ma abitandovi, quasi come coloni del cielo 11. E questo non nel senso dei coloni che debbono la propria condizione al suolo in cui sono nati per l'esercizio dell'agricoltura sotto il dominio dei proprietari, ma nel senso indicato da un grande autore della lingua latina: Vi fu un'antica città fondata dai coloni di Tiro 12. Li ha chiamati "coloni" da incolere (abitare) e non da agricoltura. Per questo le città fondate da città più grandi, come da uno sciamare dei cittadini, si chiamano colonie. È quindi proprio vero che il culto nel significato originario della parola è dovuto soltanto a Dio, ma poiché culto significa anche altri oggetti, non si può in latino con una sola parola indicare il culto dovuto a Dio.

Religione e pietà.
1. 3. Anche la religione per sé sembrerebbe indicare non un culto qualsiasi ma quello dovuto a Dio e per questo i nostri hanno tradotto con questo vocabolo la parola greca 13. Tuttavia nell'uso linguistico latino, non degli analfabeti ma dei grandi letterati, si dice che la religione è dovuta ai vincoli umani di parentela, di affinità e di qualunque altro legame sociale 14. Dunque quando si tratta il problema del culto della deità, anche con la parola religione non si evita l'ambiguità in modo da poter dire con sicurezza che la religione è soltanto il culto a Dio, perché sembra che questa parola per eccezione si estenda ad indicare il rispetto dell'umana consanguineità 15. Anche la pietà, che i Greci chiamano , propriamente significa di solito il culto a Dio 16. Tuttavia si trova scritto che per deferenza si ha anche verso i genitori. Nel gergo popolare questa parola si usa anche per indicare le opere di misericordia 17. Penso che il fatto si sia verificato perché Dio ordina che si compiano soprattutto queste opere e dichiara che gli sono gradite in luogo o a preferenza dei sacrifici. Da questo modo di parlare è derivato che anche Dio è considerato pio 18. I Greci invece non lo considerano pio () a causa di un loro particolare modo di esprimersi, sebbene il loro volgo usi in luogo di misericordia 19. Perciò in alcuni passi della Scrittura 20, affinché la distinzione appaia più chiara, gli scrittori hanno preferito dire non che deriva per composizione dal culto buono ma che deriva dal culto a Dio 21. Noi latini non possiamo esprimere ambedue i significati con una sola parola. Dunque la parola greca in latino si traduce "servizio", ma quello con cui onoriamo Dio; anche la parola greca in latino significa "religione", ma quella che abbiamo verso Dio. Però noi non possiamo esprimere con una sola parola quella che essi chiamano , ma possiamo chiamarla il culto di Dio 22. Affermiamo che essa è dovuta soltanto al Dio che è il vero Dio e rende dèi i suoi adoratori 23. Tutti gli esseri dunque che sono immortali e felici nelle dimore del cielo, se non ci amano e non vogliono che noi siamo felici, non si devono certamente adorare. Se invece ci amano e ci vogliono felici, lo vogliono da quell'essere da cui anche essi sono felici. Forse che da un essere sono felici essi e da un altro noi?

Partecipazione in Plotino e all'inizio del quarto Vangelo.
2. Ma per quanto riguarda questo problema, noi cristiani non abbiamo alcun dissenso con questi filosofi più eccellenti. Compresero infatti e nei loro scritti insegnarono esaurientemente in molti modi che essi sono felici da quello stesso principio da cui lo siamo anche noi, nell'essere raggiunti da un lume intelligibile che per loro è Dio e che è altro da loro. Da lui sono illuminati affinché risplendano e permangano perfetti e felici della partecipazione di lui 24. Plotino, spiegando il pensiero di Platone, spesso e diffusamente dichiara che anche quella che ritengono l'anima dell'universo è felice, come la nostra, da un medesimo principio e che esso è un lume altro da lei perché da esso è stata creata e di esso splende intelligibilmente perché intelligibilmente la illumina 25. Per chiarire queste realtà immateriali presenta anche un'analogia dai corpi luminosi e grandi del cielo visibile, come se egli sia il sole e lei la luna 26. Ritengono infatti che la luna sia illuminata dall'interporsi del sole 27. Il grande platonico parla dell'anima razionale, che più propriamente si dovrebbe chiamare intellettuale e stabilisce filosoficamente che anche le anime degli esseri immortali e felici sono del medesimo genere e non dubita che dimorino nelle sedi del cielo. Egli dichiara appunto che l'anima non ha superiore a sé se non l'essenza di Dio, che ha creato il mondo e da cui anch'essa è stata creata, e che a quegli spiriti posti in alto soltanto dal medesimo principio, che elargisce anche a noi, vengono assicurati la felicità e il lume dell'intelligenza della verità 28. E in questo si accorda col Vangelo in cui si legge: Vi fu un uomo mandato da Dio che aveva nome Giovanni; questi venne in testimonianza, per offrire testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce ma era per rendere testimonianza alla luce. Questi era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo 29. Nella distinzione si mostra assai chiaramente che l'anima razionale, cioè intellettuale, quale era in Giovanni, non poteva essere luce a sé ma splendeva della partecipazione di un'altra luce vera. Giovanni stesso lo conferma quando rendendogli testimonianza afferma: Noi tutti abbiamo ricevuto della sua pienezza 30.

Platonici fra politeismo e monoteismo.
3. 1. Stando così le cose, se i platonici e tutti gli altri che la pensassero così, dopo aver conosciuto Dio, lo onorassero come Dio, lo ringraziassero, non sragionassero nei propri pensieri 31, non divenissero da una parte fautori dei pregiudizi popolari e dall'altra non osassero opporvisi, affermerebbero certamente che tanto dagli spiriti immortali e felici come da noi mortali e infelici, per poter essere immortali e felici, si deve adorare l'unico Dio degli dèi che è il nostro e il loro.

Vera religione e salvezza.
3. 2. A lui dobbiamo il servizio, che in greco si dice , tanto nelle varie pratiche rituali come nelle nostre coscienze. Tutti insieme e ciascuno di noi siamo suoi templi 32, perché si degna di essere presente nell'unione comunitaria di tutti e in ciascuno, non più grande in tutti che in ciascuno, perché non si accresce nell'estensione e non diminuisce per divisibilità. Quando il nostro cuore è presso di lui diviene il suo altare; lo plachiamo mediante il sacerdozio del suo Unigenito; gli offriamo vittime cruenti se combattiamo fino al sangue per la sua verità; bruciamo per lui un incenso dal profumo delicato 33 quando bruciamo di pio e santo amore alla sua presenza; promettiamo e rendiamo a lui i suoi doni in noi e noi stessi; gli dedichiamo e consacriamo il ricordo dei suoi benefici nelle celebrazioni festive e nei giorni stabiliti, affinché col trascorrere del tempo non sopravvenga l'ingrato oblio; a lui sacrifichiamo nell'altare del cuore l'offerta dell'umiliazione e della lode fervente del fuoco della carità 34. Per averne visione, come potrà aversene, e per unirci a lui, ci purifichiamo da ogni contaminazione dei peccati e delle passioni disoneste e ci consideriamo cose divine nel suo nome. Egli è infatti principio della nostra felicità, egli fine di ogni desiderio. Scegliendolo, anzi scegliendolo di nuovo, perché l'avevamo perduto scartandolo dalla nostra scelta; scegliendolo di nuovo (religere) dunque, poiché proprio da questo si fa derivare religione 35, tendiamo a lui con una scelta di amore per cessare dall'affanno all'arrivo, felici appunto perché in possesso della pienezza in quel fine. Il nostro bene infatti, sul cui fine fra i filosofi esiste una grande controversia, non è altro che vivere in unione con lui, perché l'anima intellettuale si riempie e si feconda delle vere virtù soltanto nell'abbraccio incorporeo, se si può dire, di lui. Ci viene comandato di amare questo bene con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la virtù. Dobbiamo inoltre esser condotti a questo bene da coloro che ci amano e condurvi coloro che amiamo. Così sono adempiuti i due comandamenti da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso 36. Perché infatti l'uomo sapesse amare se stesso, gli fu stabilito un fine al quale dirigere tutte le sue azioni per essere felice; chi si ama infatti non vuole altro che essere felice. E questo fine è unirsi a Dio 37. Dunque a chi sa amare se stesso, quando gli si comanda di amare il prossimo come se stesso, gli si comanda soltanto che, per quanto gli è possibile, lo sproni ad amare Dio. Questo è il culto di Dio, questa la vera religione, questa la retta pietà, questo il servizio dovuto soltanto a Dio. Quindi qualunque spirito immortale, di qualsiasi valore sia insignito, se ci ama come ama se stesso, vuole che noi, per esser felici, siamo soggetti a colui al quale anche egli è soggetto. Se dunque non adora Dio è infelice perché è privo di Dio; se poi adora Dio, non vuole essere adorato in luogo di Dio. Piuttosto accetta e favorisce con la forza dell'amore la parola di Dio che dice: Chi sacrifica agli dèi, e non soltanto a Dio, sarà divelto 38.

Culto divino e culto umano.
4. Per tacere ora di altre cose che sono pertinenti all'ossequio religioso con cui si adora Dio, non v'è alcuno il quale osi dire che il sacrificio non è dovuto soltanto a Dio. Molti atti poi sono stati usurpati dal culto per essere deferiti a onori umani o per eccessiva umiltà o per detestabile adulazione. Tuttavia coloro ai quali vengono deferiti sono considerati uomini, ritenuti degni di onore e di venerazione e, se si riconosce loro molto, anche di adorazione. Ma chi ha potuto ritenere di dover sacrificare se non a colui che ha riconosciuto o pensato o immaginato come dio? Quanto infine sia antico il culto di Dio mediante il sacrificio lo indicano sufficientemente i due fratelli Caino ed Abele, perché Dio riprovò il sacrificio del maggiore di essi e accolse quello del minore 39.

Religione e sacrificio.
5. Chi è poi tanto sciocco da ritenere che le cose offerte nei sacrifici siano indispensabili ad alcuni bisogni di Dio? La Scrittura lo dichiara in molti passi. Per non farla lunga, basterà citare da un salmo il versicolo: Ho detto al Signore: tu sei il mio Dio perché non hai bisogno dei miei beni 40. Si deve dunque ammettere che Dio non solo non ha bisogno di un animale o di altra cosa corruttibile e terrena ma neanche dell'onestà dell'uomo. Tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all'uomo e non a Dio. Non si potrà certamente dire di aver provveduto alla sorgente se si beve o alla luce se si vede. Dagli antichi Patriarchi furono offerti altri sacrifici immolando come vittime gli animali 41. Ora il popolo di Dio li conosce leggendo nella Scrittura ma non li offre più. In proposito si deve intendere soltanto che con quei riti furono significati gli atti che si compiono nella nostra coscienza affinché ci uniamo a Dio e per lo stesso fine veniamo in aiuto al prossimo. Dunque il sacrificio visibile è sacramento, cioè segno sacro di un sacrificio invisibile. Per questo il penitente nel profeta o lo stesso profeta, che vuole avere Dio clemente ai propri peccati, dice: Se tu avessi voluto un sacrificio, te lo avrei offerto ma tu non prendi diletto degli olocausti. È sacrificio a Dio un cuore contrito; Dio non sprezzerà un cuore contrito e umiliato 42. Osserviamo come in un medesimo passo dice che Dio non vuole e vuole il sacrificio. Non vuole dunque il sacrificio dell'animale ucciso e vuole il sacrificio del cuore contrito. Ha detto dunque che Dio non vuole il primo ma con esso viene indicato quello che, come ha soggiunto, egli vuole. Dio ha detto di non volere quei sacrifici nel senso con cui si ritiene dagli insipienti che egli li voglia quasi in vista di una sua soddisfazione. Ci sono dei sacrifici che egli vuole, fra cui uno è il cuore contrito e umiliato dal dolore del pentimento. Se egli però non volesse che fossero significati dagli altri che, come si è pensato, avrebbe desiderato come apportatori di piacere per sé, certamente nell'antica Legge non avrebbe prescritto di offrirli 43. Dovevano perciò essere cambiati al momento opportuno affinché non si ritenesse che fossero oggetto di desiderio da parte di Dio e di propiziazione per noi anziché le realtà che essi significavano. Perciò dice in un passo di un altro salmo: Se avessi fame, non lo direi a te, perché mia è la terra e quanto contiene. Forse che dovrò mangiare le carni dei tori e bere il sangue dei capri? 44. Sembra che voglia dire: "Se ne avessi bisogno, non chiederei a te le cose che ho in potere". Poi, spiegando il significato delle parole, soggiunge: Offri a Dio il sacrificio della lode e rendi all'Altissimo le tue offerte e invocami nel giorno della sofferenza, io te ne libererò e tu mi darai gloria 45. In un altro profeta si dice: Mediante che cosa raggiungerò il Signore e afferrerò il mio Dio altissimo? Lo raggiungerò forse mediante gli olocausti e gli agnelli di un anno? Forseché il Signore gradirà mille arieti o diecimila capri grassi? Forse dovrò dare per la mia empietà i primogeniti dei miei animali e per il mio peccato il figlio delle mie viscere? Ma, o uomo, ti è stato annunziato che cos'è il bene, ovvero che cosa il Signore richiederà da te? Soltanto operare la giustizia, praticare il bene ed essere pronto a camminare col Signore tuo Dio 46. Nelle parole di questo profeta è distinto e chiaramente determinato l'uno e l'altro, e cioè che Dio non richiede i sacrifici visibili e che con essi sono indicati i sacrifici interiori che Dio richiede. Nella lettera intestata agli Ebrei l'autore dice: Non dimenticare di fare il bene e di comunicarlo con gli altri; con questi sacrifici si è graditi a Dio 47. Quindi nella frase della Scrittura: Preferisco opere di bene al sacrificio 48 si deve intendere soltanto che un sacrificio è preferito all'altro, perché quello che comunemente è considerato sacrificio è segno del vero sacrificio. Pertanto, fare il bene è dunque il vero sacrificio. Per questo è stata scritta la frase che ho citato poco fa: Con tali sacrifici si è graditi a Dio. Tutte le prescrizioni dunque che in merito al ministero del tabernacolo e del tempio, come si legge nella Scrittura, sono state in varie maniere ordinate da Dio riguardo ai sacrifici, si riferiscono ad indicare l'amore di Dio e del prossimo. A questi due comandamenti infatti, come è stato scritto, si riducono tutta la Legge e i Profeti 49.

Sacrificio e spirito comunitario.
6. Dunque vero sacrificio è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio, in modo che sia riferita al bene ultimo per cui possiamo essere veramente felici. Quindi anche il bene con cui si soccorre l'uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Infatti, sebbene il sacrificio sia compiuto e offerto dall'uomo, è cosa divina; tanto è vero che anche i vecchi Latini l'hanno chiamato così 50. Pertanto l'uomo stesso consacrato nel nome di Dio e a lui promesso, in quanto muore al mondo per vivere di Dio, è un sacrificio. Anche questo appartiene al bene che l'uomo compie in favore di se stesso. Perciò è stato scritto: Abbi pietà della tua anima col renderti gradito a Dio 51. Quando castighiamo anche il nostro corpo con la temperanza, se lo facciamo, come è dovere, in relazione a Dio per non offrire le nostre membra come armi d'iniquità al peccato, ma come armi di giustizia a Dio 52, anche questo è un sacrificio. Ad esso esortandoci l'Apostolo dice: Vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi come offerta viva, santa, gradita a Dio, come vostro ossequio ragionevole 53. Allora il corpo che per la sua debolezza l'anima usa come un servo o uno strumento, quando il suo impiego morale e onesto si riferisce a Dio, è un sacrificio. A più forte ragione dunque diviene un sacrificio l'anima stessa quando si pone in relazione con Dio affinché, accesa dal fuoco del suo amore, perda la forma della terrena passione e sottomessa si riformi a lui come a forma che non muta, resa quindi a lui gradita perché ha ricevuto della sua bellezza. L'Apostolo citato esprime questo pensiero soggiungendo: Non conformatevi a questo mondo che passa, ma riformatevi in un rinnovamento della coscienza, per rendervi consapevoli qual è il volere di Dio, l'azione buona, gradita, perfetta 54. Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio. Le opere di misericordia inoltre si compiono per liberarsi dalla infelicità e così divenire felici; e questo si ottiene solamente con quel bene di cui è stato detto: Il mio bene è unirmi a Dio 55. Ne consegue dunque che tutta la città redenta, cioè l'assemblea comunitaria dei santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote grande che nella passione offrì anche se stesso per noi nella forma di servo perché fossimo il corpo di un capo così grande 56. Ha immolato la forma di servo, in essa è stato immolato, perché in essa è mediatore, sacerdote e sacrificio. L'Apostolo dunque ci ha esortato a presentare il nostro corpo come offerta viva, santa e gradita a Dio, come nostro ossequio ragionevole, a non conformarci al mondo che passa ma a riformarci nel rinnovamento della coscienza, per renderci consapevoli qual è la volontà di Dio, l'azione buona, gradita e perfetta. E questo sacrificio siamo noi stessi. Poi soggiunge: Dico nella grazia di Dio, che mi è stata data, a tutti quelli che sono nella vostra comunità di non esaltarvi più di quanto è necessario, ma di valutare con moderazione, nel modo con cui Dio ha distribuito a ciascuno la regola della fede. Come infatti nel corpo abbiamo molte membra che non hanno tutte la medesima funzione, così molti siamo in Cristo un solo corpo e ciascuno è membro dell'altro perché abbiamo carismi diversi secondo la grazia che ci è stata data 57. Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero col sacramento dell'altare, noto ai fedeli, perché in esso le si rivela che nella cosa che offre essa stessa è offerta.

Gli angeli nel disegno della salvezza.
7. Dunque gli spiriti immortali e felici, stabiliti nelle sedi del cielo, che godono della partecipazione del loro Creatore, perché sono stabili della sua eternità, certi della sua verità, santi nel suo servizio, usano misericordia nell'amare noi mortali e infelici, affinché diveniamo immortali e felici. Giustamente quindi non vogliono che noi sacrifichiamo a loro ma a colui del quale sanno di essere sacrificio assieme a noi. Assieme a loro infatti siamo un'unica città di Dio. Ad essa si dice in un salmo: Di te si narrano imprese molto gloriose, o città di Dio 58. Una sua parte è esule in noi, l'altra ci viene in soccorso con loro. Dalla celeste città, in cui la volontà di Dio è legge intelligibile e immutabile, da essa che in certo senso è la curia celeste, perché in essa si ha cura di noi, proviene a noi, somministrata mediante gli angeli santi, la Scrittura che dice: Chi sacrifica agli dèi, e non soltanto a Dio, sarà divelto 59. Grandi prodigi hanno comprovato questo passo della Scrittura, questa legge, simili comandamenti. È manifesto dunque a chi vogliono che noi sacrifichiamo gli spiriti eternamente felici i quali desiderano per noi il medesimo bene che per se stessi.

Prodigi nell'Antico Testamento.
8. Infatti se richiamo i fatti più antichi, potrà sembrare che torno indietro più di quanto si richiede per ricordare i miracoli avvenuti a comprovare le promesse di Dio con cui migliaia di anni prima predisse ad Abramo che nel suo seme tutti i popoli avrebbero ricevuto benedizione 60. Ognuno infatti si meraviglia che la moglie sterile generò ad Abramo un figlio in quel periodo della vecchiaia in cui neanche una donna feconda potrebbe più generare 61. Inoltre in un sacrificio che Abramo offrì, una fiamma venuta dal cielo passò fra le vittime divise a metà 62. Al medesimo Abramo fu predetto, per mezzo di angeli in forma umana che aveva ospitato, il prodigioso incendio di Sodoma e da essi ebbe la conferma della promessa fatta da Dio sul figlio che doveva nascere 63. Inoltre, essendo imminente l'incendio, c'è la prodigiosa liberazione di Loth, figlio di un fratello di Abramo, per mezzo dei medesimi angeli, mentre sua moglie, voltatasi indietro e divenuta immediatamente di sale 64, stava ad ammonire, con un grande prodigio, che nella via della propria liberazione non si deve avere nostalgia del passato. Molti e grandi sono i prodigi, strepitosamente compiuti mediante Mosè in Egitto, per liberare il popolo di Dio dalla schiavitù. Fu consentito ai maghi del faraone, cioè del re di Egitto, che opprimeva tirannicamente il popolo, di compiere alcune azioni strepitose affinché fossero più strepitosamente sconfitti. Essi le compivano con stregonerie e incantesimi ai quali sono dediti gli angeli cattivi, cioè i demoni. Mosè li superò facilmente, attraverso il ministero degli angeli, con potere pari alla giustizia nel nome di Dio che ha fatto il cielo e la terra 65. Infine, essendo stati superati i maghi alla terza piaga, mediante Mosè, attraverso uno straordinario susseguirsi di avvenimenti arcani, furono condotte a termine le dieci piaghe con cui il duro cuore del faraone e degli Egiziani fu piegato a lasciar andare il popolo di Dio. Se ne pentì subito il faraone e tentò d'inseguire gli ebrei che si allontanavano; ma mentre essi, divisosi il mare, passarono sull'asciutto, gli Egiziani furono travolti e sommersi dalle acque che si riunirono dall'una e dall'altra parte 66. Che dire di quei miracoli che si moltiplicarono per uno straordinario intervento divino mentre il popolo era guidato nel deserto? Acque non potabili con l'immersione di un bastone, come Dio aveva ordinato, perdettero il sapore amaro e dissetarono gli ebrei assetati 67. Poiché avevano fame, venne dal cielo la manna ed essendo stata stabilita una misura nel raccoglierla, qualora se ne raccoglieva di più, marciva per i vermi, ma raccolta il doppio nel giorno prima del sabato, dato che di sabato era proibito raccoglierla, era immune da imputridimento 68. Quando desiderarono cibarsi di carne, anche se sembrava impossibile averne a sufficienza per un popolo tanto numeroso, le tende si riempirono di uccelli e l'ardente desiderio finì nell'uggia 69. I nemici, venuti incontro per impedire il passaggio con azioni militari, furono sconfitti senza che alcun ebreo cadesse, mentre Mosè pregava con le braccia distese in forma di croce 70. I sediziosi nel popolo di Dio, che operavano scissioni in una società ordinata per intervento divino, furono inghiottiti vivi dalla terra apertasi improvvisamente ad esempio visibile di una pena invisibile 71. Una pietra colpita da una verga sgorgò acque abbondanti per una così grande moltitudine 72. I morsi letali di serpenti, giusta pena di peccati, furono guariti col guardare un serpente di bronzo innalzato sopra un'asta di legno, perché fosse soccorso il popolo colpito e perché la morte sconfitta dalla morte fosse figurata quasi nell'analogia della morte sulla croce 73. E quando il popolo incorso nell'errore cominciò ad adorare come idolo il serpente di bronzo conservato a ricordo del fatto, Ezechia, sovrano che esercitò il potere a servizio di Dio, con gesto altamente benemerito per la religione lo distrusse 74.

Teurgia e magia.
9. 1. Questi fatti ed altri simili, che è troppo lungo enumerare, avvenivano per inculcare l'adorazione di un solo Dio e impedire quella di molti e falsi dèi. Avvenivano mediante la schietta e confidente fede religiosa e non con incantesimi e formule composte con l'arte di un'infame curiosità che chiamano magia, o con termine più detestabile stregoneria o con uno più accettabile teurgìa 75. I pagani pretendono di discriminare queste pratiche e vogliono far apparire degni di condanna individui dediti ad arti illecite, perché anche il volgo li considera operatori di maleficio. Sono quelli che, dicono, si dedicano alla stregoneria. Fanno apparire invece degni di lode gli altri che considerano dediti alla teurgia. Eppure gli uni e gli altri sono asserviti ai falsi riti dei demoni sotto il nome di angeli.

Teurgia catartica e le incertezze di Porfirio.
9. 2. Anche Porfirio promette una determinata catarsi dell'anima mediante la teurgia ; ma lo fa con esitazione e con discorso piuttosto riguardoso. Afferma al contrario che questa pratica non offre ad alcuno il ritorno a Dio. Puoi rilevare quindi che egli con espressioni date ora in un senso ora nell'altro si destreggia fra la colpa di una sacrilega curiosità e la professione della filosofia. Talora infatti ammonisce che questa arte si deve evitare come falsa, pericolosa nella pratica e vietata dalle leggi. Talora invece, assentendo ai suoi sostenitori, la considera utile per la catarsi di una parte dell'anima, non di quella intellettuale, con la quale si conosce con certezza la verità degli oggetti intelligibili che non hanno alcuna analogia con i sensibili, ma di quella pneumatica con cui si percepisce la forma degli oggetti sensibili. Egli afferma che mediante alcune cerimonie teurgiche, che chiamano iniziazioni, l'anima diviene perfetta, disposta ad accogliere gli spiriti e gli angeli e a vedere gli dèi 76. Tuttavia confessa che da queste iniziazioni teurgiche non si aggiunge alcuna purificazione all'anima intellettuale che la renda idonea a vedere il suo Dio e ad avere conoscenza degli oggetti che sono veri. Se ne può dedurre di quali dèi parli e quale visione si abbia, mediante i riti teurgici, poiché con essa non si avrebbe visione degli oggetti che sono veri. Afferma inoltre che l'anima razionale o, come preferisce dire, intellettuale può elevarsi nel suo cielo anche se ciò che in lei v'è di pneumatico non è stato purgato con alcuna pratica teurgica; che anzi anche la pneumatica dall'operatore di teurgia è limitatamente purgata, ma non per questo può giungere alla sfera delle cose immortali ed eterne. Egli comunque separa gli angeli dai demoni dimostrando che la sfera dell'aria è dei demoni e quella dell'etere o empireo degli angeli, esorta a valersi dell'amicizia di qualche demone, con la cui forza elevatrice ci si può innalzare un tantino da terra dopo la morte, ma dichiara che altra è la via per giungere alla più alta comunione con gli angeli. Afferma tuttavia piuttosto espressamente che il rapporto con i demoni deve esser evitato, là dove dice che dopo la morte l'anima, per scontare la pena, ha in orrore il culto dei demoni dai quali era raggirata. Non poté inoltre negare che la stessa teurgia, che esalta come conciliatrice degli angeli e degli dèi, agisce nei confronti di alcuni spiriti in modo che anche essi ostacolino la catarsi dell'anima o agevolino le pratiche di coloro che la ostacolano. In proposito riferisce la lamentela di non saprei quale caldeo. Un buon uomo della Caldea, egli dice, lamenta che in un suo grande impegno per purificare l'anima i risultati furono resi vani, perché un uomo competente nelle medesime pratiche, preso dall'invidia, legò con pratiche misteriche gli spiriti supplicati in modo che non concedessero i favori richiesti. Dunque uno legò, l'altro non sciolse. Con questa indicazione venne ad affermare che la teurgia si configura come disciplina del fare tanto il bene quanto il male, sia presso gli dèi come presso gli uomini. Anche gli dèi, secondo lui, sono condizionati e sono indotti a quelle perturbazioni o passioni che Apuleio ritiene comuni ai demoni e agli uomini 77. Apuleio tuttavia divide gli dèi dagli altri per l'altezza della sede nell'etere e in questa differenziazione ricalca l'opinione di Platone 78.

Teurgia che impedisce il favore degli dèi.
10. Comunque l'altro platonico che dicono più dotto, Porfirio, afferma che mediante non saprei quale teurgica disciplina anche gli dèi sono condizionati alle passioni e alle perturbazioni. È stato possibile infatti che con riti misterici siano stati scongiurati e costretti a non conferire la purificazione dell'anima e siano stati spaventati dall'individuo che ordinava il male da non poter essere, mediante la medesima pratica teurgica, sciolti dal timore con l'aiuto dell'altro che chiedeva il bene e lasciati liberi di concedere il beneficio. Soltanto un individuo, che è loro sciaguratissimo schiavo e privo della grazia del vero liberatore, non riflette che queste sono suggestioni di demoni bugiardi. Infatti se queste faccende si trattassero presso dèi buoni, varrebbe certamente in quella sede più un benefico datore di catarsi dell'anima che uno il quale per malevolenza la impedisce. Ovvero se a dèi giusti sembrava immeritevole l'uomo, per cui si trattava la causa, dovevano negare la catarsi per libero giudizio e non perché spaventati da un individuo o perché impediti, come egli dice, dal timore di una divinità più potente. C'è da meravigliarsi che quel caldeo dabbene, il quale desiderava purificare l'anima con misteri teurgici, non trovò un altro dio più bravo. Costui poteva costringere gli dèi atterriti ad agir bene atterrendoli di più o allontanare da loro chi li atterriva affinché liberamente agissero bene; ma questo nel caso che al buon operatore di teurgia mancassero misteri con cui prima purificare dalla soggezione al timore gli dèi stessi che invocava come purificatori dell'anima. Ma che discorso sarebbe questo infatti, che un dio più potente si possa impegnare perché siano da lui atterriti e non si possa perché siano liberati dal timore? Si trova forse un dio che esaudisce l'invidioso e incute timore agli dèi perché non facciano il bene e non si trova un dio che esaudisca l'uomo benevolo e bandisca il timore dagli dèi affinché facciano il bene? O illustre teurgia, o encomiabile catarsi dell'anima, in cui l'invidia spietata influisce di più di quanto ottenga l'onesto far del bene. Piuttosto si deve evitare e detestare l'inganno degli spiriti maligni ed ascoltare la dottrina della salvezza. Infatti che coloro, i quali compiono queste immonde purificazioni con riti sacrileghi, veggano (se è vero che è così), quasi nella condizione di uno spirito purificato, alcune immagini meravigliosamente belle, come narra Porfirio, di angeli o di dèi si spiega con quanto dice l'Apostolo: Che satana si è trasfigurato nelle sembianze di un angelo della luce 79. Sono suoi quei fantasmi, perché egli desidera irretire anime disgraziate con i menzogneri misteri di molti e falsi dèi e allontanarle dal vero culto del vero Dio da cui solo sono mondate e guarite. Si cambia cioè, come è stato detto di Proteo, in tutte le forme 80, perseguitando da nemico, soccorrendo da impostore, facendo del male nell'uno e nell'altro caso.

Porfirio denuncia ad Anebon gli aspetti deteriori...
11. 1. Questo Porfirio fu più saggio quando scrisse all'egiziano Anebon perché, da pari con chi lo interpellava e interrogava, dichiarò sacrileghe le arti teurgiche e le condannò. Nella lettera riprova tutti i demoni perché afferma che per mancanza di conoscenza accolgono il soffio umido e che quindi non sono nell'etere ma nell'aria sublunare o anche nel globo stesso della luna; non osa tuttavia attribuire a tutti i demoni gli inganni, le malvagità e assurdità di cui è giustamente indignato. Secondo il costume degli altri filosofi considera benigni alcuni demoni, sebbene ammetta che tutti in generale manchino di conoscenza. Si meraviglia che non solo gli dèi siano allettati dalle vittime ma che siano anche indotti per costrizione a fare ciò che gli uomini vogliono. Dato che gli dèi sono distinti dai demoni per soggezione o immunità dalla materia, si chiede anche in qual senso si deve intendere che sono dèi il sole, la luna e gli altri oggetti celesti visibili che indubbiamente ritiene corpi; e se sono dèi, in qual senso si afferma che alcuni sono benefici ed altri malefici e in qual senso, sebbene abbiano il corpo, si uniscano a quelli che non lo hanno. Si chiede con perplessità se negli indovini e negli altri operatori di fatti straordinari siano le modificazioni dell'anima ovvero se vengano spiriti dal di fuori a determinare questi effetti. Propende a opinare che provengano dal di fuori perché, usando pietre ed erbe, fanno cadere in trance alcuni individui, aprono porte chiuse o producono in modo fuori del comune effetti di questo genere. Perciò, afferma Porfirio, altri filosofi ritengono che esistano spiriti di una certa categoria, il cui compito è di porsi in contatto con gli uomini. Essi sono impostori per natura, assumono ogni figura e molti aspetti, scimmiottando dèi, demoni e anime dei defunti e sarebbero essi a compiere tutte queste azioni che all'apparenza possono esser buone o cattive. Del resto, per quanto riguarda le azioni che sono buone secondo verità, essi non servono a nulla. Anzi neanche le conoscono ma rendono discordi, calunniano e ostacolano talora i diligenti operatori della virtù. Sono pieni di sfrontatezza e alterigia, godono del lezzo delle vittime, sono allettati dalle adulazioni. Infine, Porfirio non afferma come convinzioni proprie le altre teorie che riguardano questa categoria di spiriti menzogneri e maligni che dal di fuori vengono nell'anima e ingannano i sensi umani nel sonno e nella veglia; ma le propone in forma di opinione infondata o di dubbio al punto da affermare che sono gli altri a pensarla così 81. Fu difficile a un filosofo per quanto grande conoscere e riprovare apertamente la lega diabolica che qualsiasi vecchietta cristiana ammette senza esitazione e detesta in piena libertà. Ma forse egli teme di offendere lo stesso Anebon a cui scrive, poiché era sacerdote illustre di simili misteri, e altri ammiratori di tali riti considerati religiosi e relativi al culto degli dèi.

...e le incoerenze della teurgia.
11. 2. Prosegue tuttavia e nella sua indagine ricorda pratiche che esaminate senza prevenzioni si possono attribuire soltanto a spiriti maligni e impostori. Si chiede infatti perché con l'invocare quelli che sembrano migliori ci si impone ai peggiori affinché eseguano ingiusti ordini umani; per quale motivo non esaudiscono chi li invoca perché assalito dalla passione amorosa, mentre essi non esitano ad indurre chiunque ad amplessi incestuosi; perché dichiarano indispensabili che i propri sacerdoti si astengano dalle carni di animali affinché non siano contaminati dalle esalazioni dei corpi ed essi si deliziano di altre esalazioni e del lezzo delle vittime e mentre si proibisce al celebrante il contatto con un cadavere, spesso essi sono celebrati con i cadaveri; per quale motivo un individuo colpevole rivolge minacce non a un demone o all'anima di un defunto ma al sole stesso, alla luna o ad un altro dei corpi celesti e li spaventa con la menzogna per estorcere da loro la verità. Infatti un tizio minaccia di far cadere il cielo e altre simili imprese umanamente impossibili affinché gli dèi, come fanciulli sciocchi, atterriti da fasulle e ridicole minacce, compiano ciò che è loro comandato. Un certo Cheremone, continua Porfirio, esperto di simili riti sacri o piuttosto sacrileghi, ha scritto che i misteri celebrati con grida nei confronti di Iside e del marito Osiride hanno la massima efficacia per costringere ad eseguire gli ordini. Il tizio che costringe mediante le formule magiche minaccia di cacciarli via e di sterminarli e dice perfino con accento terribile che sparpaglierà le membra di Osiride se trascurano di eseguire i suoi comandi 82. Dunque l'uomo rivolge agli dèi una minaccia così sciocca e brutale e non a uno qualsiasi ma a quelli celesti splendenti di luce stellare, e non senza effetto, ma costringendoli con un mezzo violento e inducendoli con questi spaventi a fare quel che egli vorrà. Porfirio giustamente se ne meraviglia. Anzi l'atteggiamento di chi si meraviglia e ricerca le ragioni di simili fatti dà a capire che si comportano così gli spiriti dei quali in precedenza, riportando l'opinione di altri, ha esposto la caratteristica. Essi non essendo, come egli ha affermato, impostori per natura ma per difetto, scimmiottano gli dèi e le anime dei defunti. Però non scimmiottano, come egli dice, i demoni, perché lo sono. A lui sembra che con erbe, pietre e animali, con determinati suoni della voce e delineazioni di figure ed anche con l'attenzione ad alcuni movimenti degli astri nella rivoluzione del cielo si ottengano in terra dagli uomini poteri adatti a raggiungere i vari effetti. Ma tutto questo è proprio degli stessi demoni che ingannano le anime ad essi soggette e che dagli errori degli uomini offrono divertimenti a se stessi. Dunque Porfirio, essendo in stato di dubbio e di ricerca, espone queste pratiche perché siano confutate e condannate e si mostri così che non appartengono a quegli spiriti che ci aiutano nel conseguire la felicità ma a demoni impostori; oppure, per pensare più benevolmente del filosofo, non volle con l'altera autorevolezza dell'insegnante offendere l'egiziano che era dedito a tali errori e si illudeva di conoscere una grande dottrina e non volle turbarlo apertamente con una diatriba ma, quasi con l'umiltà di chi ricerca e desidera di sapere, stimolarlo a rifletterci sopra e mostragli così che tali errori si devono disprezzare ed anche evitare. Poi verso la fine della lettera chiede di essere informato da lui quale, secondo la filosofia egiziana, sia la via alla felicità 83. Del resto per quanto riguarda gli individui che avessero un rapporto con gli dèi al punto da infastidire l'intelligenza divina per ritrovare uno schiavo fuggitivo o per comprare un terreno, o per le nozze, il commercio e simili, egli afferma che, secondo lui, invano si dedicano alla filosofia 84. Per quanto poi riguarda le divinità, con cui sarebbero in rapporto, anche se nelle altre cose predicessero il vero, tuttavia, poiché non dichiarano nulla di sicuro e di sufficientemente idoneo sulla felicità, non sono dèi né demoni benigni ma o quello che è detto l'impostore o senz'altro una mistificazione umana.

Apologetica della vera religione (12-32)


Immutabilmente Dio interviene con segni nel mondo...
12. Tuttavia con queste pratiche si ottengono effetti così grandi e di tale portata da superare ogni limite dell'umana possibilità. Gli eventi straordinari, come predizione o prodigi, sembrano dovuti a un intervento divino ma non sono relativi al culto dell'unico Dio, dato che unirsi a lui con semplicità, anche per confessione e ripetute dichiarazioni dei platonici, è l'unico bene che rende felici. Rimane dunque che si debbano spiegare come scherni e ingannevoli ostacoli dei demoni da evitarsi con la vera pietà. Si deve credere inoltre che i vari miracoli compiuti o mediante gli angeli o con altra forma dell'intervento divino in modo che inculchino il culto e la religione dell'unico Dio, in cui soltanto è la felicità, sono operati veramente da loro o mediante loro che ci amano secondo verità e pietà, con l'intervento di Dio che opera in loro. In proposito non si devono ascoltare coloro i quali dicono che Dio invisibile non può operare visibili miracoli, poiché, anche secondo loro, ha creato il mondo che certamente, non lo possono negare, è visibile. Quindi ogni evento straordinario in questo mondo è evidentemente di minore entità di tutto questo mondo, cioè del cielo e della terra e di tutte le cose in essi esistenti che certamente Dio ha creato. E come egli che li ha creati, così anche il modo con cui li ha creati è occulto e incomprensibile per l'uomo. Dunque sebbene il miracolo degli esseri visibili si è svilito per l'assiduità nel vederlo, tuttavia, se lo esaminiamo saggiamente, è più grande di quelli più inusitati e rari. L'uomo infatti è un miracolo più grande di qualsiasi miracolo che si compie mediante l'uomo. Pertanto Dio che ha creato visibili il cielo e la terra non sdegna di operare miracoli visibili nel cielo e nella terra. Con essi sollecita l'anima ancora dedita alle cose visibili a onorare lui invisibile. Dove e quando li operi è decisione immutevole che rimane in lui, perché nel suo ordinamento sono già in atto tutti i tempi futuri. Infatti nel muovere le cose nel tempo egli non si muove nel tempo e non conosce in modo diverso i fatti che devono avvenire da quelli avvenuti e non esaudisce chi lo invoca in modo diverso da come vede chi lo invocherà. Quando esaudiscono i suoi angeli, è lui che esaudisce in essi come in suo tempio non costruito dall'uomo e allo stesso modo nei suoi uomini santi. Nel tempo si compiono i suoi decreti che ha contemplato nella sua legge eterna 85.

...e nei fatti umani.
13. Né deve turbare il fatto che, sebbene sia invisibile, è apparso visibilmente, come si narra, ai patriarchi 86. Come il suono infatti con cui si ode un pensiero formulato nel silenzio dell'intelligenza non è il pensiero stesso, così la figura con cui si manifestò Dio costituito nel suo essere invisibile non era ciò che è lui. Tuttavia egli appariva nella figura visibile come il pensiero stesso si ode nel suono della voce. I patriarchi non ignoravano di vedere il Dio invisibile nella figura visibile che non era lui. Mosè parlava con lui che parlava e tuttavia gli diceva: Se ho trovato grazia davanti a te, mostrami te stesso affinché ti conosca col pensiero 87. Era necessario dunque che si desse la legge di Dio mediante ordinanze degli angeli in forma terrificante 88, non a un solo uomo o a pochi saggi ma a tutta una nazione e a un popolo numeroso. Quindi grandi prodigi furono operati davanti al popolo su un monte, quando per mezzo di uno solo veniva concessa la legge 89, mentre la moltitudine vedeva i fatti temibili e terribili che avvenivano. Infatti il popolo d'Israele non credette allo stesso modo con cui gli Spartani credettero al loro Licurgo che avesse ricevuto da Giove o Apollo le leggi da lui istituite 90. Mentre si dava al popolo una legge con cui si comandava di adorare un solo Dio, davanti al popolo stesso con straordinari segni e movimenti delle cose, nei limiti in cui la divina provvidenza giudicava indispensabile, si rendeva manifesto che per dare quella legge la creatura era sottomessa al Creatore.

...per educare alla fede nella provvidenza...
14. Come la retta educazione dell'individuo così anche quella del genere umano, per quanto riguarda il popolo di Dio, progredì attraverso traguardi di tempi, in analogia allo sviluppo delle età, affinché si formasse dalle cose divenienti all'apprendimento delle cose eterne e dalle visibili a quello delle invisibili 91. Quindi anche in quel tempo in cui da Dio si promettevano ricompense visibili, si inculcava che si deve adorare un solo Dio. Così l'intelligenza umana, anche per quanto riguarda gli stessi beni terreni della vita che fugge, si doveva sottomettere soltanto al vero Creatore e Signore dell'anima. È irragionevole infatti chi nega che tutte le cose, che gli angeli e gli uomini possano concedere agli uomini, sono in potere di un solo Onnipotente. Il platonico Plotino ammette senza esitazione la provvidenza e dimostra dalla bellezza dei fiori e delle piante che essa dal sommo Dio, che ha bellezza ineffabilmente intelligibile, giunge fino alle cose più basse della terra. Dichiara che tutte queste cose spregevoli ed estremamente precarie possono avere i gradi convenienti delle proprie forme soltanto se le ricevono dall'essere in cui permane la forma intelligibile e non diveniente che ha in atto la totalità dell'essere 92. Gesù lo dichiara con le parole: Osservate i gigli del campo, non lavorano e non tessono. Ma io vi dico che neanche Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così un'erba del campo che oggi è e domani si getta nel braciere, quanto più voi, uomini di poca fede? 93. Giustamente quindi l'anima ancora legata ai terreni desideri si abitua ad attendere soltanto dall'unico Dio i beni infimi della terra che desidera nel tempo, perché indispensabili alla vita che fugge, ma spregevoli al confronto con i beni della vita eterna. Così, pur nel desiderio dei beni terreni, non si allontana dal culto a lui che deve raggiungere disprezzandoli e volgendosi in senso contrario ad essi.

...e all'ascolto della parola di Dio nella rivelazione.
15. Pertanto è piaciuto alla divina provvidenza di ordinare il corso dei tempi così che, come ho detto e come si legge negli Atti degli Apostoli 94, si emanasse mediante le ordinanze degli angeli una legge sul culto dell'unico vero Dio. In esse la persona di Dio stesso poteva manifestarsi visibilmente, non certo nella sua esseità che rimane sempre invisibile a una vista condizionata alla materia, ma con determinati segni mediante la creatura soggetta al Creatore. Allo stesso modo egli, sillaba su sillaba, cioè attraverso piccole lunghezze di tempo poste in una successione, parlava con i suoni della lingua umana, sebbene egli nel suo essere, cioè in una dimensione non fisica ma spirituale, non sensibile ma intelligibile, non posta nel tempo ma, per così dire, nell'eternità, non è soggetto all'inizio e alla fine del parlare 95. Gli spiriti che eseguono e annunziano i suoi comandi ascoltano vicino a lui questa sua parola in una dimensione più pura, non con l'udito del corpo ma della mente, perché godono eternamente beati della sua verità, che non è nel divenire, e senza indugio e difficoltà eseguono ciò che in modo ineffabile ascoltano di dover eseguire e calare nella realtà sensibile e visibile. Questa legge è stata data in tempi diversi perché prima doveva contenere, come è stato detto, le promesse terrene, sebbene con esse venissero significate le eterne che molti celebravano con riti visibili e pochi comprendevano 96. Tuttavia in esse è comandato con una apertissima affermazione di tutte le parole e di tutti i fatti il culto di un solo Dio, non di uno fra una folla di dèi, ma di colui che ha creato il cielo e la terra, ogni anima e ogni spirito che sono altro da lui 97. Egli li ha creati ed essi sono stati creati e hanno bisogno di lui che li ha creati per esistere e raggiungere il fine.

Ministero angelico come manifestazione di Dio nel mondo.
16. 1. A quali angeli dunque riteniamo si debba credere per quanto riguarda la felicità eterna? A quelli che pretendono di essere adorati con riti religiosi esigendo che dai mortali siano loro resi misteri e sacrifici; ovvero a quelli i quali affermano che l'adorazione è dovuta a un unico Dio, creatore del cielo e della terra, e comandano che gli sia resa con genuina pietà, perché della sua visione anche essi sono beati e promettono che anche noi lo saremo? Infatti la visione di Dio è visione di una bellezza così grande e degna di un amore così grande che Plotino non esita a considerare veramente disgraziato l'individuo che senza di essa fosse abbondantemente fornito di qualsiasi altro bene 98. Dunque alcuni angeli stimolano con segni straordinari ad adorare l'unico Dio, altri invece ad adorare col culto di latria se stessi, ma con la clausola che i primi proibiscono di adorare questi ultimi e questi non osano proibire di adorare un unico Dio. Rispondano i platonici a chi si deve credere, lo rispondano i vari filosofi, lo rispondano i teurgi o piuttosto periurgi, perché tutte quelle pratiche sono più meritevoli di questo nome. Rispondano infine gli uomini se in qualche modo vive in loro un intimo naturale sentimento di essere stati creati ragionevoli. Rispondano, dico, se si deve sacrificare a dèi e angeli che ordinano di sacrificare a se stessi ovvero a quell'unico al quale ordinano di sacrificare quelli che lo vietano per sé e per gli altri. Se né gli uni né gli altri facessero miracoli ma si limitassero a comandare, gli uni di sacrificare a se stessi, gli altri lo vietassero ma lo ordinassero soltanto per l'unico Dio, la schietta pietà ne avrebbe abbastanza per distinguere che cosa provenga dal loro orgoglio e che cosa dalla vera religione. Dico anche di più. Se soltanto quelli che esigono sacrifici per se stessi stimolassero la coscienza dell'uomo con fatti straordinari, mentre quelli che lo proibiscono e comandano di sacrificare soltanto a un unico Dio non si degnassero di operare visibili miracoli, si dovrebbe, fidandosi non del senso ma del pensiero, preferire la loro autorità. Dio ha agito così per garantire la manifestazione della propria verità. Quindi mediante questi immortali messaggeri, che non hanno esaltato il proprio orgoglio ma la sua maestà, egli ha compiuto miracoli più grandi, più certi, più evidenti. Questo affinché gli angeli che esigono sacrifici per sé non inducano con maggior facilità i credenti deboli a una falsa religione nel mostrare ai loro sensi alcuni fatti strepitosi. Dunque chi si compiace di essere tanto sciocco da non scegliere di accettare una dottrina vera quando scopre di dover ammirare eventi più straordinari?

...di cui il politeismo è privo.
16. 2. Ora parliamo dei miracoli degli dèi pagani che la storia ricorda. Non parlo quindi di quei fatti strepitosi che avvengono ogni tanto per occulti agenti del mondo stesso ma costituiti sotto la divina provvidenza e diretti al fine, come ad esempio, inconsueti parti degli animali e manifestazioni insolite nel cielo e sulla terra che provocano soltanto terrore o anche sciagure. Si fa credere dalla bugiarda astuzia dei demoni che possono essere provocate o mitigate mediante i loro misteri. Parlo di quei prodigi che abbastanza evidentemente, come si può vedere, sono operati per effetto del loro potere: si narra che il simulacro degli dèi penati, che Enea fuggendo trasportò da Troia, è passato da un luogo a un altro 99; Tarquinio tagliò la cote col rasoio 100; il serpente di Epidauro accompagnò Esculapio che navigava per Roma 101; una donnetta, a testimonianza del proprio pudore, fece muovere e avanzare, legandosela alla cintura, la nave con cui era trasportata la statua di Cibele rimasta immobile nonostante gli sforzi di uomini e di buoi 102; una vergine vestale, dato che si trattava la causa della sua prostituzione, pose fine alla discussione attingendo dal Tevere con un crivello acqua senza spargerla 103. Dunque questi miracoli e simili non si possono affatto paragonare per significato e grandezza a quelli che leggiamo avvenuti nel popolo di Dio. A più forte ragione non reggono il confronto quelli che dalle leggi dei popoli che onorarono questi dèi sono stati giudicati meritevoli di proscrizione con pena, cioè i miracoli magici e teurgici. Di essi alcuni ingannano solo nell'apparenza i sensi umani con una burlesca mistificazione, qual è far scendere la luna fino a che, come dice Lucano, da vicino non si spanda sull'erba che si stende al di sotto 104. E sebbene alcuni sembrino eguagliarsi nell'azione ad alcuni fatti dei credenti, il fine stesso, per cui si differenziano, mostra che i nostri prodigi eccellono senza possibilità di confronto. Tanto meno i molti dèi si devono adorare con quei sacrifici quanto più li esigono. Con i nostri si onora l'unico Dio il quale dichiara mediante l'attestazione delle sue Scritture 105 e in seguito con la rimozione dei medesimi sacrifici di non averne alcun bisogno. Se dunque vi sono angeli che esigono un sacrificio per sé, si devono a loro preferire quelli che li esigono non per sé ma per il Dio creatore di tutti al quale sono sottomessi. Proprio da questo dimostrano con qual sincero amore ci amano, quando mediante il sacrificio non intendono renderci sottomessi a sé, ma a lui della cui visione essi stessi sono beati, e farci giungere fino a lui dal quale non si sono allontanati. Ma poniamo che vi siano angeli i quali vogliano che si rendano sacrifici non a un unico Dio ma a più, non a sé ma a quegli dèi di cui sono angeli. Anche in questo caso si devono preferire quelli che sono angeli dell'unico Dio degli dèi, perché comandano di sacrificare a lui solo e vietano di sacrificare a qualunque altro, mentre i primi non impediscono di offrire sacrifici a colui al quale solamente costoro comandano di sacrificare. Ma supponiamo, come sta ad indicare soprattutto la loro superba volontà di mentire, che non siano angeli buoni e di dèi buoni ma demoni malvagi, poiché esigono che si onorino con sacrifici non l'unico solo sommo Dio ma se stessi. Quale maggiore difesa contro di loro si deve scegliere, in tal caso, di quella dell'unico Dio al quale sono sottomessi gli angeli buoni che comandano di offrire il servizio sacrificale non a sé ma a lui di cui noi stessi dobbiamo essere sacrificio?

Prodigi nella storia del popolo ebraico...
17. In seguito la legge di Dio, che fu promulgata con ordinanze degli angeli 106 e con cui si comandò di adorare con la religione dei sacrifici il solo Dio degli dèi e si proibì di adorarne altri, fu deposta in un'arca 107. Si chiamava l'arca della testimonianza. Col termine s'indica abbastanza chiaramente che non Dio, il quale era adorato per mezzo di tutte quelle strutture, era racchiuso e compreso in quel luogo, sebbene dall'arca si davano i suoi responsi e determinate indicazioni ai sensi umani, ma che da lì si offrivano le testimonianze del suo volere. E questo indica anche la legge scritta in tavole di pietra e riposta, come ho detto, nell'arca. Durante il periodo del pellegrinaggio nel deserto i sacerdoti col dovuto rispetto la trasportavano assieme alla tenda chiamata anche essa la tenda della testimonianza 108. Ed era un segno il fatto che durante il giorno appariva una nube che di notte splendeva come fuoco. Quando la nube si muoveva venivano mossi gli accampamenti e quando si fermava gli accampamenti venivano deposti 109. Oltre questi miracoli che ho esposto e oltre alle voci che venivano emesse dal luogo in cui era l'arca, furono rese a quella legge le testimonianze di un grande miracolo. Infatti mentre entravano nella terra della promessa e passava l'arca, il fiume Giordano, fermandosi a monte e scorrendo a valle, offrì un passaggio asciutto all'arca e al popolo 110. In seguito le mura della città nemica che per prima s'incontrò e che adorava secondo l'usanza dei pagani molti dèi, dopo che l'arca fu trasportata per sette volte attorno ad esse, caddero all'improvviso senza che fossero attaccate dall'esercito e colpite dall'ariete 111. Dopo questi fatti, quando già gli ebrei erano nella terra della promessa, a causa delle loro colpe l'arca fu presa dai nemici. Costoro la posero con rispetto nel tempio del dio che preferivano agli altri, chiusero e se ne andarono. Il giorno dopo, aperto il tempio, trovarono l'idolo che imploravano caduto a terra e malamente infranto. In seguito mossi dai prodigi e puniti più aspramente restituirono l'arca della divina testimonianza al popolo al quale l'avevano sottratta. La restituzione fu strepitosa. La posero sopra un carro che fecero trainare da giovenche dalle quali avevano allontanato i vitellini lattanti. Le lasciarono andare dove volevano, perché desideravano verificare anche in questo caso la potenza divina. Ed esse, senza che l'uomo le indirizzasse e guidasse, prendendo con sicurezza la via che portava agli ebrei e non lasciandosi stornare dai muggiti dei figli affamati, riportarono l'oggetto sacro agli uomini che lo onoravano 112. Questi e simili prodigi per quanto riguarda Dio sono piccole opere ma grandi per intimorire salutarmente e ammonire gli uomini. Si riconosce infatti a loro lode che i filosofi e principalmente i platonici hanno avuto maggiore sapienza degli altri, come dianzi ho affermato 113, perché hanno insegnato, adducendo l'argomento di armoniose bellezze, che la divina provvidenza dirige al fine anche le infime cose della terra che si producono non solo nel corpo degli animali ma anche nelle erbe da fieno. A più forte ragione dunque i fatti citati rendono testimonianza alla divinità, perché si verificano al momento del suo manifestarsi, quando si inculca una religione che vieta di sacrificare ad esseri celesti, terrestri ed infernali e ordina di sacrificare soltanto a Dio, dato che egli solo amandoci e amato da noi ci rende felici. Egli predeterminando i tempi stabiliti per quei sacrifici e preannunciando che dovevano divenire più perfetti mediante un sacerdote più perfetto attesta che non li desidera per sé ma che attraverso essi ne significa altri più eccellenti. Questo non perché egli viene elevato con simili onori ma affinché noi incendiati dal fuoco del suo amore ci sentiamo spronati ad amarlo e a unirci a lui. Ed è un bene per noi, non per lui.

...ineccepibili per testimonianza storica e significato religioso.
18. Qualcuno potrà dire che sono falsi miracoli e che non avvennero ma furono inventati. Chi lo afferma, se intende dire che in merito a questi fatti non si deve prestar fede ad alcuni documenti scritti, può per lo stesso motivo affermare che non vi sono dèi a curare le cose umane. Infatti indussero a farsi adorare soltanto attraverso il compimento di fatti meravigliosi. Ne è testimone anche la letteratura dei pagani, i cui dèi preferirono offrirsi alla meraviglia che rendersi utili. Per questo con la presente nostra opera, di cui abbiamo sotto mano il libro decimo, non abbiamo inteso confutare coloro che negano l'esistenza di Dio o dichiarano che non provvede alle cose umane, ma coloro che credono superiori i propri dèi al nostro Dio fondatore di una santa e veramente gloriosa città. Essi non riflettono infatti che egli è anche il creatore invisibile e immutabile di questo mondo visibile e mutevole ed è vero datore della felicità derivante non dalle cose che ha creato ma da se stesso. Un suo profeta veritiero ha detto: Il mio bene è unirmi a Dio 114. Tra i filosofi si discute del fine del bene che per essere raggiunto subordina a sé tutti i doveri 115. Il profeta non ha detto: "Per me esser carico di ricchezze è il bene", ovvero: "essere insignito di porpora e dominare con lo scettro e con la corona regale". Non ha detto ciò che alcuni filosofi non si vergognano di dire: "Per me il piacere fisico è il bene" 116; ovvero ciò che di più nobile parve di dire ad alcuni più nobili: "Per me la dignità della mia coscienza è il bene" 117. Ha detto invece: Il mio bene è unirmi a Dio. Glielo aveva insegnato colui al quale soltanto si devono sacrifici, come hanno avvertito anche i santi angeli mediante la testimonianza dei prodigi 118. Anche il profeta quindi era divenuto suo sacrificio perché ardeva investito dal suo fuoco intelligibile ed era portato da un santo desiderio al suo abbraccio ineffabile e immateriale. Dunque i politeisti, quali che siano i loro dèi secondo loro, fondandosi sulla storia dei fatti civili o sui libri di magia ovvero, dato che la ritengono più onorata, di teurgia, credono che da loro siano stati operati miracoli. Quale motivo c'è allora per non credere in base ai libri della Scrittura che questi miracoli sono avvenuti? Ad essi si deve tanto maggior fede quanto è superiore a tutti gli dèi il Dio al quale solo comandano che si deve sacrificare.

Anche il sacrificio visibile è dovuto solo a Dio.
19. Vi sono alcuni i quali ritengono che i sacrifici visibili convengono agli altri dèi, a lui invece in quanto invisibile convengono invisibili, in quanto più grande più grandi, in quanto più perfetto più perfetti, quali sono gli omaggi di un'anima pura e di una buona volontà 119. Costoro non riflettono che i sacrifici visibili sono segni degli altri come le parole pronunziate sono segni dei concetti. Quando lo lodiamo con le parole rivolgiamo a lui dei suoni che hanno un significato, perché gli offriamo le cose cui diamo significato nel cuore. Dunque quando sacrifichiamo dobbiamo riconoscere che il sacrificio visibile non si deve offrire ad altri che a lui poiché noi stessi dobbiamo essere l'invisibile suo sacrificio nel nostro cuore. Allora i vari angeli e gli spiriti più alti e potenti per bontà e pietà ci sostengono e godono con noi aiutandoci allo scopo secondo le loro forze. Se volessimo offrire sacrifici a loro non li accettano e lo vietano apertamente, quando sono inviati agli uomini in maniera che la loro presenza sia avvertita. Ve ne sono esempi nelle sacre Scritture. Alcuni ritennero di dover con l'adorazione o col sacrificio deferire agli angeli l'onore dovuto a Dio ed è stato loro proibito dall'avvertimento degli angeli stessi e ordinato di deferirlo a lui. Appresero così che a lui solo è lecito deferirlo 120. Anche i santi uomini di Dio hanno imitato i santi angeli. Infatti Paolo e Barnaba in Licaonia, avendo compiuto un miracolo di guarigione, furono creduti dèi e i Licaoni volevano immolare loro delle vittime; ed essi rifiutando con umile sentimento religioso annunziarono loro il Dio in cui credere 121. I demoni falsi si arrogano orgogliosamente tali onori soltanto perché sanno che sono dovuti al Dio vero. Infatti, come dice Porfirio e alcuni ritengono, in realtà non godono del lezzo delle carogne ma degli onori divini 122. In definitiva hanno dovunque grande abbondanza di lezzi e se ne volessero di più potrebbero offrirseli. Dunque gli spiriti che si arrogano la divinità non si dilettano dell'odor di bruciato di un corpo qualsiasi, ma della coscienza del loro devoto per dominarlo dopo averlo ingannato e sottomesso. Così sbarrano il cammino verso il Dio vero affinché l'uomo non sia suo sacrificio nell'atto che si rende sacrificio ad altri che Dio non è.

Cristo uomo, unico sacrificio anche nella prefigurazione.
20. Quindi il Mediatore, in quanto prendendo la forma di schiavo 123 è divenuto l'uomo Cristo Gesù mediatore di Dio e degli uomini 124, riceve nella forma di Dio il sacrificio assieme al Padre con cui è un solo Dio. Tuttavia nella forma di schiavo preferì essere che accettare il sacrificio affinché con questo pretesto non si pensasse che si deve sacrificare a una creatura. Per questo è sacerdote, egli offerente, egli offerta. E volle che il sacramento quotidiano di questa realtà sia il sacrificio della Chiesa la quale, essendo il corpo di lui in quanto capo, sa di offrire se stessa per mezzo di lui 125. Gli antichi sacrifici dei Patriarchi erano i molteplici e vari segni di questo sacrificio vero, perché in molti si figurava l'unico come se con diverse parole si esprimesse un solo concetto. Così veniva fortemente inculcato senza destare avversione 126. Tutti i falsi sacrifici cedettero il posto a questo sommo e vero sacrificio.

Il martirio cristiano vero eroismo.
21. In tempi stabiliti dalla provvidenza è stato anche concesso ai demoni il potere di provocare odi contro la città di Dio istigando gli individui loro sottomessi e non solo di ricevere sacrifici dai devoti e di esigerli da chi è disposto ma anche di estorcerli violentemente con la persecuzione da chi non è disposto. Ma questo potere non è dannoso, anzi riesce utile alla Chiesa perché si compia il numero dei martiri 127. La città di Dio li ritiene cittadini tanto più illustri e onorati quanto con maggiore fortezza combattono fino all'effusione del sangue contro il peccato di idolatria 128. Se il linguaggio ecclesiastico lo permettesse, molto più elegantemente li chiameremmo nostri eroi 129. Si dice che la parola sia derivata da Giunone, perché in greco Giunone si dice . Quindi secondo la mitologia greca un suo figlio, non saprei quale, sarebbe stato chiamato Eroe. Quanto dire che il mito verrebbe nel caso a significare che l'aria è attribuita a Giunone perché, come dicono costoro, in essa abiterebbero con i demoni gli eroi. Con questo nome designano le anime dei defunti di un certo rango. Ma i nostri martiri sarebbero considerati eroi da una prospettiva opposta se, come ho detto, il linguaggio ecclesiastico lo permettesse. Non sarebbero infatti in compagnia dei demoni nell'aria ma vincerebbero i medesimi demoni, cioè gli spiriti dell'aria e in essi, qualunque cosa s'intenda simboleggiare con lei, Giunone. Ella non del tutto inconvenientemente viene indicata dai poeti come nemica delle virtù e invidiosa degli uomini forti che raggiungono il cielo. Ma disgraziatamente ancora una volta a lei soggiace e le si arrende Virgilio. Difatti ella dice nella sua opera: Sono vinta da Enea 130; ma Eleno ammonisce Enea stesso quasi con una motivazione religiosa col dire: Manifesta liberamente i desideri a Giunone e supera la potente signora con doni che la rendano propizia 131. Da questo modo di pensare Porfirio, quantunque non in base a un parere suo ma altrui, afferma che il dio buono, ossia genio, non viene a dimorare in un uomo se prima il cattivo non è stato placato 132. Sembrerebbe che secondo i pagani siano più forti le divinità cattive che quelle buone. Le cattive, salvo che rese propizie cedano il posto alle buone, possono impedire il loro intervento. Inoltre le divinità buone non possono rendersi utili se le cattive non lo permettono e le cattive possono nuocere perché le buone non riescono a resister loro. Non è questo il modo di procedere della vera e veramente santa religione. I nostri martiri non vincono così Giunone e gli spiriti dell'aria che invidiano le virtù dei credenti. I nostri eroi propriamente non vincono, se l'uso permettesse l'espressione, Giunone con i doni che la rendono propizia ma con il valore che viene da Dio. Scipione è stato chiamato Africano per avere vinto l'Africa col valore più convenientemente che se avesse placato i nemici con doni affinché lo risparmiassero.

Mediazione del Cristo purificazione salvezza.
22. Mediante la vera pietà gli uomini di Dio scacciano lo spirito dell'aria nemico e avversario della pietà esorcizzandolo 133, non rendendolo propizio, e superano tutti i suoi attacchi ostili pregando non lui ma il proprio Dio contro di lui. In definitiva egli vince e assoggetta soltanto con l'associare al peccato. Viene quindi vinto nel nome di colui che senza peccato assunse e portò l'umanità. Perciò in lui che è insieme sacerdote e sacrificio, cioè nel Mediatore di Dio e degli uomini l'uomo Cristo Gesù 134, avviene la remissione dei peccati, perché per suo mezzo ci riconciliamo a Dio con la remissione dei peccati. Infatti soltanto con i peccati gli uomini si separano da Dio, poiché in questa vita la purificazione non si ottiene con la nostra virtù ma per sua misericordia, attraverso la sua indulgenza e non mediante un nostro potere. Anche la minima virtù che si ritiene nostra ci è concessa dalla sua bontà. Ci arrogheremmo molto mentre viviamo in questa carne se fino al suo dissolversi non vivessimo di perdono. Proprio per questo attraverso il Mediatore ci è stata data la grazia affinché, macchiati come siamo dalla terrenità del peccato, fossimo purificati dalla somiglianza con la terrenità del peccato 135. Dalla grazia di Dio, con cui egli ha mostrato la grande sua misericordia verso di noi 136, siamo regolati in questa vita mediante la fede e dopo questa vita mediante la partecipazione stessa della immutabile verità saremo condotti alla piena perfezione.

Ipostasi e purificazione in Porfirio.
23. Porfirio dice anche che, secondo il responso degli oracoli degli dèi, noi non siamo purificati con le iniziazioni della luna e del sole. Si affermava così che l'uomo non può esser purificato con le iniziazioni di alcun dio. Di quale dio infatti purificano le iniziazioni se non purificano quelle della luna e del sole? Li ritengono appunto gli dèi celesti più eminenti. Afferma inoltre che secondo una dichiarazione del medesimo oracolo i principi possono purificare. Essendo stato detto, cioè, che le iniziazioni del sole e della luna non purificano, non si doveva pensare che le iniziazioni di un qualche altro dio della folla fossero valide per la purificazione. Sappiamo quali sono i principi di cui come platonico intende parlare. Parla infatti di Dio Padre e di Dio Figlio che in greco denomina intelletto o mente del Padre 137. Non dice nulla o per lo meno non apertamente dello Spirito Santo. Non capisco quindi quale sia il principio che pone di mezzo fra i due. Se volesse far intendere che la terza ipostasi è la natura dell'anima, come fa Plotino quando discute sulle tre principali ipostasi 138, non direbbe certamente che è di mezzo fra i due, cioè il Padre e il Figlio. Plotino appunto pone l'anima dopo l'intelletto del Padre, egli invece col dire di mezzo non lo pone dopo ma fra l'uno e l'altro 139. Naturalmente ha considerato così, come ha potuto o come ha voluto, quello che noi consideriamo lo Spirito Santo che è Spirito non solo del Padre e non solo del Figlio ma dell'uno e dell'altro. I filosofi però parlano liberamente e in argomenti veramente difficili per l'intelligenza non si preoccupano di offendere l'udito dei credenti. A noi invece è consentito di esprimerci in base a una regola determinata affinché il libero uso delle parole non generi una erronea credenza anche in merito a oggetti che si esprimono con quelle parole.

Incarnazione umiltà purificazione.
24. Noi pertanto, quando parliamo di Dio, non intendiamo due o tre principi, come non ci è consentito pensare a due o tre dèi. Tuttavia parlando in particolare o del Padre o del Figlio o dello Spirito Santo ammettiamo che ognuno singolarmente è Dio. Non accettiamo comunque la teoria degli eretici sabelliani, che il Padre è il medesimo col Figlio e che lo Spirito Santo è il medesimo col Padre e col Figlio 140; al contrario che il Padre è il padre del Figlio e che il Figlio è il figlio del Padre e che lo Spirito Santo del Padre e del Figlio non è né il Padre né il Figlio. È pertanto vera l'affermazione che l'uomo è purificato soltanto dal Principio, sebbene nei platonici si parli di principi al plurale. Ma Porfirio, soggetto a poteri malevoli dei quali arrossiva, ma che temeva di denunziare liberamente, non volle capire che Cristo Signore è Principio dalla cui incarnazione siamo purificati. Lo disprezzò appunto a causa della carne che egli assunse in ordine al sacrificio della nostra purificazione 141. Non capiva un grande mistero a causa di quella superbia che il vero e benevolo Mediatore distrusse con la propria umiltà, perché ad esseri soggetti a morire si mostrò con la soggezione alla morte. Al contrario i malevoli e falsi mediatori, non avendo tale soggezione, si inorgoglirono più superbamente e promisero, come non soggetti a morire, un aiuto ingannevole all'umanità infelice soggetta a morire. Il buono e vero Mediatore ha mostrato che male è il peccato e non l'esseità ossia la natura della carne, perché è stato possibile che senza peccato sia ricevuta e portata assieme all'anima umana, sia deposta con la morte e resa più perfetta con la resurrezione 142. Ha mostrato anche che la morte, sebbene fosse pena del peccato e che egli tuttavia senza aver peccato ha sofferto per noi, non si deve evitare col peccare ma piuttosto, se si presenta l'occasione, accettare per riparare alla giustizia. Egli ha potuto appunto riscattare i peccati con la morte, perché è morto, ma non in riparazione d'un suo peccato. Il platonico Porfirio non conobbe che egli è principio perché nel caso l'avrebbe riconosciuto come datore di purificazione. Infatti non sono principio né la carne né l'anima umana ma il Verbo, perché in lui sono state create tutte le cose 143. Non la carne dunque purifica da se stessa ma il Verbo da cui è stata assunta, perché il Verbo è divenuto carne e si è intrattenuto con noi 144. Un giorno parlò simbolicamente che si doveva mangiare la sua carne. Alcuni che non capirono se ne andarono scandalizzati dicendo: Questo è un discorso duro, chi può ascoltarlo? Ed egli disse a quelli che erano rimasti: È lo spirito che dà la vita, la carne non ha alcun valore 145. Dunque il Principio, assumendo l'anima e la carne, purifica l'anima e la carne dei credenti. E per questo ai Giudei che gli chiesero chi fosse rispose di essere il Principio 146. Noi carnali, deboli, soggetti ai peccati, avvolti nelle tenebre dell'ignoranza, non potremmo riconoscerlo se non fossimo purificati e guariti mediante ciò che eravamo e non eravamo. Eravamo uomini ma non giusti 147; invece nella sua incarnazione c'è la natura umana ma giusta, non peccatrice. Questa è la mediazione con cui è stata stesa la mano ai caduti incapaci di risollevarsi. Questo è il seme gettato per mezzo degli angeli, giacché con le loro dichiarazioni veniva promulgata una legge con cui si ordinava di adorare un solo Dio e si prometteva la venuta di un Mediatore 148.

Il salmista fra terrenità e salvezza.
25. Con la fede nel mistero del Mediatore anche gli antichi giusti poterono essere purificati se vissero religiosamente, non solo prima che fosse data la legge al popolo ebraico, dato che Dio e gli angeli se ne fecero annunziatori, ma anche al tempo della legge stessa, sebbene poteva sembrare che essa per simboleggiare i beni spirituali contenesse promesse terrene. Per questo è detto l'Antico Testamento 149. Infatti vi erano allora i profeti, mediante i quali, come prima mediante gli angeli, fu resa nota la medesima promessa. Era del loro numero quegli di cui poco fa ho ricordato la grande e divina concezione sul fine ultimo dell'uomo: Il mio bene è unirmi a Dio 150. In questo salmo è sufficientemente determinata la distinzione dei due Testamenti chiamati l'Antico e il Nuovo. In relazione alle promesse carnali e terrene, poiché osservava che esse erano abbondantemente elargite agli empi, dice che i suoi piedi si stavano quasi mettendo in moto e i suoi passi si avviavano ormai alla caduta. Gli sembrava quasi che invano rendesse servizio a Dio, poiché osservava che i miscredenti godevano di quella prosperità che egli attendeva da lui. Aggiunge che egli si affannò nell'esame di questo problema, dato che voleva scoprire perché le cose stessero così, fino a che entrò nel santuario e comprese il destino ultimo di quegli uomini che a lui, poiché era in errore, sembravano felici. Allora comprese, come dice, che furono atterrati perché si erano innalzati e che erano declinati e andati in rovina a causa delle loro iniquità 151 e che l'apogeo della prosperità terrena divenne per loro come il sogno di chi si sta svegliando. Egli si trova privo all'improvviso delle fallaci gioie che sognava. E poiché si ritenevano grandi in questa terra, ossia nella città terrena, soggiunse: Signore, tu nella tua città ridurrai al nulla la loro figura 152. E come fosse stato per lui vantaggioso chiedere all'unico vero Dio anche i beni terreni, poiché in suo potere sono tutte le cose, lo ha dimostrato chiaramente con le parole: Davanti a te sono diventato come una bestia, ma io sono sempre con te 153. Ha detto Come una bestia per far comprendere che non capiva. Avrei dovuto desiderare da te i beni che non possono essermi comuni con i miscredenti; ma io vedendo che essi ne abbondavano, ho pensato di averti reso servizio inutilmente, perché li avevano anche coloro che non avevano voluto renderti servizio. Tuttavia io sono sempre con te, perché pur nel desiderio di quei beni terreni non ho cercato altri dèi. E perciò continua: Hai afferrato con la mano la mia destra, mi hai condotto secondo il tuo volere e mi hai ricevuto con onore 154. Sembrerebbe che alla sinistra appartengono quei beni, a causa dei quali, poiché li aveva visti elargiti in abbondanza ai miscredenti, era quasi caduto nella colpa. Poi soggiunge: Che cosa v'è per me nel cielo e da te che cosa ho voluto sopra la terra? 155. Si è rimproverato e giustamente non era contento di se stesso, poiché pur avendo un gran bene in cielo (lo ha capito dopo) ha richiesto in terra dal suo Dio un bene passeggero, una prosperità fragile e in certo senso banale. O Dio del mio cuore, soggiunge, il mio cuore e la mia carne son venuti meno 156, certamente di un onesto venir meno, cioè dalle cose più basse alle più alte. Quindi in un altro salmo dice: La mia anima anela e vien meno nel desiderio del tempio del Signore 157; e in un altro: La mia anima è venuta meno nel muovermi alla tua salvezza 158. Tuttavia avendo parlato del venir meno del cuore e della carne, non ha soggiunto: "Dio del mio cuore e della mia carne", ma Dio del mio cuore. La carne è purificata appunto mediante il cuore. Per questo dice il Signore: Purificate le cose che son dentro e saranno pure anche le cose di fuori 159. Continuando il salmista afferma che Dio è sua eredità, non un qualcosa che viene da lui ma lui stesso. O Dio del mio cuore, afferma, tu Dio mia eredità per i secoli 160, perché fra molte cose che gli uomini scelgono, egli ha deciso di dover scegliere lui. In breve, egli afferma, coloro che si allontanano da te si perderanno, tu hai dato alla perdizione chi si dà alla dissolutezza lontano da te 161, cioè chi vuole essere il luogo d'infamia di molti dèi. Poi segue quel pensiero, al quale mi è sembrato opportuno riferire gli altri dal medesimo salmo: Il mio bene è unirmi a Dio 162, non andar lontano, non darsi alla dissolutezza in molteplici esperienze. Allora l'unirsi a Dio sarà compiuto quando tutto ciò che deve essere liberato sarà liberato. Per ora si avvera il concetto che vien di seguito: Porre in Dio la mia speranza. Dice appunto l'Apostolo: Una speranza che si scorge non è speranza. Come si può infatti scorgere un oggetto e sperarlo? Se quindi speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con costanza 163. Fondati su questa speranza, dobbiamo mettere in opera quel che segue nel salmo ed essere anche noi nel nostro limite angeli di Dio, cioè suoi messaggeri, annunziando la sua volontà e lodandone la gloria e la grazia. Quindi dopo le parole Porre in Dio la mia speranza, aggiunge: per annunziare tutte le tue lodi alle porte della figlia di Sion 164. Questa è la gloriosissima città di Dio; ella conosce e adora un solo Dio; l'hanno annunziata i santi angeli che ci hanno invitato alla sua vita comunitaria e hanno voluto che in essa noi fossimo loro concittadini. Non vogliono che li onoriamo come nostri dèi ma assieme ad essi il loro e nostro Dio; non vogliono che sacrifichiamo loro ma assieme ad essi siamo sacrificio a Dio. Non v'è alcun dubbio in proposito se senza una maligna ostinazione si considerano le cose. Tutti gli immortali felici ci vogliono bene. Se non lo volessero, non sarebbero felici. Ci vogliono bene appunto affinché anche noi siamo felici con loro, ci soccorrono e ci aiutano di più se adoriamo con loro il solo Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, che se adorassimo loro stessi con sacrifici.

Sprazzi di luce nell'angelologia porfiriana.
26. Non so in quale misura ma, per quanto ne capisco io, Porfirio si vergognava dei suoi amici. Aveva in proposito una teoria filosofica ma non la difendeva liberamente contro il politeismo 165. Sostenne anche che vi sono alcuni angeli i quali, discendendo in basso, annunziano agli uomini della teurgia riti religiosi; e altri i quali rivelano in terra gli attributi del Padre e la sua immensità. Dunque si può credere forse che questi angeli, la cui funzione è rivelare la volontà del Padre, non intendano che siamo sottomessi soltanto a lui, di cui ci manifestano il volere? E per questo il filosofo platonico ci avverte che essi si devono piuttosto imitare che invocare 166. Non dobbiamo dunque temere che spiriti immortali e felici sottomessi all'unico Dio si offendano se ad essi non si offrono sacrifici. Essi sanno che il sacrificio si deve al solo Dio vero, perché anche essi unendosi a lui sono felici. Quindi indubbiamente non vogliono che siano resi loro gli onori significati dai misteri tanto mediante una figura simbolica quanto nella realtà stessa. Dei demoni infelici nella loro superbia è questa presunzione ed è quindi molto diverso l'ossequio di spiriti sottomessi a Dio, felici soltanto nella unione con lui. È necessario che essi con sincera benevolenza aiutino anche noi a raggiungere questo bene e che non si arroghino l'ossequio di sottomissione a loro ma ci rivelino lui, affinché a lui sottomessi ci associamo a loro nella pace. Perché, o filosofo, trepidi ancora di alzare la libera voce contro i poteri contrari ai veri poteri e ai doni del Dio vero? Hai già distinto gli angeli che annunziano il volere del Padre da quelli che, mossi da non saprei quale pratica, discendono agli uomini della teurgia. Perché dunque li onori ancora al punto di dire che inculcano riti religiosi? Alla fin fine quali riti religiosi inculcano se non annunziano il volere del Padre? Naturalmente, come tu affermi, sono quelli che una persona malevola ha legato con pratiche misteriche affinché non concedano la catarsi e non hanno potuto essere sciolti dall'impedimento e restituiti alla propria funzione da una persona onesta che desiderava la catarsi. E ancora dubiti che essi sono demoni maligni, ovvero, preoccupato di non urtare i teurghi, fingi di non saperlo, perché ingannato dalla curiosità hai appreso da loro come enorme favore queste teorie insensate e malefiche? 167. Oseresti innalzare fino al cielo, nel superamento della sfera dell'aria, questa malevola infamia, che non è potere, e non direi padrona ma schiava (lo ammetti tu stesso) di uomini malevoli e porla fra i vostri dèi anche stellari, ossia imbrattare perfino le stelle con simili turpitudini?.

Incoerenze ed esoterismo di Porfirio sulla catarsi teurgica.
27. Molto più ragionevolmente e accettabilmente di te ha errato Apuleio, platonico della tua medesima scuola 168. Egli, lo volesse o no, ha ammesso, pur onorandoli, che soltanto i demoni, stabiliti nel mondo sublunare, sono agitati dal male delle passioni e dai turbamenti dello spirito. Tuttavia con un discorso, il più diffuso possibile, ha dimostrato immuni dal contagio delle umane passioni gli dèi superiori del cielo appartenenti allo spazio etereo, sia i visibili, che vedeva splendere perché esposti alla vista, come il sole, la luna e le altre stelle, sia gli invisibili che immaginava. Tu invece hai appreso non da Platone ma da maestri caldei la teoria di innalzare i vizi umani alle alte sfere eteree o empiree e nelle regioni immobili del cielo affinché i vostri dèi potessero indicare i riti religiosi ai teurghi. Tu comunque col pretesto della cultura ti ritieni superiore a questi riti, sicché per te, che sei filosofo, non sembrano affatto necessarie le purificazioni della teurgia. Comunque le fai conoscere agli altri per dare ai tuoi maestri questa plausibile ricompensa, che seduci a tali pratiche chi non è capace di filosofare ma le consideri inutili per te che sei capace di catarsi più elevate. Così coloro che sono lontani dalla dignità della filosofia, che è di pochi perché troppo difficile, mossi dalla tua autorità, vanno in cerca degli uomini della teurgia affinché li purifichino se non nell'anima intellettuale per lo meno in quella spirituale. Poiché la folla di coloro che sono inabili al filosofare è senza confronto più numerosa, quelli che sono spinti a frequentare i tuoi maestri dediti a pratiche occulte e proibite sono di più di quelli che sono invitati a frequentare le scuole di Platone. Infatti, fingendosi dèi eterei, i demoni immondi, di cui sei divenuto annunziatore e messaggero, ti hanno fatto intendere che i purificati nell'anima spirituale con la pratica teurgica non tornano, è vero, al Padre ma abiteranno sopra le regioni dell'aria in mezzo agli dèi eterei 169. Non ascolta questa dottrina la moltitudine degli uomini, per la cui liberazione dal potere dei demoni è venuto il Cristo. In lui infatti conseguono una misericordiosa purificazione della mente, dello spirito e del corpo. Egli ha preso tutto l'uomo senza il peccato appunto per guarire dalla contaminazione del peccato il tutto di cui è composto l'uomo. Magari anche tu lo avessi riconosciuto e ti fossi per una guarigione più sicura affidato a lui anziché alla tua virtù, che è umana, fragile e debole, o a una deleteria curiosità. Egli non ti avrebbe tratto in inganno. I vostri oracoli, come tu stesso scrivi, lo hanno dichiarato santo e immortale. Di lui anche il più alto poeta ha detto, certo con un discorso poetico perché nella persona vagamente accennata di un altro, ma con verità se a lui lo riferisci: Con la tua guida, se rimangono alcune tracce del nostro peccato, (i nuovi tempi) libereranno il mondo dalla vana perenne paura 170. Anche se non di peccati, ha parlato tuttavia di tracce di peccati, perché anche in uomini molto avanzati in virtù possono rimanere a causa della insufficienza della vita terrena. Esse saranno guarite soltanto da quel Salvatore, per il quale è stato formulato il verso citato. Infatti Virgilio nel quarto verso dell'egloga dichiara che non è una sua affermazione personale quando dice: È giunta già l'ultima età dell'oracolo di Cuma 171. Da ciò appare indubbiamente che il fatto fu preannunciato dalla sibilla di Cuma. I teurghi al contrario o piuttosto i demoni che simulano la sembianza e gli aspetti degli dèi, anziché purificare, contaminano lo spirito umano con l'impostura delle apparizioni e con la burla menzognera di forme vane. Come infatti rendono puro lo spirito umano se hanno impuro il proprio? Altrimenti non sarebbero impediti dalle formule magiche di un individuo malevolo e non inibirebbero per paura o non negherebbero per analoga malevolenza l'inutile favore che sembravano voler concedere. Basta a dimostrarlo che, come tu dici, non è possibile con la catarsi teurgica purificare l'anima intellettuale, cioè la nostra mente. In quanto a quella spirituale, cioè la parte della nostra anima inferiore alla mente, che, a sentir te, si può purificare con simile pratica, tu stesso ammetti che con quel rito non può esser resa immortale ed eterna. Il Cristo invece promette la vita eterna. Per questo il mondo, malgrado la vostra stizza congiunta comunque a meraviglia e stupore, si accalca attorno a lui 172. Che te ne viene in definitiva? Non hai potuto negare che con la disciplina teurgica gli uomini sono tratti in errore, che moltissimi gabbano mediante un cieco e sciocco responso e che è innegabile errore degradarsi a invocare con pratiche e formule spiriti superiori e angeli. Poi, quasi per dare a vedere che non hai sprecato la fatica apprendendo la teurgia, indirizzi gli uomini dai teurghi affinché per loro mezzo sia purificata l'anima spirituale degli individui che non vivono secondo l'anima intellettuale.

Universale messaggio di Cristo alla salvezza...
28. Dunque indirizzi gli uomini a un innegabile errore e non ti vergogni di un'azione così malvagia, sebbene ti professi amatore della virtù e della sapienza. Se tu l'avessi amata con genuina coerenza, avresti riconosciuto il Cristo Virtù e Sapienza di Dio 173 e non saresti balzato lontano dalla sua umiltà apportatrice di salvezza perché tronfio dell'orgoglio di una vana scienza. Ammetti tuttavia che anche l'anima spirituale può esser purificata con la virtù della continenza senza le pratiche teurgiche e senza le iniziazioni. Tu allora senza vantaggio ti sei affaticato ad apprenderle. In altri passi dici anche che le iniziazioni non elevano l'anima dopo la morte. Sembra quindi che esse non giovino affatto dopo la fine di questa vita neanche all'anima che chiami spirituale. Tuttavia rigiri queste dottrine in varie maniere e le riesamini al solo intento, come penso, di apparire informato in simili argomenti e di renderti gradito ai curiosi di pratiche illecite o di renderli tu stesso curiosi. Dici bene comunque che la teurgia è da evitarsi, sia per il rischio delle leggi come della pratica in sé. Magari i poveri disgraziati ascoltino da te questo avvertimento e si allontanino da essa per non esserne trascinati o meglio non vi si appressino neanche. Affermi anche che l'ignoranza e i molti vizi che ne conseguono non sono purificati mediante alcuna iniziazione ma solo mediante il , cioè la mente ossia intelletto del Padre perché conosce la volontà del Padre. Tu non credi che sia il Cristo perché lo disprezzi a causa del corpo ricevuto da una donna e dell'umiliazione della croce. Ti ritieni cioè capace di cogliere dalle sfere superiori una più alta sapienza per avere rifiutato sprezzantemente le cose più basse 174. Ma egli dà compimento a ciò che i santi profeti hanno con verità preannunziato di lui: Manderò in rovina la sapienza dei sapienti e riproverò la prudenza dei prudenti 175. Infatti non manda in rovina e non riprova la propria sapienza in essi, perché egli l'ha donata, ma quella che si arrogano coloro che non hanno la sua. Per questo, dopo aver ricordato il passo profetico citato, l'Apostolo continua con le parole: Dov'è un sapiente? dove un letterato? dove uno scienziato di questo mondo? Forse che Dio non ha reso insipiente la sapienza di questo mondo? Infatti poiché il mondo per colpa della propria sapienza non ha conosciuto Dio nella sapienza di Dio, egli ha deciso di salvare i credenti nella insipienza della evangelizzazione. Dato che, soggiunge, i Giudei chiedono i prodigi e i Greci ricercano la sapienza, noi invece annunziamo con l'evangelizzazione il Cristo crocefisso, scandalo per i Giudei, insipienza per i Greci, ma per i Giudei e i Greci chiamati Cristo Virtù e Sapienza di Dio, poiché ciò che è insipiente di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debole di Dio è più forte degli uomini 176. I sapienti e i forti di un proprio supposto valore disprezzano questa dottrina come insipiente e debole. Ma questa è la grazia che sana i deboli, i quali non vantano per orgoglio una propria falsa felicità ma dichiarano piuttosto con umiltà una infelicità vera.

...e alla grazia rifiutate dai neoplatonici...
29. 1. Ammetti il Padre e il suo Figlio, che consideri intelletto ossia mente del Padre, e uno in mezzo fra di essi. Noi riteniamo che intendi lo Spirito Santo 177. Tu secondo il vostro modo di pensare li consideri tre dèi 178. In proposito, sebbene usiate parole non rette, vedete in qualche modo, e quasi attraverso gli ombreggiamenti di un vago fantasticare, l'obiettivo a cui tendere ma non volete ammettere l'incarnazione dell'immutabile Figlio di Dio. Eppure da essa noi otteniamo la salvezza per raggiungere quei valori che accettiamo per fede o che, per quanto poco, riusciamo a comprendere. Pertanto vedete in qualche modo, sebbene di lontano, sebbene con la vista annebbiata, la patria in cui si deve abitare ma non prendete la via per cui giungervi. Tu comunque ammetti la grazia, quando affermi che a pochi è accordato di giungere a Dio con la dignità dell'intelligenza. Non dici: "pochi hanno scelto" o "pochi hanno voluto"; ma quando dici che è stato accordato, indubbiamente parli della grazia divina e non della autonomia umana. Usi più esplicitamente questa parola in un passo in cui spieghi la dottrina di Platone 179. Come lui anche tu non metti in dubbio che in questa vita l'uomo non può assolutamente raggiungere la perfezione della sapienza, ma che per chi vive secondo l'intelletto tutto ciò che manca può esser condotto a pienezza dopo questa vita dalla provvidenza e dalla grazia divina 180. Se tu avessi riconosciuto la grazia mediante il Signor nostro Gesù Cristo e la sua incarnazione, con cui ha assunto l'anima e il corpo dell'uomo, avresti potuto scorgere che vi è un sublime modello di grazia. Ma che dovrei fare? So che inutilmente sto parlando a un morto, per quanto riguarda te personalmente. Forse non inutilmente al contrario per quanto riguarda coloro che ti stimano e ti prediligono o per un certo amore della sapienza o per curiosità delle pratiche teurgiche, che non avresti dovuto apprendere. In definitiva apostrofando te mi rivolgo a loro. La grazia di Dio non poteva esser fatta valere in una forma più gratuita di quella per cui lo stesso Figlio di Dio, rimanendo in sé fuori del divenire, ha assunto l'uomo e ha dato agli uomini lo Spirito del suo amore con la mediazione dell'uomo. Così mediante la grazia gli uomini sono venuti a lui che era da loro distante come un immortale da mortali, come un immune dal divenire da soggetti al divenire, come giusto da empi, come felice da infelici. E poiché per natura ha impresso in noi il desiderio di essere felici e immortali, rimanendo felice e assumendo l'essere mortale, per darci ciò che amiamo, ci ha insegnato con la sua passione a disprezzare ciò che temiamo.

...perché rifiutano incarnazione e resurrezione...
29. 2. Ma per potere accogliere con fiducia questa verità vi era necessaria l'umiltà che può essere difficilmente inculcata alla vostra alterigia. Che cosa d'incredibile si dice, soprattutto a voi che sostenete certe dottrine filosofiche, con cui dovreste stimolare a credere questa verità; che cosa, ripeto, vi si dice d'incredibile, quando vi si dice che un Dio ha assunto l'anima umana e il corpo? Voi, è vero, assegnate un grande ruolo all'anima ragionevole, che è appunto l'anima umana. Affermate infatti che può divenire consostanziale alla mente paterna che dichiarate figlio di Dio. Perché è dunque incredibile se una determinata anima intelligente in modo ineffabile e singolare è stata assunta per la salvezza di molti? Sappiamo bene, per conferma della nostra stessa natura, che per avere la interezza e la pienezza dell'uomo il corpo è unito all'anima. Se il fatto non fosse nella nostra immediata esperienza, sarebbe certamente ancora più incredibile. Più facilmente infatti si può accogliere per fede che uno spirito è unito a un altro spirito, quantunque uno umano con uno divino, uno diveniente con uno indiveniente o, per usare la vostra abituale terminologia, un incorporeo con un incorporeo, che non l'unione di un corpo con un incorporeo. Vi urta forse lo straordinario concepimento del corpo da una vergine? Anche questo fatto non deve urtarvi, anzi addurvi ad accogliere la religione, perché un individuo fuori del comune è nato in modo fuori del comune. O forse vi rifiutate di credere che ha levato in alto il corpo abbandonato con la morte, reso perfetto con la resurrezione, ormai incorruttibile e non più soggetto a morte? Fate così perché sapete che Porfirio in quei libri Sul regresso dell'anima, da cui ho citato molti passi, ha ripetutamente insegnato che il mondo corporeo si deve fuggire affinché sia consentito all'anima di rimanere costantemente serena con Dio 181. Egli piuttosto, che la pensava così, doveva essere emendato, soprattutto perché accettate con lui tante teorie incredibili sull'anima del mondo visibile e dell'ingente massa corporea. Dietro l'autorità di Platone infatti affermate che il mondo è un vivente e un vivente assolutamente felice perché, a sentir voi, sarebbe anche eterno 182. Come avviene dunque che esso non sarà mai libero dal corpo e nello stesso tempo non sarà mai privo di felicità se per la felicità dell'anima si deve fuggire il mondo della materia? Insegnate non solo nei vostri libri che il sole e le altre stelle sono corpi, e l'umanità intera non ha difficoltà a costatarlo ed affermarlo assieme a voi, ma con una dottrina esoterica, a vostro parere più nobile, dichiarate che sono viventi altamente felici ed eterni assieme ai loro corpi 183. Quale sistema dunque è il vostro che, quando vi si inculca la fede cristiana, dimenticate o fate lo gnorri sulla dottrina che siete soliti sostenere e insegnare? Che motivo v'è dunque di non volere essere cristiani in base alle vostre opinioni che voi stessi confutate, se non quello che il Cristo è venuto nell'umiltà e voi siete superbi? Fra gli uomini più dotti della letteratura cristiana si può trattare con un approfondimento il discorso sulle caratteristiche che avranno i corpi nella resurrezione 184, tuttavia noi non dubitiamo che saranno indefettibili e corrispondenti al modello che il Cristo ha mostrato nella sua resurrezione. Qualunque caratteristica abbiano, da noi si ritiene che saranno del tutto immuni dalla corruzione e dalla morte e che non impediranno in alcun modo la visione con cui l'anima si figge in Dio; ma anche voi dite che negli spazi celesti vi sono corpi immortali di esseri immortalmente felici. Per quale ragione dunque ritenete che per essere felici si deve fuggire il mondo corporeo tanto per dare a vedere che ragionevolmente rifiutate la religione cristiana? La ragione è quella e la ripeto: il Cristo è umile, voi siete superbi. Vi vergognate forse di dovervi ricredere? Anche questo difetto è soltanto dei superbi. Come individui superbi vi vergognate appunto di diventare da discepoli di Platone discepoli di Cristo che col suo spirito ha insegnato a un pescatore a pensare e dire: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questo era nel principio presso Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui e senza di lui non è stato fatto nulla di quel che è stato fatto. In lui era la vita e la vita era luce degli uomini e la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno accolta 185. È l'inizio del santo Vangelo che ha il nome di Giovanni. Un platonico, come ho udito frequentemente dire dal santo vecchio Simpliciano, che poi resse la Chiesa di Milano come vescovo 186, affermava che si doveva scrivere in lettere d'oro ed esporlo presso tutte le chiese in luoghi facilmente visibili. Ma il Dio maestro è stato misconosciuto dai superbi, perché il Verbo si è fatto carne e si è intrattenuto con noi 187. In definitiva sarebbe poco per miserabili lo star male se per di più non insuperbissero nel loro male e non si vergognassero della medicina con cui potevano essere guariti. Perché non si comportano così per rialzarsi ma per perdersi più rovinosamente nella caduta.

...malgrado la platonica metempsicosi respinta peraltro da Porfirio.
30. Se dopo Platone si crede sconveniente rettificare una sua dottrina, perché Porfirio stesso ne ha rettificate alcune e piuttosto importanti? Platone ha scritto, è innegabile, che l'anima umana dopo la morte è ricondotta anche in corpi belluini 188. Anche Plotino, maestro di Porfirio, ha sostenuto questa dottrina; e giustamente Porfirio non l'accolse 189. Ha ritenuto però che l'anima umana non torna nel proprio corpo che ha abbandonato, ma in altri. Ebbe ritegno appunto a credere che una madre trasformata in mula trasportasse eventualmente un figlio e non ebbe ritegno a credere che una madre, una volta ritornata fanciulla, sposasse eventualmente un figlio. Molto più ragionevolmente si crede ciò che gli angeli santi e veritieri hanno insegnato, ciò che hanno affermato i profeti mossi dall'ispirazione divina, ciò che ha affermato colui che messaggeri inviati davanti a lui preannunciarono come il Salvatore, ciò che hanno affermato gli Apostoli da lui inviati a riempire il mondo della buona novella. Molto più ragionevolmente, dico, si crede che le anime tornano una sola volta ai propri corpi, anziché tornare tante volte ad altri. Tuttavia, come ho detto, Porfirio su questa dottrina si è in gran parte ravveduto, tanto da ritenere che le anime umane possono essere calate soltanto in uomini e non ebbe alcuna esitazione a demolire le carceri belluine. Afferma anche che Dio ha dato l'anima al mondo affinché conoscendo il male della materia tornasse al Padre e non rimanesse, altre volte ancora, macchiata dal contagio degli esseri materiali. Ragiona un po' incoerentemente, perché l'anima è stata data al corpo per operare il bene e non conoscerebbe il male se non lo facesse. Però ha rettificato, e non in un tema insignificante, la teoria degli altri platonici, perché ha ammesso che l'anima purificata da tutti i mali e posta stabilmente nel Padre non avrebbe più soggiaciuto al male del mondo 190. Con questa teoria ha eliminato la dottrina, che si tramanda come eminentemente platonica, cioè che perpetuamente i morti divengono dai vivi e i vivi dai morti 191. Ha inoltre dichiarato ciò che Virgilio con reminiscenza, come sembra, platonica ha cantato. Le anime purificate sarebbero mandate ai Campi Elisi. Con questo termine si designano nella mitologia i godimenti dei beati. Poi sarebbero condotte al fiume Lete, cioè all'oblio del passato, affinché resi immemori, tornino a guardare la superiore volta del cielo e ricomincino a voler tornare nel corpo 192. Giustamente Porfirio non accolse questa fola. In realtà è sciocco credere 193 che da quella vita, la quale non potrà essere sommamente felice se non nell'assoluta certezza della propria eternità, le anime desiderino la bruttura dei corpi soggetti a corruzione e che di lì tornino in questa vita, come se la consumata purificazione comporti che si torni a cercare la contaminazione. Se infatti il raggiungere la compiuta catarsi comporta che le anime si dimentichino di tutti i mali ma l'oblio dei mali comporta a sua volta il desiderio del corpo, in cui di nuovo siano imbrigliate nel male, allora la consumata felicità sarà causa di infelicità, la perfezione della sapienza causa dell'insipienza, la consumata purificazione causa della contaminazione. L'anima in quello stato, fintantoché vi sarà, non sarà felice nella verità, perché per esser felice è necessario che sia nell'errore. Infatti non sarà felice se non è tranquilla, ma per esser tranquilla dovrà pensare erroneamente che sarà sempre felice; invece tornerebbe ancora ad essere infelice. Ma se l'errore sarà causa del godimento, non si godrà certamente della verità. Lo capì Porfirio e per questo affermò 194 che l'anima purificata torna al Padre affinché non rimanga, altre volte ancora, macchiata dalla contaminazione del male. Erroneamente dunque fu ritenuto da alcuni platonici quasi necessario il ciclo del regresso e ritorno dell'identico. Ed anche se fosse vero, che vantaggio se ne cava nel conoscerlo? A meno che eventualmente i platonici osino considerarsi migliori di noi, perché noi ignoreremmo in questa vita ciò che essi ignorerebbero, sebbene già posti all'apice della purificazione e della sapienza, e diverrebbero felici credendo il falso? Ma è proprio assurdo e sciocco l'affermarlo. Quindi l'opinione di Porfirio si deve preferire a quella di coloro che hanno ammesso i cicli delle anime in un perenne alternarsi di felicità e infelicità. Se è così, un platonico dissente da Platone per una dottrina più perfetta; ha visto ciò che l'altro non ha visto e, sebbene seguace di un così grande maestro, non ha rifiutato la rettifica e ha preferito la verità all'uomo.

Infondatezza del platonismo sulla preesistenza delle anime.
31. Perché dunque più che sugli argomenti, che non possiamo investigare con l'intelligenza umana, non crediamo piuttosto alla rivelazione divina la quale afferma che l'anima stessa non è coeterna a Dio ma creata perché prima non esisteva? I platonici per non ammetterlo ritenevano di dovere addurre questa ragione per loro valida, che in seguito non poteva essere indefettibile se non fosse preesistita da sempre. Eppure Platone, sull'argomento del mondo e degli dèi che, come scrive, furono creati da Dio nel mondo, dice apertamente che hanno avuto una origine e un inizio e che tuttavia non avranno una fine e sostiene che rimarranno in eterno per un atto della volontà potentissima del Creatore 195. Però hanno trovato come spiegarlo: sarebbe, cioè, non un inizio di tempo ma di surrogazione. Se un piede, dicono essi, sempre dall'eternità fosse stato nella polvere, sempre sotto di esso vi sarebbe l'orma. Non si può mettere in dubbio che l'orma è stata prodotta da chi ha calpestato la polvere; eppure l'uno non sarebbe prima dell'altro, sebbene uno sia stato prodotto dall'altro. Allo stesso modo, dicono, il mondo e gli dèi in esso creati sono esistiti nell'eternità, perché nell'eternità esisteva chi li ha fatti e tuttavia sono stati fatti 196. Ma allora se l'anima è sempre esistita, si deve affermare forse che è sempre esistita la sua infelicità? Se dunque in essa qualcosa cominciò nel tempo, giacché non era dall'eternità, perché sarebbe impossibile che anche essa sia esistita nel tempo, poiché prima non esisteva? Inoltre, anche la sua felicità resa più stabile e indefettibile dopo l'esperienza del male, senza dubbio, come Porfirio ammette, cominciò nel tempo, eppure durerà per sempre, sebbene prima non si sia avuta. Quindi è demolito tutto il ragionamento con cui si dimostra che si può esistere senza cessare nel tempo, soltanto se non si ha inizio nel tempo. Ci si presenta la felicità dell'anima che, pur avendo inizio nel tempo, non avrà la fine nel tempo. Pertanto la scarsa intelligenza umana si arrenda all'autorità divina. Inoltre, per quanto riguarda la vera religione, crediamo agli spiriti felici e immortali i quali non si arrogano l'onore che sanno dovuto al loro Dio che è anche il nostro. Essi ci ordinano di offrire il sacrificio soltanto a lui, del quale anche noi con essi, come spesso ho detto e spesso si deve ripetere, dobbiamo divenire sacrificio per essere immolati mediante quel sacerdote che perfino con la morte si è degnato di divenire sacrificio per noi nell'uomo che ha assunto e nella cui forma ha voluto anche esser sacerdote.

Porfirio e la via universale della salvezza.
32. 1. Questa è la religione che indica la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima. Senza di essa non se ne libera alcuna. Questa è, analogamente parlando, la via regia, perché essa soltanto conduce non a un regno vacillante per altezza terrena ma a un regno duraturo nella stabile eternità. Dice Porfirio alla fine del primo libro Sul regresso dell'anima che ancora non è stata accolta in una qualche setta la dottrina che indichi la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima, né per derivazione da una filosofia sommamente vera o dalla dottrina ascetica degli Indiani o dalla iniziazione dei Caldei o da una qualsiasi altra via e che non era ancora venuta a sua conoscenza una via trasmessa dalla storiografia. Senza dubbio quindi ammette che ve n'è una ma che ancora non era venuta a sua conoscenza. Perciò non gli bastava la dottrina che sulla liberazione dell'anima aveva appreso con tanta diligenza e di cui sembrava avere una profonda conoscenza non tanto per sé quanto per gli altri. Sentiva che gli mancava ancora una dottrina sommamente autorevole da cui era necessario lasciarsi guidare in un problema tanto importante. Quando poi dice che neanche da una filosofia sommamente vera era giunta a sua conoscenza una scuola che indichi la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima, dichiara, per quanto ne capisco io, che neanche la filosofia, nella quale egli attese al filosofare, è sommamente vera e che neanche in essa è indicata la via suddetta. E come potrebbe essere sommamente vera se in essa non è indicata questa via? Infatti la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima è quella soltanto in cui tutte le anime sono liberate e senza di cui non se ne libera alcuna. Aggiunge poi le parole: O dalla dottrina ascetica degli Indiani o dall'evocazione dei Caldei o da qualsiasi altra via 197. Dichiara dunque in termini molto espliciti che la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima non era indicata nelle dottrine che aveva appreso dagli Indiani e dai Caldei. Eppure non poté passare sotto silenzio che dai Caldei aveva appreso gli oracoli divini. Ne parla in continuazione 198. Quale via dunque vuol far intendere come aperta a tutti per la liberazione dell'anima? Essa non era ancora accolta né per derivazione da una filosofia sommamente vera né dalle dottrine dei popoli, che erano considerate importanti per presunte esperienze religiose, perché presso di loro si verificò l'interesse smodato di conoscere e onorare certi angeli e comunque non era ancor giunta a sua conoscenza mediante la storiografia. Qual è questa via valevole per tutti? Non certamente quella propria di un popolo ma quella che è stata offerta da Dio perché fosse comune a tutti i popoli. E questo uomo dotato di non mediocre ingegno non dubita che vi sia. Non può ammettere che la divina provvidenza abbia potuto abbandonare il genere umano senza una via aperta a tutti per la liberazione dell'anima. Non ha dichiarato che non v'è, ma che un così grande bene e aiuto non è ancora stato riconosciuto e che ancora non è stato fatto giungere a sua conoscenza. Non c'è da meravigliarsene. Porfirio attendeva alla cultura quando Dio permetteva che la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima, non altra dalla religione cristiana, fosse attaccata dagli adoratori degli idoli e demoni e dai re della terra; e questo per accrescere ed immortalare il numero dei martiri, cioè dei testimoni della verità. Per loro mezzo si dimostrava appunto che tutti i mali fisici si devono sopportare per la fedeltà alla religione e la difesa della verità. Porfirio conosceva questi fatti e pensava che a causa di persecuzioni di quel genere questa via sarebbe scomparsa e che pertanto non fosse quella aperta a tutti per la liberazione dell'anima. Non capiva che il fatto che lo turbava e che temeva di subire nello sceglierla si volgeva al consolidamento e irrobustimento della religione stessa.

...che è il cristianesimo per conferma di profezie e miracoli.
32. 2. Questa è dunque la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima, cioè concessa per divina bontà a tutti i popoli. La notizia della sua esistenza ad alcuni è venuta, ad altri verrà. Non le si doveva né le si dovrà dire: "Perché adesso? così tardi?". La decisione di chi la invia non può essere penetrata dall'intelligenza umana. Lo capì anche Porfirio quando disse che questo dono di Dio non era ancora conosciuto e che non ancora era stato fatto giungere a sua conoscenza. Per questo si è guardato dal ritenerlo falso, perché non l'aveva accolto nella sua fede o non ne aveva ancora avuto conoscenza. Questa, ripeto, è la via aperta a tutti per la liberazione dei credenti. In proposito Abramo uomo di fede ricevette il responso di Dio: Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli 199. Egli era caldeo di stirpe; ma gli si ordinò di uscire dalla propria terra, dal proprio clan, dalla casa di suo padre per accogliere le promesse. Da lui si sarebbe propagata la discendenza ordinata al fine per mezzo dei santi angeli in mano al Mediatore 200, nel quale fosse la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima, cioè concessa a tutti i popoli 201. Egli stesso, liberato per primo dalle superstizioni dei Caldei 202, adorò seguendolo un solo vero Dio e credette fedelmente a queste sue promesse. Questa è la via aperta a tutti. Di essa nel libro ispirato è stato detto: Dio abbia pietà di noi e ci benedica, faccia risplendere il suo volto sopra di noi affinché conosciamo la tua via in terra e la tua salvezza in tutti i popoli 203. Per questo, tanto tempo dopo, il Salvatore presa la carne dalla discendenza di Abramo diceva di se stesso: Io sono la via, la verità e la vita 204. Questa è la via aperta a tutti, di cui tanto tempo prima fu preannunciato: Negli ultimi tempi il monte della casa del Signore sarà manifesto, perché sarà sulla montagna e si alzerà sopra tutti i colli. Verranno ad esso tutti i popoli e lo saliranno molte nazioni e diranno: venite, saliamo sul monte del Signore e nella casa del Dio di Giacobbe. Ci annunzierà la sua via ed entreremo in essa. Da Sion infatti uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme 205. Questa via dunque non è di un popolo ma di tutti i popoli, la legge e la parola del Signore non rimasero in Sion e in Gerusalemme ma di lì avanzarono per diffondersi in tutto il mondo. E per questo il Mediatore stesso dopo la sua resurrezione dichiarò ai discepoli impauriti: Era necessario che si adempissero le cose che sono state scritte su di me nella Legge, nei Profeti e nei salmi. Allora manifestò loro il significato perché intendessero le Scritture e disse loro che era necessario che il Cristo subisse la passione e risorgesse da morte il terzo giorno e che fossero annunziate da loro in mezzo a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme, la conversione e la remissione dei peccati 206. Questa è dunque la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima. Gli angeli santi e i santi profeti l'hanno significata col tabernacolo, col tempio, col sacerdozio e i sacrifici e l'hanno preannunciata con parole, qualche volta aperte, più spesso allegoriche, dapprima a pochi uomini che scoprivano, se riuscivano, la grazia di Dio, soprattutto fra il popolo ebraico. Il suo stato, analogicamente parlando, era stato consacrato alla predizione e al preannuncio del raduno della città di Dio da tutti i popoli. Il Mediatore stesso presente nel mondo e i suoi Apostoli, che rivelavano ormai la grazia del Nuovo Testamento, dichiararono più apertamente le cose che nei tempi precedenti erano state figurate e significate in forma più misteriosa in considerazione della ripartizione delle epoche del genere umano, come Dio sapiente volle stabilirla. I segni degli straordinari interventi divini erano una conferma. Precedentemente ne ho già citato alcuni. Non si manifestarono soltanto visioni angeliche e non si udirono soltanto parole di messaggeri celesti, ma anche per opera di uomini di schietta pietà con la parola di Dio furono scacciati dal corpo e dai sensi degli uomini gli spiriti immondi, furono guariti i difetti fisici e le malattie, gli animali selvaggi della terra e dell'acqua, i volatili, gli alberi, gli elementi e le stelle eseguirono gli ordini divini, le forze dell'inferno si arresero, i morti tornarono in vita 207. Si passano sotto silenzio i fatti straordinari riguardanti personalmente il Salvatore, soprattutto quelli della nascita e della resurrezione. Nel primo presentò soltanto il mistero della maternità verginale, nell'altro il modello di quelli che risorgeranno alla fine. Questa via purifica tutto l'uomo e sebbene mortale lo dispone all'immortalità dalla prospettiva di tutte le sue componenti. Infatti perché non si cercasse una purificazione a quella componente che Porfirio chiama intellettuale, un'altra a quella che chiama spirituale e un'altra al corpo stesso, il Purificatore e Salvatore, che è sommamente veritiero e potente, ha assunto tutto l'uomo. Fuori di questa via che mai è mancata al genere umano, né prima quando questi fatti si attendevano come futuri, né poi quando si rivelarono come passati, nessuno fu liberato, nessuno è liberato, nessuno sarà liberato.

Predizioni teurgiche e profezia della salvezza.
32. 3. Porfirio dice che la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima non era stata fatta giungere alla sua conoscenza mediante la storiografia. Che cosa si può scoprire di più illustre di questa storia che ha conquistato tutto il mondo con un'autorità tanto sublime? che cosa di più degno di fede, giacché in essa si narra il passato in modo da predire anche gli eventi futuri? Di essi, come sappiamo, molti si sono adempiuti e attendiamo che i rimanenti si adempiano. Porfirio e gli altri platonici non possono disdegnare la predizione da parte di Dio, sia pure nell'ordine di eventi apparentemente terreni e attinenti all'esistenza destinata a finire. Essi stessi a buon conto lo fanno con la mantica e con le divinazioni dalle varie forme e pratiche. Affermano appunto che anche le predizioni riguardanti grandi uomini non si devono tenere in molta considerazione; e giustamente. Infatti possono avvenire o per un certo presentire gli agenti naturali, come dalla medicina si precorrono molte condizioni che si verificheranno nella salute in base ad alcuni sintomi già presenti; oppure i demoni immondi preavvertono avvenimenti, perché da loro disposti, anzi se ne arrogano in certo senso il diritto tanto sulle passioni della mente degli empi per condurle a determinati fatti corrispondenti, come pure sulla materia più bassa della umana debolezza. I santi uomini, che hanno camminato su questa via aperta a tutti per la liberazione delle anime, non si sono curati di predire questi eventi come importanti, sebbene loro non sfuggissero e spesso per stimolare la fede dei presenti abbiano predetto fatti che non potevano essere comunicati ai sensi e tradotti immediatamente in esperienza. Erano ben altri gli avvenimenti divinamente grandi che annunziavano come futuri pur nei limiti loro consentiti dalla conoscenza della volontà di Dio. Nelle Scritture di questa via sono state promesse mediante profezia la venuta di Cristo nella terrenità, i grandi fatti da lui compiuti e quelli operati in suo nome: la penitenza degli uomini e la conversione delle volontà a Dio, la remissione dei peccati, la grazia della giustificazione, la fede dei credenti e la moltitudine di coloro che per tutto il mondo credono in una vera divinità, la fine dell'idolatria e demonolatria, la prova delle persecuzioni, la santificazione di chi avanza nella perfezione e la sua liberazione da ogni male, il giorno del giudizio, la risurrezione dei morti, l'eterna condanna della società degli empi e il regno eterno della gloriosissima città di Dio che eternamente godrà della visione di lui. Osserviamo che molti di questi fatti sono avvenuti; attendiamo quindi con fede ragionevole il verificarsi degli altri. Chi non ha fede e per questo neanche intelletto che questa via è la linea retta fino alla visione di Dio e alla eterna unione con lui, in base alla verità delle Scritture da cui viene formalmente dichiarata, può combatterla, non abbatterla.

Uno sguardo di retrospezione e di anticipo.
32. 4. Dunque in questi dieci libri, anche se meno di quanto si riprometteva l'attesa di alcuni individui, ho soddisfatto tuttavia, nei limiti in cui il vero Dio e Signore si è degnato di aiutarmi, all'interesse di altri col confutare le contraddizioni degli infedeli che ritengono superiori i propri dèi al fondatore della città di cui ho preso a trattare. Dei dieci libri i primi cinque sono stati scritti contro coloro i quali ritengono che gli dèi si devono adorare per i beni di questa vita; gli altri cinque contro coloro i quali sostengono che il culto degli dèi si deve mantenere per la vita che verrà dopo la morte. In seguito dunque, come ho promesso nel primo libro, tratterò con l'aiuto di Dio quel che riterrò di dover dire sull'origine, sullo svolgimento e relativi fini delle due città che, come ho detto, in questo mondo sono indiscriminatamente mescolate assieme.



Autore: Agostino di Ippona
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