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La città di Dio - libro Ottavo: Confronto fra politeismo, cristianesimo e filosofia

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Metafisica e teismo nella sapienza dei platonici (1-12)


Indispensabile confronto con i platonici.
1. Si richiede ora uno spirito molto più critico di quello richiesto nella soluzione dei precedenti problemi e nella stesura dei libri già compilati. Tratto appunto della teologia che definiscono naturale e non con uomini di qualsiasi estrazione. Non è infatti quella drammatica o civile, cioè dei teatri e delle città, di cui una vanta i peccati degli dèi e l'altra pone in vista i desideri più immorali degli dèi e quindi piuttosto demoni malvagi che dèi. Ora, al contrario, si deve stabilire un confronto con i filosofi il cui nome stesso tradotto in latino significa l'amore alla sapienza. Quindi se Dio è sapienza, mediante la quale è stato creato l'universo, come ha rivelato la verità della divina tradizione, il vero filosofo è colui che ama Dio. Ma il significato in sé, indicato da questo nome, non si trova in tutti coloro che menano vanto del nome, perché non necessariamente coloro che si dicono filosofi amano la vera sapienza. Pertanto fra tutti coloro, di cui è stato possibile conoscere le teorie nella tradizione letteraria, si devono scegliere quelli con cui si possa trattare convenientemente il problema in parola. Non ho infatti intenzione di ribattere in questa opera tutte le errate teorie di tutti i filosofi ma quelle soltanto che sono attinenti alla teologia, parola greca con cui s'intende indicare il pensiero ossia il discorso sulla divinità. Inoltre non tratto le dottrine di tutti ma di quelli soltanto che, pur ammettendo l'esistenza e la provvidenza della divinità, ritengono che non è sufficiente l'adorazione di un unico non diveniente Dio per conseguire la felicità anche dopo la morte, ma che se ne devono adorare molti sebbene da lui creati alle rispettive incombenze. Costoro superano per un avvicinamento alla verità anche la teoria di Varrone. Egli in definitiva è riuscito ad estendere le competenze della teologia naturale fino al mondo visibile o all'anima del mondo. Costoro, al contrario, ammettono la trascendenza di Dio sull'essere dell'anima in generale perché, secondo loro, egli non solo ha creato il mondo visibile, che talora si definisce con i termini di cielo e terra, ma ha anche prodotto dal nulla ogni anima e perché rende felice l'anima umana con la partecipazione della sua luce indiveniente e immateriale. Tutti sanno, anche se ne abbiano sentito lontanamente parlare, che questi filosofi si chiamano platonici per denominazione dal loro maestro Platone. Toccherò brevemente alcuni concetti su Platone perché li ritengo indispensabili al problema; ma prima tratterò di coloro che cronologicamente lo hanno preceduto in questa forma di speculazione.

La scuola ionica e italica.
2. Per quanto riguarda la letteratura greca che è considerata la più illustre fra quelle di tutti i popoli 1 si ha la tradizione di due scuole di filosofi: una italica denominata da quella parte dell'Italia che una volta si chiamava Magna Grecia, l'altra ionica vigente in quelle regioni per le quali anche oggi si usa il nome di Grecia. La scuola italica ha come fondatore Pitagora di Samo da cui secondo la tradizione ebbe origine anche la parola filosofia. Prima di lui si chiamavano sapienti coloro che erano ritenuti superiori agli altri per un determinato tenore di condotta morale 2. Egli richiesto che cosa dichiarava di se stesso rispose di essere filosofo cioè studioso ossia amatore di sapienza, perché dichiarare di essere sapiente gli sembrava estremamente presuntuoso 3. Capo della scuola ionica fu Talete di Mileto, uno dei sette che furono chiamati sapienti. Gli altri sei si distinguevano per il genere di vita e per alcune norme concernenti la morale. Talete invece, anche per avere dei continuatori, si distinse perché osservò la natura, scrisse le proprie teorie e soprattutto perché si rese celebre per il fatto che mediante calcoli astronomici riuscì a prevedere le eclissi di sole e di luna. Ritenne tuttavia che l'acqua è il principio delle cose e che da essa hanno origine gli elementi, il mondo stesso e i suoi fenomeni. Al contrario, non pensò a un qualcosa di preesistente da parte di una mente divina all'opera d'arte dell'universo sensibile che, considerando il mondo, scopriamo tanto meravigliosa. Gli successe Anassimandro, suo uditore, il quale modificò la dottrina sulla natura. Pensò infatti, a differenza di Talete il quale la derivava dall'elemento umido, che le cose non hanno origine da un unico elemento ma ciascuna da particolari principi. Ritenne che i principi delle singole cose siano indeterminati e diano origine a innumerevoli mondi e a tutti i loro fenomeni; immaginò che i mondi si avvicendino scomparendo e rigenerandosi secondo le durate competenti a ciascuno. Anche egli non attribuì alcun potere a una mente divina nel prodursi delle cose. Lasciò come successore il discepolo Anassimene che assegnò all'aria indeterminata tutti i principi delle cose. Non negò anzi parlò degli dèi ma ritenne che non da loro era stata prodotta l'aria ma che essi erano stati originati dall'aria. Anassagora suo uditore pensò e sostenne che una mente divina è effettrice di tutte le cose visibili da una materia indeterminata che risulta dalle particelle di tutte le cose fra di sé simili e che ciascuna cosa è formata dalle proprie e particolari particelle per azione di una mente divina. Anche Diogene altro uditore di Anassimene sostenne che la materia è sì materia di tutte le cose, ma che essa è partecipe di una divina ragione senza di cui con l'aria nulla si formerebbe. Ad Anassagora successe il suo uditore Archelao. Anche egli ha insegnato che l'universo è composto di particelle simili fra di loro, da cui si formano le singole cose, con la clausola che in esse è immanente la mente che governa l'universo unendo e separando i corpi eterni cioè le particelle. Si dice che suo discepolo fu Socrate maestro di Platone. Proprio per lui ho brevemente esposto queste notizie.

Sommo bene e felicità in Socrate.
3. Secondo la storia, Socrate fu il primo che ha orientato tutta la filosofia alla ricerca della norma e del fine della morale. Prima di lui, tutti si sono adoperati prevalentemente nell'indagine sui fenomeni fisici cioè naturali. Non mi pare che si possa concludere con evidenza se Socrate, per raggiungere lo scopo, a causa dell'insofferenza per i concetti oscuri e confusi, rivolgesse l'attenzione alla scoperta di una nozione chiara e distinta, fondamentale alla felicità, per la quale, soltanto, come sembra, si è attentamente impegnata l'opera di tutti i filosofi; oppure se, come alcuni più favorevolmente pensano, non volesse che coscienze macchiate dalle passioni terrene tentassero di raggiungere le cose divine. Egli vedeva che dai predecessori erano ricercate le ragioni delle cose e riteneva che le prime e somme sono esclusivamente nel volere dell'unico sommo Dio. Pensava quindi che se ne potesse avere la conoscenza con l'intelligenza purificata. Pertanto giudicava che era necessario insistere sulla catarsi morale in modo che lo spirito scaricato delle passioni che fanno tendere al basso, si levasse con slancio naturale verso le cose eterne, e intravedesse con la intelligenza pura l'essere della luce immateriale e non diveniente, in cui sussistono fuori del movimento le ragioni di tutti gli esseri creati 4. È noto tuttavia che egli con mirabile garbo dialettico e con fine ironia, ammettendo la propria ignoranza ossia dissimulando la propria scienza, attaccò incessantemente, anche negli stessi problemi morali ai quali sembrava avere rivolto tutta la sua attenzione, l'insipienza di individui ignoranti che presumevano di sapere 5. Avendo suscitato per questo motivo delle inimicizie, condannato in seguito a infondata incriminazione, fu giustiziato 6. Ma la città di Atene, che lo aveva condannato pubblicamente, poi lo pianse, tanto è vero che l'indignazione del popolo si volse contro i suoi due accusatori al punto che uno fu linciato a furor di folla e l'altro sfuggì a una fine simile con volontario perpetuo esilio 7. A causa di una reputazione tanto illustre della vita e della morte Socrate lasciò molti seguaci della propria filosofia che gareggiarono nell'attendere diligentemente alla discussione dei problemi morali. L'argomento è il sommo bene con cui l'uomo può divenire felice. Nella teoria di Socrate non appare chiaramente quale sia, perché egli mette tutto in discussione, tutto afferma e tutto nega. Quindi ciascuno prese dalla sua dottrina secondo il proprio modo di pensare e stabilì il sommo bene secondo la propria opinione. Si considera sommo bene quello nel cui conseguimento si diviene felice. Pertanto i socratici difesero opinioni disparate sul sommo bene. E quantunque sia appena credibile che l'abbiano potuto fare i seguaci di un medesimo maestro, alcuni, come Aristippo, hanno sostenuto che il sommo bene è il piacere, altri, come Antistene, la virtù 8. Così alcuni hanno accolto opinioni molto diverse dagli altri. Ma sarebbe troppo lungo parlarne.

Esperienze ed insegnamento di Platone.
4. Fra i discepoli di Socrate si distinse per grandissima fama con cui oscurò completamente gli altri Platone, e certo non immeritatamente. Egli era ateniese di nobile famiglia e superava di gran lunga i propri condiscepoli per l'ingegno straordinario. Tuttavia ritenendo che non bastavano alla perfezione della filosofia lui stesso e l'insegnamento di Socrate, viaggiò quanto gli fu possibile in quelle parti in cui lo attirava la fama di una cultura illustre e degna di essere appresa. Quindi perfino in Egitto apprese le dottrine che in quel Paese erano considerate e insegnate come elevate 9. Da lì passando in quelle regioni d'Italia, in cui era alta la fama dei pitagorici, apprese con molta facilità la dottrina allora in voga della scuola italica udendone i più illustri insegnanti 10. E poiché in modo particolare amava il suo maestro Socrate, introducendolo in tutti i suoi dialoghi, mediante la dialettica e le teorie morali di lui diede un ordine sistematico anche alle dottrine che aveva appreso dagli altri o che egli stesso aveva intuito con la più alta capacità speculativa possibile. Ma l'applicazione alla sapienza riguarda la prassi e la teoresi e quindi una sua parte si può definire pratica e l'altra teoretica; la pratica tende a stabilire la regola della vita cioè la norma morale, la teoretica a intuire i principi generali della natura e la verità ideale. Si tramanda che Socrate si distinse nella pratica, Pitagora si applicò prevalentemente alla teoretica con tutto il vigore speculativo possibile 11. Perciò viene lodato Platone per avere condotto a perfezione la filosofia congiungendo l'una e l'altra. Ha infatti distribuito la filosofia in tre parti: la prima morale che prevalentemente si occupa della prassi, la seconda naturale che è destinata alla teoresi, la terza razionale con cui si stabilisce il confine fra vero e falso 12. E sebbene quest'ultima sia indispensabile alle prime due, cioè alla prassi e alla teoresi, tuttavia la teoresi rivendica a sé la intuizione della verità. Perciò questa tripartizione non è contraria alla distinzione con cui si stabilisce che l'applicazione alla sapienza in generale consiste nella prassi e nella teoresi. Ritengo poi che richieda tempo e non ritengo che si possa ridurre a un'affermazione infondata lo spiegare con un discorso quale fu il pensiero di Platone nelle o sulle singole parti, cioè in che cosa stabilisca categoricamente o opinativamente il fine di tutte le azioni, il principio di tutti gli esseri, la luce di tutti i pensieri. Egli infatti mostra di seguire la ben nota tecnica del suo maestro, introdotto a dialogare in tutti i suoi libri, di dissimulare la propria scienza o opinione. E poiché anche a lui andava a genio questa tecnica, è avvenuto che non sia possibile penetrare agevolmente la dottrina di Platone su argomenti elevati. È tuttavia opportuno che siano citate e riportate in questa opera alcune delle dottrine che si leggono nei suoi libri, sia che le abbia personalmente insegnate, sia che egli le presenti nell'opera come insegnate da altri, purché appaia che siano da lui condivise. Saranno scelte quelle in cui egli è favorevole alla vera religione, che la nostra fede si è impegnata a difendere, oppure quelle in cui egli sembra a lei contrario in rapporto al problema del monoteismo e del politeismo e in considerazione della vita veramente felice che si avrà dopo la morte. Forse gli studiosi, i quali sono tenuti in grande considerazione per avere compreso con genuina perspicacia che Platone è di gran lunga superiore a tutti i filosofi pagani e per averlo seguito, sostengono nei confronti di Dio la tesi che in lui si abbiano la causa del sussistere, la ragione del pensare e la norma del vivere. Dei tre principi il primo appartiene idealmente alla parte naturale, il secondo alla razionale, il terzo alla morale. Se dunque l'uomo è stato creato affinché mediante la facoltà che in lui trascende raggiunga l'essere che tutto trascende, cioè Dio uno, vero, sommamente buono, senza di cui nessun essere viene all'esistenza, nessuna cultura educa, nessuna prassi giova, egli si cerchi perché in lui tutto per noi è stabile, egli si guardi perché in lui tutto è per noi intelligibile, egli si ami perché in lui tutto per noi è onesto.

Platonismo più idoneo e un confronto col cristianesimo.
5. Se dunque Platone ha affermato che il sapiente è imitatore, conoscitore e amatore di Dio per esser beato nella partecipazione di lui, non c'è bisogno di esaminare gli altri platonici. Nessun filosofo si è avvicinato come essi a noi cristiani. Ceda dunque loro la teologia fabulosa che diverte l'animo degli infedeli con le colpe degli dèi e ceda anche quella civile. Demoni immondi, ingannando mediante esse, sotto il nome di dèi, popoli dediti alle gioie terrene hanno voluto avere come propri onori divini, gli errori umani stimolando con incentivi immorali i propri adoratori a intervenire agli spettacoli dei propri delitti, come se fosse il culto loro dovuto, e offrendo a sé negli spettatori stessi uno spettacolo più gradito. E se nei templi si compiono dei riti che pretendono di essere onesti, divengono turpi dalla comunanza con l'oscenità dei teatri e tutte le rappresentazioni oscene nei teatri divengono oneste nel confronto con la sconcezza dei templi. Cedano anche le teorie che, partendo da questi misteri, Varrone ha voluto interpretare in relazione al cielo e alla terra, ai semi e al prodursi delle cose transeunti 13. Infatti le teorie che egli tenta di giustificare non sono significate dai riti pagani e, nonostante i suoi sforzi, la verità non lo sostiene. E anche se fossero giustificate, tuttavia l'anima ragionevole non deve adorare come suo dio le cose che per natura le sono inferiori né deve considerare superiori a sé come dèi le cose perché il vero Dio l'ha creata ad esse superiore. Cedano anche le dottrine che Numa Pompilio, sebbene sostanzialmente pertinenti a simili misteri, si preoccupò di nascondere sotterrandole col proprio corpo e che, dissotterrate da un aratro, il senato fece dare alle fiamme 14. E tanto per giudicare in senso più favorevole Numa, a questa categoria appartengono anche le dottrine che Alessandro il Macedone notificò per lettera alla propria madre e che gli erano state svelate da un certo Leone sacerdote dei misteri egiziani 15. Con essi si rende evidente che furono uomini non solo Pico, Fauno, Enea e Romolo o anche Ercole, Esculapio, Libero figlio di Semele e i gemelli figli di Tindaro ed altri che, sebbene mortali, i pagani considerano dèi, ma anche gli dèi dei popoli maggiori, che Cicerone nelle Tusculane sembra indicare senza nominarli 16, e cioè Giove, Giunone, Saturno, Vulcano, Vesta e moltissimi altri che Varrone tenta di rapportare alle parti o elementi del mondo. Anche il sacerdote egiziano temendo che fossero svelati degli arcani si recò da Alessandro per avvertirlo che, una volta notificate per lettera le dottrine alla madre, le facesse bruciare. Dunque non solo le teologie fabulosa e civile devono cedere ai filosofi platonici, i quali hanno insegnato che il vero Dio è autore delle cose, illuminatore della verità e datore della felicità, ma a questi grandi uomini che hanno conosciuto un Dio tanto grande devono cedere anche gli altri filosofi che con mentalità materialistica hanno assegnato alla natura soltanto principi materiali. Ad esempio Talete li ha riposti nell'acqua, Anassimene nell'aria, gli stoici nel fuoco, Epicuro negli atomi, cioè in corpuscoli piccolissimi che non si possono né dividere né percepire, e tutti gli altri, sulla cui enumerazione non è necessario soffermarsi, i quali hanno sostenuto che ragione principiale delle cose sono i corpi, sia semplici che composti, sia non viventi che viventi, ma comunque corpi. Alcuni di loro infatti hanno supposto che da esseri non vivi si possano formare esseri vivi, come gli epicurei; altri invece da vivente gli esseri viventi e non viventi, ma comunque corpi da corpo 17. Gli stoici appunto hanno sostenuto che il fuoco, cioè un corpo e uno dei quattro elementi, dai quali è formato il mondo visibile, è vivente, sapiente, costruttore del mondo e di tutte le cose che in esso esistono, è in definitiva un dio. Essi ed altri simili a loro hanno potuto rappresentarsi soltanto ciò che il loro sentimento legato al senso ha immaginato in loro. Infatti avevano in sé la coscienza che non percepivano con la vista e nella propria immaginazione quel che avevano visto al di fuori, anche quando non lo vedevano ma se lo rappresentavano soltanto 18. L'oggetto però nell'intenzionalità di una simile rappresentazione non è più corpo ma un fantasma del corpo e la facoltà con cui si avverte nella coscienza il fantasma non è né corpo né fantasma del corpo, infine la facoltà con cui si avverte e si giudica bello o deforme è più perfetta del fantasma che si giudica. Ed è la mente che è il costitutivo essenziale dell'uomo e dell'anima ragionevole, e la mente non è certamente corpo se non lo è neanche il fantasma del corpo nell'atto che è avvertito e giudicato nella coscienza del soggetto. Dunque la mente non è né terra né acqua né aria né fuoco, i quattro corpi che sono considerati i quattro elementi da cui vediamo strutturato l'universo corporeo. Dunque se il nostro spirito non è corpo, in senso assoluto Dio creatore dello spirito non è corpo. Dunque anche i naturalisti, come è stato detto, devono cedere ai platonici, ma cedano anche coloro che ebbero vergogna di dire che Dio è corpo ma ritennero che egli sia della medesima natura del nostro spirito perché non li ha turbati la grande soggezione dell'anima al divenire che non si può attribuire all'essere di Dio. Ma obiettano: "Col corpo si pone nel divenire l'essere dell'anima, sebbene per se stessa sia fuori del divenire". Costoro potevano dire: "Col corpo si rende soggetto a corruzione l'essere fisico, sebbene di per se stesso non lo sia". Insomma ciò che non può essere nel divenire non lo può essere neanche per influsso di qualche cosa; pertanto ciò che col corpo può essere nel divenire lo può essere con qualche cosa e quindi non può essere considerato immune dal divenire.

Teismo nella filosofia naturale del platonismo.
6. Dunque i platonici, che per illustre fama sono considerati superiori agli altri filosofi, ebbero l'intuizione che Dio non è corpo e quindi nella ricerca di Dio trascesero tutti i corpi. Ebbero l'intuizione che il Dio sommo non è nulla di ciò che diviene e quindi nella ricerca di Dio trascesero ogni anima e tutti gli spiriti posti nel divenire 19. Infine ebbero l'intuizione che ogni forma esistente nell'essere diveniente, per la quale esso è ciò che è, in qualsiasi limite e qualunque essenza sia, può esistere soltanto dall'essere che esiste per la sua verità perché è fuori del divenire. Pertanto la materia, le figure, le qualità, il movimento ordinato e il finalismo degli elementi dell'universo dal cielo alla terra e tutti i corpi che esistono in essi, come pure la vita, sia quella che fa vegetare ed esistere nel tempo come negli alberi, sia quella che ha queste funzioni e la sensazione come nelle bestie, sia quella che ha queste funzioni e il pensiero come negli uomini, sia quella che non ha bisogno della funzione vegetativa ma esiste nel tempo, ha sensazione e pensiero come negli angeli, possono esistere soltanto da colui che semplicemente è. In lui infatti non sono diversi l'esistere e il vivere perché non può esistere senza vivere, non sono diversi il vivere e il pensare perché non può vivere senza pensare, non sono diversi il pensare e l'essere felice perché non può pensare senza esser felice ma ciò che per lui è il vivere, il pensare e l'esser felice è per lui il suo esistere. I platonici compresero che per questa sua non soggezione al divenire e alla molteplicità egli ha creato tutte le cose e che è impossibile la sua dipendenza nell'essere da un altro. Considerarono infatti che ogni essere o è corpo o è vita, che la vita è più perfetta del corpo e che la forma del corpo è sensibile e quella della vita intelligibile. Ritennero quindi che la forma intelligibile è più perfetta di quella sensibile. Sono considerate sensibili le cose che possono essere percepite con gli organi della vista e del tatto, intelligibili quelle che sono pensate nella intuizione della mente. Non v'è infatti bellezza corporea, tanto se è nella immobilità come una figura o nel movimento come un canto, di cui lo spirito non giudichi. E non lo potrebbe se in lui non fosse più perfetta la forma intelligibile senza il rilievo del volume, senza il suono della voce, senza lunghezza di spazio o di tempo. Ma se non soggiacesse al divenire anche nella specie intelligibile, un soggetto non giudicherebbe meglio di un altro la specie sensibile, e cioè uno più intelligente di uno più tardo, uno più esperto di uno meno esperto, uno più esercitato di uno meno esercitato, e il medesimo soggetto, quando fa progressi, meglio dopo che prima. Infatti ciò che riceve il più e il meno, senza dubbio è nel divenire. Per questo i platonici, intelligenti, colti ed esercitati nella filosofia, conclusero logicamente che la forma non è prima in quegli esseri in cui si dimostra innegabilmente che è diveniente 20. Nella loro teoresi il corpo e lo spirito sono più o meno belli e se fossero privi di ogni forma non esisterebbero affatto. Ebbero l'intuizione dunque che esiste un essere in cui la forma prima è fuori del divenire e quindi assoluta e ritennero con molta coerenza che in lui è la ragione ideale non creata delle cose e nella quale tutto è stato creato. Così ciò che si conosce di Dio, egli lo manifestò loro, quando da essi sono stati intuiti col pensiero i suoi attributi invisibili attraverso le cose create ed anche il suo eterno potere e la divinità 21, perché da lui sono state create tutte le cose visibili e temporali. Bastano questi concetti relativi alla parte che chiamano fisica, cioè naturale.

Possibilità della metafisica nella filosofia logica.
7. Per quanto riguarda la dottrina che è oggetto della seconda parte, detta dai platonici logica cioè razionale, non si può certo pretendere di poterli confrontare con quelli che attribuirono il criterio della verità ai sensi e sostennero che tutti gli oggetti della conoscenza si devono rapportare alla loro misura malsicura e ingannevole. Sono gli epicurei ed altri come loro 22. Anche gli stoici i quali amarono l'abilità del ragionare, che chiamano dialettica, ritennero che essa doveva esser derivata dai sensi. Sostenevano appunto che da essi il pensiero concepisce le nozioni, che chiamano , di quelle cose che si chiariscono mediante la definizione, dalla quale si svolge per logica connessione la dimostrazione scientifica 23. E a proposito spesso mi chiedo assai meravigliato, giacché, secondo loro, soltanto i sapienti hanno bellezza, con quali sensi abbiano percepito questa bellezza, con quali occhi carnali abbiano intuito la distinta bellezza della sapienza. I platonici invece, e per questo li riteniamo superiori agli altri, hanno distinto l'oggetto della intelligenza da quello della sensazione senza sottrarre ai sensi la loro capacità e senza assegnarne loro al di là delle loro possibilità. Hanno affermato poi che luce del pensiero per conoscere tutte le cose è lo stesso Dio da cui tutte le cose sono state prodotte 24.

Dio bene sommo nell'etica.
8. Rimane la parte morale che con termine greco chiamano etica. Con essa si ricerca sul sommo bene affinché riferendo ad esso tutte le nostre azioni, desiderando e raggiungendo il bene che non si vuole in vista di un altro ma per se stesso, non ne cerchiamo un altro per esser felici. Perciò è stato detto anche fine appunto perché per esso desideriamo tutti gli altri beni ed esso soltanto per se stesso. Alcuni hanno detto che questo bene beatificante per l'uomo è dal corpo, altri dallo spirito e altri dall'uno e dall'altro 25. Consideravano infatti che l'uomo è composto di anima e di corpo e quindi ritenevano che il loro bene derivasse o da uno dei due o da entrambi in un finale sommo bene con cui esser felici, a cui rapportare tutte le loro azioni e per non cercare ancora un altro fine a cui rapportarlo. Pertanto coloro che stando alla storia hanno aggiunto una terza categoria di beni, che è denominata estrinseca, come ad esempio l'onore, la gloria, la ricchezza e simili, non l'hanno aggiunta come finale, cioè come oggetto di desiderio per se stessa ma in vista di un'altra; ritenevano perciò che questa categoria è un bene per i buoni e un male per i malvagi 26. Quindi quelli che hanno affidato il bene dell'uomo o allo spirito o al corpo o a entrambi, hanno affermato che si deve ricercarlo esclusivamente nell'uomo, con la differenza che coloro i quali l'hanno affidato al corpo l'hanno riposto nella parte meno perfetta dell'uomo; coloro che nello spirito, nella parte più perfetta e coloro che in entrambi, in tutto l'uomo. Comunque sia che in una delle due parti, sia che nell'intero, sempre nel l'uomo. Le differenze sono tre ma non per questo hanno dato origine a tre ma a molti dissensi e sètte filosofiche. I vari filosofi appunto hanno sostenuto differenti opinioni sul bene del corpo, sul bene dello spirito e sul bene di entrambi. Tutti dunque devono piegarsi a quei filosofi che non hanno considerato felice l'uomo perché si placa nel corpo o nello spirito ma perché si placa in Dio, non come lo spirito nel corpo o in se stesso o un amico nell'amico ma come l'occhio nella luce. E ciò posto che si possa addurre un'analogia dalle cose visibili alle intelligibili. Nei limiti consentitimi sarà spiegata a suo luogo, se Dio mi aiuterà, la condizione di quello stato. Per adesso è sufficiente ricordare che, secondo l'indicazione di Platone, fine del bene è vivere secondo virtù e che esso si ottiene soltanto da chi conosce e imita il dio e che soltanto per questa ragione è felice. Perciò Platone non esita ad affermare che filosofare è amare il dio il cui essere sia immateriale. Se ne deduce che chi si applica alla sapienza, perché questo è il filosofo, diviene felice quando comincerà a placarsi nel dio. Con questo non s'intende dire che è necessariamente felice chi si placa nell'oggetto amato. Molti infatti amando oggetti che non si devono amare sono infelici e più infelici ancora quando in essi si soddisfano. Tuttavia non si è felici se non ci si placa nell'oggetto amato. Anche coloro infatti che amano cose che amar non si debbono non credono di esser felici con l'amare ma col placarsi. Dunque soltanto il più infelice degli uomini può negare che è felice colui che si placa nell'oggetto amato amando il vero e sommo bene. Ora Platone considera il dio il vero e sommo bene e da ciò deduce che il filosofo è amatore del dio. Quindi, giacché la filosofia tende alla felicità, chi amerà Dio è felice perché in lui si placa.

Universalismo di certi principi filosofici.
9. Per quanto riguarda dunque il sommo e vero Dio vi sono filosofi i quali hanno ritenuto che egli è l'autore del creato, la luce della conoscenza, il bene dell'azione e che da lui abbiamo ricevuto il principio dell'essere, la verità del sapere e la felicità del vivere. Più propriamente sono detti platonici, o anche altri, qualunque denominazione diano alla propria setta. Possono essere soltanto i più eminenti fra quelli della scuola ionica che abbiano sostenuto questa dottrina, come lo stesso Platone e quelli che lo hanno ben capito o anche i filosofi della scuola italica che la sostennero sull'autorità di Pitagora e dei pitagorici ed altri oriundi di là che furono della medesima opinione. Possono trovarsene alcuni anche di altre nazioni che furono considerati saggi o filosofi e che ebbero questa concezione e dottrina, siano essi Mauritani o Libici, Egiziani, Indiani, Persiani, Caldei, Sciti, Galli, Spagnuoli. Noi li consideriamo migliori degli altri e confessiamo che sono più vicini a noi cristiani.

Paolo e la sapienza umana.
10. 1. Sebbene infatti il cristiano, istruito soltanto nelle Scritture ecclesiastiche ignori forse il nome dei platonici e non sappia che nella letteratura greca vi sono state due scuole di filosofi, gli ionici e gli italici, non è tuttavia così insensibile ai fatti del mondo da non sapere che i filosofi professano l'applicazione alla sapienza o la sapienza stessa. Comunque si guarda bene da coloro che fanno filosofia secondo i principi di questo mondo e non secondo Dio da cui è stato creato il mondo. È messo in guardia infatti dall'avvertimento dell'Apostolo e dà retta a ciò che è stato detto: State attenti che qualcuno non v'inganni mediante la filosofia e il vano convincimento secondo i principi di questo mondo 27. Poi per non supporre che siano tutti eguali, ascolta quello che di alcuni filosofi dal medesimo Apostolo vien detto: In loro è manifesto ciò che di Dio si può conoscere perché Dio lo ha loro manifestato. Infatti fin dall'origine del mondo i suoi invisibili attributi si scorgono col pensiero attraverso il creato, ed anche l'eterna sua potenza e divinità 28. Nel parlare agli Ateniesi, avendo espresso un grande concetto su Dio, che ben pochi potevano capire, e cioè che in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, soggiunse: Come hanno affermato anche alcuni dei vostri 29. Il cristiano sa guardarsi da loro anche nei punti in cui hanno errato. Infatti nel passo in cui è stato detto che Dio ha fatto loro scorgere mediante l'intelletto i propri invisibili attributi attraverso il creato, è stato anche detto che essi non hanno adorato rettamente Dio perché hanno offerto sconvenientemente ad altri oggetti gli onori divini soltanto a lui dovuti: Sebbene conoscessero Dio non gli hanno dato lode e rendimento di grazie come a Dio ma si smarrirono nei propri pensieri e il loro stolto sentimento si offuscò. Sebbene affermassero di essere sapienti, divennero insipienti e scambiarono la gloria di Dio indefettibile nella figurazione dell'idolo defettibile di uomo, di uccelli, di quadrupedi e di serpenti 30. Con queste parole indicò i Romani, i Greci e gli Egiziani che si sono vantati del titolo della sapienza. Ma con essi tratteremo in seguito sull'argomento. Comunque noi cristiani li consideriamo superiori agli altri in quanto sono d'accordo con noi sulla dottrina di un solo Dio, autore dell'universo, non solo immateriale perché trascende tutti gli esseri materiali ma anche indefettibile perché trascende tutte le anime, nostro principio, nostra luce, nostro bene.

Le due sapienze umana e cristiana.
10. 2. Ma diamo l'ipotesi che un cristiano, per il fatto che ignora i loro scritti, non usi in una discussione la loro terminologia perché non la conosce, e cioè non chiami in latino naturale o in greco fisica la parte in cui si discute la ricerca sulla natura, razionale o logica la parte in cui si pone il problema del modo con cui si può affermare con certezza la verità, morale o etica la parte in cui si tratta della norma morale prescrittiva del bene e proibitiva del male. Ma non per questo ignora che da Dio uno, vero, ottimo ci è stato dato l'essere naturale col quale siamo stati creati a sua immagine, il sapere col quale possiamo conoscere lui e noi stessi, la grazia con la quale unendoci a lui diveniamo felici. Questo quindi è il motivo per cui riteniamo i platonici superiori agli altri, e cioè perché, mentre gli altri filosofi hanno sprecato ingegno e fatica nella ricerca dei principi delle cose e della norma del conoscere e del vivere, costoro con la conoscenza di Dio trovarono l'essere in cui è la causa dell'origine dell'universo, la luce per conoscere con certezza la verità e la sorgente in cui dissetarsi con la felicità. Siano dunque i platonici oppure altri filosofi di qualsiasi nazione che affermino questa dottrina, l'affermano assieme a noi. Ma abbiamo preferito trattare l'argomento con i platonici perché i loro scritti sono più conosciuti. Infatti i Greci, la cui lingua è la più diffusa fra i vari popoli, hanno esaltato i loro scritti con grandi lodi e i Latini, spinti dal loro pregio e fama, li hanno letti con entusiasmo e traducendoli nella nostra lingua, li hanno resi più noti e illustri.

Incontro fra le due sapienze nella storia.
11. Alcuni individui, uniti a noi nella grazia di Cristo, si meravigliano, quando apprendono o leggono Platone, che egli abbia sostenuto una tale dottrina su Dio, perché riconoscono che è molto simile alla verità della nostra religione. Pertanto qualcuno ha supposto che quando si recò in Egitto sia stato discepolo del profeta Geremia o che durante quel soggiorno abbia letto le profetiche Scritture 31. Ho esposto la loro opinione in alcuni miei libri 32. Ma il computo esatto del tempo che è contenuto nella cronologia indica che Platone nacque circa cento anni dopo il periodo in cui Geremia scrisse la propria profezia. Ora Platone visse ottantuno anni. E dall'anno della sua morte fino al tempo in cui Tolomeo re di Egitto fece venire dalla Giudea le Scritture profetiche del popolo ebraico e le fece tradurre, per tenerle con sé, dai Settanta ebrei che conoscevano anche la lingua greca, passano circa sessanta anni. Perciò durante quel suo viaggio Platone non poté conoscere Geremia perché morto da tanto tempo e non poté leggere le Scritture perché non erano ancora state tradotte nella lingua greca che egli conosceva. Si eccettua il caso, giacché era molto assiduo al lavoro, che mediante un interprete venne a conoscenza delle Scritture ebraiche come era venuto a conoscenza di quelle egiziane. Comunque non ebbe l'intento di tradurle in iscritto, perché si narra 33 che Tolomeo, il quale poteva anche esser temuto a causa del potere regale, ottenne di farle tradurre per segnalato favore; ma Platone voleva venire a conoscenza, per quanto poteva comprenderle, del loro contenuto mediante un colloquio. Sembra che a convalidare l'ipotesi induca l'indicazione che il libro della Genesi comincia con queste parole: Nel principio Dio creò il cielo e la terra. Ma la terra era invisibile e informe e le tenebre erano sull'abisso e lo spirito di Dio si librava sull'acqua 34. Ora Platone nel Timeo, il libro che ha scritto sull'origine del mondo, afferma che Dio nel creare unì la terra e il fuoco. Ed è chiaro che egli assegna al fuoco la sfera del cielo 35. Dunque questo pensiero ha una certa somiglianza con quello delle parole: Nel principio Dio creò il cielo e la terra. Poi chiama aria e acqua i due elementi mediani, con la cui interposizione fossero uniti i due estremi 36; perciò si ritiene 37 che interpretò in questo senso le parole Lo spirito di Dio si librava sull'acqua. Non sapendo infatti in qual senso la Scrittura abitualmente parli dello Spirito di Dio, giacché anche l'aria si chiama spirito, può aver ritenuto, come sembra, che in quel passo fossero indicati i quattro elementi. Inoltre Platone afferma che il filosofo è amatore di Dio 38 ed è il motivo che emerge con più vigore dalle Scritture sacre. E soprattutto ve n'è un altro ed è quello che fra tutti quasi convince anche me ad ammettere che Platone non fu ignaro di quei libri. A Mosè vengono riferite mediante un angelo le parole di Dio; e poiché egli chiede qual sia il nome di colui che gli comanda di recarsi dal popolo ebraico che doveva essere liberato dall'Egitto, gli viene risposto: Io sono Chi sono e dirai ai figli d'Israele: Chi è mi ha mandato da voi 39. Appare che, nel confronto con l'essere che esiste nella sua ideale verità, perché non diviene, le cose poste nel divenire non esistano. E Platone ha sostenuto con vivace dialettica questa dottrina e l'ha insegnata con costanza 40. Non so però se essa si trova in qualche parte dei libri di coloro che furono prima di Platone se si esclude il passo: Io sono Chi sono; dirai loro: Chi è mi ha mandato da voi.

Platone e la tradizione filosofica.
12. Ma non ha importanza dove l'abbia appresa, o nei libri scritti prima di lui dagli antichi, o piuttosto, come dice l'Apostolo perché ciò che di Dio si può conoscere era in loro manifesto; Dio infatti lo manifestò loro, perché fin dall'origine del mondo i suoi attributi invisibili si scorgono mediante il pensiero attraverso il creato, ed anche la sua eterna potenza e divinità 41. Finora ho chiarito sufficientemente, come ritengo, che giustamente ho scelto i platonici con cui trattare l'argomento di teologia naturale, relativo al problema, che abbiamo iniziato a discutere, se cioè in vista della felicità che si avrà dopo la morte è opportuno compiere riti a uno ovvero a più dèi. Ho preferito loro perché sono considerati tanto più gloriosi e illustri degli altri quanto più degnamente hanno pensato dell'unico Dio che ha creato il cielo e la terra. Basti dire che Aristotele, discepolo di Platone, uomo di grande ingegno, inferiore comunque al maestro per lo stile, ma superiore di gran lunga agli altri, fondò la scuola dei peripatetici, così detti perché era solito disputare passeggiando. Essendo molto celebre attirò, mentre ancora viveva il maestro, moltissimi discepoli alla propria dottrina; così dopo la morte di Platone, Speusippo, figlio della sorella di lui, e Senocrate, suo discepolo prediletto, furono i continuatori della sua scuola che si chiamava Accademia e perciò essi e i loro successori furono chiamati accademici. Eppure i più illustri filosofi recenti, che scelsero di seguire Platone, non vollero essere chiamati né peripatetici né accademici ma platonici. Di essi sono giunti a grande fama fra i Greci Plotino, Giamblico e Porfirio e nell'una e nell'altra lingua, cioè greca e latina, si è avuto un celebre platonico l'africano Apuleio. Ma tutti costoro e gli altri di questa scuola e perfino Platone ritennero che si dovessero tributare riti sacri a più dèi.

Il politeismo nella dottrina di Apuleio (13-22)


Divinità buone e cattive.
13. Sebbene dunque dissentano da noi anche in molti altri importanti argomenti, tuttavia per prima cosa chiedo a loro in relazione all'argomento che ora ho esposto, anche perché non è di poco conto e di esso ora si discute, a quali dèi ritengono che si deve tributare il culto, a quelli buoni o ai cattivi oppure ai buoni e ai cattivi. Ma abbiamo in proposito il pensiero di Platone il quale afferma che tutti gli dèi sono buoni e che non vi può essere un dio cattivo 42. Logicamente quindi si deve intendere che i riti siano tributati a dèi buoni; infatti si offrono a dèi, perché non sarebbero neanche dèi se fossero cattivi. Se è così, giacché non è conveniente pensare diversamente degli dèi, diventa un non senso l'opinione di coloro i quali ritengono che gli dèi cattivi si devono placare con i riti sacri affinché non facciano del male e che i buoni si devono invocare affinché aiutino 43. Infatti non esistono dèi cattivi e soltanto ai buoni, dicono i platonici, si deve tributare l'onore dei riti sacri. Di quale tempra sono dunque quelli che amano gli spettacoli teatrali ed esigono che siano integrati nella religione e tributati in loro onore? La loro prepotenza dichiara che non sono inesistenti e certamente la loro richiesta li dichiara cattivi. È noto il pensiero di Platone sulle rappresentazioni teatrali. Egli sancisce che i poeti, se hanno composto poesie indegne della somma bontà degli dèi, siano esclusi dalla città 44. Di qual tempra sono dunque questi dèi che in merito agli spettacoli teatrali sono in lizza con lo stesso Platone? Egli non tollera che gli dèi siano oltraggiati con false colpe; essi invece ordinano che con quelle colpe siano celebrate le proprie feste. Inoltre quando gli dèi comandarono che fossero istituiti gli spettacoli, oltre a chiedere delle oscenità, compirono anche atti malvagi. Tolsero infatti un figlio a Tito Latinio e mandarono a lui un'infermità perché aveva resistito al loro comando e gliela guarirono quando obbedì agli ordini 45. Platone invece pensa che non si devono temere come malvagi, ma ritenendo con coerenza la linea del proprio pensiero non dubita di escludere da una società ben ordinata tutte le frottole blasfeme dei poeti, delle quali gli dèi si beano per associazione nell'oscenità. Ora Labeone pone Platone fra i semidèi. Ne ho parlato già nel secondo libro 46. Ma questo Labeone pensa che le divinità cattive si devono propiziare con vittime cruente e riti simili, le buone invece con gli spettacoli e altri riti che in certo senso hanno relazione con la gioia 47. E come mai allora il semidio Platone osa sottrarre con tanta fermezza non a semidei ma a dèi e per di più buoni quelle soddisfazioni perché le giudica disoneste?

Ma gli dèi respingono il parere di Labeone perché in Latinio non si mostrarono soltanto dissoluti e amanti degli spettacoli ma anche crudeli e spietati. Ci spieghino dunque questi concetti i platonici i quali ritengono, stando al pensiero del loro maestro, che tutti gli dèi sono buoni, onesti e partecipi delle virtù dei saggi e giudicano inammissibile pensar diversamente di qualcuno degli dèi. Li spieghiamo, dicono. Dunque seguiamo con attenzione.

Demonologia classica.
14. 1. Si dà, dicono i platonici, una tripartizione di tutti i viventi che hanno l'anima ragionevole, cioè in dèi, uomini e demoni. Gli dèi occupano la sfera più alta, gli uomini la più bassa, i demoni quella di mezzo. Infatti la sede degli dèi è nel cielo, degli uomini in terra, dei demoni nell'aria. Come hanno una differente dignità della sfera, così anche dell'essere. Perciò gli dèi sono superiori ai demoni e agli uomini, gli uomini sono posti sotto agli dèi e ai demoni tanto nel grado degli elementi come per differenza di perfezioni. Quindi i demoni sono al mezzo e come sono da considerare inferiori agli dèi perché hanno dimora al di sotto di essi, così sono da considerare superiori agli uomini perché hanno dimora al di sopra. Hanno infatti comune con gli dèi l'immortalità del corpo e con gli uomini le passioni dello spirito. Quindi non c'è da meravigliarsi, dicono 48, se godono dell'oscenità degli spettacoli e delle favole dei poeti, perché sono soggetti alle inclinazioni umane mentre gli dèi ne sono ben lontani e immuni in tutti i sensi. Se ne conclude che Platone, riprovando e proibendo le favole poetiche, non privò del piacere degli spettacoli teatrali gli dèi, che sono tutti buoni ed eccelsi, ma i demoni.

Apuleio e il demone socratico.
14. 2. Supponiamo che le cose stiano così. Comunque sebbene questi concetti si trovino anche presso altri, tuttavia il platonico Apuleio di Madaura su questo unico argomento ha scritto un libro che volle intitolare Il dio di Socrate. In esso discute e spiega di qual tipo di divinità fosse il dio legato a Socrate e reso benevolo per una certa amicizia, perché, come si narra, da lui era abitualmente avvertito che desistesse dall'agire se l'azione che doveva compiere non avesse avuto un esito favorevole. E nel trattare il pensiero di Platone sul supremo grado degli dèi, l'infimo degli uomini e il medio dei demoni afferma apertamente e dimostra esaurientemente che non era un dio ma un demone 49. Ma poniamo che le cose stiano così. E allora come ha potuto osare Platone, esigendo che i poeti fossero cacciati dalla città, sottrarre le gioie del teatro, non dico agli dèi che ritenne immuni dall'umana passionalità ma certamente ai demoni? Si spiega soltanto nel senso che volle ammonire la coscienza umana, sebbene posta ancora in un corpo destinato a morire, di trascurare gli ordini impuri dei demoni e di esecrare la loro dissolutezza in considerazione del valore dell'onestà. Infatti se Platone onestamente ha criticato e proibito le favole poetiche, i demoni certo molto disonestamente le hanno richieste e ordinate. Dunque si sbaglia Apuleio perché l'amico che ebbe Socrate non era di questa categoria di divinità; oppure si contraddice Platone ora onorando i demoni ora escludendo dallo Stato eticamente sano i loro divertimenti; o anche l'amicizia di Socrate per il demone non merita lode. Apuleio stesso ha ritegno a parlare di tale amicizia al punto da intitolare il libro Il dio di Socrate, perché stando alla sua tesi con cui criticamente ed esaurientemente distingue gli dèi dai demoni non lo avrebbe dovuto denominare il dio ma il demone di Socrate. Ma preferì inserire il concetto nel contesto anziché nel titolo del libro. Infatti mediante la sana dottrina che ha gettato luce sulla cultura tutti o quasi tutti aborriscono il nome dei demoni al punto che prima della teoria di Apuleio, con cui si difende la dignità dei demoni, chiunque leggeva il titolo di un libro sul demone di Socrate pensava che egli non fosse normale. E in definitiva lo stesso Apuleio che cosa ha trovato da lodare nei demoni fuori della sottilità e impassibilità del corpo e la sfera più alta della dimora? Dei loro costumi, parlando in generale di tutti, non ha detto niente di bene ma piuttosto parecchio di male. Inoltre nessuno si meraviglia, dopo aver letto il suo libro, che essi abbiano voluto avere nel culto religioso anche la dissolutezza del teatro, che abbiano potuto dilettarsi delle colpe degli dèi giacché pretendono di essere considerati tali, e infine che tutto ciò che nei loro misteri per oscena rappresentazione o per turpe crudeltà muove al riso o al raccapriccio è in linea con le loro inclinazioni.

La perfezione fisica in uomini viventi e...
15. 1. Per la qual cosa una coscienza veramente religiosa e sottomessa al vero Dio, nel considerare questi fatti, non può assolutamente ritenere che i demoni sono più perfetti di lei perché hanno un corpo più perfetto. Altrimenti dovrà considerare più perfette di sé anche molte bestie che ci superano per l'acutezza dei sensi, per il movimento estremamente agile, per il vigore delle forze e per la lunga vitalità dell'organismo. Nessun uomo si può eguagliare nella vista alle aquile e agli avvoltoi, nell'odorato ai cani, nella velocità alle lepri, ai cervi e a tutti gli uccelli, nella forza straordinaria ai leoni e agli elefanti, nella longevità ai serpenti, dei quali si dice che deposte le squame depongono la vecchiaia e tornano alla giovinezza 50. Ma come siamo più perfetti di esse perché ragioniamo e pensiamo, così vivendo moralmente dobbiamo essere più perfetti dei demoni. Per questo appunto dalla provvidenza divina sono state date alle bestie, delle quali noi siamo certamente migliori, alcune doti fisiche più perfette, affinché anche in questa maniera ci fosse inculcato che la facoltà, per cui noi siamo più perfetti, si educhi con molto maggiore attenzione che il corpo. Per lo stesso motivo dobbiamo apprendere a valutare di meno la maggiore perfezione fisica, che dobbiamo riconoscere ai demoni, nel confronto con la perfezione morale con cui siamo loro superiori, perché conseguiremo anche noi l'immortalità dei corpi, non quella che è tormentata dall'eternità delle pene ma quella che è anticipata dalla purezza dello spirito.

...spirituale in dèmoni e uomimi.
15. 2. Ed è proprio ridicolo il preoccuparsi della superiorità della sfera. I demoni hanno dimora nell'aria e noi sulla terra, e per questo li consideriamo a noi superiori. Con questo criterio riteniamo superiori a noi tutti i volatili. Ma, obiettano essi, quando si affaticano nel volare o devono refocillare il corpo col cibo, tornano a terra per riposarsi o per nutrirsi, i demoni invece non lo fanno. Vogliono dire forse che come i volatili sono superiori a noi, così i demoni lo sono anche ai volatili? È proprio da pazzi il pensarlo. Non v'è quindi ragione di ritenere i demoni spiritualmente perfetti in base alla dimora in un elemento più alto al punto da doverci sottomettere a loro col vincolo della religione. Non è assurdo che gli animali i quali volano nell'aria non solo non siano considerati superiori a noi ma anche soggetti in virtù dell'anima ragionevole che è in noi. Così non è assurdo che i demoni, quantunque più aerei, non siano più perfetti di noi terrestri, sebbene l'aria sia in una sfera più alta della terra. Gli uomini sono da considerarsi più perfetti, perché la disperazione dei demoni non si deve assolutamente porre in confronto con la speranza dei credenti. C'è a proposito la teoria di Platone, con la quale egli dispone i quattro elementi collegandoli in una proporzione mediante l'interposizione ai due estremi, il fuoco mobilissimo e la terra immobile, dei due medi, l'aria e l'acqua 51. Così quanto l'aria è più perfetta dell'acqua e il fuoco dell'aria, tanto l'acqua è più perfetta della terra. Ma questa teoria ci inculca appunto che le perfezioni dei viventi non si devono calcolare sulla base della posizione degli elementi. Lo stesso Apuleio considera l'uomo un animale terrestre assieme agli altri. Eppure l'uomo è considerato molto più perfetto degli animali acquatici, sebbene Platone ritenga l'acqua più perfetta della terra 52. Possiamo comprendere così che, quando si tratta delle perfezioni delle anime, non si deve usare il medesimo criterio che si usa nella posizione dei corpi ma può avvenire che un'anima più perfetta dimori in un corpo più basso e una meno perfetta in un corpo più alto.

Caratteri dei dèmoni in Apuleio.
16. Il citato Apuleio, parlando del comportamento dei demoni, ha affermato che sono mossi dalle medesime passioni da cui sono mossi gli uomini e cioè che sono irritati dalle offese, placati da omaggi e doni, rallegrati dagli onori, lusingati dai diversi riti misterici e si turbano se viene trascurata qualche pratica che li riguarda 53. Fra le altre cose dice anche che sono di loro competenza le divinazioni degli auguri, degli aruspici, degli indovini e dei sogni e anche le pratiche sorprendenti dei maghi 54. Delineandone brevemente la figura, dice che i demoni sono per genere viventi, nell'animo soggetti a passioni, per mente ragionevoli, per corpo aeriformi, per esistenza eterni, che hanno le tre prime caratteristiche comuni con noi, la quarta particolare, la quinta comune con gli dèi 55. Ma noto che delle prime tre che hanno in comune con noi, due ne hanno in comune anche con gli dèi. Egli dice infatti che sono viventi e dèi e nel distribuire a ciascun essere i propri elementi ha posto fra i viventi terrestri noi assieme agli altri che hanno vita e senso sulla terra, fra gli acquatici i pesci e gli altri che nuotano, fra gli aeriformi i demoni, fra gli eterei gli dèi. Perciò che i demoni siano viventi per genere, lo hanno in comune non solo con gli uomini ma anche con gli dèi e le bestie; che per mente siano ragionevoli, lo hanno in comune con gli dèi e gli uomini; che siano eterni nell'esistenza soltanto con gli dèi; che nello spirito siano soggetti a passioni, soltanto con gli uomini; da soli sono aerei nel corpo. Pertanto che per genere siano viventi non è una grande perfezione perché lo sono anche le bestie; che per mente siano ragionevoli non è un grado sopra di noi perché lo siamo anche noi; che siano eterni non è un bene se non sono beati. È meglio una felicità temporale che una eternità infelice. Che nell'animo siano soggetti a passioni non è un grado sopra di noi, giacché anche noi lo siamo e non sarebbe così se non fossimo infelici. Non si deve poi valutar molto che nel corpo siano aerei, poiché qualsiasi anima è da considerarsi più perfetta di qualsiasi corpo. Perciò il culto religioso, che deve provenire dallo spirito, non si deve assolutamente a un essere che è inferiore allo spirito. Inoltre se Apuleio fra le doti che afferma di competenza dei demoni enumerasse la virtù, la sapienza, la felicità e affermasse che le hanno eternamente comuni con gli dèi, parlerebbe di un bene da desiderarsi e da tenere in grande considerazione. Comunque anche in questa ipotesi non dovremmo adorarli come Dio in virtù di questi beni ma lui piuttosto, perché dovremmo riconoscere che li hanno ricevuti da lui. A più forte ragione non sono degni di onore divino viventi aerei che sono ragionevoli affinché sia possibile la loro infelicità, soggetti alle passioni perché di fatto siano infelici, eterni perché sia possibile la loro infelicità senza fine.

Contro la demonologia dèmoni: soggetti alle passioni...
17. 1. Ma tralascio il resto e tratto soltanto della caratteristica che secondo Apuleio i demoni hanno in comune con noi, cioè le passioni dello spirito. Se dunque tutti e quattro gli elementi sono riempiti dai rispettivi viventi, il fuoco e l'aria da quelli immortali, l'acqua e la terra da quelli mortali, chiedo per quale motivo lo spirito dei demoni è agitato dai turbamenti e dalle tempeste delle passioni. La perturbazione in greco si dice e per questo Apuleio ha pensato di chiamare i demoni passivi nello spirito, perché passione deriva etimologicamente da . Ed essa è un movimento spirituale contro la ragione 56. Perché dunque vi sono passioni nello spirito dei demoni mentre non si hanno nelle bestie? Se nella bestia si manifesta qualcosa di simile non è una perturbazione, perché non è contro la ragione, di cui le bestie sono prive. E sono l'insipienza e la soggezione al male a far sì che insorgano negli uomini questi perturbamenti, perché non siamo ancora felici nella pienezza della sapienza che ci è promessa nel fine quando saremo liberati dalla mortalità. I platonici dicono appunto che gli dèi non sono soggetti a queste perturbazioni perché non sono soltanto eterni ma anche felici. Insegnano infatti che anche essi hanno come noi anime ragionevoli ma perfettamente immuni da ogni soggezione alla passione 57. Ora gli dèi non sono soggetti alla passione perché sono viventi felici e non infelici, le bestie non sono soggette perché sono viventi che non possono essere né felici né infelici. Rimane dunque che i demoni come pure gli uomini siano soggetti alla passione perché sono viventi non felici ma infelici.

...da cui ci libera la religione.
17. 2. Per quale dissennatezza dunque o piuttosto forsennatezza dovremmo renderci schiavi mediante una religione ai demoni, quando mediante la vera religione siamo liberati dall'imperfezione in cui siamo loro simili? I demoni infatti sono mossi all'ira, è costretto ad ammetterlo lo stesso Apuleio, sebbene li scusi e li ritenga degni degli onori divini 58; a noi invece la vera religione comanda di non essere dominati dall'ira ma piuttosto di resisterle 59. Mentre i demoni sono blanditi dai doni, a noi la vera religione comanda di non favorire alcuno dietro accettazione di doni 60. Mentre i demoni sono allettati dagli onori, a noi la vera religione comanda di non lasciarci in alcuna maniera attirare da essi 61. Mentre i demoni sono nemici di alcuni uomini ed amici di altri non in base a una valutazione prudente e serena ma per spirito che Apuleio considera passionale, a noi la vera religione comanda di amare perfino i nostri nemici 62. Infine la vera religione ci ordina di superare ogni tumulto del cuore e ogni agitazione del pensiero e tutti i turbamenti e tempeste dello spirito 63 da cui, secondo Apuleio 64, sono furiosamente agitati i demoni. Quale motivo v'è dunque, se non una insipienza ed errore miserevole, di renderti schiavo col culto a uno da cui desideri esser diverso nella condotta e di adorare con la religione uno che ti rifiuti d'imitare, quando l'assenza della religione è imitare l'essere che adori?

Contro la demonologia: mediazione con arti magiche.
18. Assurdamente dunque Apuleio e tutti coloro che la pensano come lui li hanno ritenuti degni di onore perché li hanno collocati nell'aria, in mezzo al cielo etereo e alla terra. Infatti poiché nessun dio comunica direttamente con l'uomo, e questa secondo la loro tradizione è dottrina di Platone 65, i demoni presentano agli dèi le preghiere degli uomini e da essi recano agli uomini i favori richiesti. I sostenitori di questa dottrina ritennero sconveniente che gli uomini comunichino con gli dèi e gli dèi con gli uomini, conveniente che i demoni comunichino con gli dèi e gli uomini per esporre dal basso le richieste e per esser latori dall'alto dei benefici accordati. In tal modo l'uomo pio e alieno dalle pratiche disoneste delle arti magiche dovrebbe invocarli come intercessori per farsi ascoltare dagli dèi; eppure essi amano queste pratiche mentre egli, che mediante esse dovrebbe essere esaudito più facilmente e benevolmente, non amandole diviene più virtuoso. I demoni amano le oscenità degli spettacoli che l'illibatezza non può amare, amano le mille arti del nuocere 66 che la volontà di non nuocere non può amare. Dunque l'illibatezza e la volontà di non nuocere, se vorranno ottenere qualche cosa dagli dèi, non lo potranno per i propri pregi se non intervengono i loro nemici. E non v'è criterio per cui Apuleio possa giustificare le favole poetiche e le abominazioni teatrali. Abbiamo contro di esse Platone loro maestro che è di tanta autorità nella loro scuola, se l'umano pudore rende un servizio così indegno di sé non solo da amare le oscenità ma da ritenerle gradite alla divinità.

La magia condannata anche dal politeismo.
19. Inoltre dovrò forse citare la pubblica opinione come testimone contro le arti magiche, dato che alcuni troppo disgraziati e troppo empi si compiacciono di menarne vanto? Per qual motivo infatti esse sono colpite tanto gravemente dalla severità delle leggi se sono opere di divinità degne di adorazione? O forse sono stati i cristiani a istituire le leggi con cui sono punite le arti magiche?. E solo nel senso che senza alcun dubbio i malefici sono disastrosi per l'umanità ha detto l'altissimo poeta: Prendo a testimoni gli dèi e te, o cara sorella, e la tua amata persona che di malavoglia ho fatto ricorso alle arti magiche 67. In un altro passo, parlando delle medesime arti, dice: Ho visto trasportare in altre parti le messi seminate 68, perché corre voce che con questa arte indegna e scellerata i prodotti di un tale sono trasportati nei terreni di un altro. E Cicerone ricorda che il reato era contemplato nelle Dodici Tavole, le più antiche leggi romane e che era stabilita una pena per il reo 69. E infine forse che Apuleio stesso è stato accusato di arti magiche presso giudici cristiani? E poiché gli erano state imputate a colpa, se le riconosceva consone alla religione e alla pietà e convenienti all'opera di esseri divini, non solo doveva ammetterle ma anche difenderle, incolpando piuttosto le leggi con cui erano proibite e giudicate degne di condanna mentre si dovevano ritenere degne di ammirazione e di rispetto. Così o avrebbe convinto i giudici della propria dottrina ovvero, se essi avessero deliberato secondo leggi inique e l'avessero condannato a morte in quanto elogiava altamente tali pratiche, i demoni avrebbero corrisposto degni doni alla sua anima perché non temeva che gli fosse tolta la vita a causa delle lodi per le opere divine. Hanno fatto così i nostri martiri quando s'imputava loro a delitto la religione cristiana perché sapevano che mediante essa conseguivano la salvezza e la gloria per l'eternità. Ed essi non hanno scelto di sfuggire le pene temporali negandola, ma hanno costretto piuttosto ad arrossire e a far mutare le leggi da cui era proibita confessandola, difendendola, elogiandola, sopportando tutto per essa con fedeltà e fortezza e morendo con religiosa serenità. Del nostro filosofo platonico rimane un lungo ed eloquente discorso con cui sostiene che gli è estraneo il delitto delle arti magiche e che non vuole apparire innocente se non respingendo l'accusa di atti che non possono essere commessi da un innocente. Ma tutte le opere meravigliose dei maghi, che giustamente ritiene degne di condanna, avvengono in base alle dottrine e interventi dei demoni. Dovrebbe quindi riflettere sul motivo per cui li ritiene degni di onore. Infatti da una parte afferma che sono indispensabili per presentare agli dèi le nostre preghiere e dall'altra che dobbiamo evitarne le opere se vogliamo che le nostre preghiere giungano al vero Dio. Chiedo inoltre quali preghiere, secondo lui, sono presentate agli dèi mediante i demoni, le magiche o le lecite. Se le magiche, non le accettano di quel tipo; se le lecite, non le accettano da intermediari di quel tipo. Poniamo che un peccatore pentito preghi soprattutto se ha esercitato qualche pratica magica. Forse che certamente non riceve il perdono per la loro intercessione, dato che piange di essere caduto in colpa appunto perché essi ve lo hanno spinto o aiutato; ovvero anche i demoni per meritare l'indulgenza ai penitenti, premettono il proprio pentimento per averli ingannati? Questo non è stato mai detto dei demoni perché, nell'ipotesi, non oserebbero mai arrogarsi diritti divini se desiderassero far parte della grazia del perdono. In quel caso si ha una superbia meritevole di sprezzo, in questo una umiltà meritevole di compassione.

Assurdo etico-religioso della mediazione demoniaca.
20. Un principio condizionante e determinante, dicono i platonici, costringe i demoni ad agire da intermediari fra dèi e uomini, sicché dagli uomini portano le richieste e dagli dèi riportano i favori accordati 70. E quale sarebbe, prego, questo principio e una così grave determinatezza? Nessun dio, rispondono, comunica direttamente con l'uomo. Dunque la sublime santità di Dio non comunica con l'uomo che si umilia nella preghiera e comunica col demone che inorgoglisce, non comunica con l'uomo che si pente e comunica col demone che lo inganna, non comunica con l'uomo che ricorre alla divinità e comunica col demone che scimmiotta la divinità, non comunica con l'uomo che chiede il perdono e comunica col demone che suggerisce l'immoralità, non comunica con l'uomo che mediante i libri di filosofia fa espellere i poeti da uno Stato eticamente ordinato e comunica col demone che chiede ai capi civili e religiosi dello Stato le beffe oscene dei poeti mediante gli spettacoli teatrali, non comunica con l'uomo che proibisce di favoleggiare sulle colpe degli dèi e comunica col demone che si diverte con le false colpe degli dèi, non comunica con l'uomo che punisce con giuste leggi le pratiche delittuose dei maghi e comunica col demone che insegna e compie le pratiche magiche, non comunica con l'uomo che rifugge dall'imitare il demone e comunica col demone che intriga per ingannare l'uomo.

Assurdo metafisico della mediazione demoniaca.
21. 1. Ma in verità v'è una condizione ineluttabile di un fatto così assurdo e indegno, cioè che gli dèi, i quali sono eterei e comunque provvedono alle cose umane, non conoscerebbero ciò che gli uomini in quanto terrestri fanno se non li informassero i demoni che sono aeriformi. L'etere è lontano dalla terra e confinato nell'alto mentre l'aria è contigua all'etere e alla terra. O ammirevole sapienza! Dunque degli dèi, che tutti ritengono ottimi, i platonici pensano soltanto che essi provvedono alle cose umane per non apparire immeritevoli dell'adorazione, ma che a causa della distanza degli elementi non conoscono le cose umane così che si devono ritenere indispensabili i demoni. Con questo sistema anche costoro sono ritenuti degni di adorazione perché per loro mezzo gli dèi possano apprendere quel che avviene nell'umanità e al caso soccorrere gli uomini. Se è così, agli dèi buoni è più noto il demone a causa della vicinanza del corpo che l'uomo a causa della bontà dell'animo. O dolorosa ineluttabilità o piuttosto ridicola e biasimevole insignificanza affinché non sia insignificante la divinità. Se infatti gli dèi col pensiero libero dagli impedimenti sensibili possono intuire il pensiero dell'uomo, non hanno bisogno allo scopo del messaggio dei demoni; se invece gli dèi, essendo eterei, percepiscono mediante il loro corpo i segni sensibili dei pensieri, come l'espressione del volto, il linguaggio e il movimento e da essi si rappresentano quel che anche i demoni potrebbero loro riferire, possono essere ingannati anche dalle menzogne dei demoni. Ma se è impossibile che la divinità degli dèi sia ingannata dai demoni, è impossibile anche che dalla medesima divinità sia ignorato ciò che facciamo.

...e assurdo teologico.
21. 2. Vorrei proprio che i platonici mi dicano se i demoni abbiano riferito agli dèi che Platone riprova le favole poetiche sulle colpe degli dèi e abbiano loro celato che essi le approvano; oppure se abbiano taciuto l'uno e l'altro e abbiano preferito che gli dèi siano all'oscuro dell'intera faccenda; oppure se abbiano loro indicato l'uno e l'altro, cioè tanto la religiosa prudenza di Platone verso gli dèi come la propria oltraggiosa passione contro di loro; oppure se abbiano voluto che fosse sconosciuta agli dèi la dottrina di Platone con la quale egli proibì che gli dèi fossero accusati di false colpe mediante l'empia licenza dei poeti, ma non si siano vergognati o non abbiano temuto di manifestare la propria perfidia che fa loro amare gli spettacoli teatrali in cui si rappresentano quei fatti indecorosi per gli dèi. I platonici scelgano una qualsiasi di queste quattro ipotesi e si accorgano che in ciascuna di esse pensano proprio male degli dèi buoni. Se infatti sceglieranno la prima, dovranno ammettere che non fu consentito a dèi buoni di trattare col buon Platone quando deprecava gli insulti contro di loro e di aver trattato con demoni malvagi quando gioivano sfrenatamente degli insulti contro di loro. Avveniva così che gli dèi buoni non potessero conoscere un uomo buono, perché posto in distanza, se non mediante demoni cattivi che egualmente non potevano conoscere anche se vicini. Ma poniamo che accolgano la seconda ipotesi e dicano che l'uno e l'altro fatto era occultato dai demoni, sicché gli dèi non conoscevano né la dottrina rispettosissima di Platone né il divertimento sacrilego dei demoni. Che cosa allora dei fatti umani gli dèi possono vantaggiosamente conoscere attraverso l'ambasceria dei demoni, quando non conoscono le dottrine che vengono proposte in onore di dèi buoni dalla pietà di uomini buoni contro l'immoralità di demoni malvagi? Se accoglieranno la terza ipotesi e cioè che agli dèi mediante il messaggio dei demoni furono note non solo la dottrina di Platone che proibiva gli insulti contro gli dèi, ma anche la malvagità dei demoni che gioiva degli insulti contro gli dèi, rispondano i platonici se questo è un recar messaggi o un insultare. E gli dèi ascoltano l'uno e l'altro fatto, ne vengono a conoscenza ma non solo non allontanano dalla propria presenza i demoni malvagi che desiderano e compiono azioni contrarie alla dignità degli dèi e alla pietà di Platone, anzi per mezzo di quei malvagi, perché vicini, fanno giungere doni al buon Platone che è lontano. Li ha così condizionati la meccanica disposizione degli elementi che è loro possibile incontrarsi con esseri dai quali sono infamati e non è loro possibile con quell'uomo che li difende, quantunque conoscano l'uno e l'altro fatto, perché non riescono a scambiare il peso dell'aria e della terra. La ipotesi che rimane, se vorranno accoglierla, è peggiore delle altre. È inconcepibile infatti che i demoni abbiano nascosto agli dèi le favole immorali dei poeti e le sconvenienti beffe dei teatri sugli dèi e l'ardente passione e inebriante piacere che essi ne traggono e poi abbiano taciuto che Platone ritenne, in base alla dignità filosofica, che esse si dovessero eliminare da uno Stato eticamente perfetto. In definitiva gli dèi buoni sarebbero costretti attraverso tali messaggeri a conoscere le malvagità dei pessimi, e non di altri ma dei messaggeri stessi, e non sarebbe loro consentito di conoscere la bontà dei filosofi opposta alla loro malvagità; eppure quella è per l'infamia degli dèi stessi, questa per il loro onore.

Il vero significato dei dèmoni.
22. Dunque nessuna delle quattro ipotesi si può accogliere per non accettare una idea tanto indegna degli dèi contenuta in ognuna di esse. Rimane quindi che non si può credere ciò che Apuleio e tutti gli altri filosofi che hanno la medesima teoria tentano di dimostrare e cioè che i demoni sono di mezzo fra dèi e uomini come intermediari e interpreti, poiché dalla terra presenterebbero le nostre richieste e dall'alto riporterebbero i soccorsi degli dèi. Sono al contrario spiriti smaniosi di fare il male, completamente alieni dalla giustizia, tronfi di superbia, lividi d'invidia, astuti nell'inganno. Abitano, è vero, nell'aria, ma perché, cacciati dalla sublimità del cielo più alto, sono stati condannati a causa di una caduta senza ritorno a questo, come dire, carcere per loro conveniente. Per il fatto poi che l'aria ha la sfera superiore alla terra e all'acqua non sono superiori agli uomini in perfezioni. Questi anzi li superano di molto non certo perché hanno un corpo terreno ma se hanno, scegliendo il vero Dio in aiuto, una coscienza religiosa. Essi però dominano come prigionieri e schiavi molti che non sono degni della partecipazione alla vera religione e hanno convinto la maggior parte di costoro di esser dèi con fatti meravigliosi e false predizioni. Tuttavia non sono riusciti a persuadere di esser dèi alcuni individui che erano più attenti e perspicaci nell'intuire la loro immoralità; allora hanno dato ad intendere di essere intermediari e intercessori di favori fra gli dèi e gli uomini. Così alcuni individui ritennero di dover loro tributare per lo meno questo onore. Essi non credevano che fossero dèi perché sapevano che sono malvagi e ritenevano che tutti gli dèi fossero buoni, ma non osarono ritenerli completamente indegni dell'onore divino, soprattutto per non contrariare i cittadini dai quali, come essi osservavano, per inveterata superstizione si offriva il servizio mediante tanti riti sacri e templi.

Demonologia ermetica e cristianesimo (23-27)


Dèi creati dagli uomini secondo Ermes Trismegisto.
23. 1. Nei suoi scritti sostenne una diversa concezione su di loro l'egiziano Ermes denominato Trismegisto. Apuleio sostiene che non sono dèi ma quando afferma che si trovano in certo modo di mezzo fra dèi e uomini, sicché sembrano indispensabili agli uomini nel rapporto con gli dèi stessi, non disgiunge il loro culto dall'adorazione agli dèi superiori. Invece l'egiziano sostiene che alcuni dèi sono stati prodotti dal sommo Dio, altri dagli uomini.

Chi ascolta questo discorso come è stato formulato da me, pensa che si parli degli idoli perché sono opere delle mani degli uomini. Ma il Trismegisto afferma che gli idoli visibili e palpabili sono quasi il corpo degli dèi e che in esso sono presenti come ospiti alcuni spiriti capaci di far del male oppure di soddisfare determinati desideri di coloro dai quali sono loro deferiti gli onori divini e gli omaggi del culto. Produrre dèi significa secondo lui congiungere mediante una determinata arte gli spiriti invisibili agli oggetti visibili della materia corporea, in modo che siano come corpi animati assoggettati e idoli sottomessi a quegli spiriti; gli uomini avrebbero ricevuto questo grande e stupendo potere di creare dèi. Citerò le parole dell'Egiziano che sono state tradotte nella nostra lingua: E poiché ci si presenta il discorso sulla comune origine e sorte degli uomini e degli dèi, rifletti, o Asclepio, sullo straordinario potere dell'uomo. Come il Signore e Padre, cioè Dio l'essere sommo, è creatore degli dèi celesti, così l'uomo è artefice degli dèi che nella loro somiglianza con l'uomo sono conservati nei templi. E poco dopo soggiunge: L'umanità sempre memore della propria natura e origine persevera nell'imitazione della divinità. Perciò come il Padre e Signore ha creato eterni gli dèi affinché siano simili a lui, così l'umanità raffigura i suoi dèi nella somiglianza col proprio aspetto 71. A questo punto Asclepio, per il quale soprattutto parlava, lo interruppe con le parole: Parli delle statue o Trismegisto? Ed egli rispose: Sì, parlo delle statue o Asclepio, e sai tu il motivo per cui ne diffidi? Parlo delle statue animate che sono pienezza di senso e di spirito, che fanno grandi e meravigliose cose, delle statue che prevedono il futuro e lo preannunziano con gli oracoli, la divinazione, i sogni e molti altri mezzi, che producono le infermità degli uomini e le curano e generano il dolore e la gioia secondo i meriti. Ignori forse, o Asclepio, che l'Egitto è l'immagine del cielo oppure, e questo è più vero, il muoversi e il calarsi di tutte le cose che sono mosse secondo ordine nel cielo? E se si deve parlare con maggiore esattezza, il nostro paese è il tempio di tutto il mondo. E tuttavia poiché è opportuno che il saggio conosca in precedenza tutte le cose, non è conveniente che voi ignoriate la seguente verità: verrà un tempo quando apparirà che gli Egiziani hanno invano con mente devota adorato la divinità mediante una religione zelante e tutto il loro culto sacro sarà reso vano fino a cessare 72.

Ermes prevede la fine dell'idolatria...
23. 2. In seguito Ermes sviluppa ampiamente questo argomento, nel quale, come appare, predice il tempo in cui la religione cristiana tanto più efficacemente e liberamente, quanto è più veracemente santa, abbatterà tutte le fallaci finzioni per liberare, con la vera grazia del Salvatore, l'uomo dagli dèi creati dall'uomo e per renderlo sottomesso a quel Dio da cui è stato creato l'uomo. Ma Ermes, quando predice questi eventi, parla come sostenitore delle mistificazioni dei demoni e non parla esplicitamente della religione cristiana ma fa capire che sarebbero definitivamente eliminati i riti mediante la cui osservanza veniva conservata in Egitto la somiglianza col cielo. Quindi deplorando tali futuri avvenimenti li previene per così dire con un triste presentimento. Era uno di quelli, di cui parla l'Apostolo, che pur conoscendo Dio, non gli hanno dato lode e ringraziamento come a Dio ma si sono smarriti nei propri pensieri e si è accecato il loro cuore sciocco, perché ritenendo di esser sapienti sono divenuti stolti e hanno sostituito la gloria del Dio fuori della materia con la raffigurazione dell'uomo soggetto alla materia 73. Si aggiungano gli altri concetti che sarebbe lungo citare. Ermes infatti esprime secondo verità molte idee sull'unico vero Dio creatore del mondo. Non so proprio quindi come per l'accecamento del cuore decade al punto da volere che gli uomini siano sottomessi per sempre a dèi che per sua confessione sono stati fatti dagli uomini e deplori che nell'avvenire vengano aboliti quei riti, quasi che ci sia un essere più disgraziato dell'uomo se lo signoreggiano le proprie invenzioni. Al contrario è più verosimile che nell'adorare dèi che ha prodotto, egli stesso cessi di essere uomo, anziché diventino dèi mediante la sua adorazione esseri che ha prodotto l'uomo. Avviene infatti più facilmente che l'uomo, sebbene più perfetto, si adegui alle bestie 74 perché non usa l'intelligenza, anziché un'opera dell'uomo sia considerata superiore all'opera di Dio fatta a sua immagine, cioè l'uomo stesso. Pertanto l'uomo fa defezione da chi lo ha fatto quando fa superiore a sé ciò che egli ha fatto.

...ma non si converte.
23. 3. L'egiziano Ermes provava nostalgia per i riti falsi, ingannevoli, funesti e sacrileghi perché sapeva che sarebbe giunto un tempo in cui sarebbero stati aboliti, ma si rattristava da impudente perché da insensato ne era venuto a conoscenza. Infatti non glielo aveva rivelato lo Spirito Santo come ai santi profeti, i quali, prevedendo questi eventi, dicevano con esultanza: Se l'uomo farà degli dèi, essi non sono dèi 75, e in un altro passo: Sarà in quel giorno, dice il Signore, e io farò scomparire dalla terra i nomi degli idoli e non se ne avrà il ricordo 76. E proprio dell'Egitto, per quanto attiene all'argomento, dice il profeta Isaia: E saranno allontanati gli idoli dell'Egitto dal suo territorio e il cuore degli Egiziani proverà lo smarrimento 77. E così via. Simili ai profeti erano gli individui i quali godevano perché era venuto colui che essi sapevano sarebbe venuto, come Simeone e Anna che riconobbero Gesù appena nato 78, come Elisabetta la quale avvertì che era concepito nello Spirito 79, come Pietro che per rivelazione del Padre dice: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo 80. All'Egiziano invece indicarono che sarebbero venuti i tempi della loro rovina quegli spiriti i quali tremando dissero anche al Signore presente nel mondo: Perché sei venuto a mandarci in rovina prima del tempo? 81. Forse fu per loro un fatto improvviso perché ritenevano che dovesse avvenire, sì ma più tardi, oppure affermavano che era per loro una rovina il fatto che una volta smascherati venivano disprezzati. E questo era prima del tempo, cioè prima del tempo del giudizio nel quale devono essere puniti assieme anche a tutti gli uomini che sono loro legati. Parla in tal senso la religione che non inganna e non s'inganna a differenza di Ermes che, sbattuto per così dire di qua e di là da ogni vento di dottrina 82 e mischiando vero e falso, si rattrista che una religione divina possa cessare e poi ammette che è un errore.

L'incoerente pensiero di Ermes sulla idolatria magica.
24. 1. Infatti dopo un lungo discorso ritorna sull'argomento per parlare di nuovo degli dèi che sono stati fabbricati dagli uomini. Ecco le sue parole: Sugli dèi può bastare quanto è stato detto. Ritorniamo all'uomo e alla sua ragione. Da questo dono divino l'uomo è stato definito un animale ragionevole. Sono meno ammirevoli, ma sempre ammirevoli, le cose che sono state dette dell'uomo. Il fatto appunto che l'uomo è riuscito a scoprire l'essere divino e a crearlo supera la meraviglia delle meraviglie. Dato dunque che i nostri antenati erravano grandemente perché non conoscevano per fede la nozione degli dèi e non volgevano lo spirito al culto e alla religione divina, scoprirono l'arte di fabbricare dèi. Una volta scopertala, dalla natura del mondo vi aggiunsero, mescolandola, un'energia vitale conveniente, e poiché non avevano il potere di creare anime, evocarono le anime di demoni o di angeli, le introdussero nelle immagini sacre e nei misteri divini, in modo che per loro mezzo gli idoli potessero ricevere le forze di fare del bene e del male 83. Non saprei se i demoni deporrebbero sotto giuramento nei termini in cui egli ha deposto. Dice infatti: Dato che i nostri antenati erravano grandemente perché non conoscevano per fede la nozione degli dèi e non volgevano lo spirito al culto e alla religione divina, scoprirono l'arte di fabbricare dèi. Non si è limitato a dire che erravano un po' nello scoprire l'arte di fabbricare dèi o soltanto che erravano, ma ha aggiunto l'affermazione che erravano grandemente. Dunque questo grande errore e la mancanza di fede da parte di individui che non volgevano l'animo al culto e alla religione divina scoprirono l'arte di fabbricare dèi. Eppure quell'uomo sapiente si rattrista perché nell'avvenire a un determinato tempo sarà abolita come religione divina la tecnica umana di fabbricare dèi. Eppure l'avevano introdotta un grande errore, la mancanza di fede e l'allontanamento dello spirito dal culto religioso. Puoi osservare che dal potere divino è costretto a manifestare il passato errore dei propri antenati e dal potere diabolico a rattristarsi per la futura pena dei demoni stessi. Dunque i loro antenati, errando grandemente sulla nozione degli dèi, per mancanza di fede e per allontanamento dello spirito dal culto religioso scoprirono l'arte di fabbricare dèi. Che meraviglia quindi se quest'arte esecrabile, qualunque cosa abbia fatto mentre era distolta dalla religione divina, viene abolita dalla religione divina, quando la verità corregge l'errore, la fede confuta la mancanza di fede, il ritorno rettifica l'allontanamento?.

La vera conversione.
24. 2. Ermes si sarebbe potuto limitare a dire che i suoi antenati avevano scoperto l'arte di fabbricare dèi senza indicarne le cause. Allora sarebbe stato nostro dovere, se intendiamo l'onestà e la religione, di riflettere ed esaminare che non sarebbero giunti all'arte con cui si fabbricano gli dèi se non si fossero allontanati dalla verità, se avessero accettato per fede verità convenienti a Dio, se avessero volto lo spirito al culto e alla religione divina. E tuttavia se noi dicessimo che cause di tale arte sono un grande errore umano, la mancanza di fede e l'allontanamento dello spirito errante per infedeltà dalla divina religione, sarebbe in certo senso sopportabile la pervicacia di chi resiste alla verità. Ma nel nostro caso lo stesso individuo esalta sopra ogni altra cosa il potere di questa arte nell'uomo perché con essa gli è stato consentito di fabbricare dèi, si rattrista perché nell'avvenire sarà prescritto anche dalle leggi che siano eliminate tutte le figurazioni di dèi realizzate dagli uomini e tuttavia ad un tempo dichiara apertamente le cause per cui si giunse a questi usi. Afferma infatti che i propri antenati per grande errore e per mancanza di fede e perché non volgevano lo spirito al culto e religione divina scoprirono l'arte di fabbricare dèi. E noi che dovremmo dire o piuttosto fare se non ringraziare, per quanto ne siamo capaci, il Signore Dio nostro che ha fatto cessare questi usi con le cause contrarie a quelle per cui erano stati instaurati? Infatti la via della verità ha abolito ciò che ha instaurato la grandezza dell'errore, la fede ha abolito ciò che ha instaurato la mancanza di fede, il ritorno all'unico vero Dio santo ha abolito ciò che aveva instaurato l'allontanamento dal culto della divina religione. E questo non soltanto in Egitto, sebbene di esso soltanto ha nostalgia secondo Ermes lo spirito dei demoni, ma in tutta la terra; essa canta al Signore un canto nuovo, come gli Scritti veramente santi e veramente profetici hanno preannunciato con le parole: Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, o paesi tutti della terra 84. Il titolo di questo salmo è: Quando si edificava la casa dopo la schiavitù. Si edifica appunto in tutti i paesi della terra come casa per il Signore la città di Dio, che è la santa Chiesa, dopo quella schiavitù con cui i demoni possedevano come prigionieri gli uomini con i quali, dopo che hanno creduto, si edifica la casa come con pietre vive 85. E l'uomo che fabbricava gli dèi era egualmente posseduto da essi che egli aveva fabbricato, quando adorandoli veniva trasferito nella loro società; società, intendo, non di idoli insensibili ma di accorti demoni. Gli idoli sono infatti soltanto ciò che dice la Scrittura: Hanno gli occhi e non vedranno 86, e il resto che si doveva dire di materie che, per quanto effigiate con arte, mancano tuttavia di vita e di senso. Ma gli spiriti immondi costretti a vivere negli idoli da quell'arte esecranda fecero miseramente prigioniera l'anima dei propri adoratori trasferendola nella propria società. Per questo dice l'Apostolo: Sappiamo che l'idolo non è nulla ma i sacrifici del paganesimo sono offerti ai demoni e non a Dio; non voglio che voi diventiate soci dei demoni 87. Dopo questa schiavitù in cui gli uomini erano tenuti dagli spiriti maligni, si edifica la casa di Dio in ogni parte della terra. Da questo ha preso il titolo il salmo in cui si dice: Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore tutte le regioni della terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome, di giorno in giorno annunziate la sua salvezza. Annunziate fra le genti la sua gloria, fra tutti i popoli le sue meraviglie, poiché grande è il Signore e degno di grande lode, terribile su tutti gli dèi, perché tutti gli dèi del paganesimo sono demoni, il Signore al contrario ha creato i cieli 88.

I dèmoni di Ermes non sono intermediari.
24. 3. Ermes il quale deplorava l'avvento del tempo in cui sarebbero stati aboliti l'idolatria e il dominio dei demoni sugli idolatri, istigato da uno spirito malvagio desiderava che per sempre rimanesse tale schiavitù. Il salmo invece celebra che dopo di essa verrà edificata una casa in tutte le parti della terra. Ermes preannunciava questi avvenimenti nel dolore, il profeta nella gioia. E poiché lo Spirito che prediceva l'evento per mezzo dei santi profeti è vincitore, perfino Ermes fu costretto per una suggestione fuori dell'ordinario ad ammettere che le pratiche, la cui abolizione egli non voleva e deplorava, erano state istituite non da uomini saggi, credenti e religiosi ma da individui caduti in errore, miscredenti e lontani dal culto della religione divina. E sebbene egli li consideri dèi, tuttavia quando dice che sono stati fabbricati da individui quali noi non dobbiamo essere, lo voglia o no, mostra che non devono essere adorati da individui che sono diversi da quelli da cui sono stati fabbricati e cioè dai saggi, dai credenti e religiosi. Nello stesso tempo dichiara anche che gli individui che l'hanno fabbricati si sono sobbarcati ad avere dèi che non erano dèi. È vero appunto il detto del Profeta: Se l'uomo fabbrica gli dèi, essi non sono dèi 89. Ermes dunque ha considerato dèi simili esseri, dèi di simili individui, costruiti da simili artigiani, ha considerato cioè come dèi costruiti dagli uomini demoni imprigionati negli idoli con le catene delle proprie passioni e mediante non saprei quale arte. Tuttavia non ha dato loro il potere che ha dato il platonico Apuleio. Ne abbiamo già parlato abbastanza e abbiamo dimostrato quanto sia sconveniente e assurdo. Secondo lui sarebbero interpreti e intercessori fra gli dèi che ha creato Dio e fra gli uomini che il medesimo Dio ha creato, portando dalla terra i desideri e riportando dall'alto i favori. È veramente sciocco credere che gli dèi fabbricati dagli uomini possano di più presso gli dèi creati da Dio che gli uomini creati dal medesimo Dio. Il demone infatti imprigionato con arte detestabile in un idolo è stato reso un dio dall'uomo ma per quell'uomo e non per ogni uomo. Di che stampo è questo dio che l'uomo non produrrebbe se non errasse, se non fosse miscredente e non voltasse le spalle al vero Dio? Dunque non sono intermediari e interpreti fra uomini e dèi i demoni adorati nei templi che mediante non saprei quale arte sono stati inseriti in figurazioni, cioè in idoli visibili, da uomini che con questa arte li hanno resi dèi perché erano caduti in aberrazioni e si erano allontanati dal culto e dalla religione divina. Inoltre i demoni hanno pessima e abominevole moralità e gli uomini, sebbene in errore, miscredenti e lontani dal culto religioso divino, sono indubbiamente migliori degli dèi che hanno fabbricato con la propria arte. Rimane dunque che ciò che i demoni possono lo possono come demoni facendo più del male, perché ingannano di più, o col concedere dei supposti favori o col fare apertamente del male, nell'uno e nell'altro caso soltanto se è loro consentito dall'alta e occulta provvidenza di Dio; ma non possono molto negli uomini mediante l'amicizia degli dèi come intermediari fra gli uni e gli altri. È assolutamente impossibile infatti che siano amici degli dèi buoni, che noi cristiani chiamiamo santi angeli e creature intelligenti della santa abitazione del cielo, siano essi Sedi, Dominazioni, Principati o Poteri 90, perché ne sono tanto lontani per disposizione spirituale come i vizi dalle virtù, la malvagità dalla bontà.

Elevazione spirituale verso gli angeli.
25. Quindi non si deve affatto ricorrere alla benevolenza o beneficenza degli dèi o piuttosto degli angeli buoni attraverso la funzione intermediaria dei demoni ma attraverso la concordanza della buona volontà. Con essa infatti noi siamo con loro, viviamo con loro e adoriamo con loro il Dio che essi adorano, sebbene non ci sia possibile scorgerli con gli occhi del corpo. Al contrario noi siamo lontani da loro, non nello spazio ma nella perfezione morale, se siamo infelici per difformità del volere e per debolezza nell'inclinazione al male. Che non si comunichi con loro non dipende dunque dal fatto che viviamo sulla terra, data la condizione del nostro essere fisico, ma che aspiriamo alle cose della terra per l'impurità del nostro spirito. Ma quando otteniamo la guarigione in modo da esser come loro, frattanto con la fede ci avviciniamo a loro se crediamo che siamo resi felici da colui dal quale anche essi sono stati resi felici.

Il culto dei martiri nel profetismo ermetico.
26. 1. Ma si deve esaminare il significato di alcune parole di Ermes l'egiziano, quando si rammarica per l'avvento di un tempo nel quale sarebbero state abolite dall'Egitto le pratiche che, come egli stesso riconosce, erano state istituite da individui caduti in un grave errore, miscredenti e lontani dal culto della religione divina. Dice fra l'altro: Allora questa terra, sede santa di luoghi sacri e templi sarà piena di sepolcri e di morti 91. Sembrerebbe quasi che se quelle pratiche non fossero abolite, gli uomini non sarebbero più morti ovvero che i cadaveri si dovessero riporre altrove che sottoterra. Ovviamente quanto più tempo e giorni fossero trascorsi, tanto maggiore sarebbe stato il numero dei sepolcri a causa del maggior numero dei cadaveri. Ma, a me sembra, egli si rammarica che le tombe dei nostri martiri sostituiscano i loro templi e luoghi sacri. Così coloro che leggono con animo empiamente maldisposto verso di noi possono pensare che dai pagani furono venerati gli dèi nei templi, da noi sono venerati i cadaveri nei sepolcri. Gli uomini miscredenti a causa di una grande cecità vanno a sbattere, per così dire, contro i monti e non vogliono vedere cose che colpiscono la loro vista, al punto da non riflettere che in tutta la letteratura pagana non si trovano o a malapena si trovano dèi che non fossero uomini, ai quali dopo morte furono riservati onori divini. Tralascio che secondo Varrone tutti i morti sono da loro considerati dèi mani 92. Lo prova mediante i misteri che sono celebrati quasi esclusivamente per i morti. Fra di essi ricorda gli spettacoli funebri quasi ad indicare che il più grande indizio della divinità è il fatto che abitualmente gli spettacoli si celebrano soltanto in onore delle divinità.

Il culto dei morti della tradizione ermetica.
26. 2. Ermes stesso, di cui ora si parla, nel medesimo libro in cui, quasi prevedendo il futuro, afferma con tristezza che allora questa terra, sede santa di luoghi sacri e templi sarà piena di sepolcri e di morti, dichiara che gli dèi dell'Egitto furono uomini morti. Dopo aver detto infatti che i propri antenati scoprirono l'arte di fabbricare dèi, perché erravano gravemente sulla nozione degli dèi, mancavano di fede e non volgevano l'animo al culto e religione divina, soggiunge: Una volta scopertala, dalla natura del mondo vi aggiunsero, mescolandola, un'energia vitale conveniente, e poiché non avevano il potere di creare anime, evocarono le anime di demoni o di angeli, le introdussero nelle immagini sacre e nei misteri divini in modo che per loro mezzo gli idoli potessero ricevere le forze di fare del bene e del male. Poi quasi a provarlo con esempi continua con queste parole: Un tuo antenato, o Asclepio, è l'inventore della medicina; a lui è stato dedicato un tempio in un monte della Libia in prossimità della spiaggia dei coccodrilli; in esso giace l'uomo terrestre, cioè il corpo, l'altro, o piuttosto l'intero, se l'uomo intero consiste nella coscienza del vivere, perché più perfetto è tornato al cielo per apprestare anche adesso col proprio potere divino agli uomini infermi tutti gli aiuti che era solito offrire con l'arte della medicina 93. In questo passo ha detto dunque che un uomo morto è adorato come dio nel luogo in cui aveva il sepolcro, ingannandosi e ingannando per quanto riguarda il ritorno in cielo. Poi soggiunge: Anche Ermes, l'antenato da cui prendo il nome, dimorando nella patria da lui denominata porge il soccorso per la salute a tutti i mortali che provengono da ogni parte 94. Qui si dichiara che Ermes il vecchio, cioè Mercurio, che, a sentir lui, fu suo antenato, visse ad Ermopoli, la città da lui denominata. Egli dunque afferma che due dèi, Esculapio e Mercurio, furono uomini. Su Esculapio sono d'accordo Greci e Latini, ma per quanto riguarda Mercurio molti ritengono che non fu un mortale. Costui comunque lo dichiara suo antenato. Ma forse, obiettano, sono diversi, sebbene abbiano lo stesso nome. Non sto a polemizzare se sono diversi o no. Comunque anche egli, come Esculapio, da uomo fu fatto dio stando alla testimonianza di un uomo celebre presso i suoi connazionali, questo Trismegisto che era anche suo discendente.

Iside e gli dèi epomini in Ermes.
26. 3. Soggiunge poi queste parole: Sappiamo che Iside, moglie di Osiride, se è propizia concede molti beni, se è irata fa del male in molti modi 95. In seguito dichiara che di tali caratteristiche sono anche gli dèi che gli uomini producono con l'arte di cui si è parlato. Fa capire appunto che secondo la sua opinione i demoni provengono dalle anime degli uomini morti, che mediante un'arte scoperta da uomini caduti in grave errore, miscredenti e irreligiosi sono stati chiusi negli idoli, perché coloro che fabbricavano simili dèi non potevano certamente creare le anime. Dunque dopo il giudizio da me ricordato su Iside, di cui sappiamo che se è irata fa del male in molti modi, soggiunge: Per gli dèi della terra e del mondo è facile andare in collera perché sono prodotti dagli uomini nella mescolanza dall'una e dall'altra natura. Dall'una e dall'altra natura significa dall'anima e dal corpo, perché in luogo dell'anima si ha il demone, in luogo del corpo l'idolo. Da ciò deriva, soggiunge, che essi sono considerati i santi viventi e che nelle singole città si venerano le anime di coloro ai quali erano consacrate mentre erano in vita, in modo che siano rette con le loro leggi e chiamate col loro nome 96. Che cosa significa dunque il lamento che la terra di Egitto, sede santa di luoghi sacri e templi, si sarebbe riempita di sepolcri e di morti? Certamente lo spirito impostore, per la cui suggestione Ermes così parlava, è stato costretto a confessare per suo mezzo che la terra d'Egitto era fin d'allora piena di sepolcri e di morti che gli Egiziani adoravano come dèi. Ma in lui parlava il dolore dei demoni perché lamentavano che erano ormai vicine le proprie future pene presso le tombe dei santi martiri. Infatti in molti di questi luoghi rimangono sconvolti, dichiarano il proprio essere e sono estromessi dal possesso del corpo degli uomini.

Il culto dei santi nel cristianesimo...
27. 1. Comunque noi cristiani non istituiamo per i martiri templi, sacerdozio, misteri e sacrifici perché non essi ma il loro Dio è Dio per noi. Veneriamo, è vero, le loro tombe, in quanto furono uomini di Dio e combatterono fino alla morte fisica per la verità affinché fosse riconosciuta la vera religione nella confutazione delle false dovute alla leggenda. Se alcuni prima del cristianesimo la pensavano così, stavano zitti per timore. Nessuno dei fedeli ha però udito mai che il sacerdote in piedi all'altare, anche se eretto sul corpo di un martire a onore e adorazione di Dio, abbia detto nelle preghiere: "Ti offro il sacrificio, o Pietro, o Paolo, o Cipriano". Sulle loro tombe si offre il sacrificio a Dio che li ha resi uomini e martiri e li ha associati ai suoi angeli nella gloria del cielo. Quindi con quel rito noi ringraziamo il vero Dio per le loro vittorie, ci sproniamo alla imitazione di tali trionfi invocando l'aiuto di lui nel ridestare il loro ricordo. Quindi tutti gli atti di venerazione dei devoti nei sepolcri dei martiri sono decoro delle tombe, non misteri o sacrifici a morti come a dèi. Alcuni vi recano anche il proprio cibo. I cristiani migliori non lo fanno e in molte regioni non esiste questa usanza. Tuttavia quelli che lo fanno, dopo averlo collocato vicino, pregano e poi lo portano via per cibarsene e per offrirne anche ai bisognosi e intendono che il cibo venga santificato per loro mediante i meriti dei martiri nel nome del Signore dei martiri. Chi conosce l'unico sacrificio dei cristiani, che si offre anche sulle tombe, sa che questi non sono sacrifici per i martiri.

...è soltanto sprone all'imitazione.
27. 2. Noi dunque non adoriamo i nostri martiri con onori divini o con delitti umani, come fanno i pagani nell'adorare i propri dèi; non offriamo loro sacrifici e non cambiamo le loro dissolutezze in misteri. Ma torniamo a Iside, moglie di Osiride, dea egiziana, e ai suoi antenati che, stando alla tradizione, furono tutti re. Mentre sacrificava ai propri antenati, scoperse un seminato di orzo e ne fece conoscere le spighe al re suo marito e al consigliere di lui Mercurio. Per questo la identificano anche con Cerere 97. Ma coloro che hanno voglia e possibilità di leggere e coloro che hanno già letto ricordino le molte e gravi azioni malvagie di lei che sono state consegnate al ricordo non dai poeti ma dai loro scritti misterici, come scrive Alessandro alla madre Olimpiade dietro rivelazione del sacerdote Leone. Riflettano quindi a quali uomini morti e in riferimento a quali loro azioni furono istituiti per essi i misteri come a dèi. Non oserebbero in alcun modo paragonarli, sebbene li considerino dèi, ai nostri santi martiri, sebbene noi non li consideriamo dèi. Noi non ordiniamo sacerdoti per i nostri martiri e non offriamo loro sacrifici perché è sconveniente, indebito, illecito e dovuto soltanto all'unico Dio. Non li facciamo divertire con le loro colpe o con spettacoli, nei quali i pagani celebrano le magagne dei propri dèi se, essendo stati uomini, le commisero, oppure celebrano poetici sollazzi di demoni, se non sono stati uomini. Socrate non avrebbe avuto un dio di questa risma di demoni se avesse avuto Dio; ma forse coloro che vollero eccellere nell'arte di fabbricare dèi avrebbero introdotto in un uomo alieno da quell'arte e inoffensivo un dio di quella specie. Ma perché continuare? Nessuno, anche se mediocremente saggio, mette in discussione che questi spiriti non si debbano onorare in vista della vita eterna che si avrà dopo la morte. Ma forse diranno che tutti gli dèi sono buoni e i demoni, alcuni buoni e altri cattivi, e sosterranno che sono da adorarsi quei demoni per mezzo dei quali possiamo raggiungere la vita eternamente felice e che essi ritengono buoni. L'argomento sarà esaminato nel seguente volume.



Autore: Agostino di Ippona
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