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La città di Dio - Libro Quarto: Imperialismo romano e politeismo

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Giudizio storico sull'imperialismo (1-7)

Riassunto su politeismo e moralità.
1. All'inizio del mio discorso sulla città di Dio ho pensato prima di tutto di dover ribattere i suoi nemici che, inseguendo le gioie terrene e anelando ai beni fugaci, rinfacciano alla religione cristiana, l'unica apportatrice di salvezza e di verità, tutte le sventure che, per quanto riguarda quei beni, subiscono più per la bontà di Dio nell'ammonire che per la sua severità nel punire. V'è fra di loro anche la massa ignorante che è stimolata più gravemente, all'odio contro di noi, dall'autorità delle cosiddette persone colte. Gli illetterati infatti ritengono che gli avvenimenti insoliti verificatisi ai loro giorni non si verificavano di solito nei tempi passati; ed anche quelli i quali sanno che questa loro opinione è falsa, per dare a credere che hanno dei motivi giusti per dire insolenze contro di noi, la confermano facendo finta di ignorare i fatti. Per questo si doveva dimostrare, mediante i libri scritti dai loro autori per narrare la storia dei tempi passati, che le cose sono ben diverse da come essi pensano. Nello stesso tempo si doveva segnalare che gli dèi, da loro adorati prima in pubblico e tuttora in privato, sono spiriti immondi e demoni malvagi e impostori al punto che traggono vanto dai propri delitti o veri o perfino immaginari. Ed essi vollero che fossero ricordati solennemente nelle loro feste affinché la debolezza umana non si ritraesse dal commettere azioni riprovevoli, dato che l'esempio divino si offriva all'imitazione. Non ho prodotto queste argomentazioni da una mia congettura ma in parte dai fatti recenti perché io stesso ho visto simili riti in onore di simili dèi, in parte dalle opere di autori che hanno tramandato ai posteri questi fatti, non certo per infamare ma per onorare i propri dèi. Lo stesso Varrone, il più colto della loro letteratura e di grandissima autorità, nel comporre in varie parti i libri sulla cultura e la religione, assegnandone alcuni alla cultura, altri alla religione secondo la particolare importanza di ciascun argomento, non attribuì i libri sugli spettacoli alla cultura ma alla religione 1. Che se nella città vi fossero stati soltanto uomini buoni e onesti, gli spettacoli non avrebbero dovuto essere assegnati neanche alla cultura. Non lo fece certamente di suo arbitrio ma perché, nato ed educato a Roma, li trovò nella religione. Ho esposto in breve alla fine del primo libro gli argomenti da trattare in seguito e di essi alcuni ne ho esposti nei due libri seguenti. Comprendo che adesso si devono restituire all'attesa dei lettori gli altri argomenti.

Riassunto sulle catastrofi storiche e naturali.
2. Avevo promesso dunque che avrei trattato alcuni temi in risposta a coloro i quali riversano contro la nostra religione le sciagure dello Stato romano e che avrei ricordato i vari e gravi mali che mi potessero venire in mente o mi sembrassero sufficienti all'argomentazione e che la città e le province appartenenti al suo impero hanno dovuto subire prima che i loro sacrifici fossero proibiti. L'avrebbero comunque attribuiti alla nostra religione anche gli antichi se pure a loro fosse stata nota o avesse loro vietato come oggi il culto pagano. Ho già svolto sufficientemente, a mio parere, questi argomenti nel secondo e terzo libro. Nel secondo ho trattato dei mali morali che si devono ritenere i soli o i più grandi mali; nel terzo, di quei mali, i soli da cui gli insipienti rifuggono, cioè dei mali fisici e materiali che spesso subiscono anche le persone dabbene, mentre posseggono, non dico con pazienza ma con soddisfazione, quei mali con cui essi stessi divengono malvagi. E ho detto poche cose della città e del suo impero e neppure tutte dal suo inizio fino a Cesare Augusto. Non ho voluto poi indicare nella loro gravità i disastri non provocati da alcuni uomini contro altri, quali sono le devastazioni e i saccheggi dei belligeranti, ma che si verificano in natura dalle perturbazioni degli elementi del mondo. Apuleio li ricorda molto brevemente in una pagina del suo piccolo libro intitolato Il mondo, affermando che tutte le cose naturali subiscono alterazione, trasformazione e cessazione. A causa di fortissimi terremoti, egli dice, tanto per usare le sue parole, si è spaccato il suolo e sono state inghiottite città con gli abitanti; per nubifragi sono state allagate intere regioni; zone di terraferma sono divenute isole perché invase dalle acque ed altre per regressione del mare sono divenute accessibili anche per terra; città sono state distrutte dai cicloni e dalle tempeste; sono scoppiati dei fulmini per cui alcune regioni dell'Oriente sono state distrutte dagli incendi e in alcune zone dell'Occidente alcune strane sorgenti e polle hanno causato i medesimi disastri ; allo stesso modo una volta dalla cima dell'Etna, spaccatisi dei crateri a causa del fuoco del titano, lungo i versanti a guisa di torrente colarono fiumi di lave incandescenti 2. Se dunque avessi voluto raccogliere da dove mi era possibile questi avvenimenti e altri simili contenuti nella storia, non avrei mai finito di elencare gli eventi di quei tempi, prima che il nome di Cristo facesse cessare alcune loro pratiche inutili e contrarie alla vera salvezza. Avevo promesso anche che avrei mostrato i loro istituti civili e la ragione vera per cui il Dio vero, giacché in suo potere sono tutti gli Stati, si è degnato di favorirli per l'accrescimento dell'impero; e che per nulla li hanno aiutati quelli che essi ritengono dèi, anzi li hanno danneggiati con l'inganno e con l'errore. Di questo ora, a mio avviso, devo parlare e soprattutto delle conquiste dell'impero romano. Sono state già dette parecchie cose, soprattutto nel secondo libro, sul grave loro malcostume introdotto dalla dannosa arte d'ingannare dei demoni che essi adoravano come dèi. Attraverso i tre libri precedenti, dove mi è sembrato opportuno, ho fatto rilevare il grande soccorso che anche nei disastri militari, nel nome di Cristo al quale i barbari hanno mostrato tanto rispetto contrariamente all'uso della guerra, Dio ha accordato ai buoni e ai cattivi. Ma egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti 3.

Misura e moderazione morale e politica.
3. Ora esaminiamo dunque il motivo per cui osano accreditare la grande estensione e la lunga durata dell'impero romano agli dèi che sostengono di avere onorato onestamente, sebbene mediante tributi di spettacoli disonesti e attraverso l'ufficio di individui disonesti. Ma prima vorrei per un po' esaminare quale ragionevolezza e saggezza essi hanno nel volersi vantare dell'estensione e grandezza dell'impero, quando è impossibile mostrare il benessere degli individui che, in preda al timore della morte e a una sanguinaria cupidigia, erano sempre occupati nelle imprese guerresche a spargere sangue o dei cittadini o dei nemici, che è comunque sangue umano. È un benessere cui si può paragonare una gioia di vetro splendida nella sua fragilità perché si teme più angosciosamente che da un momento all'altro vada in frantumi. Per giudicare meglio queste cose non ci si deve lasciar trascinare scioccamente da una vuota millanteria e non si deve rendere ottusa la facoltà di valutare a causa di altisonanti concetti, come popoli, Stati, province. Prendiamo piuttosto in considerazione due individui. Infatti ogni individuo, come una lettera in un discorso, è per così dire un elemento di una società civile e di uno Stato, anche se molto estesi come territorio. Supponiamo dunque che dei due individui uno sia povero o meglio del ceto medio, l'altro ricco sfondato. Il ricco è sempre angosciato dai timori, disfatto dalle preoccupazioni, bruciato dall'ambizione, mai sereno, sempre inquieto, angustiato da continue liti con i rivali; accresce, è vero, con queste angustie il proprio patrimonio a dismisura ma con questi accrescimenti accumula anche le più spiacevoli seccature. Il povero, al contrario, basta a sé col modesto patrimonio disponibile, è benvoluto, gode una serena pace con parenti, vicini e amici, è piamente devoto, spiritualmente umanitario, fisicamente sano, eticamente temperante, moralmente onesto, consapevolmente tranquillo. Non so se si trova un tizio tanto insulso da dubitare chi preferire. E come per i due individui la regola dell'equità si applica a due famiglie, a due popoli, a due Stati. E se con l'applicazione consapevole di quella regola si rettifica il nostro giudizio, vedremo facilmente in quale dei due si trova la vuota millanteria e in quale il benessere. Pertanto, se si adora il vero Dio e gli si presta servizio con un culto autentico e con onesti costumi, è utile che i buoni abbiano il potere dovunque e a lungo e non è tanto utile per loro quanto per gli amministrati. Infatti per quanto li riguarda, la pietà e la moralità, che sono grandi doni di Dio, bastano loro per il vero benessere perché con esse si conduce una vita onesta e si consegue poi la vita eterna. In questa terra dunque il governo dei buoni non è concesso a loro favore ma dell'umanità; al contrario, il potere dei malvagi è un male più per i governanti che distruggono la propria coscienza con la più facile sfrenatezza al delitto che per i sudditi per i quali soltanto la loro individuale disonestà è il loro male. Qualsiasi male poi si infligge dai potenti ingiusti non è per i giusti pena di un delitto ma prova della virtù. Quindi la persona onesta, anche se è schiava, è libera; il malvagio, anche se ha il potere, è schiavo e non di un solo individuo ma, che è più grave, di tanti padroni quante sono le passioni. Parlando di queste passioni ha detto la sacra Scrittura: L'uomo è consegnato come schiavo a colui da cui è stato sconfitto 4.

Ingiustizia e violenza degli stati e dei briganti.
4. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: "La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta" 5.

La sollevazione dei gladiatori.
5. E per questo mi dispenso dal ricercare come erano gli individui che Romolo radunò. Si dovette molto insistere per far loro capire che con la nuova vita, una volta ottenuto il consorzio civile, non dovevano più pensare alle punizioni dovute, perché il loro timore li spingeva a più gravi delitti. Così in seguito poterono essere più disposti ai rapporti umani. Ma voglio parlare di un fatto che lo stesso impero romano, ormai grande per avere assoggettato molti popoli e temibile agli altri, sentì dolorosamente, temé grandemente e represse a causa del non trascurabile interesse di evitare una enorme strage. Si tratta dei pochi gladiatori che in Campania fuggiti durante uno spettacolo raccolsero un grande esercito, trovarono tre condottieri e saccheggiarono crudelmente vasti territori dell'Italia 6. Dicano qual dio aiutò costoro perché da una piccola e disprezzabile banda giungessero a un potere temibile per le grandi forze e risorse di Roma. Si dirà, dato che non resistettero a lungo, che non furono aiutati da un dio? Ma anche la vita di un uomo è tutt'altro che lunga. A questa condizione gli dèi non aiutano nessuno a conquistare il potere. I singoli individui scompaiono molto in fretta e non si deve considerare un favore che il potere scompare come nebbia in poco tempo in ciascun individuo e quindi un po' alla volta in tutti. Che cosa importa agli adoratori degli dèi sotto Romolo, morti da tanto tempo, che dopo la loro morte l'impero romano è cresciuto tanto, se essi trattano ormai i propri affari nell'aldilà? Se questi affari sono buoni o cattivi non rientra nell'argomento in parola. E questo si deve intendere di tutti coloro che con rapida corsa, portando il fardello delle proprie azioni, si sono avvicendati al potere, anche se esso per cessione e successione di mortali dura a lungo. Se dunque anche i favori di un tempo tanto breve si devono accreditare all'aiuto degli dèi, non poco sono stati aiutati quei gladiatori. Infransero le catene della condizione servile, fuggirono, si resero liberi, raccolsero un grande e potente esercito, obbedendo alle decisioni e agli ordini dei propri capi si resero temibili per la grandezza di Roma e invincibili per alcuni comandanti romani, fecero un bel bottino, colsero parecchie vittorie, si scapricciarono nei piaceri come vollero, fecero ciò che loro suggeriva la passione e infine prima che fossero vinti, e fu molto difficile, vissero da signori e da principi. Ma passiamo ad argomenti più importanti.

L'imperialismo di Nino in Trogo e Giustino.
6. Giustino che, seguendo Trogo Pompeo, in latino come lui ma in compendio, scrisse una storia greca anzi universale, cominciò così il testo dei suoi libri: All'inizio della storia il governo dei popoli e delle nazioni era in mano ai re che non erano innalzati all'altezza della carica dalla tracotanza demagogica ma dalla saggia moderazione degli ottimati. I cittadini non erano regolati dalle leggi, era usanza difendere e non estendere i confini del dominio, gli Stati erano limitati ai gruppi tribali. Fu Nino re degli Assiri il primo a modificare per ambizione di dominio il vecchio costume per così dire ancestrale. Egli per primo fece guerra ai vicini e soggiogò fino ai confini della Libia i popoli ancora inesperti della difesa. E poco dopo soggiunge: Nino rassodò la grandezza del dominio che aveva cercato con le nuove conquiste. Domati dunque i più vicini, passando agli altri perché reso più potente con l'aggiunta di nuove forze ed essendo ogni vittoria un mezzo per la successiva, assoggettò i popoli di tutto l'Oriente 7. Non so con quale fedeltà ai fatti abbiano scritto Giustino o anche Trogo. Alcuni documenti più autentici dimostrano che non erano ben informati. Tuttavia è ammesso da tutti gli altri scrittori che il regno degli Assiri fu ampiamente esteso dal re Nino 8. E durò tanto a lungo che l'impero romano non ha ancora raggiunto quell'età. Infatti, come scrivono gli studiosi di cronologia, dall'anno primo del regno di Nino, prima di passare ai Medi, durò milleduecentoquaranta anni 9. Muovere guerra ai vicini, continuare con altre guerre, sconfiggere e assoggettare per semplice ambizione di dominio popoli che non davano molestia, che altro si deve considerare se non un grande atto di brigantaggio?.

Le varie religioni e l'imperialismo.
7. Se senza l'aiuto degli dèi il dominio degli Assiri fu tanto grande e tanto esteso, per quale ragione l'estensione e la durata dell'impero romano si accredita agli dèi di Roma? Casi identici non possono avere spiegazioni diverse. Se sostengono che anche l'assiro si deve accreditare all'aiuto di dèi, chiedo di quali. I vari popoli che Nino sconfisse e assoggettò non adoravano dèi diversi. E se gli Assiri ne ebbero dei particolari che erano abili artefici nella conquista e conservazione del dominio, erano forse morti quando anche gli Assiri perdettero l'impero, oppure preferirono passare ai Medi perché non fu loro corrisposto lo stipendio o ne fu promesso uno maggiore, e così da loro ai Persiani dietro invito di Ciro e relativa promessa di un salario più conveniente? E dire che il popolo persiano, dopo l'esteso ma brevissimo impero di Alessandro il Grande, mantiene ancora il dominio su un non piccolo territorio dell'Oriente. Se è così c'è un dilemma. O costoro sono dèi traditori che abbandonano i propri gregari e passano al nemico (non lo fece neanche Camillo che era un uomo, quando dopo aver vinto ed espugnato la più accanita città nemica, provò l'ingratitudine di Roma, per cui aveva vinto, e tuttavia in seguito dimentico dell'ingiustizia e memore della patria la liberò di nuovo dai Galli), oppure non sono dèi forti come dovrebbero essere gli dèi perché possono esser vinti da provvedimenti e forze umane; ovvero se, nel darsi guerra tra di loro, non dagli uomini ma da altri dèi sono eventualmente sconfitti gli dèi tutelari delle varie città, anche essi in tal caso hanno fra di loro delle rivalità che ciascuno si assume a favore del proprio gruppo. Dunque lo Stato non dovrebbe onorare i propri dèi a preferenza di altri che potrebbero aiutare i propri. Infine, comunque stiano il passaggio, la fuga, il trasferimento di residenza o la diserzione in combattimento degli dèi, il cristianesimo non era stato ancora predicato a quei tempi e in quei territori, quando quei domini attraverso straordinarie sconfitte militari furono perduti e trasferiti. Ma poniamo che fossero trascorsi i milleduecento anni e rotti, dopo i quali cessò il regno degli Assiri, e che in quel paese già la religione cristiana avesse predicato il regno eterno e proibito i culti sacrileghi dei falsi dèi. Gli individui impostori di quei popoli direbbero certamente che un regno conservatosi tanto a lungo era potuto cessare soltanto perché erano state abbandonate le proprie religioni ed era stata accolta quest'altra. Gli avversari di oggi facciano riflettere sul proprio specchio questa possibile menzogna e si vergognino, se hanno un tantino di pudore, di fare simili lagnanze. Comunque l'impero romano è stato battuto ma non è morto; e gli è capitato anche in tempi anteriori al cristianesimo e si è rifatto delle sconfitte. E questo non si deve disperare neanche oggi. Chi conosce in proposito il volere di Dio?.

Politeismo monoteismo panteismo (8-13)


Folla degli dèi della fertilità.
8. Cerchiamo adesso, se si è d'accordo, qual dio principalmente o quali dèi della grande folla di dèi che i Romani adoravano ritengano che abbiano allargato o difeso il loro dominio. Nei confronti di un'opera tanto illustre e piena di tanto valore non osano certamente attribuire responsabilità alla dea Cloacina alias Volupia che ha derivato il nome da voluttà o a Libentina che lo ha da libidine o a Vaticano che sorveglia i vagiti dei bimbi o a Cunina che protegge le loro cune. Come è possibile in un passo di questo libro ricordare tutti i nomi degli dèi e delle dee che essi non hanno potuto raccogliere in grandi volumi nell'affidare le varie cose a particolari compiti delle varie divinità? E hanno pensato di affidare le competenze dell'agricoltura non a un solo dio, ma i fondi rustici alla dea Rusina, i gioghi dei monti al dio Giogantino e hanno preposto ai colli la dea Collatina e alle valli la dea Vallonia. Non sono riusciti neanche a trovare una Segezia alla quale affidare tutto in una volta i seminati ma stabilirono che i grani seminati, finché rimanevano sotto terra, avessero come custode la dea Seia e quando venivano fuori e producevano le messi la dea Segezia e preposero al frumento raccolto nei granai, affinché venisse tutelato, la dea Tutilina. Ognuno avrebbe pensato che doveva bastare la Segezia fino a tanto che il seminato dagli inizi erbosi arrivasse alle spighe mature. Ma per individui i quali amavano la ressa di dèi non bastò che l'anima sventurata, sdegnando il casto abbraccio del Dio vero, si prostituisse con una folla di demoni. Misero dunque Proserpina a sorvegliare i frumenti in germoglio, il dio Noduto le giunture e nodi degli steli, la dea Volutina l'involucro dei gusci, la dea Patelana i gusci che si aprono per far uscire la spiga, la dea Ostilina le messi quando si adeguano alle spighe nuove, giacché invece di "adeguare" gli antichi hanno usato la parola "ostire", la dea Flora i frumenti quando sono in fiore, il dio Latturno quando sono lattescenti, la dea Matuta quando maturano, la dea Roncina quando sono tagliati con la ronca cioè sono mietuti 10. Non continuo perché m'infastidisce che non si vergognino. Ho ricordato questi pochi nomi perché si capisca il motivo per cui non possono assolutamente sostenere che simili divinità hanno costruito, fatto crescere e difeso l'impero romano, dato che ciascuno è così occupato nella propria incombenza da non potere affidare a uno solo il tutto. Quando poteva Segezia prendersi cura dell'impero se non riusciva a provvedere contemporaneamente ai seminati e alle piante? Quando Cunina poteva darsi pensiero delle armi se la sorveglianza dei bimbi non le permetteva di allontanarsi dalle culle? Quando Noduto poteva accorrere in aiuto durante la guerra se non era di spettanza neanche al guscio della spiga ma soltanto al nodo del gambo? Si pone un solo portinaio nella propria casa e perché è un uomo, basta; invece i Romani posero tre dèi, Forcolo alla porta di fuori, Cardea al cardine e Limentino al limitare 11. Si vede proprio che Forcolo non riusciva a sorvegliare contemporaneamente il cardine e il limitare.

Giove.
9. Lasciata dunque da parte o momentaneamente in disparte questa folla di dèi minori, devo esaminare l'incarico affidato agli dèi maggiori perché con esso Roma divenne tanto grande da dominare così a lungo tanti popoli. Naturalmente è opera di Giove. Dicono appunto che è il re di tutti gli dèi e dee. Lo indicano anche lo scettro e il Campidoglio sull'alto del colle. Affermano che, sebbene da un poeta, è stato detto di lui molto a proposito: Il tutto è pieno di Giove 12. Varrone ritiene che è adorato anche da coloro che adorano un solo Dio senza idolo ma che lo chiamano con un altro nome 13. E se è così, perché è stato trattato tanto male a Roma, come presso altri popoli, che gli è stato dato un idolo? Il fatto dispiace anche allo stesso Varrone al punto che, pur essendo controllato secondo la malvagia usanza della grande città, non esitò a dire e a scrivere che coloro i quali introdussero nei vari popoli l'uso degli idoli eliminarono il timore e aumentarono l'errore 14.

Giove e gli dèi dello spazio e degli elementi.
10. Perché gli si aggiunge anche la moglie Giunone con la mansione di sorella e di moglie? Perché, dicono essi 15, Giove lo consideriamo esistente nell'etere e Giunone nell'aria e questi elementi, uno in alto e l'altro in basso, si accoppiano. Non di lui allora è stato detto: Il tutto è pieno di Giove, se anche Giunone riempie una parte. Oppure l'uno e l'altro riempiono etere ed aria ed entrambi i coniugi sono contemporaneamente in questi due e in tutti gli altri elementi? Perché dunque l'etere è affidato a Giove, l'aria a Giunone? Alla fin fine se loro due bastavano, perché il mare è affidato a Nettuno e la terra a Plutone? E perché anche essi non rimanessero scapoli, si aggiunge Salacia a Nettuno e Proserpina a Plutone. Ma come Giunone, rispondono 16, occupa la zona inferiore del cielo, così Salacia la zona inferiore del mare e Proserpina la zona inferiore della terra. Si affannano a racconciare i loro miti ma non ci riescono. Se le cose stessero così, i loro antichi scrittori insegnerebbero che gli elementi del mondo sono tre e non quattro 17, in modo che le singole coppie degli dèi si distribuissero nei singoli elementi. Inoltre gli antichi hanno decisamente affermato che etere ed aria sono diversi. Invece l'acqua tanto di sopra che di sotto è sempre acqua; metti pure che sia differente ma non al punto che acqua non sia. E la terra di sotto, anche se differente per qualità, non può essere altro che terra. E se il mondo intero ha la sua compiutezza nei quattro o tre elementi, Minerva dove è, che parte occupa, che cosa riempie? Anche essa ha avuto un posto in Campidoglio, sebbene non sia figlia di tutti e due. E se affermano che occupa la parte più alta dell'etere e che per questo motivo i poeti immaginano che sia venuta fuori dalla testa di Giove 18, perché non è lei ad essere considerata regina degli dèi, dal momento che è più in alto di Giove? Forse perché è sconveniente mettere la figlia sopra al padre? E perché allora per quanto riguarda Giove nei confronti di Saturno non è stata rispettata questa giustizia? Forse perché è stato sconfitto? Dunque hanno combattuto? No, dicono 19, queste sono le ciarle delle favole. Dunque se non si deve credere alle favole e si deve avere un migliore concetto degli dèi, perché al padre di Giove non è stato accordato un posto di onore, se non più in alto per lo meno al medesimo livello? Perché Saturno, rispondono 20, rappresenta la lunghezza del tempo. Dunque coloro che adorano Saturno adorano il tempo, ma così ci si fa pensare che Giove, re degli dèi, ha avuto origine nel tempo. E che cosa di sconveniente si ha nell'affermazione che Giove e Giunone sono nati nel tempo se l'uno è il cielo e l'altra la terra, poiché cielo e terra sono stati certamente creati? Infatti i loro filosofi nei loro libri danno anche questa interpretazione 21. E non dalle finzioni poetiche ma dagli scritti dei filosofi è stato derivato da Virgilio questo concetto: Allora il padre che tutto produce come etere discende con le piogge feconde nel grembo della coniuge per renderla fertile 22, cioè nel grembo della tellus o della terra. Anche in proposito pongono delle differenze e sostengono che sono diversi Terra, Tellus e Tellumo, che sono tutti e tre dèi, definiti nei propri concetti, distinti nelle mansioni e venerati con are e riti 23. Identificano anche la terra con la madre degli dèi 24. Ne consegue che le finzioni dei poeti sono più sopportabili, perché secondo i loro libri liturgici e non poetici Giunone non sarebbe soltanto sorella e moglie ma perfino madre di Giove. Identificano inoltre la terra con Cerere e con Vesta 25. Ma più frequentemente presentano Vesta come il fuoco che appartiene ai focolari domestici. Senza di essi infatti non si può avere il consorzio civile, e per questo di solito sono a suo servizio alcune vergini, perché come da una vergine così dal fuoco non viene generato nulla. Ed era proprio opportuno che tutta questa impostura fosse abolita e spenta da colui che è veramente nato da una vergine. Ma è insopportabile che pur avendo accordato al fuoco tanto onore e quasi una sua castità, non si vergognano poi di considerare Vesta come Venere, così che è svuotata di significato la onorata verginità nelle vestali. Se infatti Vesta è Venere, in che modo le vestali le hanno prestato servizio astenendosi dalle opere di Venere? Oppure ci sono due Veneri, una vergine e l'altra sposata? O piuttosto tre, una delle vergini che è Vesta, una delle sposate e una terza delle sgualdrine? Ad essa anche i Fenici offrivano in dono la prostituzione delle figlie prima di consegnarle ai mariti. Quale delle tre è la consorte di Vulcano? Certo non la vergine perché ha marito. Certo non la sgualdrina, perché sembrerebbe che vogliamo insultare il figlio di Giunone e collaboratore di Minerva. Dunque rimane che appartenga alle sposate; rna non vogliamo che la imitino in quel che ha fatto con Marte. E torni alle favole, dicono essi. Ma che giustizia è questa che si arrabbino con noi perché ricordiamo certi episodi dei loro dèi e non si arrabbiano con se stessi che nei teatri assistono con molto gusto a questi delitti dei propri dèi? E questi spettacoli dei delitti dei loro dèi sono istituiti in onore degli stessi dèi. Sarebbe incredibile se non fosse confermato da molte testimonianze.

Giove e gli dèi della cultura e dell'educazione.
11. I pagani conferiscono a Giove molti attributi in base a spiegazioni naturalistiche e a dottrine filosofiche 26. Ora Giove sarebbe la mente del mondo sensibile che riempie e muove la mole dell'universo saldamente strutturata con i quattro elementi o quanti a loro piace; ora cederebbe alla sorella e ai fratelli le rispettive zone; ora sarebbe l'etere che dal di sopra si congiunge con Giunone che è aria distesa al di sotto; ora sarebbe tutto il cielo insieme con l'aria, e con piogge fertilizzanti e spermi feconderebbe la terra in quanto coniuge e madre, giacché nei rapporti divini il fatto non è turpe. E poiché non è necessario passare in rassegna tutte le prerogative, sarebbe il dio unico, di cui, secondo l'opinione di molti, l'altissimo poeta ha detto: Che il dio penetra tutta la terra, la distesa del mare e il cielo infinito 27. Quindi egli, sempre lo stesso, sarebbe nell'etere Giove, nell'aria Giunone, nel mare Nettuno, nel fondo marino Salacia, nella terra Plutone, nel sottoterra Proserpina, nel focolare domestico Vesta, nell'artigianato Vulcano, nell'astrologia il sole, la luna e le stelle, nella mantica Apollo, nel commercio Mercurio, in Giano sarebbe colui che inizia, in Termine colui che segna i confini, Saturno nel tempo, Marte e Bellona nell'arte militare, Libero nella viticultura, Cerere nell'agricoltura, Diana nella vita silvana, Minerva nella cultura 28. E sempre lui sarebbe infine in quella schiera di dèi per dir così popolani. Col nome di Libero sarebbe preposto al sesso maschile e col nome di Libera a quello femminile, sarebbe il dio padre che fa venire il feto alla luce, la dea Mena che secondo loro è preposta alle mestruazioni, Lucina che deve essere invocata dalle partorienti. Sempre egli porterebbe aiuto a coloro che nascono accogliendoli nel grembo della terra col nome di Opi, aprirebbe la bocca al vagito e si chiamerebbe il dio Vaticano, come levatrice estrarrebbe dalla terra e si chiamerebbe la dea Levana, proteggerebbe le cune e si chiamerebbe Cunina. Non sarebbe diverso ma sempre lui in quelle dee che tessono il carme sul destino dei nati e si chiamano le Carmenti, sarebbe preposto agli eventi fortuiti col nome di Fortuna, spremerebbe la mammella al bimbo nella ninfa Rumina perché gli antichi hanno chiamato ruma la mammella, somministrerebbe la pozione nella ninfa Potina, offrirebbe da mangiare nella ninfa Educa, si chiamerebbe Pavenza dalle paure infantili, Venilia dalla speranza che viene, Volupia dalla voluttà, Agenoria dall'agire, la dea Stimola dagli stimoli con cui l'uomo è mosso a un'eccessiva attività, la dea Strenia se lo rende strenuo, Numeria se gli insegna a calcolare i numeri, Camena se a cantare, sarebbe anche il dio Conso perché dà consigli e la dea Senzia perché ispira sentenze, la dea Giovinezza perché, dopo la toga pretesta, sorveglia gli inizi dell'età giovanile ed anche la Fortuna barbata perché fa crescere la barba agli adolescenti. Si vede proprio che non hanno tenuto in considerazione gli adolescenti perché avrebbero dovuto nominare a questa divina funzione per lo meno un dio maschio, o Barbato da barba, come Noduto da nodo, comunque non Fortuna ma in quanto portatore di barba Fortunio. Sempre Giove congiungerebbe gli sposi nel dio Giogatino e quando si scioglie la cintura alla sposa ancor vergine, egli sarebbe invocato col nome della dea Verginese; sarebbe Mutuno o Tutuno che presso i Greci è Priapo 29. Se proprio non fa vergogna, tutti gli attributi che ho ricordato e gli altri che non ho ricordato, poiché ho ritenuto di non dover dir tutto, tutti gli dèi e le dee sarebbero un solo Giove, tanto se essi sono sue parti, come sostengono alcuni 30, ovvero sono i suoi poteri, come opinano coloro i quali insegnano che egli è la mente del mondo 31. Questa è la tesi dei più grandi eruditi. Ma se questo è il significato, dato che per adesso non ne cerco altro, che cosa perderebbero se, prendendo assennatamente la scorciatoia, adorassero un solo Dio? Quale suo attributo sarebbe trascurato se egli fosse adorato per sé? Se poi si doveva temere che le sue parti omesse o trascurate si sdegnassero, allora non è vera la loro tesi, che tutta la vita sensibile, la quale contiene tutti gli dèi quasi suoi poteri, membra o parti, sia come di un solo vivente; ma ogni parte ha una propria vita separata dalle altre se una si può sdegnare a differenza di un'altra, una placarsi e l'altra muoversi a sdegno. È sciocca poi l'affermazione che tutte insieme, cioè l'intero Giove si sia potuto offendere se le sue parti non fossero adorate in particolare ad una ad una. Infatti nessuna di esse sarebbe trascurata se egli solo, che tutte le contiene, fosse adorato. Per omettere le altre divinità che sono innumerevoli, quando affermano che tutti gli astri sono parti di Giove, che tutti hanno vita e anima ragionevole e che perciò incontestabilmente sono dèi 32, non riflettono che molti di essi non sono venerati, che a molti non costruiscono templi e non erigono altari, perché a pochissimi astri hanno ritenuto di dover erigere altari e sacrificare loro in particolare. Se dunque si sdegnassero quelli che non sono venerati in particolare, perché non hanno paura di vivere con pochi astri resi propizi e con tutto il cielo sdegnato? Se poi adorano tutti gli astri appunto perché adorano Giove in cui si trovano, con questa abbreviazione potrebbero propiziare tutti in lui solo. Così nessuno se la prenderebbe a male, poiché in lui solo nessuno sarebbe trascurato. Altrimenti con l'adorarne alcuni, si offrirebbe un giusto motivo di sdegno agli altri, molto più numerosi, che sono stati trascurati, tanto più che ad essi fulgenti nell'alto sarebbe preferito Priapo sdraiato a terra nella sua sconcia nudità.

Panteismo cosmico.
12. Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio. Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile dirle senza vergogna.

Immanentismo etico.
13. Se poi sostengono che soltanto gli animali ragionevoli, come sono gli uomini, sono parti divine, non capisco perché, se tutto il mondo è Dio, debbano discriminare le bestie. Ma che bisogno c'è di polemizzare? Riguardo allo stesso animale ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo? Resta dunque l'affermazione che tutti gli dèi abbiano una propria vita, che ciascuno viva per sé, che nessuno di loro è parte di un altro, ma che tutti si devono adorare, se è possibile conoscerli e adorarli, giacché sono tanti che per tutti non è possibile. E poiché fra di essi Giove è considerato il re, credo che, secondo loro, sia stato lui a fondare e incrementare lo Stato romano. Perché se non l'ha fatto lui, qual altro dio, a sentir loro, ha potuto intraprendere un'opera tanto colossale, dato che tutti sono indaffarati in particolari incombenze e mansioni e l'uno non invade quelle dell'altro? Quindi soltanto dal re degli dèi ha potuto ricevere diffusione e incremento il regno degli uomini.

Gli dèi tutelari e la grandezza di Roma (14-34)


I favori della dea Vittoria.
14. A questo punto chiedo prima di tutto perché anche lo Stato non è un dio. E perché non lo sarebbe se la Vittoria è una dea? O che bisogno c'è di Giove per questa faccenda se la Vittoria è favorevole e propizia e va sempre da quelli che vuole vittoriosi? Se questa dea è favorevole e propizia, anche se Giove sta in riposo o pensa ad altro, quali popoli non rimarrebbero soggetti, quali Stati non cederebbero? Oppure da persone oneste non vogliono combattere ingiustamente e provocare con una guerra ingiustificata, per allargare il dominio, i vicini che se ne stanno tranquilli e non danno alcun fastidio? Se la pensano così, approvo e lodo.

La dea Vittoria e la guerra imperialistica.
15. Riflettano dunque che forse non è conveniente per le persone oneste godere dell'allargamento del dominio. Infatti l'ingiustizia di coloro contro i quali sono state mosse guerre giuste ha favorito l'incremento del dominio. Ed esso sarebbe stato piccolo se l'amore alla pace e la giustizia dei vicini non lo avessero provocato per qualche torto a muover loro la guerra. Ne consegue che con maggiore benessere per l'umanità tutti gli Stati rimarrebbero piccoli godendo della pace con i vicini e vi sarebbero nel mondo molti Stati di popoli come in una città vi sono molte case di cittadini. Quindi far guerra ed estendere il dominio con l'assoggettare i popoli può sembrare prosperità ai cattivi, ai buoni necessità. Poiché sarebbe peggio se gli operatori d'ingiustizie dominassero sui più giusti, non sconvenientemente si considera un benessere anche questo. Indubbiamente però è maggiore prosperità avere un buon vicino in pace che assoggettare un cattivo vicino in guerra. È un cattivo auspicio desiderare di avere chi odiare e temere perché vi sia chi vincere. Se dunque i Romani, muovendo guerre giuste, non contrarie all'umanità e all'equità, hanno potuto conquistare un impero così grande, forse si doveva onorare come dea anche l'ingiustizia degli altri. Vediamo infatti che l'ingiustizia ha molto collaborato all'ingrandimento del dominio perché rendeva oltraggiosi coloro con cui far guerre giuste e incrementare così l'impero. Perché dunque non sarebbe una dea per lo meno straniera l'ingiustizia, se Pavore, Pallore e Febbre meritarono di essere dèi romani? Con queste due, cioè l'ingiustizia straniera e la dea Vittoria, si è ingrandito l'impero anche se Giove era in ferie, perché mentre l'ingiustizia suscitava dei motivi per le guerre, la Vittoria le conduceva a termine con successo. Che ruolo aveva Giove nella faccenda se quelli che si potevano ritenere come suoi favori, sono considerati dèi, sono chiamati dèi, sono adorati come dèi e sono invocati in luogo degli attributi di Giove? Anche egli avrebbe nella faccenda un certo ruolo, se anche egli fosse chiamato Stato, come la dea è chiamata Vittoria. Ma se lo Stato è un dono di Giove, perché anche la vittoria non dovrebbe esser considerata un suo dono? E lo sarebbe se egli non fosse conosciuto e onorato come un idolo del Campidoglio ma come re dei re e signore dei signori.

La dea che opera pace e serenità.
16. Mi meraviglio assai di un fatto. Hanno destinato singoli dèi a cose particolari e perfino a particolari movimenti. Così hanno chiamato Agenoria la dea che muoveva ad agire, Stimola la dea che stimolava fuor di misura ad agire, Murcia la dea che non muoveva al di là della misura e rendeva l'uomo murcido, come dice Pomponio 34, cioè troppo indolente e inattivo, Strenia la dea che rendeva l'uomo strenuo. E intrapresero a celebrare pubblici festeggiamenti di tutti questi dèi e dee, ma non vollero festeggiare pubblicamente la dea che chiamarono "Quiete", perché doveva render quieto l'uomo, sebbene avesse un tempietto fuori Porta Collina 35. Fu indizio di un animo inquieto o piuttosto si volle segnalare che chi continuava ad adorare quella schiera non di dèi ma di demoni non poteva raggiungere la quiete? Ad essa ci invita il vero medico con le parole: Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete quiete per la vostra anima 36.

Giove e Vittoria.
17. Ma forse vogliono dire che Giove manderebbe la dea Vittoria ed ella obbedendo al re degli dèi si recherebbe dai destinatari e starebbe dalla loro parte? Questo è vero ma non di quel Giove, che essi nel loro modo di pensare immaginano re degli dèi, ma del vero re delle vicende umane che invierebbe non la Vittoria, la quale non ha un'esistenza reale, ma il suo angelo che dia la vittoria a chi egli vorrà. La sua decisione può essere occulta ma non ingiusta. E se la vittoria è una dea, perché il trionfo non è un dio che si unisce alla vittoria o come marito o come fratello o figlio? Costoro hanno imbastito sugli dèi fandonie tali che se le immaginassero i poeti e fossero da noi attaccati, risponderebbero che le finzioni poetiche sono da schernirsi e da non attribuirsi a divinità vere; e tuttavia non schernivano se stessi quando non si limitavano a leggerle nei poeti ma le onoravano nei templi. Avrebbero dovuto quindi pregar Giove per tutti i bisogni e lui soltanto supplicare. Se infatti Vittoria esiste ed è sotto di lui in quanto re, dovunque l'avesse mandata, non era possibile che osasse disobbedirgli e agire di proprio arbitrio.

Felicità e Fortuna.
18. Ma come la mettono che anche la felicità è una dea? Ha avuto il suo tempietto, ha meritato la sua ara, le sono stati offerti convenienti misteri. Avrebbe dunque dovuto esser adorata lei sola, perché dove si ha, si ha ogni bene. Ma cosa significa che anche la fortuna è considerata e adorata come dea? Sono forse diverse felicità e fortuna? Sì, perché la fortuna può essere anche cattiva, se invece è cattiva la felicità non è più felicità. In verità noi siamo costretti a pensare che tutti gli dèi dell'uno e dell'altro sesso (se hanno un sesso) non possano essere che buoni. Lo afferma Platone, gli altri filosofi e i migliori uomini politici 37. In quale senso dunque la dea Fortuna ora è buona ora è cattiva? Forse che quando è cattiva non è più una dea ma si muta in un demone maligno? Quante sono dunque queste dee? Tante, quanti gli uomini fortunati, cioè quante le buone fortune. Infatti poiché gli sfortunati sono simultaneamente moltissimi, cioè in un unico tempo vi sono molte cattive fortune, forse che la fortuna, se fosse la stessa, sarebbe simultaneamente buona e cattiva, una cosa per questi e un'altra per quelli? Oppure lei che è dea è sempre buona? Dunque essa stessa è anche Felicità. E allora perché si usano nomi diversi? Ma questo può passare, perché si può indicare una medesima cosa con due nomi. Ma perché diversi i tempietti, diverse le are, diversi i misteri? La ragione è, rispondono 38, che la felicità è riservata ai buoni perché meritata in precedenza; la fortuna invece, quella che è considerata buona, sopraggiunge fortuitamente agli individui buoni e cattivi senza alcun riguardo al merito. Per questo appunto si chiama fortuna. In qual senso dunque è buona se senza alcun criterio sopraggiunge ai buoni e ai cattivi? E perché è adorata se è così cieca che, imbattendosi nell'uno o nell'altro indiscriminatamente, oltrepassa i propri adoratori e si attacca ai propri denigratori? Ché se i suoi adoratori riescono a farsi notare e amare da lei, già si attiene al merito e non sopraggiunge fortuitamente. Ed in che cosa si ha la definizione della fortuna? Perché è stata denominata dagli eventi fortuiti? Non giova quindi nulla adorarla se è fortuna. Se poi sa discernere i propri adoratori, nel giovar loro non è fortuna. Ma forse Giove la manda dove vuole. Allora sia adorato lui solo. Fortuna infatti non può disobbedire al comando e all'ingiunzione di andare dove egli vuole. Oppure l'adorano soltanto i malvagi che non vogliono avere meriti con cui è possibile invocare la presenza di Felicità.

Fortuna muliebre.
19. Hanno in tanta considerazione la falsa divinità che chiamano Fortuna, da tramandare che la sua statua, dedicata dalle matrone e chiamata Fortuna femminile, ha parlato e ha ricordato non una ma più volte che le matrone l'avevano dedicata secondo i riti 39. Se il fatto è avvenuto non c'è da meravigliarsene. Per i demoni non è difficile ingannare anche con questi sistemi. Però i pagani avrebbero dovuto accorgersi dei loro scaltri artifici, perché avrebbe parlato proprio quella dea che sopraggiunge fortuitamente e non viene per meriti. Fu quindi Fortuna ciarliera e Felicità muta affinché gli uomini, in pieno accordo con Fortuna che li rendeva fortunati senza alcun merito, non si preoccupassero di vivere onestamente. E in definitiva se Fortuna parla, dovrebbe essere quella maschile e non quella femminile a parlare affinché non si sospettasse che proprio le matrone, che avevano dedicato la statua, avevano per muliebre loquacità inventato il fatto meraviglioso.

Virtù e Fede.
20. Hanno considerato dea anche la virtù. Se fosse una dea, sarebbe da preporre a molte. Ma poiché non è una dea ma un dono di Dio, si chieda a colui che solo la può dare e scomparirà ogni schiera di falsi dèi. Ma perché anche la fede fu creduta una dea ed ebbe anche essa un tempio e un altare?. In verità se un individuo ne ha la vera nozione si rende sua dimora. Ma da che cosa i pagani possono avere il concetto della fede, se una prima e fondamentale funzione è che si creda nel vero Dio? E perché non era stata sufficiente la virtù? Fra le virtù non vi è anche la fede? Infatti essi hanno diviso le virtù in quattro specie: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza 40 e poiché ognuna di esse ha le sue parti, la fede è fra le parti della giustizia e ha grandissima importanza per noi, perché conosciamo il significato di quel detto: Il giusto vive di fede 41. Ma, se la fede è una dea, mi meraviglio che individui desiderosi di una folla di dèi fecero torto a molte dee trascurando quelle alle quali avrebbero potuto egualmente dedicare tempietti e are. Perché la temperanza non meritò di essere una dea se nel suo nome alcuni capi romani raggiunsero una grande gloria? Perché inoltre la fortezza non è una dea se assisté Muzio quando stese la mano sulle fiamme, assisté Curzio che per la patria si gettò a capofitto in una voragine, assisté Decio padre e Decio figlio che si sacrificarono per l'esercito? Sia detto nel caso che la loro fu vera fortezza 42. Non è questo il momento di trattarne. Perché la prudenza e la sapienza non ebbero un posto fra le divinità? Forse perché col termine generale di virtù si onorano tutte? Per lo stesso titolo si poteva adorare un solo Dio, perché gli altri dèi sono considerati sue parti. Ma nell'unica virtù vi sono anche fede e pudicizia che tuttavia hanno ottenuto di avere per sé altari in particolari tempietti.

Felicità dea sovrana.
21. La menzogna e non la verità le rende dee. Sono doni del vero Dio e non dee in sé. Comunque se si hanno virtù e felicità, che altro si cerca? Che cosa basta a chi non bastano virtù e felicità? Infatti la virtù abbraccia tutto il bene che si deve compiere, la felicità tutto il bene che si deve conseguire. Giove era adorato perché le concedesse; e nel caso che siano un bene l'estensione e la durata del dominio, esse sono di competenza della felicità. Perché dunque non si è capito che sono un dono di Dio e non dee? Se comunque sono state considerate dee, per lo meno non si doveva cercare l'altra grande folla degli dèi. Tenuto conto delle mansioni di tutti gli dèi e dee, che i pagani hanno foggiato ad arbitrio secondo un loro pregiudizio, trovino se è possibile qualcosa che possa essere concesso da un dio a un individuo che ha la virtù, ha la felicità. Quale parte della cultura si poteva chiedere a Mercurio o a Minerva se la virtù le contiene tutte. La virtù fu definita dagli antichi anche arte del vivere moralmente. Hanno pensato pertanto che i Latini abbiano derivato il nome di arte dal termine greco che significa virtù 44. Ma se la virtù potesse essere concessa soltanto alla persona intelligente, che bisogno c'era del dio Cazio padre, che rendesse cauti, cioè avveduti, se questo lo poteva concedere anche Felicità? Nascere intelligenti è infatti della felicità; quindi, anche se la dea Felicità non poteva essere onorata da chi non era ancora nato affinché resa propizia gli concedesse questo favore, lo poteva accordare ai genitori che la onoravano perché nascessero loro figli intelligenti. Che bisogno c'era per le partorienti invocare Lucina, perché se le avesse assistite Felicità, non solo avrebbero partorito bene ma anche buoni figli? Che bisogno c'era di affidarli alla dea Opi mentre nascevano, al dio Vaticano quando vagivano, alla dea Cunina quando giacevano, alla dea Rumina quando poppavano, al dio Statilino quando stavano in piedi, alla dea Adeona quando entravano in casa, alla dea Abeona quando ne uscivano, alla dea Mente perché avessero una buona mente, al dio Volunno e alla dea Volunna perché volessero il bene, agli dèi nuziali perché si sposassero felicemente, agli dèi campestri e soprattutto alla ninfa Fruttisea perché avessero frutti abbondanti, a Marte e Bellona perché fossero buoni guerrieri, alla dea Vittoria perché vincessero, al dio Onore perché avessero onori, alla dea Pecunia perché fossero danarosi, al dio Bronzino e a suo figlio Argentino perché avessero monete di bronzo e di argento? Pensarono che Bronzino fosse padre di Argentino, perché la moneta di bronzo fu messa in circolazione prima di quella d'argento. Mi meraviglio che Argentino non desse alla luce Aurino perché in seguito venne anche la moneta aurea. Avrebbero preferito Aurino ad Argentino padre e a Bronzino nonno, come Giove a Saturno. Che bisogno c'era di onorare e invocare per i beni spirituali, fisiologici e materiali una così folta schiera di dèi? E neanche li ho ricordati tutti. I pagani stessi non hanno potuto provvedere tanti piccoli e particolari dèi per tutti i beni umani anche se passati in rassegna ad uno ad uno in particolare. In una grande e facile concentrazione poteva la sola dea Felicità accordarli tutti e non si sarebbe cercato un altro dio non solo per ottenere i beni ma anche per evitare i mali. Perché si doveva invocare la ninfa Fessonia per gli stanchi, la ninfa Pellonia per scacciare i nemici, come medico per gli ammalati, Apollo o Esculapio o tutti e due insieme se il pericolo era grande? Non si doveva invocare il dio Spiniese perché estirpasse le spine dai campi, né la dea Ruggine perché non assalisse il grano. Con la presenza e la protezione della sola dea Felicità o non sarebbero arrivati i malanni o sarebbero stati allontanati con estrema facilità. Infine poiché stiamo trattando di queste due dee, Virtù e Felicità, se la felicità è premio della virtù, non è dea ma un dono di Dio. Se invece è una dea, perché non dire che fa conseguire anche la virtù, dal momento che conseguire la virtù è grande felicità?

Varrone e le mansioni degli dèi.
22. Per qual ragione dunque Varrone si vanta di rendere un grande servizio ai suoi concittadini perché non solo ricorda gli dèi che si devono adorare dai Romani, ma espone anche la mansione di ciascuno? Non giova nulla, egli dice, conoscere il nome e la figura di un medico e ignorare che è medico; così, soggiunge, non giova nulla sapere che Esculapio è un dio, se non sai che protegge la salute e perciò non sai il motivo per cui lo devi invocare. Lo conferma anche con un'altra similitudine. Dice che non solo non si può vivere agiatamente ma che non si può vivere affatto se non si conoscono il falegname, il mugnaio e il muratore, cui poter chiedere un servizio, ovvero se non si sa chi assumere come collaboratore, guida e insegnante. Allo stesso modo, egli afferma, non v'è dubbio che è utile la conoscenza degli dèi, se si sa anche quale virtù, facoltà e potere ha ciascun dio sulle varie cose. Da questo potremo conoscere, egli dice, quale dio, secondo la competenza di ciascuno, dobbiamo chiamare in aiuto e invocare per non comportarci come i mimi e non chiedere l'acqua a Bacco e il vino alle Linfe 45. È davvero una grande utilità. Ma chi non ringrazierebbe Varrone se affermasse il vero e insegnasse agli uomini ad adorare l'unico vero Dio da cui deriva ogni bene?

Tardo arrivo di Felicità nel pantheon.
23. 1. Ma torniamo all'argomento. Se i loro libri e le tradizioni religiose sono vere e Felicità è una dea, perché non è stato stabilito che ella sola fosse adorata, dal momento che poteva accordare tutti i beni e rendere felici per la via più corta? Non si desidera una cosa per un'altra ma soltanto per esser felici. E perché Lucullo dopo tanti capi romani innalzò così tardi un tempietto a una dea tanto importante? E perché lo stesso Romolo, desiderando fondare una città felice, non innalzò di preferenza un tempio a lei? Non per altro scopo invocò altri dèi. Nulla sarebbe mancato se ella non fosse mancata. Egli stesso non sarebbe divenuto prima re e poi, a sentir loro, dio, se non avesse avuto favorevole questa dea. Perché ha stabilito come dèi per i Romani Giano, Giove, Marte, Pico, Fauno, Tiberino, Ercole ed altri ancora? E perché Tito Tazio ha aggiunto Saturno, Opi, Sole, Luna, Vulcano, Luce e gli altri che ha aggiunto, fra cui anche Cloacina, trascurando Felicità? Perché Numa ha introdotto tanti dèi e dee e non lei? Forse in tanta ressa non riuscì a vederla? Anche re Ostilio non avrebbe introdotto come dèi nuovi per renderli propizi Pavore e Pallore, se avesse conosciuto e adorato questa dea. Con la presenza di Felicità ogni pavore e pallore non si sarebbe allontanato perché reso propizio ma sarebbe fuggito perché scacciato.

Felicità non rende felice Roma.
23. 2. E poi com'è che il dominio di Roma cresceva grandemente e ancora non si adorava Felicità? Forse perché fu un dominio più grande che felice? Ma come poteva esserci in esso una vera felicità, dato che non c'era la vera religione? La religione è infatti il culto veritiero di un Dio vero, non il culto di tanti falsi dèi quanti sono i demoni. Ma anche dopo che Felicità fu inserita nel numero degli dèi, seguì la grande infelicità delle guerre civili. O forse Felicità si è giustamente arrabbiata perché è stata invitata tanto tardi e non per trattamento di onore ma di oltraggio, dato che con essa erano onorati Priapo, Cloacina, Pavore, Pallore e Febbre e gli altri che non erano divinità da adorarsi ma malanni degli adoratori?

sarebbe stata onorata da tutti...
23. 3. Al limite se sembrò conveniente adorare una dea tanto grande in mezzo a una folla indegna, perché non era adorata più distintamente degli altri? È insopportabile che Felicità non sia stata posta fra gli dèi Consenti che, a sentir loro, sono impiegati nel consiglio di Giove 46, né fra gli dèi che hanno chiamati Eletti 47. Le si doveva fare un tempio che si distinguesse per la posizione elevata e per la bellezza dell'edificio. E perché non qualcosa di meglio che allo stesso Giove? Perché il regno a Giove chi glielo ha dato se non Felicità? Posto che mentre regnava fosse felice. E la felicità è preferibile a un regno. Non v'è dubbio che è possibile trovare un individuo che tema di essere fatto re ma non se ne trova alcuno che non voglia esser felice. Poniamo che gli dèi stessi fossero consultati o mediante l'arte divinatoria o con qualsiasi altro mezzo possano, secondo i pagani, esser consultati sul seguente tema, se fossero disposti a cedere il posto a Felicità, nel caso che dai tempietti e altari degli altri fosse già occupato il posto in cui costruire a Felicità un tempietto più grande e in un luogo più alto. Giove stesso si sarebbe ritirato perché Felicità avesse il punto più alto del colle Capitolino. Nessuno avrebbe fatto resistenza a Felicità, se non chi, ma questo è impossibile, preferisce essere infelice. Se Giove fosse stato consultato non avrebbe certamente fatto il torto che gli fecero i tre dèi Marte, Termine e Giovinezza che non vollero assolutamente ritirarsi dal posto davanti al loro capo e re. È scritto nei loro libri. Re Tarquinio voleva costruire il Campidoglio ma vedendo occupato in precedenza da altri dèi il posto che gli sembrava più degno e adatto, non osando fare qualche cosa contro una loro decisione e credendo, dato che ve n'erano molti dove fu edificato il Campidoglio, che avrebbero ceduto liberamente a un dio così grande e loro capo, chiese per via divinatoria se volevano cedere il posto a Giove. Tutti accettarono di ritirarsi fuorché i tre suddetti, Marte, Termine e Giovinezza 48. Perciò il Campidoglio fu costruito in maniera che vi fossero i tre contestatori ma con raffigurazioni così oscure che non lo sapevano neanche i più dotti. Giove dunque non avrebbe certamente disistimato Felicità come lo fu lui da Termine, Marte e Giovinezza. Ma anche essi che non avevano ceduto a Giove, avrebbero sicuramente ceduto a Felicità che aveva costituito Giove loro re. E se non avessero ceduto non l'avrebbero fatto per disistima verso di lei, ma perché preferivano rimanere oscuri in casa di Felicità che senza di lei essere in onore a casa propria.

...e unificato il culto.
23. 4. Una volta collocata la dea Felicità in un tempio magnifico e posto in alto, i cittadini avrebbero saputo a chi chiedere aiuto per ogni buon auspicio. Così sarebbe stata abbandonata per spontaneo convincimento l'inutile moltitudine degli altri dèi e sarebbe stata adorata e supplicata la sola Felicità, di lei sola sarebbe stato frequentato il tempio da parte dei cittadini che volessero esser felici e poiché non vi è alcuno che non lo voglia, lei che era supplicata da tutti si sarebbe supplicata da se stessa. Infatti ogni uomo non vuol ricevere altro da un dio che la felicità o ciò che è proprio della felicità. Quindi se la felicità ha il potere di essere in un individuo, e lo ha se è una dea, è una grande sciocchezza chiederla a un altro dio, giacché la si può ottenere da lei stessa. Dovevano quindi onorare, anche con la magnificenza del tempio, questa dea sopra tutti gli altri. Infatti, come si legge nei loro libri 49, gli antichi adorarono un certo Sommano, al quale affidavano i fulmini notturni, più di Giove, al quale erano assegnati i fulmini diurni. Ma dopo che fu costruito su un'altura il magnifico tempio a Giove, a causa della bellezza dell'edificio vi confluì la moltitudine sicché si può difficilmente trovare chi ricorda di aver letto il nome di Sommano. In quanto a udirlo nominare non se ne parla più. Se poi la felicità non è una dea perché è vero che è un dono di Dio, si cerchi il vero Dio che la può dare e si lasci da parte la malefica folla di dèi falsi che è onorata dalla folla bugiarda degli uomini sciocchi. Infatti essa considera suoi dèi i doni di Dio e insulta con l'ostinazione di una volontà superba colui del quale sono doni. Così non può liberarsi dalla infelicità perché adora come dio la felicità e abbandona Dio datore della felicità, come non si può liberare dalla fame chi lecca un pane dipinto e non lo chiede alla persona che ha quello vero.

Le divinità come mani.
24. È opportuno esaminare le loro spiegazioni. Ma si deve proprio credere, domandano i pagani, che i nostri vecchi fossero stupidi al punto da non sapere che questi erano doni divini e non dèi 50? Sapevano che tali favori sono accordati soltanto dalla munificenza di un dio. Ma quando non avevano fra mano il nome degli dèi, denominavano gli dèi dal nome delle cose che, a loro giudizio, erano accordate dagli dèi stessi. Pertanto aggiungevano dei suffissi alle parole, come da bellum (guerra) Bellona e non Bello, dalle cune Cunina e non Cuna, da segetes (messi) Segezia e non Segete, dai pomi Pomona e non Pomo, dai bovi Bovona e non Bove. In certi casi sono stati denominati come le cose senza la flessione della parola, come Pecunia (ricchezza) è stata chiamata dea perché dà la ricchezza e non perché essa stessa sia stata considerata dea. E così Virtù perché dà la virtù, Onore perché dà l'onore, Concordia perché dà la concordia, Vittoria perché dà la vittoria. Allo stesso modo, dicono i pagani, nel concetto della dea Felicità non si volge l'attenzione a lei che viene data ma all'essere divino da cui è data la felicità.

Felicità come dono dell'unico Dio.
25. Datami questa spiegazione, forse potrò convincere più facilmente del mio assunto quei pagani che non hanno il cuore troppo indurito. L'umana debolezza ha compreso fin d'allora che la felicità può essere data soltanto da un dio e lo hanno compreso anche gli uomini che adoravano molti dèi, fra cui il loro stesso re Giove. Ma poiché ignoravano il nome di colui che desse la felicità, lo vollero indicare col nome della cosa stessa che, come capivano, era data da lui. Dunque hanno indicato abbastanza chiaramente che la felicità non poteva esser data neanche da Giove che già adoravano ma certamente da colui che ritenevano di dover adorare col nome della stessa felicità. Dunque essi hanno creduto, e lo ribadisco, che la felicità è data da un Dio che non conoscevano. Lui si cerchi dunque, lui si adori e basta. Si rifiuti il chiasso di tanti demoni. Non basti questo Dio per colui al quale non basta il suo dono. Non basti, ripeto, all'adorazione il Dio datore della felicità, per colui al quale, quanto al conseguimento, non basta la felicità stessa. Ma colui a cui basta, dato che l'uomo non ha altro da desiderare, si ponga al servizio del Dio datore della felicità. Non è quello che chiamano Giove. Se lo riconoscessero come datore della felicità, non ne cercherebbero, in vista della felicità, un altro o un'altra da cui fosse data la felicità e si guarderebbero dall'adorare un Giove con tante magagne. Si dice di lui che fosse adultero con le mogli degli altri e inverecondo amatore e rapitore di un bel giovane.

Gli dèi esigono gli spettacoli.
26. Ma Omero, dice Cicerone, inventava questi fatti e attribuiva azioni umane agli dèi. Preferirei che avesse attribuito le divine a noi 51. Giustamente dispiacque a una persona dabbene un poeta inventore di delitti divini. Perché dunque gli spettacoli teatrali, in cui questi delitti si recitano, si cantano, si rappresentano e si esibiscono in onore degli dèi, sono assegnati dai più colti alla religione? A questo punto Cicerone protesti non contro le invenzioni dei poeti ma contro le istituzioni degli antenati. Ma anche essi protesterebbero: "Che abbiamo fatto? Gli dèi stessi hanno insistito che si rappresentassero gli spettacoli in loro onore, hanno dato comandi atroci, hanno preannunciato sventura se non si eseguivano, hanno severamente punito perché era stata trascurata qualche cosa e hanno mostrato di placarsi perché fu eseguito ciò che era stato trascurato". Fra i loro interventi e fatti meravigliosi si ricorda l'episodio che sto per narrare. Tito Latinio, campagnolo romano e padre di famiglia, era stato avvertito in sogno di riferire al senato che ricominciassero gli spettacoli romani. Era insomma dispiaciuto agli dèi, che volevano esilararsi con le rappresentazioni, il ferale comando contro un delinquente che proprio il primo giorno degli spettacoli era stato condotto al supplizio alla presenza del popolo. E poiché il tizio che era stato avvertito in sogno non ebbe il coraggio il giorno seguente di eseguire il comando, la notte appresso l'ordine si ripeté con maggiore severità. Non obbedì e perdette un figlio. La terza notte fu detto al meschino che gli sovrastava una pena maggiore se non obbediva. E poiché anche dopo questi fatti non ne ebbe il coraggio, fu colpito da un male atroce e orribile. Allora dietro consiglio degli amici fu portato al senato in lettiga, dopo aver riferito l'affare ai magistrati. Esposto il sogno, riacquistò immediatamente la salute e guarito tornò a casa con i propri piedi. Trasecolato da un prodigio così grande il senato, con sovvenzionamento quattro volte maggiore, stabilì di far ricominciare gli spettacoli 52. Chi è sano di mente può intendere che gli uomini soggetti a maligni demoni, dal cui dominio ci libera soltanto la grazia di Dio mediante il nostro Signore Gesù Cristo 53, sono costretti con la violenza ad offrire a simili dèi spettacoli che con un sano intendimento potevano essere giudicati immorali. In quegli spettacoli organizzati dal senato dietro istigazione degli dèi si rappresentavano i delitti delle divinità inventati dalla poesia. In quegli spettacoli attori dissoluti presentavano col canto e con l'azione Giove come corruttore del pudore ed erano acclamati. Se era un'invenzione, Giove si sarebbe dovuto sdegnare; se invece prendeva gusto dei propri delitti anche se inventati, perché adorarlo quando si serviva al diavolo? E proprio con questi mezzi egli, più abietto di qualsiasi romano che disapprovava quei drammi, avrebbe fondato, accresciuto, difeso il dominio di Roma? Doveva dare la felicità proprio egli che era adorato con tanta infelicità e se non era adorato in quel modo, si incolleriva per maggiore infelicità?

Idolatria e religione secondo Scevola.
27. Il dottissimo pontefice Scevola, come è riferito nella storia letteraria, ha dimostrato che sono state consegnate alla tradizione tre figure di dèi, una dai poeti, un'altra dai filosofi e una terza dagli uomini politici. Il primo tipo, a suo avviso, è dovuto a frivolezza perché si immaginano molti fatti indegni degli dèi; il secondo non è conveniente per gli Stati, perché contiene alcuni concetti superflui ed altri la cui conoscenza nuocerebbe ai cittadini. Per quanto riguarda il superfluo non si ha un grosso problema; anche dai giurisperiti si suole affermare: Il superfluo non nuoce 54. Ma quali sono i temi che nuocciono se resi noti alla massa? Sono questi, egli risponde, che Ercole, Esculapio, Castore, Polluce non sono dèi, perché si dimostra dai dotti che sono stati uomini e che sono morti secondo l'umana condizione. E c'è altro? Che le città non abbiano idoli veristi degli dèi perché un vero dio non ha sesso, età e una determinata figura fisica 55. Il pontefice non vuole che i cittadini siano illuminati su questi temi perché non ritiene che siano falsi. È opportuno dunque, a suo avviso, che i cittadini in fatto di religione siano ingannati. Varrone nell'opera Sulla religione non esita a pensarla alla medesima stregua 56. Bella religione questa, a cui il debole si rivolgerebbe per esser liberato e mentre cercherebbe la verità che lo liberi, dovesse credere che gli conviene essere ingannato. Negli scritti di Scevola è detto anche perché egli rifiuti la figura degli dèi data dai poeti. Essi tratteggiano gli dèi in maniera che non possono neanche essere paragonati a persone oneste, poiché presentano l'uno che ruba, l'altro che va a donne, cioè che fanno o dicono qualcosa di assolutamente indecente. Inventano che tre dee hanno gareggiato per il premio di bellezza e che le due sconfitte da Venere hanno fatto distruggere Troia, che Giove si muta in toro o in cigno per andare a letto con una donna, che una dea si accoppia con un uomo, che Saturno divora i figli, che infine nulla si può inventare di incredibilmente vizioso che non si trovi nelle loro poesie ed è assolutamente sconveniente alla natura degli dèi. O Scevola, pontefice massimo, abolisci gli spettacoli se ci riesci, ordina ai cittadini che non presentino agli dèi immortali onori, durante i quali si prende gusto ad ammirare i delitti degli dèi e, dove è possibile, ad imitarli. Se il popolo ti risponderà: "O pontefici, siete stati voi a importare per noi questi spettacoli"; prega gli dèi, dietro cui istigazione li avete ordinati, che la smettano di comandare che siano loro offerti. Se quelle azioni sono malvagie e quindi da non attribuirsi assolutamente alla maestà degli dèi, la colpa maggiore è degli dèi stessi perché impunemente possono essere inventate nei loro riguardi. Ma non ti ascoltano, sono demoni, insegnano la depravazione, si dilettano dell'immoralità, non solo non considerano un torto se si inventano questi episodi nei loro confronti, anzi non possono sopportare il torto che non siano rappresentati durante le loro feste. Se poi ti appelli a Giove contro di loro, soprattutto perché vengono rappresentati parecchi suoi delitti negli spettacoli teatrali, anche se considerate Giove il dio da cui è retto e ordinato al fine questo mondo, da voi gli si rivolge il più grande insulto appunto perché ritenete di adorarlo assieme a loro e affermate che è il loro re.

Gli dèi non danno il dominio.
28. È assurdo dunque che abbiano potuto accrescere e difendere l'impero romano dèi simili che sono placati o piuttosto chiamati in giudizio da simili onori, perché è più grave il reato che si dilettino dei loro falsi delitti che se li avessero commessi davvero. Se avessero tale potere, assegnerebbero un dono così grande piuttosto ai Greci che, per quanto attiene a questi aspetti della religione, cioè agli spettacoli teatrali, hanno onorato gli dèi in una forma più rispettosa e conveniente. Infatti essi non si sottrassero alla critica dei poeti da cui, come osservavano, anche gli dèi erano colpiti e diedero loro il permesso di maltrattare gli uomini a loro volontà e non giudicarono infami gli attori ma li considerarono degni di cariche elevate 57. Come infatti i Romani hanno potuto avere la moneta aurea, sebbene non adorassero il dio Aurino, così avrebbero potuto avere quelle di argento e di bronzo se non avessero adorato Argentino e il di lui padre Bronzino. E così per le altre cose che mi dà fastidio passare in rassegna. Allo stesso modo dunque non potrebbero avere il dominio contro il volere del vero Dio; e se avessero ignorato o anche disprezzato questi dèi falsi e molti e avessero conosciuto il Dio uno e l'avessero onorato con fede e moralità autentiche, avrebbero in questo mondo un dominio più perfetto, qualunque estensione avesse, e dopo la vicenda terrena ne riceverebbero uno eterno sia che in questo mondo lo avessero o non lo avessero.

Fallito auspicio della imbattibilità di Roma.
29. E cosa significa che hanno considerato un bellissimo auspicio il fatto ricordato dianzi, che Marte, Termine e Giovinezza non vollero ritirarsi dal loro posto neanche per riguardo a Giove re degli dèi? Ha avuto questo significato, rispondono i pagani, che la gente di Marte cioè di Roma non avrebbe ceduto a nessuno il territorio che avesse occupato, che per la virtù del dio Termine nessuno avrebbe sconvolto i confini di Roma ed anche che per la virtù della dea Giovinezza la gioventù romana non si sarebbe ritirata davanti a nessuno. Riflettano dunque in quale considerazione tengano codesto re dei propri dèi e datore del proprio dominio, dal momento che questi auspici lo considerano come un avversario davanti al quale è nobile non ritirarsi. Comunque se i fatti sono veri, non hanno proprio di che temere. Non ammetteranno infatti che gli dèi si sono ritirati davanti a Cristo, perché neanche con Giove l'hanno fatto. A parte i confini dell'impero, è stato possibile comunque che si siano ritirati davanti al Cristo per quanto riguarda le sedi dei templi e soprattutto il cuore dei credenti. Ma prima che Cristo venisse nel mondo, prima ancora che fossero scritti gli eventi che cito dalla loro letteratura e tuttavia dopo che si ebbe quell'auspicio sotto il re Tarquinio, alcune volte l'esercito romano fu sbaragliato, cioè volto in fuga. Dimostrò così che era falso l'auspicio secondo il quale la dea Giovinezza non avrebbe ceduto a Giove. La gente di Marte in seguito all'invasione vittoriosa dei Galli fu sconfitta nella stessa Roma e i confini dell'impero furono ridotti di molto a causa della defezione di molte città ad Annibale. Così è scomparsa la bellezza dell'auspicio ed è rimasta la ribellione non degli dèi ma dei demoni contro Giove. Un conto è infatti non essersi ritirati e un altro essere ritornati là da dove ci si era ritirati. Comunque anche in seguito nelle regioni di Oriente per decisione di Adriano furono cambiati i confini dell'impero romano. Egli cedette all'impero persiano tre province illustri, l'Armenia, la Mesopotamia e l'Assiria 58. Sembra quindi che il dio Termine che, a sentir loro, proteggeva i confini di Roma, e che secondo quel favorevole auspicio non aveva ceduto a Giove, temeva di più Adriano re degli uomini che Giove re degli dèi. E Termine, in tempi che quasi ricordiamo noi, si ritirò indietro dalle suddette province recuperate in un secondo tempo, quando Giuliano, che si dedicava ai responsi degli dèi, con eccessiva audacia comandò di incendiare le navi da cui erano trasportate le vettovaglie. L'esercito rimastone privo, essendo anche morto l'imperatore per una ferita in battaglia, fu ridotto all'estrema scarsezza di mezzi. Nessuno sarebbe sfuggito, dato che i nemici assalivano da ogni parte i soldati turbati dalla morte dell'imperatore, se con un trattato di pace i confini non fossero stabiliti dove si hanno ancor oggi e fossero fissati non con la grande perdita che Adriano aveva accettato ma con un compromesso. Con un auspicio privo di significato dunque il dio Termine non aveva ceduto a Giove se ha ceduto alla decisione di Adriano, ha ceduto anche alla temerità di Giuliano e alla situazione ineluttabile di Gioviano 59. Queste cose le hanno capite anche i più intelligenti e autorevoli Romani, ma contavano poco contro l'usanza di una città che era legata a riti demoniaci. Anche essi, sebbene capissero che quelle credenze non avevano senso, ritenevano di dover rendere alla natura, posta sotto il dominio assoluto dell'unico vero Dio, quel culto religioso che si deve a Dio, perché erano soggetti, come dice l'Apostolo, alla creatura anziché al Creatore che è benedetto nei secoli 60. Era necessario l'aiuto di Dio che inviasse uomini santi e autenticamente religiosi, i quali subissero la morte per la vera religione affinché le false scomparissero dal mondo.

Giudizio di Cicerone su idolatria e mitologia.
30. Cicerone, pur essendo àugure, schernisce le divinazioni e schernisce gli uomini che regolano le decisioni della vita dalla voce del corvo e della cornacchia 61. Ma questo filosofo accademico, che sostiene il dubbio universale, è immeritevole di avere autorità in materia. Quinto Lucilio Balbo è uno dei dialoganti nel secondo libro della sua opera La natura degli dèi. Questi, sebbene giustifichi ricorrendo alla natura alcune superstizioni di carattere naturalistico e filosofico, tuttavia si scaglia contro l'introduzione delle statue e le leggende. Dice: Lo vedete come dalla scoperta, destinata al benessere e al vantaggio, delle leggi naturali il pensiero sia condotto a rappresentarsi dèi immaginari e falsi? Il fatto ha dato origine a false opinioni, a errori turbolenti e a superstizioni da vecchiette. Ci sono stati resi noti così la fisionomia e l'età e il modo di vestire degli dèi e inoltre il genere, i matrimoni e la parentela e tutte le altre condizioni trasferite sul piano dell'umana debolezza. Infatti sono presentati con le varie emozioni psicologiche. Abbiamo sentito parlare di passioni, inquietudini e collere degli dèi. Gli dèi, come dicono i miti, non andarono esenti da guerre e battaglie. E non solo, come si ha in Omero, gli dèi difesero, chi da una parte e chi dall'altra i due eserciti avversari, ma hanno fatto perfino delle guerre personali, come con i Titani e i Giganti. È proprio da imbecilli credere a certe fole; sono piene di vuotezza e di sovrana stupidità 62. Frattanto ecco le concessioni di coloro che difendono gli dèi. Afferma dunque che queste credenze appartengono alla superstizione e per quanto attiene alla religione espone i concetti che, come sembra, egli deriva dalla dottrina degli stoici. Soggiunge: Non soltanto i filosofi ma anche i nostri antenati hanno distinto la superstizione dalla religione; quelli che pregavano e immolavano per intere giornate, affinché i figli fossero a loro superstiti, furono chiamati superstiziosi 63. Si può ben capire che Cicerone tenta, poiché teme l'usanza della città, di difendere la religione degli antenati e che vuole distinguerla dalla superstizione ma che non trova un motivo plausibile. Dagli antenati sono stati chiamati superstiziosi quelli che pregavano e immolavano per intere giornate. E quelli che hanno introdotto (cosa che Cicerone disapprova) gli idoli degli dèi di differenti età e con diversa foggia di vestire e inoltre il loro genere, matrimonio e parentela, come li chiamavano? Queste forme sono incolpate come superstiziose. Ma è una colpa che coinvolge gli antenati che hanno introdotto e adorato gli idoli, coinvolge lui che, sebbene con una dimostrazione erudita tenti di conseguire la libertà, riteneva necessario rispettare simili credenze. Infatti le idee che proclama con eloquenza in questo dialogo non avrebbe osato neanche borbottarle fra i denti in un'assemblea popolare. Noi cristiani dunque ringraziamo il Signore Dio nostro e non il cielo e la terra, come dice costui, ma lui che ha creato il cielo e la terra. Egli, mediante la sublime umiltà del Cristo, mediante la predicazione degli Apostoli, mediante la fede dei martiri che morirono per la verità e vissero nella verità, attraverso la libera sottomissione dei suoi, ha rovesciato non solo dai cuori credenti ma anche dai templi superstiziosi queste superstizioni che questo Balbo quasi balbettando appena denuncia.

Opportunità della religione popolare secondo Varrone...
31. 1. Che dire dello stesso Varrone il quale, sebbene non in base a una sua opinione, ha posto, e questo mi rincresce, gli spettacoli teatrali fra i riti religiosi? Egli come uomo religioso esorta in molti passi ad onorare gli dèi ma confessa che non condivide con la propria opinione le istituzioni dello Stato romano da lui elencate. Non esita ad ammettere che se avesse dovuto riformare lo Stato avrebbe determinato gli dèi e i loro nomi in base a una formula naturalistica. Ma poiché si trovava in un popolo antico, afferma che è costretto, per quanto riguarda nomi e appellativi, a ritenere la tradizione degli avi, come è stata trasmessa e che ha pubblicato le proprie ricerche con lo scopo che la massa onori gli dèi anziché disprezzarli. Con queste parole egli, uomo veramente intelligente, indica abbastanza chiaramente che non svela tutte le credenze che, se non fossero taciute, potevano essere oggetto di disprezzo non solo per lui ma potevano essere disprezzate anche dalla massa. Avrei dovuto supporre che questo è il suo pensiero se in un altro passo, parlando delle credenze religiose, non dicesse apertamente che vi sono molti fatti veri che è utile per il popolo non conoscere, ma se fossero falsi, è conveniente che il popolo li giudichi diversamente e che per questo i Greci avevano occultato col silenzio e con le mura le iniziazioni misteriche. E con questo ha svelato l'intera trama dei sedicenti sapienti dai quali Stati e popoli sarebbero governati. I demoni malvagi, che tengono sottomessi egualmente ingannatori e ingannati, si dilettano straordinariamente di questo imbroglio. Dal loro dominio ci libera soltanto la grazia di Dio mediante il nostro Signore Gesù Cristo.

...e sua aspirazione al monoteismo.
31. 2. Dice anche il medesimo scrittore, uomo di grande ingegno e cultura, che, a parer suo, hanno afferrato l'idea di Dio soltanto coloro i quali ritennero che egli è un'anima che con movimento razionale ordina il mondo al fine. Egli non ne aveva ancora il vero concetto. Il vero Dio infatti non è anima ma è causa efficiente e principio anche dell'anima. Se tuttavia gli fosse stato possibile essere libero dai pregiudizi della tradizione, avrebbe ammesso egli stesso e convinto gli altri che si deve adorare un solo Dio, il quale, mediante movimento razionale, ordina il mondo al fine. Con lui dunque rimarrebbe da esaminare soltanto il problema che lo considera anima e non piuttosto l'autore dell'anima. Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli dèi senza gli idoli. E soggiunge: Se questa usanza fosse rimasta, gli dèi sarebbero considerati in senso più spirituale 64. A conferma del suo pensiero adduce, fra altre motivazioni, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli dèi abolirono il timore nella loro città e accrebbero l'errore. Saggiamente pensa che data l'assurdità degli idoli gli dèi si possano facilmente disprezzare. Col dire poi che accrebbero e non che diedero inizio all'errore vuol far capire che l'errore già esisteva anche senza gli idoli. Egli dunque dice che soltanto quelli i quali ritengono che Dio è un'anima che governa il mondo hanno afferrato l'idea di Dio e formula il giudizio che senza idoli si pratica una religione più spirituale. È evidente pertanto che si avvicinò molto alla verità. Se avesse potuto qualche cosa contro la lunga durata di un errore così grande, avrebbe creduto che il Dio, da cui è governato il mondo, è uno e avrebbe sostenuto che si deve adorare senza l'idolo. Venutosi a trovare così vicino, si sarebbe accorto del divenire dell'anima, in modo da avvertire che il vero Dio è un essere fuori del divenire e che ha anche creato l'anima stessa. Stando così le cose, gli uomini sapienti non hanno tentato di difendere ma sono stati costretti dall'occulto volere divino ad accettare le varie ridicole credenze del politeismo che hanno passato in rassegna nelle loro opere. Se dunque da me sono stati citati alcuni passi di quelle opere, sono stati citati per rimproverare i pagani i quali non vogliono accorgersi che il sacrificio offerto una sola volta di un sangue altamente santo e il dono della partecipazione dello Spirito ci liberano dal grande e grandemente malvagio potere dei demoni.

Teogonie per una religione politicizzata.
32. Varrone afferma anche che per quanto riguarda le teogonie i cittadini si rivolsero più ai poeti che ai naturalisti e che quindi i suoi antenati, cioè gli antichi Romani, hanno creduto al sesso, alla generazione degli dèi e ne hanno determinato gli accoppiamenti. Il fatto, come sembra, ha quest'unica spiegazione, che fu preoccupazione degli uomini della politica e della cultura ingannare il popolo in materia di religione e indurlo pertanto non solo ad adorare ma anche ad imitare i demoni. E costoro hanno una gran voglia di farlo. E come i demoni possono rendere sottomessi soltanto coloro che abbiano ingannato con la menzogna, così i capi, certo non giusti ma simili ai demoni, col pretesto della religione, convincevano i cittadini sulla verità delle credenze che essi ritenevano una impostura. In questo modo li tenevano sottomessi vincolandoli al vivere associato in forma apparentemente più conveniente. E quale individuo debole e ignorante poteva liberarsi dai capi dello Stato e dai demoni che insieme li ingannavano?.

Dio come assoluto è la vera felicità.
33. Il Dio dunque, che è autore e datore della felicità, poiché egli solo è il vero Dio, dà il dominio terreno ai buoni e ai cattivi, e non per sprovvedutezza e quasi sbadataggine, perché è Dio, e non obbedendo al destino ma mediante un ordinamento, a noi occulto e a lui noto, dei fatti nel tempo. Ed egli non obbedisce come suddito all'ordinamento dei tempi ma lo regge come signore e lo regola come sovrano e dà la felicità soltanto ai buoni. E la felicità, la possono avere e non avere i sudditi, la possono avere e non avere i reggitori ma essa sarà piena soltanto in quella vita in cui non vi saranno più sudditi. E per questo il dominio terreno è dato da lui ai buoni e ai cattivi, affinché i suoi adoratori, ancor fanciulli nel profitto spirituale, non desiderino questi onori come qualche cosa di grande. Ed è nel simbolismo della vecchia alleanza, nella quale era nascosta la nuova, che furono promessi anche doni terreni. Soltanto gli spirituali anche allora comprendevano, sebbene non lo svelassero apertamente, l'eternità che era significata dai beni temporali e i doni di Dio nei quali era la vera felicità.

Popolo ebraico esempio di monoteismo.
34. Quindi affinché si comprendesse che anche i beni terreni, i soli desiderati da coloro che non sono capaci di pensare ai più perfetti, sono posti nel potere dell'unico vero Dio e non dei molti falsi dèi che i Romani di prima hanno ritenuto di dover adorare, Dio da pochi individui fece crescere in numero il suo popolo in Egitto e in seguito lo liberò con mirabili prodigi. Le donne ebree non invocarono Lucina quando dalle mani degli Egiziani che li perseguitavano e volevano uccidere tutti i loro bimbi Dio salvò i loro figli perché aumentassero straordinariamente e il popolo crescesse in maniera incredibile. Essi poppavano senza la dea Rumina, furono posti nelle culle senza Cunina, mangiarono e bevvero senza Educa e Potina; furono allevati senza tanti dèi protettori dell'infanzia, si sposarono senza gli dèi delle nozze, si accoppiarono senza adorare Priapo, senza che invocassero Nettuno il mare si aprì al loro passaggio e sommerse con le acque che rifluirono i loro nemici che li inseguivano. Non invocarono una qualche dea Mannia quando ricevettero la manna dal cielo e quando la rupe percossa zampillò acqua per la loro sete non adorarono le ninfe delle acque. Fecero delle guerre senza i pazzeschi riti di Marte e di Bellona e non vinsero, è vero, senza la vittoria, però non la considerarono una dea ma un favore del loro Dio. Ricevettero inoltre con molto maggiore felicità dal loro Dio le messi senza Segezia, i buoi senza Bovona, il miele senza Mellona, i frutti senza Pomona e in definitiva tutti i beni per i quali i Romani ritennero di dover propiziare la folta schiera dei falsi dèi. E se non avessero peccato contro di lui cadendo per empia curiosità, come stregati da arti magiche, nel politeismo e nell'idolatria e infine uccidendo il Cristo, sarebbero rimasti nel loro regno, anche se non molto esteso ma certamente più felice. Che ora siano dispersi per quasi tutti i popoli della terra è provvidenza dell'unico vero Dio. Così si può appunto provare dalle loro scritture che la distruzione, in ogni parte, degli idoli, altari, boschetti e templi e la proibizione dei sacrifici in onore dei falsi dèi furono preannunziate molto tempo avanti. Altrimenti se fosse scritto nei nostri libri, si potrebbe pensare a una nostra mistificazione. Il seguito si esaminerà nel volume seguente. A questo punto si deve porre un limite alla lunghezza di questo libro.



Autore: Agostino di Ippona
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