Scrutatio.it

La città di Dio - Libro primo: Le sventure umane e la provvidenza

img

Premessa



[Dalle Ritrattazioni 2, 43]
Frattanto Roma fu messa a ferro e fuoco con l’invasione dei Goti che militavano sotto il re Alarico; l’occupazione causò un’enorme sciagura. Gli adoratori dei molti falsi dèi, che con un appellativo in uso chiamiamo pagani tentarono di attribuire il disastro alla religione cristiana e cominciarono a insultare il Dio vero con maggiore acrimonia e insolenza del solito. Per questo motivo io, ardendo dello zelo della casa di Dio 1, ho stabilito di scrivere i libri de La città di Dio contro questi insulti perché sono errori. L’opera mi tenne occupato per molti anni. Si frapponevano altri impegni che non era opportuno rimandare e che esigevano da me una soluzione immediata. Finalmente questa grande opera, La città di Dio, fu condotta a termine in ventidue libri. I primi cinque confutano coloro i quali vogliono la vicenda umana così prospera da ritenere necessario il culto dei molti dèi che i pagani erano soliti adorare. Sostengono quindi che avvengano in grande numero queste sciagure in seguito alla proibizione del culto politeistico. Gli altri cinque contengono la confutazione di coloro i quali ammettono che le sciagure non sono mai mancate e non mancheranno mai agli uomini e che esse, ora grandi ora piccole, variano secondo i luoghi, i tempi e le persone. Sostengono tuttavia che il politeismo e relative pratiche sacrali sono utili per la vita che verrà dopo la morte. Con questi dieci libri dunque sono respinte queste due infondate opinioni contrarie alla religione cristiana. Qualcuno poteva ribattere che noi avevamo confutato gli errori degli altri senza affermare le nostre verità. Questo è l’assunto della seconda parte dell’opera che comprende dodici libri. Tuttavia all’occasione anche nei primi dieci affermiamo le nostre verità e negli altri dodici confutiamo gli errori contrari. Dei dodici libri che seguono dunque i primi quattro contengono l’origine delle due città, una di Dio e l’altra del mondo; gli altri quattro, il loro svolgimento o sviluppo; i quattro successivi, che sono anche gli ultimi, il fine proprio. Sebbene tutti i ventidue libri riguardino l’una e l’altra città, hanno tuttavia derivato il titolo dalla migliore. Perciò è stata preferita l’intestazione La città di Dio. Nel decimo libro non doveva esser considerato un miracolo il fatto che in un sacrificio che Abramo offrì, una fiamma venuta dal cielo trascorse tra le vittime divise a metà 2, perché gli fu mostrato in una visione. Nel libro decimosettimo si afferma di Samuele che non era dei figli di Aronne 3. Era preferibile dire: Non era figlio di un sacerdote. Infatti era piuttosto costume garantito dalla legge che i figli dei sacerdoti succedessero ai sacerdoti defunti; tra i figli di Aronne si trova appunto il padre di Samuele, ma non fu sacerdote. Né si deve considerare tra i figli, nel senso che discendesse da Aronne, ma nel senso che tutti gli appartenenti al popolo ebraico son detti figli di Israele. L’opera comincia così: Gloriosissimam civitatem Dei. Lettera 212/A. Scritta nel 426. Agostino invia a Firmo i XXII ll. de La città di Dio con un riassunto generale e uno particolare a ciascun libro, indicandogli a chi darli a copiare.

Agostino invia cristiani saluti a Firmo, signore egregio e degno d’onore oltre che venerabile figlio
Come ti avevo promesso, ti ho inviato i libri su La città di Dio, che mi avevi chiesti con immensa premura, dopo che li ho riletti; cosa questa che ho fatto sì con l’aiuto di Dio, ma dietro le preghiere di Cipriano, tuo fratello germano e figlio mio, così insistenti come io avrei desiderato mi fossero rivolte. Sono ventidue quaderni ch’è difficile ridurre in un solo volume; se poi vuoi farne due volumi, devi dividerli in modo che uno contenga dieci libri e l’altro dodici. Eccone il motivo: nei primi dieci sono confutati gli errori dei pagani, nei restanti invece è dimostrata e difesa la nostra religione, quantunque ciò sia stato fatto anche nei primi dieci, dov’è parso più opportuno, e l’altra cosa sia stata fatta anche in questi ultimi. Se invece preferisci farne non solo due ma più volumi, allora è opportuno che tu ne faccia cinque volumi, di cui il primo contenga i primi cinque libri nei quali si discute contro coloro i quali sostengono che, alla felicità della vita presente, giova il culto non proprio degli dèi ma dei demoni; il secondo volume contenga i seguenti altri cinque libri i quali confutano coloro che credono debbano adorarsi, mediante riti sacri e sacrifici, numerosissimi dèi di tal genere o di qualunque altro genere, in grazia della vita che verrà dopo la morte. Allora i seguenti altri tre volumi dovranno contenere ciascuno quattro dei libri seguenti. Da noi infatti, la medesima parte è stata distribuita in modo che quattro libri mostrassero l’origine della Città di Dio e altrettanti il suo progresso, o come abbiamo preferito chiamarlo, sviluppo, mentre i quattro ultimi mostrano i suoi debiti fini. Se poi, come sei stato diligente a procurarti questi libri, lo sarai anche a leggerli, comprenderai, per la tua esperienza personale, anziché per la mia assicurazione, quanto aiuto potranno arrecare. Ti prego di degnarti volentieri di dare, a coloro che li chiedono per copiarli, i libri di quest’opera su La città di Dio, che i nostri fratelli di costì a Cartagine ancora non hanno. A ogni modo non li darai a molti, ma solo a uno o al massimo a due; questi poi li daranno a tutti quanti gli altri. Inoltre, il modo con cui darli, non solo ai fedeli cristiani tuoi amici che desiderano istruirsi, ma anche a quanti siano legati a qualche superstizione, dalla quale potrà sembrare che possano essere liberati per mezzo di questa nostra fatica in virtù della grazia di Dio, veditelo da te stesso. Io farò in modo – se Dio lo vorrà – di scriverti spesso per chiederti a quale punto sei giunto nel leggerli. Istruito come sei, non ignori quanto giovi una lettura ripetuta per comprendere quel che si legge. In realtà non v’è alcuna difficoltà di comprendere o è certo minima quando esiste la facilità di leggere, la quale diventa tanto maggiore quanto più la lettura è ripetuta, di modo che mediante la continua ripetizione [si capisce chiaramente quello che, per mancanza di diligenza], era stato duro da intendere. Mio venerabile figlio Firmo, signore esimio e degno d’essere onorato, ti prego di rispondermi per farmi sapere in qual modo sei arrivato a procurarti i libri Sugli Accademici scritti da me poco dopo la mia conversione, poiché in una lettera precedente l’Eccellenza tua mi ha fatto credere che ne era a conoscenza. Quanti argomenti poi comprenda l’opera scritta nei ventidue libri lo indicherà il sommario che ti ho inviato.

Libro Primo - LE SVENTURE UMANE E LA PROVVIDENZA



Premessa
Nell'ideare questa opera dovuta alla promessa che ti ho fatto , o carissimo figlio Marcellino, ho inteso difendere la gloriosissima città di Dio contro coloro che ritengono i propri dèi superiori al suo fondatore, sia mentre essa in questo fluire dei tempi, vivendo di fede , è esule fra gli infedeli, sia nella quiete della patria celeste che ora attende nella perseveranza , finché la giustizia non diventi giudizio e che poi conseguirà mediante la supremazia con la vittoria ultima e la pace finale. È una grande e difficile impresa ma Dio è nostro aiuto. So infatti quali forze si richiedono per convincere i superbi che è molto grande la virtù dell'umiltà. Con essa appunto la grandezza non accampata dalla presunzione umana ma donata dalla grazia divina trascende tutte le altezze terrene tentennanti nel divenire del tempo. Infatti il re e fondatore di questa città, di cui ho stabilito di trattare, nella scrittura del suo popolo ha rivelato un principio della legge divina con le parole: Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili. Anche il tronfio sentimento dell'anima superba vuole presuntuosamente che gli si riconosca fra le glorie il potere, che è di Dio, di usare moderazione con i soggetti e assoggettare i superbi . Perciò anche nei confronti della città terrena la quale, quando tende a dominare, è dominata dalla passione del dominare anche se i cittadini sono soggetti, non si deve passare sotto silenzio, se si presenta l'occasione, ciò che richiede la tematica dell'opera in progetto.

Legge di guerra sospesa in onore a Cristo (1-7)
Le chiese cristiane offrono scampo ai vinti. 1. Da essa infatti provengono nemici, contro i quali deve essere difesa la città di Dio. Di costoro tuttavia molti, rinunciando all'errore d'empietà, divengono in essa cittadini ben disposti. Molti invece sono infiammati contro di lei da odio così ardente e sono ingrati ai benefici tanto evidenti del suo Redentore che oggi non parlerebbero male di lei se nel fuggire il ferro dei nemici non avessero salvato nei luoghi sacri la vita, di cui oggi sono arroganti. Non sono forse contrari al nome di Cristo anche quei Romani che i barbari per rispetto a Cristo hanno risparmiato? Ne fanno fede i sepolcri dei martiri e le basiliche degli apostoli che accolsero nel saccheggio di Roma fedeli ed estranei che in essi si erano rifugiati . Fin lì incrudeliva il nemico sanguinario, qui si arrestava la mano di chi menava strage, là da nemici pietosi venivano condotti individui risparmiati anche fuori di quei luoghi affinché non s'imbattessero in altri che non avevano eguale umanità. Altrove erano spietati e incrudelivano come nemici. Ma appena giungevano in quei luoghi, in cui era proibito ciò che altrove era lecito per diritto di guerra, veniva contenuta l'efferatezza dell'uccidere e il desiderio di far prigionieri. Così molti scamparono. Ed ora denigrano la civiltà cristiana e attribuiscono a Cristo i mali che la città ha subito. Al contrario, non attribuiscono al nostro Cristo ma al loro destino il bene che in onore a Cristo si è verificato a loro vantaggio. Dovrebbero piuttosto, se fossero un po' saggi, attribuire le crudeltà e le sventure che hanno subito dai nemici alla divina provvidenza. Essa di solito riforma radicalmente con le guerre i costumi corrotti degli individui ed anche mette alla prova con tali sventure la vita lodevolmente onesta degli uomini e dopo averla provata o l'accoglie in un mondo migliore o la conserva ancora in questo mondo per altri compiti. Dovrebbero invece attribuire alla civiltà cristiana il fatto che, fuori dell'usanza della guerra, i barbari li abbiano risparmiati, o dovunque per rispetto al nome di Cristo o nei luoghi particolarmente dedicati al nome di Cristo, molto spaziosi e quindi scelti per una più larga bontà di Dio a contenere molta gente. Perciò dovrebbero ringraziare Dio e divenire con sincerità seguaci del nome di Cristo per sfuggire le pene del fuoco eterno, mentre molti lo hanno adoperato con inganno per sfuggire le pene dello sterminio nel tempo. Infatti moltissimi di essi che si vedono insultare insolentemente e sfrontatamente i servi di Cristo son proprio quelli che non sarebbero sfuggiti alla morte e alla strage se non avessero finto di essere servi di Cristo. Ed ora per ingrata superbia ed empia follia si oppongono al suo nome con cuore malvagio per esser puniti con le tenebre eterne; e allora avevano invocato quel nome con parole sia pure false per continuare a godere della luce temporanea.

I templi pagani non offrono alcun scampo.
2. Sono state tramandate tante guerre prima e dopo la fondazione e la dominazione di Roma. Leggano ed esibiscano o che una città sia stata occupata da stranieri con la garanzia che i nemici occupanti risparmiassero coloro che avessero trovati rifugiati nei templi dei loro dèi o che un condottiero di barbari avesse ordinato nel saccheggio di una città di non uccidere chi fosse stato trovato in questo o quel tempio. Al contrario Enea vide Priamo che imbrattava di sangue i fuochi sacri che egli stesso aveva consacrato . E Diomede ed Ulisse, uccisi i custodi del tempio posto sulla rocca, afferrarono la statua di Pallade e con le mani insanguinate osarono toccare le bende verginali della dea. Ma non è vero quel che segue: Da quel fatto la speranza dei Greci fu ricacciata definitivamente in alto mare . Al contrario dopo quel fatto vinsero, distrussero Troia a ferro e fuoco, trucidarono Priamo che si era rifugiato presso l'altare . E Troia non fu distrutta perché perdé Minerva. Ancor prima che cosa aveva perduto Minerva stessa per andare perduta? Forse i custodi? Ma proprio questo è vero perché con la loro uccisione fu possibile trafugarla. Dunque non gli uomini erano difesi dalla statua ma la statua dagli uomini. Perché allora era venerata per custodire la patria e i cittadini se non riuscì a custodire i propri custodi?.

Perfino gli dèi si trovano in difficoltà.
3. Eppure i Romani si rallegravano di avere affidata la propria città alla protezione di questi dèi. O errore degno di tanta commiserazione! E si adirano con noi quando parliamo così dei loro dèi e non si arrabbiano con i propri scrittori. Pagano anzi per pubblicarli e per di più hanno ritenuto degni di compenso da parte dello Stato e di onori gli stessi insegnanti. Adduciamo come esempio Virgilio. I fanciulli lo leggono appunto perché il grande poeta, il più illustre e alto di tutti, assimilato dalle tenere menti non sia dimenticato con facilità, secondo il detto di Orazio: Il vaso di creta conserverà a lungo il profumo con cui è stato riempito appena modellato 2. Presso Virgilio dunque Giunone, ostile ai Troiani, è presentata mentre dice ad Eolo, re dei venti, per istigarlo contro di loro: Una gente a me nemica naviga il mar Tirreno per portare in Italia i vinti penati di Troia . Ma davvero sono stati tanto prudenti da affidare Roma perché non fosse vinta a codesti penati vinti? Giunone però parlava così da donna arrabbiata senza sapere quel che diceva. Ma Enea, chiamato tante volte pio, così narra: Panto di Otreo, sacerdote del tempio di Apollo, con la mano consacrata sostiene i dèi vinti e conduce il nipotino e fuori di sé di corsa si avvicina alle porte . Ed Enea fa capire che a lui gli dèi, giacché non dubita di chiamarli vinti, sono stati affidati e non lui agli dèi, quando gli si dice: Troia ti affida le cose sacre e i propri penati . Dunque Virgilio dichiara vinti gli dèi e affidati a un uomo affinché, sebbene vinti, in qualche modo siano salvati. È pazzia dunque il pensare che è stato saggio l'affidare Roma a tali difensori e che è stato possibile saccheggiarla soltanto perché li ha perduti. Anzi l'onorare dèi vinti come validi difensori significa soltanto conservare non buoni numi ma cattivi nomi. Non è saggio dunque credere che Roma non sarebbe giunta a tanta sconfitta se prima non fossero andati perduti ma piuttosto che da tempo sarebbero andati perduti se Roma non li avesse conservati finché le è riuscito. Ciascuno può notare, purché rifletta, con quanta leggerezza si sia presupposto che essa sotto la protezione di difensori vinti non poteva essere vinta e che è andata perduta perché ha perduto gli dèi custodi. Piuttosto sola causa del perdersi ha potuto essere l'aver voluto dèi difensori che sarebbero andati perduti. Non è dunque che i poeti si divertivano a mentire quando venivano scritti in versi quei fatti sugli dèi vinti, ma la verità costringeva uomini saggi a parlar così. Tuttavia questi concetti si devono esporre diligentemente e diffusamente in altra parte. Ora per un po' sbrigherò, come posso, l'argomento già iniziato sugli uomini ingrati. Essi attribuiscono bestemmiando a Cristo i mali che meritatamente hanno subito a causa della propria perversità. Non si degnano di riflettere che sono risparmiati, anche se non credenti, in onore del Cristo. Usano inoltre contro il suo nome per frenesia di empia perversità quella stessa lingua con cui mentitamente adoperarono il medesimo nome per salvare la vita o per timore la fecero tacere nei luoghi a lui dedicati. Così pienamente sicuri in quei luoghi, sono scampati dai nemici per uscirne fuori a lanciare maledizioni contro di lui.

Confronto fra Cristo e Giunone.
4. Come ho detto, la stessa Troia, madre del popolo romano, non poté difendere nei templi degli dèi i propri cittadini dal fuoco e ferro dei Greci che onoravano gli stessi dèi. Anzi Fenice e il fiero Ulisse, guardie scelte, sorvegliavano il bottino nel tempio di Giunone. In esso vengono raccolti gli oggetti preziosi di Troia sottratti alle case bruciate, gli altari, i vasi d'oro massiccio e le vesti sacre. Stanno attorno in lunga fila fanciulli e madri tremanti . Fu scelto dunque il tempio sacro a una dea sì grande non perché si ritenne illecito sottrarre di lì i prigionieri ma perché si era deciso di chiuderveli. Ed ora confronta con i luoghi eretti in memoria dei nostri Apostoli quel tempio non di un qualsiasi dio subalterno o della turba degli dèi inferiori ma della stessa sorella e moglie di Giove e regina di tutti gli dèi. In esso veniva trasportato il bottino trafugato ai templi incendiati e agli dèi non per esser donato ai vinti ma diviso fra i vincitori. Nei nostri templi invece veniva ricondotto con onore e rispetto religioso ciò che pur trovato altrove si scoprì appartenesse ad essi. Lì fu perduta la libertà, qui conservata; lì fu ribadita la schiavitù, qui proibita; là venivano stipati per divenire proprietà dei nemici che divenivano padroni, qua perché rimanessero liberi venivano condotti da nemici pietosi. Infine il tempio di Giunone era stato scelto dall'avarizia e superbia dei frivoli Greci, le basiliche di Cristo dalla liberalità e anche umiltà dei fieri barbari. Ma forse i Greci nella loro vittoria risparmiarono i templi degli dèi che avevano in comune e non osarono uccidere o far prigionieri i miseri Troiani vinti che ci si rifugiavano. Virgilio, secondo l'usanza dei poeti, avrebbe mistificato quei fatti. Al contrario egli ha narrato l'usanza dei nemici che saccheggiavano le città.

Orrori della guerra civile.
5. Ma anche Cesare, come scrive Sallustio, storico di sicura veridicità, non teme di ricordare tale usanza nel discorso che ebbe al senato sui congiurati: Furono fatti prigionieri ragazze e fanciulli, strappati i figli dalle braccia dei genitori, le madri hanno subito ciò che i vincitori si son permessi, sono stati spogliati templi e case, si sono avute stragi e incendi, infine tutto era in balia delle armi, dei cadaveri, del sangue e della morte . Se avesse taciuto i templi, potevamo pensare che i nemici di solito risparmiavano le dimore degli dèi. E i templi romani subivano queste profanazioni non da nemici di altra stirpe ma da Catilina e soci, nobili senatori e cittadini romani. Ma questi, si dirà, erano uomini perduti e traditori della patria.

La clemenza romana e una dura legge di guerra.
6. Perché dunque il nostro discorso dovrebbe volgersi qua e là ai molti popoli che fecero guerra gli uni contro gli altri e non risparmiarono mai i vinti nei templi dei propri dèi? Esaminiamo i Romani stessi, riferiamoci e consideriamo, dico, i Romani, a cui lode singolare fu detto risparmiare i soggetti e assoggettare i superbi , anche per il fatto che, ricevuta una ingiuria, preferivano perdonare che vendicarsi . Giacché, per estendere il proprio dominio, hanno saccheggiato dopo l'espugnazione e la conquista tante e grandi città, ci si mostri quali templi avevano usanza di esentare perché chiunque vi si rifugiasse rimanesse libero. Forse essi lo facevano ma gli scrittori di quelle imprese non ne hanno parlato? Ma davvero essi che andavano in cerca principalmente di fatti da lodare avrebbero omesso questi che per loro erano nobilissimi esempi di rispetto? Marco Marcello, uomo illustre nella storia di Roma, occupò la ricchissima città di Siracusa. Si narra che prima la pianse mentre stava per cadere e che alla vista della strage versò lagrime per lei. Si preoccupò anche del rispetto al pudore col nemico. Infatti prima che da vincitore desse l'ordine d'invadere la città, stabilì con editto che non si violentassero persone libere . Tuttavia la città fu distrutta secondo l'usanza delle guerre e non si legge in qualche parte che sia stato comandato da un condottiero tanto pudorato e clemente di considerare inviolabile chi si fosse rifugiato in questo o quel tempio . Non sarebbe stato omesso certamente giacché non sono stati taciuti il suo pianto e l'ordine del rispetto al pudore. Fabio che distrusse la città di Taranto è lodato perché si astenne dal saccheggio delle statue. Il segretario gli chiese cosa disponesse di fare delle molte immagini degli dèi che erano state prese. Ed egli abbellì la propria morigeratezza anche con una battuta scherzosa. Chiese come fossero. Gli risposero che erano molte, grandi e anche armate. Ed egli: Lasciamo gli dèi irati ai Tarentini . Dunque gli storiografi di Roma non poterono passare sotto silenzio né il pianto del primo né l'umorismo di quest'ultimo, né la pudorata clemenza del primo né la scherzosa morigeratezza del secondo. Quale motivo dunque di passar sotto silenzio se per rispetto di qualcuno dei propri dèi avessero risparmiato degli individui proibendo in qualche tempio la strage o la riduzione in schiavitù?

Spietata usanza sospesa in onore a Cristo.
7. E tutto ciò che nella recente sconfitta di Roma è stato commesso di rovina, uccisione, saccheggio, incendio e desolazione è avvenuto secondo l'usanza della guerra. Ma si è verificato anche un fatto secondo una nuova usanza. Per un inconsueto aspetto degli eventi la rozzezza dei barbari è apparsa tanto mite che delle spaziose basiliche sono state scelte e designate per essere riempite di cittadini da risparmiare. In esse nessuno doveva essere ucciso, da esse nessuno sottratto, in esse molti erano condotti da nemici pietosi perché conservassero la libertà, da esse nessuno neanche dai crudeli nemici doveva esser condotto fuori per esser fatto prigioniero. E chiunque non vede che il fatto è dovuto al nome di Cristo e alla civiltà cristiana è cieco, chiunque lo vede e non lo riconosce è ingrato e chiunque si oppone a chi lo riconosce è malato di mente. Un individuo cosciente non lo attribuisca alla ferocia dei barbari. Animi tanto fieri e crudeli ha sbigottito, ha frenato, ha moderato fuori dell'ordinario colui che, mediante il profeta, tanto tempo avanti aveva predetto: Visiterò con la verga le loro iniquità e con flagelli i loro peccati ma non allontanerò da loro la mia misericordia .

I mali della storia e la Provvidenza (8-28)


Buoni e cattivi...
8. 1. Qualcuno dirà: Perché questo tratto della bontà di Dio è giunto anche a miscredenti e ingrati? Perché? Certamente perché lo ha compiuto colui che ogni giorno fa sorgere il suo sole sopra buoni e cattivi e fa piovere su giusti e ingiusti . Alcuni di loro riflettendo con ravvedimento su questi fatti si convertono dalla loro miscredenza; altri invece, come dice l'Apostolo, disprezzando la ricchezza della bontà e longanimità di Dio a causa della durezza del loro cuore e di un cuore incapace di ravvedimento, mettono a profitto lo sdegno nel giorno dello sdegno e della manifestazione del giusto giudizio di Dio che renderà a ciascuno secondo le sue azioni . Tuttavia la pazienza di Dio invita i cattivi al ravvedimento, come il flagello di Dio istruisce i buoni alla pazienza. Allo stesso modo la misericordia di Dio abbraccia i buoni per proteggerli, come la severità di Dio ghermisce i cattivi per punirli. È ordinamento infatti della divina provvidenza preparare per il futuro ai giusti dei beni, di cui non godranno gli ingiusti, e ai miscredenti dei mali, con cui non saranno puniti i buoni. Ha voluto però che beni e mali nel tempo siano comuni ad entrambi affinché i beni non siano cercati con eccessiva passione, poiché si vede che anche i cattivi li hanno, e non si evitino disonestamente i mali, poiché anche i buoni spesso ne sono colpiti.

...nel disegno della bontà e giustizia divina.
8. 2. Inoltre differisce molto la condizione tanto di quella che si considera prosperità come di quella che si considera avversità. L'individuo onesto non si inorgoglisce dei beni e non si abbatte per i mali temporali; il cattivo invece è punito dalla sorte sfavorevole appunto perché abusa della favorevole. Tuttavia Dio manifesta abbastanza chiaramente la sua opera spesso anche nel dispensare tali cose. Se una pena palese colpisse ogni peccato nel tempo, si potrebbe pensare che nulla è riservato all'ultimo giudizio. Se al contrario un palese intervento di Dio non punisse nel tempo alcun peccato, si potrebbe pensare che non esiste la divina provvidenza. Lo stesso è per la prosperità. Se Dio non la concedesse con evidente munificenza ad alcuni che la chiedono, diremmo che queste cose non sono di sua competenza. Allo stesso modo se la concedesse a tutti quelli che la chiedono, supporremmo che si deve servirlo soltanto in vista di tali ricompense. Il servizio a lui non ci renderebbe devoti ma interessati e avari. Stando così le cose, buoni e cattivi sono egualmente tribolati, ma non ne consegue che non siano diversi perché non è diversa la sofferenza che gli uni e gli altri hanno sopportato. Resta la differenza di chi soffre anche nella eguaglianza della sofferenza e, sebbene sia comune la pena, non sono la medesima cosa la virtù e il vizio. Come in un medesimo fuoco l'oro brilla, la paglia fuma, come sotto la medesima trebbia le stoppie sono triturate e il grano è mondato e la morchia non si confonde con l'olio per il fatto che è spremuto dal medesimo peso del frantoio, così una unica e medesima forza veemente prova, purifica, filtra i buoni, colpisce, abbatte e demolisce i cattivi. Quindi in una medesima sventura i cattivi maledicono e bestemmiano Dio, i buoni lo lodano e lo pregano. La differenza sta non nella sofferenza ma in chi soffre. Infatti anche se si scuotono con un medesimo movimento, il fetidume puzza disgustosamente, l'unguento profuma gradevolmente.

Anche la sventura dei buoni...
9. 1. Dunque nella desolazione degli avvenimenti passati, se si valutano con la fede, che cosa hanno sofferto i cristiani che non è riuscito a loro vantaggio? Prima di tutto possono riflettere umilmente sui peccati, a causa dei quali Dio sdegnato ha riempito il mondo di tante sventure. E sebbene essi siano ben lontani dagli scellerati, disonesti e miscredenti, tuttavia non si ritengono così immuni dalle colpe da non giudicarsi degni di dover sopportare, a causa di esse, mali nel tempo. Si fa eccezione per il caso che un individuo, pur vivendo onestamente, cede in alcune circostanze alla concupiscenza carnale, sebbene non fino all'enormità della scelleratezza, non fino al gorgo della disonestà e all'abbominio dell'immoralità, ma ad alcuni peccati o rari o tanto più frequenti quanto più piccoli. Eccettuato dunque questo caso, è forse facile trovare chi tratti come devono esser trattati coloro, per la cui tremenda superbia, lussuria, avarizia ed esecrande ingiustizie e immoralità, Dio, come ha predetto con minacce, distrugge i paesi ? Chi tratta con essi come devono esser trattati? Il più delle volte infatti colpevolmente si trascura di istruirli e ammonirli e talora anche dal rimproverarli e biasimarli o perché rincresce l'impegno o perché ci vergogniamo di affrontarli o per evitare rancori. Potrebbero ostacolarci e nuocerci nelle cose del mondo o perché la nostra avidità desidera ancora di averne o perché la nostra debolezza teme di perderle. Certamente ai buoni dispiace la condotta dei cattivi e pertanto non incorrono assieme ad essi nella condanna che è riservata ai malvagi dopo questa vita. Tuttavia, dato che sono indulgenti con i loro peccati degni di condanna perché si preoccupano per i propri sebbene lievi e veniali, giustamente sono flagellati con i malvagi nel tempo, quantunque non siano puniti per l'eternità. Ma giustamente, quando vengono per disposizione divina tribolati assieme ai cattivi, sentono l'amarezza della vita perché, amandone la dolcezza, hanno preferito non essere amari con i malvagi che peccavano.

...rientra nell'ordine...
9. 2. Ma se qualcuno si astiene dal rimproverare e biasimare coloro che agiscono male o perché aspetta un tempo più opportuno o perché teme per essi che da ciò non diventino peggiori o perché potrebbero scandalizzarsi, importunare e allontanare dalla fede individui deboli, che devono essere educati alla bontà e alla pietà, allora evidentemente non si ha l'interesse dell'avidità ma la prudenza della carità. È da considerarsi colpa il fatto che coloro i quali vivono onestamente e detestano le azioni dei malvagi, sono tuttavia indulgenti con i peccati degli altri che dovrebbero redarguire o rimproverare. Lo fanno per evitare le loro reazioni perché non nuocciano loro nelle cose che i buoni usano lecitamente e onestamente ma con desiderio più intenso di quanto sarebbe opportuno per chi è esule in questo mondo e professa la speranza di una patria superiore. Or vi sono individui più deboli che menano vita coniugale, hanno figli o desiderano averli, posseggono casa e famiglia. L'Apostolo si volge loro nelle varie chiese insegnando e istruendo come le mogli devono comportarsi con i mariti e i mariti con le mogli, i figli con i genitori e i genitori con i figli, i servi con i padroni e i padroni con i servi . Costoro con piacere conseguono molti beni temporali e terreni e con dolore li perdono, quindi per mantenerli non osano affrontare coloro la cui vita peccaminosa e delittuosa, a loro avviso, è reprensibile. Ma anche quelli che hanno raggiunto un grado più perfetto di vita, non sono intralciati dai legami coniugali e si limitano nel vitto e nel vestito, nel temere le macchinazioni e la violenza dei malvagi contro il proprio buon nome e incolumità, per lo più si astengono dal riprenderli. Certamente non li temono al punto da giungere a compiere simili azioni a causa delle intimidazioni e perversità dei malvagi. Tuttavia spesso non vogliono rimproverare le azioni, che non compiono assieme ai disonesti, sebbene potrebbero col rimprovero correggerne alcuni, perché, se non riuscissero, la loro incolumità e buon nome potrebbero subire un grave danno. Non lo fanno perché considerano il loro buon nome e la vita indispensabili all'educazione degli uomini, ma piuttosto per debolezza perché fanno piacere le parole lusinghiere e la vita serena e si temono il giudizio sfavorevole del volgo, la sofferenza e la morte fisica, cioè a causa di certi legami della passione e non dei doveri della carità.

...per la loro tiepida testimonianza al bene.
9. 3. Non mi sembra una ragione di poco rilievo che anche i buoni siano colpiti con i cattivi dal momento che Dio vuole punire la immoralità anche con la calamità delle pene nel tempo. Sono puniti insieme non perché conducono insieme una vita cattiva ma perché amano insieme la vita nel tempo, non in maniera eguale, comunque insieme. I buoni dovrebbero averla in minor conto affinché i malvagi efficacemente ammoniti conseguano la vita eterna. E se non volessero esser compagni nel conseguirla, dovrebbero esser sopportati e amati come nemici, giacché finché vivono, non si sa mai se non muteranno in meglio il proprio volere. In proposito, non certamente eguale ma di gran lunga più grave responsabilità hanno coloro ai quali per mezzo del profeta si dice: Egli morrà nel suo peccato, ma io chiederò conto del suo sangue dalla mano della sentinella . Le sentinelle, cioè i capi delle comunità sono stati costituiti nelle chiese proprio perché non si astengano dal rimproverare i peccati. Tuttavia non è del tutto immune da colpa chi, sebbene non sia posto a capo, conosce e trascura di biasimare e correggere molti fatti in coloro, ai quali è unito da particolare condizione di vita, se vuole evitare fastidi in vista di quei beni che in questa vita usa onestamente ma da cui ritrae piacere più del dovuto. Inoltre per i buoni si ha un'altra ragione della loro soggezione ai mali temporali. È il caso di Giobbe. La coscienza dell'individuo nella prova si rende consapevole del disinteressato sentimento di pietà con cui ama Dio.

Per i cristiani rientra nel bene qualsiasi sventura...
10. 1. Considerati attentamente secondo ragione questi fatti, rifletti se ai credenti e devoti sia avvenuto qualche male che non si sia mutato per loro in bene. A meno di pensare eventualmente che è vuoto di significato il detto dell'Apostolo: Sappiamo che a coloro che amano Dio tutte le cose si volgono in bene . Hanno perduto tutto ciò che avevano. Ma anche la fede? anche la pietà? anche il bene della coscienza ricca davanti a Dio ? Queste sono le ricchezze dei cristiani. E l'Apostolo che ne era ricco diceva: È un grande guadagno la pietà con quanto basta. Non abbiamo portato nulla in questo mondo ma non possiamo portar via nulla. Se abbiamo di che mangiare e coprirci, contentiamoci. Coloro che vogliono diventar ricchi incorrono nella tentazione, nello scandalo e in vari desideri stolti e dannosi che infossano l'uomo nella rovina e perdizione. Radice infatti di tutti i mali è l'amore del denaro ed alcuni che in esso sono incorsi si sono allontanati dalla fede e si sono impigliati in molti dolori .

...la perdita delle ricchezze...
10. 2. Torniamo a quelli che hanno perduto le ricchezze nel saccheggio di Roma. Se le consideravano come hanno udito da questo uomo povero nel corpo ma ricco nella coscienza, cioè se usavano del mondo come se non ne usassero , han potuto dire come Giobbe gravemente tentato ma non vinto: Sono uscito nudo dal grembo di mia madre e nudo tornerò alla terra. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, è avvenuto come è piaciuto al Signore; sia benedetto il nome del Signore . Da buon servo dovette considerare come grande ricchezza lo stesso volere del suo Signore, obbedendogli si arricchì nello spirito, non si addolorò perché da vivo fu abbandonato da quelle cose che, morendo, in breve avrebbe abbandonato. I più deboli poi che con una certa avidità si erano attaccati ai beni terreni, sebbene non li preponessero a Cristo, hanno esperimentato perdendoli fino a qual punto peccavano amandoli. Infatti sono stati tanto addolorati quanto si erano impigliati in dolori, secondo il detto dell'Apostolo che dianzi ho citato. Era infatti necessario che intervenisse l'insegnamento delle prove per individui, da cui a lungo era stato trascurato quello delle parole. Infatti quando l'Apostolo dice: Coloro che vogliono diventar ricchi incorrono nella tentazione, eccetera, certamente riprova nelle ricchezze l'amore disordinato, non la facoltà di averle perché in un altro passo ha ordinato: Comanda ai ricchi di questo mondo di non atteggiarsi a superbia e di non sperare nelle ricchezze fallibili, ma nel Dio vivo che generosamente ci dà a godere tutte le cose; agiscano bene, siano ricchi nelle opere buone, diano con facilità, condividano, mettano a frutto un buon stanziamento per il futuro allo scopo di raggiungere la vera vita . Coloro che trattavano così le proprie ricchezze hanno compensato lievi danni con grandi guadagni e si sono più rallegrati delle ricchezze che dando con facilità hanno conservato più sicuramente che contristati di quelle che tenendo strette per timore hanno perduto con tanta facilità. È avvenuto che è stato perduto sulla terra ciò che rincresceva trasferire altrove. Vi sono alcuni che hanno accolto il consiglio del loro Signore che dice: Non accumulatevi tesori sulla terra perché in essa la tignola e la ruggine distruggono e i ladri scassano e rubano, ma mettete a frutto per voi un tesoro nel cielo perché in esso il ladro non arriva e la tignola non distrugge. Dove infatti è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore . Costoro nel tempo della sventura hanno provato quanto furono saggi nel non disprezzare il maestro più veritiero e il custode più fedele e insuperabile del proprio tesoro. Perché se molti si son rallegrati di avere le proprie ricchezze dove per puro caso il nemico non giunse, quanto più tranquillamente e sicuramente poterono rallegrarsi coloro che per consiglio del proprio Dio le hanno trasferite là dove non poteva assolutamente giungere. Per questo il nostro Paolino, vescovo di Nola, da uomo straordinariamente ricco divenuto volontariamente poverissimo e santo di grande ricchezza, quando i barbari saccheggiarono anche Nola, fatto prigioniero, così pregava in cuor suo, come abbiamo appreso da lui personalmente: O Signore, fa' che non mi affligga per l'oro e l'argento; tu sai dove sono tutte le mie cose. Aveva tutte le sue cose in quel luogo, in cui gli aveva insegnato ad accumularle e metterle a frutto colui il quale aveva preannunciato che simili mali sarebbero avvenuti nel mondo. E per questo coloro che avevano obbedito al consiglio del proprio Signore sul luogo e il modo con cui dovevano riporre il tesoro, nelle incursioni dei barbari non perdettero neanche le ricchezze della terra. Ma quelli che han dovuto pentirsi di non avere ascoltato che cosa si doveva fare dei beni terreni, hanno imparato se non in base alla saggezza che doveva precorrere, certamente in base all'esperienza che ne seguì.

...la tortura...
10. 3. Alcuni buoni, anche cristiani, si dirà, sono stati sottoposti a torture perché consegnassero i propri beni ai nemici. Ma costoro non han voluto né consegnare né perdere il bene, di cui essi stessi erano buoni. Se poi han preferito essere torturati che consegnare l'iniquo mammona, non erano buoni. Individui che sopportavano pene tanto grandi per l'oro dovevano essere educati a sopportarne più gravi per il Cristo, per imparare ad amarlo perché arricchisce della felicità eterna chi soffre per lui. Non dovevano dunque amare l'oro e l'argento, poiché fu grande miseria soffrire per essi, sia che fossero occultati con la menzogna o palesati con la verità. Difatti non è stato perduto il Cristo rendendogli testimonianza fra i tormenti e si è conservato l'oro soltanto affermando di non averlo. Quindi erano forse più utili le torture che insegnavano ad amare un bene incorruttibile che quei beni i quali, per farsi amare, facevano torturare i loro possessori senza alcun vantaggio.

...la soggezione della crudeltà...
10. 4. Ma alcuni, si dice, anche se non avevano che consegnare, sono stati torturati perché non creduti. Ma anche costoro forse desideravano di avere e non erano poveri in virtù di una scelta santa. A loro si doveva far capire che non le ricchezze ma gli stessi desideri disordinati sono degni di tali sventure. Se poi non avevano riposto oro e argento per un impegno di vita più perfetto, non so se a qualcuno di loro avvenne di essere torturato perché si è creduto che l'avesse. Ma anche se è avvenuto, certamente chi, fra le torture testimoniava una santa povertà, testimoniava Cristo. Pertanto anche se non è riuscito a farsi credere dai nemici, tuttavia un testimone della santa povertà non poté essere torturato senza la ricompensa del cielo.

...l'inedia...
10. 5. [11.] Ma una fame prolungata, dicono, ha fatto morire anche molti cristiani. I buoni fedeli hanno volto anche questo fatto a proprio vantaggio sopportando con fede. La fame, come la malattia, ha sciolto dai mali di questa vita coloro che ha estinto e ha insegnato a vivere più morigeratamente e a digiunare più a lungo coloro che non ha estinto.

Anche la morte non è l'irrazionale.
11. Ma, soggiungono, molti cristiani sono stati uccisi, molti sono stati sterminati da varie forme di morte per contagio. Se il fatto è penoso, è comunque comune a tutti quelli che sono stati generati alla vita sensibile. Questo so che nessuno è morto se non doveva morire una volta. Il termine della vita eguaglia tanto una lunga come una breve vita. Quello che non è più, non è né migliore né peggiore né più lungo né più breve. Che differenza fa con quale genere di morte si termina la vita se colui, per il quale è terminata, non è più soggetto a morire? Innumerevoli tipi di morte minacciano in un modo o nell'altro ciascun uomo nelle condizioni di ogni giorno della vita presente, finché è incerto quale di esse sopravverrà. Chiedo dunque se è peggio subirne una morendo o temerle tutte vivendo. E so bene che senza indugio si sceglie vivere a lungo sotto l'incubo di tante morti anziché non temerne più alcuna morendo una sola volta. Ma un discorso è ciò che l'istinto atterrito per debolezza rifugge ed un altro ciò che la riflessione diligentemente liberata dal timore dimostra come vero. Non si deve considerare cattiva morte quella che è preceduta da una buona vita. E non rende cattiva una morte se non ciò che segue alla morte. Coloro che necessariamente moriranno non devono preoccuparsi molto di ciò che avviene per farli morire ma del luogo dove saranno costretti ad andare dopo morti. I cristiani sanno che è stata di gran lunga migliore la morte del povero credente tra i cani che lo leccavano che quella del ricco miscredente nella porpora e nella batista . Dunque in che cosa quel ripugnante genere di morte ha danneggiato i morti vissuti bene?.

La privazione della tomba non è il male...
12. 1. Inoltre, dicono, in una strage così grande non si poté seppellire i cadaveri . Ma la fede sincera neanche di questo si preoccupa eccessivamente perché ricorda che le bestie divoratrici non impediranno che risorgano i corpi, di cui non andrà perduto neanche un capello . La Verità stessa non avrebbe detto: Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l'anima , se nuocesse alla vita futura ciò che i nemici hanno deciso di fare dei corpi degli uccisi. A meno che un tizio sia tanto irragionevole da sostenere che coloro i quali uccidono il corpo non si devono temere che prima della morte uccidano il corpo, ma si devono temere che dopo la morte non lascino inumare il corpo ucciso. È falso allora, se hanno tanto potere da esercitare sui cadaveri, ciò che ha detto il Cristo: Essi uccidono il corpo ma dopo non possono fare altro . Ma è impossibile che sia falso ciò che la Verità ha detto. È stato detto appunto che fanno qualche cosa quando uccidono perché vi è sensibilità nel corpo da uccidere, ma poi non hanno che fare perché non vi è sensibilità nel corpo ucciso. La terra dunque non ha ricoperto molti corpi dei cristiani. Nessuno però ha posto fuori del cielo e della terra alcuno di loro, giacché li riempie con la presenza di sé colui che sa da che cosa risuscitare ciò che ha creato. Si dice nel salmo: Han posto i cadaveri dei tuoi servi come cibo agli uccelli del cielo e le carni dei tuoi santi alle belve della terra; hanno versato come acqua il loro sangue alla periferia di Gerusalemme e non vi era chi li seppellisse . Ma è stato detto più per evidenziare la crudeltà di coloro i quali compirono tali azioni che la mala sorte di coloro i quali le subirono. E sebbene agli occhi degli uomini questi fatti siano intollerabili e atroci, tuttavia preziosa alla presenza del Signore è la morte dei suoi santi . Pertanto tutte queste cose, e cioè la preparazione del funerale, l'allestimento della tomba, la parata del corteo funebre sono più una consolazione per i superstiti che aiuto per i trapassati . Se giovasse in qualche modo al miscredente una tomba lussuosa, nuocerebbe al credente una povera o inesistente. Una moltitudine di servi allestì al ricco coperto di porpora un solenne corteo funebre davanti agli uomini, ma ne offrì dinanzi a Dio uno molto più solenne al povero coperto di piaghe il servizio degli angeli che non lo depositarono in un mausoleo di marmo ma fra le braccia di Abramo .

...come mostra anche una certa tradizione pagana.
12. 2. Gli individui, contro cui abbiamo inteso di difendere la città di Dio, scherniscono questi pensieri. Ma anche i loro filosofi hanno disdegnato l'allestimento della tomba . E spesso non si preoccuparono dove rimanessero o di quali bestie divenissero cibo i soldati di tutto un esercito, quando morivano per la patria terrena. In proposito i poeti poterono dire a titolo d'encomio: È coperto dal cielo chi non ha un'urna . A più forte ragione non debbono motteggiare i cristiani a causa dei corpi non sepolti. Ad essi si promette una nuova forma della carne e delle singole membra che nell'attimo indivisibile di tempo dovrà essere restituita e rinnovata non solo dalla terra ma anche dalla più intima struttura degli altri elementi in cui sono tornati i cadaveri decomposti.

Gli onori funebri come opera di umanità.
13. Non per questo si devono abbandonare e trascurare i corpi dei morti, soprattutto dei giusti che avevano la fede, perché di essi l'anima razionale si è servita santamente come di strumenti e mezzi per tutte le opere buone. Se infatti la veste e l'anello di un padre o altro oggetto simile è tanto più caro ai figli quanto è maggiore l'affetto verso i genitori, per nessun motivo si deve trascurare il corpo che portiamo certamente in una più intima unione di qualsiasi vestito. Esso non concerne un ornamento o arnese che s'impiega fuori di noi ma la stessa natura umana. Per questo anche i funerali degli antichi giusti furono preparati con doveroso rispetto, celebrate le esequie, provveduta la tomba ed essi stessi, mentre ancor vivevano avevano dato disposizioni ai figli su la tumulazione ed anche il trasferimento del proprio corpo . Anche Tobia per dichiarazione di un angelo è elogiato per aver meritato presso Dio col seppellire i morti . Lo stesso Signore che doveva risorgere al terzo giorno elogia l'opera buona di una donna pietosa e la elogia come un fatto da ricordarsi perché ha versato un unguento prezioso sopra le sue membra e lo ha fatto per rispetto al suo corpo da seppellire . Nel Vangelo con lode si ricordano coloro che con diligente ossequio si presero cura di coprire e tumulare il suo corpo staccato dalla croce . Tuttavia questi testi biblici non sostengono che vi sia sensibilità nei cadaveri ma indicano, per affermare la fede nella risurrezione, che anche il corpo dei morti rientra nella provvidenza divina la quale dispone anche tali doveri di umanità. Se ne deduce salutarmente quale possa essere il merito delle elemosine che si danno per uomini che vivono e sentono, se davanti a Dio non è perduto neanche ciò che si dà di doverosa cura alle membra esanimi degli uomini. Vi sono anche altre indicazioni che i santi patriarchi diedero in relazione all'inumazione e trasferimento del proprio corpo e vollero far intendere che erano state dette per ispirazione profetica . Ma non è qui il luogo di trattarne a lungo. Basta ciò che è stato detto. Ed anche se le cose necessarie per la sopravvivenza, come vitto e vestiario, possono venire a mancare, sia pure con grave disagio, tuttavia non fiaccano nei buoni la virtù del pazientare e sopportare e non strappano dallo spirito la pietà ma la rendono più viva esercitandola. A più forte ragione dunque, quando mancano i mezzi che di solito si usano per preparare i funerali e tumulare i cadaveri, la mancanza non rende infelici individui già in pace nelle invisibili dimore degli spiriti credenti. E per questo se sono mancati i funerali ai cadaveri dei cristiani nel saccheggio della grande Roma e anche di altri paesi, non è né colpa dei vivi che non han potuto offrirli, né pena dei morti che non possono sentire tale mancanza.

Libertà nella schiavitù.
14. Ma, dicono, molti cristiani sono stati condotti in schiavitù. Sarebbe veramente una grande infelicità se son riusciti a condurli dove non han trovato il loro Dio. Nella sacra Scrittura ci sono parole di grande conforto anche per tale sciagura. Erano prigionieri i tre fanciulli, lo era Daniele, lo erano altri profeti . Ma non mancò loro Dio consolatore. Dunque non ha abbandonato i suoi fedeli posti sotto il dominio di un popolo che sebbene barbaro era di uomini, come non ha abbandonato un suo profeta nel ventre di una bestia . I nostri oppositori preferiscono dileggiare anziché ammettere questi fatti. Eppure ammettono dalla loro letteratura che Arione di Metimna, bravissimo citarista, gettato da una nave, fu accolto sul dorso di un delfino e trasportato a terra . Però l'episodio di Giona, dicono, è più incredibile. Certo che è più incredibile, perché più meraviglioso e più meraviglioso perché opera di un potere maggiore.

L'esempio di Attilio Regolo...
15. 1. Hanno tuttavia anche essi fra i loro uomini illustri un esempio insigne in relazione alla prigionia sopportata anche volontariamente per motivi religiosi. Marco Regolo, condottiero del popolo romano, fu prigioniero presso i Cartaginesi. Costoro stimavano più vantaggioso, che dai Romani fossero restituiti i propri prigionieri anziché tenere prigionieri i loro. Per conseguire l'intento mandarono a Roma con i propri ambasciatori proprio Regolo dopo averlo fatto giurare che sarebbe tornato a Cartagine se non avesse ottenuto ciò che volevano . Egli andò ma in senato sostenne la tesi contraria perché pensava che non c'era tornaconto per lo Stato romano scambiare i prigionieri. Dopo tale discorso dai concittadini non fu costretto a tornare dai nemici. Lo fece spontaneamente perché aveva giurato. Ed essi lo ammazzarono con un supplizio squisitamente atroce. Chiusolo in una stretta cassa di legno, in cui era costretto a stare in piedi, e piantati dei chiodi acuminati nella cassa perché non sì sorreggesse in alcuna parte senza sofferenze terribili, lo fecero morire anche privandolo del sonno. Giustamente dunque gli scrittori lodano una virtù superiore a una sorte tanto triste . Ed egli aveva giurato per gli dèi. Eppure i nostri accusatori ritengono che siano inflitte al genere umano queste calamità perché è stato proibito il loro culto. Ma se essi, che venivano onorati proprio per rendere prospera la vita, hanno voluto o permesso che fossero irrogate a Regolo che giurò il vero tali pene, che cosa più gravemente irati avrebbero fatto se avesse spergiurato? Ma piuttosto perché non dovrei risolvere io stesso il mio dilemma? Egli onorò gli dèi così da non rimanere in patria per fedeltà al giuramento e da non accettare neanche il dubbio di andare altrove e non tornare dai suoi spietati nemici. Se lo stimava vantaggioso per questa vita, dal fatto che ne conseguì una fine così orribile, senza dubbio sbagliava i suoi calcoli. Col suo esempio egli insegnò che gli dèi non aiutano affatto i propri cultori ai fini della felicità temporale, giacché egli fedele nel loro culto fu vinto e fatto prigioniero; e poiché non volle comportarsi diversamente da come aveva loro giurato, morì dopo esser stato torturato con un inaudito e veramente atroce genere di supplizio. Se poi il culto degli dèi procura come ricompensa la felicità dopo questa vita, perché insultano alla civiltà cristiana dicendo che a Roma è capitata quella sventura perché ha cessato di onorare i propri dèi? Anche onorandoli con grande zelo poteva avere la mala sorte che ebbe Regolo. Ma forse contro una verità tanto chiara si resiste con l'irragionevolezza di un accecamento che sbalordisce. Sosterrebbero appunto che tutta la città onorando gli dèi non poteva avere una triste sorte ma che un solo individuo lo poteva. Il potere degli dèi, cioè, sarebbe adatto a proteggere i molti anziché i singoli. Ma la moltitudine è composta di singoli.

...è per tutti un monito alla vera libertà.
15. 2. Se poi dicono che Marco Regolo, anche in prigionia e nelle sofferenze fisiche, poté sentirsi felice a causa di un valore spirituale, si cerchi allora questo valore ideale per cui anche la cittadinanza possa sentirsi felice. Non è vero infatti che da un oggetto è felice la città, da un altro l'individuo, giacché la città non è altro che una moltitudine unanime di individui. Per questo frattanto non metto in discussione quale valore fu in Regolo. Basta per adesso che siano costretti da questo altissimo esempio ad ammettere che gli dèi non si devono onorare per i beni fisici e per le cose che accadono all'uomo dal di fuori. Egli infatti preferì esser privo di tutte queste cose anziché offendere gli dèi, nel cui nome aveva giurato. Ma come dovremmo comportarci con individui che si vantano di avere un tale concittadino e poi temono di avere la città che gli rassomigli? E se non temono questo, ammettano che alla città che, come lui, onorava devotamente gli dèi è potuto accadere un fatto quale accadde a Regolo e non insultino alla civiltà cristiana. Ma la questione è sorta in relazione ai cristiani che furono fatti prigionieri. E allora coloro che da questo fatto oltraggiano con sfrontata sconsideratezza alla religione della vera salvezza, riflettano sul seguente motivo e stiano zitti. Non fu di disonore ai loro dèi che uno scrupoloso loro cultore, nel conservare la fedeltà loro dovuta, rimanesse privo della patria, poiché altra non ne aveva, ed essendo prigioniero fosse ucciso in casa dei nemici attraverso una morte prolungata con un supplizio d'inaudita crudeltà. A più forte ragione dunque non si deve accusare il nome cristiano per la prigionia dei suoi aderenti i quali, aspettando con fede veritiera la patria celeste, sanno di essere esuli anche se sono a casa loro .

La pudicizia non soccombe alla violenza.
16. Pensano anche di lanciare una pesante accusa contro i cristiani quando, per ingrandire gli aspetti dell'occupazione, aggiungono le violenze carnali commesse non solo contro donne sposate e fanciulle ma anche contro alcune persone consacrate. Qui non è in discussione la fede, la pietà e la virtù che si chiama castità. La nostra discussione si restringe per certi limiti fra pudore e ragione. E in proposito non ci preoccupiamo tanto di dare una risposta agli estranei, quanto una consolazione ai nostri. Sia dunque fermamente stabilito che la virtù morale dalla coscienza impera alle membra del corpo e che il corpo diviene santo per l'attitudine di un volere santo. Se il volere rimane stabilmente inflessibile, ogni azione che un altro compie mediante il corpo o nel corpo, se non si può evitare senza peccato proprio non è imputabile a chi la subisce. Ma nel corpo di un altro si può compiere un atto che produce non soltanto dolore ma anche piacere. Ogni atto di questa specie, sebbene non strappi via la pudicizia se conservata con animo irremovibile, tuttavia urta il pudore. Non si creda però che sia avvenuto anche con la volontà della mente ciò che forse non è potuto avvenire senza la voluttà della carne.

Il suicidio è sempre colpevole.
17. E perciò quale umano sentimento non si vorrebbe perdonare alle donne che si uccisero per non subire tale violenza? Però chiunque accusa quelle che non vollero uccidersi, per evitare col proprio atto l'altrui delitto, non può sfuggire all'accusa di stoltezza. Se infatti non è lecito per privato potere uccidere sia pure un colpevole poiché nessuna legge concede tale autorizzazione, certamente anche il suicida è omicida e tanto più colpevole quanto è più incolpevole nei confronti della motivazione per cui ha pensato di uccidersi. Noi condanniamo l'operato di Giuda e l'umana ragione giudica che con l'impiccarsi ha piuttosto accresciuto che espiato l'azione dello scellerato tradimento perché pentendosi a propria condanna col disperare la misericordia di Dio non si lasciò il momento propizio per il pentimento che salva. A più forte ragione dunque si deve astenere dall'uccidersi chi non ha nulla da punire in sé con tale esecuzione. Giuda uccidendosi uccise un delinquente e tuttavia pose termine alla vita rendendosi colpevole della propria morte perché lo era anche di quella di Cristo. Così a causa d'un suo delitto si è giustiziato con un altro delitto. Ma perché un individuo che non ha fatto nulla di male dovrebbe farsi del male e uccidendosi uccidere un innocente per non subire un colpevole e compiere su di sé un proprio peccato perché in lui non se ne compia quello di un altro?

La contaminazione e...
18. 1. Si teme, dicono, che contamini la lussuria dell'altro. Non contamina se è dell'altro, se invece contamina non è dell'altro. Ma la pudicizia è virtù dell'animo ed ha per compagna la fortezza, con cui essa sceglie di sopportare qualsiasi male anziché consentire al male, inoltre l'individuo di animo grande e pudico non ha in suo potere ciò che avviene nella sua carne ma soltanto ciò che accoglie o respinge con la ragione. Chi dunque con la medesima ragione, se è sana, potrebbe pensare che perde la pudicizia se eventualmente nel suo corpo ghermito e violentato si svolge e si compie un atto libidinoso non suo? Se la pudicizia si perde così, certamente la pudicizia non è virtù dell'animo, non appartiene ai beni morali, ma è considerata bene fisico, come il vigore, la bellezza, la salute ed altri se ve ne sono. E la diminuzione di questi beni non diminuisce affatto la rettitudine e l'onestà. Che se la pudicizia è un bene così fatto, a che scopo per non perderla, si resiste anche col pericolo del corpo? Se poi è un bene dell'animo, non si perde anche se il corpo subisce violenza. Che anzi quando il bene di una santa continenza non acconsente alla contaminazione dei desideri carnali, anche il corpo è reso santo. Perciò quando questo bene con inflessibile intenzione continua a non cedere, non si perde neanche la santità del corpo perché persevera la volontà nell'usarne bene e, per quanto da esso dipende, anche la disposizione.

...la pudicizia è nello spirito.
18. 2. Il corpo non è santo perché le sue membra sono integre o perché non è fatto oggetto di toccamenti. In diverse circostanze le membra possono subire violenza anche con ferite. I medici talora provvedendo alla salute compiono in esse degli interventi che lo sguardo rifugge dal vedere. Una ostetrica che esplora con la mano l'integrità di una ragazza, nel controllare, può rovinarla o per cattiveria o per incapacità o per fatalità. Non ritengo che si possa essere tanto insensati da sostenere che per la fanciulla si è perduto anche qualche cosa della santità del suo corpo, sebbene sia perduta la integrità di uno dei suoi membri. Pertanto se rimane l'intenzione dell'animo, per cui anche il corpo ha potuto esser reso santo, la violenza dell'atto libidinoso di un altro non toglie la santità al corpo stesso se la conserva la perseveranza della propria continenza. Se al contrario una donna, avendo depravato la propria coscienza e violata la promessa fatta a Dio, si reca dal proprio seduttore per esser deflorata, possiamo forse, mentre ancor vi si reca, considerarla santa anche nel corpo, se è perduta e distrutta la santità dello spirito, per cui anche il corpo è reso santo? Non sia mai questo errore. Riflettiamo anzi che non si perde la santità del corpo se rimane quella dello spirito, anche se il corpo è stato contaminato, come si perde anche la santità del corpo se è violata la santità dello spirito e il corpo è tuttora illibato. Quindi la donna sopraffatta violentemente e contaminata dal peccato di un altro senza suo consenso non ha nulla da punire in sé con una morte volontaria. A più forte ragione prima che avvenga, perché non si deve commettere un omicidio certo quando è ancora incerto se il delitto, sebbene di altri, sarà compiuto.

Lucrezia uccidendosi...
19. 1. Con questo evidente ragionamento noi affermiamo che anche se il corpo è contaminato, ma il proposito della volontà non muta per consenso al male, il peccato è soltanto di chi si è unito carnalmente con la violenza, non di colei che sopraffatta lo ha subito senza volere. Ma a questo ragionamento oseranno opporsi coloro contro di cui difendiamo la santità non solo della mente ma anche del corpo delle donne cristiane violentate durante l'occupazione di Roma? Essi veramente esaltano per grandi meriti di pudicizia Lucrezia nobile matrona e antica romana. Il figlio di re Tarquinio aveva posseduto con la violenza il suo corpo a scopo di lussuria. Ella indicò il misfatto del giovane dissoluto al marito Collatino e all'amico Bruto, uomini illustri e valorosi, e li indusse alla vendetta. Poi sopportando di malanimo lo sconcio commesso contro di lei si uccise . Che dire? Si deve giudicare adultera o casta? Chi pensa di affannarsi in una discussione simile? Un tale parlando con singolare verità sul fatto ha detto: Cosa meravigliosa, erano due e uno solo ha commesso adulterio . Espressione stupendamente vera. Notando infatti nell'unione carnale dei due corpi la vergognosa passione di uno e la casta volontà dell'altra e riflettendo su ciò che avveniva non nella unione dei corpi ma nella diversità degli animi, ha detto: Erano due e uno solo ha commesso adulterio.

...fu ingiusta contro se stessa...
19. 2. Ma che principio è questo per cui più severamente contro di lei è punito l'adulterio che lei non ha commesso? Il drudo è espulso dalla patria assieme al padre, ella subisce la pena più grave. Se non è impudicizia quella con cui lei riluttante viene violentata, non è giustizia quella con cui lei casta è punita. Mi rivolgo a voi, leggi e giudici romani. Proprio voi avete disposto che è reato uccidere dopo i delitti commessi un delinquente se non è stato condannato. Se dunque si portasse al vostro giudizio questo delitto e risultasse dalle prove che è stata uccisa una donna, non solo non condannata, ma casta e innocente, non colpireste con la dovuta severità chi avesse commesso il reato? Ma lo ha commesso Lucrezia, proprio quella Lucrezia così esaltata ha giustiziato Lucrezia casta, innocente, violentata. Pronunciate la sentenza. E se non potete perché non è presente chi possiate condannare per qual motivo esaltate con tanto encomio l'assassina di una donna innocente e onesta? Ma per nessun motivo la potete difendere presso i giudici d'oltretomba, che appaiono in certi canti dei vostri poeti, appunto perché è posta fra quelli che innocenti si diedero la morte e odiando la luce han gettato l'anima nella tenebra. E se ella desiderasse tornar quassù, la impedisce il destino e la trattiene la squallida palude dalle acque odiate 63. Ma forse non è lì dal momento che si è uccisa non perché innocente ma perché era consapevole della colpa? Se infatti, e questo poteva saperlo soltanto lei, travolta anche dalla propria passione, acconsentì al giovane che la prese con la violenza e per punire in sé il fatto si pentì al punto di pensare di espiarlo con la morte? Ma anche in questo caso non doveva uccidersi se poteva fare presso falsi dèi una salutare penitenza. Ma se è così ed è falso che erano in due e uno solo commise adulterio, ma entrambi commisero adulterio, lui con aggressione palese, lei con assenso nascosto, non si uccise innocente. Quindi si può dire dai letterati suoi difensori che nell'oltretomba non è fra quelli che innocenti si diedero la morte. Ma così il processo si restringe dall'uno e dall'altro canto. Se ha attenuanti l'omicidio, si ratifica l'adulterio; se ha scusanti l'adulterio, si aggrava l'omicidio e non si trova affatto la soluzione al dilemma: se ha consentito all'adulterio, perché è lodata? se era onesta, perché si è uccisa?

...seppure fu casta.
19. 3. Ma a noi nell'episodio tanto celebre di questa donna basta, per confutare coloro che, profani ad ogni concetto di santità, insultano alle donne cristiane violentate durante l'occupazione, ciò che a sua lode più alta è stato detto: Erano in due e uno solo commise adulterio. Dai letterati Lucrezia è stata considerata incapace di macchiarsi di un consentimento da adultera. Quindi il motivo per cui anche non adultera si uccise, e cioè perché non tollerò l'amante, non è amore dell'onestà ma debolezza della vergogna. Si vergognò appunto della dissolutezza dell'altro commessa in lei, sebbene senza di lei. Da donna romana, molto desiderosa di lode, temette si pensasse che ciò che aveva subito violentemente mentre viveva l'avrebbe subito volontariamente se rimaneva in vita. Pensò quindi di usare agli occhi degli uomini come testimone della propria disposizione interiore quella pena perché ad essi non poteva mostrare la propria coscienza. Si vergognò di essere ritenuta compartecipe al fatto se avesse sopportato remissivamente ciò che l'altro aveva compiuto in lei disonestamente. Così non si sono comportate le donne cristiane. Pur avendo subito il medesimo affronto continuano a vivere e non hanno punito in sé il delitto di un altro. Così non hanno aggiunto un proprio delitto a quello d'altri, giacché se i nemici avevano commesso violenza per lussuria, esse avrebbero commesso omicidio per vergogna. Hanno infatti nell'interiorità la testimonianza della coscienza come ornamento della castità. Agli occhi di Dio poi, hanno, e non chiedono altro, poiché non hanno altro per comportarsi onestamente, di non deviare dall'autorità della legge divina, evitando con una colpa il disfavore del sospetto umano.

Il suicidio è omicidio.
20. E a ragione in nessuna parte dei sacri libri canonici si può trovare che ci sia stato ordinato o permesso di ucciderci per raggiungere l'immortalità ovvero per evitare o liberarsi dal male. Al contrario si deve intendere che ci è stato proibito in quel passo in cui la Legge dice: Non uccidere. Da sottolineare che non aggiunge "il tuo prossimo", come quando proibisce la falsa testimonianza: Non fare falsa testimonianza contro il tuo prossimo 64. Tuttavia se qualcuno testimoniasse il falso contro se stesso, non si può reputare immune da questo reato, perché chi ama ha ricevuto da se stesso la misura dell'amore al prossimo. È stato detto appunto: Amerai il prossimo tuo come te stesso 65. Dunque non è meno reo di falsa testimonianza chi testimonia il falso di se stesso che se lo facesse contro il prossimo, sebbene nel comandamento con cui si proibisce la falsa testimonianza, è proibita contro il prossimo e a chi non interpreta rettamente potrebbe sembrare che non è proibito presentarsi come falso testimonio contro se stesso. A più forte ragione dunque si deve intendere che non è lecito uccidersi, giacché nel precetto Non uccidere, senza alcuna aggiunta, nessuno, neanche l'individuo cui si dà il comandamento, si deve intendere escluso. Da ciò alcuni tentano di estendere il comandamento anche alle bestie selvatiche e domestiche, sicché non sarebbe lecito ucciderne alcuna 66. Perché dunque non anche alle erbe e a tutti i vegetali che si alimentano attaccandosi al suolo con le radici? Anche questi esseri, sebbene non abbiano sensazione, si considerano viventi e quindi possono anche morire e di conseguenza anche essere ammazzati, se si usa violenza contro di loro. Per questo anche l'Apostolo, parlando dei loro semi, ha detto: Ciò che tu semini non prende vita se non muore 67; e nel salmo è stato scritto: Uccise le loro viti con la grandine 68. Ma non per questo, quando si ode dire Non uccidere, si deve intendere che è proibito spezzare un ramoscello e prestar fede stupidamente all'errore dei manichei. Lasciamo perdere queste teorie deliranti. E quando si legge Non uccidere, non si deve intendere che sia stato detto degli alberi da frutto, perché non hanno senso, né degli animali irragionevoli che volano, nuotano, camminano, strisciano perché non sono congiunti a noi dalla ragione. Non è stato dato loro di averla in comune con noi. E per questo con giustissimo ordinamento del Creatore la loro vita e morte è stata subordinata alla nostra utilità. Rimane dunque che s'intenda dell'uomo il detto Non uccidere, quindi né un altro né te. Chi uccide se stesso infatti uccide un uomo.

Si considerano alcuni casi.
21. Lo stesso magistero divino ha fatto delle eccezioni alla legge di non uccidere. Si eccettuano appunto casi d'individui che Dio ordina di uccidere sia per legge costituita o per espresso comando rivolto temporaneamente a una persona. Non uccide dunque chi deve la prestazione al magistrato. È come la spada che è strumento di chi la usa. Quindi non trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ingiunto di non uccidere coloro che han fatto la guerra per comando di Dio ovvero, rappresentando la forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè a norma di un ordinamento della giusta ragione, han punito i delinquenti con la morte. Così Abramo non solo non ha avuto la taccia di crudeltà ma è stato anche lodato per la pietà perché decise di uccidere il figlio non per delinquenza ma per obbedienza 69. E a buona ragione si discute se si deve considerare come comando di Dio il caso per cui Iefte sacrificò la figlia che gli andò incontro, giacché aveva fatto voto di immolare a Dio l'essere che per primo gli fosse andato incontro dopo la vittoria 70. Non altrimenti è scusato Sansone per il fatto che si fece schiacciare assieme ai nemici nel crollo della casa 71, giacché una ispirazione divina, che per suo mezzo compiva prodigi, glielo aveva comandato interiormente. Eccettuati dunque questi casi, in cui una giusta legge in generale o in particolare Dio, sorgente stessa della giustizia, comandano di uccidere, è responsabile del reato di omicidio chi uccide se stesso o un altro individuo.

Anche il suicidio per grandezza d'animo...
22. 1. Coloro che si sono uccisi, se forse sono da ammirare per grandezza d'animo, non sono da lodare per rettitudine di giudizio. E se si esamina attentamente la ragione, non si dovrà considerare neanche grandezza d'animo se qualcuno si uccide perché non è capace di sopportare le varie difficoltà o i peccati altrui. Piuttosto si giudica come carattere debole quello che non può tollerare la difficile soggezione della propria sensibilità o la stolta opinione del volgo. Si deve considerare animo più nobile quello che riesce a tollerare piuttosto che a fuggire la vita di stento e a disprezzare alla chiara luce della coscienza il giudizio degli uomini e soprattutto della massa che il più delle volte è avvolto nella foschia dell'errore. E per questo se si deve ritenere un atto di coraggio quando un uomo si dà la morte, si riscontra che ebbe questa grandezza d'animo piuttosto Teombroto 72. Dicono che letto il libro di Platone, in cui questi ha disputato dell'immortalità dell'anima, si gettò da un muro e così da questa vita andò a quella che reputava migliore. Non lo sovrastava nessun caso vero o falso di sventura o di diceria tale che, non potendolo sopportare, si dovesse uccidere. A scegliere la morte e spezzare i dolci legami alla vita gli bastò la sola grandezza d'animo. Tuttavia lo stesso Platone, che aveva letto, poteva insegnargli che fu un gesto più di coraggio che di onestà 73. Questi infatti l'avrebbe fatto certamente per singolare preferenza e anche comandato, se in base all'idea che ebbe dell'immortalità dell'anima non avesse giudicato che non si deve fare, anzi che si deve proibire.

...non è accettabile dal cristiano.
22. 2. [23.] Ma, dicono, molti si sono uccisi per non cadere in mano dei nemici. Adesso non stiamo discutendo se è avvenuto ma se doveva avvenire. La retta ragione si deve anteporre anche agli esempi. Con essa possono concordare anche gli esempi, ma quelli che sono tanto più degni di imitazione quanto più segnalati per religiosità. Non l'han fatto i patriarchi, non i profeti, non gli Apostoli. Lo stesso Cristo Signore, quando consigliò quest'ultimi, se soffrivano persecuzione, di fuggire di città in città 74, poteva consigliarli di uccidersi per non cadere in mano dei persecutori. E se egli non ha né comandato né consigliato che uscissero in questo modo dalla vita i suoi, ai quali, una volta usciti, aveva promesso di preparare una dimora nell'eternità 75, qualunque sia l'esempio che propongono i pagani i quali non conoscono Dio, è chiaro che non è lecito seguirlo da coloro che adorano l'unico vero Dio.

Non probante l'esempio di Catone l'Uticense.
23. Ma anche essi, dopo Lucrezia sulla quale ho sufficientemente espresso la mia opinione, non trovano tanto facilmente qualcuno, sulla cui autorevolezza appoggiarsi, se non il famoso Catone che si uccise a Utica 76. Certamente non è il solo ad averlo fatto, ma siccome era stimato uomo dotto e onesto, a ragione si potrebbe ritenere che onestamente si sia potuto o si possa fare ciò che ha fatto. Ma che dovrei dire del suo gesto? Dico principalmente che i suoi amici, anche essi dotti, che più saggiamente lo sconsigliavano dal farlo, giudicarono il gesto più d'un uomo debole che forte perché in esso si rilevò non l'onestà che evita il disonore ma la debolezza che non regge all'avversità. Lo indicò Catone stesso nei confronti del suo figlio carissimo. Se era disonorevole vivere dopo la vittoria di Cesare, per qual motivo consigliò al figlio tale disonore giacché gli ordinò di affidarsi in tutto alla clemenza di Cesare 77? Perché non lo indusse a morire con sé? Se Torquato, meritandosi lode, uccise il figlio, pur vincitore, che contro l'ordine aveva combattuto i nemici 78, perché Catone vinto risparmiò il figlio vinto se non risparmiò se stesso?. Oppure era più disonorevole esser vincitore contro il comando che tollerare contro l'onore un vincitore? Dunque non ha affatto giudicato che fosse disonorevole vivere dopo la vittoria di Cesare. Altrimenti con la propria spada avrebbe liberato il figlio da questo disonore. Che dire allora? Ma che egli, quanto amò il figlio che desiderò e volle fosse risparmiato da Cesare, tanto invidiò la gloria dello stesso Cesare, o per parlare con maggiore indulgenza, si vergognò di essere perdonato da lui, come si racconta che Cesare stesso ebbe a dire 79.

Regolo superiore a Catone.
24. Questi nostri oppositori non vogliono che reputiamo migliori di Catone il santo uomo Giobbe, che preferì sopportare nel suo corpo mali tanto atroci anziché, dandosi la morte, liberarsi da tutte le sofferenze, o altri santi che, secondo la nostra letteratura, la più illustre per sicura autorevolezza e la più degna di fede, preferirono la schiavitù sotto il dominio dei nemici anziché darsi la morte. Comunque stando alla loro letteratura preferirei a Marco Catone il già ricordato Marco Regolo. Catone infatti non aveva mai vinto Cesare e vinto sdegnò di sottomettersi a lui e scelse di uccidersi per non sottomettersi. Regolo invece aveva già vinto i Cartaginesi e da condottiero romano e con il comando di Roma non aveva riportato una biasimevole vittoria contro i concittadini ma una encomiabile vittoria sui nemici. Ma in seguito vinto da loro preferì tollerarli nella schiavitù anziché sottrarsi ad essi con la morte. Conservò quindi la sopportazione in balia dei Cartaginesi e la costanza nell'amore ai Romani perché non sottrasse dai nemici il corpo vinto e dai concittadini lo spirito invitto. E che non volle uccidersi non lo fece per amore di questa vita. Lo provò quando, a causa della promessa con giuramento, senza alcuna indecisione se ne tornò dagli stessi nemici che aveva danneggiato più con le parole in senato che con le armi in guerra. Pertanto un così eroico sprezzatore della vita, per il fatto che preferì farla stroncare attraverso varie pene da crudeli nemici anziché uccidersi, senza dubbio ha insegnato che il suicidio è un grande delitto. Tra tutti i loro uomini degni di lode e illustri per pregi di dignità umana i Romani non ne presentano uno più grande perché la fortuna non l'ha traviato, in quanto dopo una vittoria così splendida rimase molto povero 80, e la sfortuna non l'ha spezzato, in quanto seppe tornare intrepido verso torture così gravi. Dunque uomini molto coraggiosi e difensori eccellenti della patria terrena, cultori non bugiardi di dèi bugiardi ai quali anzi prestavano un veritiero giuramento, potevano uccidere secondo l'usanza della guerra i nemici vinti, ma vinti dai nemici non vollero uccidersi e non temendo affatto la morte preferirono che gliela infliggessero i nemici anziché procurarsela da sé. A più forte ragione quindi i cristiani, che adorano il vero Dio e sperano ardentemente la patria del cielo, si dovranno astenere da questo delitto se una disposizione divina, o per provarli o per correggerli, li rendesse schiavi per qualche tempo dei nemici. Ma colui che, tanto alto, è venuto per loro a tanta bassezza non li abbandona a questa bassezza, soprattutto perché i diritti dell'autorità militare e dello stesso esercito non li obbligano a uccidere il nemico vinto. Perché dunque dovrebbe insinuarsi un pregiudizio così malvagio che un individuo si debba uccidere o perché un nemico ha peccato o affinché non pecchi contro di lui, se egli non ardisce uccidere lo stesso nemico che ha peccato o peccherà?

Il timore del peccato non deve indurre al suicidio.
25. Ma si deve temere ed evitare che il corpo sottoposto all'atto lussurioso adeschi la coscienza, con un piacere molto eccitante, ad acconsentire al peccato. Dunque, affermano, ci si deve uccidere non a causa dell'altrui peccato ma del proprio prima di commetterlo. Ma la coscienza, la quale fosse più sottomessa a Dio e alla sua sapienza che al corpo e alla sua concupiscenza, non giungerà al punto da acconsentire alla passione della propria carne accesa dalla passione altrui. Tuttavia se è azione detestabile e delitto abominevole anche uccidersi, come dichiara l'evidente verità, non si può essere tanto insensati da dire: "Pecchiamo adesso per non peccare eventualmente dopo; adesso commettiamo un omicidio per non cadere dopo eventualmente in adulterio". E se la disonestà è determinante al punto che non si scelga l'integrità ma il peccato, non è preferibile un adulterio incerto del futuro che un omicidio certo del presente? Non è preferibile commettere una colpa che si espia col pentimento, anziché un delitto così grande, dopo il quale non si lascia il tempo a un salutare pentimento? Ho detto queste cose per quelli o quelle che per evitare non l'altrui ma un proprio peccato e non consentire eventualmente alla propria passione provocata dall'altrui passione reputano di doversi infliggere una violenza tale da morirne. Del resto non avvenga nella coscienza del cristiano che confida nel suo Dio e, posta la fiducia in lui, è sicuro nel suo aiuto, non avvenga, dico, che tale coscienza per qualsiasi diletto carnale ceda all'accettazione dell'atto disonesto. La passione ribelle che sussiste ancora in un corpo moribondo ha il suo movimento quasi per una propria legge indipendentemente dalla legge del nostro volere. A più forte ragione dunque è senza colpa nel corpo di chi non consente, se senza colpa può essere nel corpo di chi dorme.

Violenza e obbedienza a Dio e alle leggi.
26. Ma, dicono, alcune sante donne nel tempo della persecuzione, per sfuggire a coloro che insidiavano la loro pudicizia si sono gettate nel fiume che travolgendole le uccise, con quell'atto morirono e il loro martirio è ricordato con grande venerazione nella Chiesa cattolica. Non oso giudicare arbitrariamente questi fatti. Non so se un'autorità divina, sulla base di testimonianze degne di fede 81, ha indotto la Chiesa a onorare così la loro memoria. Può anche essere che sia così. E se l'hanno fatto non perché umanamente ingannate ma perché ispirate, non per errore, ma per obbedienza? Di Sansone, ad esempio, non è lecito credere diversamente. Dio comanda e fa conoscere il suo comando senza possibilità di equivoco. E allora chi potrebbe reputare reato l'obbedienza, chi potrebbe chiamare in causa l'ossequio della pietà? Ma non per questo non commette delitto chi abbia deciso di sacrificare a Dio il proprio figlio con la giustificazione che Abramo l'avrebbe fatto meritandosi perfino lode. Anche il soldato, quando obbedendo all'autorità sotto la quale è legittimamente costituito, uccide un individuo, non è reo di omicidio in base a qualche legge della sua città. Anzi se non lo facesse, è reo di insubordinazione e di disprezzo all'autorità. Che se lo fa di propria arbitraria autorità, incorrerebbe nel reato di spargimento di sangue umano. Dunque per lo stesso motivo per cui è punito se lo ha fatto senza comando, sarà punito se non lo farà dopo il comando. Che se è così per comando di un'autorità, a più forte ragione lo è per comando di Dio. Chi dunque sa che non è lecito uccidersi, lo faccia pure se lo ha comandato uno di cui non è lecito trasgredire il comando. Accerti soltanto che il comando divino non manchi di autenticità. Noi ci rapportiamo alla coscienza mediante la parola, non possiamo arrogarci il giudizio dei pensieri nascosti. Nessuno sa ciò che avviene nell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui 82. Ma diciamo, affermiamo e dichiariamo in tutti i sensi che non ci si deve infliggere la morte volontaria col pretesto di sfuggire le sofferenze nel tempo perché si incorrerebbe in quelle eterne, o a causa del peccato di un altro perché si commette un proprio gravissimo peccato mentre l'altrui non contaminava, o a causa dei propri peccati passati giacché proprio per essi si ha maggior bisogno di questa vita allo scopo di riscattarli con la penitenza, o col pretesto del desiderio di una vita migliore che si spera dopo la morte perché la vita migliore non accoglie dopo la morte i responsabili della propria morte.

Ineliminabile l'amore alla vita.
27. Avevo cominciato a parlare di un'altra ragione per cui si ritiene vantaggioso uccidersi, cioè per non cadere in peccato se il piacere lusinga o il dolore opprime. Se si dovesse accettare questa ragione, essa si applicherebbe al punto da dover consigliare gli individui di uccidersi preferibilmente quando, mondati col lavacro della santa rigenerazione, hanno ottenuto il perdono di tutti i peccati. Allora, quando sono stati rimessi tutti i peccati passati, è il momento di sfuggire a tutti i peccati futuri. E se questo vantaggio si ottiene onestamente con la morte volontaria, perché non si ottiene preferibilmente allora? Perché il battezzato si risparmia? Perché espone ancora la propria persona ormai libera a tutti i pericoli di questa vita? Sarebbe nel suo immediato potere col darsi la morte evitarli tutti, giacché è stato scritto: Chi ama il pericolo, cadrà in esso 83. Perché dunque si amano tanti e sì grandi pericoli o per lo meno, anche se non si amano, si accettano finché si rimane in questa vita, se è lecito andarsene? O forse una strana bizzarria sconvolge il cuore e lo allontana dal considerare la verità? Ci si dovrebbe uccidere per non cadere in peccato a causa del capriccio di un solo padrone e poi si decide che si deve vivere per sopportare il mondo pieno, a tutte le ore, di tentazioni, di quelle che si temono se si è in balia di un solo padrone e di altre innumerevoli, senza di cui questa vita non si tira avanti. Per qual motivo dunque perdiamo il tempo nei consigli con cui, parlando ai battezzati, procuriamo di infervorarli sia alla integrità verginale sia alla continenza vedovile sia alla fedeltà del vincolo coniugale 84, se abbiamo delle scorciatoie migliori e lontane da tutti i pericoli di peccare? Se potessimo convincere tutti costoro subito dopo la remissione dei peccati di affrontare la morte infliggendosela, li spediremmo più sani e puri al Signore. Ma se qualcuno pensa di tentare e persuadere simile cosa, non dico che è un insensato, ma un pazzo. Con quale faccia dice a un individuo: "Ammazzati per non aggiungere ai tuoi peccati leggeri uno più grave, giacché vivi sotto un padrone dissoluto per barbari costumi"? Con grande disonestà viene a dire proprio questo: "Ammazzati ora che ti son rimessi tutti i peccati per non commetterne altri eguali o anche peggiori, giacché vivi in un mondo dissoluto per tanti piaceri disonesti, forsennato per tante indicibili crudeltà, nemico per tanti errori e paure". Poiché è nefandezza dirlo, è certamente nefandezza uccidersi. Se infatti ci fosse una causa giusta per farlo deliberatamente, senza dubbio non ve ne sarebbe una più giusta. Ma poiché questa non lo è, non ve n'è alcuna.

La violenza subita è stimolo all'umanità...
28. 1. Quindi, o fedeli di Cristo, non sia di disgusto per voi la vostra vita perché la vostra castità è stata di ludibrio per i nemici. Avete un grande e vero conforto se conservate la coscienza tranquilla per non avere acconsentito al peccato di coloro, ai quali fu concesso di peccare contro di voi. E se eventualmente vi chiedete perché fu loro concesso, sublime è la provvidenza del creatore e ordinatore del mondo, i suoi giudizi non si possono conoscere e le sue vie non si possono scorgere 85. Interrogate tuttavia con sincerità la vostra anima se per caso vi siate insuperbite eccessivamente del bene della vostra integrità e continenza o pudicizia e, compiaciute delle lodi degli uomini, abbiate invidiato anche in questo bene le altre. Non imputo ciò che ignoro e non posso ascoltare ciò che il vostro cuore interrogato vi risponde. Tuttavia se vi rispondesse in quel senso, non vi meravigliate che abbiate perduto ciò per cui desideravate di piacere agli uomini e che vi sia rimasto ciò che non si può ostentare agli occhi degli uomini. Se non avete acconsentito a chi peccava con voi, alla grazia divina affinché non fosse perduta si è aggiunto l'aiuto divino, alla gloria umana perché non fosse amata è subentrato l'umano disonore. Consolatevi per l'uno e l'altro aspetto, o anime deboli, da una parte provate dall'altra castigate, da una parte trovate innocenti dall'altra colpevoli. Il cuore di altre invece, se interrogato, potrebbe rispondere che non si sono inorgoglite del bene della verginità o della vedovanza o della fedeltà coniugale, ma nella comprensione verso donne di più bassa condizione hanno esultato del dono di Dio nel timore 86, non hanno invidiato ad alcuna il prestigio di eguale santità e castità. Anzi non considerando la lode umana che di solito è accordata tanto più ampiamente quanto è più raro il bene che merita lode, hanno desiderato piuttosto che fosse maggiore il loro numero anziché distinguersi maggiormente in poche. Anche quelle che sono così, se la dissolutezza dei barbari ne ha violentata alcuna, sappiano spiegarsi come il fatto è stato permesso, non pensino che Dio trascuri queste cose perché permette ciò che non si commette senza colpa. Infatti certi pesi, per dir così, di malvagie passioni sono lasciati cadere per un attuale occulto giudizio divino e sono riservati a un giudizio ultimo palese. Forse costoro che sono consapevoli di non avere avuto il cuore superbo per il dono della castità e tuttavia hanno subito violenza carnale, avevano qualche debolezza nascosta che poteva levarsi in orgoglio se fossero sfuggite all'umiliazione durante l'occupazione. Come dunque alcuni sono stati tolti con la morte perché il male non corrompesse la loro intelligenza 87, così un qualche cosa è stato tolto ad esse con la violenza perché la buona sorte non corrompesse la loro moderazione. Dunque alle une e alle altre, a quelle che erano già orgogliose del proprio corpo perché non aveva subito contatto disonesto di uomo e a quelle che forse potevano insuperbire se neanche dalla violenza dei nemici fosse stato toccato, è stata inculcata l'umiltà, non tolta la castità. L'orgoglio delle prime è stato affrontato perché era dentro, a quello delle altre si è andato incontro perché stava per entrare.

...e alla riflessione.
28. 2. Inoltre non si deve passar sotto silenzio questa considerazione. Alcune delle donne violentate potevano ritenere che il bene della continenza è da annoverarsi fra i beni corporali, che rimane soltanto se il corpo non è contaminato da lussuria, che la santità del corpo e dello spirito non consiste nella forza della volontà aiutata da Dio e che non è un bene che si può togliere anche se lo spirito non vuole. In tal caso questo loro errore è forse scomparso. Quando riflettono infatti sulla coscienza con cui hanno prestato servizio a Dio e per fede incrollabile non pensano di lui che possa in alcun modo abbandonare coloro che prestano tale servizio e lo invocano e non possono dubitare in quale pregio egli tiene la castità, comprendono ciò che ne consegue. Egli infatti non avrebbe permesso che quei fatti accadessero ai suoi santi, se in quel modo poteva esser perduta la santità che ha dato loro e che ama in loro.

Dio e la sua città esule nella terrenità.
29. Dunque tutta la servitù del sommo e vero Dio ha il suo conforto non menzognero e non fondato sulla speranza di cose incerte o caduche; ha anche la stessa vita terrena che non si deve affatto avere in uggia perché in essa la servitù stessa è educata alla vita eterna. Come esule inoltre usa senza rendersene schiava dei beni terreni ed è o provata o purificata dai mali. Ma alcuni insultano la sua moralità e le dicono, quando eventualmente incorre in determinate sciagure temporali: Dov'è il tuo Dio? 88. Dicano loro piuttosto dove sono i loro dèi quando subiscono tali sventure giacché li onorano e si affaticano a farli onorare proprio per evitarle. Essa può rispondere: "Il mio Dio è presente in ogni luogo, tutto in ogni luogo, non limitato nello spazio perché può esser presente senza rivelarsi, assente senza muoversi. Quando mi sprona con le avversità, o soppesa i meriti o punisce i peccati e mi riserva una ricompensa eterna in cambio dei mali temporali religiosamente sopportati. Ma voi chi siete ché si debba parlar con voi per lo meno dei vostri dèi e tanto meno del mio Dio? Egli infatti è terribile su tutti gli dèi perché tutti gli dèi dei pagani sono demoni, il Signore invece ha creato i cieli 89".

I mali dell'eccessivo benessere e potere.
30. Se vivesse il celebre Scipione Nasica, già vostro pontefice, che sotto la paura della guerra punica il senato, giacché si richiedeva un'ottima persona, elesse all'unanimità per accogliere gli dèi della Frigia 90 e che voi non ardireste di guardare in faccia, egli vi frenerebbe da questa vostra sfrontatezza. Perché afflitti dalle avversità vi lamentate della civiltà cristiana? Soltanto perché volete mantenere la vostra dissolutezza e andare alla deriva con costumi pervertiti senza sentire l'asprezza delle difficoltà. Infatti non desiderate avere la pace e abbondare di ricchezze per usar rettamente di questi beni, cioè con moderazione, sobrietà, temperanza e religiosità ma per procurarvi una varietà illimitata di piaceri con sperperi pazzeschi e per far sorgere con la prosperità quei mali nel costume che sono peggiori della crudeltà dei nemici. Ma Scipione, vostro pontefice massimo, quella persona ottima per giudizio di tutto il senato, temendo per voi questa sventura, non voleva che fosse distrutta Cartagine, allora emula della dominazione romana, e si opponeva a Catone il quale sosteneva che doveva essere distrutta 91. Scipione temeva che la sicurezza fosse nemica di animi deboli e pensava che la paura è indispensabile come idoneo tutore di cittadini, per dir così, minorenni. E non s'ingannava. I fatti provarono che aveva ragione. Cartagine fu distrutta, cioè fu allontanata e dissolta la grande paura dello Stato romano. E immediatamente seguirono mali molto gravi originati dal benessere. Infatti fu gravemente lacerata la concordia dapprima a causa di crudeli e sanguinose sedizioni, e subito dopo, data la congiuntura d'infauste circostanze, a causa anche di guerre civili furono compiute grandi stragi, fu versato molto sangue e si accese una sfrenata crudeltà per la cupidigia di confische e rapine. Così quei Romani che a causa di una vita più morale temevano mali dai nemici, essendo venuta a mancare la moralità pubblica, ne dovettero subire più crudeli dai concittadini. E la passione del dominio, che fra i tanti vizi del genere umano si era manifestata più mite nell'intero popolo romano, avendo trionfato in pochi più potenti, domò col giogo della schiavitù anche gli altri dopo averli messi a terra senza più forze.

Volontà di potere e immoralità.
31. E come poteva quietarsi in animi tanto superbi finché con cariche perpetue non fosse giunta al potere monarchico? Ma non si darebbe l'accesso a cariche perpetue se l'ambizione non prevalesse. E l'ambizione può prevalere soltanto in un popolo corrotto dall'amore alle ricchezze e al piacere. E il popolo fu reso dall'eccessivo benessere amante delle ricchezze e del piacere. Per questo Nasica con molta saggezza riteneva che l'eccessivo benessere si dovesse evitare, giacché non voleva che la città nemica più grande, forte e ricca fosse distrutta. Così la passione era inibita dal timore, la passione inibita non portava all'amore del piacere e frenato l'amore al piacere, neanche l'amore alle ricchezze infierisse. Con l'impedir questi vizi sarebbe nata e cresciuta una virtù vantaggiosa per lo Stato e sarebbe rimasta la libertà corrispondente a quella virtù. Da questo fatto anche e da un prudente amor di patria derivò che il sopra ricordato vostro sommo pontefice, eletto, è opportuno ripeterlo, dal senato di quel tempo con votazione unanime alla più alta carica, trattenne il senato, che aveva deciso di costruire la gradinata del teatro, da questo provvedimento e dalla speculazione. Con autorevole discorso li indusse a non tollerare che la depravazione greca s'insinuasse nella virile moralità della patria e si consentisse alla frivolezza straniera di scuotere e svigorire il valore romano. Ebbe tanta influenza con la sua autorità che il consiglio senatoriale, mosso dalle sue parole, proibì perfino che in seguito si disponessero i sedili che, ammucchiati per l'occasione, la cittadinanza aveva già cominciato ad usare per lo spettacolo 92. Con quale ardore egli avrebbe eliminato da Roma perfino le rappresentazioni teatrali, se avesse ardito resistere all'autorità di quelli che riconosceva come dèi, di cui non pensava che fossero demoni malefici o, se lo pensava, riteneva che si dovessero piuttosto placare che disprezzare. Infatti non era stata ancora rivelata ai pagani l'altissima dottrina che purificando il cuore con la fede volgesse l'umano sentimento mediante la pietà terrena a raggiungere le cose celesti e anche sopracelesti e lo liberasse dal dominio di demoni superbi.

Gli dèi vogliono gli spettacoli.
32. Comunque sappiate voi che non lo sapete e riflettete voi che fingete di non sapere e mormorate contro il liberatore da tali padroni. Le rappresentazioni teatrali, gli spettacoli immorali e la frivola licenza sono stati istituiti a Roma non dai vizi degli uomini ma per comando dei vostri dèi. Sarebbe più tollerabile se tributaste onori divini a Scipione che venerare simili dèi. Essi non erano migliori del proprio pontefice. Ed ora, se la vostra intelligenza ubriaca di errori per tanto tempo tracannati vi consente di pensare qualche cosa di sobrio, riflettete. Gli dèi, per sedare il contagio fisico, ordinavano che fossero loro apprestate delle rappresentazioni teatrali 93; il vostro pontefice, per evitare il contagio spirituale, proibiva che fosse costruito il teatro stesso. Se per un residuo di luce mentale ritenete lo spirito superiore al corpo, scegliete chi dovreste venerare. E il contagio non cessò perché in un popolo dedito alla guerra e abituato soltanto agli spettacoli del circo si insinuò la raffinata pazzia degli spettacoli del teatro, ma l'astuzia degli spiriti innominabili, prevedendo che il contagio sarebbe cessato a tempo dovuto, si preoccupò, approfittando della circostanza, di cagionarne non nei corpi ma nei costumi uno molto più grave, di cui particolarmente si compiace. Esso ha accecato la coscienza dei poveretti con tenebre tanto grandi e li ha bruttati di tanto obbrobrio che anche adesso (e forse sarà incredibile se si saprà dai posteri), dopo il saccheggio di Roma, coloro che furono posseduti da tale contagio e poterono fuggendo di lì arrivare a Cartagine, tutti i giorni hanno gareggiato nel far tifo per gli attori nei teatri.

La sventura non corregge i Romani.
33. O menti prive di mente! Questo è non un errore ma una grande pazzia. Mentre, come abbiamo saputo, i popoli di Oriente piangevano la vostra rovina e grandissime città nei più lontani paesi facevano pubblico lutto di compianto, voi cercavate, entravate e riempivate i teatri e facevate cose molto più insensate di prima. Il vostro grande Scipione temeva per voi proprio questo ignominioso contagio delle coscienze, questa rovina della moralità e dell'onestà, quando proibiva la costruzione dei teatri, quando si accorgeva che potevate facilmente essere rovinati dalla prosperità, quando non voleva che foste sicuri dalla paura del nemico. Pensava che non fosse prospero quello Stato in cui le mura rimangono, i costumi crollano. Ma su di voi hanno avuto più influsso ciò che gli empi demoni hanno insinuato di quel che gli individui saggi hanno auspicato. Da ciò dipende che non volete essere incolpati dei mali da voi commessi e incolpate la civiltà cristiana dei mali che subite. Nel vostro benessere voi non cercate lo Stato in pace ma la dissolutezza senza punizione, giacché corrotti nella prosperità non siete riusciti a correggervi nell'avversità. Voleva il grande Scipione che foste impauriti dal nemico perché non vi perdeste nella dissolutezza ma voi, calpestati dal nemico, non avete represso la dissolutezza, avete perduto l'utilità della sventura, siete diventati estremamente infelici e siete rimasti pessimi.

Scampo inusitato nella strage.
34. Tuttavia è dono di Dio che siate ancora in vita. Egli vi ammonisce col perdonarvi affinché vi correggiate col pentirvi e vi ha concesso anche, sebbene ingrati, di sfuggire alle schiere nemiche o perché ritenuti suoi servi o perché rifugiati nelle chiese dei suoi martiri. Si tramanda che Romolo e Remo avessero stabilito un luogo inviolabile. Chi vi si rifugiava era ritenuto immune da reato 94. Cercavano così di aumentare il numero degli abitanti della città da costruire. Fu anticipato un esempio meraviglioso in onore del Cristo. I saccheggiatori di Roma hanno deciso la stessa cosa che avevano deciso prima i suoi fondatori. E che c'è di straordinario se i fondatori per accrescere il piccolo numero dei propri concittadini fecero ciò che hanno fatto i saccheggiatori per conservare il gran numero dei propri nemici?

Commischianza delle due città.
35. La redenta famiglia di Cristo Signore e l'esule città di Cristo Re adduca contro i propri nemici questi argomenti e, se lo potrà, altri in maggior numero e più convenienti. Ricordi però che anche fra i nemici sono nascosti dei futuri concittadini. Non ritenga anche con loro che sia privo di risultato il fatto che, prima di giungere a loro come compagni nella fede, li deve sopportare come avversari. Allo stesso modo sono del loro numero coloro che la città di Dio accoglie in sé, finché è esule in questo mondo, perché uniti nella partecipazione ai sacramenti ma che non saranno con lei nell'eterna eredità dei santi. Di essi alcuni sono celati, altri manifesti. E questi ultimi non si fanno scrupolo di mormorare assieme ai nemici contro Dio, di cui hanno in fronte il sacramento, riempiendo ora i teatri con loro, ora le chiese con noi. Però si deve molto meno disperare della correzione di alcuni, anche se agiscono così, se individui predestinati ad essere amici si celano, ancora sconosciuti a se stessi, fra i nostri avversari più palesi. Infatti le due città non sono riconoscibili in questo fluire dei tempi e sono fra di loro commischiate, fino a che non siano separate dall'ultimo giudizio. Sul loro inizio, svolgimento e fini convenienti tratterò con l'aiuto di Dio ciò che ritengo opportuno per la gloria della città di Dio che splenderà più chiaramente nel contrasto con i caratteri dell'altra.

Progetto della prima e seconda parte dell'opera.
36. Ma devo dire ancora qualche cosa in risposta a coloro che attribuiscono le disfatte dello Stato romano alla nostra religione perché è stato proibito il culto pubblico ai loro dèi. Devo citare le molte e gravi sventure che verranno in mente o che sembreranno sufficienti, capitate alla città e alle province appartenenti al suo impero prima che il loro culto fosse proibito. Le addosserebbero tutte a noi se anche ad esse fosse giunta la nostra religione e impedisse loro allo stesso modo un culto sacrilego. Devo poi dimostrare quali loro istituzioni e per qual motivo Dio si è degnato favorire per accrescere il loro dominio, giacché tutti i regni sono in suo potere; inoltre che quelli che considerano dèi non li hanno aiutati affatto, anzi danneggiati con l'inganno e l'errore. Infine si parlerà contro coloro che, quantunque confutati e convenuti con argomenti convincenti, si affannano a dimostrare che gli dèi non si devono onorare per il benessere della vita presente ma per quello che verrà dopo la morte. E questo, salvo errore, sarà un argomento più faticoso e degno di una più sottile discussione. In essa appunto si argomenterà contro filosofi, non di qualunque risma, ma che presso i Romani sono illustri per altissima fama e la pensano come noi in molte cose relative all'immortalità dell'anima, alla dottrina che Dio ha creato il mondo e alla provvidenza con cui ordina il mondo che ha creato. Ma poiché anche essi si devono ribattere nelle teorie in cui non la pensano come noi, non devo mancare a questo dovere. Dimostrate, cioè, false le obiezioni dei pagani, secondo le forze che Dio mi darà, difenderò la città di Dio, la vera religione e il culto di Dio, perché in lui solo è riposta veramente la felicità eterna. Questa dunque è la fine del primo volume. Riprenderò all'inizio del secondo libro gli argomenti predisposti per il seguito.



Autore: Agostino di Ippona
Visite: 34