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Omelie sulle Beatitudini

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ORAZIONE PRIMA

Quale discepolo del Logos, tra coloro che si sono radunati, è degno di ascendere con Lui dalla terra, dalle cavità terrestri e dai bassi pensieri, fino al monte spirituale della superiore contemplazione? Questo monte mette in fuga ogni ombra che proviene dai cumuli crescenti della malvagità; esso è circonfuso da ogni lato dal raggio della luce vera e nell'aria pura della verità permette di vedere tutto dall'alto, tutto quanto è invisibile a coloro che sono rinchiusi nella caverna. Lo stesso Logos divino, chiamando beati quelli che sono ascesi con Lui, spiega quali e quante siano le realtà che si vedono da questa altura; mostra, per esempio, con un dito, qui il regno dei cieli, là l'eredità della terra superiore; poi mostra la misericordia, la giustizia, la consolazione, l'avvenuta parentela di tutto il creato con Dio e il frutto delle persecuzioni, che è divenire familiari di Dio; il Logos mostra poi quante altre cose è a loro possibile vedere, indicando con il dito, dall'alto del monte, ciò che è scorto dalla superiore visione, attraverso la speranza.

Dal momento che il Signore ascende al monte, ascoltiamo Isaia che grida: "Venite, ascendiamo al monte del Signore" (Is 35,4). Se anche ci asteniamo dal peccato, fortifichiamo, come indica la profezia, le mani abbandonate nella stanchezza e le ginocchia indebolite! se infatti saremo sulla sommità, troveremo colui che medica ogni malattia ed ogni infermità, prendendo su di sé le nostre debolezze e caricandosi delle nostre malattie. Pertanto corriamo anche noi per ascendere al monte, perché stabiliti con Isaia sulla sommità della speranza, possiamo vedere dall'alto tutti quei beni che il Logos mostra a coloro che lo seguono sulla vetta. Il Logos divino dischiuda anche per noi la bocca e ci insegni quelle verità il cui ascolto è beatitudine. Siano per noi l'inizio della contemplazione di quanto abbiamo detto, le parole iniziali del suo insegnamento. "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Se un uomo, avido di ricchezze, trovasse delle lettere che indicano il luogo di un tesoro e se il luogo che contiene il tesoro richiedesse, a coloro che aspirano alle ricchezze lì sepolte, molto sudore e fatica, forse quell'uomo perderebbe coraggio di fronte alle fatiche? Forse trascurerebbe il guadagno? Stimerebbe forse più dolce della ricchezza il non dover sopportare nessuna fatica per lo sforzo? No, certamente no! Chiamerebbe, anzi, tutti i suoi amici a questa impresa e, radunato attorno a sé, da ogni parte e per quanto fosse possibile, l'aiuto necessario allo scopo, grazie al numero della manodopera farebbe suo il bene nascosto. Questo, fratelli, è quel tesoro indicato dalla lettera, ma il bene prezioso è nascosto dall'oscurità. Anche noi, dunque, che aspiriamo all'oro incorrotto, facciamo uso delle molte "mani" della preghiera, così che la ricchezza venga per noi alla luce e tutti ci dividiamo equamente il tesoro e ognuno lo possegga intero. La spartizione della virtù, infatti, è di tale natura che, pur venendo divisa tra tutti coloro che se ne contendono il possesso, in ciascuno è presente tutta intera, senza diminuire in coloro che vi partecipano. Nella spartizione della ricchezza terrena, infatti, colui che ha tratta per sé la parte più grande, commette ingiustizia verso coloro che volevano dividere in parti uguali; infatti rende più piccola la parte dei compagni, chi sovrabbonda nella sua. La ricchezza spirituale, invece, fa come il sole, che si distribuisce a tutti coloro che guardano verso di lui e rimane intero in ciascuno. Poiché dunque si spera, dopo la fatica, un guadagno uguale per ciascuno, uguale per noi tutti sia la collaborazione, attraverso la preghiera, nel richiedere ciò che cerchiamo.

Sul concetto di beatitudine: indica la realtà divina che trascende ogni facoltà umana
Per prima cosa, io dico, bisogna pensare attentamente alla beatitudine, cosa mai essa sia. Beatitudine è il possesso di tutte le cose che sono pensate come bene, a cui non manchi nulla di ciò che un desiderio buono può volere. Per noi potrebbe diventare più chiaro il significato di beatitudine; confrontandolo con il suo contrario. Il contrario di beato è infelice. L'infelicità è la tribolazione nelle prove penose e non volute. L'atteggiamento delle persone che si trovano in queste due situazioni è diametralmente opposto. Sicuramente, infatti, l'uomo che si stima beato, gioisce di ciò che gli è posto innanzi per il suo godimento e se ne compiace, l'uomo che si ritiene infelice, al contrario, si rattrista e si addolora della sua presente condizione. Ciò che è da ritenere veramente beato, dunque, è la divinità stessa. Qualsiasi cosa, infatti, noi stabiliamo che essa sia, la beatitudine è quella vita incorrotta, è il bene ineffabile e incomprensibile, è l'inenarrabile bellezza, è la carità stessa, è la sapienza, la potenza, la luce vera, la sorgente di ogni bontà, la potenza che sovrasta ogni cosa; è il solo amabile, è ciò che permane perennemente inalterato, è il compiacimento senza fine, letizia eterna di cui, se uno dicesse tutto ciò che può, non direbbe nulla di ciò che la sua dignità comporta. Il pensiero, infatti, non può giungere a comprendere ciò che la beatitudine è e se anche riuscissimo a pensare, riguardo ad essa, qualche cosa di ciò che è più sublime, l'oggetto del nostro pensiero non potrebbe essere comunicato con nessun discorso.

Nell'uomo "immagine di Dio" si riflettono i "caratteri" della beatitudine trascendente. Cristo rivela questi caratteri oscurati dal peccato.
Poiché chi plasmò l'uomo lo fece ad immagine di Dio, si dovrebbe, di conseguenza, ritenere beato ciò che è chiamato con tale denominazione per partecipazione alla vera beatitudine. Come per la bellezza fisica il bello archetipo è presente nel volto vivente e sostanziale e viene al secondo posto, per imitazione, ciò che si mostra nell'immagine, così, anche la natura umana, che è immagine della beatitudine trascendente, reca impressa in se stessa il carattere della bellezza del bene, ogni qual volta mostra in sé le impronte dei beati caratteri. Ma poiché la lordura del peccato rovinò la bellezza dell'immagine, giunse chi ci lavò con la sua acqua, acqua vivente che zampilla per la vita eterna, così che noi, deposta la vergogna del peccato, fossimo di nuovo rinnovati, secondo la forma della beatitudine. E, come nell'arte della pittura, l'intenditore potrebbe dire agli inesperti che è bella quella figura composta da certe parti del corpo: da una certa capigliatura, da certe orbite oculari, da una certa linea della sopracciglia, da una certa posizione delle guance, insomma da tutte quelle parti, una per una, per cui la bellezza della forma è completa, così anche colui che dipinge la nostra anima per imitazione dell'unica beatitudine, descrive nel discorso, una per una, le disposizioni che tendono alla beatitudine e dice, prima di tutto: "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Ma che guadagno trarremo dalla munificenza, se non ci sarà chiarito il significato riposto in quelle parole? Anche nell'arte medica, infatti, molti farmaci preziosi e di difficile reperimento, rimangono inutili e sconosciuti, per coloro che non li conoscono, finché non si apprenda dalla Medicina a che cosa sia utile ciascuno di essi.

La povertà di spirito è la povertà di vizi.
Che cosa è dunque la povertà di spirito che permette di impadronirsi del regno dei cieli? Nella Scrittura abbiamo imparato due generi di ricchezza; una è ricercata con sollecitudine, l'altra è condannata. è ricercata la ricchezza della virtù, rigettata quella materiale terrena, poiché una è possesso dell'anima, l'altra, al contrario, è conforme all'inganno dei beni sensibili. Perciò il Signore vieta di accumulare quel tipo di tesoro che giace esposto al pasto delle tarme e all'insidia dei ladri [Mt 6,19]. Egli ordina invece di avere sollecitudine per la ricchezza di quei beni superiori che la corruzione non può intaccare. Parlando di tarme e di ladro Egli indicò colui che rovina i tesori dell'anima. Se dunque si oppongono la povertà e la ricchezza, certamente, secondo l'analogia, anche la povertà che è insegnata nella Scrittura è doppia. L'una è da rigettare, l'altra è da stimarsi beata. Colui che è povero di temperanza, o del prezioso bene della giustizia, o della sapienza, o della prudenza, o di qualsiasi altro tesoro prezioso, risulta povero e privo di beni, mendico, afflitto per la privazione e da compassionare per la povertà di beni preziosi. Colui che, al contrario, è povero volontariamente di tutto ciò che viene pensato come male e non tiene nessun tesoro diabolico custodito nei suoi magazzini, ma vivendo di spirito si guadagna, grazie ad esso, il tesoro della povertà dei vizi, questo dovrebbe trovarsi in quella povertà beata indicata dal Logos, il cui frutto è il regno dei cieli.

La povertà di spirito, come umiltà d'animo, è uno degli attributi divini che l'uomo può imitare.
Ma torniamo ad occuparci del tesoro, e non discostiamocene, rivelando, grazie allo scavo della parola, ciò che è nascosto. "Beati -Egli dice- i poveri di spirito". è già stato detto prima, e ora di nuovo sarà ripetuto, che lo scopo della vita secondo virtù è la somiglianza con Dio. Ma ciò che è impassibile e privo di corruzione sfugge completamente all'imitazione degli uomini. Non è possibile, infatti, che la vita immersa nelle passioni si renda simile alla natura che è impassibile. Se dunque, come dice l'Apostolo [1Tm 6,15], solo il divino è da stimarsi beato e la comunione di beatitudine avviene per gli uomini mediante la Somiglianza di Dio e, infine, l'imitazione del divino è impossibile, allora la beatitudine è irraggiungibile per l'uomo. Ma vi sono degli attributi della divinità che vengono proposti come possibili da imitare per coloro che vogliono. Quali sono dunque questi attributi? Mi sembra che per povertà di spirito il Logos intenda l'umiltà d'animo volontaria. Come modello di quest'ultima l'Apostolo ci mostra la povertà di Dio, quando dice di Lui "pur essendo ricco, si fece povero a causa nostra, perché noi diventassimo ricchi grazie alla sua povertà" [2Cor 8,9]. Considerando dunque che tutte le altre perfezioni contemplate nella natura divina oltrepassano la misura della natura umana e che l'umiltà è connaturale e congeniata a noi che camminiamo sul suolo terrestre e che siamo fatti di terra e verso la terra rifluiamo, se tu, per quanto è possibile alla tua natura, avessi imitato Dio, ti saresti rivestito tu stesso della forma della beatitudine. E nessuno creda che conquistare la perfezione dell'umiltà d'animo sia cosa semplice o priva di fatica. Al contrario, nulla di ciò che è praticato per virtù è in ugual modo faticoso. Perché? Perché mentre l'uomo che aveva ricevuto i buoni semi dormiva, il seme principale della messe contraria, che è presso il nemico della nostra vita, la zizzania della superbia, attecchiva. Il nemico, infatti, nello stesso modo e per la stessa causa per cui precipitò sulla terra, trascinò nella comune rovinosa caduta il misero genere umano e non vi è per la natura umana nessun altro male simile a quello che si generò per la superbia. Poiché dunque la passione dell'alterigia è in qualche modo naturale per quasi tutti coloro che partecipano della natura umana, il Signore inizia da qui le beatitudini. Egli raccomanda, per estirpare la superbia dalla nostra costituzione, quale male primordiale, di imitare Colui che si fece povero di sua volontà, che è l'unico veramente felice, perché noi, per quanto ci è possibile, diventiamo simili a Lui, resi somiglianti dalla scelta di farsi poveri e miriamo alla comunione della beatitudine. Sia in noi, dice l'Apostolo [Fil 2,5-7], questo sentimento che fu anche di Cristo, che pur esistendo in forma di Dio, non ritenne oggetto di rapina il suo essere uguale a Dio, ma umiliò se stesso assumendo forma di schiavo. Che cosa c'è di più umile per il re degli esseri di entrare in comunione con la povertà della nostra natura? Re dei re, signore dei signori, liberamente prese la forma della schiavitù. Il giudice di ogni cosa diviene tributario di coloro che detengono il dominio. Il signore della creazione scende in una grotta, colui che ha tutto nelle sue mani non trova posto nell'albergo, ma è esposto in una mangiatoia di animali irragionevoli. Lui che è puro e privo di commistione, accoglie la lordura della natura umana e attraversando tutta la nostra povertà, giunge fino all'esperienza della morte. Guardate qual è la misura della povertà volontaria! La vita gusta la morte; il giudice è condotto a giudizio; il signore della vita di tutti gli esseri è soggetto alla sentenza del giudice; il re di tutte le potenze sopramondane non sfugge alle mani dei carnefici. Perciò, dice l'Apostolo, volgi lo sguardo al modello e alla misura dell'umiltà d'animo.

Vanità della superbia: gli invalicabili limiti della condizione terrena.
Mi pare giusto, però, esaminare subito attentamente anche l'assurdità del vizio contrario, così che la beatitudine diventi per noi effettiva una volta che l'umiltà d'animo sia realizzata con completa facilità. Come infatti i medici esperti, una volta tolta la causa che origina la malattia, hanno facilmente ragione del male, così anche noi, smorzata la superbia di coloro che sono accecati dalla febbre del ragionamento, rendiamoci facilmente accessibile la via dell'umiltà d'animo. Come si potrebbe meglio mostrare la vanità dell'alterigia, da quale altro punto si potrebbe partire, se non indicando quale sia la natura umana? Colui, infatti, che volge lo sguardo a se stesso e non alle realtà che lo circondano, non dovrebbe, ragionevolmente, incorrere in questo vizio. Che cosa è dunque un uomo? Vuoi che pronunci il più solenne e il più pregevole dei discorsi? Ma anche colui che vuole ornare la nostra condizione e rendere più grande di quanto non sia la nobiltà umana, afferma che l'origine della natura dell'uomo viene dal fango; la nobiltà e la grandiosità dell'orgoglio hanno dunque la stessa natura del mattone. Se poi intendi per origine della natura umana la generazione, continua e alla portata di tutti, vattene, non proferir parola a questo proposito, non mormorare, non rivelare, come dice la Legge, la vergogna del padre e della madre, non rendere pubblico, con la parola, ciò che avrebbe bisogno di nascondimento e di profondo silenzio. E non arrossire, fantoccio di terra, cenere tra non molto, tu che trattieni in te stesso il soffio di breve durata, come quello di una bolla, tu che sei pieno di superbia e ardente di alterigia e che gonfi la mente con il tuo pensiero vano! Non vedi entrambi i confini della vita dell'uomo, come essa inizia e in che cosa termina? Ma tu ti insuperbisci nella giovinezza e guardi al fiore dell'età e ti orni della primavera degli anni perché le tue mani smaniano per la voglia di muoversi e i tuoi piedi sono leggeri nel saltare e la treccia fluttua nell'aria. La prima barba si delinea sulle guance e la tua veste fiorisce nel colore della porpora; sono ricamati per te i tessuti di seta, istoriati con scene di guerra o di fiere o con altre storie; tu guardi anche i calzari, accuratamente lucidati di nero, resi piacevoli dai disegni sui fermagli. A tutto ciò volgi lo sguardo e non guardi te stesso.

L 'inganno delle passioni: la vita come "sogno"; la vita come "messa tn scena".
Ti mosterò io, come in uno specchio, chi sei e quale sei. Non hai visto al cimitero i misteri della nostra natura? L'ammucchiarsi continuo delle ossa, i crani denudati delle carni, che ispirano qualche cosa di pauroso e di orrido, dagli occhi svuotati? Hai visto le bocche che digrignano i denti e il resto delle membra in balia del caso? Se hai visto questi spettacoli in essi hai contemplato te stesso. Dove sono, dunque, i segni della presente età fiorente? La bellezza fiera che lampeggia negli occhi sotto l'arcata delle sopracciglia? Dove la dritta narice che sta nel mezzo delle belle guance? Dove le chiome che scendono sul collo, le trecce che circondano le tempie? Dove le mani che tirano l'arco, i piedi che cavalcano? Dove sono la porpora, il bisso, la sopravveste, la cintura, i sandali, il cavallo, la corsa, il fremito? Dov'è tutto ciò, per cui ora cresce la tua superbia? Dov'è, in quell'ossame, ciò per cui ora ti innalzi e insuperbisci? Che sogno è mai questo, così privo di consistenza? Che fantasie oniriche sono mai? Quale ombra è così inconsistente, sfuggendo al tatto, come il sogno della gioventù che svanisce nel momento stesso in cui appare? Rivolgo queste considerazioni a coloro che in gioventù, a causa dell'incompiutezza dell'età, sono fuori di senno. Che cosa si potrebbe dire, poi, di coloro che sono ormai arrivati a quel punto in cui l'età è avanzata, la cui condotta è inquieta e in cui la malattia della superbia aumenta? Essi pongono a tale condotta malata il nome di carattere. Un'elevata posizione di comando e lo spadroneggiare grazie ad essa, sono il fondamento di tale superbia. Sono affetti da questa passione, infatti, sia coloro che sono al potere, sia coloro che si preparano ad esso e succede anche che i racconti relativi al potere, rinfocolino di nuovo la malattia già cessata. Quale parola sarà in grado di penetrare nelle loro orecchie ostruite dalla voce degli araldi? Chi persuaderà coloro che sono in questa situazione, a non ritenersi diversi da chi va in trionfo sotto un baldacchino? Anche tra loro vi sono di quelli, che pur curati nella persona, secondo l'arte degli esperti, con la veste di porpora cosparsa d'oro, pur seguendo il trionfo sotto il baldacchino, non si lasciano penetrare per nulla, per simili circostanze, dalla malattia della superbia. Essi mantengono la stessa disposizione d'animo prima e durante il corteo trionfale e non si rattristano quando scendono da cavallo e quando si spogliano della loro pompa. Coloro invece, che per la loro carica, vanno in trionfo sulla scena della vita, non considerando né il vicino passato né il prossimo futuro, scoppiano come bolle al soffio. Costoro si gonfiano nella stessa maniera di una bolla alla voce stentorea dell'araldo e si applicano la forma di un volto altrui, mutando l'espressione naturale del proprio viso in un atteggiamento grave e pauroso; escogitano una voce più terribile della propria, trasformandola in un verso feroce, per spaventare chi ascolta. Non rimangono entro i limiti umani, ma rivendicano per sé la potenza e l'autorità divina. Si credono, infatti, signori della vita e della morte perché, chi tra loro è giudice, per gli uni decide l'assoluzione, per gli altri stabilisce la condanna a morte; non considerano chi è veramente il signore della vita umana; lui solo definisce l'inizio e la fine dell'essere. Questo sarebbe perciò sufficiente a reprimere l'orgoglio: vedere molti potenti rapiti sulla stessa scena del comando, dal mezzo dei loro seggi e trasportati nelle tombe sotto cui il piano sostituisce la voce degli araldi. Come può dunque essere signore della vita altrui colui che è straniero alla propria? Costui, dunque, se è povero di spirito, volgendo lo sguardo a Colui che per noi, liberamente si è fatto povero e guardando a colui che condivide la stessa dignità di natura, non sarà arrogante verso il suo simile, ingannato dalla tragica finzione del potere, e sarà veramente felice di cambiare l'umiltà momentanea con il regno dei cieli.

La povertà beata è anche la povertà materiale.
Non rigettare, fratello, anche l'altro discorso, relativo alla povertà che ci avvicina alla ricchezza celeste. "Vendi tutti i tuoi beni -dice il Signore- dalli ai poveri, poi seguimi e avrai un tesoro nei cieli" [Mt 19,27]. Simile povertà, in effetti, non mi sembra in disaccordo con quella che è ritenuta beata. "Guarda tutto ciò che avevamo; abbandonatolo ti abbiamo seguito! -dice il discepolo al Signore- che cosa dunque ci sarà per noi?". Qual è la risposta? "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Vuoi comprendere chi sia il povero di spirito? è colui che ha fatto il cambio del benessere materiale con la ricchezza celeste, colui che si scuote di dosso la ricchezza terrestre come un peso, per essere trasportato in alto nell'aria, come dice l'Apostolo [1Ts 4,17], elevato su una nube fino a Dio.

L'oro è un bene pesante, pesante è ogni genere di materia ricercata con cura per la ricchezza. Leggera ed elevante è invece la virtù. Certo sono opposte una all'altra la pesantezza e la leggetezza. è dunque impossibile che diventi leggero colui che ha spinto se stesso nella pesantezza della materia. Se dunque è necessario salire alle cose di lassù, diventiamo poveri di ciò che trascina in basso, perché possiamo dimorare anche noi nelle regioni superiori. Quale sia il modo ce lo indica il salmo: "Egli ha dato con larghezza ai poveri, la sua giustizia rimane nei secoli dei secoli" [Sal 111,9]. Colui che spartisce i suoi beni con il povero, si stabilirà dalla parte di Colui che si fece povero per noi. Si fece povero il Signore: non aver paura neanche tu della povertà! Ma Colui che si fece povero per noi, regna su tutto il creato. Se dunque tu ti farai povero con chi si fece povero, regnerai anche tu con chi regna. "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli"; voglia il cielo che anche noi siamo fatti degni di questo regno, in Cristo Gesù, nostro Signore, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE SECONDA



"Beati i miti perché erediteranno la terra". La scala delle beatitudini: il principio della consequenzialità.
Coloro che salgono in alto con una scala, quando calcano il primo gradino, grazie ad esso si portano su quello superiore e, di nuovo, il secondo gradino conduce al terzo colui che sale e questo al successivo e quello al gradino dopo di lui. Così anche colui che sale, sollevandosi dal luogo in cui si trova sempre più su, arriva fino al culmine della salita. Con quale mira inizio da queste considerazioni? A me pare che l'ordine delle beatitudini si disponga quasi come quello dei gradini, rendendo facilmente percorribile al discorso la salita dall'una all'altra. Colui, infatti, che è salito con la mente al primo grado della beatitudine, per una necessaria consequenzialità dei pensieri, raggiunge quello successivo, sebbene il discorso, ad un primo momento, sembri strano. "Non è possibile -dirà forse colui che ascolta- che, seguendo la disposizione dei gradini, l'eredità della terra venga dopo il regno dei cieli; se il discorso doveva seguire la natura degli esseri, era più conseguente che la terra fosse posta prima del cielo, dal momento che per noi l'ascesa è dalla terra al cielo". Ma se saremo, per così dire, sollevati in alto dalla parola divina e se ci stabiliremo nelle regioni superiori alla volta celeste, troveremo là la terra sovraceleste che è lasciata in eredità a coloro che hanno vissuto secondo virtù; non deve pertanto sembrare errato l'ordine della sequenza delle beatitudini: prima i cieli, poi la terra che ci è proposta da Dio nelle promesse.

La pedagogia linguistica del Logos
Tutto ciò che si manifesta ai sensi del corpo è totalmente affine al sensibile. Sebbene, infatti, il cielo sembri essere superiore per l'elevatezza del luogo, tuttavia è inferiore all'essenza intellettuale, che è impossibile raggiungere con il ragionamento, senza che questo, prima, oltrepassi con la ragione ciò che è raggiunto dai sensi. Nessuna meraviglia, dunque, se la regione superiore è chiamata con il nome di terra; infatti il Logos, che è sceso verso di noi perché a noi non era possibile elevarci fino a Lui, è disceso fino alla pochezza del nostro udito. Perciò Egli ci consegna i misteri divini con parole e nomi a noi conosciuti, facendo uso di quei suoni che la consuetudine della vita umana comprende. Nella promessa precedente a questa, infatti, chiamò quell'indicibile beatitudine celeste "regno". Intendeva, dunque, qualche cosa di simile a ciò che comporta il regno terreno? Dei diademi circonfusi dello splendore delle pietre? Vesti splendenti di porpora che mandano dolci riflessi agli occhi bramosi? Intendeva forse vestiboli, tendaggi, troni sublimi, dorifori ed ogni altro spettacolo di questo genere, tragica rappresentazione, sulla scena della vita, di coloro che esaltano il fasto del potere più del dovuto con simili spettacoli? Ma poiché il nome di regno è qualche cosa di grande e superiore a tutte le aspirazioni degli uomini durante la vita, Egli fece uso, per questo, di tale nome per indicare i beni superiori; nello stesso modo, se ci fosse stata per gli uomini un'altra realtà, superiore al regno, certamente Egli avrebbe elevato l'anima dell'uditore al desiderio dell'indicibile felicità con il nome di quella. Non era possibile, infatti, che con nomi propri fossero rivelati agli uomini quei beni che trascendono la sensazione e la conoscenza umana. Infatti dice l'Apostolo: "Occhio non vide e orecchio non udì, né entrò in un cuore di uomo" [1Cor 2,9]. Ma perché la beatitudine sperata non sfugga alla nostra mira, ascoltiamo quanto ci vien detto su questi beni ineffabili, così, come è possibile alla miseria della nostra natura. L'omonimia, pertanto, non trascini di nuovo la tua ragione dalla terra sopra i cieli a quella di quaggiù, ma, se sei stato elevato dal Logos con la beatitudine precedente e sei entrato nella speranza celeste ricerca con me quale sia quella terra che è eredità non di tutti, ma solo di quelli giudicati degni di quella promessa per la mansuetudine della vita. Il grande Davide, che la Sacra Scrittura testimonia essere stato, tra i suoi contemporanei, mansueto e paziente, credo avesse previsto questa terra per ispirazione dello Spirito e che già possedesse per fede quanto sperava, quando diceva: "Credo di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi" [Sal 26,13]. Io dico che il profeta non ha chiamato terra dei viventi questa, che produce tutto ciò che è mortale e di nuovo disgrega tutto ciò che da essa si genera; egli sapeva che terra dei viventi è quella in cui la morte non ha accesso, in cui la via dei peccatori non è battuta, su cui non si mostra traccia di vizio, su cui il seminatore di zizzania non traccia il solco con l'aratro della malvagità; è la terra che non produce punte e spine; in essa vi è l'acqua del riposo, il luogo verdeggiante, la fonte divisa in quattro rivi, la vite coltivata dal Dio dell'universo e quante altre cose ascoltiamo, per via di enigmi, dall'insegnamento ispirato da Dio. Se il nostro intelletto considera la terra sublime che si contempla sopra i cieli, in cui è fondata la città del Re, di cui si raccontano cose gloriose, come dice il profeta [Sal 86,3], a buon diritto non dovremmo stupirci dell'ordine consequenziale delle beatitudini. Non sarebbe conveniente, io credo, che fosse questa quaggiù la terra di benedizioni offerte alla speranza di coloro che, come dice l'Apostolo, saranno rapiti sulle nubi per l'incontro, nell'aria, con il Signore e così saranno con Lui per sempre. Che necessità hanno, ancora, della terra di quaggiù coloro la cui vita è sospesa alla speranza? Infatti "saremo rapiti sulle nubi per l'incontro con il Signore, nell'aria, e così saremo con Lui per sempre" [1Ts 4,17].

Non sempre la mitezza è virtù; carattere dinamico della virtù.
Ma vediamo di quale virtù sia premio l'eredità di quella terra. "Beati i miti -dice infatti il Signore- perché erediteranno la terra". Che cos'è la mitezza? Perché il Logos chiama beata la mitezza? Non mi pare sia giusto ritenere egualmente virtù tutti quanti gli aspetti della mitezza, se si intende come suo significato l'esser placido o, unicamente, l'essere lento nelle reazioni. Nelle corse, infatti, chi va con calma non ha miglior successo di chi si affretta e nel pugilato chi ha difficoltà di movimento non sottrae la corona della vittoria al suo avversario. Anche noi corriamo per il premio della chiamata superiore. L'apostolo Paolo ci indica, simbolicamente, di accrescere la velocità della corsa quando dice "Correte così da ottenere" [1Cor 9,24]. Egli stesso, infatti, con un movimento sempre più impetuoso si spingeva in avanti, lasciandosi alle spalle il passato; egli era anche un pugile veloce ed agile: stabile sui suoi passi, con le mani ben armate, non lanciava nel vuoto, vanamente, l'arma che teneva in mano, ma assaliva l'avversario al momento opportuno, percuotendolo nel corpo. Vuoi conoscere l'arte del pugilato di Paolo? Guarda le ferite dell'antagonista, guarda le lividure del rivale, i segni di chi è stato vinto! Certamente tu non ignori il rivale che gli si contrappone attraverso la carne e che Paolo rende livido con l'arte del pugilato, lacerandolo con le unghie della continenza; il rivale le cui membra egli uccide con la fame, la sete, il freddo, la nudità e su cui getta le impronte del Signore; non ignori il nemico che egli vince nella corsa, lasciandolo dietro a sé perché i suoi occhi non siano ottenebrati, mentre quello corre avanti. Se dunque Paolo è veloce e scattante nelle gare, Davide allunga i passi nell'inseguimento dei nemici [Sal 17,17ss] e lo sposo nel Cantico è paragonato ad un capriolo per l'agilità del movimento [Ct 8,9], poiché spicca balzi sui monti e salta sulle alture (e si trovano molti simili esempi in cui vale di più la velocità del movimento della mitezza), in che senso, qui, il Logos, quasi in forma di precetto, chiama beata la mitezza? "Beati i miti -Egli dice infatti- perché erediteranno la terra". Quella terra, certamente, che è feconda di bei frutti, su cui ondeggiano le fronde dell'albero della vita, che è irrigata dalle fonti delle grazie spirituali, su cui germina la vera vite, il cui agricoltore, noi udiamo, è il Padre del Signore. Ma sembra che il Logos ci insegni tale sapienza: grande è la prontezza verso il vizio e la natura inclina al peggio. Come avviene per i corpi: la pesantezza li fa rimanere del tutto immobili rispetto a ciò che è in alto, ma se vengono fatti cadere a capofitto da una altura superiore, precipitano in basso con tale stridore, poiché il loro peso accresce il loro moto, che la velocità acquistata supera la possibilità di descrizione a parole. Poiché in questi casi la prontezza è pericolosa, dovrebbe essere stimato beato ciò che è pensato nella disposizione contraria rispetto ad essa. E questa è la mitezza che è l'atteggiamento tardo e lento rispetto agli impulsi della natura. Come il fuoco, che ha una natura che si muove sempre verso l'alto, è immobile verso la direzione contraria, nello stesso modo la virtù, che è pronta e veloce verso le realtà superiori non diminuendo mai di velocità, si arresta di fronte all'impulso contrario. Poiché dunque, secondo la nostra natura, la velocità nei vizi sovrabbonda, giustamente è chiamata beata la lentezza nei loro confronti. Infatti la quiete nei confronti dei vizi è testimonianza di movimento verso ciò che è superiore. Per rendere chiaro il discorso sarebbe meglio fare degli esempi tratti dalla vita. Il movimento della libera scelta di ciascuno ha una doppia direzione: secondo il suo arbitrio si dirige verso ciò che gli sembra opportuno, di qui la saggezza, di là dissennatezza. Ora ciò che si dice, in particolare, dell'aspetto, questo si intenda anche, in generale. La condotta dell'uomo, infatti, si scinde compIetamente negli impulsi contrari: l'irascibilità si oppone alla mitezza, l'orgoglio alla moderatezza, l'invidia alla benevolenza, la disposizione amorevole e pacificante alla malevolenza.

All'uomo è impossibile l'apátheia: la mitezza come misura delle passioni.
Poiché dunque la vita dell'uomo è materiale, le passioni riguardano le cose materiali e ognuna di esse ha un veloce ed irrefrenabile impulso alla pienezza del piacere (la materia, infatti, è pesante e trascina in basso) per questo il Signore non chiama beati coloro che vivono raccolti in se stessi, estranei alle passioni (non è infatti possibile, durante un'esistenza materiale, condurre perfettamente una vita completamente immateriale e impassibile), ma dichiara che la mitezza è il limite della virtù accettabile nella vita della carne ed afferma che è sufficiente per la beatitudine l'essere mite. Egli, infatti, non prescrive assolutamente alla natura umana l'impassibilità. Non è degno di un giusto legislatore, infatti, ordinare quanto è impossibile alla natura. è come se uno volesse trasferire in una vita aerea quanto vive d'acqua o, di nuovo, trasferire nell'acqua quanto vive di aria. Conviene, invece, che la legge sia proporzionata alla potenza corrispondente e sia secondo natura. Per questo la beatitudine non esorta ad esser privi di passioni ma esorta alla misura ed alla mitezza. Il primo caso, infatti, è possibile solo fuori della natura, il secondo, invece, è realizzabile tramite la virtù. Se dunque la beatitudine stabilisse la completa immobilità nei confronti del desiderio, vana ed inutile per la vita sarebbe la benedizione. Chi, infatti, potrebbe raggiungere tale meta, essendo un'unione di carne e sangue? Ora, Egli non dice che è condannato colui che ha desiderato in qualche circostanza, ma colui che si è attirato la passione con premeditazione. Il fatto che nascano talvolta simili impulsi è predisposto, spesso, dalla debolezza a cui è mischiata la natura e non è intenzionale. Non lasciarsi trascinare dall'impeto della passione come in un torrente, ma rimanere in piedi, coraggiosamente, di fronte ad essa e respingere con i ragionamenti la passione, questa è opera di virtù! Beati dunque coloro che non sono facili ai movimenti passionali dell'anima, ma sono mantenuti calmi dalla ragione; in essi, il ragionamento, tenendo a freno come una briglia gli impulsi, non lascia che l'anima sia trascinata nel disordine. Si potrebbero notare, nella passione dell'iracondia, degli aspetti così negativi da farci considerare ancor meglio quanto sia beata la mitezza. Infatti, non appena una parola, un'azione o il sospetto di cose più spiacevoli abbia sollevato una simile malattia ed il cuore ribolla nel sangue, anche l'anima si drizza per la vendetta. Come i racconti mitici trasformano, per una sorta di droga, in forme di esseri irrazionali, così improvvisamente si può vedere l'uomo diventare per l'ira un porco o un cane o una pantera o un altro simile animale; l'occhio è iniettato di sangue; il capello è dritto e irsuto; la voce si fa aspra e irritata nelle parole; la lingua è intorpidita dalla passione e non risponde più agli stimoli interni; le labbra sono serrate, non articolano parole e non riescono a tener chiuso nella bocca l'umore che si è formato a causa della passione, ma espellono con le mani e i piedi ed ogni atteggiamento del corpo, poiché ciascuna delle membra è disposta dalla passione. Se dunque l'iracondo fosse ridotto in tal modo e colui che volge lo sguardo alla beatitudine riuscisse, invece, a calmare il male con sguardo fermo e voce tranquilla, come un medico cura con la sua arte chi si comporta in modo indecente a causa di una malattia mentale, non dirai tu stesso, confrontando i due, che miserabile e nauseante è il primo, ridotto ad animale e beato è il mite, che non perverte la sua dignità per il vizio del vicino. Che il Logos abbia dinnanzi agli occhi soprattutto questa passione è chiaro dal fatto che ci prescrive la mitezza dopo l'umiltà. Sembra infatti che si ottenga l'una dall'altra e che il fondamento dell'umiltà sia come una madre per l'habitus della mitezza. Infatti se tu elimini l'orgoglio della condotta, la passione dell'ira non ha occasione di nascere. La tracotanza e il disonore sono la causa di simile debolezza negli iracondi. Il disonore non ha appiglio su coloro che si sono educati nell'umiltà. Se uno, infatti, avesse purificato il ragionamento dall'inganno umano e vedesse la pochezza della natura di cui partecipa, da quale principio trae origine e a quale fine si conduce l'estrema brevità di questa vita, e vedesse il sudiciume unito alla carne e la povertà della natura che non basterebbe a se stessa per il proprio sostentamento, se non supplisse alla necessità con l'abbondanza degli animali; se vedesse, costui, oltre a ciò, anche dolori, afflizioni e disgrazie ed i vari generi di mali a cui soggiace la vita umana e da cui non vi è nessuno che sia libero e immune per natura, guardando con cura queste cose, con l'occhio dell'anima purificato, non si adirerebbe facilmente per la mancanza di onori. Al contrario, riterrebbe un inganno l'onore presentatogli, per qualche ragione, dal suo vicino, poiché non c'è per noi, in natura, nulla che possa avere comunanza con l'onore, salvo l'anima, il cui onore non consiste in ciò che si cerca in questo mondo. Il vantarsi per la ricchezza, infatti, il gloriarsi per la nobiltà, il mirare alla gloria, l'apparire superiore al vicino per quelle cose di cui consistono gli onori umani, tutto ciò costituisce una distruzione dell'anima. Se l'ira non è presente, la vita trascorre calma e tranquilla. Ora, ciò non è null'altro che la mitezza, il cui fine è la beatitudine e l'eredità della terra celeste in Cristo Gesù, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE TERZA



"Beati coloro che piangono, perché saranno consolati". Paradossalità della terza beatitudine.
Non siamo ancora saliti sulla cima, ma siamo appena alle pendici del monte dei pensieri. Sebbene noi abbiamo già superato due cime, elevati attraverso le beatitudini alla beata povertà e alla mitezza, che è più in alto della povertà, il Logos ci conduce oltre verso cime più sublimi e ci mostra nelle beatitudini anche la terza, successiva altura. Noi dobbiamo correre verso questa cima, rifuggendo da ogni lentezza e dal peccato, che è sempre in agguato con i suoi allettamenti, come dice l'Apostolo [Eb 12,22], affinché, divenuti leggeri ed agili sulla vetta, ci avviciniamo, grazie all'anima, alla luce più pura della verità. Perché dunque viene detto: "Beati coloro che piangono, perché saranno consolati"? Riderà colui che ha una mentalità mondana e dileggerà il Logos. Se sono chiamati beati coloro che passano la vita in ogni sorta di disgrazie, conseguentemente saranno stimati miseri coloro che conducono un'esistenza esente da dolori e da sciagure. E così, enumerando le specie delle disgrazie, aumenterà la derisione generale, mentre costui presenta alla sguardo i mali della vedovanza, le pene dell'essere orfani, le perdite finanziarie, le sciagure navali, l'esser fatti prigionieri in guerra, le sentenze ingiuste in tribunale, l'esilio, le confische di proprietà, la perdita dell'onore. Ricorderà le disgrazie portate dalle malattie, come mutilazioni e amputazioni ed ogni sorta di deturpamento fisico. Esporrà dettagliatamente nel suo discorso, qualsiasi genere di male si presenti in questa vita agli uomini, colpisca esso il corpo o l'anima. Grazie a ciò costui mostrerà, seguendo la sua opinione, quanto siano ridicole le parole che chiamano beati coloro che piangono. Ma noi che siamo poco preoccupati di coloro che hanno una considerazione meschina e misera dei pensieri di Dio, ci occuperemo, per quanto possibile, della ricchezza profonda che giace in ciò che è stato detto, affinché sia chiaro, anche attraverso questa spiegazione, quanto è grande la differenza della mentalità carnale e mondana, da quella sublime e celeste.

Beato è il pianto che segue il riconoscimento dei peccati.
è facile, in un primo momento, ritenere beato quel pianto che segue gli errori ed i peccati, secondo l'insegnamento di Paolo sulla tristezza. Egli dice [2Cor 7,10] che non esiste un'unica forma di tristezza, ma una è mondana, l'altra opera secondo Dio. Il frutto della tristezza mondana è la morte; l'altra opera la salvezza negli afflitti grazie alla conversione. Un simile dolore dell'anima non può essere considerato estraneo all'essenza stessa della beatitudine, dal momento che l'anima, avvertito il deterioramento, deplora la vita passata nel vizio. E come nelle malattie fisiche in cui una qualche parte del corpo sia diventata inerte per un danno ricevuto: l'assenza di dolore è segno che la parte è morta, ma se, grazie ad una particolare cura medica, la sensibilità vitale è restituita di nuovo al corpo, sia il paziente, che prova pena, sia i dottori, che gli somministrano la cura, gioiscono della parte che già torna a provar dolore, ritenendo un ottimo argomento di guarigione, del mutarsi, cioè, della malattia in salute, il fatto che la parte torna ad avvertire ciò che le provoca sensazioni dolorose Così, come dice l'Apostolo, alcuni, dopo aver consegnato se stessi ad una vita di peccato senza più dolersene, divenuti come morti ed inerti nei confronti della vita virtuosa, non si rendono per nulla conto di ciò che fanno; se però una parola medicamentosa avesse presa su di loro, curandoli con dei rimedi come medicamenti brucianti e bollenti (parlo delle cupe minacce del giudizio futuro) e sconvolgesse il loro cuore profondamente con la paura di ciò che li attende (paura della geenna, del fuoco inestinguibile, del verme che non muore, dello stridore di denti, del pianto perpetuo e delle tenebre esteriori) e strofinando su di loro, che sono intorpiditi dai piaceri, ogni genere di medicamento, come i farmaci amari e bollenti, li riconducesse a rendersi conto della vita in cui si trovano, questa parola li renderebbe beati avendo procurato alla loro anima quella dolorosa sensazione. Nello stesso modo anche Paolo fustiga con la parola colui che ha violato il letto nuziale del padre, fino a quando non prende coscienza del suo peccato. Dopo che la medicina della correzione ha penetrato quell'uomo, egli inizia a consolarlo, come se fosse già divenuto beato per il pianto, "perché -egli dice- non venga assorbito da un dolore troppo forte" [2Cor 2,7]. Anche questa riflessione, relativa alla considerazione propostaci dalla beatitudine, che passa, in un certo qual modo, attraverso la sovrabbondanza del peccato della natura umana, non ci sia inutile per una vita da condurre secondo virtù; ci è stato ora mostrato il pianto della conversione come rimedio.

Il pianto beato come nostalgia dell'origine.
Ma a me sembra che il Logos voglia significare qualche cosa di più profondo di ciò che è stato ora detto sulla durevole efficacia del pianto, consigliandoci di pensare qualche cosa d'altro a questo riguardo. Se infatti ci volesse indicare solo il pentimento dell'errore, sarebbe più conseguente chiamare beati coloro che hanno pianto, non coloro che piangono sempre. Come, nel paragone con la vita passata nella malattia, secondo l'esempio precedente, chiamiamo beati coloro che sono stati curati, non coloro che vengono curati sempre: il durare della cura, infatti, è segno del persistere dell'infermità. Anche per un'altra ragione a me sembra giusto non rimanere ancorati a quell'unica considerazione, come se il Logos avesse attribuito la beatitudine solo a coloro che piangono per i peccati. Troveremo, infatti, molti uomini che hanno condotto una vita irreprensibile e la cui virtù, secondo la testimonianza della stessa voce divina, fu lodevole in ogni cosa. Quale avidità troviamo in Giovanni, quale idolatria in Elia? Che peccato, piccolo o grande, la storia riconosce nella loro vita? E che dunque? Forse il Logos riterrà estranei alla beatitudine coloro che fin da principio non si sono ammalati e non sono ricorsi all'efficacia di quel rimedio (intendo il pianto della conversione)? Non sarebbe assurdo credere che simili uomini siano da respingere dalla beatitudine divina perché non peccarono e non curarono il loro peccato con il pianto? O forse sarà più pregevole peccare piuttosto che vivere senza peccato, se solo a coloro che si convertono viene attribuita la grazia del Consolatore? "Beati coloro che piangono -Egli dice infatti- perché saranno consolati". Seguendo, dunque, per quanto è possibile, Colui che fa salire alle vette più alte, come dice il profeta Abacuc, mettiamoci di nuovo alla ricerca del significato delle parole dette, affinché impariamo a quale tipo di pianto viene offerta la consolazione dello Spirito Santo. Vedremo prima di tutto, una buona volta, che cosa sia nella vita umana il pianto e per quale ragione si verifichi. è chiaro per tutti che il pianto è una cupa disposizione dell'anima, che si verifica per una privazione di ciò che risulta desiderato. Tale disposizione non trova spazio in coloro che trascorrono una vita lieta. Prendiamo per esempio un uomo fortunato nella vita a cui tutto va secondo corrente, dolcemente: egli si allieta della sposa, gode dei suoi figli, è fortificato dall'aiuto dei suoi parenti; è rispettato nel foro e stimato dai potenti; è terribile per gli avversari e non disprezza quelli a lui soggetti; è disponibile con gli amici, ricco, piacevole, affabile, privo di dolori, con un fisico vigoroso: egli ha tutto quanto sembra essere apprezzato in questo mondo. Un uomo tale esulta di gioia per ciascuna delle cose che gli offre il presente. Se però lo colpisce un mutamento di questa prosperità (una separazione da chi è a lui più caro o una perdita di proprietà o un danno alla salute arrecato da una qualche disgrazia), allora, con il venir meno di ciò che lo allieta, nascerebbe la disposizione contraria che prima abbiamo chiamato pianto. E dunque vero il discorso fatto prima a questo proposito, cioè che il pianto è la sensazione dolorosa per la privazione di quello che piace. Se abbiamo compreso che cosa sia il pianto dell'uomo, ciò che è chiaro sia guida a ciò che non è ancora conosciuto, perché diventi manifesto che cos'è il pianto che è chiamato beato a cui consegue la consolazione. Se infatti in questo mondo la causa del pianto è la privazione dei beni che ci appartengono, nessuno si dovrebbe lamentare della perdita di un bene sconosciuto. Conviene prima conoscere quale sia, una volta per tutte, veramente, questo bene, in seguito conviene considerare la natura umana. Così infatti accadrà che conseguiremo cosa sia il pianto chiamato beato. Prendiamo ad esempio coloro che vivono in un luogo tenebroso: c'è chi è stato partorito nella tenebra e chi, invece, abituato a godere della luce esterna, è recluso in seguito ad una violenza; la disgrazia presente non ha colpito entrambi nello stesso modo. Uno, infatti, conoscendo ciò di cui è stato privato, ritiene grave la perdita della luce, l'altro, invece, non conoscendo del tutto tale dono, continua a vivere senza affliggersi, poiché, allevato nelle tenebre, ritiene di non essere privato di nessun bene. Perciò il desiderio di godere della luce condurrà l'uno ad escogitare ogni stratagemma per vedere di nuovo ciò di cui è stato privato con la violenza; l'altro, invece, invecchierà vivendo nelle tenebre, poiché ignora il meglio, giudicando buona per sé la situazione presente. Così è anche nella considerazione proposta. Colui che ha potuto contemplare il vero bene e poi ha preso coscienza della povertà della natura umana, riterrà la sua anima completamente sventurata, perché la vita presente non trascorre in quel bene. A me, dunque, sembra che il Logos chiami beato non il dolore ma la conoscenza del bene a cui sopraggiunge l'affezione del dolore, perché nella vita non è presente ciò che si cerca.

Il bene di cui siamo stati privati trascende le nostre facoltà
è conseguente, dunque, ricercare quale sia mai quel bene da cui la tenebrosa caverna della natura umana in questa vita non è illuminata. Il nostro desiderio non volge forse lo sguardo verso ciò che è indeterminabile e incomprensibile? Quale dei nostri ragionamenti è in grado di investigare la natura di ciò che cerchiamo? Quale significato di nomi o parole può darci un'idea adeguata alla luce superiore? Come chiamerò ciò che non può essere contemplato? Come esporrò ciò che è immateriale? Come mostrerò ciò che sfugge alla vista? Come comprenderò ciò che non ha grandezza, quantità, qualità, ciò che sfugge ad ogni raffigurazione? Ciò che non si trova in nessun punto dello spazio e del tempo? Ciò che non rientra in nessun confine e sfugge ad ogni tentativo di limitazione da parte dell'immaginazione? Ciò la cui opera è vita, ed è la sostanza di tutto ciò che è pensato come bene? Ciò in relazione a cui la contemplazione del pensiero coglie i concetti ed i nomi più elevati? Divinità, regno, potenza, eternità, incorruttibilità, letizia ed esultanza e qualsiasi concetto o parola elevata. In che modo, dunque, e con quali ragionamenti può offrirsi alla vista ciò che viene contemplato senza essere visto, che dona l'essere a tutti gli enti, che, essendo lui stesso ciò che sempre è, non ha bisogno di divenire? Ma perché il nostro discorso non si sforzi invano, tendendo verso quelle realtà che sono incomprensibili, cessiamo di investigare sulla natura dei beni superiori, dal momento che è impossibile che tale realtà giunga alla nostra comprensione; dalla nostra ricerca abbiamo guadagnato solo tanto quanto è possibile dedurre dal fatto stesso di non poter vedere ciò che cerchiamo: farsi un'idea della grandezza delle realtà che sono oggetto della nostra ricerca. Quanto più crediamo che il bene è, per sua natura, superiore alla nostra conoscenza, tanto più cresce in noi il pianto, perché il bene da cui per sorte siamo separati, è di natura così elevata e grande, che non possiamo contenere neppure la sua conoscenza.

La condizione originaria dell'uomo e le conseguenze del peccato originale.
Di questo bene, che supera ogni facoltà di comprensione, noi eravamo una volta partecipi. La partecipazione a quel bene che supera ogni pensiero era tale nella nostra natura, che l'essere umano, formato ad immagine del prototipo, secondo una perfetta somiglianza, sembrava essere un secondo bene. Tutti quegli aspetti che noi ora contempliamo a livello congetturale, relativamente a quel bene, riguardavano anche l'uomo in una condizione di incorruttibilità e di beatitudine: l'esser padroni di se stessi e non essere soggetti alla signoria di nessun altro; una vita libera dai dolori e dagli affanni e trascorsa nei luoghi più divini; l'uomo godeva anche di una contemplazione del bene pura e spoglia di ogni velo. Tutto questo, in poche parole, ci indica enigmaticamente il racconto della creazione, quando dice che l'uomo è creato ad immagine di Dio, vive in paradiso e si nutre di ciò che cresce in quel luogo. Vita e conoscenza, poi, e le realtà simili, sono frutto di quelle piante. Se dunque tutto questo ci apparteneva, come potrebbe non dolersi della disgrazia chi confronti, contrapponendole nel paragone, la presente miseria con la beatitudine di allora? Ciò che era stato esaltato è stato abbassato; ciò che era anche fatto secondo un'immagine celeste fu ricondotto in terra; ciò che era stato destinato a regnare, fu ridotto in schiavitù; ciò che era destinato alla creazione immortale, fu corrotto dalla morte; ciò che trascorreva la vita nella delizia del paradiso, fu trasferito in questo luogo di malattie e di fatiche; ciò che si nutriva di impassibilità ha preso in cambio la vita soggetta alle passioni e caduca; ciò che era libero da servaggio e padrone di sé, ora è tiranneggiato da tanti e tanti mali che non è neppure possibile contare il numero dei tiranni. Ciascuna delle passioni che si agita in noi, infatti, qualora abbia preso il sopravvento, diventa padrona di chi ha reso schiavo. Impossessatasi, infatti, dell'acropoli dell'anima, come un tiranno, la passione maltratta chi le è assoggettato tramite gli stessi sudditi, facendo uso dei nostri ragionamenti come dei servi, per ciò che le pare; così l'ira, la paura, l'ignavia, l'audacia, la passione del dolore e del piacere, l'odio, la vendetta, la mancanza di pietà, la rudezza, l'invidia, l'adulazione, la memoria delle offese e l'indolenza e tutte le passioni che pensiamo contrapposte in noi, sono l'enumerazione dei tiranni e dei padroni che asserviscono l'anima al proprio potere come un prigioniero di guerra. Se poi si considerassero le disgrazie che colpiscono il corpo, quelle che sono intrecciate ed unite alla nostra natura (intendo tutte le specie di malattie di cui il genere umano non aveva esperienza in origine) le nostre lacrime aumenterebbero in gran misura, considerando, nel confronto, i dolori contro i beni, dopo aver opposto i mali alle realtà migliori. Colui che chiama beato il pianto sembra dunque dare questo ineffabile insegnamento: l'anima volga lo sguardo verso il vero bene e non si immerga nell'inganno della vita presente.

Non è possibile, infatti, vivere senza lacrime per chi consideri attentamente la realtà e non ritenere immerso nei dolori colui che è sprofondato nei piaceri della vita. La stessa cosa è possibile osservare negli animali; la costituzione della loro natura è degna di pietà (che cosa c'è, infatti, di più penoso della privazione della ragione?); essi non hanno nessuna coscienza della loro sorte sventurata e conducono la vita secondo un determinato piacere; il cavallo se ne va superbo; il toro si prepara alla lotta sollevando la polvere; il cinghiale rizza le setole; i cagnolini giocano; i vitelli saltano qui e là ed è possibile vedere ciascuno degli animali manifestare il piacere attraverso segni particolari; se essi avessero una qualche conoscenza del dono della ragione, non lascerebbero regolare la loro vana e misera vita dal piacere. Così è anche per gli uomini che non hanno alcuna conoscenza dei beni di cui la nostra natura è stata privata; questi trascorrono la vita presente nel piacere. è conseguente al trascorrere la vita presente nei piaceri il non ricercare le realtà migliori. Ma se uno non cerca non troverà ciò che tocca in sorte solo a coloro che ricercano. Il Logos chiama dunque beato il pianto, non perché lo giudichi qualche cosa di felice in se stesso, ma per ciò che segue ad esso.

Necessità dell'esperienza del male
Il discorso, nel suo insieme, mostra che per gli uomini è beato il pianto in relazione alla consolazione. Dice infatti il Signore: "Beati coloro che piangono" e non termina qui il discorso, ma aggiunge: "Perché essi saranno consolati". Colui che preconobbe questa verità fu, a mio parere, il grande Mosè nelle mistiche osservanze della Pasqua (o, piuttosto, fu il Logos che le predispose in lui); egli prescrisse al suo popolo pane azzimo nei giorni festivi [Es 12,8]. Per il pasto, poi, come companatico, egli stabilì le erbe amare, affinché imparassimo, attraverso simili enigmi, che non si può aver parte a quella mistica festa in altro modo, che mescolando liberamente le amarezze di questa esistenza con la vita semplice ed azzima. Anche il grande Davide, pur vedendo il culmine della fortuna umana a cui era giunto (intendo il regno), aggiunse con larghezza "erbe amare" alla sua vita, languendo nel gemito e piangendo per il prolungamento del suo soggiorno nella carne; egli, venendo meno per il desiderio di realtà più grandi, esclama: "Ahimè, perché il mio soggiorno fu prolungato?" [Sal 119,5]. Altrove, tenendo fisso lo sguardo ai tabernacoli divini, egli dice di esser venuto meno dal desiderio, giudicando molto più prezioso per sé essere tra gli ultimi là, piuttosto che primeggiare nel presente [Sal 83]. Se uno volesse conoscere in modo più profondo la potenza di questo pianto che viene chiamato beato, consideri tra sé il racconto di Lazzaro e del ricco, in cui la dottrina ci si rivela più apertamente. "Ricordati -dice Abramo al ricco- che tu hai già ricevuto la tua parte di beni durante la vita, similmente Lazzaro la sua parte di mali; perciò ora egli è consolato, tu, invece, soffri"[Lc 16,25]. E ciò risulta giusto, poiché l'assenza di volontà, o piuttosto la cattiva volontà ci ha allontanato dal disegno buono che Dio ha stabilito per l'uomo. Infatti, nonostante Dio avesse prescritto che il nostro godimento del bene fosse scevro di male e avesse proibito che si mescolasse al bene l'esperienza di ciò che è male, poiché noi, per la nostra voracità, ci riempimmo volontariamente del contrario (intendo, cioè, quando gustammo della disobbedienza alla parola di Dio), per questo la natura umana deve ora fare esperienza di entrambi, partecipare in parte al pianto e in parte alla gioia. Poiché ci sono due dimensioni dell'esistenza e la vita viene considerata in duplice modo, proprio a ciascuna delle due dimensioni, per questo vi sono anche due tipi di gioia: una in questa esistenza, l'altra in quella che è proposta alla nostra speranza. Dovremmo stimare cosa beata il riservarci per la vita eterna la parte di gioia relativa ai veri beni e portare a compimento l'onere del dolore in questa vita breve e fugace, stimando un danno non l'esser privati di qualcuno dei piaceri di questo mondo, ma l'essere sviati dalle realtà migliori per il godimento dei piaceri. Se dunque è considerata cosa beata il possedere, nei secoli infiniti, la gioia senza fine, che dura per sempre, bisogna che l'umana natura abbia gustato anche le realtà contrarie. Non è più difficile, ora, vedere il senso delle parole: "beati coloro che ora piangono": essi, infatti, saranno consolati per i secoli infiniti, la consolazione avviene mediante la partecipazione del Consolatore. Il dono della consolazione è infatti azione propria dello Spirito di cui anche noi possiamo essere resi degni, per grazia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui è la gloria per i secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE QUARTA



"Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati". La sazietà come malattia dell'anima
I conoscitori dell'arte medica dicono che chi soffre di stomaco e non ha appetito, poiché dei succhi e delle secrezioni cattive scorrono nella parte superiore del ventre, sembra essere sempre pieno e sazio e, per questa ragione, maldisposto verso il cibo giovevole, perché il suo appetito naturale è stato rovinato da una sazietà malata. Se gli viene somministrata una cura medica, di modo che i succhi rinchiusi nella cavità dello stomaco, con una porzione lassativa siano portati via, accade che gli ritorni l'appetito per un pasto giovevole e nutriente, perché il cibo esterno non disturba più la sua natura; segno della salute ritrovata è questo prendere cibo non per necessità ma con desiderio e appetito. Che scopo ha per me questo preludio? Proseguendo in modo conseguente il Logos, che ci conduce per mano ai gradini più alti delle beatitudini, e che, secondo le parole del profeta, ha disposto i bei sentieri dell'ascesa nel nostro cuore [Sal 83,6], ci mostra, dopo le vie di cui si è parlato, anche quest'altra quarta via ascensiva: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati". Per questo credo che sia bello, dopo aver purificato la sazietà e la pienezza dell'anima, resuscitare in noi, per quanto è possibile, l'appetito beato di tale cibo e di tale bevanda. Non è possibile, infatti, che un uomo sia forte, senza che un cibo sufficiente sostenga la sua forza, né è possibile che si riempia senza mangiare, o che si nutra senza appetito. Poiché dunque la forza è un bene e la forza si mantiene con una sufficiente sazietà, questa poi è prodotta dal cibo e il cibarsi viene dall'appetito, quest'ultimo, che è principio e causa della nostra forza, dovrebbe esser ritenuto cosa beata per gli esseri viventi. Consideriamo il cibo sensibile: non tutti desiderano le stesse cose, ma spesso l'appetito dei commensali si distingue secondo i generi dei cibi. C'è quello a cui piacciono i cibi dolci ed un altro che ha la passione per quelli bollenti e dal sapore piccante; c'è chi prova piacere nei sapori salati e chi preferisce quelli aspri. Spesso, poi, accade che non tutti abbiano l'inclinazione al cibo che è loro giovevole; infatti, se uno è predisposto, per alcuni fattori propri della sua costituzione, ad una malattia, accresce il male con il genere di cibo sbagliato; se invece propende per i cibi che gli giovano, senza dubbio vivrà in salute grazie al cibo che gli conserva il suo buon stato. Lo stesso si dica anche del cibo dell'anima: i desideri di ciascuno non tendono alla stessa cosa. Alcuni tendono alla gloria o alla ricchezza o allo splendore mondano; il desiderio di altri è impegnato con i piaceri della tavola, altri prendono, come cibo velenoso, l'invidia. Vi sono di quelli, poi, il cui desiderio è il bello secondo natura e questo è, sempre e per tutti, ciò che non è preferibile in grazia di altro, ma è desiderabile in se stesso, rimanendo sempre uguale e non essendo mai offuscato da sazietà. Per questo il Logos non chiama beati semplicemente coloro che hanno fame, ma coloro il cui desiderio tende alla vera giustizia.

La giustizia secondo i "filosofi"
Cos'è dunque la giustizia? Io credo, infatti, che sia necessario, innanzi tutto, rivelare con un discorso che cosa essa sia, cosicché, manifestatosi il bello secondo giustizia, si metta in moto in noi il desiderio della bellezza di ciò che si è manifestato. Non è infatti possibile essere desiderosi di ciò che non appare e la nostra natura è come pigra e priva di slanci per ciò che non conosce, se non si fa un'idea della cosa desiderabile grazie all'udito o alla vista. Dicono, dunque, coloro che hanno investigato su questo problema, che la giustizia è un habitus che distribuisce ugualmente a ciascuno secondo il merito. Viene chiamato giusto uno che, assunta l'autorità di distribuire delle sostanze, mira all'uguaglianza e misura la largizione in base alla necessità dei partecipanti. Se uno, investito del potere di giudicare emette una sentenza non secondo simpatia o odio, ma, seguendo la natura dei fatti, punisce i colpevoli, emette una sentenza di grazia per gli innocenti e formula un giudizio secondo verità per le rimanenti controversie, anche quest'uomo è chiamato giusto. Così è anche per colui che fissa i tributi ai sudditi, qualora proporzioni il tributo alla possibilità, e, sia esso padrone di casa o governatore di una città o re di popoli, governi i sudditi con imparzialità, non lasciandosi trascinare, approfittando del suo potere, da istinti irrazionali, ma giudicando con prontezza colui che gli è soggetto, cercando di armonizzare la sua sentenza con il modo di vivere dei sudditi. Coloro che definiscono il giusto con tale disposizione, riferiscono al discorso della giustizia tutti questi comportamenti.

La giustizia secondo l'intelligenza della fede
Io, però, volgendo lo sguardo alla sublimità della legge divina, immagino che ci sia da pensare qualche cosa di più rispetto a ciò che è stato detto su questa giustizia. Se infatti la parola di salvezza è comune per tutta la natura umana, il trovarsi nelle situazioni suddette non è proprio di ogni uomo (a pochi, infatti, spetta il regnare, il comandare, il giudicare, il sovraintendere a beni o a qualsiasi altra amministrazione). La massa degli uomini rientra nel numero dei sudditi e dei soggetti ad amministrazione. Come si potrebbe dimostrare che la vera giustizia è quella che non riguarda tutti nello stesso modo per natura? Se infatti, stando ai discorsi dei sapienti pagani, lo scopo della giustizia è l'uguaglianza e se, d'altra parte, l'eccellenza della posizione implica disuguaglianza, non è possibile credere che il discorso prima esposto sulla giustizia sia vero, poiché viene immediatamente confutato dalla disuguaglianza della vita. Qual è dunque la giustizia che riguarda tutti e il cui desiderio si offre ugualmente a tutti coloro che hanno lo sguardo rivolto alla mensa evangelica? Che uno sia ricco o povero, che serva o sia signore, che sia nobile di nascita o schiavo, nessuna condizione né aggiunge né toglie nulla al discorso della giustizia. Se, infatti, simile giustizia si trovasse solo in colui che ha raggiunto una certa potenza o eccellenza, come potrebbe essere giusto quel Lazzaro, gettato alle soglie della casa del ricco, che non aveva nessuna carica, nessuna potenza o casa o mensa o qualcun altro di quegli apparati che servono alla vita, attraverso cui è possibile che operi tale giustizia? Se dunque la giustizia consiste nel comandare o nel distribuire o nell'amministrare qualche cosa, colui che non si trova in queste situazioni è del tutto escluso dalla giustizia. Come dunque potrebbe essere stimato degno del riposo colui che non ha nulla di ciò attraverso cui si caratterizza la giustizia secondo il discorso dei più? Dobbiamo perciò cercare quel genere di giustizia il cui frutto è colto da chi la desidera secondo la promessa: "Beati -dice infatti il Signore- coloro che hanno fame di giustizia, perché saranno saziati".

Dannoso, per la salvezza, non è l'istinto, ma l'eccedere i limiti dell'utilità.
è necessario che noi acquisiamo una grande scienza delle molte e varie cose che si offrono al nostro possesso, su cui si esercita il desiderio della natura umana, così da riuscire a distinguere, tra i cibi, ciò che nutre e ciò che nuoce, affinché ciò che sembra essere assunto dall'anima come cibo non procuri morte e rovina anziché vita. Non è inopportuno, forse, attraverso un'altra delle questioni poste dal Vangelo, chiarire il senso di ciò. Colui che condivise con noi tutto, fuorché il peccato, e che fu partecipe con noi di tutte le sofferenze, non giudicò la fame un peccato, né si rifiutò di fare esperienza di quella affezione, ma accolse l'istinto della natura che tende al nutrimento. Infatti rimase digiuno quaranta giorni, poi ebbe fame; quando volle, diede infatti alla natura l'occasione di fare il suo compito. Ma l'inventore delle tentazioni, quando si accorse che la fame era riuscita a pervadere anche il Signore, decise di eccitare l'istinto con le pietre. Questo significa pervertire il desiderio del cibo naturale in ciò che è estraneo alla natura. Dice infatti il tentatore: "Comanda che queste pietre diventino pane" [Mt 4,3]. Quale danno ha recato l'arte dell'agricoltore? Per quale ragione sono disprezzati i semi così da disprezzare il nutrimento che ne deriva? perché è misconosciuta la sapienza del Creatore, come se non nutrisse convenientemente l'umanità grazie ai semi? Se infatti la pietra appare ora più idonea come fonte di nutrimento, significa dunque che la sapienza di Dio ha fallito, dato che la provvidenza nei confronti della vita umana è manchevole. "Comanda che queste pietre diventino pane". Questo il tentatore ripete ancora oggi a coloro che sono messi alla prova dal proprio desiderio e, mentre lo dice, egli, per lo più, spinge coloro che lo guardano a fare il pane dalle pietre. Quando, infatti, l'istinto travalica i limiti necessari dell'utilità, di cos'altro potrebbe trattarsi se non di un consiglio del diavolo che, in quel passo del Vangelo abolisce il nutrimento che viene dai semi ed eccita l'istinto verso ciò che è estraneo alla natura? Si nutrono di pietre coloro che hanno posto il loro pane nell'avidità, che si sono procurati con le loro ingiustizie mense ricche e fumanti; l'apparato dei loro pranzi è una messa in scena escogitata per lo sbalordimento dei presenti, esorbitante rispetto alla necessità della vita. Che cosa c'è di comune tra la necessità della vita e l'argento che non può essere mangiato e che è accumulato in maniera tale da essere pesante e difficile da trasportare? Che cos'è la fame? Non è il desiderio di ciò di cui si ha bisogno? Quando l'efficacia del nutrimento svanisce, ciò che rimane è riempito di nuovo da una aggiunta appropriata. Il pane, infatti, o qualche cosa d'altro di mangiabile, è ciò a cui mira la natura. Se uno conduce dunque dell'oro alla bocca, anziché del pane, curerà forse il suo bisogno? Se dunque qualcuno cerca materie non commestibili in luogo del cibo, ha a che fare con le pietre, poiché una cosa cerca la natura, in un'altra è occupato lui. Dice la natura, esprimendosi esclusivamente per la sensazione della fame, che ora ha bisogno di cibo: dopo ciò bisogna introdurre di nuovo, in ricambio, nel corpo, quanta energia si è dileguata. Ma tu non ascolti la natura! Tu non gli dai, infatti, ciò che cerca, ma ti preoccupi che la tua tavola si appesantisca di argento e ricerchi i cesellatori del metallo. Osservi curiosamente la storia rappresentata dalle immagini scolpite nei vari metalli, come se fossero riportate nelle incisioni, grazie alla precisione della tecnica artistica, le passioni e i costumi degli uomini; così puoi riconoscere l'ardore dell'oplita quando solleva la spada per uccidere, la sofferenza di chi è colpito, quando, contorcendosi per la ferita mortale, sembra che gema attraverso l'immagine; inoltre guardi l'impeto del cacciatore e la ferocia della fiera e quante altre cose gli uomini vani, con simili minuziosità, amano riprodurre sui materiali destinati alle mense. La natura desiderava bere, tu, invece, prepari tripodi costosi, lavatoi, crateri, anfore ed altre migliaia di oggetti che non hanno nulla in comune con l'utilità desiderata. Non è dunque evidente che tu, operando così, dai ascolto a colui che ti consiglia di guardare la pietra: spettacoli turpi, drammi sensuali attraverso cui gli uomini si spianano la via della sequela dei vizi, alimentando il cibo della licenziosità? Questo è il consiglio che dà il nemico relativamente al cibo; questi alimenti, anziché l'uso corretto del pane, egli consiglia, volgendo lo sguardo alle pietre. Colui che distrugge le tentazioni, però, non bandì dalla natura la fame, come se fosse la causa dei mali, ma, rigettando solamente la futilità che si era introdotta per consiglio del nemico, lasciò che la natura si amministrasse entro i propri limiti. Come coloro che filtrano il vino non misconoscono la parte utile in esso, per il fatto che vi è mescolata la schiuma, ma, separando il superfluo con un filtro, non rifiutano l'uso della parte pura, così il Logos, che esamina e discerne ciò che è estraneo alla natura con una sottile ed attenta visione, non bandì la fame, considerandola principio di conservazione della nostra vita, ma filtrò e rigettò le futilità che si erano intrecciate al bisogno, quando disse di conoscere quel pane che nutre veramente: quello che grazie alla Parola di Dio si adatta alla nostra natura. Se dunque Gesù ebbe fame, si dovrebbe stimare l'aver fame cosa beata, quanto questa operi anche in noi, ad imitazione del Signore. Se dunque conosciamo ciò di cui ebbe fame il Signore, conosceremo fino in fondo la potenza della beatitudine che ci è ora proposta.

L'appetito beato è il desiderio della volontà di Dio, che è la salvezza dell'uomo.
Di che genere è dunque il cibo che Gesù non si vergognò di desiderare? Egli dice ai discepoli dopo il dialogo con la samaritana: "Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio" [Gv 4,34]. è manifesta, poi, la volontà del Padre, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e che giungano alla conoscenza della verità. Ora, se Lui desidera che noi siamo salvati e se il suo cibo è la nostra vita, noi abbiamo imparato che uso fare di questa disposizione dell'anima. Qual è dunque? Che noi abbiamo fame della nostra salvezza! Che abbiamo sete della volontà divina, che è la nostra salvezza. Come sia dunque possibile comportarci in occasione di simile fame, lo abbiamo imparato ora nella beatitudine. Chi desiderò infatti la giustizia di Dio trovò ciò che è veramente desiderabile. Egli colmò il suo desiderio non in uno soltanto dei modi in cui questo appetito può trovare compimento: non desiderò, infatti, la partecipazione alla giustizia solo come cibo; l'appetito sarebbe infatti incompleto se rimanesse in questa sola disposizione; ora Dio rese questo bene anche bevanda per indicare, attraverso la sensazione della sete, il calore e il bruciore del desiderio. Divenuti infatti, in un certo senso, aridi ed infiammati al momento della sete, prendiamo la bevanda con piacere, come cura per la nostra situazione. Poiché di un unico genere è l'appetito del cibo e della bevanda, diversa, tuttavia, è la disposizione per ciascuna di queste due sensazioni, il Logos, per prescriverci il vertice del desiderio per il bene, chiama beati coloro che provano questi due bisogni nei confronti della giustizia, la fame e la sete, come se fosse sufficiente che ciò che si desidera si armonizzasse reciprocamente con entrambi i desideri e diventasse nutrimento solido per chi ha fame e sostanza da bere per colui che con la sete si attira la grazia. "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati". è da ritenere cosa beata, dunque, aver appetito della giustizia; ma se uno provasse la stessa affezione per la temperanza o per la sapienza o per la prudenza o per qualsiasi altra forma di virtù, questa il Logos non la stimerebbe forse beata?

L'unità della virtù.
Probabilmente ciò che è stato detto ha questo significato: la giustizia è solo uno degli aspetti che si pensano riferiti alla virtù. Spesso la Sacra Scrittura, per consuetudine, con la menzione della parte comprende l'intero; così fa quando interpreta la natura divina con alcuni nomi: "Io sono il Signore -dice la profezia, come se provenisse dalla persona di Dio- questo è il mio nome eterno, memoriale di generazione in generazione" [Is 42,8], e di nuovo dice altrove: "Io sono Colui che è" [Es 3,1] e altrove: "Io sono misericordioso" [Es 22,27]. La Sacra Scrittura sa chiamare Dio anche con altri innumerevoli nomi che indicano la sua sublimità e magnificenza, così, grazie ad essi, noi abbiamo imparato che quando la Sacra Scrittura ne cita uno, tacitamente, tutto l'elenco dei nomi è pronunciato insieme ad esso. Non è ammissibile, infatti, che quando Dio viene chiamato "Signore", non sia anche secondo tutti gli altri nomi; piuttosto attraverso quel nome, ognuno degli altri viene richiamato. Perciò abbiamo imparato che la parola divinamente ispirata sa comprendere, attraverso una, molte parti. Anche qui, dunque, il Logos, dicendo che la giustizia è offerta a coloro che ne hanno fame e che per questo sono detti beati, indica attraverso questa forma di virtù anche tutte le altre, così che sia stimato ugualmente beato anche colui che ha fame di prudenza, di coraggio, di temperanza e di qualsiasi altro aspetto sia compreso dal concetto stesso di virtù. Non è infatti possibile che una forma della virtù, separata dalle rimanenti, sia per se stessa la virtù perfetta. Se con essa, infatti, non fossero contemplati gli altri beni, sarebbe del tutto necessario che prendesse posto il suo contrario. E contraria alla temperanza la licenziosità, alla prudenza la sconsideratezza e per ciascuna cosa concepita come bene, ce n'è una concepita come suo contrario. Se dunque tutte le virtù non fossero contemplate insieme con la giustizia, sarebbe impossibile che ciò che resta fosse bene. Non si potrebbe dire, infatti, che la giustizia è stolta o temeraria o licenziosa o qualsiasi altro vizio. Se il discorso della giustizia esclude tutto ciò che è cattivo, essa senza dubbio comprende in sé ogni bene. Bene è, poi, tutto ciò che è secondo virtù. Dunque, in questo caso, con il nome di giustizia è indicata ogni virtù; coloro che hanno fame e sete di essa sono chiamati beati dal Logos che annuncia loro la pienezza di quanto desiderano. "Beati -Egli dice- coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati".

Il "cattivo infinito": vanità del desiderio, incompiutezza del godimento.
Ciò che è stato detto a me pare significhi questo: nulla di ciò per cui ci si dà da fare, in questa vita, per il piacere, soddisfa coloro che si affannano per esso, ma, come afferma in qualche passo la Sapienza enigmaticamente: "Un vaso bucato è l'occupazione nei piaceri" [cfr Prv 23,27]; attingendo sempre al piacere con ansia, coloro che si danno da fare in queste occupazioni mostrano una fatica che non trova mai pieno compimento, poiché, mentre versano sempre qualche cosa nell'abisso del desiderio, aggiungendo piacere a piacere, non saziano il desiderio. Chi sa il limite dell'avarizia che si dovrebbe realizzare quando gli avari raggiungono l'oggetto ricercato? Chi, smanioso di gloria, si acquieta nell'imbattersi in ciò che cercava? Chi ha saziato il piacere nelle musiche, negli spettacoli o nella pazzia e nella smania per il ventre e per il sesso, che risultato trae da tale godimento? Non se ne vola via, forse, proprio quando si avvicina, ogni forma di godimento alimentato dal corpo, non rimanendo in coloro che l'hanno toccato neppure per brevissimo tempo io? Impariamo dunque dal Signore questo sublime insegnamento: solo la ricerca della virtù che è in noi ha solide e reali basi. Colui, infatti, che si è comportato rettamente, secondo qualcuna delle virtù sublimi come la temperanza, la moderatezza, il timor di Dio o qualcun altro degli insegnamenti divini ed evangelici, non gode di una gioia transitoria ed instabile per ogni azione retta, ma la sua gioia è costante, permanente e si estende a tutto lo spazio della vita. Perché? Perché queste azioni è possibile compierle sempre. Non c'è un momento particolare in tutto lo spazio della vita in cui siamo sazi di compiere il bene. La temperanza, infatti, la purezza, ciò che è costante in ogni bene ed è immune dal male, è sempre in opera; finché si volga lo sguardo alla virtù si ha anche una gioia durante tutto l'operare. Per coloro che si riversano in stolti desideri, invece, anche se l'anima è completamente rivolta alla licenziosità, non è possibile un godimento continuato. Infatti la sazietà arresta il desiderio goloso del cibo, il piacere di colui che beve viene spento insieme con la sete; così è per tutte le altre cose di questo genere: hanno bisogno di un certo tempo e di un certo intervallo perché, illanguiditosi il senso di piacere e di pienezza, l'appetito di colui che gode sia eccitato di nuovo. Il possesso della virtù, invece, in coloro in cui si sia stabilito una volta per tutte con sicurezza, non è misurato dal tempo né limitato dalla sazietà, esso offre sempre a coloro che vivono secondo virtù, una esperienza dei beni che gli sono propri, sempre pura, nuova e al suo colmo. Perciò il Logos di Dio promette la pienezza a coloro che hanno fame di questi beni, una pienezza che non ottunde con la sazietà, ma riaccende l'appetito. Questo è dunque l'insegnamento datoci dal Signore mentre predicava dal sublime monte dei pensieri: il nostro desiderio non si tenga occupato in nulla di ciò che è tale da essere irraggiungibile per coloro che vi aspirano, la cui fatica risulta perciò vana e assurda; è come per coloro che inseguono il vertice della loro ombra: la loro corsa porta all'infinito, poiché sempre, velocemente, ciò che è inseguito si sottrae all'inseguitore. L'appetito si volga invece là dove lo sforzo, per chi lo compie, diviene possesso. Colui, infatti, che ha desiderato la virtù, fa del bene un proprio possesso, poiché vede in sé ciò che desiderava. Beato perciò chi ebbe fame di temperanza: sarà infatti riempito di purezza. La pienezza poi, come è stato detto, non respinge, ma rafforza l'appetito, ed entrambe le parti, pienezza e desiderio, si accrescono reciprocamente con equità. Infatti il possesso dell'oggetto desiderato tiene dietro al desiderio della virtù e, d'altra parte, il bene inesauribile, interiorizzato, ha portato gioia all'anima. La natura di questo bene, infatti, è tale che non reca dolcezza, a colui che ne gode, solo nel presente, ma offre all'anima, come frutto, la gioia in ogni momento del tempo. Infatti il ricordo di ciò che è stato vissuto rettamente, la vita presente, se è condotta virtuosamente, l'attesa della ricompensa, rallegrano l'uomo retto ed io credo che tale ricompensa, nuovamente, non consista in altro che nella virtù, che è frutto di coloro che operano rettamente e premio per le opere rette.

Il cibo di cui aver fame e sete è Cristo, il Logos di Dio, che è la vera virtù.
Se poi si rende necessario rivolgersi ad un discorso, per certi versi ardito, dirò che il Signore mi sembra proporre se stesso all'appetito degli ascoltatori, quando parla di virtù e giustizia. Il Signore, che divenne per noi sapienza di Dio, giustizia, santità, redenzione, ma anche pane che discende dal cielo, acqua vivente! Di che cosa confessa di aver sete Davide, offrendo a Dio questa beata sofferenza dell'anima, quando dice in un salmo: "L'anima mia ha sete di Dio, il forte, il vivente; quando giungerò e comparirò al cospetto di Dio?" [Sal 41,3]. Quel Davide, che a me sembra essere stato introdotto dalla potenza dello Spirito nelle magnifiche dottrine del Signore, predisse a se stesso la pienezza di simile appetito; dice infatti: "Nella giustizia comparirò al tuo cospetto, sarò saziato al vedere la tua gloria" [Sal 16,15]. Questa è dunque la vera virtù secondo il mio discorso: ciò che è privo di commistione con il peggio e che comprende ogni concetto relativo al meglio. E questo è lo stesso Logos Dio, la virtù che ha coperto i cieli, come spiega Abacuc [3,3], e giustamente sono stati chiamati beati coloro che hanno fame di questa giustizia di Dio. Perciò, a colui che ha gustato Dio, come dice il salmo [33,9], accade così: avendo ricevuto Dio in se stesso, diviene ripieno di ciò di cui aveva sete e fame, secondo la promessa di Colui che dice: "Io e il Padre verremo e prenderemo dimora presso di lui" [Gv 14,23], avendo già preso dimora lì, evidentemente, lo Spirito. Così a me pare che anche il grande Paolo, che aveva gustato dei frutti ineffabili del paradiso, fosse pieno di ciò che aveva gustato, pur rimanendo sempre affamato. Paolo confessa, infatti, di essere stato riempito dall'oggetto del suo desiderio, quando dice: "Vive in me Cristo" [Gal 2,20], e si protende sempre in avanti, come se fosse affamato, dicendo: "Corro non perché ho già ottenuto o sono già perfetto, ma perché possa comprendere" [Fil 3,13]. Ci sia consentito dire, ipoteticamente, secondo il nostro arbitrio, qualche cosa che non si trova in natura. Come per il cibo materiale, se nulla di ciò che è preso come nutrimento venisse rigettato, ma fosse assunto tutto intero per l'aumento della statura del corpo, i corpi si dovrebbero alzare notevolmente, perché il nutrimento giornaliero alimenta la grandezza, così quella giustizia ed ogni virtù che la segue rende sempre più alti quelli che vi partecipano, perché, mangiata alla maniera del cibo spirituale, non viene eliminata accrescendo continuamente la grandezza. Dunque, se vomitata ogni sazietà del vizio, pensiamo a quella beata fame, abbiamo fame della giustizia di Dio perché possiamo giungere alla sua pienezza, in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE QUINTA



"Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". La virtù come progresso incessante verso il meglio. Il simbolo della scala.
Forse, ciò in cui fu istruito, enigmaticamente, Giacobbe con una visione, quando vide una scala che dalla terra giungeva all'altezza del cielo e Dio che stava sopra di essa [Gen 28,10ss], è qualche cosa di simile a ciò che ora anche a noi propone l'insegnamento delle beatitudini, che solleva a pensieri sempre più alti coloro che ascendono grazie ad esso. Io credo, infatti, che in quella occasione sia stata rappresentata al patriarca, sotto la forma della scala, la vita secondo virtù, perché lui stesso imparasse ed insegnasse alla sua discendenza, che essere innalzati a Dio non consiste in altro che in questo: con lo sguardo sempre fisso verso l'alto e con l'incessante desiderio delle realtà superiori, non amare la sosta nelle azioni rette già compiute, ma anzi ritenere una perdita il non toccare la realtà posta più in alto. Anche qui, dunque, l'elevatezza delle beatitudini che si sorreggono una sull'altra, ci predispone ad accostarci a Dio, il vero beato, che è stabilito al di sopra di ogni beatitudine. Certamente, come ci accostiamo al sapiente attraverso la sapienza e al puro attraverso la purezza, così anche dobbiamo assimilarci al beato attraverso le beatitudini. La beatitudine, nel senso più vero, è propria di Dio; perciò anche Giacobbe narrò che Dio poggiava sopra tale scala. La partecipazione alle beatitudini non è dunque null'altro se non comunione con la divinità, alla quale il Signore ci innalza attraverso ciò che è stato detto. A me sembra, dunque, che Egli, con il fatto di far precedere alla conseguenza l'indicazione della beatitudine, renda in un certo qual modo "dio" colui che ascolta e comprende il discorso. "Beati -Egli dice infatti- i misericordiosi, perché troveranno misericordia". Io so che in molti passi della Sacra Scrittura i santi chiamano con il nome di "misericordioso" la potenza divina. Così fa Davide negli inni, così Giona nella sua profezia, così il grande Mosè, più volte, nella Legge. Se dunque la denominazione di "misericordioso" spetta a Dio, a cos'altro ti invita il Logos se non a divenire "dio", come se tu fossi modellato secondo un attributo proprio della divinità? Se infatti Dio è chiamato "misericordioso" nella Scrittura divinamente ispirata e da stimarsi veramente beata è la divinità, dovrebbe essere evidente il pensiero conseguente: se uno, pur essendo uomo è misericordioso, egli è reso degno della beatitudine divina, essendo in lui quell'attributo con cui è designato Dio. "Misericordioso è il Signore e giusto; il nostro Dio ha misericordia" [Sal 114,5]. Come dunque può non essere cosa beata che un uomo sia chiamato con il nome con cui è appellato Dio per il suo agire, e lo diventi realmente? Ora, anche il divino apostolo invita con parole proprie ad essere zelanti per i doni più grandi; lo scopo di quest'invito, per noi, non è di persuaderci a desiderare il bene (è infatti spontaneo per la natura umana avere inclinazione per il bene), ma ci è rivolto perché non sbagliamo nel giudizio del bene. Infatti soprattutto in ciò fallisce la nostra vita: nel non poter comprendere con chiarezza che cosa sia il bene per natura e che cosa sia ciò che è supposto tale per errore. Se infatti il male si fosse presentato nella vita spoglio, senza valersi di nessuna apparenza di bene, il genere umano non avrebbe disertato a suo favore. Noi abbiamo dunque bisogno di giudizio per comprendere le parole che ci sono proposte, perché, edotti riguardo alla vera bellezza del pensiero che è contenuto in esse, ci conformiamo ad essa. Come la concezione di Dio è insita naturalmente in ogni uomo ma, rimanendo sconosciuto chi sia veramente Dio, si genera l'errore riguardo l'oggetto dei nostri pensieri (alcuni, infatti, venerano la vera divinità, contemplata nel Padre nel Figlio e nello Spirito Santo, altri, invece, andarono errando in assurde concezioni, supponendo che tale divinità fosse nel creato; perciò, la deviazione, seppur di poco, dalla verità ha aperto la strada alle empietà), così, se non comprendessimo il vero senso del concetto proposto, noi, erranti, subiremmo una perdita della verità non da poco.

La misericordia come amore reciproco e "simpatia" nata dalla carità.
Che cosa è dunque la misericordia e relativamente a cosa si esercita? E come può essere detto beato colui che riceve in cambio ciò che dà? Dice infatti il Signore: "beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Il senso più accessibile del contenuto del detto esorta l'uomo all'amore reciproco e alla simpatia poiché, per l'ineguaglianza e la varietà dei fatti della vita, non tutti vivono nelle stesse condizioni, né per la reputazione, né per la costituzione fisica, né per i rimanenti beni. La vita, il più delle volte, si divide in opposti: in schiavitù e in signoria, in ricchezza e povertà, in fama e disonore, in deformità fisica e in buona salute, scindendosi in tutti gli opposti di questo genere. Perché dunque fosse pareggiato ciò che è scarseggiante con ciò che abbonda e riempito ciò che è mancante con ciò che è in eccesso, fu prescritta agli uomini la misericordia per i più bisognosi. Non è possibile, infatti, sentire l'impulso a curare la disgrazia del vicino, se la misericordia non ha suscitato nell'anima simile istinto. Si pensa alla misericordia, infatti, come al contrario della durezza di cuore. Come l'uomo duro di cuore e furioso è inaccessibile per coloro che gli si avvicinano, così l'uomo compassionevole e misericordioso è come addolcito per la sua disposizione verso il bisognoso, diventando, per colui che è afflitto, ciò che il suo spirito angosciato ricerca. La misericordia è, come qualcuno potrebbe interpretare comprendendola con una definizione, una afflizione volontaria prodottasi per i mali altrui. Se poi non avessimo dimostrato pienamente il senso di quel concetto, si potrebbe forse spiegarlo più pienamente con un altro discorso. Misericordia e una disposizione di canti verso coloro che si trovano in situazioni penose. Come infatti la durezza di cuore e la ferocia traggono origine dall'odio, la misericordia è come generata dalla carità, non potendo esistere senza di lei. Se si volesse poi sviscerare in modo più penetrante la caratteristica propria della misericordia, si troverebbe che è un ardore nella disposizione di carità unita all'affezione del dolore. Infatti si ricerca con ardore la comunione dei beni con tutti in ugual modo, amici e nemici. La volontà di condividere le pene è poi caratteristica propria solo di coloro che sono dominati dalla carità. D'altra parte si è senza dubbio d'accordo nel riconoscere che la carità è la cosa più eccellente tra quante si perseguono in questa vita. La misericordia è poi ardore di carità. è dunque da ritener beato in senso proprio colui che si trova in tale disposizione d'animo, poiché è come se avesse toccato il vertice della virtù. Nessuno, poi, consideri la virtù solo nella dimensione materiale; se così fosse simile rettitudine di comportamento sarebbe possibile solo a chi ha una certa potenza a far bene, invece a me sembra più giusto vedere simile rettitudine nella scelta. Se infatti uno avesse soltanto voluto il bene, ma gli fosse stato impedito di compierlo, il non poterlo attuare non lo renderebbe per nulla inferiore, nella disposizione d'animo, a colui che ha manifestato la sua intenzione nei fatti. Se ora si è colto il senso della beatitudine, dovrebbe risultare superfluo spiegare quanto sia grande il guadagno che ne deriva alla vita, perché sono evidenti perfino ai semplici i risultati felici per la vita di questo consiglio. Se infatti, per ipotesi, ci fosse in tutti una simile disposizione d'animo verso l'inferiore, non ci sarebbe più né superiore né inferiore; la vita non si differenzierebbe più nell'opposizione dei nomi. La fame non affliggerebbe più l'uomo, né lo umilierebbe la schiavitù, né lo addolorerebbe il disonore, ma tutto sarebbe comune a tutti e un'uguaglianza di diritti e un'egual libertà di parola avrebbe cittadinanza nell'esistenza umana, poiché chi governa si porrebbe volontariamente allo stesso livello del resto dei cittadini. Se ciò accadesse non sarebbero più comprensibili dei motivi di inimicizia: resterebbe inattiva l'invidia, sarebbe morto l'odio e sarebbero esiliati il ricordo delle ingiurie, la menzogna, l'inganno, la guerra (tutti frutti del desiderio di avere di più). Una volta bandita quella disposizione di inimicizia, vengono rigettati completamente i germi della malvagità, come venissero da una malvagia radice. Alla abolizione della malvagità dovrebbe subentrare l'elenco dei beni: pace, giustizia e tutta la sequela di ciò che è pensato in relazione al meglio. Quale situazione, dunque, si potrebbe ritenere più beata del vivere così, senza più riporre la nostra sicurezza in catenacci o pietre, sicuri dell'aiuto reciproco? Come l'uomo duro di cuore e feroce si rende ostili coloro che hanno fatto esperienza della sua selvatichezza, così, al contrario, tutti noi diventiamo ben disposti verso il misericordioso, poiché naturalmente la misericordia genera carità in coloro che partecipano di essa. La misericordia, dunque, come dimostra il discorso, è madre della benevolenza, pegno di carità e legame di ogni disposizione amichevole. Che cosa potrebbe essere pensato di più saldo, in questa vita, di questa sicurezza? Perciò a buon diritto il Logos chiama beato il misericordioso, poiché beni tanto grandi si manifestano in questo nome. Ma non è sconosciuta a nessuno l'utilità per la vita di tale consiglio.

La sentenza finale di Dio è speculare rispetto alla libera scelta dell'uomo.
A me pare, poi, che il senso di tale passo, con la scelta del tempo futuro, sveli ineffabilmente qualche cosa di più grande di ciò che viene inteso immediatamente. "Beati i misericordiosi -dice infatti il Signore- perché troveranno misericordia", come se per i misericordiosi la ricompensa secondo misericordia fosse posta dopo. Dunque, per quanto ne siamo capaci, tralasciato questo significato facile da comprendere e scoperto con facilità dalla gran parte della gente, accingiamoci, secondo il possibile, a penetrare con il pensiero oltre il velo. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". In queste parole è possibile imparare qualche cosa di più sublime anche per la dottrina: Colui che fece l'uomo a sua immagine, ripose nella natura della sua opera i principi di tutti i beni, affinché nessun bene si introducesse in noi dall'esterno, ma fosse in noi il potere di ciò che vogliamo, traendo il bene dalla nostra natura come da un forziere. Infatti impariamo, da una parte per il tutto, che non è possibile altrimenti che uno incontri ciò che desidera senza che lui stesso si faccia dono del bene; perciò una volta il Signore disse a coloro che l'ascoltavano: "Il regno di Dio è dentro di voi" [Lc 17,21] e "chiunque chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto" [Mt 6,7-8]. Così l'ottenere ciò che desideriamo, il trovare ciò che cerchiamo, l'introdurci dove desideriamo, sono in nostro potere, qualora lo vogliamo, e sono legati alla facoltà del nostro animo. Insieme con questo, conseguentemente, si stabilisce anche il pensiero contrario: anche l'inclinazione verso il peggio ha luogo senza che si eserciti nessuna necessità esterna; essa si realizza nel momento stesso in cui compiamo la scelta, venendo all'essere solo allora. Il male, in se stesso, secondo la propria sostanza, non può essere trovato da nessun'altra parte al di fuori della scelta. Da ciò si mostra chiaramente la facoltà di autogoverno e di autodeterminazione di cui il Signore della natura ha dotato gli uomini, facendo dipendere ogni cosa, sia buona, sia malvagia, dalla nostra libera scelta e si mostra anche chiaramente che il giudizio divino, facendo seguito con un'incorruttibile e giusta sentenza alle scelte fatte secondo il nostro proponimento, a ciascuno distribuisce quanto ognuno si sia trovato a procurarsi; a coloro che, come dice l'Apostolo [Eb 12,7], cercano gloria e onore con la perseveranza nelle buone opere, Dio dà la vita eterna, ma a coloro che disubbidiscono alla verità e danno credito all'ingiustizia, Dio distribuisce collera e afflizione e tutti quanti i nomi che indicano la triste retribuzione. Come gli specchi corretti mostrano l'immagine dei volti tali quali sono i volti, sereni per coloro che sono sereni, cupi per coloro che sono corrucciati (e nessuno farebbe colpa alla natura dello specchio se apparisse cupa l'immagine dell'originale caduto nell'abbattimento), così anche il giusto giudizio di Dio si conforma alle nostre disposizioni, rendendoci dal suo ricompense tali quali sono le azioni che abbiamo compiuto. "Venite -dice il Signore- benedetti" e "Andatevene maledetti" [Mt 25,34-41]. C'è qualche necessità esterna per cui quelli di destra siano chiamati con dolcezza e quelli di sinistra con tono cupo? I primi non ottennero misericordia per il loro comportamento e i secondi non resero duro contro di loro il volere divino per il comportamento duro contro i loro simili? Il ricco, che si rallegrava nel lusso, non ebbe pietà del povero che stava afflitto davanti al suo portone e perciò recise per sé la possibilità della misericordia e quando ebbe bisogno di misericordia non fu ascoltato. Questo non perché una sola goccia comporti una perdita per la grande fonte del paradiso, ma perché la goccia di misericordia non può mischiarsi con la durezza di cuore. Che c'è in comune, infatti, tra luce e tenebre? Quello che l'uomo semina raccoglierà, dice l'Apostolo [Gal 6,8], poiché chi semina nello spirito raccoglierà dallo spirito vita eterna. Io credo che la semina sia la scelta dell'uomo e la raccolta la ricompensa che segue la scelta. Fecondo è il frutto dei beni per coloro che hanno scelto simile raccolta; penosa la raccolta di spine per coloro che hanno gettato nella vita semi spinosi. è del tutto necessario, infatti, che uno raccolga la stessa cosa che ha seminato e non è possibile altrimenti. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". Quale parola umana potrebbe penetrare la profondità dei pensieri contenuti in questo discorso?

La misericordia più profonda è verso se stessi, privati, per il peccato, della dignità originaria.
L'assolutezza e l'infinità di tali parole ci induce a ricercare qualche cosa di più di ciò che è stato detto. Il Signore, infatti, non ha aggiunto chi sono coloro verso cui è necessario che si operi la misericordia, ma disse semplicemente: "Beati i misericordiosi". Forse il Logos, attraverso le parole dette, ci orienta enigmaticamente in tal senso: il concetto di misericordia è conseguente alla sofferenza che è chiamata beata. Nella beatitudine precedente, infatti, era beato colui che aveva trascorso la vita di quaggiù nella sofferenza, in questa beatitudine a me sembra che il Logos indichi la stessa dottrina. Come noi, infatti, rimaniamo colpiti dalle disgrazie altrui, quando ad alcuni dei nostri amici accadono sventure non volute: o sono stati cacciati dalla casa paterna, o si sono salvati, privi di tutto, da un naufragio, o sono caduti nelle mani dei pirati o dei briganti, oppure sono diventati schiavi da liberi che erano, o prigionieri di guerra da benestanti; oppure coloro che fino a quel momento erano in vista in una forma di benessere per la loro vita, hanno ricevuto in cambio qualche altra disgrazia del genere. Come dunque, di fronte a simili sventure, nasce nella nostra anima una compartecipazione dolorosa, sarebbe forse molto più opportuno che avessimo la stessa disposizione riguardo a noi stessi, considerando il colpo subito dalla nostra vita contro la nostra dignità. Quando infatti consideriamo quale era la nostra splendida casa da cui siamo stati gettati fuori; come siamo caduti nelle mani dei briganti; come, sprofondando nell'abisso di questa vita, siamo stati denudati; a quali e quanti padroni ci siamo legati invece di vivere in maniera libera ed autonoma; come abbiamo spezzato la beatitudine della vita con morte e corruzione; è dunque possibile, se cogliamo questi pensieri, che la nostra anima si occupi delle sventure altrui e non si disponga a misericordia nei propri confronti, considerando ciò che aveva e da quale condizione è stata cacciata? Che cosa c'è di più miserevole di questa prigionia? Invece della delizia del paradiso abbiamo ricevuto in sorte, nella vita, questo luogo soggetto a malattie e a fatiche. In cambio di quella libertà dalle passioni, abbiamo preso in sorte innumerevoli passioni. In cambio di quel modo di vivere superiore, la vita insieme con gli angeli, siamo stati condannati ad abitare al terra insieme con le bestie. Poiché abbiamo mutato la vita angelica e libera da passioni in quella bestiale, chi potrebbe facilmente enumerare gli amari tiranni della nostra vita, padroni furenti e selvaggi? L'ira è un amaro padrone e così l'invidia; l'odio, che è la passione della superbia, è un tiranno furente e selvaggio; il ragionamento licenzioso, che assoggetta la natura a servizi legati alle passioni e alle impurità è come se deridesse degli schiavi. La tirannide dell'avidità, quale eccesso di asprezza non supera? Questa, assoggettatasi la misera anima, la costringe a soddisfare i suoi smisurati desideri, poiché è sempre bisognosa e non è mai sazia. è come una bestia policefala che invia attraverso le innumerevoli bocche il cibo allo stomaco insaziabile e questo non è per nulla soddisfatto di ciò che ha guadagnato, anzi, ciò che continuamente assume è materia che incendia il desiderio del di più. Chi dunque, considerando questa vita infelice, potrebbe rimanere duro e insensibile a tali disgrazie? Il fatto di non provare misericordia di noi stessi è dovuto all'insensibilità di fronte a questi mali; come accade ai folli a cui l'eccesso del male ha tolto anche la consapevolezza di ciò che patiscono. Se dunque uno ha conosciuto se stesso, come era una volta e come è nel presente (anche Salomone dice in qualche passo "saggi sono coloro che conoscono se stessi"), costui non cesserà mai di avere misericordia di sé e a tale disposizione dell'anima seguirà, come è verosimile, anche la misericordia di Dio.

Il misericordioso è giudice di se stesso nel giudizio finale.
Perciò il Signore dice: "Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia". Essi, non altri: in ciò, infatti, fornisce un chiarimento il nome, come se uno dicesse: "Cosa beata è il prendersi cura della salute fisica; colui infatti che se ne prende cura, vivrà in salute". Così chi ha misericordia è detto beato perché il frutto della misericordia è possesso proprio di chi è misericordioso, sia seguendo il discorso che abbiamo scoperto ora, sia seguendo quello precedente, ossia il mostrare compassione per le sventure altrui. In entrambi i casi, infatti, è ugualmente bene sia l'aver misericordia di sé, nel modo detto, sia il compatire le sventure dei vicini. Perciò l'equità del giudizio di Dio mostra che la libera scelta dell'uomo verso gli inferiori è in relazione alla superiore volontà, per cui, in un certo qual modo, l'uomo è giudice di se stesso esprimendo il giudizio su di sé nelle cause dei suoi sottoposti. Poiché si crede, e giustamente si crede, che tutta la natura umana sia sottoposta al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa secondo quanto ha compiuto quando era nel corpo, sia esso bene o male (è forse audace anche dirlo) se è possibile cogliere con un ragionamento ciò che è ineffabile e invisibile, è anche già possibile comprendere la beatitudine della ricompensa per chi ottiene misericordia. Infatti la benevolenza che nasce nelle anime nei confronti di coloro che mostrano compassione, verosimilmente, rimane perenne, per tutta l'esistenza, nella vita di coloro che partecipano della benevolenza. Che cosa, dunque, è verosimile che accada al momento della resa dei conti, se il benefattore verrà riconosciuto da coloro che sono stati oggetto del beneficio? Come disporrà egli la sua anima ascoltando le voci riconoscenti che lo acclamano di fronte al Dio di tutta la creazione? Di quale altra beatitudine necessiterà, dunque, colui che è celebrato come da un araldo in così grande teatro per le ottime azioni? Infatti, insegna la parola del Vangelo [Mt 25,34ss], coloro che hanno ricevuto un beneficio, sono presenti nel giudizio del Re verso i giusti e verso i peccatori. Con entrambi egli fa uso del dimostrativo, come se indicasse con un dito l'oggetto: "Per quanto faceste ad uno di questi miei fratelli più piccoli" [Mt 25,40-45]. Il dire "questi" indica la presenza di coloro che ricevettero il beneficio. Mi dica, dunque, chi preferisce la materia inanimata delle ricchezze alla futura beatitudine: quale splendore d'oro, quale fulgore delle pietre preziose, quale ornamento di abiti è paragonabile a quel bene che la speranza suggerisce? Quando il Re della creazione abbia rivelato se stesso alla natura umana, assiso con magnificenza sul suo trono sublime; quando siano apparse intorno a Lui le innumerevoli miriadi di angeli; e ancor più quando sia di fronte agli occhi di tutti l'ineffabile regno dei cieli e, dal lato opposto, si mostrino le terribili punizioni. Ma quando, in mezzo a queste cose, tutta la natura umana, dalla prima creazione fino alla pienezza del tutto, sia sospesa tra il timore e la speranza del futuro, tremando spesso per l'esito finale di ciò che si attende da ciascuna delle due sorti; mentre coloro che hanno vissuto con una buona coscienza sono in dubbio sul futuro, qualora vedano altri trascinati dalla cattiva coscienza, come da un boia, in quelle cupe tenebre; se costui si presentasse al Giudice, confidando nelle sue opere, fra le voci di lode e di gratitudine di coloro che hanno ricevuto il beneficio, splendido nella sua fiducia, forse calcolerà che quella buona sorte sia da misurare secondo la ricchezza materiale? Forse accetterà, in cambio di quei beni, tutte le montagne, le pianure, le valli boscose e il mare tramutati in oro per lui? Prendiamo invece il caso di colui che ha scrupolosamente occultato mammona grazie a sigilli chiavistelli, porte di ferro e nascondigli sicuri, giudicando preferibile ad ogni comandamento l'ammucchiarsi per lui della materia, sotterrata in luogo segreto; se sarà trascinato giù a capofitto nel fuoco tenebroso, tutti coloro che hanno sperimentato in questa vita la sua durezza di cuore e la sua ferocia, gliela presenteranno davanti e gli diranno: "Ricordati che hai già ricevuto i tuoi beni durante la vita [Lc 16,25]; nelle fortezze della tua ricchezza chiudesti insieme anche la misericordia e lasciasti sottoterra la magnanimità; non ti desti pensiero, in questa vita, dell'amore degli uomini: ora non hai ciò che non avesti, non trovi ciò che non hai messo in serbo, non raccogli ciò che non hai diffuso, non mieti ciò che non hai seminato; la raccolta sia per te degna della tua seminagione: hai seminato amarezza, raccogline le messi; stimasti la spietatezza, hai ciò che amasti; non guardasti con simpatia, neppure ora sarai guardato con misericordia; trascurasti l'afflitto, ora, mentre perisci, sarai trascurato; fuggisti la misericordia, la misericordia fuggirà da te; provasti nausea per il povero, colui che fu povero per causa tua, proverà ora nausea di te". Se dunque fossero pronunciati questi o simili discorsi, dove andrebbero a finire l'oro, gli splendidi suppellettili, la sicurezza riposta nei tesori sigillati, i cani validi per la guardia notturna? Dove le armi predisposte contro chi insidia i tesori? Dove l'annotazione registrata sui libri? Perché tutto ciò è per il pianto e lo stridore dei denti? Chi farà risplendere le tenebre? Chi estinguerà la fiamma? Chi respingerà il verme che non ha fine? Dunque fratelli meditiamo le parole del Signore che ci insegna, in breve, cose tanto grandi relative al futuro e diventiamo misericordiosi, per divenire grazie a ciò beati in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE SESTA



"Beati i puri di cuore perché vedranno Dio". La vertiginosa promessa della sesta beatitudine: la "visio Dei".
La mia mente, quando guarda dalla sublime voce del Signore, come dalla sommità di una montagna, alla profondità inesauribile dei suoi pensieri, prova la stessa impressione che è verosimile esperimentino coloro che da una altissima vetta si rivolgono all'infinita vastità del mare aperto. Infatti, come in molti luoghi di mare è possibile vedere un monte spaccato, eroso dalla parte del mare a picco dalla cima in profondità, il cui limite superiore si proietta come una punta e incombe sull'abisso (questo è appunto ciò che è verosimile esperimenti colui che intravvede, da simile punto di osservazione, da una così grande altitudine, il mare profondo), così ora l'anima mia ha le vertigini sospese a questa grande parola del Signore: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Dio è promesso in premio alla contemplazione di coloro che si sono purificati nel loro cuore. "Nessuno ha mai visto Dio" [Gv 1,18], stando a quanto dice il grande Giovanni. Anche Paolo, quella mente sublime, conferma quello stesso verdetto quando dice: "Nessuno lo vide, né può vederlo" [1Tm 6,16]. Questa è infatti quella roccia liscia e scoscesa, che mostra di non offrire alcun appiglio ai nostri pensieri, quella roccia che anche Mosè, nella sua dottrina, rivelò essere così inaccessibile da rendere impossibile alla nostra mente di avvicinarsi: ogni incertezza è eliminata dall'affermazione: "Non è infatti possibile che qualcuno veda il Signore e viva" [Es 33,20]. Ma in verità il vedere il Signore è vita eterna. D'altra parte i pilastri della fede, Giovanni, Paolo, Mosè, dichiarano che questo è impossibile. Ti rendi conto della vertigine da cui l'anima è trascinata nella profondità delle considerazioni contenute in questo discorso? Se da una parte Dio è vita e chi non vede Dio non ha lo sguardo rivolto alla vita, d'altra parte la testimonianza dei profeti e degli apostoli ispirati è che non si può vedere Dio. A che cosa si riduce la speranza degli uomini? Ma il Signore sostiene la speranza che cade, come fece con Pietro, che ripose sulla superficie dell'acqua solida e resistente ai passi, mentre rischiava di sprofondare. Se anche sopra di noi giungesse la mano del Logos e, mentre siamo instabili sull'abisso delle riflessioni, ci confermasse in un altro pensiero, noi usciremmo dalla paura aggrappandoci con forza al Logos che ci conduce per mano; egli dice infatti: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio". La promessa è così grande da superare il più alto limite della beatitudine. Cos'altro potrebbe desiderare, dopo tale bene, colui che tutto ha nel contemplato? Infatti, nell'uso abituale della Sacra Scrittura, "vedere" significa la stessa cosa che "avere"; come nel passo: "Possa tu vedere i beni di Gerusalemme" [Sal 27,5], l'espressione "possa tu vedere" sta per "possa tu trovare", e nel passo: "Sia tolto di mezzo l'empio, perché non veda la gloria di Dio" [Is 26,10], per "non vedere" il profeta intende il non partecipare. Dunque colui che ha visto Dio, grazie a questo "vedere" ebbe tutto quello che è compreso nell'elenco dei beni: la vita infinita, l'incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale, il regno senza fine, la gioia incessante, la luce vera, la dolce voce dello Spirito, la gloria inaccessibile, l'esultanza perpetua, insomma, ogni bene. Ciò che dunque è proposto alla speranza nella promessa di beatitudine è di tale natura e di così grande entità.

Anche la condizione della "visio Dei", la purezza, appare un obiettivo "vertiginoso" per l'uomo.
Poiché il modo in cui si realizza il vedere è stato indicato prima nell'essere puri di cuore, la mia mente, di nuovo, prova le vertigini, per paura che la purezza di cuore sia forse tra le cose per noi impossibili, o che trascendono la nostra natura. Se infatti grazie ad essa si vede Dio e Mosè e Paolo non lo videro, poiché è stato affermato che né loro né altri possono vederlo, sembra qualche cosa di impossibile ciò che ora il Logos propone nella beatitudine. Che vantaggio traiamo noi dal sapere come si può vedere Dio, se alla conoscenza non si unisce la possibilità di realizzarla? Sarebbe come dire che l'esser beati consiste nel trovarsi in cielo, poiché là si vedranno cose che non si possono vedere in questa vita. Sarebbe infatti utile, per gli ascoltatori, imparare che l'essere là è fonte di beatitudine, se fosse indicato un mezzo per il passaggio in cielo. Finché sussiste l'impossibilità della salita, che vantaggio porta la conoscenza della beatitudine celeste, dal momento che procura solo la nostra afflizione, poiché abbiamo imparato di quali beni siamo stati privati per l'impossibilità della salita? Forse, dunque, il Signore ci esorta a qualche cosa che è fuori dalla portata della nostra natura e trascende la misura delle facoltà umane con la grandezza del precetto? Non è possibile! Egli, infatti, non ha ordinato di divenire volatili a coloro che per natura non hanno le ali, né di vivere nell'acqua a coloro per cui fissò una vita terrestre. Se dunque in tutti gli altri casi la legge è adatta alle possibilità di chi la riceve e non esercita nessuna costrizione forzosa sulla natura, penseremo, di conseguenza, che neppure ciò che è indicato nella beatitudine è fuori dalla speranza. Ci renderemo conto, invece, che anche Giovanni, Paolo e Mosè e qualsiasi altro come loro, non sono stati respinti da questa superiore beatitudine che consiste nel vedere Dio. Certo non sarà respinto colui che disse: "Sia su di me la corona di giustizia che mi darà il Giusto Giudice" [2Tm 4,8], né colui che reclinò il capo sul petto di Gesù [Gv 21,20], né colui che ascoltò dalla voce divina queste parole: "Ti conobbi prima di ogni altra cosa" [Es 33,17]. Se dunque non c'è dubbio che siano beati coloro che proclamano la conoscenza di Dio superiore alla nostra facoltà, se d'altra parte la beatitudine consiste nel vedere Dio e questo dipende dall'essere puri di cuore, non è dunque impossibile la purezza di cuore attraverso cui è possibile divenir beati. Come si può allora affermare che dicono la verità coloro che, seguendo Paolo, mostrano la conoscenza di Dio superiore alla nostra capacità e che la voce del Signore non li contraddice promettendo di esser visto nella purezza? A me pare sia bene che di questa cosa si debba, prima di tutto, in breve, rendersi conto perché cammin facendo ci sia l'osservazione del soggetto proposto.

L'essenza divina è inaccessibile all'uomo; la congetturalità della conoscenza analogica.
La natura divina, quale essa sia in definitiva in se stessa secondo l'essenza, supera ogni comprensione, essendo inaccessibile ed irraggiungibile per i pensieri e le congetture e non è ancora stata scoperta tra gli uomini una facoltà per la percezione dell'incomprensibile né un accesso alla comprensione dell'impossibile. Perciò il grande apostolo chiamò anche impersctutabili [Rm 11,33] le vie di Dio, significando con questa parola che quella via che conduce alla conoscenza di Dio è inaccessibile ai ragionamenti; come anche nessuno mai di coloro che ci hanno preceduto in questa vita ha indicato una qualche traccia di comprensione sicuramente razionale per la conoscenza della realtà che supera la conoscenza. Essendo tale per natura Colui che è superiore ad ogni natura, si vede e si percepisce in un altro modo l'invisibile e l'indescrivibile. Molti sono i modi di tale percezione. è infatti possibile vedere, per congettura, Colui che ha fatto nella sapienza tutte le cose grazie alla sapienza che si manifesta nel tutto. Come nelle opere create dall'uomo la mente riconosce, in un certo qual modo, il creatore del prodotto che gli è dinnanzi, poiché egli ha lasciato l'impronta della sua arte nel lavoro, e quel che si può vedere, poi, non è la natura dell'artista, ma solo la scienza artistica che egli ha lasciato nel prodotto; così, anche considerando l'ordine della creazione, ci formiamo una nozione non dell'essenza, ma della sapienza di Colui che ha fatto tutto sapientemente. Se consideriamo poi la causa della nostra vita, che Egli giunse a creare l'uomo non per necessità, ma per volontà buona, di nuovo, anche in questo caso, noi diciamo di aver contemplato Dio, avendo compreso non la sua essenza, ma la sua bontà. Così, anche tutte le altre considerazioni che elevano il pensiero all'essere superiore e sublime, tutte le considerazioni di tal genere le chiamiamo concezioni di Dio, poiché ciascuno di questi alti concetti ci porta Dio davanti agli occhi. Infatti la potenza e la purezza, il permanere nel medesimo stato, l'esser privo di commistione con il proprio contrario e tutti i concetti di tal genere, formano nell'anima una rappresentazione concettuale divina e alta. Si è dunque mostrato, in ciò che è stato detto, che il Signore dice il vero quando promette che i puri di cuore vedranno Dio e che Paolo non mente quando rivela, con i suoi propri scritti, che nessuno ha mai visto Dio né lo può vedere. Infatti Colui che è invisibile per natura, diviene visibile attraverso la sua attività, in quanto viene contemplato in certe sue proprietà.

Il "luogo" della visio Dei è l'interiorità purificata dell'uomo.
Ma il senso della beatitudine non intende solo questo, cioè poter conoscere analogicamente l'operatore dall'operare della sua potenza. Anche i sapienti di questo mondo, infatti, potrebbero giungere parimenti alla percezione della sapienza e potenza superiore attraverso l'armonia del cosmo. A me pare, però, che la grandezza della beatitudine suggerisca un altro consiglio a coloro che sono in grado di ricevere la visione di ciò che desiderano. Il pensiero che mi è venuto in mente diventerà più chiaro con un esempio. La salute del corpo è un bene per la vita dell'uomo, ma per essere felici non basta solo saper parlare della salute, ma vivere in salute. Se infatti uno, esponendo le lodi della salute, si prendesse del cibo che genera malattia e cattivi umori, che cosa avrebbe acquistato dalle lodi della salute, dal momento che è afflitto dalle malattie? Così noi penseremmo anche a proposito del discorso in questione, poiché il Signore non ha detto che l'esser felici è conoscere qualche cosa di Dio, ma è possedere Dio in se stessi. Egli dice infatti: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". A me pare che egli non proponga Dio come visione faccia a faccia, a colui che ha purificato l'occhio della sua anima, ma che la grandezza della sua parola ci suggerisca ciò che il Logos presenta altrove in modo più scoperto quando dice: "Il Regno dei cieli è dentro di voi" [Lc 17,21]. Questo perché impariamo che colui che ha purificato il suo cuore da ogni creatura e dalla disposizione passionale, vede nella propria bellezza l'immagine di Dio. A me pare che il Logos, nelle poche parole che ha detto, abbia espresso un simile consiglio: "O uomini, quanti avete il desiderio di contemplare ciò che per essenza è bene, poiché avete ascoltato che la maestà di Dio è esaltata sopra i cieli e la sua gloria è inesplicabile, la sua bellezza indicibile, la sua natura incomprensibile, non disperate di poter vedere ciò che desiderate. Infatti la misura che ti è concessa della concezione di Dio è in te. Così Colui che ti ha creato, immediatamente, per natura, ti ha connaturato un siffatto bene. Dio, infatti, ha impresso come delle immagini dei beni della propria natura nella tua costituzione, avendole impresse anticipatamente con una forma di incisione come fossero cera. Ma il vizio, che ha velato l'impronta divina, rende vano per te il bene che è rimasto turpemente coperto. Se tu dunque, con la sollecitudine della vita, detergerai nuovamente il sudiciume che si è incrostàto nel tuo cuore, risplenderà per te la bellezza divina. è la stessa cosa che accade al ferro; quando viene liberato dalla ruggine che lo riveste, grazie ad una cote, ciò che poco prima era nero riluce vibrando di splendore al sole. Così accade anche all'uomo interiore che il Signore chiama "cuore"; dopo che sia stata raschiata via la sporcizia rugginosa che con mala corrosione è fiorita sulla forma, riprenderà di nuovo la sua somiglianza con l'archetipo e sarà buono. Ciò che infatti è simile al bene è sicuramente buono. Dunque, colui che volge lo sguardo a se stesso, in se stesso guarda ciò che desidera. Così diviene felice il puro di cuore, poiché guardando la propria purezza nell'immagine vede l'archetipo. Come avviene per coloro che guardano il sole in uno specchio, sebbene essi non guardino fissamente il cielo, essi vedono il sole nello splendore dello specchio in modo per nulla inferiore a coloro che guardano lo stesso disco solare. Così, dice il Signore, anche se voi siete spossati dalla osservazione della luce, se correte di nuovo verso la grazia dell'immagine che è stata forgiata per voi dall'inizio, avete in voi stessi ciò che cercate. La divinità, infatti, è purezza, assenza di passioni ed estraneità ad ogni male. Se dunque ciò e in te, Dio certamente è in te. Quando il tuo pensiero è purificato da ogni vizio, libero da passione, estraneo ad ogni macchia, tu sei felice per la chiarezza della vista, poiché, purificato, hai percepito ciò che è invisibile a coloro che non sono purificati e, rimossa la caligine materiale dagli occhi dell'anima, guardi splendente nel cielo puro del tuo cuore la beata visione. La purezza, la santità, la semplicità, tutti i riflessi luminosi di tal genere della natura divina, attraverso cui si contempla Dio.

La purificazione non può essere ottenuta dal solo sforzo umano.
Ora, da quanto si è detto, noi non dubitiamo che le cose stiano così. Il discorso però si rivolge ancora alla difficoltà sollevata all'inizio, con la stessa perplessità. Come infatti è certo che colui che è in cielo partecipa delle meraviglie celesti, ma l'impraticabile modo della salita ci rende nullo il guadagno che traiamo da ciò su cui siamo d'accordo, così non c'è dubbio che dalla purificazione del cuore si genera la beatitudine, ma come si possa purificare il cuore da queste macchie, sembra presentare la stessa difficoltà dell'ascesa al cielo. Quale scala di Giacobbe troveremo dunque, quale carro infuocato, a somiglianza di quello che sollevò il profeta Elia al cielo, dal quale il nostro cuore, sollevato alle meraviglie superiori, scrollerà via questo peso terrestre? Se infatti uno considera le necessarie affezioni dell'anima, riterrà assurdo e impossibile l'allontanamento dei mali ad esse congiunti. Fin dall'inizio, la nostra generazione ha inizio dalla passione, la crescita procede attraverso la passione e nella passione la vita termina; il male si è in un certo senso mescolato alla nostra natura, tramite coloro che da principio accolsero la passione, i quali con la loro disobbedienza stabilirono la malattia. Come la natura dei viventi si trasmette con la successione dei discendenti di ciascuna specie, cosicché ciò che è nato, secondo la legge di natura, è la stessa cosa di chi lo ha generato, così l'uomo nasce dall'uomo, colui che è soggetto alla passione da chi è soggetto alla passione, il peccatore dal peccatore. Dunque il peccato coesiste, in un certo qual modo con i generati, poiché con essi viene partorito, cresce ed ha termine con la fine della vita. Ma che la virtù sia per noi difficile da raggiungere, tra mille pene e sudori, venendo compiuta a stento con sforzo e fatica, lo abbiamo imparato in molti passi della Sacra Scrittura, quando abbiamo ascoltato che la strada del regno è angusta, procede per strettoie, mentre è larga, declinante e rapida quella che conduce con il vizio la vita alla rovina. La Sacra Scrittura non definisce interamente impossibile la vita superiore, quando espone nei sacri libri le meraviglie di uomini tanto grandi. Ma poiché nella promessa di vedere Dio il senso è duplice (uno è quello di conoscere la natura che trascende l'universo, l'altro è quello di unirsi ad essa tramite la purezza di vita) la voce dei santi definisce la prima forma di conoscenza impossibile, mentre, per quanto riguarda il secondo significato, il Signore lo promette alla natura umana nel presente insegnamento, quando dice: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio".

è nell'insegnamento di Cristo, che mira ad estirpare la radice stessa del vizio, il "modo" della purificazione.
Come sia possibile diventare puri, lo puoi imparare quasi in ogni insegnamento evangelico. Infatti, percorrendo con ordine i precetti, scoprirai con chiarezza la purezza di cuore. Distinguendo, infatti, in due specie il vizio, quello che consiste nelle azioni e quello che consiste nei pensieti, Egli punì la prima specie, l'ingiustizia che si manifesta nelle opere, con l'antica legge, mentre ora fa volgere la legge ad un'altra forma del peccato, non punendo l'azione cattiva, ma preoccupandosi nei riguardi del suo stesso inizio. Infatti, allontanare il vizio dalla libera scelta, è rendere estranea, con molta superiorità, l'esistenza alle opere malvagie. Poiché il vizio ha molte parti e varie specie, Egli oppose, con i suoi precetti, il rimedio proprio a ciascuna delle cose vietate. Poiché il morbo dell'ira è abituale, per lo più, durante tutta l'esistenza, Egli inizia la cura da ciò che maggiormente predomina, prescrivendo tra i primi precetti l'astensione dall'ira. "Ti è stato insegnato -Egli dice- nella legge più antica "non uccidere"; ora impara ad allontanare dall'anima l'ira contro i tuoi simili". Egli, infatti, non rifiutò del tutto l'ira. Qualche volta, in effetti, è possibile far uso anche per il bene di questo impeto dell'anima. Quel che il precetto reprime è essere adirato contro il fratello senza nessuna finalità buona. Egli dice infatti: "Ognuno di coloro che si adirano con il fratello invano" [Mt 5,22-24]. L'aggiunta "in vano" mostra come sia opportuno, spesso, l'uso dell'ira, quando la passione ribolle per la punizione del peccato. La parola della Sacra Scrittura attesta che questa forma d'ira fu in Finea, quando con l'uccisione dei trasgressori della legge placò la minaccia di Dio, mossa contro il suo popolo [Nm 25,1ss]. E, ancora, il Signore va oltre la cura dei peccati commessi per il piacere e con il precetto allontana lo stolto desiderio dell'adulterio dal cuore. Così troverai che il Signore, negli insegnamenti successivi, raddrizza tutte le cose, una per una, opponendosi a ciascuna delle forme del vizio con i suoi precetti. Proibisce di sfidare ingiustamente, non permettendo neppure l'autodifesa. Bandisce la passione dell'avidità, ordinando a colui che è stato derubato di spogliarsi anche di ciò che gli è rimasto. Egli cura la paura comandando di essere sprezzanti contro la morte. Insomma, troverai che, grazie a ciascuno dei precetti, la parola incisiva del Signore come un aratro estirpa le radici malvage del peccato dal profondo del nostro cuore; attraverso quei precetti è possibile purificarsi dai frutti irti di spine. Il Signore, dunque, è benefattore della nostra natura in entrambi i modi: sia perché ci promette il bene, sia perché ci offre l'insegnamento utile per raggiungere lo scopo propostoci. Se poi giudichi faticoso lo sforzo per il bene, paragonalo al modo contrario di vita e scoprirai quanto sia più penoso il vizio, se tu ti rivolgi non al presente, ma a ciò che accadrà dopo. Colui che infatti abbia avuto notizia della geenna non si asterrà più con fatica e sforzo dai piaceri peccaminosi, ma la sola paura instillata dai ragionamenti, sarà sufficiente a bandire le passioni.

La condotta morale dell'uomo è sempre riflesso del "volto" di un altro: o è quello del Padre, o è quello dell'avversario del Padre.
Piuttosto è opportuno che chi considera ciò che è stato ascoltato insieme a ciò che è taciuto, da lì concepisca più veemente il desiderio. Se infatti beati sono i puri di cuore, miseri senza dubbio sono gli immondi di spirito perché guardano il volto dell'avversario. Se poi l'impronta divina stessa è impressa nell'esistenza virtuosa, è chiaro che la vita viziosa diviene forma e volto dell'avversario. Ma, certamente, se Dio è chiamato, seguendo considerazioni differenti, secondo ciascuna delle cose che si concepiscono come bene: luce, vita, incorruttibilità ed ogni concetto di questo genere, senza dubbio, per contrasto, ciò che si oppone a ciascuno di questi concetti, sarà dedicato allo scopritore del vizio: tenebre, morte, corruzione e tutte quelle cose che sono dello stesso genere e simili a queste. Avendo dunque imparato attraverso cosa prendono forma i vizi e la vita virtuosa, poiché ci è offerto di poter scegliere liberamente per gli uni o per l'altra, fuggiamo la forma del diavolo, deponiamo la maschera malvagia, riassumiamo l'immagine divina e diventiamo puri di cuore per essere beati, poiché si è formata in noi l'immagine divina per lo stile di vita puro, in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE SETTIMA



"Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio". La promessa di divenire "figli" supera ogni aspettativa di felicità; l'assoluta proporzione tra natura divina ed umana.
Tutte le cose che appartenevano al sacro tabernacolo della testimonianza, che il legislatore preparò per gli Israeliti secondo le indicazioni che Dio aveva dato sul monte, erano considerate, una per una, sante e sacre, tutte quelle che fossero incluse all'interno del recinto. La parte più interna, poi, chiamata "Santo dei Santi", era inaccessibile ed impenetrabile. Io credo che questa enfatica creazione linguistica indicasse che questa parte non partecipava della santità nello stesso grado delle altre, ma che quella parte inaccessibile fosse tanto più sacra e più pura delle parti sante intorno ad essa, quanto il consacrato ed il santo differiscono dal comune e dal profano. Allo stesso modo io credo che tutte le beatitudini che ci sono state mostrate su questo monte sono sacre e sante, tutte quante, una per una il discorso divino ci ha proposto e stabilito. Io credo, poi, che ciò che è proposto ora alla nostra contemplazione sia veramente inaccessibile e "Santo dei Santi". Se infatti il vedere Dio non ha nulla che lo superi nel bene, il diventare figli di Dio è superiore ad ogni felicità. Che ingegnosa trovata linguistica è mai? Quale significazione di nomi potrebbe contenere il dono di una così grande promessa? Qualsiasi cosa si possa concepire con la mente, ciò che viene presentato è del tutto superiore ad essa. Qualora tu chiami ciò che è proposto dalla promessa della beatitudine bene o valore sublime, ciò che si mostra è di più di quanto spiegato dalle parole. L'esito felice supera le preghiere, il dono supera la speranza, la grazia supera la natura. Che cos'è l'uomo se valutato in confronto alla natura divina? Quale voce di profeta io citerò, dalla cui testimonianza l'uomo risulti una cosa di poco conto? Secondo Abramo è terra e cenere [Gen 18,27], secondo Isaia è erba [Is 11,6], secondo Davide non è neppure erba, ma simile all'erba [Sal 35,2]. Isaia dice infatti: "Tutta la carne è erba"; Davide invece: "L'uomo è come erba". Secondo l'Ecclesiaste l'uomo è vanità [Qo 1,2]; secondo Paolo è miseria [1Cor 15,19]. Con le stesse parole con cui definì se stesso, l'apostolo commisera tutto il genere umano. Tutto ciò è l'uomo. Dio, invece, cos'è? Come potrò dire che cos'è ciò che non è possibile né vedere né ascoltare né comprendere con il cuore? Con quali parole ne annunzierò la natura? Che esempio troverò, tra le cose conosciute, di questo bene? Quali parole nuove conierò per significare ciò che è indicibile e inesprimibile? Ho ascoltato la Scrittura, ispirata da Dio, esporre grandi meraviglie intorno alla natura superiore, ma che cosa sono esse in confronto a quella stessa natura? La parola della Scrittura ha detto infatti quanto io potevo accogliere, non quanto ciò che si manifesta è in se stesso. Come tra coloro che respirano l'aria, ciascuno secondo la sua costituzione, c'è chi prende di più e chi meno d'aria, tuttavia colui che ne ha trattenuta di più in se stesso non tiene dentro di sé tutto l'elemento, ma ha preso dall'intero quanto poteva e l'intero rimane tale, così anche i discorsi su Dio contenuti nella Sacra Scrittura, che ci sono stati esposti dai profeti ispirati dallo Spirito Santo, sono sublimi e grandi in confronto alla nostra mente, superiori ad ogni grandezza, eppure non toccano la vera grandezza. "Chi misurerà il cielo con un palmo -dice la Scrittura- l'acqua con la mano e tutta la terra con un pugno?" [Is 40,12s]. Hai ammirato la magnificenza delle parole di chi descrive la potenza indicibile? Ma che cosa sono queste parole in confronto a ciò che veramente è? Il discorso profetico indicò senza dubbio, in tali magnifiche espressioni, una parte dell'energia divina, ma la potenza da cui l'energia deriva (per non dire la natura da cui proviene la potenza) non la nominò né avrebbe potuto nominarla. Il discorso profetico, anzi, riprende anche coloro che si rappresentano il divino con delle congetture, quando proferisce tali parole (come parlasse per bocca del Signore): "A chi mi potreste paragonare dice il Signore?" [Is 40,25]. Lo stesso consiglio offre anche l'Ecclesiaste nei propri discorsi: "Non ti affrettare a proferir parola di fronte alla persona di Dio, perché Dio è in alto, in cielo, e tu sei in basso, sulla terra" [Qo 5,1]; io credo che intendesse mostrare, attraverso la distanza che tali elementi hanno uno rispetto all'altro, in che larga misura la natura divina sorpassa i ragionamenti terreni.

La parentela con il divino è per l'uomo dono e non diritto di natura.
A questa realtà, di tal genere e di tale grandezza, che non si può vedere né ascoltare e di cui non si può ragionare, l'uomo, che è valutato un nulla tra gli esseri, che è cenere, erba, vanità, è tuttavia reso familiare, poiché è assunto a dignità di figlio di Dio dell'universo. Quale ringraziamento l'uomo può trovar degno di questa grazia? Con quale voce, con quale pensiero, con quale movimento interiore proclamerà la sovrabbondanza della grazia? L'uomo eccede la sua natura divenendo da mortale immortale, da caduco incorruttibile, da effimero eterno, in una parola da uomo dio. Colui che è stato fatto degno di divenir figlio di Dio avrà in sé la dignità del Padre ed è erede di tutti i beni paterni. Oh, come è grande l'elargizione del ricco Signore, come è larga la sua palma, magnifica la sua mano nel donare! Quanto grandi sono i doni degli ineffabili tesori! Per amore dell'umanità egli ha condotto la natura disonorata dal peccato quasi al suo stesso livello di onore. Se infatti Egli dona agli uomini la somiglianza con ciò che Egli stesso è per natura, che cos'altro promette se non una certa uguaglianza di onore tramite la parentela? Questo dunque è il premio della gara, ma la gara qual è? "Se sarai operatore di pace -dice il Signore- sarai coronato con il dono dell'adozione".

Anche la condizione dell'adozione a figli - essere operatori di pace- è dono.
A me pare che l'opera per cui è promessa una mercede tanto grande, sia un altro dono. Che cos'è più dolce per l'uomo, tra le cose che egli ricerca per trarne vantaggio, di una vita pacifica? Qualsiasi cosa tu nomini tra le cose dolci di questa vita, essa ha bisogno di pace per essere dolce. Se infatti ci fossero tutti i beni apprezzati nella vita: ricchezza, buona salute, moglie, figli, casa, parenti, servitori, amici, terra e mare che arricchiscono entrambi la proprietà, giardini, caccie, bagni, palestre, ginnasii, luoghi destinati al divertimento giovanile e tutto ciò che è stato inventato per il piacere; aggiungi a questi beni anche i dolci spettacoli e i piacevoli canti e qualsiasi altra cosa renda dolce la vita di coloro che vivono nella mollezza; se tutto ciò fosse presente, ma fosse assente il bene della pace, che guadagno si trarrebbe da quei beni, se la guerra recide la possibilità di godere di essi? Perciò la pace stessa è dolce per coloro che vi partecipano e addolcisce tutto ciò che è apprezzato nella vita. Anche se subissimo qualche sventura, secondo la condizione umana, in tempo di pace, il male contemperato al bene sarebbe più facile da sopportare. Quando invece la guerra opprime la vita, siamo insensibili, in un certo qual modo, a simili motivi di afflizione. Infatti la sventura comune sorpassa i singoli motivi di dolore. E come dicono i medici per le afflizioni del corpo, che, se due pene coincidono in un unico corpo, viene avvertita solo quella più forte, mentre rimane latente, in un certo qual modo, il dolore del male minore, dal momento che è stato occultato dal sovrapporsi di quello più violento, così i mali della guerra, che superano tutti gli altri per i dolori che arrecano, fanno sì che i singoli siano insensibili alle proprie sventure. Se poi l'anima è come intorpidita dall'avvertire le proprie disgrazie, abbattuta dai comuni mali della guerra, come potrà avere sensibilità per i piaceri? Come potrebbe dove ci sono armi e cavalli, spade acuminate e trombe squillanti? Dove ci sono falangi irte di lance, scudi che si premono, elmi con i pennacchi che si muovono paurosamente, dove ci sono conflitti, scontri, lotte, battaglie, stragi, fughe, persecuzioni, gemiti, ululati, terra impregnata di sangue, morti calpestati, ferite tralasciate ed ogni altra cosa che è solita accadere nell'amara sventura della guerra? Potrà forse, colui che è immerso in queste afflizioni rivolgere il pensiero al ricordo di ciò che rende allegri? Se poi, in qualche modo, il ricordo delle cose più piacevoli afferrasse l'anima, non sarebbe forse una sventura in più il ricordo delle cose più amate che si insinua nel pensiero al momento della disgrazia? Dunque, Colui che ti paga la mercede se ti asterrai dai mali della guerra, ti ha fatto due doni. Uno è costituito dal premio della gara, l'altro consiste nella gara stessa. Così, anche se non fosse proposta nessun'altra speranza oltre tale gara, la pace in se stessa sarebbe più preziosa di ogni altra cura per gli uomini saggi. In questo è dunque possibile riconoscere la sovrabbondanza dell'amore per l'uomo: Egli ha ricompensato con dei beni non le fatiche e i sudori, ma, per così dire, i godimenti e i diletti. Se dunque la pace è la principale tra le cose che rendono lieti, Egli volle che fosse presente in ciascuno di noi in tale misura che non solo ognuno ne avesse per sé, ma, dalla grande sovrabbondanza, ne distribuisse anche a chi ne è privo. Dice infatti il Signore: "Beati gli operatori di pace". Operatore di pace è colui che dà pace ad un altro; nessuno potrebbe offrire ad un altro ciò che non ha egli stesso. Egli vuole dunque che tu, prima di tutto, sia pieno di beni della pace e così, in seguito, tu possa offrirli a coloro che sono privi di tale possesso. E non è necessario che il discorso penetri in una speculazione troppo profonda; ci è sufficiente, per il possesso del bene, il pensiero a portata di mano.

Determinazione del concetto di pace.
"Beati gli operatori di pace". Il discorso ci dona, in breve, una cura per molti mali, includendoli uno per uno in questa parola comprensiva e più generale. Pensiamo, prima di tutto a che cos'è la pace. Che cos'altro è se non una disposizione amorosa verso il simile? Qual è dunque il pensiero contrario all'amore? è l'odio, l'ira, l'irascibilità, l'invidia, una persistente memoria delle offese ricevute, l'ipocrisia, la calamità della guerra. Vedi di quanti e quali mali è rimedio una sola parola? La pace, infatti, in eguale misura si contrappone ai mali di cui si è parlato e provoca con la sua presenza l'estinzione del male. Infatti, come la malattia scompare con il sopraggiungere della salute e le tenebre non rimangono quando appare la luce, così quando appare la pace si sciolgono tutte le passioni che sono connesse con lo stato contrario. Io credo che non ci sia per nulla bisogno di procedere a discorrere su quanto ciò sia bene. Tu stesso valuta quale sia la vita di coloro che intrattengono rapporti di reciproco odio e sospetto, il cui incontrarsi è spiacevole e le cui relazioni, tutte quelle che essi intrattengono tra loro, sono nauseanti. Le bocche sono mute, gli occhi sprezzanti e le orecchie sorde alla voce di colui che odia e di colui che è odiato. A ciascuno di essi è caro ciò che non è caro all'altro. Al contrario a ciascuno è straniera e nemica ogni cosa che all'avversario è gradita. Come i soavi profumi rendono colma l'aria circostante della loro fragranza, così il Signore vuole riempirti con sovrabbondanza del dono della pace, così che la tua vita sia una cura per la malattia altrui. Quanto sia grande tale bene lo riconoscerai più esattamente valutando le sventure provocate da ciascuna delle affezioni che esistono nell'anima per la volontà ostile.

Fenomenologia delle passioni contrarie alla pace.
Chi potrebbe esporre adeguatamente le passioni che nascono dalla collera? Quale discorso potrà descrivere l'indecente scompostezza a cui dà origine simile malattia? Tu vedi comparire in coloro che sono dominati dall'ira le passioni degli invasati. Considera, parallelamente, i sintomi del demone e quelli dell'ira e quale sia la differenza tra di essi. L'occhio di chi è posseduto da un demone è iniettato di sangue e stravolto, la bocca malferma, aspri sono i suoni, acuta la voce e simile ad un latrato. Questi sono i sintomi comuni dell'ira e del demone. Inoltre il capo viene agitato con veemenza, le mani si muovono senza senso, vi è una convulsione di tutto il corpo, i piedi sono instabili; per entrambe le malattie, dunque, è unica la descrizione dei sintomi. I due mali differiscono solo in quanto uno è volontario, l'altro capita indipendentemente dalla volontà di coloro in cui si è insediato. Ma quanto è più miserevole essere nella disgrazia seguendo la propria passione, piuttosto che subirla contro la propria volontà? Inoltre chi vide il male provocato da un demone certamente provò pietà; se invece lo sconvolgimento era provocato dall'ira, chi lo vide contemporaneamente lo imitò, giudicando che fosse una perdita non superare con la propria passione colui che era caduto prima di lui in quella malattia. Inoltre, il demone contorcendo il corpo dell'uomo affetto, limita a quello il male, agitando a caso nell'aria le mani dell'invasato. Il demone dell'ira, invece, non rende vani i movimenti del corpo. Infatti, dopo che la passione ha preso pieno possesso dell'uomo ed il cuore ribolle nel sangue poiché la nera bile, come dicono, si è diffusa dappertutto nel corpo per l'affezione dell'ira, allora tutti gli organi di senso del capo vengono costipati dai vapori compressi dentro. Gli occhi sporgono da sotto i limiti delle palpebre fissando con uno sguardo iniettato di sangue, come un drago, l'oggetto che provoca l'offesa: le viscere trattenute provocano l'affanno; si gonfiano le vene del collo; la lingua si ingrossa; la voce, essendosi stretta l'arteria, spontaneamente si fa acuta; le labbra, per la diffusione di quella fredda bile, si irrigidiscono, diventano nere ed hanno difficoltà al naturale aprirsi e chiudersi, così che non possono contenere la saliva che riempie la bocca, ma anzi la espellono insieme alle parole, poiché il suono espresso sputa la spuma. Allora è possibile vedere muoversi le mani e i piedi per effetto della malattia. Queste parti, però, non si muovono più a caso, come succedeva per gli indemoniati, ma per danneggiare gli uomini che vengono a conflitto tra loro a causa della malattia. Subito, infatti, l'impeto di coloro che si percuotono vicendevolmente si dirige verso le parti sensibili più vitali. Se per caso nel corso della lotta la bocca si avvicina al corpo, i denti non rimangono inermi, ma penetrano, come quelli di una fiera, nella carne di coloro che hanno accostato. E chi potrebbe dire, uno per uno, tutti i mali che sono stati generati dall'ira? Chi dunque impedisce simile indecenza dovrebbe essere chiamato beato e degno di stima per il suo grandissimo beneficio. Se infatti chi libera l'uomo da un fastidio relativo al corpo è da ritenersi degno di stima per la sua opera buona, quanto più colui che ha liberato l'anima da simile malattia dovrebbe essere ritenuto come il benefattore della vita da coloro che hanno senno? Quanto l'anima vale più del corpo, tanto chi medica l'anima è più onorevole di quelli che curano i corpi. E nessuno creda che io ritenga il fastidio provocato dall'ira il più grave tra i mali provocati dall'odio. A me pare che la passione dell'invidia e dell'ipocrisia siano tanto più gravi di quella appena ricordata, quanto è più terribile il male nascosto rispetto a quello scoperto. Noi, infatti, temiamo più dei cani coloro in cui non vi è neppure un latrato, che sia preavviso dell'ira, e il cui assalto non è sospettabile dall'aspetto; al contrario essi sorvegliano la nostra imprevidenza e la nostra sconsideratezza assumendo un atteggiamento mite e mansueto. La passione dell'invidia e dell'ipocrisia è di tale natura in coloro in cui si è insediata che, nel profondo del cuore l'odio, come un fuoco, si alimenta nascostamente, mentre l'aspetto esteriore si atteggia, per dissimulazione, ad amicizia. è come quando si nasconde un fuoco sotto la paglia; finché esso corrode internamente, bruciando, ciò che gli si offre, non produce della fiamma manifestamente, ma si sviluppa un fumo dall'acre odore che è compromesso violentemente all'interno; se però il fuoco incontra un alito di vento, si rinfocola in una fiamma luminosa e manifesta. Così accade anche per l'invidia; essa divora internamente il cuore, quasi fosse un fuoco che divora un cumulo di paglia compressa, e nasconde per vergogna la malattia, tuttavia non è possibile che resti nascosta perfettamente. L'amarezza che proviene dall'invidia, con i sintomi relativi a quell'atteggiamento, traspare come fumo dall'odore acre. Se capitasse una disgrazia all'individuo che è oggetto di invidia, allora l'invidioso manifesterebbe la malattia, tramutando in gioia e piacere il dolore dell'altro. I segreti della passione, poi, finché sembrano rimanere nascosti, sono denunziati dalle prove evidenti che risultano dall'aspetto. Compaiono spesso, infatti, sul volto di chi è consumato dall'invidia, i segni mortali propri dei disperati: occhi aridi rientranti nelle palpebre disseccate, sopracciglia contratte, ossa che traspaiono dalle carni. Ma qual è la causa della malattia? è il vivere lieto del fratello, del familiare, del vicino. Che nuova ingiustizia! Reclamare che non è afflitto dal dolore colui il cui benessere ci provoca dolore! Perché l'invidioso non giudica l'ingiustizia dal fatto di aver subito qualche offesa da quell'uomo, ma dal fatto che questo, non essendo per nulla ingiusto, vive secondo i suoi desideri. "Che cosa hai sofferto -gli direi- per che cosa ti sei consumato, guardando con occhio aspro la prosperità del tuo vicino? Che cos'hai da rimproverargli, forse che è bello fisicamente? Che ha il dono dell'eloquenza? Che è più nobile di te? Che appare splendido per dignità perché ha assunto una qualche carica? Che gli è sopraggiunta un'abbondanza di beni? Che è autorevole per la prudenza delle sue parole? Che è rispettato dai più per i suoi benefici? Che è reso famoso dai suoi figli? Che è aiutato dai fratelli e allietato dalla moglie? Che è magnifico per le rendite della casa? Perché queste cose ti feriscono il cuore come punte di frecce? Batti le palme, intrecci le dita, ti angusti con i ragionamenti, emetti gemiti profondi e dolorosi. Non trai piacere dalla soddisfazione che ti offre il presente; amara è la tua mensa, triste il focolare, pronto l'orecchio ad ascoltare la calunnia sull'uomo fortunato. Se si dicesse qualche cosa di favorevole sulle sue fortune, l'orecchio sarebbe chiuso all'ascolto del discorso. Se sei in questo stato d'animo, perché rivesti la malattia con l'ipocrisia? In che modo simuli la maschera dell'amicizia con una fittizia benevolenza? Perché accogli con parole benevole l'altro, incoraggiandolo a stare bene e in buona salute, imprecando in modo inesprimibile in te stesso il contrario? Così era Caino che si infuriava per l'apprezzamento di cui godeva Abele: interiormente l'invidia ordinava l'uccisione; la finzione, poi, divenne il carnefice. Simulando un aspetto benevolo ed amichevole, Caino condusse il fratello nel campo, lontano dall'aiuto dei genitori. Così, in seguito, rivelò l'invidia con l'uccisione.

L'operatore di pace è imitatore di Cristo.
Colui, dunque, che rigetta dalla vita umana simile malattia e, ricongiungendo ciò che è della stessa specie, conduce gli uomini, con benevolenza e pace, ad un'amorevole concordia, non compie forse un'opera veramente degna di potenza divina, poiché bandisce i mali della natura umana e vi introduce invece la comunione dei beni? Per questo il Signore chiama l'operatore di pace "figlio di Dio", perché diviene imitatore del vero Dio, che dona questi beni alla vita degli uomini. "Beati -dunque- gli operatori di pace perché essi saranno chiamati figli di Dio". Chi sono questi? Sono gli imitatori dell'amore divino per l'uomo, sono coloro che mostrano nella propria vita ciò che è proprio dell'energia divina. Il Signore e datore di tutti i beni annienta completamente tutto quanto non ha affinità con la natura del bene ed è al bene estraneo. Il Signore decreta che anche per te questo sia il compito: rigettare l'odio, abolire la guerra, distruggere l'invidia, bandire la battaglia, eliminare l'ipocrisia, estinguere il rancore che si consuma lentamente nel profondo del cuore. Egli introduce, al posto di questi mali, quanto rimane dopo l'abolizione del contrario. Infatti come al recedere delle tenebre succede la luce, così al posto di ciascuno di questi mali, subentra il frutto dello Spirito, l'amore, la gioia, la pace, la benevolenza, e tutto ciò che è annoverato dall'Apostolo nel numero dei beni. Come potrebbe non esser ritenuto beato il dispensatore e l'imitatore dei doni di Dio, colui che conforma le sue buone azioni alla munificenza divina?

La principale opera di pace è riportare la concordia nell'uomo tra corpo e spirito.
Forse, però, la beatitudine non riguarda solo il bene altrui. Io credo che sia chiamato operatore di pace per eccellenza, colui che riconduce ad un pacifico accordo l'opposizione che egli vive in sé tra corpo e spirito e la guerra interna alla sua natura; quando la legge del corpo, che combatte la legge dello spirito, non sarà più operante, ma sarà sottomessa ad un regno superiore, servirà i precetti divini. Tuttavia non crediamo che il discorso ci suggerisca di ritener divisa in due la vita degli uomini virtuosi; dopo che è stato rimosso il muro di separazione della malvagità che era in noi, le due parti sono una, unite dal giudizio comune per il meglio. Poiché dunque si crede che la natura divina sia semplice, priva di composizione e sfuggente ad ogni raffigurazione, qualora la natura umana, grazie all'opera di pace di cui si è detto, sia al di là della duplice composizione e raggiunga pienamente il bene, semplice e sfuggente ad ogni raffigurazione, divenendo veramente una sola cosa, cosicché sia il medesimo soggetto ciò che appare e ciò che è nascosto, allora veramente viene confermata la beatitudine e tali uomini sono detti propriamente figli di Dio, essendo stimati secondo la promessa del nostro Signore Gesù Cristo, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

ORAZIONE OTTAVA



"Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli". La simbologia del numero otto.
L'ordine della sublime dottrina dei precetti da imparare, conduce all'ottavo gradino la presente considerazione del detto. Per prima cosa ritengo sia conveniente comprendere con la ragione quale sia, presso il Profeta, il mistero del numero otto che è proposto in due salmi, e poi che cosa significhi la purificazione e la legislazione relativa alla circoncisione, osservate entrambe, secondo la legge, nell'ottavo giorno. Forse c'è qualche parentela tra questo numero e l'ottava beatitudine che, quale vertice di tutte le beatitudini, è posta sulla sommità della buona salita. Nei Salmi il Profeta indica con l'enigma del numero otto, il giorno della resurrezione; la purificazione mostra il ritorno dell'uomo, macchiato dal peccato, allo stato della naturale purezza e la circoncisione mostra il rigetto delle pelli morte di cui ci rivestimmo dopo la disobbedienza, poiché eravamo stati denudati della vita soprannaturale; qui l'ottava beatitudine intende la reintegrazione nei cieli di coloro che, caduti in schiavitù, sono ora chiamati di nuovo dalla schiavitù al regno. "Beati i perseguitati per causa mia -dice infatti il Signore- perché di essi è il regno dei cieli". Guarda il termine della gara secondo Dio, la ricompensa delle fatiche, il premio del sudore: l'esser fatti degni del regno dei cieli! La speranza di felicità non vaga più attorno a qualche cosa di instabile e di soggetto ad alterazioni. La terra, infatti, è luogo di ciò che muta e si altera; non conosciamo nulla, invece, di ciò che appare e si muove in cielo, che non rimanga uguale a se stesso, ma sappiamo che tutto ciò che è in cielo compie la sua corsa in serie, secondo una ordinata consequenzialità. Vedi dunque la sovrabbondanza del dono? Infatti la grandezza della dignità non ci è stata elargita tra le cose che mutano, perché nessun timore di cambiamento turbi le speranze migliori; dicendo "regno dei cieli", invece, il Signore indica l'immutabilità e la stabilità del dono che ci è dato sperare.

Il "regno dei cieli" è il dono promesso per ragioni diverse; la "cospirazione" di tutte le cose e l'unità dello scopo come criteri dell'ermeneutica.
Ma da quanto è stato detto mi sorgono questi dubbi: il primo è che il Signore promette come dono, tanto al povero di spirito quanto ai perseguitati per causa sua, di condurli ad un ugual fine. Se il loro premio è lo stesso, evidentemente anche le loro gare sono uguali. In secondo luogo, come può il Signore invitare nel regno dei cieli, quando distingue gli uomini gli uni alla destra e gli altri alla sinistra del Padre [Mt 25,31ss], indicando per simile onore ragioni diverse? Infatti, mentre là il Signore propone la compassione, la mutua assistenza, l'amore reciproco, non è fatta nessuna menzione né della povertà di spirito, né della persecuzione a causa sua. Certamente, ad una comprensione superficiale, queste cose sembrano molto differenti l'una dall'altra. Che cosa c'è di comune, infatti, tra l'essere poveri e l'essere perseguitati? E, di nuovo, questi due modi di essere si accordano, in una qualche maniera, con i fini della compassione caritatevole? Un uomo nutrì un bisognoso, vestì un ignudo, accolse un viaggiatore sotto il suo tetto, portò le cure necessarie al malato e al carcerato: queste azioni cos'hanno in comune con l'essere povero e l'essere perseguitato, secondo il discorso di cui ci stiamo occupando? Quest'uomo cura le sventure altrui, mentre ciascuno degli altri due, sia il povero che il perseguitato, ha bisogno egli stesso di chi lo curi, ma il fine per tutti e tre è lo stesso. Infatti, nello stesso modo, il Signore conduce al cielo il povero di spirito, il perseguitato per causa sua e coloro che mostrano compassione per il proprio simile. Che dire dunque in proposito? Che tutte le cose si tengono insieme le une con le altre, tendendo e cospirando insieme verso un solo scopo. La povertà, infatti, è facile al mutamento, l'amore della povertà non è distante dalla povertà stessa.

I paragoni tratti dal mondo degli atleti: l'arena dei martiri e la corsa della fede.
A me pare, però, che sia conveniente indagare, prima di tutto, riguardo al discorso presente, per considerare in seguito attentamente quale sia l'accordo ed il senso di ciò che risulta dalla ricerca. "Beati i perseguitati a causa della giustizia": perché e da chi perseguitati? Il discorso che ci viene più facilmente alla mente, in proposito, ci mostra l'arena dei martiri e ci indica l'arena della fede. L'inseguimento, infatti, significa la forte tensione nella velocità di colui che corre; tuttavia, sta anche ad indicare la vittoria nella corsa. Non è possibile infatti che il corridore vinca in altro modo se non lasciandosi indietro chi corre insieme con lui. Poiché dunque sia chi corre verso il premio della chiamata superiore, sia chi è perseguitato a causa di questo premio, ha ugualmente dietro la schiena l'uno il concorrente rivale, l'altro il persecutore, e poiché questi sono coloro che portano a termine la corsa del martirio, nelle gare della pietà, perché sono inseguiti e non vengono presi, sembra che il Signore, nelle ultime parole, abbia posto su di loro, come una corona, la principale delle beatitudini proposte alla speranza. è davvero fonte di beatitudine, infatti, essere perseguitati a causa del Signore. Perché? perché essere scacciati dal male diviene motivo per stabilirsi nel bene. Infatti, l'alienazione da ciò che è malvagio, è punto di partenza per la familiarità con il bene; il bene, poi, che è al di là di ogni bene, è lo stesso Signore verso cui corre chi è inseguito. Beato davvero, dunque, è chi utilizza il nemico come collaboratore per il bene. Poiché infatti la vita umana giace al confine tra il bene e il male come colui che è decaduto dalla buona e sublime speranza si trova nel baratro, così colui che è bandito dal peccato e alienato dalla corruzione partecipa della giustizia e della incorruttibilità. Pertanto, poiché la persecuzione dei martiri avviene ad opera dei tiranni, la forma in cui essa si manifesta, a prima vista, è penosa per i sensi, ma lo scopo degli avvenimenti trascende ogni beatitudine. Sarebbe meglio che noi penetrassimo il senso del discorso con degli esempi. Chi non sa quanto sia giudicato più penoso essere insidiati che essere amati? Spesso, tuttavia, ciò che appare penoso, diviene per molti motivo di felicità anche in questa vita, come mostra la storia di Giuseppe. Colui, infatti, che fu insidiato dai fratelli e fu sottratto alla loro compagnia, grazie alla sua vendita fu designato re di coloro che avevano tramato contro di lui e non sarebbe forse giunto a tale dignità, senza che l'invidia, grazie a quella insidia, non gli avesse aperto la strada al regno. Se uno che conosceva il futuro avesse detto a Giuseppe: "Poiché sei insidiato, sarai beato", di primo acchito non sarebbe apparso credibile a colui che lo ascoltava e vedeva il doloroso presente (non avrebbe creduto possibile, infatti, che fosse indicato come buono l'esito di una scelta malvagia). Nello stesso modo, anche a proposito del nostro discorso, la persecuzione condotta dai tiranni contro i fedeli, essendo molto dolorosa per i sensi, rende difficile da accettare, per coloro che hanno una mentalità più carnale, la speranza del regno proposta loro tramite le pene. Ma il Signore, avendo previsto la fragilità della natura, preannuncia ai più deboli qual è il termine della gara, perché essi, con la speranza del regno, vincano facilmente la temporanea sensazione di dolore.

La virtù umana come frutto della sinergia umano-divina nella simbologia della gara.
Per questo il grande Stefano, lapidato da ogni parte, gioiva ed accoglieva volentieri sul suo corpo, come una dolce rugiada, il lancio delle pietre fitto come una nevicata e ricambiava con benedizioni gli uccisori, pregando perché non fosse imputata loro la colpa, poiché aveva ascoltato la promessa e vedeva che la speranza si accordava con ciò che si manifestava. Avendo udito, infatti, che i perseguitati a causa del Signore erano nel regno dei cieli, vide, mentre era perseguitato, ciò che attendeva. Gli venne mostrata, infatti, mentre correva per la fede, ciò che sperava: il cielo aperto, la gloria di Dio che si volge dalle regioni ipercosmiche alla gara del corridore, Dio stesso a cui l'atleta rende testimonianza nelle gare. La posizione dell'arbitro indica, enigmaticamente, la sua alleanza con colui che gareggia, così, attraverso questo, impariamo che colui che dispone le gare è lo stesso che sta unito con i propri atleti contro l'avversario. Al concorrente a cui è lecito avere l'arbitro come compagno di gara, che cosa potrebbe dare maggior gioia che essere perseguitato per il Signore? Non è facile, infatti, ed è forse impossibile che accada anche una sola volta, preferire ai piaceri visibili di questa vita il bene invisibile, così che uno possa scegliere con facilità o di essere espulso dalla casa, o di essere separato dalla moglie, o dai figli, o dai fratelli, o dai genitori, o dai propri simili, o da tutti i piaceri della vita, senza che il Signore stesso collabori in vista del bene con lui, che è stato chiamato in accordo con il piano divino. Infatti, come dice l'Apostolo [Rm 8,30], colui che Dio ha conosciuto fin dall'inizio, lo ha anche predestinato, chiamato, giustificato e glorificato. Poiché dunque l'anima, tramite le sensazioni del corpo, è come connaturata ai piaceri della vita e con gli occhi si diletta della bellezza della materia, con l'udito è incline ai suoni piacevoli e, secondo quanto è proprio per natura di ciascun senso, è predisposta all'odorato, al gusto e al tatto, perciò dunque, l'anima, attaccata alle cose piacevoli della vita tramite la potenza sensitiva, come ad un chiodo, è difficilmente separabile dai piaceri insieme a cui è concresciuta, essendo ad essi attaccata e, avvolta alla maniera delle testuggini e delle chiocciole come da una copertura coriacea, è impedita in tali movimenti, poiché si tira dietro l'intero peso dell'esistenza. Perciò, in questa situazione, l'anima diviene facile preda dei persecutori o per la minaccia della confisca dei beni, o per la privazione di qualcun'altra delle cose che si cercano in questa vita, concedendosi con facilità nelle mani del persecutore e sottomettendosi ad esso. Ma dopo che la Parola vivente, che, come dice l'Apostolo [Eb 4,12], è più efficace e più tagliente di qualsiasi spada a doppio taglio, è penetrata all'interno di colui che ha accolto veramente la fede e ha reciso le parti cresciute male e i legami dell'abitudine, allora costui, scrollandosi dalle spalle, come fa un corridore, i piaceri del mondo, come fossero un peso che avvolge l'anima, percorre nello stadio la pista della gara leggero ed agile, utilizzando come guida lo stesso arbitro. Egli, infatti, non guarda quanto lascia, ma ciò che ambisce; non rivolge l'occhio a ciò che di piacevole si lascia alle spalle, ma corre con lo sguardo al bene proposto; non si addolora per la perdita dei beni terreni, ma esulta per il guadagno di quelli celesti; perciò accoglie prontamente ogni forma di supplizio come mezzo e aiuto per la gioia promessa; il fuoco come mezzo purificatore della materia; la spada come mezzo che scinde l'unione formatasi tra la mente e ciò che è materiale e carnale; egli accoglie volentieri tutto ciò che può essere escogitato di penoso e di doloroso, come fosse un antidoto al veleno malvagio e nocivo del piacere. Come le persone che abbondano di secrezioni e i biliosi bevono l'antidoto amaro con prontezza perché elimini la causa della malattia, così colui che è perseguitato dal nemico e fugge verso Dio, accoglie le prove dolorose, perché sono il mezzo che estingue l'energia dettata dal piacere: infatti non è possibile che si rallegri colui che è nel dolore. Poiché il peccato è stato introdotto dal piacere, per questo sarà cacciato dal suo contrario. Dunque coloro che perseguitano degli altri uomini a causa della loro confessione di fede nel Signore ed escogitano dei supplizi insopportabili, offrono, tramite le pene, una medicina alle anime, curando la malattia contratta a causa del piacere con l'assalto delle prove. Così Paolo accoglie la croce, Giacomo la spada, Stefano le pietre, il beato Pietro la crocifissione a testa in giù e tutti i santi atleti che li seguirono accettarono con gioia le varie forme di supplizio (fiere, baratri, roghi, congelamenti, carni strappate dai fianchi, teste trafitte dai chiodi, occhi cavati, dita tagliate, corpi divisi in due a partire dalle gambe, consunzione per fame ed ogni altra simile forma di supplizio) come mezzo di purificazione dal peccato, così da non lasciare alcuna traccia impressa nel cuore dal piacere, poiché questa dolorosa ed aspra sensazione cancella tutti i segni impressi nell'anima dal piacere.

Essere perseguitati dai mali significa diventare ad essi estranei ed accedere alla libertà del regno.
"Beati -dunque- i perseguitati per causa mia". Questa espressione, poi, ha un significato di tal genere (perché possiamo comprendere anche l'altro discorso), come se qualcuno desse la parola alla salute e quella rispondesse: "Beati coloro che si separano dalla malattia grazie a me. L'estraneità ai dolori, infatti, fa sì che dimorino in me tutti coloro che una volta furono malati". Così ascoltiamo questa espressione, come se la vita stessa ci gridasse simile beatitudine: "Beati i perseguitati dalla morte per causa mia"; come se la luce dicesse: "Beati i perseguitati dalle tenebre per causa mia". Nello stesso modo parlerebbero la giustizia, la santità, l'incorruttibilità, la bontà ed ogni concetto di ciò che è pensato e detto in riferimento al meglio. Immagina che colui che è il Signore, per quanto possa essere pensato, ti dica: "Beato è chiunque viene respinto dalle cose contrarie alle precedenti: corruzione, tenebre, peccato, ingiustizia, avidità, da ciascuna di quelle cose, insomma, che si oppongono alle parole, alle azioni, ai pensieri virtuosi. Essere fuori dai mali, infatti, significa essere stabilito tra i beni". "Chi fa il peccato è schiavo del peccato" dice il Signore [Gv 8,34]. Dunque, chi ha lasciato il padrone che serviva, agisce con la dignità di uomo libero. La più alta forma di libertà è essere padroni di se stessi. La dignità del regno, poi, non ha nessuna tirannia sopra di sé. Se è dunque padrone di se stesso chi è estraneo al peccato, se poi è caratteristica propria del regno avere la completa padronanza e signoria su di sé, di conseguenza è da stimarsi beato colui che è perseguitato dal male, poiché quella persecuzione gli procura la dignità regale. Non ci addoloriamo, dunque, fratelli, quando siamo cacciati da ciò che è terrestre: chi viene esiliato da qui, vive nelle dimore regali del cielo. Questi sono i due elementi del creato dati in sorte alla vita della natura razionale: terra e cielo; La terra è il luogo di coloro a cui è toccata in sorte la vita nella carne; il cielo è il luogo degli esseri incorporei. è del tutto necessario che la nostra vita si svolga in qualche luogo: se non siamo cacciati dalla terra, rimaniamo senza dubbio su di essa; se ce ne andiamo di qui, saremo stabiliti in cielo. Vedi tu a che cosa porta la beatitudine che è divenuta per te strumento che ti procura, attraverso il dolore apparente, un bene così grande? Pensando a ciò, anche l'Apostolo dice: "Ogni disciplina educativa, nel presente, non sembra essere motivo di gioia, ma di dolore; in seguito, però, porta un dono di pace e di giustizia a coloro che si sono addestrati grazie ad essa" [Eb 12,11]. Dunque l'afflizione è fiore dei frutti sperati. Cogliamo dunque anche il fiore, per avere il frutto! Lasciamoci inseguire per correre! Correndo non corriamo invano, ma sia la nostra corsa indirizzata al premio della nostra superiore vocazione; così corriamo per prendere.

Cristo stesso è arbitro e premio della gara della fede.
Ma cos'è ciò che vien preso? Qual è il premio? Quale la corona? A me pare che ciascuna delle cose che speriamo non sia null'altro che il Signore stesso. Lui è l'arbitro tra coloro che gareggiano e la corona di quelli che vincono; Lui divide l'eredità ed è Egli stesso la buona eredità; Lui è la porzione ed è Colui che ti dona la porzione; rende ricchi ed è Lui stesso la ricchezza; ti indica il tesoro ed è Lui stesso il tesoro per te. Lui ti conduce a desiderare la bella perla e si offre in vendita a te che ti adoperi in un giusto commercio. Per guadagnarlo, dunque, come si fa in piazza, scambiamo ciò che non abbiamo con ciò che abbiamo. Se siamo perseguitati, perciò, non ci affliggiamo, ma piuttosto rallegriamoci, perché grazie all'allontanamento dagli onori terreni siamo sospinti al bene celeste, secondo la promessa di Colui che dice che sono beati i perseguitati per causa sua, poiché il regno dei cieli è loro, per grazia del Signore nostro Gesù Cristo, a Lui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.



Autore: San Gregorio di Nissa
Fonte: http://www.monasterovirtuale.it/gregorio-di-nissa-omelie-sulle-beatitudini-allpages.html
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