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La Verginità

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I. La verginità è superiore ad ogni encomio

Il tipo nobile di verginità, onorato da tutti coloro che fanno consistere la bellezza nella purezza, si trova soltanto in chi è benevolmente assistito dalla grazia divina nella sua. lotta per la realizzazione di questo bel desiderio, e riceve quindi una lode adeguata dall'aggettivo che l'accompagna. Il termine «incorruttibile», che molti usano abitualmente per caratterizzare la verginità, è infatti indice della sua purezza. Grazie a tale termine equivalente è possibile comprendere la superiorità ed il pregio di questa grazia, giacché tra i tanti modi in cui la virtù si realizza, solo essa è stata onorata con l'appellativo «incorruttibile». Se poi bisogna glorificare con elogi questo grande dono di Dio, a garantire la sua fama basta il divino apostolo, che sotto poche parole ha nascosto tutti i più alti encomi, chiamando santa ed irreprensibile colei che se ne è adornata. Se la nobile verginità si realizza quando si diventa irreprensibili e santi (a ragione questi appellativi si applicano in primo luogo al Dio incorruttibile), quale lode della verginità è più grande di quella che, servendosi proprio di tali aggettivi, la mostra nell'atto di deificare in un certo senso coloro che sono partecipi dei suoi puri misteri fino al punto di godere della gloria dell'unico Dio veramente santo ed irreprensibile e d'imparentarsi con lui grazie alla purezza ed all'incorruttibilità? Coloro che dilungano le lodi in discorsi particolareggiati nell'intento di aggiungere qualcosa al carattere meraviglioso della verginità non si accorgono a mio giudizio di nuocere allo scopo che perseguono e di rendere sospetta la lode con le loro esaltazioni esagerate. Le cose splendide della natura, quali il cielo, il sole o le altre meraviglie dell'universo, possiedono in se stesse il loro carattere meraviglioso e non hanno bisogno dell'apologia dei discorsi; soltanto alle occupazioni più umili il discorso fa da sostegno ed aggiunge una parvenza di grandezza, rievocando le lodi. Per questo motivo si nutrono spesso dei sospetti nei confronti delle meraviglie approntate dai discorsi, come se si trattasse di cose sofisticate dagli uomini. L'unica lode appropriata che si può fare della verginità consiste nel mostrare come questa virtù sia superiore agli elogi e nel provare la propria ammirazione per la purezza più con il proprio modo di vivere che con le parole. Chi per ambizione la prende come argomento dei suoi encomi, se è convinto che è possibile magnificare con discorsi umani una grazia così grande, sembra vedere nella goccia prodotta dai suoi sudori un'aggiunta considerevole al mare infinito: o sopravvaluta la sue possibilità o non conosce ciò che loda.

II. La verginità rappresenta la perfezione propria alla natura divina ed incorporea

Ci occorre una grande intelligenza per comprendere la sublimità di questa grazia, che è pensabile nel Padre incorruttibile; ma la cosa più straordinaria è che la verginità si trova nel Padre che pure ha un figlio che ha generato senza essere soggetto a passioni. Parimenti la si rivede nel Dio unigenito dispensatore d'incorruttibilità, nel momento in cui risplende nella sua generazione pura e scevra da passioni. Altro fatto ugualmente straordinario è rappresentato dal Figlio, quando si pensa che è nato dalla verginità. Allo stesso modo si può contemplare questo stato nella purezza incorruttibile propria della natura dello Spirito Santo: quando si parla di purezza e d'incorruttibilità, con questi due termini si allude proprio alla verginità. Essa si accompagna anche alle nature ultramondane; grazie alla mancanza di passioni, è presente nelle potenze superiori, senza mai separarsi dalle nature divine e senza mai attaccarsi a quelle opposte. Tutti gli esseri che o per natura o per libera scelta si rivolgono alla virtù si vantano della purezza e dell'incorruttibilità; e tutti gli esseri a cui è stata assegnata una collocazione opposta sono quello che sono e vengono chiamati così come vengono chiamati proprio perché hanno perso la purezza. Quale discorso sarà dunque così potente da eguagliare una grazia così grande? O come non bisogna temere di nuocere con delle lodi ricercate allo splendore di una cosa così sublime, rendendo la sua gloria inferiore all'idea che se ne erano fatta gli ascoltatori?

Poiché è impossibile elevare il discorso all'altezza dell'argomento, è meglio lasciare da parte ogni encomio della verginità e, nei limiti del possibile, ricordare sempre questa grazia divina parlando del bene che, pur essendo una proprietà ed un privilegio della natura incorporea, è stato elargito dall'amore di Dio a coloro che hanno ottenuto la vita per mezzo della carne e del sangue: è proprio quest'amore di Dio che, offrendo la partecipazione alla purezza come una mano soccorritrice, corregge la natura umana abbattuta dagli atteggiamenti passionali e la guida alla contemplazione delle cose superiori. A mio parere, nostro Signore Gesù Cristo, la fonte dell'incorruttibilità, è venuto al mondo senza aver bisogno dell'atto coniugale per mostrare, con il carattere della sua incarnazione, il grande mistero dovuto al fatto che la presenza e la venuta di Dio nel mondo possono trovare degna accoglienza solo in quella purezza che non si può realizzare in misura adeguata se non ci si estranea totalmente dalle passioni della carne. Quello che si verificò fisicamente in Maria immacolata quando la pienezza della divinità risplendette in Cristo attraverso la verginità, si ripete anche in ogni anima che resta vergine seguendo la ragione, anche se il Signore non è più presente materialmente. Dice infatti l'apostolo: «Non conosciamo più Cristo secondo la carne»; pur tuttavia, come ricorda un luogo del Vangelo, Egli si stabilisce spiritualmente nell'anima vergine e conduce con sé anche il Padre.

Poiché dunque la verginità è così potente da rimanere nei cieli presso il Padre degli spiriti, da danzare assieme alle potenze ultramondane e da inserirsi nello stesso tempo anche nell'economia della salvezza umana facendo scendere Dio con sé fino a renderlo partecipe della vita degli uomini, elevando l'uomo al desiderio delle cose celesti, divenendo come il legame di parentela tra l'uomo e Dio e rendendo concordi, grazie alla sua mediazione, le cose che per natura sono distanti tra loro, quale discorso risulterà mai capace di elevarsi alla sublimità di questa meraviglia? Giacché però sarebbe del tutto fuori luogo dare l'impressione di essere come muti o insensibili e scegliere una di queste due alternative, o far mostra di non riconoscere la bellezza della verginità o apparire apatici ed inamovibili nei confronti della percezione delle cose belle, abbiamo pensato di dover dire poche cose su di essa per mostrare la nostra assoluta obbedienza verso chi ci ha ordinato di parlare su quest'argomento. Nessuno però cerchi in noi discorsi enfatici: non avendo dimestichezza con questo modo di parlare, non potremmo farli neanche di proposito. E se anche fossimo capaci di fare dell'enfasi, non preferiremmo acquistarci fama presso poche persone piuttosto che essere utili a tutti. Penso che l'uomo assennato tra tutti i mezzi espressivi debba ricercare non quelli che lo rendono più ammirato rispetto alla massa, ma quelli con cui può giovare sia a se stesso che agli altri.

III. Ricordo degli aspetti spiacevoli della vita matrimoniale; si fa anche notare che l'autore del trattato non è celibe

Potessi trarre anch'io qualche profitto da tale pratica di vita! Con quanto maggiore entusiasmo mi sarei sobbarcato a questa fatica se, come dice la Scrittura, mi fossi impegnato nel mio discorso «animato dalla speranza di godere anch'io dei frutti dell'aratro e della trebbiatura»! Ora invece la conoscenza della bellezza della verginità è per me in un certo senso vana ed inutile, così come lo sono «i prodotti della terra per il bue che munito di museruola rivolta il terreno dell'aia» o come lo è per l'assetato l'acqua che scorre giù da un precipizio quando non può essere raggiunta. Beati coloro che possono scegliere liberamente le cose migliori e che non ne vengono tenuti lontani dopo essere stati catturati dalla vita comune! Noi siamo invece separati come da un abisso dalla gloria della verginità, alla quale non può giungere chi ha cominciato ad imprimere le sue orme sul cammino della vita secolare. Per questo noi non siamo che degli spettatori delle altrui bellezze e dei testimoni dell'altrui beatitudine: anche se ci siamo fatti una bella idea della verginità, la nostra sorte è simile a quella dei cuochi e dei servi, che fanno gustare ad altri la lussuosa tavola dei ricchi senza poter prendere nulla di ciò che è stato preparato. Come saremmo stati felici se le cose non fossero andate così e se non avessimo conosciuto il bello in seguito ad un tardo pentimento! Sono invece veramente invidiabili e si trovano in uno stato che non conosce preghiere e desideri coloro che non si sono preclusa la possibilità di godere di questi beni. Come si crucciano e si addolorano per la loro condizione coloro che raffrontano il lusso della ricchezza con la propria povertà, così noi, quanto più riconosciamo la ricchezza della verginità, tanto più commiseriamo l'altro tipo di vita, e avendo in mente le cose migliori arriviamo a comprendere di quali e quanti beni esso sia privo. Non parlo soltanto dei beni che la vita futura riserva a chi è vissuto secondo la virtù, ma anche di quelli che offre la vita presente. Se si esaminasse con cura la differenza tra la nostra vita secolare e la verginità, si vedrebbe che tra le due vite esiste pressappoco lo stesso divario che c'è tra le cose terrene e quelle celesti; chi osserverà più da vicino i fatti potrà rendersi conto della verità delle mie parole.

Da dove si deve cominciare, per dipingere questa vita difficile con le tinte tragiche che le si addicono? O come si possono portare sotto gli occhi i suoi mali comuni, che tutti conoscono per diretta esperienza e che tuttavia la natura riesce a nascondere non so come a coloro che pure li conoscono, data la propensione degli uomini ad ignorare i frangenti in cui si trovano? Vuoi che cominciamo dagli aspetti più seducenti? La prima cosa che si cerca nel matrimonio è il raggiungimento di una piacevole vita in comune. Ammettiamo che questa si realizzi, e presentiamo pure un matrimonio felice sotto tutti i punti di vista: diamo per scontate la stirpe illustre, la ricchezza sufficiente, l'età coincidente, la bellezza fiorente, quella grande attrazione che si può supporre presente in ciascuno dei due più che nell'altro, e quella piacevole emulazione grazie alla quale ciascuno dei due vuol superare se stesso nelle manifestazioni amorose. Aggiungiamo pure la fama, la potenza, la pompa, e tutto ciò che preferisci. Considera però i dolori che necessariamente si accompagnano ai beni che abbiamo enumerato e che li consumano lentamente. Non mi riferisco all'invidia di cui sono oggetto le persone illustri, né al fatto che il sembrare di essere fortunati nella vita attira le insidie degli uomini, e neppure al fatto che chiunque non gode di un bene in misura uguale è naturalmente portato ad invidiare chi sta meglio di lui, anche se per questi motivi la vita di chi sembra essere felice è insidiata dai sospetti e procura più dolori che piaceri. Tralascio tutto ciò: ammettiamo pure che l'invidia non prenda di mira costoro, anche se è ben difficile trovare una persona a cui tocchino contemporaneamente questi due privilegi, quello di essere più felice degli altri e quello di non essere oggetto d'invidia. Se vuoi, supponiamo priva di tutti questi mali la loro vita. Vediamo piuttosto se può essere felice chi si trova in una simile situazione fortunata.

Tu mi chiederai: «Quale sarà mai allora questo dolore, se neanche l'invidia tocca le persone felici?». Io dico che è proprio l'assoluta felicità della loro vita a fare da esca al dolore. Finché sono uomini - esseri mortali e caduchi - e guardano le tombe dei loro antenati, non possono separarsi dai dolori, tanto questi sono uniti alla loro vita: basta che abbiano un solo barlume di ragione. L'attesa continua della morte, che non è riconoscibile con dei segni precisi e che data l'incertezza del futuro terrorizza come se fosse sempre imminente, guasta la felicità del momento e turba ogni gioia con la paura di ciò che si aspetta. Fosse possibile sapere prima della prova quello che hanno subito coloro che sono stati provati! Se infatti ci si potesse introdurre in questo tipo di vita con qualche sotterfugio per rendersi conto della situazione, quanti correrebbero spontaneamente ad abbracciare la verginità, abbandonando il matrimonio! Come si starebbe attenti a non lasciarsi prendere dalle trappole che non offrono scampo! Il dolore che esse procurano non lo si può immaginare con esattezza, se non si cade prigionieri delle loro reti. Se fosse possibile guardare senza rischio, si vedrebbe la gran confusione prodotta dalle contrarietà, il riso mescolato alle lacrime, il dolore unito alla gioia, l'attesa della morte che è presente in tutti gli avvenimenti e che tocca ogni cosa piacevole. Quando lo sposo vede il viso amato, subito s'insinua in lui anche la paura della separazione; e se sente la dolcissima voce della sposa, pensa al momento in cui non la sentirà più; e quando la contemplazione della bellezza lo fa gioire, allora soprattutto teme l'arrivo del dolore; se poi pensa ai pregi della giovinezza e a tutto ciò a cui ambiscono gli stolti, come lo sguardo che risplende sotto le ciglia, le sopracciglia che si stendono sopra gli occhi, la guancia dal sorriso dolce e delicato, le labbra fiorenti grazie al loro rosso naturale, i capelli folti, fermati da fili d'oro e risplendenti sul capo grazie alle trecce variegate, e tutti questi splendori caduchi, proprio allora, purché abbia un minimo d'intelligenza, comprende nel suo intimo che questa bellezza è destinata a dileguarsi, a dissolversi ed a svanire nel nulla: le sue attuali sembianze si tramutano in ossa fetide e ripugnanti, senza lasciare tracce, ricordi o resti della presente fioritura.

Se penserà a queste cose e ad altre simili, potrà forse vivere felice? Potrà essere sicuro che i beni che gli sono a portata di mano gli rimarranno sempre? Da quanto si è detto risulta invece chiaro che, come dopo un sogno ingannevole, si troverà nell'imbarazzo, non nutrirà più fiducia nella vita e considererà quelli che sembrano beni come cose a lui estranee: se ha un minimo di capacità di osservazione, capirà perfettamente che nessuna di quelle cose che nella vita ci appaiono come beni si rivela nella sua reale natura, giacché la vita stessa, servendosi di sembianze ingannevoli, ci mostra le cose diverse da quello che in realtà sono, inganna con vane illusioni chi crede ciecamente in lei, si nasconde sotto mentite spoglie ed infine, dopo varie vicissitudini, si rivela improvvisamente diversa dalle speranze umane, che s'introducono con l'inganno nella mente degli stolti. Chi tien conto di tutto questo quale valore potrà più dare ai piaceri della vita? Quando potrà veramente godere, o gioire di quei beni che sembrano essere a sua disposizione? Sconvolto dalla paura di eventuali cambiamenti, non rimarrà invece sempre insensibile al godimento dei beni di cui può disporre?

Tralascio i segni, i sogni e simili altre sciocchezze, cose tutte che una consuetudine insensata rende oggetto di una superstiziosa osservanza e che vengono interpretate nel senso peggiore. Il momento del parto sorprende però la sposa; si pensa allora non alla nascita del figlio, ma alla presenza della morte, giacché il parto fa temere il decesso della madre incinta. Molte volte gli sposi non sono stati ingannati da questi foschi presagi: prima di celebrare il genetliaco, prima di potere assaporare qualcuno dei beni in cui avevano sperato, subito vedono la loro gioia tramutarsi in pianto. Ribollono ancora per l'incanto amoroso, sono ancora all'acme dei loro desideri, ancora non hanno potuto gustare i maggiori piaceri della vita, quando, come in un sogno, si trovano separati all'improvviso da tutti i beni che avevano a portata di mano. E che cosa accade successivamente? La camera nuziale è saccheggiata dai familiari come da dei nemici: non è essa, ma la morte a menar vanto, grazie alla tomba. In tale circostanza si levano invocazioni inutili, si battono invano le mani; si ricorda la vita precedente, si maledicono coloro che hanno consigliato le nozze, si rimproverano gli amici che non le hanno proibite; s'incolpano i genitori, vivi o morti che siano; ci si adira contro la vita umana, si accusa tutta la natura, la stessa provvidenza divina diventa oggetto di molti rimproveri e accuse; si combatte contro se stessi, si è in guerra con chi cerca di consigliare; non si indietreggia di fronte alle cose più strane, siano esse parole o fatti. Spesso, quando il dolore trabocca e la ragione viene inghiottita dalla disperazione in un modo che desta sorpresa, la tragedia ha un epilogo ancora più amaro, giacché neanche il coniuge che è rimasto riesce a sopravvivere alla disgrazia.

Ma questo non si verifica. Facciamo l'ipotesi migliore, supponendo che la sposa sia scampata ai pericoli del parto e che alla coppia sia nato un figlio, l'immagine stessa della bellezza dei genitori. E allora? I motivi del cruccio sono forse per questo diminuiti, o non si sono piuttosto accresciuti? I coniugi continuano ad avere le preoccupazioni di prima, ed in più hanno quelle per il figlio, nel timore che durante la crescita accada qualcosa di spiacevole, che si verifichi qualche disgrazia, o che qualche evento non desiderato sia foriero di malattie, di lesioni o di pericoli. Queste sono le preoccupazioni comuni ad entrambi gli sposi; ma chi potrebbe enumerare quelle che affliggono in particolare la sposa? Tralasciamo pure quelle banali e note a tutti, come il peso della gravidanza, il pericolo del parto, la fatica dell'allevamento, il fatto che un frammento del suo cuore se ne va con il figlio generato e che, se ha molti figli, la sua anima si divide in tante parti quanti sono i figli che ha avuto, di modo che essa sente nelle proprie viscere ciò che accade a ciascuno di loro. Ma perché parlare di tutte queste cose, universalmente note? Poiché però, come dice il divino oracolo, la sposa «non è padrona di se stessa»» ma «va da colui che in virtù del matrimonio è il suo padrone», anche se si separa per poco tempo dal marito, è come se fosse separata dalla propria testa: non sopporta la solitudine, ma considera anche una breve lontananza dello sposo come un'esercitazione alla vedovanza. La paura le fa subito dimenticare le speranze più belle. Per questo, piena di turbamento e di spavento, rimane con l'occhio fisso sull'ingresso di casa, mentre le sue orecchie ascoltano tutte le chiacchiere che si dicono intorno; il suo cuore è come frustato dalla paura, e prima ancora che giunga qualche notizia, il solo rumore sentito dinanzi alla porta, vero o supposto che sia, le scuote improvvisamente l'animo come se fosse un annunciatore di mali. Le notizie che vengono da fuori potrebbero forse essere buone, e non rappresentare un motivo di timore; eppure, lo svenimento precede l'annunzio e fa volgere la mente dai pensieri belli a quelli contrari. Questa è la vita delle persone felici. E' veramente una bella vita! Non è certo paragonabile alla libertà assicurata dalla verginità.

Eppure il nostro discorso, mentre procedeva, ha tralasciato molte cose ancora più tristi. Spesso la sposa, ancora giovane nel corpo, ancora brillante dello splendore delle nozze, e forse ancora in preda al rossore che la sorprende all'arrivo dello sposo e alla vergogna che le fa abbassare lo sguardo, proprio quando i desideri si fanno più ardenti anche se il pudore impedisce loro di manifestarsi, rimane improvvisamente vedova, disgraziata e sola, attirando su di sé tutti gli appellativi più brutti: la disgrazia sopravvenuta tinge di nero improvvisamente e veste a lutto colei che fino a quel momento risplendeva, che aveva le vesti bianche e che era da tutti ammirata, rovinando la grazia che è propria delle giovani spose. La tenebra si sostituisce allo splendore del talamo, mentre le donne pagate per lamentarsi prolungano i suoi pianti; chi cerca di consolarla nel suo dolore finisce con l'essere odiato; lei stessa prova disgusto per i cibi, mentre il suo corpo si consuma, il suo animo si abbatte ed il desiderio di morire si fa sentire spesso fino alla morte. E anche se il tempo riesce a mitigare la disgrazia, ne subentra una nuova, ci siano o no i figli. Se ci sono, essi sono dei veri e propri orfani, e per questo sono degni di commiserazione e rinnovano con la loro presenza il dolore; se non ci sono, il ricordo dello scomparso svanisce completamente ed il lutto diventa inconsolabile.

Tralascio gli altri mali propri della vedovanza. Chi potrebbe infatti enumerarli uno per uno? Mi riferisco ai nemici, ai familiari, a coloro che infieriscono sulla disgrazia, a coloro che gioiscono della solitudine della sposa e che con occhio cattivo assistono alla rovina della casa provandone piacere, ai servi che disprezzano ed a tutti quegli altri mali che si possono vedere in misura rilevante quando si verificano tali luttuosi eventi: per questo molte vedove, non sopportando la cattiveria dei derisori, quasi per allontanare coloro che le addolorano approfittando dei loro mali, si vedono costrette a sottoporsi per una seconda volta ad una prova analoga. Molte invece ricordando ciò che è accaduto preferiscono sopportare qualsiasi cosa pur di non incorrere nuovamente in una disgrazia simile. Se vuoi renderti conto dei dolori della vita secolare, ascolta ciò che dicono le donne che l'hanno conosciuta per averne fatto esperienza: senti come esaltano la vita di chi ha scelto fin dall'inizio lo stato verginale senza averne compreso la bellezza in seguito ad una disgrazia. La verginità è in effetti immune da tutti questi mali: non piange gli orfani, non si lamenta della vedovanza; sta sempre insieme allo sposo incorruttibile; sempre mena vanto dei frutti della pietà; vede la casa - che è veramente sua - sempre adorna dei frutti più belli, giacché il suo padrone vi è sempre presente e sempre vi abita; nel suo caso, la morte determina non la separazione dalla persona amata, ma l'unione con lei, giacché, come dice l'apostolo, «quando l'anima se ne va, proprio allora viene a trovarsi insieme a Cristo».

Ma giacché abbiamo esaminato sia pure parzialmente i mali delle persone felici, sarebbe ora di passare in rassegna nella nostra trattazione anche gli altri tipi di vita, nei quali si fissano stabilmente la povertà, le disgrazie ed i rimanenti mali propri dell'inferma natura umana, quali le mutilazioni, le malattie e tutti gl'inconvenienti analoghi che toccano in sorte agli uomini durante la vita: chi vive da solo o riesce ad evitare queste prove o sopporta più facilmente le disgrazie, giacché può agevolmente concentrare su di sé il proprio pensiero, senza permettere che venga trascinato altrove. Chi invece ha i propri pensieri divisi tra la moglie e i figli, spesso non ha neppure il tempo di piangere sui propri mali, giacché le preoccupazioni per i suoi cari gli rimbombano nel cuore. Forse è superfluo soffermare il nostro discorso su fatti scontati: se ai supposti beni appaiono congiunti tanti travagli e dispiaceri, che cosa si dovrebbe immaginare a proposito dei loro contrari? Probabilmente, ogni descrizione che tentasse di porre sotto gli occhi la vita di queste altre persone rimarrebbe inferiore alla realtà. Pur tuttavia, è forse possibile mostrare succintamente i molti dolori della loro vita, giacché essi, avendo avuto in sorte una vita opposta a quella di coloro che sembrano felici, provano dei dolori che si originano da cause opposte. Se infatti la vita delle persone felici è sconvolta dall'attesa o anche dalla venuta della morte, per gli altri la disgrazia è invece rappresentata dal ritardo del suo arrivo; anche se la loro vita è diametralmente opposta, lo scoraggiamento giunge per entrambi ad un uguale sbocco.

Molteplici e vari sono i modi in cui il matrimonio dispensa i mali: i figli, nascano o no, vivano o muoiano, sono sempre causa di dolori. Mentre uno ha molti figli senza avere sufficienti mezzi di sostentamento, un altro, non avendo un successore che possa ereditare la grande fortuna per la quale si è tanto affaticato, ritiene un bene ciò che per gli altri è una disgrazia; ognuno vorrebbe avere ciò per cui vede infelice l'altro. Ad uno muore il figlio prediletto, ad un altro continua a vivere il figlio libertino; entrambi sono degni di commiserazione: l'uno piange per la morte del figlio, l'altro per la sua vita. Lascio da parte i lutti e le disgrazie a cui portano le gelosie e le lotte prodotte da fatti veri o da semplici sospetti. Chi potrebbe enumerarle con esattezza? Se vuoi renderti conto di come la vita umana sia piena di tali mali, non hai bisogno di rifarti alle narrazioni antiche, che hanno fornito ai poeti gli argomenti per i loro drammi: data l'esagerazione delle loro assurdità, sono ritenuti miti quelle storie in cui i figli vengono uccisi e divorati, gli uomini uccisi, le madri ed i fratelli trucidati, in cui si verificano accoppiamenti contrari ad ogni legge ed in cui la natura è sconvolta in ogni modo; i narratori di queste storie antiche cominciano il loro racconto proprio dalle nozze per terminare con tali disgrazie. Lascia stare tutto questo, e guarda piuttosto le tragedie che si svolgono sullo scenario della vita presente e che il matrimonio dispensa agli uomini. Va' al tribunale, e prendi visione delle leggi matrimoniali: imparerai lì certi segreti irrivelabili del matrimonio. Come, sentendo spiegare ai medici le varie malattie, sei in grado di renderti conto del miserando stato del corpo umano ed impari i tipi e la quantità di malattie di cui è ricettacolo, così, una volta imbattutoti nelle leggi e conosciuti i vari tipi di matrimoni illegittimi puniti da esse, potrai imparare tante cose sul conto del matrimonio. Il medico non cura le malattie immaginarie, così come la legge non punisce i mali inesistenti.

IV. Tutte le assurdità della vita si originano dal matri monio; come deve essere colui che si è veramente staccato dalla vita secolare

Ma perché mai dovremmo sottoporre ad una critica meschina l'assurdità di questa vita, pur limitando l'enumerazione dei suoi mali agli adulteri, ai divorzi ed agli agguati? Quando ragiono in modo più alto e più vero, ho l'impressione che tutti i mali visibili nei vari fatti e nelle varie occupazioni non comincino a danneggiare l'esistenza umana prima che ci si sottometta alle necessità di questo tipo di vita. Chi con l'occhio puro della propria anima considera i suoi inganni, chi si eleva al di sopra di ciò che si cerca in essa, chi, come dice l'apostolo, disprezza tutte le cose come se fossero dei rifiuti maleodoranti e chi, rinunziando al matrimonio, si distacca in un certo senso da essa, non ha più nulla a che vedere con i mali propri dell'uomo quali l'avidità, l'invidia, l'ira, l'odio, il desiderio della vana reputazione e tutte le altre cose di questo genere. Mancando di tutto ciò, essendo totalmente libero e conducendo una vita pacifica, non ha ragione di contendere per possedere di più, o di suscitare contro di sé l'invidia del prossimo: non tocca nessuna di quelle cose sulle quali si appunta l'invidia durante la vita. Elevata la propria anima al di sopra di tutto il mondo, egli considera la virtù come l'unico bene prezioso, e conduce un'esistenza pacifica, priva di dolori e di lotte. Il possesso della virtù, anche se tutti gli uomini ne fossero partecipi ciascuno secondo le proprie possibilità, rimane infatti sempre pieno per coloro che lo desiderano, e non è paragonabile al possesso dei beni terreni: nel caso di questi ultimi, coloro che li dividono in tante parti aggiungono ad una ciò che tolgono all'altra, e la ricchezza di uno implica l'impoverimento di chi vuole esserne anche lui partecipe. Proprio perché non ci si vuole impoverire nascono tra gli uomini le lotte per il possesso di una quota maggiore di beni. L'avidità dell'altro bene non è invece causa d'invidia, e chi se ne è presa una parte maggiore non reca alcun danno a chi desidera averne una parte uguale: al contrario, ciascuno può soddisfare questo suo buon desiderio in proporzione alle sue capacità. La ricchezza della virtù non viene consumata da coloro che vi hanno attinto per primi.

Colui che prende come modello questo tipo di vita e che accumula in sé come un tesoro quella virtù che nessun limite umano potrà mai circoscrivere, farà mai piegare la sua anima verso le cose basse e degne di essere calpestate? Proverà forse ammirazione per le ricchezze terrene, per la potenza umana o per qualcun'altra delle cose che la stoltezza spinge a cercare? Chi nutre ancora dei bassi sentimenti verso queste cose se ne stia lontano dal coro delle persone virtuose e non abbia nulla a che vedere con il nostro discorso; chi invece nutre pensieri più alti e cammina assieme a Dio nelle regioni superiori, resta totalmente al di sopra di tali bassezze, non essendo sottoposto allo stimolo che spinge sempre verso tali errori: mi riferisco al matrimonio. Il volere essere superiori agli altri - quella brutta malattia che è l'orgoglio e che sarebbe giusto chiamare seme o radice di tutte le spine dei peccati - ha infatti nel matrimonio il suo primo inizio ed il suo primo movente.

Non accade quasi mai che la persona avida non addossi sui figli la colpa della sua malattia, o che il vanaglorioso e l'ambizioso non attribuisca la causa del suo male alla stirpe, per non sembrare inferiore ai suoi antenati e per farsi ritenere grande dai suoi successori, lasciando delle storie che lo ricordino; analogamente, dipendono dalla stessa causa anche le rimanenti malattie dell'anima, quali l'invidia, il rancore, l'odio ed altre simili. Esse si accompagnano tutte a chi si appassiona per questo genere di vita; chi invece ne resta fuori, osservando le malattie umane da lontano, come da un osservatorio elevato, compiange la cecità di chi è schiavo di tali vanità e di chi dà grande importanza al benessere corporeo. Quando infatti vede che un uomo è tenuto in considerazione per qualcosa che è proprio di questa vita e che si vanta della propria dignità, ricchezza o potenza, deride la stoltezza di chi s'inorgoglisce per queste cose e misura la durata massima della vita umana secondo il vaticinio pronunziato dal salmista. Paragonando all'eternità infinita quest'intervallo brevissimo, commisera la vanità di chi si esalta per cose così meschine, basse e caduche. Che cosa è mai degno delle lodi di questo mondo? Forse l'onore, ricercato da molti? Ma aggiunge esso qualcosa a coloro che ne godono? L'uomo mortale resta mortale, venga onorato o no. Oppure l'essere proprietari di molti iugeri di terra? Ma, a parte il fatto che lo stolto ritiene suo ciò che non lo è, a quale sbocco buono questa proprietà conduce i proprietari? A quanto sembra, per colpa della grande avidità s'ignora che la terra e ciò che la occupa appartengono in realtà al Signore. Dio è infatti il re di tutta la terra, mentre quella passione che è la cupidigia dà agli uomini il falso nome di «signori» su cose che non sono di loro proprietà. Come dice il saggio ecclesiaste, «la terra resta» a servire per l'eternità tutte le generazioni, nutrendo in periodi successivi coloro che vi si trovano. Gli uomini invece, pur non essendo padroni neanche di se stessi, pur entrando nella vita quando neanche lo sanno, secondo il volere di chi ve li conduce, pur separandosene quando non lo vogliono, spinti dalla loro grande vanità pensano di essere i padroni della terra: eppure, mentre questa rimane sempre lì dove si trova, essi nascono e muoiono a seconda dei periodi.

Colui che considera tutto questo e che quindi disprezza ciò che gli uomini tengono in gran conto, che ama soltanto la vita divina e che sa che «ogni carne è erba ed ogni gloria umana è come il fiore dell'erba», quando mai riterrà degna di considerazione l'erba che oggi c'è e che domani non ci sarà più? Chi osserva le cose divine sa bene che le cose umane non solo non sono stabili, ma non resisterebbero neanche se tutto il mondo se ne stesse quieto per sempre. Egli disprezza quindi la vita presente come una cosa a lui estranea e caduca: come dice il Salvatore, il cielo e la terra passeranno e tutto è necessariamente soggetto alla trasformazione. Finché si trova sotto la tenda, come dice l'apostolo mostrando la caducità delle cose terrene, si lamenta della lunghezza dell'esilio sotto il peso della vita presente: così fece anche il salmista, quando parlò nelle sue odi divine. Vivono infatti veramente nelle tenebre coloro che soggiornano come stranieri in questa vita sotto le tende: per questo il profeta, lamentandosi della lunghezza dell'esilio, dice: «Ohimè, com'è lungo il mio esilio!». Egli fa risalire alla tenebra la colpa del suo abbattimento [dai sapienti abbiamo appreso che in ebraico «tenebra» si dice «chedar»]. Non è forse vero che gli uomini, come se fossero vittime di una cecità dovuta alla notte, non riescono a riconoscere bene l'inganno e non sanno che tutte le cose che sono ritenute pregevoli nella vita e tutte quelle a cui si attribuisce un valore contrario sono tali soltanto nell'opinione degli stolti? In se stesse esse non significano proprio nulla: né l'oscurità dei natali, né la nobiltà della stirpe, né la fama, né la celebrità, né le narrazioni antiche, né l'orgoglio per i beni presenti, né il dominio su altri, né l'essere sottomessi riveste una qualche importanza. Le ricchezze, il lusso, la povertà, l'indigenza, tutte le cose spiacevoli della vita sembrano avere un gran peso agl'incolti, che le valutano con il criterio del piacere. A chi nutre pensieri più elevati tutto sembra invece dello stesso valore e nulla più prezioso di altre cose: il corso della vita si compie similmente attraverso circostanze contrarie, ed in entrambe le situazioni c'è un'uguale possibilità di vivere bene o di vivere male; come dice l'apostolo, si può vivere bene o male «sia con le armi di offesa che con quelle di difesa, sia con la fama che con il disonore». Chi è puro di mente e considera la verità trascendente percorre il suo cammino in modo giusto, trascorrendo il periodo di tempo che gli è stato assegnato dalla nascita alla morte senza farsi indebolire dai piaceri e senza farsi abbattere dalle avversità: secondo l'abitudine dei viandanti, bada a ciò che gli sta dinanzi e tiene poco conto di ciò che gli si presenta via via. I viandanti sono soliti infatti dirigersi verso la meta del loro viaggio sempre allo stesso modo, sia che attraversino prati e boschi, sia che debbano superare luoghi più deserti e più aspri: non si lasciano trattenere dai piaceri, né trovano un ostacolo nei dolori. Analogamente, l'uomo virtuoso si dirige verso la meta prefissata senza voltarsi indietro: non si mette a guardare nessuna delle cose che gli si presentano durante il cammino, ma attraversa la vita contemplando soltanto il cielo ed indirizzando la sua nave verso la meta superiore come un bravo pilota.

Chi invece nutre dei pensieri più volgari, chi guarda in giù ed abbassa la sua anima verso i piaceri corporei così come fanno le bestie con il pascolo, chi vive solo per il ventre e per ciò che viene dopo di esso allontanandosi dalla vita di Dio ed estraniandosi dai patti del messaggio divino, chi non concepisce altro bene al di fuori del piacere corporeo, proprio costui, assieme a tutti coloro che gli somigliano, è colui che, come dice la Scrittura, cammina nella tenebra e scopre i mali di questa vita: questi sono rappresentati dall'avidità, dalla sfrenatezza delle passioni, dalla mancanza di misura nel godimento dei piaceri, dal desiderio di comando, dalla vanagloria e dalla schiera di tutte le altre passioni che albergano nell'uomo. In un certo senso i vizi sono attaccati l'uno all'altro, e nell'uomo in cui se ne trova uno entrano anche i rimanenti come se vi fossero attirati da un'ineluttabile forza naturale. Lo stesso accadde nelle catene: se si tira un'estremità, neanche i rimanenti anelli possono star fermi, e l'anello che si trova all'altro capo della catena si muove assieme al primo, giacché il movimento si propaga attraverso tutti gli anelli contigui. Allo stesso modo le passioni umane sono intrecciate per natura l'una all'altra, e se una di esse prende il sopravvento, anche il resto della serie entra nell'anima. Se è proprio necessario descriverti questa catena di mali, supponi che una persona, vittima di un determinato piacere, venga sopraffatta dalla passione per la vanagloria: alla vanagloria segue il desiderio di avere di più, giacché non si può diventare insaziabili, se la vanagloria non guida verso quest'altra passione. Il desiderio di superare e di eccellere accende quindi o l'ira verso chi gode di uguali onori, o l'arroganza verso l'inferiore o l'invidia verso il superiore, e l'invidia è seguita dall'ipocrisia; all'ipocrisia segue l'asprezza, e a quest'ultima la misantropia. La conclusione di tutto questo è la condanna che porta alla Geenna, alla tenebra e al fuoco. Vedi la catena dei mali, e come tutti sono allacciati ad uno solo, la passione accesa dal piacere?

Una volta che tali vizi sono entrati l'uno dopo l'altro nella vita umana, vediamo che esiste un unico modo per liberarsene, suggerito dalle Scritture ispirate da Dio: la separazione da una simile vita, che tiene legata a sé la serie di questi vizi incurabili. Chi ama trattenersi a Sodoma non può infatti sfuggire alla pioggia di fuoco, e chi prima esce da Sodoma e poi si rivolta a guardare la sua distruzione non può non tramutarsi in una colonna di sale; parimenti, non può liberarsi dalla schiavitù dell'Egitto chi non lascia l'Egitto - parlo di questa vita sommersa dai vizi - e chi non attraversa non il Mar Rosso, ma il mare nero e tenebroso della vita. Se, come dice il Signore, la verità non ci libera e persistiamo nella schiavitù del vizio, come potrà ritrovarsi nella verità colui che va in cerca della menzogna e che si rivolta negli errori della vita? Come potrà sfuggire a questa schiavitù colui che sottomette la propria vita alle necessità naturali? Il nostro discorso su quest'argomento potrà risultare più chiaro con un esempio. Come un fiume reso più violento dalla piena invernale, quando trascina nella corrente conformemente alla propria natura i legni, le pietre e tutto ciò che gli si presenta, è insidioso e pericoloso solo per chi gli si trova vicino, mentre sembra scorrere tranquillo a chi sta attento a starsene lontano, così solo colui che si epone al turbine della vita la deve sopportare ed è vittima dei vizi che lo colpiscono: la natura, gonfia dei mali della vita, seguendo il suo corso non può non attaccarli a coloro che vi camminano. Chi invece, come dice la Scrittura, abbandona questo torrente e l'acqua instabile, resta completamente al di fuori «della portata dei denti della vita» (così si esprime il testo dell'ode): come un passero, sfuggito alla trappola con le ali della virtù.

Poiché, sempre per restare nel paragone da noi fatto del torrente, la vita umana trabocca di ogni genere di travagli e di asprezze, e nel suo corso si riversa sempre lungo il pendio naturale; poiché quindi nulla di ciò che si cerca in essa rimane fermo ad aspettare l'appagamento di chi desidera, e tutto ciò in cui ci s'imbatte in un attimo si avvicina e corre via dopo averci toccato; poiché ciò che ci viene sempre dinanzi sfugge alla nostra percezione data la rapidità del suo passaggio, mentre lo sguardo resta frastornato dalla corrente che gli si presenta; per tutte queste ragioni sarebbe utile tenersi lontani da questa corrente, onde evitare di farci sommergere da ciò che è instabile e di trascurare ciò che resta fisso. Com'è possibile che chi si è affezionato ad una delle cose di questa vita continui ad avere fino alla fine ciò che desidera? Quale delle cose che vengono più ricercate rimane sempre la stessa? Quale rigoglio di giovinezza? Quale felice possesso di forza e di bellezza? Quale ricchezza? Quale gloria? Quale signoria? Non è forse vero che tutte queste cose dopo una breve fioritura si dileguano e si risolvono nei loro contrari? Chi è vissuto sempre nella giovinezza? A chi la forza è durata fino alla fine? E per quanto riguarda il fiore della bellezza, la natura non l'ha fatto forse più effimero dei fiori che appaiono in primavera? Questi ultimi germogliano quando giunge la loro stagione, e dopo essersi appassiti per un breve periodo sono di nuovo rigogliosi; quindi scompaiono, per poi rifiorire e mostrare anche l'anno successivo la bellezza di oggi. Nel caso invece della fioritura umana, la natura la spegne dopo averla mostrata una sola volta nella primavera della giovinezza, distruggendola nell'inverno della vecchiaia. Allo stesso modo tutte le altre cose, dopo avere ingannato per un breve tempo i sensi corporei, scorrono via e vengono avvolte dall'oblio.

Poiché tali vicissitudini prodotte da ineluttabili leggi naturali addolorano profondamente chi si è affezionato al mondo, una sola è la via per sfuggire a questi mali: non attaccare la propria anima a nessuna delle cose che sono soggette a cambiamenti, e staccarsi il più possibile da ogni commercio con la vita passionale e carnale; per meglio dire, ci si deve liberare da ogni affezione per il proprio corpo, per non andare soggetti alle vicissitudini della carne vivendo secondo la carne. Questo significa vivere soltanto con l'anima ed imitare per quanto è possibile il tipo di vita delle potenze incorporee, che non prendono né moglie né marito: la loro unica attività, la loro unica preoccupazione, la loro unica perfezione consiste nel contemplare il padre dell'incorruttibilità e nell'abbellire il proprio aspetto prendendo come modello la bellezza dell'archetipo, che imitano nella misura a loro consentita.

Conformandoci al pensiero della Scrittura, possiamo quindi affermare che la verginità è stata data all'uomo come una collaboratrice ed un aiuto per mettere in pratica questo modo di vedere e soddisfare questo alto desiderio. E come nelle altre occupazioni le varie arti sono state concepite perché ciascuno degli scopi perseguiti potesse essere raggiunto, così, a mio avviso, la pratica della verginità è un'arte ed una facoltà della vita più divina, che insegna a coloro che vivono ancora nel corpo a rendersi simili alla natura incorporea.

V. L'assenza di passioni nell'anima è più importante della purezza del corpo

In questo tipo di vita si deve fare di tutto perché la parte più alta dell'anima non venga avvilita dalla rivolta dei piaceri, e perché il nostro pensiero, invece di spaziare nelle regioni superiori e di guardare in alto, non venga trascinato in giù verso le passioni della carne e del sangue. Come può infatti esso contemplare con occhi liberi la luce intelligibile che gli è affine se resta inchiodato in basso ai piaceri carnali e se indulge ai desideri propri delle passioni umane, mostrando una propensione per la materia che è il frutto di un preconcetto cattivo e privo di disciplina? Come gli occhi dei porci che la natura fa volgere in basso ignorano le meraviglie celesti, così l'anima che è attirata dal corpo non è più in grado di contemplare il cielo e le bellezze superiori perché si volge verso la parte più bassa e bestiale della natura. L'anima libera e sciolta, per poter contemplare nel migliore dei modi il piacere divino e beato, non deve volgersi verso nessuna delle cose terrene e non gustare nessuno di quelli che l'opinione propria della vita comune spaccia per piaceri; al contrario, essa trasferisce il suo impulso amoroso dalle cose materiali alla contemplazione intelligibile ed immateriale delle bellezze. La verginità del corpo è stata concepita proprio perché potesse realizzarsi tale disposizione d'animo: la sua funzione precipua è quella di far dimenticare all'anima i movimenti passionali della natura e d'impedire ai bassi bisogni della carne di trovarsi in uno stato di necessità. Una volta liberatasi da questi, l'anima non correrà più il rischio di abbandonare e d'ignorare - abituandosi a poco a poco alle cose che sembrano permesse da una legge naturale - quel piacere divino e genuino che solo la purezza dell'elemento razionale che ci guida può perseguire.

VI. Elia e Giovanni seguirono la severa regola di questo tipo di vita

Mi sembra quindi che il grande profeta Elia e colui che visse successivamente «nello spirito e nella potenza di Elia», «il più grande dei nati dalle donne», abbiano insegnato con l'esempio della loro vita soprattutto una cosa, se si vuol prescindere da tutte le altre alle quali la loro storia allude velatamente: chi si sofferma nella contemplazione dell'invisibile deve separarsi dalla concatenazione dei fatti che è propria della vita umana, per non lasciarsi confondere e non errare nel suo giudizio sul vero bene, abituandosi agl'inganni prodotti dalle sensazioni. Entrambi infatti fin dalla loro giovinezza si estraniarono dalla vita umana e si collocarono per così dire al di fuori della natura, sia perché disprezzarono i cibi e le bevande più abituali e più in voga sia perché si misero a vivere nel deserto: poterono così conservare il loro udito al riparo dai rumori e la loro vista al riparo da ogni divagazione, mentre il loro gusto rimase semplice e non sofisticato, giacché entrambi soddisfacevano i propri bisogni con ciò che si presentava loro. Riuscirono in tal modo a realizzare un'effettiva tranquillità e serenità che non conosceva disturbi esterni ed elevarsi a quell'alto livello di grazia divina che la Scrittura ricorda a proposito di entrambi. Elia, divenuto una specie di amministratore dei beni divini, era padrone di chiudere ai peccatori e di aprire ai penitenti a sua discrezione i doni del cielo; per quanto riguarda Giovanni, il divino racconto non parla di nessuna di queste meraviglie, ma «chi guarda le cose in segreto» ha testimoniato che in lui la grazia era presente più che in qualsiasi altro profeta. Ciò avvenne forse perché essi dall'inizio alla fine consacrarono al Signore i loro desideri, che seppero mantenere puri e scevri da ogni affezione materiale, e non indulsero né all'amore per i figli, né alle preoccupazioni per la moglie né ad altri pensieri umani; giacché non ritenevano di doversi preoccupare del necessario nutrimento quotidiano e si mostravano superiori alla dignità data dalle vesti, soddisfacevano i propri bisogni con improvvisazioni, ricorrendo a ciò che trovavano: l'uno si riparava con pelli di capra, l'altro con pelo di cammello; a mio parere, non sarebbero giunti a tanta grandezza se si fossero fatti rammollire dal matrimonio, abituandosi ai piaceri corporei. Tutto questo, come dice l'apostolo, non è stato scritto senza scopo, ma perché venissimo spronati a regolare la nostra vita secondo la loro. Qual è dunque l'insegnamento che possiamo ricavarne? Chi vuole unirsi a Dio imitando i santi non deve soffermare il proprio pensiero su nessuna occupazione materiale, giacché se lo lascia disperdere in varie direzioni non è più in grado di dirigere verso Dio la propria mente ed i propri desideri.

Penso di poter spiegare quest'insegnamento più chiaramente con un esempio. Supponiamo che dell'acqua sgorgata da una sorgente si disperda a caso in vari rivoli. Finché scorre così, essa non si rivela adatta a soddisfare nessun bisogno dell'agricoltura, giacché la sua dispersione in molti rigagnoli fa sì che ciascuno di questi sia povero, poco efficiente, lento e senza forza. Se invece questi rivoli confusi fossero riuniti insieme e ciò che era disperso in molte direzioni venisse raccolto in modo da formare un unico corso, quest'acqua resa abbondante e vigorosa potrebbe essere usata per molti scopi utili. Allo stesso modo mi sembra che si comporti l'intelligenza umana: se si diffonde dappertutto, disperdendosi nel suo corso in ciò che piace sempre agli organi sensoriali, non possiede una forza sufficiente per dirigersi verso il vero bene; se invece venisse richiamata indietro, e riunita e tenuta insieme senza potersi più disperdere, in modo da muoversi secondo l'energia che le è propria e che la natura le ha dato, nulla più le impedirebbe di elevarsi e di toccare le verità degli esseri. Come l'acqua stretta in un condotto viene spinta spesso verso l'alto da una pressione proveniente dal basso senza potersi disperdere, benché il suo movimento naturale la porti ad andare piuttosto verso il basso, così anche la mente umana, quando è serrata da ogni parte dalla continenza come da uno stretto condotto, è portata dal suo movimento naturale verso il desiderio delle realtà più alte e non può più disperdersi. Ciò che è in perenne movimento e che ha ricevuto dal creatore tale proprietà naturale non può mai stare fermo, e non avendo più la possibilità di muoversi verso le cose vane non può non dirigersi tutto verso la verità: le vie che portano alla futilità gli sono sbarrate da ogni parte. Analogamente, vediamo anche che nei crocicchi i viandanti non si sbagliano sulla giusta via da percorrere quando evitano di andare vagando per altre strade che hanno in precedenza imparato. Come colui che viaggia riesce a mantenersi sul giusto cammino se si tiene lontano dai sentieri che lo fanno smarrire, così il nostro pensiero può riconoscere le verità degli esseri se abbandona ogni vanità. Il ricordo di questi grandi profeti sembra dunque insegnarci proprio a non farci prendere prigionieri dalle cose che vengono ricercate nel mondo. Il matrimonio è proprio una di queste: piuttosto, esso è l'inizio e la radice della ricerca della vanità.

VII. Il matrimonio non va annoverato tra le cose condannabili

Nessuno pensi con questo che noi intendiamo disconoscere la funzione del matrimonio: non ignoriamo che esso non è privo della benedizione di Dio. Poiché però ha un difensore sufficiente nella comune natura umana che infonde un'inclinazione naturale verso tale genere di cose in tutti coloro che sono venuti alla luce tramite l'atto coniugale, mentre la verginità va contro la natura, sarebbe superfluo scrivere una diligente esortazione al matrimonio mettendo in evidenza il piacere, il suo difensore contro cui difficilmente si combatte, a meno che non ci obbligassero a fare un discorso simile coloro che sfigurano gl'insegnamenti della Chiesa e che l'apostolo chiama «marchiati nella propria coscienza»: queste persone, lasciata la strada dello spirito per l'insegnamento dei demoni, imprimono nei loro cuori come delle piaghe e delle bruciature, provando ribrezzo per le creature di Dio come se fossero cose nefande e chiamandole incoraggiamento ai mali, causa dei mali e così via. «Ma perché devo giudicare chi sta fuori?», dice colui che ha parlato sinora. Essi si trovano veramente fuori del palazzo della dottrina misterica: «alloggiano» non «nel riparo di Dio» ma nella mandria del maligno, «prigionieri del suo volere» come dice l'apostolo; per questo non comprendono che, se ogni virtù si trova nel mezzo, la deviazione verso gli estremi opposti è un male: solo chi riesce a trovare sempre un punto intermedio tra il rilassamento e la tensione riesce a distinguere la verità dal vizio.

Il mio discorso diverrà forse più chiaro se lo spiegherò con degli esempi concreti. La viltà e la temerarietà sono ritenuti due mali opposti, l'una per difetto di sicurezza, l'altra per eccesso, e comprendono al centro il coraggio. Analogamente, l'uomo pio non è né ateo né superstizioso: in questi due casi è un'uguale empietà non credere in nessun dio o credere in molti dèi. Vuoi capire meglio questa dottrina con altri esempi? Chi evita la parsimonia e la prodigalità, proprio rifiutando i vizi contrari riesce a realizzare la libertà morale: la libertà consiste infatti proprio nel non restare indifferenti di fronte alle spese smodate ed inutili e nel non mostrarsi gretti nei confronti dei bisogni. Così anche a proposito di tutte le altre cose - per non esaminarle una per una - la ragione riconosce la virtù nel punto di mezzo tra i contrari. Anche la temperanza è un punto di mezzo, e mostra chiaramente le deviazioni verso i vizi opposti: chi non è più forte d'animo, divenendo facile preda della passione edonistica ed allontanandosi quindi dalla strada della vita pura e temperante, scivola verso «le passioni dell'ignominia»; chi invece va al di là della parte praticabile della temperanza e supera il punto intermedio rappresentato dalla virtù, viene trascinato in basso dall'«insegnamento dei demoni» come in un precipizio, «marchiando» la propria coscienza, come dice l'apostolo. Nel momento in cui definisce il matrimonio una cosa abominevole, gl'insulti che lancia contro di esso lo marchiano: se, come dice un passo del Vangelo, l'albero è cattivo, anche il frutto sarà del tutto degno dell'albero. Se l'uomo è il germoglio ed il frutto della pianta del matrimonio, le offese recate a quest'ultimo ricadono tutte su chi le fa.

Costoro, bollati nella coscienza e ricoperti di lividi dall'assurdità della loro dottrina, possono essere confutati con questi argomenti. Noi invece diciamo questo a proposito del matrimonio: anche se la ricerca ed il desiderio delle cose divine devono stare al primo posto, colui che sa fare un uso temperante e misurato del matrimonio non deve disprezzare i servizi che esso può rendere. Così si comportò il patriarca Isacco: non nel fiore della giovinezza, affinché il matrimonio non diventasse un veicolo di passione, ma quando essa si era già consumata, accettò di vivere con Rebecca perché il suo seme fosse benedetto da Dio; assolti i suoi obblighi nei confronti del matrimonio fino al primo parto, tornò a dedicarsi interamente alle cose invisibili chiudendo i sensi corporei; a questo mi sembra che voglia alludere la storia sacra, quando parla della pesantezza degli occhi del patriarca.

VIII. Chi ha l'anima molto divisa difficilmente riesce a raggiungere lo scopo più alto

Ma ammettiamo pure che l'opinione di quelli che sono versati su quest'argomento sia quella giusta; quanto a noi, continuiamo il nostro discorso. Di che cosa parlavamo? Se è possibile, dobbiamo fare in modo da non allontanarci dal desiderio più divino e da non evitare il matrimonio. Nessun ragionamento può cancellare l'economia naturale e calunniare ciò che è prezioso come se fosse una cosa abominevole. Ricorrendo all'esempio che abbiamo su riportato dell'acqua e della fonte, vediamo che un contadino che vuole far venire dell'acqua su di un terreno per irrigarlo, se nel frattempo ha bisogno di una piccola quantità, ne fa scorrere soltanto una quantità proporzionata al bisogno impellente, che poi fa tornare di nuovo in modo appropriato nel suo corso principale; se invece facesse scorrere l'acqua senza criterio e parsimonia, questa, abbandonata la via maestra, correrebbe il rischio di disperdersi tutta per vie oblique nei canali scavati. Allo stesso modo, poiché nella vita gli uomini devono succedersi gli uni agli altri, chi in tale congiuntura si comporta in modo da lasciare il primo posto alle cose spirituali e da soddisfare in misura moderata e contenuta i suoi desideri «perché il tempo stringe», è veramente il saggio coltivatore, «colui che coltiva se stesso nella sapienza», come dice il precetto dell'apostolo: egli non pensa in modo meschino al pagamento dei suoi tristi debiti, ma sceglie d'accordo con la congiunta la purezza per attendere di più alla preghiera, nel timore di diventare, per colpa della passione, tutto carne e sangue, «in cui non rimane lo spirito di Dio». Chi invece è così debole da non potersi opporre virilmente al corso della natura, farebbe meglio a tenersi lontano dal matrimonio piuttosto che cimentarsi in una lotta superiore alle sue forze. C'è infatti il pericolo che, ingannato dal piacere che prova, egli consideri come unico bene quello che si ottiene tramite la carne con la passione, e che, allontanato dalla mente ogni desiderio dei beni incorporei, diventi interamente carnale, e persegua in tutti i modi questo piacere, sì da rendersi «amico più del piacere che di Dio». Poiché a causa della debolezza della natura non tutti possono trovare la giusta misura in queste cose e chi oltrepassa la misura corre il rischio d'imprigionarsi «nel fango profondo», come dice il salmista, sarebbe meglio per lui trascorrere la vita senza fare tali esperienze, così come consiglia il nostro discorso, in modo da evitare che le passioni assalgano la sua anima sotto il pretesto della liceità.

IX. E' in genere difficile cambiare le proprie abitudini

Generalmente, contro l'abitudine non si può combattere: essa possiede in effetti una grande forza capace di attirare a sé l'anima umana e di presentarle una sembianza di bellezza alla quale l'anima stessa finisce con l'affezionarsi ed assuefarsi; nulla è per natura così repellente da non essere ritenuto desiderabile e preferibile in seguito all'assuefazione. La verità di ciò che dico è dimostrata dalla vita umana: fra tanti popoli, nessuno esercita le stesse occupazioni; al contrario, le cose belle ed onorate sono diverse da popolo a popolo, in quanto in ciascun popolo è proprio l'abitudine a fare di una cosa l'oggetto di un'occupazione e di un desiderio. Non solo presso i popoli si può constatare questa mutata disposizione nei confronti delle stesse occupazioni che sono da alcuni ammirate, e da altri vilipese: anche in una stessa città ed in una stessa famiglia si possono osservare grandi differenze tra i singoli componenti, dovute all'abitudine. I fratelli nati da un unico parto si differenziano per lo più nella vita per le loro occupazioni; ciò non deve destare meraviglia, giacché la stessa cosa non è giudicata allo stesso modo da tutti gli uomini: ciascuno fa dipendere i propri giudizi dalla propria disposizione d'animo determinata dalle abitudini. Per non parlare di cose troppo lontane dall'argomento del mio discorso, dirò che conosciamo molte persone che sembrano particolarmente amanti della temperanza nella loro prima giovinezza e che poi cominciano a condurre una vita corrotta quando si convincono che il godimento dei piaceri è legittimo e consentito. Per restare nel paragone da noi fatto del corso d'acqua, una volta che hanno provato i piaceri fanno volgere verso di essi tutta la loro facoltà concupiscibile: spostato l'impulso della loro intelligenza dalle cose più divine a quelle più vili e materiali, lasciano aperto un grande varco alle passioni, sulle quali si riversano tutti i loro desideri, mentre ogni spinta verso l'alto si esaurisce e s'inaridisce.

Per questo pensiamo che le persone più deboli facciano bene a rifugiarsi nella verginità come in una cittadella sicura, senza attirare su di sé le tentazioni scendendo nell'ingranaggio della vita e senza cadere prigionieri di coloro che, servendosi delle passioni carnali, «combattono la legge della nostra intelligenza»: in tal modo, si metteranno a pensare non ai confini dei terreni o alla perdita delle ricchezze o a qualcun'altra delle cose che vengono cercate in questa vita, ma a quella speranza che viene prima di tutto il resto. Chi rivolge il proprio pensiero a questo mondo, chi si preoccupa delle cose di quaggiù, chi passa il proprio tempo a piacere agli uomini, non può obbedire al primo e più grande comandamento del Signore, che prescrive di amare Dio con tutto il cuore e con tutta la forza. Come può infatti costui amare Dio con tutto il cuore, se divide il proprio cuore tra Dio ed il mondo, sottraendogli in un certo senso e lasciando consumare dalle passioni umane l'amore che solo a Lui è dovuto? «L'uomo non sposato si preoccupa infatti delle cose del Signore, l'uomo sposato di quelle del mondo». Se la battaglia contro i piaceri sembra dura, ci si faccia coraggio; va ricordato a tal proposito che l'abitudine non è di piccolo aiuto nel produrre mediante la perseveranza un nuovo piacere anche in quelli che sembrano i frangenti più difficili: si tratta del piacere più bello e più puro, di cui può degnamente cingersi l'uomo assennato, piuttosto che immeschinirsi nelle cose vili e perdere quei beni che sono veramente i più grandi e che «superano ogni intelligenza».

X. Qual è l'oggetto che si deve desiderare veramente

Quale discorso potrebbe mai descrivere il danno rappresentato dalla perdita della vera bellezza? A quali straordinari pensieri si dovrebbe far ricorso? Come si potrebbe far vedere e delineare ciò che è ineffabile per qualsiasi discorso ed incomprensibile per qualsiasi pensiero? Se l'occhio della mente si purificasse al punto da poter vedere in qualche modo ciò che il Signore annunzia nelle beatitudini, si giungerebbe a disconoscere ogni voce umana, come assolutamente incapace di presentare quest'oggetto di pensiero. Se invece ci si trova ancora in mezzo alle passioni materiali e se la disposizione passionale chiude come una cispa la facoltà visiva dell'anima, neanche in questo caso la potenza del discorso può servire; per chi è insensibile, è indifferente che il discorso diminuisca o esalti le meraviglie, così come nel caso del raggio solare colui che fin dalla nascita non è in grado di vedere la luce ritiene ozioso ed inutile qualsiasi discorso che tenti di spiegarla: non è possibile far brillare attraverso l'udito lo splendore del raggio. Analogamente, anche per quanto riguarda la luce intelligibile e vera, ciascuno ha bisogno dei propri occhi per poter contemplare questa bellezza: chi l'ha vista per effetto di una grazia ed ispirazione divina conserva nell'intimo della propria coscienza uno stupore inesprimibile; chi invece non l'ha vista, non può neppure rendersi conto del danno rappresentato da questa privazione. Come gli si potrebbe infatti presentare il bene che gli è sfuggito? Come gli si potrebbe porre sotto gli occhi l'inesprimibile? Non conosciamo parole capaci di esprimere questa bellezza, e fra gli esseri non esiste nessun esempio che possa dare un'idea di ciò che si cerca; parimenti impossibile è mostrarlo con un paragone. Chi potrebbe paragonare il sole ad una piccola scintilla o mettere una piccola goccia di fronte all'immensità degli abissi marini? Il rapporto che c'è tra la piccola goccia e gli abissi o tra la piccola scintilla e la grande luce del sole esiste anche tra tutte le cose che gli uomini ammirano come belle e quella bellezza che si contempla attorno al primo bene ed a ciò che è al di là di ogni bene.

Quale accorgimento potrebbe mostrare la gravità della perdita a chi la subisce? Mi sembra che il grande David abbia fatto capire bene quest'impossibilità: quando una volta il suo pensiero venne sollevato dalla potenza dello spirito ed egli, uscito come fuori di sé, vide nell'estasi beata quella bellezza straordinaria ed inconcepibile; quando, abbandonati i velami della carne e raggiunta con il solo pensiero la contemplazione delle realtà incorporee ed intelligibili, fu in grado di vedere quello che un uomo riesce a vedere; quando provò il desiderio di dire qualcosa che fosse degno della visione, allora profferì quella frase che tutti cantano: «Ogni uomo è un mentitore». Secondo me, essa significa che ogni uomo che voglia affidare alla voce la spiegazione di quella luce ineffabile è veramente un mentitore, non per odio della verità, ma per l'inefficacia del suo racconto. Ad ammirare, a percepire e a rendere note tutte le bellezze sensibili presenti nella nostra vita, appaiano esse con i loro bei colori o nella materia inanimata o nei corpi animati, basta la forza delle nostre facoltà sensitive: grazie alla descrizione fatta dalle parole, tale bellezza è riprodotta nel discorso come in un'immagine. Ma se il modello sfugge al pensiero, come può il discorso farlo vedere, non trovando alcun mezzo per descriverlo? Non può ricorrere a nessun colore, a nessuna forma, a nessuna grandezza, a nessuna simmetria di parti, e per dirla in breve a nessuna di queste vuote parole. Ciò che è assolutamente privo di forma e di aspetto e che si trova lontano, al di fuori di ogni quantità e di ciò che si contempla nei corpi e che ricade nel dominio dei sensi come può essere conosciuto tramite ciò che si percepisce soltanto con le sensazioni? Non bisogna però ripudiare questo desiderio solo perché il suo soddisfacimento sembra superiore alla nostra comprensione: al contrario, quanto più il nostro discorso mostra la grandezza dell'oggetto ambito, tanto più dobbiamo elevare il pensiero ed innalzarlo fino alla sublimità di ciò che cerchiamo, in modo da non essere esclusi del tutto dalla partecipazione al bene. Data la sua eccessiva altezza ed ineffabilità, è assai facile scivolare al di fuori della sua contemplazione, senza avere modo di appoggiare il pensiero a qualcuna delle cose conosciute.

XI. Come si può giungere a concepire la vera bellezza.

A causa di questa nostra insufficienza dobbiamo in qualche modo guidare il nostro pensiero verso l'invisibile servendoci di ciò che è conosciuto alle sensazioni. Potremmo arrivare a concepirlo nel modo seguente. Coloro che considerano le cose in maniera superficiale e prescindendo dall'intelligenza, quando vedono presentarsi un uomo o un qualsiasi altro oggetto, si danno pensiero solo di ciò che vedono: la sola vista della mole del corpo basta a far credere loro di conoscere l'uomo in modo completo. Chi invece guarda con l'anima ed ha imparato a non affidare ai soli occhi l'osservazione delle cose, non si ferma alle apparenze né considera come non esistente ciò che non vede, ma pensa alla natura dell'anima dell'uomo ed esamina sia nel loro insieme che singolarmente le qualità che appaiono nel suo corpo; con il suo ragionamento le separa le une dalle altre e considera quindi il modo in cui esse concorrono e contribuiscono insieme alla formazione del soggetto. Lo stesso accade nella ricerca del bello: chi è meno intelligente, alla vista di una cosa che ha un'apparenza di bellezza è portato dalla propria natura a pensare che sia bello ciò che attira le sensazioni tramite il piacere, e non si preoccupa d'altro; chi ha invece l'occhio dell'anima più puro ed è in grado di guardare le realtà più alte, lascia andare la materia che si trova sotto l'idea del bello e si serve di ciò che vede come di un punto di partenza per giungere alla contemplazione della bellezza intelligibile, partecipando della quale ogni altra cosa diventa ed è chiamata bella.

Poiché quasi tutti gli uomini viventi nutrono dei pensieri così grossolani, a mio parere riesce loro difficile pensare alla natura del bello assoluto separando con un taglio netto, mediante il loro ragionamento, la materia dalla bellezza che contemplano. Se poi si vuole esaminare con attenzione la causa delle supposizioni errate e perverse, non credo di poterne trovare una diversa dal fatto che «le facoltà sensoriali della nostra anima non sono ben esercitate nel riconoscimento del bello e del brutto». Per questo gli uomini si allontanano dalla ricerca del vero bene: alcuni scivolano verso l'amore carnale, altri rivolgono i loro desideri verso le ricchezze inanimate ed immateriali, altri fanno consistere il bello negli onori, nella fama e nella potenza, altri si stupiscono di fronte alle arti ed alle scienze; altri infine, più abietti di costoro adottano la gola ed il ventre come criteri per giudicare il bene. Se, lasciati i pensieri materiali e le affezioni per le apparenze, cercassero la natura semplice, immateriale e senza forma del bello, non commetterebbero errori nella scelta delle cose desiderabili né si lascerebbero fuorviare da quest'inganno fino al punto da non giungere a disprezzare tali cose considerando il carattere effimero dei loro piaceri.

Questa dovrebbe essere dunque per noi la strada che conduce alla scoperta del bello: lasciate da parte come vili ed effimere le cose che attirano i desideri degli uomini in quanto sono ritenute belle e di conseguenza anche degne di essere ambite ed accettate, non dobbiamo disperdere in nessuna di esse la nostra facoltà concupiscibile, né tenerla chiusa in noi e costringerla a restare inerte ed immobile; al contrario, una volta che l'abbiamo purificata dall'affezione per le cose meschine, dobbiamo condurla là dove non giungono le sensazioni. In tal modo essa non ammirerà più né la bellezza del cielo né gli splendori degli astri né alcun'altra delle cose che sembrano belle, ma si lascerà guidare dalla bellezza che si contempla in esse fino al desiderio di quella bellezza «la cui gloria è celebrata dai cieli e la cui conoscenza è annunziata dal firmamento e da ogni creatura». Così l'anima, salendo in alto e lasciando dietro di sé in quanto inferiore all'oggetto cercato tutto ciò che è percepibile, può giungere a concepire «quella sublimità che si eleva al di sopra dei cieli».

Ma chi si preoccupa delle cose meschine, come può raggiungere quelle più alte? Come si può volare verso il cielo se non si è muniti delle ali celesti e se non ci si solleva verso le regioni superiori con l'aiuto di una condotta di vita più elevata? Chi sta così al di fuori dei misteri evangelici da ignorare che esiste per l'anima umana un solo veicolo capace di farla viaggiare verso i cieli, il rendersi simili nell'aspetto alla colomba che scese giù, e le cui ali furono desiderate anche dal profeta David? In questo modo enigmatico la Scrittura è solita alludere alla potenza dello Spirito, o perché quest'uccello non ha bile, o perché è nemico dei cattivi odori, come dicono coloro che l'hanno osservato. Chi dunque abbandona ogni amarezza ed ogni lezzo carnale e si eleva al di sopra di tutte le cose meschine e basse; chi, per meglio dire, s'innalza al disopra di tutto il mondo grazie all'ala di cui si è parlato, è in grado di trovare l'unico oggetto degno di desiderio e di diventare anch'egli bello una volta che si è avvicinato al bello: divenuto risplendente e luminoso in questa bellezza, continuerà a rimanere partecipe della vera luce. Dicono gli esperti che gli splendori che spesso appaiono di notte nell'aria e che alcuni chiamano stelle cadenti altro non sono che dell'aria che si riversa nelle regioni eteree sotto la spinta di certi venti: secondo loro, quest'impulso igneo si imprime nel cielo allorché il vento s'infiamma nell'etere. Come l'aria che si trova attorno alla terra sollevata dalla forza del vento diventa luminosa, giacché è trasformata dalla purezza dell'etere, così anche la mente umana, abbandonata questa vita sudicia e squallida, diventa pura e luminosa grazie alla potenza dello spirito, si unisce alla purezza vera e sublime, risplende in un certo senso in essa, si riempie di raggi e diventa luce secondo la promessa del Signore che annunziò che i giusti sarebbero stati splendenti come il sole. Vediamo che ciò si verifica anche sulla terra in presenza di uno specchio d'acqua o di altra superficie capace di risplendere per la sua levigatezza. Una superficie di tal genere, quando riceve il raggio solare, produce e fa uscire da sé un altro raggio; non potrebbe farlo, se la sua purezza ed il suo splendore fossero offuscati dalla sporcizia. Se noi ci eleviamo lasciando la tenebra terrestre e ci avviciniamo alla vera luce di Cristo, possiamo diventare luminosi in queste regioni superiori; e se «la vera luce che risplende anche nelle tenebre» giunge anche a noi, anche noi siamo luce, come dice il Signore ai suoi discepoli in un passo del Vangelo; c'è solo il rischio che la sporcizia prodotta dal vizio, crescendo nel cuore, indebolisca la grazia della nostra luce.

Mediante questi esempi il nostro discorso ci ha forse messo in grado piano piano di pensare a come trasformarci in ciò che è superiore a noi; abbiamo mostrato che non si può unire l'anima al Dio incorruttibile se essa non diventa il più possibile pura mediante l'incorruttibilità in modo da comprendere il simile con il simile, se non si offre come uno specchio riflettente alla purezza di Dio e se non forma la propria bellezza partecipando della bellezza originaria e riflettendola. Chi è capace di abbandonare tutte le cose umane, siano esse i corpi, le ricchezze, le occupazioni che si riferiscono alla scienza o alle arti o tutto ciò che i costumi e le leggi ritengono buono (il giudizio sul bello erra infatti proprio quando si adotta come criterio la sensazione), prova amore e desiderio solo nei confronti di quell'oggetto che non ha ricevuto da altri la propria bellezza e che è bello non in rapporto ad un'altra cosa ma di per sé, grazie a sé ed in sé, in quanto è costantemente bello: esso non diventa bello in un certo momento per non esserlo più in un altro, ma rimane sempre nello stesso stato, al di sopra qualsiasi aggiunta ed accrescimento, senza essere oggetto ad alcun cambiamento ed alterazione.

Oso dunque dire che a colui che ha purificato «da ogni specie di vizio» tutte le facoltà della propria anima si rivela l'oggetto che è bello unicamente grazie alla sua natura e che è la causa di ogni bellezza e di ogni bene. Come l'occhio liberato dalla cispa vede splendere ciò che si trova nell'aria, così l'anima, grazie alla purezza, possiede la facoltà di pensare quella luce: la vera verginità e la ricerca dell'incorruttibilità perseguono lo scopo della visione di Dio, che è resa possibile proprio da esse. Nessuno ha la mente così cieca, da non capire da sé che l'oggetto che è bello, buono e puro in modo vero, originario unico è il Dio di tutte le cose.

XII. Chi si è purificato è in grado di contemplare in se stesso la bellezza divina; della causa del male

Ma forse nessuno ignora tutto questo; piuttosto, è naturale che alcuni cerchino di sapere se è possibile trovare una sorta di metodo e di via capace di condurci a questa meta. I libri divini sono pieni di tali istruzioni, e molti santi rendono visibile la loro vita, che serve come da faro a coloro che camminano secondo il volere di Dio. Ma ciascuno può attingere in abbondanza da entrambi i Testamenti le relative norme della Scrittura ispirata da Dio: molto si può prendere senza limitazione sia dai profeti e la legge sia dalle tradizioni evangeliche ed apostoliche; le riflessioni che potremmo fare seguendo le parole divine sono invece le seguenti.

L'uomo, quest'essere vivente provvisto di ragione e di pensiero, opera ad imitazione della natura divina e pura (nella cosmogonia è scritto a proposito di lui che «Dio lo fece a sua immagine»); quest'essere vivente, quest'uomo, non ricevette dunque alla sua nascita, come parte della propria natura e della propria essenza, la proprietà di essere soggetto alle passioni ed alla morte. Non sarebbe infatti stato possibile salvaguardare il principio dell'immagine, se la bellezza rappresentante l'immagine fosse risultata contraria al suo modello. Solo dopo la sua prima formazione furono introdotte nell'uomo le passioni. Questo avvenne nel modo seguente. Come si è detto, l'uomo era l'immagine e l'imitazione della potenza che su tutto regna, e per tale ragione, nella libertà delle sue scelte, era simile al padrone di tutte le cose; non era schiavo di nessuna necessità esterna, e poteva disporre di sé come voleva secondo il proprio giudizio, giacché aveva la facoltà di scegliere ciò che gli piaceva. Fu lui ad attirare volontariamente su di sé, fuorviato da un inganno, la disgrazia in cui ora si trova il genere umano: da sé scopri il male, senza averlo visto prodotto da Dio. «Non fu infatti Dio a creare la morte», ma fu l'uomo a divenire in un certo senso il creatore e l'artefice del male. La luce solare può essere percepita da tutti coloro che sono provvisti della facoltà visiva. Chi vuole può, chiudendo gli occhi, rimanere estraneo a questa percezione; in tal caso però non è il sole a ritirarsi altrove ed a produrre quindi la tenebra, ma è l'uomo a separare il proprio occhio dal raggio chiudendo le palpebre.

Poiché la facoltà visiva non può funzionare a causa della chiusura degli occhi, è fatale che l'inattività della vista metta in azione la tenebra, che l'uomo fa insorgere deliberatamente tramite la cecità. Così pure, chi si costruisce una casa senza lasciare aperta nessuna via capace di far entrare la luce nell'interno, deve necessariamente vivere nella tenebra, in quanto ha chiuso di proposito l'ingresso ai raggi solari. Allo stesso modo il primo uomo nato dalla terra, o piuttosto colui che fece nascere il male nel genere umano, trovava il bello ed il buono a portata di mano in qualsiasi punto del suo ambiente naturale e ne poteva disporre come voleva; tuttavia, agendo contro se stesso, introdusse volontariamente delle novità contrarie alla natura e così, rifiutando la virtù, venne a provare il male di sua libera scelta. Il male, considerato al di fuori della libera scelta ed in se stesso, non esiste nella natura: «ogni creatura di Dio è bella e non va disprezzata» e «tutte le cose che Dio ha fatto sono fin troppo belle». Ma quando l'ingranaggio del male s'introdusse nel modo sopra descritto nella vita dell'uomo corrompendola, e quando in seguito al riversarsi nell'uomo di un'enorme quantità di vizi originatisi da un piccolo pretesto, anche la bellezza della sua anima - simile a Dio ed imitazione della bellezza originaria - venne annerita come un ferro dalla ruggine del vizio, l'uomo in quelle circostanze non seppe più conservare la grazia dell'immagine che gli era propria e che era conforme alla natura, ed assunse l'aspetto turpe caratteristico del peccato. Per questo l'uomo, «questa cosa grande e preziosa» - così lo chiama la Scrittura - abbandonò la propria dignità: come chi scivola e cade nel sudiciume diventa irriconoscibile anche alle persone con cui ha familiarità perché tutta la sua figura è sporca di fango, così anche l'uomo, caduto nel sudiciume del peccato, perse l'immagine del Dio incorruttibile ed assunse con il peccato un'immagine soggetta a corruzione e fangosa. La parola divina suggerisce di toglierla lavandola con l'acqua pura della retta condotta di vita, in modo che «una volta eliminato l'involucro» di terra, possa apparire di nuovo la bellezza dell'anima. La deposizione di ciò che è contrario all'uomo consiste nel ritorno a ciò che gli è proprio e secondo natura: in quest'intento egli non può riuscire, se non ritorna ad essere quello che era all'inizio, quando fu creato. La somiglianza a Dio non è infatti opera nostra né una realizzazione delle facoltà umane, ma dipende dalla generosità di Dio, che la donò alla natura umana fin dalla sua prima nascita.

L'uomo deve preoccuparsi solo di togliere la sporcizia che il vizio ha accumulato in lui e di far risplendere la bellezza della sua anima, prima velata. Penso che nel Vangelo il Signore insegni proprio questo quando dice a coloro che sono in grado di ascoltare «la sapienza comunicata nel mistero»: «il regno di Dio è dentro di voi». La sua parola mostra, a mio parere, come il bene concesso da Dio non sia separato dalla nostra natura né sia situato lontano da coloro che intendono cercarlo, ma si trovi in ciascuno di noi: esso è ignorato e nascosto quando «viene soffocato dagli affanni e dai piaceri della vita», ma può essere ritrovato quando diventa l'oggetto dei nostri pensieri, Se devo rendere più credibile con altri argomenti ciò che ho detto, ricorderò che a mio avviso il Signore vuole farci pensare proprio a questo quando parla della ricerca della dracma perduta: pur essendo tutte presenti, di nessuna utilità possono essere le rimanenti virtù - chiamate dracme dal Vangelo - se quella sola dracma manca nell'anima rimasta vedova. Per questo il Signore, alludendo forse alla ragione «che illumina gli oggetti nascosti», ci ordina di «accendere innanzitutto la lampada» e di cercare quindi la dracma perduta «nella nostra casa», vale a dire in noi stessi. Con la dracma cercata Egli vuole alludere proprio all'immagine del re, che non è persa del tutto, ma è solo nascosta nello sterco. Per sterco bisogna intendere, a mio parere, la sporcizia prodotta dalla carne: una volta che questa è stata spazzata via ed eliminata da una retta condotta di vita, l'oggetto cercato riappare; allora, l'anima che l'ha ritrovato ha ragione di rallegrarsi e di rendere i vicini partecipi della sua gioia. In effetti, quando la grande immagine del re impressa fin dal principio sulla nostra dracma «da colui che ha formato i nostri cuori ad uno ad uno» vien scoperta ed ha modo di risplendere, allora tutte le facoltà presenti nell'anima - chiamate «vicini» - si voltano sotto l'effetto di quella gioia ed esultanza divina, e rimangono fisse nella contemplazione dell'ineffabile bellezza dell'oggetto trovato. «Rallegratevi con me - dice il Signore - perché ho ritrovato la dracma che avevo perso». Le facoltà dell'anima «vicine», vale a dire presenti in lei -quella razionale, quella concupiscibile, quella che regola il dolore e l'ira e tutte le altre di cui si può pensare dotata l'anima - piene di gioia per la scoperta della dracma divina a buon diritto possono essere ritenute amiche: è naturale che tutte si rallegrino nel Signore, quando contemplano il bello ed il buono ed agiscono per glorificare Dio, senza essere più le armi del peccato.

Se il ritrovamento di ciò che si cercava significa il ritorno alla condizione primitiva dell'immagine divina che ora è nascosta dalla sporcizia della carne, noi dobbiamo diventare quello che il primo uomo creato fu all'inizio della sua vita. Com'era dunque? Non aveva vestiti fatti con pelli morte, poteva guardare con tutta sicurezza il volto di Dio, non giudicava il bello mediante il gusto e la vista, «gioiva solo nel Signore», e a tale scopo - questo fa capire la divina Scrittura - si serviva dell'aiuto che gli era stato dato, giacché non conobbe la sua donna prima della cacciata dal paradiso e prima che essa fosse condannata alla pena del parto per il peccato che aveva commesso lasciandosi ingannare.

Possiamo ritornare alla primitiva beatitudine ripercorrendo in senso inverso quello stesso cammino che ci portò fuori del paradiso, quando ne venimmo scacciati insieme al nostro progenitore. Di quale cammino si tratta? Allora il piacere, prodotto dall'inganno, diede inizio alla caduta. Alla passione accesa dal piacere seguirono quindi la vergogna, la paura, il non avere più il coraggio di stare al cospetto del Creatore, ed il nascondersi tra le foglie nell'ombra; dopo di che, essi si ricoprirono di pelli morte. Così furono mandati esuli in questa regione malsana ed aspra, nella quale il matrimonio fu concepito come un mezzo di consolazione di fronte alla morte.

XIII. L'inizio della cura di sé stessi è la rinunzia al matrimonio

Se è dunque nostra intenzione andarcene via di qui ed unirci a Cristo, è bene far cominciare questo distacco dall'ultimo stadio, così come coloro che sono lontani dai propri familiari, quando vogliono ritornare al loro punto di partenza, lasciano per primo l'ultimo posto nel quale sono arrivati. Il matrimonio è l'ultimo momento della separazione dal soggiorno nel paradiso: proprio perché rappresenta l'ultima tappa il nostro scritto suggerisce a coloro che ritornano a Cristo di considerarlo come la prima cosa da lasciare. Occorre quindi abbandonare le miserie terrene in cui fu posto l'uomo dopo il peccato e, successivamente, uscire dai rivestimenti della carne togliendoci le tuniche di pelle, vale a dire i pensieri carnali.

Abbandonata «ogni azione vergognosa fatta di nascosto», non dobbiamo più coprirci con il fico della vita amara, ma gettare via queste foglie caduche che ricoprono la vita, ritornare al cospetto del creatore, rifiutare l'inganno offerto dal gusto e dalla vista, e farci consigliare non più dal serpente velenoso ma dal comandamento di Dio. Questo c'ingiunge di toccare solo il bene e di rifiutare l'assaggio del male, giacché tutto il male che ci colpisce si origina proprio dal nostro desiderio di non ignorarlo. Per questo ai primi uomini creati fu vietato di conoscere assieme al bene il suo contrario ed ordinato di tenersi lontani dalla conoscenza del bene e del male e di cogliere il bene puro, non mescolato con il male. A mio avviso, ciò significa stare soltanto con Dio, gustare questa delizia all'infinito ed ininterrottamente e non mescolare al godimento del bene ciò che trascina verso il suo opposto. E se si deve parlare con franchezza, bisogna aggiungere che in tal modo ci si può forse allontanare da questo mondo sommerso dal male, e tornare di nuovo in paradiso, giunto nel quale Paolo udì e vide cose ineffabili e non contemplabili, di cui non è lecito parlare agli uomini.

Ma poiché il paradiso è la dimora dei vivi che non accoglie coloro che sono stati uccisi dal peccato, e noi d'altra parte siamo carnali, soggetti alla morte e «venduti al peccato», come potrà soggiornare nel luogo riservato ai vivi colui che soggiace alla signoria della morte? Quale mezzo o quale sotterfugio potrà mai trovare per sfuggire a questo potere? Basta a tale scopo il suggerimento del Vangelo. Sentiamo che il Signore dice a Nicodemo: «Chi è nato dalla carne è carne; chi è nato dallo spirito è spirito». Sappiamo che la carne è soggetta alla morte a causa del peccato, mentre lo spirito di Dio è incorruttibile, vivificatore ed immortale.

E' evidente che, come la nascita materiale comporta necessariamente anche la generazione della forza destinata a distruggere l'essere generato, così lo spirito infonde una forza vivificatrice in coloro che vengono generati tramite esso. Qual è il risultato di ciò che si è detto? Lasciata la vita carnale che è necessariamente seguita dalla morte, dobbiamo cercare quella vita che non porta come conseguenza la morte: e questa è la vita della verginità. La verità di ciò che dico potrà risultare più chiara da queste brevi considerazioni aggiuntive. Chi non sa che l'effetto della congiunzione tra i corpi è la formazione di corpi mortali, mentre coloro che si congiungono secondo un legame spirituale ricevono in luogo dei figli la vita e l'incorruttibilità? E' bene ricordare a tal proposito il detto dell'apostolo: «Con questa generazione si salva la gioiosa madre di tali figli»; così pure, il salmista gridò nei canti divini: «Colui che fa abitare nella sua casa una donna sterile, perché diventi una madre che si rallegra dei figli». Gioisce veramente la madre vergine che genera figli immortali tramite lo spirito: il profeta la chiama «sterile» grazie alla continenza.

XIV. La verginità è superiore al potere della morte

Tale vita deve essere dunque tenuta in più alta considerazione dalle persone assennate, in quanto è superiore alla signoria della morte. La procreazione fisica - nessuno se l'abbia a male per queste mie parole - è per gli uomini causa non di vita, ma di morte. La corruzione comincia infatti con la nascita; coloro che la fermano grazie alla verginità pongono in sé stessi un limite alla morte, impedendole di procedere oltre in loro: fungendo come da linea di demarcazione tra la morte e la vita, fermano l'avanzata della prima. La morte quindi, se non può oltrepassare la verginità ma cessa di avere effetto e si dissolve in essa, mostra chiaramente la superiorità di questa virtù: a ragione è chiamato incorruttibile il corpo che non si sottomette al servizio della vita corrotta e che non accetta di diventare strumento di una successione mortale. In un corpo siffatto s'interrompe la serie continua di corruzioni e di morti che ha dominato l'intervallo di tempo intercorso tra il primo uomo creato e la vita di chi resta vergine. Non era infatti possibile che la morte restasse inoperosa, quando la nascita umana riceveva impulso dal matrimonio; viaggiando assieme a tutte le generazioni precedenti ed accompagnando nella loro traversata coloro che nascevano continuamente, trovò nella verginità un limite alla sua azione, che è impossibile valicare. Come nel caso di Maria madre di Dio la morte che aveva regnato da Adamo fino a lei una volta raggiuntala urtò contro il frutto della verginità come contro una roccia e si consunse, così in ogni anima che grazie alla verginità va oltre la vita carnale si dissolve in un certo senso la forza della morte, che non ha dove mettere il suo pungolo. Il fuoco, se non gli vengono gettate la legna, le canne, l'erba o altri materiali combustibili, non è in grado di durare da sé; allo stesso modo, neanche la forza della morte si può esplicare, se il matrimonio non le sottopone la materia su cui agire e non le prepara - come se fossero dei condannati - le persone destinate a morire.

Se hai dei dubbi, presta attenzione ai nomi delle disgrazie che, come ho già detto all'inizio del mio trattato, il matrimonio porta agli uomini e rifletti sulle loro origini. Sarebbe forse possibile piangere sul fatto di rimanere vedovi od orfani o sulle disgrazie che toccano ai figli, se non ci fosse prima il matrimonio? Le tanto ricercate soddisfazioni, gioie e voluttà e tutto ciò che si vuole dal matrimonio trovano la loro conclusione in questi dolori. Come l'impugnatura della spada è liscia, facile a toccarsi, ben levigata, brillante e adatta ad essere stretta dal palmo della mano, mentre la parte rimanente è un ferro, uno strumento di morte pauroso a vedersi ed ancora più pauroso quando lo si esperimenta, così è anche il matrimonio: mentre dapprima offre alla sensazione tattile la levigatezza superficiale del piacere come se si trattasse di un'impugnatura adorna di un cesello ben eseguito, quando viene in mano a chi l'ha toccato porta strettamente legati a sé i dolori e diventa per gli uomini causa di pianti e di disgrazie.

E' proprio il matrimonio ad offrire spettacoli pietosi e lacrimevoli: si pensi ai figli che restano orfani in età prematura, che divengono preda dei potenti e che spesso, non rendendosi conto dei propri mali, sorridono di fronte alla sventura. Ed esiste una causa di vedovanza diversa dal matrimonio? Non è fuori luogo dire che il sottrarsi ad esso comporta l'esenzione da tutti questi funesti tributi. Quando infatti decade la condanna che fu stabilita all'inizio contro i trasgressori, cessano di esistere le sofferenze delle madri di cui parla la Scrittura ed il dolore non anticipa più la nascita degli uomini; ogni disgrazia prodotta dalla vita viene eliminata, e «dai volti scompaiono le lacrime», come dice il profeta: «il concepimento non avviene più nella trasgressione» e «la gravidanza non si verifica più nel peccato» né «è prodotta dal sangue e dal volere dell'uomo e della carne» ; al contrario, la generazione deriva soltanto da Dio. Ciò si verifica, quando si accoglie nella parte viva del proprio cuore lo spirito incorruttibile, e quando si generano «la sapienza, la giustizia, la santificazione e la redenzione». Ognuno può diventare madre di chi è tutte queste cose, così come dice il Signore in un passo del Vangelo: «Chi esegue la mia volontà è mio fratello, mia sorella e mia madre».

Quale posto ha la morte in tali gravidanze? Quando queste hanno luogo, l'elemento mortale è veramente inghiottito dalla vita, e la vita verginale, recando in sé i segni dei beni tenuti in riserva dalla speranza, sembra un'immagine della beatitudine futura. Se si esamina il mio ragionamento, si può riconoscere la verità di quello che dico: innanzitutto, chi muore per il peccato vive per Dio per il resto del tempo, non produce più frutti per la morte, pone fine per quanto sta in lui alla vita della carne ed attende il «realizzarsi della beata speranza e l'apparizione del grande Dio», senza creare con generazioni intermedie un intervallo tra sé e la sua venuta; in secondo luogo, anche nella vita presente trae profitto dall'eccellenza dei beni della resurrezione. Se la vita promessa dal Signore ai giusti dopo la resurrezione è uguale a quella degli angeli, e se la rinunzia al matrimonio è propria della natura angelica, egli riceve i beni promessi unendosi agli splendori dei santi ed imitando con la sua vita incontaminata la purezza delle essenze incorporee. Se la verginità procura tali beni ed altri simili, quale discorso potrà esprimere degnamente l'ammirazione per questa grazia? Quale altro bene dell'anima apparirà così grande e prezioso, e potrà mai uguagliare in un paragone la sublimità di tale dono?

XV. La vera verginità si vede in tutto ciò che si fa

Se abbiamo compreso l'eccellenza di questa grazia, dobbiamo renderci conto anche delle sue conseguenze: questa virtù non è così semplice come si potrebbe credere, né si ferma ai corpi, ma giunge dappertutto e grazie alla sua versatilità permea di sé tutte quelle che sono e vengono ritenute le perfezioni dell'anima. L'anima che grazie alla verginità si unisce al vero sposo non solo si tiene lontana dalle sozzure materiali ma, dopo avere dato avvio in tal modo alla propria purezza, si comporta in ogni circostanza in maniera simile e con uguale fiducia, nel timore di accogliere in sé la passione per l'adulterio nella misura in cui il suo cuore si mostra incline più del dovuto alla partecipazione al vizio. Per ritornare sull'argomento, ricorderò questo: l'anima che si unisce al Signore in modo da diventare assieme a Lui un unico spirito e che decide di amarlo con tutto il cuore e con tutte le forze facendo di quest'amore la norma costante della sua vita, non si dà più alla fornicazione per non diventare un tutt'uno con essa e non ammette in sé neppure gli altri vizi che sono di ostacolo alla salvezza, giacché la contaminazione è sempre la stessa, quali che siano i vizi: se è sporcata da uno di essi, l'anima non può più possedere la sua purezza immacolata.

Quanto io dico può essere illustrato con un esempio. L'acqua di uno stagno resta calma ed immobile se nessun turbamento proveniente dall'esterno agita la sua tranquillità; se però vi cade una pietra gettata da qualche parte, essa si muove tutta in cerchi concentrici, e si producono delle onde, determinate dallo scuotimento locale; mentre la pietra va a fondo a causa del suo peso, le onde si producono in cerchio attorno ad essa l'una dopo l'altra e vengono spinte verso le estremità dello specchio d'acqua dal movimento verificatosi al suo centro: in tal modo, tutta la superficie dello stagno si agita, risentendo di ciò che è avvenuto in profondità. Analogamente, basta il sopravvenire di una sola passione a scuotere la tranquillità assoluta dell'anima, che risente del danno subito da una sua parte. Dicono gli esperti in materia che le virtù non sono separate le une dalle altre e che non è possibile possedere in modo perfetto una virtù se non si possiedono le altre invece, nella persona in cui è presente una virtù entrano fatalmente al suo seguito anche le altre. Così pure, nel campo contrario un danno che colpisce una nostra parte si estende a tutta la vita virtuosa; è proprio vero, come dice l'apostolo, che il tutto si adegua alla parte: se un membro soffre, tutto il corpo soffre con esso, mentre se è glorificato tutto il corpo gioisce.

XVI. Tutte le occasioni di abbandono della virtù presentano un uguale pericolo

Infinite sono durante la nostra vita le deviazioni verso i peccati, ed in vari modi le Scritture alludono al loro gran numero. «Molti - vien detto - sono coloro che mi perseguitano e mi tormentano», «molti sono coloro che mi combattono dall'alto», e così via. Si può forse dire a buon diritto che molti sono gli adulteri che tendono insidie allo scopo di contaminare «questo matrimonio veramente prezioso e questo talamo immacolato»; e se è necessario enumerarli chiamandoli per nome, va ricordato che adultera è l'ira, adultera è l'avidità, adulteri sono l'invidia, il rancore, l'inimicizia, la denigrazione, l'odio, e che l'elenco fatto dall'apostolo di tutti i vizi «contrari al sano insegnamento»» è un'enumerazione di adulteri. Supponiamo che una donna bella e desiderabile venga concessa in sposa ad un re per queste sue qualità, e che degli uomini intemperanti la insidino per la sua bellezza. Costei, finché reagisce contro tutti coloro che si mostrano premurosi nei suoi riguardi per corromperla accusandoli di fronte al suo sposo legittimo, è onesta e pensa al suo sposo; in tal caso, gl'inganni degl'intemperanti non hanno alcuna presa su di lei. Se invece dà retta anche ad uno solo di coloro che l'insidiano, la sua castità nei riguardi degli altri non la esime dalla condanna: perché venga condannata, basta infatti che il talamo sia contaminato da un solo uomo. Così l'anima che vive per Dio non si lascia sedurre da nessuna delle cose che le vengono presentate come belle con l'inganno: se, vittima di una passione, accetta di contaminare il suo cuore, anche lei infrange il principio giuridico del matrimonio spirituale. Come dice la Scrittura, «nell'anima orditrice di mali non entra la sapienza»: ciò significa in realtà che il buono sposo non può entrare nell'anima che è dedita all'ira, che ama la denigrazione o che ospita in sé altri simili vizi.

Quale accorgimento potrà mai conciliare tra loro le cose che per natura sono estranee l'una all'altra e che non possono combinarsi insieme? Ascolta l'apostolo quando insegna che «non esiste nessun rapporto tra la luce e le tenebre» o «tra la giustizia e l'illegalità»: per dirla in breve, non esiste nessun rapporto tra tutto ciò che è il Signore quando è pensato e chiamato secondo le varie proprietà che si vedono in lui e tutte le proprietà contrarie che si possono pensare presenti nel vizio. Se è impossibile un rapporto tra le cose che per natura non si possono mescolare tra loro, l'anima prigioniera di un vizio è assolutamente estranea al bene e non gli consente di soggiornare in lei. Qual è dunque l'insegnamento che se ne può ricavare? La vergine casta ed assennata deve allontanarsi da ogni pensiero capace di toccare in qualsiasi modo la sua anima, e conservarsi pura per lo sposo che si è unito a lei secondo la legge, «rimanendo libera da macchie, grinze ed altre simili cose». Una sola è la strada diritta, veramente stretta e piena di triboli, che non ammette deviazioni né in un senso né in un altro: qualsiasi allontanamento da essa comporta un uguale pericolo di cadute.

XVII. E' imperfetto nei riguardi del bene chi è difettoso anche in una sola delle pratiche virtuose

Se le cose stanno così, bisogna correggere per quanto è possibile le abitudini più in voga: coloro che pur reagendo con vigore contro i piaceri più turpi ricercano il piacere per altre vie, come ad esempio negli onori e nel desiderio di comandare, si comportano pressappoco come il domestico che, desiderando la libertà, non cerca di liberarsi dalla servitù ma si limita a cambiare i suoi padroni, confondendo questo scambio con la libertà. Anche se non hanno gli stessi padroni, costoro sono tutti schiavi in uguale misura, finché c'è qualcuno che li domina e li comanda esercitando su di loro il suo potere. Vi sono poi altri che, dopo una lunga lotta contro i piaceri, diventano non si sa come facile preda della passione opposta: vivendo in modo scrupolosamente severo, si lasciano subito prendere dai dolori, dalle irritazioni, dai rancori, e da tutti gli altri vizi che sono opposti all'edonismo, e ben difficilmente riescono a liberarsene. Ciò avviene, quando il corso della vita è guidato non dalla norma della virtù, ma da qualche passione.

Eppure, come dice la Scrittura, il comandamento del Signore è così chiaro da illuminare anche gli occhi dei bambini: esso afferma che il bene consiste nel tenersi attaccati soltanto a Dio. E Dio non è né dolore né piacere né viltà né temerarietà né paura né ira né una di quelle passioni che dominano l'anima priva di disciplina, ma, come dice l'apostolo, è la sapienza stessa, la santificazione, la verità, la gioia, la pace e tutte le altre cose simili a queste. Chi è dominato dalle passioni contrarie come può unirsi a chi è tutto questo? O come non è assurdo che colui che cerca di non essere preda di una determinata passione scambi per virtù il suo opposto? Ciò avviene quando, per sfuggire al piacere, si diventa schiavi del dolore, quando per evitare la temerarietà e la sconsideratezza si mortifica l'anima con la viltà, e quando, nell'intento di non cadere prigionieri dell'ira, si rimane sbigottiti per la paura. Quale differenza comportano i vari modi in cui ci si allontana dalla virtù o, per meglio dire, si abbandona Dio, che è la virtù perfetta? Anche nel caso delle malattie del corpo, non si può dire che agiscono mali diversi quando si è distrutti da un difetto eccessivo o da una sovrabbondanza smisurata, giacché in entrambi i casi la mancanza di misura porta allo stesso sbocco. Chiunque si preoccupa di vivere secondo l'anima e cerca la salute, sta attento a rimanere nel punto di mezzo rappresentato dalla mancanza di passioni, senza mescolarsi od avere rapporti con i vizi contrari che da entrambe le parti affiancano la virtù. A dire tutto questo non sono io, ma è la stessa voce divina. Si può infatti ascoltare chiaramente l'insegnamento del Signore, là dove egli raccomanda ai suoi discepoli - simili ad agnelli che vivono in mezzo ai lupi - di non essere soltanto colombe, ma di avere nel loro carattere anche qualcosa del serpente. Ciò significa che non si deve coltivare fino all'eccesso quella semplicità che sembra lodevole agli uomini, giacché tale atteggiamento rassomiglierebbe alla più grande stoltezza; e che non si deve scambiare per una virtù priva dei contrari ed assolutamente pura quell'abilità e malizia che è lodata da molti: sulla base di quelli che sembrano i contrari, occorre formare un carattere in cui siano mescolati entrambi gli elementi, eliminando dall'uno la stoltezza e dall'altro la scaltrezza che si manifesta nella malvagità. In tal modo, entrambi gli opposti concorrono a formare un unico bel modo di agire, risultante dalla semplicità di mente e dalla perspicacia. «Diventate - dice il Signore - prudenti come i serpenti e semplici come le colombe».

XVIII. Tutte le facoltà dell'anima devono mirare alla virtù

Ciò che il Signore dice in questo passo deve rappresentare per tutti - ed in specie per coloro che si avvicinano a Dio tramite la verginità - un insegnamento da applicare per tutta la vita: si deve cioè cercare di non trascurare i contrari coltivando una sola virtù e di cogliere il bene ovunque si trovi, in modo da dare alla propria vita una sicurezza totale. Neanche il soldato ripara con la sua armatura certe parti del corpo per lasciare nude le rimanenti ed esporsi così ai pericoli. Quale vantaggio trarrebbe infatti da quest'armamento parziale, se ricevesse un colpo mortale in una sua parte esposta? E chi potrebbe chiamare bella una persona che in seguito ad una disgrazia è rimasta priva di una delle parti che concorrono a formarne la bellezza? La bruttura prodotta da tale mancanza guasta la bellezza della parte buona. E se, come dice un passo del Vangelo, è ridicolo colui che, intrapresa la costruzione di una torre, mette tutto il suo impegno nelle fondamenta ma poi non giunge alla fine, quale altro insegnamento si può trarre da questa parabola, se non che in ogni impresa di rilievo bisogna fare di tutto per giungere al suo termine compiendo l'opera di Dio con le varie costruzioni rappresentate dai comandamenti? Una sola pietra non basta a costruire tutta la torre, ed un solo comandamento non conduce l'anima perfetta alla proporzione ricercata: bisogna in ogni caso gettare le fondamenta per poi, come dice l'apostolo, «mettervi sopra la costruzione fatta d'oro e di pietre preziose». Così sono infatti chiamati i comandamenti messi in pratica, secondo il detto del profeta: «Ho amato i tuoi comandamenti più dell'oro e di molte pietre preziose». La ricerca della verginità deve dunque rappresentare il fondamento della vita virtuosa, ma su di questo vanno costruite tutte le opere della virtù. Anche ammettendo che il fondamento sia veramente prezioso e degno di Dio - ed in effetti lo è ed è creduto tale -, se tutta la rimanente condotta di vita non corrisponde a questa virtù e viene sporcata dal disordine dell'anima, allora è proprio il caso di parlare dell'«orecchino che sta nel naso della scrofa» o della «perla calpestata dai piedi dei porci». Questo andava detto su questi argomenti.

Chi non dà alcuna importanza al fatto che la sua vita manca di armonia per colpa degli elementi che dovrebbero invece accordarsi perfettamente tra loro, può arrivare a comprendere quest'insegnamento guardando la sua casa. A mio parere, il padrone di casa non ammette che nella propria abitazione i vari oggetti abbiano un aspetto sconveniente o brutto: si pensi ad un letto rivoltato, alla tavola piena di sudiciume, alle suppellettili preziose gettate in luoghi sporchi, ed alle suppellettili destinate ai servizi più umili che cadono invece sotto lo sguardo di chi entra; al contrario, egli dispone tutto in modo appropriato e secondo l'ordine conveniente, e, assegnato a ciascuna cosa il posto che le si addice, accoglie con fiducia gli ospiti, sicuro di non vergognarsi se la disposizione degli oggetti della sua casa cade sotto i loro occhi. Allo stesso modo penso che il padrone ed amministratore della nostra tenda - parlo dell'intelligenza - debba disporre bene tutto ciò che c'è in noi, usando in modo appropriato ed in vista del bene quelle facoltà dell'anima che il demiurgo ha fabbricato per noi in luogo degli strumenti e delle suppellettili. Nella speranza che il mio discorso non venga accusato di essere un'inutile chiacchiera, passando in rassegna i singoli casi spiegherò come, facendo uso di ciò che si ha, si possa regolare la propria vita secondo ciò che è conveniente.

Diciamo dunque che occorre tenere i desideri ben fermi nella parte più pura dell'anima: una volta che sono stati scelti e consacrati a Dio come un'offerta o una primizia dei propri beni, essi vanno custoditi in modo che restino intangibili e puri e non vengano sporcati dalle sozzure della vita. L'ira e l'odio devono vegliare come cani da guardia soltanto contro le resistenze opposte dal peccato, e fare uso della propria natura contro il ladro ed il nemico che s'introduce per guastare il tesoro divino e che viene a rubare, uccidere e mandare in rovina. Il coraggio e l'ardimento vanno tenuti in mano come un'arma per non farsi cogliere di sorpresa dagli spaventi che sopravvengono o dagli assalti degli empi. Alla speranza ed alla pazienza ci si deve appoggiare come se fossero dei bastoni, nei casi in cui le tentazioni producono stanchezza. Il bene rappresentato dal dolore - qualora capiti di averlo - va tenuto a portata di mano quando ci si pente dei peccati: non è mai tanto utile come nel compimento di questo servizio. La giustizia deve rappresentare la norma della rettitudine, indicando il modo di evitare il peccato in ogni parola ed in ogni opera e suggerendo come devono comportarsi le parti dell'anima e come si possa dare a ciascuna di esse ciò che è dovuto. Chi trasforma il desiderio di avere di più - presente nell'anima di ciascuno in modo veemente, anzi smisurato - nel desiderio conforme al volere di Dio, è definito beato per questa sua cupidigia, giacché usa la violenza là dove essa è encomiabile. Un tale uomo adopera inoltre la sapienza e la prudenza come consiglieri in ciò che è utile e come aiutanti quando si tratta di organizzare la propria vita, in modo da non essere mai danneggiato dall'ignoranza o dalla stoltezza, Se invece non adoperasse queste facoltà di cui si è parlato in modo conforme alla natura e giusto, ma introducesse nel loro uso dei cambiamenti contrari ad ogni norma, facendo volgere il desiderio verso le cose turpi, tenendo pronto l'odio per usarlo contro i congiunti, amando l'ingiustizia, mostrandosi violento nei riguardi dei genitori, manifestando la sua audacia in cose assurde, sperando in cose vane, impedendo alla prudenza ed alla saggezza di coabitare con lui, preferendo la compagnia della ghiottoneria e dell'intemperanza e comportandosi in modo analogo nel resto, allora si rivelerebbe singolare a tal punto che non sarebbe facile dare di questa sua stranezza una degna descrizione. Che cosa si direbbe infatti se uno, scambiando tra loro i vari pezzi dell'armatura, rivoltasse l'elmo in modo da nascondere il volto e far sporgere indietro il cimiero, tenesse i piedi nella corazza, adattasse al petto gli schinieri, mettesse a destra ciò che dovrebbe stare a sinistra e a sinistra l'armatura della parte destra ? Ciò che inevitabilmente toccherebbe in guerra ad un simile soldato è naturale che tocchi nella vita a chi confonde i propri pensieri ed inverte l'uso della facoltà dell'anima, In questo campo dobbiamo dunque cercare quell'armonia che la vera temperanza è in grado d'infondere nelle nostre anime. E se si dovesse considerare la più perfetta definizione della temperanza, si potrebbe forse dire a buon diritto che essa consiste nell'ordinato governo di tutti i movimenti dell'anima, esercitato dalla sapienza e dalla prudenza. Tale disposizione d'animo non ha bisogno né di fatiche né d'impegno per potere essere partecipe delle cose più alte e celesti, e grazie alla sua natura è in grado di raggiungere assai facilmente ciò che prima sembrava quasi irraggiungibile, in quanto possiede già in sé l'oggetto della ricerca avendo eliminato il suo contrario: chi è uscito dalla tenebra non può non trovarsi nella luce, e chi non è morto deve necessariamente vivere. Se quindi non s'indirizza la propria anima verso le cose vane, si resta interamente nella strada della verità: lo stare attenti ad evitare le deviazioni e la conoscenza di quest'arte rappresenta una guida scrupolosa nel retto cammino. Come gli schiavi affrancati, quando non servono più i loro proprietari e diventano padroni di sé stessi, concentrano le loro cure sulla propria persona, così, a mio avviso, anche l'anima libera dalla schiavitù e dagl'inganni del corpo giunge a conoscere l'attività naturale che le è propria: come anche l'apostolo ci ha insegnato, la libertà consiste nel «non essere prigionieri del giogo della schiavitù» e nel non essere tenuti nei ceppi del legame del matrimonio come dei transfughi o dei malfattori.

Il mio discorso ritorna allo stesso punto di partenza, giacché la libertà perfetta non consiste soltanto nella rinunzia al matrimonio (non si pensi che la verginità sia una cosa di così poco valore e così a buon mercato da infondere il convincimento che per realizzare tale ideale basta tenere un po' sotto controllo la carne); ma poiché «chiunque commette il peccato è schiavo del peccato», la deviazione verso il vizio, possibile in ogni cosa ed in ogni attività, rende schiavo in un certo senso l'uomo e lo macchia, producendo su di lui con i colpi del peccato dei lividi e delle bruciature: di conseguenza, chi tocca la grande meta rappresentata dalla verginità deve essere simile a se stesso in ogni circostanza e far mostra della propria purezza in tutta quanta la sua vita. Se si deve illustrare il mio discorso con un esempio preso dalle Scritture ispirate da Dio, a confermarne la verità basta la verità stessa, che in una parabola ed in un enigma del Vangelo c'insegna proprio questo. L'arte del pescatore separa i pesci buoni e commestibili da quelli cattivi e dannosi, per evitare che qualche pesce cattivo caduto nella rete impedisca di gustare quelli buoni; analogamente, il compito della temperanza consiste nello scegliere in ogni occupazione ciò che è puro ed utile e nello scartare ciò che è inutile, lasciandolo alla vita secolare e mondana che la parabola chiama metaforicamente mare. Anche il salmista la chiama così, suggerendo in uno dei suoi salmi il modo di rendere grazie: egli definisce questa nostra vita instabile, soggetta a passioni ed agitata, «acque che toccano l'anima, abissi marini e tempestosi»; in essa, ogni pensiero ribelle cade a fondo come una pietra, così come era avvenuto per gli Egiziani.

Solo chi è caro a Dio ed è in grado di contemplare la verità - queste persone sono chiamate dalla storia Israele - riesce ad attraversare questo mare come se fosse asciutto, senza venire minimamente toccato dalle onde amare e salate della vita. Così, sotto la guida della legge (Mosè ne era infatti l'emblema), anche Israele attraversò il mare senza bagnarsi diventando in tal modo un esempio, mentre gli Egiziani nel tentativo di attraversarlo insieme ad Israele vennero sommersi; entrambi subirono l'influenza della disposizione d'animo che era presente in loro: mentre gli uni poterono passare con facilità, gli altri andarono a fondo; in effetti, la virtù è una cosa leggera e tende a salire in alto. Tutti coloro che vivono uniformandosi ad essa volano come nuvole o «come colombe con i loro piccoli», secondo il detto di Isaia. Come dice uno dei profeti, il peccato è invece una cosa pesante, «seduta su un talento di piombo». Se qualcuno ritiene sforzata e non rispondente ai fatti tale interpretazione della storia sacra e non vuole ammettere che il prodigio dell'attraversamento del mare sia stato scritto per nostra utilità, ascolti le parole dell'apostolo: «A loro queste cose capitarono perché servissero da esempio, e furono scritte perché venissimo esortati».

XIX. Ricordo di Maria sorella di Aronne, come colei che inaugurò questo tipo di vita perfetta

A questo ci fa pensare anche la profetessa Maria, quando subito dopo avere attraversato il mare prese in mano il tamburino asciutto e risonante, mettendosi in testa al coro delle donne: è forse probabile che il racconto voglia alludere tramite il tamburino alla verginità praticata da questa prima Maria, nella quale a mio avviso è prefigurata Maria madre di Dio. Come il tamburino emette molti suoni se elimina da sé tutta l'umidità e diventa completamente asciutto, così la verginità diventa splendente e famosa perché non accoglie durante la vita l'umore che dà origine alla vita stessa. Se il tamburino preso in mano da Maria è un cadavere e la verginità è la morte del corpo, non è forse del tutto inverosimile pensare che la profetessa fosse vergine. Noi avanziamo quest'ipotesi non in seguito ad una chiara dimostrazione, ma in virtù di semplici congetture e supposizioni, dovute al fatto che la profetessa Maria guidò il coro delle vergini, anche se molti esperti hanno fatto vedere chiaramente che essa era vergine perché la storia sacra non ricorda mai il suo matrimonio e la sua procreazione: in effetti, se avesse avuto un marito, avrebbe dovuto essere nominata e riconosciuta non in base a suo fratello Aronne ma in base a suo marito, giacché il capo di una donna è considerato non il fratello, ma il marito. Se la grazia della verginità sembrava preziosa anche a coloro che onoravano la procreazione come una benedizione e che la consideravano una cosa legittima, a maggior ragione noi, che ascoltiamo i divini oracoli non secondo la carne ma secondo lo spirito, dobbiamo abbracciare una tale pratica. Gli oracoli divini ci hanno svelato quale bene rappresentino la gravidanza ed il parto spirituali e quale tipo di fecondità fosse praticato dai santi di Dio. Il profeta Isaia ed il divino apostolo lo spiegano molto chiaramente. Il primo dice: «Per effetto del timore che abbiamo di te, o Signore, abbiamo concepito nel nostro ventre, partorito e generato»; il secondo si vanta di essere divenuto il più fecondo di tutti gli uomini, e di avere reso gravide intere città e popoli, in quanto con i suoi parti non solo condusse alla luce e formò nel Signore i Corinzi ed i Galati , ma fece il giro di tutta la terra abitata, da Gerusalemme fino all'Illiria, riempiendola dei propri figli generati in Cristo tramite il vangelo. Così anche nel vangelo è considerato beato il ventre della santa vergine che servì all'immacolata generazione: il parto non cancellò la verginità, e la verginità da parte sua non ostacolò tale gravidanza. Come dice Isaia, là dove si produce lo spirito della salvezza i voleri della carne diventano del tutto impotenti.

XX. E' impossibile essere schiavi dei piaceri corporei e nello stesso tempo cogliere i frutti della gioia divina

Anche l'apostolo dice che ciascuno di noi è un uomo doppio: mentre il primo uomo è visibile dal di fuori ed è portato per natura a corrompersi, il secondo può essere invece pensato nel segreto del cuore ed ammettere in sé il rinnovamento. Se questo discorso è veritiero (e lo è, giacché è la verità stessa a parlare in esso), non è fuori luogo pensare ad un duplice matrimonio, adatto e corrispondente a ciascuno dei due uomini che sono in noi: chi osa dire che la verginità del corpo aiuta e difende il matrimonio spirituale, non dice forse cose tanto inverosimili.

Come non è possibile praticare nello stesso tempo due arti servendosi delle mani - si pensi ad esempio a chi vuole dedicarsi contemporaneamente all'agricoltura ed alla navigazione, all'arte del fabbro ed a quella delle costruzioni; come chi vuole esercitarne bene una deve abbandonare l'altra, così anche noi, quando ci troviamo di fronte a due matrimoni che si realizzano l'uno tramite la carne l'altro tramite lo spirito, se vogliamo dedicarci ad uno di essi, dobbiamo necessariamente separarci dall'altro. L'occhio non può vedere due cose insieme a meno di non fissare gli oggetti visibili particolari uno alla volta; la lingua non può parlare due idiomi diversi nello stesso tempo pronunziando contemporaneamente parole ebraiche e greche; e l'udito non può ascoltare insieme un racconto di fatti avvenuti ed un insegnamento. I diversi suoni, se sono sentiti l'uno dopo l'altro, fanno capire a chi ascolta un determinato pensiero, ma se rimbombano nell'orecchio mescolandosi tutti insieme, producono nella mente di chi ascolta una confusione in cui non si distingue più nulla, giacché i significati delle varie parole si mischiano gli uni con gli altri.

Analogamente, anche la nostra facoltà concupiscibile non è in grado di assecondare i piaceri corporei e di contrarre nello stesso tempo un matrimonio spirituale. Con attività simili non si possono raggiungere entrambi gli scopi: del matrimonio spirituale sono garanti la temperanza, la morte del corpo ed il disprezzo di tutto ciò che ubbidisce alla carne, mentre del congiungimento fisico sono garanti tutte le cose contrarie alle prime. Poiché dunque, se ci sono due padroni da scegliere, non ci si può sottomettere contemporaneamente ad entrambi («nessuno può infatti servire due padroni» ), chi è saggio sceglie il padrone che gli è più utile; allo stesso modo, poiché non possiamo contrarre tutti e due i matrimoni che ci sono di fronte ( «il celibe pensa alle cose del Signore, l'uomo sposato a quelle del mondo»), è proprio dei saggi non sbagliarsi nella scelta di quello che conviene di più e non ignorare la strada che conduce ad esso, e che si può imparare soltanto se si ricorda il seguente paragone.

Come nel matrimonio fisico chi non intende essere respinto si preoccupa molto del benessere del corpo, del trucco più adeguato, dell'abbondanza della ricchezza e delle onte di cui potrebbero essere causa la sua vita e la sua stirpe (solo così può ottenere ciò che gli sta a cuore), allo stesso modo chi contrae il matrimonio spirituale innanzitutto si mostra giovane e separato da ogni tipo di vecchiaia grazie al rinnovamento subito dalla sua mente, e quindi fa vedere di essere ricco di quelle cose che rendono ambita la ricchezza: non si gloria delle ricchezze terrene, ma è fiero dei tesori celesti. Per quanto riguarda la nobiltà della stirpe, cerca di avere non quella che è presente anche in persone di poco valore per una coincidenza fortuita, ma quella che è prodotta dalla fatica o dall'impegno presenti nelle sue virtù, e di cui possono vantarsi i figli della luce e di Dio e coloro che sono chiamati «i nobili dell'oriente» grazie alle loro azioni luminose. Coltiva inoltre la forza e la salute non esercitando il corpo ed ingrassando la carne, ma al contrario rendendo perfetta la forza dello spirito nella debolezza del corpo. Sa anche che i doni di questo matrimonio vengono presi non dalle ricchezze corruttibili, ma dalla ricchezza della sua anima. Vuoi imparare i nomi di questi doni? Ascolta Paolo, il bel paraninfo, quando spiega di che cosa sono ricchi coloro che danno prova di sé in ogni circostanza. Dopo avere parlato di molti altri doni importanti, dice: «Anche nella purezza». Inoltre, tutte le cose che sono annoverate tra i frutti dello spirito rappresentano anche i doni di questo matrimonio. Chi è disposto ad ascoltare Salomone e ad accettare la vera sapienza come inquilina e compagna della propria vita (a proposito di lei Salomone dice «Innamoratene, e ti custodirà; onorala, perché ti protegga»), si prepara a celebrare la festa in compagnia di coloro che gioiscono di tale matrimonio: si mostra degno del suo desiderio indossando una veste pura, in modo da non essere respinto per non avere il vestito adatto , nonostante la sua pretesa di prendere parte alla festa. E' chiaro che il mio discorso, per quanto riguarda l'impegno messo in questo tipo di matrimonio, si riferisce ugualmente sia agli uomini che alle donne. Poiché, come dice l'apostolo, «non ci sono né maschi né femmine, ma Cristo è tutto in tutti», l'amante della sapienza può affermare a buon diritto di possedere in sé l'oggetto del suo desiderio, che è la vera sapienza; e l'anima che resta attaccata allo sposo incorruttibile possiede l'amore per la vera sapienza, che è Dio. Ciò che abbiamo detto è valso a spiegare in misura conveniente in che cosa consiste il matrimonio spirituale e a che cosa mira l'amore puro e celeste.

XXI. Colui che ha scelto una severa disciplina di vita deve estraniarsi da ogni tipo di piacere corporeo

Poiché è risultato impossibile avvicinarsi alla purezza di Dio se prima non si diventa puri, è necessario frapporre tra noi ed i piaceri un grande e robusto muro divisorio, in modo che la loro vicinanza non contamini la purezza del cuore. Il muro sicuro è rappresentato dal rimanere completamente estranei a tutto ciò che si compie sotto la spinta delle passioni. Il piacere, che come c'insegnano gli esperti è unico all'origine, dividendosi in più rigagnoli come l'acqua che sgorga da un'unica fonte, penetra in coloro che lo amano attraverso i singoli organi sensoriali. Chi viene sconfitto dal piacere che subentra attraverso una delle sensazioni ne rimane ferito nel cuore, così come insegna la parola del Signore, secondo la quale chi ha soddisfatto il desiderio dei suoi occhi riceve un danno nel cuore. Penso che il Signore, in questo passo, abbia voluto alludere a tutti gli organi sensoriali pur parlando di uno solo di essi: di conseguenza noi, seguendo le sue parole, faremmo bene ad aggiungere che pecca in cuor suo anche chi ode o tocca desiderando e chi sottomette al servizio del piacere le sue facoltà.

Perché ciò non avvenga, dobbiamo adottare nella nostra vita continente questa norma: da una parte, non bisogna mai accostare l'anima a ciò in cui è nascosta l'esca del piacere, dall'altra, occorre essere molto guardinghi soprattutto nei confronti del piacere prodotto dal gusto, giacché questo sembra più a portata di mano ed è come la madre di ogni piacere proibito. In effetti, i piaceri derivanti dai cibi e dalle bevande, crescendo sotto l'effetto della sregolatezza nel mangiare, producono fatalmente nel corpo dei mali non voluti, mentre la sazietà genera negli uomini le passioni corrispondenti. Perché dunque il corpo resti il più tranquillo possibile e non venga turbato da nessuna delle passioni prodotte dalla sazietà, bisogna fare attenzione ad adottare come norma della condotta di vita temperante e come regola del gusto non il piacere ma l'utilità che si ricava da ciascuna cosa. E se spesso all'utilità si trova mescolato il piacere (il bisogno sa rendere gradite molte cose, addolcendo con la forza del desiderio tutto ciò che si trova utile), non bisogna respingere la prima, solo perché è seguita dal secondo: basta non cercare il piacere prima di tutto il resto, e, scegliendo l'utile in tutte le cose, non tener conto di ciò che può riuscire gradito ai sensi.

Vediamo che anche i contadini sanno separare a regola d'arte la pula mischiata con il grano, in modo che di ciascuna di queste due cose venga fatto l'uso più appropriato: mentre il grano è destinato alla vita umana, la pula è destinata ad essere bruciata e a servire da nutrimento alle bestie. Anche chi realizza la continenza separa il piacere dall'utilità così come si fa con il grano e la pula: come dice l'apostolo, egli getta il piacere agli esseri irrazionali destinati ad essere bruciati, mentre sa trarre profitto dall'utilità secondo i propri bisogni, rendendo grazie a Dio.

XXII. Non bisogna praticare la continenza al di là del necessario; alla perfezione dell'anima si oppone sia la carnosità del corpo che la mortificazione priva di misura

Ma poiché molti con la loro eccessiva severità cadono in un altro tipo di sregolatezza senza accorgersi di perseguire uno scopo opposto, allontanano in un altro modo la propria anima dalle cose più alte e divine abbassandola verso i pensieri e le occupazioni meschine, e costringono la mente a preoccuparsi del corpo, di modo che essa non è più in grado di spaziare liberamente nelle regioni superiori e di guardare in alto, ma si piega verso le fatiche e le angustie della carne, è opportuno pensare anche a quest'eventualità e guardarsi in uguale misura da entrambe le sregolatezze, senza seppellire la mente sotto la mole corporea e senza esaurirla e mortificarla portandola all'indebolimento e tenendola occupata con le fatiche fisiche: occorre ricordare il saggio comandamento che vieta la deviazione sia verso destra che verso sinistra. Ho ascoltato un medico mentre spiegava la propria arte. Il nostro corpo si compone di quattro elementi non omogenei ma opposti tra loro, il caldo e il freddo, l'umido ed il secco. Il caldo non può mescolarsi con il freddo, così come è assurda la commistione tra l'umido ed il secco; ciò nonostante, questi quattro elementi possono collegarsi con i loro contrari grazie alle proprietà delle coppie intermedie. Illustrando con una certa sottigliezza queste leggi naturali, spiegò ciò che voleva dire: ciascuno di questi elementi, pur essendo diametralmente opposto al suo contrario, si collega ad esso in modo naturale grazie alle qualità affini degli elementi che gli sono vicini. Poiché infatti il freddo ed il caldo si trovano in uguale misura nell'umido e nel secco, ed analogamente l'umido ed il secco si trovano nel caldo e nel freddo, le stesse qualità che appaiono in uguale misura nei contrari rendono possibile l'incontro tra gli opposti. Ma perché dovrei spiegare dettagliatamente come questi elementi, contrari tra loro per natura, sono divisi gli uni dagli altri e pur tuttavia si uniscono tra loro mescolandosi in virtù delle qualità affini? Abbiamo fatto questo discorso perché chi considera sotto questo punto di vista la natura del corpo consiglia di pensare il più possibile all'equilibrio delle varie qualità: la salute infatti c'è quando nessuno degli elementi che si trova in noi è dominato da un altro.

Se c'è del vero nel nostro discorso, per salvaguardare la nostra salute dobbiamo dunque preoccuparci di tale disposizione: dobbiamo cercare di non introdurre alcun eccesso o difetto prodotto da sregolatezze nel nostro modo di vivere in nessuna delle parti di cui siamo composti, ed imitare per quanto è possibile il conduttore del cocchio. Questi, se guida dei puledri che non vanno d'accordo, non mette fretta con la frusta al più veloce né trattiene con le redini il più lento né abbandona ai suoi impulsi disordinati senza frenarlo quello che si rivolta e fa il difficile, ma dirige quest'ultimo, trattiene il primo e tocca con la frusta il secondo fino a produrre in tutti e tre quell'accordo che è necessario alla corsa. Allo stesso modo anche la nostra mente, che tiene le redini del corpo, non pensa di aggiungere cose infiammabili al caldo che è già eccessivo durante la giovinezza, né, quando il corpo è raffreddato da qualche passione o dall'età, accresce ciò che produce il freddo o il languore. Per quanto riguarda le altre qualità si comporta in modo simile, ascoltando la Scrittura: «Affinché l'abbondanza non sia eccessiva e la povertà non manchi di nulla». Eliminati entrambi gli eccessi, si preoccupa di aggiungere ciò che manca e si guarda in uguale misura da ciò che in entrambi i casi rende il corpo inutilizzabile: non rende con l'eccessivo benessere la sua carne scomposta e ribelle, né, sottoponendola ad eccessive sofferenze, fa sì che si ammali, s'indebolisca e non sia più in grado di rendere i necessari servizi. Questo è il fine precipuo della continenza: essa mira non alla sofferenza del corpo, ma alla scioltezza delle funzioni dell'anima.

XXIII. Colui che desidera apprendere la severa regola di questo tipo di vita deve farsi istruire da chi ha realizzato tale perfezione

Chi vuole imparare con esattezza questi singoli punti - come deve vivere colui che ha deciso di praticare tale filosofia, da che cosa bisogna guardarsi, in quali pratiche ci si deve esercitare, la misura della continenza, il modo di comportarsi, e tutta la condotta adatta a tale scopo - ha a disposizione degl'insegnamenti scritti capaci d'istruirlo in proposito; ma ancora più efficace dell'insegnamento della parola è l'esortazione proveniente dalle opere. La cosa non presenta difficoltà, giacché per trovare l'educatore non occorre intraprendere un lungo cammino o una lunga navigazione: come dice l'apostolo, «vicina è la tua parola». La grazia viene dal focolare: qui si trova il laboratorio della virtù, in cui questo tipo di vita si purifica e progredisce fino alla massima scrupolosità. Molte sono qui le possibilità, sia per chi tace sia per chi parla, di apprendere dalle opere stesse questa celeste condotta di vita: ogni discorso considerato senza le opere anche se è molto adorno assomiglia ad un'immagine senza vita, che ha solo una sembianza fiorente dovuta alle tinte e ai colori; «chi invece agisce ed insegna», come dice un passo del vangelo, è veramente un uomo vivo, bello, attivo e dinamico.

Tale persona deve dunque frequentare colui che intende abbracciare la verginità secondo questo criterio selettivo. Come infatti chi desidera imparare la lingua di un popolo non può fare da maestro a se stesso, ma deve farsi istruire dagli esperti e riesce a parlare la stessa lingua degli stranieri solo se si abitua lentamente ad ascoltarla, così a mio avviso non si può imparare la severità di questo tipo di vita - che non procede secondo il corso della natura, ma se ne estranea data la novità del regime - se non ci si lascia guidare da chi è riuscito a realizzarla. Per quanto riguarda tutte le altre occupazioni della nostra vita, il principiante, se impara dai maestri la scienza delle varie cose a cui ambisce, può riuscire meglio che se cercasse di affrontare l'impresa da solo: non si tratta di occupazioni facili, nelle quali il giudizio su ciò che è utile è rimesso necessariamente a noi stessi, se anche l'avere il coraggio di fare esperienza di ciò che s'ignora comporta dei pericoli. Gli uomini scoprirono per mezzo di esperimenti la scienza medica prima ignorata, svelandola a poco a poco con le loro osservazioni: in tal modo, l'utile ed il dannoso poterono essere riconosciuti con le testimonianze fornite dalle prove, e vennero a far parte della dottrina di quest'arte, mentre ciò che era stato visto dai primi osservatori divenne come un messaggio per il futuro. Chi pratica ora quest'arte non ha bisogno di compiere esperimenti sulla propria persona per conoscere l'efficacia delle medicine e sapere se sono dannose o rappresentano dei rimedi, ma riesce in essa perché ha imparato da altri ciò che conosce. Allo stesso modo, anche a proposito dell'arte che cura l'anima - parlo della filosofia, dalla quale impariamo a curare tutte le passioni che toccano l'anima - non è necessario cercare di apprenderne la scienza con congetture e supposizioni, ma basta sfruttare le grandi possibilità di apprendimento offerte da chi ha saputo realizzare questa disposizione d'animo dopo una lunga e ricca esperienza. Per lo più, anzi in ogni frangente, la giovinezza è una cattiva consigliera: non è facile trovare una persona che abbia raggiunto una cosa degna di essere ambita senza avere associato al suo impegno la vecchiaia. Quanto più importante delle altre occupazioni è lo scopo per noi che lo perseguiamo, tanto più dobbiamo pensare alla sicurezza. Negli altri casi la giovinezza, quando non sa amministrare con criterio, danneggia i beni, facendo perdere o la fama a cui il mondo dà valore o la dignità; nel caso invece di questo grande ed alto desiderio ciò che corre pericolo non è rappresentato né dalle ricchezze, né dalla gloria mondana e caduca, né da qualcun'altra delle cose che ci vengono dall'esterno e che le persone assennate non tengono in gran conto, vengano esse amministrate a loro grado o altrimenti: la sconsideratezza tocca proprio l'anima, ed il pericolo che tale danno comporta consiste non nell'essere danneggiati in cose il cui recupero può forse apparire possibile, ma nella perdizione e nel vedere punita la propria anima. Chi ha consumato i beni paterni non dispera di poter ritornare eventualmente al primitivo benessere con qualche accorgimento, finché vive; ma chi abbandona questo tipo di vita perde ogni speranza di diventare migliore.

Poiché dunque quasi tutti abbracciano la verginità quando sono ancora giovani ed immaturi di mente, la loro prima preoccupazione, nel momento in cui imboccano questa strada, deve essere quella di cercare una buona guida ed un buon maestro: solo così potranno evitare che la loro inesperienza li porti a battere sentieri impraticabili e li faccia vagare, allontanandoli dal retto cammino. «Due valgono più di uno», dice l'Ecclesiaste. Chi è solo, è facilmente vinto dal nemico che tende imboscate sulle strade di Dio; ed è vero il detto «Guai a chi sta solo quando cade», perché non ha chi lo fa rialzare. Alcuni sono giunti a desiderare questa nobile vita seguendo un buon impulso: convinti però di aver toccato la perfezione nel momento stesso in cui hanno fatto la loro scelta, si sono lasciati ingannare dalla loro debolezza mentale, scambiando per bene ciò per cui propendeva la loro mente. Fra questi vanno annoverati coloro che la sapienza chiama pigri, che ricoprono di spine le loro strade, che ritengono un danno dell'anima lo zelo posto nell'esecuzione dei comandamenti di Dio, che cancellano le esortazioni apostoliche e che non mangiano il proprio pane come sarebbe giusto, ma aspettano quello altrui, facendo della pigrizia l'arte della loro vita. Da questi provengono i sognatori, che ritengono gl'inganni dei sogni più credibili degl'insegnamenti evangelici e che chiamano rivelazioni le semplici immaginazioni; «da questi provengono anche coloro che s'introducono nelle case» e gli altri che scambiano per virtù il loro modo di vivere appartato e selvaggio, che non rispettano il comandamento dell'amore e che non conoscono i frutti della magnanimità e dell'umiltà.

Chi potrebbe passare in rassegna tutti questi peccati, nei quali si cade perché non si vuole entrare nella schiera di coloro che godono di una buona reputazione presso Dio? Tra tali peccatori riconosciamo quelli che sopportano la fame fino alla morte come se «Dio si compiacesse di tali sacrifici», e coloro che si allontanano in una direzione diametralmente opposta e che, praticando il celibato solo formalmente, non fanno differire in nulla la propria vita da quella secolare: non solo concedono al ventre ogni piacere, ma coabitano apertamente con le donne e chiamano tale vita in comune «fratellanza», ricoprendo con questo nobile nome le loro malvagie intenzioni recondite. Per colpa loro gli estranei offendono tanto questa pratica alta e pura.

I giovani farebbero dunque bene a non tracciarsi da sé la strada propria di questo tipo di vita. Non mancano nella nostra vita esempi di uomini buoni: specie ora, più che in altri tempi, la nobiltà fiorisce e soggiorna insieme a noi, dopo avere raggiunto la somma eccellenza in seguito a graduali progressi. Chi cammina sulle sue tracce può divenirne partecipe, e chi segue da vicino l'odore di quest'unguento può riempirsi del profumo di Cristo. Se si accende una fiaccola, la fiamma si propaga a tutte le lucerne vicine: la prima luce non diminuisce, pur distribuendosi in uguale misura tra le lucerne che s'illuminano perché ne sono partecipi. Allo stesso modo, la nobiltà di questa vita si trasmette da colui che l'ha saputa realizzare ai suoi vicini: è vero il detto profetico, secondo il quale «chi vive con un uomo santo, irreprensibile ed eletto diventa come lui».

Se cerchi dei segni di riconoscimento che non ti facciano sbagliare a proposito di questo bell'esempio, la descrizione è facile. Se vedi un uomo vivere tra la morte e la vita e trascegliere da entrambi ciò che è utile alla più alta filosofia (dato il suo zelo nell'esecuzione dei comandamenti, egli non accetta l'inattività della morte, ma d'altra parte, essendosi estraniato dai desideri mondani, non cammina neppure del tutto sul terreno della vita: se si considera ciò che rende onorata la vita della carne, resta più immobile dei cadaveri, mentre è veramente vivo, attivo e forte nelle opere virtuose, che fanno riconoscere coloro che vivono con lo spirito); se vedi un uomo simile, tieni presente la sua norma di condotta: Dio ce lo ha proposto come modello per la nostra vita. Egli deve rappresentare il tuo punto di riferimento nella vita divina, così come lo sono per i piloti gli astri che risplendono sempre. Imita la sua vecchiaia e la sua giovinezza, o piuttosto imita la vecchiaia presente nella sua pubertà e la giovinezza presente nella sua vecchiaia. Anche se la sua età volge verso la vecchiaia, il tempo non ha indebolito la forza e la capacità di agire della sua anima, mentre la giovinezza non fa più sentire i suoi effetti in quelle cose in cui in genere si riconosce la sua attività: c'è in lui una mescolanza meravigliosa dei contrari propri di entrambe le età, o piuttosto uno scambio di proprietà, giacché nella sua vecchiaia la forza che tende al bene è ancora giovane, mentre nella sua pubertà resta inattivo quell'aspetto della giovinezza che si mostra incline al male. Se poi vuoi indagare sugli amori della sua età, imita la veemenza e l'ardore del suo amore divino per la sapienza, che è cresciuto insieme a lui fin dall'infanzia e che è durato fino alla sua vecchiaia. Se non riesci a guardarlo, così come accade a coloro i cui occhi soffrono alla vista del sole, guarda il coro dei santi schierato sotto di lui: la loro vita risplende perché imita quella degli anziani, e tra di loro ce ne sono molti che, pur essendo ancor giovani di età, sono diventati canuti grazie alla purezza della loro continenza. Con la loro ragione essi sono andati oltre la vecchiaia, e con i loro costumi oltre il tempo, ed hanno dimostrato di possedere un amore per la sapienza più forte e violento dei piaceri corporei, non perché abbiano una natura diversa (in tutti gli uomini «la carne desidera contro lo spirito»), ma perché hanno saputo ascoltare colui che ha detto: «La saggezza è il legno della vita per coloro che le si tengono attaccati». Su questo legno hanno attraversato i flutti della giovinezza come su di una zattera, e sono approdati nel porto della volontà di Dio; adesso la loro anima se ne sta tranquilla, nel bel tempo e nella bonaccia. Sono beati per avere avuto una buona navigazione: essendosi tenuti stretti per quanto stava in loro alla buona speranza come ad un'ancora sicura, rimangono imperturbabili, lontani dalle onde della confusione, e mostrano a coloro che li seguono lo splendore della loro vita, simile ai fuochi che brillano su di un alto faro. Abbiamo l'uomo a cui possiamo guardare, per attraversare con sicurezza i flutti delle tentazioni.

Perché ti preoccupi, se alcuni sono rimasti sconfitti nel perseguire tale intento, e rinunci quindi a quest'impresa, come se fosse impossibile? Guarda chi è riuscito, ed affronta con fiducia la buona navigazione, lasciandoti guidare dal soffio dello Spirito Santo: hai come pilota Cristo, che sta al timone della temperanza. «Coloro che scendono in mare con le navi e che trafficano su vaste distese d'acqua» non vedono nei naufragi capitati ad altri un ostacolo alla realizzazione delle loro speranze: si mettono di fronte agli occhi la buona speranza, e cercano di arrivare alla fine della loro impresa. Non è del tutto assurdo da una parte il condannare una mancanza in questo severo regime di vita, e dall'altra il mostrarsi propensi a preferire tutta una vita trascorsa nei peccati fino alla vecchiaia? Se è brutto avvicinarsi una sola volta al peccato, e se per questo pensi che sia più prudente non perseguire lo scopo più alto, quanto non è più condannabile la pratica di vita che si basa sul peccato e che fa quindi rimanere del tutto privi della vita più pura? Tu che vivi, come fai ad ascoltare il crocifisso? Tu che prosperi nel peccato, come fai ad ascoltare «colui che è morto al peccato» ? Tu che non «ti sei crocifisso nei riguardi del mondo» e che non accetti la morte della carne, come fai ad ascoltare colui che comanda «di venirgli dietro», e che porta la croce sul suo corpo, come un trofeo preso al nemico? Come puoi ubbidire a Paolo, che t'invita «a presentare il tuo corpo come un sacrificio vivente, gradito a Dio», tu che «ti adatti a questo secolo, che non ti trasformi rinnovando la tua mente» e che «non cammini in questa nuova vita» ma segui ancora la logica della vita del vecchio uomo? Come puoi essere sacerdote di Dio, anche se sei stato unto proprio per offrire a Dio un dono che non dev'essere né estraneo a te, né il frutto di una sostituzione con le cose esteriori che ti sei trascinate dietro, ma un'offerta veramente tua, rappresentata dal tuo uomo interiore, che deve essere perfetto, irreprensibile e scevro da ogni macchia e biasimo, così come prescrive la legge a proposito dell'agnello ? Come puoi offrire questi doni a Dio, tu che non ascolti la legge che proibisce all'impuro di essere sacerdote ? E se desideri che Dio ti appaia, perché non ascolti Mosè, quando raccomanda al popolo di astenersi dalle relazioni coniugali, perché possa accogliere la manifestazione di Dio? Se queste cose e le loro conseguenze ti sembrano di poco conto - parlo del crocifiggersi assieme a Cristo, dell'offrirsi in sacrificio a Dio, del diventare sacerdote dell'Altissimo, dell'essere ritenuto degno della grande manifestazione di Dio - che cosa di più alto potremo pensare per te? Dall'essere crocifisso assieme a Cristo derivano il vivere, l'essere glorificato, ed il regnare assieme a Lui; e dall'offrirsi in sacrificio a Dio deriva il trasferimento dalla natura e dignità umana a quella angelica. Di questo parla Daniele, là dove dice: «Gli erano vicine migliaia di migliaia». Chi poi si dedica al vero sacerdozio e si accompagna al gran sacerdote «rimane anch'egli in modo assoluto sacerdote per l'eternità, e la morte non gl'impedisce di rimanere tale per sempre». La conseguenza dell'essere ritenuto degno di vedere Dio altro non è che l'essere ritenuto degno di vedere Dio: in effetti, il coronamento di ogni speranza, la realizzazione di ogni desiderio, il fine ed il compendio della benedizione di Dio, di ogni promessa e dei beni ineffabili che crediamo superiori alla sensazione ed alla conoscenza, è proprio ciò che Mosè e molti re e profeti desiderarono ardentemente vedere. Di questa vista sono ritenuti degni solo i puri di cuore, che sono veramente e vengono chiamati beati proprio perché vedranno Dio. Vogliamo che anche tu diventi uno di loro, facendoti crocifiggere assieme a Cristo, offrendoti a Dio come puro sacerdote, diventando un puro sacrificio nell'assoluta purezza, preparandoti mediante la purezza all'avvento di Dio; così, avendo il cuore puro, anche tu potrai vedere Dio secondo la promessa del Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Così sia.



Autore: San Gregorio di Nissa
Fonte: http://www.monasterovirtuale.it/gregorio-di-nissa-la-verginita-allpages.html
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