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Perché un Dio Uomo?

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LIBRO PRIMO


I QUESTIONE FONDAMENTALE DI TUTTA L’OPERA.

Spesso e con grande insistenza, sia a parole che per iscritto, fui pregato da molti di scrivere, per affidarli alla memoria, gli argomenti di ragione riguardanti una certa questione della nostra fede; argomenti con i quali sono solito rispondere a chi mi interroga. Mi dicono che essi piacciono loro e li giudicano soddisfacenti.

Me lo chiedono non per arrivare alla fede per mezzo della ragione, ma per il piacere di capire e contemplare quello che già credono e per esser pronti, in quanto possono, "a rispondere a chiunque chiede conto della speranza" che è in noi (Pt 3, 15).

Tale questione è l’oggetto abituale delle obiezioni degli infedeli, i quali deridono la semplicità della fede cristiana come una cosa sciocca; ed è pure motivo di preoccupazione di molti fedeli che si domandano per qual ragione o necessità Dio si sia fatto uomo e perché - come crediamo e professiamo - abbia ridonato al mondo la vita con la propria morte, dal momento che avrebbe potuto farlo o per altra persona angelica o umana, o con un semplice atto do volontà.

E non solo i dotti, ma anche molti che non hanno studiato, cercano e desiderano conoscere la soluzione di tale questione.

Poiché molti chiedono che la questione venga trattata, nonostante presenti delle difficoltà nella ricerca, - ma la soluzione può essere capita da tutti e amata per l’umiltà e la bellezza delle spiegazioni - e benché i santi Padri ne abbiano già parlato sufficientemente, cercherò comunque di mostrare a quelli che me lo chiedono ciò che il Signore si degnerà di insegnarmi.

Siccome le ricerche condotte in forma dialogica appaiono più chiare e quindi piacevoli a molti e soprattutto ai più tardi, prenderò come interlocutore uno di quelli che sollecitano questa spiegazione e che con maggiore insistenza ci spinge a incominciarla.

Così Bosone domanderà e Anselmo risponderà nel modo seguente.

BOSONE - Come il retto ordine esige che, prima di desumere di discuterli, noi crediamo i profondi misteri della fede cristiana, così mi sembra negligenza se, una volta rassodati nella fede, non cerchiamo di capire quanto crediamo. Penso che, per grazia proveniente da Dio, io credo nella nostra redenzione in modo tale che, anche se non potessi in nessuna maniera comprendere quanto credo, nulla mi potrebbe scostare dal credervi fermamente. Ti chiedo però di volermi spiegare quello che, come sai, molti domandano con me, cioè per quale necessità o motivo Dio, che è onnipotente, ha assunto la bassezza e la debolezza della natura umana per restaurarla.

ANSELMO - Ciò che mi chiedi è superiore alle mie possibilità; io temo di trattare "cose troppo alte (cf Eccli 3, 23)" per me, perché può darsi che qualcuno, credendo o constatando che le spiegazioni non sono solide, pensi che io non sono in possesso della verità e non piuttosto che la mia intelligenza è incapace di afferrarla.

BOSONE - Non lasciarti prendere da questo timore, piuttosto ricordati che spesso, mentre si ragiona insieme di una questione, Dio rivela quello che era nascosto; spera invece dalla divina grazia che, se tu volentieri dispensi ciò che hai gratuitamente ricevuto (cf Mt 10, 8), meriterai la rivelazione di cose ancor più alte a cui per il momento non sei ancora arrivato.

ANSELMO - C’è anche un altro motivo che mi fa vedere difficile o addirittura impossibile trattare ora appieno tra noi questo argomento: sono infatti necessarie le nozioni di potenza, di necessità, di volontà e altre di natura tale che è impossibile esaminarle a fondo una per una senza tener conto anche delle rimanenti. Quindi la loro investigazione esige un lavoro a parte, che penso non molto facile e neppure del tutto inutile: è appunto l’ignoranza di tali nozioni che rende difficili alcune spiegazioni, le quali diventano invece assai facili una volta che si è in possesso di quelle.

BOSONE - Ne potrai quindi trattare brevemente a suo posto e in modo sufficiente per il presente trattato, rimandando invece ad altro tempo le spiegazioni supplementari.

ANSELMO - Vi è anche un altro motivo che mi fa esitare davanti alla tua domanda; ed è non solo la preziosità dell’argomento, ma anche la bellezza delle sue ragioni, le quali sorpassano l’umana intelligenza in quanto trattano del "bello tra i figli degli uomini" (Sal 45, 3). Temo perciò che, come io son solito indignarmi coi pittori scadenti quando vedo il Signore dipinto con brutto sembiante, non avvenga così anche di me se oso trattare un argomento tanto bello con uno stile disadorno e degno di disprezzo.

BOSONE - Neppur questo ti deve trattenere perché, come tu permetti di parlare meglio a chi ne è capace, così non proibisci a nessuno, se il tuo stile non piace, di scrivere meglio. E poi, per tagliare corto con tutte le tue scuse, sappi che la tua opera non è indirizzata ai dotti, ma a me e a coloro che con me te la chiedono.

II VALORE DA ATTRIBUIRE A QUANTO VERRÀ AFFERMATO.



ANSELMO - A causa della tua insistenza e di quelli che me lo chiedono per motivi di carità e di religione, tenterò con tutte le mie forze, sostenute dalla grazia di Dio e della preghiere che mi avete promesso e che io vi ho chiesto appunto a questo scopo, non tanto di insegnarvi quello di cui mi chiedete, ma di cercarlo insieme a te. A un patto però: che prendiate le mie affermazioni nel senso che voglio io. E cioè: se dirò qualcosa che non sembra affermato da un’autorità più grande, anche se la dimostrazione pare convincente, non lo si deve tenere come certo se non con la riserva che io lo credo tale fino a che Dio non mi illumini in altro modo. Che se poi in qualche cosa potrò soddisfare la tua richiesta, sii certo che un altro più sapiente di me lo potrà fare più esaurientemente. Anzi bisogna tener presente che tutto quello che l’uomo può dire è superato da ragioni più alte che rimangono occulte.

III OBIEZIONE DEGLI INFEDELI E RISPOSTE DEI FEDELI.



BOSONE - Lasciami dunque usare le espressioni degli infedeli. È giusto infatti che, siccome dobbiamo cercar di penetrare le ragioni della nostra fede, io esponga le obiezioni di coloro che non si vogliono avvicinare a essa se non sulla base della ragione. Anche se quelli cercano argomenti di ragione perché non credono e noi invece lo facciamo perché crediamo, uno e identico è l’oggetto della ricerca, se poi nelle tue risposte ci sarà qualche affermazione che sembra in contrasto con un’autorità sacra, mi sia lecito proporre questa autorità perché tu mi possa dimostrare in che senso non si opponga ad essa.

ANSELMO - Dì quello che ti pare.

BOSONE - Gli infedeli ci obiettano, facendosi gioco della nostra semplicità, che noi offendiamo e oltraggiamo Dio quando affermiamo che è disceso nel seno di una donna, che da una donna è nato, che si è sviluppato nutrendosi di latte e alimenti umani - passo sotto silenzio altre cose che mi paiono sconvenienti a un Dio - che ha sopportato la stanchezza, la fame, la sete, le battiture la croce e la morte tra i delinquenti.

ANSELMO - In nessun modo noi offendiamo e oltraggiamo Dio; anzi, rendendogli grazie, di tutto cuore lodiamo e proclamiamo l’ineffabile grandezza della sua misericordia. Quanto più meravigliosa e paradossale è la maniera con cui egli ci ha liberato dai grandi e meritati mali in cui ci troviamo e ci ha restituito i grandi e non dovuti beni che avevamo perduto, tanto più grande è l’amore e la pietà che egli ci dimostra.

Se considerassimo attentamente quanto sia conveniente il modo in cui fu compiuta la restaurazione dell’umanità, non deriderebbero già la nostra semplicità, ma loderebbero con noi la sapiente benignità di Dio. Poiché conveniva che, come la morte era entrata nel genere umano per la disobbedienza di un uomo, così la vita ci venisse restituita per l’obbedienza di un uomo (cf Rm 5, 12-19). E come il peccato da cui trasse origine la nostra condanna ebbe inizio da una donna, così l’autore della nostra giustizia e salvezza nascesse da una donna.

E come il diavolo vinse l’uomo persuadendolo a gustare i frutti di un albero, così fu vinto da un uomo per mezzo della passione che egli sopportò appeso a un albero.

Molti altri ancora sono gli aspetti che, attentamente considerati, mostrano quanto sia ineffabilmente bella la nostra redenzione operata in questo modo.

IV QUESTE RISPOSTE SEMBRANO AGLI INFEDELI POCO PROBATIVE.



BOSONE - A tutte queste considerazione, pur belle, noi dobbiamo dare lo stesso valore che a immagini dipinte. Se non hanno in sé qualcosa di solido, agli infedeli non potranno sembrare tali da convincerci della necessità di credere che Dio abbia voluto patire quello che diciamo. Chi infatti vuole dipingere, e vuole pure che la sua pittura perduri, cerca un corpo solido su cui farlo. Nessuno dipinge sull’acqua o sull’aria, perché non vi rimarrebbe traccia alcuna della pittura.

Perciò quando presentiamo agli infedeli quelle ragioni di convenienza che tu esponi, non mostriamo loro altro che delle immagini della realtà; essi allora, pensando che l’oggetto della nostra fede non sia una realtà ma una immagine, concludono che noi stiamo dipingendo sulle nuvole. Prima bisogna dimostrare la solidità razionale della verità, e cioè provare in modo apodittico che Dio ha dovuto e potuto umiliarsi fino a quel punto che noi predichiamo: poi, quasi per far maggiormente risplendere il corpo della verità, potranno tirar fuori quei motivi di convenienza, come pitture che lo ricoprono.

ANSELMO - Dimostrare che Dio dovette fare quanto noi affermiamo: non ti sembra sufficientemente apodittica questa ragione? Eccola: siccome il genere umano, opera sua così preziosa, era completamente perduto, non era conveniente che il progetto di Dio nei riguardi dell’uomo andasse completamente a vuoto; d’altra parte questo progetto stesso non si sarebbe potuto effettuare senza che il genere umano fosse liberato dal suo Creatore.

V LA REDENZIONE DELL’UOMO NON POTÉ ESSERE ATTUATA CHE PERSONALMENTE DA DIO.



BOSONE - La ragione umana accetterebbe più facilmente la liberazione dell’uomo se in qualche modo si dicesse che essa fu compiuta per mezzo di un angelo o di un uomo, ma non personalmente da Dio.

Dio avrebbe potuto creare un uomo esente dal peccato, senza ricavarlo dalla massa peccatrice e da un altro uomo, come fece per Adamo, e servirsene appunto per quest’opera.

ANSELMO - Ma non capisci che se l’uomo fosse stato liberato dalla morte eterna da qualche altra persona, egli giustamente si dovrebbe ritenere suo servo?

In questa ipotesi egli non sarebbe stato affatto restituito in quella dignità che doveva possedere nel caso che non avesse peccato: mentre prima avrebbe dovuto essere servo solo di Dio e uguale in tutto agli angeli buoni (cf Lc 20, 36), sarebbe in seguito servo di uno che non è Dio e di cui non sono servi gli angeli.

VI CRITICHE DEGLI INFEDELI ALLA NOSTRA AFFERMAZIONE: DIO CI HA REDENTO CON LA SUA MORTE, COSÌ HA MOSTRATO IL SUO AMORE PER NOI ED E' VENUTO A SCONFIGGERE IL DIAVOLO IN VECE NOSTRA



BOSONE - Si meravigliano grandemente che noi ci permettiamo di chiamare redenzione questa liberazione. Ci dicono infatti: In che schiavitù, o in quale carcere o sotto il dominio di chi eravate tenuti voi, perché Iddio non vi potesse liberare se non redimendovi con tanti dolori e perfino col sangue?

Noi rispondiamo: Ci redense dal peccato, dalla sua ira e dal dominio del diavolo che egli venne a sconfiggere in nostra vece perché noi non ne eravamo capaci; riacquistò per noi il regno dei cieli e ci mostrò, così operando, quanto ci amava.

Ma essi ribattono: Se dite che Dio, di cui affermate che fece tutte le cose con un solo cenno, non poté compiere con un solo cenno anche tutta quest'opera (della redenzione), siete in contraddizione con voi medesimi che lo proclamate onnipotente.

Se poi dite che, pur potendolo, volle fare in questo modo, come potete dimostrare la sapienza di colui che, secondo le vostre asserzioni, volle subire cose tanto sconvenienti, senza motivo alcuno?.

Tutto quello che assente ha la sua ragion d'essere nella sua volontà.

L'ira di Dio non è altro che la sua volontà di punire. Se perciò egli non vuole punire i peccati degli uomini, questi rimangono liberi dai peccati, dall'ira di Dio, dall'inferno e dal potere del diavolo cose tutte che essi subiscono a causa del peccato e ricevono tutti quei beni di cui furono privati pure per causa del peccato.

Infatti, a chi è soggetto l'inferno e il diavolo? Di chi è il regno dei cieli se non del creatore dell'universo?

Perciò quanto voi temete o desiderate dipende dalla sua volontà, cui nulla può resistere. Se quindi, pur potendo salvare il genere umano con la sola volontà, volle farlo nella maniera che voi dite - lo affermo in termini rispettosi - badate bene che così voi vi opponete alla sua sapienza. Nessuno infatti giudicherebbe sapiente chi, senza motivo, facesse con grande fatica quello che può fare agevolmente.

La vostra affermazione che Dio vi ha così mostrato la grandezza del suo amore diviene insostenibile se non si può dimostrare in altro modo che egli non aveva alcuna altra via per salvare l'uomo.

Ché se non avesse potuto farlo diversamente, allora gli sarebbe stato necessario mostrarvi il suo amore in questo modo. Ora però, dal momento che poteva salvare l'uomo altrimenti, quale ragione lo spinse a fare e patire ciò che voi dite, per mostrare il suo amore? Agli angeli buoni non mostra egli forse il suo amore, pur non patendo per loro tali cose?

In che senso osate dire che egli venne a sconfiggere il diavolo in vece vostra? L'onnipotenza di Dio non regna forse dovunque? Che bisogno poteva avere Iddio di discendere dal cielo per vincere il diavolo?

Mi pare che gli infedeli ci potrebbero fare queste obiezioni.

VII IL DIAVOLO NON AVEVA ALCUN DIRITTO SULL'UOMO; POTREBBE PARERE, INVECE, CHE EGLI ESIGESSE DA DIO QUESTO PARTICOLARE MODO DI SALVEZZA DELL’UMANITÀ



BOSONE - Non vedo inoltre che forza abbia quello che noi siamo soliti dire, e cioè che Dio, per liberare l'uomo, avrebbe dovuto lottare con il diavolo più con la giustizia che con la potenza; e questo affinché il diavolo, facendo morire chi di morire non aveva motivo alcuno ed era Dio, perdesse a giusto titolo il potere che aveva sui peccatori.

In caso contrario, Dio avrebbe usato contro il diavolo una violenta ingiustizia; questo infatti aveva sull'uomo pieno diritto in quanto non lo aveva già attirato violentemente a sé, ma era stato l'uomo a darglisi spontaneamente.

Forse si potrebbe parlare così se il diavolo o l'uomo fossero indipendenti o sudditi di qualche altro e non di Dio. Siccome invece sia il diavolo che l'uomo sono di Dio e non possono esistere che in dipendenza da lui, che cosa avrebbe dovuto fare Iddio con un essere che gli apparteneva, nei riguardi di esso e in esso?

Una cosa sola: punire il servo che aveva persuaso il compagno di servitù ad abbandonare il comune padrone per sottometterlo a sé e che, traditore e ladro, s'era appropriato del fuggiasco divenuto ladro lui pure, derubandone il suo Signore. Erano ladri entrambi in quanto uno, persuaso dall'altro, rubava se stesso al proprio padrone. Che, di più giusto, se Dio avesse agito così?

Che ingiustizia ci sarebbe se invece Dio, giudice universale, avesse strappato l'uomo, così posseduto, dal potere di un possessore tanto ingiusto, o per punirlo in un altro modo che escludesse l'intervento del diavolo oppure per perdonarlo?

Benché infatti fosse giusto che l'uomo venisse tormentato dal diavolo, questo però lo tormentava ingiustamente. L'uomo infatti aveva meritato una punizione, e nessuno poteva punirlo più convenientemente di colui a cui aveva dato il suo consenso per peccare. Il diavolo però non aveva diritto alcuno di punirlo; anzi lo faceva tanto più ingiustamente in quanto non vi era spinto dall'amore della giustizia ma dall'istinto del male. Non lo faceva per volere di Dio, ma col permesso della sua incomprensibile sapienza che ordina bene anche il male.

E penso che quanti stimano che il diavolo abbia qualche diritto di possedere l'uomo vi siano indotti da questo: essi vedono cosa giusta che l'uomo sia soggetto alle vessazioni del diavolo e che Dio lo permetta, e perciò pensano che il diavolo le infligga giustamente.

Può capitare infatti che la stessa cosa sia considerata giusta o ingiusta secondo il punto di vista da cui è guardata, e perciò sia giudicata tutta giusta o ingiusta da chi non la osserva attentamente.

E' il caso di uno che percuote ingiustamente un innocente e merita così di essere percosso giustamente. Se però la persona che fu percossa, la quale ha il dovere di non vendicarsi, percuote il suo percussore, lo fa ingiustamente. La percossa che questi dà, se è considerata da parte di chi la dà è ingiusta in quanto egli non si deve vendicare; considerata invece da parte di chi la riceve, è giusta, in quanto egli aveva percosso ingiustamente ed era quindi giusto che ne ricevesse il contraccambio. Dunque, la stessa azione è giusta o ingiusta secondo i diversi punti di vista e può capitare che da uno sia considerata giusta e da un altro ingiusta. Si può dire perciò che il diavolo giustamente tormenta l'uomo, per il fatto che Dio lo permette e l'uomo giustamente lo subisce. Dicendo però che l'uomo giustamente lo subisce, non si vuol dire che lo subisca giustamente in forza della propria giustizia, ma in quanto punito da un giusto giudizio di Dio. Ci potrebbe venir obiettata "la scrittura del decreto che deponeva contro di noi" (Col 2, 14), come dice l'Apostolo, e che fu abolita con la morte di Cristo. Secondo qualcuno la frase vuoi dire questo: in forza di una scrittura di un decreto, prima della passione di Cristo il diavolo poteva esigere dall'uomo il peccato come usura del primo peccato che a questi egli aveva fatto commettere e come pena del peccato; in tal modo sembrerebbe provato il diritto del diavolo sull'uomo.

Io però penso che essa non vada intesa cosi. Quella "scrittura" non appartiene al diavolo, perché è detta "scrittura del decreto"; ora quel decreto non era del diavolo, ma di Dio. Infatti il giusto giudizio di Dio aveva decretato, e la scrittura l'aveva come sancito, che l'uomo, avendo peccato spontaneamente, non potesse in seguito evitare da solo il peccato e la pena.

L'uomo è in verità "uno spirito che va e non ritorna" (Sal 78, 39); e "chi fa il peccato è schiavo del peccato" (Gv 8, 34); chi pecca non deve rimanere impunito, a meno che la misericordia non gli perdoni o non lo liberi e lo faccia tornare indietro. Dobbiamo credere quindi che, in forza di questa "scrittura", non si può riconoscere al diavolo alcun diritto di tormentare l'uomo.

Infine, come nell'angelo buono non c'è nulla d'ingiusto, così in quello cattivo non c'è giustizia alcuna. Perciò nel diavolo non c'era nulla che potesse impedire a Dio di far uso della propria forza contro di lui per liberare l'uomo.

VIII BENCHÉ LE UMILIAZIONI DEL CRISTO NON RIGUARDINO LA DIVINITÀ TUTTAVIA AGLI INFEDELI SEMBRA SCONVENIENTE ATTRIBUIRLE A LUI IN QUANTO UOMO. RAGION PER CUI A LORO SEMBRA CHE QUESTO UOMO NON SIA MORTO SPONTANEAMENTE



ANSELMO - Quando la volontà di Dio compie una opera, il fatto stesso che lui la vuole dovrebbe soddisfare la nostra ragione, anche se non ne vediamo il perché. La volontà di Dio non è mai irragionevole.

BOSONE - Vero, purché sia evidente che Dio vuole ciò di cui si tratta. E infatti molti non ammettono assolutamente che Dio voglia una cosa, se hanno l'impressione che essa contrasti con la ragione.

ANSELMO - Che cosa ci vedi di irragionevole, quando noi dichiariamo che Dio volle quello che crediamo della sua incarnazione?

BOSONE - In poche parole: che l'Altissimo si sia piegato a tali abbassamenti e che l'Onnipotente abbia compiuto un'opera con tanta fatica.

ANSELMO - Chi parla così non capisce l'oggetto della nostra fede. Noi affermiamo senza il minimo dubbio che la natura divina è impassibile e non può decadere dalla propria altezza né faticare nel compiere quello che vuole. Diciamo però che il Signore Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, una sola persona in due nature e due nature in una sola persona. Perciò, quando diciamo che Dio subisce qualche umiliazione o infermità, non lo riferiamo alla sublimità della natura impassibile, ma alla debolezza della natura umana che egli portava in sé; e così non si capisce come vi siano delle ragioni contro la nostra fede.

Usando questo linguaggio, non intendiamo abbassare la natura divina, ma indicare che unica è la persona di Dio e dell'uomo. Quindi noi intendiamo l'incarnazione non abbassamento di Dio, ma esaltazione della natura umana.

BOSONE - Accetto che non si attribuisca alla natura divina quello che si dice di Cristo secondo l'umana debolezza. Ma, come si potrà provare giusto e ragionevole che Dio tratti, o permetta che venga trattato così quell'uomo che il Padre chiamò Figlio diletto nel quale ha posto le sue compiacenze (cf Mt 3, 17) e che il Figlio identificò con se stesso? Che giustizia è condannare a morte il più giusto degli uomini in luogo del peccatore?

Quale uomo non sarebbe giudicato colpevole, qualora condannasse un giusto per liberare un reo?

Sembra che così si arrivi al medesimo inconveniente di cui parlavamo prima. Se infatti non poté salvare i peccatori che condannando il giusto, dove è la sua onnipotenza? Se invece poté ma non volle, come difenderemo la sua sapienza e la sua giustizia?

ANSELMO - Dio Padre non trattò quell'uomo come mi pare lo intenda tu; né condannò a morte l'innocente in luogo del colpevole. Non lo costrinse a morire e neppure permise che fosse fatto morire contro volontà; ma piuttosto fu proprio questi ad abbracciare spontaneamente la morte per salvare gli uomini.

BOSONE - Anche se non morì contro volontà, in quanto consentì alla volontà del Padre, sembra tuttavia che questi ve lo abbia in qualche modo cc> stretto dandogliene l'ordine. E' detto infatti che "umiliò se stesso facendosi obbediente " al Padre fino alla morte, anzi fino alla morte di croce. Per questo anche Dio lo ha sovranamente esaltato" (Fl 2, 8-9); e " imparò da ciò che sofferse, che cosa significhi obbedire" (Eb 5, 8); e il Padre " non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma l'ha sacrificato per tutti noi " (Rm 8, 32). E il Figlio stesso dice: "Sono venuto, non per fare la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato" (Gv 6, 38) e, poco prima della passione: " Opero come il Padre mi ha ordinato" (Gv 14, 31). Così pure: "Non berrò io il calice che il Padre mi ha dato?" (Gv 18, 11). E altrove: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu" (Mt 26, 39). E ancora: "Padre mio, se non è possibile che si allontani questo calice, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà" (Mt 26, 42).

In tutte queste citazioni si ha l'impressione che Cristo sia morto più per impulso dell'obbedienza che per spontanea volontà.

IX EGLI E' MORTO SPONTANEAMENTE

Significato delle espressioni "facendosi obbediente fino a/la morte" (Fl 2, 8) e "per questo Dio lo ha esaltato" (Fl 2, 9) e "sono venuto, non per fare la mia volontà" (Gv 6, 38) e "Dio non ha risparmiato il proprio Figlio" (Rm 8, 32) e "non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu " (Mt 26, 39).

ANSELMO - Mi pare che tu non distingui bene tra quello che egli fece per obbedienza e quello che subì perché fedele all'obbedienza, benché questa non lo esigesse.

BOSONE - Occorre che tu ti spieghi meglio.

ANSELMO - Perché mai i Giudei lo perseguitarono fino alla morte?

BOSONE - Per questo solo motivo: perché si teneva tenacemente attaccato alla verità e alla giustizia nella vita e nell'insegnamento.

ANSELMO - Penso che Dio voglia questo da ogni creatura ragionevole e che essa glielo debba dare per mezzo dell'obbedienza.

BOSONE - E' doveroso affermarlo.

ANSELMO - Perciò quell'uomo doveva a Dio Padre tale obbedienza, l'umanità alla divinità; e il Padre esigeva da lui questa obbedienza.

BOSONE - Nessuno ne dubita.

ANSELMO - Ecco dunque che egli fece ciò perché l'obbedienza lo esigeva.

BOSONE - E' vero; e già vedo quello che egli subì per la sua perseveranza nell'obbedienza. Perché continuò a obbedire gli fu inflitta la morte ed egli la subì. Non comprendo però come anche questo suo accettare la morte non rientri nelle esigenze dell'obbedienza.

ANSELMO - Se l'uomo non avesse mai peccato, dovrebbe egli subire la morte? Dio dovrebbe esigerla da lui?

BOSONE - Secondo la nostra fede, l'uomo non morrebbe e Dio non esigerebbe da lui questo. Vorrei però che tu me ne spiegassi la ragione.

ANSELMO - Ammetti certamente che la creatura ragionevole fu creata giusta e lo fu perché fosse beata nella fruizione di Dio.

BOSONE - Non ne dubito.

ANSELMO - Tu poi non stimerai cosa degna di Dio che, dopo aver creato l'uomo giusto e per la beatitudine, lo costringa a essere infelice senza colpa. E' doloroso che l'uomo abbia a morire pur essendone riluttante.

BOSONE - E' evidente che, qualora l'uomo non avesse peccato, Dio non dovrebbe esigere da lui la morte.

ANSELMO - Non trovando in lui peccato alcuno, Dio non costrinse Cristo a morire. Questi però subì spontaneamente la morte non perché l'obbedienza gli imponesse di abbandonare la vita, ma perché lo spingeva a osservare la giustizia; e in tale osservanza egli perseverò sì fermamente da incontrare la morte.

Si può anche dire che il Padre gli comandò di morire, in quanto gli comandò una cosa dalla quale gli venne la morte. E' in questo senso che egli fece come il Padre gli comandò (cf Gv 14, 31), bevve il calice che gli diede (cf Gv 18, 11), si fece obbediente fino alla morte (cf Fl 2, 8) e imparò l'obbedienza da ciò che patì (cf Eb 5, 8), cioè fino a qual punto bisogna obbedire.

La parola "didicit" può essere presa in due sensi. Può significare: "fece imparare agli altri" oppure: " egli imparò anche per esperienza quello che la sua coscienza già sapeva".

Quando poi l'Apostolo, dopo aver detto: "Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, anzi fino alla morte di croce" (Fl 2, 8), aggiunge: "Per questo anche Dio lo ha sovranamente esaltato e gli ha dato un nome che è sopra ogni altro nome" (Fl 2, 9) - quasi riecheggiando l'espressione di David: "Berrà dal torrente per via, e rialzerà il capo" (Sal 110, 7) - non intende dire che Gesù non avrebbe potuto affatto giungere a questa esaltazione se non per l'obbedienza di morte e che tale esaltazione non gli fu data se non per questa obbedienza. Tant'è vero che, prima di patire, Gesù stesso disse che tutto gli era stato dato dal Padre (cf Lc 10, 22) e che tutte le cose erano sue (cf Gv 16, 15).

L'Apostolo intende dire solamente che Gesù, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, aveva disposto di non mostrare al mondo la sublimità della sua onnipotenza se non per mezzo della morte. Era stato stabilito che ciò non si sarebbe effettuato se non per mezzo di quella morte: quindi, siccome avviene per mezzo di essa, non è inesatto dire che avviene a causa di essa.

Avviene per esempio che noi intendiamo fare una cosa, ma ci proponiamo insieme di farne prima un'altra che ci serva di strumento per compierla. Finita questa, che volevamo eseguita per prima, ci mettiamo a compiere quella cui è diretta la nostra intenzione. In tal caso non si sbaglia dicendo che noi la compiamo perché è già stata fatta quella che ne ritardava il compimento; perché era già prestabilito che quella non sarebbe stata fatta se non per mezzo di questa.

Se, potendo attraversare un fiume sia a cavallo che per nave, io stabilisco di non passarlo che in nave, e attendo di passare perché la nave non c'è e poi lo passo quando c'è la nave, giustamente si può dire di me: fu preparata la nave e per questo egli passò.

E non parliamo in questo modo solamente quando abbiamo deciso di fare una cosa solo per mezzo di un'altra che vogliamo la preceda, ma anche quando abbiamo deciso di fare una cosa dopo di un'altra ma non per mezzo di essa.

Se infatti uno aspetta di mangiare perché in quel giorno non ha assistito alla celebrazione della Messa, una volta che egli ha terminato l'azione che voleva compiere prima, gli si dice giustamente: mangia pure, dal momento che hai già compiuto ciò per cui aspettavi di mangiare.

Si usa perciò un modo di dire assai meno improprio quando si dice che Cristo è stato esaltato perché subì la morte, in quanto aveva decretato di realizzare per mezzo di essa e dopo di essa la propria esaltazione.

Si può interpretare anche questo passo nella stessa maniera con cui spieghiamo quello in cui si legge che il Signore "cresceva in grazia e in sapienza davanti a Dio" (Lc 2, 52): non era così, ma egli si comportava come se così fosse. Similmente è stato esaltato dopo la morte come se questa fosse la causa dell'esaltazione.

Quando poi dice: "Sono venuto per fare non la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato" (Gv 6, 38), è come quando dice: "La mia dottrina non è mia" (Gv 7, 16). Quello che non ha da se stesso ma da Dio, non lo deve tanto dire suo quanto di Dio.

Ora nessun uomo ha da se stesso la dottrina che insegna o la volontà retta, ma da Dio. Quindi Cristo non venne a fare la sua volontà ma quella del Padre, perché la volontà retta di cui era in possesso non proveniva dall'umanità ma dalla divinità.

La frase: "Dio non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha sacrificato per tutti noi" (Rm 8, 32) significa solo che non l'ha liberato. Si trovano infatti molti esempi simili nella Sacra Scrittura. E quando il Cristo dice: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non quello che voglio io ma quello che vuoi tu" (Mt 26, 39) e: "Se non è possibile che si allontani da me questo calice, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà" (Mt 26, 42), parlando della propria volontà intende designare il naturale desiderio di benessere per il quale la carne umana rifugge dal dolore della morte; parlando invece della volontà del Padre non intende dire che il Padre preferisca la morte alla vita del Figlio, ma che il Padre non vuole la riabilitazione dell'umanità senza che l'uomo compia un atto tanto grande quale è quella morte.

Poiché la ragione non poteva chiedere quello che nessuno poteva dare, il Figlio dice che il Padre vuole la sua morte, e che egli stesso preferisce subirla piuttosto che l’umanità non sia salva. Come se dicesse: dal momento che non vuoi la riconciliazione del mondo in un altro modo, dico che perciò stesso tu vuoi la mia morte. Sia fatta quindi la tua volontà, cioè venga la mia morte così che il mondo sia riconciliato con te.

Spesso infatti diciamo che uno vuole una cosa in quanto non ne vuole un'altra che, voluta, gli impedirebbe di fare quello che egli dice di volere; per esempio diciamo che uno spegne il lume per il fatto che non vuole chiudere la finestra da cui entra l'aria che spegne il lume. Dunque il Padre volle la morte del Figlio nel senso che non volle salvare il mondo per un'altra via, cioè, come ho detto, senza che l'uomo compisse una cosa così grande. E questo, per il Figlio che voleva la salvezza degli uomini, equivaleva - dal momento che nessun altro lo poteva fare, - al comando di morire.

Perciò egli fece come il Padre gli comandò (Gv 14, 31) e, obbediente fino alla morte (Fl 2, 8), bevve il calice che il Padre gli diede (Gv 18, 11).

X ALTRO MODO DI INTERPRETARE QUEI MEDESIMI TESTI



ANSELMO - Si può intendere anche nel senso che, dando al Figlio quella pia volontà per cui questi volle morire per la salvezza del mondo, il Padre gli ha dato, senza però costringerlo, il comando (cf Gv 14, 31) e il calice della passione (cf Gv 18, 11); e che non lo risparmiò, ma lo immolò per noi (cf Rm 8, 32) e volle la sua morte; e che lo stesso Figlio fu obbediente fino alla morte (cf Fl 2, 8) e imparò l'obbedienza da quanto patì (Eb 5, 8).

Infatti, come non aveva nella umanità la volontà di vivere secondo giustizia, ma dal "Padre della luce, da cui discende ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto" (Gc 1, 17), così non poté avere se non dal Padre quella volontà che gli fece volere la morte in vista della realizzazione di un bene così grande. E come si può dire che il Padre, dando la volontà, attira, così si può giustamente dire che egli spinge.

Come il Figlio dice del Padre: " Nessuno viene a me se il Padre non lo attira " (Gv 6, 44), così avrebbe potuto dire: "Se non lo spinge". E avrebbe pure potuto dire: nessuno corre alla morte per il mio nome, se il Padre non lo spinge o attira. Siccome si dice che ognuno è attirato o spinto dalla volontà verso ciò che costantemente vuole, non è inesatto dire che Dio, il quale dà tale volontà, attira o spinge. In questa spinta o attrazione non c'è la necessità della violenza, ma la spontanea e amata fermezza della buona volontà ricevuta (da Dio). Dunque non si può negare che il Padre, dandogli quella volontà, ha tratto o spinto il Figlio a morire. Perché non poter dire allora, per la medesima ragione, che gli ha dato il comando di sostenere spontaneamente la morte e consegnato il calice che questi non doveva bere contro voglia? (cf Gv 14, 31; 18,11).

Se giustamente diciamo che il Figlio non si risparmiò ma si immolò di spontanea volontà (cf Rm 8, 32), perché non si potrebbe rettamente dire che il Padre, dal quale ebbe quella volontà, "non lo ha risparmiato, ma lo ha sacrificato per noi " (cf Rm 8, 32) e volle la sua morte?

Anche in questa maniera, conservando spontaneamente e costantemente la volontà ricevuta dal Padre, il Figlio fu a lui "obbediente fino alla morte" (Fl 2, 8) e "imparò da ciò che patì l'obbedienza" (Eb 5, 8), cioè quanto sia grande il compito imposto dall'obbedienza. Perché l'obbedienza è semplice e vera solo quando la natura razionale osserva la volontà ricevuta da Dio, non per forza ma spontaneamente.

Ci sono anche altre maniere giuste di intendere che il Padre volle la morte del Figlio, ma queste possono bastare.

Infatti, come diciamo che uno vuole quando determina un altro a volere, così pure diciamo che uno vuole quando approva quello che un altro vuole. Per esempio, quando vediamo che uno vuole ardentemente affrontare delle molestie per realizzare un progetto buono che gli sta a cuore, sebbene ci sia in noi il desiderio che egli sopporti quelle molestie, tuttavia noi non amiamo o vogliamo queste, ma la sua volontà.

Così pure siamo soliti dire che chi può evitare una cosa, e non la evita, vuole quella cosa. Poiché dunque la volontà del Figlio piacque al Padre e questi non gli impedì di volere o effettuare ciò che voleva, giustamente si afferma che volle che il Figlio subisse una morte sì pia e utile, pur non amando le sue sofferenze.

Quando il Figlio disse che il calice non poteva passare senza che egli lo bevesse (cf Gv 18, 11), non intendeva dire che gli era impossibile evitare la morte, pur volendolo, ma che - come fu detto - era impossibile salvare il mondo in un altro modo, e che egli voleva fermamente piuttosto morire che non salvare il mondo.

Disse quelle parole per insegnare all'umanità che il mondo non poteva essere salvato che con la sua morte, e non per indicare che non poteva in modo alcuno evitare la morte. Tutto quello che si dice di lui (nella Scrittura) e somiglia alle frasi riportate, deve essere spiegato così da credere che egli è morto non perché costretto, ma per libera volontà.

Era infatti onnipotente e di lui si legge che "è stato offerto perché volle" (Is 53, 7). Egli stesso poi dice: " Io sacrifico la mia vita, per nuovamente riprenderla. E nessuno me la può togliere; ma la do io da me stesso; e ho il potere di darla, e il potere di prenderla di nuovo" (Gv 10, 17-18). E' dunque assolutamente sbagliato dire che è stato costretto a fare quello che invece compie di sua volontà e per suo potere.

BOSONE - Il solo fatto che Dio permise che fosse così trattato, benché consenziente, sembra indegno di un tale Padre nei riguardi di un tale Figlio.

ANSELMO - Anzi, è cosa degnissima che tale Padre dia la sua approvazione a un tale Figlio, se questo vuole intraprendere qualcosa che torni a onore e lode di Dio e a salvezza e utilità del genere umano, che altrimenti non avrebbe potuto essere salvato.

BOSONE - Siamo ancora tornati alla questione sulla possibilità di dimostrare ragionevole e necessaria quella morte. Se non lo si può fare, sembra che né il Figlio avrebbe dovuto volerla, né il Padre imporla o permetterla. Ci si domanda infatti perché mai Dio non abbia potuto salvare l'umanità in altro modo; oppure, potendolo, perché volle salvarla proprio in questo modo. Sembra indegno di Dio salvare l'uomo in questa maniera, né appare che valore abbia questa morte per la salvezza dell'umanità. Desta meraviglia che Dio goda e abbia bisogno del sangue di un innocente e che non voglia o non possa perdonare al colpevole senza la morte di un innocente.

ANSELMO - Poiché in questa questione ti fai portavoce di coloro che non vogliono credere a una affermazione se non è preceduta da dimostrazioni di ragione, voglio fare con te il patto di non accettare nulla che possa anche minimamente sconvenire a Dio, e di non rigettare alcuna ragione, per quanto piccola, purché non sia in contrasto con una più forte.

BOSONE - Niente mi è più dolce che osservare con te questo patto.

ANSELMO - La questione ha per oggetto l'Incarnazione di Dio e quello che crediamo dell'umanità assunta.

BOSONE - Proprio così.

ANSELMO - Supponiamo dunque che non ci sia mai stata l'Incarnazione di Dio e quanto predichiamo di quest'uomo (assunto); sia accettato come certo fra noi che l'uomo fu creato per la beatitudine, la quale non può aver luogo in questa vita; e nessuno può pervenire alla beatitudine se non dopo la remissione dei peccati e nessuno può trascorrere questa vita senza peccare. Ammettiamo ancora le altre verità che bisogna credere per ottenere la salvezza eterna.

BOSONE - Dal momento che non ci vedo nulla di impossibile o di indegno di Dio, sia così.

ANSELMO - Dunque l'uomo ha bisogno della remissione dei peccati per raggiungere la beatitudine.

BOSONE - E' quello che tutti teniamo.

XI CHE COSA SIGNIFICA PECCARE E SODDISFARE PER IL PECCATO?



ANSELMO - Dobbiamo dunque indagare per quale motivo Dio perdoni i peccati degli uomini. Per farlo con maggiore chiarezza, vediamo prima che cosa significhi peccare e soddisfare per il peccato.

BOSONE - A te il compito di spiegare, a me quello di seguirti con attenzione.

ANSELMO - Se l'angelo e l'uomo rendessero sempre a Dio quello che gli è dovuto, non peccherebbero mai.

BOSONE - Non posso contraddire.

ANSELMO - Quindi peccare non è altro che non dare a Dio quello che gli è dovuto.

BOSONE - E quale è il debito che dobbiamo rendere a Dio?

ANSELMO - Tutta la volontà della creatura ragionevole deve essere sottomessa alla volontà di Dio.

BOSONE - Niente di più vero.

ANSELMO - Questo è il debitoche l'angelo e l'uomo devono a Dio; se lo soddisfano non peccano, altrimenti peccano. E' questa la giustizia, ossia la rettitudine della volontà, che fa i giusti o i retti di cuore (cf Sal 36, 11), cioè di volontà. In ciò consiste l'onore unico e totale che dobbiamo a Dio e che egli esige da noi.

E' questa sola volontà che, quando può operare, rende le opere accette a Dio; quando poi non lo può, essa da sola e per se stessa piace a Dio, perché senza di essa nessuna opera è accetta. Chi non dà a Dio questo onore dovutogli, gli toglie ciò che è suo e disonora Dio: e questo è peccare.

Fino a quando non ridà quello che ha rubato, rimane nel peccato. Non basta restituire quanto fu tolto, ma, in compenso dell'ingiuria fatta, il ladro deve restituire di più di quello che ha rubato. Come colui che rovina la salute di un altro non dà a sufficienza, ridonando la salute, se non aggiunge anche qualche cosa per il dolore ingiustamente procurato; così chi lede l'onore altrui non ripaga a sufficienza rendendo l'onore, se non dà anche una riparazione gradita al disonorato, per il dolore recatogli disonorandolo.

Bisogna anche fare attenzione a questo: quando uno restituisce ciò che ha preso ingiustamente, deve anche aggiungere qualche cosa che non si potrebbe da lui esigere se non avesse rubato. Perciò, chiunque pecca deve rendere a Dio l'onore che gli ha tolto: questa è la soddisfazione di cui ogni peccatore è in debito con Dio.

BOSONE - Dal momento che abbiamo stabilito di seguire la ragione, e nonostante che tu mi metta un po' di paura, non ho nulla da opporre a tutto questo.

XII E' CONVENIENTE CHE DIO RIMETTA IL PECCATO PER PURA MISERICORDIA, SENZA LA MINIMA SODDISFAZIONE DEL DEBITO?



ANSELMO - Ritorniamo a vedere se sia conveniente che Dio rimetta il peccato per sola misericordia, senza alcuna restituzione dell'onore che gli è stato tolto.

BOSONE - Non vedo perché non sia conveniente.

ANSELMO - Rimettere così il peccato non è altro che non punire. E poiché punire non è altro che restituire l'ordine distrutto dal peccato, se non si punisce il peccato si lascia passare il disordine.

BOSONE - Ciò che dici è secondo ragione. ANSELMO Ma non è conveniente che Dio lasci sussistere qualche disordine nel suo regno.

BOSONE - Se dicessi altrimenti, temerei di peccare.

ANSELMO - Non è dunque affatto conveniente che Dio lasci passare il peccato senza punirlo.

BOSONE - E' una conseguenza.

ANSELMO - Se il peccato viene rimesso senza punizione c'è un'altra conseguenza: davanti a Dio hanno lo stesso trattamento colui che pecca e colui che non pecca: e ciò non conviene a Dio.

BOSONE - Non lo posso negare.

ANSELMO - Considera anche questo. Nessuno ignora che per la giustizia degli uomini vale questa legge: Dio tiene conto della sua grandezza per ricompensarla adeguatamente col premio.

BOSONE - Così pensiamo.

ANSELMO - Ma se il peccato non viene né soddisfatto né punito, non è neppure sottomesso alla legge.

BOSONE - Non posso pensare diversamente.

ANSELMO - Se dunque il peccato viene rimesso per la sola misericordia, l'ingiustizia è meno sottomessa alla legge che non la giustizia: e questo appare molto sconveniente. La sconvenienza arriva fino a tal punto da fare l'ingiustizia simile a Dio: ché come Dio non è sottomesso ad alcuna legge, così neppure l'ingiustizia.

BOSONE - Al tuo ragionamento non mi posso opporre. Ma, siccome Dio ci comanda di perdonare gratuitamente a coloro che ci offendono (cf Mt 6, 12), sembra contraddittorio che egli comandi a noi quello che egli non può fare senza sconvenienza.

ANSELMO - Non c'è in questo nessuna ripugnanza, perché Dio ce lo comanda affinché non ci azzardiamo di usurpare quello che è esclusivamente suo: nessuno ha il diritto di vendicarsi se non colui che è il Signore di tutti (cf Rm 12, 19). Quando le autorità terrene fanno ciò con giustizia, è lui che lo fa, lui che le ha istituite a questo scopo.

BOSONE - Hai tolto la contraddizione che mi pareva ci fosse. Ma voglio avere la tua risposta anche su un altro punto. Dio è talmente libero da non sottostare a nessuna legge né al giudizio di alcuno. E' così benigno che non è possibile pensare a un altro che lo sia più di lui. E' giusto e conveniente solo quello che egli vuole.

Suscita perciò meraviglia il dire che egli non vuole o che non gli è lecito perdonare l'ingiuria fattagli: lui al quale siamo soliti chiedere perdono anche per le ingiustizie fatte al prossimo.

ANSELMO - Ciò che dici della sua libertà, volontà e benignità è vero; ma dobbiamo farci di questi suoi attributi un'idea ragionevole, così da non dare l'impressione che essi ripugnino alla sua dignità. La libertà infatti è ordinata solo a ciò che è utile o conveniente, e la benignità è indegna di tal nome se commette qualche cosa che sconviene a Dio.

Quanto poi alla frase "ciò che egli vuole è giusto e ciò che egli non vuole non è giusto", essa non significa che qualsiasi cosa sconveniente voluta da Dio diventi giusta per il fatto che egli la vuole. Se Dio volesse mentire non ne seguirebbe che la menzogna è giusta, ma piuttosto che egli non è Dio. Infatti la volontà in nessun modo può volere la menzogna, purché non si tratti di una volontà in cui la verità si è corrotta, o meglio di una volontà che si è corrotta abbandonando la verità.

Quando dunque si dice: "Se Dio volesse mentire" non si dice altro che "se Dio fosse di natura tale da voler mentire"; non ne segue però che la menzogna sia giusta. A meno che non si intenda come l'enunciazione di due cose impossibili: se ci fosse, questa ci sarebbe anche quella, ma in realtà non c’è né questa né quella. Come, per esempio: se l'acqua fosse secca,. il fuoco sarebbe umido; nessuna delle due affermazioni è vera. Così si può dire con tutta verità "se Dio vuole una cosa, questa è giusta" solo nel caso che la cosa voluta non sia sconveniente.

Se Dio vuole che piova, è giusto che piova; e se Dio vuole che qualche uomo sia ucciso, è giusto che sia ucciso. Quindi, se non è conveniente che Dio faccia qualcosa di ingiusto o disordinato, non è in potere della sua libertà, benignità, volontà lasciare impunito il peccatore che non rende a Dio quello che gli ha tolto.

BOSONE - Mi porti via tutto quello che pensavo di poterti obiettare.

ANSELMO - Considera anche queste altre ragioni in forza delle quali non è conveniente che Dio faccia così.

BOSONE - Ascolto volentieri quanto dici.

XIII NELL'ORDINE DELL'UNIVERSO E' INTOLLERABILE IL FATTO CHE LA CREATURA TOLGA AL CREATORE IL DEBITO ONORE E NON RESTITUISCA QUELLO CHE GLI HA TOLTO



ANSELMO - Nell'ordine dell'universo nulla è così intollerabile quanto il fatto che la creatura tolga al Creatore il debito onore e non restituisca quello che gli ha tolto.

BOSONE - Niente di più chiaro.

ANSELMO - Nulla è tollerato con più ingiustizia di quello che è meno tollerabile.

BOSONE - Anche questo è chiaro.

ANSELMO - Penso quindi non dirai che Dio deve tollerare quello che meno è tollerabile secondo giustizia, e cioè che la creatura non restituisca a Dio ciò che gli ha tolto.

BOSONE - Anzi vedo che bisogna negarlo assolutamente.

ANSELMO - Così pure, se nulla è più grande o migliore, di Dio, nulla è più giusto della suprema giustizia che salvaguarda il suo onore nell'ordine dell'universo: essa non è altro che Dio stesso.

BOSONE - Anche questo è evidente.

ANSELMO - Dunque Dio non salvaguarda nulla con più giustizia che l'onore della sua dignità.

BOSONE - Devo concederlo.

ANSELMO - Ti pare che lo custodisca completamente, se permette che gli venga tolto e se non esige che gli sia restituito e venga punito colui che glielo toglie?

BOSONE - Non oso dirlo.

ANSELMO - E' dunque necessario che o sia restituito l'onore tolto, o venga inflitta la pena. Altrimenti o Dio sarebbe ingiusto con se stesso, oppure sarebbe incapace di entrambi le soluzioni: ma è una empietà solo il pensarlo.

XIV COME LA PUNIZIONE DEL PECCATORE ONORA DIO?



BOSONE - Capisco che non potevi dire nulla di più ragionevole. Ma vorrei udire da te se la punizione del peccatore torni a lui d'onore e a quale specie di onore appartenga. Se infatti la punizione del peccatore non fosse l'onore di Dio - in quanto il peccatore non rende ciò che deve ma è semplicemente punito - Dio perderebbe il suo onore senza poterlo riavere: ma ciò è in contraddizione con quanto è stato detto.

ANSELMO - E' impossibile che Dio perda il suo onore. Infatti o il peccatore spontaneamente dà quello che deve, o Dio se lo prende anche se quello non vuole. Infatti o l'uomo con spontanea volontà offre a Dio la dovuta sudditanza sia non peccando sia soddisfacendo al peccato, o Dio se lo sottomette anche contro sua voglia, castigandolo; così si manifesta come suo Signore, mentre l'uomo si rifiuta con la volontà di riconoscerlo tale.

Ed è da notare che, come l'uomo peccando rapisce a Dio quello che è di Dio, così Dio castigandolo prende ciò che è dell'uomo. Poiché non si dice che è proprio dell'uomo soltanto quello che egli già possiede, ma anche ciò che ha la possibilità di avere. E poiché l'uomo è così fatto che potrebbe possedere la beatitudine se non peccasse, quando per il peccato è privato della beatitudine e di ogni bene, restituisce del suo ciò che ha tolto, anche se contro voglia. Sebbene infatti Dio non ricavi alcuna utilità da ciò che prende - mentre l'uomo trova una utilità nei soldi che prende a un altro - tuttavia fa servire al proprio onore la cosa tolta, per il fatto stesso che la toglie. Con il toglierla egli dimostra che il peccatore e ciò che gli appartiene sono a lui soggetti.

XV PUÒ DIO SOPPORTARE ANCHE PER POCO, CHE IL SUO ONORE SIA VIOLATO?



BOSONE - Ciò che dici mi piace. Ma desidero la tua risposta su altri punti. Infatti, se Dio deve celare il proprio onore, come dici, perché mai permette che, sia pure anche per poco tempo, non venga rispettato?

Se si lascia in qualche modo danneggiare una cosa, non la si custodisce né integralmente né perfettamente.

ANSELMO - Preso in se stesso, l'onore di Dio non può essere né aumentato né diminuito. Egli è a se stesso onore incorruttibile e immutabile. Tuttavia, quando ogni creatura rispetta il suo ordine - quello stabilito dalla natura o dalla ragione -si dice che essa obbedisce a Dio e lo onora; e lo si dice soprattutto della natura ragionevole, alla quale è dato di capire quello di cui è in debito. E quando vuole ciò che deve, onora Dio; non perché gli dia qualcosa, ma perché spontaneamente si sottomette al suo volere e al suo comando e conserva, per quanto dipende da lei, il posto assegnatole nella universalità delle cose e la bellezza dello stesso universo.

Quando invece non vuole ciò che deve, per quanto può, disonora Dio, perché non si sottomette spontaneamente al suo comando e disturba, per quanto può l'ordine e la bellezza dell'universo, sebbene in nessun modo danneggi e deturpi il potere e la dignità di Dio.

Se quanto è contenuto nell'ambito del cielo non volesse stare sotto il cielo o volesse allontanarsi da esso, non potrebbe fare altro che stare sotto il cielo né potrebbe fuggire il cielo altrimenti che avvicinandosi ad esso. Infatti da qualunque posto parta, verso qualunque posto vada, in qualsiasi direzione si muova, rimarrebbe sempre sotto il cielo; e quanto più si allontanasse da una qualsiasi parte del cielo, tanto più si avvicinerebbe alla parte opposta.

Così, sebbene l'uomo o l'angelo cattivo non voglia sottomettersi alla volontà e al comando di Dio, non può tuttavia fuggirli perché se vuole fuggire dalla volontà che comanda, corre verso la volontà che punisce. Se poi mi domandi per qual via, ti rispondo: assoggettandosi alla volontà permittente. E la somma sapienza riconduce all'ordine e alla bellezza dell'universo, di cui parliamo, quella stessa volontà o azione perversa.

La stessa soddisfazione spontanea della perversità o l'imposizione del castigo a colui che non soddisfa - pur tenendo presente che Dio in molti modi trae il bene dal male - hanno il loro posto e la bellezza dell'ordine in quel medesimo universo.

E se la divina sapienza non le imponesse, quando la perversità si sforza di turbare il retto ordine nell'universo che Dio deve ordinare, ci sarebbe la deformità derivante dalla deturpazione della bellezza dell'ordine e Dio sembrerebbe difettoso nell'organizzare.

Come queste due cose sono sconvenienti, così sono anche impossibili, ed è necessario che a ogni peccato segua la soddisfazione o il castigo.

BOSONE - Hai soddisfatto alla mia obiezione.

ANSELMO - E' dunque evidente che nessuno può onorare o disonorare Dio, considerato in se stesso; sembra invece che la creatura, guardata in se stessa, faccia questo quando sottomette o sottrae la propria volontà alla volontà di lui.

BOSONE - Non so che cosa obiettare.

XVI AL NUMERO DEGLI ANGELI DECADUTI DEVONO ESSERE SOSTITUITI ALTRETTANTI UOMINI



ANSELMO - Ho da aggiungere ancora qualcosa.

BOSONE - Di' pure, fino a quando non ne potrò più.

ANSELMO - Risulta che Dio si è proposto di ristabilire il numero degli angeli caduti, per mezzo della natura umana creata senza peccato.

BOSONE - È quanto crediamo; ma vorrei che tu me ne portassi qualche argomento.

ANSELMO - Tu mi inganni. Avevamo stabilito di trattare solamente della Incarnazione di Dio e tu mi proponi altre questioni.

BOSONE - Non adirarti. "Dio ama chi dà con gioia" (2 Cor 9, 7). Nessuno prova di dare con gioia quanto ha promesso, meglio di colui che dà più di quello che ha promesso. Rispondi dunque volentieri alla mia questione.

ANSELMO - Non si può dubitare che le creature razionali, già beate per la contemplazione di Dio o atte a esserlo, siano da lui previste secondo un numero ragionevole e perfetto; numero che non è conveniente né aumentare né diminuire. Altrimenti, o Dio non sa in qual numero sia più conveniente crearle - e questo è falso - oppure, se lo sa, le creerà nel numero più conveniente. Quindi, o gli angeli caduti erano stati creati per essere compresi in quel numero; oppure essi caddero necessariamente perché, non essendo compresi in quel numero, dovettero esserne esclusi. E questo è assurdo.

BOSONE - Dici una verità evidente.

ANSELMO - Dal momento che essi dovevano appartenere a quel numero o il numero dovrà necessariamente venir ristabilito, o le nature razionali, previste in numero perfetto, dovranno rimanere in numero imperfetto; ora questo non può essere.

BOSONE - Certamente devono essere ristabilite nel loro numero.

ANSELMO - E' dunque necessario che gli angeli vengano sostituiti dalla natura umana, perché i sostituiti non possono venir presi se non di là.

XVII GLI ANGELI CADUTI NON POSSONO ESSERE SOSTITUITI DA ALTRI ANGELI



BOSONE - Perché gli angeli caduti non possono essere o riabilitati o sostituiti da altri angeli?

ANSELMO - Quando vedrai le difficoltà della nostra redenzione, capirai anche l'impossibilità della loro riabilitazione. D'altra parte non possono neppure essere sostituiti da altri angeli, perché -pur tacendo che questa ipotesi sembra contraria alla perfezione della prima creazione - dovrebbero essere tali e quali sarebbero stati gli altri se non avessero peccato, e cioè dovrebbero non aver costatato la punizione del peccato; ora, dopo la caduta, questo è impossibile.

Infatti non merita la stessa lode colui che persevera nella verità senza conoscere alcun castigo pel peccato e colui che persevera nella verità, avendo sempre davanti agli occhi l'eternità del castigo.

Non si può infatti assolutamente pensare che gli angeli buoni siano stati confermati per la caduta dei cattivi e non per i propri meriti. Come, infatti, se i buoni avessero peccato coi cattivi sarebbero stati condannati con loro; così i cattivi se avessero perseverato coi buoni sarebbero pure stati confermati con loro. Che se poi qualcuno di loro doveva essere confermato dalla caduta degli altri, o nessuno sarebbe stato confermato o sarebbe stato necessario che qualcuno cadesse e fosse punito per confermare gli altri: due cose ugualmente assurde.

Quindi, quelli che perseverarono furono confermati nella maniera in cui tutti lo sarebbero stati qualora avessero perseverato. E di tale maniera ho dato delle spiegazioni, come potei, dove ho trattato della ragione per cui Dio non diede la perseveranza al diavolo.

BOSONE - Hai provato che gli angeli cattivi devono essere sostituiti dalla natura umana, e da questo appare che gli uomini eletti non saranno inferiori di numero agli angeli reprobi. Ma mostrami se puoi, se saranno in numero maggiore.

XVIII GLI UOMINI SANTI SARANNO PIÙ DEGLI ANGELI CATTIVI?



ANSELMO - Se gli angeli, prima che qualcuno di loro cadesse, erano, come abbiamo detto, in numero perfetto e gli uomini sono stati creati per sostituire gli angeli, è evidente che non saranno più di loro. Se invece tale numero non era raggiunto da tutti gli angeli insieme, deve essere completato dagli uomini, sia nella parte perduta sia nella parte mancante prima; e in tal caso gli uomini eletti saranno più degli angeli reprobi. Conseguentemente diremo anche che gli uomini non furono creati solamente per ricomporre un numero diminuito, ma anche per completare un numero non ancora perfetto.

BOSONE - Cosa è meglio tenere? Che gli angeli sono stati creati secondo il numero perfetto o no?

ANSELMO - Dirò quello che mi sembra più opinabile.

BOSONE - Non posso esigere di più.

ANSELMO - Se l'uomo fu creato dopo la caduta degli angeli cattivi (e alcuni lo trovano provato nel Genesi) (cf Gn cc. 1-3) non vedo come io possa con questo argomento provare con esattezza una delle due possibilità. Può essere, penso, che gli angeli siano stati nel numero perfetto e che poi sia stato fatto l'uomo per ripristinare il loro numero diminuito; e può anche essere che non fossero nel numero perfetto perché Dio differiva - come differisce ancora - il completamento di quel numero, riservandosi di creare la natura umana a tempo opportuno. Quindi, o completerebbe solamente un numero ancora imperfetto o anche lo ripristinerebbe perché è stato diminuito.

Ma se tutta la creazione è contemporanea, e se quei giorni - durante i quali, come sembra dire Mosè, questo mondo non è stato fatto tutto in un solo momento - vanno interpretati diversamente da quelli nei quali viviamo noi, non posso capire come gli angeli siano stati fatti in quel numero perfetto.

Se così fosse, mi sembra che o alcuni angeli o uomini dovevano peccare necessariamente o che in quella celeste città avrebbero sorpassato il numero richiesto dalla perfetta convenienza.

Se quindi tutte le cose sono state fatte contemporaneamente, sembra che gli angeli e i primi due uomini fossero secondo un numero imperfetto, così che, se nessun angelo fosse caduto, si sarebbe dovuto completarlo solamente con l'uomo e se qualcuno avesse peccato si sarebbe dovuto provvedere a completare anche ciò ch'era caduto.

Qualora poi la natura umana, che è la più debole, non fosse caduta, avrebbe scusato Dio e accusato il diavolo nel caso che questi avesse imputato la sua caduta alla propria debolezza; che se poi anche essa fosse caduta molto meglio avrebbe difeso Dio contro il diavolo e contro se stessa, poiché, nonostante fosse diventata mortale e maggiormente debole, da tanta debolezza sarebbe salita tra gli eletti a un posto tanto più alto di quello donde era caduto il diavolo, quanto gli angeli buoni, che è chiamata a uguagliare, progredirono dopo la rovina dei cattivi, perché perseverarono.

Questi ragionamenti mi fanno incline a pensare che gli angeli non raggiungessero il numero perfetto con il quale quella città superna sarà completa, poiché questa ipotesi è possibile se l'uomo non fu creato assieme agli angeli; ed è e sembra necessaria se è stato creato assieme - come molti pensano -proprio perché si legge: " Colui che vive in eterno creò tutto nello stesso tempo " (Eccli 18, 1).

Anche se la perfezione del mondo creato non si deve tanto porre nel numero degli individui quanto nel numero delle nature, è necessario o che la natura umana sia fatta a complemento della stessa perfezione o che sia superflua: e non osiamo affermare questo neppure della natura del più piccolo vermiciattolo. Quindi nel creato essa è stata posta per se stessa e non solamente per sostituire individui di un'altra natura.

E' manifesto quindi che, anche se nessun angelo avesse peccato, gli uomini avrebbero avuto nella città celeste il loro posto, e conseguentemente che, anche prima che qualche angelo peccasse, non c'era tra loro quel numero perfetto. Altrimenti sarebbe stato necessario che qualche angelo o uomo peccasse non potendo colà rimanere nessuno che non sia compreso nel numero perfetto.

BOSONE - Hai fatto qualcosa.

ANSELMO - C’è un’altra ragione, mi pare, che suffraga bene la sentenza secondo la quale gli angeli non sono stati creati nel numero perfetto.

BOSONE - Dilla.

ANSELMO - Se gli angeli fossero stati fatti nel numero perfetto e gli uomini fossero stati creati per riparare il numero degli angeli perduti, è chiaro che gli uomini mai sarebbero saliti alla beatitudine se gli angeli non fossero caduti da essa.

BOSONE - Certamente.

ANSELMO - Se quindi qualcuno dirà che gli uomini eletti si rallegreranno della perdizione degli angeli quanto godranno della propria elevazione - dal momento che questa non ci sarebbe se non ci fosse stata quella - come potranno essere difesi da questa perversa gioia? O come potremo dire che gli angeli caduti furono sostituiti dagli uomini, se gli angeli non cadendo sarebbero rimasti senza quel vizio - cioè senza la gioia dell'altrui caduta - mentre gli uomini non potranno essere privi di quel vizio? Anzi come potranno essere beati con questo vizio?

E con quale audacia diremo che Dio non vuole o non può operare la restaurazione senza che vi sia questo vizio?

BOSONE - Non è accaduta la stessa cosa con i Gentili chiamati alla fede appunto perché i Giudei la respinsero?

ANSELMO - No! Perché se tutti i Giudei avessero creduto, i Gentili sarebbero stati ugualmente chiamati: "colui che teme il Signore e pratica la giustizia è a lui accetto in ogni popolo" (At 10, 35). Ma, poiché i Giudei disprezzarono gli apostoli, offrirono anche l'occasione che indirizzò gli apostoli verso i Gentili.

BOSONE - Non vedo proprio come potrei contraddirti in questo. ANSELMO Da dove ti sembra scaturire la gioia che ognuno prova per l'altrui colpa?

BOSONE - Donde se non dal fatto che ognuno è certo che non sarebbe dove è, se l'altro non ne fosse caduto?

ANSELMO - Quindi, se nessuno avesse questa certezza nessuno godrebbe dell'altrui danno.

BOSONE - Così sembra.

ANSELMO - Pensi che, se gli eletti fossero più numerosi degli angeli caduti, qualcuno di loro potrebbe avere tale certezza?

BOSONE - Non posso pensare che l'abbia o la possa avere. Infatti come può uno sapere se è stato fatto per restaurare ciò che era diminuito o se è stato fatto per completare ciò che ancora mancava al numero della città che doveva essere costituita? Tutti invece avranno la certezza d'essere creati per completare quella città.

ANSELMO - Quindi, se saranno più degli angeli reprobi, nessuno potrà o dovrà sapere d'essere stato assunto lì come conseguenza della colpa di un altro.

BOSONE - È vero.

ANSELMO - Quindi nessuno avrà motivo di godere della perdizione di un altro.

BOSONE - È logico.

ANSELMO - costatando che, se gli uomini eletti sono più numerosi degli angeli reprobi, non c’è quell'inconveniente che necessariamente ci sarebbe se fossero meno numerosi; costatando inoltre che in quella città è impossibile la presenza di qualsiasi inconveniente, necessariamente appare che gli angeli non sono stati creati nel numero perfetto e che gli uomini beati sono più numerosi degli angeli infelici.

BOSONE - Non vedo come lo si possa negare.

ANSELMO - Penso che si possa proporre ancora una ragione a favore di questa opinione.

BOSONE - Devi esporre anche questa.

ANSELMO - Crediamo che la corporea mole del mondo deve essere trasformata in una migliore (cf 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1) e che la trasformazione non avverrà né prima né dopo il completamento del numero degli uomini eletti e quindi del perfezionamento della beata città. Da qui si può concludere che Dio fin dall'inizio si è proposto di condurre a termine contemporaneamente le due opere. Per cui la natura inferiore che non percepiva Dio, non sarebbe stata perfezionata prima della natura superiore che doveva godere Dio e, una volta trasformata in meglio nella perfezione della superiore, si sarebbe in qualche modo congratulata secondo una sua propria maniera; anzi tutte le creature si sarebbero rallegrate a modo loro di gioia eterna con lo stesso Creatore, con se stesse e tra di loro per una così gloriosa e ammirabile perfezione. Poiché quello che la volontà liberamente compie nella natura ragionevole, dovrebbe apparire naturalmente anche nella creatura insensibile, per disposizione di Dio.

Siamo soliti gioire dell'esaltazione dei nostri antenati, come quando per esempio godiamo festivamente nel giorno natale dei santi ed esultiamo della loro gloria. E questa sentenza sembra suffragata dal fatto che anche se Adamo non avesse peccato, Dio avrebbe ugualmente differito il perfezionamento di quella città fino a che, completato con gli uomini il numero da lui previsto, anche gli uomini fossero trasformati, per così dire, nell'immortale immortalità dei corpi.

Nel paradiso terrestre avevano una certa immortalità, cioè il potere di non morire; ma tale potere non era immortale, perché poteva venire meno, e così non si trovavano nell'impossibilità di morire.

Ora se le cose stanno così, se cioè fin dall'inizio Dio si era proposto di condurre a perfezione la razionale e beata città contemporaneamente alla natura sensibile e corporea, sembra che o quella città non era completa nel numero degli angeli prima della rovina dei cattivi, ma aspettava che Dio la completasse con gli uomini quando avesse mutato in meglio la natura corporea del mondo; oppure, se era perfetta nel numero non lo era nella stabilità, che doveva venire differita, anche se in essa nessuno avesse peccato, fino a quella rinnovazione del mondo che aspettiamo. Che se poi la stabilizzazione non doveva essere ritardata di molto, bisognava accelerare il rinnovamento del mondo, perché avvenisse assieme a quella.

Non v'è però alcun fondamento per affermare che Dio si fosse proposto di rinnovare subito il mondo appena creato e di distruggere all'inizio - prima che si potesse vedere perché erano state fatte - quelle cose che più non ci saranno dopo questo rinnovamento.

Segue dunque che gli angeli non furono creati in numero perfetto, cosicché la loro confermazione non ammettesse lunghe dilazioni, perché altrimenti anche il mondo appena fatto avrebbe dovuto essere subito rinnovato: e questo non conviene. Così pure non sembra conveniente che Dio abbia voluto rinviare alla futura rinnovazione del mondo la loro confermazione, soprattutto perché in alcuni la realizzò molto presto, e perché si può pensare che l'avrebbe realizzata nei primi uomini al momento del peccato, se non avessero peccato; come del resto fece con gli angeli che perseverarono.

Infatti i nostri progenitori non erano stati innalzati all'uguaglianza con gli angeli, ma dovevano arrivarvi quando fosse stato perfetto il numero che essi stessi dovevano fornire. Sembra tuttavia che se avessero vinto e se, nonostante la tentazione, non avessero peccato, sarebbero stati confermati assieme a tutta la loro discendenza in quella giustizia in cui si trovavano, e in modo tale che non avrebbero più potuto peccare. Siccome invece furono vinti e peccarono, divennero così deboli che, per quanto sta in loro, non possono essere senza peccato.

Chi oserebbe dire che l'ingiustizia nel rendere schiavo l'uomo accondiscendente alla sua prima sollecitazione è più forte della giustizia nel confermare nella libertà l'uomo se alla prima tentazione si fosse appoggiato a essa?

Come infatti la natura umana, essendo tutta nei primi progenitori, venne totalmente vinta col peccato - eccezion fatta solamente per quell'uomo, che come Dio seppe far nascere da una Vergine senza seme umano, così seppe preservare dal peccato di Adamo - così in loro avrebbe totalmente vinto se non avessero peccato.

Dunque non resta che concludere che la superna città non era completa nel primo numero degli angeli, ma doveva essere completata dagli uomini. E se ciò è certo, gli uomini eletti saranno di più degli angeli reprobi.

BOSONE - Le cose che hai detto mi sembrano molto ragionevoli. Ma come interpreteremo il passo dove è scritto: Dio "ha fissato i confini dei popoli secondo il numero dei figli d'Israele?" (Dt 32, 8). Alcuni poi, dal momento che invece "dei figli d'Israele" trovano "degli angeli di Dio", interpretano nel senso che il numero degli uomini eletti e innalzati sia uguale al numero degli angeli buoni.

ANSELMO - Questa interpretazione non contraddice la sentenza esposta, se non è certo che caddero tanti angeli quanti rimasero. Infatti, se gli angeli eletti sono più dei reprobi, è anche necessario che gli uomini eletti sostituiscano gli angeli reprobi, e potrebbe accadere che eguaglino il numero dei beati: così ci sarebbero più uomini giusti che angeli ingiusti.

Ma ricordati a qual patto cominciai a rispondere alla tua questione: che cioè se dirò qualcosa che non è confermato da una maggiore autorità - anche se appare approvato dalla ragione - non sia accettato con altra certezza di quella che deriva dal fatto che frattanto così a me sembra, finché Dio in qualche modo non me lo sveli meglio. Infatti sono certo che se dico qualcosa che apertamente va contro le sacre Scritture, ciò è falso; e appena lo conoscerò non lo voglio tenere.

Ma dove si possono senza pericolo avere diverse opinioni, come è nella presente di cui trattiamo, - infatti nel non sapere se gli uomini da eleggersi siano più degli angeli perduti o non lo siano, e nel preferire una possibilità piuttosto che l'altra, penso che non ci sia nessun pericolo per l'anima - se, dico, in queste cose esponiamo i detti divini in modo che sembrano favorire diverse sentenze e se non si trova in alcun posto qualcosa che determini ciò che si debba con certezza tenere, penso che ciò non sia riprovevole.

Riguardo poi a quanto hai detto: "Ha fissato i confini dei popoli" cioè dei gentili "secondo il numero degli angeli di Dio"; o ascoltando un'altra versione "secondo il numero dei figli d'Israele" (Dt 32> 8) si deve notare che le due versioni si riferiscono alla stessa cosa o a cose diverse ma non contraddittorie. Così la frase si deve interpretare in modo che gli angeli di Dio e i figli d'Israele significhino o i soli angeli buoni o i soli uomini eletti o gli angeli e gli uomini eletti assieme, cioè tutta quella superna città. V'è anche un'altra maniera d'interpretare, e cioè gli angeli di Dio possono indicare solamente gli angeli santi e i figli d'Israele solamente gli uomini giusti, o al contrario i figli d'Israele solamente gli angeli e gli angeli di Dio solamente gli uomini giusti.

Se con l'una e l'altra frase vengono designati solamente gli angeli buoni, è come se si parlasse degli angeli di Dio. Se invece viene designata tutta la città celeste, il senso è questo: i popoli cioè le schiere degli uomini eletti saranno reclutati, o i popoli saranno in questo mondo fino a quando il numero prestabilito ma non ancora perfetto di quella città sia completato con degli uomini.

Però ora non vedo come la frase "i figli d'Israele" possa riferirsi solamente agli angeli o nello stesso tempo agli angeli e agli uomini santi.

Infatti non è strano che gli uomini santi vengano chiamati figli d'Israele o figli di Abramo. Anzi giustamente possono essere chiamati angeli di Dio dal momento che imitano la vita angelica, viene loro promessa la somiglianza e l'uguaglianza con gli angeli in cielo (cf Lc 20, 36) e tutti coloro che vivono nella giustizia sono angeli di Dio, per cui sono chiamati anche confessori o martiri.

Chi infatti attesta e confessa la verità di Dio è suo nunzio, cioè suo angelo. Se del resto l'uomo cattivo è soprannominato diavolo - così il Signore chiamò Giuda (cf Gv 6, 70-71) - perché gli assomiglia nella malizia, perché l'uomo buono non sarà chiamato angelo perché ne imita la giustizia?

Penso possiamo dire che Dio ha fissato " i confini dei popoli secondo il numero" degli uomini eletti, perché in questo mondo ci saranno i popoli e la procreazione degli uomini fino a che il numero degli stessi eletti sia completo. E una volta completato, la procreazione degli uomini che avviene in questa vita cesserà.

Se invece per angeli di Dio intendiamo solamente gli angeli santi e per figli d'Israele solamente gli uomini giusti, il versetto "Dio ha fissato i confini dei popoli secondo il numero degli angeli di Dio" può essere interpretato in due maniere: o sarà presa tanta gente, cioè tanti uomini, quanti sono i santi angeli di Dio o ci saranno i popoli fino a quando il numero degli angeli di Dio non sarà completato con gli uomini.

Ma vedo una sola maniera di interpretare la frase: "ha fissato i confini dei popoli secondo il numero dei figli d'Israele" e cioè che in questo mondo, come è già stato detto, i popoli ci saranno fino a quando il numero dei santi uomini sia completo; e da ambedue le versioni risulterà che saranno reclutati tanti uomini quanti angeli buoni sono rimasti.

Da questo tuttavia non si può concludere che gli angeli caduti eguaglino quelli rimasti perseveranti, anche se devono essere sostituiti dagli uomini. Se però nonostante questo si sceglie tale posizione, si dovrà mostrare l'infondatezza delle ragioni esposte prima, le quali sembrano provare che gli angeli non erano, prima della caduta di alcuni di loro, nel numero perfetto di cui parlai, e ci sono più uomini eletti che angeli cattivi.

BOSONE - Non mi pento d'averti costretto a esporre queste cose sopra gli angeli. Ora ritorna pure all'argomento dal quale è partita questa digressione.

XIX L'UOMO NON PUÒ ESSERE SALVATO SENZA SODDISFAZIONE PER IL PECCATO

ANSELMO - E' chiaro che Dio progettò di sostituire gli angeli caduti con gli uomini.

BOSONE - E' certo.

ANSELMO - Quindi gli uomini che in quella superna città sostituiranno gli angeli devono essere quali dovevano essere quelli in sostituzione dei quali saranno colà, cioè quali sono ora gli angeli buoni. Altrimenti quelli che caddero non si potranno dire sostituiti e ne seguirà che o Dio non potrà ultimare il bene che ha cominciato, o Dio si pentirà d'avere cominciato un bene così grande: ma ambedue le supposizioni sono assurde.

BOSONE - Certamente è necessario che gli uomini siano uguali agli angeli buoni.

ANSELMO - Gli angeli buoni peccarono?

BOSONE - No!

ANSELMO - Si può pensare che l'uomo, il quale un giorno ha peccato, non ha ancora dato a Dio la soddisfazione per il peccato ed è lasciato senza castigo, sia uguale all'angelo che non ha mai peccato?

BOSONE - Posso pensare e riferire simili frasi, ma non posso penetrarne il significato, come non posso capire che la falsità sia la verità.

ANSELMO - Non è dunque conveniente che Dio, per sostituire gli angeli caduti, prenda l'uomo che ha peccato e non ha soddisfatto, perché la verità non permette di dire che tale uomo è elevato all'uguaglianza con gli angeli beati.

BOSONE - Così dice la ragione.

ANSELMO - Considera ora soltanto l'uomo, prescindendo dal fatto che deve essere reso uguale agli angeli, e guarda se Dio lo debba promuovere a una beatitudine sia pure simile a quella che aveva prima di peccare.

BOSONE - Tu di' quello che pensi e io ti seguirò come potrò.

ANSELMO - Supponiamo che un signore tenga nella sua mano una perla preziosa che non è mai stata insudiciata; supponiamo che nessuno gliela possa togliere senza il suo permesso; supponiamo infine che decida di porla nello scrigno dove custodisce ciò che ha di più caro e prezioso.

BOSONE - Lo vedo come fosse qui davanti a noi.

ANSELMO - Supponi ora che, pur potendolo impedire, permetta che gli sia presa la perla di mano e gettata nel fango da un invidioso; egli dopo la raccolga sporca e, senza lavarla, la riponga in un luogo pulito e caro per conservarla così. Dimmi ora se lo stimi prudente.

BOSONE - E come lo potrei? Non sarebbe infatti stato molto meglio tenere la perla pulita e conservarla così piuttosto che sporca?

ANSELMO - Non avrebbe agito così Dio? Lui nel paradiso teneva come nella sua mano l'uomo senza peccato, quello che doveva dare come compagno agli angeli e permise -se avesse voluto infatti impedirlo, il diavolo non avrebbe potuto tentare l'uomo - che il diavolo acceso d'invidia gettasse nel fango del peccato l'uomo sia pure consenziente. Non avrebbe agito così Dio se avesse ricondotto l'uomo macchiato dalla sporcizia del peccato, senza alcuna purificazione cioè senza alcuna soddisfazione, nel paradiso dal quale era stato cacciato perché vi rimanesse sempre in quello stato?

BOSONE - Non oserei negare il paragone, se Dio agisse così; ma appunto per questo non ammetto che egli possa farlo. Sembrerebbe infatti o che non abbia potuto compiere ciò che s'era proposto o che si sia pentito del buon proposito: e questo non può accadere in Dio.

ANSELMO - Abbi dunque per cosa certissima che senza soddisfazione - cioè senza spontanea soluzione del debito - né Dio può lasciare il peccato impunito, né il peccatore può raggiungere la beatitudine; sia pure quella che aveva prima di peccare. In questo modo l'uomo non verrebbe riabilitato né posto in quello stato nel quale era prima del peccato.

BOSONE - Non posso in alcun modo contraddire le tue ragioni. Ma cosa intendiamo quando diciamo a Dio "Rimetti a noi i nostri debiti" (Mt 6, 12) e cosa intende la gente che rivolge a Dio, nel quale crede, la preghiera di rimetterle i peccati? Se diamo quello a cui siamo tenuti, perché preghiamo che rimetta? Forse che Dio è ingiusto ed esige nuovamente ciò che è Stato pagato? Se poi non paghiamo, perché lo preghiamo invano di fare ciò che egli non può fare, perché non conveniente?

ANSELMO - Chi non paga, invano dice: "rimetti". Chi ha pagato supplica, perché anche la supplica fa parte di quanto deve essere pagato. Infatti Dio non deve nulla ad alcuno; ogni creatura invece deve a Lui; e quindi l'uomo non può trattare da pari a pari con Dio. Ma su questo non è necessario che ti dia una risposta. Quando conoscerai perché Cristo è morto, forse da te vedrai ciò che chiedi.

BOSONE - Per ora mi basta dunque ciò che mi rispondi su questa questione. Hai spiegato così chiaramente come nessun uomo possa giungere alla beatitudine col peccato o essere liberato dal peccato senza che prima abbia pagato ciò che ha rubato peccando, che anche se lo volessi non potrei dubitarne.

XX LA SODDISFAZIONE DEVE ESSERE COMMISURATA AL PECCATO E L'UOMO NON PUÒ DARLA DA SE'



ANSELMO - Non dubiterai neppure, credo, che la soddisfazione deve uguagliare la grandezza del peccato.

BOSONE - In certo modo altrimenti il peccato lascerebbe qualche disordine; il che non può essere se Dio non sopporta alcun disordine nel suo regno. Ed è chiaramente stabilito che in Dio è impossibile il benché minimo inconveniente.

ANSELMO - Di' dunque: che darai a Dio per il tuo peccato?

BOSONE - Penitenza, cuore contrito e umiliato, astinenze, molti e vari lavori corporali, la misericordia che dà e perdona e l'obbedienza.

ANSELMO - Con tutto questo che dai a Dio?

BOSONE - Non onoro forse Dio quando per timore e suo amore rigetto la gioia del secolo nella contrizione del cuore; quando calpesto la quiete e i piaceri di questa vita nelle astinenze e nei lavori; quando, dando e rimettendo, distribuisco ciò che è mio; quando mi sottometto a lui nella obbedienza?

ANSELMO - Quando dai a Dio una cosa che gli dovresti anche se non avessi mai peccato, non la devi computare nel debito a cui sei tenuto per il peccato. Ora tutte queste cose che enumeri le devi a Dio. Infatti in questa vita mortale l'amore e il desiderio di pervenire a ciò per cui sei stato fatto e a questo si riferisce la preghiera - e il dolore di non essere ancora lì e il timore di non giungervi, devono essere così grandi, che tu non dovresti godere se non di quelle cose che ti danno aiuto e speranza di giungervi. Non meriti di avere ciò che non ami e desideri per quello che è, e del quale non ti addolori perché ancora non l'hai e ancora ti trovi in grande pericolo di averlo o no.

A questo appartiene anche la fuga della pace e dei piaceri mondani, che allontanano l'anima da quella vera pace e gioia, ma solo in quanto ti pare sufficiente al desiderio di pervenirvi.

Devi poi considerare il donare come un qualcosa di dovuto, perché capisci che ciò che dai non l'hai da te ma da quello di cui sei servo sia tu che quello a cui dai. E la natura t'insegna di fare al tuo compagno di servitù, cioè tu uomo a un altro uomo, ciò che vorresti ch'egli ti facesse (cf Mt 7, 12); e chi non vuole dare ciò che ha non deve ricevere ciò che non ha.

Del perdono parlerò brevemente, perché, come ho detto prima, la vendetta non ti appartiene dal momento che tu non sei tuo e colui che ti ingiuriò non è né tuo né suo, ma dal nulla siete stati fatti servi di uno stesso Signore; e se ti vendichi del tuo compagno di servitù ti arroghi un giudizio che è proprio del Signore e del Giudice di tutti.

Obbedendo, poi, che cosa dai a Dio di non dovuto, dal momento che tutto ciò che sei, che hai e che puoi lo devi a Colui che ti comanda?

BOSONE - Non oso più dire che in tutto questo io do a Dio quello che non gli devo.

ANSELMO - Che dai allora a Dio per il tuo peccato?

BOSONE - Se, quando non pecco, gli devo già tutto me stesso e quanto posso perché altrimenti peccherei, non mi resta nulla da dargli per il peccato.

ANSELMO - Che sarà dunque di te? Come potrai salvarti?

BOSONE - Se considero i tuoi ragionamenti non ne vedo il modo. Se invece ricorro alla mia fede, spero di poter essere salvato nella fede cristiana "operante per la carità" (Gl 5, 6), anche perché leggiamo: "Se il peccatore si allontanerà dal peccato e compirà ciò che è giusto" (Ez 18, 27) tutti i peccati saranno dimenticati (cf Ez 18, 22; 33, 16).

ANSELMO - Ciò è detto a coloro che o aspettarono il Cristo prima della sua venuta o credono in lui dopo la sua venuta. Ma non ci siamo proposti di fare come se non ci siano mai stati il Cristo e la fede cristiana, quando ci siamo prefissi di cercare con la sola ragione la necessità della sua venuta per la salvezza degli uomini?

BOSONE - Così facemmo.

ANSELMO - Proseguiamo dunque con la sola ragione.

BOSONE - Sebbene tu mi conduca per certe vie difficili, tuttavia desidero molto che prosegua come hai cominciato.

XXI QUALE E' LA GRAVITA' DEL PECCATO?



ANSELMO - Supponiamo che tu non sia debitore di tutte quelle cose che ora hai enumerato dicendo di poterle dare, e vediamo se sono sufficienti alla soddisfazione d'un peccato così piccolo come uno sguardo contrario alla volontà di Dio.

BOSONE - Se non ti udissi porre in questione questo punto, penserei di cancellare questo peccato con un solo atto di compunzione.

ANSELMO - Se non hai ancora riflettuto quanto sia grave il peccato. BOSONE - Mostramelo ora.

ANSELMO - Supponiamo che tu ti veda alla presenza di Dio e qualcuno ti dica: "Guarda là" e Dio invece: "Non voglio assolutamente che tu guardi". Cerca tu stesso nel tuo cuore quale cosa mai, tra tutto ciò che esiste, potrebbe obbligarti a gettare quello sguardo contrariamente alla volontà di Dio.

BOSONE - Non trovo nulla che mi possa obbligare, a meno che non sia posto in una necessità che mi costringa a fare questo o a fare un peccato maggiore.

ANSELMO - Scarta tale necessità e pensa solamente a questo peccato, e guarda se tu lo potresti fare per redimere te stesso.

BOSONE - Vedo chiaramente che non lo potrei.

ANSELMO - E per non intrattenerti più a lungo, che cosa faresti se fosse necessario che o tutto il mondo e tutto ciò che non è Dio perisse e venisse annichilito, oppure tu facessi questo piccolo atto contrario alla volontà di Dio?

BOSONE - Quando considero l'azione, vedo che è una cosa leggerissima; ma quando rifletto cosa sia agire contro la volontà di Dio capisco che è una cosa gravissima e non paragonabile a danno alcuno. Succede però che agiamo contrariamente alla volontà di qualcuno, ma in una maniera non reprensibile, per salvaguardare i suoi beni e che perciò gli sia in seguito gradito quello che compiamo contro il suo volere.

ANSELMO - Questo avviene all'uomo che talvolta non capisce quello che gli è utile o che non può recuperare quello che perde; ma Dio non ha bisogno di nulla e se anche ogni cosa perisse potrebbe rifarla come già la fece.

BOSONE - Sono costretto a riconoscere che non dovrei fare nulla contro la volontà di Dio, sia pure per conservare tutto il creato.

ANSELMO - E che faresti se ci fossero più mondi, pieni di creature come questo nostro?

BOSONE - Anche se si moltiplicassero all’infinito e mi fossero presentati con la medesima condizione, risponderei la stessa cosa.

ANSELMO - Non potresti fare nulla di più retto. Pensa ancora se ti avvenisse di compiere quello sguardo contrario alla volontà di Dio, che cosa potresti dare per questo peccato?

BOSONE - Non ho nulla di più importante di quello che ho enumerato prima.

ANSELMO - E pecchiamo così gravemente ogni qualvolta scientemente compiamo un'azione, benché piccola, contro la volontà di Dio, perché sempre siamo alla sua presenza e sempre ci comanda di non peccare.

BOSONE - A udirti, la nostra vita ci appare estremamente pericolosa.

ANSELMO - E' chiaro che Dio esige la soddisfazione secondo la gravità del peccato.

BOSONE - Non lo posso negare.

ANSELMO - Dunque tu non soddisfi finché non dai una cosa più grande di quella per cui non avresti dovuto commettere il peccato.

BOSONE - Vedo che la ragione lo esige e che è del tutto impossibile.

ANSELMO - Ora Dio non può elevare alla beatitudine alcuno che sia obbligato in qualche modo al debito del peccato, anzi non lo deve.

BOSONE - Questo pensiero è troppo severo.

XXII L'UOMO OFFESE GRAVEMENTE DIO QUANDO SI LASCIÒ VINCERE DAL DIAVOLO E ORA NON PUÒ SODDISFARE



ANSELMO - Ascolta un altro motivo per cui la riconciliazione dell'uomo con Dio è difficile.

BOSONE - Se la fede non mi consolasse ciò mi spingerebbe alla disperazione.

ANSELMO - Comunque ascoltami.

BOSONE - Parla.

ANSELMO - L'uomo creato senza peccato nel paradiso è stato come posto davanti a Dio, fra Dio e il diavolo, affinché vincesse il diavolo non acconsentendogli quando gli suggeriva il peccato, per la giustificazione e l'onore di Dio e la confusione del diavolo derivante dal fatto che lui più debole non peccava in terra nonostante le lusinghe del diavolo che, più forte, aveva peccato senza alcun consiglio in cielo.

Mentre poteva facilmente raggiungere questo scopo si lasciò vincere spontaneamente, col solo consiglio e senza violenza, in conformità alla volontà del diavolo e contro la volontà e l'onore di Dio.

BOSONE - Dove vuoi arrivare?

ANSELMO - Giudica tu stesso se non sia contro l'onore di Dio che l'uomo si riconcili con Dio in questo stato di impostura per l'oltraggio arrecato a Dio; a meno che prima non abbia onorato Dio vincendo il diavolo, come prima l'aveva disonorato lasciandosi vincere dal diavolo. La vittoria però deve essere tale che come, da forte e nell'immortalità potenziale, acconsentì facilmente al diavolo per peccare, così, debole e mortale quale lui stesso si fece, vinca attraverso le difficoltà della morte il diavolo per non più peccare.

Ma questo non lo può fare finché, per la ferita del primo peccato, è concepito e nasce nel peccato (cf Sal 51, 7).

BOSONE - Ripeto che ciò che dici è approvato dalla ragione, ma è impossibile.

XXIII QUANDO L'UOMO PECCÒ, CHE COSA RUBÒ A DIO CHE ORA NON PUÒ RESTITUIRGLI?



ANSELMO - Considera ancora una cosa senza la quale l'uomo non è riconciliato giustamente e che non è meno impossibile.

BOSONE - Ci hai già proposto di fare tante cose, per cui tutto quello che aggiungerai non farà altro che spaventarmi.

ANSELMO - Ascoltami lo stesso.

BOSONE - Ascolto.

ANSELMO - L'uomo che cosa rubò a Dio quando si lasciò vincere dal diavolo?

BOSONE - Rispondi tu, come hai già cominciato, perché non so che cosa abbia potuto aggiungere a tutti i mali che hai mostrato.

ANSELMO - Non rubò a Dio tutto ciò che si era proposto di fare con la creatura umana?

BOSONE - Non lo si può negare.

ANSELMO - Pensa alla stretta giustizia e giudica secondo questa e di' se l'uomo soddisfi Dio secondo l'uguaglianza del peccato se non restituisce, vincendo il diavolo, ciò che rubò a Dio lasciandosi vincere dal diavolo. Per cui come, quando l'uomo fu vinto, il diavolo rubò ciò ch'era di Dio e Dio lo perdette; così, quando l'uomo vince, il diavolo perde e Dio ricupera.

BOSONE - Non si potrebbe pensare nulla di più giusto e rigoroso.

ANSELMO - Pensi che la somma giustizia possa violare questa giustizia?

BOSONE - Non oso pensarlo.

ANSELMO - In nessun modo quindi l'uomo deve o può ricevere da Dio ciò che egli progettò di dargli se prima non restituisce a Dio tutto ciò che gli rubò, così che Dio ricuperi per opera dell'uomo ciò che per opera dell'uomo aveva perduto. E questo non può avvenire che in una maniera: come tutta la natura umana per la sconfitta dell'uomo venne corrotta e posta in fermento dal peccato - e per completare quella città celeste Dio non prende nessuno che sia macchiato dal peccato - così per la vittoria dell'uomo devono venir giustificati dal peccato tanti uomini quanti sarebbero stati compresi in quel numero al cui completamento l'uomo fu creato.

Ma questo l'uomo peccatore non lo può assolutamente compiere, perché il peccatore non può giustificare il peccatore.

BOSONE - Non c'è nulla di più giusto e di più impossibile. Ma sembra che tutto questo escluda la misericordia di Dio e la speranza dell'uomo, riguardante la beatitudine per la quale è fatto.

XXIV FINO A QUANDO L'UOMO NON RESTITUISCE A DIO CIÒ CHE GLI DEVE, NON PUÒ ESSERE BEATO E LA SUA INCAPACITÀ NON GLI È DI SCUSA



ANSELMO - Aspetta ancora un po’.

BOSONE - Che cosa hai ancora da aggiungere?

ANSELMO - Se è ingiusto l'uomo che non restituisce all'uomo ciò che gli deve, a maggiore ragione è ingiusto colui che non restituisce a Dio ciò che gli deve.

BOSONE - E' veramente ingiusto se, potendolo, non restituisce. Se invece non può perché è ingiusto?

ANSELMO - Forse può essere in qualche modo scusato se l'impotenza non è assolutamente causata da lui. Ma se l'impotenza invece è colpevole, come non diminuisce il peccato così non scusa colui che non restituisce il debito. Infatti supponiamo che qualcuno comandi al suo servo un certo lavoro e gli ingiunga di non gettarsi nella fossa che gli mostra e dalla quale non può uscire. Se il servo, infischiandosi del comando e dell'avviso del padrone, si getta spontaneamente nella fossa che gli è stata indicata e conseguentemente non può compiere il lavoro comandato, pensi che questa impossibilità lo possa scusare dal non compiere il lavoro comandato?

BOSONE - Niente affatto, anzi aumenta la colpa, perché lui stesso si è messo in quella impossibilità. E fa un doppio peccato sia perché non compie ciò che gli è stato comandato sia perché fa ciò che gli è stato ordinato di non fare.

ANSELMO - Così è inescusabile l'uomo che liberamente si obbligò al debito che non può pagare e colpevolmente si pose in questa impossibilità per cui non può dare né quello che doveva prima del peccato, cioè non peccare, né quello che deve perché peccò.

La stessa impotenza è colpa perché non ha il dovere di averla, anzi dovrebbe non averla. Come è colpa non avere ciò che si deve avere, così è colpa avere ciò che si deve non avere.

Quindi come è colpa per l'uomo non avere la capacità ricevuta di poter evitare il peccato, così è colpa per lui avere l'incapacità per la quale non può né conservare la giustizia ed evitare il peccato né restituire quello che deve per il peccato. Infatti spontaneamente compì l'azione per la quale perdette quel potere e cadde in questa impossibilità.

Non avere il potere che si deve avere è la stessa cosa che avere l'impossibilità che si deve non avere. Per cui l'incapacità di dare a Dio ciò che gli si deve, l'incapacità di restituire, non scusa l'uomo dalla restituzione. L'effetto del peccato non scusa il peccato che ne deriva.

BOSONE - E' una cosa molto grave ed è necessario che sia così.

ANSELMO - Quindi l'uomo che non dà a Dio ciò che gli deve è ingiusto.

BOSONE - È verissimo. Infatti è ingiusto e perché non dà e perché non può dare.

ANSELMO - Ora nessun ingiusto verrà ammesso alla beatitudine poiché, come la beatitudine è la pienezza senza alcuna indigenza, così essa conviene solamente a colui nel quale c'è la pura giustizia senza alcuna ingiustizia.

BOSONE - Non oso credere un'altra cosa.

ANSELMO - Chi dunque non paga a Dio ciò che gli deve non può essere beato.

BOSONE - Non posso negare che anche questa è una conseguenza logica.

ANSELMO - Che se vuoi dire che Dio misericordioso rimette il debito a chi lo supplica per il fatto che non ha di che pagarlo, bisogna intenderlo così. Si può parlare di remissione solo o in quanto Dio rimette ciò che l'uomo dovrebbe spontaneamente dare ma non può, e cioè una cosa tale da compensare il peccato, il quale non dovrebbe essere commesso neppure per la conservazione di qualsiasi cosa che non sia Dio; oppure in quanto egli omette di punire l'uomo togliendogli contro sua voglia la beatitudine, come ho già detto. Ma se Dio rimette ciò che l'uomo spontaneamente deve dare per la ragione che non lo può dare, tanto vale dire che Dio rimette ciò che non può ottenere. Ma è un oltraggio attribuire a Dio questa misericordia.

Ma se Dio rimette ciò che doveva togliere al peccatore contro sua voglia perché questo è nella impossibilità di dare spontaneamente ciò che deve dare, Dio riduce la pena e rende l'uomo beato proprio per il peccato, in quanto questo ha ciò che deve non avere. Infatti deve non avere l'impossibilità e quindi, finché l'ha e non soddisfa, è nel peccato.

E certamente questa misericordia di Dio è troppo contraria alla sua giustizia, la quale permette di dare per il peccato soltanto il castigo. Quindi come è impossibile che Dio si contraddica, così è impossibile che sia misericordioso in questa maniera.

BOSONE - Vedo che occorre cercare un'altra specie di misericordia divina.

ANSELMO - Supponiamo vero che Dio rimetta a colui che non dà ciò che deve proprio perché non può.

BOSONE - Lo vorrei proprio.

ANSELMO - Ma finché non darà, o vorrà dare o non vorrà. Se vuole ciò che non può, sarà bisognoso; se poi non vuole, sarà ingiusto.

BOSONE - Nulla di più chiaro.

ANSELMO - Sia egli bisognoso o ingiusto, in entrambi i casi non sarà beato.

BOSONE - Anche questo è chiaro.

ANSELMO - Quindi finché non darà, non potrà essere beato.

BOSONE - Se Dio segue il dettame della giustizia, non rimane certo più alcuna via di salvezza per il povero omiciattolo, e la misericordia di Dio sembra sparire.

ANSELMO - Hai domandato la ragione, eccotela. Non nego che Dio sia misericordioso, che salvi gli uomini e i giumenti, come moltiplicò la sua misericordia (cf Sal 36, 7-8).

Ma parliamo di quell'ultima misericordia che dopo questa vita renderà l'uomo beato. Che questa misericordia debba darsi soltanto a colui cui sono stati rimessi i peccati completamente, e che la remissione dei peccati non possa avvenire senza che sia stato pagato il debito che si deve per il peccato secondo la gravità del peccato stesso, penso d'averlo dimostrato sufficientemente con le ragioni esposte sopra. Che se ti sembra di poter obiettare qualcosa contro queste ragioni, lo devi dire.

BOSONE - Non vedo come anche una tua ragione possa essere in qualche modo dimostrata debole.

ANSELMO - Anch'io lo penso, considerandole bene. Tuttavia anche se una sola di tutte quelle che ho esposto venisse consolidata dalla inespugnabile verità questa dovrebbe essere sufficiente. Infatti la verità mostrata con uno o più argomenti invincibili è ugualmente protetta da ogni dubbio.

BOSONE - E' così.

XXV È NECESSARIO CHE L'UOMO SIA SALVATO DAL CRISTO



BOSONE - Come dunque l'uomo sarà salvato se non può saldare il suo debito e se non deve essere salvato qualora non lo saldi? O con quale coraggio oseremo dire che Dio, e ricco in misericordia (Ef 2, 4) più di quanto l'intelletto umano possa capire, non possa esercitare questa misericordia?

ANSELMO - Questo ora lo devi chiedere a quelli in vece dei quali tu parli, che pensano che Cristo non sia necessario alla salvezza dell'uomo. Come potrebbe l'uomo essere salvato senza Cristo? Che se non lo possono in alcun modo dire, cessino dal deriderci e si avvicinino e si uniscano a noi che non dubitiamo che l'uomo può essere salvato per il Cristo, oppure disperino di ogni possibilità di salvezza. Che se ciò li atterrisce, credano con noi nel Cristo per poter essere salvati.

BOSONE - Ti domanderò, come ho fatto all'inizio, di mostrarmi per qual ragione l'uomo è salvato per opera del Cristo.

ANSELMO - Non è sufficientemente provato che l'uomo può essere salvato per il Cristo, quando anche gli infedeli accettano che l'uomo può in qualche modo essere beato e se, come già è dimostrato, affermiamo che senza il Cristo non può essere assolutamente trovata la salvezza dell'uomo?

L'uomo potrà essere salvato o per opera del Cristo o per opera di qualche altro o in nessun altro modo. Quindi se è falso che possa essere salvato per opera di qualche altro o in nessun altro modo, è necessario che ciò avvenga per opera del Cristo.

BOSONE - Se uno vede sì il motivo che impedisce la salvezza in qualche altro modo, e non vede sufficientemente il motivo che prova come essa possa venire realizzata dal Cristo, e perciò afferma che ciò non può avvenire né per opera del Cristo né di qualche altro, che cosa gli risponderemo?

ANSELMO - Che cosa si deve rispondere a colui che dichiara impossibile una cosa che deve necessariamente esistere, perché non sa come esista?

BOSONE - Che è un insensato.

ANSELMO - Quindi non bisogna badare a quanto dice.

BOSONE - E' vero. Ma occorre dimostrargli proprio per qual motivo esista ciò che egli stima impossibile.

ANSELMO - Non comprendi da quello che prima abbiamo detto, che è necessario che alcuni uomini raggiungano la beatitudine? Infatti se non è conveniente per Dio condurre l'uomo macchiato a quella beatitudine per la quale è stato creato senza macchia, perché altrimenti sembrerebbe pentito del bene cominciato o nella impossibilità di compiere quanto s'era proposto; a maggior ragione per la stessa inconvenienza è impossibile che nessun uomo venga condotto alla beatitudine per la quale è stato creato. Quindi o fuori della fede cattolica si deve trovare una soddisfazione del peccato, della quale abbiamo esposto primala natura e di cui nessun ragionamento prova l'esistenza; o si deve credere senza alcun dubbio che si trova in essa. Poiché ciò che è dimostrato veramente esistente da argomentazioni necessarie non deve essere messo in dubbio anche se l'intelligenza non comprende come esso esista.

BOSONE - Ciò che dici è vero.

ANSELMO - Quindi che cosa cerchi ancora?

BOSONE - Non sono venuto affinché tu mi dissipi i dubbi della fede, ma mi mostri le ragioni della mia certezza. Quindi, come mi hai condotto per le vie della ragione a vedere che l'uomo peccatore deve a Dio per il peccato ciò che non può dare e che finché non l'avrà dato non potrà essere salvato, così voglio che mi conduca a capire per quale razionale necessità debba compiersi tutto ciò che la fede cattolica ci comanda di credere del Cristo se vogliamo essere salvati; come tutto ciò contribuisca alla salvezza dell'uomo; come Dio salvi l'uomo per misericordia pur non rimettendogli il peccato senza che questi abbia soddisfatto al debito derivato dal peccato.

E affinché le tue argomentazioni siano più certe comincia pure da lontano e costruiscile sopra un solido fondamento.

ANSELMO - Dio mi aiuti, poiché tu non mi risparmi e non consideri la pochezza della mia scienza a cui comandi un'opera così grande.

Tuttavia tenterò, dal momento che ho cominciato, confidando non in me ma in Dio e farò con il suo aiuto quel che potrò.

Ma per non annoiare con uno svolgimento troppo lungo colui che vorrà leggere queste cose, inseriamo un nuovo esordio che separi quanto fu detto da quello che diremo.

LIBRO SECONDO



I L'UOMO FU CREATO GIUSTO PERCHÉ FOSSE BEATO



ANSELMO - Non si deve dubitare che la natura ragionevole fu creata giusta da Dio per essere beata nella fruizione di lui. È ragionevole appunto per questo: per discernere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, il bene dal male, un bene maggiore da un bene minore. Altrimenti sarebbe stata creata inutilmente. Ma Dio non la creò ragionevole inutilmente. Quindi nessun dubbio che sia stata fatta ragionevole a questo scopo.

Con un ragionamento simile si prova che essa ricevette la facoltà di scegliere perché odiasse ed evitasse il male, perché amasse e scegliesse il bene e perché preferisse nella sua scelta e nel suo amore ciò che è migliore. Altrimenti Dio gli avrebbe data invano questa facoltà di scegliere: la sua scelta sarebbe inutile qualora non la guidasse in quello che deve amare o evitare. E poi non è conveniente che Dio le abbia data inutilmente una facoltà così importante.

Quindi è certo che la natura ragionevole è stata creata per amare e scegliere sopra tutte le cose il sommo bene, non in vista di un altro ma per se stesso. Se infatti lo amasse in vista di un altro, non amerebbe lui ma l'altro. Ma perché essa possa fare questo, deve essere giusta. Quindi, perché non fosse inutilmente ragionevole, è stata creata contemporaneamente ragionevole e giusta.

Che se è stata creata giusta per scegliere e amare il sommo bene o è stata fatta tale per raggiungere un giorno l'oggetto dell'amore e della scelta oppure no. Ma se non è stata creata giusta per ottenere ciò che ama e sceglie, inutilmente è stata creata capace di amarlo e di sceglierlo e non c'è alcuna ragione per la quale un giorno debba ottenerlo.

Quindi fino a quando amando e scegliendo il sommo bene si manterrà giusta adempiendo quello per cui è stata creata, essa sarà misera, perché contro la sua volontà sarà bisognosa e non possederà ciò che desidera: e questo è evidentemente assurdo.

Per cui la natura ragionevole è stata creata giusta affinché fosse beata nella fruizione del sommo bene cioè di Dio. Quindi l'uomo, che è una natura ragionevole, è stato creato giusto, perché fosse beato nel possesso di Dio.

II L'UOMO NON SAREBBE MORTO SE NON AVESSE PECCATO



ANSELMO - Che l'uomo poi sia stato creato in una condizione tale da non implicare necessariamente la morte lo si prova facilmente: come già abbiamo detto, è contro la sapienza e la giustizia di Dio costringere colui che è stato creato giusto in vista dell'eterna beatitudine a subire la morte pur non avendo peccato. Ne segue dunque che l'uomo non sarebbe mai morto se mai avesse peccato.

III L'UOMO RISORGERÀ COL MEDESIMO CORPO COL QUALE VISSE



ANSELMO - Da questo sgorga chiara la prova che un giorno avverrà anche la risurrezione dei morti. Infatti, posto che l'uomo debba essere reintegrato completamente, egli deve essere riportato in quella condizione in cui sarebbe stato se non avesse peccato.

BOSONE - Non può essere altrimenti.

ANSELMO - Quindi, come se non avesse peccato avrebbe dovuto rivestire d'incorruttibilità il corpo nel quale viveva, così quando verrà reintegrato è necessario che ciò si compia in quel corpo nel quale egli ha trascorso questa vita.

BOSONE - Che cosa risponderemo, se uno ci dicesse che questo avverrà necessariamente in quelli nei quali il genere umano verrà reintegrato, ma non nei reprobi?

ANSELMO - Non si può concepire nulla di più conveniente e di più giusto di ciò: come l'uomo se avesse perseverato nella giustizia sarebbe stato eternamente beato nella sua totalità, cioè nell'anima e nel corpo, così sarà eternamente misero nella sua totalità se persevera nell'ingiustizia.

BOSONE - Con poche parole hai risposto adeguatamente alle mie domande.

IV DIO COMPLETERÀ QUELLO CHE HA INIZIATO NELLA NATURA UMANA



ANSELMO - Da quello che abbiamo detto è facile dedurre che o Dio completerà ciò che ha iniziato nella natura umana oppure egli ha ordinato invano una natura così sublime a un bene così grande. Ma se, come sappiamo, Dio non ha creato nulla di più prezioso della natura razionale capace di godere di lui, ripugna che egli lasci completamente perire una natura ragionevole.

BOSONE - Un cuore ragionevole non può pensare diversamente.

ANSELMO - Quindi è necessario che completi ciò che ha iniziato nella natura umana. E questo può avvenire, come abbiamo detto, soltanto mediante la totale soddisfazione del peccato che nessun peccatore può dare.

BOSONE - Capisco ormai ch'è necessario che Dio conduca a fine ciò che ha cominciato, affinché non sembri abbandonare in modo sconveniente la sua impresa.

V BENCHÉ QUESTO DEBBA NECESSARIAMENTE AVVENIRE, DIO NON LO FARÀ COSTRETTO DALLA NECESSITÀ



BOSONE - Ma se è così si ha l'impressione che Dio sia costretto dalla necessità di evitare una sconvenienza a procurare la salvezza umana. E allora come si potrà negare che la compia più per se stesso che per noi? E se è così, che riconoscenza gli dobbiamo per quello che compie per sé? Anzi, come potremo attribuire la nostra salvezza al suo amore gratuito, se egli ci salva per necessità?

ANSELMO - C'è una necessità che esclude o diminuisce il dovere di essere riconoscenti al benefattore e c'è una necessità che aumenta l'obbligo di riconoscenza per il beneficio. Infatti quando qualcuno compie il bene costretto dalla necessità e contro sua voglia, non gli si deve riconoscenza alcuna o assai poca. Invece quando uno spontaneamente si sottomette alla necessità di dovere fare il bene e non la sopporta a malincuore, allora merita maggiore riconoscenza per il beneficio.

Questa non si può chiamare necessità ma gratuità, perché egli senza essere spinto da qualcuno, l'accetta o la mantiene gratuitamente. Per esempio, se tu oggi spontaneamente prometti che domani darai qualcosa e domani lo dai con la stessa volontà, nonostante che allora sia necessario per te dare quanto hai promesso, se lo puoi, altrimenti mentisci, non per questo colui a cui dai ti deve di meno per il beneficio ricevuto di ciò che ti dovrebbe se tu non glielo avessi promesso, proprio perché non hai esitato a farti debitore nei suoi confronti prima del momento del dono.

Questo avviene anche quando qualcuno fa spontaneamente voto di condurre vita santa. Costui quantunque, dopo il voto, debba necessariamente osservare ciò che ha promesso per non incorrere nella condanna dell'apostata e quantunque, se non vuole adempiere l'obbligazione assunta, possa esservi costretto, tuttavia se osserva volentieri ciò che ha promesso con voto, è più accetto a Dio che se non avesse fatto il voto, perché non soltanto rinunciò alla vita ordinaria ma anche al diritto di viverla, e questo per amore di Dio. E non si deve dire che viva santamente per necessità, ma piuttosto per quella libertà con cui fece il voto.

Così, e a maggiore ragione, se Dio completa il bene cominciato nell'uomo, benché non sia conveniente che Dio lasci il bene incompiuto, dobbiamo attribuire tutto al suo gratuito amore, in quanto egli l'ha intrapreso per noi e non per sé, sia perché non ha bisogno di niente e di nessuno, sia perché non ignorava, quando creò l'uomo, cosa sarebbe accaduto, e nonostante questo si obbligò in certo qual modo a completare il bene spontaneamente intrapreso quando nella sua bontà lo creo.

Infine Dio non fa nulla per necessità, perché in nessun modo è costretto o impedito a compiere qualcosa; e così quando diciamo che Dio compie questo o quello quasi per la necessità di evitare una sconvenienza, che certamente egli non teme, lo dobbiamo più che altro intendere nel senso che non lo fa per la necessità di conservare il proprio onore. Cioè questa necessità non è altro che la immutabilità del suo onore, che gli viene da se stesso e non da un altro, e per questo impropriamente viene chiamata necessità. Tuttavia diciamo che è necessario che la bontà di Dio in quanto è immutabile completi nell'uomo ciò che ha cominciato, quantunque il bene che fa sia totalmente gratuito.

BOSONE - Lo concedo.

VI SOLTANTO UN DIO-UOMO PUÒ COMPIERE QUELLA SODDISFAZIONE CHE SALVA L'UOMO



ANSELMO - Questo non può essere realizzato se non si trova chi paga a Dio per il peccato dell'uomo un prezzo più grande di tutto ciò che esiste all'infuori di Dio.

BOSONE - E' evidente.

ANSELMO - E' pure necessario che colui, che dai suoi beni potrà dare a Dio qualcosa che sorpassi tutto ciò che è meno di Dio, sia più grande di tutto ciò che non è Dio.

BOSONE - Non lo posso negare.

ANSELMO - Ora nulla esiste che sia al disopra di tutto ciò che non è Dio se non Dio stesso.

BOSONE - E' vero.

ANSELMO - Quindi questa soddisfazione non la può dare che Dio stesso.

BOSONE - E' la conseguenza.

ANSELMO - Ma da nessun altro deve essere fatta la soddisfazione se non dall'uomo. Altrimenti non è l'uomo che soddisfa.

BOSONE - Nulla di più giusto.

ANSELMO - Se quindi, come è evidente, la città superna deve necessariamente essere completata con degli uomini e questo non può accadere se prima non avviene la soddisfazione anzidetta, che può essere compiuta soltanto da Dio e che soltanto l'uomo è tenuto a dare, è necessario che la faccia un Dio-Uomo.

BOSONE - Dio sia benedetto (cf Sal 66, 20): abbiamo già trovato una cosa importantissima di ciò che cerchiamo. Continua dunque per la via intrapresa. Spero che Dio ci aiuterà.

VII È NECESSARIO CHE COSTUI SIA PERFETTO DIO E PERFETTO UOMO



ANSELMO - Dobbiamo ora cercare come possa esistere un Dio-Uomo. Infatti la natura divina e la natura umana non possono essere cambiate l'una nell'altra, così che la divina diventi umana e l'umana divina; né possono essere mescolate così che da due ne sorga una terza che non sia né totalmente divina né totalmente umana. Infine, se fosse possibile che una si muti nell'altra, o sarebbe solo Dio e non uomo o solo uomo e non Dio.

Qualora poi si mescolassero così da farne nascere una terza dalle due che più non ci sarebbero - come da due animali di diversa specie, maschio e femmina, ne nasce un terzo, che non conserva integralmente né la natura del padre né quella della madre ma ne acquista una terza risultante dal miscuglio di tutte due - essa non sarebbe né uomo né Dio.

Dunque l'Uomo-Dio che cerchiamo non può provenire dalla natura umana e divina o per la mutazione dell'una nell'altra o per il miscuglio che scioglierebbe e l'una e l'altra in una terza, perché queste cose sono impossibili; e anche se potessero avvenire non sarebbero utili per ciò che cerchiamo.

Se poi si dice che queste due nature integre si congiungono in modo che uno sia l'uomo e l'altro sia Dio e che chi è Dio non sia anche colui che è uomo, è impossibile che ambedue facciano ciò che necessariamente deve essere compiuto: Dio non lo farà perché non ne ha il dovere, e l'uomo non lo farà perché non ne ha il potere.

Perché dunque sia l'Uomo-Dio a compiere quest'opera, è necessario che colui che la deve compiere sia ugualmente in se stesso perfetto Dio e perfetto uomo: non la può fare che un vero Dio e non la deve fare che un vero uomo. Come dunque è necessario trovare, salvando l'integrità delle due nature, un Dio-Uomo, così non è meno necessario trovare che queste due nature si congiungano in unità di persona - come l'anima ragionevole e il corpo si congiungono nello stesso uomo - perché altrimenti non può essere che lo stesso individuo sia perfetto Dio e perfetto uomo.

BOSONE - Tutto quello che dici mi piace.

VIII BISOGNA CHE DIO ASSUMA L'UOMO DALLA DISCENDENZA DI ADAMO E DA UNA DONNA VERGINE



ANSELMO - Resta da indagare dove e come Dio assumerà l'umana natura: o l'assumerà da Adamo o creerà un nuovo uomo come già creò Adamo, senza bisogno d'altri uomini. Però se crea un nuovo uomo senza prenderlo dalla discendenza di Adamo, egli non apparterrà al genere umano che è nato da Adamo. Quindi non dovrà soddisfare per questo, poiché non gli appartiene.

Infatti come è giusto che l'uomo soddisfi per il peccato dell'uomo, così è necessario che colui che soddisfa sia quello stesso che pecca o uno della stessa stirpe. Altrimenti né Adamo né la sua discendenza soddisferebbero per sé. Quindi come il peccato si propagò in tutti gli uomini da Adamo e da Eva, così nessuno all'infuori di essi o di coloro che da essi nascono ha il dovere di soddisfare per il peccato degli uomini. E poiché essi non possono, è necessario che colui che lo farà sia della loro discendenza.

C'è di più. Come Adamo e tutta la sua discendenza, se non avesse peccato, sarebbe rimasto nella giustizia da se stesso e non con l'aiuto di qualche altra creatura, così è conveniente, se questa stessa discendenza risorge dopo la caduta, che risorga e si rialzi da sé. Infatti chiunque sia colui che restituisce l'umanità nel suo stato primitivo, questi sarà pure colui che la consoliderà in esso.

Anche quando Dio da principio creò la natura umana nel solo Adamo e non volle creare la donna che da lui - per fare sì che gli uomini si moltiplicassero con il concorso di ambedue i sessi - mostrò chiaramente che s'era proposto di fare soltanto per mezzo di Adamo quanto avrebbe fatto nella natura umana.

Quindi, se la discendenza di Adamo è rialzata da un uomo che non è della stessa discendenza, essa non otterrà quella dignità che doveva avere se Adamo non avesse peccato; e quindi non verrà restaurata integralmente e sembrerà che il disegno di Dio venga frustrato. e certo queste due cose sono sconvenienti.

E' quindi necessario che l'uomo che deve restaurare la stirpe di Adamo sia assunto dalla sua discendenza.

BOSONE - Se, come ci siamo proposti, seguiamo la ragione, è indubbiamente così.

ANSELMO - Cerchiamo ora se Dio debba assumere la natura umana da un padre e da una madre, come avviene per gli altri uomini, oppure dall'uomo senza donna o della donna senza uomo. Qualunque di questi tre modi venga scelto, si tratterà sempre di un discendente di Adamo e di Eva dai quali proviene ogni essere umano di ambedue i sessi; e certo nessuno di questi tre modi è per Dio più facile degli altri, così che debba sceglierne uno a preferenza degli altri.

BOSONE - Procedi bene.

ANSELMO - Tuttavia non si richiede molto per dimostrare che è più bello e più conveniente che questo uomo sia procreato dal solo uomo o dalla sola donna, senza l'unione dei sessi che è necessaria per tutti gli altri figli degli uomini.

BOSONE - E' abbastanza chiaro.

ANSELMO - Quindi deve essere assunto o dal solo uomo o dalla sola donna,

BOSONE - Non è possibile un altro modo.

ANSELMO - Dio può creare l'uomo in quattro modi: o dall'uomo e dalla donna, come ordinariamente fa; o né dall'uomo né dalla donna, come creò Adamo; o dall'uomo senza la donna, come fece con Eva; o dalla donna senza l'uomo, come ancora non ha fatto. Per provare dunque che anche questo modo è nell'ambito del suo potere e che è stato riservato per quest'opera, nulla di più conveniente che Dio assuma dalla donna senza l'uomo quell'umanità che è l'oggetto delle nostre ricerche.

Se poi sia meglio che il Dio-Uomo nasca da una vergine o da una non-vergine non c'è neppur bisogno di discutere, ma si può senza esitazione asserire da una vergine.

BOSONE - Parli secondo i desideri del mio cuore.

ANSELMO - Quello che abbiamo detto è fondato o inconsistente al pari di nuvola, come, a quanto dici tu, ci rimproverano gli infedeli?

BOSONE - Nulla di più consistente.

ANSELMO - Dipingi dunque non su vane finzioni ma sulla solida verità e di' che è assai conveniente che, come il peccato dell'uomo e la causa della nostra condanna hanno principio dalla donna, così la medicina del peccato e la causa della nostra salvezza nascano dalla donna.

E per impedire che le donne disperino di partecipare alla sorte dei beati, perché da una donna è venuto tanto male, bisogna dare loro la speranza che dalla donna venga tanto bene.

Dipingi anche questo: se era vergine quella che causò al genere umano tutto il male, a maggiore ragione è conveniente che sia vergine quella che è causa di tutto il bene.

Dipingi ancora questo: se la donna, che Dio trasse dall'uomo senza donna, è stata tratta da un uomo vergine, è maggiormente conveniente che l'uomo, che nascerà dalla donna senza uomo, nasca da una vergine.

Ma dei tratti che possono essere dipinti su questo argomento, cioè sulla necessità che il Dio-Uomo nasca da una donna vergine, sono sufficienti questi.

BOSONE - Queste pitture sono molto belle e fondate sulla ragione.

IX È NECESSARIO CHE SOLAMENTE IL VERBO E L'UOMO SI UNISCANO IN UNA SOLA PERSONA



ANSELMO - Dobbiamo anche chiederci quale persona divina, dal momento che Dio è in tre persone, debba assumere l'uomo. Poiché più persone non possono assumere un solo e identico uomo nell'unità della persona, è necessario che questa assunzione avvenga solamente in una persona. Ho già parlato nella lettera indirizzata al Papa Urbano "sull’Incarnazione del Verbo", di questa unità di persona di Dio e dell'uomo e della persona divina in cui è più conveniente che essa avvenga. Penso che soddisfi abbastanza la nostra richiesta.

BOSONE - Tuttavia esponi ancora, sia pure brevemente, la ragione per cui debba incarnarsi la persona del Figlio piuttosto che quella del Padre e dello Spirito Santo.

ANSELMO - Se si incarnasse qualche altra persona, ci sarebbero nella Trinità due Figli: il Figlio di Dio che è tale anche prima dell'incarnazione, e quello che per l'incarnazione è figlio della Vergine. Nelle persone poi, che devono sempre essere uguali, ci sarebbe una disuguaglianza nella dignità delle nascite, poiché quello che nasce da Dio ne ha una più onorabile di quello che nasce dalla Vergine.

Inoltre se si fosse incarnato il Padre ci sarebbero due nipoti nella Trinità, perché il Padre sarebbe nipote dei genitori della Vergine attraverso l'uomo assunto; e il Verbo, pur non essendo nulla dell'uomo, sarebbe tuttavia nipote della Vergine, perché egli sarebbe figlio di suo figlio. E questi sono inconvenienti che non si possono verificare nell'incarnazione del Verbo.

C'è anche un altro motivo che rende l'incarnazione del Figlio più conveniente di quella delle altre persone: è meglio dire che il Figlio supplica il Padre e non che un'altra persona supplica le altre.

Così pure sia l'uomo, per il quale egli doveva pregare, e sia il diavolo, che egli doveva vincere, si erano attribuiti volontariamente una falsa somiglianza con Dio. E quindi avevano peccato in modo tutto particolare contro la persona del Figlio, che è secondo la fede la vera somiglianza del Padre (cf Cor 4, 4; Col 1, 15).

A colui dunque che più direttamente è offeso dall'ingiuria, è pure più conveniente attribuire la punizione della colpa o il perdono. Conseguentemente, avendoci la ragione inevitabilmente condotti ad affermare che è necessario che la natura divina e la natura umana s'uniscano in una sola persona e non in più persone di Dio e che evidentemente è più conveniente che si compia nella persona del Verbo che nelle altre, è necessario che il Verbo-Dio e l'uomo si uniscano in una sola persona.

BOSONE - La via per la quale mi conduci è da così bene difesa dalla ragione che non potrei abbandonarla sia a destra che a sinistra.

ANSELMO - Non sono io che ti conduco, ma colui che forma l'argomento del nostro dire e senza il quale nulla possiamo. Egli ci conduce dovunque mantenendoci sempre nella via della verità.

X QUEST'UOMO NON MUORE IN CONSEGUENZA DI UN DEBITO. PUÒ EGLI PECCARE O NO? COME SI PUÒ LODARE LUI E GLI ANGELI DAL MOMENTO CHE NON POSSONO PECCARE?



ANSELMO - Ora dobbiamo vedere se quell'uomo debba morire in conseguenza di un debito, come muoiono tutti gli altri uomini. Ma, posto che Adamo non avrebbe dovuto morire se non avesse peccato, a maggiore ragione non dovrà morire questo nel quale non può esserci peccato perché Dio.

BOSONE - Voglio che ti soffermi un po' su questo, perché sia che ammettiamo in lui la possibilità di peccare sia che la escludiamo, mi sorge una non piccola questione. Se si dice che non può peccare, ciò sembra un po' difficile a credersi. Infatti per parlare un po' di lui non più come di uno che non sia mai esistito - come abbiamo fatto fin qui - ma come di colui che conosciamo nella persona e nelle azioni: chi potrà negare ch'egli abbia la possibilità di compiere molte azioni che noi chiamiamo peccati? Per esempio, come potremo dire che egli non poteva mentire, (per tacere d'altre cose) cosa sempre peccaminosa? Così, parlando del Padre ai Giudei dice: "Se dicessi di non conoscerlo, sarei bugiardo come voi" (Gv 8, 55) e adopera queste parole "non lo conosco". Ora chi potrà dire che egli non abbia avuto la possibilità di proferire queste tre sole parole senza le altre, di dire soltanto "non lo conosco"? In questo caso, come lui stesso dice, sarebbe bugiardo, cioè sarebbe peccatore. E dal momento che lo poteva fare, poteva pure peccare. ANSELMO Poté anche dire questo, ma non poté peccare.

BOSONE - Dimostralo.

ANSELMO - Ogni potere è subordinato alla volontà. Quando dico: "posso camminare o parlare" sottintendo: "se lo voglio". Se non si sottintende la volontà, non c'è più facoltà ma necessità. Così quando dico: "posso contro la mia volontà essere trascinato o vinto", non accenno a una mia facoltà ma a una necessità e al potere di un altro. Quindi "posso essere trascinato o vinto" non significa altro se non che un altro può trascinarmi o vincermi.

Possiamo dunque dire del Cristo che poteva mentire purché si sottintenda "se voleva". E poiché non poté mentire contro la propria volontà né poté voler mentire, si può anche dire che egli non poté essere bugiardo. Così dunque poté e non poté mentire.

BOSONE - Ritorniamo ora a fare delle indagini a suo riguardo, come se ancora non fosse esistito e come abbiamo fatto da principio. Affermo dunque: se non potrà peccare perché, come dici, non potrà volerlo, si conserverà giusto per necessità. Quindi non sarà giusto in forza del libero arbitrio. E qual ricompensa gli si dovrà per la sua giustizia?

Siamo soliti infatti affermare che intenzionalmente Dio ha creato l'angelo e l'uomo con una natura capace di peccare, perché potendo essi abbandonare la giustizia usassero del libero arbitrio per non farlo, meritando così la ricompensa e la lode, alle quali non avrebbero avuto diritto se fossero stati giusti per necessità.

ANSELMO - Gli angeli che ora non possono più peccare non sono dunque degni di lode?

BOSONE - Lo sono certamente, perché tale impossibilità l'hanno meritata in quanto poterono peccare e non vollero.

ANSELMO - Che cosa dici allora di Dio che non può peccare e non ha meritato l'impeccabilità evitando il peccato quando ne aveva la facoltà? Non è degno di lode per questa sua giustizia?

BOSONE - A questo voglio che risponda tu in mia vece. Infatti se dico che non è degno di lode, so di mentire; se poi dico ch'è lodevole temo di indebolire l'argomento che ho esposto parlando degli angeli.

ANSELMO - Gli angeli non devono essere lodati della loro giustizia perché poterono peccare, ma perché, in conseguenza di ciò, la loro impeccabilità proviene in qualche modo da loro. E in questo sono simili a Dio, che ha da se stesso tutto quello che ha.

Diciamo d'altronde di qualcuno che dà una cosa quando non la prende pur potendolo, e che dona la esistenza a una cosa quando potendola distruggere non la distrugge. Così dunque, quando l'angelo poté togliersi la giustizia e non se la tolse, farsi peccatore e non si fece, a ragione si conclude che lui stesso si è data la giustizia e lui stesso si è reso giusto.

In questo senso dunque ha la giustizia da sé, perché la creatura non la può avere in altri modi; e per questo è da lodarsi per la sua giustizia, ed è giusto non di necessità ma per il libero arbitrio, perché impropriamente si parla di necessità dove non c'è alcuna coazione o proibizione. Conseguentemente poiché Dio ha perfettamente da sé tutto quello che ha, è sommamente degno di lode per i beni che ha e conserva non in forza di qualche necessità ma, come ho detto prima, per la sua eterna immutabilità.

Così quell'uomo, che sarà pure Dio, sarà giusto da se stesso e sarà quindi da lodarsi in quanto ogni bene ch'egli avrà, l'avrà da se stesso non per necessità ma dalla libertà. Quantunque infatti la natura umana abbia da quella divina tutto ciò che avrà, tuttavia egli avrà sé da se stesso, poiché le due nature saranno una persona.

BOSONE - Mi hai accontentato e vedo chiaramente che egli non potrà peccare, eppure dovrà ugualmente essere lodato per la sua giustizia.

Ma ora penso che ci si debba chiedere perché mai, dal momento che Dio può creare un simile uomo, non creò così anche gli angeli e i primi due uomini, affinché allo stesso modo non potessero peccare e dovessero venire lodati per la loro giustizia.

ANSELMO - Capisci quello che dici?

BOSONE - Mi sembra di sì e chiedo perché non li abbia fatti tali.

ANSELMO - Perché non era necessario e neppure possibile che tutti costoro fossero identificati personalmente con Dio, come invece affermiamo di questo uomo. E se domandi perché non lo fece in tutte tre le persone divine o almeno in una seconda, rispondo che la ragione esigeva che ciò non avvenisse in alcun modo, anzi lo proibiva assolutamente perché Dio nulla compie senza motivo.

BOSONE - Mi vergogno d'averti chiesto ciò. Prosegui pure e di' quello che dovevi.

ANSELMO - Diciamo dunque che quest'uomo, non essendo peccatore, non doveva morire.

BOSONE - Te lo devo concedere.

XI EGLI MUORE LIBERAMENTE. LA MORTALITÀ NON APPARTIENE ALLA PURA NATURA UMANA



ANSELMO - Ci rimane da chiedere se egli possa morire secondo la natura umana, essendo secondo quella divina sempre incorruttibile.

BOSONE - Perché dovremo dubitarne dal momento che egli deve essere un vero uomo e ogni uomo è naturalmente mortale?

ANSELMO - Non penso che la mortalità appartenga alla pura natura umana, ma a quella corrotta. Infatti se l'uomo non avesse mai peccato e se la sua immortalità fosse stata confermata e fosse divenuta immutabile, non sarebbe stato naturalmente meno uomo. E quando i mortali risorgeranno nella incorruttibilità (cf 1 Cor 15, 42) non saranno uomini meno veri. Infatti, se la mortalità appartenesse essenzialmente alla natura umana, non potrebbe mai essere uomo colui che è immortale. Dunque la corruttibilità o la incorruttibilità non appartiene alla genuinità della natura umana, poiché né l'una né l'altra costituisce o distrugge l'uomo, ma una contribuisce alla miseria e l'altra alla beatitudine dell'uomo.

Tuttavia, poiché nessun uomo è risparmiato dalla morte, l'aggettivo "mortale" è posto nella definizione di uomo da quei filosofi che non credettero che tutto l'uomo un giorno avrebbe potuto o potrebbe essere immortale. Quindi per dimostrare che quell'uomo deve essere mortale non è sufficiente dire che sarà un vero uomo.

BOSONE - Cerca dunque un'altra ragione, perché io non la conosco, se la ignori tu; un'altra ragione che provi che quello può morire.

ANSELMO - Non c'è dubbio che essendo Dio sarà anche onnipotente.

BOSONE - E' vero.

ANSELMO - Dunque se vorrà, potrà deporre la sua anima e riprenderla di nuovo (cf Gv 10, 17-18).

BOSONE - Se non lo potesse, non sarebbe evidente la sua onnipotenza.

ANSELMO - Qualora lo voglia, potrà non morire e potrà pure morire e risorgere. Che deponga la sua anima senza l'intervento di un altro o che intervenga un altro a fargliela deporre col suo permesso, è cosa indifferente per quanto riguarda il suo potere.

BOSONE - Non c'è dubbio.

ANSELMO - Dunque se vorrà permetterlo, potrà essere ucciso; se non vorrà, non potrà essere ucciso.

BOSONE - La ragione ci conduce inevitabilmente a questa conclusione.

ANSELMO - La ragione ci ha pure insegnato che questo uomo deve necessariamente disporre d'un bene più grande di tutto ciò che è sotto Dio per offrirlo a lui spontaneamente e non a titolo di debito.

BOSONE - E' così.

ANSELMO - Ma questo bene non può essere trovato sotto di lui o fuori di lui.

BOSONE - E' vero.

ANSELMO - Dunque lo deve trovare in se stesso.

BOSONE - E' logico.

ANSELMO - Quindi darà o qualcosa di sé, oppure se stesso.

BOSONE - Non vedo altre possibilità.

ANSELMO - Dobbiamo ora cercare quali debbano essere le modalità di questo dono. Infatti non potrà dare a Dio se stesso oppure qualcosa di sé, quasi facendolo diventare di Dio, come se Dio non lo possedesse già in quanto ogni creatura è sua.

BOSONE - E' così.

ANSELMO - Dunque questo dono di sé o di qualcosa di se stesso deve essere concepito nel senso che egli lo offrirà per l'onore di Dio, ma non in qualità di suo debitore.

BOSONE - E' la conseguenza di quanto abbiamo detto.

ANSELMO - Posto che egli dia se stesso a Dio per obbedirgli, sottomettendosi alla sua volontà con la pratica costante della giustizia, con questo non gli dona affatto ciò che Dio non può esigere a titolo di debito. Tutte le creature ragionevoli devono a Dio questa obbedienza.

BOSONE - Non lo si può negare.

ANSELMO - E' necessario quindi che doni a Dio se stesso o qualcosa di sé in un altro modo.

BOSONE - E' la conclusione alla quale ci spinge la ragione.

ANSELMO - Vediamo se per caso la soluzione non stia nel donare la propria vita, ossia nel deporre la propria anima o nel darsi alla morte per l'onore di Dio. Infatti, non potrà esigere questo da lui perché, non essendoci in lui il peccato, non sarà obbligato a morire, come abbiamo detto.

BOSONE - Non posso pensare altrimenti.

ANSELMO - Esaminiamo ancora se ciò sia conforme alla ragione.

BOSONE - Tu parla e io volentieri ascolterò.

ANSELMO - Se l'uomo peccò per il piacere, non è conveniente che soddisfi con la sofferenza? E se il diavolo lo vinse, portandolo a disonorare Dio, con tanta facilità che non possiamo pensarne una più grande, non è giusto che l'uomo vinca il diavolo per l'onore di Dio, espiando il peccato con la più grande difficoltà possibile? Non conviene forse che colui che col peccato s'allontanò da Dio tanto da non potersi allontanare di più, con la soddisfazione si offra a Dio in tal maniera che non si possa attuarne una di maggiore?

BOSONE - Non c'è nulla di più ragionevole.

ANSELMO - L'uomo non può sopportare per l'onore di Dio nulla di più doloroso o difficile che la morte in modo spontaneo e gratuito; e l'uomo non può dare se stesso a Dio più totalmente che abbandonandosi alla morte per la sua gloria.

BOSONE - Tutto questo è vero.

ANSELMO - Dunque colui che vuole soddisfare per il peccato dell'uomo dovrà essere tale da poter morire se lo vuole.

BOSONE - Capisco perfettamente che l'uomo che cerchiamo deve essere tale da non dover morire per necessità perché onnipotente, né per debito perché innocente, ma per libera volontà, essendo ciò necessario.

ANSELMO - Ci sono ancora molti altri motivi per i quali quell'uomo assai convenientemente riveste la somiglianza e il modo di agire degli altri uomini escluso il peccato (cf Eb 4, 15); motivi che si manifestano da soli con maggiore chiarezza e facilità nella sua vita e nelle sue opere di quanto avrebbe potuto manifestarli la ragione prima dell'esperienza.

Chi potrebbe spiegare fino a qual punto era necessario e saggio che colui, che doveva redimere gli uomini e ricondurli dalla via della morte e della perdizione alla via della vita e della beatitudine eterna con i suoi insegnamenti, vivesse con gli uomini (cf Bar 3, 38) e mentre con la parola insegnava loro come dovessero vivere, nella vita si donasse loro come esempio? Come poi sarebbe stato dì esempio ai deboli e ai mortali, insegnando loro a non allontanarsi dalla giustizia per le ingiurie, gli oltraggi, i dolori e la morte, se non avessero conosciuto ch'egli aveva esperienza di tutte queste cose?

XII EGLI NON È MISERO, PUR PARTECIPANDO ALLE NOSTRE PROVE



BOSONE - Tutte queste ragioni mostrano con evidenza che doveva essere mortale e partecipare a tutte le nostre prove. Ma tutte queste prove costituiscono la nostra miseria. Sarà dunque egli pure misero?

ANSELMO - Niente affatto. Come una gioia che uno gusta contro la sua volontà non ha niente a che fare con la beatitudine, così non è una miseria assumere una prova senza necessità, con sapienza e di buon grado.

BOSONE - Bisogna concederlo.

XIII EGLI NON HA ASSUNTO L'IGNORANZA INSIEME ALLE ALTRE NOSTRE MISERIE



BOSONE - Ma - dimmi - in questa somiglianza che egli deve avere cogli uomini, deve essere inclusa anche l'ignoranza assieme alle altre debolezze?

ANSELMO - Perché, dubiti che Dio conosca tutto?

BOSONE - Perché quantunque a causa della natura divina debba essere immortale, tuttavia a causa di quella umana sarà mortale. Che motivo c'è allora di escludere che quell'uomo possa essere veramente ignorante allo stesso modo che sarà veramente mortale?

ANSELMO - L'assunzione dell'uomo nell'unità della persona di Dio sarà fatta sapientemente dalla somma sapienza, e quindi non assumerà ciò che nell'uomo non presenta alcuna utilità anzi è controproducente per l'opera che quello stesso uomo dovrà compiere. L'ignoranza infatti a nulla gli servirebbe, anzi gli nuocerebbe in molte cose. Come senza una immensa sapienza potrebbe egli compiere le azioni così numerose e così grandi che deve compiere? Oppure, come gli uomini gli crederebbero, se lo sapessero ignorante? Se poi non lo conoscessero tale, a che gli servirebbe quella ignoranza? Inoltre, posto che non si ama se non ciò che si conosce, Come non ci sarà alcun bene che egli non ami, così non ci sarà alcun bene che egli ignori.

Ora nessuno conosce perfettamente il bene se non colui che lo sa distinguere dal male. E anche questa distinzione nessuno la sa fare se ignora il male. Dunque, come quello di cui parliamo dovrà conoscere perfettamente ogni bene, così non potrà ignorare alcun male. Avrà quindi ogni scienza, sebbene non la manifesti pubblicamente nei rapporti con gli uomini.

BOSONE - Ciò che dici appare bene nell'età adulta; nella infanzia invece, come non avrà l'età adatta per la manifestazione della sua sapienza, così non solo non avrà la necessità d'averla ma neppure la convenienza.

ANSELMO - Non ho detto che farà sapientemente quell'incarnazione? Infatti Dio sapientemente assumerà la mortalità, di cui farà sapientemente uso in quanto essa deve essere assai utile. Invece non potrà sapientemente assumere l'ignoranza, perché non è mai utile, ma sempre nociva, eccetto quando serve a impedire che la cattiva volontà - che in lui non ci sarà mai - faccia il male. Infatti, benché non produca altri danni, l'ignoranza è nociva per il solo fatto che priva del bene della scienza.

E per soddisfare brevemente le tue domande dirò che sin da quando comincerà a esistere quello uomo sarà sempre ripieno di Dio come di se stesso.

E quindi non sarà mai privo della sua potenza, fortezza e sapienza.

BOSONE - Sebbene sempre avessi creduto che nel Cristo non c'era l'ignoranza, tuttavia te l'ho domandato per sentirne il motivo. Infatti spesso siamo certi di qualche cosa ma non la sappiamo provare con delle ragioni.

XIV LA SUA MORTE SUPERA LA GRANDEZZA E IL NUMERO DI TUTTI I PECCATI



BOSONE - Ti prego ora d'insegnarmi come la sua morte superi il numero e la grandezza di tutti i peccati, proprio perché hai dimostrato che un solo peccato - che stimiamo piccolissimo - è così grande che non lo si dovrebbe commettere neppure se con un solo sguardo contrario alla volontà di Dio si potesse preservare dalla distruzione totale una infinità di mondi pieni di creature come lo è questo nostro.

ANSELMO - Se questo uomo fosse qui presente e tu sapessi chi egli è e ti si dicesse: "se non ucciderai quest'uomo, perirà tutto il mondo e tutto ciò che non è Dio", lo uccideresti tu, per conservare tutte le altre creature?

BOSONE - Non lo farei anche se mi presentassero un numero infinito di mondi.

ANSELMO - E che cosa faresti se ti dicessero: "O lo uccidi o tutti i peccati del mondo verranno sopra di te"?

BOSONE - Risponderei che preferisco caricarmi tutti gli altri peccati, non solo quelli che furono o che saranno commessi in questo mondo ma anche quelli che il pensiero vi può aggiungere, piuttosto che questo solo. E penso che dovrei rispondere così non solo per la sua uccisione, ma anche per la più piccola ferita che gli possa venir inflitta.

ANSELMO - Giudichi bene. Ma, dimmi, perché il tuo cuore giudica così, ispirandoti più orrore per il solo peccato di ferire quest'uomo che non per tutti gli altri che possono essere pensati, dal momento che tutti i peccati senza eccezione si commettono contro di lui?

BOSONE - Perché il peccato che viene commesso contro la sua persona, supera immensamente tutti gli altri, che possono essere pensati indipendentemente dalla sua persona.

ANSELMO - Che dici del fatto che spesso uno accetta più volentieri di subire qualche danno nella propria persona pur di evitare di subirne di maggiori nei beni?

BOSONE - Che Dio non ha bisogno di questa pazienza dal momento che ogni cosa è sottomessa al suo potere, come hai già risposto a una mia precedente domanda.

ANSELMO - Rispondi bene. Dunque comprendiamo che al peccato che danneggia la vita corporale di quest'uomo non può essere paragonata nessuna immensità o moltitudine di peccati non commessi sulla persona di Dio.

BOSONE - E' evidente.

ANSELMO - Quanto buono ti sembra dunque quest'uomo, la cui uccisione è così iniqua?

BOSONE - Se ogni bene è buono tanto quanto è iniqua la sua distruzione, quest'uomo è incomparabilmente più buono di quanto non siano detestabili tutti quei peccati a cui la sua morte è senza alcun confronto superiore.

ANSELMO - Dici la verità. Anzi rifletti che i peccati sono tanto più odiosi quanto più sono cattivi, e che questa vita è tanto più amabile quanto più è eccellente. Da qui la conclusione che questa vita è più amabile di quanto i peccati siano odiosi.

BOSONE - Mi è impossibile non capire.

ANSELMO - Pensi che un bene sì grande e tanto amabile possa essere sufficiente a pagare ciò che è dovuto per i peccati di tutto il mondo?

BOSONE - Anzi può infinitamente di più.

ANSELMO - Vedi dunque come questa vita vince tutti i peccati, se è data per essi.

BOSONE - E' chiaro.

ANSELMO - Dunque, se dare la propria vita è accettare la morte, come il dono di questa vita supera tutti i peccati degli uomini, così anche l'accettazione della morte.

BOSONE - E' evidente che è così per tutti i peccati che non hanno per oggetto la persona di Dio.

XV LA SUA MORTE CANCELLA ANCHE I PECCATI DI COLORO CHE L'UCCISERO



BOSONE - Però ora mi si presenta un'altra cosa da domandare. Infatti, se la sua uccisione è tanto cattiva quanto è buona la sua vita, come può la sua morte superare e cancellare i peccati di coloro che l'hanno ucciso? Oppure se cancella il peccato di qualcuno di loro, come può cancellare anche i peccati degli altri uomini? Crediamo infatti che molti fra essi si sono salvati e che innumerevoli altri si salvano.

ANSELMO - Risolve la questione l'Apostolo quando dice: "Se l'avessero conosciuta (la sapienza), mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria" (1 Cor 2, 8). C'è infatti una grandissima differenza tra il peccato commesso coscientemente e il peccato fatto per ignoranza, per cui un male che nessuno potrebbe mai commettere scientemente data la sua estrema gravità, diventerebbe perdonabile se commesso nell'ignoranza. Certamente nessun uomo potrebbe mai, almeno coscientemente, volere l'uccisione di Dio; quindi coloro che l'uccisero senza saperlo non caddero in quell'infinito peccato, non paragonabile a nessun altro.

Quando infatti abbiamo cercato di conoscere la bontà della sua vita, non abbiamo considerato questo peccato come fatto per ignoranza, ma come fatto scientemente, il che nessuno mai fece, né avrebbe potuto farlo.

BOSONE - Hai mostrato con la ragione come gli uccisori del Cristo possano arrivare al perdono del loro peccato.

ANSELMO - Cosa domandi ancora? Ora vedi come una necessità ragionata mostri che la città superna deve essere completata dagli uomini, come questo non può avvenire senza remissione dei peccati e come l'uomo non può averla se non per opera di un uomo che sia nello stesso tempo anche Dio e che con la sua morte riconcili a Dio gli uomini peccatori. Con chiarezza dunque scopriamo il Cristo, che confessiamo Dio e uomo, morto per noi.

Conosciuto questo senza dubbio alcuno, non si può dubitare, anche se non siamo in grado di capirne sempre le ragioni, che tutto ciò ch'egli dice è certo perché Dio non può mentire, e che quanto egli ha fatto è fatto sapientemente.

BOSONE - Quanto dici è vero e non dubito affatto che quanto egli disse sia vero e che quanto egli ha fatto sia fatto ragionevolmente.

Ma ti chiedo di dimostrarmi perché mai le realtà della fede cristiana, le quali non appaiono agli infedeli né necessarie né possibili, sono necessarie e possibili. E questo non perché tu abbia a consolidarmi nella fede, ma per darmi la soddisfazione d'intendere quelle verità cui sono già solidamente attaccato.

XVI DALLA MASSA PECCATRICE DIO ASSUNSE UNA NATURA UMANA SENZA PECCATO. SALVEZZA DI ADAMO E DI EVA



BOSONE - Come mi hai spiegato con ragioni i quesiti precedenti, così ti domando di spiegarmi con la ragione ciò che ora ti chiederò. E anzitutto come Dio dalla massa peccatrice, cioè dal genere umano tutto infetto dal peccato abbia assunto un uomo senza peccato, come un pane azimo da una massa fermentata. Infatti sebbene la concezione di quell'uomo sia pura e senza la macchia del carnale diletto, tuttavia la Vergine dalla quale è stato assunto fu concepita "nell'iniquità e sua madre la concepì nel peccato" (cf Sal 51, 7) e nacque con il peccato originale, avendo anch'essa peccato in Adamo "nel quale tutti peccarono" (Rm 5, 12).

ANSELMO - Dal momento che abbiamo accertato che quell'uomo è Dio e riconciliatore dei peccatori, non v'è alcun dubbio che sia completamente immune dal peccato. Ora questo non è possibile se non nel caso che egli sia stato assunto senza peccato dalla massa peccatrice. Se tuttavia non riusciamo a capire per quale ragione la sapienza di Dio abbia fatto questo, non dobbiamo meravigliarci, ma accettare con rispetto che ci sia qualcosa di incomprensibile nelle profondità di sì grande avvenimento.

In verità, Dio ha restaurato la natura umana più mirabilmente che non l'abbia creata. Entrambi i fatti sono ugualmente facili per Dio. Ma l'uomo prima di esistere non si era reso indegno con il peccato di ricevere l'esistenza; invece dopo la sua creazione con il peccato meritò di perdere ciò che era e ciò per cui era stato fatto.

Tuttavia non perse del tutto ciò che era, affinché ci fosse uno che potesse essere punito o a cui Dio potesse usare misericordia: due cose impossibili se l'uomo fosse stato ridotto al nulla. Dio dunque ha agito più mirabilmente restaurando l'uomo che creandolo, perché la riabilitazione del peccatore è contro ogni merito, mentre la creazione non riguarda un peccatore né è contro il merito.

Per di più, quale grandezza non rappresenta l'unione di Dio e dell'uomo per cui, pur rimanendo in tutta l'integrità delle due nature, colui che è Dio è nello stesso tempo anche uomo? Chi dunque oserà anche solamente pensare che l'umana intelligenza possa penetrare la sapienza con cui fu fatta questa opera inscrutabile?

BOSONE - Riconosco che nessun uomo può spiegare perfettamente in questa vita un sì grande mistero, e non ti chiedo certo di fare quello che nessun uomo può fare, ma solamente quello che puoi. Mi persuaderai meglio che in questo mistero si nascondono ragioni più profonde, mostrandomi che ne vedi qualcuna, più che provando con il silenzio che la tua intelligenza non ne scorge alcuna.

ANSELMO - Vedo che non posso liberarmi dalla tua importunità; però se potrò in qualche modo mostrare ciò che domandi, rendiamo grazie a Dio. Se non ne avrò la capacità, dovrai accontentarti delle prove già date. Stabilita infatti la necessità che Dio si faccia uomo, non è possibile dubitare che gli manchi la sapienza e la potenza per farlo senza assumere il peccato.

BOSONE - Lo ammetto volentieri.

ANSELMO - Occorre certamente che la redenzione operata da Cristo non sia di vantaggio solamente a coloro che vivevano in quel tempo, ma anche agli altri. Poniamo infatti il caso che ci sia un re contro il quale tutti gli abitanti di una sua città peccarono tanto gravemente che nessuno di loro può evitare la condanna a morte, a eccezione di uno solo, che pure è della loro stirpe. Quest'unico innocente gode tanto credito presso il re da poter riconciliare con il re tutti coloro che avranno confidenza nel suo consiglio e d'altra parte ha tanto amore verso i colpevoli da volerlo fare.

Questo l'otterrà compiendo un servizio che piacerà molto al re e che egli compirà nel giorno stabilito dalla volontà del re, E siccome tutti coloro che vogliono essere riconciliati non possono radunarsi per quel giorno, il re concede, data la grandezza del servizio, che vengano assolti da ogni colpa passata anche tutti coloro che sia prima che dopo avranno proclamato la loro volontà di ottenere perdono in virtù dell'azione che sarà compiuta in quel giorno e di aderire al patto che verrà stabilito.

Il re concede anche che, se dopo questo primo perdono accade loro di peccare di nuovo, ricevano ancora il perdono in virtù di questo stesso accordo, se vorranno correggersi e dare una degna soddisfazione.

Nessuno può entrare nel suo palazzo prima che sia compiuta l'azione che li deve liberare dalla colpa.

Secondo questa parabola, non potendo tutti gli uomini che dovevano salvarsi essere presenti quando Cristo compì la redenzione, venne data alla sua morte tanta potenza che i suoi effetti si possano estendere nel tempo e nello spazio anche a coloro che non vi erano presenti. Che la sua morte non debba essere di aiuto solo ai presenti lo si arguisce facilmente dal fatto che non potevano esservi presenti tanti individui quanti sono necessari alla costruzione della città superna; e questo anche nella ipotesi che fossero stati ammessi alla redenzione tutti quelli che vivevano in quel momento, dovunque si trovassero.

I diavoli infatti, che gli uomini devono sostituire, sono più numerosi degli uomini che vivevano in quel giorno. Né si deve credere che dalla creazione dell'uomo ci sia stato qualche lasso di tempo durante il quale questo mondo, adorno di tante creature fatte per l'uomo, non abbia contato fra le cose che gli appartenevano qualche individuo del genere umano che potesse arrivare al fine per cui fu creato.

Sembra infatti sconveniente che Dio abbia permesso che anche per un solo istante il genere umano e le cose che creò per coloro che dovranno riempire la città superna siano esistite quasi invano. Avremmo infatti l'impressione che la loro esistenza sia vana fino a quando non le vedessimo sussistere per colui per il quale soprattutto furono create.

BOSONE - Con un ragionamento appropriato, a cui nulla sembra opporsi, dimostri che dopo la creazione dell’uomo non ci fu mai alcun momento in cui non siano esistiti degli individui inclusi in quella riconciliazione, senza la quale ogni uomo sarebbe stato creato invano. Anzi possiamo concludere che ciò non solo è conveniente ma anche necessario, perché se questo è più conveniente e più ragionevole dell'opposto - e cioè che per un certo tempo non ci sia stato nessuno nel quale si potesse realizzare il fine per il quale Dio creò l'uomo - e se nulla si oppone alla ragione data, è necessario che ci sia sempre stato qualcuno partecipe della predetta riconciliazione. Conseguentemente non si deve dubitare che Adamo ed Eva facciano parte della redenzione, nonostante che l'autorità divina non lo dica espressamente.

ANSELMO - Sembra incredibile che quando Dio li creò e immutabilmente decise di fare discendere da loro tutti gli uomini che voleva portare nella città celeste abbia escluso da questo disegno loro due.

BOSONE - Anzi si deve credere che li abbia creati proprio perché fossero tra coloro per i quali furono fatti.

ANSELMO - Ragioni bene. Però, prima della morte di Cristo nessuna anima poté entrare nel paradiso celeste, come ho detto prima parlando del palazzo del re.

BOSONE - Così crediamo.

ANSELMO - La Vergine poi, dalla quale è stato assunto l'uomo di cui parliamo, fu del numero di coloro che vennero da lui purificati dal peccato prima della sua nascita; ed egli fu assunto dalla Vergine già purificata.

BOSONE - Quello che esponi mi piacerebbe molto, se non lasciasse fraintendere che quest'uomo, che deve essere immune dal peccato per se stesso, lo sia invece per la madre e che non sia mondo per virtù propria ma per quella della madre.

ANSELMO - Non è così; e poiché la purezza della madre, che lo rende puro, proviene da lui, anch'egli è puro per se stesso e da se stesso.

BOSONE - Basta su questo argomento. Tuttavia mi sembra che ci sia ancora qualcosa d'altro da chiedere. Abbiamo detto prima che quell'uomo non doveva necessariamente morire e ora vediamo che sua madre divenne pura per la sua futura morte. Ora se tale morte non ci fosse stata, egli non avrebbe potuto nascere da lei. Quindi come si può affermare che non morì necessariamente colui che non ebbe l'esistenza che per morire? Se infatti non avesse dovuto morire, la Vergine dalla quale fu assunto non sarebbe stata pura, poiché non poté ottenere questa purezza che credendo alla verità della sua morte; ed egli d'altronde non poté essere assunto da lei in altra maniera.

Perciò se, dopo essere stato assunto dalla Vergine, non morì necessariamente, egli poté anche non essere assunto dalla Vergine dopo esserlo stato: il che è impossibile.

ANSELMO - Se tu avessi meditato bene ciò che prima è stato detto, penso che vi avresti trovato la soluzione di questa questione.

BOSONE - Non vedo come.

ANSELMO - Mentre cercavamo se poteva mentire, non abbiamo forse dimostrato che ci sono due poteri a proposito della bugia: uno di voler mentire, l'altro di mentire? e non abbiamo dimostrato che egli è degno di lode per la giustizia con cui rispettò la verità quando, pur avendo il potere di mentire, si donò da se stesso il potere di non voler mentire?

BOSONE - E' cosi.

ANSELMO - Così pure nei riguardi della vita, c'è il potere di conservarla e il potere di volerla conservare. Quando dunque si domanda se questo Dio-uomo potesse conservare la propria vita così da non morire mai, non si può dubitare che sempre abbia avuto il potere di conservarla, sebbene non abbia potuto voler conservarla così da non morire mai. E siccome ebbe da se stesso la volontà di non potere, donò la sua vita non per necessità ma per libero potere.

BOSONE - Il potere di mentire e il potere di conservare la vita non furono perfettamente uguali. Infatti nel primo caso abbiamo che se voleva poteva mentire; qui invece anche se volesse non morire, non lo potrebbe, come non potrebbe non essere ciò che è. Infatti è uomo proprio per morire e per la fede in questa morte futura può essere assunto dalla Vergine, come hai detto prima.

ANSELMO - Così come pensi che non poté non morire o che morì per necessità perché non poté non essere ciò che era, così puoi affermare che non poté volere di non morire o che volle morire per necessità poiché non poté non essere ciò che era, perché si fece uomo non tanto per morire quanto per volere morire. Quindi come non devi dire che non poté voler non morire o che volle morire per necessità, così non si deve dire che non poté non morire o che morì per necessità.

BOSONE - Al contrario, dal momento che morire e voler morire si fondano sulla medesima ragione, sembra che ambedue le cose siano imposte dalla necessità. ANSELMO - Chi fu a voler spontaneamente farsi uomo per morire con la stessa volontà immutabile, e per rendere pura, mediante la fede in questa realtà, la Vergine dalla quale quell'uomo sarebbe stato preso?

BOSONE - Dio, il Figlio di Dio.

ANSELMO - E non abbiamo già dimostrato che la volontà di Dio non è spinta da alcuna necessità, ma che anche quando si dice che fa qualcosa per necessità si mantiene nella sua libera immutabilità?

BOSONE - Sì, questo è stato dimostrato. Vediamo però che ciò che Dio immutabilmente vuole non può non accadere, anzi avviene necessariamente. Quindi se Dio volle che quell'uomo morisse, egli non poté non morire.

ANSELMO - Dal fatto che il Figlio di Dio assunse la natura umana con la volontà di morire tu tiri la conclusione che quell'uomo non poteva non morire.

BOSONE - E' ciò che intendo.

ANSELMO - Da ciò che è stato detto però non segue anche che il Figlio di Dio e l'uomo assunto costituiscono una sola persona, così che lo stesso è Dio e uomo, Figlio di Dio e figlio della Vergine?

BOSONE - Sì.

ANSELMO - Quindi questo stesso uomo per la sua volontà non poté non morire, e morì.

BOSONE - Non lo posso negare.

ANSELMO - Poiché dunque la volontà di Dio non fa nulla per necessità ma tutto liberamente, e la volontà di quello fu volontà di Dio, egli non morì per necessità ma spontaneamente.

BOSONE - Non posso obiettare alle tue argomentazioni. Infatti non posso in alcun modo dimostrare la debolezza delle premesse che poni e delle conclusioni che ne tiri. Però mi ritorna sempre l'obiezione che ho esposto: se volesse non morire non lo potrebbe, come non può non essere ciò che era. Infatti doveva veramente morire, altrimenti se non avesse dovuto veramente morire non ci sarebbe stata quella vera fede nella sua futura morte per cui la Vergine, dalla quale nacque, e molti altri sono stati purificati dal peccato. Se non fosse stata vera, non sarebbe servita a nulla. Quindi se poté non morire, poté fare che non fosse vero ciò che era vero.

ANSELMO - E perché prima che morisse era vero che doveva morire?

BOSONE - Perché egli lo volle spontaneamente e con immutabile volontà.

ANSELMO - Se, come dici, non poté non morire, perché doveva veramente morire e doveva veramente morire perché lo volle spontaneamente e immutabilmente, ne segue che non poteva non morire per il solo motivo che con volontà immutabile volle morire.

BOSONE - E' così. Ma qualunque sia la causa, rimane tuttavia vero che non poté non morire e che fu necessario che morisse.

ANSELMO - T'attacchi troppo a un nonnulla e, come si suol dire, cerchi il nodo nel giunco.

BOSONE - Ti sei dimenticato che cosa ho obiettato alle tue scuse al principio di questa nostra disputa? Non ti ho chiesto spiegazioni per i dotti, ma per me e per quelli che lo domandavano con me. Sopporta dunque che io chieda, spinto dalla lentezza e dalla pochezza della nostra intelligenza, e continua ad accontentare me e tutti gli altri anche nelle domande puerili, come hai fatto fin qui.

XVII IN DIO NON C’È NECESSITÀ O IMPOSSIBILITÀ. SIGNIFICATO DEI TERMINI: NECESSITÀ OBBLIGANTE E NECESSITÀ NON OBBLIGANTE



ANSELMO - Abbiamo già detto che parliamo impropriamente quando affermiamo che Dio non può fare una cosa o che la fa necessariamente, perché ogni necessità e impossibilità è sottoposta alla sua volontà, e la sua volontà non è sottomessa a nessuna impossibilità o necessità.

Nessuna cosa infatti è necessaria o impossibile se non perché egli la volle tale; che poi egli voglia o non voglia una cosa per necessità o impossibilità è contrario al vero. Quindi dal momento che fa tutto ciò che vuole e solamente ciò che vuole, nessuna specie di necessità o di impossibilità previene il suo volere o non volere, il suo fare o non fare, sebbene voglia e faccia immutabilmente molte cose.

Quando Dio compie una cosa, dopo che essa è compiuta, non può fare che non sia compiuta e rimane sempre vero che è stata fatta; tuttavia parlando rettamente non si dice che a Dio è impossibile far sì che ciò che è passato non sia passato. Qui infatti non agisce la necessità di non fare o la impossibilità di fare, ma la sola volontà di Dio che, essendo la stessa verità, vuole che la verità sia sempre immutabile come effettivamente lo è.

Allo stesso modo, se egli si propone in modo immutabile di fare una cosa, sebbene ciò che egli si propone non possa non essere futuro, prima che avvenga, tuttavia in lui non c'è alcuna necessità di fare o impossibilità di non fare, perché solo la volontà agisce in lui. Ogni volta che si dice "Dio non può" non si nega a Dio alcun potere, ma si indica una insuperabile potenza e forza. Dicendo ch'egli non può fare una cosa s'intende solamente dire che nulla può indurlo a farla.

E' usuale il dire che una cosa ha un dato potere, non perché lo ha essa ma un'altra; o che una cosa non ha un dato potere, non perché l'impotenza sia in essa ma altrove. Così diciamo: "Quest'uomo può essere vinto", invece di "qualcuno può vincerlo"; e "quello non può essere vinto" invece di "nessuno può vincerlo". A rigor di termini il poter essere vinti non è un potere ma una impotenza; e il poter non essere vinti non è impotenza ma potenza. Se diciamo che Dio fa qualcosa per necessità non è perché in lui ci sia qualche necessità, ma perché essa c'è in un altro, come ho detto a proposito dell'impotenza parlando della frase "Dio non può". Infatti ogni necessità è o una coazione o un impedimento, e queste due forme di necessità si scambiano fra di loro a titolo contrario, come il necessario e l'impossibile.

Tutto ciò che esiste per forza è impossibilitato a non esistere e tutto ciò che non esiste per forza è impossibilitato a esistere; come del resto ciò che necessariamente esiste è impossibile che non esista e ciò che necessariamente non esiste è impossibile che esista. Dicendo che necessariamente questa cosa è o non è in Dio, non intendiamo dire che ci sia in lui una necessità che lo obbliga o lo impedisce, ma che in tutte le altre cose c'è una necessità che impedisce loro di agire e le costringe a non fare qualcosa di contrario a ciò che s'è detto di Dio.

Così quando affermiamo che necessariamente Dio dice sempre la verità e che mai dice il falso, non s'intende esprimere altro che in lui v'è tale impegno nel rispettare la verità che necessariamente nulla può far sì che egli non dica la verità o dica il falso. E quindi quando affermiamo che quell'uomo, il quale, come abbiamo detto, per l'unità della persona si identifica con il Figlio di Dio, con Dio, non poté non morire o voler non morire dopo essere nato dalla Vergine, non intendiamo asserire in lui l'esistenza d'una impossibilità a conservare o a voler conservare la sua vita immortale, ma piuttosto l'immutabilità della sua volontà per la quale spontaneamente si fece uomo e attraverso la perseveranza in essa poté morire senza che nulla potesse cambiare tale volontà.

Se potesse voler mentire o ingannare o cambiare un volere che antecedentemente volle immutabile, si dovrebbe parlare piuttosto di impotenza che di potenza. E se, come ho già detto, quando uno si propone di far spontaneamente una cosa buona e in seguito con la stessa volontà compie ciò che si è proposto, sebbene possa esservi costretto nel caso che si rifiuti di mantenere la promessa, non si deve affermare che compie ciò che fa per necessità, ma piuttosto per quella libera volontà con cui ha promesso. Infatti non si deve dire che una cosa è compiuta per necessità o non è compiuta per impossibilità, quando né la necessità né la impossibilità compie qualcosa ma la sola volontà. E se così avviene per l'uomo, molto più la necessità o l'impossibilità non si devono neppure nominare nei riguardi di Dio, il quale fa solamente quello che vuole, e la cui volontà non può essere costretta o impedita da alcuna forza.

Per questo c'era in Cristo la diversità delle nature e l'unità della persona, perché ciò che era necessario per la restaurazione dell'uomo fosse compiuto dalla natura divina, se non lo poteva l'umana, e ciò che era indegno della natura divina fosse realizzato da quella umana; così pure che non ci fossero due individui distinti, ma uno solo che esistendo perfettamente in ambedue le nature pagasse con la natura umana ciò che questa doveva e con la divina potesse fare ciò che era utile.

La stessa Vergine infine, che venne purificata per la fede affinché l'umanità dell'uomo-Dio potesse essere assunta da lei, credette ch'egli sarebbe morto perché lo volle, come aveva imparato dal profeta che aveva detto di lui: " E' stato offerto perché volle " (Is 53, 7). Quindi, essendo la sua fede vera, era necessario che l'avvenimento futuro fosse conforme alla sua fede. E se ti turba ancora la parola "era necessario", pensa che la verità della fede della Vergine non fu la causa per la quale egli spontaneamente morì, ma piuttosto quella fede fu vera perché quello doveva avvenire.

Se perciò dico: " Era necessario che morisse per la sua sola volontà perché la fede e la profezia, che precedettero, furono vere" è come se dicessi: "Fu necessario che così avvenisse perché così sarebbe avvenuto". Ora una necessità di tale specie non costringe una cosa all'esistenza, ma l'esistenza d'una cosa pone la necessità di esistenza.

C'è infatti una necessità antecedente che è causa dell'esistenza di una cosa, e c'è una necessità susseguente che è causata da una cosa. Indichiamo una necessità antecedente e causante quando diciamo che il cielo è mosso perché è necessario che venga mosso; indichiamo al contrario una necessità susseguente e non causante quando dico che parli necessariamente perché parli. Infatti quando dico questo, intendo dire che nulla può far sì che tu non stia parlando mentre stai parlando, e non che ci sia qualcosa che ti costringe a parlare. Infatti la violenza della condizione naturale costringe il cielo a girare, mentre nessuna necessità ti costringe a parlare. Dovunque c’è una necessità antecedente ce n'è anche una susseguente; però dove ce n'è una susseguente non ce n’è per ciò stesso una antecedente. Possiamo infatti dire che è necessario che il cielo giri perché di fatto gira; ma non è ugualmente vero che tu parli necessariamente per il fatto che parli. Questa necessità susseguente corre attraverso ogni tempo in questo modo: ciò che è stato è necessario che sia stato; ciò che è, è necessario che sia e che abbia dovuto essere. Questa è quella necessità di cui parla Aristotele nel trattato sulle proposizioni singolari e future, e che sembra distruggere una delle proposizioni contrarie e stabilire che tutto esiste per necessità.

E siccome furono vere la fede e la profezia che riguardavano il Cristo, il quale doveva volontariamente e non necessariamente morire, bisognava che così avvenisse in virtù di questa necessità susseguente e non causante. Per questa si fece uomo; per questa compì e patì tutto quello che fece e patì; per questa volle tutto quanto volle. Quindi questi fatti avvennero necessariamente perché sarebbero avvenuti perché avvennero; avvennero perché avvennero.

Se vuoi conoscere la vera necessità di tutto ciò che fece e patì, sappi che tutto avvenne necessariamente perché lo volle. Però la sua volontà non fu preceduta da alcuna necessità. Se dunque questi fatti si compirono perché lui volle, se egli non avesse voluto non si sarebbero verificati. Conseguentemente nessuno gli tolse l'anima, ma lui stesso se ne spogliò e di nuovo la prese, perché aveva il potere "di dare la sua anima e di riprenderla" come egli stesso dice (Gv 10, 18).

BOSONE - Mi hai accontentato, dimostrandomi che non si può provare che egli abbia subito la morte per necessità, e non mi pento d'essermi mostrato importuno per fartelo fare.

ANSELMO - Penso d'avere mostrato con una ragione sicura come Dio abbia assunto dalla massa peccatrice una natura umana senza peccato. Ma, a mio avviso, non si deve negare che ne esiste un'altra oltre quella che abbiamo esposto, tenendo pure presente che Dio può fare ciò che l'intelligenza dell'uomo non può comprendere.

Ma siccome la ragione esposta mi sembra sufficiente e siccome, se ne volessi cercare un'altra, dovrei di necessità spiegare che cosa è il peccato originale e come si propaga dai primi uomini a tutto il genere umano - eccezion fatta per l'uomo di cui parliamo - e sfiorare certe altre questioni che da sole reclamano un trattato, accontentiamoci di quella esposta e proseguiamo a spiegare quanto ci rimane dell'opera cominciata.

BOSONE - Come vuoi, ma a condizione che un giorno, con l'aiuto di Dio, riprenderai, come cosa dovuta, la spiegazione di questa ragione che ora non vuoi esporre.

ANSELMO - Non rifiuto ciò che chiedi, perché coltivo anch'io questo desiderio. Ma poiché non sono certo del futuro, non oso promettere e mi affido al volere divino.

XVIII LA MORTE DI CRISTO DÀ SODDISFAZIONE A DIO PER I PECCATI DEGLI UOMINI. IN CHE SENSO CRISTO DOVETTE E NON DOVETTE PATIRE



ANSELMO - Ma dimmi ora che cosa ti sembra si debba rispondere alla questione che hai proposto all'inizio e che ne ha richiamate molte altre.

BOSONE - In poche parole la questione è questa: perché Dio si è fatto uomo per salvare con la propria morte l'uomo, quando, almeno sembra, avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato in altro modo? E tu, rispondendo con numerose e necessarie ragioni, hai dimostrato come la restaurazione della natura umana non avrebbe dovuto essere rimandata né sarebbe potuta avvenire, se l'uomo non avesse pagato a Dio ciò che gli doveva per il peccato.

Ma il debito era così grande che per soddisfarlo, essendo obbligato solo l'uomo ma potendolo so lo Dio, occorreva che quell'uomo fosse pure Dio. Quindi era necessario che Dio assumesse l'uomo nell'unità di persona per far sì che colui che doveva pagare e non poteva secondo la sua natura, fosse personalmente identico a colui che lo poteva.

Hai poi spiegato come quell'uomo che doveva essere Dio dovesse essere assunto da una Vergine e nella persona del Figlio di Dio e come abbia potuto essere preso dalla massa peccatrice senza peccato. Hai anche dimostrato che la vita di quest'uomo è così sublime e preziosa che può bastare a risarcire i peccati di tutto il mondo, anzi che vale infinitamente di più.

Rimane dunque da chiarire come questa vita venga data a Dio per i peccati degli uomini.

ANSELMO - Se si è lasciato uccidere per la giustizia, non ha dato la sua vita per l'onore di Dio?

BOSONE - Se posso comprendere ciò di cui non dubito - sebbene non veda come abbia agito ragionevolmente proprio perché poteva insieme e salvaguardare completamente la giustizia e non perdere in eterno la sua vita - confesserò che egli fece a Dio per il suo onore e liberamente un dono tale che nulla di ciò che non è Dio può reggere al confronto e soddisfare tutti i debiti di ogni uomo.

ANSELMO - Non capisci che sopportando con benigna pazienza gli insulti, gli oltraggi e la morte in croce tra i ladroni per la giustizia che, come abbiamo detto, obbedendo conservava, diede un grande esempio agli uomini così da spingerli a non allontanarsi dalla giustizia che devono a Dio, nonostante tutti i disagi che possono provare? Questo esempio egli non lo avrebbe dato se, ricorrendo alla sua potenza, avesse evitato la morte che gli veniva inflitta per una tale causa.

BOSONE - Sembra che abbia dato questo esempio senza alcuna necessità, perché sappiamo che molti prima della sua venuta, e Giovanni Battista dopo la sua venuta, ma prima della sua morte, l'hanno dato a sufficienza sopportando coraggiosamente la morte per la verità.

ANSELMO - Nessun uomo, all'infuori di lui, morendo, diede a Dio una cosa che non dovesse un giorno necessariamente perdere, o pagò ciò che non doveva. Egli invece liberamente offrì al Padre ciò che nessuna necessità gli avrebbe mai fatto perdere, e pagò per i peccatori quello che non era obbligato a pagare per sé. Perciò diede un esempio molto più grande ed efficace nel far sì che nessuno dubiti di ridare a Dio per se stesso, quando la ragione lo domanda, ciò che un giorno sicuramente dovrà abbandonare. Egli infatti senza averne personalmente alcun bisogno e senza essere costretto a farlo per gli altri ai quali non doveva che il castigo, donò una vita così preziosa, anzi se stesso, cioè una persona si sublime e con tale volontà.

BOSONE - Ti avvicini molto al mio desiderio. Ma non impazientirti se ti chiedo una cosa, che ti può sembrare stupida, ma alla quale io non saprei rispondere se ne venissi richiesto. Tu dici che morendo egli diede quello che non doveva. Nessuno però potrà negare che egli ha agito in modo migliore donando un simile esempio e che questo è più gradito a Dio che il non averlo fatto; e neppure dirà che egli non avrebbe dovuto fare ciò che era migliore e ciò che capiva essere più gradito a Dio. Come dunque affermeremo che egli non dovette dare a Dio ciò che fece e ciò che capì essere migliore e più gradito a Dio, soprattutto perché la creatura deve a Dio quanto essa è, sa, e può?

ANSELMO - Benché la creatura non abbia nulla da sé, tuttavia, quando Dio le concede di fare o di non fare lecitamente una cosa, le dà la possibilità di scegliere o l'una o l'altra. Per cui, sebbene una sia migliore dell'altra, la creatura non è obbligata in maniera determinata né all'una né all'altra; ma sia che compia quella migliore sia che compia l'altra, si deve dire che doveva fare ciò che fa. E se compie la cosa migliore essa ha un premio in quanto liberamente dà ciò che è suo.

Per esempio, pur essendo la verginità migliore del matrimonio, nessuno dei due stati è imposto all'uomo in modo determinato, ma diciamo che sia chi usa del matrimonio sia chi preferisce conservare la verginità fa quello che deve fare. Nessuno affermerà che non si deve scegliere la verginità o il matrimonio; ma che ciascuno deve fare ciò che preferisce prima di scegliere l'uno o l'altro stato, e se sceglie la verginità può attendere una ricompensa per il dono che liberamente offre a Dio.

Pertanto quando affermi che la creatura deve a Dio ciò che conosce come migliore e lo può attuare, se intendi "a titolo di giustizia" e non sottintendi "se Dio lo comanda" non sempre è vero. Perché, come ho detto, l'uomo non deve praticare la verginità a titolo di debito, ma deve usare del matrimonio se lo preferisce.

E se la parola "dovere" ti crea delle difficoltà e non la puoi separare dall'idea di debito, sappi che come alle volte le parole "potere", "non potere" e "necessità" vengono usate non perché siano nelle cose di cui si parla, ma in altre, così qui viene usata la parola "dovere". Così, quando si dice che i poveri devono ricevere l'elemosina dai ricchi, si intende dire che i ricchi devono fare l'elemosina ai poveri. Infatti questo debito non lo si deve esigere dal povero ma dal ricco.

Si dice anche che Dio deve sovrastare tutte le cose non perché egli sia con ciò in qualche modo debitore, ma perché tutto deve essere a lui sottomesso. Si dice anche che deve fare ciò che vuole, perché ciò che vuole è ciò che deve essere. Così quando una creatura vuoi fare ciò che è in suo potere di fare o di non fare, si dice che deve farlo perché ciò che vuole è ciò che deve essere. Così quando il Signore Gesù, come abbiamo detto, volle subire la morte, poiché era in suo potere il subirla e il non subirla, dovette fare ciò che fece in quanto dovette essere fatto ciò che volle; e non dovette farlo in quanto non c'era alcun titolo di debito.

Cioè, poiché questo stesso individuo è insieme Dio e uomo, da quando è uomo, secondo la natura umana ha ricevuto dalla natura divina (che si distingue da quella umana) di avere come proprio tutto ciò che aveva per cui non era in obbligo di dare se non ciò che voleva; a causa della persona invece tutto ciò che aveva lo aveva talmente da se stesso e gli era così perfettamente sufficiente che non doveva pagare niente a nessuno e non aveva bisogno di dare perché gli fosse ridonato qualcosa.

BOSONE - Ora vedo chiaramente che per nessuna ragione si sottomise alla morte per l'onore di Dio a titolo di debito, come la mia ragione sembrava dimostrare, e ciò nonostante dovette fare ciò che fece.

ANSELMO - E' così, e quell'onore va a tutta la Trinità. E poiché quel medesimo è Dio, Figlio di Dio, offrì sé a se stesso per il proprio onore e si offrì anche al Padre e allo Spirito Santo; cioè la sua umanità alla sua divinità che è unica e uguale per le tre persone. Tuttavia per rimanere nella stessa verità ed esprimere più chiaramente ciò che vogliamo, abitualmente diciamo che il Figlio spontaneamente offrì se stesso al Padre. Infatti in questo modo si parla con la massima proprietà, perché anche in una sola persona è compreso tutto Dio, a cui egli si offrì secondo l'umanità; inoltre quando si predica che in questo modo il Figlio intercede per noi presso il Padre, l'uso dei vocaboli "Padre" e "Figlio" suscita nel cuore degli uditori una certa quale immensa tenerezza.

BOSONE - Lo accetto con tutto il cuore.

XIX QUANTO RAGIONEVOLMENTE DALLA SUA MORTE SGORGHI LA SALVEZZA UMANA



ANSELMO - Guardiamo ora, come più possiamo, quanto ragionevolmente sgorghi dalla morte dell'uomo-Dio la salvezza umana.

BOSONE - A questo aspira il mio cuore. Infatti, sebbene mi sembri di capire, voglio che tu mi faccia la tessitura delle ragioni.

ANSELMO - Non c'è bisogno di spiegare quanto sia grande il dono che il Figlio spontaneamente offrì.

BOSONE - È chiaro abbastanza.

ANSELMO - Suppongo che non penserai che debba rimanere senza ricompensa colui che spontaneamente offre un così grande dono a Dio.

BOSONE - Al contrario vedo la necessità che il Padre ricompensi il Figlio. Altrimenti si mostrerebbe o ingiusto se non lo volesse, o impotente se non lo potesse: cose tutte estranee a Dio.

ANSELMO - Colui che ricompensa qualcuno o gli dona ciò che egli non ha o gli condona ciò che potrebbe da lui esigere. Ora prima ancora di compiere questa grande opera il Figlio possedeva tutto ciò che era del Padre, né mai ebbe un debito che gli potesse venir condonato. Che premio dunque verrà dato a colui che non ha bisogno di nulla e al quale nulla può essere dato o condonato?

BOSONE - Vedo da una parte la necessità del premio e dall'altra l'impossibilità; perché è necessario che Dio dia ciò che deve e non c e cosa che possa essere donata.

ANSELMO - Se un premio così grande e così meritato non viene dato né a lui né ad altri, sembrerà che il Figlio abbia compiuto invano un'opera così grande.

BOSONE - È empio il pensarlo.

ANSELMO - Dal momento dunque che il premio non può essere dato a lui, necessariamente deve essere dato a qualche altro.

BOSONE - E' una conclusione inevitabile.

ANSELMO - Se il Figlio volesse che ciò che gli è dovuto sia dato a un altro, potrebbe il Padre legittimamente impedirglielo o negarlo a colui al quale egli lo vuol dare?

BOSONE - Al contrario credo giusto e necessario che il Padre lo dia a colui al quale il Figlio lo vorrà dare, perché al Figlio è lecito dare ciò che è suo e il Padre può dare ciò che deve solo a un altro.

ANSELMO - A chi più convenientemente assegnerà il frutto e il premio della sua morte se non a coloro per la salute dei quali si è fatto uomo - come la ragionevolezza della verità ci ha insegnato - e ai quali, come abbiamo detto, morendo diede l'esempio di come si muore per la giustizia? Invano infatti sarebbero suoi imitatori, se non fossero partecipi dei suoi meriti. O chi più giustamente costituirà eredi di un diritto del quale non ha bisogno, e della sua sovrabbondante pienezza se non i suoi parenti e fratelli - che vede consumarsi nel bisogno e nel profondo della miseria, vincolati da tanti e tali debiti - così da condonare il debito contratto con i peccati e da dare loro quello di cui i peccati li hanno privati.

BOSONE - Il mondo non può udire nulla di più ragionevole, dolce e desiderabile. E questo mi riempie di tanta fiducia che non posso più dire di quanta gioia s'allieta il mio cuore. Mi sembra infatti che Dio non rigetti alcun uomo che si avvicini a lui sotto questo nome.

ANSELMO - E' proprio così, purché si avvicini come si deve. Come poi ci si debba avvicinare alla partecipazione di tanta grazia e come si debba vivere sotto di essa, ce lo insegna a ogni passo la Sacra Scrittura, che è fondata sopra la solida verità come sopra robusto fondamento - che con l'aiuto di Dio abbiamo potuto in qualche modo intravedere.

BOSONE - Veramente ciò che viene edificato sopra questo fondamento ha le basi sulla solida pietra (cf Lc 6, 48).

ANSELMO - Penso d'aver soddisfatto abbastanza alla tua questione. Veramente uno più dotato di me lo potrebbe fare in maniera più completa. Esistono infatti altre ragioni più profonde e più numerose di quelle che la mia o la mortale intelligenza possano comprendere intorno a questo mistero.

E' chiaro anche che Dio non aveva alcun bisogno di fare quello che abbiamo spiegato, ma l'immutabile verità così esigeva. Sebbene infatti si dica che ciò che quell'uomo fece, lo fece Dio a causa dell'unità della persona, tuttavia Dio non aveva bisogno di scendere dal cielo per vincere il diavolo né di lottare contro di lui secondo le leggi della giustizia per liberare l'uomo; ma Dio esigeva che l'uomo vincesse il diavolo e che colui che peccando aveva offeso Dio pagasse secondo giustizia. Al diavolo, Dio non doveva che la punizione, e anche l'uomo non gli doveva che il contraccambio, cioè: essendo stato vinto da lui, doveva vincerlo a sua volta. Però tutto quello che si esigeva dall'uomo, l'uomo lo doveva a Dio e non al diavolo.

XX GRANDEZZA E GIUSTIZIA DELLA MISERICORDIA DI DIO



ANSELMO - La misericordia di Dio che ti sembrava negata quando approfondivamo la giustizia divina e il peccato dell'uomo, la ritroviamo ora così grande e così armonizzata con la giustizia, che non la si può pensare più grande e più giusta. Infatti quale condotta può essere più misericordiosa di quella del Padre che dice al peccatore condannato a tormenti eterni e privo di ciò che potrebbe salvarlo: "Prendi il mio Unigenito e offrilo per te"; mentre il Figlio a sua volta gli dice: "Prendimi e salvati"? E' questo che essi ci dicono quando ci chiamano e attirano alla fede cristiana. Che cosa infatti di più giusto che colui a cui viene dato un prezzo più grande di ogni debito rimetta ogni debito, posto che il dono gli sia dato con i dovuti sentimenti?

XXI È IMPOSSIBILE CHE IL DIAVOLO SI RICONCILI CON DIO



ANSELMO - Se attentamente consideri la redenzione umana, capirai che la riconciliazione del diavolo, sulla quale mi hai interrogato, è impossibile. Come infatti l'uomo non poté essere riconciliato che per mezzo di un uomo-Dio - che poté morire e con la sua giustizia restituire a Dio ciò che questi aveva perduto a causa del peccato dell'uomo - così gli angeli dannati non potrebbero venire salvati che da un angelo-Dio, che possa morire e che per la sua giustizia ridoni a Dio ciò che i peccati degli altri gli hanno tolto.

E come l'uomo non doveva essere rialzato da un altro uomo, che non appartenesse alla stessa schiatta benché della medesima natura; così nessun angelo deve essere salvato da un altro angelo perché, sebbene essi siano tutti della stessa natura, non sono anche della stessa schiatta come gli uomini. Infatti gli angeli non discendono da un solo angelo, come gli uomini da un solo uomo.

C'è anche un'altra ragione che impedisce la loro restaurazione, e cioè: come caddero senza che qualcuno recasse loro danno o facilitasse la loro caduta, così devono rialzarsi senza l'aiuto di alcuno. E questo è impossibile per loro. Infatti non possono essere rimessi nella dignità che dovevano avere, poiché se non avessero peccato avrebbero perseverato nella verità (cf Gv 8, 44) senza l'aiuto altrui e con la potenza che avevano ricevuto. Quindi se qualcuno pensasse che un giorno la redenzione del nostro Salvatore deve abbracciare anche loro, ha qui le prove con le quali può ragionevolmente convincersi che irragionevolmente si sbaglierebbe. E questo non lo dico perché il valore della sua morte non superi in eccellenza tutti i peccati degli uomini e degli angeli, ma perché una ragione immutabile si oppone alla salvezza degli angeli caduti.

XXII LA VERITÀ DEL VECCHIO E DEL NUOVO TESTAMENTO È PROVATA DA CIÒ CHE È STATO DETTO



BOSONE - Tutto ciò che affermi mi sembra ragionevole e tale da non poter essere contraddetto da nulla. Anzi con la soluzione della sola questione che abbiamo proposto vedo provato tutto ciò che è contenuto nel Nuovo e nel Vecchio Testamento. Infatti tu provi apoditticamente che Dio si è fatto uomo e con metodo (che se anche venissero tolti i pochi elementi che hai preso dai nostri libri parlando, per esempio, delle tre persone di Dio e di Adamo è tale da appagare con la sola ragione non soltanto i giudei ma anche i pagani.

Ora, dal momento che lo stesso Dio-uomo fonda il Nuovo Testamento e approva il Vecchio e poiché è necessario riconoscere che egli è verace, nessuno può negare la verità di qualunque affermazione ivi contenuta.

ANSELMO - Se abbiamo detto qualcosa che deve essere corretto non ricuso la correzione, purché essa sia conforme a ragione. Se invece ciò che crediamo d'avere scoperto per le vie della ragione è confermato dalla testimonianza della verità, dobbiamo attribuirlo non a noi ma a Dio, che è benedetto nei secoli. Così sia.



Autore: Sant'Anselmo
Fonte: http://www.monasterovirtuale.it/anselmo-perche-un-dio-uomo.html
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