Le ritrattazioni - libro secondo

Sant'Agostino d'Ippona

Le ritrattazioni - libro secondo
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Agostino Aurelio Questo libro incomincia così: Grosso è il problema della menzogna

LIBRO SECONDO



I. (XXVIII) – A Simpliciano, due libri
1.1 I primi due libri da me composti da vescovo sono rivolti a Simpliciano, il vescovo della Chiesa milanese succeduto al beatissimo Ambrogio e trattano di diverse questioni: due di esse, ricavate dalla Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani, formano il primo libro. La prima riguarda il brano che incomincia con le parole: Che diremo dunque, che la legge è peccato? Certamente no! fino alle parole: Chi mi libererà dal corpo di questa morte? La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Nel mio commento ho inteso le parole dell’Apostolo: La legge è spirituale, ma io sono carnale, e quanto nel brano tratta della lotta della carne contro lo spirito come descrizione dell’uomo che si trova tuttora sotto la legge, e non è ancora sotto la grazia. Molto tempo dopo ho compreso – e questa interpretazione è più probabile – che quelle possono anche essere le parole di un uomo spirituale·. La successiva questione discussa in questo libro riguarda il brano che va dalle parole: Non solo lei, ma anche Rebecca, che ebbe una prole da un’unica unione con Isacco, nostro padre, alle parole: Se il Signore degli Eserciti non ci avesse lasciato un seme saremmo divenuti come Sodoma e simili a Gomorra.

Nella soluzione di questa questione mi sono dato molto da fare per sostenere il libero arbitrio della volontà umana, ma ha vinto la grazia di Dio, e non si è potuto che addivenire alla piena comprensione di quanto l’Apostolo afferma con somma chiarezza e verità: Chi può fare per te una distinzione? Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se lo hai ricevuto perché te ne glori come se non lo avessi ricevuto? Volendo illustrare questo concetto il martire Cipriano l’ha integralmente condensato in un titolo: In nulla ci dobbiamo gloriare dal momento che nulla ci appartiene

1.2 Tutte le altre questioni, che riguardano esclusivamente quella parte della Scrittura recante come titolo I Regni, vengono affrontate nel secondo libro ed anche tutte risolte, compatibilmente con i miei limiti.

La prima questione riguarda il passo in cui si legge: E lo Spirito del Signore si portò su Saul, messa a confronto con l’altro: E lo spirito malvagio del Signore fu in Saul·. Nella spiegazione ho detto: Mentre è in potere di ciascuno il volere qualcosa, non lo è altrettanto il poterlo realizzare. S’è detto questo nel senso che non è in nostro potere se non ciò che, quando lo vogliamo, si realizza. La volontà ha dunque la precedenza in assoluto ed è un fatto che questa stessa volontà si presenta immediatamente appena lo vogliamo. Ma è dall’alto che riceviamo la facoltà di condurre rettamente la nostra vita, ove la volontà sia preparata dal Signore.

La seconda questione riguarda il senso delle parole: "·Mi pento di aver fatto re Saul·";

la terza discute se lo spirito immondo che era nella pitonessa abbia potuto agire in modo che Samuele fosse visto da Saul e parlasse con lui·;

la quarta delle parole: "·Entrò il re David e sedette davanti al Signore·";

la quinta delle parole di Elia: "·O Signore, testimone di questa vedova con la quale abito nella sua casa, hai fatto male a uccidere suo figlio·"·.

Quest’opera incomincia così: Senz’altro graditissima e dolcissima.

II (XXIX) – Contro la Lettera di Manicheo detta del fondamento, un libro
2 Il libro Contro la lettera di Manicheo detta del fondamento· ne contesta solo gli inizi. In ogni altra sua parte, però, quando mi è parso opportuno, ho inserito delle annotazioni dalle quali risulta totalmente vanificata, e che avrebbero dovuto costituire un punto d’avvio, qualora avessi avuto il tempo di estendere la mia polemica all’intera lettera.

Questo libro incomincia così: L’unico vero Dio onnipotente.

III (XXX) – Il combattimento cristiano, un libro
3 Il libro su Il combattimento cristiano è stato scritto in un linguaggio semplice per i fratelli non esperti nella lingua latina. Contiene la regola della fede e le norme del vivere·. In esso ho detto: Non ascoltiamo coloro che negano che vi sarà la risurrezione della carne e ricordano, a sostegno, le parole dell’apostolo Paolo: "·La carne e il sangue non possederanno il regno di Dio·". Non si rendono conto che lo stesso Apostolo dice: "·Occorre che questo corpo corruttibile si rivesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si rivesta di immortalità·": quando questo sarà avvenuto non ci saranno più carne e sangue, ma un corpo celeste. Queste parole non vanno intese nel senso che non vi sarà più la sostanza della carne: occorre rendersi conto che l’Apostolo con i termini carne e sangue ha inteso designare la corruzione della carne e del sangue che non vi sarà più in quel regno nel quale la carne sarà incorruttibile·. È possibile anche un’altra interpretazione: potremmo intendere che l’Apostolo abbia chiamato carne e sangue le opere della carne e del sangue e che non possederanno il Regno di Dio coloro che ameranno con ostinazione tali opere. Questo libro inizia così: Corona di vittoria.

IV (XXXI) – La dottrina cristiana, quattro libri
4.1 Avevo trovato incompleti i libri su La dottrina cristiana e preferii completare l’opera anziché lasciarla così come si trovava per passare alla revisione di altri scritti. Ho così completato il terzo libro la cui stesura giungeva fino al punto nel quale è ricordata la testimonianza della donna che, come si legge nel Vangelo, ha nascosto il lievito in tre misure di farina in attesa che fermenti il tuttoHo anche aggiunto un ultimo libro, portando l’opera a quattro. I primi tre servono ad intendere le Scritture, il quarto ad esporre quanto s’è inteso·.

4.2 A proposito di quanto avevo affermato nel secondo libro, che cioè a scrivere il libro comunemente noto come Sapienza di Salomone sarebbe stato quel medesimo Gesù, figlio di Sirach, che compose l’Ecclesiastico, appresi successivamente che le cose non stavano così e potei appurare che molto più probabilmente costui non ne era l’autore·. Dove ho detto: A questi quarantaquattro libri si limita l’autorità dell’Antico Testamento, sono ricorso all’espressione Antico Testamento seguendo l’uso della Chiesa, anche se è vero che l’Apostolo sembra ricorrere a questa espressione esclusivamente in rapporto con la legge data sul monte Sinai·. Quanto all’affermazione che S. Ambrogio avrebbe risolto una questione cronologica facendo di Geremia e di Platone dei contemporanei, trattasi in realtà di una mia caduta di memoria. Ciò che quel vescovo ha scritto su questa questione lo si legge nel libro ch’egli compose su I Sacramenti o su La filosofia·.

L’opera incomincia con le parole: Vi sono alcune norme.

V (XXXII) – Contro il partito di Donato, due libri
5 Vi sono due miei libri che hanno questo titolo: Contro il partito di Donato. Nel primo avevo detto di non approvare che degli scismatici fossero costretti alla comunione dalla forza di un potere secolare.

Questo era allora il mio pensiero·, poiché non avevo ancora sperimentato quali nefandezze avrebbero osato se impuniti e quanto potesse loro giovare, per cambiare in meglio, un rigido controllo.

Quest’opera incomincia così: Poiché i Donatisti a noi.

VI (XXXIII) – Le Confessioni, tredici libri
6.1 I tredici libri delle mie Confessioni lodano Dio giusto e buono per le azioni buone e cattive che ho compiuto, e volgono a Dio la mente e il cuore dell’uomo. Per quanto mi riguarda hanno esercitato questa azione su di me mentre li scrivevo e continuano ad esercitarla quando li leggo·. Che cosa ne pensino gli altri è affar loro: so però che sono molto piaciuti e tuttora piacciono a molti fratelli. I libri che vanno dal primo al decimo hanno me come oggetto, i rimanenti tre trattano delle Sacre Scritture a partire dalle parole: In principio Dio fece il cielo e la terra, fino al riposo del sabato.

6.2 Nel quarto libro, confessando la sofferenza del mio animo per la morte di un amico, avevo detto che le nostre due anime formavano un’anima sola. Ed avevo aggiunto: Temevo forse di morire, pensando che così sarebbe del tutto morto colui che avevo molto amato. Questa però mi sembra più una declamazione inconsistente che una confessione profonda, anche se in qualche modo questa banalità è attenuata dall’aggiunta di un forse·. Nel tredicesimo libro non ho adeguatamente meditato le parole: Il firmamento è stato creato fra le acque spirituali superiori e le acque materiali inferiori. Trattasi comunque di un argomento assai oscuro·.

Quest’opera incomincia così: Grande sei, Signore.

VII (XXXIV) – Contro il manicheo Fausto, trentatré libri
7.1 Contro il manicheo Fausto·, che attaccava con tono blasfemo la Legge, i Profeti, il loro Dio e l’incarnazione di Cristo e che diceva falsificate le Scritture del Nuovo Testamento che lo incriminano·, ho scritto un grosso lavoro nel quale riporto le sue parole opponendo loro le mie risposte. Consta di trentatré discussioni che non vedo perché non dovrei considerare libri. Alcuni sono, è vero, molto brevi, ma sono comunque libri. Uno di essi anzi, quello nel quale vien difesa la vita dei Patriarchi contro le sue accuse non è raggiunto per ampiezza da quasi nessuno degli altri miei libri.

7.2 Nel terzo libro, nello spiegare come Giuseppe potesse aver avuto due padri ho detto: Perché dall’uno era nato, mentre dall’altro era stato adottato. Avrei però anche dovuto indicare il tipo di adozione. Da quanto ho detto infatti sembra risultare che lo avesse adottato un altro padre ancora vivo. La legge dava in adozione i figli anche ai morti ordinando che il fratello sposasse la moglie del fratello morto senza figli e procurasse così al fratello defunto un discendente dalla stessa donna. Si spiega così abbastanza come si possa parlare di due padri per uno stesso uomo. Erano fratelli uterini quelli nei quali si verificò tale situazione: l’uno dei due, cioè Giacobbe, sposò la moglie dell’altro fratello defunto, che si chiamava Eli, e da lui Matteo narra che sarebbe nato Giuseppe. Ma lo generò per il suo fratello uterino il cui figlio, come dice Luca, fu Giuseppe, non però come figlio naturale, ma come figlio adottivo secondo la legge. Questo chiarimento s’è trovato in una lettera scritta da persone che ne trattarono, sfruttandone il ricordo recente, dopo l’ascensione del Signore. Africano· non ha omesso neppure il nome della donna che generò Giacobbe, padre di Giuseppe, dal precedente marito Mathan – il quale Mathan risulta appunto, secondo Matteo, padre di Giacobbe e nonno di Giuseppe – e che generò da un successivo marito di nome Melchi quell’Eli di cui Giuseppe fu il figlio adottivo. Quando rispondevo a Fausto non avevo ancor letto di tale vicenda, anche se non avevo alcun dubbio che grazie all’adozione potesse capitare che un uomo avesse due padri.

7.3 Nel dodicesimo e nel tredicesimo libro s’è discusso del secondo figlio di Noè, chiamato Cam, facendo intendere ch’egli fu maledetto dal padre in se stesso, e non in Canaan suo figlio, come risulta dalla Scrittura·. Nel quattordicesimo s’è parlato del sole e della luna come se avessero una sensibilità e per questo accettassero di avere degli sciocchi adoratori. È possibile però intendere quelle espressioni come trasferite da ciò che è animato a ciò che è inanimato, attraverso il ricorso a quella figura che in greco prende il nome di metafora. Così, per esempio, nella Scrittura si parla del mare che freme nel ventre di sua madre volendone uscire· mentre in realtà il mare non possiede volontà alcuna. Nel ventinovesimo ho scritto: Guardiamoci bene dal dire che nelle membra dei santi, anche in quelle preposte alla generazione, vi sia qualcosa di osceno. Quelle parti vengono definite indecenti in quanto non hanno l’aspetto decoroso proprio di quelle esposte alla vista. In altri nostri scritti composti successivamente s’è data una spiegazione più accettabile del motivo per cui anche l’Apostolo ha definito indecenti quelle parti: esse lo sono a causa della legge che nelle nostre membra si oppone alla legge della mente, pur essendo questa una conseguenza del peccato e non dell’originaria istituzione della natura umana.

Quest’opera incomincia così: Ci fu un certo Fausto.

VIII (XXXV) – Contro il manicheo Felice, due libri
8 Avevo discusso per due giorni, in chiesa, alla presenza del popolo, contro un manicheo di nome Felice·. Era venuto ad Ippona per diffondere quel medesimo errore e faceva parte dei maestri di quella setta. Benché per nulla esperto nelle arti liberali, era però più abile di Fortunato.

Quanto all’opera trattasi di Atti ecclesiastici che vengono però ugualmente annoverati fra i miei scritti. Consta di due libri nel secondo dei quali si discute del libero arbitrio della volontà sia per compiere il bene sia per commettere il male. In considerazione dell’avversario col quale dovevamo discutere non abbiamo invece sentito la necessità di trattare della grazia che rende veramente liberi coloro dei quali è scritto: Se il Figlio vi libererà, allora sarete veramente liberi.

Quest’opera incomincia così: Sotto il sesto consolato dell’imperatore Onorio, addì 7 dicembre·.

IX (XXXVI) – La natura del bene, un libro
9 Il libro Sulla natura del bene è uno scritto antimanicheo. In esso si dimostra che Dio è una natura immutabile e si identifica col sommo bene. Da lui derivano tutte le nature sia spirituali sia materiali e tutte, in quanto nature, sono buone; vi si tratta anche della natura e dell’origine del male, mostrando quanti mali i Manichei pongano nella natura del bene e quanti beni in quella del male, nelle due nature, cioè, postulate dalla loro erronea dottrina·.

Quest’opera incomincia così: Il sommo Bene, del quale non ve n’è uno maggiore, è Dio.

X (XXXVII) – Contro il manicheo Secondino, un libro
10 Un certo Secondino·, appartenente a quel gruppo di adepti che i Manichei non chiamano eletti, "·ma uditori·"·, e che non conoscevo neppure di vista, mi aveva scritto una lettera proclamandosi mio amico. In essa mi rimproverava rispettosamente di attaccare con i miei scritti quell’eresia e mi esortava a non farlo e ad aderire piuttosto ad essa, prendendone le difese e criticando la fede cattolica. Gli ho risposto con una lettera. Poiché tuttavia all’inizio dell’opuscolo non è riportato né il nome del mittente né quello del destinatario, esso fa parte dei miei libri e non delle mie lettere. All’inizio dello scritto ho riportato anche il testo della sua lettera. Considero questo volume, intitolato Contro il manicheo Secondino, il migliore che io abbia scritto contro quell’autentica peste che è il Manicheismo·.

Questo libro incomincia così: La benevolenza nei miei riguardi che emerge dalla tua lettera.

XI (XXXVIII) – Contro Ilaro, un libro
11 Nel frattempo un certo Ilaro, un cattolico laico che aveva rivestito la carica di tribuno, non so perché, ma seguendo un costume alquanto diffuso, fu preso da grande irritazione contro i ministri di Dio. Ovunque poteva attaccava con critiche malevole l’uso, che incominciava allora ad affermarsi in Cartagine, di intonare dinanzi all’altare degli inni tratti dai Salmi, sia prima dell’offerta sia nel momento in cui ciò che era stato offerto veniva distribuito al popolo, sostenendo che questo non si doveva fare·. Gli ho risposto sollecitato dai fratelli e ho intitolato il libro che ne è risultato: Contro Ilaro.

Questo libro incomincia così: Coloro che dicono che la menzione dell’Antico Testamento.

XII (XXXIX) – Questioni evangeliche, due libri
12 Trattasi di alcune note esplicative a passi del Vangelo secondo Matteo e ad altri di quello secondo Luca: le une sono raccolte nel primo libro, le altre nel secondo. Titolo di quest’opera è: Questioni evangeliche. Il prologo da me premesso all’opera spiega sufficientemente perché trovano posto in questi miei libri solo le questioni tratte da quei Vangeli e quali esse sono·. Ho anche aggiunto un elenco numerato delle questioni per permettere a chiunque di trovare subito, con l’ausilio dei numeri, ciò che desidera. Nel primo libro, là dove ho detto che il Signore rivelò separatamente a due discepoli la sua passione, sono stato tratto in inganno da un errore del mio testo·: la lezione esatta è dodici, non due. Nel secondo libro volevo chiarire in che senso Giuseppe, la cui sposa è detta la Vergine Maria, avesse avuto due padri ed ho pertanto scritto: Non è esatto quanto si dice, che cioè il fratello avesse sposato la moglie del fratello defunto per assicurargli una discendenza secondo la legge: questa infatti ordinava che il nascituro prendesse il nome del defunto. Ma quanto da me affermato non è vero: la legge stabiliva che la menzione del nome del defunto servisse ad assicurare che il nascituro fosse dichiarato suo figlio, non che ne prendesse il nome·.

Questo libro incomincia così: Quest’opera non è stata scritta così.

XIII (XL) – Annotazioni al libro di Giobbe, un libro
13 Non mi sarebbe facile dire se questo libro intitolato Annotazioni al libro di Giobbe sia opera mia o di coloro che, come hanno potuto o voluto, hanno raccolto quelle annotazioni in un unico testo, trascrivendole dai margini del manoscritto·. Sono di gradevolissima lettura per i pochissimi che sono in grado di comprenderle. È però inevitabile ch’essi si trovino in difficoltà per l’incomprensibilità di molti tratti: capita infatti spesso che gli stessi passi commentati non siano riportati in modo che risulti evidente l’oggetto del commento. Inoltre alla concisione dei pensieri s’accompagna una tale oscurità che il lettore riesce con difficoltà a sopportarla ed è costretto a sorvolare sopra molte parti senza averle comprese. Ho infine trovato il testo di quest’opera in un tale stato di corruzione nei codici da me posseduti che non sono riuscito a correggerlo. Non vorrei che si dicesse che l’ho pubblicato, ma so che dei fratelli lo posseggono e non ho potuto sottrarmi a un loro desiderio.

Questo libro incomincia così: E aveva molti beni sulla terra.

XIV (XLI) – La catechesi degli incolti, un libro
14 C’è un nostro libro su La catechesi degli incolti che reca questo stesso titolo·. In esso ho detto: E l’angelo che assieme agli altri spiriti, suoi schiavi, abbandonò per superbia l’obbedienza a Dio e divenne il diavolo, non nocque a Dio, ma a se stesso. Dio sa infatti ricollocare nell’ordine le anime che lo abbandonano.

Sarebbe più corretto dire: Gli spiriti che lo avevano abbandonato, dal momento che si trattava di angeli.

Questo libro incomincia così: Mi hai chiesto, o fratello Deogratias.

XV (XLII) – La Trinità, quindici libri
15.1 Ho impiegato alcuni anni per comporre i libri su La Trinità, che è Dio. Già però nel tempo in cui non ero ancora giunto alla fine del dodicesimo e avevo trattenuto presso di me quelli già composti troppo a lungo rispetto all’aspettativa di coloro che avrebbero voluto averli, quei libri mi vennero sottratti, pur non essendo ancora corretti come avrebbero potuto e dovuto esserlo al momento in cui avessi deciso di pubblicarli. Quando me ne accorsi, visto che me n’erano rimasti altri esemplari, decisi di non pubblicarli di persona, ma di conservarli, ripromettendomi di chiarire l’accaduto in qualche altro mio scritto. In seguito però alle pressioni dei fratelli, alle quali non seppi resistere, provvidi a correggerli nei limiti che ritenni opportuno, completai l’opera e la pubblicai. Premisi al testo una lettera, indirizzata al venerabile Aurelio, vescovo della Chiesa di Cartagine, e in questa sorta di prologo esposi ciò che m’era accaduto, ciò che avevo avuto in mente di fare e ciò che in realtà avevo fatto per l’affettuosa pressione dei fratelli·.

15.2 Nell’undicesimo libro, trattando del corpo visibile ho detto: Perciò amarlo equivale a una pazzia. L’affermazione vale per quel tipo d’amore secondo il quale si pensa che, godendo dell’oggetto del proprio amore, si possa esser felici. Non è invece follia amare una bellezza sensibile in lode del Creatore e giungere così alla felicità vera godendo dello stesso Creatore·. Ho ugualmente detto nel medesimo libro: Non mi ricordo di un volatile quadrupede, perché non l’ho visto, ma riesco facilmente a costruirne l’immagine aggiungendo a un tipo di volatile che ho visto oltre due altre zampe che pure ho visto. Dicendo questo non ero riuscito a ricordarmi dei volatili quadrupedi dei quali parla la Legge. Essa non annovera fra i piedi le due zampe posteriori che servono alle cavallette per saltare. Definisce inoltre queste ultime monde, distinguendole così da quei consimili volatili immondi che non riescono a saltare con quelle zampe come gli scarabei. Tutti gli animali di questo tipo son definiti nella Legge volatili quadrupedi·.

15.3 Non mi soddisfa la spiegazione da me data nel dodicesimo libro delle parole dell’Apostolo: Ogni peccato compiuto dall’uomo è fuori del suo corpo. Quanto alle parole: Chi commette fornicazione pecca contro il proprio corpo non penso vadano intese nel senso che si macchia di fornicazione colui che compie un’azione per ottenere i piaceri che si presentano attraverso il corpo e pone in questo il fine del suo bene. Tale comportamento comprende un numero ben maggiore di peccati di quello di fornicazione, che vien perpetrato in una unione illecita e del quale soltanto sembra parlare l’Apostolo nel passo citato·.

Quest’opera, ove si escluda la lettera, che solo in un secondo tempo ho collocato all’inizio, incomincia così: Il lettore di queste mie discussioni sulla Trinità.

XVI (XLIII) – L’accordo fra gli Evangelisti, quattro libri
16 Nei medesimi anni nei quali a poco a poco venivo dettando i miei libri su La Trinità ne ho scritti anche altri, sfruttando, con una perenne attività, il tempo lasciato libero dai primi. Di questi fan parte i quattro libri sull’accordo fra gli Evangelisti, rivolti contro coloro che li calunniano come fossero in contrasto fra loro·. Il primo è scritto contro coloro che onorano o fingono di onorare Cristo come un uomo di grande sapienza, ma non credono al Vangelo in quanto scritto non da lui, ma dai suoi discepoli che a torto gli attribuirebbero la divinità per cui è creduto Dio·. In questo libro ho detto che gli Ebrei traggono origine da Abramo ed è perciò anche credibile che il nome Ebrei derivi da un originario Abraei. È però più esatto intendere ch’essi traggano il loro nome da colui che era chiamato Eber· e ch’essi fossero detti originariamente Eberei. Di questo argomento ho trattato piuttosto ampiamente nel libro sedicesimo de La Città di Dio. Nel secondo, trattando dei due padri di Giuseppe, ho detto che dall’uno era stato generato e dall’altro adottato. Avrei dovuto dire: adottato per l’altroDi fatto – ed è più credibile – era stato adottato, secondo la legge per il defunto, in quanto colui che lo aveva generato aveva sposato sua madre, in quanto moglie del fratello defunto. Ho anche detto: Luca risale allo stesso David attraverso Nathan e per mezzo di questo profeta Dio fece espiare a David il suo peccato. Avrei dovuto dire: Per mezzo di un profeta di quel nome, e ciò perché non si ritenesse trattarsi della stessa persona: in effetti si trattava di un altro, nonostante il nome uguale.

Quest’opera incomincia così: Fra tutte le divine autorità.

XVII (XLIV) – Contro la lettera di Parmeniano, tre libri
17 Nei tre libri Contro la lettera di Parmeniano, vescovo dei Donatisti di Cartagine e successore di Donato·, vien dibattuta e condotta a soluzione una grossa questione. Vi si discute se nell’unità e nella comunione degli stessi sacramenti i cattivi possano contaminare i buoni e come accada che non li contaminino. Trattasi di una questione che coinvolge la Chiesa diffusa in tutto il mondo dalla quale essi, ricorrendo a calunnie, hanno defezionato con lo scisma.

Nel terzo libro, discutendo il senso delle parole dell’Apostolo: Togliete il male da voi stessi, avevo inteso che significassero: Ciascuno tolga il male da se stesso. Ch’esse non vadano intese così, ma indichino piuttosto l’esigenza che l’uomo malvagio sia allontanato dalla società dei buoni, come avviene grazie alla disciplina della Chiesa, risulta abbondantemente dal testo greco. In esso non c’è ambiguità in quanto da ciò ch’è scritto si può intendere solo il malvagio e non il male·. Ciò non toglie che io abbia risposto a Parmeniano anche in base a questa seconda interpretazione.

Quest’opera incomincia così: In altra occasione molte obiezioni contro i Donatisti.

XVIII (XLV) – Il battesimo, sette libri
18 Contro i Donatisti, che cercavano di difendersi rifacendosi all’autorità del beatissimo vescovo e martire Cipriano, ho scritto sette libri su Il battesimo. In essi ho dimostrato che, per confutare i Donatisti e chiudere loro definitivamente la bocca, perché la smettano di difendere il loro scisma, nulla è più efficace degli scritti e del comportamento di Cipriano·. Dovunque in quei libri ho parlato di una Chiesa senza macchia e senza ruga non si deve intendere che già lo sia, ma che si prepara ad esserlo al momento in cui si rivelerà anche gloriosa. Per ora, a causa di certa ignoranza e fragilità dei suoi membri, ha ogni giorno motivo di dire a nome della totalità dei fedeli: Rimetti a noi i nostri debiti·. Nel quarto libro, a sostegno dell’affermazione che la sofferenza può sostituire il battesimo, ho addotto il noto episodio del ladrone. Trattasi però di esempio poco adatto in quanto non si sa se il ladrone non avesse effettivamente ricevuto il battesimo·. Nel settimo libro, a proposito dei vasi d’oro e d’argento posti in una grande casa, ho seguito l’interpretazione di Cipriano, il quale considerava questi come beni, e quelli di legno e d’argilla come mali, riferendo ai primi le parole: Alcuni per usi onorevoli e ai secondi le parole: Altri per usi riprovevoli. Mi convince di più però l’interpretazione che in seguito ho trovato o rilevato in Ticonio. Secondo tale interpretazione in entrambe le categorie di vasi ve ne sono di posti in onore, che non sono solo quelli d’oro e d’argento, e allo stesso modo in entrambe le categorie ve ne sono di abietti, che non sono solo quelli di legno e d’argilla.

Quest’opera incomincia così: In quei libri che contro la lettera di Parmeniano.

XIX (XLVI) – Contro le osservazioni presentate da Centurio, del partito dei Donatisti, un libro·
19 Mentre ci davamo molto da fare con continue discussioni Contro il partito dei Donatisti, un laico, che allora faceva parte del loro gruppo, presentò in chiesa delle osservazioni contro di noi, in forma orale o scritta, condensando il tutto in poche proposizioni che suffragherebbero la loro causa. A queste ho risposto molto brevemente·. Il titolo di questo libretto è: Contro le osservazioni presentate da Centurio, del partito dei Donatisti.

E incomincia così: Dici per quanto è scritto in Salomone: "·Astieniti dall’acqua altrui·".

XX (XLVII) – Risposte ai quesiti di Gennaro, due libri
20 I due libri intitolati Risposte ai quesiti di Gennaro contengono molte discussioni sulla pratica dei sacramenti·, considerandone sia gli aspetti che la Chiesa osserva universalmente, sia su quelli che osserva con modalità particolari, vale a dire non allo stesso modo in tutti i luoghi·. Non si è potuto tuttavia parlare di tutti, ma si è data un’adeguata risposta a tutte le domande. Il primo di questi libri è una lettera, recando in testa il nome del mittente e del destinatario. L’opera è tuttavia ugualmente annoverata fra i miei libri, poiché il successivo, che non reca il mio nome e quello del destinatario, è molto più lungo e tratta un numero maggiore di argomenti·. Nel primo libro, a proposito della manna, ho detto che provocava al palato il gusto che ciascuno desiderava, ma non so su quale base scritturistica il fatto possa trovare conferma, ove si escluda il Libro della Sapienza, cui gli Ebrei non attribuiscono autorità canonica·. Ciò poté comunque verificarsi per coloro che erano rimasti fedeli a Dio, ma non per quelli che mormoravano contro di lui: non avrebbero infatti desiderato altri cibi se la manna avesse assunto il sapore che desideravano·.

Quest’opera incomincia così: Ai tuoi quesiti.

XXI (XLVIII) – Il lavoro dei monaci, un libro
21 Fu la forza delle circostanze che mi costrinse a scrivere un libro su Il lavoro dei monaci. In Cartagine incominciavano a costituirsi dei monasteri·, ma mentre alcuni monaci si mantenevano con le proprie mani in obbedienza all’Apostolo·, altri volevano vivere con le offerte delle persone religiose: non facendo nulla per avere o supplire al necessario, ritenevano e si vantavano di adempiere meglio il precetto evangelico, espresso dalle parole del Signore: Guardate i volatili del cielo e i gigli del campo. In tale situazione anche fra i laici non totalmente impegnati sulla via della perfezione, ma dal temperamento focoso, sorsero violenti contrasti che turbavano la Chiesa, sostenendo gli uni una tesi e gli altri quella contraria. A ciò s’aggiungeva che alcuni di coloro che sostenevano l’astensione dal lavoro avevano la chioma lunga·. S’accrescevano perciò i contrasti fra accusatori da una parte e difensori dall’altra, in proporzione con la passionalità delle parti in lotta. In seguito a questi fatti il vecchio Aurelio, vescovo della chiesa cittadina, mi ordinò di scrivere qualcosa in proposito, ed io l’ho fatto.

Questo libro incomincia così: Al tuo ordine, santo fratello Aurelio.

XXII (XLIX) – La dignità del matrimonio, un libro
22.1 L’eresia di Gioviniano, che equiparava il merito acquisito dalle sante vergini alla castità matrimoniale, si affermò a tal punto nella città di Roma che si diceva avesse indotto alle nozze anche alcune religiose, sulla cui pudicizia non era stato avanzato in precedenza alcun dubbio. Esercitava su di loro tale pressione argomentando soprattutto in questo modo: "·Sei dunque migliore di Sara, migliore di Susanna o di Anna?·". E ricordava tutte le altre donne maggiormente portate ad esempio dalla Scrittura alle quali esse non avrebbero potuto pretendere di essere superiori od anche eguali. In questo modo, ricordando e paragonando i padri coniugati, distruggeva anche la sacralità del celibato di uomini autenticamente santi. La Santa Chiesa del luogo fece opposizione a questa mostruosità con grande forza e fedeltà·. Queste sue argomentazioni, che nessuno osava proporre pubblicamente, sopravvissero tuttavia in certe discussioni appena sussurrate. Ho dovuto allora, con l’aiuto che il Signore mi concedeva, porre rimedio a tali veleni e alla loro occulta diffusione. E a maggior ragione ho dovuto farlo in quanto si pretendeva che a Gioviniano fosse possibile opporsi non lodando, ma solo condannando il matrimonio·. Per tali ragioni ho scritto un libro intitolato: La dignità del matrimonio. In esso però, visto che il tema dell’opera sembra riguardare l’unione di corpi mortali, non ho affrontato, rimandandolo ad altra occasione, il problema relativo alla propagazione della prole prima che gli uomini meritassero la morte col peccato. Trattasi di una questione importante, ma penso di averne sufficientemente trattato in libri successivi·.

22.2 In un passo ho detto: Ciò che è il cibo per la conservazione del corpo, lo è l’unione sessuale per la conservazione del genere umano. In entrambi i casi interviene un piacere carnale, ma esso, ridotto entro i suoi limiti e indirizzato, grazie al freno della temperanza, verso il suo uso naturale, non può essere passione. S’è detto questo perché non è passione il buono e corretto uso della passione. Come è male un cattivo uso dei beni, così è bene un buon uso dei mali. Di questo argomento ho trattato più approfonditamente altrove, soprattutto in polemica con i nuovi eretici seguaci di Pelagio. Non approvo pienamente quanto ho detto di Abramo, che cioè il padre Abramo, che pure aveva una moglie, era pronto per obbedienza a restare senza il suo unico figlio dopo averlo ucciso di persona. C’è piuttosto da ritenere ch’egli credesse che suo figlio, se ucciso, gli sarebbe stato subito restituito tramite la risurrezione, come si legge nella Lettera agli Ebrei. Questo libro incomincia così: Poiché ogni uomo è parte del genere umano.

XXIII (L) – La santa verginità, un libro
23 Dopo che avevo scritto su La dignità del matrimonio ci si aspettava che scrivessi su La santa verginità. Non ho frapposto indugi e, per quanto ho potuto nei limiti di un unico libro, ho mostrato quanto sia grande questo dono di Dio e con quanta umiltà vada custodito·.

Questo libro incomincia così: Abbiamo appena pubblicato un libro sulla dignità del matrimonio.

XXIV (LI) – L’interpretazione letterale della Genesi, dodici libri
24.1 Nel medesimo tempo ho scritto dodici libri Sulla Genesi, dall’inizio alla cacciata di Adamo dal Paradiso, quando fu collocata la spada di fuoco a difesa del passaggio verso l’albero della vita. Quando, a questo punto, avevo già condotto a termine undici libri, ne ho aggiunto un dodicesimo, nel quale si discute assai approfonditamente del paradiso. Titolo di questi libri è: L’interpretazione letterale della Genesi, dove per letterale s’intende un’interpretazione non allegorica, ma fondata sui fatti visti nella loro realtà storica. In quest’opera i problemi affrontati sono in numero maggiore delle soluzioni proposte e queste ultime solo in numero piuttosto limitato possono dirsi definitive, mentre tutte le altre questioni sono presentate in modo tale da aver bisogno di ulteriori approfondimenti. Questi libri li ho iniziati dopo e terminati prima del mio scritto su La Trinità. Ne parlo perciò ora seguendo l’ordine in cui li ho iniziati·.

24.2 Nel quinto libro e dovunque in quest’opera ho parlato della stirpe cui era stata fatta la promessa e che fu deposta per tramite degli angeli nelle mani di un Mediatore il testo citato non corrisponde a quello dell’Apostolo, come ho potuto constatare in seguito consultando i codici migliori, soprattutto greci. In essi è detto della Legge ciò che molti codici latini, per un errore del traduttore, presentano come detto della stirpe·. Quanto ho detto nel sesto libro, che cioè Adamo aveva perso col peccato l’immagine di Dio in base alla quale era stato creato, non va inteso nel senso che di quell’immagine non fosse rimasto nulla, bensì che s’era talmente deformata da richiedere una restaurazione·. Nel dodicesimo penso che avrei dovuto insegnare che gli inferi sono sotterra, piuttosto che chiarire perché si crede o si dice che si trovino colà·, dando così da pensare che le cose non stiano propriamente così

Quest’opera incomincia così: La divina Scrittura, considerata nel suo insieme, è divisa in due parti.

XXV (LII) – Contro la lettera di Petiliano, tre libri
25 Prima di terminare i libri su La Trinitàe quelli su L’interpretazione letterale della Genesi mi si impose l’urgenza di rispondere alla lettera che il donatista Petiliano aveva scritto contro la Cattolica, né a tale incombenza potei frapporre indugio alcuno. Ho scritto allora tre volumi contro questo bersaglio. Col primo ho risposto, con quanta maggiore rapidità e verità ho potuto, alla prima parte della lettera ch’egli aveva indirizzato ai suoi: era infatti caduta fra le mie mani solo questa esigua prima parte e non la lettera nella sua integrità. Anche la mia lettera è indirizzata ai nostri, ma è annoverata fra i miei libri in quanto seguono altri due libri sul medesimo tema. In seguito ho potuto mettere le mani sull’intera lettera e ho fornito la mia risposta con lo stesso impegno da me prodigato nei riguardi del manicheo Fausto. Dapprima ho riportato particolareggiatamente sotto il suo nome le sue testuali parole e ho quindi aggiunto, sotto il mio, le mie risposte ad ogni sua affermazione. Ciò che avevo scritto prima del reperimento dell’intera lettera giunse però nelle mani di Petiliano ed egli, adirato, tentò di rispondermi, dicendo contro di me tutto quello che gli passava per la testa, ma mostrandosi del tutto sprovveduto per quanto atteneva al merito della questione. E benché questo potesse essere facilmente avvertito confrontando i nostri scritti, mi sono sforzato di dimostrarlo con le mie risposte, pensando ai meno provveduti. Così alla mia opera s’è aggiunto un terzo libro·.

Quest’opera nel primo libro incomincia così: Sai che noi abbiamo spesso voluto; nel secondo così: Alla prima parte della lettera di Petiliano; nel terzo così: Ho letto, Petiliano, la tua lettera.

XXVI (LIII) – Contro il grammatico Cresconio del partito di Donato, quattro libri
26 Anche un grammatico donatista di nome Cresconio aveva trovato la lettera con la quale avevo attaccato la prima parte della lettera di Petiliano, la sola che m’era capitata allora fra le mani. Ritenne di dovermi rispondere e lo fece con uno scritto. A questa sua opera risposi con quattro libri, concentrando dapprima in tre soltanto tutto quanto la risposta richiedeva. Mi accorsi però che si poteva rispondere a tutto ciò che aveva scritto, prendendo unicamente lo spunto dalla questione dei Massimianisti, che i Donatisti avevano condannato come scismatici, ma ne avevano poi reinseriti alcuni nella loro dignità senza ripetere il battesimo ricevuto fuori della comunione con loro·. Aggiunsi allora un quarto libro nel quale confermavo tutto questo col maggiore impegno e con la maggiore chiarezza possibile. Al tempo della stesura di questi quattro libri l’imperatore Onorio aveva già promulgato le sue leggi contro i Donatisti·. Quest’opera incomincia così: Non sapendo, Cresconio, quando i miei libri sarebbero giunti a te.

XXVII (LIV) – Un libro di prove e di testimonianze contro i Donatisti
27 In seguito mi premurai di far giungere ai Donatisti la necessaria documentazione contro il loro errore ed a favore della verità Cattolica traendola dagli Atti ecclesiastici, da quelli pubblici e dalle Scritture canoniche. Dapprima mi limitai a farne loro per iscritto esplicita promessa, in modo che fossero loro stessi a farne possibilmente richiesta. Poiché lo scritto contenente la promessa giunse nelle mani di alcuni di loro, ci fu un tale che, rimanendo anonimo, polemizzò contro quello scritto confessando di essere Donatista, quasi che fosse quello il suo nome. Per rispondergli scrissi un altro libro. Unii quindi la documentazione che avevo promesso al breve scritto, nel quale quella promessa era stata formulata, e ne feci un solo opuscolo che resi di pubblico dominio, facendolo esporre nelle pareti della basilica che era stata dei Donatisti. Il titolo è: Prove e testimonianze contro i Donatisti·. In questo libro, parlando dell’assoluzione di Felice di Apthungi, che aveva consacrato Ceciliano, sono caduto in un errore di cronologia, come ho potuto successivamente constatare attraverso il rigoroso controllo dei consoli: avevo posto l’assoluzione di Felice dopo quella di Ceciliano, mentre in realtà avvenne prima·. Ho anche ricordato le parole dell’apostolo Giuda là dove dice: Costoro son coloro che si separano, da animali quali sono, non possedendo lo spirito. Ho poi aggiunto: Di essi parla anche l’apostolo Paolo dicendo: "·Ma l’uomo animale non percepisce le cose che appartengono allo spirito di Dio·". Orbene, costoro non sono paragonabili a quelli che lo scisma separa del tutto dalla Chiesa.

Dei primi l’Apostolo dice che sono i piccoli in Cristo ch’egli nutre col latte in quanto non sono ancora in grado di assumere il cibo; gli altri non sono da annoverare fra i figli piccoli·, ma fra i morti e i perduti, e se qualcuno di loro si corregge dei suoi errori e vien recuperato alla Chiesa, di lui si potrà dire a ragione: Era morto ed è tornato a vivere, era perduto ed è stato ritrovato·. Questo libro incomincia così: Voi che temete di dare il vostro consenso alla Chiesa cattolica.

XXVIII (LV) – Contro un Donatista sconosciuto, un libro
28 Volli che il titolo del secondo libro di cui ho parlato fosse: Contro un Donatista sconosciuto·. Anche in questo libro non è esatta la datazione dell’assoluzione di colui che aveva ordinato Ceciliano·. Inoltre nella frase: Alla massa delle erbacce, immagine sotto la quale dobbiamo intendere tutte le eresie, manca una indispensabile congiunzione. Avrei dovuto dire: Dobbiamo intendere anche tutte le eresie oppure: Dobbiamo altresì intendere tutte le eresie. Mi ero espresso in quel modo volendo intendere che al di fuori della Chiesa ci sono solo erbacce: escludevo invece che ci fossero erbacce anche nella Chiesa, senza considerare che la Chiesa è il regno di Cristo dal quale gli angeli elimineranno tutti gli scandali al tempo della mietitura·. In questo senso si esprime anche il martire Cipriano là dove dice: Anche se sembra che nella Chiesa ci siano erbacce, non devono restarne menomate la nostra fede o la nostra carità, e vedendo che ci sono erbacce nella Chiesa non dobbiamo essere indotti ad allontanarcene. Abbiamo sostenuto questa interpretazione anche in altra sede e soprattutto nella conferenza tenuta in presenza degli stessi Donatisti.

Questo libro incomincia così: Avevo promesso di compendiare in un breve scritto le prove di quanto era necessario porre in luce.

XXIX (LVI) – Avvertimento ai Donatisti a proposito dei Massimianisti, un libro
29 Avevo constatato che per molti la fatica della lettura costituiva un impedimento a rendersi conto dell’irragionevolezza e della mancanza di aderenza alla verità del partito di Donato. Ho composto allora un brevissimo scritto e ho ritenuto di dovere in esso limitare il mio ragguaglio ai soli Massimianisti, nella convinzione che la facilità di trarne più copie ne assicurasse una maggiore diffusione e che la brevità ne rendesse più agevole la memorizzazione·. L’ho intitolato: Avvertimento ai Donatisti a proposito dei Massimianisti.

Quest’opera incomincia così: Chiunque siate che vi lasciate influenzare dalle calunnie e dalle accuse degli uomini.

XXX (LVII) – La divinazione dei demoni, un libro
10 Nel medesimo tempo, in seguito a una discussione, mi son visto costretto a scrivere un opuscolo Sulla divinazione dei demoni, che reca questo stesso titolo·. In esso, da qualche parte, ho detto: I demoni talora vengono a conoscenza con grande facilità delle decisioni degli uomini, e non solo di quelle manifestate verbalmente, ma anche di quelle concepite solo col pensiero, quando trovano espressione, da parte dell’anima, in segni fisici esterni. Sono stato però troppo avventato per dare per certo un fatto così misterioso. S’è accertato talora sperimentalmente che i pensieri possono venire a conoscenza dei demoni. Se esistano però dei segni fisici esterni del pensiero, che i demoni riescono ad avvertire e a noi restano sconosciuti, o se essi conoscano il contenuto dei pensieri grazie ad un’altra facoltà attinente al mondo dello spirito è qualcosa che gli uomini possono appurare solo con grande difficoltà, e sempre che non siano destinati ad ignorarlo del tutto·.

Questo libro incomincia così: Un giorno compreso nei giorni santi delle ottave.

XXXI (LVIII) – Soluzione di sei questioni contro i pagani
31 In questo frattempo mi vennero inviate da Cartagine sei questioni da parte di un amico che desideravo divenisse cristiano·. Suo intendimento era che la loro soluzione fosse in chiave antipagana, e chiedeva questo in considerazione soprattutto del fatto che, alcune di esse, a suo dire, sarebbero state avanzate dal filosofo Porfirio·. Per me non si tratta però di quel Porfirio, di origine siciliana, la cui fama è diffusa dovunque·. Ho raccolto la discussione di queste questioni in un solo libro di modesta estensione e che si intitola: Soluzione di sei questioni contro i pagani.

La prima questione riguarda la risurrezione·;

la seconda il tempo in cui è sorta la religione cristiana;

la terza la distinzione dei sacrifici;

la quarta le parole della Scrittura: "·Sarete valutati con la stessa misura con la quale avrete valutato·";

la quinta il figlio di Dio secondo Salomone;

la sesta il profeta Giona.

Nella trattazione della seconda ho detto: La salvezza offerta da questa religione, che per essere l’unica vera promette veracemente la vera salvezza, non è stata mai negata ad alcuno che ne fosse degno e se a qualcuno è stata negata è perché non ne era degno. Non ho però inteso dire che ognuno· ne sia stato degno per i suoi meriti. Il senso che si deve dare a degno è quello che si evince dalle parole dell’Apostolo dove dice: Non alla luce delle opere, ma della chiamata è stato detto: Il maggiore servirà il minore. E questa chiamata – asserisce l’Apostolo – dipende da una decisione di Dio. Dice perciò: Non secondo le nostre opere, ma secondo la sua decisione e la sua grazia. E ancora: Sappiamo che per coloro che amano Dio tutto coopera al bene, per coloro che sono stati chiamati in seguito a una sua decisione. E di questa chiamata dice: Che vi ritenga degni della sua santa chiamata·.

Questo libro, dopo la lettera che è stata solo successivamente aggiunta all’inizio, incomincia così: Alcuni trovano difficoltà e cercano.

XXXII (LIX) – Commento alla Lettera di Giacomo alle dodici tribù·
32 Tra i miei opuscoli ho trovato anche un Commento alla Lettera di Giacomo. Nel revisionarla mi sono accorto che si trattava piuttosto di note di commento ad alcuni passi raccolte in un libro dall’opera diligente dei fratelli, che non avevano voluto lasciarle nei margini del codice. Le note sono di qualche utilità: solo che della lettera che leggevamo quando avevamo dettato queste note non avevamo una buona traduzione dal greco·.

Questo libro incomincia così: Alle dodici tribù che sono nella dispersione, salute.

XXXIII (LX) – Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo dei bambini, a Marcellino, tre libri
33 Mi accadde anche di essere costretto per necessità a scrivere in polemica con la nuova eresia di Pelagio contro la quale, in precedenza, ci eravamo all’occorrenza mossi non con opere scritte, ma con sermoni e conferenze secondo la possibilità e il dovere di ognuno di noi. Mi avevano inviato da Cartagine le questioni ch’essi ponevano perché le confutassi con le mie risposte. Dapprima scrissi tre libri intitolati: Il castigo e il perdono dovuto ai peccati e la loro remissione·. In essi si discute soprattutto del battesimo da impartire ai bambini a causa del peccato originale e della grazia di Dio: è in virtù di questa grazia che siamo giustificati, vale a dire che diventiamo giusti, anche se in questa vita nessuno osserva i comandamenti della giustizia senza che gli si presenti la necessità di dire, pregando per i suoi peccati: Rimmettici i nostri debiti·. In opposizione a tutto questo essi avevano fondato una nuova eresia. In questi libri avevo ancora ritenuto di dover passare sotto silenzio i loro nomi, nella speranza che potessero correggersi. Anche nel terzo libro, poi, – che in realtà è una lettera, ma va computata fra i libri avendo io deciso di unirla agli altri due per farne un’unica opera – ho fatto il nome dello stesso Pelagio, e l’ho fatto non senza qualche positivo apprezzamento, visto che molti mostravano di apprezzarne la condotta di vita. Mi ero inoltre limitato a criticare nei suoi scritti le idee esposte non a titolo personale, ma come espressione del pensiero di altri, anche se in seguito, divenuto eretico, avrebbe sostenuto quelle stesse idee con caparbia animosità. Eppure il suo discepolo Celestio, per asserzioni dello stesso tipo, s’era meritato la scomunica· in un processo intentatogli in Cartagine da un tribunale episcopale di cui personalmente non facevo parte. In un passo del secondo libro, pur riservandomi di approfondire meglio l’argomento in altra occasione, ho detto: Alla fine del mondo ad alcuni sarà concesso il privilegio di non fare l’esperienza della morte grazie al repentino mutamento della loro condizione. O infatti non morranno oppure, passando con una rapidissima trasformazione, come in un batter di ciglio, da questa vita alla morte e dalla morte alla vita eterna, non sperimenteranno la morte.

Quest’opera incomincia così: Benché mi trovi immerso nel tumulto di grandi preoccupazioni.

XXXIV (LXI) – L’unicità del battesimo contro Petiliano. A Costantino, un libro
34 In quel medesimo periodo un mio amico ricevette da un non meglio identificato prete donatista un libro su L’unicità del battesimo il cui autore, a suo dire, sarebbe stato Petiliano, vescovo di Costantinopoli per conto della loro setta. Lo portò a me e mi espresse un pressante invito a confutarlo, il che io feci. Volli altresì che il libro contenente la mia confutazione recasse lo stesso titolo: L’unicità del battesimo. Nel libro ho detto: L’imperatore Costantino non aveva rifiutato la facoltà d’accusa ai Donatisti, che avevano incriminato Felice di Aphthugni, colui che aveva ordinato Ceciliano, pur avendo accertato ch’essi erano ricorsi alle false calunnie contro Ceciliano. Mi sono però successivamente accorto, dopo aver esaminato la cosa, che non era stato questo l’ordine dei fatti. In realtà il menzionato imperatore aveva dapprima fatto ascoltare la causa di Felice dal proconsole, che lo aveva mandato assolto; in seguito aveva di persona ascoltato Ceciliano con i suoi accusatori e lo aveva trovato innocente, e fu in questa occasione che s’accorse ch’essi ricorrevano alle calunnie nell’accusarlo·. Quest’ordine cronologico, ricavato dall’indicazione dei consoli, mette ancor più in evidenza in quella causa le calunnie dei Donatisti e li distrugge inesorabilmente, come ho dimostrato altrove.

Questo libro incomincia così: Rispondere a gente che la pensa in modo diverso.

XXXV (LXII) – I Massimianisti contro i Donatisti, un libro·
35 Ho composto, fra l’altro, anche un libro contro i Donatisti non brevissimo, come avevo fatto in precedenza, ma ampio e scritto con cura molto maggiore. In esso risulta con molta evidenza come la causa dei Massimianisti, che si sono distaccati dal partito stesso di Donato, sia sufficiente da sola a travolgere i loro empio e tracotante errore contro la Chiesa cattolica·.

Questo libro incomincia così: Molto abbiamo già detto e molto abbiamo già scritto.

XXXVI (LXIII) – La grazia del Nuovo Testamento ad Onorato, un libro
16 Nel medesimo periodo nel quale eravamo fortemente impegnati contro i Donatisti ed avevamo incominciato ad esserlo contro i Pelagiani un amico mi inviò da Cartagine cinque questioni e mi chiese di fornirne per iscritto la soluzione·. Le cinque questioni sono le seguenti:

Che senso ha l’esclamazione del Signore: "·Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?·";

Che significano le parole dell’Apostolo: "·Che voi, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i Santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità·";

chi sono le cinque vergini stolte e le cinque vergini sagge;

che sono le tenebre esterne;

come va intesa l’espressione: "·Il Verbo si è fatto carne·.

Per parte mia, vedendo che l’eresia di cui s’è detto costituiva un nuovo movimento contrario alla grazia di Dio, mi posi una sesta questione circa la grazia del Nuovo Testamento. Nella trattazione di quest’ultima intercalai l’illustrazione del Salmo ventunesimo, all’inizio del quale compare l’invocazione del Signore sulla croce, che il mio amico mi aveva chiesto di spiegargli per prima. Risolsi comunque tutte e cinque le questioni, ma non nell’ordine nel quale mi erano state proposte, bensì in quello nel quale potevano di volta in volta presentarsi, in coerenza con lo sviluppo del mio discorso sulla grazia del Nuovo Testamento. Questo libro incomincia così: Mi hai proposto di trattare cinque questioni.

XXXVII ( LXIV) – Lo spirito e la lettera a Marcellino, un libro
37 Mi capitò di ricevere una missiva da parte di colui al quale avevo rivolto i tre libri intitolati: Il castigo dovuto ai peccati e la loro remissione, nei quali si discute approfonditamente anche del battesimo dei bambini. In essa mi diceva di essere rimasto impressionato dalla mia affermazione secondo la quale un uomo può essere senza peccato ove, con l’aiuto di Dio, non venga meno la sua volontà, anche se si deve ammettere che in questa vita un uomo che abbia raggiunto un grado di così perfetta giustizia né è esistito in passato, né esiste al presente né esisterà in futuro. Mi chiedeva come potessi affermare la possibilità di un evento del quale non si dà esempio alcuno! Per rispondere a questa sua istanza ho scritto un libro intitolato: Lo Spirito e la lettera, che disserta sulle parole dell’Apostolo: La lettera uccide, lo Spirito dà vita. In questo libro con l’aiuto di Dio ho discusso con forza contro i nemici della grazia di Dio, che giustifica l’empio.

Trattando delle osservanze dei Giudei, che si astengono da determinati cibi secondo l’antica legge, ho detto: le cerimonie di certi cibi, ricorrendo a un termine che non è nell’uso delle Sacre Scritture. Avevo però ritenuto congruente questo vocabolo poiché ricordavo che cerimonia sta per carimonia e deriva da carere, in quanto coloro che l’osservano mancano dei cibi dai quali si astengono·. Se poi esiste un’altra derivazione di questo termine in contrasto con la vera religione non è ad essa che intendevo riferirmi, ma a quella di cui s’è detto.

Questo libro incomincia così: In seguito alla lettura degli opuscoli che avevo elaborato per te, carissimo figlio Marcellino.

XXXVIII (LXV) – La fede e le opere, un libro
38 Nel frattempo alcuni fratelli laici, ma impegnati nello studio delle Sacre Scritture, mi avevano inviato degli scritti. In essi si distingueva fra fede cristiana e opere buone e si sosteneva che senza la fede non è possibile giungere alla vita eterna, mentre non sono ugualmente indispensabili le opere buone. Risposi loro con un libro intitolato: La fede e le opere·. In esso ho discusso non solo il comportamento che debbono tenere coloro che sono rigenerati dalla grazia di Cristo, ma anche le condizioni per essere ammessi al bagno della rigenerazione·.

Quest’opera incomincia così: Alcuni pensano.

XXXIX (LXVI) – Sommario della conferenza coi Donatisti, tre libri
39 Dopo la nostra conferenza coi Donatisti· feci una breve ricognizione di quanto s’era fatto e raccolsi il tutto in uno scritto, distribuendo la materia in tre parti corrispondenti ai tre giorni di confronto. A mio parere l’opera non manca di utilità in quanto permette a chiunque o di informarsi senza fatica sullo svolgimento del confronto o di leggere negli Atti completi al punto esatto ciò che lo interessa, ricorrendo ai numeri relativi ai singoli momenti di cuiho corredato l’opera: opere come quelle, infatti, affaticano il lettore per l’eccessiva lunghezza·. Titolo dell’opera è: Sommario della conferenza.

Quest’opera incomincia così: Poiché vescovi cattolici e del partito di Donato.

XL (LXVII) – Dopo la conferenza contro i Donatisti, un libro
40 Contro i Donatisti·, e precisamente dopo il confronto avuto con i loro vescovi, ho scritto anche un libro di ampio respiro e, per quanto mi sembra, piuttosto approfondito, col preciso scopo di evitare che la loro opera di adescamento continuasse ancora. In esso, in aggiunta a quanto vi si dice per una breve informazione sui lavori della conferenza coi Donatisti, c’è la mia risposta ad alcune loro vane recriminazioni, che avevano finito per giungere alle mie orecchie e ch’essi, benché sconfitti, andavano esternando con sicumera come e dove potevano. Ho trattato molto più brevemente di questo medesimo tema in una lettera di nuovo rivolta a loro, ma poiché il suo invio fu deciso da tutti i presenti al concilio di Numidia, essa non è compresa nel mio epistolario·. L’inizio della lettera è il seguente: L’anziano Silvano, Valentino, Innocenzo, Massimino, Ottato, Agostino, Donato e tutti gli altri vescovi dal concilio di Zerta ai Donatisti.

Questo libro incomincia così: Perché voi Donatisti siete ancora adescati?

XLI (LXVIII) – La visione di Dio, un libro
41 Ho scritto un libro su La visione di Dio. In esso rimando ad altra occasione di compiere un’indagine più approfondita sul corpo spirituale, che si formerà al momento della risurrezione dei Santi, di chiedermi cioè se e in che modo Dio, che è spirito, possa essere visto anche da un corpo siffatto·. Di questa questione, per altro assai complessa, penso di aver fornito una sufficiente soluzione nell’ultimo, vale a dire nel ventiduesimo libro de La città di Dio. Ho anche ritrovato in un codice, che contiene questo libro, un promemoria· su questo argomento da me espressamente composto per Fortunaziano, vescovo di Sicca. Nell’indice delle mie opere, però, esso non è registrato né fra i libri né fra le lettere.

Questo libro incomincia così: Memore del debito.

Quanto al promemoria il suo inizio è il seguente: Come ti ho chiesto di presenza anche ora ti esorto.

XLII (LXIX) – La natura e la grazia, un libro
42 Era giunto anche allora fra le mie mani un libro di Pelagio , nel quale con ogni possibile argomento difende la natura umana contro la grazia divina che giustifica l’empio e ci fa Cristiani. Questo libro·, nel quale gli ho risposto, difendendo la grazia non contro la natura ma in quanto è la grazia a liberare e a guidare la natura stessa, l’ho intitolato: La natura e la grazia. In esso mi è occorso di difendere alcune espressioni che Pelagio attribuisce a Sisto, vescovo di Roma e martire, come se appartenessero veramente a lui. Così allora io credevo. In seguito ho letto che ne era autore il filosofo Sestio, non il cristiano Sisto·.

Questo libro incomincia così: Il libro che avete inviato.

XLIII (LXX) – La Città di Dio, ventidue libri
43.1 Nel frattempo Roma era stata distrutta dalla violenta e disastrosa irruzione dei Goti, guidati dal re Alarico. I cultori di molti e falsi dèi che siam soliti chiamare pagani, nel tentativo di imputare alla religione cristiana la distruzione della città, incominciarono con maggiore asprezza ed animosità del solito a bestemmiare il vero Dio. Ardendo di zelo per la casa di Dio decisi di scrivere dei libri su la città di Dio, per controbattere i loro errori blasfemi. L’opera mi ha tenuto occupato per alcuni anni in quanto continuavano a frapporsi molte altre indilazionabili incombenze al cui disbrigo ero tenuto a dare la precedenza·. Questa estesa opera su la Città di Dio finì col comprendere, una volta terminata, ben ventidue libri. I primi cinque libri confutano coloro secondo i quali l’umana prosperità esigerebbe come condizione necessaria il culto dei molti dèi venerati dai pagani, mentre sarebbe la proibizione di tale culto a provocare l’insorgere e il moltiplicarsi di tanti mali. I successivi cinque libri sono rivolti contro coloro secondo i quali nella vita dei mortali questi mali non sono mai mancati in passato e non mancheranno mai in futuro e, ora grandi ora piccoli, variano a seconda del tempo, del luogo e delle persone. Ritengono però che il culto di molti dèi, con i sacrifici che comporta, sia utile ai fini della vita che verrà dopo la morte. I primi dieci libri, dunque, contengono la confutazione di queste due inconsistenti dottrine contrarie alla religione cristiana.

43.2 Per evitare però l’accusa di criticare le teorie altrui senza esporre le nostre, abbiamo deputato a questo la seconda parte di quest’opera, che comprende dodici libri, benché anche nei precedenti ci sia capitato di esporre le nostre idee e di confutare nei dodici successivi quelle degli avversari. Di questi dodici libri i primi quattro trattano la nascita delle due città, quella di Dio e quella di questo mondo, i quattro successivi della loro evoluzione e del loro sviluppo, gli altri quattro, che sono anche gli ultimi, dei dovuti fini di ciascuna di esse. Tutti i ventidue libri, pertanto, pur trattando di entrambe le città, hanno mutuato il titolo dalla migliore, la Città di Dio. Nel decimo libro non avrebbe dovuto essere considerato come un fatto miracoloso che nel sacrificio di Abramo una fiamma venuta dal cielo fosse circolata fra le vittime divise: si trattava in realtà di una visione dello stesso Abramo·. Nel libro diciassettesimo si dice che Samuele non era uno dei figli di Aronne, ma si sarebbe piuttosto dovuto dire che non era figlio di un sacerdote. In realtà era più conforme alla consuetudine giuridica che i figli di sacerdoti subentrassero ai sacerdoti defunti. E fra i figli di Aronne si trova il padre di Samuele; non era però un sacerdote né era annoverato fra i figli di Aronne nel senso che fosse stato Aronne stesso a generarlo, bensì nello stesso senso in cui tutti i membri di quel popolo son detti figli di Israele·. Quest’opera incomincia così: La gloriosissima città di Dio.

XLIV (LXXI) – Al prete Orosio contro i Priscillianisti, un libro
44 Nel frattempo· risposi nel modo più breve e chiaro possibile alle richieste di chiarimento rivoltemi da un prete spagnolo di nome Orosio· a proposito dei Priscillianisti e di alcune opinioni di Origene non approvate dalla fede Cattolica·. Titolo dell’opuscolo è il seguente: Ad Orosio contro i Priscillianisti e gli Origenisti. In esso alla mia risposta è premessa la richiesta di Orosio.

Questo libro incomincia così: Rispondere alla tua richiesta, amatissimo figlio Orosio.

XLV (LXXII) – Al prete Girolamo due libri: il primo sull’origine dell’anima e il secondo su un’opinione di Giacomo
45 Ho scritto anche due libri· per il prete Girolamo residente a Betlemme·, il primo Sull’origine dell’anima umana ed il secondo Sulle parole dell’apostolo Giacomo là dove dice: Chiunque osserva tutta la legge, ma la viola in un punto, diviene reo di tutto. Contestualmente ho chiesto su entrambi i punti il suo parere. Nel primo però non ho dato una mia soluzione del problema che m’ero posto; nel secondo non ho omesso di dire come, a mio parere, la questione andasse risolta, ma ho chiesto a Girolamo se l’approvasse. Nel rispondermi ha espresso apprezzamento per la richiesta che gli avevo fatto di un parere, ma dichiarando nel contempo di non aver tempo disponibile per rispondermi. Non ho comunque voluto pubblicare questi libri finché era in vita, sperando sempre che una volta o l’altra mi fornisse la sua risposta che avrebbe potuto divenire parte integrante della pubblicazione. Dopo la sua morte ho pubblicato il primo libro e l’ho fatto per un ben preciso motivo, quello di invitare il lettore o ad evitare del tutto di chiedersi come l’anima sia data a coloro che nascono o ad accettare, in una questione così oscura, una soluzione non contraria alla fede: intendo dire non contraria a quanto la fede cattolica ha appurato con certezza sul peccato originale la cui conseguenza è che i bambini, ove non vengano rigenerati in Cristo, sono sicuramente destinati alla dannazione·. Ho pubblicato anche il secondo per un preciso motivo, perché anche della questione che in esso è posta si conosca la mia proposta di soluzione·.

Quest’opera incomincia così: Il nostro Dio che ci ha chiamati.

XLVI (LXXIII) – A Emerito, vescovo dei Donatisti, dopo la conferenza, un libro
46 Emerito, vescovo dei Donatisti, nel confronto che avevamo avuto con loro, aveva mostrato di sostenere con forza la loro causa. A lui, molto tempo dopo il confronto, ho dedicato un libro di indubbia utilità, che compendia con opportuna brevità gli argomenti dai quali essi sono stati vinti o si dimostra che lo sono·.

Quest’opera incomincia così: Se persino ora, fratello Emerito.

XLVII (LXXIV) – Gli atti di Pelagio, un libro
47 In quel medesimo periodo in Oriente, e più precisamente nella Siria Palestina, Pelagio fu condotto da alcuni fratelli cattolici davanti a un’assemblea episcopale. In assenza di coloro che l’avevano denunciato e che non avevano potuto presentarsi per il giorno del sinodo fu giudicato da quattordici vescovi i quali, sentendolo condannare le proposizioni contrarie alla grazia di Dio contenute nell’atto d’accusa, lo dichiararono cattolico. Quando riuscii a mettere le mani sugli atti dell’udienza scrissi un libro· su tutta la vicenda: con esso intendevo evitare che in seguito a quell’assoluzione si pensasse che i giudici avessero approvato quelle proposizioni non condannando le quali Pelagio non avrebbe potuto evitare la condanna·.

Questo libro incomincia così: Dopo che nelle nostre mani.

XLVIII (LXXV) – La correzione dei Donatisti, un libro
48 In quel medesimo periodo scrissi un libro su La correzione dei Donatisti, in risposta a coloro che s’opponevano a che essi subissero una sanzione in base alle leggi imperiali·.

Questo libro incomincia così: Esprimo il mio elogio, il mio compiacimento e la mia ammirazione.

XLIX (LXXVI) – La presenza di Dio, a Dardano, un libro
49 Ho scritto un libro Sulla presenza di Dio nel quale il mio vigile intendimento è soprattutto quello di attaccare l’eresia pelagiana, pur senza espressamente nominarla·. Ma in esso si discute con una laboriosa e sottile argomentazione anche della presenza di quella natura, che noi chiamiamo supremo e vero Iddio, nonché del suo tempio.

Questo libro incomincia così: Ammetto, amatissimo fratello Dardano.

L (LXXVII) – La grazia di Cristo e il Peccato originale contro Pelagio e Celestio: due libri dedicati ad Albino, Piniano e Melania
50 L’eresia pelagiana, unitamente ai suoi propagatori, era stata dimostrata falsa e condannata dai vescovi della Chiesa Romana, dapprima da Innocenzo e quindi da Zosimo, con l’appoggio delle lettere dei concili d’Africa. Ho scritto allora due libri contro di loro: il primo sulla grazia di Cristo, il secondo sul peccato originale·.

Quest’opera incomincia così: Quanto ci rallegriamo per la vostra salvezza corporale e soprattutto spirituale.

LI (LXXVIII) – Atti del confronto col Vescovo donatista Emerito, un libro
51 A notevole distanza del confronto da noi avuto con gli eretici donatisti ci si presentò l’esigenza di recarci nella Mauritania Cesarea. Fu appunto in Cesarea che ci occorse di vedere Emerito, vescovo dei Donatisti, uno di quei sette che gli adepti di quella setta avevano delegato a difendere la loro causa e che in tale difesa aveva posto il massimo impegno·. Gli Atti ecclesiastici relativi, annoverati fra i miei opuscoli, fanno fede delle dispute avute fra noi due alla presenza dei vescovi della medesima provincia e della popolazione della chiesa di Cesarea, la città della quale Emerito era stato cittadino e vescovo per conto degli eretici di cui s’è detto. Non trovando Emerito come rispondermi, ascoltò ammutolito tutto quanto io riuscii a chiarire a lui e a tutti i presenti sulla sola questione dei Massimianisti.

Questo libro, o meglio questi atti, incomincia così: Il 20 settembre, sotto il dodicesimo consolato dell’Imperatore Onorio e l’ottavo dell’imperatore Teodosio, nella chiesa maggiore di Cesarea·.

LII (LXXIX) – Contro un discorso di parte ariana, un libro
52 Frattanto m’era capitato fra le mani un discorso anonimo di parte ariana, e in seguito alle pressanti e insistenti richieste di colui che me lo aveva fatto pervenire· preparai la mia risposta quanto più brevemente e rapidamente potei. Nel libro che ne è risultato alla mia risposta s’è premessa la lettera di cui s’è detto e s’è data altresì una numerazione progressiva ai vari punti in modo che si possano subito individuare le risposte a ciascuno di essi.

Questo libro, dopo la loro lettera aggiunta all’inizio, incomincia così: Con questa discussione rispondo alla loro che precede.

LIII (LXXX) – Le nozze e la concupiscenza, due libri a Valerio
53 Avevo sentito dire che i Pelagiani avevano scritto qualcosa a mio riguardo all’illustrissimo conte Valerio, sostenendo che nel rivendicare l’esistenza del peccato originale avevo implicitamente condannato le nozze. Mi rivolsi pertanto a lui con due libri intitolati Le nozze e la concupiscenza. In essi difendevo la bontà delle nozze nell’intento di evitare che fosse ritenuto un loro difetto la concupiscenza della carne e la legge che nelle nostre membra s’oppone alla legge della mente, mentre proprio col buon uso di quel male che è la concupiscenza i coniugi pudichi provvedono alla procreazione dei figli. A due libri si è giunti in questo modo. Il primo libro era capitato fra le mani del pelagiano Giuliano·, che lo aveva attaccato con quattro libri. Di essi qualcuno fece degli estratti che inviò al conte Valerio, il quale, a sua volta, li fece pervenire a noi. Ricevuti che li ebbi risposi con un altro libro· alle medesime accuse.

Il primo libro di quest’opera incomincia così: I nuovi eretici, o dilettissimo figlio Valerio.

Il secondo così: Fra le incombenze della tua milizia.

LIV (LXXXI) – Sette libri di locuzioni
54 Ho scritto sette libri su altrettanti libri della Sacra Scrittura e precisamente sui cinque libri di Mosè, sul libro di Giosuè, figlio di Nun, e sul libro dei Giudici·. In essi ho annotato, per ciascun libro, le espressioni meno usuali nella nostra lingua. Trattasi di quelle espressioni non riconoscendo le quali nel loro vero significato i lettori cercano il senso delle parole divine mentre si tratta solo di un tipo di linguaggio, e talora immaginano qualcosa che, se non è in contrasto con la verità, non risulta tuttavia corrispondere a ciò che aveva inteso dire l’autore, che appare invece più credibile si sia espresso in quel modo seguendo un determinato tipo di espressione. Molte oscurità nelle Sacre Scritture si chiariscono ove si conosca il tipo di espressione. Occorre perciò imparare a conoscere tali tipi quando il pensiero è chiaro: in tal modo nei casi in cui tale chiarezza non c’è, quella stessa conoscenza può aiutarci a rivelare al lettore, teso nella ricerca, la sostanza del pensiero·. Il titolo di quest’opera è: Locuzioni tratte dalla Genesi, nonché da altri singoli libri. Nel primo libro ho dapprima riportato le seguenti parole della Scrittura: E Noè diede attuazione a tutte le parole con le quali il Signore gli aveva dato i suoi ordini, così fece. Quindi ho detto che questo tipo di espressione è quello che ritroviamo nel racconto della creazione laddove, subito dopo le parole: E così fu fatto, si legge: E Dio fece. Ora non mi sembra che ci sia somiglianza fra le due sequenze: nel primo caso anche il senso rimane oscuro·, nel secondo è solo un fatto di espressione.

Quest’opera incomincia così: Le locuzioni delle Scritture.

LV (LXXXII) – Sette libri di questioni
55.1 Nel medesimo periodo ho scritto anche Sette libri di questioni sugli stessi sette Libri sacri·, e li ho voluti intitolare in questo modo per un preciso motivo: le questioni che vi si discutono sono più presentate come oggetto di ulteriore indagine che date per discusse e risolte, anche se in numero notevolmente più elevato mi sembrano quelle trattate in modo tale da poter essere presentate non a torto come risolte e chiarite. Avevo già incominciato a considerare allo stesso modo anche i Libri dei Re, ma ero di poco progredito in questo lavoro quando dovetti volgermi ad altri, più urgenti impegni. Nel primo libro ho trattato delle verghe striate che Giacobbe poneva nell’acqua, perché le vedessero le pecore che vi si trovavano a bere al momento del concepimento e partorissero in tal modo agnelli striati.

Non ho però ben spiegato il motivo per il quale non poneva più le verghe dinanzi a quelle che concepivano per la seconda volta, quando cioè concepivano nuovi agnelli, ma lo faceva solo al momento del primo concepimento. Ed in effetti l’esauriente analisi di un’altra questione, che verte sul significato delle parole rivolte da Giacobbe al suocero: Hai frodato il mio compenso di dieci agnelle·, dimostra che la prima non è stata risolta a dovere.

55.2 Lo stesso vale per il passo del terzo libro dove si tratta del Sommo Sacerdote. Ci si chiede come potesse avere dei figli dal momento che era tenuto ad entrare due volte al giorno nel Santo dei Santi, là dove c’era l’altare dell’incenso, per offrire appunto l’incenso mattina e sera·. In base alla legge non avrebbe potuto entrare in stato di impurità e la stessa legge considera l’uomo impuro anche dopo il rapporto coniugale. Prescrive, è vero, che chi ha avuto il rapporto si lavi con acqua, ma anche se lavato lo considera impuro fino alla sera.

Avevo pertanto ritenuto logico concludere o che conservasse la continenza o che per alcuni giorni fosse sospesa l’offerta dell’incenso. Non mi ero però accorto che tale soluzione era tutt’altro che logica. Di fatto le parole della Scrittura: Sarà impuro fino a serapossono essere interpretate anche diversamente: possiamo infatti intendere che il Sommo Sacerdote non fosse impuro durante la sera, ma solo fino alla sera e che potesse pertanto nelle ore della sera offrire l’incenso in condizione di purità essendosi unito alla moglie per generare figli dopo l’offerta del mattino. Mi ero anche chiesto come potesse essere proibito al Sommo Sacerdote di accostarsi al cadavere del padre dal momento che il figlio, uno solo essendo il sacerdote, non conveniva divenisse lui stesso sacerdote se non dopo la morte del sacerdote suo padre. Ne avevo concluso che subito dopo la morte del padre e prima della sua sepoltura si dovesse provvedere a che il figlio succedesse al padre per consentire la continuazione dell’offerta dell’incenso che doveva avvenire due volte al giorno: è a questo sacerdote che era vietato di avvicinarsi al cadavere del padre non ancora sepolto· Non avevo però sufficientemente osservato che questa prescrizione avrebbe potuto valere soprattutto per i futuri Sommi Sacerdoti non succedenti a padri insigniti di quella dignità, ma pur tuttavia scelti tra i figli, cioè tra i discendenti di Aronne. Ciò poteva avvenire nel caso che il Sommo Sacerdote non avesse figli o ne avesse di così malvagi che nessuno potessedegnamente succedere al padre. È quanto accadde a Samuele che successe al Sommo Sacerdote Eli, pur non essendo figlio di un sacerdote, ma facendo però parte dei figli, cioè dei discendenti di Aronne·.

55.3 Ho dato inoltre quasi per certo che il ladrone cui fu detto: Oggi sarai con me in paradiso, non fosse stato visibilmente battezzato. La cosa invece è incerta e c’è piuttosto da ritenere che battezzato lo fosse, come ho discusso altrove.È vero ciò che ho detto nel quinto libro, che cioè laddove nelle genealogie dei Vangeli sono citate le madri il loro nome è sempre fatto congiuntamente a quello dei padri. L’osservazione però non riguarda il tema di cui si stava trattando. Vi si trattava invece di coloro che sposavano le mogli dei fratelli o dei parenti, di quelli almeno che erano morti senza figli, traendo lo spunto dai due padri di Giuseppe, il primo dei quali è ricordato da Matteo e il secondo da Luca. Di questo argomento ho trattato approfonditamente in quest’opera e più precisamente nella parte dedicata alla revisione del mio scritto Contro il manicheo Fausto Quest’opera incomincia così: Poiché le Sacre Scritture denominate canoniche.

LVI (LXXXIII) – L’anima e la sua origine, quattro libri
56 Nel medesimo periodo nella Mauritania Cesarea un certo Vincenzo Vittore· aveva trovato in casa di un prete spagnolo di nome Pietro un mio scritto di qualche ampiezza·. Ivi, trattando in un passo dell’origine dell’anima di ogni singolo uomo, ammettevo di non sapere se le anime si propaghino a partire da quella del primo uomo e, successivamente, da quelle dei genitori o se a ciascuno venga data la sua senza alcun processo di riproduzione come avvenne per la prima ammettevo però di sapere che l’anima non è materiale, ma spirituale. Contro le mie affermazioni Vincenzo Vittore scrisse due libri rivolti allo stesso Pietro, libri che il monaco Renato provvide ad inviarmi da Cesarea. Dopo averli letti impiegai quattro libri per la risposta, rivolgendomi con il primo al monaco Renato, col secondo al prete Pietro e con i due restanti allo stesso Vittore. Quello destinato a Pietro, pur raggiungendo l’ampiezza di un libro, è in realtà una lettera, ma non ho voluto che andasse separato dagli altri tre. In tutti questi libri, che trattano questioni non eludibili, ho difeso, a proposito dell’origine delle anime, la mia esitazione ad ammettere che vengano date singolarmente a ciascun uomo e ho messo in evidenza i molti errori e le molte storture della presunzione del mio avversario. Ho però trattato quel giovane con tutta la possibile delicatezza, non come persona da detestare senza appello, ma piuttosto da istruire e ne ho ricevuta una risposta scritta con la quale corregge i suoi errori.

Di quest’opera il libro destinato a Renato incomincia così: La tua sincerità nei nostri riguardi.

Quella destinata a Pietro così: Al signore Pietro, amatissimo fratello e collega nel sacerdozio. Il primo dei due ultimi libri destinati a Vincenzo Vittore incomincia così: Ciò che ho ritenuto di doverti scrivere.

LVII (LXXXIV) – I connubi adulterini a Pollenzio, due libri
57 Ho scritto due libri su I connubi adulterini attenendomi il più possibile alle Scritture e nell’intento di risolvere una difficilissima questione·. Non so se sia riuscito a farlo in modo veramente perspicuo, avverto anzi di essere ben lontano dall’aver raggiunto la perfezione, pur avendo sciolto molti nodi. Un giudizio al riguardo potrà comunque darlo chi sarà in grado di leggere e di comprendere il mio scritto.

Il primo libro di quest’opera incomincia così: La prima questione, amatissimo fratello Pollenzio, è la seguente.

Il secondo così: A quanto mi avevi scritto.

LVIII (LXXXV) – Contro un avversario della Legge e dei Profeti, due libri
58 Nel frattempo avvenne che in una piazza di Cartagine posta in riva al mare si tenesse una pubblica lettura con larghissima affluenza di un pubblico molto attento e interessato. Ad interessare l’uditorio era il libro di un eretico, o seguace di Marcione o comunque annoverabile fra coloro il cui errore consiste nel ritenere che non sia stato Dio a creare il mondo e secondo i quali il Dio della Legge trasmessa per tramite di Mosè e dei Profeti che si rifanno a quella Legge non sarebbe il vero Dio, bensì un demone fra i più malvagi·. Alcuni fratelli di intensa fede cristiana riuscirono a porvi sopra le mani e me lo inviarono senza indugio perché lo confutassi, rivolgendomi un pressante invito perché non dilazionassi la mia risposta. Ho articolato la mia confutazione in due libri ai quali ho premesso come titolo: Contro un avversario della Legge e dei Profeti. Il codice che mi era stato inviato non recava infatti il nome dell’autore.

Quest’opera incomincia così: Col libro che mi avete inviato, o amatissimi fratelli.

LIX (LXXXVI) – Contro Gaudenzio, vescovo dei Donatisti, due libri
59 Nel medesimo periodo Dulcizio, tribuno e notaio, si trovava qui in Africa in qualità di esecutore delle disposizioni imperiali contro i Donatisti. Questi aveva inviato una lettera a Gaudenzio di Thamugadi, vescovo dei Donatisti, uno dei sette che gli adepti della setta avevano scelto quali difensori della loro causa nel confronto avuto con noi: in essa lo invitava all’unità coi cattolici e lo dissuadeva dall’appiccare l’incendio col quale minacciava di distruggere sé e i suoi con la chiesa nella quale si trovava·; aggiungeva inoltre che, se si ritenevano giusti, si dessero alla fuga secondo il precetto di Cristo Signore, piuttosto che lasciarsi bruciare da fiamme sacrileghe·. Quello rispose con due lettere, una breve, imposta, a suo dire, dalla fretta del latore, l’altra più ampia con la quale sembrava voler fornire una risposta più completa e approfondita. Il tribuno più sopra ricordato ritenne di dovermele inviare perché fossi preferibilmente io a fornirne la confutazione, ed io lo feci per entrambe con un unico libro. Quest’ultimo giunse nelle mani di Gaudenzio il quale mi espose per iscritto quanto a lui parve opportuno senza fornirmi, nel modo più assoluto, una risposta, ma dichiarando piuttosto di non aver potuto né rispondermi né tacere. Benché ciò risulti abbastanza chiaro a chi legga con intelligenza e confronti le sue parole con le mie·, non ho voluto rinunciare a dare una mia risposta scritta, quale che essa sia stata. Ne è derivato che entrambi i miei libri risultano rivolti a lui.

Quest’opera incomincia così: Gaudenzio di Thamugadi, vescovo dei Donatisti.

LX (LXXXVII) – Contro la menzogna, un libro
60 Scrissi allora anche un libro Contro la menzogna. L’occasione mi fu offerta dallo stratagemma escogitato da alcuni cattolici che, per scovare gli eretici Priscillianisti, che ritengono di dover tenere nascosta la loro eresia non solo negando e mentendo, ma anche spergiurando, si erano fatti un dovere di fingersi essi stessi Priscillianisti per penetrare nei loro misteri·. Scrissi questo libro nell’intento di proibire tale comportamento.

Questo libro incomincia così: Mi hai inviato molti scritti da leggere.

LXI (LXXXVIII) – Contro due lettere dei Pelagiani, quattro libri
61 Seguono quattro miei libri che hanno come bersaglio due lettere dei Pelagiani· e come destinatario Bonifacio, Vescovo della Chiesa di Roma. Le due lettere erano giunte nelle sue mani ed egli me le aveva inviate in quanto in esse il mio nome veniva tratto in causa in modo calunnioso.

Quest’opera incomincia così: Ti conoscevo certamente, per una fama largamente diffusa.

LXII (LXXXIX) – Contro Giuliano, sei libri
62 Nel frattempo mi capitarono fra le mani i quattro libri del pelagiano Giuliano dei quali ho già fatto menzione. In essi individuai le parti che aveva stralciato colui che le aveva inviate al conte Valerio, ma dovetti anche constatare che il testo scritto per il conte non corrispondeva in tutto a quanto Giuliano aveva detto e presentava in alcune parti notevoli rimaneggiamenti. Scrissi allora sei libri per confutarli tutti e quattro. I primi due però, partendo dalla testimonianza dei Santi che, dopo gli Apostoli, difesero la fede cattolica, hanno come bersaglio l’impudenza di Giuliano: costui era giunto al punto di imputarci la taccia di manicheismo per aver fatto risalire ad Adamo il peccato originale, che viene cancellato dal bagno della rigenerazione non solo negli adulti, ma anche nei bambini. Quanto per converso proprio Giuliano con alcune sue espressioni assecondi i Manichei l’ho messo in evidenza nella seconda parte del primo libro. I rimanenti quattro libri corrispondono, rispettivamente, a ciascuno dei quattro scritti da Giuliano. Nel quinto libro di quest’opera così ampia e così laboriosa ho dato per certo, per una caduta di memoria, il nome del protagonista di un episodio la cui identificazione è tutt’altro che sicura. Trattasi del caso di quel marito deforme che, per evitare che sua moglie generasse dei figli deformi, soleva mostrarle durante il rapporto coniugale una bella pittura.

Sorano, autore di opere mediche, attribuiva tale consuetudine a un re di Cipro, ma senza farne espressamente il nome.

Quest’opera incomincia così: I tuoi improperi e le tue maligne insinuazioni, Giuliano.

LXIII (XC) – La fede, la speranza e la carità, a Lorenzo, un libro
63 Ho scritto anche un libro sulla fede, la speranza e la carità su richiesta del dedicatario il quale desiderava avere un mio opuscolo di dimensioni tali – i Greci lo chiamano manuale – da non potergli sfuggire di mano. In esso ritengo di esser riuscito a compendiare con sufficiente accuratezza le modalità del culto dovuto a Dio, quel culto che la Sacra Scrittura definisce sempre come vera sapienza dell’uomo. Questo libro incomincia così: È impossibile dire quanto mi compiaccia, amatissimo figlio Lorenzo, della tua cultura.

LXIV (XCI) – La cura dovuta ai morti, al Vescovo Paolino, un libro
64 Ho scritto un libro Sulla cura dovuta ai morti, per rispondere ad una lettera nella quale mi si chiedeva se giovi a ciascuno dopo la morte che il suo corpo sia sepolto laddove si onora la memoria di qualche santo·.

Questo libro incomincia così: A lungo alla tua santità, venerando Paolino, vescovo al pari di me.

LXV (XCII) – Le otto questioni di Dulcizio, un libro
65 Il libro da me intitolato: Le otto questioni di Dulcizio· non dovrebbe essere ricordato in quest’opera fra i miei libri. In effetti risulta costituito dall’unione di materiali che si trovavano in altri miei precedenti scritti·, fatta eccezione per l’inserimento di qualche tratto di discussione e per la risposta ad una delle questioni poste, che non risulta mutuata da qualche mio scritto, ma che ho fornito così come mi si era presentata sul momento·.

Questo libro incomincia così: Per quanto mi sembra, amatissimo figlio Dulcizio.

LXVI (XCIII) – La grazia e il libero arbitrio, a Valentino e ai monaci che si trovano con lui, un libro
66 Per rispondere a coloro che ritengono la difesa della grazia di Dio incompatibile col libero arbitrio e difendono perciò il libero arbitrio al punto di negare la grazia che, a loro parere, ci sarebbe concessa in conseguenza dei nostri meriti ho scritto un libro intitolato: La grazia e il libero arbitrio. L’ho scritto per quei monaci di Adrumeto, nel cui monastero si era incominciato a discutere della questione, tanto che alcuni si erano visti costretti a chiedere il mio parere.

Questo libro incomincia così: Per coloro che il libero arbitrio dell’uomo.

LXVII (XCIV) – Il castigo e la grazia, a quelli di cui sopra, un libro
67 Ai medesimi monaci scrissi un altro libro e lo intitolai: Il castigo e la grazia. Mi era stato riferito che uno di quei monaci sosteneva che non si dovrebbe punire chi non obbedisce ai comandamenti di Dio, ma solo pregare per lui perché lo faccia.

Questo libro incomincia così: Ho letto la vostra lettera, o amatissimo fratello Valentino.

Epilogo
Al momento della presente ritrattazione sono riuscito ad appurare di aver dettato queste novantatré opere per complessivi duecentotrentadue libri, senza sapere se ne avrei scritti ancora degli altri. Ho pubblicato la loro ritrattazione in due libri, per sollecitazione dei fratelli e prima di passare a quella delle lettere e dei discorsi al popolo, dei quali alcuni da me dettati, altri solo pronunciati.
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