13 - Si spiega lo stato in cui Maria santissima restò dopo l'incarnazione del Verbo nel suo grembo verginale

La mistica Città di Dio - Libro terzo

Suor Maria d'Agreda

13 - Si spiega lo stato in cui Maria santissima restò dopo l'incarnazione del Verbo nel suo grembo verginale
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Si spiega lo stato in cui Maria santissima restò dopo l'incamazione del Verbo nel suo grembo verginale.

158. Quanto più vado scoprendo i divini effetti e le qualità che risultarono nella Regina del cielo dopo che ebbe concepito il Verbo eterno, tanto maggiori difficoltà mi si presentano per la continuazione di quest'Opera. Mi trovo sommersa in alti e profondi misteri e sfornita di termini adeguati per esprimere ciò che di essi intendo. Eppure, la mia anima sente una tale soavità e dolcezza in questo stesso limite che non mi lascia pentire di quanto ho intrapreso. Inoltre, l'ubbidienza mi spinge, anzi mi costringe, a superare ciò che per un animo debole e di donna sarebbe assai duro, se mi mancassero la sicurezza e la forza di questo appoggio. E ciò tanto più in questo capitolo per scrivere il quale mi sono state mostrate le doti di gloria che godono in cielo i beati, con l'esempio dei quali manifesterò ciò che intendo circa lo stato della beatissima imperatrice Maria dopo che fu divenuta madre di Dio.

159. Due cose considero per il mio intento nei beati, l'una da parte loro e l'altra da parte di Dio. Da parte del Signore vi è la divinità chiara e manifesta con tutte le sue perfezioni e con tutti i suoi attributi, che si denomina oggetto beatifico, gloria, felicità oggettiva ed ultimo fine, dove termina e riposa ogni creatura. Da parte dei santi, poi, si trovano le attività beatifiche della visione e dell'amore ed altre che le seguono in quello stato felicissimo che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo. Tra i doni e gli effetti di questa gloria dei santi, ve ne sono alcuni che si chiamano doti. Sono dati loro, come alla sposa, per il matrimonio spirituale che devono consumare nel godimento dell'eterna felicità. Come la sposa temporale acquista la proprietà della sua dote, mentre l'usufrutto ne è comune a lei ed allo sposo, così anche nella gloria queste doti vengono date ai santi come loro proprie, mentre l'uso ne è comune a Dio, in quanto si glorifica nei suoi santi, ed a loro, in quanto godono di questi stessi ineffabili doni che, secondo i meriti e la dignità di ciascuno, sono più o meno eccellenti. Queste doti, però, non le ricevono se non i santi che sono della natura dello sposo, Cristo nostro bene. Tali sono gli uomini e non gli angeli, perché il Verbo incarnato non celebrò le nozze con gli angeli, ma con la natura umana, unendosi ad essa in quel grande mistero di cui parlò l'Apostolo, in Cristo e nella Chiesa. E poiché lo sposo Cristo, in quanto uomo, è formato come tutti gli altri da anima e corpo e tutto si deve glorificare alla sua presenza, le doti di gloria appartengono all'anima ed al corpo. Tre spettano all'anima e si denominano visione, comprensione e fruizione; e quattro al corpo, cioè chiarezza, impassibilità, sottigliezza ed agilità. Questi propriamente sono effetti della gloria che l'anima possiede.

160. Di tutte queste doti la nostra regina Maria ebbe qualche partecipazione in questa vita, specialmente dopo l'incarnazione del Verbo eterno nel suo grembo verginale. È vero che ai beati le doti sono date, come a comprensori, in pegno e caparra dell'eterna felicità che non può essere persa e come conferma di quello stato che non si deve mai più mutare, per cui non sono concesse ai viatori; tuttavia, furono in qualche modo accordate a Maria santissima, non come a comprensora, ma come a viatrice, non stabilmente, ma come a tratti e di passaggio, e con la differenza che diremo. Perché, poi, s'intenda meglio la convenienza di questo raro beneficio elargito alla celeste Regina, si consideri ciò che si è detto nel capitolo settimo e negli altri sino a quello sull'incarnazione; in essi si spiegano la disposizione e lo sposalizio con cui l'Altissimo preparò la sua Madre santissima per sublimarla a questa dignità. Tale matrimonio spirituale per questa Signora si consumò in qualche modo nel giorno in cui il Verbo divino prese carne umana nel suo grembo verginale mediante quella tanto eccellente e sublime visione beatifica che le venne concessa, come si è detto, mentre per tutti gli altri fedeli avviene come semplice sposalizio, che sarà consumato a suo tempo nella patria celeste.

161. La nostra grande Regina e signora aveva un'altra qualità per godere di questi privilegi, cioè quella di essere esente da ogni colpa sia attuale sia originale e confermata in grazia con l'incapacità di peccare. Poteva così celebrare questo matrimonio a nome della Chiesa militante ed impegnare, in sé, tutti, affinché nello stesso momento in cui divenne Madre del Riparatore, per i meriti previsti di lui, con quella gloria e visione transeunte di Dio divenisse garante che il medesimo premio non sarebbe stato negato ad alcuno dei figli di Adamo, se si fossero disposti a meritarlo con la grazia del loro redentore. Era inoltre motivo di molto compiacimento per il Verbo incarnato che subito il suo ardentissimo amore ed i suoi meriti infiniti fossero goduti da colei che era allo stesso tempo sua madre, sua prima sposa e talamo della divinità e che il premio accompagnasse il merito dove non si trovava impedimento. Con questi privilegi e favori che Cristo nostro bene faceva alla sua Madre santissima, soddisfaceva e saziava in parte l'amore che portava a lei e, con lei, a tutti i mortali. Per l'amore divino, infatti, era un indugio troppo lungo aspettare trentatré anni per manifestarsi alla Madre. E sebbene altre volte le avesse fatto questo beneficio, in questa occasione dell'incarnazione ciò avvenne con differenti condizioni, come ad imitazione ed in corrispondenza della gloria che ricevette l'anima santissima di suo Figlio, anche se non stabilmente, ma di passaggio in quanto era compatibile con lo stato comune di viatrice.

162. Conforme a questo, nel giorno in cui Maria santissima divenne realmente madre del Verbo eterno concependolo nel suo grembo, Dio, nello sposalizio che celebrò con la nostra natura, ci donò il diritto alla redenzione; nella consumazione di questo matrimonio spirituale, poi, beatificando la sua madre santissima e dandole le doti della gloria, promise a noi lo stesso come premio dei nostri me-riti, in virtù di quelli del suo Figlio santissimo nostro redentore. Nel beneficio fattole in questo giorno, il Signore innalzò sua Madre sopra la gloria di tutti i santi in maniera tale che tutti gli angeli e gli uomini non poterono giungere nel più alto grado della loro visione e del loro amore beatifico a quello che ebbe questa purissima signora. Lo stesso fu delle doti che ridondano dalla gloria dell'anima al corpo, perché tutto corrispondeva all'innocenza, alla santità ed ai meriti che aveva; e questi corrispondevano alla suprema dignità fra le creature, cioè a quella di madre del suo Creatore.

163. Per venire alle doti in particolare, la prima tra quelle dell'anima è la chiara visione beatifica, che corrisponde alla conoscenza oscura della fede nei viatori. Questa visione fu accordata a Maria santissima quelle volte ed in quei gradi che ho sopra spiegato e che dirò in seguito. Oltre a questa visione intuitiva ne ebbe molte altre astrattive della Divinità. Sebbene tutte avvenissero di passaggio, le loro immagini restavano nel suo intelletto così chiare, benché differenti, che con esse godeva di una conoscenza e luce di Dio tanto sublime da non trovare termini per spiegarla, perché in ciò questa Signora fu singolare tra le creature; in tal modo, l'effetto di questa dote rimaneva in lei compatibile con lo stato di viatrice. Quando, poi, talvolta il Signore le si nascondeva, sospendendo queste immagini per suoi alti fini, ella ricorreva alla sola fede infusa, che in lei era oltremodo eccellente ed efficace. Così, in un modo o nell'altro, non perse mai di vista quell'oggetto divino e sommo bene, né allontanò da lui gli occhi dell'anima per un solo istante. Nei nove mesi durante i quali portò nel suo grembo il Verbo incarnato, però, godette in misura molto maggiore della visione e dei regali di Dio.

164. La seconda dote è detta comprensione o possesso; consiste nell'avere ottenuto il fine corrispondente alla speranza, per mezzo della quale lo cerchiamo per giungere a possederlo senza possibilità di perderlo. Maria santissima ebbe questa dote nei modi che corrispondono alle visioni riferite, perché, come vedeva Dio, così lo possedeva. Quando, poi, restava nella fede sola e dura, era in lei la speranza più ferma e sicura che mai non sia stata o sarà in alcun'altra semplice creatura, come anche era maggiore la sua fede. Inoltre, poiché la fermezza del possesso si fonda molto, da parte della creatura, sulla santità e sul non poter peccare, la nostra purissima Signora veniva ad essere tanto privilegiata che la sua sicurezza nel possedere Dio poteva competere in qualche modo, mentre era viatrice, con quella dei beati. Per l'impeccabile santità aveva la sicurezza di non potere mai perdere Dio, sebbene la causa di questa certezza in lei che era viatrice non fosse la medesima che in loro che sono gloriosi. Nei mesi della sua gravidanza ebbe questo possesso di Dio mediante diverse grazie speciali con cui l'Altissimo le si manifestava e si univa alla sua anima purissima.

165. La terza dote è la fruizione e corrisponde alla carità, che non si perde, ma si perfeziona nella gloria; essa, infatti, consiste nell'amare il sommo Bene posseduto e questo lo fa la carità nella patria dei beati dove, come lo conosce e lo possiede qual è in se stesso, così pure lo ama per se stesso. Benché anche al presente, mentre siamo viatori, lo amiamo, c'è grande differenza. Adesso lo amiamo con il desiderio e lo conosciamo non come è in sé, ma come ci viene rappresentato in immagini o per mezzo di enigmi; questo non porta a perfezione il nostro amore, né ci acquieta, né ci dona la pienezza del godimento, anche se ne abbiamo molto nell'amarlo. Quando, invece, lo vedremo così come egli è 7 in se stesso e non più per mezzo di enigmi, lo ameremo come deve essere amato e quanto possiamo amarlo, ed egli perfezionerà il nostro amore rendendoci pienamente paghi nella sua fruizione, senza lasciarci altro da desiderare.

166. Maria santissima ebbe questa dote con maggiori qualità che tutte le altre, perché il suo amore ardentissimo, posto che in qualche condizione fosse inferiore a quello dei beati quando ella stava senza la visione chiara di Dio, fu però superiore ad esso in molte altre qualità, anche nello stato comune della nostra regina. Nessuno ebbe una conoscenza di Dio pari alla sua. Ella conobbe come egli doveva essere amato per se stesso, aiutata in questo dalle immagini e dalla memoria di Dio, che aveva visto e goduto in più alto grado che gli angeli. Siccome il suo amore era a misura di questa sua conoscenza di Dio, ne conseguiva che in esso doveva superare i beati in tutto ciò che non era l'immediato possesso e stare entro il limite in modo da non potere più crescere né aumentare. Per la sua profondissima umiltà, il Signore permetteva che, operando come viatrice, temesse con riverenza e si affaticasse per non disgustare il suo amato; tuttavia, questo timido amore era perfetto ed era per Dio, e causava in lei incomparabile gaudio ad esso proporzionato.

167. Quanto alle doti del corpo, che ridondano ad esso dall'anima e fanno parte della gloria accidentale dei beati, dico che servono per la perfezione dei corpi gloriosi nei sensi e nel movimento, perché assomiglino alle anime e senza l'impedimento della loro terrena materialità possano ubbidire alla volontà dei santi, che in tale stato felicissimo non può essere imperfetta né contraria a quella divina. Ai sensi sono necessarie due doti: una che li disponga a ricevere le immagini sensibili, e questo lo fa la chiarezza; l'altra che liberi il corpo dal subire le azioni o passioni nocive, e a questo serve l'impassibilità. Ne occorrono altre due per il movimento: una per vincere la resistenza o lentezza causata dal peso del corpo, e per questo gli viene concessa l'agilità; l'altra per vincere esternamente la resistenza degli altri corpi, e a questo serve la sottigliezza. Così, con queste doti i corpi gloriosi divengono chiari, incorruttibili, agili e sottili.

168. Di tutti questi privilegi fu partecipe in questa vita la nostra grande Regina e signora. La dote della chiarezza rende il corpo glorioso capace di ricevere la luce e di trasmetteila, togliendogli quella sua densa ed impura oscurità e lasciandolo trasparente più che un cristallo chiarissimo. Quando Maria santissima godeva della visione chiara e beatifica, il suo corpo verginale partecipava di questo privilegio, oltre quanto arriva a comprendere l'intelletto umano. Dopo questa visione, poi, le restava una traccia di questa chiarezza e purezza tale che sarebbe stata rara e singolare meraviglia, se si fosse potuta percepire con i sensi. Qualcosa ne appariva sul suo bellissimo viso, come si dirà più innanzi, specialmente nella terza parte, anche se non tutti la conobbero e la videro, perché il Signore la celava con un velo affinché non si comunicasse sempre nè indifferentemente. In molti effetti, però, ella stessa sentiva il privilegio di questa dote, che per gli altri era come coperto, sospeso e nascosto, e non provava come noi l'impedimento dell'opacità terrena.

169. Santa Elisabetta conobbe qualcosa di questa chiarezza, quando, vedendo Maria santissima, esclamò con ammirazione: A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Il mondo non era capace di conoscere questo segreto del re, né era tempo opportuno di manifestarlo. Tuttavia, aveva sempre il viso alquanto più chiaro e luminoso delle altre creature e nel resto del corpo aveva una disposizione superiore all'ordine naturale degli altri corpi, la quale causava in lei una specie di costituzione delicatissima e spiritualizzata, come se fosse stato un corpo di cristallo liscio e morbido come seta molto leggera e fine; non trovo altri esempi per farmi intendere. Non deve parere grande cosa questa nella Madre di Dio, poiché lo portava nel suo grembo e l'aveva visto tante volte, e molte faccia a faccia, mentre per la comunicazione che Mosè aveva avuto sul monte di Dio, molto inferiore a quella di Maria santissima, gli ebrei non potevano fissare su di lui lo sguardo nè sopportare il suo splendore alla sua discesa dal monte. Non vi è dubbio che, se il Signore non avesse nascosto con speciale provvidenza la luminosità della faccia e del corpo della sua purissima Madre, il mondo ne sarebbe stato illuminato più che da mille soli uniti. Nessuno dei mortali avrebbe potuto naturalmente sopportare i suoi rifulgenti splendori, poiché questi, stando ancora celati e trattenuti, tra-sparivano dal suo viso divino quanto bastava per causare in tutti quelli che la guardavano l'effetto prodotto in san Dionigi areopagita quando questi la vide.

170. L'impassibilità causa nel corpo glorioso una certa disposizione per la quale nessun agente, tranne lo stesso Dio, lo può alterare nè mutare, per quanto potente sia la sua virtù attiva. La nostra Regina partecipò di questo privilegio in due maniere: da una parte non poteva contrarre nè patire infermità o altri disturbi, dall'altra aveva un dominio assoluto sopra tutte le creature, come già si è detto, perché nessuna l'avrebbe offesa senza il suo consenso. Possiamo aggiungere una terza partecipazione dell'impassibilità, cioè l'assistenza della virtù divina corrispondente alla sua innocenza. I nostri progenitori nel paradiso, qualora avessero perseverato nella giustizia originale, non avrebbero patito morte violenta ed avrebbero goduto di questo privilegio non per virtù intrinseca, perché se li avesse feriti una lancia sarebbero potuti morire, ma per l'assistenza del Signore che li avrebbe custoditi affinché non fossero feriti; a maggior ragione questa protezione era dovuta all'innocenza della sovrana Maria. Così, ella ne godeva come signora, mentre i nostri progenitori ne avrebbero goduto come servi e vassalli, e allo stesso modo i loro discendenti.

171. La nostra umile Regina non fece uso di questi privilegi, perché vi rinunciò per imitare il suo Figlio santissimo e per accrescere i propri meriti e cooperare alla nostra redenzione; per tutto questo volle patire e patì più dei martiri. Con giudizio umano non si può ponderare quante furono le sue tribolazioni, delle quali parleremo in tutta questa divina Storia, lasciando molto più di quello che sarebbe da dire, perché i termini umani sono inadeguati. Segnalo, piuttosto, due cose. L'una è che la sofferenza della nostra Regina non aveva relazione con delle colpe, perché in lei non ve ne erano; così, pativa senza quell'amarezza e quell'asprezza che si trova nelle pene che patiamo ricordando i nostri peccati, come capita a coloro che li hanno commessi. L'altra è che Maria santissima fu confortata divinamente in misura proporzionata al suo ardentissimo amore, perché altrimenti non avrebbe potuto resistere naturalmente nel soffrire tanto quanto richiedeva il suo amore e quanto, per il medesimo amore, l'Altissimo le concedeva.

172. La sottigliezza è un privilegio che separa dal corpo glorioso la densità, cioè quell'impedimento che ha a compenetrarsi con un altro corpo simile ed a stare con esso in un medesimo luogo. Così, il corpo del beato rimane con qualità di spirito, poiché può senza difficoltà penetrare un altro corpo e collocarsi nello stesso luogo senza dividerlo né separarlo, come fece il corpo di Cristo Signore nostro uscendo dal sepolcro ed entrando dove stavano gli Apostoli, a porte chiuse, attraverso i corpi che chiudevano quei luoghi. Maria santissima partecipò di questa dote non solo mentre godeva delle visioni beatifiche, ma anche dopo, usandola molte volte secondo la sua volontà. Ciò avvenne in alcune apparizioni che fece corporalmente durante la sua vita, come in seguito diremo, perché in tutte queste si servì della sottigliezza penetrando altri corpi.

173. L'ultima dote, l'agilità, dà al corpo glorioso virtù così potente per muoversi da un luogo ad un altro che senza l'impedimento della gravità terrestre si porterà istantaneamente in luoghi differenti, come gli spiriti, i quali non hanno corpo e si spostano per la loro stessa volontà. Maria santissima ebbe un'ammirabile e continua partecipazione di questa agilità, che le derivò specialmente dalle visioni divine, poiché non sentiva come gli altri nel suo corpo la gravità terrestre e così camminava senza la lentezza loro propria ed avrebbe potuto senza difficoltà muoversi molto velocemente senza provare spossatezza o fatica. Tutto questo proveniva dallo stato e dalle qualità del suo corpo tanto spiritualizzato e ben formato. Durante i nove mesi della sua gravidanza, poi, senù meno il peso del corpo, anche se, per patire quanto conveniva, lasciava che i disturbi operassero in lei e l'affaticassero. Aveva tutti questi privilegi e ne usava in modo tanto ammirabile e perfetto che mi trovo senza parole per spiegare ciò che mi è stato manifestato, essendo molto più di quanto ho detto e posso dire.

174. Regina del cielo e signora mia, quando vi siete degnata di adottarmi come figlia, vi siete impegnata ad essere mia guida e maestra. Con questa fede, ardisco esporvi un mio dubbio. Come avvenne, o Madre e signora mia, che la vostra anima santissima, essendo giunta a vedere e godere Dio, quando sua Maestà altissima così dispose, tuttavia non restò sempre beata? Come, poi, non diciamo che sempre lo foste, dal momento che non vi era in voi colpa alcuna nè altro ostacolo ad esserlo, secondo la luce che della vostra eccellente dignità e santità mi è stata data?

 

Risposta e insegnamento della nostra Regina e signora

 

175. Figlia mia carissima, questo tuo dubbio nasce dall'amore che mi porti, come viene dalla tua ignoranza la relativa domanda. Considera, dunque, che la durata eterna è una caratteristica della beatitudine destinata ai santi, perché questa vuole essere piena e, se durasse solo per qualche tempo, non potrebbe essere somma e perfetta. Neppure è compatibile per legge comune ed ordinaria che la creatura sia gloriosa e soggetta a patire, benché non abbia peccati. Se per il mio Figlio santissimo non si segui questa norma, ciò fu perché, essendo egli uomo e Dio vero, la sua anima santissima unita ipostaticamente alla Divinità non doveva essere priva della visione beatifica e, essendo nel tempo stesso redentore del genere umano, non avrebbe potuto patire nè pagare il debito del peccato - che è la pena - se non fosse stato passibile nel corpo. Io, invece, ero semplice creatura e non dovevo godere sempre della visione dovuta a chi era Dio. Neppure mi potevo chiamare sempre beata, perché lo ero solo di passaggio. Stando così le cose, era ben disposto che io patissi in certi tempi e godessi in altri e che fosse più continuo il patire e l'accrescere i miei meriti che non quel modo di godere, perché ero viatrice e non beata.

176. Con giusta legge l'Altissimo dispose che le condizioni della vita eterna non fossero godute in quella mortale, che il giungere all'immortalità si ottenesse passando per la morte corporale e che venissero prima i meriti nello stato passibile, quale è quello della vita presente degli uomini. Sebbene la morte in tutti i figli di Adamo fosse salario e castigo del peccato e io non avessi niente a che fare con essa né con gli altri effetti e castighi del peccato, l'Altissimo ordinò che anche io entrassi nella vita e felicità eterna per mezzo della morte corporale, come fece il mio Figlio santissimo. In questo, infatti, non avevo alcuno svantaggio ed era piuttosto molto conveniente per me seguire il cammino battuto da tutti ed acquistare grandi frutti di meriti e di gloria per mezzo del soffrire e del morire. Ciò fu vantaggioso anche per gli uomini, affinché conoscessero che il mio Figlio santissimo ed io sua Madre eravamo di vera natura umana come gli altri, vedendo che eravamo mortali come loro. Con questa conoscenza veniva ad essere più efficace l'esempio che lasciavamo agli uomini, affinché imitassero nella loro carne passibile le opere che nella nostra noi avevamo fatto; ciò risultava a maggiore gloria ed esaltazione del mio figlio e Signore e mia. Tutto questo sarebbe riuscito vano in molta parte, se fossero state continue in me le visioni di Dio. Però, dopo che ebbi concepito il Verbo eterno, furono più frequenti e maggiori i benefici ed i favori elargitimi come a colei che lo aveva più suo e più vicino. Questa è la risposta ai tuoi dubbi. Tuttavia, per quanto tu abbia compreso e faticato per manifestare i privilegi che io godetti nella vita mortale, non sarà possibile che tu penetri tutto quello che in me operava il braccio onnipotente dell'Altissimo. Molto meno, poi, di quello che tu intendi potrai spiegare con parole.

177. Fai bene attenzione, ora, a ciò che deriva da quello che ti ho insegnato nei capitoli precedenti. Io fui per te esempio nel ricevere la venuta di Dio con la riverenza, il culto, l'umiltà, la gratitudine e l'amore che gli sono dovuti; ne consegue che, se mi imiterai, l'Altissimo verrà anche a te per comunicarti ed operare effetti divini, benché inferiori e meno efficaci. Lo stesso vale per le altre anime. Se, infatti, la creatura appena ha l'uso della ragione cominciasse a camminare verso il Signore, come deve, indirizzando i suoi passi sul diritto sentiero della salvezza e della vita, è certo che sua Maestà altissima, che tanto ama le sue creature, le andrebbe incontro anticipando i suoi favori e la sua comunicazione, perché a lui pare molto lungo aspettare fino alla fine del loro pellegrinaggio per manifestarsi ai suoi amici.

178. Da questo nasce che, per mezzo della fede, della speranza, della carità e dell'uso dei sacramenti degnamente ricevuti, vengono comunicati alle anime molti effetti divini, che la sua benignità dispensa loro: alcuni mediante la grazia comune ed altri mediante un ordine più soprannaturale e straordinario, ciascuno più o meno, conforme alla loro disposizione ed ai fini del Signore, che non si conoscono tanto presto. Se le anime non mettessero ostacolo, l'amore divino sarebbe anche con tutte loro tanto liberale quanto lo è con alcune che si dispongono, alle quali dà maggiore luce e conoscenza del suo essere immutabile, trasformandole in se stesso con un influsso divino e dolcissimo e comunicando loro molti effetti della beatitudine. Egli, infatti, si lascia possedere e godere con quel misterioso amplesso che provò la sposa quando, avendolo trovato, disse: Lo strinsi fortemente e non lo lascerò. Di questa presenza e di questo possesso il Signore dà all'anima molti pegni, affinché lo possieda in amore quieto come i santi, benché per un tempo limitato. Tanto liberale è Dio, nostro padrone e Signore, nel rimunerare l'amore e le sofferenze che la creatura sopporta per vincolarlo a sé, trattenerlo e non perderlo!

179. Per questa violenza soave dell'amore la creatura languisce e muore a tutto ciò che è terreno; così, tale amore è detto forte come la morte. Da questa morte essa risuscita a nuova vita spirituale, in cui si rende capace di ricevere una rinnovata partecipazione della beatitudine e delle sue doti, perché gode più frequentemente dell'ombra e dei dolci frutti del sommo Bene, che ama. Questi arcani misteri comunicano alla parte inferiore una certa luce, che la purifica dagli effetti delle tenebre spirituali e la rende forte e come impassibile per patire quanto vi è di contrario alla natura della carne, per cui, anzi, con una sete sottilissima essa brama tutte le difficoltà e le violenze che soffre il Regno dei cieli. Resta agile e senza il peso terreno, in maniera tale che molte volte sente questo privilegio il medesimo corpo, il quale per se stesso è pesante; con questo gli divengono leggere le tribolazioni, che prima non gli parevano tali. Di tutti questi effetti, figlia mia, tu hai conoscenza ed esperienza. Se te li ho spiegati e descritti, l'ho fatto perché tu meglio ti prepari ed affatichi, comportandoti in modo tale che l'Altissimo, come agente divino ed onnipotente, ti trovi disposta e senza resistenza nè ostacolo, per operare in te la sua volontà.