4 - Si narra come Maria beatissima, tre giorni dopo la disce­sa dal cielo, si manifesta agli apostoli parlando loro di per­sona.

Suor Maria d'Agreda

4 - Si narra come Maria beatissima, tre giorni dopo la disce­sa dal cielo, si manifesta agli apostoli parlando loro di per­sona.
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Si narra come Maria beatissima, tre giorni dopo la disce­sa dal cielo, si manifesta agli apostoli parlando loro di per­sona e viene visitata da Cristo nostro Signore; si raccon­tano inoltre altri misteri occorsi prima della venuta dello Spirito Santo.

39. Consiglio di nuovo a quelli che leggeranno questa Storia di non meravigliarsi delle vicende nascoste di Ma­ria santissima in essa contenute e di non ritenerle incre­dibili per il solo fatto che il mondo le abbia finora igno­rate. Anche se la Chiesa fino ad oggi non ha avuto notizie autentiche delle opere straordinarie da lei compiute dopo che suo Figlio fu salito al Padre, noi non possiamo nega­re che queste dovettero essere molte e grandiose, essendo ella maestra, custode e madre della legge evangelica che si stava diffondendo sotto la sua protezione. E se l'Altissimo la rinnovò per tale ministero e a suo favore manifestò la sua onnipotenza, allora nessun beneficio, seppur enorme, può essere negato a colei che fu unica e singolare tra le creature ove non sia in contrasto con le verità cattoliche.

40. La Regina rimase tre giorni nelle altezze contem­plando Dio e poi tornò sulla terra il giorno corrisponden­te alla domenica dopo l'ascensione, chiamata "infra otta­va" della festa. Per altri tre giorni lo splendore con cui era venuta da lassù rifulse in lei, e poi a poco a poco si atte­nuò. Solo san Giovanni fu iniziato al mistero perché non sembrava opportuno svelarlo agli altri apostoli, non es­sendo essi ancora in grado di recepirlo; sebbene ella fosse con loro, la luce che irradiava venne celata dal Signore, giacché lo stesso Evangelista, a cui fu concesso di poterla guardare, cadde prostrato al suolo, nonostante fosse so­stenuto da una grazia speciale. Né d'altronde conveniva che fosse privata subito e in una volta sola degli effetti este­riori ed interiori ricevuti nell'empireo. Meglio se sua Mae­stà, nella sua infinita sapienza, li avesse temperati piano piano, fintanto che ella fosse tornata allo stato visibile più comune e avesse potuto conversare con gli Undici e con gli altri fedeli.

41. Il miracolo di essere stata personalmente sul trono della Trinità non è in contrasto con il racconto degli altri apostoli, laddove si riferisce che essi e le sante donne do­po l'ascensione perseverarono unanimi nella preghiera. La concordanza di questo con ciò che ho detto è inconfondi­bile: san Luca riporta quello che egli e i suoi compagni avevano visto nel cenacolo di Gerusalemme, non potendo quindi fare menzione di quanto ignorava. Il corpo puris­simo della Vergine era presente in due luoghi, quantunque l'attenzione e l'uso delle facoltà e dei sensi fossero più per­fetti nel cielo. Era pure vero che ella si trovava con gli Un­dici, rimirata da tutti, e che, allo stesso modo, li guarda­va dall'alto e univa le sue suppliche alle loro, offrendole al suo Unigenito, stando alla sua destra e ottenendo per la loro costanza doni particolari.

42. La Signora , nei tre giorni in cui dimorò nel cena­colo godendo degli effetti della gloria mentre diminuiva la luminosità che da quella le era ridondata, rimase impe­gnata nelle divine e ardenti manifestazioni di amore, gra­titudine e ineffabile sottomissione, a tal punto che non tro­vo parole adatte a palesare quello che ho compreso di que­sto arcano, quantunque ciò che ho dichiarato risulti mol­to poco rispetto alla verità. Risvegliò una nuova ammira­zione negli angeli e nei serafini che l'assistevano, i quali si interrogavano se fosse maggiore il miracolo compiuto dal­l'Onnipotente nell'innalzare una semplice creatura a tanti e tali favori oppure quello che ella, dopo essere stata ele­vata allo stato sublime e adornata di grazia e gloria sopra ogni altro essere, si umiliasse sino a reputarsi l'ultima di tutti. Gli stessi serafini erano come sospesi, a nostro mo­do di intendere, in questo stupore e afferrati da esso di­scorrevano tra di loro dicendo: «I demoni non si sarebbe­ro sollevati in superbia se, prima di cadere, fossero giunti a conoscere questo raro modello di umiltà, che senza al­cun difetto o mancanza ha sopperito in pienezza ai limiti e alle lacune di tale virtù di tutti gli altri. Ella sola pon­derò degnamente la magnificenza e la grandezza del Crea­tore e la piccolezza di tutto il creato: sa quando e come egli voglia essere obbedito e adorato, e, sapendolo, pron­tamente si impegna ad eseguire la sua volontà. Come è possibile che la terra, in mezzo alle spine seminate tra i discendenti di Adamo, abbia prodotto questo purissimo gi­glio così gradito a Dio e così fragrante per i mortali? O che dal deserto del mondo, disabitato dalla grazia, sia sor­to un essere così celestiale, ricolmo delle delizie dell'Altis­simo? Siano eternamente lodate la sua sapienza e la sua bontà per aver formato una creatura così ordinata e degna di venerazione, per santa emulazione della nostra natura e per esempio e onore dell'umanità. E voi, benedetta fra le donne, scelta ed eletta fra tutti, siate conosciuta, esalta­ta e rispettata da tutte le generazioni. Godete per sempre del sublime dono che vi elargì vostro Figlio. Possa egli trovare in voi il suo gradimento e la sua compiacenza per la bellezza delle sue opere e dei suoi benefici! Possa l'im­menso amore con il quale desidera la giustificazione di tut­ti essere saziato! Voi gli darete soddisfazione per tutti ed egli, guardando voi sola, non si pentirà di avere plasmato tanti ingrati. Se essi poi lo irritano e lo offendono, voi lo placate e lo rendete misericordioso e benevolo. Non me­ravigliamoci che si mostri indulgente e benigno verso gli uomini, dal momento che voi vivete con loro ed essi sono il vostro popolo».

43. Con tali elogi e altri cantici i ministri celesti cele­brarono l'umiltà e le azioni virtuose della nostra sovrana e, prima di ritornare nell'empireo, la scortarono e la lascia­rono nel cenacolo. Trascorsi i primi tre giorni dalla sua di­scesa, Maria avvertì che era già giunta l'ora di trattare e conversare con i fedeli. E così fece. Si rivolse con tenerez­za materna verso gli apostoli e i discepoli, accompagnan­doli nella preghiera che innalzavano e offrendola con la­crime a Gesù intercedendo per i presenti e per tutti quelli che nei secoli a venire avrebbero ricevuto la fede cattolica. Ogni giorno, senza tralasciarne alcuno fino a che visse, im­plorò il Signore di accelerare il tempo in cui nella Chiesa si potessero celebrare i divini misteri nelle festività, come egli aveva promesso. Gli chiese di inviare nel mondo per la conversione dei peccatori persone di singolare e sublime santità. L'ardore della sua carità verso i cristiani era a tal punto profondo che avrebbe potuto farle perdere anche la vita e, per recarle conforto e per moderare la forza della sua struggente brama, il Redentore le mandò uno dei se­rafini più alti, affinché l'assicurasse che i suoi aneliti sa­rebbero stati soddisfatti e le manifestasse i disegni della Provvidenza in ordine alla salvezza dei mortali.

44. La visione astrattiva di Dio rendeva così ineffabile l'incendio dell'ardore divino nel suo purissimo e castissimo intimo che ella sorpassava incomparabilmente i serafini più infiammati e vicini alla Trinità. Se talvolta discendeva un poco da queste altezze e percepiva meno gli effetti di que­sta fiamma, ciò accadeva perché potesse contemplare l'u­manità del suo Unigenito: ella infatti non riconosceva den­tro di sé nessuna immagine o rappresentazione di altre co­se visibili, ad eccezione di quando si poneva in relazione attraverso i sensi con le creature. In questa viva memoria del suo diletto sentiva una certa naturale nostalgia per la sua lontananza, benché moderata e perfettissima come con­viene ad una madre sommamente saggia. Dal momento che nel cuore del Figlio corrispondeva l'eco di questo affetto, egli si lasciava ferire dai suoi desideri, adempiendosi così la parola del Cantico dei cantici, dove si afferma che gli oc­chi con cui lo guardava la sua diletta Madre e sposa lo fa­cevano volare e lo attiravano a tal punto da non potersi trattenere a discendere sulla terra.

45. Ciò avvenne molte volte, come dirò più avanti. La prima fu in uno dei pochi giorni che passarono prima del­la venuta dello Spirito Santo, quando ella era tornata tra noi e non ne erano ancora trascorsi sei dacché aveva in­cominciato a conversare con gli apostoli. In questo lasso di tempo sua Maestà scese in persona per farle visita e riempirla di nuovi doni e di ineffabili consolazioni. La can­didissima colomba era malata di amore e come - in deli­quio, che confessò esserle causato dal fervore inebriante della cella del Re. Egli, avvicinandosi a lei, la tenne stret­ta al suo seno con la mano sinistra della sua umanità di­vinizzata e con quella destra della divinità la illuminò, l'ar­ricchì e la colmò di nuovi influssi che le diedero vita e for­za. Si calmarono le ansie di questa cerva ferita potendo ella bere a sazietà alle sorgenti della salvezzas e sentirsi co­sì ristorata e rinfrancata, ma solo per accendere sempre più la fiamma del suo fuoco amoroso che mai si estinse. Sollevata da questo male, si sentì immediatamente ancor più addolorata; guarì per ammalarsi di nuovo; tornò alla vita per morire nuovamente in preda alla morte del suo amore: questa infermità non conosce altra medicina né tol­lera altro rimedio. Quando la tenerissima Vergine recuperò un po' di energie e Cristo concesse vigore ai suoi sensi, gli si prostrò innanzi manifestandogli tutta la riconoscenza e la gratitudine perché le era stato concesso di vederlo, e lo supplicò con enorme ossequio di benedirla ulteriormente.

46. La prudentissima Regina non si aspettava tale be­neficio, non solo perché era passato così poco tempo dal momento in cui ne era rimasta priva, ma anche perché il suo Unigenito non le aveva fatto sapere quando l'avrebbe visitata e la sua profonda umiltà non le permetteva di pen­sare che la bontà superna fosse incline a confortarla. Que­sta fu la prima volta che lo ricevette e il suo stupore fu tanto grande che rimase umiliata pensando bassamente di sé. Trascorse cinque ore rallegrandosi della presenza e del­le carezze di Gesù e gli apostoli allora non intesero che cosa fosse successo, benché il suo aspetto esteriore e al­cuni suoi gesti facessero presumere che si trattasse di qual­cosa di straordinario e miracoloso; ma nessuno di loro eb­be il coraggio di interrogarla per il timore e il rispetto re­verenziale che nutrivano verso di lei. Per separarsi dal Sal­vatore, quando realizzò che egli voleva ascendere si stese di nuovo al suolo e, chiedendogli ancora la benedizione, lo pregò, qualora si fosse degnato di recarsi ancora da lei come aveva fatto in quell'occasione, di concederle di rico­noscere il difetto, che le sembrava di aver avuto, di non corrispondere con una gratitudine proporzionata ai molte­plici favori ottenuti. Rivolse questa domanda sia perché lo stesso Signore le stava promettendo che sarebbe tornato altre volte da lei, sia perché, quando ancora vivevano in­sieme, era solita prostrarsi davanti a lui, confessandosi in­degna dei suoi doni e lenta - almeno così le pareva - nel contraccambiarli, come si è detto nella seconda parte. E sebbene non potesse accusarsi di colpa alcuna, perché nes­suna ne commise colei che era signora della santità, e nep­pure per ignoranza persuadersi di averne, essendo madre della sapienza, egli le permise di dare una giusta stima del debito che come pura creatura doveva a Dio in quanto Dio: in questa sublime conoscenza è profonda umiltà, le sem­brava poco tutto quello che operava in contraccambio di grazie tanto straordinarie. Attribuiva tale sproporzione a sé e, pur non avendo alcuna responsabilità, voleva almeno ammettere l'inferiorità dell'essere terreno paragonato con la divina eccellenza.

47. Tra gli ineffabili benefici che le furono concessi, fu mirabile l'attenzione che Maria ebbe affinché gli Undici e gli altri discepoli si preparassero degnamente a ricevere lo Spirito Santo. Capiva quanto prezioso fosse ciò che il Pa­dre della luce elargiva loro; conosceva anche la tenerezza e l'affezione che essi nutrivano verso il Maestro e come la tristezza che sentivano per la sua assenza li avrebbe tur­bati. Ora, per guarire questo loro difetto e renderli migliori sotto tutti gli aspetti ella, non appena fu arrivata in cielo, mandò uno dei suoi angeli al cenacolo, per manifestare lo­ro la sua volontà e quella del Figlio: si elevassero e stes­sero in Dio, dove dimorava il loro amore attraverso la fe­de, piuttosto che in se stessi; non si lasciassero trascinare dalla sola vista della sua umanità, ma si servissero di es­sa come porta e strada per inoltrarsi nella divinità, dove avrebbero trovato la piena soddisfazione e il riposo. Dopo essere tornata quaggiù, la Signora li consolò nell'afflizione e li rincuorò nello sconforto: ogni giorno passava un'ora in conversazione con loro spiegando i misteri della fede a lei insegnati da Cristo, non usando il tono di maestra, ma scegliendo la forma della condivisione e dello scambio. Li consigliò inoltre di fermarsi a parlare tra sé un'altra ora, trattando intorno ai consigli, alle promesse, alla dottrina del Redentore. Una parte del giorno usassero l'orazione vo­cale recitando il ?Padre nostro? e alcuni salmi; il resto lo dedicassero a quella mentale; verso sera prendessero un pasto di pane e pesce e alla fine si concedessero un son­no moderato. Con la preghiera e col digiuno si preparas­sero così alla venuta del Paraclito.

48. Fin da quando era alla destra dell'Unigenito la vigi­lante Madre si era presa così cura di questa fortunata fa­miglia. Per dare a tutte le sue opere il massimo grado di perfezione, dopo essere scesa dall'empireo, non parlò mai agli apostoli senza che Pietro e Giovanni glielo chiedesse­ro espressamente. Perciò domandò ed ottenne da Gesù che li ispirasse in tal senso, cosicché potesse essere loro sot­tomessa in tutto come a suoi vicari e sacerdoti. Le sue sup­pliche e i suoi desideri vennero esauditi. Ella obbediva co­me serva, dissimulando la dignità di regina, senza attri­buirsi autorità o potere o superiorità alcuna, ma anzi com­portandosi come se fosse stata l'ultima fra tutti. Durante quei giorni dischiuse loro il mistero della santissima Tri­nità in termini altissimi e arcani, ma in una forma intel­ligibile e adatta alla capacità di comprensione di ciascuno. Successivamente espose loro quello dell'unione ipostatica, dell'incarnazione e tutto ciò che aveva appreso, e comu­nicò loro che, per acquisire una cognizione più profonda, sarebbero stati di lì a poco illuminati dallo Spirito Santo.

49. Insegnò l'orazione mentale e spiegò il pregio singo­lare e la necessità di questo genere di preghiera: il princi­pale compito e la più nobile occupazione degli esseri do­tati di ragione deve consistere nell'innalzarsi con l'intelletto e la volontà sopra il creato per conoscere e amare Dio; nessun'altra cosa o preoccupazione venga anteposta a que­sto o frapposta per evitare che l'anima sia privata di un si­mile bene, il supremo della vita e il principio della felicità eterna. Indicò loro come dovessero essere grati al Padre del­le misericordie per averci donato il Figlio come nostro sal­vatore e guida, e li fece anche riflettere sull'amore con cui egli ci aveva redenti pagando il prezzo della passione e del­la morte e sulla predilezione con cui li aveva scelti e chia­mati ad essere suoi ministri tra tutti gli altri uomini, per vivere uniti a lui in un rapporto intimo e familiare e di­ventare i fondatori della Chiesa. Con tali esortazioni ri­schiarò gli Undici e gli altri, li infiammò e li aiutò affinché si preparassero a ricevere lo Spirito e le sue sante opera­zioni. E dal momento che la Principessa era in grado di penetrare i loro cuori, conoscendo il temperamento e le at­titudini naturali di ciascuno, si adattava a tutti secondo le singole necessità, secondo la grazia e la disposizione che coglieva in essi, affinché esercitassero le virtù con gioia, consolazione e fortezza. Li esortò inoltre ad adorare l'im­mensità dell'Altissimo anche attraverso forme esteriori umi­li, quali le prostrazioni o altre azioni di culto e riverenza.

50. Tutti i giorni, mattino e sera, si recava da loro a chiedere la benedizione: prima da Pietro, poi da Giovanni e quindi dagli altri secondo il grado di anzianità. All'inizio tutti cercavano di sottrarsi dal compiere questo rito, per­ché la consideravano loro sovrana e madre del loro Si­gnore, ma ella obbligò tutti a benedirla, spiegando l'alta dignità, i compiti del loro ministero e il sommo rispetto dovuto. Poiché in questa gara si trattava di sapere chi più si sarebbe umiliato, era già certo in anticipo che la Mae ­stra dell'umiltà dovesse vincere e i discepoli rimanere su­perati e istruiti dal suo esempio. D'altra parte le sue pa­role erano tanto soavi, ardenti e capaci di commuovere che quei primi fedeli vennero illuminati e furono guidati ad esercitare tutto ciò che vi era di più perfetto nelle virtù. Ora, riconoscendo essi stessi questi ineffabili effetti, ne par­lavano gli uni con gli altri pieni di stupore: «Veramente in questa pura creatura ritroviamo il medesimo insegnamen­to e conforto che ci erano stati tolti nel momento in cui Cristo ascese al cielo. Le sue azioni, i suoi consigli e la co­municazione colma di dolcezza e mitezza ci ammaestrano e ci inducono all'impegno, proprio come succedeva quan­do il nostro Redentore conversava con noi. Adesso i nostri cuori si accendono nello stesso modo. Non vi è alcun dub­bio che l'Eterno abbia colmato la Vergine di scienza e for­za. Possiamo ormai asciugare le lacrime, perché egli ce l'ha donata come modello e consolazione e ci ha concesso di avere con noi questa viva Arca dell'alleanza, dove ha de­positato la sua legge, la sua verga dei prodigi e la dolcis­sima manna per la nostra vita».

51. Se gli apostoli e i primi discepoli ci avessero la­sciato scritto ciò che come testimoni oculari appresero da lei, ciò che compresero dalla sua eminente sapienza, ciò che da lei intesero e che si dissero in così lungo tempo, certamente avremmo una cognizione più chiara della sua santità e delle sue opere eroiche. Saremmo anche giunti alla convinzione che il suo Unigenito l'aveva resa parteci­pe di una specie di virtù divina simile alla sua, quantun­que essa stesse in lui come nella sua fonte e nella sua ori­gine e in lei come in un canale o acquedotto attraverso cui si comunicava a tutti e si continua a comunicare. Gli Undici furono privilegiati dal fatto di poter bere le acque del Salvatore e della dottrina della Regina castissima, at­tingendo alla stessa sorgente e ricevendole per mezzo dei sensi come conveniva a ragione del compito affidato loro: fondare la Chiesa e seminare la fede evangelica in tutto il mondo.

52. Per il tradimento e la morte di Giuda, il più infeli­ce tra tutti i nati, il suo ministero era vacante e, come af­fermò Davide, si rendeva necessario consegnare il suo apo­stolato ad un'altra persona che fosse degna di sostenerlo, perché era volontà dell'Altissimo che, alla venuta del Pa­raclito, si trovasse compiuto il numero di dodici, come il Maestro li aveva contati al momento della chiamata. Ma­ria notificò questo ordine agli apostoli durante una con­versazione e tutti accettarono la proposta e la supplicaro­no di indicare colui che ritenesse il più meritevole e ido­neo a diventare uno di loro. Ella non ignorava chi fosse il prescelto perché teneva scritti nel suo cuore i loro nomi, incluso quello di san Mattia; tuttavia, nella sua umile e profonda saggezza, pensò che fosse conveniente affidare ta­le scrutinio a Pietro, perché cominciasse ad espletare nel­la comunità ecclesiale l'incarico di pontefice. Quindi gli suggerì di procedere con l'elezione davanti ai fedeli, cosic­ché tutti lo vedessero operare come loro capo supremo. Egli fece come gli fu comandato.

53. San Luca riferisce come questo avvenne nel primo capitolo degli Atti. Racconta che, in quei giorni intermedi tra l'ascensione e la venuta dello Spirito Santo, il vicario di Cristo, avendo riunito i fratelli, gli stessi centoventi che era­no stati presenti allorché sua Maestà era salito all'empireo, spiegò loro come avrebbe dovuto realizzarsi la profezia di Davide riguardo al tradimento di Giuda. Quest'ultimo, in­fatti, che faceva parte dei dodici, infelicemente aveva pre­varicato e fatto da guida a quelli che avevano arrestato Ge­sù; lo aveva venduto al prezzo stabilito e col denaro aveva comprato il campo che nella lingua comune si chiamava Akeldamà. Alla fine, indegno della misericordia divina, si era impiccato ed era morto spargendo fuori tutte le sue vi­scere. La cosa era diventata nota a tutti gli abitanti di Ge­rusalemme e perciò era indispensabile nominare un'altra persona al suo posto per essere testimone della resurrezio­ne. Era dunque opportuno che il nuovo eletto fosse tra i compagni che avevano seguito il Signore sin dal principio della predicazione e dal battesimo di Giovanni.

54. Terminato il discorso ed essendo tutti d'accordo di procedere all'elezione, ne fu affidata a Pietro la modalità. Egli stabilì che fra i settandue discepoli se ne scegliessero due, espressamente Giuseppe detto il Giusto e Mattia, e che poi su questi due si gettassero le sorti e venisse asso­ciato colui il cui nome fosse uscito per primo. Tale modo di agire ebbe l'approvazione di tutti: era per quel tempo molto sicuro perché la virtù divina compiva grandi mera­viglie per fondare la Chiesa. Scrissero i nomi di entrambi su due foglietti con l'aggiunta "discepolo e apostolo di Ge­sù" e li posero in un vaso dove non potessero essere ve­duti. Tutti si misero a implorare Dio, che conosce il cuo­re di ciascuno, di aiutarli ad eleggere colui che fosse gra­dito alla sua volontà. Pietro estrasse dal vaso il biglietto in cui era scritto: "Mattia discepolo e apostolo di Gesù". Nel gaudio generale costui fu accettato come legittimo aposto­lo, i suoi compagni lo abbracciarono e la Vergine , che era stata sempre presente, gli chiese la benedizione, cosa che fecero anche gli altri. Poi tutti continuarono a pregare e a fare digiuno fino alla venuta dello Spirito Santo.

 

Insegnamento della Regina del cielo

55. Carissima, a ragione ti sei sorpresa dei segreti e su­blimi favori che mi furono elargiti dalla destra di mio Figlio e dell'umiltà con cui li accoglievo e ne ero grata, co­me anche della carità e dell'attenzione che, in tale gioia, nutrivo verso i bisogni degli apostoli e dei credenti. È or­mai tempo che tu raccolga il frutto di questa conoscenza: per adesso non puoi intendere di più e io non sento altra brama riguardo a te se non quella di avere una figlia fe­dele e una discepola che venga dietro a me con fervore. Accendi dunque il fuoco della tua viva fede, pensa che io sono tanto potente per aiutarti e fidati che lo farò supe­rando le tue aspirazioni, e sarò generosa e prodiga nel­l'arricchirti e colmarti di beni e doni enormi. Ma per ri­ceverli tu devi sottometterti più della terra e considerarti l'ultima tra le creature, perché, quanto a te, sei più inuti­le della più vile e disprezzata polvere e non sei altro che miseria e necessità. Alla luce di questo, soppesa attenta­mente quanta e quale sia verso di te la clemenza e la be­nevolenza dell'Altissimo, e quale grado di corrispondenza e riconoscenza tu gli debba: se colui che paga non ha mo­tivo di gloriarsi fino a che non abbia saldato il conto per intero, tu, che non puoi soddisfare un debito così grande, è giusto che resti umiliata, perché rimarresti sempre debi­trice anche se ti dessi da fare continuamente e secondo le tue possibilità. Che cosa succederebbe allora se ti com­portassi da persona tiepida e negligente?

56. Con questa prudenza ed attenzione capirai come tu mi debba imitare nel cammino della fede viva, della spe­ranza certa, della carità perfetta, dell'umiltà profonda e an­che come esprimere il culto e la riverenza davanti all'infi­nita grandezza del Signore. Ti avviso nuovamente che la sa­gacia del serpente è molto vigile e pronta contro i mortali, perché non si curino della devozione e del culto verso l'E­terno e con vano ardire disprezzino questa virtù e tutte le altre che essa contiene in sé. Nei mondani e viziosi il dia­volo insinua uno stoltissimo oblio delle verità cattoliche af­finché la fede divina non ricordi loro il timore e la venerazione di Dio, e li rende con ciò molto simili ai pagani che non lo conoscono. Negli altri che desiderano la virtù e fanno alcune opere buone, suscita una pericolosa tiepidez­za e negligenza: se la passano spensierati senza riflettere su quanto perdano per la mancanza di zelo. Infine cerca di in­gannare con una grossolana confidenza coloro che voglio­no avvicinarsi ad un grado di maggiore perfezione, perché, sia per i benefici che ottengono sia per la clemenza che sperimentano, si considerino molto intimi e familiari del­l'Onnipotente e trascurino quell'umile atteggiamento di os­sequio con cui dovrebbero stare alla presenza di colui in­nanzi al quale tremano le potestà del cielo, come esorta la santa Chiesa. E poiché in altre occasioni ti ho ammonita e avvisata di tale pericolo, ora è sufficiente che te lo ricordi.

57. Pretendo però che tu sia fedele e puntuale nel se­guire questa dottrina, nel confessarla e nel metterla in pra­tica, agendo con semplicità e senza affettazioni, perché con l'esempio e le parole insegni a tutti coloro con cui con­verserai il santo timore e il rispetto dovuti al Creatore da parte delle creature, e particolarmente desidero che incul­chi alle tue religiose questa scienza. Il più efficace inse­gnamento deve essere il tuo esempio quando agisci ed espleti il tuo dovere: non occultare né tralasciare le tue azioni per paura della vanità. Questo obbligo vale ancora di più per chi è chiamato al servizio dell'autorità, perché è suo compito esortare, indirizzare e far camminare i sud­diti nel santo timore di Dio, e ciò avviene più efficacemente con l'esempio che con le parole. Soprattutto devi ammo­nire sulla stima che si deve avere per i sacerdoti, unti e consacrati del Signore. Imitandomi, chiedi loro sempre la benedizione, ogni volta che ti avvicinerai per ascoltarli o ti allontanerai prendendo licenza. E quando ti sembrerà di essere più favorita dalla bontà divina, volgi allora gli oc­chi alle necessità e alle sofferenze del tuo prossimo, al pe­ricolo in cui si trovano i peccatori e prega per tutti con viva fede e confidenza, perché non è legittimo amore verso l'Autore della vita quello che si accontenta solo di gioire e si dimentica dei fratelli. Impegnati sollecita a implorare che quel sommo Bene che conosci e di cui partecipi si co­munichi a tutti: egli non esclude nessuno, ciascuno è bi­sognoso della sua comunicazione e del suo aiuto. Cerca di riconoscere rettamente il mio affetto e di ricalcare le mie orme, e così saprai come comportarti in ogni circostanza.

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