17 - La principessa del cielo Maria santissima comincia a patire

Suor Maria d'Agreda

17 - La principessa del cielo Maria santissima comincia a patire
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La principessa del cielo Maria santissima comincia a patire nella sua fanciullezza; Dio le si nasconde; suoi dolci lamenti di amore.

674. L'Altissimo, che con infinita sapienza dispone della vita dei suoi con misura e peso, determinò di esercitare la nostra divina Principessa con alcune tribolazioni proporzionate alla sua età ed al suo stato di piccolina, benché sempre grande nella grazia, che voleva accrescerle con tale mezzo e con essa la gloria. La nostra bambina era piena di sapienza e di grazia, ma conveniva che vi aggiungesse lo studio dell'esperienza, affinché, avanzando in essa, imparasse la scienza del patire, la quale con l'uso arriva alla sua perfezione ed al suo massimo valore. Nel breve corso dei suoi teneri anni aveva goduto delle delizie dell'Altissimo e delle sue carezze, come anche delle dimostrazioni di affetto degli angeli santi, dei suoi genitori, della sua maestra e dei sacerdoti, perché agli occhi di tutti era graziosa ed amabile. Conveniva ormai che del bene che possedeva cominciasse ad avere una nuova conoscenza, quella che si acquista con la lontananza e la privazione di detto bene e con il nuovo uso delle virtù causato da tale privazione, confrontando lo stato dei favori e delle carezze con quello della solitudine, dell'aridità e delle tribolazioni.

675. La prima delle sofferenze che la nostra Principessa patì fu la sospensione da parte del Signore delle continue visioni che le comunicava; questo dolore fu tanto maggiore quanto più era nuovo ed insolito e quanto più sublime e prezioso era il tesoro che ella perdeva di vista. Le si nascosero anche gli angeli santi e con il ritiro di tanti e così eccellenti e divini oggetti, che nel medesimo tempo si occultarono alla sua vista benché non si allontanassero dalla sua compagnia e protezione, quell'anima purissima restò, a suo parere, come deserta e sola nella notte oscura della lontananza del suo amato, che prima la rivestiva di brillantissima luce.

676. Tale cosa risultò nuova alla nostra Bambina, poiché il Signore, sebbene l'avesse già avvertita che avrebbe ricevuto tribolazioni, non le aveva indicato quali sarebbero state. Siccome, poi, il candido cuore della semplicissima Colomba niente poteva pensare né operare che non fosse frutto della sua umiltà e carità incomparabile, si disfaceva tutta nell'esercizio di queste due virtù. Con l'umiltà attribuiva alla sua ingratitudine il non avere meritato la presenza ed il possesso del bene perduto e con l'infiammato amore lo sollecitava e cercava con tali e tanti sentimenti pieni di amore e con tale dolore che non ci sono parole sufficienti per spiegarli. Allora, in quel nuovo stato, si rivolse tutta al Signore e gli disse:

677. «Dio altissimo e Signore dell'intero creato, infinito nella bontà e ricco di misericordia, padrone mio, confesso che una così vile creatura non ha potuto meritare i vostri favori e la mia anima con intimo dolore si spaventa del vostro dispiacere e della propria ingratitudine. Se questa si è frapposta per eclissarmi il sole che mi animava, vivificava ed illuminava e se io sono stata tiepida nel corrispondere a tanti benefici, Signore e pastore mio, fate che io conosca la colpa della mia scortese noncuranza. Se, poi, come ignorante e semplice pecorella, non ho saputo essere grata né operare ciò che era più accetto agli occhi vostri, me ne sto prostrata a terra e nella polvere, affinché voi, mio Dio che abitate nelle altezze, vi degniate di sollevarmi come povera e derelitta. Le vostre mani onnipotenti mi hanno plasmato e non potete ignorare di che cosa siamo formati e in quali vasi depositate i vostri tesori. L'anima mia viene meno nella sua amarezza ed in assenza di voi che siete la sua dolce vita nessuno può dare sollievo al mio deliquio. Ah, dove me ne andrò lontano da voi? Dove volgerò i miei occhi senza la luce che mi illuminava? Chi mi preserverà dalla morte senza voi che siete la vita?».

678. Si rivolgeva pure agli angeli santi e, continuando senza cessare i suoi lamenti di amore, parlava loro dicendo: «Principi celesti, messaggeri del supremo Re delle altezze ed amici fedelissimi dell'anima mia, perché anche voi mi avete abbandonata? Perché mi private della vostra dolce vista e mi negate la vostra presenza? Non mi stupisco, però, miei signori, del vostro sdegno, mentre per mia disgrazia ho meritato di incorrere in quello del vostro e mio Creatore. Luminari dei cieli, illuminate in questa mia ignoranza il mio intelletto e, se ho colpa, correggetemi; ma impetrate dal mio Signore che mi perdoni. Nobilissimi servitori della celeste Gerusalemme, doletevi della mia afflizione e del mio abbandono. Ditemi: dove è andato il mio amato? Ditemi: dove si è nascosto? Ditemi: dove lo ritroverò senza andare vagando qua e là dietro i greggi di tutte le creature? Ohimé, nemmeno voi mi rispondete, sebbene tanto cortesi, nemmeno voi che certamente conoscete dove si trova il mio Sposo, perché mai vi allontana dal contemplare il suo volto e la sua bellezza».

679. Si rivolgeva, poi, al resto delle creature e con rinnovate ansie di amore parlava loro e diceva: «Senza dubbio anche voi, che siete armate contro gli ingrati verso Dio, sarete sdegnate, essendo riconoscenti, contro chi non è stato tale. Se per la bontà del mio e vostro Signore mi ammettete tra voi, benché io sia la più vile, non potete però soddisfare il mio desiderio. Molto belli e spaziosi siete voi, o cieli; belli e risplendenti anche voi, pianeti ed astri tutti; grandi ed invincibili voi, elementi; e tu, o terra, sei adornata e vestita di piante odorose e di erbe; innumerevoli sono i pesci delle acque ed ammirabili i flutti del mare; leggeri e veloci gli uccelli; nascosti i minerali; forti gli animali; e il tutto unito insieme forma una bella scala ininterrotta ed una dolce armonia per arrivare alla conoscenza del mio amato. Sono, però, lunghi giri questi per chi ama e, quando sono passata rapidamente attraverso tutti, alla fine mi fermo e mi trovo lontana dal mio Bene. Con la conoscenza certa che mi date voi, o creature, della sua bellezza senza misura, non si acquieta affatto il mio slancio, non si tempra il dolore, non si modera la mia pena; anzi, cresce il mio affanno, aumenta il desiderio, s'infiamma il cuore e nell'amore non saziato la mia vita terrena viene meno. Oh, quanto mi sarebbe più dolce morire che vivere senza te, mia vita! Oh, quanto mi è penosa la vita senza te, mia anima e mio diletto! Ora che farò? Dove mi volgerò? E come vivo ora? Anzi, come non muoio, dal momento che mi è venuto a mancare colui che è la mia vita? Quale virtù senza di lui mi sostiene? Voi tutte, o creature, che con la vostra costante conservazione e con le vostre perfezioni mi date tanti segni del mio Signore, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore!».

680. La nostra divina Signora formava nel suo cuore e ripeteva con la lingua molti altri discorsi, che non possono essere compresi dal pensiero creato, perché solo la sua prudenza ed il suo amore giunsero a ponderare e sentire quanto comporti l'allontanamento di Dio da un anima che lo abbia già conosciuto e gustato in tale grado. Se gli angeli, quasi presi da gelosia nel loro santo amore, si meravigliavano di vedere in una semplice creatura e tenera bambina tanta varietà di atti prudentissimi di umiltà, fede ed amore e di sentimenti e slanci del cuore, chi potrà mai spiegare il gradimento ed il compiacimento del Signore per l'anima della sua eletta e per tutte le sue elevazioni, ciascuna delle quali feriva il cuore di sua Maestà e procedeva da un privilegio di grazia e di amore maggiore di quello concesso ai medesimi serafini? Se tutti loro, poi, alla vista della Divinità non sapevano esercitare né imitare le azioni di Maria santissima né osservare le leggi dell'amore con tanta perfezione come lei quando lo stesso Dio le stava lontano e nascosto, chi potrà mai descrivere quale era il compiacimento che riceveva tutta la santissima Trinità quando le era presente? Mistero imperscrutabile è questo per la nostra limitatezza; però, dobbiamo riverirlo con ammirazione ed ammirarlo con riverenza.

681. La nostra candidissima Colomba non trovava dove potersi posare, dando pace al suo cuore; i suoi sentimenti, infatti, con inconsolabili gemiti e reiterati voli, si libravano su tutte le creature. Andava molte volte al Signore con lamenti e sospiri di amore; quindi, ritornava, sollecitava gli angeli della sua custodia e risvegliava tutte le creature, come se tutte fossero dotate di ragione; poi, saliva con il suo intelletto illuminato e con il suo ardentissimo affetto a quell'altissima abitazione dove prima il sommo Bene le veniva incontro e godevano reciprocamente le sue ineffabili delizie. Intanto, il supremo Signore ed innamorato sposo, che si lasciava allora possedere ma non godere dalla sua diletta, sempre infiammava più e più quel purissimo cuore con il solo possederlo, aumentando i suoi meriti e possedendolo di nuovo con diversi e misteriosi doni, affinché più posseduto più ancora l'amasse, e più amato e posseduto lo cercasse per vie nuove e con rinnovate ansie di infiammato amore. «L'ho cercato - diceva la divina Principessa - e non l'ho trovato; mi alzerò di nuovo e, guardando meglio per le vie e le piazze della città di Dio, rinnoverò le mie ricerche. Le mie mani hanno stillato mirra, le mie attenzioni non bastano e le mie opere nulla possono se non aumentare il mio dolore. Ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Già il mio diletto si è allontanato. L'ho chiamato, ma non mi ha risposto; ho girato intorno gli occhi per ritrovarlo, ma le guardie della città, le sentinelle e tutte le creature mi hanno molestato ed offeso con la loro vista. Figlie di Gerusalemme, anime sante e giuste, io vi prego, io vi supplico, se incontrate il mio diletto, di dirgli che vengo meno e che muoio per amore suo».

682. La nostra Regina per alcuni giorni si profuse continuamente in questi dolci ed amorosi lamenti. Quell'umile nardo spargeva fragranze così soavi, temendosi disprezzato dal Signore, mentre questi, invece, si stava riposando nella parte più nascosta del suo fedelissimo cuore. La divina Provvidenza, per sua maggiore gloria e per fare sovrabbondare i meriti nella sua sposa, prolungò questo termine per qualche tempo. In esso la divina Signora patì più tormenti spirituali che tutti i santi insieme, poiché ondeggiava tra i sospetti ed i timori di avere perso Dio e di essere caduta dalla sua grazia per propria colpa; e nessuno può giungere a conoscere quanta e quale fosse l'angoscia di quell'ardente cuore, che tanto seppe amare. Solo Dio poteva ponderarla e, per sentirla, lasciava il suo cuore tra quei sospetti e timori di averlo smarrito per propria colpa.

 

Insegnamento che mi diede la mia Signora e regina

 

683. Figlia mia, qualunque bene è tanto più stimato dalle creature quanto più si sa che esso è un vero bene. Poiché il vero Bene è uno solo e tutti gli altri non sono che beni falsi ed apparenti, soltanto questo vero e sommo bene deve essere conosciuto come tale ed apprezzato. Tu giungerai a stimarlo e ad amarlo come merita quando lo gusterai, lo conoscerai e lo apprezzerai sopra ogni cosa creata. Il dolore di perderlo è proporzionato a questa stima e a questo amore; così, intenderai in parte gli effetti che io provai quando si allontanò da me il Bene eterno, lasciandomi dubbiosa se per caso lo avessi colpevolmente perduto. Senza dubbio, molte volte il dolore di questi sospetti e la forza dell'amore mi avrebbero privata della vita, se il Signore stesso non me l'avesse conservata.

684. Pondera, dunque, adesso quale dovrebbe essere il dolore di perdere Dio realmente per i peccati, se in un anima che non sente i cattivi effetti della colpa può causare tanto dolore la lontananza del vero bene, benché in realtà non l'abbia perso, anzi lo possegga anche se nascosto all'occhio della sua ragione. Questa sapienza, però, non penetra nella mente degli uomini carnali; anzi, con stoltissima cecità essi stimano l'apparente e finto bene e si dolgono ed affliggono quando manca loro. Del sommo e vero Bene, poi, non si formano concetto né stima alcuna, perché non lo hanno mai gustato né conosciuto. Sebbene il mio Figlio santissimo abbia scacciato da loro questa spaventosa ignoranza contratta per il primo peccato, meritando loro la fede e la carità per conoscere e gustare in qualche modo il bene che non avevano mai sperimentato, pure, ahimè, perdono la carità e la pospongono a qualunque diletto; e la fede, restando oziosa e morta, non giova. Così vivono i figli delle tenebre, come se dell'eternità avessero soltanto una finta o dubbiosa cognizione.

685. Temi, o anima, questo pericolo, su cui non si riflette mai abbastanza. Vigila e ivi sempre attenta e preparata contro i nemici, che non dormono mai. La tua meditazione di giorno e di notte sia su come devi lavorare per non perdere il sommo Bene che ami. Non ti conviene dormire né sonnecchiare tra nemici invisibili. Se, poi, talvolta il tuo amato ti si nasconderà, aspetta con pazienza e cercalo con sollecitudine senza riposare, perché non conosci i suoi occulti giudizi. Intanto, durante il tempo della lontananza e della tentazione, tieni preparato l'olio della carità e della retta intenzione, affinché non ti manchi e tu non sia riprovata con le vergini stolte e smemorate.