12 - La virtù della temperanza che ebbe Maria santissima

Suor Maria d'Agreda

12 - La virtù della temperanza che ebbe Maria santissima
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La virtù della temperanza che ebbe Maria santissima.

580. Dei due moti che ha la creatura, l'uno di desiderare il bene sensibile, l'altro di ritirarsi dal male, quest'ultimo si modera con la fortezza, che, come ho detto, serve a far sì che la volontà non si lasci vincere dall'irascibilità, ma la vinca invece con coraggio, soffrendo qualunque male sensibile per conseguire il bene onesto. Per ordinare gli altri moti della bramosia serve la temperanza, l'ultima e la minore delle virtù cardinali, poiché il bene che ottiene non è così generale come quello cui sono volte le altre virtù, anzi la temperanza immediatamente mira al bene particolare di colui che la possiede. Vero è che i dottori e i maestri considerano anche la temperanza, in quanto significa una generale moderazione di tutti gli appetiti naturali e in questo senso è virtù generale e comune che comprende tutte le virtù che muovono ogni tipo di desiderio in modo conforme a ragione. Tuttavia, non parliamo adesso della temperanza in questa generalità, ma in quanto serve per governare la bramosia nella materia del tatto, dove il piacere stimola con maggior forza, e conseguentemente in al tre materie che provocano piacere, le quali imitano la sollecitazione del tatto, benché non con tanta forza.

581. In questa considerazione la temperanza occupa l'ultimo posto tra le virtù, perché il suo oggetto non è così nobile come quello delle altre. Tuttavia le si attribuiscono alcune eccellenze maggiori, in quanto essa ci allontana da oggetti più brutti e detestabili, quali sono la sregolatezza nei piaceri dei sensi, comune agli uomini e alle bestie. Perciò Davide dice che l'uomo si rende simile agli animali quando si lascia trasportare dalla passione del piacere. Questo è un vizio puerile, perché un bambino non segue la ragione, ma l'oggetto del suo desiderio, né si modera se non col castigo, che è necessario anche a frenare la bramosia in questi piaceri. Da tale disonore e bruttezza l'uomo viene liberato dalla virtù della temperanza, poiché questa gli insegna a governarsi non in forza del piacere ma della ragione. Perciò questa virtù meritò che le si attribuisse una certa onestà e decoro o bellezza, che nasce nell'uomo dal conservarsi nello stato della ragione contro una passione tanto indomita che poche volte ascolta la ragione e le ubbidisce; al contrario, l'asservimento dell'uomo al piacere animale gli procura grande disonore per la somiglianza che così acquista con gli animali bruti e con i bambini.

582. La temperanza racchiude in sé le virtù dell'asti nenza e della sobrietà contro i vizi della gola nel mangiare e dell'ubriachezza nel bere; l'astinenza poi comprende il digiuno. Queste sono le prime virtù della temperanza, perché all'appetito in primo luogo si presenta il cibo, oggetto del gusto, per la conservazione della natura. Dopo queste virtù seguono quelle che regolano la procreazione: la castità e la pudicizia con le loro componenti specifiche, cioè verginità e continenza contro i vizi della lussuria e dell'incontinenza, e le loro specie. A queste virtù, che sono le principali nella temperanza, ne seguono altre che moderano l'appetito in altri piaceri minori, e quelle che moderano il senso dell'odorato, dell'udito e della vista si riducono a quelle del tatto. Ma ve ne sono altre simili a loro in materie differenti; queste sono la clemenza e la mansuetudine, che governano l'ira e l'eccessiva severità nel castigare, contro il vizio della crudeltà disumana o bestiale in cui possono degenerare. Ve n'è un'altra, che è la modestia, che contiene in sé quattro virtù. La prima è l'umiltà, che trattiene l'uomo contro la superbia perché non brami disordinatamente la propria eccellenza. La seconda è la studiosità, che serve a non desiderare di sapere più di quello che conviene, e come conviene, contro il vizio della curiosità. La terza è la moderazione o austerità, che ha come fine di non bramare il fasto superfluo e l'ostentazione del vestito e degli ornamenti. La quarta è quella che modera il desiderio sfrenato negli svaghi e nei divertimenti, quali i giochi, le attività fisiche, le burle e i balli, ecc. E benché questa virtù non abbia un nome particolare, è però molto necessaria e si chiama generalmente modestia o temperanza.

583. Per manifestare l'eccellenza che queste virtù ebbero nella Regina del cielo, come ho detto delle altre, credo sempre che risultino scarsi i termini e le parole comuni con le quali parliamo delle virtù delle altre creature. Le grazie e i doni di Maria santissima ebbero maggior proporzione con quelle del suo dilettissimo Figlio, e queste con le perfezioni divine, di quanta tutte le virtù e la santità dei santi ne abbiano avuta con quella di questa sovrana Regina delle virtù. Così viene ad essere molto disuguale quanto di lei si può dire con le parole con cui intendiamo le grazie e le virtù degli altri santi, nei quali, per quanto esse fossero grandi e comprovate, si trovavano in persone imperfette soggette al peccato e al conseguente disordine. Infatti, se di queste il Siracide dice che non si può valutare il peso dell'eccellenza di un animo misurato, che diremo della temperanza della Signora delle grazie, delle virtù e della bellezza di cui la sua anima santissima era ricolma? Tutti i domestici di questa donna forte erano forniti di doppie vesti, perché le sue facoltà erano adorne di due abiti o perfezioni d'incomparabile bellezza e fortezza. L'uno era quello della giustizia originale, il quale subordinava gli appetiti alla ragione e alla grazia, l'altro era quello degli abiti infusi, che le aggiungevano nuova bellezza e virtù per operare con somma perfezione.

584. Tutti gli altri santi, che si distinsero nella bella virtù della temperanza, giunsero tutt'al più, seppur vi giunsero, ad assoggettare la bramosia indomita al giogo della ragione in modo che non desiderasse smodatamente cosa alcuna che in seguito dovessero ritrattare, dolenti di averla bramata. E se anche qualcuno, passando oltre, giunse perfino a negare all'appetito tutto ciò che può essere sottratto all'umana natura senza distruggerla, tuttavia non poté mai far sì che in tutti questi atti egli non sentisse qualche difficoltà che ritardasse la tensione della volontà, o almeno una tale resistenza da non poter ottenere con tutta pienezza quanto desiderava, dovendo perciò con l'Apostolo lamentarsi dell'infelice carico di questo pesante corpo. In Maria santissima non si trovava questo disaccordo, perché gli appetiti, senza recalcitrare o ribellarsi alla ragione, lasciavano operare tutte le virtù con tanta armonia e accordo che, fortificandola come esercito di schiere ben ordinate, facevano un coro di celestiale consonanza. E siccome non aveva appetiti disordinati da reprimere, esercitava la temperanza in modo tale che non poteva venirle in mente né immagine né memonà di moto sregolato. Anzi, imitando bene le divine perfezioni, i suoi atti venivano ad essere come originati e ritratti da quel supremo esempio e si rivolgevano a lui come a regola unica della loro perfezione e come a fine ultimo in cui terminavano.

585. L'astinenza e sobrietà di Maria santissima furono d'ammirazione agli angeli, perché, essendo Regina di ogni cosa creata ed insieme soggetta alle passioni naturali della fame e della sete, non ebbe mai appetenza di cibi che sarebbero stati convenienti al suo potere e alla sua grandezza, né usava del mangiare per il gusto, ma per la sola necessità, soddisfacendo a questa con temperanza tale che né eccedeva né poteva eccedere oltre quanto era necessario alla salute e al sostentamento della vita. Inoltre, prima di cibarsi, voleva sentire il dolore della fame e della sete, limitando il cibo in modo che anche la grazia dovesse in parte concorrere con lo scarso nutrimento naturale a sostenerla. Mai la mancanza di cibo le causò alcun disturbo; anche se ne prendeva meno di quello necessario al fabbisogno calorico, vi suppliva la divina grazia, poiché la creatura vive anche di essa e non di solo pane. L'Altissimo avrebbe certamente potuto sostentarla senza che ella mangiasse o bevesse, ma non lo fece, perché non era conveniente per lei perdere l'occasione di acquisire meriti nell'uso del mangiare e di essere esempio di temperanza, né lo era per noi esser privati di tanto bene e di tanti suoi meriti. Della qualità del cibo che usava e del tempo nel quale lo prendeva, si parla in diverse parti di questa Storia. Di volontà sua però non mangiò mai carne, non più che una sola volta al giorno, eccetto quando visse col suo sposo Giuseppe o quando accompagnava il suo santissimo Figlio nei suoi viaggi, perché in queste occasioni, per la necessità di adeguarsi agli altri, seguiva l'ordine che il Signore le dava, ma sempre era straordinaria nella temperanza.

586. Della purezza verginale e del pudore della Vergine delle vergini, non potrebbero parlare degnamente neppure i supremi serafini, poiché in questa virtù, che in essi è naturale, furono inferiori alla loro Regina e signora. Infatti, col privilegio della grazia e col potere dell'Altissimo, Maria santissima era più libera ed immune dal vizio contrario che non gli stessi angeli, i quali per loro natura non possono esserne toccati. Noi mortali non arriviamo in questa vita ad immaginare quanto grande fosse questa virtù nella Regina del cielo, perché ci ostacola molto il fango pesante che ottenebra all'anima nostra la candidezza e la cristallina luce della castità. La nostra gran Regina la ebbe in grado tale che avrebbe potuto meritatamente preferirla alla dignità di Madre di Dio, se non fosse stata appunto questa virtù che più la rendeva adeguata a questa ineffabile grandezza. Tanto che, misurando la purezza verginale di Maria dalla stima che ella ne fece e dalla dignità a cui ne fu sollevata, si comprenderà in parte quale fosse questa virtù nel suo virgineo corpo e nella sua anima. Propose di osservarla dalla sua concezione immacolata, ne fece voto dalla sua nascita e la osservò in maniera che non ebbe mai azione, né movimento, né gesto con cui la violasse o ne intaccasse il pudore. Perciò non parlò mai a un uomo se non per volontà di Dio, né questi, né le donne stesse guardava in viso e ciò non per il pericolo, ma per il merito, per l'esempio nostro e per la sovrabbondanza della divina prudenza, sapienza e carità.

587. Della sua clemenza e mansuetudine Salomone disse che la legge della clemenza era sulla sua lingua, perché mai la mosse se non per distribuire la grazia che era sparsa sulle sue labbra. La mansuetudine governa l'ira e la clemenza modera il castigo. La nostra mansuetissima Regina non ebbe ira da moderare, né usava di questa disposizione naturale più di quello che nel capitolo passato si è detto quanto agli atti della fortezza contro il peccato e il demonio. Ma contro le creature razionali non ebbe ira che fosse diretta a castigarle, né in occasione alcuna si mosse ad ira, né mai perse la perfettissima mansuetudine e l'immutabile ed inimitabile imperturbabilità interiore ed esteriore, né si notò differenza nell'espressione o nella voce o si videro in lei movimenti che indicassero qualche interno moto d'ira. Il Signore si servi di questa mansuetudine e clemenza come di strumento per esercitare la sua, dando corso per mezzo di essa a tutti i benefici e gli effetti delle eterne ed antiche misericordie; per tale fine era necessario che la clemenza di Maria signora nostra fosse strumento adeguato di quella che il medesimo Signore usa con le creature. Infatti, considerando attentamente e profondamente le opere della divina clemenza verso i peccatori, e che di tutte Maria santissima fu lo strumento idoneo con cui si disponevano ed eseguivano, si comprenderà in parte la clemenza di questa Signora. Tutti i suoi rimproveri furono fatti pregando, insegnando ed ammonendo piuttosto che castigando e questo domandò ella stessa al Signore. Infatti la sua provvidenza dispose così, affinché in questa eminentissima Regina la legge della clemenza risiedesse come nell'originale e si conservasse come in un tesoro, del quale sua Maestà si servisse e dal quale i mortali apprendessero questa virtù con le altre.

588. Quanto alle altre virtù che contiene la modestia, e specialmente quanto all'umiltà e all'austerità o povertà di Maria santissima, per dirne qualche cosa degnamente occorrerebbero molti libri e molte lingue d'angeli. Però, di quello che io posso arrivare a dirne, è piena questa Storia, perché in tutte le azioni della Regina del cielo rifulse sopra ogni virtù la sua incomparabile umiltà. Temo molto di offendere la grandezza di questa singolare virtù, cercando di restringere in limitati confini questo pelago d'umiltà, che poté ricevere ed abbracciare colui che è incomprensibile e senza limiti. Quanto sono giunti a conoscere e ad operare i santi e gli stessi angeli con questa virtù, non poté giungere a far sì che la loro umiltà uguagliasse anche in minima parte quella che ebbe la nostra Regina. Difatti, quale dei santi o degli angeli Dio poté chiamare sua Madre? E chi, al di fuori di Maria e dell'eterno Padre, poté chiamare suo figlio il Verbo incarnato? Ora, se colei che in questa dignità giunse ad essere simile all'Eterno e ne ebbe le grazie e i doni convenienti, si pose nella stima di sé comunque all'ultimo posto tra le creature e tutte le reputò superiori a se stessa; quale odore, quale fragranza inebriante dovette mandare allo stesso Dio questo umile nardo, contenente nel suo seno il supremo Re dei re?

589. Che le colonne del cielo si umilino e si confondano alla presenza dell'inaccessibile luce della Maestà infinita non fa meraviglia, dato che essi videro la rovina dei loro uguali ed essi stessi non ne furono preservati se non con benefici e ragioni comuni a tutti. Che i più forti ed invincibili santi si umiliassero, abbracciando il disprezzo e l'annientamento, riconoscendosi indegni di qualunque minimo beneficio della grazia e persino dello stesso ossequio e soccorso delle cose naturali, era giustissimo e conseguente, perché tutti pecchiamo ed abbiamo bisogno della gloria del medesimo Dio. Nessuno è stato mai così santo né così grande da non poter essere maggiore, né tanto perfetto da non mancare di qualche virtù, né tanto innocente da essere trovato irreprensibile agli occhi di Dio. E se anche si trovasse qualcuno in tutto interamente perfetto, rimarrebbero comunque tutti nella sfera della grazia comune e nessuno sarebbe superiore a tutti in tutto.

590. Quindi fu senza esempio e senza pari l'umiltà di Maria purissima. Infatti, essendo aurora della grazia, principio di tutto il bene delle creature, la suprema di esse, il prodigio delle perfezioni di Dio, il centro del suo amore, la sfera della sua onnipotenza, colei che lo chiamò figlio e si senù chiamare madre dallo stesso Dio, tuttavia si umiliò fino a mettersi al di sotto di ogni cosa creata. Ed ella che, godendo della maggiore eccellenza di tutte le opere di Dio in una semplice creatura, non ne aveva altra superiore sopra cui sollevarsi, nondimeno si umiliò talmente che si giudicava indegna della seppur minima stima, eccellenza o gloria che si potesse dare alla più piccola di tutte le creature razionali. Non solamente si reputava immeritevole della dignità di Madre di Dio e delle grazie relative, ma anche dell'aria che respirava, della terra che la sosteneva, dell'alimento che riceveva e di qualunque ossequio e servizio da parte delle creature e così, ritenendosi indegna di tutto, tutto gradiva come se realmente ne fosse indegna. E per dir molto in poche parole, il fatto che la creatura razionale non brami l'eccellenza che assolutamente non le appartiene o che per qualche titolo non si merita, non è poi un'umiltà molto generosa, benché l'infinita clemenza dell'Altissimo la riceva e si consideri obbligato da chi così si umilia. Ma la cosa mirabile è il fatto che si umilii più di tutte le creature insieme colei che, mentre le era dovuta tutta la maestà e l'eccellenza, non la bramò né la cercò e, pur nella sua dignità di Madre di Dio, si annientò nella stima di sé, meritando con questa umiltà di esser sollevata, quasi di diritto, al dominio ed alla signoria di tutto il creato.

591. A questa umiltà incomparabile si univano in Maria santissima le altre virtù racchiuse nella modestia, perché la brama di sapere più di quello che conviene di solito nasce dalla poca umiltà o carità, vizio senza profitto ed anzi di molto danno, come accadde a Dina, la quale con inutile curiosità, uscendo a vedere ciò che non le era utile, fu veduta con tanto danno del suo onore. Dalla stessa radice di superbia presuntuosa solitamente hanno origine la superflua ostentazione e il fasto nell'abbigliamento, nonché le sregolate azioni, i gesti e i movimenti corporali che servono alla vanità e alla sensualità, dando prova della leggerezza dell'animo, secondo queJlo che dice il Siracide: Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è. Tutte le virtù contrarie a questi vizi in Maria santissima erano intatte e non conoscevano contraddizione o moto che le potesse ritardare o corrompere; anzi, come figlie e compagne della sua profondissima umiltà, carità e purezza, mostravano in questa sovrana Signora certi raggi più di divina che di umana creatura.

592. Era studiosissima senza curiosità, perché, pur ripiena di sapienza al di sopra dei medesimi cherubini, apprendeva e si lasciava istruire da tutti ritenendosi ignorante; e, quando usava della divina scienzà o indagava la divina volontà, era così prudente e lo faceva con fini così sublimi e nelle dovute circostanze, che sempre i suoi desideri ferivano il cuore di Dio e lo attiravano alla sua ben ordinata volontà. Non meno ammirabile fu poi nella povertà ed austerità; infatti, essendo Signora di tutto il creato, che aveva a sua disposizione, per imitare il suo Figlio santissimo, rinunciò a tutto ciò che lo stesso Signore pose nelle sue mani. Invero, come il Padre pose tutte le cose nelle mani del Verbo incarnato, così pure questo Signore le pose tutte nelle mani di sua Madre ed ella, per fare lo stesso, le lasciò tutte con l'affetto ed effettivamente per la gloria del suo figlio e Signore. Della modestia delle sue azioni, della dolcezza delle sue parole e di tutto il suo aspetto basta dire che, per l'ineffabile grandezza che ne traspariva, sarebbe stata reputata più che umana se la fede non avesse insegnato che era semplice creatura, così come confessò il saggio di Atene san Dionigi.

 

Insegnamento della Regina del cielo

 

593. Figlia mia, parlando della dignità di questa virtù della temperanza, hai detto qualcosa di quanto ne hai inteso e di come io la esercitavo, sebbene tu tralasci di dire molto di quanto occorrerebbe per far intendere la necessità grandissima che hanno i mortali di usare la temperanza nelle loro azioni. Fu pena del primo peccato che l'uomo perdesse il perfetto uso della ragione e che le passioni, divenute ad essa disubbidienti, si ribellassero a colui che si era ribellato al suo Dio disprezzandone il giustissimo precetto. Per riparare a questo danno fu necessaria la virtù della temperanza, che domasse le passioni, trattenendone e moderandone le sollecitazioni, che restituisse all'uomo la conoscenza della giusta misura nel desiderio, lo educasse e lo disponesse di nuovo a seguire la ragione quale essere capace di partecipare della divinità e non già a seguire il suo piacere, come fa un animale privo di ragione. Senza questa virtù non è possibile spogliarsi dell'uomo vecchio, né disporsi per i doni della grazia e sapienza divina, perché questa non entra in un'anima che abita un corpo soggetto al peccato. Soltanto colui che con la temperanza sa moderare le sue passioni, negando loro lo sfrenato piacere animale che appetiscono, potrà dire e sperimentare che il Re lo introduce nella cella del suo vino delizioso e nei tesori della sapienza e dei doni spirituali, perché questa virtù è come un deposito comune, pieno delle virtù più belle e fragranti al gusto dell'Altissimo.

594. E sebbene io voglia che ti dia molta pena per conseguirle tutte, tuttavia desidero che consideri particolarmente la bellezza e il buon odore della castità, la forza dell'astinenza nel mangiare e della sobrietà nel bere, la soavità e i buoni effetti della modestia nelle parole e nelle opere, nonché la nobiltà della povertà altissima nell'uso delle cose. Con queste virtù otterrai la luce divina, la pace e la tranquillità dell'anima, la serenità delle tue facoltà, il dominio delle tue inclinazioni e arriverai ad essere tutta illuminata dagli splendori della grazia e dei doni divini. Così dalla vita sensibile ed animale sarai sollevata alla vita angelica, che è quella che da lui che si era ribellato al suo Dio disprezzandone il giustissimo precetto. Per riparare a questo danno fu necessaria la virtù della temperanza, che domasse le passioni, trattenendone e moderandone le sollecitazioni, che restituisse all'uomo la conoscenza della giusta misura nel desiderio, lo educasse e lo disponesse di nuovo a seguire la ragione quale essere capace di partecipare della divinità e non già a seguire il suo piacere, come fa un animale privo di ragione. Senza questa virtù non è possibile spogliarsi dell'uomo vecchio, né disporsi per i doni della grazia e sapienza divina, perché questa non entra in un'anima che abita un corpo soggetto al peccato. Soltanto colui che con la temperanza sa moderare le sue passioni, negando loro lo sfrenato piacere animale che appetiscono, potrà dire e sperimentare che il Re lo introduce nella cella del suo vino delizioso 5 e nei tesori della sapienza e dei doni spirituali, perché questa virtù è come un deposito comune, pieno delle virtù più belle e fragranti al gusto dell'Altissimo.

594. E sebbene io voglia che ti dia molta pena per conseguirle tutte, tuttavia desidero che consideri particolarmente la bellezza e il buon odore della castità, la forza dell'astinenza nel mangiare e della sobrietà nel bere, la soavità e i buoni effetti della modestia nelle parole e nelle opere, nonché la nobiltà della povertà altissima nell'uso delle cose. Con queste virtù otterrai la luce divina, la pace e la tranquillità dell'anima, la serenità delle tue facoltà, il dominio delle tue inclinazioni e arriverai ad essere tutta illuminata dagli splendori della grazia e dei doni divini. Così dalla vita sensibile ed animale sarai sollevata alla vita angelica, che è quella che da te voglio e che tu stessa desideri con la virtù divina. Dunque, carissima, sii vigilante e attenta ad operare sempre con la luce della grazia e mai si muovano le tue facoltà solo per il loro piacere, ma sempre opera secondo ragione e a gloria dell'Altissimo in tutte le cose necessarie per la vita: nel mangiare, nel dormire, nel vestire, nel parlare, nell'ascoltare, nel desiderare, nel correggere, nel comandare e nel pregare; il tutto sia guidato in te dalla luce e dal compiacimento del tuo Signore e Dio e non dal tuo.

595. Per poi affezionarti maggiormente alla bellezza e alla grazia di questa virtù, rifletti sulla bruttezza dei suoi vizi contrari e considera, con la luce che ricevi, quanto brutto, riprovevole, orribile e spregevole sia il mondo agli occhi di Dio e dei santi per l'enormità di tanti abomini che gli uomini commettono contro questa amabile virtù. Osserva quanti seguono come bestie l'orrore della sensualità, altri la gola e l'ubriachezza, altri il gioco e la vanità, altri la superbia e la presunzione, altri l'avarizia e la brama di acquistare beni e infine tutti generalmente l'impeto delle proprie passioni. Così essi, non cercando che il piacere presente e momentaneo, accumulano per l'avvenire tormenti eterni e si privano della visione beatifica del loro Dio e Signore.