25 - Gesù, Maria e Giuseppe per volontà divina si stabiliscono nella città di Eliopoli.

Suor Maria d'Agreda

25 - Gesù, Maria e Giuseppe per volontà divina si stabiliscono nella città di Eliopoli.
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Gesù, Maria e Giuseppe per volontà divina si stabiliscono nella città di Eliopoli; ivi ordinano la loro vita durante il tempo del loro esilio.

653. Le memorie rimaste in molti paesi d'Egitto di alcuni prodigi che operò il Verbo incarnato hanno potuto dare motivo ai santi e ad altri autori, perché alcuni scrivessero che i nostri esuli abitarono in una città ed altri affermassero lo stesso di altre. Tutti, però, possono dire la verità ed accordarsi distinguendo il periodo che si trattennero in Ermopoli, in Menfi o Babilonia d'Egitto ed in Mataria, perché non solo si fermarono in queste città, ma anche in altre. Ciò che io ho compreso è che, essendo passati per esse, giunsero ad Eliopoli e qui fissarono la loro dimora. I santi angeli che li guidavano, infatti, dissero alla divina Regina e a san Giuseppe che dovevano fermarsi in quella città. Qui, come in altre parti, oltre alla rovina degli idoli e dei loro templi avvenuta con il loro arrivo, il Signore voleva operare altre meraviglie per sua gloria e riscatto di molte anime. Dispose così che agli abitanti di quella città, secondo il felice auspicio del suo nome che significa città del sole, apparisse il Sole di giustizia' e di grazia e li illuminasse abbondantemente. Con questo annuncio stabilirono lì la loro abituale abitazione. San Giuseppe subito iniziò a cercarla offrendo l'affitto adeguato, ed il Signore dispose che trovasse una casa umile e povera, adatta a loro abitazione, un po' fuori città, come la desiderava la Regina del cielo.

654. Trovata dunque questa casa in Eliopoli, vi fissarono la loro dimora. La celeste Signora con il suo santissimo Figlio ed il suo sposo Giuseppe, entrando subito in questo luogo appartato, si prostrò a terra baciandola con profonda umiltà ed affettuosa riconoscenza, rendendo grazie all'Altissimo per aver ritrovata quella quiete dopo un così gravoso e lungo peregrinare. Ringraziò la stessa terra e gli elementi che qui la sostentavano, perché nella sua incomparabile umiltà si giudicava sempre indegna di tutto ciò che riceveva. Adorò Dio e offrì a lui quanto, in quel luogo, avrebbe dovuto compiere. Interiormente gli fece dono delle sue facoltà e dei suoi sensi, e promise di soffrire pronta, serena e coscienziosa quante tribolazioni all'Onnipotente fosse piaciuto inviarle in quell'esilio, poiché la sua saggezza le prevedeva ed il suo affetto le abbracciava. Con la sapienza divina le stimava molto, perché aveva intuito che nel giudizio divino sono bene accette e che il santissimo Figlio le avrebbe considerate come eredità e ricchissimo tesoro. Dopo questa nobile attività si umiliò a spazzare e a rassettare la povera casetta con l'aiuto dei santi angeli, facendosi prestare perfino lo strumento con cui ripulirla. I nostri santi forestieri si ritrovarono sufficientemente sistemati in ordine alla casa; mancavano, però, di tutto ciò che riguarda il vitto e le suppellettili necessarie per vivere. L'approvvigionamento miracoloso, con il quale erano stati sostentati per mano degli angeli, cessò, poiché ora si trovavano in un paese abitato. Il Signore li pose nuovamente alla mensa normale dei più poveri, che è il mendicare l'elemosina. Essendo ormai nella necessità e patendo la fame, san Giuseppe andò a chiederla per amore di Dio. I poveri, con tale esempio, non si lamentino della loro sventura e non si vergognino di porvi rimedio usando questo mezzo, quando non ne troveranno altro, poiché subito si iniziò a mendicare per sostenere la vita del medesimo Signore di tutto il creato, il quale volle assoggettarsi a ciò anche per impegnarsi a restituire all'occasione il cento per uno.

655. Così come avvenne negli altri paesi d'Egitto, nei primi tre giorni di permanenza ad Eliopoli, la Regina del cielo non ebbe per sé e per il suo Unigenito altro sostentamento, se non quello che chiese in elemosina san Giuseppe, padre putativo, fino a quando egli, con il suo lavoro, non cominciò a procurare qualche aiuto. Fece una nuda predella nella quale potesse sdraiarsi la vergine Madre ed una culla per il Figlio. Il santo sposo, infatti, non aveva altro letto che la nuda terra e la casa rimase senza mobili sino a che, con il proprio sudore, poté acquistarne alcuni dei più indispensabili per vivere tutti e tre. Non voglio passare sotto silenzio ciò che mi è stato rivelato, cioè che, tra tanta estrema povertà e necessità, Maria e Giuseppe non fecero mai menzione della casa di Nazaret, né dei loro parenti ed amici, né dei regali dei re che essi avevano distribuito e che, invece, avrebbero potuto conservare. Parlarono di tutt'altro e, nel trovarsi in tanta ristrettezza e desolazione, non si lamentarono rivolgendo il pensiero al passato e temendo il futuro. In tutto, anzi, conservarono un'incomparabile gioia e pace, rimettendosi alla divina Provvidenza nella loro più grande scomodità e povertà. Oh, viltà dei nostri cuori infedeli! Quante afflizioni e penose inquietudini proviamo nel vederci poveri e con qualche bisogno! Subito ci rammarichiamo di aver perso un'occasione in cui avremmo potuto trovare qualche soluzione, pensando che, se avessimo fatto l'una o l'altra cosa, non ci troveremmo in questa o in quella pena. Tutte queste angosce sono vane e stoltissime, perché non sono di nessun vantaggio. In genere sentiamo il danno procuratoci e non il peccato per il quale l'abbiamo meritato, mentre sarebbe stato saggio non aver dato origine alle nostre pene, che spesso ci meritiamo, con le colpe. Siamo tardi e duri di cuore per intendere le cose spirituali in merito alla nostra giustificazione ed agli aumenti della grazia; inoltre, siamo terreni e materiali, ed anche temerari nel consegnarci alle concupiscenze del mondo ed ai suoi affanni. Certamente, la vita dei nostri pellegrini è una severa riprensione della nostra rozzezza e bassezza.

656. La prudentissima Signora ed il suo sposo, con allegrezza e privi di ogni bene temporale, presero dimora nella povera casetta che avevano trovato. Delle tre stanzine, in cui era divisa, una fu consacrata a tempio o santuario dove stesse il bambino Gesù e con lui la sua purissima madre. Qui fu posta la culla e la nuda predella sino a che, dopo alcuni giorni, col lavoro di san Giuseppe e con la compassione di alcune donne devote affezionatesi alla Regina, giunsero ad avere qualche cosa per potersi riparare tutti. Un'altra stanzina fu destinata al santo sposo, che vi dormiva e vi si raccoglieva per pregare. La terza gli serviva come officina e bottega per esercitare il suo mestiere. Vedendo la gran Signora l'estrema povertà in cui si trovavano, e che il lavoro di san Giuseppe doveva essere maggiore per potersi sostentare in un paese dove non erano conosciuti, decise di aiutarlo come poteva; si procurò del lavoro da fare con le proprie mani, per mezzo di quelle pie donne che avevano cominciato a frequentarla, innamorate della sua modestia e soavità. Tutto ciò che faceva e toccava usciva perfettissimo dalle sue mani; così si sparse la voce della sua abilità nei lavori e non gliene mancarono per alimentare il suo Figlio, vero Dio e vero uomo.

657. Per procurarsi tutto quello che era necessario per il vitto, per vestire san Giuseppe, per arredare la casa, benché poveramente, e per pagare l'affitto, le parve bene impiegare tutto il giorno nel lavoro, vegliando tutta la notte nei suoi esercizi spirituali. Determinò così, non perché avesse qualche avidità, e neppure perché di giorno mancasse alla contemplazione, poiché rimaneva sempre in essa ed alla presenza del Dio bambino, come tante volte si è detto e si dirà. Però gli speciali esercizi, nei quali spendeva alcune ore del giorno, volle trasferirli alla notte per poter lavorare di più, senza domandare né aspettare che Dio operasse miracoli in ciò che con la sua operosità e con l'aumento del lavoro poteva conseguire. In tali casi, infatti, chiederemmo miracoli più per comodità che per necessità. È vero che la prudente Regina domandava all'eterno Padre che la sua misericordia li provvedesse del necessat1o per alimentare il suo Figlio unigenito, ma al tempo stesso lavorava. Come chi non confida in sé né nel proprio impegno, lavorando chiedeva ciò che, con tale mezzo, concede il Signore alle altre creature.

658. Gesù si compiacque molto dell'accortezza di sua Madre e della conformità che gli dimostrava con la sua stretta povertà e, in contraccambio di questa fedeltà, volle alleggerirla alquanto del lavoro che aveva incominciato. Un giorno dalla culla così le parlò: «Madre mia, voglio sistemare la tua vita e le tue preoccupazioni materiali». La divina Madre si pose subito in ginocchio e rispose: «Dolcissimo amore mio e Signore di tutto il mio essere, io vi lodo e magnifico perché avete accondisceso al mio desiderio e pensiero. Questo era propenso a far sì che la vostra divina volontà regolasse i miei passi, indirizzasse le mie opere secondo il vostro consenso, e regolasse le mie occupazioni in ciascuna ora del giorno secondo il vostro compiacimento. Poiché in voi Dio si è fatto uomo e vi siete degnato di accondiscendere ai miei desideri, parlate, luce dei miei occhi, perché la vostra serva vi ascolta». Disse il Signore: «Madre mia carissima, all'inizio della notte - per noi le nove - vi porrete a dormire e riposerete un poco. Dalla mezzanotte fino al far del giorno rimarrete in contemplazione con me, e loderemo il mio eterno Padre; poi preparerete il necessario per il sostentamento vostro e di san Giuseppe. Dopo di che mi nutrirete, nelle vostre braccia, fino all'ora terza, in cui mi riporrete in quelle del vostro sposo per sollievo della sua fatica. Voi vi ritirerete nella vostra stanza fino a quando verrà l'ora di dargli da mangiare; poi ritornerete al lavoro. Poiché qui non avete le sacre Scritture, che vi procuravano consolazione, leggerete nella mia scienza la dottrina della vita eterna, affinché in tutto mi seguiate perfettamente. E pregate sempre il mio eterno Padre per i peccatori».

659. Con questa norma si regolò Maria santissima per tutto il tempo che dimorò in Egitto. Ogni giorno dava il latte tre volte al bambino Gesù. Quando, infatti, egli le indicò l'orario in cui doveva allattarlo la prima volta, non le ordinò di non darglielo altre volte, come lei aveva fatto fin dalla sua nascita. Quando la divina Madre lavorava, stava sempre alla presenza del bambino Gesù in ginocchio e, tra i colloqui e i discorsi che facevano, era molto facile che il Re dalla culla e la Regina dal suo lavoro formassero misteriosi cantici di lode. Se questi fossero stati scritti, sarebbero più eminenti di tutti i salmi e i cantici che celebra la Chiesa, e di quanto in essa oggi si serba scritto. Non vi è dubbio che il medesimo Dio parlerebbe per mezzo della sua umanità e della sua santissima Madre con maggiore sublimità e più magnificamente che per mezzo di Davide, Mosè, Maria, Anna e di tutti i Profeti. Questi cantici facevano sentire la divina Madre sempre rinnovata, e colma di nuovo amore verso Dio, desiderosa di unirsi a lui. Ella sola era la fenice che rinasceva in questo incendio, l'aquila reale che poteva mirare fissamente il sole dell'ineffabile luce così da vicino come nessun'altra creatura ha mai potuto. Ella attuava il fine per cui il Verbo di Dio prese carne nel suo corpo verginale, quello cioè di guidare e portare al suo eterno Padre le creature razionali. Era la sola, tra tutte, non condizionata dal peccato né dai suoi effetti, né da passioni o cupidigie, libera da tutto ciò che è terreno e appesantisce la natura. Così volava dietro al suo amato, innalzandosi a sublimi dimore, e non riposava se non nel suo centro, che è la Divinità. Poiché aveva sempre davanti agli occhi la via e la luce, cioè il Verbo incarnato, e gli affetti ed i desideri rivolti all'essere immutabile di Dio, correva fervorosa a lui e stava più nel fine che nel mezzo, più dove amava che dove viveva.

660. Alcune volte Gesù bambino dormiva davanti alla sua felice e fortunata Madre, affinché, anche in questo, si attuasse quanto dice il Cantico: Io dormo, ma il mio cuore veglia. Per lei il santissimo corpo di suo Figlio era un cristallo purissimo e chiaro, attraverso il quale guardava e penetrava l'interno della sua anima divinizzata, con tutti gli atti interiori che essa compiva; così ella si mirava e rimirava in quello specchio immacolato. Alla divina Signora era di speciale consolazione vedere tanto deste le facoltà dell'anima santissima del suo Figlio in opere così gloriose di uomo e Dio insieme e, nel medesimo tempo, vedere dormire i sensi del bambino con tanta quiete e rara bellezza, essendo ciò dovuto all'unione ipostatica dell'umanità con la divinità. La nostra lingua non è in grado di narrare, senza svilirne l'oggetto, i dolci affetti, le infiammate elevazioni e gli atti sublimi che Maria santissima faceva in queste occasioni; però, dove mancano le parole, operi la fede ed il cuore.

661. Quando era tempo di dare a san Giuseppe il conforto di tenere il bambino Gesù, sua madre gli diceva: «Figlio e Signore mio, guardate il vostro servo fedele con amore di figlio e di padre, e compiacetevi nella purezza della sua anima tanto sincera ed accetta agli occhi vostri». Ed al santo diceva: «Sposo mio, ricevete nelle vostre braccia il Signore che chiude nel suo pugno tutto il cielo e tutta la terra, ai quali diede l'essere per la sola sua bontà infinita, e sollevate la vostra stanchezza con colui che è la gloria di tutto il creato». Il santo riceveva questo favore con profonda umiltà e riconoscenza. Era solito domandare alla sua celeste sposa se potesse osare di fare al bambino qualche carezza. Assicurato dalla prudente Madre, egli gliele faceva e, con questo conforto, dimenticava il fastidio delle sue fatiche e tutte, anzi, gli diventavano facili e molto dolci. Anche mentre prendevano il cibo, Maria santissima e san Giuseppe tenevano con loro il bambino e, dopo avergli dato da mangiare, la divina Regina dava così maggiore e più dolce alimento alla sua anima che al corpo, venerandolo, adorandolo ed amandolo come Dio eterno, e, cullandolo nelle sue braccia come bambino, lo accarezzava con la tenerezza di una madre affettuosa verso il suo figlio diletto. Non è possibile valutare l'attenzione con la quale si esercitava nei suoi due compiti di creatura: l'uno, verso il suo Creatore, considerandolo nella sua divinità come Figlio dell'eterno Padre, Re dei re, Signore dei signori, il creatore che mantiene in vita tutto l'universo; l'altro, guardandolo come vero uomo nella sua infanzia, per servirlo ed allevarlo. Nelle due posizioni, entrambe motivo di amore, ella era tutta infiammata ed accesa in atti eroici di meraviglia, lode ed affettuosa devozione. Quanto al resto operato dai due celesti sposi, posso solamente dire che essi erano di ammirazione agli angeli, e che portavano al culmine la santità ed il compiacimento del Signore.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

662. Figlia mia, essendo proprio vero che io, con il mio Figlio santissimo ed il mio sposo, entrai in Egitto dove non avevamo amici né parenti, in un paese di religione diversa, senza rifugio, protezione né aiuto umano per nutrire un Figlio che io tanto amavo, ben si lasciano comprendere le tribolazioni ed i disagi che sopportammo, dato che il Signore permetteva che ne fossimo afflitti. La tua considerazione non può rendersi conto della pazienza e della tolleranza con la quale li pativamo, né gli stessi angeli sono in grado di valutare il premio che mi diede l'Altissimo per l'amore con il quale sopportai tutto, più che se fossi stata in grandissima prosperità. È vero che mi affliggeva molto vedere il mio sposo in tanta necessità e ristrettezza, ma in questa medesima pena benedicevo il Signore e la vivevo in letizia. Figlia mia, desidero che, in ogni occasione in cui ti porrà il Signore, tu mi imiti in questa elevata sopportazione e serena dilatazione di cuore ed anche che, in esse, tu sappia distinguere con prudenza ciò che spetta al tuo interno e ciò che spetta all'esterno, dando a ciascuno di essi quel che devi, nell'azione e nella contemplazione, senza che l'una di queste due cose impedisca l'altra.

663. Quando mancherà alle tue suddite il necessario per la vita, lavora per procurarlo debitamente. Lasciare qualche volta la tua quiete per questo obbligo non è un perderla, tanto più quando osserverai il consiglio che ti ho dato molte volte, cioè di non perdere di vista il Signore per qualsiasi occupazione. Tutto infatti potrai fare con la sua divina luce e grazia, se sarai sollecita senza turbarti. Quando con mezzi umani si può guadagnare convenientemente ciò di cui si ha bisogno, non si devono aspettare miracoli, né astenersi dal lavorare, nella speranza che Dio provvederà e soccorrerà in modo soprannaturale. Egli aiuta con mezzi piacevoli, comuni ed idonei; inoltre, la fatica del corpo è un mezzo opportuno, affinché anch'esso con l'anima compia il suo sacrificio al Signore, acquistandosi il merito nella modalità ad esso consona. La creatura, lavorando, può lodare Dio ed adorarlo in spirito e verità. Tuttavia, affinché tu possa eseguire ciò, indirizza tutte le tue azioni alla benevolenza che attualmente il Signore ti mostra ed esaminale con lui, pesandole nella sua bilancia, con l'attenzione fissa alla divina luce che t'infonde l'Onnipotente.
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