23 - Maria e Giuseppe continuano il viaggio dalla città di Gaza fino a Eliopoli in Egitto.

Suor Maria d'Agreda

23 - Maria e Giuseppe continuano il viaggio dalla città di Gaza fino a Eliopoli in Egitto.
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Gesù, Maria e Giuseppe continuano il viaggio dalla città di Gaza fino a Eliopoli in Egitto.

630. I nostri pellegrini, nel terzo giorno da quando erano giunti a Gaza, partirono da quella città per l'Egitto. Lasciando subito i luoghi popolati della Palestina entrarono nei deserti sabbiosi di Bersabea, e si misero in cammino per più di sessanta leghe in terra disabitata, per giungere nella città di Eliopoli, l'attuale Cairo. In questo deserto peregrinarono più giorni, perché potevano procedere poco in ciascuna giornata di viaggio, sia per il disagio di una via così sabbiosa, sia per la sofferenza patita a causa della mancanza di un tetto e di sostentamento. In questa solitudine avvennero loro molte cose; poiché non è necessario riferirle tutte, ne dirò alcune, dalle quali potranno intendersi le altre. Per conoscere quanto soffrirono Maria e Giuseppe ed anche il bambino Gesù in questo pellegrinaggio, occorre premettere che l'Altissimo dispose che il suo Unigenito fatto uomo con la sua santissima Madre e san Giuseppe sentissero i disagi di questo esilio. La divina Signora non perse mai la pace, pur patendo ed addolorandosi molto a causa di essi; così fu anche per il suo fedelissimo sposo. Entrambi soffrirono molti disagi e fastidi nel loro corpo e pene anche maggiori nei loro cuori: la Madre per quelle del suo Figlio e di Giuseppe, ed egli per quelle del bambino e della sposa, perché non poteva dar loro sollievo con la sua premura e la sua fatica.

631. Bisognava passare le notti all'aperto, senza alcun riparo per tutte le sessanta leghe di cammino, poiché quella terra era disabitata. Ed era inverno, perché il viaggio avvenne in febbraio e iniziò pochi giorni dopo la purificazione, come si può dedurre da ciò che dissi nel capitolo precedente. La prima notte in cui si ritrovarono soli in quei campi, si riposarono alle falde di una collinetta che fu il solo rifugio che ebbero. La Regina del cielo col suo bambino nelle braccia si sedette sulla nuda terra e qui si ristorarono un po', cenando con parte del cibo che avevano portato da Gaza. Ella allattò il bambino Gesù, che con il suo dolce viso consolò la divina Madre ed il suo sposo. Giuseppe, con premura, costruì con il suo mantello e con dei pali una specie di nicchia, affinché il Verbo incarnato e Maria santissima potessero proteggersi dal freddo della notte con quella tenda improvvisata, tanto umile e stretta. Nella medesima notte, i diecimila angeli, che con ammirazione assistevano i pellegrini del mondo, formarono un corpo di guardia al loro Re e a sua Madre, circondandoli con i corpi umani visibili con cui apparivano. La gran Signora intuì che il santissimo Figlio offriva all'eterno Padre quella desolazione e quelle fatiche, come anche le sue e quelle di san Giuseppe. Ella accompagnò per la maggior parte della notte, in questa e nelle altre orazioni, l'anima divina di suo Figlio. Il bambino Dio dormì un poco nelle sue braccia, ma ella rimase sempre sveglia ed in divini colloqui con l'Altissimo e con gli angeli. San Giuseppe si mise a riposare sulla terra, appoggiando il capo sopra la cassettina, in cui si conservavano i pannicelli e la povera roba che portavano.

632. Il giorno seguente continuarono il loro cammino, ma ben presto si esaurì la provvista del pane e della frutta, per cui la Signora del cielo e della terra ed il suo santo sposo arrivarono a mancare anche del necessario ed a soffrire la fame, soprattutto san Giuseppe. In uno dei primi giorni accadde che oltrepassarono le nove della notte senza aver preso nessun tipo di cibo, sia pure quel povero ed ordinario sostentamento che erano soliti mangiare dopo la fatica ed i disagi del cammino, quando la natura aveva più bisogno di essere sostenuta. Dato che non poteva rimediare a questa necessità con alcun impegno umano, la divina Signora, rivolta all'Altissimo, disse: «Dio eterno, grande ed onnipotente, io vi ringrazio e benedico per le magnifiche opere della vostra volontà e soprattutto perché, senza mio merito, per la vostra benevolenza mi deste l'essere e la vita, ed in questa mi avete conservata ed innalzata pur essendo polvere ed inutile creatura. Non avendovi per tutti questi benefici degnamente corrisposto, come potrò domandare per me ciò che non posso contraccambiare? Però, Signore e Padre mio, guardate il vostro Unigenito e concedetemi il sostentamento per la sua vita, come anche per quella del mio sposo, affinché egli possa servire la Maestà vostra ed io serva alla vostra parola fatta carne per la salvezza umana».

633. Affinché queste suppliche della dolcissima Madre provenissero da una maggiore tribolazione, l'Altissimo permise che oltre la fame, la stanchezza e la solitudine li affliggesse l'inclemenza del tempo. Si levò dunque un grave temporale, con un vento impetuoso che, accecandoli, li tormentava molto. Questo disagio addolorò ancora di più la Madre, amorosa e compassionevole per riguardo al bambino Gesù, che era tanto tenero e delicato, e non aveva ancora cinquanta giorni. Ella lo coprì e riparò per quanto poteva, ma questo non fu sufficiente a far sì che come vero uomo non sentisse l'inclemenza ed il rigore del tempo, e lo mostrò piangendo e tremando di freddo, come avrebbero fatto tutti gli altri bambini. Allora la madre premurosa, usando del potere di Regina e signora delle creature, comandò con autorità agli elementi che non nuocessero al loro medesimo Creatore, ma gli servissero di difesa e sollievo, esercitando la loro asprezza solo su di lei. Subito, così come era avvenuto in precedenza a proposito della nascita e nel corso del viaggio a Gerusalemme, il vento si mitigò e si fermò la pioggia senza raggiungere il Figlio e la Madre. Quale ricompensa di questa cura amorosa, il bambino Gesù ordinò agli angeli che assistessero sua Madre, e fossero per lei come una tenda per ripararla dal rigore degli elementi. Essi ubbidirono immediatamente e, formando un globo bellissimo e di fitto splendore, vi racchiusero il loro Dio fatto uomo, la Madre e lo sposo, facendoli rimanere più difesi che se fossero stati nei palazzi e nei ricchi panni dei potenti del mondo. Altre volte in quel deserto fecero la medesima cosa.

634. Mancava loro, però, il sostentamento e li affliggeva il bisogno, non certo risolvibile con operosità umana. Il Signore prima permise che giungessero a tanto estremo, poi, propenso alle giuste domande della sua sposa, li provvide per mano dei medesimi angeli. Questi subito portarono loro pane delicatissimo e frutti molto belli e maturi; inoltre, un liquore dolcissimo che gli stessi angeli versarono servirono loro. Dopo tutti insieme facevano cantici di ringraziamento e di lode al Signore, che dà l'alimento ad ogni essere vivente nel tempo opportuno, affinché i poveri mangino e siano saziati, poiché i loro occhi e le loro speranze sono posti nella sua regale provvidenza e generosità. Queste furono le delicate vivande che il Signore, dalla sua mensa, regalò ai tre pellegrini, esuli nel deserto di Bersabea. Questo fu lo stesso deserto in cui Elia, fuggendo da Gezabele, fu confortato con un pane che si scioglieva in bocca, datogli dall'angelo del Signore per farlo giungere al monte Oreb. Né questo pane, però, né quello che prima gli avevano somministrato miracolosamente i corvi insieme alle carni per cibarsi la mattina e la sera sul torrente Cherit; né la manna che piovve dal cielo per gli Israeliti, benché si chiamasse pane degli angeli e fosse piovuto dal cielo; né le quaglie che portò ad essi il vento africano; né la cortina di nuvole, con la quale venivano difesi dai calori del sole; niente di tutto ciò uguagliò i benefici ricevuti dai nostri pellegrini. Infatti, nessuno di tali alimenti e favori si può paragonare con quello che fece il Signore in questo viaggio per il suo Unigenito fatto uomo, per la divina Madre e per il suo insigne sposo. Non servivano, ora, per alimentare un profeta o un popolo ingrato e così poco ragionevole, ma per dare vita e nutrimento al medesimo Dio fatto uomo e alla sua vera Madre, e per conservare tale vita naturale, dalla quale dipendeva quella eterna di tutto il genere umano. Come questo cibo divino era adeguato alla superiorità dei convitati, così la loro riconoscenza e il loro contraccambio erano in tutto proporzionati alla grandezza del beneficio. Ma, affinché tutto avvenisse con maggior vantaggio, il Signore permetteva sempre che la necessità giungesse all'estremo e che essa stessa richiedesse il soccorso del cielo.

635. Si rallegrino con questo esempio i poveri, e non si abbattano gli affamati, sperino gli abbandonati, e nessuno si lamenti della divina provvidenza, per quanto sia bisognoso ed afflitto. Quando mai si allontanò il Signore da chi spera in lui? Quando nascose il suo volto paterno ai figli poveri e tribolati? Siamo fratelli del suo Unigenito fatto uomo, figli di Dio ed eredi dei suoi beni, ed anche figli della sua Madre colma di misericordia. Dunque, o figli di Dio e di Maria santissima, come diffidate di tale Padre e di tale Madre nella vostra povertà? Perché negate questa gloria a loro e a voi il diritto che vi alimentino e soccorrano? Avvicinatevi, avvicinatevi con umiltà e confidenza, perché gli occhi di vostro Padre e di vostra Madre vi guardano, le loro orecchie ascoltano il grido della vostra necessità; le mani di questa Signora sono distese al povero e le sue palme aperte al bisognoso. E voi, ricchi di questo mondo, come potete confidare solo nelle vostre incerte ricchezze, con il rischio di venire meno nella fede e meritarvi immediatamente gravissimi affanni e dolori, come vi minaccia l'Apostolo? Voi non confessate né professate, nella vostra avidità, di essere figli di Dio e di sua Madre. Lo negate, anzi, con le vostre opere, e vi fate stimare impuri, o figli di altri padri; il vero e legittimo figlio infatti sa confidare solamente nella cura e nell'amore del suo vero Padre e della sua vera Madre, e reca loro oltraggio se pone la sua speranza in altri che non sono solo estranei, ma anche nemici. È la divina luce che m'insegna questa verità e la carità mi costringe a dirla.

636. L'altissimo Padre si dava pensiero non solo di alimentare i nostri pellegrini, ma anche di ristorarli visibilmente per dar loro sollievo dal tormento del cammino e della lunga solitudine. A volte accadeva che, disponendosi la divina Madre a riposare un po', sedendosi al suolo con il bambino Gesù, venissero vicino a lei, dalle montagne, come dissi in un'altra occasione, un gran numero di uccelli. Essi per diletto le si posavano sulle spalle e sulle mani, ricreandola con la soavità del loro canto e la varietà delle loro piume. Ella li accoglieva e li invitava a conoscere il loro Creatore e a cantare a lui con devozione e riconoscenza per averli creati così belli e vestiti di piume, per far godere loro dell'aria e della terra, e perché, con i frutti di questa, dava loro ogni giorno la vita e il sostentamento. Gli uccelli ubbidivano a tutto questo con movimenti e cantici dolcissimi. La Madre amorosa parlava al bambino con altri cantici per lui ben più dolci e armoniosi, lodandolo, benedicendolo e riconoscendolo per suo Dio, per suo figlio ed autore di tutte le meraviglie. Anche i santi angeli accompagnavano questi colloqui pieni di soavità, cantando con la gran Signora o con quei semplici uccelletti. Tutto questo creava un'armonia, più spirituale che sensibile, di ammirabile corrispondenza per le creature razionali.

637. Altre volte la divina Principessa parlava col bambino e gli diceva: «Amore mio, e luce della mia anima, come potrò alleggerire la vostra fatica? Come farò perché non sia tanto penoso per voi questo cammino così disagiato? Oh, vi potessi portare non solo nelle braccia, ma dentro al mio petto come in un soffice letto in cui stare sdraiato senza alcuna molestia!». Il dolcissimo Gesù le rispondeva: «Madre mia diletta, molto sollievo trovo nelle vostre braccia, dolce riposo sul vostro petto, grande piacere nel vostro amore e soave gioia nelle vostre parole». Altre volte il Figlio e la Madre si parlavano e si rispondevano interiormente, e questi colloqui erano così sublimi e divini che non possono essere raccontati con le nostre parole. Il santo sposo Giuseppe partecipava a molti di questi misteri e consolazioni che gli rendevano più facile il cammino, facendogli dimenticare le sue fatiche; lo rapiva la soavità e la dolcezza della sua invidiabile compagnia, benché non sapesse né udisse che il bambino parlava sensibilmente con la sua santissima Madre. Questo favore era per lei sola in quel tempo, come dissi in precedenza. In questo modo i nostri esuli proseguirono il loro cammino per l'Egitto.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

638. Figlia mia, come quelli che conoscono il Signore sanno sperare in lui, così quelli che non confidano nella sua bontà e nel suo amore immenso non hanno perfetta conoscenza della sua grandezza. Al difetto della fede e della speranza segue il non amarlo e il porre direttamente il cuore dove pongono la loro fiducia, cioè in quello che apprezzano e stimano di più. In questo errore consiste tutto il danno e la rovina dei mortali. Essi, infatti, credono tanto poco all'infinita bontà che diede loro l'essere e che li mantiene in vita, da non riuscire a riporre in Dio tutta la loro fiducia. Mancando questa, l'amore, invece che verso di lui, viene rivolto alle creature, nelle quali valutano e sperano di trovare ciò che desiderano, cioè il potere, le ricchezze, lo sfarzo e la vanità. I fedeli, pur potendo ovviare a questo danno con la fede e la speranza infuse, lasciano queste virtù inutilizzate e inoperose e, senza servirsene, si rivolgono a cose più basse. Così gli uni, se le hanno, sperano nelle ricchezze; gli altri, se non le posseggono, le desiderano avidamente; alcuni se le procurano per vie e con mezzi molto perversi; altri confidano nei potenti, li adulano e li applaudono. Così risultano essere molto pochi quelli che restano fedeli al Signore: essi siano meritevoli di provare la sua vigile provvidenza, si fidino di essa e lo riconoscano come Padre che ha cura dei suoi figli, li alimenta e conserva, senza abbandonare alcuno nella necessità.

639. Questo tenebroso inganno ha dato al mondo tanti amanti; lo ha riempito di avarizia e di concupiscenza contro la volontà e il desiderio del Creatore, ed ha imbrogliato gli uomini in quelle stesse cose che desiderano o che dovrebbero desiderare. Tutti, in genere, assicurano che bramano le ricchezze e i beni temporali solo per sovvenire alle loro necessità, riconoscendo così che non dovrebbero desiderare di più. In verità, molti mentono, perché bramano non già il necessario, ma il superfluo, affinché serva non al naturale bisogno, ma alla superbia del mondo. Se anche, però, gli uomini desiderassero solo quello di cui veramente hanno necessità, sarebbe comunque follia riporre la loro sicurezza nelle creature e non in Dio, il quale con ineffabile provvidenza si prende cura perfino dei piccoli del corvo, come se il loro gracchiare fosse una supplica al loro creatore. Con questa sicurezza, io non potevo temere nel mio esilio e lungo pellegrinaggio. Inoltre, poiché confidavo nel Signore, la sua provvidenza mi sostenne nel tempo della penuria. Ora tu, figlia mia, che conosci questa provvidenza, non ti affliggere troppo, non mancare ai tuoi doveri per cercare di porvi rimedio, e non confidare nella coscienziosità umana e nelle altre creature. Infatti, dopo aver fatto quanto ti spetta, il mezzo efficace è confidare nel Signore, senza turbarti né alterarti minimamente, e sperare con pazienza, anche se l'aiuto dovesse tardare, perché questo giungerà sempre in tempo giusto ed opportuno, quando maggiormente servirà a manifestare l'amore paterno del Signore. Così accadde a me ed al mio sposo nella nostra povertà e necessità.

640. Quelli che non soffrono con pazienza e non vogliono patire indigenza; quelli che si rivolgono alle cisterne screpolate, confidando nella menzogna e nei potenti; quelli che non si accontentano di ciò che è giusto e desiderano con ardente avidità ciò che non è necessario per la vita; quelli che tenacemente custodiscono ciò che posseggono, perché non manchi loro, negando ai poveri l'elemosina dovuta: tutti questi possono temere, con ragione, che mancherà loro quello che non potrebbero aspettarsi dalla Provvidenza divina, se questa fosse tanto scarsa nel dare, come lo sono essi nello sperare in lei e nel dare per suo amore al bisognoso. Il Padre vero, che sta nei cieli, fa nascere il sole sopra i giusti e sopra gli ingiusti, manda la pioggia sopra i buoni e sopra i cattivi` e soccorre tutti, dando ad ognuno vita ed alimento. Se i benefici, però, sono comuni ai buoni ed ai cattivi, il dare maggiori beni temporali ad alcuni e negarli ad altri non è modello dell'amore di Dio. Egli, anzi, vuole poveri gli eletti e i predestinati: primo, perché acquistino maggiori meriti e premi, secondo, perché non si lascino invischiare dall'amore dei beni temporali, essendo assai pochi coloro che ne sanno fare buon uso e li posseggono senza sregolata cupidigia. Perciò, sebbene il mio santissimo Figlio ed io non corressimo questo pericolo, Dio volle insegnare agli uomini, con l'esempio, questa scienza divina dalla quale dipende per loro la vita eterna.