9 - Il viaggio che Maria santissima fece da Nazaret a Betlemme in compagnia del santo sposo Giuseppe e degli angeli che l'assistevano.

Suor Maria d'Agreda

9 - Il viaggio che Maria santissima fece da Nazaret a Betlemme in compagnia del santo sposo Giuseppe e degli angeli che l'assistevano.
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456. Partirono da Nazaret per Betlemme Maria purissima e il glorioso san Giuseppe, agli occhi del mondo tanto soli quanto poveri ed umili pellegrini, senza che nessuno dei mortali li reputasse o stimasse più di quello che l'umiltà e la povertà giungono ad ottenere da loro. Ma, o ammirabili misteri dell'Altissimo, nascosti ai superbi ed imperscrutabili alla prudenza umana! Non camminavano soli, né poveri, né disprezzati, ma prosperi, ricchi e onorati. Erano l'oggetto più degno dell'eterno Padre e del suo amore immenso, e il più stimabile ai suoi occhi. Portavano con sé il tesoro del cielo e della Divinità stessa, e tutta la corte dei cittadini celesti li venerava. Tutte le creature insensibili riconoscevano la viva e vera arca dell'alleanza meglio di come le acque del Giordano riconobbero la sua ombra e figura quando, docili, si divisero per dare libero passaggio ad essa e a quelli che la seguivano. Li accompagnavano i diecimila angeli di cui in precedenza ho detto che erano stati destinati da Dio a servire sua Maestà e la sua santissima Madre in tutto questo viaggio. Queste schiere celesti camminavano in forma umana visibile agli occhi della divina Signora, ciascuno più risplendente di altrettanti soli, facendole scorta. Ella procedeva in mezzo a tutti, presidiata e difesa più di quanto non lo fosse la lettiga di Salomone dai sessanta prodi d'Israele che, con la spada alla cintura, la circondavano. Oltre a questi diecimila angeli, li assistevano molti altri che scendevano e salivano al cielo, inviati dall'eterno Padre al suo Figlio unigenito e alla sua Madre santissima, e da loro ritornavano con i messaggi per cui erano mandati.

457. Con questo seguito regale, nascosto agli occhi dei mortali, Maria santissima e Giuseppe camminavano, sicuri che i loro piedi non sarebbero inciampati nella pietra della tribolazione, perché il Signore aveva comandato ai suoi angeli di portarli sulle mania della loro difesa e custodia. I fedelissimi ministri adempivano quest'ordine, servendo come vassalli la loro grande Regina con ammirazione, lode e giubilo, vedendo contenuti in una semplice creatura tanti misteri insieme e tali perfezioni, grandezze e tesori di Dio, il tutto con tale dignità e decoro, che superava perfino la loro capacità angelica. Cantavano nuovi cantici al Signore, contemplandolo quale sommo re di gloria, che riposava appoggiato alla sua spalliera d'oro, e guardando la Madre divina ora come cocchio incorruttibile e vivo, ora come spiga fertile della terra promessa b, che racchiudeva il grano vivo, ora come la nave ricca del mercante, che portava il grano a nascere nella casa del pane, affinché morendo in terra si moltiplicasse in cielo. Il cammino durò cinque giorni, giacché per la gravidanza della Madre vergine il suo sposo decise di procedere molto lentamente. Per Maria e Giuseppe in questo viaggio non scesero mai le tenebre, perché se talvolta camminavano in qualche ora notturna, gli angeli diffondevano un grandissimo splendore, come se tutte le stelle del cielo messe insieme facessero luce con maggior potenza nel mezzogiorno più chiaro e più sereno. In quelle ore della notte godeva di questo beneficio e della visione degli angeli anche san Giuseppe; in quei momenti formavano tutti insieme un coro celeste, nel quale la grande Signora e il suo sposo si alternavano con gli spiriti superni in ammirabili cantici ed inni di lode, al punto che i campi parevano trasformati in tanti cieli. Così la Regina godette in tutto il viaggio della visione e dello splendore dei suoi ministri e sudditi, nonché dei dolcissimi colloqui interiori che aveva con essi.

458. A questi mirabili favori e piaceri il Signore mescolava alcune pene e alcuni disagi, che la sua divina Madre incontrava nel viaggio. Infatti, l'afflusso della gente nelle locande a motivo del gran numero di persone che viaggiavano in occasione dell'editto imperiale, risultava molto penoso e scomodo per la modestia e riservatezza della purissima Madre vergine e per il suo sposo. Essendo poveri e umili, erano accolti meno degli altri e toccava loro maggiore disagio che non ai ricchi, perché il mondo governato dai sensi normalmente distribuisce i suoi favori a rovescio facendo differenza di persone. I nostri santi pellegrini si sentivano spesso dire parole aspre negli alberghi, dove giungevano stanchi, e in alcuni li congedavano come gente inutile e spregevole; molte volte non davano alla Signora del cielo e della terra altro alloggio che l'angolo di un atrio, mentre altre volte non otteneva neppure questo, cosicché lei e il suo sposo si ritiravano in luoghi più umili e meno dignitosi secondo il giudizio del mondo. Ma in qualsiasi luogo, per vile che fosse, la corte dei cittadini del cielo se ne stava col proprio Re supremo e con la propria Regina. Subito tutti la circondavano come facendo un muro impenetrabile e il talamo di Salomone rimaneva al sicuro e difeso dai timori notturni. Il fedelissimo Giuseppe riposava e dormiva, perché vedeva la Regina dei cieli così custodita dai suoi eserciti divini, e perché ella faceva in modo che il suo sposo si riposasse un po' dalla fatica del cammino. Intanto Maria santissima rimaneva in celesti colloqui con i diecimila angeli che l'assistevano.

459. Benché Salomone nel Cantico abbia racchiuso misteri grandi della Regina del cielo sotto diverse metafore e similitudini, nel capitolo terzo parla più espressamente di quanto accadde alla divina madre durante la gravidanza del suo Figlio santissimo e in questo viaggio, che compì per il suo sacro parto. Fu allora, infatti, che si adempì alla lettera tutto quello che vi si dice della lettiga di Salomone, del suo cocchio e della sua spalliera d'oro, della guardia dei forti d'Israele, i quali godono della visione divina, e tutto il resto di cui parla quella profezia. Mi basta avere accennato alla sua spiegazione in quello che si è detto, per rivolgere tutta la mia ammirazione al mistero della Sapienza infinita in queste opere tanto venerabili per la creatura. Chi tra i mortali sarà così duro da non sentirsi intenerire il cuore? O tanto superbo da non vergognarsi? O tanto spensierato da non restare stupefatto nel vedere una meraviglia composta di così vari e contrari estremi? Un Dio infinito e insieme veramente nascosto nel talamo verginale di una giovane donna, piena di bellezza e di grazia, innocente, pura, graziosa, dolce, amabile agli occhi di Dio e degli uomini, più di tutto quanto il Signore abbia mai creato e creerà in futuro! Questa grande Signora col tesoro della Divinità, disprezzata, afflitta, oltraggiata e rifiutata dalla cieca ignoranza e superbia del mondo! E dall'altra parte nei luoghi più abietti amata e stimata dalla beatissima Trinità, favorita con le sue carezze, servita dai suoi angeli, riverita e difesa dalla loro grande e vigilante custodia! O figli degli uomini, duri di cuore, quanto falsi sono i vostri metri e giudizi, come dice Davide! Stimate infatti i ricchi, disprezzate i poveri, sollevate i superbi, annientate gli umili, rigettate i giusti ed applaudite gli stolti! Cieca è la vostra volontà e fallaci le vostre scelte, per le quali vi trovate poi delusi nei vostri stessi desideri. O ambiziosi, che cercate ricchezze e tesori, e vi trovate poveri ed abbracciati al vento! Se accoglieste la vera arca di Dio, ricevereste e conseguireste molte benedizioni dalla destra divina, come Obed-Èdom! Ma poiché la disprezzaste, successe a molti di voi ciò che avvenne ad Uzzà, venendo castigati come lui.

460. La divina Signora, in mezzo a tutto questo, conosceva e guardava la varietà delle anime di tutti quelli che andavano e venivano; penetrava i loro pensieri più nascosti, lo stato di grazia o di peccato in cui ciascuna anima si trovava e i gradi che vi erano tra questi due estremi. Di molte conosceva se erano predestinate o reprobe, se avrebbero perseverato, se sarebbero cadute o si sarebbero rialzate. Tutta questa varietà le dava motivo di esercitare atti eroici di virtù verso gli uni e a vantaggio degli altri: a molti otteneva la perseveranza, ad alcuni efficace aiuto per sollevarsi dal peccato alla grazia, per altri piangeva e invocava il Signore con intimi affetti e, per i reprobi, benché non chiedesse tanto efficacemente, sentiva un dolore intensissimo per la loro perdizione finale. A volte, affaticata da queste pene assai più che dalle difficoltà del viaggio, sveniva, per cui i santi angeli, pieni di rifulgente luce e bellezza, l'adagiavano fra le loro braccia, affinché in esse riposasse e ricevesse un po' di sollievo. Quanto agli infermi, agli afflitti e ad altri bisognosi, ella li consolava lungo il cammino con la sola preghiera, chiedendo al suo Figlio santissimo il rimedio per le loro tribolazioni e necessità, perché in questo viaggio, per la moltitudine e l'afflusso della gente, si ritirava in disparte senza parlare, occupandosi molto del bambino divino che portava nel grembo e che già si manifestava a tutti. Tale era il contraccambio che la Madre della misericordia dava ai mortali per la cattiva ospitalità che riceveva da loro!

461. E per maggiore vergogna dell'ingratitudine umana, successe qualche volta che, essendo inverno, giungevano alle locande assai infreddoliti per la neve e la pioggia, non volendo il Signore che mancasse loro questa sofferenza. Era dunque necessario rifugiarsi negli stessi luoghi umili dove stavano gli animali, perché gli uomini non ne accordavano loro uno migliore; così, la cortesia e l'umanità che a questi mancava veniva esercitata dalle bestie, le quali si facevano da parte rispettando il loro Creatore e sua Madre, che lo teneva nel grembo verginale. La Signora delle creature avrebbe anche potuto comandare ai venti, al ghiaccio e alla neve che non la sferzassero, ma non lo faceva, per non privarsi dell'imitazione del suo Figlio santissimo nel patire, ancora prima che egli uscisse dal suo seno. Così queste intemperie la fecero molto affaticare nel cammino. Nonostante ciò, il diligente e fedele sposo san Giuseppe si preoccupava di ripararla e ancor più lo facevano gli spiriti angelici, soprattutto il principe san Michele, il quale rimase sempre al lato destro della sua Regina, senza lasciarla un momento in questo viaggio. Spesso la serviva sostenendola col braccio, se era veramente sfinita. Quando era volontà del Signore, la difendeva dall'inclemenza dei temporali e prestava molti altri servizi in ossequio della divina Signora e del frutto benedetto del suo seno, Gesù.

462. Tra l'alternarsi di queste meraviglie, i nostri pellegrini Maria santissima e san Giuseppe giunsero alla città di Betlemme il quinto giorno del loro viaggio, di sabato, alle quattro del pomeriggio, ora in cui nel tempo del solstizio d'inverno il sole va già tramontando e la notte si avvicina. Entrarono nella città cercando qualche albergo e girando molte strade non solo per le locande e le osterie, ma anche per le case dei conoscenti e dei parenti più prossimi; da nessuno furono ricevuti, anzi da molti vennero mandati via bruscamente e con disprezzo. L'onestissima Regina seguiva il suo sposo, che bussava casa per casa e porta per porta, tra il tumulto della molta gente. E quantunque non ignorasse che le porte dei cuori e delle case degli uomini sarebbero rimaste chiuse per loro, per ubbidire a san Giuseppe volle patire quella tribolazione ed onestissima vergogna, che per la sua modestia, per lo stato e l'età in cui si trovava, le fu di maggior dolore che la mancanza dell'alloggio. Girando per la città giunsero alla casa dove stava il registro pubblico e, per non ritornarvi di nuovo, si fecero iscrivere e pagarono il fisco e la moneta del tributo imperiale, liberandosi da questo pensiero. Proseguirono poi la loro ricerca e si recarono ad altri alberghi, ma, avendo chiesto alloggio in più di cinquanta case, da tutti furono rifiutati e mandati via. Gli spiriti superni si meravigliarono dei misteri altissimi del Signore, della pazienza e mansuetudine della sua Madre vergine e dell'incredibile durezza degli uomini. Così stupefatti, benedicevano l'Altissimo per le sue opere e per i suoi arcani misteri, perché da allora in poi volle accreditare e sollevare a tanta gloria l'umiltà e la povertà disprezzata dai mortali.

463. Erano già le nove di sera quando il fedelissimo Giuseppe, pieno di amarezza e di intimo dolore, si rivolse alla sua prudentissima sposa e le disse: «Signora mia dolcissima, in questa situazione il mio cuore viene meno per il dolore, vedendo che non solo non posso trovarvi un posto come voi meritate e il mio affetto desiderava, ma neppure quel tipo di riparo che rare volte, per non dire mai, si nega al più povero e disprezzato del mondo. Vi è senza dubbio qualche mistero, se il cielo permette che i cuori degli uomini non si commuovano a riceverci nelle loro case. Mi ricordo, o Signora, che fuori della città c'è una grotta, che di solito serve ai pastori e al loro gregge. Andiamo là, perché se per caso fosse vuota, lì avrete dal cielo il rifugio che ci manca dalla terra». Gli rispose la prudentissima Vergine: «Sposo e signore mio, non si affligga il vostro pietosissimo cuore nel vedere non adempiuti i vostri desideri ardentissimi, dovuti all'affetto che avete per il Signore. E dato che io lo porto nel mio grembo, per lui stesso vi supplico che vogliamo ringraziarlo di aver disposto così. Il luogo di cui mi parlate soddisferà pienamente i miei desideri. Si cambino in gaudio le vostre lacrime con l'amore ed il possesso della povertà, che è il tesoro ricco ed inestimabile del mio Figlio santissimo. Questo egli viene a cercare dal cielo; prepariamoglielo con cuore lieto, perché la mia anima non ha altra consolazione: dimostratemi che me la date in questo. Andiamo contenti dove il Signore ci guida». I santi angeli indirizzarono a quella destinazione i celesti sposi, facendo loro da luminosissime fiaccole. Arrivati alla grotta, la trovarono deserta, cosicché, pieni di consolazione per questo beneficio, lodarono il Signore e qui avvenne ciò che racconterò nel prossimo capitolo.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

464. Figlia mia carissima, se sarai di cuore condiscendente e docile verso il Signore, i misteri divini che hai scritto e compreso saranno potenti per suscitare in te sentimenti dolci e pieni d'amore verso l'autore di tali e tante meraviglie. Alla sua presenza voglio da te che da oggi in poi tu dia nuovo e grande valore al vederti rifiutata e disprezzata dal mondo. Dimmi sinceramente, amica mia: se in cambio di questo oblio e disprezzo, accettato con volontà lieta, Dio posa su di te i suoi occhi e in te pone la forza del suo amore soavissimo, forse non comprerai a così buon mercato ciò che vale non meno di un prezzo infinito? Che ti daranno gli uomini, quand'anche ti celebrassero e stimassero? E che lascerai tu, se li disprezzi? Non è tutto menzogna e vanità? Non è un'ombra fugace e momentanea che sfugge tra le mani a quelli che si affaticano per stringerla? Dunque, quando tu lo avessi tutto nelle tue, che faresti di grande disprezzandolo per niente? Considera bene che è ancor meno ciò che farai rigettandolo per acquistare l'amore di Dio, quello dei suoi angeli e il mio. Rifiutalo tutto, carissima, e di cuore. E se il mondo non ti disprezzerà tanto quanto devi desiderare, disprezzalo tu e resta libera, procedi spedita e sola, perché si unisca a te il tutto e sommo Bene, perché tu possa ricevere in pienezza i felicissimi effetti del suo amore e corrispondergli liberamente.

465. Il mio Figlio santissimo è amante così fedele delle anime, che pose me come maestra e vivo esempio per insegnare loro l'amore all'umiltà e l'efficace disprezzo della vanità e della superbia. Fu anche sua disposizione che per la sua grandezza e per me, sua serva e madre, mancasse alloggio ed accoglienza tra gli uomini, dando motivo, con questo abbandono, alle anime innamorate ed affettuose di offrirglielo in seguito, cosicché egli si veda obbligato da così ingegnosa volontà a prendere dimora in esse. Inoltre, considera come cercò la solitudine e la povertà, non perché avesse bisogno per sé di questi mezzi per esercitare le virtù in grado perfettissimo, ma per insegnare ai mortali che questo era il cammino più breve e sicuro per giungere all'altezza dell'amore divino e all'unione con Dio.

466. Sai bene, carissima, che sei esortata ed ammaestrata incessantemente con la luce dall'alto, perché, dimentica di quanto è terreno e visibile, ti cinga di fortezza e t'innalzi ad imitarmi, ricopiando in te secondo le tue forze gli atti e le virtù che della mia vita ti manifesto. Questo è il primo scopo della conoscenza che ricevi per scriverla: che tu abbia in me questa norma e di essa ti avvalga per regolare la tua vita e le tue opere nella maniera in cui io imitavo quelle del mio Figlio dolcissimo. Inoltre, devi moderare il timore che ti ha procurato questo comando, che tu hai creduto superiore alle tue forze, prendendo coraggio da quel che dice il mio Figlio santissimo attraverso l'evangelista san Matteo: Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Questa volontà dell'Altissimo, che egli propone alla sua santa Chiesa, non è impossibile ai suoi figli: se essi da parte loro si dispongono bene, a nessuno sarà negata la grazia di conseguire la somiglianza col Padre celeste, perché il mio Figlio santissimo la meritò loro. Ma l'insensato oblio e disprezzo degli uomini per la propria redenzione impedisce loro di conseguire efficacemente il suo frutto.

467. Da te specialmente, figlia mia, voglio questa perfezione, e t'invito ad essa per mezzo della soave legge dell'amore, a cui indirizzo il mio insegnamento. Considera e pondera con la divina luce in quale obbligo io ti pongo e impegnati per corrispondere ad essa con prudenza di figlia fedele e sollecita, senza che t'intralci difficoltà o tribolazione alcuna e senza tralasciare nessuna virtù o azione di perfezione, per ardua che sia. Non devi accontentarti di cercare solamente per te stessa l'amicizia con Dio e la salvezza, ma, se vuoi essere perfetta a mia imitazione e adempiere ciò che il Vangelo insegna, devi procurare la salvezza delle altre anime e l'esaltazione del santo nome del mio Figlio, facendoti strumento nelle sue mani onnipotenti per cose forti e di sua maggior compiacenza e gloria.

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