6 - Alcune conversazioni di Maria santissima e di san Giuseppe sulle cose divine.

Suor Maria d'Agreda

6 - Alcune conversazioni di Maria santissima e di san Giuseppe sulle cose divine.
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Alcune conversazioni di Maria santissima e di san Giuseppe sulle cose divine; ed altri eventi straordinari.

428. Prima che san Giuseppe venisse a conoscenza del mistero dell'incarnazione, la Principessa del cielo soleva leggergli, in tempi opportuni, la sacra Scrittura, specialmente i Salmi e i Profeti. Come maestra sapientissima glieli spiegava, ed il santo sposo, che non aveva ancora ricevuto l'infusione della sapienza, le domandava molte cose; le risposte divine che la sua sposa gli dava riempivano il suo cuore di stupore e consolazione, per cui ora l'uno ora l'altra benedivano e lodavano il Signore. Ma dopo che il santo benedetto fu illuminato dalla rivelazione di questo grande mistero, la nostra Regina si rivolgeva a lui quale coadiutore, già designato, delle opere e dei misteri ammirabili della nostra redenzione; e con maggiore chiarezza e libertà conferivano su tutti gli oracoli divini, le profezie, la concezione del Verbo, la sua natività, l'educazione e la vita santissima. Maria spiegava tutto, anticipando ciò che avrebbero dovuto fare quando fosse giunto il giorno desideratissimo della venuta del bambino alla luce del mondo: ella lo avrebbe tenuto tra le sue braccia e alimentato con il suo latte verginale; ed il santo sposo, tra tutti i mortali, sarebbe stato partecipe di questa somma felicità. Solo riguardo alla morte e alla passione e a ciò che profetizzarono Isaia e Geremia ella parlava meno, non sembrandole opportuno dover affliggere, con questo pensiero, il suo sposo dal cuore tenero e semplice; né le pareva giusto informarlo più di quanto egli potesse apprendere dalle profezie tramandate sulla venuta del Messia e sul modo in cui questa sarebbe dovuta accadere. E volle ancora la prudentissima Vergine aspettare che fosse il Signore stesso a manifestarsi al suo servo, oppure che le rivelasse la sua divina volontà.

429. Intanto, con questi dolci ragionamenti, il fedelissimo sposo si andava tutto infiammando e con lacrime di giubilo diceva alla sua santissima sposa: «È possibile, Signora mia, che io debba avere la sorte di vedere tra le vostre braccia castissime il mio Dio e redentore? Io lo ascolterò e toccherò, e gli occhi miei vedranno il suo divino volto, ed il sudore del mio lavoro servirà al suo sostentamento: egli vivrà con noi, e mangeremo alla sua mensa, gli parleremo e converseremo con lui! Donde a me una così grande fortuna, che nessuno poté mai meritare? Come mi dolgo di vedermi tanto povero! Avessi ricchi palazzi per riceverlo e grandi tesori da offrirgli!». La sovrana Regina gli rispondeva: «Signore e sposo mio, è giusto che la vostra affettuosa sollecitudine si estenda il più possibile in ossequio al suo creatore, ma il nostro Dio e Signore non vuole venire al mondo in mezzo alle ricchezze e agli sfarzi effimeri e terreni, perché non ha bisogno di nessuna di queste cose, né per esse sarebbe disceso dal cielo sulla terra. Viene invece per restaurare il mondo e condurre gli uomini per i retti sentieri della vita eternai. E questo deve operarsi per mezzo dell'umiltà e della povertà in cui Dio vuol nascere, vivere e morire, per bandire dai cuori degli uomini la pesante avidità e l'arroganza che sono di ostacolo alla loro felicità. A questo fine l'Altissimo scelse la nostra povera ed umile casa, e non volle che noi fossimo ricchi di beni apparenti, fallaci e transitori, che risultano essere vanità delle vanità, afflizione per lo spirito, ed inoltre opprimono ed offuscano l'intelletto, rendendolo incapace di conoscere e comprendere la luce».

430. Altre volte il santo pregava la purissima Signora d'insegnargli la natura e l'essenza delle virtù, specialmente dell'amore verso Dio, per sapere come doveva comportarsi con il Verbo incarnato e per non venire riprovato come servo inutile ed inetto. A tali richieste condiscendeva la Regina e maestra delle virtù, indicandogli la via della perfezione. In tutti questi insegnamenti, però, procedeva con discrezione e umiltà per non sembrare, benché lo fosse, la maestra del suo sposo: anzi esponeva quanto diceva sotto la forma di conversazioni o di preghiera rivolta al Signore, ponendo ella stessa a Giuseppe delle domande e istruendolo con esse. In tutto conservava così la sua profondissima umiltà, senza che si ritrovasse in lei alcunché di contrario. Alcune volte alternavano queste conversazioni e la lezione di sacra Scrittura con il lavoro manuale, quando era necessario attendervi. E benché a san Giuseppe bastasse, come sollievo, la sola compassione che l'amabilissima Signora, con rara discrezione, gli dimostrava nel vederlo affaticato e stanco, tuttavia, a questa, ella aggiungeva la celeste dottrina, ponendo attenzione alla quale il fortunato santo operava più con le virtù, che con le mani. E la mansuetissima colomba, con la prudenza di sapiente vergine, lo alimentava con questo cibo divino, spiegandogli l'abbondanza dei frutti del lavoro. E siccome non si reputava degna di essere mantenuta dal lavoro del suo sposo, con questa considerazione, si umiliava ancor più come debitrice del suo sudore, accettandolo come una grande elemosina e un favore gratuito. Tutte queste ragioni la facevano sentire come la creatura più inutile della terra. E benché non potesse aiutare il santo nel suo lavoro, perché non era proporzionato alle forze di una donna e non era decoroso per la dignità e il contegno della divina Regina, tuttavia, in tutto quello che era compatibile alle qualità femminili, ella lo serviva come un'umile ancella; né era possibile, per la sua giudiziosa umiltà e per la gratitudine che nutriva verso san Giuseppe, che ella si prendesse cura di lui meno di quanto il suo cuore nobilissimo le andava suggerendo.

431. Tra le altre cose visibili miracolose che si palesarono a san Giuseppe durante le conversazioni con Maria santissima, avvenne un giorno, nel corso della sua gravidanza, che scesero dal cielo molti uccelli, di diversa specie, a festeggiare la Regina e signora delle creature, e circondandola, come se formassero un coro, cantarono con ammirabile armonia. E sempre erano cantici miracolosi, come lo era la loro visita alla divina Signora. Mai san Giuseppe aveva visto fino a quel giorno questa meraviglia, per cui pieno di ammirazione e giubilo, disse alla sua sovrana sposa: «È possibile, mia Signora, che i semplici uccellini e le creature prive di ragione debbano adempiere i loro doveri meglio di me? Se essi vi riconoscono, servono e riveriscono in quanto possono, è bene che concediate anche a me di adempiere ciò che debbo per giustizia». Rispose la prudentissima Vergine: «Signor mio, in quello che fanno questi uccelli del cielo, il loro Creatore ci offre un motivo efficace, affinché noi, che lo conosciamo, possiamo sentirci stimolati a impiegare tutte le nostre forze e facoltà per lodarlo, così come essi fanno per il Signore che porto nel mio seno. Io sono, però, una semplice creatura e perciò non si deve a me la venerazione, né vi è ragione che io l'accetti; devo bensì procurare che tutti lodino l'Altissimo perché ha riguardato l'umiltà della sua serva e l'ha arricchita con i tesori della sua divinità».

432. Accadeva, non poche volte, che la divina Signora ed il suo sposo si ritrovavano privi dei mezzi necessari per vivere, perché erano molto generosi nel prodigare ai poveri quanto possedevano; né mai si affannavano, come i figli di questo mondo, a procacciare il vitto e i vestititi con la diffidente avidità di chi calcola preventivamente. Ed il Signore disponeva che la fede e la pazienza della sua santissima Madre e di san Giuseppe non stessero inoperose. Questa condizione di penuria era per la celeste Signora d'incomparabile consolazione, non solo per l'amore alla povertà, ma anche per la straordinaria umiltà con cui si reputava indegna del sostentamento necessario per vivere; e le pareva perciò giustissimo che mancasse solo a lei. Con questa confessione benediva allora il Signore nella sua povertà; e solo per il suo sposo, che stimava degno, come uomo santo e giusto, chiedeva all'Altissimo di dargli nel bisogno il soccorso che egli attendeva da lui. E l'Onnipotente non si dimenticava mai dei suoi poveri'. E se da una parte dava loro la possibilità di meritarsi le virtù e di esercitarle, dall'altra dava loro il cibo nel tempo più opportuno. E questo la provvidenza divina lo disponeva in diversi modi. Alcune volte muoveva il cuore dei vicini e dei conoscenti di Maria santissima e del glorioso san Giuseppe, affinché li aiutassero con doni gratuiti o li ricambiassero per quanto avevano ricevuto. Altre volte, più abitualmente, li soccorreva santa Elisabetta dalla sua casa, perché, dopo che la Regina del cielo dimorò con lei, la devotissima donna si premurava di inviare loro, di volta in volta, alcuni regali e doni; e l'umile principessa corrispondeva sempre con qualche lavoro fatto dalle sue mani. Inoltre in alcune occasioni, la Regina si valeva, per la maggior gloria dell'Altissimo, del potere che ella come signora aveva sulle creature; comandava così agli uccelli dell'aria che le portassero i pesci dal mare o la frutta dalla campagna e quelli subito eseguivano. Talvolta le recavano anche un pezzo di pane con il becco. E di tutto questo molte volte era testimone il santo e fortunato sposo.

433. Altre volte venivano in loro aiuto, in modo ammirabile, i santi angeli. E per riferire uno dei molti miracoli che per opera di essi accaddero a Maria santissima e a Giuseppe, sceglierò il seguente. Prima, però, mi si deve permettere di supporre che la grandezza d'animo, la fede e la liberalità del santo fossero talmente grandi che mai nessuno avrebbe potuto trovare nel suo cuore traccia di avidità o di timorosa preoccupazione. E benché egli e la sua divina sposa si applicassero nel lavoro manuale, tuttavia mai ne richiedevano la ricompensa, né dicevano questo vale tanto o mi dovete dare tanto, perché lo facevano non per interesse, ma per ubbidienza e carità verso quelli che lo richiedevano. Lasciavano così alla loro discrezione di corrispondere in contraccambio: e ciò ricevevano non tanto come paga, quanto come elemosina spontaneamente elargita. Tale era la santità e la perfezione che san Giuseppe apprendeva nella scuola celeste che teneva nella sua casa. Ed in questo modo talvolta, non ricompensati per il lavoro, venivano a trovarsi bisognosi, senza cibo e privi del sostentamento necessario, fino a quando il Signore non provvedeva loro. Avvenne un giorno che passata la solita ora, si ritrovarono senza alcuna cosa da mangiare, e per ringraziare il Signore di questa prova - nell'attesa che aprisse loro la sua mano onnipotente - rimasero in orazione fino ad ora inoltrata. Ed ecco i santi angeli prepararono loro il pranzo ed apparecchiarono la mensa con frutta, pane bianchissimo, pesci e soprattutto una sorta di manicaretto o conserva di ammirabile fragranza e profumo. Poi alcuni angeli vennero a chiamare la loro Regina, ed altri san Giuseppe, suo sposo. Essi uscirono dalle loro stanze e riconoscendo il beneficio del cielo, con lacrime e fervore, resero grazie all'Altissimo al quale, dopo aver preso cibo, intonarono magnifici canti di lode.

434. Molti altri incontri simili a questo accadevano ordinariamente a Maria santissima ed al suo sposo. Dal momento che stavano soli e senza testimoni dalla vista dei quali occultare queste straordinarie opere, il Signore non era parco nel dispensare loro le meraviglie del suo braccio onnipotente. Inoltre quando dico che la divina Signora ha intonato dei cantici di lode, da sola o assieme a san Giuseppe o con gli angeli, si deve sempre intendere che erano cantici nuovi, come quelli che composero Anna la madre di Samuele, Mosè, Ezechia e altri Profeti in ringraziamento dei grandi benefici ricevuti dalla mano del Signore. E se fossero rimasti scritti tutti quelli che compose la Regina del cielo, si sarebbe potuto compilare un grande volume di incomparabile meraviglia per il mondo.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

435. Figlia mia amatissima, voglio che molte volte si rinnovi in te la sapienza del Signore, e che tu ne sia lo strumento e la voce, affinché conosca e anche i mortali conoscano in quali pericolosi inganni e perversi giudizi si perdono, come amanti della menzogna e delle cose vane e caduche. Chi tra gli uomini non si trova inviluppato nel fascino della ingorda avidità? Tutti universalmente ripongono la loro confidenza nell'oro e nei beni temporali; e fanno ogni sforzo per aumentarli. In questo affanno spendono la vita ed il tempo che fu dato loro per guadagnare la felicità e il riposo eterno. E così si perdono in questo labirinto di pene e preoccupazioni, come se non conoscessero Dio e la sua provvidenza, perché non si ricordano di chiedergli ciò che desiderano e neppure cercano di sperarlo e di ottenerlo dalla sua mano. In questo modo vengono a perdere tutto, perché confidano nella menzogna e nell'inganno da cui attendono la realizzazione dei loro desideri terreni. Questa cieca avidità è radice di tutti i mali: come castigo di essa, il Signore, sdegnato di tanta perversità, lascia che i mortali si abbandonino alla brutta e servile schiavitù dell'ingordigia, accecando in essa i loro intelletti ed indurendo i loro cuori. E immediatamente l'Altissimo allontana da loro il suo sguardo, come da oggetti abominevoli, negando la sua paterna protezione: questa è la misura piena dell'infelicità umana.

436. E sebbene sia vero che dagli occhi del Signore nessuno si può nascondere, nondimeno quando i prevaricatori e i nemici della sua legge l'offendono, allora allontana da loro il suo amoroso sguardo e la sua vigile provvidenza, abbandonandoli alla durezza delle loro brame. E così non conseguono né ottengono gli effetti della cura paterna di cui fruiscono coloro che ripongono nel Signore tutta la confidenza. Quelli invece che confidano nella propria forza e nell'oro, che toccano, raccoglieranno il frutto delle loro attese. E come l'essere divino ed il suo infinito potere distano dalla viltà e dalla finitudine dei mortali, così gli effetti dell'umana cupidigia sono lontani da quelli della provvidenza dell'Altissimo, il quale diventa rifugio e protezione degli umili che confidano in lui: questi sua Maestà rimirà con amore e tenerezza; con questi si delizia, ponendoli nel suo cuore e prestando attenzione a tutti i loro desideri e alle loro aspettative. Poveri eravamo il mio santo sposo Giuseppe ed io, e soffrimmo in alcuni tempi grandi bisogni, ma nessuno fece entrare nel nostro cuore il contagio dell'avarizia e dell'avidità. Eravamo solo premurosi della gloria dell'Altissimo, vivendo abbandonati alla sua fedelissima ed amorosa cura. E da questo egli fu mosso a fare tanto per noi, come tu hai ben compreso e scritto. In diversi modi veniva incontro alla nostra povertà, fino a comandare agli spiriti angelici, che lo assistono, di provvedere e preparare il cibo per noi.

437. Non voglio dire con questo che i mortali si diano in braccio all'ozio e alla negligenza, anzi è bene che lavorino tutti, perché il non faticare è un vizio assai reprensibile; però né l'ozio né l'applicazione devono essere esagerati; né la creatura deve porre la sua confidenza nella propria forza; né deve soffocare o impedire l'amore divino o bramare più di quello che basta per trascorrere la vita con temperanza; né si deve persuadere che per conseguirlo gli verrà meno la provvidenza del suo Creatore, né debba affliggersi e diffidare quando quest'ultima le sembrerà che ritardi`. E chi si trova nell'abbondanza non deve confidare in essa e tantomeno darsi all'ozio, dimenticandosi di essere soggetto alla pena del lavoro. E tanto l'abbondanza quanto la povertà si devono attribuire a Dio, in modo da farne uso santamente ed in modo equilibrato a gloria del Signore e creatore di tutto. Se gli uomini si regolassero con questo insegnamento, a nessuno mancherebbe l'assistenza del Signore, come vero Padre; e non sarebbe di scandalo al povero la necessità, né al ricco la prosperità. Da te, figlia mia, desidero che tu metta in pratica questa dottrina. Tu, però, specialmente la devi insegnare alle tue suddite, affinché non si turbino o siano eccessivamente preoccupate per il mangiare e il vestire, ma si affidino all'Altissimo e si abbandonino alla sua provvidenza. Infatti, se esse gli corrispondono nell'amore, io assicuro che giammai mancherà loro quanto sarà necessario. Inoltre le devi ammonire affinché le loro conversazioni siano sempre su cose sante e divine, ed a lode e gloria del Signore, secondo la dottrina dei loro maestri, delle Scritture, e dei santi libri; e così il loro colloquiare sia nei cieli con l'Altissimo, con me che sono loro Madre e superiora e con gli spiriti angelici, affinché diventino come essi nell'amore.