4 - San Giuseppe chiede perdono alla santissima sposa Maria.

Suor Maria d'Agreda

4 - San Giuseppe chiede perdono alla santissima sposa Maria.
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San Giuseppe chiede perdono alla santissima sposa Maria e la divina signora lo consola con grande prudenza.

407. Lo sposo Giuseppe, ravveduto, attendeva che la santissima sposa, Maria, uscisse dal ritiro. Quando fu l'ora, la Madre del Re celeste aprì la porta della povera casa, dove abitava. Subito il santo sposo si gettò ai suoi piedi e con profonda umiltà e venerazione le disse: «Signora e sposa mia, vera madre del Verbo eterno, qui sta il vostro servo, prostrato ai piedi della vostra clemenza. Per lo stesso Dio e Signore, che portate nel vostro seno verginale, vi prego di perdonare il mio ardire. Sono sicuro, o Signora, che nessuno dei miei pensieri è stato celato alla vostra sapienza e alla vostra divina luce. Grande fu la mia audacia nell'essermi deciso a lasciarvi; e non è stata meno la villania, con la quale vi ho trattata finora come inferiore a me, invece di servirvi come Madre del mio Dio e Signore. Dovete sapere, però, che feci tutto ciò per ignoranza, perché non mi erano noti il mistero del Re celeste e la grandezza della vostra dignità, sebbene venerassi in voi altri doni dell'Altissimo. Non badate, Signora mia, all'insipienza di una creatura così vile che già ravveduta offre il cuore e la vita al vostro ossequio e servizio. Non mi alzerò dai vostri piedi senza, prima, sapere se sono in grazia vostra, se ho ottenuto il perdono del mio errore e riacquistato la vostra benevolenza e benedizione».

408. Maria santissima udendo le umili parole di san Giuseppe, suo sposo, sentì dentro di sé diversi impulsi, perciò con grande tenerezza si rallegrò nel Signore vedendolo capace di penetrare i misteri dell'incarnazione e confessare questi con grande fede ed altissima umiltà. Tuttavia l'afflisse un poco la determinazione, che vide nel suo sposo, di volerla trattare per l'avvenire con il rispetto e la sottomissione che mostrava; perché con questo cambiamento pareva all'umile Signora che le sfuggisse dalle mani l'occasione di ubbidire e di umiliarsi come serva del suo sposo. E a guisa di colui che tutto ad un tratto si vede privo di qualche gioia o tesoro che molto stimava, così Maria santissima si contristò apprendendo che san Giuseppe, dopo averla conosciuta come Madre del suo Signore, non l'avrebbe più trattata come inferiore e soggetta in tutto. Fece alzare così dai suoi piedi il santo sposo e si pose ai piedi di lui; e benché questi cercasse di impedirlo, non vi riuscì, perché ella nell'umiltà era invincibile. Rispondendo allora a san Giuseppe, disse: «Signore e sposo mio, sono io che devo chiedervi perdono; e voi quello che dovete rimettere le pene e le amarezze che da me avete ricevuto. E così posta ai vostri piedi vi supplico di fare, e vi prego di obliare le sofferte sollecitudini, dal momento che l'Altissimo accettò i vostri desideri e le afflizioni che avete patito».

409. Sembrò giusto alla divina Signora consolare il suo sposo; e per questo, non per scusarsi, soggiunse: «Dell'occulto mistero, che il braccio dell'Altissimo tiene rinchiuso dentro di me, nonostante il mio desiderio, non potevo darvi alcuna notizia per sola mia decisione, perché come serva di sua Altezza divina era giusto che ottemperassi alla sua santa e perfetta volontà. E perciò non ho taciuto, perché non vi stimassi come mio signore e sposo: sempre sono e sarò fedele serva vostra, corrispondendo ai vostri santi desideri ed affetti. Quello che vi chiedo dal profondo del mio cuore, per amore del Signore che porto nel mio grembo, è che nella vostra conversazione e nel tratto non cambiate la forma e l'atteggiamento che finora avete tenuto. Il Signore non mi scelse come Madre sua per essere servita ed essere signora in questa vita, ma per divenire serva di tutti e di voi ubbidendo alla vostra volontà. Questo è, signore, il mio compito e senza di esso vivrei afflitta e sconsolata. È giusto che me lo concediate, perché così dispose l'Altissimo nel darmi il vostro patrocinio e la vostra sollecitudine, affinché io sia sicura alla vostra ombra e con il vostro aiuto possa far crescere il frutto del mio seno, il mio Dio e Signore». Con queste ragioni e con altre piene di efficacissima soavità, Maria santissima consolò e rasserenò il santo sposo Giuseppe; e quindi conferirono insieme su tutto ciò che era necessario. Così le sue parole illuminarono san Giuseppe in modo speciale, perché ella non era solo piena di Spirito Santo, ma portava con sé, come madre, il Verbo dal quale come anche dal Padre procede lo Spirito. Il santo ricevette, con grande pienezza, i divini influssi, per cui interiormente rinnovato ed infervorato disse:

410. «Benedetta siete, o Signora, tra tutte le donne; beata in tutte le nazioni e generazioni. Sia magnificato con lode eterna il Creatore del cielo e della terra, perché dal supremo trono regale vi guardò e vi elesse come sua dimora; ed in voi sola adempì per noi le antiche promesse, che fece ai nostri Padri e Profeti. Tutte le generazioni lo benedicano, perché a nessuna mostrò la sua grandezza come a voi, sua umile serva; e perché per sua bontà elesse me, il più vile dei viventi, come vostro servo». San Giuseppe in queste benedizioni fu illuminato dallo Spirito divino, alla maniera di santa Elisabetta quando rispose al saluto della nostra Regina e signora; la luce e la scienza che il santissimo sposo ricevette furono ammirabili, come conveniva alla sua dignità ed al suo ministero. La divina Signora, udendo le parole del benedetto santo, rispose similmente col canto del Magnificat; e ripetendolo, come lo aveva detto dinanzi a santa Elisabetta, aggiunse altre cose nuove in cui si sentì tanto infiammata che, sollevata in un'altissima estasi e alzata da terra in un globo di splendidissima luce, restò tutta trasfigurata.

411. Alla vista di un oggetto così divino, san Giuseppe restò meravigliato e pieno d'incomparabile giubilo, perché mai aveva visto la sua benedettissima sposa in una simile gloria e in uno stato così eminente ed eccellente. Ed allora egli riconobbe questo splendore in modo chiarissimo e perfetto, perché gli si manifestarono insieme l'integrità e la purezza della Principessa del cielo ed il mistero della sua dignità. Inoltre, vide e conobbe, nel suo seno verginale, l'umanità santissima del bambino Dio e l'unione delle due nature nella persona del Verbo. Con profonda umiltà e riverenza l'adorò e lo riconobbe come suo vero Redentore; e con atti eroici si votò completamente a lui. Il Signore pose su di lui uno sguardo colmo di bontà e dolcezza, mai usato verso altra creatura; lo accettò come padre putativo e gliene diede il titolo. Inoltre per corrispondere a questa nuova missione, gli diede tanta pienezza di scienza e doni celesti quanta la pietà cristiana può e deve presumere. Non mi prolungo, tuttavia, nel riferire quanto mi venne dichiarato circa le virtù eccellenti di san Giuseppe, perché sarebbe necessario andare oltre quello che richiede il fine di questa Storia.

412. Fu segno e chiaro indizio di insigne santità che Giuseppe non si lasciasse vincere dal dolore per la gelosia della sua amata sposa; ma di maggiore ammirazione fu il fatto che non lo avesse schiacciato la gioia improvvisa di cui il suo cuore era traboccante. Nel primo caso si scoprì la sua santità, ma nel secondo egli ricevette dal Signore altre grazie e doni tali che se Dio non gli avesse dilatato il cuore, non li avrebbe potuti ricevere né avrebbe potuto sopravvivere al giubilo del suo spirito. In tutto fu così rinnovato interiormente dalla grazia divina per poter trattare degnamente con colei che era Madre di Dio e sua sposa, e disporre insieme a lei ciò che era necessario al mistero dell'incarnazione ed alla crescita del Verbo, come si dirà in seguito. E affinché fosse in grado di comprendere e riconoscere i suoi doveri nel servire la divina sposa, gli fu dato di capire che tutti i doni e i benefici ricevuti dalla mano dell'Altissimo gli erano provenuti per mezzo di lei e a causa di lei: quelli prima di essere suo sposo per averlo elevato il Signore a questa dignità; e quelli che gli venivano, allora, conferiti per averglieli ella stessa acquistati e meritati. Conobbe anche l'incomparabile prudenza che la Signora aveva usato verso di lui, non solo nel servirlo con inviolabile ubbidienza e con profonda umiltà, ma ancora consolandolo nella tribolazione, sollecitandogli la grazia e l'assistenza dello Spirito Santo, dissimulando con somma discrezione, e poi rasserenandolo, tranquillizzandolo e disponendolo affinché fosse idoneo e capace di accogliere le ispirazioni dello Spirito divino. E come la Principessa del cielo fu lo strumento di santificazione del Battista e di sua madre, santa Elisabetta, così lo fu anche della pienezza di grazia ricevuta da san Giuseppe con abbondanza. Il fortunatissimo sposo conobbe e comprese tutto ciò, e corrispose come servo riconoscente e fedelissimo.

413. I santi Evangelisti non fecero menzione di questi misteri e di molti altri che accaddero alla nostra Regina ed al suo sposo san Giuseppe, non solo perché questi li custodirono nei loro cuori, senza manifestarli ad alcuno, ma anche perché non ritennero opportuno narrare queste meraviglie della vita di Cristo, che scrissero affinché attraverso la fede si diffondessero la nuova Chiesa e la legge della grazia. Il racconto di questi eventi, inoltre, sarebbe stato poco conveniente per la conversione dei pagani. La meravigliosa provvidenza di Dio, tra i suoi occulti giudizi e segreti imperscrutabili, riservò questi misteri per estrarre dal suo tesoro cose nuove e cose antiche', nel tempo più opportuno, previsto dalla divina sapienza: quando fondata già la Chiesa e consolidatasi la fede cattolica, i fedeli si fossero ritrovati bisognosi dell'intercessione, dell'aiuto e della protezione della loro Regina e signora. E questi, conoscendo così con nuova luce quale amorosa Madre e potente avvocata hanno nei cieli - presso il suo santissimo Figlio, al quale il Padre ha dato il potere di giudicare - potessero ricorrere a lei come unico rifugio. Se poi sono arrivati per la Chiesa i tempi tristi, lo possono testimoniare le sue lacrime e le sue tribolazioni, perché mai furono così copiose come adesso, quando i suoi stessi figli, allevati al suo petto, l'affliggono, la sconvolgono e dissipano il tesoro del sangue del suo Sposo'; e ciò con maggiore crudeltà dei più congiurati nemici. Quando, dunque, la necessità invoca aiuto, quando il sangue sparso dei figli alza la voce, ed in modo ancor più forte il sangue di Cristo nostro capo, conculcato e profanato sotto vari pretesti di giustizia, che fanno i più fedeli, i più cattolici e devoti figli di questa afflitta madre? Come mai tacciono tanto? Come non gridano a Maria santissima? Come non la invocano per meritarne le grazie? Come può meravigliare se tarda la redenzione, quando noi siamo così pigri nel cercarla e nel riconoscere questa Signora come vera madre di Dio? Confesso che si racchiudono grandi misteri in questa Città di Dio', e li predichiamo ed attestiamo con fede viva. Sono così tanti che sarà possibile comprenderli solo dopo la risurrezione universale, e i santi li conosceranno nell'Altissimo. Intanto i cuori pii e fedeli considerino la benignità di questa amantissima Regina e signora nel degnarsi di palesare alcuni di questi misteri per mezzo di un vilissimo strumento, quale sono io, tanto che nella mia debolezza e timidezza mi ha potuto incoraggiare solo il comando e il beneplacito della madre della pietà, più e più volte intimato.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

414. Figlia mia, desidero che la mia vita sia specchio per la tua e che le mie opere siano regola inviolabile delle tue, e inoltre ti spiego in questa storia non solo le verità arcane e i misteri che tu scrivi, ma molte altre cose ancora, che non puoi rivelare né manifestare. Tutto ciò deve restare scolpito nelle tavole del tuo cuore; e perciò rinnovo in te la memoria della lezione, nella quale devi apprendere la scienza della vita eterna, perché io adempia le funzioni di maestra. Sii pronta nell'ubbidire e nell'eseguire, come docile e sollecita discepola; e ti serva adesso di esempio l'umile cura e vigilanza del mio sposo san Giuseppe, la sua sottomissione e la stima che ebbe della divina rivelazione. E rifletti che questa, avendo trovato in lui un cuore pronto e ben disposto ad adempiere con sollecitudine la volontà divina, lo cambiò e lo rinnovò tutto con tanta pienezza di grazia quanta conveniva per il ministero, cui l'Altissimo lo destinava. La conoscenza delle tue colpe ti serva, dunque, per umiliarti con sottomissione, e non già perché, con il pretesto di essere indegna, tu ostacoli il Signore in quello per cui vorrà servirsi di te.

415. In questa occasione voglio, però, palesarti una giusta lamentela e una grave indignazione dell'Altissimo contro i mortali. Comprenderai meglio ciò con la divina luce, vedendo l'umiltà e la mansuetudine che io esercitai verso il mio sposo Giuseppe. Questa lamentela del Signore e mia è per l'inumana perversità che hanno gli uomini di trattarsi gli uni gli altri senza carità e umiltà. Ed in questo concorrono allora tre peccati, che in sommo grado impediscono l'Altissimo e me di mostrare loro misericordia. Il primo è che, capendo gli uomini di essere tutti figli di un solo Padre che sta nei cieli, opere delle sue mani, formati della stessa natura, alimentati gratuitamente, vivificati con la sua provvidenza' e nutriti alla stessa mensa dei divini misteri e sacramenti, specialmente a quella del suo corpo e sangue, tuttavia si dimenticano di tutto ciò e non ne fanno caso fin quando si tratta di un meschino e terreno interesse. E come uomini senza ragione si turbano, cadono nello sdegno e nella rete delle discordie, dei rancori, dei tradimenti, delle mormorazioni e talvolta di empie ed inumane vendette, e di odio mortale gli uni verso gli altri. Il secondo è: quando per l'umana fragilità e poca mortificazione, turbati dalla tentazione del demonio inciampano in una di queste colpe, non si curano subito di liberarsene e riconciliarsi fra loro, come fratelli che stanno alla vista del giusto giudice, ma lo ricusano come Padre misericordioso, provocandolo anzi come giudice severo e rigido dei loro peccati. Non vi sono peccati più grandi dell'odio e della vendetta che irritano la sua giustizia. Il terzo peccato, che vivamente lo sdegna, è il seguente: quando qualcuno vuole riconciliarsi con il suo fratello, colui che si reputa offeso, non lo accoglie e pretende maggiore soddisfazione di quella che, come lui stesso sa, appaghi il Signore ed ancora di quella che pretende valersi in suo favore dinanzi a Dio. E così tutti bramano che contriti ed umiliati vengano ricevuti, accolti e perdonati dallo stesso Dio, che fu il più offeso; ed essi, che sono polvere e cenere, vogliono vendicarsi del loro fratello, e non si danno per soddisfatti con quello di cui si contenta il supremo Signore per perdonarli.

416. Di tutti i peccati, che commettono i figli della Chiesa, nessuno è più odioso di questo agli occhi dell'Altissimo; e tu conoscerai ciò in Dio stesso e nella forza con cui egli nella sua divina legge comandò ad ognuno di perdonare al fratello", benché questi peccasse contro di lui settanta volte sette. E quando ogni giorno le offese siano molto più, e in tutte queste occasioni egli dica di pentirsi del fatto, il Signore comanda che il fratello offeso gli perdoni altrettante volte senza numero". E contro di quelli, che non lo faranno, stabilisce pene severe, perché scandalizzano gli altri; come si può intendere da quella minaccia che pronunziò Dio stesso dicendo: «Guai a colui che darà occasione di scandalo, e per colpa del quale avviene e succede lo scandalo! Meglio sarebbe per lui cadere nel profondo del mare con una pesante macina di mulino al collo!». E disse questo a significare il pericolo e la difficoltà del perdono di questi peccati, com'è difficile il riscatto per colui che cadesse nel mare con una ruota da mulino al collo. E con questo indica pure il castigo che riceveranno nel profondo delle pene eterne: per cui è consiglio salutare per questi fedeli cavarsi gli occhi e tagliarsi le mani" - come appunto ordinò il mio santissimo Figlio - che scandalizzare i piccoli con tali peccati.

417. Ah, figlia mia carissima! Quanto devi piangere con lacrime di sangue gli effetti dannosi di questo peccato che rattrista lo Spirito Santo", che dà superbi trionfi al demonio, che trasforma le creature razionali in mostri e cancella in esse l'immagine del loro Padre celeste. Cosa c'è di più improprio, brutto e mostruoso di vedere un uomo, il quale tiene solo corruzione e vermi, sollevarsi contro un altro suo simile con tanta superbia ed arroganza? Non troverai parole con cui descrivere questa malvagità per persuadere i mortali a temerla ed a guardarsi dall'ira del Signore". Tu intanto, o carissima, preserva il tuo cuore da questo contagio; e stampa ed imprimi in esso questa dottrina tanto utile e vantaggiosa. Né tu possa mai pensare che offendere il prossimo e scandalizzarlo sia piccola colpa, perché tali peccati pesano assai alla presenza di Dio. Frena la tua lingua e sorveglia la porta delle tue labbra e dei tuoi sensi`, per la rigorosa osservanza della carità verso le creature dell'Altissimo. Dammi questa gioia, perché ti voglio perfettissima in una virtù così eccellente e te la impongo come mio precetto; ordinandoti di non pensare, né dire, né operare mai qualcosa che possa offendere il tuo prossimo; né permettere, per qualsiasi motivo - se potrai - che lo facciano le tue suddite, né alcun altro in tua presenza. Considera bene, carissima, ciò che da te richiedo; perché questa è la scienza più divina e la meno compresa dai mortali. La mia umiltà e mansuetudine ti servano come unico ed efficace rimedio per le tue passioni e ti siano di sprone come esempio: effetto dell'amore sincero con il quale io amavo non solo il mio sposo, ma anche tutti i figli del mio Signore e Padre celeste; poiché li stimai e riguardai come redenti e comprati a caro prezzo. Insegna ciò alle tue suore con verità, fedeltà, finezza d'animo e carità; e fa riflettere loro che se da un lato la divina Maestà si dà per gravemente offesa da tutti quelli che non adempiono questo comandamento - che mio Figlio chiamò suo e nuovo` - dall'altro tanto più grande è la sua indignasere immutabile di Dio alla clemenza. L'Altissimo ascoltò questa richiesta e dispose che il santo angelo custode del benedetto sposo gli parlasse interiormente e gli dicesse ciò che segue: «Non rendere vani gli umili desideri di colei che è superiore a tutte le creature del cielo e della terra. Permetti che ti serva nelle azioni esterne e nell'interno portale somma riverenza; ed in ogni tempo e luogo rendi culto al Verbo incarnato che, come sua Madre, vuole veni& per servire e non già per essere servito; per insegnare al mondo la scienza della vita e la sublime virtù dell'umiltà. In alcune cose faticose potrai alleviarla, venerando sempre in lei il Signore di ogni cosa creata».

420. San Giuseppe dopo l'istruzione e il comando dell'Altissimo diede spazio alla divina Principessa nelle umili occupazioni; tutti e due ebbero occasione di offrire a Dio il grato sacrificio della loro volontà: Maria santissima esercitando sempre la più profonda umiltà ed obbedienza verso il suo sposo ed operando tutti gli atti di queste virtù con eroica perfezione, senza tralasciare nulla e san Giuseppe, d'altra parte, ubbidendo all'Altissimo con la prudente e santa umiliazione che gli veniva dal vedersi assistito e servito da colei che riconosceva per signora sua e di tutte le creature, e per Madre dello stesso Dio e creatore. In questo modo il prudente santo compensava l'umiltà, che non poteva esercitare, con altri atti servili ceduti alla sua sposa: questo l'umiliava ancora di più ed era per lui uno stimolo ad annientarsi nella stima di se stesso. E con tale timore contemplava Maria santissima, ed in lei il Signore che portava nel suo seno verginale, dove egli lo adorava tributandogli magnificenza e gloria. Alcune volte, come premio della sua santità e riverenza, gli si manifestava il bambino divino incarnato, in un modo straordinario; ed egli lo adorava nel seno della sua purissima Madre, come attraverso un cristallo tersissimo. La Regina trattava e conferiva ora più familiarmente con il glorioso santo intorno ai misteri dell'incarnazione, perché non temeva più di conversare con lui sulle cose divine, essendo egli già illuminato ed informato sui sublimi misteri dell'unione ipostatica delle due nature, divina ed umana, nel grembo verginale della sua sposa.

421. Quanto alle conversazioni ed ai ragionamenti celesti, che facevano Maria santissima ed il beato san Giuseppe, nessuna lingua umana è capace di esprimerli. Riferirò qualcosa nei capitoli seguenti, come sarò in grado di fare. Ma chi potrà dichiarare gli effetti che produceva nel dolcissimo e devoto cuore di questo santo, il vedersi non solo sposo di colei che era vera Madre del suo creatore, ma ancor più servito da lei, come se fosse stata un'umile serva, quando invece la stimava, in santità e dignità, superiore a tutti gli eccelsi serafini e solo a Dio inferiore? E se la divina destra arricchì con tante benedizioni la casa e la persona di Obed-Èdom, per aver ospitato alcuni mesi l'arca figurativa dell'antica alleanza', quali benedizioni non dovette dare a san Giuseppe, a cui aveva affidato la vera Arca e lo stesso legislatore che in lei stava racchiuso? Di certo fu incomparabile la sorte e la felicità di questo santo! E non solo perché nella sua casa teneva l'arca, viva e vera, della nuova alleanza, l'altare, il sacrificio e il tempio, giacché tutto gli fu consegnato; ma ancor più perché custodì tutto ciò degnamente come servo fedele e prudente. E venne preposto dallo stesso Signore sopra la sua famiglia, affinché avesse cura di tutto in tempo opportuno'. Tutte le nazioni e le generazioni dunque lo riconoscano e benedicano, e cantino le sue lodi; poiché l'Altissimo non operò con nessun altro popolo' ciò che fece con san Giuseppe. Io indegno e povero vermiciattolo alla luce di siffatti e grandi misteri, esalto e magnifico il Signore Iddio, riconoscendolo come santo, giusto, misericordioso, saggio ed ammirabile nella disposizione di tutte le sue straordinarie opere.

422. L'umile casa di Giuseppe era ripartita in tre stanze, nelle quali si svolgeva la vita ordinaria dei due sposi; e questo spazio era sufficiente per loro, perché non avevano servitori. In una stanza dormiva san Giuseppe; nell'altra egli lavorava e vi teneva gli strumenti del mestiere di falegname; e nella terza, dove c'era una predella fatta a mano da san Giuseppe, abitualmente s'intratteneva e dormiva la Regina del cielo. E da quando si sposarono e vennero ad abitare in questa casa, mantennero questo modo di vivere. Il santo sposo, prima di conoscere la dignità della sua sposa e signora, rarissime volte andava a visitarla perché, mentre ella se ne stava in ritiro, egli s'impegnava nei suoi lavori. E così non entrava nella sua stanza, se non perché mosso dalla necessità di chiederle consiglio. Dacché, però, fu informato della causa della sua felicità, cioè del mistero in lei nascosto, il santo uomo si mostrò più attento e sollecito verso di lei; e per sua consolazione si recò più spesso nella stanza della sovrana Signora per visitarla e sapere se avesse qualcosa da ordinargli. Ma lo faceva sempre con estrema umiltà e timore riverenziale; e prima di parlare spiava in silenzio se la divina Regina si trovasse affaccendata in qualche occupazione. Molte volte la vedeva in estasi, sollevata da terra, avvolta da una luce che emanava un grande splendore; altre volte la vedeva invece accompagnata dai suoi santi angeli e con loro intrattenuta in divini colloqui; ed altre volte ancora la trovava prostrata in terra a forma di croce, mentre discorreva col Signore. Di tutte queste grazie fu partecipe lo sposo Giuseppe. Quando però la celeste Signora si trovava in questo stato e in siffatte occupazioni, egli non ardiva fare altro che ammirarla con profonda riverenza; e aveva la gioia, talvolta, di sentire la soavissima armonia dei concerti celesti, che gli angeli facevano alla loro regina, e di percepire una fragranza dolcissima che lo confortava e lo riempiva di giubilo e di allegrezza spirituale.

423. Vivevano soli nella loro casa, perché come ho già riferito non tenevano alcun servo, e non solo per la loro profonda umiltà, ma anche perché sembrò loro conveniente così, affinché non vi fossero testimoni delle grandi e visibili meraviglie che succedevano fra di loro, né estranei potessero prendervi parte. E per questo la Principessa del cielo non usciva di casa, se non per l'urgentissima causa di servire Dio e beneficare il prossimo; giacché se altra cosa le era necessaria, vi accudiva quella fortunata donna, sua vicina che, come dissi sopra, servi san Giuseppe mentre Maria santissima dimorò nella casa di Zaccaria. E questa per tali servizi ricevette una ricompensa così grande che non solamente lei fu santa e perfetta, ma anche tutta la sua famiglia fu resa felice dalla protezione della Regina e signora del mondo. Inoltre, proprio perché vicina di casa, Maria santissima l'assistette e la curò nelle sue infermità; e infine colmò di celesti benedizioni lei e tutti i suoi familiari.

424. Mai san Giuseppe vide dormire la divina sposa, né seppe per esperienza se dormiva, benché il santo la supplicasse di riposarsi un po', soprattutto nel tempo della sua santa gravidanza. Il riposo della Principessa era sopra la predella, come ho già riferito, fatta a mano dallo stesso san Giuseppe; ed in essa ella teneva due coperte, con le quali s'avvolgeva per prendere un po' di santo sonno. La sua sottoveste era una tonaca o camicia di tela di bombace, più morbida del panno comune. Questa tonaca, però, mai se la cambiò, da quando uscì dal tempio, né questa si logorò, né si sporcò, né la vide alcuno, né san Giuseppe seppe se la portava. La veste esterna era di colore cenere, come ho riferito sopra; Maria santissima soleva qualche volta cambiarla insieme alle cuffie, non perché tali vesti fossero sporche, ma perché, essendo esposte agli occhi di tutti, conveniva evitare che la gente parlasse riguardo al vederla vestita sempre allo stesso modo. Nessuna cosa, infatti, di quelle che portava sopra il suo purissimo e verginale corpo si insudiciò o si macchiò, perché ella non sudava né lamentava altri disagi di cui soffrono i corpi dei figli di Adamo soggetti al peccato. Era in tutto purissima ed i lavori delle sue mani erano estremamente ordinati e puliti; con la stessa perfezione e pulizia si prendeva cura del vestiario di san Giuseppe e di tutto ciò che gli era necessario. Il suo cibo era poco e parco, e ogni giorno lo prendeva con lo stesso santo; non toccò mai carne, benché egli ne mangiasse ed ella gliela preparasse. Il suo pasto consisteva in frutta, pesce, ed ordinariamente pane ed erbe cotte; ma di tutto prendeva, con peso e misura, solamente quello, che richiedevano il sostentamento vitale ed il calore naturale, senza che avanzasse o si alterasse alcuna cosa. Lo stesso modo osservava nel bere, sebbene dagli atti fervorosi traspariva qualche ardore fuor del naturale. Quest'ordine nel cibo, quanto alla quantità, fu da lei sempre seguito; ma quanto alla qualità, per vari motivi che spiegherò in seguito, subì un cambiamento.

425. Maria purissima fu in tutto perfetta, senza che le mancasse alcuna grazia; possedeva con pienezza tutte le doti, sia naturali che soprannaturali. Ma mi mancano le parole per descrivere tale ricchezza, infatti mai mi soddisfano, constatando che non riescono ad esprimere ciò che conosco e, tanto più, ciò che un oggetto così sublime contiene in se stesso. Ho sempre timore della mia insufficienza e mi lamento dei limitati termini e delle scarse parole. Temo infatti di ardire, più di quanto non sia lecito, nel portare avanti ciò che eccede le mie forze; ma l'ubbidienza me lo fa fare, e - non so con qual soave violenza - anima la mia timidezza e mi impedisce di ritirarmi dall'impresa, come invece mi consiglierebbe l'attenta riflessione sulla grandezza dell'opera e la povertà del mio discorrere. Per l'ubbidienza opero e per essa mi vengono elargiti tanti beni: si farà innanzi per discolparmi.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

426. Figlia mia, nella scuola dell'umiltà ti voglio studiosa e diligente, come ti insegnerà tutto il corso della mia vita; questo deve essere il primo e l'ultimo dei tuoi pensieri, se vuoi prepararti ai dolci amplessi del Signore, ed assicurarti i suoi favori godendo dei tesori della luce nascosta ai superbi. Infatti senza la solida garanzia dell'umiltà non si possono affidare tali ricchezze a nessuna creatura. Tutte le tue preoccupazioni voglio che consistano nell'umiliarti sempre di più nel concetto e nella stima di te stessa. Pensa come agisci e agisci come pensi di te. Insegnamento e motivo di umiliazione deve essere per te e per tutte le anime, che tengono il Signore per Padre e sposo, il vedere che la presunzione e la superbia hanno più potere sopra i figli della sapienza mondana', che non l'umiltà e la vera conoscenza di sé sopra i figli della luce. Considera gli sforzi, la sollecitudine e la vigilanza infaticabile degli uomini alteri ed arroganti. Guarda quanto si danno da fare per valere nel mondo: le loro pretese mai soddisfatte, benché vane! Guarda come operano conforme a ciò che falsamente presumono di se stessi; come presumono ciò che non sono; e mentre non sono quelli che si credono, appunto perché non lo sono, operano come se lo fossero, per acquistare quei beni terreni di cui non sono meritevoli. Sarà dunque motivo di vergogna per gli eletti che l'inganno abbia più potere sopra i figli della perdizione di quanto la verità in essi; e che siano pochi di numero nel mondo coloro che vogliono gareggiare nel servizio di Dio, loro creatore, rispetto a quelli che servono la vanità: tutti sono i chiamati e pochi gli eletti.

427. Cerca dunque, figlia mia, di guadagnare questa scienza e con essa la palma sopra i figli delle tenebre; ed in opposizione alla loro superbia considera ciò che io feci per vincerla nel mondo con l'esercizio dell'umiltà. In questo il Signore ed io ti vogliamo molto saggia e dotta. Non perdere mai l'occasione di fare opere umili, né permettere che alcuno te lo impedisca; e se ti mancheranno le occasioni per umiliarti o non le avrai tanto frequenti, vanne in cerca e chiedi a Dio che te le conceda, perché sua Maestà gradisce e desidera vedere questa sollecitudine. E solamente per questo suo compiacimento dovresti essere in ciò molto attiva e sollecita, come figlia e sposa sua, poiché a tal fine anche l'ambizione umana t'insegnerà a non essere negligente. Considera infatti l'ansia che afferra una donna nella sua casa per aumentare e migliorare la sua roba, non perdendo alcuna occasione per guadagnarne altra: niente le pare molto e se perde qualcosa, pur piccola che sia, il suo cuore va dietro ad essa9. Se l'avidità mondana insegna tanto, non è giusto che la sapienza del cielo debba essere ritenuta più sterile, a causa della negligenza di chi la riceve. E così voglio che non si trovi in te trascuratezza né alcuna dimenticanza in questa cosa che tanto ti interessa; e che non perda occasione, in cui umiliarti e lavorare per la gloria del Signore: affinché quale figlia fedelissima e sposa trovi grazia agli occhi del Signore e ai miei, come il tuo cuore desidera.

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