10 - La memoria e gli esercizi della passione del Signore, a cui Maria santissima si dedicava.

La mistica Città di Dio - Libro ottavo

Suor Maria d'Agreda

10 - La memoria e gli esercizi della passione del Signore, a cui Maria santissima si dedicava.
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La memoria e gli esercizi della passione del Signore, a cui Maria santissima si dedicava; la venerazione con cui riceveva la santa comunione; altre opere della sua perfettissima vita.

575. La grande Regina da sola e in segreto compiva ope­re con cui meritava e attirava dalla mano dell'Altissimo in­numerevoli doni, sia per i fedeli nel loro insieme, sia per migliaia di singole anime, che così guadagnava alla vita eterna; e questo senza trascurare il governo della Chiesa. D'ora in avanti, per nostra edificazione e a gloria della bea­tissima Vergine, io scriverò quello che potrò di tali verità finora ignorate. Al riguardo avverto che la gran Signora, grazie ai molti privilegi di cui godeva, teneva sempre pre­senti nella memoria la vita e i misteri del Salvatore. In­fatti, oltre alla continua visione astrattiva di Dio, che ave­va ricevuto in questi ultimi anni e nella quale conosceva ogni cosa, le era stata concessa fin dalla sua concezione la virtù, propria degli angeli, di non dimenticare mai nulla dopo averlo appreso.

576. Anche precedentemente ho detto che Maria san­tissima sentì nel suo corpo e nella sua anima le sofferen­ze delle torture inflitte al nostro Redentore: niente le restò nascosto e niente tralasciò di patire insieme a lui. Come aveva chiesto al Signore, le era rimasto impresso interior­mente e senza alterazioni tutto ciò che aveva visto nei gior­ni della Pasqua. Per disporla alla visione della Divinità, ta­li immagini non le furono cancellate - come avvenne del­le altre specie sensibili di cui parlai nella seconda parte -, anzi sua Maestà le migliorò, affinché per mezzo di esse po­tessero miracolosamente coesistere in lei la gioia di quel­la visione e le pene della passione; ciò ella bramava di spe­rimentare per tutto il tempo in cui sarebbe stata viatrice, dal momento che, per quanto dipendeva dalla sua volontà, praticò questo esercizio con totale dedizione. Il suo fede­lissimo e ardentissimo amore non le permetteva di vivere senza soffrire con colui che aveva accompagnato fino al Calvario. Il Figlio, da parte sua, le concesse favori singo­lari quale pegno e dimostrazione dell'amore che anch'egli le portava, non potendo trattenersi - per quel che ci è da­to d'intendere - dall'agire verso di lei come Dio ricco di misericordia. La santa Vergine non domandava tali doni né vi aspirava, poiché solo per rimanere crocifissa con Cri­sto e rinnovarne i dolori in se stessa desiderava continua­re la sua esistenza mortale, che altrimenti le sarebbe sem­brata infruttuosa e inutile.

577. Ordinò le sue occupazioni in modo da conservare sempre nella mente e nel cuore l'immagine di Gesù afflit­to, piagato, ferito e sfigurato dai tormenti e lo contempla­va in questa forma come in uno specchio chiarissimo. Udi­va le ingiurie, le mortificazioni, i rimproveri e le bestem­mie che egli aveva sopportato; con sguardo acuto e pene­trante rivedeva simultaneamente i luoghi, il susseguirsi de­gli eventi e le circostanze in cui si erano svolti. Benché di fronte a questo terribile spettacolo ella perseverasse tutto il giorno in eroici atti di virtù e sentisse grande compas­sione, la sua bruciante carità non restò soddisfatta. Insie­me ai suoi angeli, in particolare a quelli che portavano con sé i contrassegni degli strumenti della passione, stabilì di dedicarsi quando era sola ad altri esercizi in ore e tempi determinati, facendosi aiutare dai medesimi spiriti celesti.

578. La Regina del cielo scrisse particolari orazioni per adorare e venerare ogni piaga del Salvatore e tributare un culto speciale alle sofferenze di lui. Compose un cantico per ciascuna delle parole ingiuriose e di disprezzo che i giudei e gli altri nemici avevano rivolto al Maestro divino durante tutta la sua vita, sia per invidia dei suoi miracoli, sia per sdegno e vendetta; gli restituiva così l'onore che i suoi avversari avevano preteso di togliergli. Analogamente, compensava i gesti di scherno e vilipendio con umiliazio­ni, genuflessioni e prostrazioni profonde: era come se di­sfacesse quelle offese, confessando al contempo la divinità, l'umanità, i miracoli, le opere e la dottrina del Verbo in­carnato, al quale per tutto ciò rendeva gloria. Gli angeli l'accompagnavano in ognuno di tali atti e corrispondeva­no ai suoi desideri, meravigliati che una semplice creatu­ra fosse tanto sapiente, fedele e colma di carità.

579. Quand'anche sua Altezza non avesse avuto altra oc­cupazione che quella di fare memoria viva della passione, avrebbe sofferto e meritato davanti a Dio più di tutti gli eletti. Con la forza dell'amore e del dolore che provava, fu martire molte volte, giacché altrettante sarebbe morta se per virtù divina non fosse stata conservata in vita al fine di crescere nella santità. Se la Madre clementissima offri­va ogni sua azione per la Chiesa con ineffabile benevolen­za, consideriamo il nostro debito con lei, che tanto ac­crebbe il tesoro da cui siamo soccorsi noi, miseri figli di Eva. Perché la nostra non sia una meditazione infingarda o tiepida, voglio raccontare le manifestazioni straordinarie di quella di Maria santissima: spesso piangeva sangue e il suo volto ne restava bagnato; talvolta agonizzava sudando non solo acqua, ma anche sangue in quantità tale che giun­geva fino a terra. Ancor più stupisce sapere che talora, per il grande strazio, il cuore le si staccava muovendosi dalla posizione naturale. Quando arrivava a un simile estremo, Cristo scendeva dal cielo al fine di darle vigore e sanarle la ferita che la dilezione per lui le aveva procurato o che per lui aveva sopportato; egli stesso la confortava, consen­tendole così di continuare quegli atti di compassione.

580. Sua Maestà non le lasciava però sperimentare sen­timenti di afflizione nei giorni in cui ella celebrava il mi­stero della risurrezione, in modo che vi fosse corrispon­denza tra gli effetti e la loro causa. Del resto, alcune di queste sofferenze non erano compatibili con i doni divini, a motivo dei loro frutti che riverberavano nel corpo della santa Vergine: la gioia, ad esempio, escludeva la pena. Tut­tavia ella non perdeva mai di vista la passione del Reden­tore e vi si univa con la riconoscenza per ciò che egli ave­va patito; così la dolcezza dei favori di cui godeva era tem­perata dall'amarezza dei dolori. D'accordo con san Gio­vanni, decise di ritirarsi a celebrare la morte e sepoltura di Gesù ogni venerdì. L'Evangelista restava nel cenacolo per rispondere a quanti la cercavano e impedire a chiunque di avvicinarsi all'oratorio. In sua assenza, un altro discepolo lo sostituiva. La gran Signora si appartava per questo eser­cizio il giovedì alle cinque pomeridiane e non usciva fino alla domenica verso mezzogiorno. Affinché in quei tre gior­ni non si venisse meno al governo della comunità dei di­scepoli e si facesse fronte alle gravi necessità che even­tualmente si fossero presentate, ella dispose che, qualora la questione non potesse essere rinviata, uscisse un ange­lo con le sue sembianze e brevemente disbrigasse quanto occorreva. Tanta era la sua sollecitudine verso i suoi figli e servitori!

581. La nostra capacità non giunge né a pensare né ad esprimere ciò che avveniva alla divina Madre in quei tre giorni: soltanto il Signore, che l'operava, lo manifesterà a suo tempo nella luce dei santi. Neppure io posso spiegare quello che ho conosciuto; dico solo che ella, finché visse, ogni settimana rinnovò in se stessa quanto era accaduto al Figlio suo, dalla lavanda dei piedi sino alla risurrezione. Pregava con le parole di lui, come si è detto in preceden­za; sentiva nel corpo tutti i suoi dolori, nelle medesime parti in cui egli li aveva patiti; portava la croce e vi si di­stendeva sopra. Nei suddetti esercizi ottenne dal Salvatore benefici sovrabbondanti per i fedeli che sarebbero stati de­voti della passione e che così avrebbero continuato a cu­stodirne la memoria nella Chiesa, secondo quanto ella de­siderava con intimo affetto; perciò in forza del suo potere di sovrana promise a costoro speciale protezione. Grazie alla sua intercessione, Cristo stesso ha stabilito che siano molti a continuare durante i secoli queste pie pratiche, imi­tando lei, che fu l'autrice e la prima maestra di tanto sti­mabile occupazione.

582. Sua Altezza eccelleva nel celebrare l'istituzione del­la santa cena, componendo nuovi cantici di benedizione e di ringraziamento e compiendo fervorosi atti d'amore. A tal fine invitava uno per uno gli angeli al suo servizio e molti altri che scendevano dal cielo per accompagnarla nel­le lodi di Dio. Oh, meraviglia degna dell'Eterno! Gesù sa­cramentato permaneva in lei dopo ogni comunione fino a quella successiva e l'Onnipotente inviava numerosi spiriti celesti ad ammirarne gli effetti in quella creatura più pu­ra degli stessi angeli e dei serafini, i quali gli davano glo­ria per tale prodigio: mai in nessun altro poterono veder­ne uno simile.

583. Non era motivo di minore meraviglia per loro - come anche per noi - che la Regina del cielo, pur conser­vando degnamente in sé il pane consacrato, si preparasse ogni volta a riceverlo con rinnovato fervore, predisponen­do allo scopo opere e devozioni particolari. Ciò accadeva tutti i giorni, eccetto quelli in cui non usciva dall'oratorio. Presentava in primo luogo l'esercizio settimanale della pas­sione; poi, quando si ritirava la sera precedente al giorno in cui si sarebbe comunicata, incominciava a prostrarsi a terra con le braccia aperte, a genuflettersi e a pregare, ado­rando l'essere immutabile del tre volte Santo. Domandava al Padre di potergli parlare; lo supplicava che, senza guar­dare alla sua terrena bassezza, le concedesse di ricevere l'eucaristia ritenendovisi obbligato sia dalla propria infini­ta bontà, sia dalla carità che il Figlio dimostrava per gli uomini restando sacramentalmente presente nella santa Chiesa. Gli offriva il sacrificio cruento della croce, l'unio­ne della natura umana con quella divina nell'unica perso­na del Verbo incarnato, la dignità con cui egli aveva ma­nifestato se stesso, ciò che aveva fatto sin dall'istante in cui era stato concepito nel grembo verginale di lei; la san­tità degli angeli e le loro azioni, i meriti dei giusti che fu­rono, sono e saranno.

584. La gran Signora compiva atti di profonda umiltà, ritenendosi polvere di fronte al Creatore, rispetto al quale noi siamo tanto inferiori. Nel contemplare la magnificen­za di quel Dio che riceveva dentro di sé e, insieme, la pro­pria piccolezza, per l'amore indicibile che provava si sol­levava al di sopra dei più alti cori dei cherubini e dei se­rafini. Poiché si reputava meritevole dell'ultimo posto fra gli esseri terreni, implorava gli spiriti celesti di supplicare con lei il Signore affinché la preparasse ad accoglierlo de­gnamente. Essi le obbedivano e con venerazione e gaudio l'accompagnavano in queste orazioni.

585. La sapienza di Maria, pur essendo finita in se stes­sa, è per noi incomprensibile; ugualmente non potremo mai intendere quali fossero le opere, le virtù e i sentimenti di lei in queste circostanze. Tuttavia, è certo che erano ta­li da obbligare spesso sua Maestà a visitarla o a rispon­derle, facendole intendere il suo compiacimento nel di­scendere in lei sotto le sacre specie e nel rinnovare i pe­gni del suo infinito amore. Al momento fissato per la co­munione, l'Evangelista celebrava la messa. Non si leggeva-

no l'epistola e il Vangelo, che allora non erano ancora sta­ti scritti, ma si compivano altri riti, si proclamavano mol­ti salmi e si dicevano varie preghiere; la consacrazione, però, fu sempre nella medesima forma. Sua Altezza parte­cipava alla sacra liturgia, al termine della quale si acco­stava al sacramento, facendovi precedere tre profonde ge­nuflessioni; con ardore riceveva nel suo cuore purissimo il suo stesso Figlio, al quale aveva dato l'umanità nel suo ta­lamo immacolato. Dopo essersi comunicata, si ritirava e, se non era assolutamente necessario uscire per qualche bi­sogno urgente del prossimo, rimaneva in raccoglimento per tre ore. In quel lasso di tempo san Giovanni ebbe il privi­legio di vederla molte volte rifulgere a somiglianza del so­le, quasi emanasse raggi di luce.

586. La beata Vergine comprese essere conveniente che gli apostoli e i sacerdoti celebrassero l'incruento sacrificio eucaristico indossando arcani vestimenti diversi da quelli ordinari, per cui confezionò abiti appropriati, dando ini­zio a questa consuetudine della Chiesa. Si trattava di or­namenti non troppo dissimili da quelli usati oggi, sebbene in seguito siano stati ridotti come sono al presente. Il tes­suto però era più somigliante, perché la nostra Regina uti­lizzò lino e ricche sete provenienti dalle elemosine che ri­ceveva. Piegava e riassettava i paramenti stando in ginoc­chio o in piedi, li conservava perfettamente puliti e non li affidava ad altri sacrestani se non agli angeli suoi aiutan­ti. Ogni opera delle sue mani esalava una celeste fragran­za che infiammava il cuore dei sacri ministri.

587. Dai regni e dalle province in cui gli apostoli pre­dicavano, numerosi neofiti si recavano a Gerusalemme per conoscere la Madre del Redentore del mondo e le porta­vano ricchi doni. Fra gli altri, vennero da lei quattro prin­cipi che esercitavano il potere sulle loro terre e le presen­tarono molti oggetti di valore perché se ne servisse e ne facesse parte a tutti i fedeli. Ella disse che quelle ricchezze non si addicevano allo stile di vita scelto da lei, che era povera come suo Figlio, e dai discepoli, che lo erano co­me il loro Maestro. Quei principi insistettero perché per loro consolazione accettasse quanto le offrivano, lo distri­buisse ai bisognosi o lo destinasse al culto divino; a moti­vo di tale richiesta, Maria santissima ne accettò una par­te. Da alcune tele preziose ricavò ornamenti per l'altare, con il rimanente provvide ai poveri e beneficò gli ospeda­li dove di solito si recava e accudiva lei stessa i ricoverati stando in ginocchio. Confortava inoltre tutti i bisognosi, aiutava gli agonizzanti che poteva assistere a morire san­tamente e non cessava mai di compiere opere di carità, fattivamente o pregando nel segreto della sua stanza.

588. Ai sovrani che andarono a trovarla diede salutari consigli, ammonizioni ed istruzioni per il governo; inculcò loro di osservare ed amministrare la giustizia senza fare preferenze di persone, di riconoscersi uomini mortali al pa­ri degli altri e di temere il verdetto del supremo giudice, a cui ciascuno dovrà sottoporre le proprie azioni; soprattut­to instillò loro lo zelo di adoperarsi affinché il nome di Cri­sto fosse esaltato e si diffondesse e radicasse la fede, sulla cui fermezza si basano i veri regni. Diversamente, infatti, il servizio dell'autorità è deplorevole ed infelicissimo per­ché si presta al gioco dei demoni, e Dio, nei suoi imper­scrutabili giudizi, lo permette soltanto quale castigo sia dei regnanti che dei sudditi. Quei fortunati principi promisero di attuare i suggerimenti della Maestra degli umili e in se­guito si mantennero in contatto con lei attraverso lettere ed altre forme di corrispondenza. Lo stesso accadde rispetti­vamente a quanti la visitarono, perché tutti si allontanava­no dalla sua presenza più buoni, pieni di gioia e di confor­to indicibili. Molti che sino a quel momento non erano cre­denti al solo vederla confessavano il vero Dio ad alta voce e senza potersi trattenere, grazie alla forza che interior­mente avvertivano arrivando al cospetto della Tuttasanta.

589. Non è gran cosa che succedesse quanto detto, poi­ché sua Altezza era uno strumento efficacissimo nelle ma­ni dell'Onnipotente a beneficio dei mortali. Non solamen­te i suoi discorsi, pieni di sublime sapienza, lasciavano at­toniti e convincevano chi li udiva infondendogli nuova lu­ce, ma, come sulle sue labbra era diffusa la grazia che si comunicava attraverso le sue parole, così anche la diversa grazia e bellezza esteriori, la piacevole maestà della per­sona, la modestia del suo aspetto onestissimo, grave e gra­devole e la misteriosa virtù che da lei promanava - secondo quanto dice il Vangelo riguardo al suo Figlio santissimo' - attiravano i cuori e li rinnovavano. Alcuni restavano stu­pefatti, altri si effondevano in lacrime, altri elaboravano mirabili ragionamenti e prorompevano in lodi, magnifi­cando la grandezza del Dio dei cristiani che aveva plasmato una simile creatura. E veramente tutti potevano testimo­niare ciò che alcuni santi hanno affermato: Maria era un prodigio divino di santità. Sia eternamente esaltata e co­nosciuta da tutte le generazioni quale vera Madre dello stesso Altissimo, che la rese tanto gradita ai suoi occhi e madre tanto dolce verso i peccatori, amabile agli angeli e agli uomini.

590. Negli ultimi anni della sua esistenza terrena la bea­tissima Vergine digiunava e vegliava pressoché di continuo, accettando lo scarso cibo ed il poco riposo solo in obbe­dienza a san Giovanni, che la pregava di ritirarsi a dor­mire la notte per qualche momento. Il sonno, tuttavia, non era altro che una leggera sospensione dei sensi, che dura­va mezz'ora o al massimo un'ora, e non la privava della visione della Divinità nel modo sopra riferito. Ordinariamente il suo vitto consisteva in alcuni bocconi di pane, tal­volta però accontentava l'Evangelista che le chiedeva di mangiare un po' di pesce per fargli compagnia. Il santo fu ugualmente fortunato, in questo come negli altri privilegi di figlio di Maria santissima: non solo mangiava con lei alla medesima mensa, ma la gran Signora gli preparava le pietanze e gliele serviva come una madre al figlio, obbe­dendo a lui quale sacerdote che faceva le veci di Cristo. Ella avrebbe ben potuto rinunciare a quel sonno e a quel­l'alimento che parevano più una cerimonia che un sosten­tamento vitale; ciononostante, essendo in tutto prudentis­sima, non vi accondiscendeva per necessità bensì per umiltà, riconoscendo e pagando in qualche cosa il tributo alla natura umana.

 

Insegnamento della Regina del cielo

591. Figlia mia, guardando a ciò che ho vissuto i mor­tali si renderanno conto di fino a che punto avessi pre­sente nella memoria la redenzione e fossi riconoscente ver­so il Signore, che l'aveva operata soprattutto offrendosi sulla croce. Tuttavia in questo capitolo ho voluto darti no­tizia più particolareggiata della sollecitudine e dei ripetu­ti esercizi con cui io rinnovavo nella mia persona non sol­tanto il ricordo, ma anche i dolori della passione, affin­ché siano rimproverati e svergognati coloro che, pur sal­vati, hanno colpevolmente dimenticato questo dono ine­stimabile. Oh, quanto è volgare, detestabile e pericolosa la loro ingratitudine! L'oblio è chiaro indizio del disprezzo, giacché non si scorda mai fino a tal segno quello che si stima molto. Ora, come si spiega che gli uomini disde­gnino e cancellino dalla mente e dal cuore il bene eterno che ricevettero, l'amore per il quale l'eterno Padre sotto­pose il suo Unigenito alla morte, la carità e la pazienza con cui il medesimo Figlio suo e mio la sopportò per loro? La terra insensibile è grata a chi la coltiva, la bestia feroce a chi l'addomestica, gli stessi esseri umani si con­siderano obbligati verso i benefattori che a loro volta, quando non vengono ringraziati, se ne risentono e con­dannano una simile mancanza come una grave offesa.

592. Quale ragione vi è, dunque, che solo verso il loro Dio e salvatore siano irriconoscenti, non ricordando le sof­ferenze da lui sopportate per riscattarli dalla dannazione eterna? Per di più si lamentano se egli non li contenta su­bito in tutto ciò che desiderano. Affinché intendano quan­to l'incorri spondenza a sì grande amore si ritorca contro di loro, ti avverto, figlia mia, che Lucifero e i suoi diavo­li dicono di ciascuno di essi: «Costui non stima la grazia che l'Onnipotente gli fece redimendolo. Riteniamolo dun­que sicuramente nostro, perché chi è talmente stolto da cadere in questa dimenticanza non capirà nemmeno i no­stri inganni. Avviciniamoci per tentarlo e distruggerlo, giac­ché gli manca la miglior difesa contro di noi». E poiché la lunga esperienza ha dimostrato loro che accade quasi infallibilmente così, cercano con ogni sforzo di cancellare nei mortali la memoria del sacrificio redentivo di Cristo e di far sì che sia considerato spregevole il parlarne e il pre­dicarlo; cosa che hanno ottenuto nella maggior parte dei casi, con deplorevole rovina delle anime. Al contrario, i de­moni diffidano e temono di insidiare quelli che si dedica­no alla meditazione assidua della passione, poiché da ciò sentono scaturire contro di sé una forza irresistibile che molte volte impedisce loro di raggiungere chi richiama al­la mente quei misteri venerandoli.

593. Voglio dunque che tu, amica mia, tenga stretto al cuore questo mazzetto di mirra: imitami con tutta te stessa negli esercizi da me compiuti per emulare il mio Figlio san­tissimo nei suoi dolori e riparare le ingiurie e le bestemmie con cui i nemici che lo crocifissero oltraggiarono la sua di­vina persona. Adesso sii tu, nel mondo, chi procura di dar­gli un qualche compenso per la turpe ingratitudine e per la deprecabile trascuratezza del genere umano. Ci riuscirai, nel modo in cui desidero, se terrai sempre davanti agli occhi Gesù crocifisso, afflitto e insultato. Persevera nei suddetti esercizi, tralasciandoli solo per obbedienza o per altra giu­sta causa: se in ciò seguirai il mio esempio, ti renderò par­tecipe di quello che sperimentavo nel compierli.

594. Ogni giorno, in preparazione all'eucaristia, ti dedi­cherai innanzitutto alle pie pratiche di cui ti ho parlato e successivamente alle altre mie azioni che conosci: se io, Ma­dre del Signore, non mi reputavo meritevole di accostarmi alla santa comunione e con molti mezzi mi adoperavo per acquistare la purezza necessaria ad accogliere adeguata­mente un così alto sacramento, che cosa devi fare tu, po­vera e soggetta a tante miserie, imperfezioni e colpe? Ren­di mondo il tempio della tua anima esaminandolo alla luce divina e ordinandolo con eccellenti virtù, perché è Dio che viene in te, e soltanto lui sarebbe degno di ricevere se stes­so nel pane celeste. Invoca l'aiuto dei santi, affinché t'im­petrino la grazia da sua Maestà; ma soprattutto chiedi a me tale beneficio, perché io sono avvocata e protettrice specia­le di coloro che anelano a prendere parte con le dovute di­sposizioni alla santa cena. Quando essi mi affidano questo loro desiderio, io lo presento all'Altissimo implorandolo di esaudirli, poiché so come dev'essere il luogo atto a divenire dimora della santissima Trinità. E non ho perso, stando in cielo, la cura e lo zelo per la sua gloria, che ricercavo con tanta attenzione quando vivevo sulla terra. Infine, dopo la mia intercessione cerca quella degli angeli: anch'essi bra­mano ardentemente che tutti si avvicinino al sacro convito con grande devozione e cuore limpido.