La città di Dio - libro Ventiduesimo: la risurrezione della carne e la vita eterna

Sant'Agostino d'Ippona

La città di Dio - libro Ventiduesimo: la risurrezione della carne e la vita eterna
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Verità di fede e criteri apologetici (1-10)


Argomento del libro e concetto di eternità.
1. 1. Come ho stabilito nel libro precedente, questo, che è l'ultimo di tutta l'opera, tratterà l'argomento della felicità eterna della città di Dio, la quale non ha avuto l'appellativo d'eterna a causa di una lunga successione di tempo per indefiniti periodi, che comunque avrebbe avuto fine, ma perché, come è scritto nel Vangelo: Del suo regno non si avrà la fine 1. E non è che in essa si manifesti l'apparenza della perennità col cessare di alcuni di tali periodi e col subentrare di altri, come in un albero che si riveste di fronde in continuazione può sembrare che persista il medesimo colore verde mentre, scomparendo e cadendo le foglie, le altre che spuntano conservano l'apparenza della ombrosità. Nella città di Dio invece tutti i cittadini saranno immortali perché gli uomini conseguiranno ciò che gli angeli santi non hanno mai perduto. Lo porrà in atto Dio sommamente onnipotente suo fondatore. L'ha promesso e non può mentire e per coloro, ai quali offriva di ciò una garanzia, ha posto in atto molti eventi promessi e non promessi.

Provvidenza, essere spirituale e libero arbitrio.
1. 2. Egli infatti all'origine ha creato il mondo, provvisto di esseri visibili e intelligibili e tutti buoni. In esso nulla ha stabilito di più perfetto degli esseri spirituali, ai quali ha dato l'intelligenza, che ha reso abili a conoscerlo nella sua trascendenza e idonei a possederlo e ha riunito in una società che consideriamo la santa città dell'alto. In essa l'essere, da cui sono conservati nell'esistenza e resi felici, è per loro Dio stesso come vita e sostentamento comune. E ha conferito a questa creatura ragionevole il libero arbitrio in modo che essa, se voleva, poteva abbandonare Dio, sua felicità, con immediata successione della infelicità. Ed egli, pur nella prescienza che alcuni angeli, mediante l'arroganza, con cui pretendevano di essere autosufficienti alla propria felicità, sarebbero divenuti rinunziatari di un bene così grande, non tolse loro questa facoltà perché giudicò che era di maggior potere e bontà trarre il bene dal male che non permettere il male. Ma il male non vi sarebbe se, peccando, non lo avesse operato per sé la natura stessa, soggetta al divenire, sebbene buona e ideata da Dio, Bene sommo e non soggetto al divenire, che ha creato buone tutte le cose. E proprio dall'attestato di questo suo peccato la natura si rende cosciente d'essere stata creata buona; se non fosse anch'essa un bene grande, sebbene non eguale al Creatore, l'abbandonare Dio come sua luce non potrebbe essere il suo male. Infatti la cecità è un male dell'occhio e proprio questo male dimostra che l'occhio è stato creato per vedere la luce e perciò proprio da questo suo male si ravvisa come il più nobile di tutti gli altri organi l'organo percipiente la luce, poiché il male di essere privo della luce non ha altra provenienza. Allo stesso modo una natura, che si allietava in Dio, fa intendere che era stata creata sommamente buona proprio da questo suo male, per cui è infelice, appunto perché non si allieta in Dio. Egli ha punito la volontaria defezione degli angeli con la giustissima pena di una eterna afflizione e agli altri che erano rimasti fedeli, affinché fossero certi della propria fedeltà senza fine, diede, per così dire, il premio di tale fedeltà. Ed Egli ha creato l'uomo, anche lui capace di bene mediante il libero arbitrio, quantunque fosse un essere animato sulla terra, ma degno del cielo se rimaneva unito al suo Creatore, ed egualmente, se lo avesse abbandonato, della infelicità che sarebbe sopraggiunta quale sarebbe convenuta a siffatta natura. E sebbene avesse egualmente avuto prescienza che avrebbe peccato con la trasgressione della legge di Dio mediante la defezione da lui, neanche a lui sottrasse il potere del libero arbitrio perché con un medesimo atto previde il bene che Egli avrebbe operato dal male di lui. Ed Egli dalla discendenza soggetta a morire, debitamente e giustamente condannata, raduna con la sua grazia un grande popolo per riparare e rinnovare con esso la parte di angeli che è caduta, sicché la diletta città dell'alto non è privata del numero dei suoi cittadini, che anzi forse è allietata da un numero più abbondante.

Analogia dell'idea di provvidenza...
2. 1. Molte azioni certamente sono compiute dai cattivi contro la volontà di Dio, ma Egli è di tanta sapienza e potere che tutti gli avvenimenti, che sembrano contrari alla sua volontà, tendono a quegli scopi e fini che Egli ha previsto come buoni e giusti. Perciò quando si dice che Dio ha mutato la volontà, sicché, ad esempio, si rende sdegnato verso coloro con i quali era indulgente, sono essi che sono cambiati, non lui, e in un certo senso lo trovano mutato nelle avversità che subiscono. Allo stesso modo cambia il sole per gli occhi contusi e in qualche modo si rende da blando irritante, da dilettevole sgradito, sebbene in sé rimanga quel che era. Si considera volontà di Dio anche quella che Egli pone in atto nel cuore di coloro che obbediscono ai suoi comandamenti, e di essa dice l'Apostolo: È Dio che opera in voi anche il volere 2, come si considera giustizia di Dio non solo quella per cui Egli è considerato giusto, ma anche quella che Egli pone in atto nell'uomo che da lui viene reso giusto 3. Così si considera sua anche la legge che invece è degli uomini, ma data da lui perché erano uomini coloro ai quali Gesù disse: Nella vostra Legge è stato scritto 4, sebbene in un altro passo leggiamo: La legge del suo Dio è nel suo cuore 5. Secondo questa volontà, che Dio opera negli uomini, si dice che Egli vuole non ciò che vuole ma ciò di cui rende volenti i suoi, come si considera che Egli ha conosciuto ciò che ha fatto conoscere da coloro da cui era ignorato. Infatti dalle parole dell'Apostolo: Ora poi conoscendo Dio, anzi essendo conosciuti da Dio 6, non è consentito dedurre che Dio abbia conosciuto allora quelli che erano conosciuti prima della creazione del mondo 7, ma è stato detto che li ha conosciuti quando ha fatto sì che fosse conosciuto. Ricordo di aver discusso di questi modi di parlare nei libri precedenti 8. Dunque secondo questa volontà, per cui noi diciamo che Dio vuole quello che fa in modo che vogliano coloro che ignorano il futuro, Dio vuole molte cose ma non le attua.

... e prescienza di Dio.
2. 2. I suoi santi chiedono che si avverino molti eventi ispirati da lui con una volontà santa, però non si avverano come essi con fede e devozione pregano per determinate persone ed Egli non pone in atto ciò che chiedono nella preghiera, sebbene nello Spirito Santo ha suscitato in essi questa volontà di pregare. Perciò quando i santi chiedono e pregano che ognuno sia salvo, possiamo dire con quel modo figurato di esprimersi: "Dio vuole e non fa", per dire che Egli vuole perché attua che costoro chiedano. Però in virtù della sua volontà, che è eterna unitamente alla sua prescienza, ha già posto in atto, in cielo e sulla terra, tutti gli eventi che ha voluto, non solo passati o presenti, ma anche futuri 9. Nondimeno, prima che giunga il tempo in cui Egli vuole che si avveri l'evento, che prima di tutti i tempi ha preordinato nella sua prescienza, noi diciamo: "Avverrà quando Dio vorrà". Però se ignoriamo non solo il tempo in cui avverrà, ma anche se avverrà, diciamo: "Avverrà se Dio vorrà", non perché Dio avrà un nuovo atto di volontà che non aveva, ma perché allora avverrà quel che dall'eternità è stato preordinato nella sua volontà non soggetta al divenire.

Predizione della felicità eterna.
3. Perciò, per passare sopra a molti altri eventi, come ora notiamo che in Cristo si è adempiuta la promessa fatta ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli 10, così si adempirà ciò che alla medesima discendenza ha promesso con le parole del profeta: Risorgeranno coloro che erano nei sepolcri 11, e con queste altre: Vi saranno un cielo nuovo e una terra nuova e non si ricorderanno più dei passati e la vecchia terra non verrà più loro in mente, ma troveranno in essa gioia e giubilo. Ecco, io faccio di Gerusalemme un giubilo e del mio popolo una gioia e salterò di giubilo in Gerusalemme e gioirò nel mio popolo e non si udrà più in essa una voce di pianto 12. Ha preannunziato l'evento mediante un altro profeta con parole rivolte a lui: In quel tempo avrà la salvezza tutto il tuo popolo, che sarà trovato scritto nel libro, e molti di coloro che dormono nella polvere della terra (o come molti hanno tradotto: in un mucchio 13) risorgeranno, gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all'infamia eterna 14. In un altro passo del medesimo profeta si ha: I santi dell'Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, oltre il tempo 15, e poco dopo dice: Il suo regno è eterno 16. Altri eventi, attinenti all'argomento, che ho allegato nel libro ventesimo 17 o che non ho allegato, ma sono riferiti in quella profezia, si avvereranno anch'essi, come si sono avverati questi, che gli infedeli non pensavano si avverassero. Ha preannunziato gli uni e gli altri, ha predetto che si avvereranno gli uni e gli altri il medesimo Dio, di cui gli dèi dei pagani hanno orrore, anche per la testimonianza di Porfirio, il più illustre filosofo dei pagani 18.

I pagani contro la credibilità del corpo in cielo.
4. Ma naturalmente vi sono individui, letterati e filosofi, che sono in opposizione al prestigio di sì grande autorevolezza, la quale ha volto tutte le categorie di persone a credere e sperare nella risurrezione, come aveva predetto tanto tempo prima. A costoro sembra di ragionare con finezza contro la risurrezione dei corpi e di poter citare quel che è riferito nel terzo libro su Lo Stato di Cicerone. Difatti nell'affermare che Ercole e Romolo da uomini erano diventati dèi, dice: Non i loro corpi sono stati elevati perché la natura non tollererebbe che ciò che è della terra non rimanga se non nella terra 19. Questo è il grande criterio dei filosofi, dei cui pensieri il Signore conosce che sono privi di significato 20. Se fossimo soltanto anima, cioè spirito senza corpo, e avendo dimora in cielo non conoscessimo gli esseri animati della terra e ci si dicesse che in futuro avverrà che saremo congiunti con vincolo mirabile ad animare corpi terrestri, ragioneremmo molto più attendibilmente se ci rifiutassimo di crederlo e dicessimo che la natura non tollera che un essere incorporeo sia avvinto da un legame corporeo. E tuttavia la terra è piena di anime che vivificano le parti terrestri di un corpo, congiunte fra di loro in modo mirabile e influenti l'una sull'altra. Perché dunque nella volontà di Dio, che ha creato questo essere animato, un corpo terrestre non potrà essere sublimato a un corpo celeste, se l'anima spirituale, più nobile di ogni corpo e quindi anche di un corpo celeste, ha potuto essere unita a un corpo terrestre?. Forseché un pezzetto di terra, tanto meschino, ha potuto avere in sé un essere più nobile di un corpo celeste, in modo da avere la conoscenza e la vita, e il cielo rifiuterà di accoglierlo, pur dotato di conoscenza e vita, o non lo potrà conservare se accolto, quando esso conosce e vive mediante un essere migliore di ogni corpo celeste? Ma ora non avviene perché non è ancora il tempo in cui ha voluto che avvenisse colui che ha creato, molto più mirabilmente di quel che dai pagani non è ammesso, quel che ora è divenuto usuale alla nostra esperienza. Perché non ammiriamo di più che le anime spirituali, più nobili di un corpo celeste, sono unite ai corpi terrestri, anziché ammirare che i corpi, sebbene terrestri, sono elevati a dimore, sebbene celesti, tuttavia corporee? La ragione è che siamo abituati a percepire questo stato e questo siamo; non siamo ancora quello e non l'abbiamo ancora percepito. Adottando un criterio assennato si rinviene che è di una operazione divina più mirabile congiungere in qualche modo esseri corporei a incorporei che unire corpi a corpi, sebbene diversi perché gli uni sono celesti, gli altri terrestri.

Il mondo crede alla Sacra Scrittura.
5. Però questo sarebbe stato incredibile una volta; ma ora il mondo ha creduto che il corpo terrestre del Cristo è stato elevato al cielo. Individui dotti e ignoranti, esclusi pochissimi istupiditi, tanto dotti che ignoranti, hanno creduto la risurrezione della carne e l'ascensione nelle dimore celesti. Se hanno creduto una cosa credibile, riflettano quanto sono stolti quelli che non credono; se invece è stata creduta una cosa incredibile, anche questo è incredibile, che sia stato creduto ciò che è incredibile. Dunque il medesimo Dio, prima che uno dei due eventi si avverasse, ha predetto che si sarebbero avverati tutti e due questi eventi incredibili, cioè la risurrezione del nostro corpo nell'eternità e che il mondo avrebbe creduto una cosa così incredibile 21. Costatiamo che uno dei due eventi incredibili si è già avverato, cioè che il mondo avrebbe creduto ciò che era incredibile. Non v'è ragione dunque di dubitare che si avveri anche l'altro, che il mondo ha ritenuto incredibile, come si è avverato ciò che è stato egualmente incredibile, cioè che il mondo credesse una cosa tanto incredibile. Difatti nella sacra Scrittura, mediante la quale il mondo ha creduto, è stato predetto l'uno e l'altro evento incredibile, uno che costatiamo, l'altro che crediamo. E il modo stesso, col quale il mondo ha creduto, se vi si riflette attentamente, appare più incredibile. Cristo, con le reti della fede, sul mare di questo mondo, ha mandato pochissimi pescatori, non istruiti nelle discipline liberali e inoltre, per quanto attiene agli insegnamenti dei pagani, del tutto incolti, non acculturati nella grammatica, non muniti nella dialettica, non ampollosi nella retorica, eppure ha preso molti pesci di ogni specie e tanto più degni di meraviglia quanto più rari e perfino gli stessi filosofi. Se fa piacere, anzi perché deve far piacere, a questi due fatti incredibili aggiungiamone un terzo. Dunque sono tre i fatti incredibili che tuttavia sono avvenuti. È incredibile che Cristo sia risorto nella carne e che con la carne sia salito in cielo; è incredibile che il mondo abbia creduto una cosa tanto incredibile; è incredibile che uomini di bassa estrazione, senza mezzi, pochissimi, illetterati abbiano potuto rendere attendibile con tanta evidenza al mondo e in esso anche ai dotti una cosa tanto incredibile. I pagani, con i quali stiamo dibattendo, non vogliono credere al primo di questi tre fatti incredibili; sono costretti a costatare il secondo, ma non riscontrano come sia avvenuto se non credono al terzo. In tutto il mondo si annunzia e si crede alla risurrezione di Cristo e alla sua ascensione al cielo con la carne in cui è risorto; se non è credibile, perché è stato ormai creduto in tutto il mondo?. Se molti, famosi, altolocati, dotti avessero detto di averla vista e si fossero impegnati a divulgare quel che avevano visto, non sarebbe da meravigliarsi se il mondo avesse creduto, anzi sarebbe difficile non voler credere ad essi. Se invece, come è accaduto, il mondo ha creduto a pochi, ignoti, di bassa estrazione, ignoranti che dicevano e scrivevano di aver visto la risurrezione, perché i pochi ostinatissimi, che sono rimasti, non credono ancora al mondo che ormai crede? E il mondo ha creduto appunto a un piccolo numero di uomini ignoti, di bassa estrazione, illetterati perché attraverso testimoni così poco attendibili la divinità molto più mirabilmente si manifestò con evidenza. Infatti i linguaggi fautori d'evidenza che usavano furono fatti meravigliosi, non parole. Coloro i quali non avevano visto che il Cristo era risorto con la carne e che con essa era salito al cielo credevano a quelli i quali narravano di averlo visto, non solo perché parlavano ma anche perché operavano stupendi prodigi. Difatti all'improvviso udivano parlare miracolosamente le lingue di tutti i popoli individui che sapevano intenditori di una sola lingua, al massimo di due 22. Vedevano che uno storpio dal grembo della madre, a una loro parola nel nome di Cristo, dopo quarant'anni si era alzato in piedi pienamente guarito 23, che i fazzoletti tolti via dal loro corpo servivano a guarire gli infermi. Vedevano che gli innumerevoli individui, afflitti da varie malattie, posti in fila sulla via, in cui stavano per sopraggiungere gli Apostoli, affinché si riflettesse su di essi l'ombra di loro che passavano, spesso ricevevano immediatamente la guarigione 24. Scorgevano anche molte altre opere stupende da loro compiute nel nome di Cristo e infine anche la risurrezione dai morti 25. Se ammettono che tali fatti sono avvenuti come sono stati tramandati, ecco che a quei tre incredibili ne aggiungiamo tanti altri. Perciò, affinché sia creduto un solo avvenimento incredibile, relativo alla risurrezione della carne e ascensione al cielo, raccogliamo valide testimonianze di molti fatti incredibili e ancora non induciamo a credere coloro che per spaventosa durezza non credono. Se poi non credono che per mezzo degli Apostoli di Cristo sono stati operati quei miracoli affinché si credesse a loro, che annunziavano la sua risurrezione e ascensione al cielo, a noi basta soltanto questo grande miracolo: che senza miracoli il mondo l'ha creduto.

Confronti con Romolo e Roma.
6. 1. Riportiamo a questo punto anche ciò che per Cicerone è degno di meraviglia sulla creduta divinità di Romolo. In Romolo, egli dice, desta soprattutto meraviglia il fatto che gli altri, di cui si tramanda che da uomini sono divenuti dèi, vissero in periodi meno civili in modo che il pensiero era più disposto al mito, poiché gli individui ignoranti erano facilmente spinti a credere; notiamo invece che l'età di Romolo, a meno di sei secoli addietro, fu caratterizzata da cultura ed erudizione già progredite, essendo stato eliminato del tutto un antico pregiudizio proveniente dalla condizione incivile degli uomini 26. E poco dopo, in relazione all'argomento in parola, così parla sempre di Romolo: Da ciò si può arguire che Omero visse moltissimi anni prima di Romolo sicché, essendo progrediti nella cultura uomini e tempi, v'era appena un qualche spazio per favoleggiare. Difatti l'antichità ha accolto favole formulate talora anche grossolanamente; questa età invece, già acculturata, prevalentemente con la satira ha respinto tutto ciò che non può avvenire 27. Uno del numero degli uomini più dotti e il più eloquente di tutti, Marco Tullio Cicerone, afferma appunto che la divinità di Romolo fu creduta come fatto prodigioso perché i tempi erano progrediti nella cultura in modo da non ammettere la menzogna delle favole. Ma chi ha creduto Romolo un dio se non Roma, ancora piccola e agli inizi?. In seguito ai posteri era stato necessario mantenere quel che avevano ricevuto dagli antenati, affinché assieme a questa superstizione, succhiata, per così dire, con il latte della madre, la città crescesse a un dominio così esteso. Così da questa sua sovranità, come da un luogo più alto, poteva irrorare di questa sua credenza anche gli altri popoli sui quali dominava, non perché credessero ma affinché parlassero di Romolo come di un dio. Non dovevano, cioè, ingiuriare la città, cui erano sottomessi, nel suo fondatore, non attribuendogli un appellativo riconosciutogli da Roma che lo aveva creduto non per amore di questo errore, ma tuttavia per un errore suggerito dall'amore. Invece, sebbene Cristo sia fondatore dell'eterna città del cielo, tuttavia essa non l'ha creduto Dio perché è stata fondata da lui, ma si deve costruirla appunto perché crede. Roma, già costruita e consacrata, ha adorato il suo fondatore in un tempio; questa Gerusalemme invece, per essere costruita e consacrata, ha posto sul fondamento della fede Cristo Dio suo fondatore. Quella amandolo l'ha creduto un dio, questa credendolo Dio l'ha amato. Come dunque si avverò prima che Roma amò e poi che della persona amata, ormai agevolmente, credette anche un falso bene; così si avverò prima che la Gerusalemme terrena credette affinché con la retta fede non amasse alla cieca ciò che è falso, ma ciò che è vero. A parte dunque tanti grandi miracoli, i quali hanno convinto che Cristo è Dio, si ebbero prima anche le profezie d'ispirazione divina, assolutamente degne di fede, di cui non si crede, come credettero i nostri padri, che devono adempiersi in lui, ma si dimostra che si sono già adempiute; di Romolo invece, circa l'evento che ha fondato Roma e ha regnato in essa, si ascolta e si legge che è avvenuto, non che è stato profetato prima che avvenisse. In quanto poi al fatto che è stato accolto fra gli dèi, i loro libri fanno capire che è creduto, non affermano che è avvenuto 28. Difatti non si dimostra con indicazioni di eventi prodigiosi che ciò è realmente accaduto. Anche la celebre lupa allattante, che sembrerebbe un grande portento, quale attinenza o autorevolezza ha per dimostrarlo un dio? 29. E sebbene la celebre lupa senza dubbio non fu una prostituta ma un animale, quantunque sia stata in comune per i gemelli, tuttavia il suo fratello non è considerato un dio. E chi è stato interdetto di dichiarare dèi Romolo o Ercole o altre simili personalità e ha preferito morire anziché non dichiararlo? Oppure qualche popolo onorerebbe fra i suoi dèi Romolo, se non lo costringesse la paura del nome romano? Chi potrebbe invece calcolare quanti hanno preferito essere uccisi con grande, disumana spietatezza anziché negare che Cristo è Dio? Quindi il timore, sia pure di una leggera indignazione, costringeva alcune città soggette al diritto romano a onorare Romolo come un dio. Invece la paura, non tanto di un leggero sdegno dell'animo, ma di grandi e varie pene e della morte stessa, che più delle altre si paventa, non ha potuto distogliere un grande numero di martiri, fra tutti i popoli della terra, dall'onorare ma anche dal professare Cristo come Dio. E in quel tempo la città di Dio, sebbene fosse esule in cammino sulla terra e avesse schiere di grandi popoli, non combatté per la salvezza nel tempo contro i propri persecutori pagani, ma piuttosto, per raggiungere la salvezza eterna, non oppose resistenza. Venivano incatenati, imprigionati, flagellati, torturati, bruciati, sbranati e crescevano di numero. Per loro combattere per la salvezza era lo stesso che disprezzare la salvezza per amore del Salvatore.

Fede e salvezza nelle due città.
6. 2. So che nell'opera su Lo Stato di Cicerone, nel terzo libro, se non sbaglio, si tratta dialogicamente che da un'ottima amministrazione civile s'imprende la guerra soltanto per la fedeltà e la salvezza. In un passo, mostrando che cosa intende per salvezza o a quale salvezza vuole che si pensi, dice: Da queste pene, che anche i più ingenui sentono, cioè la fame, l'esilio, il carcere, le verghe, spesso i privati cittadini sfuggono per il sopraggiungere inatteso della morte; per gli enti politici invece la morte stessa, che sembra garantire gli individui dalla pena, è una pena. L'ente politico infatti dev'essere organizzato in modo tale da essere perpetuo. Quindi non si ha la morte naturale dello Stato come dell'uomo, per il quale la morte non solo è inevitabile, ma spesso auspicabile. Invece un'entità politica, quando viene soppressa, è distrutta, annientata; è come se, in certo senso, tanto per paragonare le piccole cose alle grandi, tutto questo mondo scomparisse e precipitasse nel nulla 30. Cicerone ha espresso questo pensiero appunto perché con i platonici ritiene che il mondo non avrà fine. È evidente dunque la sua opinione che dal governo dello Stato sia intrapresa la guerra per quella salvezza per cui lo Stato persiste nel tempo, pur nel morire e nascere degli individui, come è perenne l'ombrosità dell'olivo, dell'alloro e di alberi consimili attraverso il cadere e il rispuntare delle foglie. La morte infatti, come egli si esprime, è una pena non dei singoli individui, ma di tutto lo Stato e invece spesso libera dalla pena gli individui. Perciò a buon diritto si pone il problema se fece bene Sagunto quando preferì la sua distruzione anziché violare la fedeltà con cui era legata allo stesso Stato romano e per questa sua determinazione è lodata da tutti i cittadini dello Stato terreno. Però io non vedo in qual modo potessero essere ottemperanti di quella teoria, con cui si afferma che si deve intraprendere la guerra soltanto o per la fedeltà o per la salvezza; infatti nel caso che questi due valori s'incontrassero in uno e medesimo pericolo, in modo che non si può ottenere l'uno senza la perdita dell'altro, non si dice quale dei due sia da preferire. Se Sagunto avesse preferito la salvezza, si doveva dai suoi cittadini rinunziare alla fedeltà; se da mantenere la fedeltà, era da lasciar perdere la salvezza, come difatti è avvenuto 31. La salvezza della città di Dio è tale che si può mantenere o piuttosto raggiungere assieme alla fede e mediante la fede, sicché perduta la fede non si può giungere ad essa. Questa riflessione di un cuore assai forte e paziente ha fruttato tanti grandi martiri, di tal fatta che neanche uno solo ne ebbe o poté averne Romolo, quando fu creduto un dio.

Consenso dei credenti.
7. Ma è davvero ridicolo fare riferimento alla divinità di Romolo, quando parliamo di Cristo. Romolo è esistito circa seicento anni prima di Cicerone e si afferma che quell'età era già evoluta nella cultura 32, sicché avrebbe rifiutato tutto ciò che era inattendibile. A più forte ragione dunque, dopo seicento anni, al tempo dello stesso Cicerone, e soprattutto in seguito, sotto Augusto e Tiberio, in tempi certamente molto più addottrinati, l'intelligenza umana non avrebbe potuto accettare e, rifiutando di ascoltare e di accogliere, avrebbe rifiutato come inattendibile la risurrezione della carne di Cristo e la sua ascesa al cielo, se non l'avessero mostrata come attendibile e realmente avvenuta la testimonianza divina della verità e la verità della testimonianza divina e insieme gli attestanti criteri dei miracoli. Avvenne così che, malgrado il timore e le idee contrarie di tante e così crudeli persecuzioni, la risurrezione e l'immortalità della carne, che precede nel Cristo e seguirà negli altri fuori del tempo, fosse creduta con fede invitta, annunziata con coraggio e seminata nel mondo per germogliare più fecondamente nel sangue dei martiri. Si leggevano infatti precorritrici predizioni dei Profeti, avvenivano contemporaneamente gli straordinari esempi di virtù e si rendeva consona al modo di vivere una verità nuova, non contraria alla ragione finché il mondo, che perseguitava con furore, seguì nella fede.

Funzione apologetica del miracolo.
8. 1. Perché, obiettano, quei miracoli che andate dicendo siano avvenuti, ora non avvengono più? 33. Potrei rispondere che sono stati necessari prima che il mondo credesse, affinché il mondo credesse. Chi per credere va ancora in cerca di prodigi, è egli stesso un prodigio perché non crede, mentre il mondo crede. Però lo dicono affinché si creda che quei miracoli non sono avvenuti. Come si spiega dunque che con tanta fede si canta da ogni parte che Cristo è stato elevato al cielo con la carne? Come si spiega che in tempi addottrinati, i quali rifiutano tutto ciò che è inattendibile, il mondo ha creduto senza miracoli a fatti incredibili perché troppo meravigliosi? Diranno forse che sono stati credibili e perciò sono stati creduti? E allora perché essi non credono? È quindi molto semplice il nostro dilemma: o da un fatto incredibile, perché fuori dell'esperienza, hanno suscitato la fede altri fatti incredibili, che tuttavia avvenivano ed erano nell'esperienza; ovvero un fatto così credibile, da non aver bisogno di miracoli per essere evidenziato, confuta l'eccessiva mancanza di fede di costoro. Direi questo per ribattere i più sciocchi. Difatti non possiamo negare che sono avvenuti molti miracoli, i quali dimostrerebbero quell'unico grande salvifico miracolo, per cui Cristo è salito al cielo con la carne con cui era risorto. È stato tutto scritto nei medesimi libri assolutamente veri: i fatti che sono avvenuti e per quale verità da credere sono avvenuti. Essi furono palesi per suscitare la fede; essi molto più evidentemente sono palesi mediante la fede che hanno suscitato. Sono letti fra i popoli affinché siano creduti, ma non si leggerebbero fra i popoli se non fossero creduti. Difatti anche al presente avvengono miracoli nel suo nome, sia mediante i sacramenti, sia attraverso le preghiere e il culto dei santi, ma non sono divulgati con la medesima notorietà al punto da avere una fama come quella. Il canone della sacra Scrittura, che doveva essere autenticato, fa in modo che quelli siano annunziati dovunque e siano impressi nel ricordo di tutti i popoli. Questi altri invece, dovunque avvengano, sono conosciuti appena da tutta una città o in qualsiasi località di individui che vivono insieme. Spesso infatti anche in quel luogo li conoscono pochissimi, mentre i più li ignorano, soprattutto se la città è molto grande; e quando sono narrati ad altri, in altre parti, non li sostiene una grande autorità, in modo che siano creduti senza difficoltà e incertezza, sebbene siano comunicati da cristiani a cristiani.

Il cieco di Milano.
8. 2. Il miracolo che avvenne a Milano, mentre vi risiedevo, quando un cieco riacquistò la vista, poté giungere alla conoscenza di molti perché la città era grande, vi risiedeva allora l'Imperatore e il fatto avvenne alla presenza di una grande folla che era accorsa per vedere i corpi dei martiri Gervasio e Protasio, che erano rimasti nascosti e del tutto ignoti. Erano stati scoperti perché svelati in sogno al vescovo Ambrogio e in quel luogo il cieco, fugate le tenebre di prima, rivide la luce 34.

Le emorroidi di Innocenzo...
8. 3. Invece a Cartagine soltanto pochissimi conoscono la guarigione che si verificò in Innocenzo, già avvocato alla viceprefettura; fummo presenti e lo costatammo con i nostri occhi. Egli, siccome con tutta la sua famiglia era molto devoto, aveva accolto me e il mio confratello Alipio, non ancora chierici ma già servi di Dio, che provenivamo da oltre il mare e avevamo preso alloggio presso di lui. Era curato dai medici per le emorroidi, che aveva numerose e aggrovigliate nella parte posteriore e più bassa del busto. I medici lo avevano già operato ed eseguivano con unguenti le rimanenti operazioni della propria professione. Nell'intervento aveva sofferto prolungati e forti dolori. Ma fra le molte una di quelle varici era sfuggita ai medici che non la ravvisarono, sebbene avrebbero dovuto inciderla col ferro chirurgico. Quindi essendo tutte guarite quelle che i medici già incise curavano, era rimasta quella sola e le si applicava inutilmente la cura. Innocenzo, stimando ingiustificate quelle dilazioni e temendo di essere operato un'altra volta, perdette il controllo. Infatti lo aveva preavvertito il medico di casa che gli altri non avevano convocato quando fu inciso la prima volta, affinché vedesse almeno come operavano. Innocenzo adirato lo aveva cacciato di casa e a stento ve lo aveva riammesso. Disse: "Mi opererete un'altra volta? Dovrò andare incontro alle previsioni di colui che non avete voluto presente?". E quelli continuavano a beffare il medico inesperto e a calmare con buone parole e con promesse la paura dell'uomo. Passarono molti altri giorni e non serviva a nulla quel che si faceva. Comunque i medici persistevano nella loro promessa che avrebbero guarito la varice non con lo strumento chirurgico ma con gli impiastri. Invitarono anche un altro medico, ormai anziano, molto celebrato nella tecnica chirurgica, Ammonio, che era ancora in vita. Egli, esaminata la parte, promise con attenzione alla loro diligenza e competenza il medesimo buon esito come gli altri. Tranquillizzato dalla sua autorità, con fine umorismo si burlò, come se fosse già guarito, del suo medico di casa che aveva previsto un altro taglio. Che dire di più? Passarono tanti giorni inutilmente, sicché i medici, stanchi e sfiduciati, confessarono che poteva guarire soltanto con un intervento. Si spaventò, divenne pallido, sconvolto dallo spavento e appena si riprese e poté parlare, comandò ai medici di andarsene e di non farsi più vedere da lui. Spossato dalle lacrime e costretto da quella ineluttabilità non gli venne in mente altro che rivolgersi a un certo Alessandrino, che allora era considerato un chirurgo molto efficiente, affinché egli facesse quel che adirato non voleva fosse fatto dagli altri. Ma dopo che questi venne e da esperto osservò nelle cicatrici l'opera dei medici, adempiendo un dovere di persona perbene, convinse l'individuo che essi piuttosto, i quali si erano tanto impegnati per lui, come egli poteva costatare con ammirazione, godessero del risultato della sua guarigione. Aggiunse che davvero, se non veniva operato, non poteva guarire e che ripugnava molto al suo temperamento strappare, per quel poco che rimaneva, l'onore di un lavoro così eccellente ad uomini, dei quali notava con ammirazione nelle sue cicatrici l'opera professionalmente molto valida, l'impegno, l'accuratezza. I medici riebbero la sua fiducia e si venne all'accordo che alla presenza dello stesso Alessandrino essi aprissero con lo strumento chirurgico la varice che ormai, col consenso di tutti, si riteneva inguaribile in altro modo. L'intervento fu rimandato al giorno dopo. Ma quando i medici se ne andarono, dalla grande angoscia del padrone si manifestò in quella casa un dolore così forte che a stento da noi si reprimeva il pianto come per un decesso. Lo visitavano quotidianamente uomini di santa vita: Saturnino di beata memoria, allora vescovo di Uzalis, il prete Guloso e i diaconi della chiesa di Cartagine. Fra di essi vi era anche Aurelio, il solo rimasto in vita, oggi vescovo, da nominarsi con noi col dovuto rispetto. Ricordando le meraviglie delle opere di Dio ho spesso parlato con lui di questo fatto e ho riscontrato che egli ricordava assai bene ciò che sto richiamando alla memoria. Mentre essi, come erano soliti, la sera precedente erano in visita da lui, li pregò con lacrime struggenti che alla mattina seguente si degnassero di essere presenti al suo funerale anziché al suo dolore. L'aveva infatti assalito una paura così grande a causa delle precedenti sofferenze che non dubitava di dover morire fra le mani dei medici. I chierici lo consolarono e lo esortarono ad avere fiducia in Dio e ad accettare virilmente la sua volontà. Poi andammo a pregare e lì, mentre al solito piegavamo i ginocchi e ci prostravamo a terra, egli si gettò giù come se fosse stato prosternato dalla violenta spinta di qualcuno e cominciò a pregare. Chi potrebbe esprimere a parole con quali gesti, con quanta passione, con quale sentimento, con quale fiume di lacrime, con quali gemiti e singulti che scuotevano tutto il suo corpo e ne impedivano quasi il respiro? Non sapevo se gli altri stessero pregando o se la loro attenzione fosse rivolta a questi particolari. Io certamente non riuscivo a pregare; dissi soltanto dentro di me queste brevi parole: "O Signore, quali preghiere dei tuoi figli esaudisci, se non esaudisci queste?". Mi sembrava infatti che non potesse avvenire altro se non che egli spirasse pregando. Ci alzammo e, ricevuta la benedizione del vescovo, ci allontanammo, mentre Innocenzo pregava che la mattina seguente fossero presenti, ed essi lo esortavano che si facesse coraggio. Spuntò il giorno temuto, erano presenti i servi di Dio, come avevano promesso, entrarono i medici, furono preparati gli strumenti che la circostanza richiedeva, furono tirati fuori i tremendi ferri chirurgici nello sbalordimento e ansia di tutti. Mentre quelli che hanno maggiore influenza cercano di lenire la sua mancanza di coraggio con parole di conforto, il corpo viene disposto sul lettuccio a portata della mano del chirurgo, si sciolgono i nodi delle fasciature, viene scoperta la parte, il medico guarda e cerca, armato e intento, la varice da recidere. Esplora con gli occhi, palpa con le dita, si adopera poi in tutti i modi: trova una solidissima cicatrice. La grande gioia, la lode e il ringraziamento a Dio onnipotente e misericordioso che sgorgò dalla bocca di tutti con accenti di giubilo soffusi di lacrime non sono da affidare alle mie parole; vi si pensi e non se ne parli.

... e il tumore alla mammella di Innocenza.
8. 4. Sempre a Cartagine Innocenza, donna molto pia, di nobile famiglia, aveva un tumore alla mammella, male, come dicono i medici, non curabile con medicine. Quindi o si suole recidere e asportare dal corpo la parte in cui si forma, ovvero, affinché l'individuo viva un po' più a lungo, anche se la morte seguirà quantunque più tardi, si deve smettere, secondo l'opinione di Ippocrate, come dicono, qualsiasi cura 35. Lei aveva ricevuto questo consiglio da un medico esperto in materia e grande amico di casa e s'era raccomandata soltanto a Dio con la preghiera. All'avvicinarsi della Pasqua fu avvertita in sogno che qualsiasi donna battezzata venisse per prima incontro a lei, mentre guardava verso il battistero dalla parte delle donne, le segnasse la parte col segno di Cristo. Lo fece e la guarigione seguì immediatamente. Il medico, il quale le aveva prescritto di non usare alcun trattamento se voleva vivere un po' più a lungo, avendola in seguito visitata e costatando completamente guarita la cliente, che precedentemente con una visita aveva accertato affetta da quel male, le chiese con impeto quale cura avesse usato. Desiderava, per quanto è dato di capire, conoscere il farmaco con cui veniva disdetta la prescrizione di Ippocrate. Quando seppe da lei quel che era avvenuto, si narra che con l'accento e l'atteggiamento dell'insolente, al punto che lei temette che dicesse qualche parola offensiva contro Cristo, abbia risposto con religiosa cortesia: "Pensavo che mi avresti detto qualcosa di grande". E poiché la donna rabbrividiva, aggiunse: "Che grande miracolo ha fatto il Cristo a sanare un tumore, lui che ha risuscitato un morto di quattro giorni?" 36. Avendo io udito questo e avendo appreso con risentimento che era rimasto celato un così grande miracolo, avvenuto in quella grande città e su di una persona tutt'altro che sconosciuta, decisi di ammonirla in merito e quasi di rimproverarla. Avendomi risposto che lei non ne aveva taciuto, chiesi alle nobildonne che eventualmente accoglieva a casa come molto amiche se ne sapevano qualcosa. Mi risposero che non sapevano proprio niente. Le dissi allora: " Ecco come parli; anche queste donne, che ti sono unite con tanta intimità, non ti hanno udito parlare". E poiché le proposi un breve questionario, feci in modo che narrasse tutto per ordine, come era avvenuto, alle altre che ascoltarono, ammirarono molto e diedero gloria a Dio.

La gotta di un neo-battezzato...
8. 5. È avvenuto anche nella medesima città che un medico, malato di gotta, avendo dato il proprio nome per il battesimo, prima che fosse battezzato, gli fu ingiunto in sogno da fanciulli negri riccioluti, in cui ravvisò i demoni, di non farsi battezzare entro l'anno. Non avendo ubbidito loro, provò un dolore lancinante, quale mai aveva provato, perché gli calpestarono i piedi e a più forte ragione, sconfiggendoli, non differì di purificarsi nel lavacro di rigenerazione, come aveva promesso. Ma nel battesimo fu libero non solo dal dolore da cui, oltre il consueto, era tormenatato, ma anche dalla gotta e in seguito, sebbene poi vivesse a lungo, non ebbe più dolore ai piedi. Ma chi lo sapeva? Io tuttavia ne sono a conoscenza e pochissimi fratelli ai quali poté giungere la notizia.

... l'ernia scrotale di un attore a riposo.
8. 6. Un attore a riposo di Curubi, mentre veniva battezzato, è stato guarito non solo dalla paralisi, ma anche da un'informe ernia scrotale e, libero dall'uno e dall'altro fastidio, come se non avesse avuto alcun male, risalì dal fonte battesimale. Chi conosce il fatto se non Curubi e pochi altri che hanno potuto sentirne parlare? Noi, quando lo abbiamo saputo, dietro ordine del santo vescovo Aurelio l'abbiamo fatto venire a Cartagine, sebbene ne avessimo sentito parlare da alcuni, della cui attendibilità non potremmo dubitare.

Guarigione dall'ossessione del tribuno Esperio...
8. 7. Esperio, ex tribuno della plebe e nostro concittadino, possiede nel territorio di Fussala una tenuta che ha nome Zubedi. Avendo costatato che la sua casa, con disagio degli animali e degli schiavi, subiva l'influsso malefico degli spiriti cattivi, pregò i nostri presbiteri, dato che io ero assente, che qualcuno di loro si recasse sul posto affinché il diavolo si arrendesse alle sue preghiere. Uno vi andò, vi offrì il sacrificio del corpo di Cristo pregando con tutta la devozione possibile che cessasse quella vessazione; per la bontà di Dio cessò all'istante. Esperio aveva avuto da un suo amico un po' di terra santa, recata da Gerusalemme, dove il Cristo sepolto era risorto al terzo giorno; la teneva esposta nella sua camera da letto per non subire anch'egli il fastidio. Ma appena la sua casa fu liberata da quella molestia, pensava che cosa fare di quella terra che per rispetto non voleva tenere più a lungo nella sua camera da letto. Per caso avvenne che io e un mio collega ora defunto, Massimino, vescovo di Siniti, ci trovassimo nei pressi. Esperio pregò che andassimo da lui e vi andammo. Dopo aver riferito tutto, ci chiese anche che fosse conservata sottoterra quel po' di terra e vi fosse costruito un luogo di preghiera, in cui i cristiani potessero radunarsi per celebrare il culto di Dio. Non ci rifiutammo e fu fatto. V'era in quel luogo un giovane di campagna paralitico. Venuto a conoscenza del fatto, chiese ai suoi genitori che lo conducessero senza indugio in quel luogo santo. Essendovi stato condotto, pregò e, subito guarito, si allontanò dal posto con i propri piedi.

... di un ragazzo vicino ad Ippona...
8. 8. Si chiama Vittoriana una casa di campagna che dista da Ippona meno di trenta miglia. Vi è in essa una cappella dedicata ai martiri di Milano Protasio e Gervasio. Vi fu portato un giovanetto il quale, mentre verso la mezza estate lavava un cavallo nella corrente di un fiume, fu invaso da un demonio. Mentre, vicino alla morte o assai simile a un morto, giaceva sul pavimento, la padrona del locale, come di consueto, vi entrò per i canti e le preghiere della sera insieme alle domestiche e ad alcune religiose e cominciarono a cantare gli inni. Il demonio fu come colpito e scosso da quel canto e con un terribile brontolio, non osando o non riuscendo a smuovere l'altare, vi si era avvinghiato come se vi fosse legato o incatenato e, supplicando con grande lamento che gli si perdonasse, confessò dove, quando e come aveva invaso il giovanetto. Infine dichiarando che voleva uscire, nominava le singole parti di lui che nell'uscire minacciava di asportare e, pronunziando queste parole, si distaccò dal ragazzo. Ma un suo occhio, riversatosi sulla guancia, pendeva con una piccola vena come da una radice interna e l'intera sua cornea, che era leggermente nera, era divenuta bianca. A quella vista i presenti, dato che erano accorsi anche altri, attirati dalle sue grida, e si erano tutti inginocchiati nella preghiera per lui, sebbene fossero contenti che fosse tornato all'uso della ragione, rattristati tuttavia per il suo occhio, dicevano che bisognava cercare un medico. Allora il marito della sorella, che l'aveva condotto in quel posto, disse: "Dio, che ha allontanato il demonio, può anche, per le preghiere dei suoi santi, restituirgli la vista". E lì, come poté, dopo averlo rimesso al suo posto, legò con un fazzoletto l'occhio riversato fuori e penzolante e ritenne di doverlo slegare soltanto dopo sette giorni. Avendo così fatto, lo trovò sanissimo. In quel luogo furono guariti altri, di cui sarebbe lungo parlare.

... e di una ragazza a Ippona.
8. 9. So che una ragazza d'Ippona, essendosi segnata con l'olio, in cui un sacerdote, mentre pregava per lei, aveva fatto cadere delle lacrime, fu immediatamente libera dal demonio. So anche che un vescovo ha pregato una sola volta per un giovinetto che non conosceva e questi fu immediatamente libero dal demonio.

Fede rimunerata di Fiorenzo.
8. 10. V'era l'anziano Fiorenzo della nostra Ippona, uomo devoto e povero che si sostentava col mestiere di rammendatore. Aveva perduto il ferraiuolo e non aveva denaro per ricomprarlo. Nella cappella dei Venti Martiri, la cui devozione è molto diffusa nel nostro popolo 37, pregò a voce alta per avere roba da indossare. L'udirono alcuni ragazzi che per caso si trovavano là a deriderlo, e mentre si allontanava, lo seguivano prendendolo in giro come se dai martiri avesse chiesto cinquanta spiccioli per comprarsi un vestito. Ma egli camminando in silenzio vide un grosso pesce fuori dell'acqua che guizzava sulla spiaggia e col benevolo aiuto di quei ragazzi lo catturò e, denunziando quel che era avvenuto, lo vendette per trecento spiccioli a un cuoco, di nome Cattoso, buon cristiano, per la cottura adatta a conservare. Contava di acquistare con quel denaro la lana affinché la moglie, secondo la propria abilità, eseguisse per lui qualche capo da indossare. Ma il cuoco, spaccando il pesce, trovò nello stomaco un anello d'oro e subito, mosso da compassione e intimorito da un senso religioso, lo restituì all'uomo dicendo: "Ecco come i Venti Martiri ti hanno fatto avere un vestito".

Per intercessione di santo Stefano guarigione di una cieca...
8. 11. Dal vescovo Preietto veniva portata alle Acque Tibilitane una reliquia del gloriosissimo martire Stefano in mezzo a una grande folla che accompagnava e veniva incontro. In quell'occasione una cieca pregò di essere guidata al vescovo, offrì i fiori che portava, li riprese, li avvicinò agli occhi e istantaneamente vide. Nello sbalordimento dei presenti procedeva a passo di danza, percorrendo la via senza più chiedere la guida.

... del vescovo Lucillo da fistola.
8. 12. La reliquia è stata riposta nella cittadella di Siniti che è vicina alla colonia d'Ippona. Lucillo, vescovo della medesima località, la portava in processione in mezzo al popolo che precedeva e seguiva. Una fistola, che lo affliggeva da molto tempo e che attendeva l'intervento di un medico, suo grande amico, all'improvviso fu guarita nel trasporto di quel sacro peso; difatti in seguito non la riscontrò più nel suo corpo.

Santo Stefano e la risurrezione del sacerdote Eucario...
8. 13. Eucario è un sacerdote proveniente dalla Spagna e risiede a Calama. Da tempo era afflitto da calcolosi; fu guarito mediante la reliquia del martire Stefano che il vescovo Possidio trasportò dove abitava. Il medesimo sacerdote fu colpito da un male molto grave e giaceva come morto sicché gli stavano già legando i pollici. Egli risuscitò per l'intercessione del martire suddetto quando gli fu riportata a casa, dal luogo ove era la reliquia del santo, la tunica e posta sopra il suo corpo disteso.

... e la conversione del nobile Marziale.
8. 14. V'era un uomo, uno dei principali del suo ceto, di nome Marziale, già avanzato in età e fortemente renitente alla religione cristiana. Aveva una figlia credente e il genero che si era battezzato in quell'anno. Essendosi ammalato, poiché essi con molte accorate lacrime lo supplicavano di farsi cristiano, rifiutò decisamente e con grande sdegno li respinse. Il genero decise di andare alla cappella di santo Stefano e lì pregare fino al possibile per lui, affinché il Signore gli concedesse la buona coscienza di non tardare nel credere in Cristo. Lo fece con grande lamento e pianto e sinceramente con ardente sentimento di pietà, poi nell'allontanarsi prese dall'altare una parte dei fiori che era a portata ed essendo già buio, glieli pose vicino alla testa e si dormì. Ed ecco prima dell'alba Marziale grida affinché si corra dal vescovo, che allora per caso era con me ad Ippona. Avendo udito che era assente, chiese che venissero i sacerdoti. Vennero, disse di credere e con meraviglia e gioia di tutti fu battezzato. Finché visse ebbe sulle labbra questa invocazione: "Cristo, accogli il mio spirito". Eppure non sapeva che furono queste le ultime parole di santo Stefano mentre veniva lapidato dai Giudei 38. Anche per lui furono le ultime. Poco dopo infatti spirò.

Guarigione dalla gotta.
8. 15. Sempre a Calama per intercessione del martire Stefano furono guariti dalla gotta due cittadini e uno straniero: i cittadini completamente; lo straniero udì in visione che cosa doveva usare quando soffriva e appena fatto ciò, il dolore scomparve immediatamente.

Santo Stefano e la risurrezione di un bimbo...
8. 16. Auduro è il nome di una tenuta, in cui v'è una chiesa e in essa la reliquia del martire Stefano. Buoi, che trainavano un carro agricolo, uscendo di carreggiata, con le ruote schiacciarono un bambino che stava giocando nell'aia ed egli immediatamente spirò spasimando. La madre, trattolo fuori, lo pose davanti alla reliquia e non soltanto tornò in vita, ma apparve del tutto incolume.

... di una monaca morta di tumore...
8. 17. Poiché una religiosa in un possedimento vicino, che si denomina Caspaliana, era affetta da un male senza speranza, una sua tunica fu portata all'altare del Santo. Prima che fosse ricondotta, la religiosa morì. I suoi genitori però coprirono il cadavere con la tunica suddetta e lei riprese a respirare e fu guarita.

... di una giovinetta...
8. 18. Presso Ippona un tale della Siria, chiamato Basso, davanti alla reliquia del martire Stefano pregava per la figlia ammalata in pericolo di vita e aveva portato con sé un vestito di lei, quando all'improvviso dalla casa accorsero i servi per avvertirlo che era morta. Però mentre egli pregava furono fermati dagli amici di lui i quali proibirono di dirglielo affinché non piangesse alla vista di tutti. Essendo tornato a casa che risuonava già dei pianti dei familiari e avendo steso la veste, che aveva fra mano, sopra la figlia, ella fu resa alla vita.

... di un giovane...
8. 19. Ancora ad Ippona il figlio di un certo Ireneo, esattore delle imposte, morì di malattia. Mentre il corpo giaceva esanime e si preparava il funerale da persone che piangevano per lo strazio, uno degli amici, fra le parole di conforto degli altri, suggerì che il corpo fosse unto con l'olio del santo martire. Si fece così e il morto tornò in vita.

... e di un bimbo.
8. 20. Sempre ad Ippona l'ex tribuno della plebe Eleusino pose sopra l'altare dei martiri, che si ha in un suo possedimento nel sobborgo, il figliolino morto in seguito ad una malattia e dopo una preghiera, che ivi rivolse con molte lacrime, lo risollevò tornato in vita.

Diffusa e documentata devozione a santo Stefano a Calama...
8. 21. Che fare? Sollecita l'impegnativo intento di questa opera a non ricordare a questo punto tutti i fatti che conosco. Senza dubbio molti dei nostri, quando leggeranno queste pagine, si addoloreranno che ne abbia omessi molti che assieme a me certamente conoscono. Li prego fin d'ora di perdonare e di riflettere che sarebbe una fatica molto prolungata fare ciò che al momento l'obbligo dell'opera intrapresa mi costringe a non fare. Se infatti volessi soltanto riferire, per non parlare degli altri, i miracoli delle guarigioni che per l'intercessione di questo martire, cioè del glorioso Stefano, sono avvenuti nella colonia di Calama e nella nostra, ci sarebbe da compilare moltissimi libri. Tuttavia non potranno essere messi insieme tutti, ma soltanto quelli sui quali sono state consegnate le redazioni per essere lette nelle adunanze. Abbiamo desiderato che questo avvenisse quando abbiamo notato che segni, eguali agli antichi, della potenza di Dio sono in gran numero anche ai nostri tempi e che non debbono andare perduti per la conoscenza di molti. Non sono ancora passati due anni da quando ad Ippona Regia è stata costruita questa cappella e sebbene, e questo è per noi assolutamente certo, non siano state molte le redazioni dei fatti avvenuti per prodigio, quelle che sono state consegnate erano giunte all'incirca a settanta, quando ho scritto queste pagine. A Calama poi, in cui si è avuta la prima cappella e avvengono più spesso, superano di molto il numero.

... e a Uzali nella casa della nobile Petronia.
8. 22. Abbiamo saputo che anche a Uzali, colonia vicina a Utica, sono avvenuti molti miracoli per l'intercessione del martire Stefano e molto prima che nella nostra città fosse stata dal vescovo Evodio organizzata la devozione per lui. Però in essa l'uso di consegnare le redazioni non v'è o meglio non v'è mai stato, poiché probabilmente ora ha già avuto inizio. Quando poco tempo addietro sono stato là, esortai, per desiderio del vescovo stesso, la nobildonna Petronia, guarita miracolosamente da una grave, prolungata infermità, per la quale erano stati insufficienti tutti i ritrovati dei medici, a compilare la redazione da leggere al popolo.

Ed ella eseguì con solerte obbedienza. In essa inserì un episodio che non posso passare sotto silenzio, sebbene sia incalzato a volgermi in fretta a quegli argomenti che svolgono questa opera. Scrisse che da un giudeo era stata convinta ad introdurre un anello in un cordone di capelli intrecciati da avvincere sotto le vesti, al nudo. L'anello doveva avere sotto la gemma una pietra trovata nei reni di un bue. Fasciata da quell'aggeggio, quasi fosse un medicamento, s'incamminava verso la chiesa del santo martire. Ma partita da Cartagine, pernottò in un suo possedimento posto sulla sponda del fiume Bagrada. Alzatasi per continuare il viaggio, vide quell'anello caduto davanti ai suoi piedi e meravigliata tentò di sciogliere la cintura di capelli, in cui era stato inserito. Avendola trovata legata con nodi solidissimi, pensò che l'anello si fosse spezzato e scivolato via. Essendo stato trovato anch'esso intatto, suppose di aver ricevuto da un così grande miracolo in certo senso la garanzia della futura guarigione e, sciogliendo quella fasciatura, la gettò nel fiume assieme all'anello. Non credono a questo fatto coloro i quali non credono che anche il Signore Gesù è stato messo al mondo attraverso l'utero intatto della vergine Madre e che è entrato a porte chiuse nel luogo dov'erano i discepoli. Però su questo miracolo s'informino direttamente e, se accerteranno che è vero, credano anche a quelli. Petronia è una donna illustre, nata da nobili, sposata con un nobile, vive a Cartagine; una città importante, una personalità importante non permettono che il fatto rimanga celato a coloro che se ne informano. Evidentemente il martire, per la cui intercessione è stata guarita, credette nel Figlio di colei che rimase vergine, credette in colui che entrò a porte chiuse nel luogo dov'erano i discepoli; infine, e proprio per questo vengono da noi espressi questi concetti, credette in colui che salì al cielo con la carne con cui era risorto. Quindi per la sua intercessione avvengono così grandi miracoli perché per questa fede ha dato la propria vita. Avvengono dunque anche ai nostri tempi molti miracoli operati sempre da Dio per la mediazione di chi vuole e come vuole ed Egli ha operato anche quelli che conosciamo dalla Scrittura. Questi però non sono noti allo stesso modo e non sono pigiati come ghiaia della memoria da una frequente lettura affinché non sfuggano al pensiero. Infatti dove si ha l'attenzione, che attualmente ha cominciato a manifestarsi anche dalle nostre parti, di leggere al popolo le redazioni di coloro che ottengono guarigioni, i presenti ascoltano una sola volta e molti non sono presenti. Quindi anche quelli che furono presenti dopo alcuni giorni non ricordano quel che hanno udito e difficilmente si trova qualcuno di essi che riferisca ciò che ha udito a chi sa che non era presente.

Guarigione da crisi convulsiva.
8. 23. Un solo miracolo è avvenuto dalle nostre parti, non più grande di quelli che ho ricordato, ma così celebre e famoso al punto da farmi ritenere che non vi sia alcuno degli abitanti d'Ippona che o non l'abbia visto o non ne abbia sentito parlare, e non v'è alcuno che per un qualsiasi motivo l'abbia potuto dimenticare. Dieci fratelli, di cui sette maschi e tre femmine, di Cesarea di Cappadocia, non di bassa estrazione fra i loro concittadini, in seguito alla maledizione della madre, che fu lasciata sola dopo la recente morte del loro padre e sopportò con grande amarezza il torto da loro ricevuto, furono puniti per volere di Dio di una pena tale che erano orribilmente scossi dal tremore delle membra. Non sopportando in simile sgradevole aspetto gli sguardi dei propri concittadini, andavano girovagando per quasi tutto il mondo romano in qualsiasi direzione sembrasse opportuno all'uno e all'altro. Due di essi, un fratello e una sorella, Paolo e Palladia, vennero anche dalle nostre parti, perché conosciuti in molti altri luoghi in quanto la condizione infelice ne spargeva la voce 39. Vennero una quindicina di giorni prima della Pasqua, frequentavano la chiesa in cui era la reliquia del martire Stefano, pregando affinché alfine Dio fosse benigno con loro e restituisse la salute di una volta. E lì e dovunque andavano attraevano l'attenzione della cittadinanza. Alcuni che li avevano visti altrove e conoscevano la causa del loro tremore la indicavano ad altri, a chiunque potevano. Arrivò la Pasqua e il giorno stesso di domenica, alla mattina, quando già un popolo numeroso era presente, il giovane pregando afferrava l'inferriata dell'edicola, in cui era la reliquia del martire. All'improvviso si sdraiò a terra e rimase disteso proprio come chi dorme, non tremando però come era solito anche nel sonno. Nello stupore dei presenti, dei quali gli uni tremavano, gli altri compiangevano, poiché alcuni volevano rialzarlo, altri lo impedirono e dissero che preferibilmente si doveva attendere il normale svolgimento. Ed egli all'improvviso si alzò e non tremava più perché era guarito ed era in piedi incolume fissando quelli che lo fissavano: chi in quel momento si trattenne dal lodare Dio? La chiesa si riempì delle voci di coloro che gridavano manifestando la propria gioia. Di lì si venne di corsa da me, dove sedevo pronto a comparire in pubblico; si precipitarono l'uno dopo l'altro, quello dietro per riferire la medesima cosa di quello davanti. Mentre io gioisco e in me ringrazio Dio, anch'egli entra con molti altri, si prostra alle mie ginocchia, si rialza per un mio bacio. Avanzammo verso il popolo, la chiesa era piena e risuonava di voci di gioia, poiché nessuno taceva e dall'una e dall'altra parte gridavano: "Grazie a Dio, lodi a Dio". Salutai il popolo e di nuovo gridavano con voce più fervorosa le medesime acclamazioni. Ottenuto finalmente il silenzio, furono letti i testi liturgici della sacra Scrittura. Quando si giunse al momento della mia omelia, espressi pochi concetti relativi al giorno di festa e alla pienezza di quella gioia 40. Preferii che non ascoltassero ma intuissero nell'opera divina una determinata eloquenza di Dio. L'uomo pranzò con noi e ci narrò con precisione tutta la storia della disgrazia sua, dei fratelli e della madre. Il giorno seguente dopo la omelia promisi che all'indomani sarebbe stata letta la redazione del suddetto racconto a me consegnata 41. Poiché questo doveva avvenire al terzo giorno dalla domenica di Pasqua, feci stare in piedi i due fratelli, mentre si leggeva la loro redazione, sui gradini del coro, da cui in una posizione più alta io parlavo. Tutto il popolo dell'uno e dell'altro sesso osservava l'uno che rimaneva in piedi senza movimento anormale, l'altra che aveva convulsioni in tutto il corpo. E coloro che non conoscevano il fratello scorgevano nella sorella quel che per la bontà di Dio era avvenuto in lui. Vedevano di che rallegrarsi per lui, che cosa chiedere nella preghiera per lei. Letta frattanto la loro redazione, ordinai che i due si allontanassero dalla vista del popolo 42 e cominciavo a esporre un po' più diligentemente il caso, quando all'improvviso, mentre parlavo, dalla cappella del martire si odono altre voci di un altro rendimento di grazie. I miei uditori si voltarono da quella parte e cominciarono ad accorrere 43. La giovane infatti, appena scesa dai gradini, sui quali stava in piedi, si era diretta verso il santo martire per pregare. Appena toccò l'inferriata, dopo essere caduta in coma come il fratello, si levò in piedi guarita. Mentre chiedevamo che cosa era avvenuto, per cui si era levato quel festoso schiamazzo, i presenti entrarono con lei nella basilica per accompagnarla guarita dalla cappella del martire. Si levò allora dall'uno e dall'altro sesso un grido di ammirazione così potente da sembrare che la voce, unita al pianto senza interruzione, non potesse aver termine. Fu condotta in quel posto in cui poco prima era stata in piedi tremante. Esultavano che era simile al fratello, poiché erano rimasti afflitti che era rimasta dissimile, e facevano notare che non erano state innalzate preghiere per lei, eppure la volontà che le precorreva fu così presto esaudita. Esultavano nella lode di Dio senza parole, ma con un frastuono così grande che le nostre orecchie potevano appena sopportare. E che cosa v'era nel cuore di coloro che esultavano se non la fede di Cristo, per la quale era stato versato il sangue di Stefano?

I miracoli testimonianza della vita eterna.
9. Che cosa dimostrano i miracoli se non la fede con cui si annunzia che Cristo è risorto nella carne ed è salito al cielo con la carne? I martiri stessi furono martiri di questa fede, cioè testimoni di questa fede. Offrendo la testimonianza di questa fede sopportarono con coraggio un mondo assai nemico e crudele e lo vinsero non con la resistenza ma con la morte. Per questa fede sono morti coloro che dal Signore possono ottenere miracoli poiché sono stati uccisi per il suo nome. Per questa fede si rivelò la loro ammirevole sopportazione del male, affinché con i miracoli seguisse il grande dominio sul male. Se infatti la risurrezione della carne per l'eternità o non ha preceduto in Cristo o non avverrà come è preannunziata da Cristo o come è stata preannunziata dai Profeti, dai quali il Cristo è stato preannunziato, non si spiegherebbe perché abbiano tanto potere i morti che sono stati uccisi per quella fede con cui si annunzia la futura risurrezione. Infatti Dio da se stesso può compiere i miracoli nell'ammirabile modo con cui nell'eternità opera le realtà nel tempo, ovvero li compie mediante i suoi ministri; e quelli che compie mediante i suoi ministri può compierli mediante le anime dei martiri, come mediante uomini ancora in vita, ovvero mediante gli angeli, ai quali ordina fuori del tempo, fuori dello spazio, fuori del divenire, sicché i miracoli, che si dicono compiuti mediante i martiri, sono compiuti perché essi pregano e intercedono, non perché li operano. Però tanto gli uni in un modo come gli altri in un altro, che in nessun modo si possono comprendere dai mortali, dimostrano quella fede, in cui si annunzia la risurrezione della carne nell'eternità.

Relativo il culto dei martiri.
10. A questo punto i pagani diranno che anche i loro dèi hanno compiuto alcuni fatti ammirevoli. Bene, ciò significa che cominciano a confrontare i loro dèi con gli uomini morti di noi cristiani. Ovvero vorranno dire forse che anche essi hanno dèi desunti da uomini morti, come Ercole e Romolo, e molti altri che suppongono accolti nel numero degli dèi? Ma per noi i martiri non sono dèi perché riconosciamo un unico Dio nostro e dei martiri. E tuttavia i miracoli, che si dicono compiuti nei loro templi, in nessun modo si devono confrontare con i miracoli che si compiono nei luoghi consacrati ai nostri martiri. E se alcuni sembrano simili, come i maghi del faraone sono stati superati da Mosè 44, così i loro dèi sono superati dai nostri martiri. Quelli li compirono i demoni con la presunzione di un'infame superbia con cui vollero essere i loro dèi; compiono invece questi miracoli i martiri, o meglio Dio mediante la loro intercessione e preghiera, affinché se ne avvantaggi la fede, con cui crediamo che essi non sono i nostri dèi, ma che hanno in comune con noi un solo Dio. Poi i pagani a simili dèi hanno costruito templi, eretto altari, istituito sacerdoti e offerto sacrifici. Noi invece ai nostri martiri fabbrichiamo non templi come a dèi, ma monumenti sepolcrali come ad uomini, la cui anima vive presso Dio e in essi non erigiamo altari per offrirvi sacrifici ai martiri, ma all'unico Dio dei martiri e nostro. E durante il sacrificio sono nominati secondo il proprio ruolo e ordine, come uomini di Dio che hanno vinto il mondo nel rendere testimonianza, ma non a loro è rivolta la preghiera del sacerdote che offre il sacrificio. E sebbene offra nel luogo a loro consacrato, offre il sacrificio a Dio, non a loro perché è sacerdote di Dio, non loro. E il sacrificio stesso è il corpo di Cristo che non si offre a loro, perché lo sono anche essi. A quali operatori di miracoli si deve dunque preferibilmente credere? A quelli che vogliono essere considerati dèi da coloro per cui li compiono, ovvero a quelli che compiono tutto ciò che di miracoloso compiono, affinché si creda in Dio che è anche il Cristo? A coloro i quali hanno voluto che perfino i propri delitti fossero oggetto di culto, ovvero a quelli i quali vogliono che neanche le loro opere lodevoli siano oggetto di culto, ma il tutto, per cui meritano veramente la lode, si volga a gloria di colui in cui meritano la lode? Difatti nel Signore meritano lode le loro anime 45. Crediamo dunque a coloro e che annunziano delle verità e che compiono dei miracoli. Per annunziare le verità hanno sofferto la morte e per questo possono compiere miracoli. Fra quelle verità la principale è che Cristo è risorto dalla morte e per primo ha mostrato nella sua carne l'immortalità della risurrezione e ha promesso che essa si realizzerà in noi o al principio di un mondo nuovo o alla fine di questo.

La risurrezione della carne (11-21)


Obiezione dei pagani dalle sfere dei quattro elementi.
11. 1. Contro un così grande dono di Dio questi ragionatori, i cui pensieri Dio conosce che sono vuoti di significato 46, adducono prove dalla gravità degli elementi; hanno appreso infatti dal loro maestro Platone che le due realtà corporee più estese e alle estremità del mondo sono collegate e vincolate da quelle di mezzo, cioè dall'aria e dall'acqua 47. Perciò, dicono, poiché la terra dal basso in alto è la prima, la seconda l'acqua sopra la terra, la terza l'aria sopra l'acqua, il quarto il cielo sopra l'aria, non è possibile che un corpo di terra vada in cielo; infatti i singoli elementi si tengono in equilibrio con reciproci impulsi per conservare la propria posizione 48. Ecco con quali argomenti l'impotenza umana, invasa dalla presunzione, contesta l'onnipotenza di Dio. Che cosa stanno a fare allora nell'aria tanti corpi della terra se l'aria è la terza dalla terra? A meno che colui, il quale mediante la leggerezza di piume e penne ha concesso al corpo di terra degli uccelli di levarsi in aria, non possa accordare al corpo degli uomini, reso immune dalla morte, la capacità con cui possa avere una sede nel più alto dei cieli. Anche gli animali della terra che non possono volare, fra i quali v'è anche l'uomo, avrebbero dovuto abitare sotto terra, come sotto l'acqua i pesci, che sono animali dell'acqua. Perché dunque l'animale della terra non trae la vita per lo meno dal secondo elemento, cioè dall'acqua, ma dal terzo? Per quale ragione, sebbene appartenga alla terra, se è forzato a vivere nel secondo elemento, che è sopra la terra, immediatamente viene asfissiato e per vivere deve vivere nel terzo? Ma che è errata forse la disposizione degli elementi ovvero lo sbaglio non è nella natura delle cose ma nei ragionamenti di costoro? Ometto di dire quel che ho già detto nel libro tredicesimo 49, e cioè che sono molti i corpi pesanti, come il piombo, che tuttavia dall'esperto assumono una forma tale per cui possono rimanere a galla sull'acqua. E allora si può forse negare all'esperto onnipotente che il corpo umano assuma una proprietà con cui essere condotto in cielo e rimanervi?

Elevatezza dell'anima.
11. 2. In realtà, anche nell'esaminare e trattare la disposizione degli elementi, che ritengono evidente, non hanno proprio nulla da dire contro l'osservazione che ho fatto precedentemente. Difatti dal basso in alto si ha per prima la terra, seconda l'acqua, terza l'aria, quarto il cielo in modo che al di sopra di tutti gli elementi si ha l'essenza dell'anima. Aristotele ha detto che essa è il quinto elemento 50, e Platone che non lo è. Se fosse il quinto elemento, certamente sarebbe al di sopra degli altri; poiché invece non lo è, molto di più è al di sopra di tutte le cose. Che cosa opera dunque l'anima nel corpo di terra? Cosa opera in questa quantità estesa essa che ne è immune più di tutte le sostanze corporee? Cosa opera in questa gravità essa che più di tutte è priva di peso? Che cosa opera in questa soggezione al tempo essa che più di tutte è fuori del tempo? Quindi forse che per l'efficienza di una natura così eminente non si potrà ottenere che il suo corpo sia levato in cielo? E poiché la natura dei corpi della terra può deprimere al basso le anime, forse che le anime in alcuni casi non potranno levare in alto i corpi di terra?

Un miracolo in Varrone.
11. 3. E ora se veniamo ai loro miracoli che, in quanto operati dai loro dèi, allegano in contrapposizione ai nostri martiri, anche essi fanno al caso nostro e si riscontra che vengono completamente in nostro favore. Fra i miracoli dei loro dèi è notevole certamente quello che ricorda Varrone, cioè che una vergine vestale, poiché era in pericolo di vita per un falso sospetto di offesa alla verginità, riempì un crivello con acqua del Tevere e lo portò ai propri giudici senza che ne uscisse una goccia 51. Chi trattenne il peso dell'acqua entro il crivello? Chi ha concesso che neppure una goccia ne cadesse in terra da tanti forellini aperti? Risponderanno: "Un dio o un demone". Se è un dio, forse che ve n'è uno più potente del Dio che ha creato questo mondo? Se è un demone, forse che ve n'è qualcuno più potente di un angelo che è a disposizione di Dio da cui è stato creato il mondo? Dunque un dio meno potente o un angelo o un demone ha potuto rendere così leggero il peso dell'umido elemento al punto che sembrava mutata la natura dell'acqua. E allora Dio onnipotente, che ha creato tutti gli elementi, non potrà forse sottrarre a un corpo il grave peso affinché, vivificato, abbia sede nel medesimo elemento in cui vorrà lo spirito che lo vivifica?

Naturali eccezioni alla regola del peso...
11. 4. Inoltre, dato che in mezzo pongono l'aria tra il fuoco di sopra e l'acqua di sotto, com'è che spesso la rintracciamo fra acqua e acqua e fra acqua e terra? Perché dunque sostengono che le nubi sono acqua se fra di esse e il mare v'è di mezzo l'aria? Perché, scusate, avviene, a causa del peso e posizione degli elementi, che torrenti molto impetuosi e abbondanti di acque, prima di scorrere sotto l'aria, sono sospesi sopra l'aria nelle nubi? Perché poi l'aria è di mezzo fra la sommità del cielo e la nuda terra per ogni verso in cui l'orbita terrestre si estende, se la sua sfera è disposta fra il cielo e l'acqua, come quello dell'acqua fra l'aria stessa e la terra?

... fuoco e terra compresi.
11. 5. Infine la disposizione degli elementi è così costituita che, secondo Platone, dai due di mezzo, cioè dall'aria e dall'acqua, sono collegati i due all'estremità, cioè il fuoco e la terra, e il primo raggiunge la posizione della sommità del cielo, l'altra invece la posizione alla base del mondo e perciò la terra non può essere nel cielo 52. Perché allora il fuoco è sulla terra? Stando a questa spiegazione questi due elementi, terra e fuoco, dovrebbero trovarsi nelle rispettive posizioni, la più bassa e la più alta, sicché, come i pagani dicono che non può essere nella posizione più alta quello che è della più bassa, così nella più bassa non dovrebbe trovarsi quello che è della più alta. Come dunque essi ritengono che non v'è e non vi sarà una particella di terra nel cielo, così non dovremmo vedere una particella di fuoco sulla terra. Invece non solo sulla terra si trova, ma anche sotto terra, sicché lo eruttano le vette dei monti; quindi noi osserviamo che il fuoco è sulla terra a disposizione dell'uomo e che esso viene fuori dalla terra, poiché viene fuori dalla legna e dalle pietre che senza dubbio sono corpi della terra. Ma il fuoco di lassù, dicono, è tranquillo, puro, innocuo, perenne; questo di quaggiù invece è vorticoso, fumoso, soggetto ad alterarsi e ad alterare. Tuttavia non altera i monti, in cui è continuamente incandescente, e le fenditure della terra. E sta bene, questo fuoco sia pure differente da quello di lassù affinché si adegui all'ambiente terrestre. Perché dunque essi contraddicono la nostra fede, per cui crediamo che la natura del corpo della terra, resa immune da alterazione, si adeguerà al cielo, come nel tempo il fuoco, soggetto ad alterarsi, si adegua a questa terra? Non hanno quindi alcuna prova dal peso e disposizione degli elementi per eccepire all'onnipotenza di Dio che renda i nostri corpi tali da poter avere una sede anche in cielo.

Difficoltà della forma del corpo risorto...
12. 1. I pagani sono soliti chiedere assai cavillosamente e così schernire la fede, per cui crediamo che la carne risorgerà, se risorgono i feti abortiti; poiché il Signore ha detto: In verità vi dico, neppure un capello della vostra testa andrà perduto 53, chiedono anche se la statura e il vigore saranno eguali per tutti o vi sarà diversa grandezza dei corpi. Se vi sarà, dicono, l'uniformità dei corpi, da dove gli abortiti riceveranno ciò che nel tempo non ebbero nella grandezza del corpo, se anch'essi risorgeranno? Oppure se non risorgeranno, perché non sono nati ma espulsi, rigirano il problema sui bambini, cioè da dove derivi per loro, quando muoiono in questa età, la dimensione del corpo. Noi infatti non dovremo dire che non risorgono perché sono idonei non solo alla generazione ma anche alla rigenerazione. Domandano quindi in quale misura si avrà la uniformità. Se infatti tutti saranno così grandi e così alti come lo sono stati nel tempo i più grandi e alti, chiedono non solo riguardo ai bambini ma a moltissimi altri da dove proverrà loro la dimensione che nel tempo è mancata, se ciascuno riceve quella che ha avuto nel tempo. Supponiamo invece che il pensiero dell'Apostolo che tutti noi andremo incontro alla misura dell'età di pienezza del Cristo 54, e l'altro: Quelli che ha predestinato a divenire conformi all'immagine del Figlio suo 55, si devono interpretare nel senso che la statura e la misura del corpo di Cristo sarà quella di tutti i corpi umani che saranno nel suo regno. "In tal caso, dicono gli avversari, a molti si dovrà detrarre qualcosa della grandezza e altezza del corpo; e allora dove va a finire: Neanche un capello della vostra testa andrà perduto, se andrà perduta una così gran parte della stessa grandezza del corpo?". Ed anche sui capelli stessi si potrebbe chiedere se torna tutta la parte che cade a coloro che li rasano. Se tornerà, chi non fremerebbe di raccapriccio per quella mostruosità? Ed anche per le unghie sembra che inevitabilmente si avrà il risultato che torni quella gran parte che la cura del corpo ha reciso. E dove andrà a finire la leggiadria che certamente nella futura immunità dalla morte dovrebbe essere maggiore di quella che si poté avere nell'attuale soggezione alla morte? Dunque se non tornerà, andrà perduta. In che senso quindi, soggiungono, un capello della testa non andrà perduto? Ragionano allo stesso modo sulla macilenza e sull'obesità. Se infatti tutti saranno eguali, non vi saranno certamente alcuni magri, altri grassi. Quindi ad alcuni sarà aggiunta, ad altri sarà tolta una parte; perciò non si dovrà ricevere ciò che c'era, ma qua si dovrà aggiungere ciò che non c'era, là si dovrà togliere quel che c'era.

... ed anche della deformazione e irreperibilità dei resti.
12. 2. Sono mossi a parlare senza discrezione anche sulle putrefazioni e decomposizioni dei cadaveri, dato che una parte torna in polvere, un'altra si leva in aria, le belve sopprimono alcuni individui, altri il fuoco, alcuni periscono in un naufragio o in una qualsiasi raccolta di acque, sicché il marcio stempera la loro carne in liquido. Non credono attendibile che tutte queste parti siano ricomposte e rianimate nella carne. Rovistano anche brutture e deturpazioni, sopraggiunte o connaturate, fra le quali ricordano con un brivido misto a sarcasmo i parti mostruosi e chiedono di che tipo sarà la futura risurrezione di qualsiasi essere deforme. Se diremo che nulla di simile torna nel corpo dell'uomo, ne fanno una premessa per confutare la nostra risposta sulle piaghe con cui, secondo il nostro insegnamento, Cristo è risorto. Ma fra le tante obiezioni si rinfaccia da loro il difficilissimo problema: nella carne di chi ritornerà la carne con cui, nell'impulso della fame, si nutrisce il corpo di chi si ciba di carni umane. Infatti essa si è trasformata nella carne di chi è vissuto con simili alimenti e ha surrogato con essi le deficienze che la magrezza aveva reso manifeste. Chiedono pertanto con sussiego, allo scopo di beffare la fede nella risurrezione, se la carne torna all'individuo che l'ha avuta per primo o piuttosto a quello che l'ha avuta in seguito. Così o, come Platone, assicurano stati alternati di vera inquietudine e di falsa felicità o, come Porfirio, ammettono che l'anima, dopo molti cicli attraverso corpi di specie diversa, una buona volta sarà immune da stati d'infelicità e mai più tornerà ad essi, però non animando un corpo immortale, ma liberandosi da ogni corpo 56.

Soluzione per gli abortiti...
13. Per la misericordia di Dio, che sostiene i miei sforzi, risponderò a queste obiezioni che, secondo la mia esposizione, a me sembrano formulate dalla loro fazione avversaria. Riguardo ai feti abortivi, i quali sono morti nell'utero in cui avevano iniziato a vivere, non oso né affermare né negare che risorgeranno, quantunque non riesco a capire in che senso non spetti loro la risurrezione, se non sono depennati dal numero dei morti. Infatti o non tutti i morti risorgeranno o per l'eternità vi saranno senza corpo alcune anime che ebbero un corpo umano, sebbene nell'utero materno; ovvero se tutte le anime umane nell'atto che risorgono, riavranno i rispettivi corpi che ebbero indipendentemente dal luogo in cui li hanno lasciati, ancora in vita o nel morire, non vedo perché dovrei dire che non tutti partecipano alla risurrezione dei morti, anche se morti nell'utero delle madri. Ma comunque ciascuno la pensi su di essi, ciò che stiamo per dire sui neonati, si deve intendere anche degli abortiti, se risorgeranno.

... per i neonati...
14. Dei bambini dobbiamo dire con certezza che non risorgeranno nella esigua dimensione del corpo in cui sono morti, ma quel che in seguito doveva aggiungersi col tempo lo avranno attraverso un mirabile e assai rapido intervento di Dio. Nelle parole del Signore: Non andrà perduto un capello della vostra testa 57, si afferma che non mancherà quel che v'era, non si nega che vi sarà quel che mancava. Mancava al bimbo morto la compiuta grandezza del suo corpo; certo a un bimbo, anche se come tale ha la sua compiutezza, manca la compiutezza della dimensione fisica e quando essa si aggiunge, non si può avere una più alta statura. Tutti gli individui hanno questa misura della compiutezza nel senso che unitamente ad essa sono concepiti e nascono, ma l'hanno soltanto nella forma, non nella porzione dovuta, ma anche tutte le altre parti del corpo sono potenzialmente in embrione, al punto che alcune mancano ancora ai nati, come denti e simili. In questa forma congenita alla materia corporale di ognuno già in certo senso sembra che sia ordito, per così dire, ciò che ancora non v'è, o meglio che non si manifesta, ma che col susseguirsi del tempo vi sarà, o meglio si manifesterà. In tale forma dunque il bimbo è già basso o alto, secondo che diverrà basso o alto. Per l'efficienza di questa forma non temiamo di certo le diminuzioni del corpo nella sua risurrezione giacché, anche se si avrà una generale uniformità sicché tutti giungano a proporzioni gigantesche, anche quelli che furono molto più alti non avranno nella statura qualcosa che andrebbe perduto in opposizione alle parole di Cristo, il quale ha detto che neanche un capello della testa andrà perduto. Quindi in che senso mancherebbe al Creatore, che ha creato tutto dal nulla, il potere di aggiungere ciò che egli, operatore mirabile, sa di dover aggiungere?

... sul modello della piena età del Cristo.
15. Certamente Cristo è risorto nella dimensione del corpo in cui è morto e non è conveniente dire che quando si avrà la risurrezione finale, affinché egli possa adeguarsi ai più alti, si aggiungerà al suo corpo la statura che non aveva, quando apparve ai discepoli con quella statura nella quale era da loro conosciuto. Se invece dicessimo che anche i corpi più pesanti dell'uno e dell'altro dovranno essere ridotti alla misura del corpo del Signore, andrebbe perduta una gran parte del corpo di molti, mentre egli ha promesso che non andrà perduto neanche un capello della testa. Resta dunque che ciascuno riabbia la propria corporatura o che ebbe in gioventù, anche se è morto vecchio, o che avrebbe avuto, se è morto prima. Riguardo al pensiero esposto dall'Apostolo sulla misura della piena età del Cristo 58, possiamo interpretare che è stato espresso nel senso che nei popoli cristiani si compia per il capo la misura della sua età perché si aggiunge la compiutezza di tutte le membra. Ovvero se il pensiero è stato espresso in riferimento alla risurrezione dei corpi, interpretiamolo nel senso che i corpi dei morti non risorgono né prima né dopo il bell'aspetto giovanile, ma in quella età e prestanza, alla quale sappiamo che Cristo è giunto in questa vita. Infatti anche gli uomini più dotti del nostro tempo hanno stabilito che la gioventù si ha entro i trent'anni di vita e che in seguito, quando essa ha raggiunto i termini del proprio ciclo, l'uomo va incontro ai logorii dell'età più matura e senile. Interpretiamo quindi che la frase non va intesa nella dimensione del corpo o nella dimensione della statura, ma nella dimensione della piena età del Cristo.

Prevalere dell'elemento spirituale.
16. Anche l'assunto sui predestinati a divenire conformi all'immagine del Figlio di Dio 59 si può interpretare in riferimento all'uomo in quanto pensiero. Perciò in un altro passo si dice: Non conformatevi alle cose del mondo, ma trasformatevi nel rinnovamento della vostra mente 60. Quindi nell'atto che ci trasformiamo per non conformarci alle cose del mondo, ci rendiamo conformi al Figlio di Dio. È dunque possibile interpretare nel senso che come egli si è reso conforme a noi nella soggezione alla morte, così noi ci rendiamo conformi a lui nella esenzione dalla morte. Questo significato è riferibile anche alla risurrezione dei corpi. Se infatti con queste parole siamo indotti a riflettere in quale forma risorgeranno i corpi, tanto la misura che la conformazione si devono intendere non della corposità ma dell'età. Tutti risorgeranno quindi con quella statura in cui si trovano o si sarebbero trovati in gioventù. D'altronde non vi sarà alcuna difficoltà, anche se la forma del corpo sarà da bimbo o da vecchio in uno stato in cui non rimarrà alcuna deficienza del corpo stesso. Quindi se un tale sostiene che ciascuno risorgerà in quella misura del corpo, in cui è morto, non si deve contrastare in un'affannosa replica.

Il sesso femminile nell'eternità.
17. Alcuni, in base alle parole: Finché arriviamo tutti all'unità della fede, allo stato di uomo perfetto, nella dimensione della piena età del Cristo 61; e: Conformi all'immagine del Figlio di Dio 62, ritengono che le donne non risorgeranno nel loro sesso e affermano che tutti saranno di sesso virile, poiché dal fango della terra Dio ha tratto soltanto l'uomo e dall'uomo la donna. Ma sembra che ragionano meglio coloro i quali non dubitano che risorgerà l'uno e l'altro sesso. Infatti di là non vi sarà più il desiderio del sesso che è motivo di vergogna. Prima di peccare l'uomo e la donna erano nudi e non si vergognavano. A quei corpi dunque si sottrarranno le imperfezioni, si conserverà la natura. Ma il sesso femminile non è imperfezione, ma natura, che fuori del tempo sarà esente dall'accoppiamento e dal parto. Rimarrà tuttavia l'organo femminile, non adattato alle esigenze di una volta ma alla dignità in atto, da cui non sia attratto il desiderio di chi guarda, poiché non si avrà più, ma siano lodate la sapienza e la bontà di Dio che ha creato quel che non esisteva e ha liberato dalla soggezione al male quel che ha creato. Siccome infatti all'inizio del genere umano la donna fu formata dalla costola estratta dal fianco dell'uomo che dormiva 63, era opportuno che fin d'allora Cristo e la Chiesa fossero annunziati profeticamente in un simile avvenimento. Il sonno dell'uomo era la morte di Cristo 64, il cui fianco, mentre era appeso esanime alla croce, fu trafitto da una lancia e ne uscì sangue e acqua 65. Sappiamo che questi sono i sacramenti con cui è edificata la Chiesa. La Scrittura ha usato appunto questa parola giacché non si legge in quel passo "formò" o "plasmò", ma: Edificò la costola nella donna 66. Per questo l'Apostolo parla della edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa 67. Quindi la donna è una creatura di Dio come l'uomo, ma col trarla dall'uomo fu raccomandata l'unità e col trarla in quel modo sono stati simboleggiati, come è stato detto, Cristo e la Chiesa. Chi dunque ha formato l'uno e l'altro sesso li ha anche sublimati entrambi. Infine Gesù stesso, interrogato dai Sadducei, che negavano la risurrezione, di quale dei sette fratelli sarà moglie la donna che, uno dopo l'altro, essi ebbero poiché ciascuno di loro voleva continuare la discendenza del fratello morto, come prescriveva la Legge, disse: Siete in errore perché non conoscete la Scrittura e il potere di Dio 68. Era proprio il caso di dire: "Quella su cui mi state interrogando sarà anch'essa uomo, non donna", tuttavia non lo disse, ma: Nella risurrezione infatti non si mariteranno e non prenderanno moglie, ma saranno come gli angeli di Dio in cielo 69. Sono simili agli angeli senz'altro nella immortalità e felicità, non nella carne e non nella risurrezione, di cui gli angeli non hanno avuto bisogno perché non potevano morire. Dunque il Signore ha negato che nella risurrezione vi sarà il matrimonio, non ha negato che vi saranno le donne e ha parlato così nella circostanza in cui si dibatteva un problema che, negando il sesso femminile, avrebbe risolto con grande facilità, se avesse saputo in anticipo che questo sesso non vi sarà. Ha affermato anzi che vi sarà dicendo: Non si mariteranno, che riguarda le donne; non prenderanno moglie, che riguarda gli uomini. Vi saranno dunque quelle che nel tempo sono solite maritarsi e quelli che sono soliti prendere moglie, ma di là non lo faranno.

Analogia col corpo reale e mistico del Cristo.
18. Perciò dobbiamo esaminare nel contesto di tutto il passo il pensiero dell'Apostolo che tutti noi arriveremo allo stato di uomo perfetto. Ed ecco il passo: Colui che è disceso è lo stesso che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per dare compimento a tutte le cose. È lui che ha stabilito alcuni come Apostoli, altri come Profeti, altri come Evangelisti e altri come pastori e maestri per rendere idonei i fedeli a compiere il ministero per l'edificazione del corpo di Cristo finché arriviamo tutti all'unità della fede e alla conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, alla dimensione della piena età del Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina secondo l'inganno degli uomini, nell'astuzia per la giustificazione dell'errore. Al contrario, diffondendo la verità nella carità, cerchiamo di crescere mediante tutte le cose in lui che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, connesso e compatto attraverso ogni stimolo della funzione organica a vantaggio dell'attuazione relativa alla dimensione di ogni parte, procura la crescita del corpo per edificare se stesso nella carità 70. Ecco qual è l'uomo perfetto, capo e corpo, che è costituito da tutte le membra che a suo tempo saranno una realtà compiuta, sebbene si aggiungono ogni giorno mentre si edifica la Chiesa. Ad essa infatti si dice: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra 71, e in un altro passo Paolo dice: Per il suo corpo che è la Chiesa 72, e ancora: Sebbene in molti, siamo un solo pane e un solo corpo 73. Sull'edificazione di tale corpo anche nel passo citato si dice: Per rendere idonei i fedeli a compiere il ministero per l'edificazione del corpo di Cristo 74, e di seguito è stato aggiunto il concetto di cui stiamo trattando: Finché arriviamo tutti all'unità della fede e alla conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, alla dimensione della piena età di Cristo 75, e altri concetti fino a mostrare a quale corpo si doveva applicare tale dimensione, con le parole: Cerchiamo di crescere mediante tutte le cose in lui che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, connesso e compatto attraverso ogni stimolo della funzione organica a vantaggio dell'attuazione relativa alla dimensione di ogni parte 76. Come dunque v'è la dimensione propria di ogni parte, così v'è la dimensione della compiutezza di tutto il corpo che risulta da tutte le sue parti; di essa appunto è stato detto: Nella dimensione della piena età di Cristo 77. E ha richiamato a tale pienezza anche nel passo in cui dice del Cristo: E lo ha costituito capo su tutte le cose della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza in tutte le cose 78. E se questo pensiero si dovesse riferire alle fattezze della risurrezione, nelle quali ciascuno ritornerà, che cosa impedirebbe di ravvisare nell'uomo maschio, esplicitamente nominato, anche la donna a fin d'intendere che l'uomo maschio sta per l'uomo in genere? Anche nel passo in cui è detto: Beato l'uomo maschio che teme il Signore 79, sono indicate certamente anche le donne che temono il Signore.

Il problema delle varie parti del corpo...
19. 1. E che cosa dovrei rispondere sui capelli e unghie? Una volta compreso che dal corpo nulla andrà perduto in modo che in esso nulla ci sia di irregolare, si comprende immediatamente che tutte le parti, che avrebbero causato una smisurata grandezza irregolare, saranno aggiunte all'insieme, non a quei punti in cui sia sfigurata la forma delle membra. Come se si costruisse con la creta un vaso che, ridotto di nuovo in creta, fosse ricostruito tutto dal tutto delle parti, non sarebbe necessario che la parte di creta, che era nel manico, torni al manico o quella, che aveva costituito il fondo, torni ad essere il fondo, purché il tutto ritorni nel tutto, cioè che tutta la creta, senza perdere alcuna parte, torni ad essere il vaso. Perciò se i capelli, tante volte spuntati, e le unghie, tante volte tagliate, tornano in forma irregolare ai loro posti, non vi torneranno e tuttavia non andranno perduti per chi risorgerà perché, rispettate le proporzioni delle parti, con la trasformazione della materia saranno ricongiunte alla medesima carne affinché in essa costituiscano una qualsivoglia parte del corpo. E l'affermazione del Signore: Non andrà perduto un capello della vostra testa 80 molto più convenientemente si può intendere che è stato detto non della lunghezza, ma del numero dei capelli; per questo in un altro passo dice: Tutti i capelli della vostra testa sono stati contati 81. Non dico questo perché ritengo che una qualche parte connaturata andrà perduta per un corpo qualsiasi. Dico invece che ciò che era venuto alla luce irregolare, per il solo motivo che si noti come sia soggetto alla pena lo stato degli esseri soggetti a morire, sarà restituito in modo che, preservata l'integrità della struttura, scompaia la irregolarità. Un artista può fondere una statua di bronzo che per una ragione qualsiasi aveva foggiato irregolare e renderla perfetta in modo che nulla della struttura ma soltanto la irregolarità sia eliminata. Quindi se nella prima figurazione qualcosa era fuori posto e non conveniva alla proporzione delle parti, può non troncare e disgiungere dal tutto da cui aveva prodotto ma guarnire e ricongiungere al complesso in modo da non causare l'irregolarità e non diminuire la grandezza. E allora che cosa si deve pensare dell'Artista onnipotente? Egli certamente potrà eliminare e rendere nulle le varie irregolarità del corpo umano, non solo le comuni ma anche le rare e mostruose che convengono a questa vita disgraziata ma contrastano con la futura felicità dei santi, come viene eliminata qualsiasi irregolarità che producono le indecorose, sebbene naturali, protuberanze della struttura corporea, senza alcuna sua diminuzione.

... e delle proporzioni...
19. 2. Quindi magri e grassi non devono temere di essere nell'eternità quali nel tempo, se ne avessero il potere, non avrebbero voluto essere. Completa bellezza del corpo è infatti la proporzione delle parti congiunta a una certa delicatezza del colore. Dove non v'è la proporzione delle parti, un qualcosa non piace perché è difettoso o perché è manchevole o perché è eccessivo. Perciò non vi sarà l'irregolarità, prodotta dalla sproporzione delle parti in uno stato in cui i difetti saranno emendati, ma ciò che è di meno di quel che conviene sarà completato da qualcosa che il Creatore conosce e ciò che è di più di quel che conviene sarà detratto nel rispetto dell'interezza della materia. Sarà molto grande la delicatezza del colore perché i giusti splenderanno come sole nel regno del loro Padre 82. E si deve ritenere che simile luminosità non mancò nel corpo del Cristo quando risuscitò, ma fu sottratta alla vista dei discepoli. Non l'avrebbe sopportata il debole sguardo umano quando egli, per poter essere riconosciuto, doveva essere fissato dai suoi. E questo si estese al punto che offrì al loro palpare le cicatrici delle sue ferite, che prese anche cibo e bevanda 83, non per bisogno di nutrimento ma con quel potere per cui gli era possibile compiere una tale azione. Talora un oggetto, sebbene presente, non è visto da coloro dai quali gli altri oggetti, egualmente presenti, sono visti, come riteniamo che a Sodoma si verificò una luminosità, sebbene non vista da coloro dai quali erano visti gli altri oggetti. Il fenomeno in greco si denomina che i nostri, non riuscendo ad esprimerlo in latino, nel libro della Genesi hanno tradotto "cecità". La subirono i Sodomiti quando gli uomini giusti cercavano la porta e non potevano rintracciarla 84. Se fosse stata cecità, con cui avviene che non si può vedere nulla, non avrebbero cercato la porta per cui entrare, ma guide della via dalle quali essere allontanati dal posto.

... e del corpo dei martiri.
19. 3. Non so in che senso siamo stimolati dall'amore per i martiri beati fino a desiderare di vedere sul loro corpo nel regno di Dio le cicatrici delle ferite che hanno subìto per il nome di Cristo e forse le vedremo. Infatti in esse non vi sarà irregolarità ma distinzione e, sebbene nel corpo, non del corpo splenderà una certa attrattiva dell'eroismo. E se ai martiri furono amputate e mutilate alcune parti del corpo, nella risurrezione dei morti non saranno senza di esse, perché è stato loro detto: Non andrà perduto un capello della vostra testa 85. Ma se converrà che in quel mondo rinnovato si vedano i segni delle ferite degne di gloria nella carne immune da morte, nel punto in cui le parti del corpo, per essere recise, furono battute e troncate, appariranno le cicatrici nelle medesime parti restituite, non perdute. Sebbene quindi nell'eternità non vi saranno tutti i difetti avvenuti al corpo, tuttavia non si devono considerare o denominare difetti i segni dell'eroismo.

Il pensiero dei filosofi su Dio.
20. 1. Non si deve poi pensare che l'onnipotenza del Creatore, per risuscitare i corpi e renderli alla vita, non possa far rivivere tutte le parti che o le belve o il fuoco hanno distrutto, ovvero quel tanto che è andato in polvere o cenere o che si è sciolto in acqua o che si è librato in aria. Non si deve pensare che un qualche nascondiglio o recesso della natura accolga un qualcosa sottratto alla nostra esperienza in modo che si celi alla conoscenza e sfugga al potere del Creatore di tutte le cose.

Cicerone, il grande scrittore dei pagani, volendo, come poteva, definire Dio secondo verità, dice: È una mente indipendente e libera, esente da ogni soggezione alla natura e alla morte, che conosce e muove tutte le cose ed essa è dotata di perenne attività 86. Ha attinto questa definizione dalla dottrina dei grandi filosofi. Dunque, per usare la loro terminologia, in che senso un qualcosa si cela all'Essere che pensa tutte le cose o sfugge irresistibilmente a lui che muove tutte le cose?.

Soluzione per i casi di antropofagia.
20. 2. Perciò ormai si deve risolvere anche il problema, che sembra più difficile degli altri, con cui si chiede a chi preferibilmente si restituisce la carne di un uomo morto, la quale diviene carne di un altro vivo. Supponiamo che un tale, affranto e spinto dalla fame, si cibi di cadaveri umani. È un fatto che anche la storia antica afferma sia talora avvenuto e anche le tristi esperienze dei nostri tempi. Forse che qualcuno, si obietta, potrà sostenere con criterio di verità che è stato tutto digerito attraverso i condotti anali, che nulla si è trasformato e aggiunto alla carne dell'affamato, sebbene la magrezza, che c'era e non c'è più, mostri abbastanza che l'esaurimento è stato riparato da quei cibi? Poco fa ho già premesso quali concetti dovranno esser validi per sciogliere anche questo nodo. La parte delle carni, che la fame ha consumato, si è librata nell'aria e in proposito abbiamo accertato che Dio onnipotente può trarre indietro ciò che è svanito. Quindi la carne sarà restituita a quell'individuo in cui dapprima ha cominciato ad essere carne umana. Si deve ritenere che dall'altro è stata presa come in prestito e quindi, come denaro d'altri, si deve restituire a colui da cui è stata presa. All'uomo dunque, che la fame aveva consumato, sarà restituita la sua carne da colui che ha il potere di richiamare indietro anche ciò che è svanito. Ed anche se fosse andata completamente perduta e non fosse rimasta alcuna componente nei recessi della natura, la ristabilirebbe l'Onnipotente da un qualunque elemento che vuole. Ma per riguardo alla parola della Verità che ha detto: Non andrà perduto un capello della vostra testa 87, è assurdo pensare che, sebbene un capello della testa non può andare perduto, possa andare perduta una grande quantità di carni mangiate per fame e digerite.

Armonia del corpo dei beati.
20. 3. Considerati attentamente tutti questi aspetti si formula, dal nostro punto di vista, la conclusione che segue. Nella risurrezione della carne la corporatura avrebbe per l'eternità quelle dimensioni che avrebbe lo sviluppo regolare della gioventù da raggiungere o raggiunta, giacché è insito nell'organismo di ognuno, nel rispetto della formosità conveniente al modo di essere di tutte le membra. Supponiamo che per conservare tale formosità sia sottratto un di più non conveniente, posto in una determinata parte, e sia diffuso in tutto il corpo in modo che non vada perduto e sia dovunque conservata la proporzione delle parti. In tale ipotesi non è assurdo credere che sia possibile aggiungere alla corporatura qualcosa qualora, per mantenere la formosità, si aggiunga a tutte le parti, perché senza dubbio non sarebbe conveniente se fosse sproporzionatamente soltanto in una. Ovvero se si sostiene che ciascuno risorgerà in quella corporatura, in cui è morto, non si deve ribattere polemicamente, purché siano eliminate del tutto le sproporzioni delle parti, del vigore e del movimento, la soggezione al divenire e qualsiasi altro limite che non conviene a quel regno, in cui i figli della risurrezione e della promessa saranno eguali agli angeli di Dio 88, se non nel corpo e nell'età, certamente nella felicità.

Significato di corpo spirituale.
21. Sarà restituito dunque tutto ciò che andò perduto dal corpo ancora in vita o dal cadavere dopo la morte e, assieme a ciò che era rimasto nel sepolcro trasformato nella novità dalla vetustà del corpo animale, risorgerà fregiato dall'immunità al divenire e alla morte 89. Ed anche se per qualche grave incidente o per la crudeltà dei nemici sia ridotto completamente in polvere e, per quanto è possibile, non si permetta che sia in qualche luogo perché disperso nell'aria o nell'acqua, in nessun modo potrà essere sottratto all'onnipotenza del Creatore, ma un capello del capo di lui non andrà perduto. Quindi sarà sottomessa allo spirito la carne spirituale, ma carne tuttavia non spirito, come alla carne fu sottomesso lo spirito carnale, ma spirito tuttavia non carne. Del fatto abbiamo una prova concreta nella anormalità della nostra soggezione al peccato. Infatti non secondo la carne, ma senza dubbio secondo lo spirito erano carnali coloro ai quali l'Apostolo dice: Non vi ho potuto parlare come a uomini spirituali, ma come a esseri carnali 90. Si parla di uomo spirituale in questa vita, anche se è tuttora carnale nel corpo e noti nelle sue membra un'altra legge che contrasta alla legge della sua coscienza 91. Sarà invece spirituale anche nel corpo quando quella stessa carne risorgerà in modo che si avveri quel che è stato scritto: Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale 92. Quale sia poi e quanto grande la bellezza del corpo spirituale, temo, dato che non fa ancora parte della nostra esperienza, che sia temerario ogni pensiero che su di essa si esprime. Però a lode di Dio non si deve passare sotto silenzio la gioia della nostra speranza, ed è stato detto dagli intimi precordi di un ardente, santo amore: Signore, amo la bellezza della tua casa 93. Quanto sia grande quel dono che egli in questa vita molto tormentata concede ai buoni e ai cattivi, supponiamo col suo aiuto, nei limiti del possibile, che è molto grande quel dono di cui, non avendolo sperimentato, non siamo capaci di parlarne degnamente. Non parlo infatti del tempo in cui egli creò l'uomo retto, non parlo della vita immune da fatica dei due coniugi nella felicità del paradiso terrestre 94, poiché fu un tempo così breve che non giunse alla conoscenza dei figli. Ma riguardo all'esistenza che conosciamo e in cui tuttora viviamo, in cui non cessiamo di subire le tentazioni, anzi, finché siamo in essa, la totale tentazione che essa è, anche se progrediamo nel bene, chi potrà spiegare quali siano i segni della bontà di Dio nei confronti del genere umano?.

La vita eterna (22-30)


Abiezione della vita umana.
22. 1. Per quanto riguarda la prima origine, la vita stessa, se di vita si deve parlare, piena di tanti e grandi mali, attesta che tutta la discendenza di esseri soggetti alla morte fu condannata. Che altro significa infatti un certo abisso dell'ignoranza, da cui promana l'errore che ha accolto tutti i figli di Adamo in una specie di baratro tenebroso sicché l'uomo non se ne può liberare senza fatica, sofferenze, timore? Che cosa sta ad indicare l'amore di tante cose inutili e nocive? Da esso infatti derivano le preoccupazioni affannose, i turbamenti, le afflizioni, i timori, le pazze gioie, le discordie, le liti, le guerre, i tradimenti, i furori, le inimicizie, l'inganno, l'adulazione, la frode, il furto, la rapina, la slealtà, la superbia, l'ambizione, l'invidia, gli omicidi, i parricidi, la crudeltà, la spietatezza, l'ingiustizia, la lussuria, l'insolenza, la sfrontatezza, l'impudicizia, le fornicazioni, gli adultèri, gli incesti e contro la natura dell'uno e dell'altro sesso i tanti stupri e atti impuri che è vergogna perfino parlarne, i sacrilegi, le eresie, le bestemmie, gli spergiuri, le oppressioni degli innocenti, le calunnie, gli inganni, le concussioni, le false testimonianze, le condanne ingiuste, le violenze, i furti e ogni altro tipo di malvagità che non viene in mente e tuttavia non scompare dalla vita umana nel tempo. Per la verità sono colpe proprie degli uomini malvagi, ma provengono da quella radice dell'errore e dell'amore pervertito, con cui nasce ogni figlio di Adamo. Difatti chi ignora con quanta ignoranza della verità, che è già palese nei bambini, e con quale eccesso di cattiva inclinazione, che comincia già ad apparire nei fanciulli, l'uomo viene all'esistenza? Perciò se gli si consente di vivere come vuole e di fare tutto ciò che vuole, giunge a tutti o a molti di questi delitti che ho enumerato o che non mi è stato possibile di enumerare.

Difficoltà dell'educazione.
22. 2. Ma in virtù dell'ordinamento divino, che non abbandona completamente i colpevoli e nella bontà di Dio, che non trattiene nella propria ira gli atti della sua benignità 95, la correzione e l'apprendimento vegliano sulle facoltà stesse del genere umano contro le tenebre, nelle quali veniamo all'esistenza e, sebbene anch'essi siano pieni di affanni e di dolori, si oppongono agli impulsi. Che cosa infatti vogliono ottenere i molteplici spauracchi, che si adoperano per reprimere la frivolezza dei piccoli, che cosa vogliono raggiungere gli educatori, gli insegnanti, le bacchette, le sferze, gli scudisci, che cosa il castigo con cui la sacra Scrittura dice che si devono battere le costole dell'amato figliolo affinché non cresca senza essere corretto, poiché in seguito, restio a essere corretto, o lo potrebbe con difficoltà o non lo potrebbe affatto? 96. Che cosa si vuole ottenere con tutte queste punizioni, se non che sia debellata l'ignoranza e frenata la cattiva inclinazione, mali con i quali veniamo al mondo? Cosa significa infatti che ricordiamo con fatica, dimentichiamo con facilità, apprendiamo con fatica, senza fatica rimaniamo ignoranti, con fatica siamo intraprendenti, senza fatica inerti?. Da questi fatti non si evidenzia forse in quale senso e come per un peso sia incline e incurvata la natura viziata e di quale soccorso abbia bisogno per essere liberata? L'accidia, l'indolenza, la pigrizia, la negligenza sono certamente vizi con cui si evita il lavoro poiché il lavoro, anche quello che dà profitto, è una punizione.

Gli infiniti mali della vita...
22. 3. Ma oltre alle punizioni dei fanciulli, senza le quali non si può apprendere quel che vogliono gli anziani, i quali non del tutto utilmente vogliono qualcosa, chi può esporre a parole con quante e grandi pene, che non riguardano la malvagità e la cattiveria dei disonesti, ma la infelice condizione di tutti, sia sconvolto l'uman genere? Chi lo può esprimere col pensiero? Provengono grande paura e disgrazia dal pianto dovuto alle perdite, dai danni e condanne, dagli inganni e imposture degli uomini, dai falsi sospetti, da tutti i misfatti e delitti della violenza degli altri. Avvengono quindi il saccheggio e l'asservimento, i ceppi e le prigioni, gli esili e le torture, l'amputazione di membra e la privazione di sensi, la violenza carnale per appagare l'oscena passione di chi usa violenza e molti altri fatti raccapriccianti. Che di più? Provengono anche dalle numerose contingenze che si temono per il corpo dall'esterno, dal freddo e caldo, dalle tempeste, rovesci improvvisi, inondazioni, lampi, tuoni, grandine, fulmine, da terremoti con squarci del suolo, dagli schiacciamenti di edifici che crollano, dalle reazioni e paura o anche cattiveria dei giumenti, dai tanti veleni delle piante, dell'acqua, dell'aria e delle bestie, dal morso soltanto fastidioso o anche mortale delle belve, da idrofobia che si attacca da un cane rabbioso al punto che anche una bestia graziosa e amica del suo padrone si fa temere talora più intensamente e dolorosamente dei leoni e serpenti e rende l'uomo, che per caso ha addentato, così rabbioso per trasmissione virale che dai genitori, coniuge e figli è temuto più di qualsiasi bestia. Quanti pericoli subiscono i naviganti, quanti coloro che compiono viaggi per terra! Chi cammina senza essere soggetto a impensate evenienze da ogni parte? Un tale, nel tornare a piedi dalla piazza a casa, cadde, si fratturò un piede e per quella ferita chiuse la propria vita. Che cosa è più sicuro di uno che sta seduto? Eppure il sacerdote Eli cadde dallo scranno in cui sedeva e morì 97. Gli agricoltori, anzi tutti gli uomini temono molti e gravi incidenti per i prodotti dei campi dal cielo, dalla terra e dagli animali nocivi. Però di solito sono tranquilli sul grano raccolto e riposto. Ma ad alcuni, che conosciamo, il fiume all'improvviso, mentre gli uomini se la davano a gambe, trascinò e asportò dai granai un'ottima produzione di grano. Chi si fida della propria coscienza contro i multiformi attacchi dei demoni? Appunto perché nessuno si fidi di essa tormentano talora perfino i bimbi battezzati, che certamente sono gli esseri più innocenti, in modo che soprattutto in essi si renda palese, Dio permettendolo, che è da compiangere l'infelicità di questa vita e da desiderare la felicità dell'altra. Dal corpo stesso provengono le sofferenze delle malattie, così numerose che neanche nei libri dei medici sono elencate al completo. In molte di esse, e quasi in tutte, anche le stesse terapie e le medicine sono un tormento, sicché gli uomini sono tirati fuori dal danno delle pene con il soccorso di una pena. E un caldo spaventoso non ha forse costretto gli uomini a bere l'orina umana o perfino la propria? E la fame non ha forse costretto gli uomini a non potersi astenere dalla carne umana e a cibarsi non di uomini trovati morti, ma uccisi allo scopo e non estranei, ma perfino le madri i figli con l'incredibile crudeltà causata dalla fame rabbiosa? Chi infine può spiegare a parole in quali proporzioni turbi il sonno? Esso infatti, che in senso proprio ha avuto il nome di riposo, è spesso affannoso per le visioni illusorie dei sogni e sconvolge l'anima e i sensi con grandi spaventi, sia pure con fatti apparenti che presenta e in certo senso rappresenta in modo tale che non è possibile distinguerli da quelli reali. Da illusorie visioni anche gli individui svegli sono agitati in modo più compassionevole mediante disturbi nevrotici, sebbene con una multiforme varietà d'inganno i malvagi demoni talora raggirino uomini anche sani con simili visioni illusorie. In tal modo, anche se mediante esse non possono accalappiarli fra le cose proprie, per lo meno frustrano la loro coscienza col solo impulso di una qualunque illusoria apparenza.

... dai quali ci libera il Signore.
22. 4. Dal quasi inferno di una vita tanto infelice ci libera soltanto la grazia di Cristo Salvatore, Dio e Signore nostro. E questo nome è lo stesso Gesù, che significa appunto il Salvatore 98. Si ottiene così che dopo questa vita non ci colga una vita eterna più infelice, che non è vita ma morte. Infatti in questa, sebbene vi siano i grandi soccorsi dei rimedi mediante i sacramenti e i santi, tuttavia non sempre gli stessi sono accordati a coloro che li chiedono affinché non si pratichi la religione per questi motivi, giacché si deve piuttosto praticare per l'altra vita, in cui non vi sarà alcun male. E proprio per questo la grazia aiuta i più buoni nelle pene della vita affinché siano sopportate con un sentimento tanto più coraggioso quanto più religioso. I dotti della cultura profana affermano che all'intento è utile anche la filosofia, poiché quella vera, dice Cicerone, gli dèi l'hanno concessa a pochi e agli uomini, soggiunge, non è stato da loro dato un dono più grande né poteva essere dato 99. Anche coloro, contro i quali stiamo discutendo, sono stati costretti in certo senso ad ammettere la grazia divina nel professare non una qualsiasi, ma la vera filosofia. Se a pochi infatti, per dono divino, è stato concesso l'unico soccorso della vera filosofia contro le infelicità di questa vita, anche da questo fatto appare che il genere umano è stato condannato ad espiare le pene dell'infelicità. E poiché pari a questo, come ammettono, non è stato concesso un dono divino più grande, così si deve credere che da nessun dio si può concedere se non da colui, del quale anch'essi, che onorano molti dèi, affermano che non ve n'è uno più grande.

Precario equilibrio fra il bene, il male e la grazia.
23. Oltre i mali di questa vita, che sono comuni ai buoni e ai cattivi, i giusti hanno, mentre essa scorre, alcune particolari attenzioni con cui si schierano contro i vizi e si voltano e rivoltano nelle prove e pericoli di simili lotte. Ora più impetuosamente, ora più blandamente, ma ognora la carne non desiste ad avere desideri contrari allo spirito e lo spirito contrari alla carne 100, sicché non facciamo quel che vogliamo se acconsentiamo a ogni cattivo impulso; invece non acconsentendo, per quanto ci è possibile con l'aiuto della grazia di Dio, lo assoggettiamo a noi stando all'erta con una costante attenzione. E questo affinché non inganni l'infondata certezza di ciò che sembra vero, non suggestioni un discorso scaltro, non offuschino le tenebre di qualche errore, non si creda male ciò che è bene e bene ciò che è male, il timore non distolga dalle azioni che si devono compiere, il sole non tramonti sulla nostra ira 101, le inimicizie non spingano a ricambiare male per male 102, non avvilisca una disonesta o smodata tristezza, una mente ingrata non induca all'indifferenza del bene che si deve compiere, una buona coscienza non sia importunata dalle dicerie della maldicenza, un nostro sospetto temerario sull'altro non c'inganni e il falso dell'altro su di noi non ci butti a terra, non regni il peccato nel nostro corpo mortale per obbedire ai suoi desideri, non siano usate le nostre membra come armi di malvagità per il peccato 103, l'occhio non ceda alla sensualità, non vinca il desiderio di vendicarsi, la vista e il pensiero non si soffermino in ciò che attrae alla cattiveria, non si ascolti liberamente un discorso ingiusto o indecente, non si faccia ciò che non è lecito, anche se piace, in questa aperta battaglia di affanni e sofferenze non si speri di ottenere la vittoria con le nostre forze o, una volta ottenutala, non si attribuisca alle nostre forze, ma alla grazia di colui, di cui dice l'Apostolo: Rendiamo grazie a Dio, che ci concede la vittoria mediante il Signore nostro Gesù Cristo 104; e in un altro passo: In tutte queste cose siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati 105. Cerchiamo di capire tuttavia che, sebbene resistiamo ai vizi col grande coraggio della lotta o anche se li superiamo e debelliamo, non è possibile, finché siamo in questo corpo, che manchi il motivo di dover dire: Rimetti a noi i nostri debiti 106. Nel regno dei cieli, in cui saremo col corpo non soggetto a morire, non avremo né lotte né debiti ed essi non sarebbero in nessun luogo e in nessun tempo, se la natura si fosse mantenuta retta come è stata creata. Quindi anche questo nostro conflitto, nel quale corriamo un rischio e da cui aneliamo liberarci con la vittoria finale, appartiene ai mali di questa nostra vita, di cui costatiamo la punizione attraverso la testimonianza di tanti e sì grandi mali.

Beni e bellezze della terra: a) propagazione;
24. 1. Ed ora si deve esaminare di quali e quanti beni la bontà di colui, che governa tutte le cose che ha creato, ha colmato l'infelicità del genere umano, nella quale ha lode la giustizia di lui che punisce. Prima di tutto segnaliamo la benedizione che proferì prima del peccato dicendo: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra 107, e che dopo il peccato non ha voluto rievocare e rimase nella discendenza condannata la fecondità concessa. Neanche la disobbedienza del peccato, con la quale ci è piombata addosso la fatale legge del morire, è riuscita ad eliminare la meravigliosa energia dei semi, anzi quella più meravigliosa, con cui essi si producono, inserita e in un certo senso intessuta nel corpo umano. Ma in questo quasi fiume impetuoso corrono insieme l'uno e l'altro: il male che è derivato dal progenitore, il bene che è concesso dal Creatore. Nel male di origine si hanno due significati: il peccato e il castigo; nel bene di origine altri due: la propagazione e la conservazione della forma. Ma per quanto attiene al nostro intento in atto, abbiamo già parlato abbastanza dei mali, di cui uno deriva dalla nostra temerità, cioè il peccato, l'altro dal giudizio di Dio, cioè la punizione. Ora ho deciso di parlare dei beni che Dio ha accordato anche alla natura corrotta e punita o fino ad ora accorda. Difatti punendo o non ha tolto il tutto che aveva concesso, altrimenti esso non esisterebbe affatto; o non ha escluso la natura dal suo potere, anche se per pena l'ha assoggettata al diavolo, poiché neanche lui ha respinto dal suo ordinamento. Difatti Egli, che esiste nel tutto dell'essere e fa che esista tutto ciò che in qualche modo esiste, fa che persista nell'essere anche la natura del diavolo.

b) conservazione della forma;
24. 2. Egli dunque con la sua benedizione ha accordato all'inizio delle opere del mondo la propagazione di quei due beni che, come abbiamo detto, sgorgano come dalla sorgente della sua bontà anche nella natura viziata dal peccato e condannata alla pena. Da tali opere Egli si è riposato al settimo giorno, ma la conservazione della forma persiste nell'opera con cui fino ad ora dà l'essere 108. Se sottraesse dalle cose l'efficienza del suo potere, esse non potrebbero conservarsi e con movimenti misurati far fluire il tempo e certamente non si conserverebbero fino a un certo punto nella specie in cui sono state create. Dunque Dio ha creato l'uomo in modo da aggiungere anche la fecondità con cui realizzare la procreazione di altri uomini, inserendo anche in essi la possibilità non la necessità di procreare. Ha sottratto però la fecondità ad individui che ha voluto e sono stati sterili, ma non ha sottratto la fecondità concessa all'inizio ai primi due coniugi con una benedizione per tutti. La propagazione, sebbene non sottratta col peccato, tuttavia non è quella quale sarebbe stata, se non vi fosse stato il peccato. Dal momento in cui l'uomo, fregiato di dignità, per avere trasgredito è stato eguagliato alle bestie 109, genera come loro, tuttavia in lui non si è spenta una determinata quasi scintilla dell'intelligenza, nella quale è stato creato a immagine di Dio 110. Se alla propagazione non si applicasse la conservazione della forma, neanche la propagazione si svolgerebbe nelle forme e modalità dovute al suo genere. Se gli uomini non si fossero accoppiati e, ciò nonostante, Dio volesse riempire la terra di uomini, come ne ha creato uno senza l'unione di maschio e femmina, potrebbe creare tutti allo stesso modo e coloro che si accoppiano non possono procreare se egli non crea. L'Apostolo riguardo all'educazione spirituale, con cui l'uomo si forma alla religione e alla moralità, dice: Non chi attende alla semina e alla irrigazione è qualcosa, ma Dio che fa crescere 111. Egualmente si può dire al caso nostro: "Non l'uomo che si accoppia e sparge il seme è qualcosa, ma Dio che dà la forma; non la madre che gesta il feto e nutrisce il nato è qualcosa, ma Dio che fa crescere". Infatti con il medesimo atto, con cui attua fino al presente, ottiene che i semi raggiungano la quantità dovuta e da nascosti, invisibili involucri, risultino nelle forme visibili della bellezza che ammiriamo. Ed Egli, congiungendo e unendo con misure ammirevoli, rende essere animato la natura incorporea e la corporea, quella in alto, questa in basso. E quest'opera è tanto grande e meravigliosa che a chi ben riflette impone l'ammirazione del pensiero e suscita la lode al Creatore, non solo riguardo all'uomo perché è un animale ragionevole e perciò superiore e più nobile di tutti gli esseri animati della terra, ma anche riguardo al più piccolo moscerino.

c) meravigliosa dotazione dell'uomo;
24. 3. Egli ha dunque concesso la facoltà di pensare all'anima umana, nella quale, per quanto riguarda il bambino, la ragione e l'intelligenza sono senza funzione, come se non esistessero. Tale facoltà si deve quindi stimolare e sviluppare col crescere dell'età in modo che sia capace di ragionamento e istruzione e disponibile all'apprendimento della verità e dell'amore del bene, e con tale capacità raggiunga la sapienza, sia dotata delle virtù mediante le quali, con prudenza, fortezza, temperanza, giustizia si opponga agli errori e agli altri vizi congeniti e vinca soltanto nel desiderio del Bene sommo e immutabile. Ed anche se non raggiunge lo scopo, chi può dire o pensare con competenza quale grande bene sia la capacità, disposta per dono di Dio nella creatura ragionevole, di raggiungere tali beni e quanto meravigliosa sia l'opera dell'Onnipotente? Oltre alle arti del bene vivere e giungere alla felicità eterna, che si definiscono virtù e sono concesse ai figli del regno e della promessa soltanto con la grazia di Dio che è in Cristo, forse che dall'ingegno umano non sono state inventate ed esercitate molte e insigni arti, in parte legate al bisogno, in parte al piacere? Ma il prestigioso vigore della mente e ragione, anche attraverso i beni superflui, anzi pericolosi e dannosi che appetisce, attesta quale grande bene abbia nella natura, dalla quale ha potuto derivare, imparare o esercitare queste arti. L'umana operosità è giunta a confezioni meravigliose e stupende di abbigliamenti ed edifici, ha progredito nell'agricoltura e nella navigazione, ha ideato ed eseguito opere nella produzione di varie ceramiche ed anche nella varietà di statue e pitture, ha allestito nei teatri azioni e rappresentazioni ammirevoli per gli spettatori, incredibili per gli uditori; ha usato molti e grandi mezzi per catturare, uccidere e domare gli animali irragionevoli; ha inventato tutti i tipi di veleni, di armi, di strumenti contro gli uomini stessi; per difendere e ricuperare la salute molte medicine e sussidi; ha scoperto molti condimenti e stimoli della gola per il piacere del gargarozzo; per suggerire e inculcare i pensieri una grande moltitudine e varietà di segni, fra cui prevalgono le parole e lo scritto; per dilettare gli animi i magnifici ornamenti del discorso e una grande abbondanza di varie composizioni poetiche; per incantare l'udito ha ideato tanti strumenti musicali e magnifici ritmi di canto; ha esposto con grande acutezza d'ingegno l'esatta conoscenza della geometria e dell'aritmetica e il corso di collocazione degli astri; si è arricchita di una profonda conoscenza della fisica. Ma chi potrebbe esporre tutto, specialmente se non vogliamo trattare tutti gli argomenti sommariamente, ma esaminarli uno per uno? Infine, chi potrebbe giudicare con criterio come si distinse l'ingegno di filosofi ed eretici nel difendere errori e assurdità? Parliamo infatti della natura dell'intelligenza umana, con cui si sublima questa vita destinata a finire, non della fede e del cammino della verità con cui si raggiunge l'immortalità beata.

Poiché il creatore di questa natura tanto eminente è Dio vero e sommo dal momento che Egli dirige al fine tutti gli esseri che ha creato ed ha potere e giustizia al di là di ogni limite, la natura umana certamente non sarebbe nella infelicità presente e da essa non andrebbe alla infelicità eterna, esclusi soltanto coloro che si salveranno, se non fosse avvenuto precedentemente il peccato troppo grande del primo uomo, dal quale gli altri discendono.

d) prestigio del corpo umano;
24. 4. Quanta bontà di Dio e quanta provvidenza del grande Creatore si manifesta nel corpo stesso, sebbene esso per la soggezione al morire sia comune con le bestie e più debole nell'uomo che in molte di esse. Infatti in esso la posizione dei sensi e le altre membra non sono forse così disposte, l'aspetto, l'atteggiamento e la statura di tutto il corpo non sono forse così regolati che esso si rivela organizzato per il servizio dell'anima razionale? Notiamo appunto che l'uomo non è stato creato come gli animali privi di ragione e chini verso la terra, ma la forma del corpo, che si erge verso il cielo, fa pensare che egli capisca le cose dell'alto 112. La sorprendente facilità di movimento, che è stata assegnata alla lingua e alle mani, appropriata e congiunta al parlare e allo scrivere e a compiere le opere di molte tecniche e servizi, non dimostra forse chiaramente a quale anima, per esserle sottomesso, è stato unito un corpo simile? Però, a parte le inevitabili contingenze dell'agire, l'accordo di tutte le parti è così ritmico e attraente e si corrisponde con tale limpida simmetria che non sai se nel formarlo è stato osservato di più il criterio dell'utilità che della bellezza. Difatti possiamo notare che nulla è stato creato nel corpo per motivo di utilità che non abbia anche una nota di bellezza. Sarebbe per noi più evidente se conoscessimo i ritmi delle dimensioni per cui tutte le componenti sono tra di loro connesse e proporzionate. L'umana ingegnosità potrebbe compiere un'indagine su tali ritmi con attenzione a quelli che si manifestano all'esterno, ma nessuno può reprimere quelli che sono nascosti e non accessibili alla nostra osservazione, come il grande groviglio di vene, nervi e viscere, nascondiglio di funzioni vitali. Infatti una spietata indagine dei medici, che chiamano anatomisti 113, ha lacerato i corpi dei morti o anche di coloro che morivano sotto le mani di chi li spaccava per osservare e ha frugato molto disumanamente nelle carni umane le funzioni nascoste per imparare che cosa, con quali mezzi e in quali parti si deve curare. Ma che dovrei dire? Nessuno è riuscito a trovare, poiché nessuno ha osato ricercare i ritmi, di cui sto parlando e da cui si compone, dentro e fuori, l'accordo, che in greco, come se fosse uno strumento musicale, si dice , di tutto il corpo. Se potessero essere noti anche negli intestini, che non presentano alcuna attrattiva, darebbe tanto diletto la bellezza della proporzione la quale, su giudizio dell'intelligenza che impegna la vista, prevarrebbe su ogni formosità apparente che piace alla vista. Vi sono alcune parti così disposte nel corpo che hanno soltanto attrattiva, non utilità, come il petto virile che ha le mammelle, il viso la barba, la quale non è di difesa ma di prestigio, come indicano le facce glabre delle donne che, essendo più deboli, conveniva proteggere con un più sicuro riparo. Dunque fra le membra ragguardevoli, delle quali nessuno dubita, non ve n'è alcuna che non sia proporzionata a una determinata funzione e al tempo stesso anche formosa; ve ne sono alcune invece che hanno soltanto attrattiva e non utilità. Penso quindi che si debba capire che nella formazione del corpo ha prevalso la prestanza sulla funzione. Passerà dunque la soggezione alla contingenza e verrà il tempo in cui godremo senza passione della bellezza altrui scambievolmente. E dobbiamo volgere il fatto in ringraziamento al Creatore, al quale si dice in un Salmo: Sei rivestito di gloria e di attrattiva 114.

e) bellezza della creazione.
24. 5. Poi con quale discorso si può esprimere la restante bellezza e utilità della realtà creata che dalla bontà di Dio è stata accordata all'uomo, sebbene gettato alla condanna negli affanni e nell'infelicità del tempo, per ammirarla e usarla? Nella multiforme e varia bellezza del cielo, della terra e del mare, nella grande profusione e meraviglioso splendore della luce stessa nel sole e luna e nelle stelle, nella ombrosità dei boschi, nel colore e odore dei fiori, nella diversità e numero degli uccelli ciarlieri e variopinti, nella diversa vaghezza di tanti e tanto grandi animali, fra i quali destano maggiore ammirazione quelli che hanno il minimo della grossezza, perché ammiriamo di più l'operosità delle formiche e delle api che i corpi immensi delle balene, e nella immensa veduta del mare quando, come di una veste, si ricopre di vari colori e talvolta è verde nelle varie gradazioni, talora color porpora, talora azzurro. Si ammira anche con molta soddisfazione quando è in tempesta perché affascina chi guarda appunto perché non lo sbatte e sconvolge come navigante. Che cosa suggerisce contro la fame la svariatissima abbondanza di cibi? Che cosa contro la schifiltosaggine la diversità dei sapori, diffusa dalla ricchezza della natura e non dalla tecnica e lavoro dei cuochi? Che cosa nelle varie circostanze i sussidi per difendere o recuperare la salute? Com'è gradevole l'avvicendarsi del giorno e della notte, la carezzevole tiepidezza delle brezze! Quant'è grande la provvista, in arbusti e bestiame minuto, per confezionare tessuti! Chi potrebbe passare in rassegna tutto? Se volessi spiegare e sviluppare soltanto quegli argomenti che da me, come involucri piegati, sono stati accatastati in una specie di mucchio, mi sarebbe indispensabile una sosta prolungata perché in essi sono contenute molte cose da dire. Eppure tutti questi beni sono sollievi d'infelici e condannati, non premio dei beati. Che cosa sarà dunque quel bene se questi sono tanti, così considerevoli e grandi? Che cosa darà a coloro che ha predestinato alla vita colui che li ha anche dati a coloro che ha predestinato alla morte? Quali beni farà avere nella vita beata a coloro per i quali in questa vita infelice ha voluto che il suo Figlio unigenito soffrisse tanti mali fino alla morte? Per questo l'Apostolo, parlando dei predestinati al regno dei cieli, dice: Egli che non ha perdonato il suo Figlio unigenito, ma l'ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 115. Quando si adempirà questa promessa, saremo una grande realtà, un grande valore! Quale bene riceveremo nel regno dei cieli dal momento che con la morte di Cristo per noi abbiamo ricevuto una simile caparra. Quanto nobile sarà l'anima dell'uomo perché essa non avrà più alcuna passione, alla quale sia soggetta, alla quale ceda o contro la quale, sia pure lodevolmente, debba contendere, in quanto è perfetta di una virtù pienamente garante di pace. Vi sarà una grande, abbagliante, certa scienza di tutte le cose, senza errore e inquietudine, perché lì si berrà la sapienza dalla sua stessa sorgente con somma serenità, senza difficoltà. Grande perfezione avrà il corpo che, completamente soggetto allo spirito e da lui con pienezza vivificato, non avrà bisogno di cibi. Difatti non sarà animale ma spirituale perché ha certamente l'essere della carne ma senza la soggezione della carne al divenire.

Significato apologetico della fede dei credenti.
25. I celebri filosofi non dissentono da noi riguardo ai beni spirituali, di cui l'anima sommamente felice godrà dopo questa vita; si oppongono sulla risurrezione della carne, la negano com'è loro possibile. Ma i molti che la credono hanno abbandonato i pochissimi che la negano e a Cristo, che ha mostrato con la sua risurrezione ciò che a costoro sembra assurdo, con sentimento di fede si sono convertiti i dotti e gli indotti, i sapienti del mondo e gli insipienti. Il mondo ha creduto ciò che ha predetto Dio, il quale ha predetto anche che il mondo avrebbe creduto questa verità. E non dalle magiche falsificazioni di Pietro è stato costretto a preannunziare quelle verità con il riconoscimento dei credenti tanto tempo prima. Egli è quel Dio che, come ho già detto alcune volte 116, e non mi rincresce di ripetere, le divinità stesse paventano per ammissione di Porfirio, che pretende provarlo con gli oracoli dei propri dèi, eppure lo ha riconosciuto al punto di chiamarlo Dio, Padre e Re 117. Ma non sia mai che le predizioni di Dio si debbano intendere nel senso inteso da costoro, i quali non hanno creduto col mondo la verità che, come ha predetto, il mondo avrebbe creduto. Ma perché non s'intende piuttosto nel senso in cui il mondo l'avrebbe creduta, come è stato predetto tanto tempo prima, e non nel senso in cui pochissimi cianciano perché non hanno voluto credere questa verità col mondo che, come predetto, l'avrebbe creduta? Ma supponiamo che essi affermino che quelle parole si debbano interpretare in altro senso per non recare ingiuria, se dicessero che sono state ispirate dalle bugie, a quel Dio a cui rendono una sì grande testimonianza. Ma gli recano una eguale e più grave ingiuria, se affermano che le parole si devono interpretare in senso diverso da come le ha credute il mondo, perché egli ha raccomandato e attestato che il mondo avrebbe creduto e lo ha attuato. Forse che Egli non può fare che la carne risorga e viva in eterno o non si deve credere che lo farà appunto perché è un male ed è indegno di Dio? Abbiamo già parlato molto della sua onnipotenza che può operare tanti e grandi fatti al di là della conoscenza umana. Se vogliono riscontrare qualcosa che l'Onnipotente non può fare, l'hanno sicuramente, lo dirò io: non può mentire. Crediamo dunque a quel che può non credendo a quel che non può. Dunque non credendo che possa mentire credano che compirà quel che ha promesso di compiere e così credano come ha creduto il mondo, di cui Egli ha predetto che avrebbe creduto, a cui ha raccomandato di credere ed ha assicurato che avrebbe creduto e fa notare che ha già creduto. E come possono insistere che la risurrezione è un male? Nell'eternità non vi sarà la soggezione al divenire che è il male del corpo. Abbiamo già discusso della disposizione degli elementi, abbiamo già parlato delle altre supposizioni degli uomini. Nel libro tredicesimo dell'opera abbiamo dimostrato abbastanza, come penso, dal confronto con l'attuale buona salute, che certamente non si può paragonare a quella immortalità, quanto sia grande la facilità di movimento del corpo non soggetto al divenire 118. Coloro che non hanno letto o vogliono ripassare quel che hanno letto, leggano gli argomenti di quest'opera già trattati.

Validità del pensiero di Platone.
26. Ma Porfirio dice, soggiungono, che perché l'anima sia felice si deve abbandonare ogni corpo 119. Quindi non giova nulla dire che il corpo sarà immune dal divenire se l'anima non sarà felice, qualora non abbia evitato ogni corpo. Ma anche di questo ho discusso quanto conveniva nel libro citato 120, però al momento ne richiamerò un solo assunto. Platone, maestro di tutti costoro, corregga i suoi libri e dica che i loro dèi, per essere felici, abbandoneranno il proprio corpo, cioè moriranno perché ha detto che sono uniti a corpi celesti. Tuttavia Dio, da cui sono stati posti nell'essere, ha promesso ad essi l'immortalità, cioè la persistenza nel medesimo corpo, non perché lo comporta la loro natura ma perché prevale la sua decisione 121. In quel passo rovescia anche l'altra loro affermazione che la risurrezione della carne non si deve credere perché è impossibile. Infatti molto apertamente, secondo il medesimo filosofo, nel testo in cui Dio increato promise l'immortalità agli dèi da lui creati, affermò che avrebbe compiuto ciò che è impossibile. Platone narra che parlò in questi termini: Poiché avete avuto un inizio, non potete essere immortali e immuni dal disfacimento; tuttavia ne sarete immuni e non vi stroncheranno i destini di morte e non saranno più potenti della mia decisione che per la perennità è un vincolo superiore a quelli con i quali siete uniti 122. Se non solo non sono stonati, ma neanche sordi coloro che ascoltano queste parole, non dubitano che a quegli dèi, creati dal Dio che li ha creati, fu promesso ciò che secondo Platone è impossibile. Chi dice: "Voi non potete essere immortali ma per il mio volere lo sarete", non dice altro che: "Con la mia azione voi sarete ciò che è impossibile che avvenga". Dunque risusciterà la carne immune dal divenire, immortale, spirituale colui che, secondo Platone, ha promesso di fare ciò che è impossibile. Perché dunque affermano ancora essere impossibile che Dio ha attestato una tal cosa, che il mondo ha creduto alla sua attestazione e che di esso è stato attestato che avrebbe creduto, quando noi affermiamo che lo compirà Dio che, anche secondo Platone, compie opere impossibili? Dunque perché le anime siano felici non si deve abbandonare ogni corpo, ma ricevere un corpo immune dal divenire. E in quale corpo immune dal divenire si allieteranno più convenientemente che in quello in cui, quando era soggetto al divenire, hanno sofferto? In tal modo non vi sarà in loro quella disumana passione che Virgilio ha desunto da Platone con le parole: E di nuovo incomincino a voler tornare nei corpi 123. In tal modo, ripeto, le anime non avranno la passione di ritornare al corpo, poiché il corpo, con cui desiderano tornare, l'avranno con sé e l'avranno in modo da averlo per non lasciarlo mai più con una morte qualsiasi, sia pure per breve tempo.

Accordo tra Platone e Porfirio.
27. Platone e Porfirio, ciascuno per conto proprio, hanno esposto dei pensieri che se avessero potuto concertare fra di loro, probabilmente sarebbero divenuti cristiani. Platone ha detto che le anime non possono rimanere in eterno senza il corpo. Perciò ha detto anche che l'anima dei sapienti dopo un periodo, sia pure lungo, sarebbe tornata al corpo. Porfirio ha detto che l'anima monda per catarsi, quando sarà tornata al Padre, non tornerà più al male di questo mondo 124. Perciò se Platone avesse trasmesso a Porfirio la verità che ha intuito, cioè che anche le anime dei giusti e sapienti, monde per catarsi, torneranno al corpo umano e viceversa se Porfirio avesse trasmesso a Platone la verità che ha intuito, cioè che le anime sante non torneranno all'infelicità del corpo soggetto al divenire in modo che non l'uno o l'altro separatamente, ma tutti e due insieme affermassero l'una e l'altra verità, penso che noterebbero la conseguente deduzione, che cioè le anime ritornino al corpo ed abbiano un corpo in cui vivranno una felice immortalità. Infatti secondo Platone anche le anime sante torneranno al corpo umano, secondo Porfirio le anime sante non torneranno al male di questo mondo. E allora Porfirio dica con Platone: Torneranno al corpo; e Platone con Porfirio: Non torneranno al male, e siano d'accordo che torneranno a quei corpi, in cui non subiscano alcun male. Questo sarà dunque quel bene che il Signore assicura, che cioè le anime beate vivranno in eterno con la propria carne eterna. Come penso tutti e due ci accorderebbero facilmente questa conclusione: cioè che essi, i quali ammetterebbero che le anime dei santi torneranno a corpi immuni da morte, consentano che esse tornino al proprio corpo, in cui hanno sopportato il male di questo mondo, in cui con devozione e fede hanno onorato Dio per essere immuni da quel male.

Altre testimonianze quasi favorevoli.
28. Alcuni dei nostri, che prediligono Platone per il magnifico tono di eloquenza e per alcune verità che ha enunciato, dicono che egli ha avuto qualche idea, simile a quella di noi cristiani, sulla risurrezione dei morti 125. Lo accenna anche Cicerone nei libri su Lo Stato per rilevare che intese piuttosto presentare una parabola che esporre una verità 126. Platone dice che un uomo tornò in vita e svelò alcuni fatti che appoggiavano le teorie platoniche 127. Anche Labeone afferma che due uomini morirono nello stesso giorno e che s'incontrarono a un bivio, poi fu loro ordinato di tornare al proprio corpo e stabilirono di vivere da amici e così avvenne fino alla loro morte 128. Ma questi scrittori hanno narrato che la risurrezione dei morti avvenne nella forma simile a quella di coloro che, come sappiamo, sono risuscitati e che furono restituiti a questa vita, ma non in maniera che non morissero più. Marco Varrone espone una credenza più ammirevole nei libri che intitolò: La razza del popolo romano. Ho ritenuto di citare testualmente le sue parole. Alcuni astrologi, dice, hanno scritto che per il ritorno in vita degli uomini v'è una ricorrenza, che i Greci definiscono ; hanno scritto che con essa si effettua che ogni quattrocentoquarant'anni il medesimo corpo e la medesima anima, che una volta furono uniti in un uomo, tornano nella medesima forma ad unirsi 129. Varrone o quegli astrologi, non saprei quali, perché non ha citato i nomi ma si è limitato a riportarne l'opinione, hanno sostenuto certamente un errore. Infatti quando una volta soltanto le anime saranno tornate al corpo che ebbero, non lo lasceranno più in seguito. Tuttavia abbatte e scredita molte dimostrazioni sull'impossibilità, riguardo alla quale i platonici cianciano contro di noi. A coloro che la pensano o la pensarono così, non è sembrato impossibile che tornino ad essere ciò che erano i cadaveri dispersi nell'aria, nella polvere, nella cenere, nell'acqua, nel corpo delle bestie e perfino di uomini che se ne sono nutriti. Perciò Platone e Porfirio, o piuttosto coloro che li prediligono e ancora vivono, se sono d'accordo con noi che le anime sante torneranno al corpo, come dice Platone, ma non torneranno ad alcun male, come dice Porfirio, in modo che si abbia la conclusione sostenuta dalla fede cristiana, cioè che le anime riavranno il corpo in cui vivano in eterno, senza alcun male, nella felicità, aggiungano anche da Varrone che tornano al medesimo corpo in cui erano prima. Così anche nel loro sistema il problema della risurrezione della carne sarà integralmente risolto.

Come vedremo Dio?
29. 1. Ora esaminiamo, nei limiti in cui il Signore si degna di aiutarci, cosa faranno i santi nel corpo immortale e spirituale, quando la loro carne non vivrà ancora carnalmente, ma spiritualmente. Non so, se volessi dire il vero, quale sarà il loro stato, o meglio riposo e serenità. Non ne ho mai avuto esperienza con i sensi del corpo. Se dicessi di conoscerlo con il pensiero, cioè con l'intelligenza, quanto è alta e che cos'è la nostra intelligenza nei confronti di quella sublimità? Ivi è la pace di Dio la quale, come dice l'Apostolo, sorpassa ogni intelligenza 130; soltanto la nostra o anche quella degli angeli santi? Certamente non di Dio. Se dunque i santi vivranno nella pace di Dio, certamente vivranno in quella pace che sorpassa ogni intelligenza. Non v'è dubbio che sorpassa la nostra; se poi sorpassa anche quella degli angeli, sicché appaia che chi ha detto ogni intelligenza non ha escluso neanche loro, dobbiamo interpretare la frase con questo criterio che né noi né gli angeli possiamo conoscere la pace di Dio, con la quale Dio stesso è nella pace, come la conosce Dio. Sorpassa dunque ogni intelligenza fuorché indubbiamente la propria. Ma poiché anche noi, divenuti partecipi nel nostro limite della sua pace, conosciamo la pace nel suo grado più alto in noi, fra di noi e con lui, in quello che per noi è il grado più alto, con questo limite e secondo il proprio limite la conoscono gli angeli santi; gli uomini per ora molto al di sotto, sebbene si distinguano per il progredire del pensiero. Si deve tener conto di quel che diceva un grande uomo: In parte conosciamo e in parte apprendiamo per ispirazione, fino a che giunga ciò che è perfetto 131; e ancora: Ora vediamo come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia 132. Così già vedono gli angeli santi, che sono stati considerati anche i nostri angeli perché noi, essendo liberati dal potere delle tenebre e, ricevuta la caparra dello Spirito, trasferiti nel regno di Cristo 133, abbiamo cominciato ad appartenere a quegli angeli, assieme ai quali avremo in comune la santa, amabilissima città di Dio, sulla quale ho già scritto tanti libri. Così dunque sono i nostri angeli perché sono gli angeli di Dio, come il Cristo di Dio è il nostro Cristo. Sono di Dio perché non lo hanno abbandonato, sono nostri perché hanno cominciato a considerarci loro concittadini. Ha detto Gesù Signore: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli. Vi dico infatti che i loro angeli in cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è in cielo 134. Come vedono loro, anche noi vedremo, ma ancora non vediamo in quel modo. Per questo l'Apostolo ha espresso il pensiero che ho citato poco fa: Vediamo ora come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia. Come premio della fede è riservata a noi questa visione, di cui parlando l'apostolo Giovanni dice: Quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo come egli è 135. La faccia del Signore si deve interpretare come la manifestazione, non come quella determinata parte, che noi abbiamo nel corpo e designiamo con questo nome.

Il mistero della visione di Dio.
29. 2. Perciò quando mi si chiede cosa faranno i beati nel corpo spirituale, non dico quel che già conosco, ma dico quel che credo secondo l'espressione che leggo in un Salmo: Ho creduto e per questo ho parlato 136. Perciò dico: È nel corpo stesso che vedranno Dio, ma non è un piccolo problema se lo vedranno mediante esso, come ora mediante il corpo vediamo il sole, la luna, le stelle, il mare, la terra e gli oggetti che sono in essa. È astruso dire che i beati nell'eternità avranno un corpo tale che non possano chiudere e aprire gli occhi quando vorranno; è più astruso dire che chi di là chiuderà gli occhi non vedrà Dio. Il profeta Eliseo, fisicamente assente, vide il suo inserviente Giezi mentre riceveva un regalo datogli da Naaman il Siro che il suddetto profeta aveva liberato dalla deformità della lebbra. Era un gesto che il disonesto inserviente si illudeva di aver fatto di nascosto perché il suo padrone non lo vedeva 137. Tanto meglio i beati nel corpo spirituale vedranno ogni cosa, non solamente se chiudono gli occhi ma anche da dove sono assenti. Nell'eternità infatti sarà perfetto quello stato, di cui parlando l'Apostolo ha detto: In parte conosciamo, in parte attendiamo nella fede, ma quando giungerà ciò che è perfetto, ciò che è in parte sarà eliminato 138. E per presentare con una analogia in una forma possibile, quanto sia differente questa vita da quella futura, non di uomini di qualsiasi fatta, ma anche di quelli che al presente sono dotati di santità, aggiunge: Essendo bambino, ragionavo da bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino; ma divenuto uomo ho smesso i tratti che erano propri del bambino. Ora vediamo come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia. Ora conosco in parte, allora conoscerò come sono stato conosciuto 139. Dunque in questa vita, nella quale l'attesa nella fede di uomini meravigliosi è paragonabile all'altra vita, come quella del bambino a quella dell'adulto, Eliseo ha visto, in un luogo in cui non era presente, il suo inserviente che accettava un regalo. E allora forse che quando giungerà quel che è perfetto e il corpo non più soggetto al divenire non appesantirà l'anima ma, essendo immune dal divenire, non la ostacolerà affatto, i beati, per gli oggetti che si devono vedere, avranno bisogno degli occhi del corpo, dei quali non ebbe bisogno Eliseo per vedere il suo inserviente? Secondo i Settanta queste sono le parole del profeta a Giezi: Forse che il mio cuore non è venuto con te, quando l'uomo del cocchio ti è venuto incontro e hai ricevuto il denaro? 140. Invece ha così tradotto dall'ebraico il sacerdote Girolamo: Forse che il mio cuore non era in presenza, quando l'uomo si è mosso dal suo cocchio incontro a te? Dunque il profeta ha detto di aver visto il fatto con il suo cuore attivato, senza alcun dubbio, miracolosamente da Dio. Molto più largamente tutti useranno abbondantemente di questo dono nell'eternità, quando Dio sarà tutto in tutti 141. Però anche gli occhi del corpo avranno la loro funzione, saranno al proprio posto e ne userà la coscienza mediante il corpo spirituale. Infatti il suddetto profeta, sebbene non ebbe bisogno degli occhi per vedere l'assente, non li usò per vedere gli oggetti presenti che, anche se li chiudeva, poteva tuttavia scorgere con la coscienza come ha visto gli oggetti assenti dove egli non era assieme a loro. Non pensiamo dunque che i beati nella vita eterna, se chiudono gli occhi, non vedranno Dio perché lo contempleranno perennemente con lo spirito.

Visione di Dio nello spirito.
29. 3. Ma v'è anche il problema se vedranno anche mediante gli occhi del corpo quando li terranno aperti. Se infatti anche gli occhi spirituali avranno nel corpo spirituale il medesimo potere che hanno questi nella forma in cui ora li abbiamo, senza dubbio con essi non si potrà vedere Dio. Saranno dunque di ben altro potere se mediante essi si vedrà l'incorporea natura di Dio, la quale non è limitata dallo spazio, ma è tutta in ogni spazio. Noi diciamo che Dio è in cielo e in terra, l'ha detto egli stesso attraverso il profeta: Io riempio il cielo e la terra 142. Ma non per questo potremo dire che ha una parte in cielo e un'altra in terra; ma egli è tutto nel cielo e tutto in terra e non in tempi diversi, ma l'insieme nel medesimo tempo, ciò che non può alcuna natura corporea. Quindi il vigore degli occhi dei beati sarà più funzionale, non nel senso che veggono più acutamente di come si dice che veggono alcuni serpenti e aquile, sebbene questi animali con qualsivoglia acutezza di vista non possono vedere altro che i corpi, ma nel senso che veggono anche gli esseri incorporei. E forse questo grande vigore della vista fu momentaneamente concesso, ancora nel corpo soggetto a morire, agli occhi del santo uomo Giobbe, quando disse al Signore: Io prima avevo udito parlare di te, ma ora il mio occhio ti vede, perciò mi sono sdegnato con me stesso, mi sento distrutto e ho stimato me stesso polvere e cenere 143. Tuttavia niente impedisce che nel passo s'intenda l'occhio del cuore. Di simili occhi l'Apostolo esorta ad avere illuminati gli occhi del vostro cuore 144. Che con essi si veda Dio, quando si vedrà, non ne dubita il cristiano che accetta con fede quel che ha detto il divino Maestro: Beati i misericordiosi, poiché essi vedranno Dio 145. Nella successiva ipotesi esaminiamo se Dio si veda anche con gli occhi del corpo.

Dono sublime la visione di Dio.
29. 4. Il passo della Scrittura: E ogni carne vedrà la salvezza di Dio 146, senza alcun imbarazzo si può interpretare così: "Ogni uomo vedrà il Cristo di Dio". Egli infatti è stato visto nel corpo e sarà veduto nel corpo quando giudicherà i vivi e i morti. Vi sono molte altre testimonianze della Scrittura che egli è la salvezza di Dio. Più esplicitamente esprimono questo concetto le parole del venerando vecchio Simeone il quale, avendo ricevuto fra le braccia Cristo bambino, disse: Ora tu permetti, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza 147. Il pensiero che ha espresso Giobbe, di cui sopra, come si rinviene nei codici che provengono dal testo ebraico e cioè: E nella mia carne vedrò Dio 148, ha senza dubbio preannunziato la risurrezione della carne, però non ha detto: "Mediante la mia carne". Se l'avesse detto, si potrebbe ravvisarvi Cristo Dio che vedrà nella carne mediante la carne. Ora: Nella mia carne vedrò Dio potrebbe essere interpretato come se avesse detto: "Sarò nella mia carne quando vedrò Dio". E la frase dell'Apostolo: Faccia a faccia 149 non c'induce a credere che vedremo Dio attraverso il viso di questo corpo, in cui vi sono gli occhi del corpo, perché lo vedremo senza interruzione con la mente. Se il viso non fosse anche dell'uomo interiore, l'Apostolo non direbbe: E noi, a viso scoperto riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati nella medesima immagine, di gloria in gloria, come dall'azione dello Spirito del Signore 150. Non interpretiamo diversamente anche quel che praticamente si dice in un Salmo: Accostatevi a lui e sarete illuminati e i vostri volti non arrossiranno 151. Ci si accosta a Dio con la fede, la quale è certamente del cuore, non del corpo. Ma noi ignoriamo i validi modi che il corpo spirituale ha di accostarsi al Signore, poiché parliamo di una realtà fuori dell'esperienza e in merito non ci sovviene e non ci aiuta un passo autorevole della sacra Scrittura che non possa essere interpretato in altro senso. È necessario quindi che avvenga in noi ciò che si legge nel libro della Sapienza: I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni 152.

I filosofi e la conoscenza.
29. 5. C'è una teoria dei filosofi con la quale essi sostengono che gli oggetti intelligibili sono percepiti con l'intuizione della mente e quelli sensibili, cioè del corpo, con il senso, sicché la mente non può conoscere gli oggetti intelligibili tramite il corpo né i dati sensibili da se stessa. Se questa teoria fosse per noi assolutamente certa, sarebbe certo anche che in nessun modo si può vedere Dio mediante gli occhi del corpo, sia pure spirituale. Ma tanto un retto criterio di verità come l'autorità della rivelazione respingono una simile teoria. Chi sarebbe così alieno dal vero da dire che Dio non conosce gli oggetti corporei? Avrebbe dunque il corpo per poter apprendere mediante gli occhi? Poi quel che abbiamo detto poco fa del profeta Eliseo 153 forse che non indica abbastanza che gli oggetti corporei si possono percepire anche con la mente senza l'interferenza del corpo? Quando l'inserviente accettò la mancia, si ebbe un gesto mediante il corpo, però il profeta lo avvertì non mediante il corpo, ma con la mente. Dunque se risulta che i corpi sono percepiti con lo spirito, che difficoltà v'è se sarà così forte il potere del corpo spirituale che col corpo sia veduto anche l'essere spirituale? Dio infatti è spirito. Inoltre ciascuno con la propria coscienza, e non mediante gli occhi del corpo, avverte la propria vita, con cui ora vive nel corpo e con cui vegeta e fa vivere gli organi avvinti alla terra, ma mediante il corpo osserva la vita degli altri, sebbene non sia oggetto della vista. Infatti da che cosa distinguiamo i corpi viventi dai non viventi, se non vedessimo insieme corpi e vita che possiamo percepire soltanto mediante il corpo? Con gli occhi del corpo non vediamo infatti una vita che non sia nel corpo.

Sublime visione spirituale di Dio.
29. 6. Perciò può avvenire ed è assai credibile che noi nell'eternità vedremo i corpi del mondo di un nuovo cielo e di una nuova terra in modo da vedere con luminosa chiarezza, per ogni dove volgiamo gli occhi, tramite il corpo che avremo e attraverso quelli che osserveremo, Dio che è presente ovunque e che dirige al fine tutte le cose anche corporee. E questo avverrà non come nel tempo, in cui le invisibili perfezioni di Dio sono contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come attraverso uno specchio 154, in un oscuro simbolo e solo in parte, perché qui può più la fede con cui crediamo che la rappresentazione degli oggetti del mondo corporeo che formuliamo mediante gli occhi del corpo. Noi nell'atto che vediamo gli uomini, che vivono ed eseguono movimenti vitali e in mezzo ai quali viviamo, non per fede apprendiamo che vivono, ma li vediamo, sebbene non possiamo senza i corpi osservare la loro vita, ma la rileviamo al di là di ogni incertezza tramite i corpi. Allo stesso modo, da qualsiasi parte nell'eternità faremo muovere la luminosità spirituale dei nostri corpi, contempleremo, anche mediante i corpi, Dio che è incorporeo e dirige il tutto al fine. Dunque o Dio si vedrà mediante quegli occhi nel senso che essi abbiano in così alta sublimità una funzione simile al pensiero e con cui si possa conoscere anche la natura incorporea, ed è difficile, o meglio impossibile, chiarire tale funzione con esempi o con testi della sacra Scrittura. Ovvero, ed è un'idea più facile a comprendersi, Dio sarà a noi noto con tanta evidenza che sarà veduto con la facoltà spirituale da ognuno di noi, da uno nell'altro, in se stesso, nel nuovo cielo e nella nuova terra e in ogni creatura che esisterà nell'eternità, sarà veduto anche mediante il corpo in ogni corpo, in qualunque direzione saranno volti gli occhi del corpo spirituale con un'acutezza che raggiunge l'oggetto. Si sveleranno anche i nostri pensieri dall'uno all'altro. Allora si adempirà il pensiero dell'Apostolo che, dopo aver detto: Non giudicate nulla prima del tempo, soggiunge: Finché venga il Signore e illuminerà i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora vi sarà lode per ognuno da Dio 155.

Nella vita eterna somma serenità...
30. 1. Sarà grande la serenità dove non vi sarà alcun male, non mancherà alcun bene, si attenderà alle lodi di Dio che sarà tutto in tutti 156. Non so che altro si faccia in uno stato, in cui non si desisterà per inerzia, non ci si affannerà dal bisogno. Sono avvertito anche da un brano poetico della sacra Scrittura, in cui leggo o ascolto: Beati quelli che abitano nella tua casa, ti loderanno per sempre 157. Tutte le parti palesi o riposte del corpo immune dal divenire, che ora vediamo adibite alle varie soddisfazioni della soggezione al bisogno, poiché allora non vi sarà tale soggezione, ma piena, certa, sicura, perenne serenità, saranno attente alle lodi di Dio. Tutti i ritmi dell'armoniosa proporzione del corpo, dei quali ho già parlato 158, che ora sono latenti, allora non lo saranno. Essi, disposti dentro e fuori in tutte le parti del corpo, assieme alle altre cose che nell'eternità appariranno grandi e meravigliose, infiammeranno col lirismo della bellezza intelligibile fondata sul numero le intelligenze capaci del numero alla lode di un sì grande Artefice. Non oso stabilire quali saranno i movimenti dei corpi perché non sono capace di immaginarlo, tuttavia movimento e pausa, come pure la figurazione, qualunque sia, sarà conveniente perché lì quel che non sarà conveniente non vi sarà affatto. Certamente dove vorrà l'anima spirituale, vi sarà immediatamente il corpo; e l'anima spirituale non vorrà qualcosa che potrebbe non convenire né a lei né al corpo. Vi sarà vera gloria perché nell'eternità nessuno sarà lodato per un errore di chi loda o per adulazione. Vi sarà vero onore che non sarà negato a chi ne è degno, non sarà concesso a chi ne è indegno, ma un indegno non lo bramerà perché lì non è ammesso un uomo indegno. Vi sarà una vera pace perché non vi sarà contrasto né da sé né dall'altro. Premio della virtù sarà colui che ha dato la virtù e alla virtù ha dato se stesso, del quale nulla vi può essere di più buono e di più grande. Difatti quel che ha promesso mediante il profeta: Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo 159 non significa altro che: "Io sarò colui da cui saranno appagati, io sarò tutte le cose che dagli uomini sono desiderate onestamente: vita, benessere, vitto, ricchezza, gloria, onore, pace e ogni bene". In questo senso si interpretano rettamente anche le parole dell'Apostolo: Affinché Dio sia tutto in tutti 160. Egli sarà il compimento di tutti i nostri desideri, perché sarà veduto senza fine, amato senza ripulsa, lodato senza stanchezza. Questo dono, questo amore, questa azione saranno comuni a tutti, come la stessa vita eterna.

... pace e concordia...
30. 2. Del resto chi è in grado di pensare e tanto meno di esprimere quali saranno in proporzione al merito della ricompensa i diversi gradi di onore e di gloria? Però non si deve dubitare che vi saranno. E la felice città vedrà in sé questo gran bene, che l'essere inferiore non invidierà quello superiore, come ora gli altri angeli non invidiano gli arcangeli. E ciascuno non vorrà essere quel che non ha ricevuto, quantunque sia legato a chi lo ha ricevuto da un pacatissimo vincolo di concordia, come anche nel corpo l'occhio non vuol essere quel che è il dito, poiché l'intero organismo pacato include l'uno e l'altro organo 161. Così l'uno avrà un dono più piccolo dell'altro, ma in modo di avere come dono di non volere di più.

... somma libertà.
30. 3. Non perché i peccati non potranno attrarli, i beati non avranno il libero arbitrio, anzi sarà tanto più libero dall'attrazione del peccato perché reso libero fino all'inflessibile attrazione del non peccare. Il primo libero arbitrio, che fu dato all'uomo quando all'inizio fu creato innocente, poteva non peccare ma anche peccare; l'ultimo sarà tanto più libero perché non potrà peccare, ma anche questo per dono di Dio e non per una sua personale prerogativa. Un conto è essere Dio e un altro essere partecipi di Dio. Dio per natura non può peccare; chi invece partecipa di Dio ha ricevuto da lui di non poter peccare. Si dovevano conservare gli ordinamenti del dono divino in modo che all'inizio si desse il primo libero arbitrio, con cui l'uomo potesse non peccare e il finale con cui l'uomo non potesse peccare e che il primo fosse attinente ad acquistare merito, l'altro a ricevere il premio. Ma poiché l'umana natura ha peccato quando poteva peccare, viene resa libera con una grazia più generosa in modo da essere condotta a quella libertà per cui non è libera di peccare. Siccome la prima immortalità, che Adamo ha perduto col peccato, consisteva nel poter non morire, l'ultima sarà non poter morire, così il primo libero arbitrio nel poter non peccare, l'ultimo nel non poter peccare. Così infatti sarà inamissibile la volontà di rispetto a Dio e al prossimo, come è inamissibile quella della felicità. Col peccato appunto non abbiamo conservato né rispetto né felicità, ma neanche con la perdita della felicità abbiamo perduto la volontà della felicità. Ma forse che si deve negare che Dio ha il libero arbitrio perché non può peccare?

Immunità dal male nel sabato eterno.
30. 4. Vi sarà dunque nella città dell'alto una sola libera volontà in tutti e inseparabile in ognuno, resa libera da ogni male e ripiena di ogni bene, che gode senza fine della dolcezza delle gioie eterne, immemore delle colpe, immemore delle pene, ma non della sua liberazione affinché non sia ingrata al suo liberatore. Per quanto attiene alla conoscenza intellettuale, è memore anche dei suoi mali trascorsi e per quanto attiene alla conoscenza sensibile, completamente immemore. Infatti anche un medico molto bravo conosce quasi tutte le malattie del fisico, come sono esposte nella teoria; ma come si sperimentano nel fisico, ignora le molte che non ha avuto. Sono due dunque le conoscenze dei mali, una per cui non sono nascosti alla facoltà della mente, l'altra per cui essi sono connessi ai sensi di chi apprende per esperienza; difatti in un modo si conoscono tutti i vizi mediante l'insegnamento della saggezza e in un altro attraverso la pessima condotta dello stolto. Così sono due i modi di dimenticare i mali. In un modo infatti dimentica la persona istruita e colta, in un altro quella che ha esperimentato e sopportato; quella se trascura la competenza, questa se si rende immune dall'infelicità. In base a questa dimenticanza, che ho posto al secondo posto, i beati non saranno memori dei mali trascorsi; infatti saranno immuni da tutti al punto che i mali saranno completamente eliminati dalla loro sensibilità. Tuttavia col potere della conoscenza, che sarà grande in essi, non solo non sarà nascosta a loro la propria infelicità passata, ma neanche quella eterna dei dannati. Altrimenti se ignoreranno d'essere stati infelici, in che senso, come dice il Salmo: Canteranno in eterno le misericordie del Signore 162? E per la città dell'alto nulla certamente sarà più gioioso di questo cantico a lode di Cristo, dal cui sangue siamo stati liberati. Lì si avvererà: Riposate e sappiate che io sono Dio 163. E sarà veramente il sabato infinito perché non ha tramonto. Lo fece notare il Signore all'inizio delle opere della creazione nel passo: E Dio si riposò nel giorno settimo da tutte le sue opere che ha compiuto e Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro, perché in esso si riposò da tutte le sue opere che aveva iniziato a compiere 164. Anche noi saremo il settimo giorno quando saremo da lui pienamente restituiti al bene e alla santità. Lì in riposo sapremo che egli è Dio. Noi invece pretendemmo di esserlo per noi, quando ci staccammo da lui perché demmo ascolto al seduttore: Sarete come dèi 165, e ci allontanammo da lui, mentre con la sua azione saremmo dèi partecipandone, non abbandonandolo. Che cosa quindi abbiamo fatto senza di lui se non che ci siamo disfatti nella sua ira? Da lui restituiti all'essere e con una grazia maggiore stabiliti nella pienezza, saremmo nel riposo in eterno perché vedremo che egli è Dio, di cui saremo pieni quando egli sarà tutto in tutti 166. Infatti quando si comprende che anche le nostre stesse buone opere sono piuttosto di lui e non nostre, proprio allora ci sono assegnate a conseguire questo sabato. Se le attribuiremo a noi, saranno da schiavi, mentre del sabato si dice: Non farete in esso nessun lavoro da schiavi 167. Perciò anche tramite il profeta Ezechiele si dice: Diedi loro anche i miei sabati come un segno tra me e loro perché sappiano che io sono il Signore che li considero cose sante 168. Lo sapremo con pienezza quando saremo nel riposo con pienezza e con pienezza vedremo che egli è Dio.

La settima epoca e il sabato senza fine.
30. 5. Se anche il numero delle epoche, confrontato ai giorni, si calcola secondo i periodi di tempo che sembrano espressi dalla sacra Scrittura, questo sabatismo acquisterebbe maggiore evidenza dal fatto che è al settimo posto. La prima epoca, in relazione al primo giorno, sarebbe da Adamo fino al diluvio, la seconda dal diluvio fino ad Abramo, non per parità di tempo ma per numero di generazioni, perché si riscontra che ne hanno dieci ciascuna. Da quel tempo, come delimita il Vangelo di Matteo, si susseguono fino alla venuta di Cristo tre epoche, che si svolgono con quattordici generazioni ciascuna: la prima da Abramo fino a Davide, la seconda da lui fino alla deportazione in Babilonia, la terza fino alla nascita di Cristo 169. Sono dunque in tutto cinque epoche. La sesta è in atto, da non misurarsi con il numero delle generazioni per quel che è stato detto: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere 170. Dopo questa epoca, quasi fosse al settimo giorno, Dio riposerà quando farà riposare in se stesso, come Dio, il settimo giorno, che saremo noi. Sarebbe lungo a questo punto discutere accuratamente di ciascuna di queste epoche; tuttavia la settima sarà il nostro sabato, la cui fine non sarà un tramonto, ma il giorno del Signore, quasi ottavo dell'eternità, che è stato reso sacro dalla risurrezione di Cristo perché è allegoria profetica dell'eterno riposo non solo dello spirito ma anche del corpo. Lì riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco quel che si avrà senza fine alla fine. Infatti quale altro sarà il nostro fine, che giungere al regno che non avrà fine?.

Commiato.
30. 6. Mi sembra di avere, con l'aiuto del Signore, adempiuto l'impegno di questa opera così importante. Coloro per i quali è poco e coloro per i quali è troppo mi scusino; coloro per i quali è sufficiente rendano grazie rallegrandosi non con me, ma con Dio assieme a me. Amen.
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